sabato 14 luglio 2012

Israele, ragazza in spiaggia con il fucile

Corriere della sera

 

La foto sta facendo il giro del mondo. «Forse è una soldatessa che non si può separare dall'arma». Ma scatta la polemica

 

La foto che sta facendo il giro del mondo  

 

Vedere belle ragazze in bikini è qualcosa di molto comune sulle spiagge occidentali. Più insolito è invece scorgere una giovane al mare con un fucile sulle spalle. Sta facendo il giro del mondo la foto pubblicato su internet e scattata su una spiaggia di Tel Aviv in cui si vede una ragazza in bikini che parla tranquillamente con un’amica mentre ha con sé un’arma. L'immagine, postata sui vari social network e su diversi siti web, è stata vista in un solo giorno da oltre 650.000 persone.

ESERCITO - L'immagine sarebbe stata pubblicata su Facebook con il titolo «Only in Israel» (Solo in Israele) e la ragazza immortalata con l'arma sulle spalle sarebbe una soldatessa dell'esercito israeliano. Le donne rappresentano quasi un terzo delle forze armate israeliane e il 50% dei suoi ufficiali. Superati i 18 anni, ogni ragazza nata nello Stato mediorientale deve passare almeno due anni nell'esercito. I regolamenti delle forze armate israeliane parlano chiaro: se un soldato porta fuori dalla propria caserma un’arma da fuoco deve tenerla sempre a stretto contatto. In caso contrario rischia di finire in galera. Potrebbe essere questa la ragione per cui la ragazza non se ne separa nemmeno in spiaggia: «Ho prestato anche io servizio nell'esercito israeliano - spiega un utente che ha commentato la foto incriminata- E' possibile che la giovane sia andata in spiaggia non appena è uscita dalla propria base militare. Non volendo passare in armeria per lasciare il fucile aveva il dovere di tenerlo vicino a sé». Un altro scrive: «La foto è stata scattata su una spiaggia di Tel Aviv. E' normale vedere simili spettacoli in estate»

PRECEDENTI - Non è la prima volta che una ragazza israeliana appare armata su una spiaggia. Nel 2007 il Ministero degli Esteri del paese mediorientale per promuovere il turismo ideò una campagna pubblicitaria nella quale comparivano soldatesse in bikini sulle più famose spiagge israeliane. Armate fino ai denti, le ragazze invitavano i turisti a visitare il loro paese: «Vogliamo che i cittadini di tutto il mondo vedano Israele attraverso la nostra prospettiva» commentò a suo tempo Aviv Shiron, vicedirettore della sezione che si occupa di media e pubbliche relazioni del Ministero degli Esteri. «Israele non è fatto solo di uomini, alcuni in uniformi e armati, altri vestiti di nero e intenti a pregare…qui ci sono anche tante belle ragazze». Nello stesso anno sulla copertina della rivista Maxim comparve una foto in cui si vedevano diverse soldatesse in bikini e una didascalia raccontava: «Ecco le donne dell'esercito israeliano». Anche il quotidiano progressista Haaretz non sembra scandalizzato dall'immagine della ragazza con il fucile in spiaggia e chiosa: «Per un israeliano questa foto è del tutto normale. Un soldato che non si trova nella sua base militare deve tenere l'arma sempre a stretto contatto. Se si fa rubare il fucile rischia di finire in carcere per un lungo periodo».

 

Francesco Tortora

14 luglio 2012 | 17:28

Trentino Alto Adige peggio della Sicilia: l'autonomia dorata gliela paghiamo noi

Libero

Tasse basse e fondi da Roma: così foraggiamo masse di dipendenti pubblici

Follie d'Italia: il governatore bolzanino Durnwalder guadagna più di Obama...

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Si sono arroccati sulle montagne, con il loro tesoro e non vogliono mollarlo. In Trentino Alto Adige-Südtirol, il 31,7% del bilancio dei Comuni è costituito da entrate extratributarie. Anche perché da quelle parti le tasse incidono in misura molto minore rispetto al resto del territorio italiano, secondo i dati Istat relativi al 2010. Così, se in una regione a statuto ordinario come la Liguria la media pro-capite è di 572 euro, in Trentino Alto Adige si scende drammaticamente a 211 euro per abitante. Il motivo è presto detto: arrivano barcate di soldi da Roma. Nella Provincia autonoma di Trento sono riusciti a chiudere il bilancio 2011 in pareggio con un “fatturato” di 4,6 miliardi, garantiti quasi interamente (3,9 miliardi) dallo Stato, che restituisce all’autonomia trentina e bolzanina i nove decimi del gettito fiscale incassato localmente.
Eredità separatista - In confronto a quanto ricevevano dopo la “Notte dei fuochi”, cioè la stagione degli attentati ai tralicci dell’alta tensione con cui nel 1961 i separatisti altoatesini chiedevano il ritorno dell’Alto Adige all’Austria, è poco. Ai tempi del patto fra la Democrazia Cristiana e la Südtiroler Volkspartei di Silvius Magnago, le cifre dei trasferimenti si aggiravano sui 10mila miliardi l’anno per 500mila abitanti. Ora il rapporto fra la popolazione e i soldi non è più lo stesso, nonostante l’alto numero di suicidi. Eppure le competenze affidate alle istituzioni locali rimangono costanti: soltanto il 60% di quanto ricevono è giustificato dalla spesa pro capite di 406 euro per lo stipendio del personale amministrativo.
E va aggiunto che se ne approfittano anche, se si considera che il numero di dipendenti pubblici è superiore alla media nazionale del 32% e si spendono tra i 7 e gli 8mila euro per i servizi generali della Pubblica amministrazione. Ovvio che anche i parametri retributivi siano collocati a livelli stratosferici. Fanno eccezione i 70 consiglieri delle due Province autonome, che si sono autoridotti le indennità e ogni mese intascano 5.900 euro netti rispetto ai precedenti 9.100. Per gli ultimi eletti, è saltato anche il vitalizio. Dovranno consolarsi con i rimborsi per gli spostamenti pari a 0,33 euro al chilometro fino a ottomila chilometri l’anno. Quando gli stessi consiglieri siedono in Regione, invece, si vedono rimborsati appena seimila chilometri l’anno. Un capitolo a parte, invece, riguarda il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Dürnwalder, che, tolte le tasse, guadagna  più del presidente degli Stati Uniti: 12mila euro al mese. Il calcolo è presto fatto: al presidente va il 50% in più che a un consigliere, a un vicepresidente il 25% e un segretario questore il 12,5 per cento.
«Si potrebbe gestire meglio la spesa», spiega Rodolfo Borga, consigliere provinciale del Pdl a Trento. Sotto accusa sono «l’eccesso di dirigismo che, stante la capacità maggiore di incidere sul tessuto sociale ed economico, impone una presenza eccessiva del settore pubblico. Anche a causa della legge elettorale, che dà enormi poteri ai governatori, il centralismo ha depresso la capacità d’iniziativa delle aziende». Non ritiene necessaria quindi una cura dimagrante, perché «siamo a costo zero: non contribuiamo al bilancio dello Stato ma non pesiamo nemmeno», in quanto «la scuola, l’asilo, l’università, le strade ricadono direttamente sotto la competenza della Provincia, mentre allo Stato rimangono la giustizia, i tribunali e l’ordine pubblico». Semmai, si poteva pensare a un risparmio in occasione del referendum, promosso dalla Lega Nord e svolto nell’aprile scorso per l’abrogazione delle Comunità di Valle, costituite nel 2006. L’opposizione le contestava come uno spreco di risorse pubbliche e un’invasione nella sfera di competenza dei Comuni. Peccato che non sia stato raggiunto il quorum. Per Borga, si tratta soltanto di «un ulteriore ente intermedio», che si traduce nell’ennesimo «strumento di controllo politico del territorio».
Sprechi di risorse - L’alternativa, le «unioni di comuni per la gestione di servizi in forma associata» potrebbe rappresentare un buon suggerimento per chi dovrà rassegnarsi a vedere calare la scure della spending review fissata dal governo. In conseguenza del decreto, i tagli per le Regioni a statuto speciale e le Province autonome si dovrebbero attestare a 600 milioni nel 2012 e a 1,2 miliardi nel 2013, senza contare il miliardo e mezzo di riduzioni previste a partire dal 2014. I governatori li sommano agli effetti delle manovre precedenti, che per il Trentino-Alto Adige ammontavano a 902 euro in meno di spesa pro-capite, e lanciano l’allarme, in nome del feticcio dell’autonomia, antico privilegio che si conserva fin dai tempi in cui facevano parte dell’Impero austro-ungarico. Per ora, la battaglia è a colpi di carta bollata. Dopo l’accordo quadro di Milano del 2010, sottoscritto con il governo precedente dai ministri Roberto Calderoli e Giulio Tremonti, sembravano essere state sistemate tutte le partite arretrate che da anni erano rimaste bloccate, impedendo il trasferimento di fondi dalle casse dello Stato. In cambio, le Province autonome si erano rese disponibili a un contributo rilevante purché fossero fissati alcuni paletti a tutela della loro “specialità”. Ma ora, con l’esecutivo Monti, la musica è cambiata. Si presenteranno impugnative e ancora una volta si finirà in un estenuante contenzioso giuridico. Nel frattempo si tenterà l’ultima carta, pretendendo altro denaro per il passaggio di funzioni dalle Province ai Comuni. Tanto perché non finisca troppo presto l’ultradecennale stagione della pacchia.

