giovedì 12 luglio 2012

La colt dei Clash, il faccione di Zappa Arte a 45 giri: quante piccole cover-feticcio

Corriere del Mezzogiorno

 

Custodivano i mini-vinili, oggi sono feticcio da collezione ed esposizione. Mostra al Pan di Napoli, dal 14 luglio

 

La cover a forma di pistola dei Guns 'n' RosesLa cover a forma di pistola dei Guns 'n' Roses

 

Le copertine dei vinili erano opere d'arte. E se in tanti casi pure non lo erano, come nel caso dei 45 giri di taglia più mignon rispetto al grande lp, potevano tranquillamente fungere da piccolo poster: un feticcio da consumare con gli occhi. Con gli mp3 e iTunes, e un po' prima coi cd, s'è invece persa la tradizione, raccolta e assaporata oggi solo da una nicchia di appassionati (in grande crescita, sì, ma sempre nicchia è). Una mostra al Pan di Napoli prova a dare un bel colpo d'occhio sul passato glorioso: ben 545 cover di dischi in esposizione. Vinili come opere d'arte: 45 Art

 

La cover dei Guns 'n' RosesIggy popDiana RossKeith Haring per David BowieI Clash

Frankie goes to Hollywood

Sex Pistols

 

Tra le tante, le copertine di 45 giri di Pink Floyd, David Bowie (firmata da Keith Haring), U2, Beatles, Madonna, Frank Zappa, Rolling Stones, Clash, Sex Pistols, Iggy Pop, Ramones, Patti Smith e un disco a forma di pistola dei Guns 'n' Roses. E speriamo vi siano anche quelle dei cartoni animati giapponesi anni 70-inizio 80 (che oggi hanno quotazioni belle alte).

 

POSTAZIONI D'ASCOLTO - E poi 9 postazioni per l’ascolto ascolto, 18 cuffie personali, 1350 immagini in proiezione dei dischi esposti, 145 dvd e 35 vhs di film musicali, concerti live e videoclip. Si intitola «45 Art - l'arte a 45 giri», dal 14 luglio al 10 settembre, ingresso gratuito. La mostra è a cura di Carmine D'Onofrio, organizzata in collaborazione con l'assessorato alla Cultura e all’assessorato all’Ambiente del Comune di Napoli. Il vernissage è previsto per sabato 14 luglio, alle 18.

 

Al. Ch.12 luglio 2012

Gli ufo possono arrivare sulla Terra" Gb, le carte del governo sono un caso

La Stampa

 

Pubblicati documenti d'archivio in cui il ministero della Difesa si occupava della questione alieni.. La vicenda avrebbe interessato anche l'ex premier Tony Blair

 

 

torino

Gli alieni potrebbero visitare la Terra per "turismo", per "studiare le tecniche militari" o per "ragioni scientifiche". Lo rivela una serie di documenti del ministero della Difesa britannico, tenuti segreti per anni e oggi pubblicati dagli Archivi Nazionali.  A quanto si legge nei documenti, durante un briefing del 1995, un ufficiale ministeriale avrebbe trattato apertamente la questione Ufo, sottolineando l'importanza di tener conto dei numerosi avvistamenti. Secondo l'uomo, di cui non si dice il nome, il numero crescente di avvistamenti alieni sarebbe un buon motivo per credere alla loro esistenza. Inoltre, «ci sono buone ragioni per pensare che ciò che viene raccontato sia solo la punta dell'iceberg -si legge nei file- poichè è probabile che molti testimoni non denuncino quanto visto per vergogna». Inoltre, lo sconosciuto avrebbe fatto notare che «i veicoli degli extraterrestri sono molto avanzati tecnologicamente», invitando il ministero a cercare contatti con gli alieni per «conoscere più profondamente tali tecnologie».

La questione Ufo, poi, è stata discussa dal governo inglese in numerose altre occasioni. Secondo quanto riporta il Telegraph, infatti, anche Tony Blair avrebbe richiesto direttamente al ministero informazioni sulla questione aliena. In particolare, l'allora primo ministro, si sarebbe interessato alla faccenda quando, nel 1998, una sua legge rese obbligatoria la pubblicazione della documentazione sul tema. Sebbene l'"ufologo" allora in forze al ministero britannico avesse risposto a Blair che «non era in corso alcuna ricerca ufficiale sul caso», le 6.700 pagine da oggi visionabili pubblicamente lo smentiscono. Tra le varie curiosità che si possono leggere nei documenti, risalta un annuncio per "il lavoro più strano della Whitehall":  l'amministrazione ha ricercato per un certo periodo un addetto agli Ufo, che documentasse tutti gli avvistamenti riportati sul web. Nel 1979, poi, un impiegato del ministero, intervenendo in un briefing sulla questione, si sarebbe domandato apertamente «perchè mai gli alieni dovrebbero essere interessati a un pianeta così insignificante come la Terra». Intanto, il più interessato alla questione sembra essere Tony Blair, che, pentito del Freedom of Information Act -la legge da lui fortemente voluta e che ha portato alla pubblicazione di questi file- l'avrebbe definita il suo peggiore errore.

Nuovo Egitto fuori di testa Vuole abbattere le piramidi

Libero

 

I salafiti si appellano al presidente Mursi: sono simboli del paganesimo, vanno distrutte

 

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Sarà opportuno sbrigarsi a visitare le Piramidi, prima che i neo-iconoclasti islamici le demoliscano. Sono un simbolo del paganesimo, tuona lo sceicco saudita Ali Bin Said Al Rabi’i, il quale ormai, oltre a indossare il paraocchi sharaitico, è così abituato agli orizzonti desertici da non tollerare ostacoli di sorta nel proprio campo visivo. Preoccupa semmai il progetto del partito salafita La Luce, che alle ultime elezioni ha ottenuto il 20% dei voti e risulta diviso in due correnti di pensiero, secondo quanto riporta Raymond Ibrahim su Front Page Magazine: da una parte i falchi che intendono distruggere la testimonianza dell’idolatria pre-islamica e dall’altra le colombe che si limiterebbero a coprire di cera i monumenti funerari dei faraoni.

Sfregio alla sfinge - Fra tutti, il più moderato è Abdel Moneim Al Sahat, propugnatore del sequestro delle opere letterarie del romanziere e premio Nobel Naguib Mahfouz e del divieto di giocare a calcio perché «distrae i musulmani dal rendere culto a Dio». Sul fronte opposto, si schiera il presidente di Unità Nazionale, Abd Al Latif al Mahmoud, che invita il presidente della Repubblica Mohammed Mursi a «distruggere le Piramidi e compiere quanto non riuscì ad Amr Bin Al As». Messaggio criptico, riferito a quel compagno di Maometto che, dopo aver invaso e conquistato l’Egitto, riuscì a incenerire un’immensa mole di testimonianze del passato, compresa forse la biblioteca di Alessandria su ordine del califfo Omar. Successivamente, intorno al 1380, Mohammed Saim Al Dahr si scagliò contro la Sfinge, ma non è certo se l’asportazione del naso sia opera sua o di altri suoi emuli, appassionati di tiro a segno. Di certo, la famosa scultura della creatura mitica, adagiata a Giza, ora rischia molto più che nel Medioevo.

Per una questione di prestigio, i successori dei Mammalucchi non vorrebbero dimostrarsi da meno dei loro illustri predecessori. Inoltre, vorrebbero imitare i talebani afghani che polverizzarono le statue dei Buddha di Banyam e sono in competizione con gli Ansar al Dine, i Difensori della fede che recentemente hanno distrutto i mausolei del Mali e le tombe di Timbuktu. Tanto, al museo delle antichità egizie della capitale, potrebbero benissimo decidere di sostituire sarcofaghi e mummie con donne in burqa. La differenza non è apprezzabile. E, comunque, come ha dichiarato recentemente il leader dei Fratelli Musulmani Mohammed Akef, «al diavolo l’Egitto», se si trattasse di subordinare l’islam agli interessi della nazione. Ma nemmeno al Cairo possono permettersi di trascurare l’impatto sul settore del turismo, dal quale annualmente si riversano nelle asfittiche casse della Repubblica egiziana una ventina di miliardi di dollari. Eppure sorgono già alcune riserve etiche anche sul business delle vacanze, benché dia lavoro ad almeno 3 milioni di persone.

Spiagge separate - Per promuovere un turismo coranicamente corretto e religiosamente sostenibile, c’è chi propone di separare le spiagge: da una parte gli uomini, dall’altra le donne, rigorosamente segregate. Niente alcol e basta con la musica e i divertimenti anche per gli ospiti stranieri. Della vigilanza si incaricherebbe la “polizia morale”, che altri fondamentalisti recentemente hanno proposto d’istituire. Sharm El Sheikh e le località  della costa occidentale del Mar Rosso, a quel punto, potrebbero chiudere definitivamente i battenti e magari cospargersi di cera in attesa di stagioni migliori. A meno che, come pare sia accaduto a molti archeologi occidentali, non si abbatta sui nuovi faraoni egiziani una nuova e più efficace maledizione di Tutankhamon.

