lunedì 16 luglio 2012

La solitudine di Umberto Bossi

Corriere della sera

L'ex leader della Lega abbandonato da tutti: nessuno gli fa compagnia a tavola dopo un comizio

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L'annus horribilis di Umberto Bossi sembra non finire mai. Sabato era previsto un suo comizio a Trescore Cremasco. Avrebbe dovuto essere preceduto da una cena con notabili del partito, personalità locali. Nessuno si è presentato: Bossi ha cenato solo.

Redazione Online16 luglio 2012 | 18:30

Mapei Day, Squinzi batte Prodi in bicicletta Ma l'ex premier non ci sta: «È stato aiutato»

Corriere della sera

 

Il presidente di Confindustria taglia il traguardo per primo. Per il professore però avrebbe vinto in modo «poco sportivo»

 

Giorgio Squinzi e Romano ProdiGiorgio Squinzi e Romano Prodi

La vittoria decretata domenica sullo Stelvio del presidente della Confindustria Giorgio Squinzi sull'ex premier Romano Prodi, al professore non va giù. Che Squinzi sia arrivato primo sul traguardo non lo contesta. Gli amici che hanno pedalato con lui ieri da Bormio (Sondrio) fino allo Stelvio però dicono che si è parecchio lamentato di mancanza di sportività, visti i costanti «aiutini» dati a Squinzi nella salita. Lo spirito sportivo, pare abbia sottolineato con insistenza Prodi, non vorrebbe queste speculazioni. A suo parere, insomma, o si gareggia in piena regola e allora si guarda chi arriva primo. Oppure si pedala in amicizia e si evita poi di fare classifiche.

 

Prodi e Squinzi in gara tra i tornanti Prodi e Squinzi in gara tra i tornanti Prodi e Squinzi in gara tra i tornanti Prodi e Squinzi in gara tra i tornanti Prodi e Squinzi in gara tra i tornanti

LA MANIFESTAZIONE - Chi l'ha affiancato per l'intera pedalata racconta infatti che Prodi si è fatto tutti gli oltre 21 chilometri con le proprie gambe, seppure con calma. Mentre Squinzi no. In altre parole i tornanti della salita avrebbero visto il presidente della Confindustria, ideatore nove anni fa con l'amico Piero Melazzini della manifestazione, circondato dai capaci ciclisti del «Mapei Day» e della stessa Unione di Bormio. Tutti a dargli una mano, a turno. Non così Prodi, che pedalava tranquillo. Squinzi poi si sarebbe fatto da solo gli ultimi metri di avvicinamento al traguardo, per tagliarlo da vincitore

 

(fonte: Ansa).

16 luglio 2012 | 17:56

Danza di luci, l'aurora boreale incendia il cielo

Corriere della sera

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Il Foggia scompare dai professionisti Casillo: nessuno ha salvato il club

Corriere della sera

 

Il club non ha presentato ricorso per l'iscrizione. I rossoneri ripartiranno dal campionato dilettanti

 

FOGGIA - L'Us Foggia scompare ufficialmente dal calcio professionistico italiano. Il club non ha infatti ha presentato ricorso per l'iscrizione al prossimo campionato di Lega Pro. Entro le 13 di oggi andava proposto ricorso alla CoViSoc, avverso l'esclusione dello scorso 30 giugno. Il club di Casillo non ha proposto la documentazione richiesta consistente in 885.000 di euro cash, per ottemperare ai pagamenti (tramite bonifico o assegni) delle spettanze arretrate ai tesserati e dei relativi contributi oltre all licenza d’uso dello stadio Zaccheria e a una fideiussione bancaria a prima richiesta di 600.000 euro.

TIFOSI - Grande delusione e scoramento tra i tifosi, che nei giorni scorsi hanno messo bandiere e balconi in segno di rispetto per la storia della squadra. Ma c'è anche la timida speranza che dalle ceneri possa rinascere un Foggia ancora più forte, magari senza il fardello pesante dei debiti.

CASILLO - «Sta per scadere inutilmente il temine ultimo per la presentazione del ricorso avverso la decisione della CoViSoc di non ammissione dell'US Foggia Spa al campionato professionistico 2012/2013», scrive il club in un lungo comunicato comparso sul sito ufficiale dell'Us Foggia. «Nonostante tutti gli sforzi fatti e le dichiarazioni di disimpegno partite dal febbraio 2012 nessun imprenditore singolo o “cordata” ha dimostrato effettivamente seria intenzione di rilevare il pacchetto azionario della società per dare continuità al progetto sportivo», si legge. «In questo deserto - continua ancora il club - si è continuato incredibilmente a pensare che la salvezza del Foggia potesse significare la salvezza della famiglia Casillo. Tale pensiero non può che lasciare sconcertati, in quanto non può significare altro che una dolosa mistificazione della realtà. La famiglia Casillo aveva già dal mese di febbraio manifestato la propria volontà di voler passare la mano».

IL COMUNE - «Il sindaco Gianni Mongelli ha formalmente attivato la procedura per l’assegnazione del titolo sportivo calcistico della città di Foggia, prevista e regolamentata dall’articolo 52, comma 10 delle Norme organizzative interne della Federazione italiana gioco calcio». Lo comunica il Comune di Foggia. «Sul sito internet istituzionale del Comune di Foggia - si legge - è pubblicato l’avviso pubblico per raccogliere “manifestazioni di interesse di soggetti interessati a partecipare al prossimo Campionato nazionale di calcio di serie D in rappresentanza della città di Foggia all’esito di tale procedura, lo scrivente (il sindaco, ndr) designerà alla Figc e alla Lnd (Lega nazionale dilettanti) il soggetto, tra quelli aspiranti, che a proprio parere offrirà maggiori garanzie di solidità economico-finanziaria, di seria progettualità tecnico-sportiva, nonché di continuità aziendale per rappresentare calcisticamente la città. La comunicazione è stata inviata via fax agli uffici competenti di Figc e Lnd.

 

Domenico Carella

16 luglio 2012

Sardegna, sprecona per statuto: 2 mld di debiti e 100 mln in pc

Libero

 

Ecco come buttano via i soldi: investimento record per informatizzare l'ente. E solo l'ospedale di Cagliari costa come tutta una Asl

L'Italia degli sprechi (assurdi): nell'isola i dentisti sono il doppio di tutti quelli presenti in Lombardia

 

di Cristiana Lodi

 

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Nemmeno l’isola nuragica si salva. Nonostante le sue quattro Province cancellate con l’ultimo referendum e nonostante gli stipendi tagliati agli 80 consiglieri, la Regione Autonoma della Sardegna resta una delle cinque Regioni italiane a trattamento privilegiato, senza però offrire alcun vantaggio al cittadino. Anche qui, come in Valle d’Aosta, Friuli, Sicilia, Trentino, le agevolazioni restano ampie e i politici sprecano meglio. A spese del cittadino, ovviamente. La Sardegna come le sue “sorelle” a statuto speciale da decenni incamera quote di tassazione provenienti dal territorio che vanno dal 70 al 100%.  Per intenderci, mentre l’Irpef, l’Irpeg e l’Iva di un abitante di Milano, di Roma o di Napoli finiscono nelle casse dello Stato, che poi ri-trasferisce le risorse alla periferia, le imposte di chi vive ad Aosta, Palermo, Cagliari, Trento o Bolzano  restano sostanzialmente lì.  Il meccanismo si traduce in entrate tributarie per abitante nelle Regioni speciali che superano i 3.500 euro (la cifra complessiva si aggira su un gettito di 20 miliardi l’anno) contro i 1.800 euro  circa delle altre.  In più, come le altre, queste Regioni si beccano comunque trasferimenti statali per settori centralizzati come la scuola,  le infrastrutture eccetera. Complessivamente le entrate totali pro capite ammontano a 5.400 euro contro i 3.800 delle Regioni normali.

La Sardegna è però forse l’unica fra queste Regioni privilegiate ad avere dato un barlume di esempio positivo. Lo ha fatto abolendo quattro Province inutili e che erano state “inventate” nel 2005.  Enti la cui esistenza era del tutto indifendibile: almeno in base ai numeri. 

