lunedì 9 luglio 2012

La storia di Blessed, clandestina prodigio promossa con tutti dieci

Il Mattino

di Francesco G. Esposito

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CASERTA - Dieci materie da studiare e un solo voto possibile: dieci. Lei si chiama Blessed, ha sei anni e ha iniziato nel migliore dei modi possibile la sua vita scolastica. In qualunque famiglia sarebbe «benedetta» quella pagella, proprio come la traduzione italiana del suo nome. E ancor di più nella sua perché lei, nata in Italia da genitori nigeriani clandestini, è già la più brava della classe in un territorio di frontiera, quello di Castel Volturno, dove la lotta per la sopravvivenza e la costante pressione della criminalità rappresentano la vera costante del vissuto quotidiano.

Quello in cui, paradossalmente, la mamma e il papà non sanno ancora dell’exploit della piccola Blessed, che parla inglese in casa e un italiano perfetto in classe. La sua pagella è l’unica rimasta a scuola, affissa in bacheca ma non ancora ritirata dai genitori, che la maestra sta provando a contattare da giorni. Se è vero che la legge italiana garantisce il diritto-dovere dei figli di immigrati di essere iscritti alla scuola dell’obbligo, indipendentemente dalla regolarità della propria posizione e da quella dei genitori (articolo 45 del DPR n. 394/1999), non c’è norma che tenga di fronte al terrore dei genitori di essere espulsi.

«La bambina è un riferimento per gli altri, la mamma l’accompagna e la viene sempre a prendere, è certamente lei - racconta la maestra Teresa Patararo - a seguire Blessed nel percorso scolastico iniziato nella prima D della scuola Giuseppe Garibaldi».
A Pinetamare, frazione di Castel Volturno, l’area del litorale domizio con la più alta concentrazione di immigrati della provincia di Caserta. Basti pensare che nella terra di nessuno dove è sempre più labile il confine tra Stato e antistato, ai 24mila abitanti si aggiungono almeno diecimila stranieri irregolari, fantasmi che lavorano spesso nei campi di pomodori per una ventina di euro al giorno e che la notte si eclissano stipati tra la pineta e i ruderi di quella che una trentina di anni fa ambiva a diventare zona turistica, nella speranza di non essere rimpatriati ma soltanto di svegliarsi il giorno dopo e trovare un lavoro vero, per emergere dall’abisso e diventare cittadini veri.

Timida e introversa nella vita di tutti i giorni, la piccola Blessed si trasforma quando si tratta di studiare: gli occhi profondi le brillano velati a stento dalle treccine e viene fuori la «secchiona» che ha sempre i quaderni in ordine, perfetta nei compiti e impeccabile nelle risposte alla maestra Teresa. Il miglior spot possibile per la convivenza multiculturale in una terra di frontiera dove l’integrazione è molto più avanti delle stesse norme che la dovrebbero regolamentare.

Se deve fare una cosa, Blessed la fa sempre al massimo. Così le hanno insegnato mamma e papà. Gli stessi che, poi, alla fine dell’anno, non si sono presentati neppure per raccogliere i frutti (quelli scolastici).
Intanto Blessed, precisa e ordinata fin da piccola, alla prima occasione, ha già saputo ripagarli con una speranza. Lì, tra i banchi, dove la testardaggine di una maestra di provincia - un po’ docente, un po’ mamma - l’ha presa per mano con l’obiettivo di fornirle i primi strumenti di quel riscatto che può partire dalla cultura.

Blessed, quel primo passo sulla strada della conoscenza, lo ha fatto con tutte le sue forze, ripagando speranze e aprendo la strada all’integrazione vera. Ha solo sei anni ma è già un punto di riferimento per la sua classe, quella prima elementare dove ci sono cinque stranieri su 18 alunni, dove l’integrazione si fa con i fatti più che con le leggi. In quella terra di frontiera dove, su seicento alunni, un centinaio sono stranieri e dove Blessed può rappresentare la chiave per aprire la porta multicolore di una nuova casa, sicuramente migliore. «Deve restare con noi, è un modello», ripete la maestra.

 

 

Portare i bambini tra i banchi è già una vittoria

Il Mattino

di Vincenzo Ammaliato

CASERTA - «Non ero informata della pagella della piccola Blessed, semplicemente perché ricevere il massimo dei voti per i bambini che frequentano le nostre prime non rappresenta un’eccezione, neanche per i figli degli immigrati, che per noi sono identici sotto tutti i punti di vista agli altri studenti; insomma, non importa da dove provengano i loro genitori».
Nasconde a fatica la soddisfazione per quella pagella, che sembra un piccolo miracolo domiziano, la preside della scuola di Pinetamare dove ha frequentato la prima elementare la piccola Blessed. Lei è Nicoletta Fabozzi, giovane e dinamica dirigente di un istituto scolastico di frontiera, dove già arrivare a fine anno con plessi scolastici fatiscenti e risorse al lumicino appare come un traguardo epico.

Ma il risultato scolastico di Blessed è sicuramente un motivo di vanto per tutto il corpo docente e i dirigenti dell’istituto.
«È certamente un vanto, ma non perché la bambina sia figlia di stranieri. È sempre una gran soddisfazione quando qualsiasi nostro studenti raggiunge un buon profitto, a prescindere dal colore della pelle».
La pagella di Blassed può diventare una speranza per un territorio bistrattato come questo del litorale domizio, continuamente alle prese con problemi d’integrazione fra immigrati e indigeni?
«Questo è fuori dubbio. Ma la semplice frequentazione scolastica dei bambini figli di genitori stranieri, a prescindere dai voti eccellenti come quelli ottenuti da Blessed, già di per sé rappresenta un lavoro sociale di grossa portata per il territorio».
In che senso, mi può spiegare meglio?

«I cosiddetti immigrati di seconda generazione, come i nostri studenti figli di stranieri, ma nati o cresciuti in Italia, si sentono italiani a tutti gli effetti; a differenza di gran parte dei loro genitori, che continuano a parlare la lingua d’origine e a conservare molte delle loro abitudini. Eppure, durante i cinque anni di scuola, gli insegnanti notano un certo cambiamento nell’approccio dei genitori. In pratica, la serenità con cui i loro frequentano le elementari, li porta a credere nel nostro sistema e si adeguano pian piano a determinati cambiamenti anche culturali».

Quindi figli di genitori italiani e di immigrati alla scuola di Pinetamare partono tutti dallo stesso livello?
«Questo, purtroppo, non è vero in assoluto. Soprattutto se i bambini hanno genitori irregolari. In questo caso i piccoli studenti devono confrontarsi continuamente con ristrettezze legislative, che ostacolano la stessa formazione scolastica. I bambini accusano inevitabilmente la differenza con i loro amici di scuola, ma gli insegnanti cercano di fare di tutto per lenire i disagi. E anche per questo motivo che molto spesso le nostre maestre e i maestri sono visti dai bambini come dei secondi genitori. E il forte vincolo resta anche quando completano i cinque anni di studi».

 

Lunedì 09 Luglio 2012 - 14:12

La violenza che colpisce le donne ricade quasi sempre sui bambini

La Stampa

 

I risultati dell'indagine nazionale del Telefono Rosa: l'87% delle donne che hanno chiesto aiuto  hanno subito violenza in famiglia. Nel 75% dei casi i figli vedono tutto. La percentuale raggiunge il 78% tra le donne straniere

 

 

laura preite

 

La violenza che le donne subiscono in famiglia si ripercuote direttamente sui figli. E' la valutazione del rapporto annuale del Telefono Rosa, “Le voci segrete della violenza” dedicato ai bambini che assistono alla violenza dei padri sulle madri. Nell' 87 per cento dei casi le donne maltrattate dal proprio partner sono sposate o conviventi, e nell'81 per cento della totalità ci sono figli che assistono ai soprusi. Il Telefono Rosa, associazione che da trent'anni si occupa di assistere le donne maltrattate ha otto sedi in Italia e per questa ricerca ha raccolto i dati raccolti dalle chiamate di auto arrivate al numero dell'associazione, il 06 37518282. Nel 2011 sono state 1189 le assistite, di cui 978 italiane e 211 straniere.

«Appare chiaro come la violenza cui assistono i minori sia una forma di violenza perpetrata ai loro danni e, senza un intervento finalizzato alla protezione fisica e psicologica ed alla cura degli effetti post-traumatici, i bambini e le bambine possano avviarsi alla vita adulta con un bagaglio di problematiche comportamentali e psicologiche cronicizzate” si legge nel rapporto che mette in luce anche un'altra preoccupante relazione. Nel 30% dei casi, la presenza dei figli, invece di fornire alla donna il movente per allontanarsi dal compagno violento, la fa restare in famiglia, anzi diventa, “il motivo principale per subire ancora e ancora».

La presidente del Telefono Rosa Maria Gabrielli Carnieri Moscatelli accenna ad alcune ragioni di questa reticenza:  « la questione economica, non voler togliere un padre ai propri figli, ammettere che si è sbagliato nella scelta del compagno. Per uscire dalla violenza ci deve essere qualcosa che scatta nella donna, la decisione parte da lei » . Nemmeno la minaccia di morte, può indurre ad allontanarsi dal compagno violento anche perché «sono bassissime le percentuali di coloro che si sentono dire 'io t'ammazzo'» continua Moscatelli. Anche se poi succede, e spesso, come confermano i dati raccolti in modo ufficioso (perché mancano stime ufficiali) dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna: più di 70 ammazzate dai propri compagni o mariti o ex dall'inizio dell'anno.