 

di Andrea Morigi

Wikipedia listata a lutto in Russia contro la legge-censura

Il Mattino

 

 

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MOSCA - «Sciopero» della sezione russa di Wikipedia contro il progetto di legge per creare una lista nera di tutti i siti con contenuti vietati, dalla pedopornografia all'estremismo. La versione in cirillico della più grande enciclopedia on line al mondo sospenderà la sua attività per 24 ore. La legge, che potrebbe essere approvata oggi alla Duma in seconda lettura, è sostenuta da tutti e quattro i partiti ma ha suscitato le critiche dei difensori dei diritti umani e dei provider internet, secondo i quali si tratta di un tentativo di censura del web russo, oggi unico vero spazio di libertà nel Paese. «Se si seguono le previsioni e le parole degli emendamenti in discussione si arriverà alla creazione in Russia di un corrispettivo del Grande Firewall cinese», si legge in una nota di Wikipedia. Il progetto di legge è nato sull'onda della scoperta di una rete di pedofili che diffondeva su internet materiale a luci rosse. La blacklist dovrebbe essere gestita da una agenzia federale nominata dal governo.

 

Martedì 10 Luglio 2012 - 17:05   

Ultimo aggiornamento: Mercoledì 11 Luglio - 21:03

Spagna, Rajoy taglia tredicesime degli statali «per rispettare gli impegni con l'Europa»

Corriere della sera

 

Meno giorni di ferie e permessi sindacali: risparmi per 65 miliardi Scontri con i minatori a Madrid: 76 feriti e 8 arresti

Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato il taglio delle tredicesime per il 2012 di parlamentari, impiegati e alte cariche dell'amministrazione pubblica. Gli addetti del pubblico impiego la recupereranno nei fondi pensione del 2015. I dipendenti pubblici avranno anche meno giorni di ferie e verranno ridotti i permessi sindacali. Il numero dei consiglieri degli enti locali scenderà di circa il 30%. Dimuiranno anche le indennità per i sindaci. Ma intanto a Madrid va in scena la protesta. Migliaia di persone in piazza. Scontri con la polizia: 76 le persone ferite di cui 33 tra gli agenti. Otto gli arrestati.

 

 

MOMENTO CRUCIALE - «Viviamo in un momento cruciale che determinerà il nostro futuro e quello dei nostri giovani, del nostro welfare. Dobbiamo uscire da questa voragine. E dobbiamo farlo il prima possibile: non c'è spazio per fantasie o improvvisazioni a braccio, perché non c'è scelta». Il premier spagnolo ha presentato così in Parlamento il piano di austerità spagnolo. Le nuove misure di bilancio della Spagna«sono un passo importante» per rispettare gli obiettivi» ha commentato il portavoce del commissario europeo Olli Rehn. L'annuncio di Rajoy si è verificato meno di 24 ore dopo il via libera dell'Ue a 30 miliardi di euro per la ricapitalizzazione delle banche spagnole in cambio di una serie di misure urgenti di austerità.

 

65 MILIARDI - Dalle misure prese, il premier si attende risparmi per 65 miliardi di euro entro il 2014. Secondo Rajoy le nuove misure di austerità appena varate - insieme all'aumento dell'Iva e i tagli prospettati nella spesa della pubblica amministrazione - permetteranno di raggiungere questo obiettivo in due anni e mezzo circa. Lo ha spiegato lo stesso Rajoy in Parlamento a Madrid, precisando che l'obiettivo delle misure è di «liberare la Spagna» dal peso del deficit e del debito pubblico, e «rispettare l'impegno con l'Europa».

AUMENTO IVA - La misura più significativa è l'aumento dell'IVA dal 18 al 21% e di quella ridotta dall' 8% al 10%, mentre si mantiene al 4% quella sui beni di prima necessità.

GLI SCONTRI A MADRID- E mentre il governo continua con la linea dell'austerità, in piazza sono scese migliaia di persone. Una protesta animata dai minatori delle Asturie che da oltre un mese sono in sciopero per i tagli contro i sussidi per le miniere del carbone. E così mercoledì mattina, arrivati dopo una marcia di oltre 400 chilometri, sono scesi in piazza nella Capitale per far sentire la loro voce. Ma davanti al ministero dell'Industria la tensione si è fatta altissima. Soprattutto dopo l'arrivo della polizia. I manifestanti hanno lanciato bottiglie e banane contro gli agenti che hanno risposto con proiettili di gomma. Poi le cariche. Almeno 76 persone sono rimaste ferite. Stessa scena a poche centinaia di metri di distanza, un altro gruppo di manifestanti, all'esterno dello stadio del Real Madrid (il Santiago Bernabeu). Cinque persone sono state arrestate.

 

Redazione Online11 luglio 2012 (modifica il 12 luglio 2012)

Fidel Castro vuole ricreare l'Arca di Noè

Corriere della sera

 

Oltre 14o animali saranno prelevati in Namibia e trasferiti in uno zoo vicino all'Avana. Le critiche: «Rischiano di morire»

 

Il Lìder Màximo come Noè. Già, perché Fidel Castro ha in programma di ricreare l'Arca. Il piano. denominato Arca di Noè II, prevede l'importazione di 146 animali selvatici dalla Namibia, appartenenti a 23 specie. Leoni, elefanti, avvoltoi, leopardi e leoni saranno prelevati nella savana africana, sedati e poi trasportati via aereo a Cuba, dove saranno prima chiusi in un recinto in quarantena e poi - se sopravviveranno - saranno trasferiti nel Parco zoologico naturale alle porte dell'Avana.

 

LA CATTURA - Il progetto è stato avviato nel 2009 dopo una visita di Raul Castro in Namibia e il ministro dell'Ambiente dello stato africano ha fatto sapere che sarà il suo governo a sostenere le spese per il trasporto degli animali. Costo stimato dell'operazione Arca di Fidel, 2,5 milioni di euro. Il tutto mentre sia a Cuba che in Namibia la popolazione lotta tutti i giorni contro la fame e la povertà. Come spiegano il quotidiano spagnolo El Paise il giornale italiano Libero, un gruppo di scienziati cubani sovraintenderà alla cattura degli animali in Namibia del Waterberg Plateau Park.

LE CRITICHE - Come era prevedibile, non sono mancate le critiche degli ambientalisti: «È triste vedere questi animali strappati dal loro habitat», ha spiegato un portavoce della Protezione animali del Sudafrica. Inoltre è stato fatto notare come gli animali rischino di non sopravvivere al cambiamento di habitat. Ma non solo. In passato nei suoi discorsi Fidel Castro si è scagliato contro le politiche poco attente all'ambiente del suo più acerrimo nemico, gli Usa. E ora non si pone il problema di far soffrire e di mettere in pericolo 146 animali.

 

Redazione Online12 luglio 2012 | 12:17

Rebecca, non è bastato l'aiuto della Rete

Corriere della sera

 

Un calvario in ospedale, due trapianti (in attesa di un terzo), una famiglia che ha lasciato tutto. E una pagina su Facebook

 

La pagina di Facebook «Un aiuto per Rebecca»La pagina di Facebook «Un aiuto per Rebecca»

 

MILANO - Non è bastato l'aiuto e l'affetto che tanti le hanno dato. Rebecca Pelle, 10 anni, malata dalla nascita di fibrosi cistica, è morta. Una malattia genetica crudele, che nel suo caso ha colpito apparato respiratorio e pancreas. Fino allo scorso aprile, pur tra le difficoltà, frequentava le elementari nella sua città, Savona. Poi, come racconta Il Secolo XIX un giorno i suoi polmoni hanno smesso di funzionare, ed è entrata in coma con pochissime speranze di sopravvivere. Due giorni dopo sono stati trovati due polmoni compatibili e idonei. Così, dopo averla trasferita agli Ospedali Riuniti di Bergamo, è stato effettuato il trapianto, durato circa 15 ore. Gli esiti non sono stati quelli sperati perché il polmone destro non ha mai iniziato a funzionare e Rebecca è rimasta in coma farmacologico, collegata alla Ecmo (ExtraCorporeal Membrane Oxygenation), mentre cominciavano a svilupparsi infezioni ed emorragie all'esofago. A maggio sono stati trovati due nuovi polmoni ed è stato effettuato un nuovo trapianto, solo del polmone destro.

LE SPERANZE - L'intervento è andato bene e dopo poche ore i polmoni hanno iniziato a funzionare regolarmente, tanto da consentire il distacco dalla Ecmo e l'uso di tubi per la ventilazione più piccoli. Rebecca avrebbe dovuto affrontare un lungo percorso di riabilitazione in attesa di un nuovo intervento di ricostruzione dell’esofago. I genitori di Rebecca, papà bidello e mamma casalinga, hanno lasciato tutto, per poterle stare accanto. Ed è stata una collega del papà della bambina ad avere l'idea di lanciare una raccolta fondi su Facebook per aiutarli, economicamente e non solo. È nata così la pagina «Un aiuto per Rebecca», che da maggio a oggi ha raccolto quasi 4mila seguaci e un po' di soldi per le tante spese mediche che la famiglia ha dovuto affrontare. Tutto questo affetto non è bastato per sconfiggere un male troppo grande, che ha portato via Rebecca troppo presto.