di Andrea Morigi

Siria, l'ombra delle armi chimiche Hollande:«Senza sanzioni è il caos»

Corriere della sera

 

Un'altra strage a Tremseh, dove si continua a combattere. L'Onu:«Inazione equivale a licenza di massacro per il regime»

 

 

Torna lo spettro delle armi chimiche. Secondo il Wall Street Journal, le forze armate siriane hanno iniziato a spostare dai depositi parte del vasto arsenale di armi chimiche di cui dispongono. Da tempo le riserve siriane non dichiarate di gas nervini e iprite e altre armi del genere hanno sollevato preoccupazione tra i dirigenti americani e dei Paesi della regione, aggiunge il giornale. I funzionari americani sono divisi sul significato di questo sviluppo. Alcuni temono che il regime intenda usare le armi chimiche contro i ribelli e civili nell'ambito di una operazione di pulizia etnica. Altri ritengono che Damasco potrebbe invece aver deciso di nascondere le controverse armi per complicare ulteriormente gli sforzi delle potenze occidentali per individuarle.

HOLLANDE E BAN KI-MOON - Intanto il presidente francese Hollande invita Mosca e Pechino a prendere posizione contro Damasco: «Dico ai russi e ai cinesi che senza sanzioni più forti nei confronti della Siria, il caos e la guerra prenderanno il sopravvento a danno dei vostri stessi interessi». Mentre il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon ha dichiarato in una nota che «l'inazione dell'Onu in Siria equivale ad una licenza di massacro per il regime».

IL GOVERNO SIRIANO NEGA - E mentre il Dipartimento di Stato ha ammonito che il regime di Damasco è responsabile della custodia dei suoi arsenali, il governo siriano ha negato di aver spostato le sue riserve di armi chimiche, affermando, tramite un portavoce del ministero degli esteri, che si tratta di informazioni «assolutamente ridicole e non vere». Si ritiene che le riserve di armi chimiche e biologiche di cui dispone Damasco siano le più vaste in Medio Oriente, aggiunge il Wsj; ricordando che la Siria non ha mai firmato la convenzione del 1992 che rende illegale la produzione, la conservazione e l'uso di armi di questo tipo. Non sarebbe la prima volta che le armi chimiche vengono usate in Medio Oriente contro gli oppositori. Saddam Hussein fece sterminare 100 mila curdi con i gas iprite, sarin e tabun nel villaggio curdo di Halabja, città curda a 15 Km dal confine iraniano.

ALTRI MASSACRI - È ancora massacro in Siria. Gli attivisti dei comitati di coordinamento locale denunciano sul proprio sito un nuovo massacro da parte delle forze fedeli al regime: è di almeno 200 morti il bilancio della strage nel villaggio di Treimsa, nella martoriata regione di Hama. Inoltre la missione Onu in Siria ha «osservato operazioni militari ancora in corso a Tremseh», e nella zona sono state udite «oltre 100 esplosioni». Secondo la tv al Arabiya, i morti nel villaggio sono 227. Anche la tv di Stato siriana ha confermato il massacro, rinnovando le accuse ai «gruppi terroristici» che «in combutta con alcuni media», vorrebbero «esaltare l'opinione pubblica» e chiedere un intervento militare alla vigilia di un nuovo incontro del Consiglio di sicurezza Onu. Damasco denuncia la morte di tre soldati «accorsi per aiutare su richiesta della popolazione». Ma non solo. Le truppe del regime siriano hanno aperto il fuoco contro cortei di manifestanti a Damasco ed Aleppo: lo ha riferito l'Osservatorio siriano per i diritti umani, secondo cui si sono registrati 29 morti nel paese, quattro civili, 18 soldati e sette ribelli. Dopo la tradizionale preghiera del venerdì, in molte città si sono svolte «massicce» manifestazioni spontanee, hanno riferito gli attivisti. La folla - inferocita per il massacro di 200 persone vicino Hama - protestava non solo contro il regime ma anche contro l'inviato di Onu e Lega Araba, Kofi Annan. «Via Annan, il servo di Assad e dell'Iran», gridavano i manifestanti.

 

«RUSSIA E IRAN RESPONSABILI» - L'opposizione al regime di Assad continua a fare pressioni sul Consiglio di sicurezza dell'Onu perché venga adottata una risoluzione vincolante («urgente e netta, che protegga il popolo siriano»), e i Fratelli musulmani di Damasco sostengono addirittura che i responsabili di questa strage sono Kofi Annan e due Paesi alleati del regime, Iran e Russia («e tutti i paesi del mondo che fingono di essere responsabili della protezione della pace e della stabilità nel mondo ma che restano in silenzio»). Il Consiglio nazionale siriano assegna al Consiglio di sicurezza dell'Onu «la responsabilità totale della protezione dei siriani senza difesa, e della cessazione di questo vergognoso crimine», definito «il più infame dei genocidi commessi dal regime».

