domenica 15 luglio 2012

In vacanza anche gli animali domestici: gli automobilisti non rispettano le regole

Il Messaggero

 

l 6% degli italiani mette la cintura di sicurezza al proprio cane. Ma non è la soluzione migliore: la legge prevede la rete divisoria o gli appositi “trasportini”. C'è chi trasporta papere o serpenti.

 

di Sergio Troise

 

Screen 2012.7.15 17-19-20.1

NAPOLI - Italiani e animali in auto: un mondo tutto da scoprire, soprattutto in vista delle vacanze. Uno su quattro affronta le code dell'esodo estivo portandosi il propiro amico del cuore. Stenterete a crederci, ma sei italiani su cento sistemano il cane sul sedile, come fosse una persona, e gli legano persino la cintura di sicurezza. Un accorgimento non in linea con la normativa, che prevede invece il montaggio di una rete divisoria o l’uso di untrasportino, soprattutto per gli animali di taglia più piccola. In regola, su questo versante, rispettivamente il 17% e il 42% degli italiani. Per il resto, il 14% tiene il cane sdraiato sul sedile posteriore, il 5% lo lascia libero di muoversi nell’abitacolo, l’8% lo tiene seduto sul pianale, ai piedi del passeggero.

Non solo cani.
Ma attenzione: in auto non viaggiano solo cani e gatti. Sorprendente, in alcuni casi stravagante, la lista degli animali sistemati in vario modo tra gabbie e sedili, portabagagli e trasportini: tra gli automobilisti italiani, infatti, c’è chi porta conigli (12%), pappagalli (9%), furetti (6%), papere (3%), serpenti (3%). Un italiano su cento trasporta persino un falco. La sorprendente statistica è frutto di una indagine realizzata da Direct Line, la più grande compagnia di assicurazioni on line in Italia. Lo studio parte dalla straordinaria diffusione degli animali domestici nel nostro Paese: 45 milioni, secondo la Lav.

Bolognesi promossi.
L’abitudine di portarsi dietro il cane (o altro animale domestico) nei viaggi in auto è particolarmente diffusa tra le donne (55%), in genere più affezionate all’amico a quattro zampe, ma non per questo più attente a rispettare le norme di sicurezza. Su questo versante, la statistica rivela che gli italiani più virtuosi sono i bolognesi, che nel 34% dei casi utilizzano la rete divisoria, mentre la quasi totalità dei veronesi (96%) usa il trasportino. Bresciani (12%), cagliaritani (11%) e fiorentini (10%) scelgono di avere il proprio animale sempre sott’occhio ai piedi del passeggero, mentre i romani (30%) lo lasciano comodamente sdraiato sul sedile posteriore e i palermitani (19%) lasciano l’animale libero di scorrazzare all’interno dell’abitacolo.

A Milano con la cintura.
E al Nord? Nell’illusione di rispettare al meglio il Codice, il 29% dei milanesi lega il cane alla cintura di sicurezza. Una scelta sbagliata, che infatti viene contestata dalla stessa Direct Line. In proposito, il direttore marketing della compagnia, Barbara Panzeri, dichiara: «Gli animali domestici fanno sempre parte delle famiglie italiane e portarli con sé in vacanza è indubbiamente la cosa più corretta da fare, ma durante il viaggio in auto è necessario tenere conto delle normative che regolano il trasporto di animali. Bastano pochi accorgimenti perché il viaggio sia tranquillo e piacevole per tutti, ricordandoci sempre di evitare che i nostri amici possano in qualche modo intralciare la guida. Comportamenti imprudenti potrebbero causare distrazione al guidatore e possibili incidenti. Bisogna ricordare inoltre che il Codice della Strada punisce chi non trasporta in maniera corretta gli animali domestici nella propria auto».

Oltre la vita... il bonus prima casa può essere chiesto dall’erede

La Stampa

 

L’agevolazione “prima casa” per i trasferimenti di immobili non di lusso - derivanti da successioni e donazioni – può essere richiesta anche dall’erede per conto del contribuente defunto. È necessario, però che in capo a tale soggetto sussistano, alla data di apertura della successione, i requisiti previsti per fruire del regime di favore.

Il caso

Un contribuente doveva presentare le dichiarazioni di successione dei propri genitori, entrambi deceduti, comproprietari di un immobile adibito ad abitazione principale, chiedendo l’applicazione delle agevolazioni prima casa, in nome e per conto della madre, in possesso dei requisiti previsti dalla legge. Devono sussistere i requisiti per beneficiare dell’agevolazione. L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 40/E/2012, chiarisce che l’articolo 69, comma 3, legge n. 342/2000 - che estende le agevolazioni prima casa anche ai trasferimenti derivanti da successioni e donazioni - prevede l’applicazione in misura fissa delle imposte ipotecaria e catastale, per i trasferimenti della proprietà di case di abitazione “non di lusso” e per la costituzione e il trasferimento di diritti immobiliari relativi alle stesse, derivanti da successioni e donazioni. Questo, però, quando, in capo ad almeno uno dei beneficiari, sussistano i requisiti e le condizioni previste in materia di acquisto della prima abitazione (art. 1, comma 1, quinto periodo, della Tariffa, parte prima, allegata al Testo unico dell’imposta di registro).

Come attestare la sussistenza dei requisiti? Una dichiarazione resa nell’atto di donazione oppure mediante dichiarazione sostitutiva, da allegare alla dichiarazione di successione, sono gli strumenti per attestare la sussistenza - al momento del trasferimento dell’immobile – dei necessari requisiti. Il beneficio può essere richiesto anche dall’erede. Nello specifico, l’Agenzia delle Entrate ha affermato che il bonus può essere riconosciuto anche in relazione al trasferimento di casa di abitazione a favore di un erede deceduto prima della presentazione della dichiarazione di successione, «a condizione che in capo a tale soggetto sussistessero, alla data di apertura della successione, i requisiti e le condizioni previsti per fruire del regime di favore». L’interpellante, infatti, per quanto riguarda la successione del padre, si pone, rispetto alla madre, quale successivo chiamato all’eredità (art. 479 c.c.). Per questo, egli acquista la legittimazione a produrre la dichiarazione di successione per conto del proprio dante causa (la madre), deceduto senza aver potuto accettare l’eredità e presentare la dichiarazione di successione.

Festival di Castrocaro, un reperto del passato

Corriere della sera

 

Ha davvero senso che la Rai continui a investire in questo appuntamento?

 

Il Festival di Castrocaro è una di quelle cose che appartengono a un'infanzia televisiva infelice, ai ricordi dei Sanremo in bianco e nero, a quella presunta età dell'oro della musica in tv che ha preceduto l'invasione dei talent show. Ma ha davvero senso che la Rai continui a investire in questo appuntamento, soprattutto se i risultati finali sono simili a quelli (molto modesti) visti venerdì sera per la finale del 55° «Festival di Castrocaro. Voci & volti nuovi» (Raiuno, ore 21.25). Da sempre la missione del Festival è stata quella di girare l'Italia per scovare giovani talenti musicali e dare loro l'opportunità di esibirsi di fronte a un pubblico per poi spiccare il volo.