I bambini che assistono alla violenza sono per la maggior parte minori, hanno tra gli 0 e 8 anni (in 404 casi), dai 9 ai 17 anni (356) e sono maggiorenni (428). Le ripercussioni della violenza a cui i bambini assistono si ripercuote nei comportamenti da adulti, come mostra uno spot lanciato dal Telefono Rosa (www.youtube.com/watch ). «L'educazione affettiva di questi minori è impregnata di stereotipi di genere – continua il rapporto - connotati da svalutazione della figura materna, disprezzo verso le donne e le persone percepite come più deboli, e anche verso quegli uomini che sembrano non adeguarsi a tali stereotipi». Mentre per le bambine l'effetto è l'identificazione «con un modello femminile di vittima: da adulte sviluppano atteggiamenti di sottomissione e di disistima di sé». Accettano di essere maltrattate dal partner, spiega il rapporto, pur di essere in qualche modo considerate e quindi coronare il loro bisogno di amore a qualunque prezzo. Un ciclo di sopraffazione che riparte.

Svolta nell'equitazione: sì ai cavalli clonati

Corriere della sera

 

Potranno concorrere alle competizioni sportive internazionali

 

MILANO - Svolta storica nel mondo dell'equitazione. La Fei (Federazione Equestre Internazionale) ha stabilito che i cavalli clonati e i loro figli potranno concorrere alle competizioni sportive internazionali. La decisione, arrivata dopo l'ultimo meeting tenuto dall'associazione a Losanna, cambia radicalmente la posizione della Fei che nel 2007 aveva deciso di escludere gli animali clonati dalle gare internazionali per «garantire ai concorrenti che le competizioni si svolgessero in modo equo». Adesso invece la Federazione equestre, dopo che l'ultima ricerca in merito è stata presentata e dibattuta al Fei Sports Forum, ha decretato che dal mese di luglio anche i cavalli clonati saranno ammessi nelle più importanti rassegne equestri.

MONITORAGGIO - La Fei ha anche annunciato che continuerà a monitorare le ricerche sulla clonazione in modo da garantire sempre e comunque il benessere dei cavalli. Il cambiamento di rotta è arrivato anche perché sono sempre più numerosi nel mondo i cavalli clonati. Tra i più famosi il clone di ET, campione che vinse nel 1997 a Goteborg la finale della FEI World Cup Indoor guidato dal mitico austriaco Hugo Simon, uno dei più popolari cavalieri del circuito internazionale a partire dagli anni Settanta, i due cloni del purosangue americano Gem Twist, indimenticabile saltatore alle Olimpiadi di Seul e il clone di Chellano Z. Nessuno tra questi ha già partecipato a competizioni, ma è certo che i loro allevatori saranno felici della decisione presa dalla Fei

COMMENTI - L'allevatrice Mary Chapot che possiede Gemini, uno dei due cloni del purosangue americano Gem Twist, è davvero contenta che la sua progenie possa partecipare a eventi sportivi: "Ci sono molte similitudine tra il mio cavallo e Gem Twist – racconta l'allevatrice a Horse & Hound, la più antica rivista di equitazione britannica - Tuttavia essendo Gemini uno stallone (Gem Twist a suo tempo era stato castrato), sicuramente le loro performance saranno diverse. Non riavremo mai un nuovo Gem Twist, ma almeno abbiamo conservato i suoi geni". Naturalmente i dirigenti delle due principali aziende che lavorano nel campo della clonazione, la Via Tech del Texas e la Cryozootech di Sonchamp, Francia, hanno accolto la notizia della partecipazione dei cloni alle gare internazionali con grande entusiasmo. Tuttavia ammettono che il compito della clonazione non è quello di riprodurre le copie dei più celebri cavalli della storia, ma di permettere ai geni dei cavalli migliori che sono morti o sono stati castrati di essere disponibili ancora una volta: «Ci siamo concentrati nel trasformarli in stalloni - rileva Eric Palmer di Cryozootech - Il nostro obiettivo è il patrimonio genetico».

 

Francesco Tortora

9 luglio 2012 | 13:51

Sigarette all'arsenico: così i clan avvelenano i mercati meridionali

Corriere del Mezzogiorno

 

È allarme per le sigarette contraffatte. Chi se ne accende una fuma pesticidi, piombo, peli di topo, insetti, cerotti: è la ricerca dei tecnici della British American Tobacco

 

NAPOLI - Le sigarette fanno male (parola di fumatore, ahimé), e l'abbiamo capito. Quelle di contrabbando fanno peggio, e abbiamo capito anche questo, per via delle modalità di stoccaggio e di trasporto che ne alterano la composizione. Quel che a dispetto di allarmi e denunce non tutti sembrano aver capito, invece, è che le sigarette di contrabbando posso essere anche false. Già, proprio così. Pezzotte. Contraffatte come un paio di occhiali Prada o una borsa Louis Vuitton. Chi se ne accende una (di sigaretta, non di borsa), sappia dunque che può star fumando in ordine sparso questa roba: peli di topo, uova di insetti, zanzare, filamenti di metallo, pesticidi, veleni per topi, arsenico, segatura, coleotteri, escrementi, plastica, capelli e piombo. Tutti residui trovati dai tecnici della British American Tobacco (multinazionale del settore), che hanno analizzato le sigarette nei laboratori di Southampton della Anti illicit trade intelligence unit e hanno messo su un dossier da brividi.

IL FUMO FA BENE, MA SOLO AI CLAN - Un rapporto che illustra i nuovi traffici, traccia le rotte, disegna le alleanze del crimine internazionale con i boss di casa nostra. E chiarisce due punti. Primo: i clan sono gli unici a cui il fumo fa bene (alle casse). Secondo: sbaglia di grosso chi pensa che il contrabbando sia un fenomeno debellato e destinato a consegnarci solo immagini «folcloristiche» da ripescare in qualche archivio fotografico. Certo, oggi non si vedono più le bancarelle ad ogni incrocio, ma i dati rivelano una preoccupante ripresa dell'attività illegale. L'anno scorso sono state 278 le tonnellate di sigarette sequestrate in Italia. E il trend è in crescita costante: nei primi tre mesi del 2012 sono state individuate 78 tonnellate di bionde fuorilegge, cifra che alla fine dell'anno — secondo le stime — dovrebbe toccare quota 312. Accanto al «classico» contrabbando, però, questa volta ci troviamo di fronte (anche) a un mercato parallelo e decisamente più inquietante. Le sigarette acquistate illegalmente, infatti, sempre più spesso non sono semplicemente trafugate, ma contraffatte. False. E velenose da morire.

IL BUSINESS - I boss che governano gli affari sono esponenti di quella criminalità organizzata «transnazionale» sulla quale da tempo s'è concentrata l'attenzione della Procura nazionale antimafia di Pietro Grasso. Accade così che, ai tempi della globalizzazione, non sia più il singolo clan a decidere porti, rotte e mercati (come accadeva ad esempio quando la camorra stoccava le sue sigarette di contrabbando nel porto di Bar, in Montenegro), ma una cupola «mondiale» che con la criminalità organizzata locale dei singoli Paesi si interfaccia solo quando si tratta di assicurare la logistica dello smistamento e garantire dunque un ritorno economico alla cosca. Contatti tra 'ndrangheta, sacra corona unita, camorra e mafia si registrano in particolare con le organizzazioni cinesi.

Proprio la Cina, infatti, è il principale paese d'origine dei prodotti contraffatti: carichi stoccati poi a Dubai, e alla fine smistati (oltre che a Genova) nei porti di Gioia Tauro (dove alla logistica provvedono le 'ndrine) e Brindisi (grazie all'appoggio dei clan della Scu). Un business — che tiene dentro anche le organizzazioni di Ucraina, Russia e Polonia, altri «esportatori» di prodotti falsi — cui non poteva restare estranea la camorra. E così il 9 giugno di un anno fa, durante un blitz della Finanza con 29 arresti, furono sequestrate sigarette contraffatte (Classic, Marlboro e Chesterfield) destinate al mercato dell'area orientale di Napoli controllato dal clan Sarno, con cui sarebbe stato in contatto — per interposta persona — anche un imprenditore proprietario di un ristorante di lusso a Shangai. Un altro carico di sigarette, questa volta non contraffatte ma di contrabbando, era destinato invece alle zone di piazza Mercato, piazza Mancini, Lavinaio e Forcella, dove esponenti dei clan Licciardi e Mazzarella si occupavano della vendita al dettaglio.

LE ROTTE - Proprio quell'inchiesta — coordinata dal pm della Procura antimafia di Napoli Cesare Sirignano e alla quale fu assegnato il nome in codice Katana — può aiutare a comprendere le rotte dei traffici illeciti. Che sono paralleli e spesso coincidenti. Le sigarette contraffatte inviate dalla Cina arrivano, dopo passaggi intermedi a Dubai e in Spagna o in Grecia, ai porti meridionali del Tirreno (Napoli, Salerno e Gioia Tauro) e a quelli dell'Adriatico e dello Ionio (Bari, Brindisi e Taranto). Questi ultimi sono anche la destinazione delle sigarette di contrabbando (vere, in questo caso) in partenza dall'Europa dell'Est, casse che dopo un viaggio interno vengono caricate sulle navi. Percorso più lungo per le false bionde prodotte nell'enclave russa di Kaliningrad, tra Polonia e Lituania, uno dei principali porti del Mar Baltico.