Un video caricato su Youtube mostra due presunte vittime nel villaggio di Treimsa, nella provincia di Hama

IL VILLAGGIO - Le vittime sarebbero in gran parte civili, gli altri membri dell'esercito siriano libero (Esl) che cercavano di «difendere le proprie famiglie». I resoconti sono ancora incompleti, «stiamo contando i cadaveri» riferiscono fonti di Treimsa. Il villaggio, scrivono ancora gli attivisti, «è stato prima bombardato, a partire dalle 5 del mattino, per molte ore». Poi, «come a Hula il 25 maggio scorso, quando i morti furono 108, molti i bambini e le donne, sono entrati in azioni i miliziani filo-regime (gli «shabiba»), che a colpi di coltello e armi da fuoco» avrebbero sterminato intere famiglie all'interno delle proprie case.

IL VIDEO IN RETE - E in rete è stato diffuso dai ribelli un video particolarmente crudo, in cui vengono mostrati 15 cadaveri, dai volti o dai vestiti grondanti sangue, che in alcuni casi presentano profonde ferite all'addome, da arma da fuoco e persino da taglio. Sono tutti giovani che indossano per lo più semplici jeans e magliette, anche se uno indossa una giubba mimetica. I corpi apparterebbero a persone massacrate a Tremseh, il villaggio della provincia siriana di Hama.

LE MOSSE DELL'ONU - Entro il 20 luglio il Consiglio di sicurezza dell'Onu deve decidere se prorogare la missione in scadenza dei 300 osservatori inviati ad aprile. La Russia, uno dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, e quindi con diritto di veto, ha già fatto sapere che si opporrà a risoluzioni di carattere militare. Mosca e Londra hanno già fatto circolare bozze di risoluzione sul futuro degli osservatori di carattere completamente opposto. Il testo britannico, che gode dell'appoggio dei paesi occidentali, minaccia sanzioni non militari nei confronti del regime di Assad, se non cesseranno le violenze. Ma schiera la sua risoluzione sotto il capitolo 7 dello Statuto dell'Onu, che prevede anche l'esecuzione di azioni militari per affrontare le minacce alla pace. Quello russo, invece, chiede «l'immediata applicazione» del piano di pace di Annan e delle linee guida per una transizione politica del potere a Damasco sulla base di quelle approvate a Ginevra un mese fa, e non menziona alcuna sanzione, eventualmente «considerando ulteriori passi come appropriati».

TERZI: «SPAVENTOSO» - Il massacro di Treimsa ha colpito anche il ministro degli Esteri italiano terzi, che lo ha definito «spaventoso». Intervenendo a Unomattina il titolare della Farnesina ha spiegato: «C'è un crescendo di violenza in Siria» ed «entro la settimana ci sarà una decisione per estendere la missione degli osservatori Onu», auspicando «una missione più incisiva e muscolare, che possa avere anche la possibilità di difendersi».

 

Redazione Online12 luglio 2012

(modifica il 13 luglio 2012)

 

 

Lo stupro come arma di guerra in Siria

di Viviana Mazza

 

I numeri nei cerchi rossi indicano le violenze sessuali denunciate in diverse zone della Siria negli ultimi tre mesi. La città più colpita è Homs, centro di proteste anti-regime oggi ridotta a città fantasma.

La mappa, aperta purtroppo a nuovi aggiornamenti, è un progetto di  Women Under Siege, un’iniziativa lanciata dalla femminista americana Gloria Steinhem. E’ il primo tentativo di raccogliere le testimonianze di abusi sessuali in Siria. I dati sono stati analizzati da un team della Columbia University di New York, e ieri è stato pubblicato un primo rapporto, che accusa soprattutto le forze governative siriane. Il rapporto prende in esame 117 resoconti, raccolti tra il marzo 2011 (quand’è iniziato il conflitto) e fine giugno 2012. Il 58% degli abusi sessuali vengono attribuiti a soldati o ufficiali,  il 26% a sconosciuti, il resto a shabiha (miliziani volontari pro-regime). Ci sono anche alcuni uomini che denunciano di aver subito simili violenze in prigione.

Il fatto che nel 42% dei casi le donne sono state stuprate ripetutamente da più uomini fa pensare ai ricercatori che ”la violenza venga usata come strumento di guerra, anche se non necessariamente secondo una strategia organizzata“. In Siria gli oppositori raccontano storie simili a quelle contenute nel rapporto, accusando le forze di sicurezza. Il governo invece attribuisce le violenze, anche sessuali, a terroristi armati; e i cittadini – e le cittadine – che appoggiano il regime dicono di credere alla versione governativa e di sentirsi protette dall’esercito. La mappa tiene anche conto di testimonianze mandate in onda dalla tv di Stato siriana, che ad esempio il 9 luglio ha trasmesso le presunte confessioni di quattro uomini che affermano di aver commesso omicidi, stupri, rapimenti come pure di aver portato armi dal Libano in Siria.

Il problema resta la verifica.

In molti casi, le fonti del rapporto di “Women Under Siege” sono filmati diffusi in Rete.  Le ricercatrici non nascondono questo limite: “Si tratta sempre di testimonianze di seconda o terza mano che non possono essere indipendentemente confermate“, scrive la giornalista Lauren Wolfe, che dirige il progetto. Ad esempio, in un video su YouTube dello scorso febbraio, una donna, con il volto coperto e il Corano in mano, racconta di essere stata violentata da cinque uomini, che dopo aver perquisito la sua casa a Homs in cerca di armi le avrebbero “strappato gli abiti e bruciato il corpo con le sigarette”. Continua, piangendo: “Mi hanno stuprata in cinque. Non uno o due! Cinque uomini!” In un altro filmato è un ragazzo delle forze di sicurezza a parlare: dice di essere stato reclutato nel suo villaggio con un compito esplicito, quello di “rapire le ragazze… le ragazze che portano l’hijab”, cioè il velo sulla testa. “Ne abbiamo prese circa 25 – racconta – da zone benestanti della città”. Dice che sono state portate “nelle celle di una sede della sicurezza”, dove sono state stuprate. In altri casi, le storie usate nel rapporto sono state riportate da giornali arabi e occidentali.

 

 

Siria, riparte nave russa con armi per il regime

E l'esercito inizia a spostare l'arsenale chimico

 

WASHINGTON – Non solo stragi in Siria. Ma anche segnali preoccupanti di una crisi che appare irreversibile. Il primo arriva da fonti occidentali. La «Alaed», il cargo con a bordo elicotteri e missili russi destinati alla Siria, è di nuovo in movimento. E la sua destinazione sembra essere il porto siriano di Tartus. Ma rispetto al primo tentativo la nave non sarebbe sola. Ad una distanza tra le 50 e 100 miglia si trova la formazione russa che il Cremlino ha fatto partire alla volta della Siria. Una scorta indiretta per evitare sorprese durante il viaggio. Nella giornata di giovedì il trasponder segnalava il mercantile davanti alla costa della Norvegia, anche se è possibile che il capitano l’abbia poi spento visto che la posizione è rimasta la stessa fino a notte fonda.