È vero, nella sua lunga storia il festival ha lanciato artisti come Gigliola Cinquetti, Luca Barbarossa, Caterina Caselli. Ma nella tv di oggi questa funzione è ormai assolta da un altro modello narrativo, quello del talent show. I linguaggi televisivi cambiano, si evolvono, e Castrocaro dà ormai l'impressione di un fossile del tempo che fu. Per un curioso paradosso, a vincere il festival è stata tale Martina Cambi, nota alle cronache per essere già stata bocciata ai provini di «X-Factor», dove si era presentata qualche anno fa accompagnata dalla sua produttrice, la pornostar Milly D'Abbraccio. La quale aveva addirittura preso a male parole la povera Anna Tatangelo, che l'aveva zittita da par suo, «Quando la persona è niente l'offesa è zero».

La realizzazione della serata non ha poi aiutato a togliere a Castrocaro quell'impressione di reperto del passato, tra la conduzione inconsistente di Alessandro Greco e gli interventi della giuria, presa a prestito da un qualunque talent show, con Mara Maionchi, ormai chiamata a impersonare la parodia di se stessa, affiancata da altri «prestigiosi» talent scout: Luisa Corna, il discografico Marco Alboni, Eugenio Finardi e Fio Zanotti.

 

Aldo Grasso

15 luglio 2012 | 8:36

Amelia Earhart, nuovi indizi nel giallo

La Stampa

 

L'aviatrice americana scomparsa nel 1937 forse riuscì ad approdare nell'atollo di Nikumaroro, isolato e privo di acqua

Amelia Earhart (foto d'archivio)

 

Frammenti di vetro, rossetto e un kit per la bellezza femminile degli anni '30. Il ritrovamento dell'équipe Tighrar (associazione no-profit dedita allo studio dell'aviazione) nell'atollo di Nikumaroro getta una nuova luce sul giallo di Amelia Earhart. Stando a quanto riportato dal Daily Mail e da Discovery News, la celebre aviatrice scomparsa nel 1937 mentre sorvolava il Pacifico, potrebbe essere atterrata in una delle isole di Nikumaroro, tutte disabitate. Già nel 2010, il Tighrar aveva rinvenuto dei frammenti ossei attribuibili ad Amelia e dei gusci di tartaruga aperti con un oggetto affilato, cui si aggiungono ora alcuni oggetti per la cura della bellezza femminile tipici di quell'epoca: rossetti e lozioni per il corpo. Inoltre, i cosmetici sarebbero stati ritrovati nella zona più remota dell'atollo, in direzione Sud-Est, dove nel 1940 fu rinvenuto uno scheletro umano poi scomparso.

Secondo gli archeologi che hanno partecipato alla ricerca, i frammenti di una bottiglia rinvenuta nella zona racconterebbero un disperato tentativo di sopravvivenza.  Il parziale scioglimento del vetro, scurito da verde a marrone come se fosse stato esposto al fuoco, sarebbe dovuto al suo utilizzo per la bollitura dell'acqua di mare, allo scopo di renderla potabile. «Non c'è acqua sulla superficie delle isole di Nikumaroro - spiega l'archeologo del Tighar Thomas King, - eccetto quella che cade con le piogge».Ulteriori analisi sui contenitori restanti hanno rilevano la presenza di "Campana Italian Balm", una lozione molto utilizzata nell'America degli anni '30, del rossetto e un cosmetico "Mennen". Inoltre, sono stati trovati i resti di un portacipria: alcune schegge di metallo con tracce chimiche di acidi utilizzati nei prodotti cosmetici e uno specchio spezzato.

La Franzoni non paga Taormina L'avvocato vuole la villa di Cogne

Libero

 

Il legale della mamma di Samuele vanta un credito di 800 mila euro: "Se non pagano, mi prendo la casa"

 

Screen 2012.7.15 10-29-46.5

La signora Annamaria è stata condannata dalla Cassazione per l'omicidio del figlio di tre anni con almeno 17 colpi alla testa. Taormina sostiene ancora che è innocente

Ottocento mila euro di onorario. E' quanto la famiglia Franzoni-Lorenzi deve all'avvocato Carlo Taormina che ha difeso la signora Annamaria condannata in Cassazione per l'omicidio del figlio, il piccolo Samuele di tre anni ucciso con almeno 17 colpi alla testa il 30 gennaio 2002. Un processo lungo e penoso che ha visto l'avvocato Taormina difendere con passione la signora Franzoni (è ancora oggi convinto della sua innocenza), ma che non gli ha portato in tasca niente. Lo sfogo è stato raccolto durante la trasmissione La Zanzara su Radio24. - "Cogne mi ha portato jella, mi ha dato una marea di seccature. Dalla famiglia Franzoni non ho guadagnato manco un euro. Anzi, sto per fare un'azione giudiziaria contro la Franzoni, voglio sequestrare la villa di Cogne. Mi devono dare circa 800mila euro". La villa degli orrori, quindi, potrebbe sanare il debito. "E chi se la prende più quella casa se non io? - dice ancora Taormina - Se mi pagano, la casa se la tengono, altrimenti la prendo io. Se lei non ottempera a un contratto alla fine va incontro a un pignoramento. Per me resta innocente, però mi deve dare i soldi".

Infilano il cucciolo in borsa e via Banda di rapina-cani in azione nel negozio dei calciatori del Napoli

Il Mattino

 

di Anna Maria Asprone

Entrare in un supermercato o in un negozio affollato e, approfittando della distrazione del titolare, infilare scatolette, salumi o bagnoschiuma nella borsa, è ormai talmente scontato che non fa più notizia. La fa se, invece, nel borsone della ladra di turno ci finisce un cucciolo di cane, per l’esattezza un carlino di tre mesi.Maggiore meraviglia, poi, scoprire che la donna fa parte di una banda «acchiappa-cani» e che il trio - una bruna sulla sessantina claudicante, un’altra bionda, di circa 40 anni ed un 30enne in pantaloncini e maglietta - si è fatto immortalare mentre ruba il cucciolo da ben tre telecamere dislocate nel locale, che hanno filmato tutta l’operazione.

 

 

Il fatto è avvenuto giorni fa nel negozio di Giovanni Esposito «Il mondo animale, cuccioli di tutte le razze» al corso Garibaldi 371. Un esercizio, grande e ben fornito dove, in passato, pare abbiano acquistato cani (ma ci sono anche pappagalli, pesci, uccelli ed altri animali) anche alcuni giocatori del Napoli, tra cui Gargano, Vargas, Lucarelli e Lavezzi. «Il nostro negozio è molto noto e frequentato, facciamo orario continuo e c’è un gran via vai di gente che, nonostante la scritta «Non toccare gli animali» li prende spesso in braccio - spiega il titolare. Qualche giorno fa verso le 16 sono entrate due donne. La più anziana, che zoppicava, si è diretta verso la cassa dove c’era mia madre e con la scusa di chiedere informazioni le ha oscurato la visuale sull’altro ambiente dove c’era la cesta con i cuccioli e dove si era diretta la bionda».