La rotta via mare non è però l'unica seguita dai trafficanti. Viaggiano via terra, ad esempio, le sigarette di contrabbando inviate dalla Polonia. Una delle sette inchieste aperte dal pm Sirignano, in particolare, rivela che a gestire il traffico siano dei contrabbandieri napoletani che si sono trasferiti definitivamente a Varsavia. E che, a differenza del passato, non sono l'espressione di un clan specifico, ma trattano direttamente con i singoli soggetti interessati all'acquisto. Via terra viaggiano anche i carichi che partono da Ucraina, Moldavia e Bielorussia: alcuni attraversano il confine tra Slovenia e Italia direttamente a bordo dei camion, altri puntano verso Grecia e Cipro, e da qui — via mare — arrivano nei porti di Bari, Brindisi e Taranto.

LE REGOLE DELLA SPEDIZIONE- Ogni spedizione, chiunque sia a gestirla, è soggetta a una regola ben precisa: non si sbarcano (e non si vendono) sigarette senza l'assenso della criminalità organizzata locale. Così, se a Napoli ci sono i Sarno e i Mazzarella, i tre container sequestrati a Gioia Tauro con un carico di 156.600 stecche di marca Manchester (valgono 6 milioni di euro) erano sotto il controllo delle 'ndrine di quella Piana diventata tristemente nota per essere il «feudo» dei clan Piromalli e Molè. E alle «regole di mercato» della mafia si sono dovuti attenere anche i trafficanti che — in appena sei mesi — hanno portato in Sicilia ben venti milioni di sigarette cinesi.

La destinazione finale di questi carichi è un mercato enorme, composto dagli Stati in cui i livelli di prezzo e di tassazione sono fra i più elevati: Regno Unito, Francia, Olanda, Germania e Belgio. C'è anche l'Italia. Che — rivelano un dossier dell'Europol (l'agenzia anticrimine dell'Ue) e l'audizione dei vertici della British American Tobacco davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla contraffazione — dopo essere stata fondamentalmente un «paese di transito» dal 2000 al 2008, oggi continua a mantenere un «ruolo strategico», ma «registra un incremento dei traffici dei prodotti contraffatti destinati al mercato interno». Ed ecco allora che il pm antimafia Cesare Sirignano avverte: «Vale la pena investire in queste indagini perché negli ultimi tempi è stata accertata una ripresa consistente del fenomeno del contrabbando, con modalità diverse e meno visibili rispetto al passato, ma decisamente più redditizie».

I RIFLESSI ECONOMICI - Due miliardi e ottocentomila sigarette di contrabbando. E cinquecentoventi milioni di bionde contraffatte. È il mercato illegale fotografato in un rapporto Nomisma del 2010. E, tanto per capire quanto sia esteso il fenomeno, basta andarsi a leggere le pagine del sito della Philip Morris International: «Circa l'80% delle sigarette di contrabbando con marchi di Philip Morris International sequestrate dalle autorità è contraffatto». È in questo modo che i clan — spiega l'Uk Border Agency — «finanziano operazioni criminali di portata maggiore, come il traffico di droga». Ma ai ricavi delle organizzazioni criminali corrispondono ovviamente pesanti ricadute economiche per il settore del tabacco. Il solo danno erariale determinato dal contrabbando nel 2010 è stato pari a circa 485 milioni di euro. E, nel primo trimestre di quest'ann0, hanno perso tutti: lo Stato (397 milioni), l'industria (73.4 milioni) e il commercio (52.5 milioni). Il calo delle vendite attraverso i canali ufficiali è stimato al 32%, ma contrabbando e contraffazione provocano un danno ingente anche a tutta la filiera del tabacco, che fa registrare mancate entrate per 165 milioni di euro.

E se il mercato illegale mette in crisi l'intero Paese (l'Italia è il primo produttore europeo di tabacco in foglia), lo scotto maggiore lo paga il Mezzogiorno. Campania e Puglia infatti hanno sempre interessato circa l'80% della forza lavoro assorbita dal settore. Nel 2000 proprio in Campania la coltivazione del tabacco occupava 78.000 lavoratori, di cui il 45.9% stagionali. Subito dietro, la Puglia, con quasi 21.000 occupati, di cui il 50% stagionali. E ancora: in Campania le aziende del settore erano 17.688 (con 178.127 addetti totali), mentre in Puglia 5.335 (20.813 addetti), oltre alle 10 della Basilicata (48 addetti). Dodici anni dopo, quelle cifre si sono ridotte all'osso, come spiega un rapporto di The European House-Ambrosetti: «Si è registrata, tra il 2000 e il 2011, la cessazione dell'attività per oltre 24.200 produttori (-81.8%) e una perdita di circa 10.816 ettari di superficie agricola coltivata in Campania, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto».

LA DIRETTIVA UE - Se l'illegalità produce danni enormi, a peggiorare le cose — in particolar modo per la Campania — potrebbe essere anche il giro di vite legale che passa per la modifica della «Direttiva prodotti tabacco» del 2001. La Commissione Europea sta lavorando a una revisione, all'interno della quale potrebbe trovar spazio il divieto di utilizzare alcuni ingredienti nella lavorazione del tabacco, circostanza che — sempre secondo lo studio di Ambrosetti — «genererebbe un effetto di spiazzamento di produzione e commercializzazione della varietà di tabacco Burley, con potenziali riflessi negativi su una base occupazionale di circa 40.000 addetti alla coltivazione e prima trasformazione». Perché ci interessa da vicino? Perché «il 93% della produzione di tabacco Burley è concentrata in Campania». E a far discutere è anche un'altra modifica alla direttiva, quella che prevede l'introduzione di «un confezionamento generico senza loghi né marchi». Insomma, un pacchetto di sigarette tutto bianco o (ipotesi più attendibile) con immagini choc sulla confezione per avvertire dei rischi. Gianfranco Polillo, sottosegretario all'Economia nel governo dei tecnici guidato da Mario Monti, prova ad avvertire: «Attenti, la confezione generica potrebbe portare ad un effetto amplificatore per il fenomeno del commercio illegale ed in particolare della contraffazione». La riproduzione di un pacchetto bianco o di una fotografia, per la mafia delle sigarette false, sarebbe davvero un gioco da ragazzi. E manderebbe in fumo tutti i controlli.

 

Gianluca Abate

09 luglio 2012

Cinque milioni di chilometri con la stessa auto

Corriere della sera

 

Un ex insegnante americano con la sua Volvo del 1966 racconta la passione estrema per i viaggi in macchina

 

MILANO- Al volante della sua vecchia Volvo ha percorso l'equivalente di 1176 giri della Terra. Ovvero 4 milioni e 743 mila chilometri. E con la stessa automobile. Un record quello di Irvin Gordon, insegnante in pensione, che posa davanti al suo «goiellino», una Volvo P1800S coupé del 1966 capace di resistere così a lungo. E il bello è che sembra uscita da un concorso di vetture d'epoca per com'è tirata a lucido.

La Volvo con 5 milioni di chilometri La Volvo con 5 milioni di chilometri La Volvo con 5 milioni di chilometri La Volvo con 5 milioni di chilometri La Volvo con 5 milioni di chilometri

OBIETTIVO 3 MILIONI DI MIGLIA -Gordon, già entrato nel Guiness dei primati, ora punta a quota 3 milioni di miglia entro l'anno prossimo, in fondo gliene mancano «soltanto» 34 mila. «E' solo una macchina e mi diverto a guidarla» racconta all'Ap, «L'ho comprata a 25 anni, all'epoca costava 4.150 dollari, lo stipendio di un anno: volevo anche l'aria condizionata ma era troppo cara, così mi sono accontentato di metterci solo l'autoradio». Se doveste incontrarlo in America è impossibile non riconoscerlo: la targa della sua Volvo porta la scritta «Milnmiler» e il bagagliaio trabocca di pezzi di ricambio: « Mi porto dietro qualsiasi cosa possa servirmi». Un escamotage necessario per affrontare i lunghi viaggi in America, una passione che lo ha portato a una vita estrema «on the road». Nell'ultimo mese è stato in Canada a Montreal, poi in Texas e in Michigan, ma per raggiungere il primo milione di miglia ha impiegato 21 anni. Da allora non si è più fermato. E la sua Volvo nemmeno, anche se il motore è stato rifatto due volte.

Redazione Motori
corriere_motori9 luglio 2012 | 11:22

Ciclismo, Pozzato escluso dalle Olimpiadi ma resta il mistero sulle sue responsabilità

Corriere della sera

 

È stato deferito per via del suo preparatore Ferrari: era inibito ma non è detto che lui lo sapesse

 

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È un giallo di cui si conosce già la pagina più dolorosa, quella che impedisce a Pippo Pozzato di disputare l’Olimpiade di Londra da capitano della nazionale di ciclismo. Ma è pur sempre un giallo intricato e ancora lontano dalla soluzione. Pozzato soffre i giornalisti peggio degli avversari e parla solo con chi vuole lui. Ma almeno parla. Per il web lo ha fatto fa in esclusiva col sito specializzato cyclingpro.it.

