venerdì 6 luglio 2012

Afghanistan: pilota di Apache canta mentre uccide contadino E il compagno commenta: "Bel colpo"

Corriere della sera

E il compagno commenta: "Bel colpo"


Crea imbarazzo nell'esercito americano un video diffuso dal sito internet Liveleak. La telecamera di bordo di un elicottero Apache delle "screaming eagles", i corpi speciali in servizio in Afghanistan, riprende durante un volo di ricognizione nella provincia di Wardack, in Afghanistan, il lancio di un missile su un uomo. Un contadino che stava piantando dei semi di papavero viene ucciso. Mentre colpisce a morte, il pilota canta il motivetto "Bye bye Miss American Pie" con la freddezza di chi prova piacere a uccidere.

Diaz, la Cassazione conferma le condanne per i vertici della polizia: scatta la sospensione

Corriere della sera

Prescritto il reato di lesioni gravi per nove agenti del nucleo speciale della Mobile. Il Viminale: «Sentenza da rispettare»

Confermate in via definitiva le condanne per falso aggravato inflitte agli alti funzionari di polizia coinvolti nelle violenze alla scuola Diaz di Genova, il 21 luglio 2001. Lo ha deciso la quinta sezione penale della Cassazione. Nel dettaglio, la Cassazione ha confermato l'impianto accusatorio della Corte d'Appello di Genova del 18 maggio 2010. Convalidata la condanna a 4 anni per Francesco Gratteri, attuale capo del dipartimento centrale anticrimine della Polizia; convalidati anche i 4 anni per Giovanni Luperi, vicedirettore Ucigos ai tempi del G8, oggi capo del reparto analisi dell'Aisi. Tre anni e 8 mesi a Gilberto Caldarozzi, attuale capo servizio centrale operativo. Convalidata anche la condanna a 5 anni per Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma. La conferma delle condanne comporterà la sospensione dal servizio per i funzionari dal momento che nei loro confronti è stata applicata la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.n Prescritti, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al settimo nucleo speciale della Mobile all'epoca dei fatti. Si tratta degli agenti di polizia Tucci, Cenni, Basili, Ledoti, Compagnone, Stranieri, Lucaroni e Zaccaria. A quanto si è appreso nei loro confronti, data la dichiarazione di prescrizione, non dovrebbe scattare la pena accessoria della condanna all'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.


IL VIMINALE - «La sentenza della Corte di Cassazione va rispettata come tutte le decisioni della Magistratura. Il ministero dell'Interno ottempererà a quanto disposto dalla Suprema Corte. La sentenza mette la parola fine a una vicenda dolorosa che ha segnato tante vite umane in questi 11 anni. Questo non significa che ora si debba dimenticare. Anzi, il caso della Diaz deve restare nella memoria». Lo afferma in una nota il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri. «Ma proprio le definitive parole dei giudici ci devono spingere a guardare avanti sicuri che le Forze di Polizia sono per i cittadini italiani una garanzia per la sicurezza e per la democrazia - prosegue il ministro - Del resto nessuno può dimenticare l'attività quotidiana di tante donne e uomini della Polizia che, con dedizione, professionalità e coraggio, lavorano al servizio dello Stato per il bene di tutti».

MANGANELLI - La Polizia «accoglie la sentenza della magistratura con il massimo dovuto rispetto e ribadisce l'impegno a proseguire nel costante miglioramento del percorso formativo relativo al complesso campo dell'ordine e della sicurezza pubblica». Queste le parole del Capo della Polizia, Antonio Manganelli dopo la sentenza sui fatti di Genova. «Esprimo apprezzamento e orgoglio per la maturità, l'onestà, la dedizione e l'entusiasmo con cui quotidianamente il Paese viene servito dalle donne e dagli uomini delle forze di polizia» ha aggiunto Manganelli.

I LEGALI - «Giustizia è fatta: ci sono voluti 11 anni per arrivare a questo verdetto e la Cassazione è stata coraggiosa. Mai, nelle democrazie occidentali, si è arrivati ad una condanna per funzionari della Polizia di così alto livello» ha commentato Emanuele Tambuscio, legale di alcuni no-global picchiati alla Diaz. «La catena di comando è stata condannata e questo è un grande risultato, rimane però il dato di fatto che quella notte alla scuola Diaz è stata una pagina nera per la democrazia italiana e il Parlamento non ha nemmeno fatto una Commissione di inchiesta per individuare le responsabilità politiche» ha aggiunto l'avvocato Francesco Romeo, difensore di alcune vittime del pestaggio alla Diaz.


«DE GENNARO SI DIMETTA»- «Chiedo formalmente che il Presidente Napolitano, come rappresentante dell'unità del Paese, chieda scusa alle vittime dei fatti della Diaz e di Bolzaneto» ha dichiarato Vittorio Agnoletto, l'ex portavoce del Genoa Social Forum del 2001. Per Agnoletto, inoltre, Gianni De Gennaro, attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ed ex capo della Polizia, «deve rassegnare le dimissioni, perchè anche in assenza di una condanna giudiziaria esiste una condanna morale e professionale per ciò che è accaduto».

LE REAZIONI - «Una notizia positiva. Succede di rado, ma quando accade bisogna accoglierla con soddisfazione. Vuol dire che in questo Paese c'è ancora un barlume di giustizia» ha commentato Giuliano Giuliani, padre di Carlo, il giovane morto nel luglio 2001 durante gli scontri al G8. «Ora -ha aggiunto- speriamo che ci siano altre pagine di questo genere. Cercheremo in tutti i modi di ottenere verità e giustizia anche sull'assassinio di Carlo». «La nube tossica che per 11 anni ha coperto la mattanza alla Diaz si è dissolta» ha commentato Nichi Vendola presidente di Sinistra Ecologia Libertà. «La Cassazione ci dice, con sentenza definitiva,- prosegue il leader di Sel- che a Genova nel luglio 2001 i tutori della legge si trasformarono in carnefici di ragazzini. Per me, lo dico con viva emozione, è un raggio di verità e giustizia che illumina una pagina buia della storia italiana».  


AMNESTY INTERNATIONAL - Per Amnesty International si tratta di «una sentenza importante, che finalmente e definitivamente, anche se molto tardi, riconosce che agenti e funzionari dello stato si resero colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani di persone che avrebbero dovuto proteggere». Tuttavia, per Amnesty «i fallimenti e le omissioni dello stato nel rendere pienamente giustizia alle vittime delle violenze del G8 di Genova sono di tale entità che queste condanne lasciano comunque l'amaro in bocca: arrivano tardi, con pene che non riflettono la gravità dei crimini accertati, e che in buona parte non verranno eseguite a causa della prescrizione, e a seguito di attività investigative difficili ed ostacolate da agenti e dirigenti di polizia che avrebbero dovuto sentire il dovere di contribuire all'accertamento di fatti tanto gravi. Soprattutto, queste condanne coinvolgono un numero molto piccolo di coloro che parteciparono alle violenze ed alle attività criminali volte a nascondere i reati compiuti».