 

Redazione Salute Online12 luglio 2012 | 14:41

Vaticano, resta in cella maggiordomo del Papa

Corriere della sera

 

Alla scadenza dei termini di custodia prorogata «per alcuni giorni» la detenzione di Paolo Gabriele per raccogliere testimonianze

 

Paolo Gabriele e Benedetto XVIPaolo Gabriele e Benedetto XVI

 

Prorogata «per alcuni giorni» la detenzione in cella di Paolo Gabriele, il 50enne maggiordomo di Benedetto XVI arrestato per il furto di documenti riservati del Papa. I termini della custodia cautelare (50 giorni) scadevano proprio giovedì e sono stati prorogati per «permettere al giudice istruttore di raccogliere alcune testimonianze». Lo ha riferito il portavcoe vaticano Federico Lombardi. «Le condizioni di salute di Gabriele, non destano preoccupazioni» ha aggiunto Lombardi rettificando le notizie di stampa su un presunto stato di forte disagio psicologico del detenuto.

CONFORTO NELLA PREGHIERA - Paolo Gabriele, «è sereno, è tranquillo e trova conforto nella preghiera» ha fatto sapere il suo legale, Carlo Fusco, per bocca del portavoce vaticano Federico Lombardi. «Ho avuto elementi informativi tranquillizzanti» ha aggiunto padre Lombardi. I difensori di Gabrielli hanno comunque fatto richiesta di arresti domiciliari.

RACCOGLIERE TESTIMONIANZE - Il giudice istruttore Piero Antonio Bonnet «deve ancora raccogliere alcune testimonianze, e questo avverrà nei prossimi giorni» ha spiegato padre Lombardi. Poi «gli interrogatori formali di Gabriele saranno l'ultima cosa che avverrà nella fase istruttoria: e tutto questo dovrebbe avvenire entro una decina di giorni».

 

Come funziona la giustizia in Vaticano
di PierLuigi Battista

 

CHIUSURA FASE ISTRUTTORIA - Quindi con la prossima settimana e l'inizio di quella successiva «il giudice ritiene di terminare la fase di raccolta delle informazioni e dei nuovi interrogatori di Gabriele, definendo poi la situazione della custodia cautelare». Questa, essendo scaduto il primo termine dei 50 giorni, «verrà prorogata, ma non di altri 50, bensì di alcuni giorni», necessari alla chiusura della fase istruttoria.

NESSUNA ROGATORIA - «Nell'ambito di quest'indagine nessuna rogatoria è stata fatta in Italia» ha ribadito il direttore della sala stampa vaticana.

RAPPORTO AL PAPA - La commissione dei cardinali che indaga in Vaticano sulle fughe di notizie, presieduta dal card. Julian Herranz, «prevede di concludere questa settimana il suo lavoro di audizioni e di preparazione del suo primo rapporto», ha riferito il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, spiegando che i cardinali «incontreranno il Papa la prossima settimana per presentargli i risultati del loro lavoro e delle loro indagini».

 

Redazione Online12 luglio 2012 | 14:09

David Sedaris, il bestiario in tavola

La Stampa

 

L'umorista americano racconta orrori e prelibatezze della cucina cinese come la zuppa da cui spuntavano due zampe di gallo a mo' di pinze da insalata

 

Una classica ciotola di riso con cui in Cina si accompagnano anche i piatti più" truculenti"

 

Pubblichiamo una parte di E qualche unghia di pollo no? di David Sedaris (Traduzione di Matteo Colombo, Copyright: The Guardian , Friday 15 July 2011). Lo scrittore americano sarà sabato alle 18,30 a Barolo per il Festival Collisioni dove dialogherà con Luciana Littizzetto.


«Devo andare in Cina». Alla gente lo dicevo con il tono di chi dice «Devo far isolare il sottotetto» oppure «Devo farmi controllare questi nei». Ma così lo percepivo. Come un compito ingrato. Inizialmente a scoraggiarmi era il cibo. Intendiamoci: lo mangio anche, se l’alternativa è morire di fame, ma mai con particolare trasporto, nemmeno ai tempi in cui mi sembrava una cosa esotica. Avevo poco più di 20 anni quando aprì il primo ristorante cinese di Raleigh, in North Carolina. Si trovava in un edificio nuovo, progettato per ricordare vagamente un tempio, e mia madre non riusciva a pensare ad altro. «Che ne dite di una seratina orientale!» A piacerle, credo, era il fatto che quel cibo andasse oltre le sue capacità. Mi spiego: chiunque avrebbe potuto imitare le patate arrosto ripiene della trattoria Pedder, o mettere insieme la parmigiana di vitello del Villa Capri, ma era del tutto impossibile che un non cinese riuscisse a preparare un maiale mu-shu, indipendentemente dalla sua bravura in cucina. «E gli involtini primavera!» esclamava mia madre. «Roba da non credere!»(...). Io facevo sempre ordinare mia madre anche per me, ma quando in tavola portavano il pollo Kung Pao non facevo i salti di gioia come in trattoria o al Villa Capri. E il punto non era il cibo cinese di Raleigh. Mi sarebbe stato altrettanto indifferente quello di Chicago, e in seguito di New York, due città dove ci sono vere e proprie Chinatown.

Tutti spergiuravano che a Pechino e Chengdu avrei trovato un cibo diverso da quello assaggiato negli Stati Uniti. «È più vero», mi dicevano, credo intendendo che mi avrebbe fatto più autenticamente schifo.(...) A Chengdu, la prima sera siamo andati a cena con quattro persone, una donna cinese e tre occidentali. Il ristorante non era lussuoso, ma evidentemente rinomato. Al centro del nostro tavolo era incastonato un calderone di brodo fumante, nel quale dovevamo infilare il cibo per cuocerlo. «Mi sono presa la libertà di ordinare per tutti tofu, funghi e lingue d’anatra», ha esordito la signora occidentale che sedeva davanti a me. «Vi fidate a lasciar ordinare me o c’è qualcosa in particolare che vorreste assaggiare?» Catherine era inglese e viveva in Cina da quasi vent’anni. Ho pensato che le lingue d’anatra fossero una specie di test, e così mi sono imposto di non battere ciglio. Di sembrare, anzi, perfino entusiasta.(...) È stato mentre masticavo la mia seconda lingua d’anatra che il signore seduto al tavolo accanto si è staccato rumorosamente dai polmoni un grumo di muco e l’ha sputato sul pavimento. «Io sono a posto così», ho detto. Il mattino dopo, e con un altro gruppo di persone, io e Hugh siamo andati in macchina a visitare una montagna sulla quale coltivavano il tè. (...). Siamo scesi dalla montagna che erano quasi le tre di pomeriggio. Quasi tutti i ristoranti avevano già chiuso la cucina e così ci siamo fermati in uno di quei posti che in Cina vengono chiamati «Gioia campestre per famiglie»: fattorie i cui abitanti, se quel giorno sono in vena, cucinano e ti servono da mangiare.

(...) Contro una parete c’erano due televisori, entrambi accesi ad alto volume su diversi canali senza che nessuno li guardasse. Sulla parete opposta erano affissi degli attestati che certificavano il livello igienico – C – e quello del servizio, uno smile con il sorriso rovesciato. Che io sappia, non esisteva menu. La famiglia lavorava a suo piacimento, con gli ingredienti sottomano o di stagione. C’era un gallo che faceva avanti e indietro per l’aia, e di colpo nessuno l’ha più visto. Dopo avergli tagliato la gola, il cuoco l’ha usato come base per cinque piatti diversi, uno dei quali era una desolante zuppa con due zampe che spuntavano dal brodo a mo’ di pinze da insalata capovolte. Ed erano la cosa più riconoscibile. (...) Un altro piatto era composto interamente da frattaglie, anche questi sbrindellate fino all’irriconoscibilità. C’erano cuore, polmoni, e credo anche cresta e intestino. Non so perché la cosa mi schifasse tanto. Capisco se fossi vegetariano, ma, quando uno la carne la mangia, perché stabilire confini arbitrari? «Mangio la parte che filtra le tossine, ma non quella roba che se ne sta lì sopra la testa a far niente». E poi perché accettare di mangiare un animale e non un altro? Ricordo che qualche anno fa lessi di un ristorante nella provincia del Guangdong che era stato chiuso perché serviva gatti. Si chiamava «Ristorante di polpette di gatto Fangji», non esattamente un nome scelto per sviare. Se andavi al Fangji, più o meno sapevi a cosa andavi incontro. Se ho un problema con le polpette di gatto non è perché di gatti ne ho avuti diversi, amandoli tutti moltissimo, ma perché evito di mangiare creature che mangiano carne a loro volta. Come molti occidentali, sono più portato per gli erbivori e per gli animali a cui piacciono i cereali: mucche, polli, capre e così via. (...)