VENDETTA - Il corridore vicentino, deferito in tempo record dalla Procura antidoping dopo l’intercettazione pubblicata da “Repubblica” in cui ammette di avvalersi del dottor Michele Ferrari come preparatore, racconta del suo rapporto con il medico ferrarese, attualmente indagato negli Usa nell’ambito dell’inchiesta su Armstrong. E fa capire che quell’intercettazione non è presente in nessuna inchiesta di nessuna procura italiana. Ma è frutto di un’iniziativa personale del suo ex gregario ed ex amico Guido Trenti, ex compagno anche del campione belga Tom Boonen. «Gli ho prestato dei soldi che non ho più rivisto. Anche l’anno scorso è venuto a casa a piangere, chiedendomi dei soldi. Poi è successa questa cosa» spiega Pozzato, vincitore della Milano-Sanremo nel 2006. Come minimo, si tratta di una vendetta.

IL PIU’ BRAVO - Il capitano azzurro al Mondiale 2010 conferma che quando vinse la Classicissima lavorava già con Ferrari. La Procura antidoping ha chiesto un anno di squalifica per Pozzato perché ha frequentato un medico inibito. Ma questa inibizione (senza indicazioni di tempo) fu pubblicata nel 2002 nel giornalino organo ufficiale della Federazione. Oggi non c’è traccia nel casellario federale, per cui un tesserato che consulta la lista dei medici e dei preparatori inibiti non trova il nome di Ferrari. In base a questo cavillo, comunque non trascurabile, Pozzato punta all’assoluzione anche se andrà a giudizio (al Tna) solo l’11 settembre. Quindi addio Olimpiade. «Ma essere seguiti da Ferrari ne valeva la pena – rilancia Pippo – ci andavo solo per test e tabelle di allenamento. Ma lui è il più bravo. E lo sanno tutti. Non credo di essere l’obbiettivo del Coni: il loro obbiettivo è Ferrari. Ma in mezzo sono rimasto incastrato io».

TOTEM E TABU’ - Del resto anche per Armstrong Michele Ferrari era “Il Mito”. Ora nell’inchiesta americana dell’Usada (l’agenzia antidoping), il medico è uno degli indagati per il sistema doping assieme a Lance e al suo storico direttore sportivo Johann Bruyneel. Pozzato non ha alcun dubbio e alcun imbarazzo a riconoscere la bravura di Ferrari. Probabilmente perché ha la coscienza pulita. Il problema però è un altro: ci sono venti-trenta corridori italiani e altrettanti stranieri che si sono serviti o si servono dei servizi di Ferrari. Il giallo di Pozzato quindi è una polpetta avvelenata. Per tutto il ciclismo. Anche per l’antidoping. Che sull’inibizione “invisibile” del medico più discusso dello sport mondiale gioca una partita importante e rischiosa.

 

Paolo Tomaselli

9 luglio 2012 | 8:26

Ho passato la serata al pronto soccorso, all’hospice non l’hanno preso perché la neurologa non l’ha definito terminale, posso chiamarti stasera?

Corriere della sera

di Maria Silvia Sacchi

 

Sms: “Come va?”

Sms di risposta: “Si è strappato di nuovo il catetere, ho passato la serata al pronto soccorso, all’hospice non l’hanno preso perché la neurologa non l’ha definito terminale, posso chiamarti stasera?”

Non ne farò il nome. Perché tanto è un pacco. Non un uomo. Non più, un uomo.

Un pacco che passa da un ospedale all’altro, tre mesi se va bene, e poi, siccome non è ”ancora” morto, si cambia.

La ricerca spasmodica di un posto, di un letto, accanto al quale mettere qualcuno che se ne occupi perché altrimenti succede, come è successo, che caschi, si rompa il femore e per una giornata interna nessuno se ne accorga.

Il dover spiegare da capo - a ogni cambio di ospedale, casa di cura, casa di riposo, qualunque cosa si sia riusciti a reperire anche se inadatta ma almeno è un “tetto” perché a casa anche se trasformata in ospedale ormai non ci può stare più - tutta “la vicenda”, quale diagnosi, quali medici, quali farmaci.

Una litania di ”per piacere, per piacere, per piacere” perché non sai dove andare, perché nessuno ti risponde, perché se lo dimettono così cosa faccio? perché al pronto soccorso manca il tritura medicine, manca l’acqua gelificata per somministrarle, hai paura che passi l’ora della terapia e la sofferenza aumenti, “per piacere”… “E’ una supplica continua… Sono così stanca…”

E, intanto, la rincorsa con l’Inps, il documento al quale manca sempre qualcosa, che uno si domanda una cosa: ma come fanno a truffare i finti ciechi, i finti sordi, i finti tutto? Voglio imparare!

E’ un pacco di 50 anni, ha una moglie, tre bambini e una gravissima forma di Parkinson.

Magari se gli mettiamo un codice a barre da qualche parte andrà.

 

Seno rifatto: eccessi da star

Corriere della sera

 

Svuotato, esagerato, con protesi asimmetriche: non tutte le celeb che si rivolgono al chirurgo plastico sono soddisfatte del risultato. Lo sanno bene Ivanka, Victoria e tutte le celeb che ora devono fare i conti con un dècolletè mostruoso

 

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Dalla "Google Graveyard" alla "Microsoft Morgue": storia di uno scherzo riuscito male

La Stampa

 

Il capo delle Pr Microsoft crea una pagina su Pinterest per ironizzare sulle chiusure di servizi da parte di Google. Ma avrebbe fatto meglio a guardare prima in casa propria...

FEDERICO GUERRINI

 

Google annuncia la chiusura di vari servizi, Microsoft ci ironizza su, ma non ha fatto bene i suoi conti, e lo scherzo le rimbalza addosso. Se non parlassimo di due colossi dell'informatica, la situazione ricorderebbe un po' una gag di Totò e Peppino; un piccolo incidente, ma rivelatorio del clima di accesa rivalità che esiste fra le due società.

Tutto inizia pochi giorni fa: con un post sul blog ufficiale il manager di Google Matt Eichner dà il via a una nuova puntata delle “pulizie di primavera” iniziate lo scorso anno da Mountain View. A farne le spese questa volta sono prodotti come Google Video, iGoogle, Google Talk Chatback (un widget per chattare con GTalk anche dal proprio sito), Google Mini, pensato per la ricerca su intranet aziendali, e l'applicazione per la ricerca su telefonini equipaggiati con il sistema operativo Symbian di Nokia.

Alcuni di questi servizi sono ormai obsoleti, altri, come Google Video, verranno incorporati in YouTube di cui rappresentavano un inutile doppione; altri ancora continueranno ad esistere in altre forme. Tutti verranno sospesi in modo graduale, per iGoogle uno dei più apprezzati, adoperato da molti utenti per creare una pagina personalizzata da cui iniziare l'esplorazione del Web, l'interregno sarà addirittura di 16 mesi. Nessun dramma, una normale politica di aggiornamento della propria offerta da parte della Grande G, e tutto finirebbe in gloria, se non fosse che il capo delle pubbliche relazioni di Microsoft, Frank Shaw, decide di stuzzicare la concorrenza.

“Come fare a tenere traccia di tutti i prodotti Google che non esistono più? - twitta in risposta al celebre blogger Michael Arrington che lamentava la scomparsa di iGoogle – Mi è venuta un'idea”. Ed ecco nascere su Pinterest la Google Graveyard il cimitero dove commemorare tutti i prodotti, da Desktop a Health, a Buzz ad altri meno famosi, prima lanciati e poi ritirati dal colosso californiano.
Un simpatico sfottò, senonché, forse a Microsoft forse avrebbero fatto meglio a guardare in casa loro, prima di criticare. Come ha fatto al loro posto il giornalista di Time Harry McCracken che, in quattro e quattr'otto, ha creato, sempre su Pinterest, la Microsoft Morgue, l'obitorio dei prodotti di Redmond.

Da Encarta, l'enciclopedia, a Zune, da Money a QnA, il servizio di domande e risposte “ucciso” da Yahoo Answers, a Microsoft Reader, il lettore di libri su Pc lanciato quando i tempi non erano ancora maturi. McCracken non ha agito spinto da chissà quale avversione verso l'azienda fondata da Bill Gates: la sua è stata semplicemente una reazione a una mail delle pubbliche relazioni Microsoft che lo invitava a dare un'occhiata alla Google Graveyard suggerendo, oltretutto, che Google avesse annunciato le nuove chiusure a ridosso della festività del 4 di luglio per minimizzare l'impatto mediatico dei propri “fallimenti”. In realtà, né in un caso né nell'altro, secondo l'opinione, condivisibile, di McCracken si può parlare davvero di fiaschi: sono proprio errori di percorso come questi che hanno permesso, una volta corretto il tiro, a multinazionali come Google e Microsoft di restare sulla cresta dell'onda per tutti questi anni. E i disagi per gli utenti, rimasti orfani di alcuni prodotti, sono stati finora tutto sommato abbastanza contenuti.