L'ITER GIUDIZIARIO- In primo grado, il 13 novembre del 2008, 13 imputati erano stati condannati complessivamente a 35 anni e 7 mesi di reclusione e altri 16, tra cui i vertici della catena di comando, erano stati assolti. Il 18 maggio del 2010 la terza sezione della Corte d'Appello di Genova ha sostanzialmente ribaltato la sentenza, condannando 25 imputati su 28, compresi tutti i vertici della polizia che erano stati assolti nel precedente giudizio, ad una pena complessiva di oltre 98 anni e 3 mesi di reclusione. L'ex comandante del primo reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini, era stato condannato a 5 anni, il capo del dipartimento centrale anticrimine, Francesco Gratteri e l'ex vicedirettore dell'Ucigos, Giovanni Luperi, a 4 anni, l'ex dirigente della Digos di Genova, Spartaco Mortola e l'ex vicecapo del Servizio centrale operativo, Gilberto Caldarozzi, a 3 anni e 8 mesi, con la pena accessoria dell'interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Per Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, e oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, è stato fatto un processo parallelo. De Gennaro, assolto in primo grado, ma condannato in appello a un anno e 4 mesi, viene prosciolto definitivamente da ogni accusa dalla Cassazione, che, nel novembre 2011, annulla la sentenza d'appello «perchè il fatto non sussiste».

IL BLITZ ALLA DIAZ- Il blitz alla scuola Diaz, dove il Comune di Genova aveva alloggiato gli attivisti del Genoa Social forum giunti nel capoluogo ligure per le manifestazioni contro il G8 del 2001, avviene nella serata del 21 luglio. Il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani. Quasi 400 agenti di polizia fanno irruzione nel complesso scolastico, molti vengono picchiati, le loro facce insanguinate vengono ritratte in foto e filmati e fanno il giro del mondo.

Redazione Online 5 luglio 2012 | 21:57



Diaz, cosa fanno i 25 poliziotti condannati


Alcuni degli agenti accusati dei pestaggi alla scuola di Genova il 22 luglio 2001 hanno fatto carriera e sono stati promossi

Vittorio Agnoletto entra nella scuola dopo l'irruzione della polizia Vittorio Agnoletto entra nella scuola dopo l'irruzione della polizia

Sono 25 su 300 gli agenti accusati dei pestaggi della Diaz. In oltre dieci anni, alcuni di loro sono stati condannati per le violenze commesse nella scuola che, durante il G8 di Genova, era diventata quartier generale di attivisti e manifestanti. Avvocati e giornalisti di movimento. Poliziotti che hanno fatto carriera, sono stati promossi, nonostante le accuse.

I VERTICI - Nel 2001, Giovanni Luperi, era vicedirettore dell'Ugicos, ora capo del dipartimento analisi dell'Aisi, ex Sisde. Era stato accusato di falso aggravato, arresto arbitrario e calunnia. I primi due reati sono andati in prescrizione. Per il secondo è stato condannato in secondo grado e 4 anni. Stesse accuse, stessi reati, stesse condanne e stesse prescizioni per Francesco Gratteri. Nel 2001 era Direttore Servizio Centrale Operativo (Sco), ora è a capo della direzione centrale anticrimine (Dca). Gilberto Caldarozzi, vicedirettore centrale dello Sco, ora direttore. Accusato di falso aggravato (3 anni e 8 mesi) e arresto arbitrario. Quest'ultimo prescritto.

LA MOBILE- Stesse sorti per Filippo Ferri, capo della Mobile della Spezia ora trasferito a Firenze. Per Fabio Ciccimmarra, commissario capo a Napoli, ora alla Mobile dell'Aquila. Per Nando Dominici, capo della Mobile di Genova. E per Carlo di Sarro, vice capo Digos di Genova, ora commissario a Rapallo. Per Massimo Mazzoni, Renzo Cherchi e Davide Di Novi, tutti ispettori dello Sco. Stessa condanna anche per Spartaco Mortola, il capo della Digos di Genova che meno di un mese fa è stato nominato a capo della Polfer. Massimo Di Bernardini era vicequestore della Mobile di Roma: è stato condannato per falso aggravato a tre anni è otto mesi. È stato riformato dalla polizia dopo un grave incidente in moto.

IL VII NUCLEO- Vincenzo Canterini, allora comandante VII Nucleo speciale Mobile, è il poliziotto che è stato condannato a più anni: 5. Ha lasciato per limiti di età, l'accusa rimasta in piedi è per falso. A quattro anni sono stati condannati, per lesioni gravi, Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroli, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri, Vincenzo Compagnone. Tutti erano all'interno del VII Nucleo, poi sciolto dopo i fatti della Diaz. Tre anni e otto mesi per Massimo Nucera e Salvatore Gava che poi ha lasciato la polizia. Pietro Troiani, vicequestore addetto alla logistica della Mobile di Roma, è stato condannato a 3 anni e 9 mesi, per detenzione armi da guerra (molotov) e calunnia.

Redazione Online 5 luglio 2012 | 19:51

Assegno di mantenimento: assolto papà ritardatario

La Stampa

 

Un uomo è condannato, in primo e secondo grado, per essersi sottratto agli obblighi di assistenza familiare nei confronti del figlio minorenne. Non aveva versato, per cinque mesi, l’assegno di mantenimento dovuto. Il reato non è dichiarato estinto dalla Corte d’Appello di Caltanissetta, nonostante la remissione di querela da parte della madre, in quanto procedibile d’ufficio in ragione della minore età del figlio. L'uomo fa ricorso in Cassazione, dicendo che la sua  condotta ritenuta reato (art. 570 codice penale) sarebbe consistita solamente nell’omesso versamento dell’assegno di mantenimento, dovuto solo ad un momentaneo disagio economico e non alla volontà di far mancare i mezzi di sussistenza alla famiglia. In effetti, osserva la Cassazione, il ritardo dei pagamenti risultante dai documenti prodotti in giudizio dalla difesa non corrisponde alla condotta contestata nel capo di imputazione, secondo cui il ricorrente avrebbe del tutto omesso i pagamenti.