VALORE SIMBOLICO - La saga della «Alaed» è iniziata in giugno quando Usa e Gran Bretagna hanno rivelato che il cargo portava rifornimenti militari russi ad Assad. In particolare alcuni elicotteri Mi 24, le temute cannoniere volanti. Un’indiscrezione seguita dall’intervento di Londra che ha ordinato alla compagnia britannica di ritirare l’assicurazione alla nave. Il capitano è stato così costretto prima a fermarsi a nord della Norvegia e, in seguito ha diretto l’unità verso il porto di Murmansk. Una manovra per poter cambiare bandiera. La «Alaed» ha ammainato quella di Curacao rimpiazzandola con il vessillo russo. Mosca ha poi completato l’operazione garantendo una doppia tutela: una nuova assicurazione, (russa) e una scorta «civile» durante il viaggio alla volta della Siria. È evidente che il caso del mercantile ha assunto un valore simbolico, soprattutto per i russi. Vogliono dimostrare alla Nato di essere al fianco dell’alleato siriano, specie in questo momento. Un messaggio sottolineato dall’aiuto militare, dall’invio della flottiglia e dagli ostacoli frapposti ad una nuova risoluzione Onu.

ARMI CHIMICHE - Ben più allarmante la notizia diffusa dal Wall Street Journal. L’esercito siriano – affermano funzionari Usa citati dal quotidiano – ha iniziato a spostare parte del suo gigantesco arsenale di armi chimiche. Alcuni ufficiali americani non escludono che Assad possa usarli contro i ribelli in determinate aree critiche del Paese. Altri, invece, sostengono che il regime stia solo cercando di evitare che i gas cadano in mano degli avversari. Quindi c’è una terza ipotesi: vogliono impedire che gli Usa sappiano con esattezza dove sia l’intero arsenale. La questione dei gas – in particolare il sarin – è già emersa in passato come elemento di grande preoccupazione in campo Nato. E, a questo proposito, si è sostenuto che gli Usa, insieme ad un gruppo di Paesi amici, hanno un piano per mettere sotto controllo i depositi di armi non convenzionali con un’azione di forze speciali. Sembra però prematuro pensare che Assad sia pronto all’uso di mezzi terribili. Sa bene che potrebbe costargli caro e fornire il pretesto per un intervento internazionale. È però anche vero che Saddam Hussein non ebbe paura di farlo il 16 marzo 1988 quando sterminò con i gas migliaia di civili curdi ad Halabja. Altri tempi e un'altra storia.

 

Guido Olimpio
Twitter: @guidolimpio13 luglio 2012 | 8:44

Festa a sorpresa per Banfi: una torta alle cozze per i suoi 76 anni

Il Mattino

 

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ROMA - Come sfogliare un enorme album dei ricordi, anno dopo anno, tutto in una notte. È stato un po’ questo il senso della festa a sorpresa organizzata per il compleanno di Lino Banfi che ieri sera, nei saloni dell’hotel di via Frescobaldi, non è riuscito a trattenere l’emozione di fronte ai numerosi amici e compagni di avventura che lo hanno accolto con un fragoroso scroscio di applausi. L’attore, che era convinto di trascorrere una tranquilla serata nei panni di Pasquale Zagaria insieme ai propri familiari, si è ritrovato immerso in un clima decisamente effervescente tra gli sguardi complici ed affettuosi di tutti coloro che hanno aderito con entusiasmo all’invito di Massimo Leonardelli e Paola Comin.

 
Poco prima gli invitati erano stati fatti accomodare in gran segreto, dal padrone di casa Roberto Naldi e dal direttore dell’hotel Gerardo Frugillo, nella elegante terrazza addobbata per la cena di gala dove una cascata di fiori gialli e bianchi. Tutti pronti ad aspettare il segnale dell’arrivo del festeggiato precedentemente concordato con i figli Walter e Rosanna. Difficile rimanere in silenzio per non essere scoperti, ma per nonno Lino si può fare anche una eccezione. Quando finalmente entra, accompagnato dall’inseparabile moglie Lucia, dai figli, dalla nipotina Virginia con il fidanzato Alessio, lo accoglie un incredibile boato di gioia e l’esuberante Mara Venier, con il marito Nicola Carraro, dà inizio al tradizionale ritornello di auguri che coinvolge tra gli altri Giulio Scarpati con la moglie, Paolo Conticini, Francesca Cavallin, Gabriella Bixio, Carlo Principini, Francesco Giorgino, Bruno Altissimi, Vladimir Luxuria. Un coro di voci talmente intonate e armoniose da non credere che siano state accordate così all’improvviso.

Per i suoi 76 anni l’ex allenatore nel pallone, protagonista di tanti indimenticabili successi, non immaginava certo un regalo così simile a lui ovvero sincero e sanguigno. Ma il regalo più grande arriva poco dopo appena qualcuno lo informa di essere stato scelto come padrino per promuovere il premio intitolato al suo caro amico Carlo Bixio alla sceneggiatura. Gli occhi si fanno lucidi pur mantenendo viva quella ardente fiammella di orgoglio e soddisfazione per una ennesimo impegno importante dedicato ai giovani. Nel frattempo arriva la torta e stavolta sono grasse grosse risate. Una enorme padellata di cozze a base di pan di spagna e glassa fa il suo ingresso trionfale in omaggio alla passione di nonno Libero per la cucina e soprattutto per il pesce. Un gran finale da film a chiusura di una festa kolossal.

 

Venerdì 13 Luglio 2012 - 19:54   

Ultimo aggiornamento: 19:55

Pedofilia, arrestato portavoce del vescovo di Fano

La Stampa

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Don Giangiacomo Ruggeri, fermato dalla polizia per presunti abusi su una ragazzina minorenne

Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano

 

L’accusa è terribile: abusi sessuali su una ragazzina di 13 anni. Lo scandalo-pedofilia irrompe nella diocesi di Fano. «E’ una notizia sconvolgente, un fulmine a ciel sereno», è il commento univoco tra i fedeli della provincia di Pesaro e Urbino. Il portavoce del vescovo di Fano (Pesaro Urbino), don Giangiacomo Ruggeri, è stato arrestato dalla polizia per presunti abusi su una ragazzina minorenne. Don Ruggeri, 43 anni, è parroco della Chiesa di Santa Maria in Orciano e portavoce dell’ordinario diocesano Armando Trasarti. L’inchiesta per i presunti abusi è coordinata dal procuratore di Pesaro, Manfredi Palumbo. Don Ruggeri, originario di Fossombrone, è giornalista pubblicista, e svolge anche l’incarico di direttore dell’Ufficio diocesano per le Comunicazioni sociali. E’ uno dei sacerdoti più conosciuti e stimati della regione. Recentemente aveva rilasciato un’intervista ad un’emittente locale per raccontarsi a partire dalle origini del suo nome, Giangiacomo, che la madre gli diede perché devota di Santa Rita da Cascia e perché legata da parentela con suore e monaci agostiniani. Don Ruggeri aveva raccontato come la religiosità in casa sua venisse vissuta in modo semplice e tradizionale e che i genitori da piccolo non lo hanno mai forzato a vivere la vita della parrocchia. «Un prete – aveva dichiarato il sacerdote – è chiamato a dare la vita per gli altri, così come fecero i miei genitori che partirono per il Friuli dopo il terremoto».