Secondo il racconto del titolare, è entrato anche un giovane che ha avvicinato la più giovane. Lei ha preso il carlino dalla cesta, con un gesto fulmineo lo ha infilato nel borsone e si è diretta con lui verso l’uscita. Poco dopo però il 30enne è rientrato e ha preso un cucciolo di Spitz della Pomerania. Ma il suo colpo non è andato a segno perché è sopraggiunto un impiegato. Così ha guadagnato l’uscita seguito dall’anziana. Solo all’orario di chiusura i titolari hanno visto che mancava il carlino. hanno guardato i filmati delle telecamere e ricostruito la dinamica. Hanno poi sporto denuncia presso la stazione dei carabinieri di Borgo Loreto. Ora si aspettano i riscontri della Scientifica per identificare gli autori del blitz canino.

 

Sabato 14 Luglio 2012 - 22:07   

Ultimo aggiornamento: Domenica 15 Luglio - 10:13

Piccolo tsunami" nel Tirreno, il mare impazzito per tre ore

Il Mattino

 

di Simone Canettieri

LIVORNO - A un certo punto, erano le 9.30 di giovedì mattina, il mar Tirreno si è ritirato. Dalla Sicilia fino alla Liguria. Venti metri indietro , per poi ritornare sulla battigia accompagnato da un'onda alta quasi un metro. E così è stato, ogni cinque minuti, per tre ore. Fino a dopo mezzogiorno, fino a quando non è terminato il temporale.

 

Screen 2012.7.15 10-16-4.5
Il fenomeno, misterioso quanto suggestivo, è stato visto a occhio nudo - e fotografato - sulla coste di Crotone, Napoli, Nettuno, Gaeta e Sperlonga. Una decina le segnalazioni arrivate al sito dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). Diverse anche le chiamate alle capitanerie di porto interessate da quello che gli esperti hanno già ribattezzato lo tsunami like, anche se non ha origine né vulcaniche né sismiche, ma atmosferiche. L'onda anomala non ha provocato danni, al massimo un po' di paura. Quasi nessuno in Italia se n'è accorto. Ecco perché la Protezione civile ci è andata con i piedi di piombo: zero comunicati di allerta diramati e nemmeno è stato detto ai bagnanti di abbandonare la spiaggia per non creare ripercussioni sulla stagione balneare in corso. E non a caso, quindi, se la notizia è stata diramata solo ieri, due giorni dopo il fatto. I mareografi dell'Ispra (Istituto per la protezione e le ricerche ambientali) però sono immediatamente scattati all'impazzata, segnalando il moto ondoso da Palermo fino a La Spezia.

Ma cosa è successo di preciso e perché? All'inizio il fenomeno è stato messo in relazione con una frana avvenuta all'isola di Ponza per alcune scosse telluriche. Secondo i rilievi dell'Ingv si esclude che il fenomeno sia stato provocato da attività sismica o vulcanica nell'area, in quel periodo assente. Solo nella tarda serata di giovedì, infatti, c'è stata infatti una scossa di magnitudo 4.1 e al largo dell'isola di Ischia. Dall'Ispra, poi, hanno cercato una spiegazione nell'effetto marea, anche se quei moti ondosi durano più ore e dipendono dall'attrazione gravitazionale della luna. Sicché, al momento, l'ipotesi più accreditata sulle cause della variazione del livello del mare sia legata all'influsso di una perturbazione atmosferica di origine nord-africana. «Serviranno comunque - ha spiegato Silvano Meroi, direttore del settore Rischi naturali della Protezione civile - studi molto approfonditi da parte dell'Ispra per capire bene quello che è successo. Di certo - ha aggiunto - la stazione mareografica di Anzio ha registrato un moto ondoso anomalo che si è sovrapposto ad uno di marea: complessivamente la variazione del livello del mare è stata di circa cinquanta centimetri, dei quali una trentina sono attribuibili all'anomalia. Ora vorremmo comprendere con esattezza perché si è verificato questo fenomeno».

Come accade sempre più spesso davanti alle bizze della natura anche la Rete ha fatto la sua parte. I testimoni dell'onda anomala hanno avuto il tempo di tirare fuori il cellulare per immortalare il mare che «andava avanti e indietro», lasciando la battigia scoperta per alcuni minuti, per poi ritornare a cavallo di violente onde. «Stranissimo, non è uno tsunami ma è stranissimo!», ha scritto su Facebook Antonio come didascalia della foto ricordo postata dalla costa di Sperlonga. In attesa di arrivare a una causa scientificamente provata, in soccorsi degli studiosi c'è un precedente ben più spaventoso di quanto accaduto giovedì scorso. Risale al 1978, nell'Adriatico le onde si gonfiarono fino a toccare i tre metri di altezza per infrangersi poi sulle coste della Croazia: vennero evacuate case e stabilimenti. Il mare portò paura e distruzione. Per non creare allarmismi, sempre dalla Protezione civile fanno notare che sulla costa siciliana, tra Mazara del Vallo e Pozzallo, questi moti sono frequenti anche se quasi mai visibili all'occhio umano: li chiamano Marrobbi.

 

Domenica 15 Luglio 2012 - 10:05

Guerra al regno di Filettino. È la secessione all'italiana

Francesca Gallacci - Dom, 15/07/2012 - 07:23

 

Il commissario prefettizio vieta la festa in piazza al paese che si proclama principato. Così lo Stato reprime ogni autonomismo. Anche se folcloristico

 

L'ultima guerra di secessione l'Italia la combatte su un campo piuttosto ristretto. Il teatro della lotta misura pochi metri quadrati, è la piazza del paese di Filettino negata dal commissario prefettizio per la festa del «principato», tra diatribe, discussioni e levate di scudi. Ma perché una festa di Paese è in grado di accendere la miccia delle scontro? La battaglia sulla celebrazione del principato è solo l'ultimo atto di una guerra iniziata un anno fa, quando su Filettino - paese nel frusinate che conta 400 anime d'inverno e 12mila d'estate - gravava la minaccia di un possibile accorpamento con uno dei paesi vicini. In difesa dell' autonomia paesana l'allora sindaco Luca Sellari se ne uscì con una dichiarazione che ai più sembrò una provocazione: «Diventeremo un principato». A un anno di distanza, tra la curiosità dei media e le critiche dei detrattori, il principato di Filettino è un'associazione che porta avanti la sua battaglia sotto l'egida di una propria bandiera, dopo aver coniato una propria moneta - battezzata il Fiorito - e appoggiato la corona di principe reggente sulla testa del penalista Carlo Taormina.

Ora però la prima festa del principato rinverdisce le polemiche, con il commissario prefettizio che nega l'autorizzazione per l'occupazione del suolo pubblico, perché la nuova istituzione «è inesistente». E a poco è servito che Luca Sellari abbia fatto notare che il principato è un'associazione per la quale «non si può motivare un diniego». Il commissario è stato irremovibile: la festa non s'ha da fare.