Ciò constatato, la sentenza di condanna finirebbe con l’ affermare che il reato contestato è integrato anche con il solo ritardo nei versamenti. Secondo la Cassazione, la condotta richiesta dalla norma incriminatrice in parola non è integrata da qualsiasi inadempimento – differenziandosi dal’inadempimento anche non grave rilevante in sede civile – ma deve comunque essere sorretta dall’elemento psicologico del dolo. Inoltre, da un punto di vista oggettivo, l’inadempimento penalmente rilevante deve essere serio e sufficientemente protratto nel tempo, in modo tale da «incidere apprezzabilmente sulla disponibilità dei mezzi di sussistenza che il soggetto obbligato deve fornire». Dato che il ricorrente ha solamente ritardato alcuni versamenti, per giunta per un breve lasso di tempo, la sentenza impugnata viene annullata senza rinvio nella parte relativa alla condotta in danno del figlio minore, perché il fatto non costituisce reato.

Argentina, condannati due ex dittatori per i furti di bambini

La Stampa

 

La sentenza "storica" dà giustizia ai 500 figli di "desaparecidos" che furono rubati alle proprie madri

 

Jorge Videla e Reynaldo Bignone in aula durante la lettura della sentenza

 

Furti di bambini. Condanna per la giunta argentina

 

Le condanne a 50 anni di carcere per Rafael Videla e a 15 anni per Reynaldo Bignone, rispettivamente primo e ultimo presidente della dittatura militare che governò l'Argentina dal 1976 al 1983, sono state accolte dalle Nonne di Plaza de Mayo come «sentenze storiche».
Per la corte di Buenos Aires, i due presidenti sono responsabili di aver orchestrato un piano  per rubare circa 500 bambini figli di detenuti "desaparecidos", poi affidati a coppie che ne cambiavano l'identità. Durante il processo, gli accusati avevano ammesso l’esistenza di casi di furti di bambini nati nelle carceri segrete della dittatura, sostenendo però che si era trattato di casi isolati, e non di un piano sistematico messo a punto dai responsabili del regime militare.

Altri responsabili della dittatura militare hanno ricevuto pesanti condanne, accolte anch'esse con sonori applausi nell’aula del tribunale dai figli di  "desaparecidos" che hanno recuperato la loro identità, dai rappresentanti delle Madri e le Nonne della Plaza de Mayo (associazioni nate per difendere i diritti dei detenuti e delle loro famiglie) e dai militanti per i diritti umani.
Le organizzazioni che operano in Argentina sono riuscite a rintracciare oltre 100 bambini rubati, per restituire loro l'identità e la storia della loro vera famiglia. Nonne e Madri della Plaza de Mayo hanno ricordato come dietro a ognuno dei figli di "desaparecidos" che ha rintracciato le proprie radici si trova una storia reale, personale e dramamtica di negazione, menzogna sistematica e silenzio di un'intera società.

La maggior parte dei figli di "desaparecidos", nati quando le loro madri erano detenute illegalmente - e molte volte uccise subito dopo il parto - sono stati affidati a famiglie di militari, poliziotti o persone in qualche modo legate all’apparato repressivo della dittatura. Per questi ex bambini rubati, la riscoperta della propria identità e storia familiare comporta molte volte un trauma psicologico considerevole.

Per l’ex generale Videla, 87 anni, la condanna, che si somma ad altre per gravi violazioni dei diritti umani durante il suo governo, corrisponde di fatto a un ergastolo. Oltre ai responsabili militari, colpevoli di aver dato gli ordini che hanno portato al furto sistematico dei bambini, sono stati condannati anche esecutori e complici di questo piano: dal dottore che si occupava delle gravidanze nel centro di detenzione della Scuola di Meccanica della Marina, a una donna che intermediava fra i rapitori dei bambini stessi e le famiglie a cui erano illegalmente affidati.

Io rinchiusa in un manicomio criminale per un farmaco e per la malagiustizia»

Corriere della sera

 

Una bellissima ragazza dagli occhi leonini, i capelli lunghi castani e un fisico statuario. La più bella, la più corteggiata del paese ma anche la più brava. Perché Natascia Berardinucci è anche un'infermiera professionale dell'Asl di Chieti, «una delle più brave», dicono i colleghi. «Lei sa come prendere i pazienti».


Per la Sanità italiana invece Natascia è una ragazza che ha scoperto presto il dolore sulla propria pelle: un Parkinson precoce che se non curato bene rende difficile ogni movimento. Alcuni luminari le prescrivono un medicinale a base di pramipexolo che lei inizia a prendere dal 2005. Ma nel 2007, dopo tre richiami dall'Enea (Ente Europeo del farmaco) la casa farmaceutica che lo produce è indotta a descrivere nel bugiardino anche alcuni effetti collaterali devastanti che interessano una piccola percentuale di pazienti (3-4%) intaccando in loro tutti quelli che sono i sensori dell'appagamento e della felicità. Nessuno però provvede a informare i pazienti che hanno preso quel farmaco dal 2005 al 2007 dei possibili rischi che può arrecare: shopping compulsivo, gioco d'azzardo compulsivo, ipersessualità e iperbulimia. Natascia rientra in quel 3-4% secondo Flavia Valtosta, farmacologa del San Raffaele di Milano.

 

 

Si sveglia la notte per mangiare e per giocare al gratta e vinci on line. Arriva a perdere circa 40mila euro, diventa bulimica e aggressiva. Il compagno con cui programmava le nozze non capisce o finge di non capire cosa succede. La denuncia per maltrattamenti arriva in seguito a uno schiaffo di troppo: lui l'accusa di stalking, danneggiamento e lesioni. «Erano lesioni reciproche ma per la giustizia Natascia diventa una stalker da condannare. I giudici ignorano che la colpa principale di questi comportamenti violenti è un effetto collaterale del farmaco che lei prendeva» dice il suo avvocato Danielle Mastrangelo. Natascia viene sottoposta a 35 consulenze psichiatriche in 90 giorni, 7 perizie per pericolosità, di cui tre ordinate dal tribunale. Pur risultando tutte a suo favore (e benché incensurata), i giudici le rifiutano la sospensione della pena o gli arresti domiciliari. Cambia tre carceri in tre mesi. Per 23 giorni viene tenuta in isolamento dai parenti.

La giustizia italiana decide che tutto questo non basta. Natascia viene trasferita in un Opg, ossia un manicomio criminale. A Pisa le sbagliano la cura antiParkinson. «Le somministrano un altro medicinale che ha una durata di 21 giorni. Serve solo a tenerla ferma a letto - racconta sbalordito il papà Antonio -. Quando sono andato a Pisa a trovarla ho avuto paura. Nella sala colloqui ci è arrivata sotto braccio a due agenti carcerari, non riusciva a camminare o a portare il bicchiere d'acqua alla bocca». Mentre lo racconta, il papà ha gli occhi lucidi. Ha solo la forza di biascicare «...sono stati i giorni più brutti della mia vita, i più duri». Scuote la testa e si copre il volto.