La più grande delle Provincie in questione:  Olbia-Tempio Pausania, conta 157 mila abitanti. La più piccola, Ogliastra, non arriva a 58 mila. Ci abita meno gente che nel Comune di Fiumicino. Ma non basta. I consiglieri provinciali sono cento. Ognuna di queste quattro Province ha  addirittura due capoluoghi, con situazioni ai confini della comicità. Prendiamo l’Ogliastra: a Tortolì, 10.838 abitanti, ha sede il consiglio provinciale; a Lanusei, 5.655 anime e 19 chilometri di distanza, si riunisce invece la giunta. Idem, eccetto qualche variante, accade nelle tre restanti Province. E tutto questo non è certamente gratis. E per  usare le parole di  Sergio Rizzo che sul Corsera (traendo dal libro di Andrea Giuricin,  Abolire le Province curato da Silvio Boccalatte per Rubbettino-Facco), dice che si possono fare alcuni calcoli interessanti sul costo di quegli enti. E che la vicenda sarda resta un «esempio di moltiplicazione delle spese dovute all’istituzione di una nuova Provincia». Il caso di scuola è quello di Carbonia-Iglesias, i cui 23 Comuni appartenevano in precedenza a Cagliari. Già nel 2007 il bilancio preventivo della Provincia prevedeva un costo di 30 milioni di euro. Contemporaneamente, anziché diminuire, le spese della Provincia cagliaritana che aveva perduto tutti quei municipi erano invece salite a 172 milioni dai 133 del 2005.

L’abrogazione delle Province ha ovviamente scatenato un polverone di polemiche. L’Unione Province sarde, in prima fila nel criticare l’abrogazione degli enti, ha preparato un dossier per documentare come il costo politico della Regione sia in realtà più alto di quello delle Province cancellate. 

L’Ups parte dai costi degli organismi istituzionali. E spiega che la Sardegna , comprendendo il bilancio del Consiglio e le spese politiche della presidenza della giunta e degli assessorati (esclusi cioé tutti i servizi amministrativi per l’esterno) ha una spesa complessiva di 104 milioni (71 solo il Consiglio), che valgono qualcosa come 62,3 euro pro capite per i sardi. Gli organismi delle Province, sempre secondo l’Ups, resterebbero invece più leggeri e arriverebbero a 6,5 milioni, pari a 3,89 euro per ciascun sardo. All’interno della spesa degli organismi c’è la parte che riguarda i compensi riservati agli eletti. E anche in questo caso la spesa risulterebbe molto più alta per la Regione: in totale (indennità per i singoli consiglieri più assegnazioni aggiuntive e spese dei gruppi politici) si arriva a 23,8 milioni, pari a 14,87 euro per ogni sardo. Il costo degli eletti alla Provincia è invece di 4,2 milioni, pari a 2,62 euro pro capite per i sardi.

I numeri non si fermano qui. Secondo l’Ups  la Regione ha un debito di 2 miliardi e 152 milioni, mentre quello delle otto Province isolane è di 212 milioni. Grande differenza anche per i residui passivi: 5 miliardi e 120 milioni quelli della Regione, 841 milioni quelli delle Province.

Qualche passo verso il risparmio la Regione Sardegna sembrerebbe però averlo fatto. Ad esempio ha abolito il vitalizio, ridotto il numero dei consiglieri da 80 a 60, le indennità e i finanziamenti ai gruppi risparmiando, dice il presidente del consiglio Claudia Lombardo, «oltre 1 milione e 300 mila euro». Dalla prossima legislatura, si intende. Questo a fronte di altre spese però ben più consistenti. Ad esempio quelle per la gestione dei sistemi informatici regionali. Acronimi e sigle dietro cui si celano salassi per milioni di euro: il Si-Bar dell’Amministrazione Regionale, il Sisar della sanità, il Sira dell’ambiente e il Sil del lavoro. Secondo il consigliere Sel, Luciano Uras, nei prossimi tre anni si spenderanno almeno 85 milioni di euro. E poi ci sono il sito Regione e  il sistema informatico per la pianificazione territoriale, per i quali si spendono circa 2 milioni di euro l’anno.  Altri  5 milioni e 700 mila vengono sborsati per quello sanitario. Il Sibar costa 2 milioni di euro, stesso dicasi per il sito del lavoro. Uno smacco per il popolo sardo, da sempre in lotta contro la disoccupazione. Centinaia di milioni di euro spesi per l’informatizzazione della Regione.  Solo Sibar e Sisar sono già costati alle casse della Regione quasi 100 milioni di euro.

C’è poi il settore sanitario: ovvero quello che grava maggiormente sul bilancio. Soprattutto con il lavoro interinale. Dice il consigliere regionale del Pd, Francesca Barracciu: «L’azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari è il caso più lampante ed emblematico di creazione e mantenimento di quelle nicchie di potere dai risvolti economici che gravano pesantemente sulle risorse pubbliche di cui ha parlato anche la Corte dei Conti». Un duro attacco contro la gestione dell’azienda ospedaliera, con tanto di interrogazione all’assessore alla Sanità Simona De Francisci. Il consigliere Barracciu afferma che «i dati estrapolati dai conti delle aziende sanitarie del 2010 e 2011 registrati dall’assessorato regionale alla Sanità non lasciano dubbi: la spesa del Brotzu per il lavoro interinale è aumentata, in un solo anno, del 70% e supera, da sola, quella della Asl 8, la più grande delle Asl sarde, che ha quasi il triplo dei dipendenti del Brotzu». I numeri: secondo l’esponente del Pd, dal 2010 al 2011 il Brotzu è passato dai 3,473 milioni di euro del 2010 (2,641 per sanitari e 832 mila per non sanitari) ai 5,940 milioni del 2011.

I disoccupati si fottano" bufera sulla deputata spagnola

Libero

 

L'infelice commento dell'esponente del partito popolare Andrea Fabra durante un discorso del premier Rajoy. Intanto il popolo di Twitter chiede subito le dimissioni

 

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La donna ha gridato "que se jodan" durante l'intervento di Rajoy dedicato al taglio del sussidio di disoccupazione

Pioggia di critiche in Spagna per la deputata del partito popolare Andrea Fabra. Durante l'intervento in parlamento del premier Mariano Rajoy, dedicato al taglio del sussidio di disoccupazione, la donna ha gridato "que se jodan". L'espressione, riferita ai disoccupati e traducibile con un infelice "che si fottano", ha indignato l'opinione pubblica e su Twitter è stato creato immediatamente l’hashtag #andreafabradimisión e i socialisti hanno chiesto le sue dimissioni. L'idea è stata condivisa da migliaia di giovani che hanno firmato un appello perché l'onorevole lasci immediatamente il Congresso spagnolo.

L'estate eroica sulla spiaggia del cane-bagnino di Totti

Oscar Grazioli - Lun, 16/07/2012 - 10:59

 

Il Labrador che il bomber ha ricevuto in regalo e fatto addestrare ha salvato due persone. Anche lui come il suo padrone è un fuoriclasse

 

Ci sono molti calciatori che mi sono simpatici e molti di più che mi sono assolutamente antipatici, anzi insopportabili e questo al di là del tifo per la squadra del cuore. Francesco Totti, nonostante non tifi per la Roma, è uno di quelli che sa farsi voler bene, perché è una persona modesta che non ha dimenticato le sue origini popolari, è divertente e intelligente nelle risposte e sa essere serio quanto basta, quando è ora.

 

 

In più ha scelto (o si sono scelti a vicenda) una compagna di vita un po' come lui, una donna in cui convivono, senza fare a pugni, bellezza e simpatia. Neanche a dirlo Francesco e Ilary hanno un debole per gli animali e sono numerose le iniziative a loro favore, magari portate avanti senza trombe e rulli di tamburo. Quando nacque Christian, il primo figlio della coppia, l'allora sponsor della Roma gli fece un regalo piuttosto originale, anche se conosceva perfettamente l'amore dei due per i cani. Una coppia di Labrador, poi chiamati Flipper e Ariel. Francesco e Ilary decisero di fare imparare ai due cani qualcosa che fosse di utilità sociale. Dal momento che il Labrador, assieme al Terranova, è una delle razze maggiormente adattate al nuoto e più inclini al salvataggio, i due cani cominciarono la loro attività «scolastica» presso la Scuola Italiana Cani da Salvataggio (Sics) e il loro profitto si è dimostrato notevole. Soprattutto Ariel, ormai una vera e propria veterana della scuola, non è la prima volta che si fa onore come «bagnina a quattro zampe». Già nel 2008, ad Ostia, salvò da una situazione pericolosa una ragazza.