Un anno fa, alla vigilia della Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid era stato don Ruggeri ad annunciare l’improvviso forfait del vescovo Armando Trasarti, operato d’urgenza per un’ulcera gastrica. Don Ruggeri invitò tutti ad «essere vicini con la preghiera al nostro Pastore perché possa tornare presto in mezzo al popolo a Lui affidato». Fu don Ruggeri a dar notizia dell’assenza del vescovo ai 300 giovani della diocesi in partenza per la Gmg. Ieri il portavoce del vescovo di Fano è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di violenza sessuale su minore. Le indagini sono partite dalla denuncia di un abuso di cui sarebbe stata vittima una minorenne. Gli agenti hanno eseguito oggi l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della procura. Stando alle poche notizie che trapelano sull’inchiesta per pedofilia che ha portato in carcere don Giangiacomo Ruggeri, la ragazzina che avrebbe subito abusi da parte del sacerdote ha solo 13 anni. Don Ruggeri è stato rinchiuso nel carcere di Villa Fastiggi, a Pesaro, in isolamento.

Nessun commento sull’indagine da parte del procuratore Manfredi Palumbo, nè del questore Italo D’Angelo. «C’è il segreto istruttorio» dicono entrambi.

Dalla piazza alla famiglia "E adesso come facciamo?"

La Stampa

 

Il futuro degli imputati stravolto dalla sentenza

Un'immagine degli scontri fra «black block» e forze dell'ordine durante il G8 di Genova del luglio 2011

 

Torino

 

I suoi sentimenti, Francesco Puglisi detto Jimmy, li aveva affidati a una lettera scritta dal carcere di Catania: «Cari ragazzi, mi odiano! Lo Stato cerca di sbarazzarsi di me. I boia mi daranno una condanna esemplare. Ma io sono Jimmy, e sarò Jimmy anche in galera». Jimmy Puglisi deve tornarci oggi. I poliziotti lo avevano soprannominato «molotov». La Cassazione ha detto l’ultima parola. Il reato di detenzione di materiale esplodente è stato assorbito da quello di porto e utilizzo, con un piccolo sconto di un anno. Sommato al reato di devastazione e saccheggio, fa 14 anni. «Una pena che in Italia generalmente si dà in casi gravissimi come l’omicidio preterintenzionale», dice con amarezza l’avvocato Laura Tartarini. È la condanna più severa. Oggi Puglisi ha 38 anni, chiuso da tempo il centro sociale Guernika Fabrik. Di lui si erano perse le tracce. Ma la storia è venuta a presentare il conto. Erano in dieci, condannati in secondo grado. In dieci sono rimasti, anche se con pene leggermente ridotte e attenuanti da riconsiderare. Dieci persone diverse. Qualcuno, nel frattempo, è cambiato.

Altri, no. Per dire, il muratore militante Vincenzo Vecchi da Calcinate, Bergamo, durante il processo ha rivendicato la sua coerenza: «In quanto anarchico, ritengo i concetti borghesi di innocenza e colpevolezza totalmente privi di significato». Oppure Alberto Funaro detto «Fagiolino», ex postino di Roma, storico collaboratore di Radio Onda Rossa. «La radio militante». Da lì era partito verso Genova, lì è tornato ad aspettare. Il giovedì sera curava «In noctibus panis», «trasmissione musicale di matrice anarcoide». Durante le iniziative organizzate dalla radio, spesso si occupava di rifocillare gli avventori. «Long drink a cura di Fagiolino». Come per il capodanno 2012 davanti a Rebibbia. Titolo: «Io odio il carcere». Intanto Alberto Funaro era riuscito a trovare un posto da infermiere, senza dire a nessuno che il suo futuro era in bilico. Oggi dovrà spiegare: condanna confermata a 10 anni. Per tutto questo tempo, il lunghissimo tempo della giustizia italiana, i dieci sono andati avanti in qualche modo, sempre sapendo di avere il fiato corto.

Dario Ursino e Ines Morasca erano insieme a Genova e insieme sono rimasti. Abitano a Messina. Hanno una figlia di 6 anni. Lui lavora come grafico, scarica cassette al mercato dell’ortofrutta. Hanno aspettato la sentenza con il terrore di quello che ora sta per succedere. Dovranno separarsi dalla loro bambina.
Nel 2001 Antonino Valguarnera aveva vent’anni. Oggi è presidente di un’associazione culturale studentesca di Palermo. E per dimostrare che la vita non è un imbuto senza possibilità di scarto, portava sempre tre esempi personali: lui, accusato di essere un black bloc, è fidanzato con una vigilessa, si è candidato con il Pd per la circoscrizione e si è arruolato volontario per la guerra di Bosnia. Era il 2002. Ancora mostrava a tutti l’encomio ricevuto dopo l’operazione «Joint Forge»: «Il caporale Antonino Valguarnera ha assolto il proprio incarico con instancabile entusiasmo e inesauribile energia..». Il più vecchio è Carlo Cuccomarino, 57 anni, professore di Italiano in una scuola media di Reggio Calabria. Sposato, un figlio, rarissime uscite pubbliche. «Nell’ultimo periodo si è molto calmato», dice un parente.

Ma calmarsi - lo hanno detto tutti - in quei giorni era impossibile. Luca Finotti da Pavia, 30 anni, famiglia operaia, ha scritto alla Provincia Pavese: «Ho visto morire Carlo Giuliani, per questo pagherò. Ho lanciato pietre, per questo pagherò.... Ma non mi va di essere etichettato come un duro. È un fatto di carattere, non di ideologia... Violenza genera violenza». A Ballabio, vicino a Lecco, abita la madre di Marina Cugnaschi: «Da piccola l’avevo mandata a fare una scuola di taglio e cucito - racconta - è rimasta una bravissima ragazza. Quando viene a casa cura il papà, gli lava i piedi, è premurosa». Marina Cugnaschi, figlia di contadini, anarchica, assistente sociale, un lavoro alla Caritas di Milano, spesso impegnata per portare sollievo ai malati terminali, quando si è trovata davanti al giudice per i fatti del G8, ha dichiarato: «Vi comunico che personalmente come lavoratrice salariata, ho avuto modo di conoscere i veri devastatori e saccheggiatori: i padroni, i Capi di Stato, la classe dirigente di questo sistema infame». Anche lei, la bambina che studiava da sarta, a Genova ha lanciato le molotov.

Al carcere di Rimini il wc è in mezzo alla cella

Luca Fazzo - Ven, 13/07/2012 - 18:19

 

Forse non sarà il peggiore d'Italia ma sicuramente è l'unico carcere, tra quelli visitati fin qui dal deputato Alfonso Papa nel suo giro d'Italia tra le sbarre, dove la promiscuità forzata è spinta fino al punto più abbruttito e inverosimile: i bisogni si fanno davanti a tutti

 

Rimini - E vengono in mente le file di ombrelloni, la movida delle notti bianche, l'Adriatico placido e verde, il divertimentificio più lungo d'Italia. Ma c'è una strada che si chiama Santa Cristina e dal centro della città va verso l'interno, verso le campagne coltivate a pesche e viti. E qui c'è il carcere. Nelle serate di vento, si può sentire l'odore del mare. Ma nelle celle della prima sezione del carcere di Rimini quell'odore  non lo possono sentire.