Solo dopo 106 giorni di carcere i periti del tribunale di Sorveglianza accertano l'incompatibilità con il regime carcerario e la scarcerano. La decisione coincide anche con una manifestazione del padre di Natascia: per la disperazione si incatena al tribunale chiedendo giustizia per la figlia. Tuttavia i giudici la condannano anche in Cassazione per stalking. «Natascia viene considerata una persona violenta, diventano irrilevanti del tutto o quasi effetti del medicinale sui suoi comportamenti. Ne esce fuori un'immagine che stride troppo con quella reale» dice l'avvocato difensore. Ma soprattutto i giudici sembrano ignorare il dolore, l'umiliazione e la frustrazione provati da una ragazza che lavora - apprezzata da tutti - come infermiera e d'estate si reca in Africa per aiutare i bambini del Kenya, che fa volontariato presso la Croce Rossa, che «non ha mai fatto mal a una mosca» come la descrive uno dei suoi amici più cari. «All'improvviso si vede dipinta dalla giustizia come una carnefice».

Natascia tuttavia crede nella giustizia, quella con la maiuscola: rifiuta ogni patteggiamento con l'ex fidanzato; ripete «che non deve patteggiare niente perché non ha fatto niente». La giustizia italiana ritiene che il farmaco abbia solo esasperato uno stato di depressione avanzato. E lei oggi, ancora in piedi - pur di avere un po' di giustizia dopo i tre gradi che l'hanno condannata - ha deciso di rivolgersi alla Corte suprema per i diritti dell'Uomo a Strasburgo. Nel frattempo ha in corso anche una maxi causa legale per risarcimento danni con la casa farmaceutica produttrice del farmaco «che mi ha tolto il sorriso per tutta la vita».

 

Antonio Crispino

5 luglio 2012 (modifica il 6 luglio 2012)

Tutti i segreti del ladro pentito. I consigli della polizia di stato

Il Mattino
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di Marco Piscitelli

NAPOLI - «Vi spiego come i ladri entrano nelle vostre abitazioni sfruttando i punti deboli delle case». A parlare è un ex ladro napoletano «senza volto» e pentito, che ha deciso di svelare i "trucchi" del mestiere in una intervista-video. Con un solo obiettivo: aiutare i cittadini a difendersi dai topi di appartamento.


Questa intervista ed altre tre compongono lo speciale "Casa-sicura" del Mattino.it: uno spazio interamente dedicato alla protezione delle nostre abitazioni, che mai come in questo «caldo» periodo dell'anno finiscono nel mirino dei ladri.
Attraverso i consigli del Commissario capo della Polizia di Stato, Gennaro Corrado, della Questura di Napoli (attentissima in questo periodo a contrastare il dilagante fenomeno), di un esperto di sistemi di antifurto elettronici, l'ingegnere Emilio Maltese, e di un esperto di sistemi di sicurezza meccanici, Francesco Cafasso, i lettori potranno conoscere i principali sistemi disponibili sul mercato per proteggersi dai raid dei topi di appartamento. Oltre alle regole da seguire - scrupolosamente - per evitare sgradite sorprese al rientro dalle vacanze.

CLICCA PER VEDERE UNA DELLE QUATTRO VIDEOINTERVISTE






Martedì 03 Luglio 2012 - 17:51    Ultimo aggiornamento: Venerdì 06 Luglio - 00:44

Niente stalking tra marito e moglie: "E' un reato più grave"

La Stampa

 

Il giudice di Novara ha rimandato gli atti al pm perché formuli una nuova accusa contro consorte e suocero accusati di perseguitare una donna che voleva separarsi

 

Per il giudice Angela Fasano non c'è stalking tra marito e moglie

 

MARCO BENVENUTI

 

Non è stalking come ipotizzato dalla Procura ma un reato più grave: i maltrattamenti in famiglia. Così la pensa il giudice di Novara Angela Fasano, che l'altra mattina, anziché emettere sentenza, ha rimandato al pm gli atti del processo nei confronti di Giacomo S., 28 anni, e suo padre Giuseppe, di 53, residenti a Novara, arrestati il 5 marzo dai carabinieri per stalking nei confronti dell’ex moglie del giovane.

Dopo aver ascoltato i testimoni della vicenda, e tenendo anche presente che la coppia non è ancora legalmente separata con sentenza di divorzio, il tribunale ha invitato gli inquirenti a svolgere altre indagini, per reati diversi da quelli contestati.
Del resto analoga conclusione aveva avuto il mese scorso il processo nei confronti del novarese R.T., disoccupato di 39 anni che nella primavera dello scorso anno aveva tempestato la moglie di messaggi, telefonate, arrivando addirittura a stendersi davanti alla sua auto, impedendole di uscire dal garage, pur di chiarire la loro situazione matrimoniale. Per il giudice, che ha rimandato tutto al pm, «non può esservi stalking tra coniugi non ancora separati». Altri fascicoli simili sono ancora pendenti in tribunale e potrebbero avere la stessa fine.

Ecco il tesoro di Caravaggio: 100 dipinti per 700 milioni trovati al Castello Sforzesco

di Libero Pennucci - 05 luglio 2012, 20:31

 

Gli studiosi Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli hanno recuperato centinaio di disegni e dipinti: "E' un'autentica rivoluzione". Le opere d'arte domani saranno pubblicate in due ebook

 

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Un "tesoro" del valore di 700 milioni di euro. Una scoperta che riscriverà l'intera biografia di Caravaggio. Un centinaio di disegni e alcuni dipinti che il pittore lombardo avrebbe realizzato da giovane, quando era a bottega dal pittore Simone Peterzano, sono stati rinvenuti a Milano nel Castello Sforzesco dagli storici dell’arte Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli.

A confermare l'autenticità delle tavole ci sarebbe anche un biglietto autografo del Caravaggio, già sottoposto a perizia calligrafica. Secondo gli studiosi, che per due anni hanno passato al setaccio Caravaggio (in provincia di Bergamo), le chiese milanesi e il Fondo Paterzano (che è nel Castello Sforzesco) questa scoperta "È un’autentica rivoluzione del sistema Merisi". I disegni di Michelangelo Merisi detto Caravaggio ridimensionerebbero l'alone romantico di un'artista, considerato fino a oggi, nel nome di genio e sregolatezza. Le bozze lascerebebro trasparire una notevole attenzione ai particolari e una visione aderente al lavoro di bottega. Caravaggio avrebbe costruito in modo meticoloso i personaggi, le teste di carattere, in disegni e fogli che poi avrebbe portato con sè a Roma. I cento capolavori ritrovati saranno pubblicati domani in due ebook.