Dama, un italiano sfida il campione

La Stampa

 

Il foggiano Sergio Scarpetta contenderà il titolo a Ronald King delle Barbados, in carica da oltre 20 anni

 

Tutto pronto per la finale del campionato del mondo di Dama: il foggiano Sergio Scarpetta contenderà il titolo contro Ronald King delle Barbados, campione in carica da oltre 20 anni. La sfida si disputerà tra pochi giorni, dal 15 al 20 luglio a San Giovanni Rotondo.
Scarpetta, laureato in ingegneria, docente, ha 39 anni ed è nato a Cerignola (Foggia). E' giunto alla finale per il titolo vincendo a sorpresa il torneo internazionale di qualificazione disputato l’autunno scorso a San Remo, torneo al quale hanno partecipato una ventina di giocatori campioni delle singole nazioni. Scarpetta ha capovolto il pronostico della vigilia, che non lo vedeva tra i favoriti, superando dopo un duro torneo in particolare i campioni del Turkmenistan, delle Barbados e dell’Inghilterra.

Il Campionato del Mondo si gioca nella specialità più diffusa, nota come "Dama Inglese", che differisce dal gioco italiano per alcune regole, la più sostanziale delle quali è che nel gioco all’inglese la pedina può catturare il damone, cosa che nella variante italiana non è invece possibile. Ron King è naturalmente ancora una volta il grande favorito, ma l’azzurro si è ben preparato e spera dopo quattro lustri di interrompere la supremazia del campione delle Barbados. Il gioco della Dama è oggi considerato a tutti gli effetti sport e la Federdama dipende direttamente dal Coni, rispettandone tutte le regole. Per questo, per esempio, nei principali tornei c’è anche il controllo antidoping.

Samantha, la «vedova nera» a capo di una cellula di Al Qaeda di sole donne

Corriere della sera

 

Secondo il Telegraph preparebbe un gruppo di guerrigliere per compiere attentati in Kenya

 

Samantha LewthwaiteSamantha Lewthwaite

 

WASHINGTON – Per la polizia britannica è la “vedova nera”. Per i militanti somali è la “sorella bianca”. Nomi di battaglia diversi che non cambiano la sua missione: organizzare attacchi terroristici, preferibilmente in Kenya. La “sorella bianca” è Samantha Lewthwaite. Cittadina inglese, 28 anni, era la moglie di uno dei kamikaze del 7 luglio 2005 a Londra.

SPOSTATA IN AFRICA - Un passato “forte” che ha segnato per sempre il suo futuro. La ragazza, infatti, è entrata anche lei a far parte di un nucleo qaedista e da alcuni mesi si è spostata in Africa. Prima in Kenia, dove è sospettata di aver collaborato con una cellula eversiva, e poi forse in Somalia. Samantha – secondo fonti citate dal “Telegraph” – è in contatto con il movimento degli Shebab. «Per cinque volte la sorella bianca ha sconfitto gli infedeli in Kenia e Tanzania. Lei ha offerto la vita ad Allah – hanno scritto su un forum islamista – E oggi comanda un’unità composta da sole donne». La polizia è al lavoro per verificare queste affermazioni ma non esclude che Samantha stia seguendo la preparazione di gruppo femminile di guerrigliere. Donne alla quali affidare azioni da compiere in Kenya. Da settimane, il governo di Nairobi è in allerta proprio per il timore di attentati organizzati dagli Shebab e da formazioni minori che si muovo nell’alveo qaedista. Gli islamisti si considerano il Kenya un nemico per molte ragioni: è intervenuto militarmente in Somalia, è un alleato dell’Occidente ed ha rapporti con Israele.

IL SUO DIARIO - Quanto a Samantha non ci sono dubbi sulla sua determinazione. In suo presunto diario ha scritto di aver intrapreso un cammino di Jihad insieme ai suoi tre figli malgrado sia ancora dei bambini. Lei dice di essersi convinta di questa scelta dopo aver assistito al dialogo tra i piccoli e il suo nuovo marito, Habib Ghani, personaggio ricercato dalla polizia. Quando l’uomo ha chiesto ai bimbi cosa volessero “fare da grandi” loro hanno replicato: “Il mujahed”. Non ci sono conferme di questa ricostruzione e gli investigatori non le danno troppo peso. Ci sono elementi concreti - a loro giudizio - che sottolinea la scelta di lotta estrema. Un complice, arrestato in Kenya, l’ha indicata come finanziatrice e militante a tempo pieno. Un altra indizio è poi emerso dall’ultima segnalazione sulla ragazza. Un testimone l’avrebbe riconosciuta, il 24 giugno, nei pressi del “Jericho Beer Garden”, un locale di Mombasa dove è stata lanciata una granata che ha provocato un morto e 25 feriti.

 

Guido Olimpio
@guidoolimpio9 luglio 2012 | 9:54

Illy: "Vince chi sa diversificare Dopo caffè e cioccolato, il vino"

La Stampa

 

Il patron del gruppo del caffè: il successo è saper diversificare. L'Italia prenda esempio

 

Riccardo Illy, 57 anni, sposato, una figlia, nipote del fondatore Francesco (origini ungheresi) e figlio di Ernesto, è oggi presidente di un gruppo che oltre alla storica azienda di caffè comprende Domori (cioccolato), Dammann Frères ( tè), Mastrojanni (vino) e Agrimontana (trasformazione della frutta)

 

Michele Brambilla

inviato a trieste

 

Entri alla Illy e in quella che chiamano «la galleria» - uno spazio per l’ospitalità - ti imbatti subito in «Illetta», la progenitrice delle moderne macchine per l’espresso da bar. La progettò nel 1935 Francesco Illy, il fondatore. Illetta sembra un’opera d’arte futurista. A pochi metri di distanza è esposto il primo barattolo pressurizzato per il caffè, anche quello opera dell’ingegno di Francesco Illy. Sono lì, Illetta e il barattolo, quasi a ricordare che una delle parole d’ordine, qui dentro, è sempre stata, fin dagli inizi, innovazione. E un’altra è sempre stata qualità.

Con internazionalizzazione e diversificazione, oggi quelle due parole d’ordine sono il mantra anti-crisi di Riccardo Illy, il presidente del gruppo. «Noi italiani avremmo di tutto - ci spiega - per uscire dal tunnel. Dobbiamo renderci conto delle nostre potenzialità». Ci spiegherà poi quali sono, e perché la politica potrebbe fare molto. Lui di politica ne sa qualcosa, visto che è stato sindaco di Trieste dal 1993 al 2001, poi deputato, quindi presidente - dal 2003 al 2008 - della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia.

Cinquantasette anni, sposato, una figlia, nipote del fondatore Francesco (origini ungheresi) e figlio di Ernesto, Riccardo Illy è oggi presidente di un gruppo che oltre alla storica azienda di caffè comprende Domori (cioccolato, sede a None, alle porte di Torino), Dammann Frères (la più antica azienda francese di tè, nata nel 1692), Mastrojanni (azienda vitivinicola di Montalcino) e Agrimontana (trasformazione della frutta, con sede a Borgo San Dalmazzo, nel Cuneese). Dall’anno scorso Illy ha anche una quota del 5 per cento nelle gelaterie Grom. «Io la chiamo holding del gusto - dice - «come vede, abbiamo diversificato e puntato sul top della qualità».


La diversificazione è una strada obbligata per uscire dalla crisi?
«Guardi, diversificazione, qualità e internazionalizzazione erano già nel dna dell’azienda. Mio nonno oltre al caffè aveva cominciato con il cioccolato e con le confetture di frutta. Ma il cioccolato dovette interromperlo all’inizio della guerra, e le confetture alla fine perché le sue piantagioni di frutta erano in Istria e la Jugoslavia le aveva nazionalizzate. Nel 1965 mio padre Ernesto lanciò il tè Illy, che durò fino al 1985».

Poi, per vent’anni, Illy è stata solo caffè. Che cosa vi ha spinti a diversificare?
«Nel 2004 ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: prima o poi le vendite del caffè raggiungeranno il plafond. Non vedevamo più margini di crescita. Avevamo due possibilità: o restare solo nel caffè scendendo di qualità e di prezzo per acquisire nuovi consumatori, oppure moltiplicare la scelta di qualità con altri prodotti».

E avete scelto la seconda via.
«Ripartendo da due prodotti che avevamo perso: il cioccolato e il tè. Domori e Dammann sono state le prime acquisizioni. Poi Agrimontana. Erano il top per la qualità, il rispetto dell’ambiente e la sostenibilità».

Che cosa vuol dire sostenibilità?
«Vuol dire che un’attività deve poter essere economicamente sostenibile nel tempo. Lei avrà visto, in galleria, le immagini delle tappe della nostra storia: uno dei punti fermi è quello di pagare il giusto prezzo ai coltivatori. Noi copriamo i costi e poi aggiungiamo un premio per la qualità. Da tempo abbiamo avviato, in Brasile, un “trofeo” ogni anno centinaia di produttori portano un campione. Noi prendiamo solo i migliori. È la nostra filosofia generale. Il caffè Illy è fatto solo con l’arabica, il cioccolato Domori solo con il cacao criollo, che è lo 0,1 per cento del cacao».

Torniamo alla diversificazione. Quando avete deciso le acquisizioni, la crisi non c’era.
«Il 2004 era un buon momento. Però gli investimenti li abbiamo fatti negli anni della crisi. Nel 2008 i segnali della recessione erano già evidentissimi, e noi prendemmo Mastrojanni. Firmammo il contratto proprio nei giorni in cui falliva Lehman Brothers».