E anche tra coloro che mangiano animali erbivori esistono distinzioni. Chi ama l’agnello e il manzo, perlomeno in Nordamerica, tende a evitare il cavallo, che io invece trovo delizioso. Il migliore che ho mai mangiato me l’hanno servito in un ristorante di Anversa, un’ex scuderia ribattezzata, con notevole finezza, «La scuderia.» Con me c’era Hugh, che pur avendo mangiato le stesse cose che avevo mangiato io, quando in Cina qualcuno ha accennato al consumo di cavallucci marini è praticamente scoppiato in lacrime. «Quei poveri animaletti» ha mugolato. «Come potete?» E io: «Eh?». È come se un consumatore di pollo criticasse sul piano etico le uova di Pasqua. «I cavallucci marini non sono imparentati con i cavalli», gli ho detto. «Sono pesci, e tu il pesce lo mangi in continuazione. Vuoi metterti a cavillare su questo per via della forma che ha?» Mi ha risposto che lui i cavallucci marini non può mangiarli perché sono buoni e non fanno del male a nessuno, contrariamente a quei subdoli agnelli assetati di sangue di cui regolarmente arrostiamo i cosciotti con rosmarino e patate novelle. I piatti che abbiamo mangiato alla fattoria erano fatti per essere condivisi, e quando la graziosa signora con la faccia larga li ha portati in tavola, l’uomo seduto davanti a me ha impugnato le bacchette con un gran sorriso. «Vi dirò», ha sentenziato, «questo paese avrà pure i suoi problemi, ma mangiar male è praticamente impossibile». Non ho commentato.

Un altro dei piatti di quel giorno era il sangue del gallo. Pensavo ce lo servissero liquido, tipo succo di pomodoro, e invece una volta cotto si coagula in blocchetti dalla consistenza del tofu. «Niente male», ha detto la ragazza seduta accanto a me, mentre io la guardavo infilarsene uno in bocca. Jill era americana, una volontaria dei Corpi di Pace venuta a Chengdu a insegnare inglese. «L’anno scorso, in Tailandia, ho mangiato un muso di cane», mi ha raccontato. «Solo il muso?». «Be’, la testa e il muso.» Si trovava in un piccolo villaggio con una squadra incaricata di restituire alcune bambine rapite alle loro famiglie. In segno di gratitudine, gli abitanti del villaggio le avevano preparato un banchetto. Il cane era considerato un cibo prelibato, e la testa la sua parte migliore. Non volendo offendere i suoi ospiti, Jill l’aveva mangiata. Per molti, questa è malvagità allo stato puro, ma il mondo non è tutto uguale all’America, dove organizzare una cena è diventato impossibile. Uno che non mangia carne, l’altro che ha l’intolleranza al lattosio o non digerisce il grano. Ci sono i vegetariani che mangiano il pesce e quelli che non lo sfiorano nemmeno. E poi ci sono i vegani, i macrobiotici, e quest’ultimo gruppo, i flexitariani, quelli che mangiano carne solo se li vedono in pochi. Tutto considerato, è perfino consolante che una ventiduenne della periferia di Detroit impugni le sue bacchette e assaggi lo Shar Pei. (...)

La Cina avanza nello spazio Una Lunga Marcia autarchica

La Stampa

 

ROBERTO GIOVANNINI

La strategia immaginata dai dirigenti che decidono le politiche spaziali cinesi è semplice e allo stesso tempo «banale»: un passo dopo l’altro, riuscire a fare tutto ma proprio tutto quello che russi ed americani hanno fatto in cinquant’anni e più di esplorazione spaziale. Naturalmente, utilizzando vettori, capsule e stazioni spaziali completamente realizzate in patria (anche se largamente ispirate a modelli sovietici e post-sovietici). E ovviamente, bruciando le tappe in modo da recuperare il terreno perduto nel tempo più breve possibile. E così, a soli nove anni di distanza dal primo lancio in orbita di una capsula con a bordo astronauti (o meglio, taikonauti, come preferiscono dire i cinesi), con il recente rientro a terra dopo una missione di 13 giorni nello spazio della navicella

 

 

 

Shenzhou 9, l’astronautica cinese con questo quarto viaggio «abitato» ha impeccabilmente centrato una nuova sequenza di «prime» assolute. Prima volta nello spazio per una astronauta donna, Liu Yang; prima permanenza di 10 giorni a bordo della mini-stazione spaziale Tiangong 1; primo rendez-vous condotto manualmente dal comandante della Shenzhou 9 Jing Haipeng. Chissà se questa strategia autarchica si rivelerà vincente. Per certi versi i risultati sono impressionanti: in nove anni, appunto, la Cina partendo da zero ha raggiunto le capacità e le performances conseguite dall’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’80. Vedendo le cose da un’altro punto di vista, però, si potrebbe anche dire che non siamo nel 1982, ma nel 2012. E che tutto sommato i cinesi dispongono di una capsula uguale alle vecchie Soyuz e di una stazione spaziale identica alle prime Salyut, sostanzialmente un «barattolo» lungo qualche metro. Magari, se avessero cercato di partecipare (e se li avessero voluti far partecipare, ovviamente) ai programmi spaziali della Stazione Spaziale Internazionale, avrebbero potuto fare un balzo in avanti tecnologico più radicale e coraggioso.


Ma le cose sono andate diversamente. E quindi proseguendo sulla via dell’autarchia spaziale la Cina ha già annunciato la sua intenzione di arrivare negli anni ’90, mettendo in orbita modulo dopo modulo una stazione spaziale più articolata e simile alla Mir russa, che dovrebbe essere completata prima del 2020. Cominciando (esattamente come fece l’URSS) da una versione più grande e riveduta e corretta della Tiangong 1. Che per qualche mese resterà disabitata e verrà controllata da terra, forse anche innalzandone l’orbita per prolungarne la vita operativa. Sullo sfondo, lo sviluppo di una versione heavy-lift del lanciatore Lunga Marcia, che sarebbe capace di sollevare i pesanti moduli dell’avamposto orbitale ed - eventualmente - spedire una missione con taikonauti cinesi sulla Luna. Missione di puro prestigio, probabilmente concepita con il solo scopo (garantito) di impressionare e far arrabbiare gli americani.

Anonymous contro i pedofili: pubblicati indirizzi email

La Stampa

 

Un video su YouTube annuncia la nuova crociata contro la pedo-pornografia del gruppo di sabotatori del web. Rischi di giustizia sommaria

CLAUDIO LEONARDI

 

Un videomessaggio intitolato #OpPedoChat ha annunciato la nuova battaglia dei cosiddetti "hacktivist" di Anonymous, sigla nebulosa che raccoglie attorno a sé hacker firmatari di alcuni clamorosi attacchi informatici a istituzioni pubbliche e finanziarie. Dopo aver punito le banche che voltarono le spalle a WikiLeaks, combattuto la censura cinese, vendicato la chiusura del sito MegaUpload, nel mirino degli anonimi sabotatori del web sono finiti, questa volta, i pedofili, o più esattamente i forum e i siti che espongono e sfruttano immagini di minorenni. L'annunciatore del video, coperto dalla ormai nota maschera del personaggio di “V per vendetta” (fumetto successivamente tradotto in film), ha spiegato con tono distaccato da speaker di telegiornale, ma parole cariche di un enfasi al limite del ridicolo, che Anonymous punta “a ridurre se non di eliminare questa piaga da Internet” e che “per il bene dei nostri seguaci, per il bene dell'umanità, e per la nostra soddisfazione personale si potrà espellere da Internet e distruggere sistematicamente tutti questi gruppi che continuano a operare”

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Un barlume di umiltà sembra apparire nella confessione che “Anonymous riconosce la serietà di questo impegno e non si aspetta che sia completato in un breve periodo di tempo”. Per il resto, sembra proprio una dichiarazione di guerra, e il gruppo starebbe già raccogliendo informazioni e segnalazioni in tutto il mondo per realizzare la propria opera di denuncia. Sono infatti già stati pubblicati, sul sito di riferimento PasteBin, dati che collegano indirizzi IP degli utenti dei forum pedofili incriminati con i loro indirizzi e-mail. Sebbene ci sia in Rete chi mette in discussione l'autenticità dell'appello o, quanto meno, ipotizza si tratti dell'iniziativa di una cellula “deviata” del gruppo di hacktivisti, l'obiettivo pedofilia non è nuovo nella storia di Anonymous. Nell'ottobre 2011 gli hacker annunciarono, nell'ambito di una campagna battezzata DarkNet, l'oscuramento di 40 siti pedo-pornografici e la pubblicazione dei nomi di 1.500 soggetti coinvolti nel traffico o il consumo di materiale per pedofili, attraverso una sorta di rete peer-to-peer, simile a quelle usate per scambio di musica e video. Il movente anti-pedofilia, per altro, apparve anche nei ripetuti attacchi al sito del Vaticano, realizzati nel pieno della bufera mediatica sullo scandalo dei preti accusati di abuso di minori.