Marmi neri e lapidi rotte: la tomba di Toscanini senza restauri da dieci anni

Il Giorno

 

Prima i profanatori a caccia di oro, poi le negligenze. La donazione del maestro impegna Casa Verdi a provvedere ai lavori

di Rossella Minotti

La tomba di Arturo Toscanini al Cimitero Monumentale di Milano (Newpress)

La tomba di Arturo Toscanini al Cimitero Monumentale di Milano (Newpress)

 

Milano, 6 luglio 2012

 

Sarebbe una storia di ordinaria incuria, se non fosse che protagonista è la famiglia di uno dei musicisti più famosi del mondo, il maestro Arturo Toscanini. La tomba del celebre direttore d’orchestra si trova al cimitero Monumentale. E dovrebbe essere uno dei luoghi più visitati. Peccato che l’ultimo intervento di restauro conservativo sia stato fatto dieci anni fa, e che oggi la tomba di famiglia versi in condizioni pessime.

Il problema è emerso in tutta la sua drammaticità perché dall’America sono arrivate le ceneri dell’ultimo dei Toscanini, Walfredo, unico nipote maschio dell’artista che emigrò negli States in forte opposizione col fascismo. Walfredo aveva espresso il desiderio di riposare nel bellissimo monumento funebre realizzato dallo scultore Leonardo Bistolfi. Ma la tomba è in condizioni pessime. Gli eredi che si sono occupati del trasferimento hanno chiesto alla Fondazione Casa Verdi, che per legato testamentario deve occuparsi della manutenzione della tomba, di farsi carico dei lavori. Ma da Casa Verdi hanno risposto che dei lavori sono già stati eseguiti dieci anni fa.

Peccato che oggi la tomba cada a pezzi. Fregi mancanti, marmi corrosi e orrendamente macchiati di nero. All’interno poi, dove dovrebbero entrare le ceneri di Walfredo Toscanini, c’è la devastazione. Anni fa ignoti profanarono, all’interno del monumento, la sepoltura di Wanda Toscanini perché si era diffusa la voce che l’ultima figlia di Arturo, moglie del leggendario pianista Vladimir “Volodia” Horowitz, si fosse fatta seppellire con dei favolosi gioielli. Fu spaccata la lapide, che non è mai stata rinnovata. E questo nonostante gli oltre cinque milioni di dollari che Wanda aveva donato alla Casa di Riposo per musicisti Verdi.

Storia toccante, questa della tomba di Toscanini. Fatta costruire dal maestro per il figlioletto Giorgio morto in tenerissima età oltreoceano per una difterite fulminante. Ed è proprio il busto di Giorgio, giù nella tomba, che oggi è rimasto senza volto. La famiglia Toscanini è il più grande benefattore di Casa Verdi sin dalla sua costruzione, e la Casa ha l’impegno di provvedere alla manutenzione, al decoro e al restauro della Tomba Toscanini.

Questa è solo l’ultima delle vicende che coinvolgono la Casa di riposo per musicisti voluta da Giuseppe Verdi. Dopo la scomparsa di documenti autografi di Verdi, su cui indagano i carabinieri, sono ancora in corso udienze presso il Tribunale di Milano per il rinvio a giudizio di Danila Ferretti, tuttora direttore-segretario generale e consigliere delegato di Casa Verdi. Continua inoltre l’esodo di giovani musicisti dall’istituzione che per volontà di Verdi e quindi per statuto dovrebbe offire ospitalità agli studenti meritevoli e bisognosi. Peccato che nonostante le generose donazioni di questi anni, oggi i prezzi delle camere date in affitto agli studenti siano lievitati del 35 per cento, raggiungendo il prezzo di mercato di 580 euro per una stanza singola e 430 per una doppia.

rossella.minotti@ilgiorno.net

Disegni scoperti allo Sforzesco, gli studiosi: "E' Caravaggio"

Il Giorno

 

Due studiosi annunciano l'eccezionale scoperta e portano a conferma dell'ipotesi anche un foglietto autografo. Boeri: "Prima le dovute verifiche"

 

Comparazione tra il viso di Cristo nella "Cena di Emmaus" di Caravaggio e uno studio attribuito al giovane Merisi (Ansa)

Comparazione tra il viso di Cristo nella "Cena di Emmaus" di Caravaggio e uno studio attribuito al giovane Merisi (Ansa)

 

Milano, 5 luglio 2012

 

Cento disegni potrebbero cambiare la storia della pittura moderna: si tratta di un fondo di disegni e alcuni dipinti che Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, avrebbe realizzato da giovane, quando era la bottega dal pittore Simone Peterzano. L'annuncio viene dato in esclusiva dall'agenzia Ansa. Le opere sono state rinvenute a Milano dagli storici dell'arte Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli e domani saranno pubblicate su due e-book.

''E' un'autentica rivoluzione del sistema Merisi'', sostengono gli studiosi, che per due anni hanno compiuto sopralluoghi a Caravaggio (Bergamo), nelle chiese milanesi e setacciato il Fondo Peterzano, custodito nel Castello Sforzesco e contenente 1.378 disegni del maestro e degli allievi che lavorarono con lui. Tra i reperti ci sarebbe anche un biglietto di proteste scritto di pugno dal giovane Caravaggio: sottoposto a perizia calligrafica in confronto con ricevute vergate dal pittore nel 1605-1606, risulterebbe autografo del Merisi.

Pur operando su materiale fotografico, scrive nell'e-book dedicato alla scoperta, Anna Grasso Rossetti, l'esperta che ha condotto la perizia, grafologa e consulente del tribunale di Brescia, ''sono riconoscibili elementi di eguaglianza, corrispondenza e analogia''. Una conclusione che porterebbe a optare per l'autografia, avvalorata anche dall'indagine sui tre scritti dell'analisi grafo-psicologica.

L'assessore alla Cultura del Comune di Milano Stefano Boeri ha commentato la notizia:"Saremmo davvero felici se l'annuncio risultasse fondato. Attiveremo senz'altro le verifiche necessarie, coinvolgendo un selezionato gruppo di specialisti. Nel frattempo invitiamo tutti a una grande cautela, come è giusto fare in questi casi".

Paola Ferrari vuol querelare Twitter: «Insulti maligni e gratuiti in quanto donna»

Corriere della sera

 

La giornalista Rai presa di mira durante Euro 2012: «Offendere nascondendosi è sbagliato, serve una regolamentazione»

 

Querelare Twitter per diffamazione. Non gli utenti di Twitter, o un utente specifico. Proprio la piattaforma: è quanto vuole fare la conduttrice Rai Paola Ferrari, reduce dalla conduzione di Stadio Europa durante il recente Euro 2012, per gli insulti ricevuti. La giornalista ritiene di aver ricevuto troppi epiteti anonimi e offensivi e pesanti allusioni fisiche a presunti rifacimenti estetici.