Che cosa le avrebbe detto suo nonno?
«Mio nonno fondò la Illy nel 1933, in un’epoca ancora pesantemente segnata dalla crisi del ‘29. Diceva: chi riesce a partire bene quando le vacche sono magre, andrà di corsa quando arriveranno quelle grasse».

Faccia un esempio concreto che testimonia la sua fiducia nel futuro.
«Con Mastrojanni abbiamo appena preso quattro nuovi ettari a Montalcino. Se tutto va bene, superate le barriere burocratiche che sono tante, cominceremo a piantare nel 2013. Il che vuol dire che il Brunello lì prodotto lo venderemo nel 2023. È un investimento per i miei nipoti».

Che cosa le fa pensare che sia un buon investimento?
«A livello mondiale, il settore vitivinicolo ha un fatturato superiore a quello di caffè, tè e cioccolato messi insieme. Soprattutto il vino di qualità è in forte crescita. La Cina fino a qualche anno fa non comprava una bottiglia, oggi è il primo mercato per il vino francese».

Il vino è un investimento impegnativo?
«Moltissimo. Pensi che un'azienda alimentare oggi la si compra al valore del suo fatturato annuo; un'azienda vitinicola a 15-20 volte tanto. Ma bisogna crederci».

Che cosa dice ai pessimisti?
«Beh, intanto che hanno molte ragioni. Il disastro obiettivamente c’è, e la colpa principale è di ordine politico. Il Paese è governato da troppo tempo in modo mediocre. Ma dico anche che l’Italia ha tanti pregi. Noi abbiamo una propensione unica al mondo per la qualità e per l’ingegno. Nessun popolo ha entrambe le cose. Noi per esempio produciamo bellissimi tessuti e bellissimi vestiti; i francesi solo bellissimi vestiti, gli inglesi solo bellissimi tessuti. E così nella meccanica, nel design, nel mobile, nelle automobili, nell’agroalimentare. Ma sembra che non siamo consapevoli di queste nostre virtù».

Le trascuriamo?
«Le disconosciamo. L’Italia ha nel mondo un'immagine straordinaria. All’estero, i più bei ristoranti sono italiani. Troviamo piatti italiani perfino in Francia. Se vai in Cina, ti accorgi che per loro il mito è avere una Ferrari, o un abito di Armani, di Versace, di Ferragamo, o un vino italiano... Ma qui da noi non c’è la percezione di questa nostra eccellenza. Noi italiani pensiamo che in tutto il mondo il cibo, o il caffè, o i mobili o i vestiti siano come in Italia. Solo quando andiamo all'estero ci rendiamo conto che non è così».

Dobbiamo investire di più su questa nostra qualità, quindi?
«Sì. Nonostante la crisi, il mondo continua a crescere. Cina, India, Corea e Brasile forniscono sempre più consumatori interessati ai nostri beni. Il momento attuale ci offre un’occasione straordinaria».

Come mai molte nostre aziende chiudono?
«Non sfruttano questi nostri due vantaggi competitivi: la qualità e l’ingegno. E poi c’è un problema di ordine culturale. L’imprenditore italiano ha un livello da terza media. Quando la competizione si fa globale, bisogna crescere, innovare, internazionalizzare. E senza una cultura adeguata non puoi farlo. Resiste troppo, da noi, il vecchio modello "impresa povera, famiglia ricca».

Cioè?
«La famiglia investiva i guadagni in titoli di Stato, quindi esentasse. L’impresa pagava interessi alti e presentava bilanci ridicoli per non pagare le tasse. Ma così non si cresce. Il tutto aggravato dai vincoli dello Statuto dei lavoratori».

Vincoli che restano anche dopo la riforma del lavoro?
«Le rispondo con una domanda: la riforma ha superato lo scoglio dei 15 dipendenti? No, non l’ha superato. Molti imprenditori non vogliono crescere perché hanno paura di avere più di 15 dipendenti. Era un tappo da togliere, non è stato tolto. Così, molte aziende non fanno il salto di qualità. E rischiano di chiudere».

Torniamo alle responsabilità della politica.
«Credo che la colpa principale sia della legge elettorale. Il maggioritario a turno secco ha reso i governi ostaggi delle ali estreme. Prodi è stato messo in difficoltà da Rifondazione comunista, Berlusconi dalla Lega. L’unica soluzione sarebbe il maggioritario a doppio turno alla francese, che garantisce maggioranze non solo ampie, ma anche coese».

Lei vuol mettere fuori gioco le minoranze?
«No. Le minoranze devono essere rappresentate ma non devono essere messe in condizione di bloccare il Paese. Oggi ci bloccano. Non solo in Parlamento: non possiamo far i treni veloci perché abbiamo i No Tav, unici ambientalisti al mondo a non volere la ferrovia; non possiamo fare gli inceneritori perché c'è sempre qualche comitato del “no”; non possiamo fare la riforma del lavoro perché la Cgil non vuole».

Anche la Cgil è una minoranza?
«Certo. La maggioranza dei lavoratori è composta da precari, e la Cgil non si occupa di loro. Si cura solo dei già garantiti».

Lei ha la tentazione di tornare in politica?
«Considero chiusa quell’esperienza. Ma ho imparato che non bisogna mai dire mai. Non faccio nulla per tornare in politica, ma sono anche sufficientemente responsabile per capire la delicatezza del momento, e farei fatica a dire di no se qualcuno mi chiedesse di dare un contributo».

Fidel rimbecillito, lo dice Twitter: scrive solo di compagni morti

Libero

 

A Cuba sospettano che l'ex lider maximo soffra di Alzheimer. La prova? I suoi interventi sono solo sui comunisti del passato Honecker e Deng...

 

Il paladino dei rivoluzionari rossi sembra sempre più lontano dal presente. La malattia lo avrebbe piegato

 

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Anche per i mostri sacri della sinistra radicale latino-americana, sia politica e che intellettuale, arriva il tempo in cui l’età dà al cervello. Jaime Garcia Marquez, il fratello di Gabriel, ha infine confermato quel che ormai si mormorava da tempo: il Nobel per la Letteratura non ci sta più con la testa, e per questo ha interrotto la sua autobiografia. Ma «conserva il buon umore» e comunque la demenza senile «è un problema di famiglia». Ma a questo punto il tam tam investe Fidel Castro, il vecchio amico di Gabo. Che invece continua a scrivere: ma proprio quel che sta scrivendo sta gettando i cubanologi nella perplessità più totale. Da sempre lettore insaziabile e oratore logorroico, da quando la malattia lo aveva obbligato a abbandonare comizi e politica attiva, Fidel aveva iniziato a sfogarsi in lunghi saggi tuttologici. Ma esattamente dal 10 giugno i lunghi saggi sono stati sostituiti da brevi scritti di non altre 65 parole l’uno, da molti paragonati agli haiku della poesia giapponese.

Social network - Jaime Suchlicki, direttore dell’Istituto di Studi Cubani e Cubano Americani dell’Università di Miami, ha ipotizzato che forse l’anziano leader non si sente più in grado di scrivere saggi lunghi, e cerca così di far parlare ancora di sé con messaggi che costringono gli esegeti a scervellarcisi sopra. Emilio Ichikawa, un blogger di Miami nato a Cuba, ritiene piuttosto che si tratti di un’evoluzione logica: in effetti, fa notare, gli ultimi saggi di Fidel non erano che uno o due paragrafi di riflessioni originali, conditi di interminabili citazioni. Phil Peters, cubanologo dell’Istituto Lexington di Washington, pensa che si sia «allenando per Twitter». Ma a molti il dubbio di un’arteriosclerosi galoppante lo fanno venire i soggetti trattati. Ecco ad esempio una di queste riflessioni, che come le altre è stata pubblicata dai siti governativi. «Rispetto tutte le religioni anche se non le condivido. Gli esseri umani cercano una spiegazione alla loro esistenza, dai più ignoranti ai più sapienti.

La scienza cerca costantemente spiegazioni delle leggi che reggono l’universo. In questo istante lo vedo nel momento dell’espansione, iniziato circa 13.700 milioni di anni fa». Ed eccone un altro: «gli yoga (sic: al plurale…) fanno cose con il corpo umano che scappano alla nostra immaginazione. Stanno lì, davanti ai nostri occhi, attraverso immagini che arrivano istantaneamente da enormi distanze, attraverso il Passaggio allo Sconosciuto». Un altro “haiku” è consistito in un elogio alla moringa, pianta commestibile originaria dell’India: «fonti inesauribili di carne, uovo e latte, fibre di Seta che sono capaci di somministrare lavoro all’ombra e ben remunerato, con indipendenza dall’età e dal sesso».

Chi è l’ubriacone? - Poi c’è stato questo attacco: «Deng Xiaoping sembrava un uomo saggio e senza dubbio lo era. Ma commise un piccolo errore. “Bisogna castigare Cuba”, disse un giorno. Il nostro Paese non pronunciò mai il suo nome. Fu un’offesa assolutamente gratuita». Da ricordare che non solo il capitalismo comunista di Deng Xiaoping è ormai il modello delle riforme di Raul Castro: lo stesso Raul ha appena compiuto in Cina la sua prima visita all’Estero da quando è capo dello Stato, dal momento che la Cina è il secondo socio commerciale di Cuba e i cinesi stanno investendo a Cuba in modo massiccio. Un altro haiku è stato un elogio all’ex-leader tedesco orientale Eric Honecker, contrapposto a un personaggio non identificato che «ha venduto la sua anima al diavolo per poche gocce di vodka». Eltsin, Gorbaciov, o magari proprio il fratello, che è notoriamente a sua volta un noto estimatore del liquore tipico russo?