La causa a difesa dei bambini suscita, naturalmente, istintiva simpatia, anche se i metodi di denuncia sommari rischiano di mettere alla gogna persone fondamentalmente innocenti. Come ha ricordato anche il sito Arstechnica, una delle più vaste operazioni internazionali contro la pedofilia, nota come Operation Ore, condusse all'arresto di 3.744 persone le cui carte di credito erano stata usate per accedere a un sito pedo-pornografico. Naturalmente, molti di quei documenti erano stati clonati o rubati tramite Internet. Nel calderone finirono personaggi famosi quali Robert del Naja, del gruppo rock Massive Attack, o il bassista dei The Who, Pete Townshend, associati alla pedofilia esclusivamente a causa di una carta di credito. Il rischio che il mostro (sbagliato) sia sbattuto in prima pagina non riguarda più solamente la stampa scandalistica, ma anche i giovani genietti del computer animati da sentimenti nobili, ma scarso garantismo.

Tovaglie sbattute sul balcone, non è reato

La Stampa

 

ALESSANDRA PIERACCI

 

I tribunali italiani, da Mestre a Genova, considerano reato, in genere molestie e deturpazione, scuotere la tovaglia e sbattere i tappeti direttamente sul balcone e sui panni stesi dell’inquilino del piano di sotto, che si ritrova briciole, frammenti di gusci d’uovo e polvere da ripulire. Ma da ieri, invece, le tovaglie sporche possono sventolare liberamente, perchè secondo la Corte di Cassazione «il fatto non sussiste», in quanto si tratta di un comportamento che danneggia solo un soggetto, non la collettività dei condomini. Quindi la questione va trattata in sede civile per eventuali risarcimenti morali e materiali. Fa scalpore la decisione della Prima sezione della Suprema Corte che ha annullato, senza rinvio, la sentenza del 25 marzo 2011 con la quale a Genova era stata riconosciuta colpevole una coppia albanese, Ronalda e Ilir M., accusata di getto di cose pericolose e disturbo della quiete pubblica. Secondo la Cassazione, «lo sbattimento di qualche tappeto e lo scuotimento di qualche tovaglia non integra una condotta penalmente rilevante per l'impossibilità di causare imbrattamenti e molestie alle persone». Una condotta, cioè, che non può essere punita in base all'art. 674 del Codice Penale. La norma, infatti, spiega ancora la Cassazione, deve essere intesa alla luce dell'interesse perseguito con l'incriminazione concernendo la prevenzione di pericoli per una pluralità di soggetti.

 
I vicini della coppia si erano rivolti alla giustizia esasperati dalle discussioni e dai comportamenti incivili: urla, strepiti e poi quella spazzatura che pioveva dal cielo. La denuncia aveva fatto il suo corso, fino alla condanna. Ma Rolanda M. ha presentato ricorso, sostenendo che gli altri condomini del palazzo non si erano mai lamentati, non si erano sentiti «molestati». Il sostituto procuratore generale della Suprema Corte Vito Ambrosio ha chiesto la conferma delle condanne, però i giudici hanno deciso diversamente. La sentenza 27625 precisa che tappeti e tovaglie scossi non costituiscono pericolo per «una pluralità di soggetti». In quanto agli schiamazzi, «il reato di disturbo alle occupazioni e al riposo delle persone non sussiste se le condotte poste in essere non hanno una idoneità offensiva tale da mettere in pericolo la tranquillità di un numero indeterminato di persone», ovvero «quando i rumori arrechino disturbo ai soli occupanti di un appartamento, all'interno del quale sono percepiti, e non ad altri soggetti abitanti nel condominio in cui è inserita l'abitazione». Insomma, la quantità delle «vittime» determina il reato.

Dalla Polonia la salciccia senza carne fatta con pelle ed ossa animali, allarme europeo per il cibo spazzatura

Il Mattino

 

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PRAGA - Salsicce e salami senza carne prodotti da residui delle ossa e della pelle degli animali o alimenti conservati nell' acido formico usato importati dalla Polonia. Sono fra i cibi alterati e perfino pericolosi comparsi da oggi sul portale «Gli alimenti alla gogna», il nuovo sito internet avviato dal Ministero dell' agricoltura di Praga. L' obiettivo è segnalare ai consumatori cechi ma anche a quelli europei gli alimentari di scarsa qualità o addirittura nocivi. Gli alimenti, infatti, vengono segnalati dalle autoritò ceche ma non è detto che grossisti senza scrupoli non li stiano facendo circolare in Europa. Il sito www.potravinynapranyri.cz , costato 445.000 mila corone (17,8 mila euro), riporta la fotografia del prodotto, il nome del produttore, del paese dell'origine, del distributore e del venditore di alimentari alterati. Il consumatore viene informato del vero contenuto del prodotto che spesso differisce da quello indicato sull' etichetta. Negli ultimi sei mesi la Polonia ha immesso sul mercato ceco, polvere di uova marce, cetrioli e crauti conservati con acido formico, una mezza tonnellata di pollame e pesci contaminati. Il ministero ceco intende avviare una causa penale contro la Polonia

 

 

Mercoledì 11 Luglio 2012 - 22:23

Medaglia d'oro per una superstite della strage di Sant'Anna

Orlando Sacchelli - Mer, 11/07/2012 - 18:11

 

Cesira Pardini, 86 anni, è stata insignita della Medaglia d'oro al merito civile. Durante la strage di Sant'Anna di Stazzema, compiuta dai tedeschi il 12 agosto 1944, salvò le sorelle e un bambino.

 

Aveva diciotto anni Cesira Pardini quando salvò le sorelle e un bambino dalla strage di Sant'Anna di Stazzema (Lucca), dove a causa dei nazisti persero la vita 560 persone. La più grande strage tedesca compiuta in Italia come numero di vittime. A distanza di 68 anni per i suoi gesti di eroismo le è stata conferita la Medaglia d'oro al merito civile. La signora, oggi 86enne, vive sul mare, a Marina di Pietrasanta.

 

 

A comunicarle la bella notizia è stato il sindaco di Stazzema Michele Silicani, non appena ha avuto conferma dagli uffici del Quirinale. "Erano anni che aspettavamo questa notizia - commenta il sindaco - e la commozione di Cesira Pardini è il più bel riconoscimento per la comunità che rappresento e per Sant’Anna di Stazzema. Nella vicenda di Cesira c’è tutta la forza delle donne di Sant’Anna di Stazzema che si distinsero in moti di vero e proprio eroismo e che già avevano ottenuto questo riconoscimento".

Quello di Cesira non fu l'unico gesto di eroismo di quel terribile 12 agosto 1944. Un altra donna, Jenny Bibolotti Marsili, scagliò uno zoccolo contro un soldato tedesco per attirare su di sé l’attenzione e distoglierla dal figlioletto Mario". Quel bambino, divenuto adulto, oggi porta con orgoglio la medaglia alla memoria data a sua madre. Un'altra donna, Milena Bernabò, pur essendo gravemente ferita si aprì un varco attraverso il soffitto di una stalla in fiamme e, in questo modo, salvò  tre bambini.

Oggi è arrivata la medaglia d'oro per Cesira Pardini. Questa è la motivazione, come si può leggere sul sito del Quirinale: "Nel corso di un rastrellamento e del successivo feroce eccidio perpetrato dalle truppe tedesche, insieme alla madre, alle sorelle ed altri vicini, veniva catturata e messa al muro ma, sebbene ferita dai colpi di mitragliatrice, riusciva a spingere le sorelle al riparo in una stalla retrostante. Successivamente, dopo aver tolto dalle braccia della madre uccisa anche la sorella neonata, le conduceva tutte in un luogo più sicuro, nei pressi del quale, pur nuovamente ferita dai militari in ritirata, individuava sotto un cumulo di cadaveri un bambino in tenera età ancora in vita, e lo traeva in salvo. Luminosa testimonianza di coraggio, ferma determinazione ed elevato spirito di solidarietà umana. 12 agosto 1944 - Loc. Coletti di Sant'Anna di Stazzema (Lu)".

Cinecittà porta la neve al Colosseo «contro chi vuole dismettere gli studios»

Corriere della sera

 

Flashmob dei lavoratori che occupano gli stabilimenti: altri 7 giorni di sciopero. La holding: «Non ci saranno esuberi»

 

ROMA - Nevica sul Colosseo. Ma sono effetti speciali. Per dire no alla chiusura di Cinecittà. La protesta dei lavoratori degli studios sulla Tuscolana è giunta mercoledì in pieno centro per ribadire la contrarietà di dipendenti e precari al «piano di dismissione industriale degli stabilimenti cinematografici» di quella che fu la Hollywood sul Tevere. Un centinaio di manifestanti si sono dati appuntamento sotto l'Anfiteatro Flavio - davanti all'ingresso della stazione della metro B - per portare, grazie ad effetti speciali cinematografici, fiocchi bianchi su una capitale attanagliata nella morsa del caldo: «Chiudere Cinecittà - ha commentato un lavoratore - è come se nevicasse a luglio sul Colosseo: paradossale. Per questo siamo scesi in piazza: i lavoratori continueranno lo sciopero per un'altra settimana».