 

 

Perchè è sopraffatto dall'odore dei corpi, del sudore di uomini pigiati insieme uno sull'altro. E, quel che è peggio, dall'odore dei loro scarichi. Benvenuti nel carcere di Rimini. Forse non il peggiore dei carceri d'Italia, soprattutto nelle due sezioni rimodernate. Ma sicuramente l'unico carcere, tra quelli visitati fin qui dal deputato Alfonso Papa nel suo giro d'Italia tra le sbarre, dove la promiscuità forzata è spinta fino al punto più abbruttito e inverosimile. Per le loro necessità fisiologiche i detenuti non hanno un gabinetto, non hanno un angolo che separi almeno la loro vista - se non gli odori e i rumori - da quella dei compagni di cella. No. La tazza è in un angolo della cella, accanto alle brande. Quando scappa, il detenuto si siede. I compagni di cella un po' si girano, un po' fanno finta di niente, un po' - perchè alla fine l'essere umano riesce ad abituarsi a quasi tutto - scherzano e chiacchierano. Un'abitudine forzata alla convivenza che non cancella l'assurdità, il disprezzo per l'essere umano sottintese ad un simile trattamento. Alfonso Papa ha conosciuto di persona, e da detenuto, una delle facce peggiori dell'universo carcerario italiano, la prigione napoletana di Poggioreale. Ce lo chiusero l'anno scorso di questi tempi, il 20 luglio, col voto favorevole della Camera, per l'accusa di concussione per l'inchiesta P4. Lo scarcerarono alla fine di ottobre. Una settimana dopo, la Cassazione stabilì che in cella non ci sarebbe dovuto mai finire. Da allora, Papa si è dedicato a tempo pieno alla causa dei detenuti, soprattutto a quelli in attesa di giudizio. Ha visto prigionieri eccellenti come Lele Mora e disperati senza nome e senza avvocato. Non si impressiona facilmente.

Ma ieri, quando esce dal carcere romagnolo insieme a Claudio Marcantoni dell'associazione Papillon, nella sua voce si sente l'indignazione: "Se in Italia fosse stato ratificato il reato di tortura, questo ne sarebbe l'esempio più lampante". Il carcere di Rimini è, cronologicamente parlando, un carcere moderno: anno di nascita 1972, nel pieno dell'emergenza carceri. Costruito con tutti  i crismi dalla tangente e del lavoro malfatto, vent'anni dopo cadeva già a pezzi. Oggi due sezioni sono state ristrutturate, e sono posti civili. Un piccolo reparto a custodia attenuata è un esperimento avanzato e dal volto umano. Ma una intera sezione, la seconda, è stata chiusa per cause di forza maggiore, "perché  non c'erano le condizioni minime di vivibilità e di decoro", spiega Papa. E vengono i brividi a pensare che dovesse essere, se invece viene tenuta aperta la prima sezione, quella dei cessi in piena cella. Non bisogna pensare, oltretutto, che il sordido rito delle deiezioni in pubblico avvenga tra pochi intimi. Nelle celle della prima sezione ci sono celle da quattro persone che ne ospitano dodici. A turno si alzano dalla branda, a turno si sgranchiscono le gambe. A turno si siedono sulla tazza. E se qualcuno riesce a essere così bestia da pensare "ben gli sta", e che anche fare i bisogni davanti a tutti faccia parte delle punizioni che uno Stato può infliggere, Papa ricorda che "anche nel carcere di Rimini più della metà dei detenuti, 90 su 193, è in stato di custodia cautelare. Non hanno avuto una condanna definitiva, quindi per la nostra Costituzione sono innocenti".

G8: la Cassazione riduce le pene a otto no global

Corriere della sera

 

Per due imputati pene confermate. Per cinque condannati si aprono le porte del carcere, nuovo processo per altri cinque

Sono state ridotte dalla Cassazione le pene alla maggior parte dei no global accusati di devastazioni e saccheggi nel corso delle manifestazioni anti G8 avvenute a Genova nel luglio 2001. Lo ha deciso la Prima Sezione Penale della Cassazione, che ha confermato in toto, invece, la condanna d'appello per soli due imputati. Tutti, però, sono stati riconosciuti responsabili del reato di devastazione e saccheggio.

 

RINVIO - La Cassazione ha reso più miti 8 condanne ad altrettanti manifestanti per le devastazioni avvenute il 20 e 21 luglio 2001 durante il G8. Nel dettaglio, la prima sezione penale, dopo tre ore di camera di consiglio ha annullato con rinvio la sentenza della Corte d'Appello di Genova del 9 ottobre 2010 limitatamente alla mancata concessione delle attenuanti generiche nei confronti di Carlo Arculeo (in appello 8 anni), per Carlo Cuccomarino (8 anni) per Antonino Valguarnera (8 anni). Finotti a dieci anni e nove mesi e Dario Ursino a sette anni.

IMPUTATI - Per questi cinque imputati, i giudici d'appello genovesi dovranno riesaminare il caso esclusivamente sulla mancata concessione delle attenuanti. La Cassazione, poi, ha diminuito la pena inflitta a Luca Finotti, Marina Cugnaschi (dodici anni e tre mesi), Vincenzo Vecchi (tredici anni e tre mesi) e Francesco Puglisi (quindici anni), annullando senza rinvio la condanna esclusivamente per il reato di detenzione di bottiglie incendiarie, che ha ritenuto assorbito nel resto delle contestazioni. Per Puglisi, dunque, la pena è stata diminuita di un anno, per Finotti, Cugnaschi e Vecchi di nove mesi ciascuno. Confermate, invece, le condanne inflitte ad Alberto Funaro (dieci anni di reclusione) e Ines Morasca (sei anni e sei mesi), i cui ricorsi sono stati rigettati.

ATTENUANTI - La Cassazione, pur diminuendo le pene, ha reso immediatamente esecutive le condanne. Si apriranno le porte del carcere per Alberto Funaro, Ines Morasca, Marina Cugnaschi, Vincenzo Vecchi e Francesco Puglisi. Restano, invece, in libertà Carlo Arculeo, Carlo Cuccomarino, Luca Finotti (al quale la suprema corte ha scontato la pena di nove mesi), Dario Ursino e Antonino Valguarnera, per i quali i giudici di Piazza Cavour hanno disposto un nuovo processo d'appello inerente la mancata concessione delle attenuanti.

CONDANNE DIAZ - «Ingiustizia è fatta». È il commento dell'avvocato Francesco Romeo, uno dei difensori degli imputati No Global. «C'è una sproporzione abissale tra queste pene inflitte a persone che hanno danneggiato cose e ed edifici e quelle inflitte a chi ha chiuso il percorso processuale senza dover pagare alcun prezzo alla giustizia per aver seviziato delle persone», ha detto riferendosi alle condanne confermate dalla Cassazione otto giorni fa per gli alti funzionari di polizia accusati delle violenze alla Scuola Diaz di Genova. I dirigenti della polizia, pur condannati in via definitiva, non sconteranno la pena in carcere perchè coperta in gran parte da indulto e chiederanno l'affidamento ai servizi sociali.