Ieri mattina, Ariel era a bordo, come di consueto, di una motovedetta delle unità cinofile di soccorso, quando a nord di Civitavecchia una ragazzina e un uomo di 64 anni rischiavano di annegare. Il vento era impetuoso e la bambina annaspava a una trentina di metri dalla riva, mentre l'uomo versava in analogo frangente una dozzina di metri oltre. Scattati immediatamente i soccorsi, Ariel, assieme ad Attila e Mia (tutti Labrador) e ai bagnini di servizio, hanno portato a termine un soccorso da manuale. E così, con queste, sono tre le vite salvate finora da Ariel, mentre soltanto dall'inizio di luglio, sono dodici le persone salvate in acqua dai cani del Sics laziale che conta un «esercito» di 350 cani addestrati, oltre a conduttori e vari volontari che si avvicendano sulle spiagge laziali con gli occhi, le orecchie ( e i «tartufi») ben allertati.I «Bau-watchers», come sono stati soprannominati, sono tornati a vegliare sulla sicurezza dei bagnanti anche in questa bollente estate del 2012.

Si tratta per lo più di Labrador e Golden Retriever, Terranova e Bovari del Bernese, tutti cani di indole buona e generosa, dotati di facilità nell'apprendimento, forza fisica impressionante e naturalmente un'estrema confidenza con l'acqua. Per secoli queste razze (specie il Terranova) era imbarcato sui velieri nordici con il compito di trascinare corde in acqua o salvare vite umane. Non per niente questi cani hanno piedi palmati. Nel golfo di Baratti, i cani da salvataggio hanno all'attivo due anni d'esperienza e dieci salvataggi, l'ultimo nell'agosto dell'anno scorso quando il Labrador Eva ha riportato sulla spiaggia un tedesco e i suoi due nipotini. Brava Ariel, dunque, bravi tutti questi angeli «pelosi» e bravi a chi, come Francesco e Ilary, la fama non ha oscurato il dono della generosità.

Cappella Sistina, sublime condanna ai lavori forzati

Ezio Savino - Lun, 16/07/2012 - 07:20

 

Sono trascorsi cinquecento anni da quando Michelangelo lasciò cadere dai ponteggi il telone che secretava il suo lavoro: 1.100 metri quadrati di pitture sulla volta della Cappella Sistina, l'affresco più vasto di sempre. Al tramonto del 31 ottobre 1512, vigilia d'Ognissanti, Giulio II della Rovere, il papa committente, si inoltrò nel sancta sanctorum per cantare i Vespri. Lo attorniavano una ventina di cardinali. Erano i primi spettatori. Nel silenzio, la luce morente dell'ottobrata romana filtrava dalle finestre. Quando alzarono gli sguardi, non c'erano più pareti, né soffitti, ma un cielo.

 

 

Anzi, un doppio, limpido firmamento. A colpi di pennello, l'artista aveva demolito la greve volta di mattoni gettata nel 1475 dal fiorentino Bartolomeo Pontelli per ordine di Sisto IV. Al suo posto, campeggiava una «quadratura», una balconata illusoria, architettonica e prospettica. Ai lati corti, due lembi di purissimo celeste, come se la volta s'incurvasse nello spazio d'aria sui fittizi pilastri. Nei pannelli narrativi centrali, altri cieli: quelli della creazione.La sala era uno shuttle, fremente sulla rampa verso i picchi dell'immaginazione religiosa e umana. Il Vaticano e la cristianità si preparano a celebrare il quinto centenario del lancio. Noi vogliamo qui rammentare il percorso lavorativo del Buonarroti. È una tabella di marcia sbalorditiva. «Questo dì, dieci di maggio del millecinquecento e otto, io Michelagnolo scultore ho ricevuto dalla Santità di Nostro Signore papa Iulio Secondo ducati cinquecento...» leggiamo in uno degli appunti, che con le lettere, i contratti e le ricevute ci orientano sui dati più materiali dell'impresa. Ne emerge la figura di un titano del lavoro. Il ministro Fornero, potendo, l'avrebbe assoldato subito come testimonial. Per Michelangelo l'occupazione non era né un diritto, né una garanzia. Doveva strapparla con i denti, giorno per i giorno. Il Bramante, factotum dell'edilizia papale, l'aveva caldeggiato a Giulio II per invidia, per dimostrare che l'arrogante scultore fiorentino, stella del marmo, con i colori era un buono a nulla. Michelangelo si sentiva sul collo il fiato di Raffaello, il rivale urbinate, che lavorava nelle Stanze, a venti metri dalla camera da letto di Giulio, di cui si era fatto intimo.

Gli alti papaveri vaticani protestavano con lui: durante i lavori alla volta, la Sistina era un cantiere, ma intanto le funzioni continuavano, tra colpi di scalpello, polvere d'intonaco, puzza di vernici e solventi.Il maestro era sotto stalking. La famiglia, rimasta a Firenze, lo pressava. I fratelli battevano cassa. Il padre, da lui venerato, richiedeva continui esborsi. Un soggetto così, oggi andrebbe in analisi. Michelangelo contrattacca con le sue armi: creando. È il più grande esodato della storia dell'arte. Il papa versa l'acconto, poi sfodera la spada per le sue campagne di guerra, e chiude i cordoni della borsa. Intanto i ducati si liquefanno. Il libro mastro del Buonarroti è un colabrodo. Ducati 85 al Rosselli, l'intonacatore di fiducia che monta i ponteggi e prepara il fondo; altri 1500 per gli assistenti, sistemati e mantenuti in baracche intorno alla casa Roma, affittata per 25 soldoni; poi ci sono i materiali e i colori, 125 ducati, che vanno ai gesuati di Firenze, monaci specialisti in terre e pigmenti, come l'azzurro oltremarino, ottenuto polverizzando il lapislazzulo d'oriente, più caro dell'oro. Davanti al pioniere, un oceano di fatica e di sperimentazione.La traversata dura 4 anni e 5 mesi, senza respiro. Sono 1610 giorni di passione: tolte le festività e le messe, restano 1150 «giornate». La «giornata» è la strabiliante unità di misura, la sfida quotidiana del lavoro michelangiolesco.

È la superficie d'intonaco consacrata al pennello. Si misura in ore, brucianti e angosciose. Il muratore ha già steso l'«arriccio», il grezzo manto che si aggrappa all'intera volta. Su questo ruvido strato, stende l'intonaco immacolato, lisciandolo alla fine con pezze di lino. Qui l'artista lavora «a buon fresco». Il fondo si secca nel giro di ventiquattrore. Anche prima, se a Roma spirano la tramontana o il ponentino. Ecco la «giornata». Bisogna dipingere a intonaco umido: è il segreto dell'affresco, con le molecole di colore che per complessi principi fisico-chimici restano intrappolate come cristalli nello smalto del bianco sostegno. È «il più virile, più risoluto e durabile di tutti gli altri modi», scrive il Vasari. Ma anche il più spericolato e stressante. È stile eroico: sbagli e pentimenti si pagano a caro prezzo, con rifacimenti totali. La mano deve essere ferma, inesorabile.Come nota Michelangelo «non si dipinge con la mano, ma con il cervello», che in un'impresa di questa misura è in perpetua ebollizione. La media della giornata è un metro quadrato, un'immensità, pensando che quell'area definitiva è il frutto di un progetto che abbraccia fasi concatenate.

Bisogna ideare il soggetto: è il momento fervido della visione, del sogno. Un mosaico gigante, perché il frammento della giornata deve incastonarsi fluidamente in un insieme da cui si sprigionano armonia e potenza. L'idea diventa un cartone preparatorio. Appoggiato all'intonaco ancora stillante, permette di trasferirvi i contorni della scena: i ragazzi di bottega hanno trafitto le linee con migliaia di forellini, e con un tampone di polvere di carbone ne lasciano l'orma sul morbido impasto di calce e pozzolana. La «giornata» erode tutto il tempo del vivere. Non ne resta, di libero. O si inventa e si disegna, o si pennella. Per mesi, per anni. Non c'è spiraglio neppure per lavarsi i denti. Passavano giorni, prima che l'artista potesse cambiarsi d'abito.A conti fatti, gli restarono in tasca 300 ducati l'anno. Nessun bonus per la consegna chiavi in mano della macchina da emozioni (e da soldi) più imponente del mondo. Un orafo guadagnava tre volte di meno; il salario di una fantesca scendeva a un trentesimo della cifra. È il compenso per il ritmo infernale della giornata. Il resto, il miracolo dell'arte, la pietra angolare della cultura, è senza prezzo.