 

LA SOCIETA': «NUOVE OPPORTUNITA'» - Gli operai, i macchinisti, gli scenografi e tanti altri professionisti impegnati nelle produzioni sulla Tuscolana avevano occupato gli studi di Cinecittà lo scorso giovedì 5 luglio, proclamando 5 giorni di sciopero. Occupazione e agitazione si sono poi prolungati nonostante un incontro al ministero dei Beni Culturali (MiBac). A nulla, per ora, è servita anche la lettera - pubblicata a pagamento su alcuni quotidiani - della Cinecittà Studios S.p.a., nella quale la società che dopo 75 anni di storia gestisce gli stabilimenti e le produzioni sottolinea e assicura che l'attuazione del progetto per la creazione di un grande hub cinematografico «laddove condiviso, non prevede alcun esubero occupazionale, ma piuttosto nuove opportunità di sviluppo».

«NO AL PIANO DI ABETE» - Ma i sindacati non ci stanno, non credono che l'operazione che ha condotto alla nascita - all'interno della holding - della società «Cinecittà Allestimenti e Tematizzazioni» (Cat) possa garantire il futuro occupazionale a tutte le maestranze finora impegnate negli Studios. «Siamo già arrivati a 20 licenziamenti», attacca l'Rsu Cgil. E per il segretario generale dell’Ugl, Salvatore Muscarella, «non ci sono garanzie occupazionali perché il personale verrà ceduto in affitto». Eppoi «per molti dipendenti ci saranno disagi, specie per quelli che andranno a lavorare negli studi sulla via Pontina».

RISCHIO SPECULAZIONE EDILIZIA - Il presidio non smobilita. Vogliono bloccare il piano industriale di rilancio della Ieg, Italian Entertainment Group, la holding del presidente Luigi Abete e soci che gestisce Cinecittà Studios S.p.a. Su uno striscione si legge: «Fermiamo il cemento di Abete, altrimenti sarà l'ultimo ciak». «Abete non ha abbandonato l’idea della speculazione edilizia a Cinecittà - gridano i lavoratori -. Bisogna fermare questo scempio per restituire Cinecittà al suo ruolo, alla sua storia, a un Paese che ha bisogno di ripartire dalle sue radici».

PARCO TEMATICO SULLA PONTINA - Gli occupanti di Cinecittà dicono no al progetto di trasferire parte delle maestranze nel «parco giochi» (il parco tematico Cinecittà World) che dovrebbe sorgere sulla Pontina. E chiedono di continuare a lavorare nell'industria del cinema. «Martedì siamo andati all'incontro al Mibac - spiega un sindacalista - ma non è servito a niente. Perciò abbiamo scelto di fare un’assemblea con la quale è stato deciso di restare in sciopero per un’altra settimana». Prosegue dunque l'agitazione e con essa l'occupazione degli Studios, almeno fino al 18 luglio.

STRISCIONI E TAMBURI - Come sul cancello d'ingresso degli stabilimenti, al Colosseo sono stati esposti striscioni e cartelli - «Salviamo il cinema, Cinecittà non deve morire», «Cinecittà bene comune» - mentre decine di lavoratori richiamavano l'attenzione di turisti e romani con fischietti, tamburi eppoi con la neve artificiale portata nell'area archeologica grazie a uno dei macchinari di scena. Sventolano tra i fiocchi di neve anche i vessilli di Ugl, Cgil, Uil, Cisl e alcune bandiere italiane con scritto «Cinecittà occupata». Su uno striscione di Sinistra ecologia e libertà si legge: «Acea, ex caserme, depositi Atac, Cinecittà, Colosseo, beni archeologici, mare-Roma non si vende».

 

Luca Zanini

 12 luglio 2012 | 9:17

Esecuzione a Belfast: ucciso il cane Lennox Colpevole di assomigliare a un pitbull

Corriere della sera

 

Ma alla prova del Dna era risultato un incrocio fra un American Bulldog, uno Staffordshire Bull Terrier e un Labrador

 

«Il cane Lennox, appartenente a una tipologia illegale di pitbull terrier, è stato umanamente soppresso, in accordo con l'ordine della Corte della Contea riaffermato dalla Corte d'Appello dell'Irlanda del Nord». Così «umanamente» il Consiglio della città di Belfast ha confermato l'esecuzione del cane Lennox. Sette anni, amato e coccolato da una famiglia di Belfast fino al maggio del 2010, quando le guardie zoofile lo hanno imprigionato. La sua colpa? Assomigliare a un pitbull, razza proibita in Gran Bretagna dal Dangerous Dogs Act, per una legge che la considera pericolosa del 1991.

TEST DEL DNA - Lennox, però, ne aveva l'aspetto fisico ma non era un pittbul. «Gli era stato fatto il test del Dna - ha raccontato Caroline Barnes che ha lottato due anni perché Lennox non venisse ucciso - e questo ha dimostrato chiaramente che è un incrocio fra un American Bulldog, uno Staffordshire Bull Terrier e un Labrador». Per Caroline Barnes e sua figlia Brooke, una ragazzina disabile di 12 anni, Lennox era stato un compagno di giochi affidabile. Mai un morso, mai un'aggressione. Un compagno capace di comprendere gli stati d'animo della ragazzina. Ed è stato proprio in nome dell'amore l'"amico di famiglia" che Caroline era riuscita a portare la sua battaglia sul web, coinvolgendo animalisti di altri paesi. La petizione online Save Lennox e la campagne dei social media hanno portato a numerose proteste a Belfast e a New York per chiedere che Lennox fosse liberato e potesse vivere . Tutto inutile. Inutili le petizioni.

SICUREZZA - «A nulla è valso l'autorevole intervento della Regina Elisabetta II e quello del premier nordirlandese» ricorda in una nota il presidente nazionale dell'Enpa italiana, Carla Rocchi che continua: «La municipalità di Belfast con un gesto di inaudita crudeltà, ha così deciso di schierarsi contro la scienza medica veterinaria, contro le ragioni del buonsenso e dell'umanità, contro milioni di persone che in tutto il mondo si sono mobilitate per invocare un atto di umanità e ragionevolezza». Non sono servite neppure le proposte alternative, come gli affidi internazionali proposti da diverse organizzazioni mondiali. Ma l'esperto del Consiglio comunale di Belfast, non ha avuto titubanze: ha descritto il cane come «uno dei più imprevedibili e pericolosi cani mai incontrato». E pur «rimpiangendo l'azione necessaria» di uccidere Lennox, ha sottolineato che «la sicurezza pubblica resta la priorità»

 

11 luglio 2012 | 21:28

Quando le denunce non salvano le donne

Corriere della sera

 

Quelle che provano a salvarsi e che non ce la fanno. Quelle che vivono guardandosi le spalle proprio perché hanno osato cercare una via di fuga. Quelle che alla fine, per quanto coraggio abbiano avuto, chiudono gli occhi per sempre sul viso di chi le ha perseguitate.

Sono tante, tantissime. Donne perdute malgrado avessero seguito il padre di tutti «comandamenti», denunciare. E chissà con quanti e quali tormenti. Eppure…

Stefania Cancelliere, per esempio. Aveva 49 anni e una relazione ormai inesistente con il marito, Roberto Colombo, primario di oculistica in un ospedale del Comasco: sedici giorni fa lui l’ha uccisa nell’androne di casa, a Legnano, sfondandole la testa con ottanta colpi di mattarello. Fra di loro, come recita il copione di mille storie uguali a questa, era stato un crescendo di disamore e litigi. Sfuriate per ogni piccolezza, poi la separazione, lui che vive di risentimento e desiderio di rivalsa. Nemmeno i due bambini avuti da quella donna lo convincono a lasciar perdere. Lei lo denuncia per stalking ed ecco che all’improvviso tutto precipita anche se, come spesso accade, si dirà poi che «non c’erano stati segnali che facessero temere pericoli concreti».

«Ecco, questo è uno degli errori fondamentali» si scalda Manuela Ulivi, avvocata, vita milanese divisa fra lo sportello-donna della Cgil e la Casa delle donne maltrattate che frequenta da 21 anni e della quale è presidente. «L’idea che debba esistere un segnale di pericolo per poter intervenire in modo drastico è un punto di partenza sbagliato. Se non ci fosse pericolo la donna non arriverebbe a firmare un documento d’accusa».

Le accuse contro suo marito Stefania le aveva presentate direttamente al tribunale, mesi fa, forse convinta che lì potessero aiutarla più in fretta. Invece il solo a prendersi cura del suo caso (e senza nemmeno sapere che lei avesse avviato una causa per stalking) è stato un bravo poliziotto, il vice questore Antonio D’Urso, capo del commissariato di Legnano. «Ricordo che il dottor Colombo chiamò il 113 » racconta «sostenendo che sua moglie lo stesse aggredendo a pugni e calci. Davanti agli agenti della volante la signora negò accusando lui». Litigi come mille altri. Ma D’Urso fece un controllo in più e scoprì che Colombo aveva a casa (regolari) una carabina e due pistole. «Siamo andati a ritirarle tutte, assieme al suo porto d’armi. Era il 29 aprile 2011 e lui era lì, tranquillo. In casi come questi io ne faccio una regola generale: c’è un segnale che mi dice che non ho più garanzie sull’uso legittimo delle armi, quindi le ritiro. Dopo l’epilogo tragico di questa storia ci ho pensato… Già così è stata una tragedia enorme ma ho immaginato che cosa sarebbe potuto succedere di più se quel giorno avesse avuto una pistola in pugno….».