 

13 luglio 2012 (modifica il 14 luglio 2012)

Caterina Caselli pronta a salvare la fabbrica dei cd Ims

Il Giorno

 

Il sindacalista Antonio Ferrari: «Abbiamo scritto a tantissimi artisti rimanendo spesso senza risposta In questo caso siamo rimasti senza parole per la tempestività»

di Sara Giudici

Caronno Pertusella, 13 luglio 2012

 

«Salve, sono Caterina Caselli. Ho letto la mail che mi avete inviato. Quando possiamo vederci per una incontro faccia a faccia?». Con queste poche parole e tanta disponibilità la cantante, ora affermata produttrice, ha conquistato i 122 lavoratori dell’Ims, società specializzata nella produzione di cd e dvd che dallo scorso ottobre lottano per salvare un’azienda che ha fatto la storia della discografia italiana e internazionale. E adesso li vedrà insieme ai sindacati, per cercare di sbloccare una situazione sempre più ingarbugliata. Fino al giugno 2011 l’Ims era leader in Europa con una produzione di otto milioni di pezzi al mese: a Caronno Pertusella aveva sei centri produttivi all’avanguardia in grado di realizzare l’intero ciclo produttivo dalla materia prima alla produzione di cd e copertina fino alla distribuzione. All’improvviso, a causa di alcuni problemi gestionali, sono arrivati cassa integrazione e fallimento. I lavoratori però non si sono arresi, allestendo un presidio permanente davanti ai cancelli. Con la neve, il freddo e resistendo anche a un nubifragio hanno iniziato un’opera di sensibilizzazione di artisti e case di produzione per salvare non solo il proprio posto di lavoro ma anche una società che ha portato la musica di artisti italiani e internazionali in tutto il mondo.

In questi nove mesi di lotta i cassintegrati dell’Ims in cerca di solidarietà sono andati al festival di Sanremo e nello studio di registrazione di Vasco Rossi. Nessuno, però, li aveva garantito un sostegno tanto concreto come quello assicurato dal «caschetto d’oro» della musica italiana, che appena ha letto la mail dei 122 lavoratori caronnesi si è mobilitata contattandoli di persona. «Abbiamo scritto a tantissimi artisti in questi mesi rimanendo spesso senza risposta – rivela Antonio Ferrari, sindacalista AlCobas-Cub – In questo caso invece siamo rimasti senza parole per la tempestività con cui Caterina Caselli ci ha contattato».

«Sono molto sensibile a questi temi – dice la cantante di “Nessuno mi può giudicare” ai lavoratori – Organizziamo un incontro per vedere cosa si può fare e se insieme riusciamo a trovare una soluzione». Una disponibilità che ha riacceso la speranza dei dipendenti che, in lotta per la rinascita dell’Ims, vivono una quotidianità fatta di sacrifici e privazioni, anche perché la cassa integrazione non è ancora stata versata e quindi nessuno ha ancora preso un soldo. Negli ultimi mesi le possibilità di riaprire l’azienda si erano a poco a poco ridotte al lumicino.

«L’Ims non è un’azienda decotta ma riattivare la produzione non è semplice – riferisce Ferrari – Abbiamo alcuni imprenditori intenzionati a rilevare l’azienda proprio perché ha un suo mercato ma il problema sono le commesse che non sono sufficienti a garantire la continuità dell’attività». Nelle ultime settimane è stata anche staccata la corrente elettrica allo stabilimento ma i lavoratori e il curatore fallimentare sono riusciti a riattivare la fornitura coinvolgendo le istituzioni. «La tempestiva risposta di Caterina Caselli e la sua disponibilità – conclude Ferrari – hanno spazzato via l’indifferenza che spesso circonda chi vive il dramma della perdita del posto di lavoro».

Il festival degli sprechi

Corriere della sera

 

Tra il 2000 e il 2006 la Sicilia ha ricevuto il quintuplo dei fondi assegnati a tutte le Regioni del Nord messe insieme

Fanno davvero male, di questi tempi, bastonate come quella che Bruxelles ha appena dato alla Regione Siciliana. Dove sono stati bloccati 600 milioni di fondi Ue, una boccata di ossigeno, perché l'Unione non si fida più di come vengono spesi nell'isola i soldi comunitari.

 

«C'è stata una difficoltà di comprensione...», ha detto un funzionario al Giornale di Sicilia. Testuale. Purché non si levino ritornelli contro la «perfida Europa» nella scia di quelli lanciati dal regime mussoliniano contro le sanzioni: «Sanzionami questo / amica rapace...». Prima che dai vertici europei, l'andazzo era già stato denunciato infatti dalla Corte dei conti.

In una dura relazione di poche settimane fa i magistrati contabili avevano scritto di «eccessiva frammentazione degli interventi programmati» (troppi soldi distribuiti a pioggia anziché investiti su pochi obiettivi-chiave), di «scarsa affidabilità» dei controlli, di «notevolissima presenza di progetti non conclusi», di «tassi d'errore molto elevati» tra «la spesa irregolare e quella controllata», di «irregolarità sistemiche relative agli appalti». Una per tutte, quella rilevata nella scandalizzata relazione che accompagna il blocco dei fondi: l'appalto dato a un signore con «procedimenti giudiziari a carico». Come poteva l'Europa non avere «difficoltà di comprensione»?

Dice Raffaele Lombardo, il quale ieri ha fatto un nuovo assessore alla Cultura destinato a restar lì un battito di ciglia fino alle dimissioni annunciate il 31 luglio, che si tratta solo di questioni «tecniche» di cui chiederà conto «ai dirigenti che se ne sono occupati». Mah...

Sono anni che la Sicilia, cui la Ue aveva inutilmente già dato un ultimatum a gennaio, è ultima nella classifica di chi riesce a spendere i fondi Ue. E la disastrosa performance , insieme con quella della Puglia e delle altre tre regioni già «diffidate» (Campania, Calabria e Sardegna) ci ha trascinato al penultimo posto, davanti solo alla Romania, nell'Europa a 27.
I numeri diffusi mesi fa dal ministro Fabrizio Barca sono raggelanti. Tra il 2000 e il 2006 l'isola ha ricevuto 16,88 miliardi di fondi europei pari a cinque volte quelli assegnati a tutte le regioni del Nord messe insieme. Eppure su 2.177 progetti finanziati quelli che un anno fa, il 30 giugno 2011, risultavano conclusi erano 186: cioè l'8,6%. La metà della media delle regioni meridionali. Uno spreco insensato negli anni discreti, inaccettabile oggi.

Dice il centro studi di Svimez che il Pil pro capite delle regioni del Sud dal 1951 al 2009, anziché crescere, ha subito rispetto al Nord un netto arretramento. Calando in valuta costante dal 65,3% al 58,8%. Quanto alle aree povere del cosiddetto «Obiettivo uno», quelle più aiutate da Bruxelles perché il Pil pro capite non arriva al 75% della media europea, la risacca è stata altrettanto vistosa.

In queste condizioni, buttare via quelle preziose risorse europee che non piovono da una magica nuvoletta ma sono accumulate con i contributi di tutti i cittadini Ue, italiani compresi, grida vendetta. Buttarle per incapacità politica, per ammiccamenti ai vecchi vizi clientelari, per cedimenti alla criminalità organizzata o per i favori fatti a questa o quella cricca di amici e amici degli amici, è una pugnalata. Non solo ai siciliani, non solo ai meridionali ma a tutti gli italiani. Quelli che giorno dopo giorno, Moody's o non Moody's, cercano di spiegare all'Europa d'avere imboccato davvero una strada diversa.