Ma la battaglia di Filettino è solo l'ultimo braccio di ferro che vede da una parte tentativi più o meno folcloristici di creare micronazioni e dall'altra reazioni durissime dello Stato. Ne sa qualcosa l'ingegnere Giorgio Rosa, protagonista di un'avventura nata al largo delle coste di Rimini: nel '68 progettò e costruì la sua utopia in mezzo al mare, una struttura di tubi in acciaio saldati a terra e appoggiati sul fondale. La piattaforma, collocata fuori dalle acque territoriali italiane, fu battezzata Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose e l'ingegnere scelse lo stemma, proclamò l'esperanto lingua ufficiale, e fissò il valore della valuta locale, i mills. Nonostante l'entusiasmo, l'epilogo non fu felice: 55 giorni dopo la dichiarazione d'indipendenza una decina di pilotine della polizia con agenti della Digos, dei carabinieri e della Guardia di Finanza circondarono la piattaforma e se ne impossessarono. Fu l'inizio della fine per l'isola dell'utopia: lo smantellamento durò una quarantina di giorni e Giorgio Rosa fu costretto a ritirarsi nella sua Bologna con le pive nel sacco. Da quando la piattaforma è stata affondata, a Rimini non è più voluto tornare.

Una sorte analoga è toccata alla Repubblica Indipendente di Malu Entu, proclamata nel 2008 sull'isola di Mal di Ventre al largo di Oristano. L'indipendentista sardo Salvatore Meloni prese possesso dell'isolotto e vi issò la bandiera. La cerimonia, seguita al largo da un gommone della Polizia e da una motovedetta della Guardia Costiera, non fu beneaugurante: dopo 5 mesi dall' autoproclamazione della Repubblica, un blitz del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale e della Capitaneria di porto fece sgomberare gli indipendentisti. E nemmeno la bandiera del Leone sul campanile di San Marco ha portato bene ai «serenissimi» che nel 1997 occuparono la piazza. La «Veneta serenissima armata» voleva affermare l'illegittimità dello scioglimento della Repubblica di Venezia, ma dopo l'intervento dell'esercito, l'unica cosa che riuscì a rimediare fu l'arresto e una serie di condanne per attentato all'unità dello Stato, e per interruzione di pubblico servizio: le pene comminate arrivano ai 5 anni di carcere e la richiesta di grazia è stata sempre ignorata, anche se l'episodio avrebbe potuto essere liquidato come una manifestazione goffamente rude. Che ci si accapigli per episodi folkoristici, feste paesane, o magnifiche utopie, la risposta dello Stato è sempre dura. L'ultima prova che, mentre la politica discute di secessione e federalismo, l'apparato burocratico, dai prefetti ai magistrati, è schierato compatto a difesa di un centralismo che non prevede crepe.

Il fotografo delle Alpi scomparse

La Stampa

Addio a Gianfranco Bini: nel suo archivio un milione di immagini di vita di montagna

ENRICO MARTINET
Biella

Screen 2012.7.15 9-57-19.8
Céline del «Voyage au but de la nuit» avrebbe condiviso l'idea del fotografo Gianfranco Bini: immortalare la vita agropastorale alpina. Forse non i metodi: il medico-scrittore francese usava rasoiate di parole per mostrare l'ipocrisia della modernità senza memoria, il fotografo biellese scavava bellezza nella dura realtà di un mondo di margine. Bini è morto mercoledì nell'amarezza di saperlo sempre più confinato e di vedere la fotografia «divorata dalla tragedia digitale, grande opportunità non compresa». La sua eredità è nel milione di scatti lasciati in lastre e pellicole: volti e paesaggi delle Alpi abitate dai nomadi delle greggi, dai pastori degli alpeggi. Restituiva la realtà, ma sapeva anche addobbarla. In alcune foto è evidente la preparazione scenica. Piovvero su di lui critiche per l'immagine di copertina di «Fu tempo nostro», uno dei suoi 70 volumi, che mostra una donna intenta a raccogliere ricci di castagne con una collanina d'oro. Lei sapeva che arrivava il fotografo e l'aveva indossata.
  
L'allievo di Bini, Giuseppe Simonetti, glielo fece notare e il maestro tuonò: «Che diritto ho io per fargliela togliere?». Le sue foto documentavano tutto ciò che i totem (come li definiva), i simboli della modernità, avevano sottratto alla spontaneità. Gli idoli cattivi di Céline. Simonetti che vive in una grande casa rurale di Graglia, sulla collina biellese all'imbocco della valle d'Elvo, dice tra le lacrime: «Bini era un grande uomo e anche un grande fotografo. Di certo è stato il primo a intuire la "fin du voyage"». Non un «mondo dei vinti» alla Nuto Revelli, ma in agonia, impossibilitato a mantenersi. Il suo allievo-erede tenterà di mettere ordine in quel milione di scatti. Bini camminava e fotografava nello stesso momento, senza sosta. «Era di una generosità esagerata, anche nel suo lavoro», dice Simonetti. La sua intuizione emerse stampata nel 1972 quando pubblicò «Lassù gli ultimi».
Titolo tanto fortunato da diventare slogan. «Io voglio documentare», diceva. E lo faceva anche ricreando situazioni con una sorta di set. Contraddizione? «No - spiega Simonetti -.

Quei palcoscenici servivano a testimoniare meglio la realtà ed erano comunque rari. Ricordo un suo aspro rimprovero quando vide un mio scatto, due mani che tenevano un secchio. Mi dimostrò l'errore dicendomi "che cosa diavolo c'è in quel secchio?". Documento parziale, insomma». Bini non amava usare le parole, preferiva ascoltare e fotografare. Uomo schietto, perfino rude, non si può dire fosse amato dalla sua Biella, ma rispettato e stimato. Gli uomini «lassù» ne erano invece affascinati e gli dimostrano eterna riconoscenza. Era riuscito a mettere loro una penna in mano, a fargli scrivere ciò che facevano e sentivano.

Pastori-poeti. Alpigiani che scrivevano in patois valdostano come in «Lassù gli ultimi». Opera prima al centro di due incontri opposti. Nel suo studio di Biella al numero 22 di via Italia si presentò la maestra di scuola elementare Fiorina. Aveva con sè il volume e chiese al fotografo: «I testi in patois non si capiscono, doveva tradurli». Bini: «Se li faccia tradurre dai montanari». Lite sfiorata. La maestra da quel giorno diventò la principale autrice dei libri di Bini. Il loro sentire era identico, amavano la vita della loro terra senza indulgere alla nostalgia.