Nella sua lunga esperienza vicino alle donne in difficoltà Manuela Ulivi ha visto spesso la solitudine accanto al coraggio. «Purtroppo c’è la tendenza a credere che la denuncia sia sufficiente per mettere al riparo una donna. Ma è il contrario. Proprio nel momento in cui denuncia, una donna si sente più sola, si trova nella situazione di pericolo maggiore, specie se c’è ancora una convivenza, una relazione, un contatto con l’uomo che la perseguita. E allora quello che si deve fare è coinvolgere centri e persone competenti, con esperienza e sensibilità specifica. Bisogna mettersi al fianco di chi denuncia, starle vicino, valutare quanto è alto il rischio e farle capire che questa situazione la può portare al cimitero».

Stefania e suo marito vivevano in appartamenti separati ma nello stesso condominio. Nessuno potrà mai sapere se sarebbe bastato un ordine di allontanamento per evitare il delitto. Di sicuro avrebbe abbattuto le occasioni di incontro fra i due.

L’avvocata Teresa Manente, è una penalista, referente nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza e responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna. Ripensa alla storia di Stefania e rivede il dramma di tante altre. “Il problema è sempre lo stesso” attacca. «Quando le donne querelano e le loro storie finiscono comunque nel sangue quello che non funziona è la sottovalutazione del problema, ovvio. E parlo di forze dell’ordine e magistratura che dovrebbero indirizzarla immediatamente a un centro antiviolenza e valutare la possibilità di misure cautelari efficaci a tutela sua e dei figli. E invece sa che succede delle volte quando non c’è specializzazione in materia?

Che si avvisa il marito per tentare una riconciliazione o si parla di conflitto coniugale… ma il conflitto presuppone parità e invece uno dei punti chiave delle storie di violenza domestica è lo stato di soggezione della donna. Con violenze e minacce si annienta la sua libertà di autodeterminazione, niente a che vedere con il conflitto coniugale».

Vivere all’ombra di un uomo violento, esserne succubi, provare vergogna della propria debolezza o dei lividi giustificati a forza di bugie. Così era successo per anni anche a un’altra donna finita nell’elenco degli omicidi del 2012. Il suo nome era Antonia Bianco, 43 anni, ammazzata per strada dal suo ex Carmine Buono (a San Giuliano Milanese) con una stiletta al cuore. Quell’uomo l’ha infilzata con un ago acuminato che le ha bucato il petto e spaccato un ventricolo. Infarto, si era detto all’inizio. Poi i medici legali che notarono quella puntura impercettibile all’altezza del cuore… Anche lei, come Stefania, aveva provato a salvarsi chiedendo aiuto alla legge: due querele con richiesta di allontanamento dell’ex compagno che la tormentava ogni santo giorno sotto casa e davanti al luogo di lavoro. «La rivedo nello studio a scrivere insieme a me quei documenti» si commuove il suo avvocato Gabriele Lombardo. «Io stesso le avevo sconsigliato una denuncia generica e suggerito la richiesta della misura di allontanamento. Abbiamo scritto la prima per ingiurie, lesioni e minacce, la seconda per stalking. Ricordo che lei mi raccontava di aver sempre affrontato quell’uomo a viso aperto.

Pensava che si sarebbe fermato alle parole, la infastidiva più che altro l’idea che le facesse perdere il lavoro perché lui telefonava, si presentava lì davanti». L’avvocato Lombardo è convinto che in questo genere di storie esiste anche una certa dose di imponderabilità. «Non me la sento — dice – di prendermela con la magistratura e trovare un colpevole per forza perché non è stato fatto questo o quello. Capire e valutare il rischio vero è facile solo con il senno di poi». Nel caso di Antonia il pubblico ministero ha notificato la richiesta di rinvio a giudizio, per i reati della prima querela, dopo la morte. Non una rarità, purtroppo. Capita sempre più spesso che provvedimenti di tutela arrivino a omicidio avvenuto.

«La tempestività d’azione per tutelare la vittima, ecco un’altra questione da affrontare» se la prende Teresa Manente. «L’omicidio si può evitare se si prende in seria considerazione la richiesta della donna. Non dovrebbero esserci tappe. Il pubblico ministero dovrebbe prendere immediatamente visione della querela e agire se ci sono i presupposti per l’applicazione di una misura cautelare. Spesso la rapidità dipende dalla sensibilità culturale dei magistrati che colgono la gravità della violenza domestica».

L’esito di una ricerca nazionale depositata al Consiglio superiore della magistratura nel 2009 rende bene l’idea del problema dei tempi. Si è scoperto che per le violenze domestiche i magistrati firmano più custodie cautelari in carcere che ordini di allontanamento. Motivo? Perché valutano il caso quando ormai la violenza dell’uomo è talmente grave che l’allontanamento non basta più.

Energy drink, troppi rischi per la salute

Corriere della sera

 

Le usano molti giovani e il 57% degli studenti. I pericoli legati al contenuto elevato di caffeina e all'abbinamento con l'alcol

 

MILANO - Mascheramento dell’effetto depressivo dell’alcol, rischio di disidratazione, alterazioni del ritmo cardiaco e della funzionalità renale. Sono pesanti le conseguenze del consumo esagerato dei cosiddetti energy drink, le bevande energizzanti, principalmente dovute all'elevato contenuto di caffeina. La nuova allerta (l'ultima, due mesi fa, riguardava i possibili danni ai denti) arriva dal Comitato per la sicurezza alimentare, ente del Ministero della Salute, che sottolinea come il consumo eccessivo di questi drink non sia «scevro da rischi per la salute umana», mettendo in luce anche i pericoli legati all’assunzione contemporanea di alcol.

ADOLESCENTI - Un rischio che riguarda i giovani: i principali consumatori di energy drink sono persone tra i 18 e i 35 anni, ma «non va trascurata la presenza di consumatori adolescenti». In particolare diversi studi in Europa e negli Usa hanno evidenziato una prevalenza di consumatori tra gli studenti: secondo un'indagine dell’Università di Messina ne fa uso il 57% di chi è impegnato in studi di vario livello. I rischi sono legati al contenuto particolarmente elevato di caffeina in queste bevande che può arrivare al 150 e fino al 300 per cento in più rispetto ad altre bevande che contengono caffeina. Una particolare allerta riguarda l'associazione con l'alcol, che comporta i rischi suddetti, dalla disidratazione alle alterazione della funzionalità renale. Esistono poi degli energy drink alcolici, acquistabili anche online: il Comitato per la sicurezza alimentare invita infine a prestare particolare attenzione a tali prodotti che potrebbero presto arrivare anche in Italia.

«INGREDIENTI SICURI» - Non è la prima volta che l'Associazione di Confindustria che rappresenta le imprese che producono e commercializzano bevande analcoliche in Italia (Assobibe) deve correre ai ripari. Gli energy-drink «sono bibite funzionali analcoliche con ingredienti sicuri»: l'importante è farne un consumo moderato, spiega l'associazione in una nota. «Eventuali effetti sulla salute non derivano dai drink in quanto tali - che sono bibite funzionali analcoliche con ingredienti sicuri, in commercio da oltre 15 anni, che rispettano pienamente le normative vigenti -, quanto piuttosto dalla caffeina contenuta, un ingrediente peraltro molto diffuso in diversi alimenti. La quantità di caffeina contenuta in una lattina di 250 ml è simile a quella contenuta in una tazzina di caffè - spiega Assobibe -. La concentrazione massima di caffeina negli energy drink commercializzati in Italia è pari a 320 mg/l, ed è chiaramente indicata in etichetta, insieme all'indicazione "tenore elevato di caffeina", per favorire scelte consapevoli. Ciascuno dovrebbe pertanto regolarsi nel consumo di energy drink così come fa per il caffè o il tè. Per il loro contenuto di caffeina, non sono raccomandati ai bambini, alle donne incinte o alle persone sensibili alla caffeina». In collaborazione con il Ministero della Gioventù, Assobibe ha realizzato una campagna informativa e il sito www.infoenergydrink.it.

 

Redazione Salute Online12 luglio 2012 | 10:41

Tuffi e tanga

Corriere della sera

 

Se chi se la spassa sulla spiaggia è di destra

 

Nella prima estate senza gli appuntamenti di «Cortina InConTra», l'Unità, dopo mesi di incertezze e tentennamenti, ha scoperto che Beppe Grillo è di destra oppure che serve alla destra. Determinante per la scoperta è stata la dichiarazione di Grillo a favore del Porcellum. Come scrive Toni Jop: «Grillo, tra un tuffo e un tanga, si allinea così ancora una volta sulla frontiera della destra». A parte il riferimento vagamente misterioso al tuffo e al tanga (vuol dire che Grillo è uno sfaccendato gaudente? Forse, chissà) il senso appare molto chiaro. Dato che le «forze di sinistra e di centro lottano da anni» contro il Porcellum, chi non lotta sta con la destra. Torna però l'idea che chi è di destra se la spassi al mare. Jop legge nel pensiero di Grillo: «Io governerò a mille chilometri da una poltrona vista mare. E poi a Parma facciano quello che vogliono. Bagnino!!». La nostalgia della montagna e di Cortina comincia a mordere. Tutti al mare.