G8 di Genova, dopo la sentenza i condannati si danno alla fuga

Gian Marco Chiocci - Lun, 16/07/2012 - 09:33

 

Gli autonomi con le pene più pesanti si sottraggono al carcere. Sono Francesco Puglisi e Vincenzo Vecchi, che devono scontare 15 e 13 anni

 

Missing. Scomparsi, dopo la condanna. Formalmente «irreperibili». Non si hanno più tracce di due dei pochi no global ritenuti responsabili, in via definitiva, dei clamorosi incidenti al G8 del 2001 che coinvolsero migliaia di manifestanti. Francesco Puglisi (15 anni di prigione) e Vincenzo Vecchi (13 anni) non si trovano più. La polizia che doveva notificare a entrambi l'ordine di immediata carcerazione della procura generale di Genova, ha bussato a vuoto a due indirizzi su cinque, tant'è che ieri hanno fatto il loro ingresso in cella solo Alberto Funaro (10 anni) e Marina Cugnaschi (12 anni).

 

 

Non Inesc Morasca che ha evitato la galera in extremis, con la sospensione della pena in quanto mamma di una figlia piccola. Pur se condannati in secondo grado restano liberi pure altri cinque presunti teppisti per i quali la Cassazione ha disposto un nuovo processo d'appello.

Chi ha avuto la condanna più alta, dunque, al momento ha preferito non farsi trovare all'appuntamento con la giustizia. Francesco «Jimmy» Puglisi, detto «molotov», catanese, arrestato nel 2000 per detenzione di quattro detonatori e 30 candelotti di dinamite, finì nella retata della procura genovese che a dicembre 2002 portò in prigione 23 manifestanti. Le accuse spaziavano dalla devastazione al saccheggio, dal porto e detenzione di materiale esplodente alla resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Davanti al gip ammise gli addebiti tra i quali il lancio di una molotov passata al volo da un black bloc. Foto e filmati lo «registrano» mentre prende parte all'assalto ed esulta davanti al blindato dei carabinieri in fiamme, incita all'assalto in via Casaregis, assalta esercizi commerciali in corso Marconi, lancia molotov contro Area Banca. Un teste ha persino raccontato (e fotografato) Puglisi che dallo zainetto estraeva e lanciava molotov a ripetizione.

Quanto a Vecchi vale il discorso fatto per il collega «irreperibile» quanto a contestazione dei reati. Le indagini appureranno la sua appartenenza a un gruppo anarchico milanese e il suo contraddistinguersi nel blocco nero che saccheggiò il cantiere di piazza Savonarola, assaltò l'agenzia del Credito italiano in corso Buenos Aires, alzò le barricate in corso Torino. La Digos lo vede spesso nelle immagini finite agli atti, la pubblica accusa scriverà che Vecchi si fa riconoscere mentre ha «in mano una bottiglia incendiaria e sta dando fuoco a un copertone, distrugge con altri un'auto, partecipa, bastone in mano, all'assalto con un randello metallico della Banca Carige, si contrappone alla polizia, e presente nel supermercato Di per Di distrutto e saccheggiato (...) mentre distrugge a bastonate un'auto dei metronotte» eccetera. All'anarchico milanese è stato contestato anche il reato di rapina a un fotorerporter poi «assorbito in quello più vasto di devastazione e saccheggio». Per chi ha sostenuto l'accusa, Vecchi in entrambi i giorni dell'inferno di Genova si muoveva «in modo organico al blocco nero, si travisava, danneggiava, si allontanava, riprendeva i danneggiamenti, si contrapponeva alle forze dell'ordine». Si muoveva a elastico, insomma, interpretando al meglio le tecniche della nuova guerriglia urbana: colpisci e scappa, colpisci e scappa. Ora che la giustizia ha colpito lui (forse) è scappato.

Le scuse non bastano più

Corriere della sera
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di Franco Bomprezzi
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Antonio Mastrapasqua non si tira indietro, di questi tempi, e ci mette la faccia, anzi è convinto che l’Inps, l’Istituto da lui presieduto – uno dei tantissimi incarichi che questo infaticabile grande dirigente pubblico riesce a svolgere – sta riuscendo dove tutti avevano fallito, razionalizzando la spesa per le pensioni di invalidità e per le indennità di accompagnamento destinate non solo alle persone con disabilità, ma soprattutto agli anziani non autosufficienti. Eppure a leggere le storie che continuano ad arrivare nelle sedi delle associazioni e nelle lettere ai giornali, credo che si possa fare qualche riflessione, anche semplicemente umana, perché dietro i numeri ci sono le persone. E la dignità dei cittadini più fragili. Due storie in poche ore, esemplari. Le trovate nel canale “disabilità” di corriere.it e nel forum “Ditelo a noi”. Il racconto di una visita kafkiana a una donna davvero non vedente, che deve fornire ulteriore documentazione rispetto a una patologia conclamata e che dovrebbe addirittura rientrare fra le situazioni da non sottoporre neppure a controllo, in base alle norme vigenti. Peggio ancora, se possibile, la vicenda di un ragazzo malato di neurofibromatosi, patologia per la quale purtroppo non si possono neppure immaginare miglioramenti miracolosi, che si è visto togliere l’indennità di accompagnamento, come se adesso non avesse più bisogno di un’assistenza continua per le funzioni essenziali della vita.
In analoghe situazioni il presidente dell’Inps, dopo aver verificato che effettivamente, come dire, la burocrazia aveva un po’ esagerato, ha chiesto scusa, ammettendo che queste cose non dovrebbero succedere. Ma il problema è un altro. Queste situazioni si verificano quotidianamente ormai da un paio d’anni senza che ci sia un intervento organico, politico, per rimettere ordine in una materia così complicata e delicata come quella delle certificazioni d’invalidità. Fa forse comodo pensare che siamo in presenza di piccoli danni collaterali di una sacrosanta guerra ai falsi invalidi, che ha prodotto un impegno (e un costo) colossale da parte dell’Inps, e risultati assai modesti (non più del dieci per cento di posizioni considerate irregolari, al lordo dei ricorsi).
Il dossier prodotto da Fish, la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, e consegnato alla Commissione Lavoro del Senato – che sta svolgendo una indagine conoscitiva proprio su questo aspetto – dimostra, dati alla mano, una scelta politica assai discutibile, consolidatasi nel corso degli anni. Ossia l’aver concentrato nel medesimo ente, l’Inps, tutte le funzioni, non solo quella dell’erogazione delle pensioni e delle indennità, ma anche il controllo di regolarità (il che è assolutamente corretto, e casomai diventa un problema di criteri tecnici) e persino la fase di primo accertamento e valutazione, che prima era in mano alle Asl. Questo accentramento di poteri e di procedure richiederebbe quanto meno una attenta valutazione di quale danno ne possa derivare per i cittadini onesti ma deboli, privi di tutela reale, e costretti in molti casi, come si vede, a subire spesso autentiche angherie di stampo borbonico.
La rivista “Welfare oggi” diretta da Cristiano Gori ha condensato in un documentatissimo dossier la vicenda dei controlli Inps rilevando come, al tirar delle somme, il risparmio ottenuto raggiunge solo l’un per cento della spesa complessiva per le invalidità. Ne valeva la pena? Non era – e non è – forse meglio mettere mano seriamente alla composizione di questa spesa, che è cresciuta a dismisura soprattutto per l’invecchiamento della popolazione e per la conseguente crescita numerica di anziani non autosufficienti, ai quali nessun altro sollievo economico per l’assistenza può essere di norma fornito se non proprio quella famosa indennità di accompagnamento?
Chi glielo va a dire ai genitori di Rino, o alla donna non vedente, protagonisti delle nostre storie?

Tour de France, chiodi sul tracciato trenta forature e «vittime » illustri

Corriere della sera

 

È avvenuto dopo il passaggio del gruppo di fuggitivi nella zona del Mur de Peguère: si fermano Evans e Wiggins

 

«Qualcuno ha gettato dei chiodi da tappezziere sul tracciato della corsa, provocando almeno 30 forature. Di sicuro è avvenuto dopo il passaggio del gruppo di fuggitivi nella zona del Mur de Peguère». Così il direttore del Tour, Christian Prudhomme, ai microfoni della Rai al termine della 14/a tappa (poi vinta dllo spagnolo Sanchez), spiegando l'inusuale numero di forature, che ha fatto anche vittime illustri come Cadel Evans e Bradley Wiggins.