La maestra era la madre di Giuseppe Simonetti che poi finì nella bottega fotografica. Il recupero della semplicità e della spontaneità dell'alpe confluì nel primo libro di Bini con la maestra Fiorina, «Solo le pietre sanno». Il secondo incontro fu di complimenti. Arrivarono da Bini imprenditori statunitensi elettrizzati da «Lassù gli ultimi», tanto da voler ricreare un villaggio alpino con quel nome nella valdostana Ayas. Gli offrirono un miliardo di lire per quel copyright. E lui disse «no». Simonetti: «Il suo pregio coincideva con il suo punto dolente, non pensava mai a vendere, soltanto a fare». Aveva due sogni: la mostra «Dieci libri, cento foto» e la trilogia «L'uomo delle Alpi» con i volumi «Lassù gli ultimi», «Solo le pietre sanno» e «Fame d'erba». Simonetti: «Vorrei realizzarli per onorare ciò che mi ripeteva spesso, "quello che tieni lo perderai, quello che dai sarà tuo per sempre"».

L'ultima foto di Borsellino: "Sapeva che sarebbe morto

La Stampa

Il figlio lo ricorda 20 anni dopo la strage: "Consapevole di cosa lo aspettasse"




L'ultima foto a Paolo Borsellino è stata scattata il 6 luglio del 1992: morirà neanche due settimane dopo nell'attentato di via D'Amelio

FOTOGALLERY
L'ultima foto di Paolo Borsellino

 

LAURA ANELLO
Palermo

È la sera di lunedì 6 luglio 1992, e il conto alla rovescia è già partito. Paolo Borsellino sembra sentirlo, quel tic-tac che diventa sempre più forte, mentre a Palermo i sussurri diventano grida: è lui il prossimo, lui la vittima designata, lui il morto che cammina. Tredici giorni dopo questa fotografia, scattata nella villetta del giudice a Villagrazia di Carini, a pochi chilometri dalla città, via D’Amelio sarà squarciata dal tritolo. Un’immagine scattata durante una serata con gli amici che è uno dei tentativi residui di normalità, di quella normalità che Borsellino si è lasciato alle spalle 44 giorni prima, quando Falcone – suo amico e scudo – è saltato in aria a Capaci. È l’ultima sua fotografia, quella che vent’anni dopo il figlio Manfredi mostra con gli occhi negli occhi del padre. Dopo, di Borsellino, ci sarebbero state soltanto le immagini di un lenzuolo a coprire il cadavere nel cratere dell’esplosione.

Un’immagine che racconta come ormai, a dispetto dell’abbozzo di sorriso della moglie seduta all’altro capo del dondolo (in centro c’è un’amica di famiglia), il giudice non riesca più ad avere un momento di serenità. Volto scavato, sigaretta in bocca, sguardo sofferto, distrattamente rivolto all’obiettivo.
Sono i giorni in cui il magistrato scrive febbrilmente sull’agenda rossa poi scomparsa. Sono i giorni in cui combatte una battaglia durissima con il suo procuratore capo, Pietro Giammanco, che lo tiene fuori dalle indagini più importanti e dalla gestione dei nuovi pentiti.

Sono i giorni in cui, secondo quello che sta emergendo dalla nuova inchiesta sulla strage partita dopo la conclusione del processo depistato, il giudice viene a conoscenza della trattativa fra Stato e mafia per mettere fine alla stagione delle bombe. Un patto che gli ripugna. «Oggi – racconta Manfredi Borsellino - sappiamo di avere assistito a Caltanissetta a un processo farsa, a indagini condotte da un ex questore e prefetto che aveva molta fretta di fare carriera, Arnaldo La Barbera. Non abbiamo partecipato a una sola udienza, forse intuendo inconsapevolmente che c’era qualcosa di strano».

Il figlio di Borsellino non ha paura di parlare chiaro. «Il depistaggio, ormai acclarato da quei colleghi di mio padre che conducono le nuove indagini sulla strage di via D’Amelio, e che con mia madre e le mie sorelle non finirò mai di ringraziare, per produrre i suoi effetti devastanti è stato perlomeno “avallato” da magistrati requirenti e giudicanti. Io voglio credere che tutti siano stati sempre in buona fede e quindi davvero tratti in inganno dalle false risultanze investigative che gli venivano poste sotto gli occhi». Ma questo appartiene all’angoscia del dopo. Qui, in questa fotografia, c’è il dolore che precede l’epilogo, quando il cerchio si è ormai stretto. Proprio dalla villetta di Villagrazia di Carini, quella domenica fatale di luglio, il giudice sarebbe partito dopo l’ultimo tuffo per andare a prendere la madre in via D’Amelio e portarla dal cardiologo.

Doveva essere lo specialista a fare una visita domiciliare, ma il giorno prima la mafia gli aveva incendiato la macchina per lasciarlo a piedi. Il tempo di scendere in quella strada in cui nessuno aveva provveduto a mettere un divieto di sosta, di scampanellare al citofono e la Fiat 126 imbottita di tritolo avrebbe sventrato asfalto e palazzi. Con lui muoiono Emanuela Loi, uno scricciolo di 45 chili e 24 anni che è tornata dalle ferie nella sua Cagliari per senso del dovere nonostante non si senta bene; Walter Cosina, un omone di Trieste che volontariamente è piombato nella trincea di Palermo e che sempre per sua scelta è in servizio al posto di un collega appena arrivato;

Agostino Catalano, che ha lasciato a casa due figlie già orfane di madre; Claudio Traina, al suo primo giorno in servizio accanto a Borsellino; Fabio Li Muli, che pochi giorni prima ha chiesto alla sorella di ricordagli le parole dell’Ave Maria. Qualcuno, adesso, per il giudice parla di martirio. Manfredi sorride, amaro. «L’ultimo dei suoi desideri – dice - era lasciare la moglie vedova e tre orfani ancora ragazzi, ma era consapevole che questo sarebbe potuto accadere. Piuttosto voleva far sì che i suoi familiari e gli agenti di scorta non rimanessero coinvolti in un attentato: con i primi è riuscito nel suo intento, con i secondi purtroppo no».

La beffa del falsario che è riuscito a cambiare la banconota (erotica) da 1000 euro

Corriere della sera

Sulla banconota invece dell'architettura europea donne svestite in pose erotiche

Fronte e retro della banconotaFronte e retro della banconota

MILANO - Quasi perfette da sembrare autentiche: un falsario in Repubblica Ceca è riuscito a farsi cambiare una banconota da 1000 euro. La particolarità della cartamoneta: il disegno non aveva come tema l'architettura europea nei vari periodi storici - come per gli euro in circolazione - ma delle donne svestite in pose erotiche sul fronte e sul retro.

MANETTE - Al posto del nome «euro» in alfabeto greco sulla banconota da 1000 euro c’era scritto «eros». Facile confondersi per chi non conosce la lingua ellenica, soprattutto in un Paese che non ha l’euro. Ciononostante, qualcuno è cascato nel tranello, riferisce venerdì il portale Idnes.cz secondo quanto dichiarato dalla polizia. In un negozio di alimentari della città di Rumburk, al confine con la Sassonia, l’uomo è infatti riuscito a scambiare la banconota falsa facendosi dare dal negoziante 24.000 corone ceche (vere). Solamente dopo essere arrivato davanti allo sportello della banca per depositare i soldi lo sfortunato commerciante si è accorto della truffa. Una burla che non ha affatto divertito gli inquirenti: il falsario è infatti stato arrestato per truffa, fabbricazione e spendita di banconote contraffatte. Il 47enne ora rischia fino a due anni di carcere.