 

«TOLLERANZA E RISPETTO, NON MALIGNITÀ» - La conduttrice della «Domenica Sportiva» e volto di punta di RaiSport, raggiunta da corriere.it, spiega le ragioni della sua decisione: «Non mi sento una vip, ma una giornalista. Ho deciso di uscire allo scoperto su questo argomento per due motivi: uno, il fatto che nel terzo millenio, dove siamo entrati con tanta gioia e con i social network che hanno aperto una nuova frontiera, è importante sottolineare la tolleranza e il rispetto, perché questi sono i valori che dobbiamo portare avanti insieme alla globalizzazione». E quindi, non si tratta tanto di una demonizzazione di Twitter in quanto tale, ma di alcuni suoi cinguettanti cittadini: «Insultare nascondendosi è sbagliato - prosegue Ferrari - Sono state settimane di commenti maligni e cattivi sempre diretti alla figura della donna. E questo è il secondo motivo per cui ho deciso di affrontare questa situazione».

IL FEMMINISMO DI OGGI - A offendere Ferrari, prima e unica donna ad aver condotto la Domenica Sportiva, e anche 90° minuto, ma anche numerose trasmissioni dedicate a Coppe del Mondo e Campionati Europei, è stato, quindi, «l'insulto perpetrato sempre nei confronti della donna, sempre dal punto di vista fisico, perché una non risponde a certi canoni. Su questo io non abbasso la testa, trovo che non sia giusto». La sensazione, a raccogliere lo sfogo della giornalista, è di un ritorno alle battaglie di un tempo. «Io ho dedicato la mia vita ad affermare la mia professione in un mondo maschile, ho sempre lavorato per una donna emancipata e a testa alta nel mondo del giornalismo sportivo, e devo dire di esserci riuscita, perché dopo di me tante altre colleghe con tanto successo hanno ottenuto degli spazi che quando ho cominciato io anni fa ci potevamo sognare. Di conseguenza non accetto che le donne vengano criticate, dileggiate, prese in giro solo per il loro aspetto fisico. La donna deve essere libera di essere come vuole, questo è il femminismo di oggi».

VUOTO LEGISLATIVO E SOCIAL NETWORK - La querela a Twitter, quindi, sarebbe necessaria perché la piattaforma consente l'anonimato agli utenti - che pure sono regolarmente iscritti attraverso uno username, un nome univoco e irripetibile, e un indirizzo e-mail tracciabile: «La sto valutando per fare luce su un buco legislativo secondo me importante - spiega - Negli Stati Uniti si è aperto un interessante dibattito a proposito dell'equivalenza tra un tweet e una frase urlata dalla finestra. Se io grido dalla finestra insultando qualcuno, vengo giustamente denunciata. Allo stesso modo Twitter deve avere una regolamentazione. È giusto scendere in campo, prendere posizione e aprire una discussione. Parliamone in modo aperto, mettendoci la faccia».

 

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"#QUERELACONPAOLA? L'IRONIA VA BENISSIMO» - Twitter, stavolta inteso come collettivo degli utenti, ha prontamente reagito. Alcuni «cinguettii» criticano l'azione in sé («Se alla fermata del tram scrivo col pennarello frasi contro di te quereli l'Atm?», scrive un utente di Milano, e un altro aggiunge: «Le andrebbe spiegato che è come querelare il telefono, o internet, o i segnali di fumo»), altri rilanciano battute rincarando la dose sulla particolare luminosità degli studi in cui lavora la giornalista: «In tribunale sarà lei stessa a far luce sulla verità», «Pare che John Belushi in chiesa nei "Blues Brothers" non abbia visto la luce ma #PaolaFerrari alla prima comunione», «L'Enel querela Paola Ferrari» sono solo alcuni del tweet comparsi quasi immediatamente sulla piattaforma. In poco tempo il primo trending topic, l'argomento trascinante, della versione italiana di Twitter è diventato #QuerelaConPaola. Con altre battute nonsense di ogni genere, twittate e ritwittate dai singoli utenti. Riguardo a queste ultime frasi, Ferrari ride e commenta: «Se è ironia va benissimo, fa ridere e fa sorridere anche chi la riceve. L'ironia vera però la sanno fare in pochi».

 

Maria Strada
MeryStreet5 luglio 2012 | 18:30

RaiSport è antica e autodistruttiva

 

Gli inviati di RaiSport a Euro 2012 si sentono in un complotto ma questa tv di Stato è superata. TeleNorba farebbe meglio

Corriere della sera

 

Paola FerrariPaola Ferrari

 

L' Italia va avanti, ma RaiSport arretra, se possibile. Se questi Europei fossero stati assegnati a TeleNorba, anziché alla Rai, potremmo contare su un prodotto professionalmente più affidabile. Siamo nel 2012 e dobbiamo ancora sorbirci i predicozzi spocchiosi di Marco Mazzocchi o la conduzione di Paola Ferrari o gli interventi di Marino Bartoletti! Sono cose che fanno male, che, in un eccesso di fiducia, credevamo non vedere più con il governo Monti e dopo l'esperienza di Sudafrica 2010. Per un minimo di decenza, perché stiamo dando un'immagine di dilettanti allo sbaraglio.

 

Ecco i volti di Rai Sport Ecco i volti di Rai Sport Ecco i volti di Rai Sport Ecco i volti di Rai Sport Ecco i volti di Rai Sport Ecco i volti di Rai Sport

Ora non è il caso di infierire sui singoli; la questione semmai riguarda chi ha scelto Bacconi, Collovati, Dossena (mai sentite tante banalità sul calcio: «Questo è fallo», «Non dobbiamo buttare la palla», «Ogni tanto dobbiamo respirare», «Devono sterzare» e cosucce del genere), chi ha deciso di far convivere Andrea Fusco (un pezzo di legno) con Gene Gnocchi (ormai all'ultimo stadio della comicità); chi continua a invitare Ivan Zazzaroni e Marino Bartoletti. Il dg di Viale Mazzini, l'ineffabile signora Lorenza Lei, guarda la tv, ha idea di cosa va in onda? Il vero dramma di RaiSport è questo: da un lato ci sono tv (Sky e Mediaset Premium) che pensano che lo sport sia la carta vincente della loro offerta e fanno di tutto perché si raggiunga un livello qualitativo più che accettabile, dall'altro c'è una Rai ancorata ancora a schemi frusti e perdenti, secondo cui le direzioni si scelgono per appartenenza politica, gli ospiti per compiacere il governante di turno, i commentatori, mi auguro, per risparmiare. È il modello Rai che è superato, rendiamocene conto.