 

Gian Antonio Stella

14 luglio 2012 | 8:01

Strage di piazza della Loggia: centrale ruolo di Digilo e Soffiati nell'organizzazione dell'attentato

Il Giorno

 

Per la Corte fu proprio Digilio a procurare l’esplosivo, poi consegnato a Verona a Marcello Soffiati, deceduto nel 1988, il quale lo portò a Brescia. Soddisfatto Federico Sinicato, storico difensore dei familiari delle vittime

Brescia, 13 luglio 2012

 

E' il giorno delle motivazioni della sentenza d'appello per la Strage di Piazza della Loggia nella quale persero la vita otto persone e un centinaio rimasero ferite. Dalle motivazioni emerge che Carlo Digilio e Marcello Soffiati, ordinovisti veneti, hanno avuto un ruolo centrale nell’organizzazione della strage del 28 maggio 1974. La sentenza d’appello risale allo scorso 14 aprile quando i giudici assolsero Delfo Zorzi, l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi. Nelle motivazioni della sentenza i giudici oltre a spiegare i motivi delle assoluzioni, sottolineano elementi specifici che inducono ad addossare la responsabilità della strage a Carlo Digilio e a Marcello Soffiati. Digilio, morto il 12 dicembre 2005, viene ritenuto non attendibile dai giudici della Corte d’appello che però spiegano: "Doveva prendere le distanze da tutto ciò che avrebbe potuto indurre un sospetto circa un proprio coinvolgimento nell’attentato’’. Per la Corte, però, fu proprio Digilio a procurare l’esplosivo, poi consegnato a Verona a Marcello Soffiati, deceduto nel 1988, il quale lo portò a Brescia.

Soddisfatto Federico Sinicato, storico difensore dei familiari delle vittime anche per la strage di Piazza Fontana. ‘’I giudici - spiega - indicano chiaramente le responsabilità di Carlo Digilio, l’artificiere di Ordine Nuovo.  Le sentenze di piazza Fontana e anche quella di primo grado di piazza della Loggia lo hanno indicato come inattendibile. Questa sentenza, pur affermando che ha raccontato cose non vere per non essere coinvolto direttamente, rivaluta il suo ruolo. Certo per una sorta di burocrazia processuale non viene mai legato a Zorzi e soprattutto a Maggi, il capo di Ordine Nuovo del Veneto. L’ambiente in cui sono state organizzate le stragi comunque è quello, non altri’’. ‘’La rivalutazione del ruolo di Digilio - precisa il legale - è la conferma che l’inchiesta originaria del giudice Guido salvini aveva colto nel segno e se a Milano ci sarà una riapertura delle indagini e’ da li’ che si deve partire senza andare a cercare altre piste’’. L’avvocato Sinicato ha annunciato che sicuramente verra’ fatto ricorso in Cassazione.

E la grillina espulsa si ribellò al leader «Grillo mi deve spiegazioni»

Corriere della sera

 

Scomunica via blog per Paola Poppi dopo 10 giorni dall'insediamento in consiglio comunale: «Resto per gli elettori»

 

Sandra Poppi, consigliera comunale eletta con  il Movimento 5 Stelle a ModenaSandra Poppi, consigliera comunale eletta con il Movimento 5 Stelle a Modena

 

MODENA - Zic zac! Fuori un altro. Il nuovo che avanza ha denti da piranha. Chi sgarra (e a volte basta anche solo il sospetto) va a casa. Sandra Poppi, 51 anni, due figli, presidente del Wwf di Modena fino a pochi giorni fa e candidata per il Movimento 5 stelle alle Comunali del 2009 e alle Regionali del 2010 con risultati più che apprezzabili (prima dei non eletti in entrambi i casi), ha firmato un piccolo record: a nemmeno 10 giorni dal suo ingresso nel consiglio comunale della città della Ghirlandina, al posto di un grillino (anzi ex, perché pure lui due anni fa fu allontanato), è stata cortesemente invitata da Beppe Grillo, con tanto di scomunica sul blog, a farsi da parte: «Sandra Poppi non ha titolo a rappresentare il Movimento 5 Stelle né all'uso del logo ed è diffidata dal farlo». Poche righe, poche ciance, discorso chiuso. A tagliare le gambe all'ambientalista sarebbe stata una fetta consistente dei Cinque stelle modenesi, che, accusando la Poppi di «lontananza dal Movimento», e addirittura di «aver gettato fango sulla nostra attività», si è rivolta direttamente al comico guru.

Sarà anche la culla del M5S, l'Emilia-Romagna, con Parma a fare da copertina (a proposito: il sindaco Federico Pizzarotti, completata la giunta, si è ridotto del 10% lo stipendio assieme al vicesindaco e al presidente del consiglio comunale) e con Bologna a sfornare dosi massicce di grillismo con i consiglieri regionali Giovanni Favia e Andrea De Franceschi, ma è anche una bella fucina di liti e colpi bassi. È solo di qualche settimana fa il diktat con il quale Grillo ha di fatto impedito al neosindaco Pizzarotti di scegliere come direttore generale del Comune di Parma l'ingegnere ferrarese Valentino Tavolazzi, 62 anni e una notevole audience tra i grillini, in odore di eresia per aver tentato di limitare lo strapotere di Casaleggio sul Movimento.

Il caso Poppi affonda invece le radici nella tormentata storia dei Cinque stelle modenesi. Nel 2009, la signora, geometra in edilizia scolastica, si candida alle comunali e incassa un centinaio di voti: viene eletto Vittorio Ballestrazzi, in corsa come candidato sindaco. Un anno dopo, Regionali, Sandra Poppi, con oltre 700 consensi, si piazza alle spalle di Giovanni Favia. Quest'ultimo, dovendo scegliere tra i collegi di Modena, Bologna e Reggio Emilia, opta per il primo, su indicazione di una parte del Movimento, consentendo così all'amico Andrea De Franceschi, che aveva ottenuto meno preferenze della Poppi (circa 300), di entrare in Regione.

Una decisione accolta male da Ballestrazzi, che viene puntualmente espulso dal profeta Grillo (ma l'ex grillino è rimasto in questi anni in consiglio comunale, pur modificando il nome del gruppo da «Modena 5 stelle-BeppeGrillo» a «Modenacinquestelle»). E anche dalla Poppi: «Si inventarono le secondarie per scegliere tra me e De Franceschi - afferma -. È stata una scelta poco trasparente nel metodo e nel merito. Ai loro occhi, essendo stata iscritta ai Verdi, non ero abbastanza "pura"...». Le cose sono precipitate nei giorni scorsi quando Ballestrazzi ha lasciato il consiglio comunale. Racconta Sandra Poppi: «Non capisco l'anatema di Grillo. Avevo comunicato ai vertici la mia intenzione di subentrare, ho chiesto lumi e non ho avuto risposte. Non ho mai denigrato il Movimento, ma rivendico il diritto di ragionare con la mia testa». E adesso? «Resto al mio posto per rispetto verso chi mi ha votato: è Grillo a dovermi delle spiegazioni».


La legge del blog.

 

Francesco Alberti

14 luglio 2012 | 8:08