 

 I chiodi non fermano il Tour I chiodi non fermano il Tour I chiodi non fermano il Tour I chiodi non fermano il Tour I chiodi non fermano il Tour

 

Cadel Evans mostra su Twitter il chiodo che gli ha forato la gommaCadel Evans mostra su Twitter il chiodo che gli ha forato la gomma

 

FINE SALITA - Il tutto è avvenuto in un settore di pochi chilometri tra la fine della salita e l'inizio della discesa del Mur de Peguère, a una quarantina di chilometri dal traguardo. Cadel Evans ha anche rischiato di perdere minuti preziosi, visto che ha dovuto cambiare prima una ruota e poi anche l'intera bici, ma il gruppo di Wiggins non ha forzato, attendendo il suo rientro. «Molte moto della organizzazione avevano vari chiodi piantati negli pneumatici», ha detto ancora Prudhomme.

 

Redazione Online15 luglio 2012 | 22:29

Sequestrata alla dogana una finta Ferrari

Corriere della sera

 

Denunciato un lituano con una copia illegale di una F430 realizzata su base Toyota. Uno dei tanti falsari d'auto

 

 

MILANO- Stava per attraversare il confine con la Svizzera un cittadino lituano con una «Ferrari» davvero particolare adagiata su un carrellino da trasporto. Ma a ben vedere era solo di una «patacca», una replica non autorizzata di una F430 spider costruita su di un telaio di origine Toyota.

 

 La finta Ferrari sequestrata al confine con la Svizzera La finta Ferrari sequestrata al confine con la Svizzera La finta Ferrari sequestrata al confine con la Svizzera La finta Ferrari sequestrata al confine con la Svizzera La finta Ferrari sequestrata al confine con la Svizzera

IL BUSINESS DEI FALSARI D'AUTO-Insomma, un clone illegale che non è sfuggito agli occhi dei funzionari dell’Ufficio delle Dogane di Como in servizio presso la Sezione Operativa Territoriale di Ponte Chiasso. Che insieme alla Guardia di Finanza qualche giorno fa hanno sequestrato il finto bolide prima che si dileguasse in territorio svizzero dal valico di Brogeda. Il lituano è stato denunciato per violazione del diritto di proprietà del marchio. Chi pensa, infatti, che copiare una Ferrari sia uno scherzo da ragazzi si sbaglia di grosso. La casa di Maranello e così tanti altri costruttori sono impegnati in prima linea per tentare di stroncare il fiorente traffico di «tarocchi» che ha le sue basi nell'est Europa e in Asia (sembra che i più bravi siano a Bangkok). Gente capace di imitare una Ferrari Enzo sulla base di una vecchia sportiva giapponese, come in quest'ultimo caso sfruttando lo chassis di una Toyota Mr2. E poco importa se al posto del V8 o di un V12 c'è un quattro cilindri. I sequestri, infatti, si moltiplicano: a Stoccarda nascosta in un container, i doganieri hanno trovato una copia illegale della mitica Mercedes Sl 300, quella con le «ali di Gabbiano». E' finita al macero insieme a Rolex made in China e altre patacche.

 

Daniele Sparisci
danielesparisci16 luglio 2012 | 13:13

Ritrova su Ebay l'auto rubata 42 anni prima

Corriere della sera

 

L'Austin Healey era stata portata via dal garage di un pensionato americano nel 1970. Ma con il web e a fortuna...

 

L'Austin-Healey rubata nel 1970 e ritrovata L'Austin-Healey rubata nel 1970 e ritrovata

 

MILANO - Gliel'avevano rubata una mattina di quarantadue anni fa e da allora ha sempre sperato di ritrovarla. Robert Russell, pensionato texano di 66 anni ha scovato su eBay l'automobile che nel 1970 gli fu portata via dal sua garage, quando ancora viveva a Filadelfia.

IN BUONE CONDIZIONI-Si tratta di una Austin-Healey del 1967 che al tempo fu pagata dall'ex agente di commercio tremila dollari. Oggi la vettura che è in buone condizioni e conserva il fascino d'un tempo vale almeno 24.000 dollari. Poche mesi fa consultando il sito di e-commerce Russell non ha avuto alcun dubbio e i successivi controlli della polizia di Los Angeles gli hanno dato ragione: quell'Austin-Healey dell'annuncio era proprio la sua.

VALORE SENTIMENTALE - ll felice epilogo è stato raccontato dal network Nbc . Russell, che oggi vive nella città texana di Southlake, ha spiegato di essere un abituale utente di eBay e che quella Austin-Healey ha per lui un alto valore sentimentale. Gli era stata rubato il giorno dopo che era uscito per la seconda volta con la sua futura moglie: «Il fatto che l'auto esistesse ancora era altamente improbabile - ha spiegato il sessantaseienne - Poteva essere stata rottamata o distrutta». Dopo averla riconosciuta su eBay, Russell ha immediatamente telefonato al Beverly Hills Car Club, la concessionaria di Los Angeles a cui faceva capo l'inserzione. Il numero d'immatricolazione dell'Austin-Healey corrispondeva a quella della sua auto, ma il sessantaseienne che ancora conservava le chiavi originali, non aveva più con sé la denuncia del furto di 42 anni fa.

LA RESTITUZIONE - A fine maggio Russell si è rivolto alla polizia di Los Angeles che dopo diversi giorni è riuscita a trovare in archivio il rapporto che menzionava il furto. Le autorità hanno immediatamente sequestrato il veicolo e l’hanno preso in consegna per portare a termine delle verifiche: «Il detective Carlos Ortega - recita un comunicato stampa di qualche settimana fa del Dipartimento dello sceriffo della Contea di Los Angeles - ha preso possesso del veicolo e ha informato il signor Russell che la macchina è stata recuperata intatta e in buon condizioni». Pochi giorni dopo la Austin-Healey è stata restituita al suo legittimo proprietario: «Funziona ancora - ha dichiarato contento l'ex agente di commercio- i freni lasciano un po’ a desiderare, ma la metterò a posto in modo che tutto torni come prima». Da parte sua il presidente del Beverly Hills Car Club spiega che la sua concessionaria non sapeva che l'auto fosse stata rubata: «Siamo felici che il signor Russell abbia ritrovato la sua vettura - ha spiegato alla Nbc Versa Manos - Anche noi siamo vittime di questa storia. Abbiamo perso 27.000 dollari, ovvero i soldi spesi per comprare l'auto e trasportarla in California».

 

Francesco Tortora

16 luglio 2012 | 14:32

Prodotti finanziari e trappole per clienti

Corriere della sera

 

Un gestore patrimoniale della Deutsche Bank ci mostra un prodotto finanziario. Un analista finanziario indipendente ci spiega i rischi per i clienti. Da oggi Unipol, che ha in pancia 5 miliardi circa di strutturati, chiede soldi al mercato. Quali rischi per gli investitori? E il ruolo della Consob?

 

 

E dire che il suo sogno, dopo aver studiato, era quello di poter entrare in banca e fare proprio il consulente finanziario – dice il gestore patrimoniale della Deutsche Bank, che ci ha fornito il prodotto e vuole restare anonimo. Non l’aveva proprio messo in conto che sarebbe finita così. Il sistema del credito era nato per raccogliere i soldi dalla clientela – racconta - per prestarli al mondo delle imprese cercando di stimolare la crescita economica e lo sviluppo industriale del paese. Invece proprio sui clienti le banche creano i propri utili, piazzando prodotti derivati all’interno di obbligazioni e contando sul fatto che i clienti non hanno in generale una cultura finanziaria per poter capire di che cosa stiamo parlando.

Ma il suo lavoro non è dare consulenze finanziarie ai clienti e gestire i loro patrimoni? In teoria. In pratica la banca periodicamente ci assegna dei budget su dei prodotti preconfezionati dall’Investment center e noi dobbiamo collocarli ai clienti in un periodo di tempo tra uno e tre mesi, a seconda del prodotto. Quindi non c’è una vera consulenza dietro questo tipo di attività. Quando arriva il cliente apro l’armadio e cerco di orientare le sue scelte non tanto su quello che serve a lui, quanto piuttosto su quel che serve alla banca, anche se quel che propongo non è quasi mai un prodotto adatto per soddisfare il suo bisogno.