 

di Maurizio Stefanini

Stipendi online dei politici: Bersani e Casini ci sono Berlusconi e Alfano no

Quotidiano.net

 

Manca all'appello anche Bossi. Presenti Di Pietro, Maroni e Fini

 

L'idea di mettere online gli stipendi dei politici era nata dopo il pressing dei radicali. Ma non tutti hanno aderito. Ecco la lista di chi c'è e chi no

Roma, 8 lugglio 2012

Bersani e Casini ci sono, Berlusconi e Alfano no. Non tutti i leader di partito hanno dato l’assenso per pubblicare sui siti di Camera e Senato la dichiarazione dei redditi. E proprio il ‘Paperone’ dei parlamentari, da sempre, cioè il Cavaliere, con un reddito di 48 milioni di euro, non figura nell’elenco degli onorevoli che hanno messo ‘in chiaro’ la propria situazione patrimoniale. Va ricordato che le dichiarazioni (su supporto cartaceo) sono comunque consultabili dai cittadini presso il Servizio delle prerogative, delle immunità parlamentari e del contenzioso, a Palazzo della Sapienza, in Corso Rinascimento a Roma. Ma in nome di una maggior trasparenza, dopo il pressing dei deputati radicali eletti nel Pd, Camera e Senato avevano aperto la porta della rete alle dichiarazioni dei redditi dei parlamentari. Un’iniziativa, naturalmente, su base volontaria, alla quale non tutti hanno aderito.

Nella lista di quanti hanno detto di sì ci sono il presidente dell’Assemblea di Montecitorio e leader di Fli Gianfranco Fini, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini e quello dell’Idv Antonio Di Pietro, oltre al neo segretario leghista Roberto Maroni. Mancano all’appello, invece, l’ex leader del Carroccio Umberto Bossi, il segretario del Pdl Angelino Alfano e, appunto, l’ex premier e leader del Pdl Silvio Berlusconi. I sei deputati radicali del Pd, che avevano condotto la battaglia parlamentare perché i redditi dei parlamentari fossero consultabili in rete, Rita Bernardini, Marco Beltrandi, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti, ci sono tutti nella lista degli onorevoli che hanno acconsentito a rendere pubblici i propri redditi.

ALLA CAMERA - A Montecitorio, tra i presidenti dei gruppi ci sono più si’ che no: online, infatti, sono i redditi di Benedetto Della Vedova (Fli), di Massimo Donadi (Idv), di Dario Franceschini (Pd), di Silvano Moffa (Popolo e territorio), di Gian Luca Galletti (Udc). Non hanno dato l’assenso, almeno per ora, il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, il presidente dei deputati della Lega Gianpaolo Dozzo e il presidente del gruppo Misto Siegfried Brugger, della Svp.

AL SENATO - Tra i big, hanno detto di sì alla pubblicazione in rete dei redditi anche Massimo D’Alema e la vice presidente della Camera Rosy Bindi. Stesso risultato anche al Senato, dove i ‘trasparenti’ vincono per 5 a 3, anche se la composizione della squadra che ha scelto di pubblicare online i redditi non è la stessa della Camera. Hanno detto di si’, infatti, il capogruppo di Coesione nazionale Pasquale Viespoli, il presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro, quello dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, il presidente dei senatori dipietristi Felice Belisario, il capogruppo Udc Gianpiero D’Alia. Non sono disponibili in rete sul sito di Palazzo Madama, invece, i redditi del capogruppo del Carroccio Federico Bricolo, quelli di Giovanni Pistorio, presidente del gruppo Misto di palazzo Madama, e quelli del presidente dei senatori del Terzo Polo e leader di Alleanza per l’Italia Francesco Rutelli, che però ogni tre mesi pubblica la propria situazione patrimoniale e il saldo dell’estratto conto sul suo profilo facebook.

EX MINISTRI - Fra quanti, alla Camera, hanno dato l’ok per la pubblicazione in rete dei redditi anche alcuni ex ministri del governo Berlusconi, come Franco Frattini e Renato Brunetta, mentre, almeno per ora, non compare la dichiarazione dei redditi dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti e dell’ex titolare della Difesa Ignazio La Russa. Il numero dei deputati che ha dato il via libera alla pubblicazione dei dati patrimoniali on line è comunque in aumento, dai 205 di febbraio, infatti, gli ‘onorevoli redditi’ in rete sono passati ai 253 di giugno. Quanto al governo, Monti ha imposto per tutti, se stesso compreso, la pubblicazione on line dei redditi. E cosi’ e’ stato.

Navigli, il primato per la conca più antica a Morimondo

Il Giorno

 

Si è sempre pensato che la più antica fosse quella di Viarenna lungo la Darsena nel capoluogo ma l’anno prima venne costruita quella «dell’Abbazia»

di Michele Azzimonti

Darsena Navigli a Milano

Darsena Navigli a Milano

 

di Michele Azzimonti

 

Abbiategrasso, 9 luglio 2012 — Era uno dei miti indiscussi della tecnologia made in Milano, già a partire dal Settecento. Ma oggi il capoluogo deve rassegnarsi a perdere un altro primato, questa volta a favore di un piccolo Comune dell’hinterland: la prima conca installata nei Navigli lombardi, cioè il meccanismo idraulico che ha consentito tra l’altro la realizzazione del canale di Panama, non è quella di Viarenna lungo la Darsena milanese, che risale al 1439. La primogenitura passa a Morimondo, paesino di 1.200 abitanti e custode di una splendida abbazia cistercense. L’autore della scoperta è uno storico di Abbiategrasso, Mario Comincini, già noto per avere rinvenuto inediti documenti d’archivio su Caravaggio e Brueghel.

«Mi spiace per Milano — allarga le braccia Comincini — ma le carte d’archivio parlano chiaro. La prima conca, questa specie di «ascensore d’acqua» che ha consentito di creare il sistema dei Navigli e che poi si è diffusa in tutto il mondo, è stata costruita nel 1438 sul Naviglio di Bereguardo vicino a Morimondo. È la conca detta dell’Abbazia. Ho scovato i relativi capitoli di spesa in un registro visconteo custodito alla Biblioteca Ambrosiana. La conca di Viarenna scivola al quinto posto: prima sono state realizzate le conche sul Naviglio di Bereguardo, poi su quello di Cusago, su quello tra Bereguardo e Pavia e sul Naviglio ducale a Milano, che congiungeva il Castello Sforzesco a Porta Ticinese».

Uno scherzo del destino che cade nel bel mezzo di Expo 2015, che punta anche sulle vie d’acqua. E Milano sta progettando di ristrutturare la conca di Viarenna, intesa come simbolo della tecnologia idraulica milanese. Un progetto reclamato dagli stessi milanesi, che lo scorso anno avevano risposto positivamente a un referendum dedicato al recupero dei Navigli a cominciare dalla conca. Cosa farà ora Milano dopo la perdita del primato? Per Comincini la questione è secondaria: «Il mio compito è stato ricostruire l’esatta cronologia di costruzione dei Navigli. Ci sono riuscito, anche se ha significato rimettere in discussione alcune acquisizioni vecchie di secoli, come il primato della conca di Viarenna o i progetti sui Navigli attribuiti a Leonardo da Vinci».

I documenti ducali hanno permesso di fare luce anche su un rebus storico. «Si sapeva — spiega Comincini — che le conche dei Navigli erano state costruite decenni prima di Leonardo. Rimaneva aperta la questione delle migliorie tecniche, come le porte a due ante e gli uscioli che governavano il flusso d’acqua, attribuite a Leonardo in quanto rappresentate nel Codice Atlantico. Ma in base ai documenti erano già presenti alcuni decenni prima che Leonardo arrivasse a Milano».

Occhi così non si scordano E dopo dieci anni riconosce il vero rapinatore da una foto

Il Giorno

 

Carabiniere fa condannare un ex terrorista

Per il colpo alla Popolare arrestarono un innocente che rimase 100 giorni in cella. La rivelazione da un dejà vu sfogliando il giornale una mattina di marzo del 2009

di Mario Consani e Anna Giorgi

Luigi Fraschini mentre entra in banca per una rapina

Luigi Fraschini mentre entra in banca per una rapina

 

Milano, 9 luglio 2012 - «Era lui, non mi potevo sbagliare. Stesso sguardo, stessa espressione. Invecchiato parecchio, gli anni passano. Ma gli occhi non tradiscono, sono gli stessi. Riconoscibili». È una storia straordinaria lunga più di dieci anni quella che racconta il maresciallo dei carabinieri Gigi Maci. I suoi colleghi, scherzando, lo chiamano identificator. Ma ci vuole davvero una sensibilità eccezionale per vedere su un giornale la foto di un rapinatore e collegarla, come ha fatto lui, a un’altra foto scattata dieci anni prima ad un bandito rimasto fino a quel momento sconosciuto. È stato proprio Maci, insomma, dopo tutto questo tempo, a riconoscere da un fotogramma dell’ex terrorista dei Nar Luigi Fraschini, pubblicato sui giornali dopo il suo arresto per rapina, il vero autore di un altro assalto avvenuto a fine anni ’90 alla filiale di via Washington della Banca Popolare di Milano.