Elmar Burchia
14 luglio 2012 | 19:02

Egitto, la tv di Stato apre alle giornaliste velate

La Stampa

Lamiaa Mouafi è la prima corrispondente con l'hijab che comparirà in video



La politica di non consentire alle giornaliste velate di andare in video si era già ammorbidita dopo la rivoluzione che ha rovesciato Mubarak

 

Torino

La televisione di stato egiziana apre le porte alle donne velate. Per la prima volta la nuova corrispondente presso la presidenza sarà una giornalista con il velo. La protagonista si chiama Lamiaa Mouafi, lavora da dodici anni alla tv pubblica e da otto porta il velo, questo l’aveva tenuta lontano dal video e leconsentiva di fare i servizi solo per la radio pubblica. Con l'avvio della campagna elettorale per le presidenziali in Egitto, le è stato affidato l'incarico di seguire quella di Mohamed Morsi, ma anche in questo caso le sue apparizioni in video sono state poche e molto rapide. Con la vittoria del candidato della Fratellanza musulmana la televisione ha deciso di confermarla e la giornalista è entusiasta. Il suo primo commento riportato dai giornali egiziani: «Non me lo sarei mai immaginato, non avrei pensato di poter ritornare in video».

La decisione però ha già scatenato una ondata di polemiche anche se la politica di non consentire alle giornaliste velate di andare in video si è già ammorbidita dopo la rivoluzione che, a febbraio dello scorso anno, ha rovesciato Hosni Mubarak. Il capo redattore responsabile per i corrispondenti e inviati, Khaled Mahanna, ha ricordato che le giornaliste velate sono già comparse in video dopo la rivoluzione, sottolineando che questa scelta non ha nulla a che vedere con l'elezione alla presidenza di Mohamed Morsi. Mahanna ha inoltre negato che la nomina della nuova corrispondente alla presidenza abbia come obiettivo quello di ingraziarsi i movimenti pro Islam e la nuova presidenza del paese, sostenendo anche che rimane il divieto assoluto di andare in video per le 'barbe lunghe', simbolo dell'adesione all'islam più integralista. «Non darò mai l'autorizzazione perché questo confermerebbe l'accusa che stiamo cercando di piacere al potere», ha osservato. Ma non è dello stesso parere il capo redattore responsabile dei 'mezzibusti' Amr el Shenawi. «Non avrei nulla incontrario a conduttori con la barba, a condizione che sia presentabile», ha affermato.

Don Ruggeri, incoscienza e lacrime «Ho sbagliato, non mi sono reso conto»

Corriere della sera

Le reazioni del prete denunciato dai parrocchiani che avevano assistito a «effusioni sotto l'ombrellone» con una tredicenne

Don Giangiacomo Ruggeri in una foto, tratta dal sito web della diocesi di FanoDon Giangiacomo Ruggeri in una foto, tratta dal sito web della diocesi di Fano

«Ho sbagliato, ho sbagliato... non mi sono reso conto...». Gli occhi pieni di lacrime, lo sguardo perso nel vuoto. Così lo raccontano gli investigatori che hanno arrestato venerdì sera don Giangiacomo Ruggeri, portavoce del vescovo di Fano, per abusi sessuali su una ragazzina di 13 anni. Nonostante i suoi 43 anni, «sembrava un bambino», ha detto un investigatore.

LA DENUNCIA - Baci, palpeggiamenti, il seno scoperto davanti ai bagnanti allibiti: sono questi i gesti, compiuti su una ragazzina di 13 anni, che hanno portato in carcere il portavoce del vescovo di Fano. Alcuni sono rimasti impressi nelle immagini girate dalla polizia con una telecamera nascosta. A carico del sacerdote non sarebbero stati raccolti indizi che facciano supporre rapporti sessuali completi con la ragazzina, piuttosto una sorta di flirt fra adolescenti, nonostante l'enorme differenza d'età. A segnalare lo «strano comportamento» di don Ruggeri sono state alcune persone che lo hanno notato sulla spiaggia. «Sono un padre di famiglia anche io, non potevo lasciar passare sotto silenzio atteggiamenti come quelli di don Giangiacomo Ruggeri, non certo consoni al suo ruolo. Così ho avvisato la polizia». Marco Mandolini, titolare con il fratello Mauro dei Bagni Torrette di Fano (Pesaro Urbino), è la persona che con la sua testimonianza ha fatto arrestare il prete quarantenne.

EFFUSIONI - La ragazzina, famiglia umile, che tutto il paese di Orciano ora tenta di proteggere, al mare si comportava come una specie di fidanzata del sacerdote. Tempo addietro il padre era stato visto discutere animatamente con don Ruggeri, ma sembra che i genitori dell'adolescente non si fossero resi conto di quanto stretto fosse il rapporto allacciato fra adulto e minore. Solo, a loro non piaceva che la ragazza trascorresse tutto quel tempo in parrocchia, o comunque con il «don». L'inchiesta per ora ruota attorno a un unico caso di abusi su minore, ma la polizia, coordinata dal procuratore di Pesaro Manfredi Palumbo, in collaborazione con il pm dei minori Sante Bascucci, indaga anche nel passato del prete.

PERIZIA - L'impressione maturata in chi collabora alle indagini è che il portavoce del vescovo di Fano, l'assistente spirituale degli scout, il giornalista esperto in web tv, non fosse affatto preoccupato per l'arresto, anzi consapevole di dover finire in cella, ma devastato dall'angoscia. Non avrebbe tentato alcuna difesa o diversivo, nessuna domanda sul perché i poliziotti erano andati a prenderlo. Spetterà all'avvocato difensore chiedere un'eventuale perizia sul grado di maturità psicologica del sacerdote, ma in queste ore c'è chi si domanda se realmente don Ruggeri non si fosse reso conto che un uomo di 43 anni, per di più prete, non può «innamorarsi» di una bambina di 13 e scambiare con lei effusioni come un fidanzatino. O se invece, agendo alla luce del sole, in una spiaggia piena di gente, volesse proprio farsi scoprire. Come dire al mondo «ho questo problema, fate qualcosa».

INDAGINI - Rinchiuso in isolamento, il portavoce del vescovo verrà interrogato lunedì, mentre la polizia sta cercando di ricostruire se nel suo passato ci siano episodi di molestie o abusi su altre ragazzine. La tredicenne verrà ascoltata dal sostituto procuratore della Repubblica dei minori di Ancona Sante Bascucci, che raccoglierà anche le testimonianze di ragazze e ragazzi della parrocchia, e dei gruppi scout e giovanili di cui don Ruggeri, sospeso ieri da ogni incarico pastorale da mons. Armando Trasarti, è stato assistente spirituale. Nell'alloggio del sacerdote e in parrocchia, la polizia ha sequestrato un pc e supporti informatici.