E che cosa le impedisce di fare veramente il consulente, di spiegare al cliente quali rischi ci sono e di consigliarlo al meglio? Se io dovessi spiegare tecnicamente il prodotto al cliente probabilmente non lo acquisterebbe, io riceverei dal Management insulti di vario genere formalizzati via mail piuttosto che a voce, e allora si dà una botta al cerchio e una alla botte: su tre prodotti fatti acquistare al cliente, uno è quello che serve a lui e due sono quelli che servono alla banca. E così in parte ho fatto consulenza ma essenzialmente ho fatto il risultato economico per la banca.

E se invece facesse la consulenza a favore del cliente? Gli direi: quale rischio vuole assumere? Bene! A parità di questo rischio ho trovato il migliore rendimento sul mercato. Questo vuol dire fare consulenza e non dire ecco questo è il prodotto, è il migliore che c’è in giro, quando magari bisognerebbe confrontarlo con almeno quattro o cinque prodotti per dimostrare al cliente che quello è il migliore.E se lei da domani si mettesse a fare il lavoro in questo modo che succederebbe? Probabilmente durerei massimo sei mesi e poi sarei rimosso dall’incarico per essere assegnato ad altre funzioni. Oggi gli istituti di credito hanno la mission di fare risultato a breve termine, il più alto possibile, anche perché il management sa che il proprio incarico dura dai quattro agli otto anni e allora massimizzazione del risultato a breve e poi quello che succede succeda.

Che tipo di sollecitazioni ricevete per fare questo risultato a breve termine? Mail, telefonate continue, che vanno anche al di là dell’orario di lavoro, riunioni in cui si va ad additare quello che non porta risultati a tutta la platea, facendo invece gli applausi a chi ha portato i risultati senza approfondire ed analizzare in che modo ci è riuscito. Sto constatando che sempre più persone che fanno questo mestiere ricorrono a psicofarmaci per far fronte agli stati d’ansia. Stare perennemente in ansia solo per arrivare a ottenere un bonus di soldi più o meno importante ha portato sicuramente fuori strada il sistema bancario. Quando ho iniziato a lavorare c’erano i sistemi incentivanti ma erano veramente relativi, non spostavano lo stipendio alla fine del mese. Oggi che i sistemi incentivanti portano ad avere dei bonus che possono moltiplicare per tre lo stipendio, beh chi è senza scrupoli passa sul cadavere di chiunque.

Ci spieghi in che modo i prodotti finanziari derivati possono essere una trappola per il cliente. I derivati nascono innanzitutto come prodotti di copertura dal rischio ma sempre più l’ingegneria finanziaria li sta utilizzando come vere e proprie scommesse. Il problema – quando un cliente compra un prodotto - è vedere chi fa la scommessa e chi la subisce. Come con il prodotto che vi ho mostrato, con un’obbligazione senior di Deutsche Bank come sottostante legata a un derivato, un credit default swap, dove praticamente il cliente a fronte di un tasso che riceve dalla banca leggermente più alto del mercato, vende allo stesso tempo a Deutsche Bank un credit default swap sull’Italia. Questo significa che il cliente si assume il rischio di un ipotetico default o ristrutturazione del debito della Repubblica italiana per ricevere 5/10 punti base di rendimento su base annua su quella obbligazione. Capite benissimo che se fornissimo spiegazioni dettagliate ai clienti molti non sottoscriverebbero obbligazioni di questo genere.

Ha visto traballare in maniera seria il patrimonio dei suoi clienti? È oramai sempre più frequente. Tant’è che oramai anche dall’alto cominciano a percepire che nel corso degli ultimi anni si è esagerato e si stanno ponendo dei tetti alla concentrazione di determinate posizioni per cercare di minimizzare eventuali perdite future. Però il grosso del lavoro è stato fatto e qualora dovesse succedere qualcosa di grave nei mesi e negli anni a venire, i patrimoni dei nostri clienti connazionali prenderebbero fuoco, con un impoverimento inevitabile dell’economia. Quello che in questa storia è certo è lo stato d’animo del gestore patrimoniale e il prodotto finanziario che ci ha mostrato, analogo del resto a tanti prodotti strutturati complessi venduti da altre banche. Prodotti veramente di difficile lettura i derivati, se pensiamo che pochi giorni fa il pm milanese Luigi Orsi - che vuol vederci chiaro sull'effettiva consistenza patrimoniale di Unipol chiamata a salvare Fonsai con una superfusione che va da Premafin fino a Milano Assicurazioni - ha scritto alla Consob per sollecitarla a verificare la perizia di Ernst & Young proprio su 5 miliardi circa di titoli strutturati in pancia a Unipol. Ma Consob non è entrata nel merito dell’analisi quantitativa richiesta e ha autorizzato la pubblicazione del prospetto informativo di Unipol per la ricapitalizzazione - la precondizione delle fusione - con i risultati delle perizie che evidenziano i rischi. Come dire: "per chiedere soldi al mercato è sufficiente fornire l'elenco di tutte le tue malattie".

Ma il ruolo della Consob è attenersi alla forma o entrare nel merito del dettaglio analitico dei veicoli e dei derivati? E se un domani quel portafoglio di strutturati si rivelerà un problema? La Consob potrà sempre dire che stava indagando. Questo per quanto riguarda il mercato degli investitori professionisti.
E per la protezione del risparmio delle famiglie? La Consob ci pensò nel 2009, con la trasparenza dell’informazione. Ma quella regolamentazione è ancora ferma e lo scenario sulla probabilità del rischio di un prodotto finanziario strutturato con derivati - che nel video ha sviluppato l’analista indipendente - a oggi nessuna banca lo presenterà mai ai propri clienti. Sappiamo che alla base delle decisioni del mercato c’è la fiducia nelle istituzioni di vigilanza. Cosa potrebbe succedere se questa fiducia comincia a venire meno?

 

Michele Buono
10 luglio 2012(ultima modifica: 16 luglio 2012 | 8:35)

Se un'ordinanza proibisce la sosta sulla spiaggia

Corriere della sera

 

Alassio, donna incinta viene fatta alzare dalla battigia: «In riva al mare può sedersi solo chi paga l'ombrellone»

 

ALASSIO (Savona) - Alassio, domenica, intorno a mezzogiorno. «Signora si alzi, qui non può stare, è una zona di transito, se vuole le posso dare una sedia». Il bagnino, molto cortesemente, fa sloggiare Marigianna Semeraro, 35 anni, appena arrivata da Aosta per una settimana di vacanza, settimo mese di gravidanza, seduta sulla sabbia in riva al mare di fronte a uno dei tanti stabilimenti balneari di Alassio (Savona), nel ponente ligure. Chi assiste alla scena rimane incredulo. La battigia non è di tutti? La signora è lì da pochi minuti, con il marito e il figlio di 5 anni che armeggia con secchiello e paletta. È domenica, ha inutilmente cercato un ombrellone a pagamento. Sedendosi sul bagnasciuga crede di non infrangere alcuna regola anche perché lo stesso fanno decine di altre persone. Ma è «colpevolmente» ignara di un'ordinanza del Comune di Alassio, la n. 63 del 12 marzo 2012 sulla disciplina delle attività balneari. In particolare è loro sfuggito l'articolo 3 comma 1 lettera C che vieta di «occupare con ombrelloni, sdraio, sedie, teli...» la fascia di 5 metri dalla battigia «destinata esclusivamente al libero transito con divieto di permanenza». Gli unici «ingombri», tuttavia, sono il pancione e una sporta per i giochi da spiaggia. Il severo regolamento, però, non ammette chi sgarra e obbliga al moto perpetuo sulla battigia: «è vietato sostare nella fascia di transito» sulla spiag

La signora Marigianna si alza senza polemica e se ne va, col dubbio che la sedia offerta fosse a pagamento. Il bagnino applica l'ordinanza che vale anche per le donne incinte. Divieto di sosta, si cammina, circolare, hop hop. In compenso non c'è limite di velocità. Qualcosa non funziona, però. Perché Marigianna deve andarsene mentre a pochi metri alcuni bambini (e adulti) continuano a «sostare»? Qual è la differenza? Che loro lì dietro hanno l'ombrellone a pagamento e quindi l'ordinanza non si applica. Forse perché il regolamento è stato adottato «sentita l'Associazione Bagni Marini del Circondario di Alassio»?  La situazione sarebbe analoga in molte località della Liguria dove le spiagge sono un bene prezioso. E dove chi infrange le regole sono spesso gli stessi concessionari che fanno applicare le ordinanze. Nei famosi 5 metri della fascia di transito (3 con spiaggia inferiore a 20 metri di profondità) ci sono più lettini e ombrelloni dei bagni privati che non signore Marigianne in presunta sosta vietata. E la famosa ordinanza? Alla Capitaneria di Porto di Alassio dicono che loro si occupano di sicurezza mentre la gestione delle spiagge è competenza comunale. Un vigile osserva la spiaggia con i lettini praticamente in mare e allarga le braccia: «È competenza della Capitaneria». Intanto alle 18.30 i bagni si svuotano. Ad Alassio un'ordinanza stabilisce che è ora di chiudere le spiagge e tornare a casa.