Solo che, per quel colpo, all’epoca fu arrestato un uomo innocente: Pietro Mallei. Assolto alla fine, ma dopo 100 giorni trascorsi in cella e sette mesi agli arresti domiciliari. Un errore giudiziario che fu proprio. Il Giorno, nel ’98, a denunciare. Dopo più di dieci anni, Gigi Maci, il detective 39enne oggi al nucleo investigativo del comando provinciale ha scoperto il nome del vero colpevole e l’ha fatto condannare. Ma andiamo con ordine.

Maci era un maresciallo giovanissimo, all’epoca, ma seguì le prime indagini sulla rapina alla Popolare di Milano. «Mi chiesero - racconta - di indagare sui complici del rapinatore arrestato per via Washington, cioè Mallei. Ovviamente non arrivai da nessuna parte, perché Mallei era innocente». E però, dieci anni dopo, ebbe la prontezza di collegare le immagini di due rapine e arrivare alla conclusione che l’autore era lo stesso. «Il colpo alla Popolare di Milano non l’ho mai dimenticato - spiega - anche perché dopo qualche mese avevo visto Mallei ospite in una trasmissione televisiva raccontare l’ingiustizia subita, quei cento giorni in cella da innocente. E anche se non avevo fatto io personalmente le indagini su di lui, mi era rimasto un senso di impotenza. Non ho mai smesso di cercare».

Poi una mattina del marzo 2009, mentre sta prendendo un cappuccino al bar, il colpo di scena. «Sfoglio il giornale - ricorda - e lo sguardo finisce sulla foto di un rapinatore arrestato il giorno prima. Mi viene la pelle d’oca: gli stessi occhi, lo stesso sguardo... Lascio lì il cappuccino e corro in ufficio. Non ricordavo la data esatta della rapina di via Washington, così mi sono chiuso in archivio e ho passato in rassegna, uno per uno, tutti i fotogrammi dei colpi nelle banche milanesi di quegli anni lì... Alla fine ho trovato quello che cercavo. Era proprio lui».

Un anno fa il giudice ha condannato Fraschini a 3 anni e 4 mesi di reclusione. I clienti della banca, del resto, erano stati precisi: il rapinatore non aveva un filo di barba. Invece, quando lo arrestarono poche ore dopo il colpo, Mallei aveva la barba lunga di tre giorni, come provava la foto segnalatica pubblicata dal nostro giornale. Avrebbero dovuto rimetterlo subito in libertà con tante scuse. Non andò così, tutt’altro. La sua unica fortuna fu di trovare un giovane avvocato, Daniele Steinberg, che fin dal primo momento credette nella sua innocenza.


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anna.giorgi@ilgiorno.net

Le prime nozze gay nel Congresso Usa

di Orlando Sacchelli - 08 luglio 2012, 16:41

 

Il 72enne Barney Frank, parlamentare democratico, è il primo politico americano a sposare una persona del proprio sesso. Frank è il "padre" della riforma di Wall Street

 

Un matrimonio gay negli Stati Uniti non fa più notizia. Ma se a convolare a nozze con un rappresentante dello stesso sesso è un politico il discorso è diverso.

 

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Il politico in questione è il democratico Barney Frank, membro della Camera dei rappresentanti: ha sposato il suo compagno Jim Ready in una cerimonia a Newton, nel Massachusetts. È il primo membro del Congresso americano a formalizzare la sua unione in un matrimonio gay. Il 72enne Frank fa parte della commissione finanze, e ha avuto un ruolo importante nella definizione del piano di bailout delle banche definito negli ultimi mesi della presidenza Bush.

Frank è molto conosciuto in America per essere uno dei padri della riforma di Wall Street: la legge firmata dal presidente Barack Obama, nel luglio 2010, per rendere più severe le regole del sistema finanziario travolto dalla crisi dei mutui subprime porta anche il suo nome, Dodd-Frank Act.

Il parlamentare democratico ha sposato un imprenditore di 42 anni a cui è legato da anni. La cerimonia, tenutasi a Boston, è stata officiata dal governatore del Massachusetts Deval Patrick. Tra gli ospiti l’ex speaker della Camera, Nancy Pelosi e il senatore John Kerry. Tutti, nei loro interventi, hanno sottolineato come Frank sia da decenni all’interno delle istituzioni uno strenuo difensore e paladino dei diritti dei gay, così come della moralizzazione di Wall Street e di una maggiore trasparenza del mondo della finanza. Facile prevedere, a questo punto, che anche il matrimonio di Frank entrerà nel dibattito politico nazionale in vista delle prossime elezioni. Obama e Romney sono avvisati.

Trattativa Stato-mafia Beppe Pisanu censura il testimone anti Scalfaro

di Gian Marco Chiocci e Mariateresa Conti - 09 luglio 2012, 08:48

 

E poi dicono che bisogna fare tutto, ma proprio tutto, per arrivare alla verità sulla «trattativa» e sulla resa dello Stato a Cosa nostra dopo le stragi di Falcone, Borsellino e le bombe del ‘93.

 

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Per anni,quando strumentalmente si collegava Berlusconi alle cosche ben sapendo che era stato il centrosinistra ad ammorbidire il carcere duro ai boss così da evitare nuovi lutti, nessuno fiatò. Oggi che quella verità, o parte di essa, sta per vedere la luce con documenti inediti, testimonianze choc, confessioni tardive e intercettazioni imbarazzanti, un muro sembra ergersi a difesa di quei governi, e dei rispettivi uomini, che tirarono fuori di galera oltre 400 criminali. A questo muro di gomma un mattone sembra averlo piazzato la Commissione parlamentare antimafia e in particolare il suo presidente Beppe Pisanu, che a sorpresa hanno rigettato la richiesta di risentire urgentemente l’ex direttore delle carceri Nicolò Amato fatto fuori da Scalfaro perché ritenuto troppo intransigente sul 41 bis.

Una decisione incomprensibile, quella di non risentire Amato, arrivata sulla scia delle polemiche per le telefonate tra l’ex ministro Mancino e il Quirinale e per il deposito, nel maggio scorso, di un memoriale esplosivo proprio di Amato che nel fare i nomi di Scalfaro, Ciampi, Conso e Gifuni così chiedeva di essere ascoltato perché erano tante le cose che aveva da dire e tanti i documenti importantissimi da consegnare: «Facendo seguito alla mia richiesta di audizione – scriveva un mese e mezzo fa a Pisanu - invio a codesta Onorevole Commissione un memoriale, basato su documenti e testimonianze che non conoscevo al momento delle mie audizioni (il 25 gennaio del 2011, ndr ) e che fanno luce sulla vera, mai rivelata e inconfessabile ragione della mia destituzione da Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, avvenuta, improvvisamente e senza alcuna motivazione o spiegazione, il 4 giugno del 1993.

Si tratta di documenti e testimonianze che, naturalmente, porrò, ove ritenuto utile, a disposizione dell’Onorevole Commissione. Ora sono, dunque, in grado di indicare vari fatti, che dimostrano come, nel corso del 1993, Cosa nostra abbia esercitato sullo Stato una illecita pressione, basata sulla commissione di alcune stragie sulla implicita minaccia di commetterne altre, al fine di ottenere la mia destituzione e, conseguentemente, la eliminazione o, quanto meno, una considerevole riduzione del carcere duro; e come, dalla parte dello Stato, nel desiderio, in sé del tutto legittimo, che le stragi avessero fine, si sia concesso, seppure unilateralmente, alla mafia, con una sorta di tacito scambio, quanto essa chiedeva ». Incalzato pubblicamente, e poi formalmente dal Pdl e in particolare dal deputato Amedeo Laboccetta, componente dell’organismo bicamerale d’inchiesta, Pisanu ha detto no. Con una risposta di tre righe recapitata il 3 luglio a Laboccetta, così chiude definitivamente la porta al supertestimone e ai documenti che avrebbero dovuto interessare chi ha davvero a cuore la verità su quei fatti imbarazzanti per più presidenti della Repubblica ed ex ministri.

«Le comunico che l’ufficio di presidenza, integrato dai rappresentati dei gruppi, nella riunione del 27 giugno ha deliberato di non riascoltare il professor Amato considerando esaustivi gli elementi conoscitivi da lui forniti anche attraverso il memoriale inviato alla commissione ». Laboccetta non ci sta: «Una decisione inspiegabile, un affronto a chi chiede sia fatta piena luce su quei fatti oscuri che mettono all’angolo il centrosinistra dell’epoca e quanti, per anni, hanno taciuto e mentito. Siamo vicinissimi alla verità e la verità fa paura. Vorrà dire che faremo una conferenza stampa con Nicolò Amato così che tutti sappiano, dalla sua voce, quel che la commissione parlamentare antimafia, col suo presidente, non voglio sentire ».

Incalza il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri. «Se Pisanu ha detto no, noi diciamo sì. Studieremo ogni iniziativa utile affinché Amato possa dire quel che sa indipendentemente dai paletti della commissione parlamentare. Sulla trattativa con la mafia del centrosinistra ormai si sa tanto, ma non tutto. Noi non molliamo».