L'indagine del pm sulla laurea
Non scherziamo con i titoli di studio. Antonio Ingroia (nella foto in alto) , che come polemista preferisce l'accetta alla penna, aveva messo in discussione la laurea di Eugenio Scalfari, reo di essere in disaccordo con lui, in Giurisprudenza. Ieri la replica di Scalfari su Repubblica : «Il dottor Ingroia, in un'intervista rilasciata in uno dei tanti luoghi pubblici che frequenta quasi quotidianamente, mi ha perdonato poiché avrei l'attenuante di non essere laureato in Legge». Ahi. Ma: «Bontà sua, mi sono laureato in Giurisprudenza nel 1946 con il voto di 110 e lode», all'età, aggiungiamo noi, di 22 anni, e subito dopo la conclusione della guerra mondiale (e non nel '51, come sosteneva erroneamente il Fatto quotidiano citando nientemeno la Treccani come fonte). E poi il finale morale: «Se la raccolta di notizie del dottor Ingroia porta a risultati così completamente infondati, questo non è certo un segnale rassicurante sulle capacità professionali del sostituto procuratore». Urge replica, o almeno un giurì d'onore (che non si nega a nessuno).

Il dilemma di Sepúlveda
Il mondo, senza fiato, si chiede con angoscia dove si troverà Luis Sepúlveda domenica 15 luglio. Lo scrittore cileno infatti aveva promesso che non avrebbe più seguito inutili dibattiti letterari e show di scrittori per andare incontro ai minatori delle Asturie, pronto per narrarne le gesta. Le cronache dicono che i minatori sono giunti a Madrid, ma domenica 15 luglio Sepúlveda dovrebbe leggere a Barolo il discorso letterario in cui promette che non farà mai più discorsi inutilmente letterari. E allora: Barolo o Madrid? Pochi giorni ancora e il mistero sarà sciolto. Coraggio, Barolo InConTra.

Pierluigi Battista

12 luglio 2012 | 10:21

Il made in Italy fatto con i cinesi

Corriere della sera

 

Alla lettura della sentenza Elena Ciocca e Manuela Amadori hanno sciolto in un abbraccio la tensione accumulata negli ultimi quattro anni. Lasciate sole dai colleghi intimoriti, dalle associazioni di categoria, dai noti marchi coinvolti, dai sindacati e dalle amministrazioni locali (risvegliati dall’indifferenza soltanto quando i riflettori della televisione si erano accesi e per costituirsi parte civile, il comune di Forlì in prima fila), da ieri sono le due artigiane del pregiato divano Made in Italy ad avere denunciato (e vinto) sul dilagante fenomeno della sostituzione delle imprese italiane con quelle più “economiche” gestite dai cinesi. Nella storica sentenza pronunciata in tarda serata dal giudice Giorgio Di Giorgio è stata accolta la richiesta del sostituto procuratore Fabio Di Vizio di estendere anche ai committenti italiani le condanne per il reato di “rimozione e omissione dolosa delle cautele contro gli infortuni sul lavoro” (art. 437 del codice penale) messe in atto dai terzisti cinesi.

 

 

Questo perché, secondo la Procura, gli Italiani ingerivano nell’organizzazione del lavoro e della produzione dei cinesi, così come era emerso dalle indagini condotte dalla Squadra Mobile di Forlì. Gravi mancanze a danno dei dipendenti sfruttati che, unitamente all’evasione contributiva e previdenziale e all’uso di manodopera in nero, avevano dimezzato i costi e costretto numerosi artigiani romagnoli a licenziare gli operai sotto i colpi della concorrenza sleale. Ieri sono usciti dall’aula in otto con una condanna a un anno di reclusione con la sospensione della pena: quattro Cinesi e, questa la novità, anche quattro Italiani (Ezio Petrini, Franco Tartagni, Luciano Garoia e Silvano Billi, rispettivamente titolari della “Cosmosalotto”, “Treerre” e “Polaris”). «La sentenza ha un profilo etico-sociale», ha dichiarato il sostituto procuratore Fabio di Vizio, «Ma in questo caso è prevalso il diritto che esige la tutela effettiva delle garanzie dei lavoratori e del loro non trattabile diritto alla sicurezza». Per i fornitori italiani era più comodo sedersi sui loro salotti pregiati senza porsi troppe domande sui prezzi stracciati proposti dai cinesi e senza assumersi l’impegno anche morale nei confronti dei loro artigiani storici che negli ultimi venti anni avevano contribuito a trasformare in eccellenza il distretto del divano forlivese.

La pronuncia, se dovesse essere confermata in tutti i gradi di giudizio, rappresenterebbe un precedente giurisprudenziale che potrebbe porre fine all’ipocrisia che oggi consente a numerosi committenti italiani di scaricare sui loro terzisti cinesi la responsabilità di una pratica dalla quale traggono profitto. Il danno all’erario per il vorticoso accumulo di contante in nero e alle imprese oneste è dilagante ma la politica non sente l’urgenza di intervenire.In questa fase di emergenza occupazionale il ministro Fornero dovrebbe prendere in seria considerazione questa realtà che sta lasciando a casa migliaia di operai specializzati nei settori esclusivi del Made in Italy (borse, scarpe e abiti di lusso). Le soluzioni ci sarebbero e non serve attendere l’intervento della magistratura. Intanto, basterebbe aumentare le sanzioni, oggi ridicole, per chi viola le normative ed estenderle ai committenti italiani attraverso l’adozione di contratti di fornitura chiari e, soprattutto, disporre anche per questi prodotti la confisca e la distruzione così come avviene per il materiale contraffatto. Quale prestigioso marchio del Made in Italy si può permettere di non allestire i propri raffinati showroom sparsi per il mondo quando è in arrivo la nuova collezione?

 

Sabrina Giannini
sabrina.giannini@reportime.it
12 luglio 2012 | 8:52

Di Pietro colpito da ictus, è grave» Ma lui: «Sto bene, sono a Roma»

Corriere della sera

 

In rete e sull'Unione Sarda gira la voce, ma l'ex pm smentisce tutto: «Diciamo che così mi hanno allungato la vita...»

La bufala sull'ictus di Di Pietro. Lui: «Sto bene»
Marta Serafini

 

«Antonio Di Pietro colpito da un attacco ischemico». La notizia rimbalza su Twitter che riporta un lancio dell'Unione Sarda. Secondo quanto riferito dal giornale - che poi ha tolto dal suo sito la notizia - il malore avrebbe colto Di Pietro durante una gita in gommone in Sardegna all'Isola di Tavolara dove si trova in vacanza. E ancora: «Il leader dell'Idv non sarebbe in pericolo di vita ma le sue condizioni sono apparse gravi ed è ricoverato all'ospedale di Olbia», scrive il giornale.

 

 Di Pietro si diverte in Sardegna Di Pietro si diverte in Sardegna Di Pietro si diverte in Sardegna Di Pietro si diverte in Sardegna Di Pietro si diverte in Sardegna

 

 

LA BUFALA - Tutto falso. E' lo stesso Di Pietro a rassicurare sulle sue condizioni di salute. «Sto bene, sono a Roma, e sto andando alla Camera. Anche ieri sera ero a Montecitorio come testimoniano le telecamere che mi hanno ripreso e trasmesso nei telegiornali», spiega a Corriere.it per telefono. Poi scherza: «C'è chi mi vuole male, ma mi hanno allungato la vita. In ogni caso rassicuro tutti sto bene». Probabilmente il malinteso è nato da un colpo di sole durante le vacanze in Sardegna. Ma Di Pietro aggiunge: «Un conto è un colpo di sole, un conto è un ictus».

 

Il messaggio Twitter di Di PietroIl messaggio Twitter di Di Pietro

 

UN COLPO DI SOLE - Secondo l'Ansa il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, nella notte fra sabato e domenica, mentre si trovava in vacanza in Gallura, forse per un affaticamento dovuto al forte caldo ed all'afa, è stato visitato nel pronto soccorso dell'ospedale di Olbia da dove si è poi allontanato dopo alcune ore senza ulteriori conseguenze. Nessuna ischemia quindi per Di Pietro che dopo alcuni controlli è poi ripartito dalla Sardegna per Roma dove ha preso parte, nei giorni successivi, ai lavori parlamentari. Poi, l'ex pm ci ha tenuto a rassicurare anche i suoi follower su Twitter: «Anche se era una bufala bello sentire il vostro affetto».

 

Marta Serafini
@martaserafini12 luglio 2012 | 10:18