 

Mario Gerevini
mgerevini@corriere.it16 luglio 2012 | 10:52

Paolo Borsellino, 20 anni dalla strage e le troppe domande senza risposta

Corriere della sera

 

Dopo venti anni senza risposta molti interrogativi: Fu solo mafia? Perchè venne dato credito al falso pentito Scarantino?

di  GIOVANNI BIANCONI

 

Il lavoro cominciato a Capaci, sulla strada che portava dall’aeroporto alla città, fu completato a Palermo, cinquantasette giorni dopo, in via Mariano d’Amelio. Dopo Giovanni Falcone toccò a Paolo Borsellino, anche stavolta con il carico aggiuntivo degli agenti di scorta, saltati in aria insieme all’obiettivo che avrebbero dovuto proteggere. Era scritto, e Borsellino lo sapeva bene. Per questo aveva fretta. Voleva arrivare a qualche risultato prima che gli assassini arrivassero a lui. Si capì allora, e c’è la conferma oggi, dopo le nuove indagini che hanno in parte riscritto la storia di quell’attentato. Una storia di mafia, ma non solo. Ormai sembra un modo di dire, una frase fatta, un luogo comune. Ma è così. Non è importante che siano o meno inquisiti o imputati estranei a Cosa nostra, per sostenere che con ogni probabilità qualche altro elemento entrò in gioco nella morte di Borsellino.

FERMI A BOSS E PICCIOTTI? - Come presunti colpevoli siamo fermi a boss e picciotti, ricorda il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, titolare dell’ultima inchiesta, peraltro non ancora conclusa. Ha ragione, lui deve attenersi a ciò che risulta agli atti. Dentro quegli stessi atti, però, emergono frammenti di verità, schegge di avvenimenti che se pure non portano a individuare responsabilità penali fanno capire che intorno alla fine di Paolo Borsellino – prima, durante e dopo – c’è qualcosa che non riguarda solo Cosa nostra. Il procuratore aggiunto di Palermo dilaniato il 19 luglio 1992 dal tritolo mafioso doveva morire perché era l’unico che poteva prendere il posto di Falcone nella comprensione delle dinamiche interne alle cosche, e quindi nel contrasto ad esse. E forse era tra i pochi che avrebbero potuto avvicinarsi alla verità sulla strage di Capaci, al di là del movente della vendetta. Anche se formalmente non era suo compito, e di questo lui si rammaricava. Fu forse il cruccio più grande dei suoi ultimi due mesi di vita.

VOLEVA ESSERE INTERROGATO - Titolare delle indagini era una Procura diversa dalla sua, ma lui avrebbe voluto testimoniare di fronte ai colleghi di Caltanissetta, per rivelare qualcosa che sapeva e poteva essere utile per risalire agli assassini di Falcone, e magari a qualche diverso centro di potere che poteva aver avuto interesse alla sua eliminazione. Lo ripeteva in ogni occasione, anche in pubblico, parlando del suo amico Giovanni: c’erano delle cose su cui era costretto a tacere perché doveva riferirle all’autorità giudiziaria, nel segreto dell’inchiesta. Ma nell’arco di due mesi non ci fu alcuna autorità giudiziaria che trovò il tempo per raccoglierne la testimonianza. E’ uno dei misteri di quei cinquantasette giorni. Che può avere pure una spiegazione banale, ma mai sufficiente a giustificare l’assenza di quella deposizione tra le carte dell’inchiesta. Così come la scomparsa dell’agenda rossa sulla quale il giudice annotava le proprie considerazioni sul lavoro che andava svolgendo nella sua corsa contro il tempo, su quello che era venuto a sapere, sugli spunti d’indagine da coltivare. Un elemento prezioso per tentare di scoprire le responsabilità nascoste su Capaci e – dopo –su via D’Amelio. Che non è mai stata ritrovato. L’agenda rossa era nella borsa che il giudice portò con sé dalla casa del mare a quella della madre, prima dell’esplosione. E’ sparita, e le indagini non hanno chiaro perché, né per mano di chi. E’ un altero mistero che non ha a che fare con la mafia.

OLTRE LA MAFIA - Non ce’è bisogno di individuare “mandanti esterni” o agenti segreti infedeli che abbiano partecipato all’attentato, per capire che non è solo una storia di mafia. Basta risalire a qualche omissione o pezzo mancante per poter sostenere che nell’intreccio c’è qualche altra cosa, oltre la mafia. Capita quasi sempre, nelle storie dove il potere s’intreccia col crimine. Colpevoli sono i criminali, ma sulla sponda del potere si scopre puntualmente che qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto. Nella migliore delle ipotesi. Vale anche per la presunta trattativa avviata tra lo Stato e la mafia dopo Capaci (o forse addirittura prima, secondo l’ultima ipotesi della Procura di Palermo), di cui Borsellino era venuto a conoscenza. Almeno per un frammento, che magari era solo un’iniziativa investigativa un po’ audace: i colloqui tra i carabinieri e l’ex sindaco corleonese di Palermo Vito Ciancimino. Non glielo dissero i carabinieri, con i quali pure aveva contatti e stava programmando attività d’indagine: che ne avrà pensato il giudice? E chi era l’amico che l’aveva tradito, come hanno testimoniato sue suoi giovani “allievi” che l’incontrarono piangente e piegato da avvenimenti e preoccupazioni poche settimane prima che morisse? Perché, il giorno prima dell’attentato, disse alla moglie che ad ucciderlo non sarebbe stata soltanto la mafia?

DOMANDE SENZA RISPOSTA - Sono tutte domande rimaste senza risposta, che suscitano inquietudini. In cui la mafia non c’entra. Così come non c’entra nelle indagini che dopo la strage di via D’Amelio imboccarono quasi subito una falsa pista, smascherata solo dopo sedici anni da un nuovo pentito. Perché si volle chiudere tutto così in fretta, con le false confessioni di qualche falso collaboratore di giustizia? Fu solo un errore investigativo e poi giudiziario – com’è costretto a ipotizzare il procuratore di Caltanissetta, in assenza di prova che dimostrino altro – o c’era qualche diverso motivo? Comunque sia andata, dietro la morte di Paolo Borsellino e quello che s’è mosso intorno a lui prima e dopo la bomba di vent’anni fa, non ci furono solo i padrini e i loro gregari. E anche quell’eccidio è diventato uno dei grandi misteri d’Italia che hanno deviato e inquinato il corso della storia. Rimando misteri, purtroppo.

 

6 luglio 2012 (modifica il 16 luglio 2012)

Via D'Amelio e le «felicitazioni» di Graviano «Possiamo colpire dove e quando vogliamo»

Corriere della sera

 

Ecco gli stralci inediti dell'ultimo interrogatorio del pentito Spatuzza del 7 giugno scorso

di  GIOVANNI BIANCONI e ALFIO SCIACCA

 

«Incontrai Giuseppe Graviano e ci felicitammo per l'attentato» ricorda il pentito Gaspare Spatuzza nel racconto dei giorni seguirono e di quelli che precedettero la strage di Via D'Amelio, quando le cosche tirarono le somme del lavoro fatto e pianificarono il futuro con nuove azioni da compiere sul continente. Una ricostruzione dettagliata fatta nel corso dell'incidente probatorio davanti ai giudici di Caltanissetta il 7 giugno scorso. Nei giorni precedenti a quel terribile 19 luglio il boss mafioso di Brancaccio Giuseppe Graviano gli aveva consigliato di allontanarsi con tutta la famiglia e lui s’era rifugiato in una villetta affittata nei pressi di Campofelice di Roccella. Per poi «scendere a Palermo» all'indomani della strage e felicitarsi con Graviano che gli preannunciò l'inizio della strategia stragista per mettere definitivamente in ginocchio lo Stato. «Giuseppe Graviano era felicissimo -racconta Spatuzza- mi comunica che abbiamo colpito e abbiamo fatto un buon lavoro, che siamo tutti soddisfatti, abbiamo dimostrato di colpire dove e quando vogliamo». E poi l'invito a cancellare alcune beghe all'interno delle cosche perchè c'era ancora molto da fare. «Con Graviano ci siamo lasciati in quella circostanza e poi dopo quest'anno sabatico abbiamo iniziato, sempre nel marzo/aprile, la questione stragista che riguarda le stragi del Continente».
Ma ecco i passaggi salienti del verbale d'interrogatorio al quale partecipano i Pm di Caltanissetta Domenico Gozzo, Nicolò Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani

IL RACCONTO DI SPATUZZA

P.M. DR. LUCIANI - Senta, se non ho capito male Lei dice che Giuseppe Graviano le dice di allontanarsi. Ho capito male?
INDAGATO SPATUZZA - Si, mi dice di stare il più lontano possibile da Palermo, parlando, cioè, in riferimento alla domenica.
P.M. DR. LUCIANI - E Lei cosa fa poi?
INDAGATO SPATUZZA - Io in quel periodo aveva in affitto un villino nei pressi di Campofelice di Roccella, nei pressi di Buonfornello, per intenderci, dove ho organizzato una specie di festicciola per cercare di fare allontanare quelle pochissime persone, pochissime, quelle persone che rappresentavano la mia famiglia. Quindi abbiamo trascorso la domenica a Campofelice di Roccella, in questo villino assieme alla mia famiglia e ai piu intimi.
P.M. DR. LUCIANIE - Chi c'era non sé lo ricorda, diciamo, in questa...
INDAGATO SPATUZZA - Mio fratello Francesco, mia sorella Felice mi sembra e mio fratello Domenico, non ho un ricordo particolare, però un bel po' della mia famiglia.

IN ATTESA DELL'ATTENTATO

P.M. DR. LUCIANI - E Lei ha appreso della strage quella domenica?
INDAGATO SPATUZZA - Sì, sul tardi pomeriggio, perché sapevo che doveva succedere qualche cosa, quindi ero un po' no in attesa, ma ... quindi quando ho appreso la notizia in televisione dissi: "Ce l'abbiamo fatta".
P.M. DR. LUCIANI - Lei prima di quel momento, quindi prima del momento in cui apprende dai, immagino, mass-media o dagli organi d'informazione, che era successo l'attentato a via D' Amelio e che quindi era morto il dottor Borsellino e i suoi agenti di scorta, aveva avuto contezza di quale fosse l'obiettivo da colpire?
NDAGATO SPATUZZA - No, no.
P.M. DR. LUCIANI - Come mai?
INDAGATO SPATUZZA - Perché c'e quel particolare nella fase della macinatura, in cui si facevano dei riferimenti in quel posto di mare che io supponevo, però non avevo né la percezione, anche perché...
P.M. DR. LUCIANI - No, la domanda è: come mai Lei non era stato informato dell'obiettivo da colpire?
INDAGATO SPATUZZA - Questo per far capire la tecnica che si era messa in campo pur di, cioè, creare questi comparti stagni o per cercare di ad esempio anche tra di noi, fra Tutino, fra Cannella, fra... cioè c'erano... si parlava di quello che si doveva fare non più di quello che si e fatto, quindi cercare sempre di stringere il più possibile.

LUNEDI' SONO SCESO A PALERMO


P.M. DR. LUCIANI - Senta, i giorni seguenti Lei riesce ricordare? Quindi, sabato, domenica 19 luglio succede l'attentato, Lei è a Campofelice di Roccella, i giorni seguenti Lei riesce a ricordare cosa fece?
INDAGATO SPATUZZA - Si, il lunedì io sono sceso a Palermo. P.M. DR. LUCIANI - E come mai?
INDAGATO SPATUZZA - Quindi, perché io mica ero in vacanza li, andavo a lavorare in parte onestamente, in parte malavitosamente, quindi sono sceso io il lunedì mattino a Palermo, quel periodo avevo in consegna una motocicletta che mi era stata consegnata da Trombetta Agostino. Quindi sono sceso a Palermo, ho ..........


INDAGATO SPATUZZA

Quindi sono sceso a Palermo e ho acquistato il giornale nell'immediatezza, quindi ho dato una sfogliatina nel giornale e ho fatto rientro a Brancaccio. Facendo rientro a Brancaccio mi viene comunicato da un soggetto sicuramente riconducibile alla famiglia di Brancaccio, di recarmi da una persona vicinissima alla famiglia di Brancaccio, da Giuseppe Farana, cioe detto da noi "U zu Pin zu Farana", questa persona abita nei pressi di via Lincoln. Quindi mi sono recato nella casa di Farana, però io come ingresso, siccome l'entrata di questo stabile e in un, come possiamo dire, in un portico che collega due vie, c'e lo stabile e c'e questo portico, quindi non potendo entrare con la motocicletta dalla via Lincoln, ho avuto accesso dallo Spasimo mi sembra che sia il dietro. Quindi sono andato in fondo, ho posteggiato la motocicletta, ho lasciato il casco poggiato sul seggiolino e sono andato, sono entrato in questo portico e sono arrivato nell'androne di questo stabile.... ....non ricordo adesso che piano siamo saliti, secondo o terzo piano che sia. Quindi da quest'ingresso siamo passati in una stanza più grande, credo che sia un salone, che volgevano le finestre sul lato di fronte dell'ingresso. Sul lato sinistro c'era una poltrona in due, più una poltrona più piccolina e in questa stanza ho trovato Giuseppe Graviano. Il Farana si allontana, per quello che ho potuto capire, all'infuori di me, Graviano e il Farana in quell'abitazione non ci fosse nessuno.....»

GRAVIANO ERA FELICISSIMO


«....Quindi il Farana si allontana, chiude la porta e rimaniamo da soli, io e Giuseppe Graviano. Quindi Giuseppe Graviano era felicissimo, mi comunica che abbiamo colpito e abbiamo fatto un buon lavoro, che siamo tutti soddisfatti, abbiamo dimostrato di colpire dove e quando vogliamo, quindi ci siamo felicitati, vigliaccamente, lo voglio dire, perché ne ho gioito perché per quello che io rappresentavo e per quello di cui appartenevo, per me era una notizia, un evento lieto, cosa di cui se ne devono vergognare tutti. Quindi dopo di queste felicitazioni Giuseppe Graviano mi dice, siccome tra di noi, tra tutto questo gruppo, anche all'interno delle famiglie c'erano dei discorsi un po' per invidia, un po' per primeggiare, ma cose stupide e banali, però c'erano sempre discorsi, più pettegolezzi che cose serie. Quindi Giuseppe Graviano: "Cerchiamo di levare da mezzo ogni malinteso con chiunque sia, di andare d'accordo, perché dobbiamo portare avanti altre situazioni come questa". Quindi ci siamo lasciati in quella circostanza e poi dopo quest'anno sabatico abbiamo iniziato, sempre nel marzo/aprile, la questione stragista che riguarda le stragi del Continente».

 

15 luglio 2012 (modifica il 16 luglio 2012)

Identificato a Budapest Laszlo Csatary il criminale nazista più ricercato al mondo

Corriere della sera

È ritenuto uno degli organizzatori della deportazione di 15.700 ebrei nel campo di concentramento di Auschwitz

Laszlo CsataryLaszlo Csatary

Laszlo Csatary, il criminale nazista più ricercato nel mondo, vive a Budapest. È quanto il Centro Simon Wiesenthal ha comunicato alla procura ungherese che indaga su di lui, affermando di avere «nuove prove» in proposito. Secondo il Centro israeliano, il 97enne Csatary fu a capo della polizia della città polacca di Kosice, al tempo ungherese, con un «ruolo chiave» nella deportazione di 300 ebrei in Ucraina nell'estate del 1941, dove furono uccisi. È anche ritenuto uno degli organizzatori della deportazione, nel 1944, di circa 15.700 ebrei al campo di concentramento di Auschwitz. «Confermo che Laszlo Csatary è stato identificato e ritrovato a Budapest», ha affermato Efraim Zuroff. «Il quotidiano britannico The Sun ha potuto fotografarlo e filmarlo grazie alle nostre informazioni fornite a settembre del 2011» ha concluso.

Redazione Online15 luglio 2012 | 21:47