Redazione Online14 luglio 2012 | 16:23

Filippo Rossi aggredito dai neofascisti Casa Pound, guai giudiziari e violenze

Corriere della sera

Il giornalista picchiato da militanti di CasaPound, che rivendicano: «Schiaffo futurista».



«Solo uno schiaffo futurista» scrive Gianluca Iannone mentre rivendica l'aggressione a Filippo Rossi. Ma quella al direttore de Il Futurista è stata una vera e propria spedizione punitiva. Lui, giornalista di riferimento di Gianfranco Fini, ha in più occasioni troncato il dialogo con Casa Pound. Un tentativo, come scrivono sui blog di riferimento del movimento di estrema destra, «per non essere estremi» e che «li conduce a situazioni insostenibili».

 IL POETA- Quella del regolamento di conti per chi la pensa «diversamente» sta un po' diventando un leit motiv del movimento che prende il nome dal poeta Ezra Pound. Ed è proprio a causa dell'uso della violenza che la figlia del controverso intellettuale americano Marie ha citato in giudizio «i fascisti del terzo millennio» per uso improprio del nome del padre (l'udienza dovrebbe essere a ottobre). Questo forse è il minore dei mali giudiziari che affligge Gianluca Iannone su cui pesano episodi del passato.

LE VIOLENZE- Un evento isolato? Affatto. Lunedì scorso Alberto Palladino, dirigente di Casapound, è stato riconosciuto colpevole per aver picchiato militanti del Pd che stavano «attacchinando» manifesti a Roma. Due anni e otto mesi di reclusione. «Zippo» era nel gruppo di 15 persone che, a novembre, con caschi e mazze ha aggredito cinque ragazzi tra largo Valtournanche e via dei Prati Fiscali. Altri guai potrebbero arrivare anche per Andrea Antonini (gambizzato nel 2011), vicepresidente di Casa Pound e consigliere del XX Municipio, e Pietro Casasanta, responsabile dell'associazione «Salamandra».

Rischiano di essere rinviato a giudizio per falsa dichiarazione a un funzionario dell'anagrafe, favoreggiamento e per altri episodi in cui avrebbero dichiarato il falso. Secondo l'accusa i due, nel 2008, avrebbero fatto ottenere una carta d'identità falsa a Mario Santafede, narcotrafficante legato alla camorra latitante dal 2004. Antonini si è sempre difeso: «Siamo noi le parti lese». A marzo, invece, un militante dei centri sociali è stato aggredito a Casalbertone davanti all'ortomercato. Poche ore dopo la risposta con una mega rissa in quartiere. Stessa scena a febbraio a Ostia. E ancora. Era un simpatizzante di Casa Pound Gianluca Casseri, lo scrittore che nel centro di Firenze ha sparato a due giovani provenienti dal Senegal e ferito altri quattro. Il movimento ha sempre condannato il gesto e respinto ogni legame. Ma Casseri frequentava una «sezione».

LE ELEZIONI- Sempre più sola ed esiliata nel mondo della destra radicale italiana, Casa Pound però è presa da modello all'estero. Grandi estimatori di Gianluca Iannone e del movimento (che porta avanti alcune battaglie sociali) sono gruppi di estremisti svizzeri, tedeschi e inglesi. Ma il vero obbiettivo per Iannone e soci (o così sembra) rimangono le elezioni del Comune di Roma. Alle urne si presenteranno da soli, una lista indipendente. Ancora non si conosce il nome del candidato. Si mormora qualcuno di esterno. Un outsider che possa rappresentare in modo «pulito» il gruppo e portare avanti quell'impegno sociale di cui si fanno scudo. Dalle distribuzione gratuita di pane alle manifestazioni contro le politiche di governo. Ma alla fine agli onori della cronaca arrivano, soprattutto, per le aggressioni e le violenze.

Benedetta Argentieri
14 luglio 2012 | 20:09

Intitolare a Mussolini la scuola dove insegnò: la proposta scatena le polemiche

Lucio Di Marzo - Sab, 14/07/2012 - 17:42

A Gualtieri un consigliere comunale Pdl ha proposto di intitolare a Mussolini la scuola dove insegnò, destando qualche perplessità


Benito Mussolini fu anche insegnante. Tra il 1900 e il 1904, colui che sarebbe diventato la guida dell'Italia fascista, per qualche anno fece il maestro alla scuole elementari di Pieve Saliceto di Gualtieri, un paesino in provincia di Reggio Emilia, non molto lontano dalla Brescello di don Camillo e Peppone. L'edificio scolastico in cui insegnò Mussolini attualmente non serve più come scuola.



Niente più studenti ma - dopo la ristrutturazione voluta dal Comune - una sala polivalente, utilizzata tanto come sede dei seggi elettorali, quanto come sede dell'Avis. E ora un consigliere comunale Pdl, Giovanni Iotti, ha annunciato di voler proporre nel prossimo consiglio comunale di intitolare l'edificio a Benito Mussolini, maestro". L'iniziativa ha sollevato più di un dubbio, tanto che il consigliere è stato costretto a spiegare meglio il perché della proposta: "Non intendo esaltare la figura del Mussolini capo del partito fascista", ha spiegato al Resto del Carlino. "Intendo invece far ricordare la figura di Mussolini insegnante nelle scuole elementari di questa nostra frazione.

I vecchi del paese, figli e nipoti di coloro che furono suoi alunni, ne hanno sentito parlare come di un maestro severo, ma bravo e preparato. Inoltre, lui stesso venne a Pieve Saliceto negli anni Trenta, quando seppe dell’inaugurazione della nuova scuola elementare". Il vicesindaco di Gualtieri, Francesco Villani, non ha perso tempo e si è subito opposto all'intitolazione dell'edificio al Duce: "Non sono d'accordo - ha replicato a Iotti -, quando Mussolini venne a visitare la scuola durante il Ventennio era già un dittatore".

Mitiche Pez, caramelle da museo

La Stampa

Nate negli Anni Venti come surrogato delle sigarette diventarono un vero must e un oggetto da collezione grazie al tipico dispenser A San Francisco ora contano su un'esposizione permanente



Un distributore Pez e il classico erogatore con la testa pieghevole

 

Lorenzo Cairoli*

Sono cresciuto a Varese e la domenica, quasi una liturgia, si andava in Svizzera a fare il pieno di benzina. Grandi e snervanti code alla frontiera, doganieri che ormai salutavamo con familiarità, come vicini di casa. Poi la sosta alla prima pompa di benzina. Qui mio padre comprava il suo "veleno" a stecche, mia mamma il caffé e il Toblerone, io e mio fratello le Pez. Più che le caramelle bianche a mattoncino, ci intrigavano i suoi erogatori, simili a piccoli accendini. In cima ad ogni erogatore ammiccava la testa di un personaggio dei cartoon; una volta Popeye, una volta Will Coyote, una volta Paperino. Se gli reclinavi la testa, il cartoon espelleva una caramella. Tutto qui ma per me ogni volta era come se Armstrong ammarasse sulla Luna.