 

La cosa peggiore è che adesso è partita la lagna: gli inviati di RaiSport si sentono al centro di un complotto, pensano di essere attaccati dai giornali foraggiati dalla pubblicità di Sky, leggono in video piccoli editoriali pieni di risentimento.

Martiri della Noia, testimonial dell'Autodistruzione.

 

Aldo Grasso

20 giugno 2012 (modifica il 21 giugno 2012)

Bebe che corre sulle orme di Oscar. L’Europa a sostenerla

Corriere della sera

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di Claudio Arrigoni

 

E’ stato Oscar Pistorius un giorno a dirle: “Ma perché non ti metti a correre anche tu?”. E lei: “Ok, ma tu devi fare con me un assalto di scherma”. Detto e fatto. L’assalto di scherma dovrà aspettare, con Oscar che deve pensare a Olimpiade e Paralimpiade, ma Beatrice Vio, Bebe per tutti, senza braccia e gambe dopo una malattia a 11 anni, da quel giorno si è messa in testa che a Rio 2016, oltre alla scherma, vuole fare atletica. Correre. Con le protesi di Oscar. Nell’attesa sarà tedofora a Londra, su quelle lame strane, e cercherà di vedere e raccontare più gare possibili della Paralimpiade. A sostenerla, si è mosso anche il Parlamento Europeo: 113 deputati di tutti i 27 paesi membri si sono schierati con lei.

 

Bebe Tedofora (disegno di Bebe)

 

Chi avesse dei dubbi sulla partecipazione di Oscar Pistorius all’Olimpiade, pensi a quanto questo sia d’aiuto a milioni di persone che si adagiano sulla propria disabilità. Bebe ha la forza di Pistorius. Unita alla freschezza dei suoi 15 anni. Per lei Oscar è un modello: “Non si ferma mai. Fantastico sapere che correrà anche all’Olimpiade”. Ecco perché Bebe ha cominciato anche a correre. Qualche settimana fa le prime prove sulle protesi da corse, che abbiamo documentato su InVisibili. Pochi giorni fa le prime corse in pista, a Mogliano e Trieste, davanti a un grande dell’atletica paralimpica, Alessandro Kuris, tecnico della Nazionale. “A Rio 2016 voglio partecipare anche nella corsa, se potrò, e non solo nella scherma”. Intanto si allena per farlo quando dovrà portare la torcia quale rappresentante dei “Futuri paralimpici” del mondo prima della Cerimonia d’apertura della Paralimpiade. E si disegna così: sulle lame con la torcia in mano. Un fenomeno. Che a sua volta sa ispirare la vita. Come Oscar.

 

 

A maggio è stata a Bruxelles, al Parlamento europeo, invitata dal vicepresidente Roberta Angelilli a parlare di bambini e disabilità. Ha incontrato il Presidente Schulz, ha colpito quel mondo politico a volte asettico. Saputo che non aveva la possibilità di poter assistere alle gare di Londra 2012, dal massimo organo politico europeo è cominciato il sostegno a Bebe, partito proprio dalla Angelilli, che si è fatta carico della sua vicenda, e culminato con una lettera indirizzata al Presidente del Comitato Paralimpico Internazionale, sir Philip Craven, con la richiesta di accreditarla ai Giochi Paralimpici, rappresentando il mondo dei giovani che attraverso lo sport superano la disabilità e sanno ispirare gli altri, con le firme moltissimi deputati, fra i quali cinque vicepresidenti, undici presidenti di commissione e intergruppi, oltre al passato presidente, Jerzy Buzek. Una mobilitazione senza precedenti.

“Bebe è una ragazza meravigliosa con lo splendido dono di saper scaldare il cuore di chiunque ha la fortuna di incontrarla. E’ in grado di raccontare in modo semplice, ma efficace i valori profondi della vita e dello sport, quelli che incarnano lo spirito paralimpico. Esemplifica perfettamente i valori del coraggio e della determinazione, l’ispirazione che sa dare lo sport paralimpico e l’uguaglianza; la sua capacità di abbattere tutte le barriere è un esempio non solo per gli atleti paralimpici, ma per tutti noi e per tutti i bambini europei. Abbiamo potuto apprezzare queste qualità pienamente durante la sua visita al Parlamento europeo ed è per questo motivo che questo appello ha trovato un così ampio sostegno, con l’appoggio di 113 deputati del
Parlamento europeo appartenenti ai 27 Stati membri dell’Unione europea”, è scritto nella lettera firmata dalla vicepresidente Angelilli.

Oscar e Bebe, due amici e due storie che si intrecciano, in questa e state olimpica e paralimpica. Facile capire, ora ancora di più, quanto sia importante quella corsa di Oscar verso Londra prima e a Londra poi.

Del Piero pubblica il suo cartellino: "Ormai è solo mio"

La Stampa

 

Alessandro Del Piero svela sul suo sito il cartellino. «Oggi, 24 anni dopo- scrive su www.alessandrodelpiero.com- quel cartellino è tornato a casa, senza alcun "proprietario" a parte me. Ci resterà solo per qualche giorno». Ma non svela indizi sul suo futuro

 

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A Milano la Vespa in mostra

Corriere della sera

 

Da sabato 30 giugno a domenica 15 luglio, in occasione del 25° Raduno internazionale Registro storico della Vespa il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano allestirà una mostra dedicata all famoso scooter italiano. Tanti i pezzi forti come la Vespa a pedali o la «Siluro». Il clou è previsto il fine settimana del 7-8 luglio quando i vespisti del Registro provenienti da tutta Europa si ritroveranno al Museo. Nella foto, la Vespa 400, una delle creature di D'Ascanio, presente al raduno e all'esoposizione . (Media Piaggio)

 

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Per fare un chicco ci vuole una capsula

Corriere della sera

 

L’alluminio viene riciclato. I resti del caffè sono utilizzati come compost in una risaia pavese. È l'Ecolaboration di Nespresso

 

Quanto riso entra in una capsula di caffè di quelle che si usano per fare l'espresso a casa? Pochi chicchi. In compenso, però, possono uscirne almeno 36 quintali, ovvero circa 60mila porzioni che, attraverso il Banco Alimentare, arriveranno a strutture caritatevoli.

E questo è solo l'inizio, promette l'alchimista che s'è messo al lavoro su questa trasformazione, che nulla ha di magico, ma tanto di tecnologico. L'alchimista è Nespresso, uno dei protagonisti della rivoluzione che in pochi anni ha cambiato il rito del consumo del caffè in Italia. Con il suo programma di produzione sostenibile Ecolaboration, appena lanciato in Italia, si possono prolungare gli «effetti benefici» anche nel «dopo- tazzina». Basta poco: portare le capsule usate nelle boutique Nespresso, da dove cominceranno le loro seconde vite.

L'alluminio delle confezioni, riciclato, tornerà materia prima. I fondi, invece, seguiranno un destino che assomiglia tanto alla buona, vecchia abitudine casalinga di mescolarli alla terra dei vasi da fiori: diventeranno compost utilizzato in una risaia individuata insieme all'Unione agricoltori della provincia di Pavia. Il riso prodotto sarà riacquistato dall'azienda stessa e donato al Banco Alimentare (guarda il processo di riconversione).

«Ecolaboration è un programma internazionale, che parte dal lavoro fatto con i produttori del nostro caffè e con tutti i nostri processi produttivi, e arriva a coinvolgere i consumatori», spiega Martin Pereyra, market director di Nespresso Italiana. «Entro il 2013, otterremo l'80% del caffè da produttori certificati da Rainforest Alliance e abbatteremo del 20% le emissioni di CO2 «causate» da una tazzina di caffè, migliorando l'intero ciclo di produzione». In un secondo momento entrano in gioco i consumatori con il riciclo dell'alluminio (puntiamo al 75% a livello mondiale). «Del resto il futuro della sostenibilità si gioca proprio sull'intensificarsi delle relazioni fra produttori e consumatori», spiega il sociologo Francesco Morace, che con il suo Future Concept Lab ha realizzato per Nespresso la ricerca La metamorfosi della sostenibilità.

«Alle aziende non è più concesso bluffare, dare una pennellata di «verde» alla propria comunicazione: la possibilità di controllare e stroncare chi predica bene ma agisce male è sempre più alta, e fra una decina di anni un prodotto non sostenibile sarà inconcepibile. E non sarà solo la preoccupazione di pochi ecologisti intransigenti: sarà un elemento forte per la qualità della vita di tutti».

 

Enrico De Carlo

5 luglio 2012 | 13:32

Colpo al mito del regime: adesso nella rossa Cuba è scoppiato il colera

di Roberto Fabbri - 05 luglio 2012, 08:10

 

La propaganda nasconde una profonda miseria. Tre morti e oltre 50 contagiati per l’inquinamento di pozzi d’acqua. Tante bugie su un sistema sociale che si definisce "all’avanguardia"

 

Fidel, ormai in vista dell’ottantaseiesimo compleanno, è ormai il fantasma di se stesso; di comunismo si parla il meno possibile e per far sopravvivere il regime il suo successore, l’ottantaduenne fratello Raul, si affida a riforme semiliberiste che farebbero rivoltare Che Guevara nella tomba; di «fratellanza socialista» con Mosca e altri è rimasto solo il ricordo, avendo nel frattempo gli ex alleati archiviato la falce e il martello: ora ci si accontenta del chiassoso venezuelano Chavez e si simpatizza in chiave anti-Usa con raccomandabili tipetti come l’iraniano Ahmadinejad e il bielorusso Lukashenko.

 

Centro dell'Avana

 

A Cuba restava - oltre al precitato «Che», perito sul campo nel 1967 ma sempre vivo, almeno sulle magliette di tanti adolescenti occidentali, grazie alla sua avvenenza ribelle e forever young - un ultimo feticcio: la famosa sanità, il totem duro a morire e anche un bel po’ menzognero dello Stato socialista che cura todos compañeros senza badare a spese. Ma arriva una brutta sorpresa a incrinare anche l’estremo bastione della propaganda: a Cuba c’è il colera.

Il quotidiano comunista Granma riferisce della morte di tre persone (anziani tra i 66 e i 95 anni, «e con precedenti di malattie croniche») nella remota provincia di Granma (nella Cuba castrista questo nome, che è quello della nave che trasportò Fidel e altri 81 guerriglieri sulle spiagge dell’isola nel 1956, lanciando la revoluciòn, è una vera ossessione), a circa 800 chilometri dall’Avana. Altre 53 persone sono risultate positive al test per il colera, e la causa di questa preoccupante situazione sanitaria viene attribuita all’inquinamento di vari pozzi d’acqua. Nella regione - sempre secondo informazioni ufficiali riportate da Granma - «sono state prestate cure ad almeno un migliaio di pazienti». Questa, a giudicare da quell’«almeno», sembra essere una rivendicazione del regime della valida qualità della sua risposta all’emergenza. Ma, da un altro punto di vista, è anche l’ammissione dell’ampia diffusione dell’infezione gastrointestinale nella provincia orientale dell’isola.

Il giornale del partito (altri a Cuba non ce ne sono, e non perché manchi la voglia di pubblicarli: semplicemente è vietato) assicura che «la situazione è sotto controllo»: i pozzi infetti sono stati chiusi e si sta bonificando il sistema idrico. Granma ricorda anche che a Cuba «i casi di colera sono inusuali»: secondo le statistiche mediche, la malattia sarebbe stata sradicata fin dal lontanissimo 1882. Rimane il fatto che è tornata, e non è davvero un bel biglietto da visita, anche se nella regione c’è chi sta molto peggio: nella vicina Haiti, disastrata dal terremoto del gennaio 2010, le epidemie di colera - sembra portate da alcuni caschi blu dell’Onu - hanno ucciso oltre settemila persone.

Tornando alla sanità pubblica, fiore all’occhiello molto propagandato del regime cubano, è il caso di fornire qualche utile consiglio. Nonostante l’insistenza sulla pretesa alta qualità del sistema, cui ancora di recente hanno irresponsabilmente contribuito cineasti della sinistra chic americana come Michael Moore, è sufficiente guardare qualche video girato clandestinamente disponibile su internet per rendersi conto dello stato reale degli ospedali cubani, dove la buona volontà di tanti medici deve scontrarsi con la nera miseria figlia del «socialismo» e con la colpevole tolleranza per la ciabattoneria di quanti in quegli ospedali dovrebbero assicurare decoro e pulizia.

Basta guardare per rendersi conto con sgomento di come l’igiene, la cura e il rispetto del paziente siano un’ipotesi: c’è di tutto, dagli impianti elettrici improponibili alle mosche nelle corsie, e non c’è nulla, dai farmaci agli adeguati strumenti di lavoro. Per non dire del livello agghiacciante della chirurgia, dalle sale operatorie ai risultati sulla carne viva dei pazienti. Le immagini cantano una triste canzone. Altra cosa sono i dati ufficiali.

Per chi vuole crederci: a Cuba l’esercizio della libera critica è un reato.