Ci andavo pazzo, per quegli erogatori e le caramelline non erano niente male, un sapore di frutta, di seltz e di farmacia, il guaio è che quando finivano, bisognava tornare in Svizzera perchè in Italia nessuno le vendeva.  Ho collezionato erogatori di Pez per anni con una passione quasi feticistica. Oggi straluno gli occhi nell’apprendere che la Pez ha aperto un museo a soli dieci minuti di macchina dal San Francisco International Airport. In questo ex- deposito di computer troverete il più grande dispenser di caramelline del pianeta, tutti gli erogatori prodotti dalla Pez, oltre 500, compresi quelli più rari e a tiratura limitata, come il Pez di Mary Poppins commercializzato negli Anni Sessanta che ormai oggi viaggia alla "modica" cifra di 1800 dollari

al pezzo o l’occhio psichedelico valutato intorno ai 900 dollari, e tante, tante, curiosità – Pez kasher, (sì, avete letto bene, anche con le Pez c’è lavoro per i rabbini!) vecchi poster, calendari, gadgets d’epoca. Ovviamente, all’interno del museo c’è un emporio che fa dollari a palate vendendo le ultime novità della casa e i dispenser da collezione. Non fu però un californiano a inventarsi le Pez bensì un austriaco, Eduard Haas. Haas nacque nei sobborghi di Vienna nel 1897. Suo nonno Eduard I, chimico stimato, si garantì imperitura fama presso i sublimi pasticceri viennesi inventando un lievito che conferiva alle torte un’eccezionale vaporosità. Il figlio Eduard II studiò medicina ma poi preferì convertirsi al commercio diventando un facoltoso droghiere.

Il nipote Eduard III fece fortuna coi confetti; un giorno un chimico gli procurò dell’olio di menta piperita e lui s’inventò le Pez. Avevano già l’inconfondibile forma a mattoncino e furono chiamate così abbreviando la parola tedesca "Pfefferminze", l’equivalente dell’inglese "peppermint". Era la metà degli Anni Venti e Haas, acerrimo nemico del fumo, pensò di aver creato un perfetto succedaneo delle sigarette. Dopo la seconda guerra mondiale le sue caramelline alla menta piperita spopolarono. Nel 1947 Haas progetta il dispenser che verrà commercializzato solo due anni più tardi. Non ha la testa ed è destinato solo a un solo pubblico adulto.

La svolta nel 1952 quando la Pez sbarca in America. Ad Haas viene consigliato di ignorare gli adulti e di puntare tutto sui bambini; le caramelline cambiano gusto – fragola, limone, arancio e uva, in un secondo tempo. Nel 1955 la Pez commercializza i dispenser con la testa dei personaggi: il primo è Popeye, seguono Santa Claus, Mickey Mouse, Bozo the Clown e il fantasmino Casper. Il resto della storia lo conoscete. Oggi la Pez vende in 60 paesi e solo in America si consumano più di 2 miliardi di caramelle. Il personaggio più popolare è Winnie Poh, ma quello che ha venduto più di tutti è il dispenser di Homer Simpson.
 
* Scrittore, sceneggiatore, blogger giramondo, racconta il mondo di oggi e le sue contraddizioni

Liquami nel tombino: tute dei sub corrose

Corriere del Mezzogiorno

Dopo la segnalazione di odori sgradevoli l'intervento dei militari e i sigilli alla cisterna sotterranea a due passi dal mare


NAPOLI — Centoventimila litri di liquame maleodorante, che non si sa bene cosa sia ma corrode. Centoventimila litri di sostanze forse inquinanti a un passo dal mare di via Caracciolo: in caso di mareggiate o di forti piogge, potrebbero finire in acqua. Nei giorni scorsi le verifiche dei sommozzatori, ieri l'intervento dei pm Giovanni Corona e Henry John Woodcock: la cisterna sotterranea che contiene il liquame è stata sequestrata. Per i pm, «appare urgente e opportuno caratterizzare il liquame onde poterne prevedere il successivo smaltimento per poi spurgare la vasca allo scopo di evitare che quanto vi è al momento contenuto possa defluire in mare, provocando un sicuro inquinamento delle acque limitrofe». I prelievi di campioni della sostanza sono già avvenuti: toccherà all'Arpac analizzarli, ma per i risultati occorrerà un po' di tempo.






È già cominciato anche lo svuotamento della cisterna, che si presenta impegnativo per le dimensioni della vasca. Il liquido sarà stoccato in una struttura comunale in attesa dei risultati delle analisi; successivamente sarà smaltito. La vicenda, però, non finisce qui. Si tratta ora di capire come quel liquido maleodorante sia finito nella cisterna, dove dovrebbero arrivare solo le acque bianche; l'acqua piovana, cioè, che scende attraverso i condotti fognari dalle colline del Vomero e di Posillipo verso il mare.

Che qualcuno abbia sversato il liquame da una cisterna è impossibile: il tombino che dà accesso alla cavità sotterranea, infatti, si trova sul marciapiedi, proprio di fronte al sorvegliatissimo consolato americano. Un'ipotesi è quella di un collegamento con i lavori in corso nelle vicinanze per la costruzione della metropolitana: a verificarla saranno i carabinieri della stazione di Posillipo, coordinati dal luogotenente Tommaso Fiorentino, che si ritrovano ad agire «fuori territorio» perché in questa vicenda si sono imbattuti nel corso di un'altra indagine. Non è escluso che nei prossimi giorni i militari compiano un sopralluogo nel cantiere.

Il reato per il momento ipotizzato dai pm a carico di ignoti è getto pericoloso di cose, contemplato dall'articolo 674 del codice penale; una volta ottenuti i risultati delle analisi, tuttavia, i magistrati potrebbero ravvisare gli estremi anche di altri reati. Le verifiche sulla cisterna sotterranea erano state avviate nei giorni scorsi dopo che molti avevano sentito nella zona un odore particolarmente sgradevole. Nel tratto di mare antistante al consolato americano si erano immersi i sommozzatori dei carabinieri, che avevano fatto una prima importante osservazione: il massetto di cemento che sta proprio davanti alla cisterna, in quel tratto, anziché essere di colore verde per la presenza delle alghe è bianco: come se una sostanza chimica l'avesse corroso.

E sembrano corrose in alcuni punti anche le tute indossate dai sommozzatori per la loro ispezione. È stato per questo motivo che i pm hanno deciso di procedere subito al sequestro: «Considerato che, come si ricava dalla visione delle foto (scattate dai sommozzatori, ndr), una mareggiata o forti precipitazioni temporalesche potrebbero determinare l'esondazione del liquame in questione in mare, vista l'esiguità della linea di displuvio», era indispensabile ordinare subito lo svuotamento della cavità. La vicenda ha suscitato apprensione sia tra gli abitanti della zona sia tra i numerosi bagnanti che in questo periodo affollano quel tratto di mare. La tracimazione dei liquami, ritengono i pm, avrebbe creato gravi problemi di inquinamento e probabili conseguenze sulla salute di quanti frequentano la zona.

Titti Beneduce
14 luglio 2012