martedì 17 luglio 2012

Concorso esterno, assolto ex ministro Romano

Corriere della sera

 

I pm avevano chiesto otto anni. Il gup ha citato il secondo comma dell'articolo 530 del codice di procedura penale. Il politico dopo il verdetto: «Finalmente è finita»

 

Saverio RomanoSaverio Romano

 

PALERMO - L'ex ministro dell'Agricoltura Saverio Romano è stato assolto dall'accusa di concorso in associazione mafiosa dal Tribunale di Palermo. Dopo due richieste di archiviazione da parte della Procura e l'imputazione coatta, si conclude così, con la sentenza emessa al termine del giudizio abbreviato, la vicenda giudiziaria dell'esponente politico del Pid.

LE LACRIME DI ROMANO - «Finalmente è finita», ha commentato tra le lacrime Romano. «Ho sempre confidato nella mia assoluzione. Inutile nascondere la mia soddisfazione: sono stato assolto», ha spiegato «perché il fatto non sussiste. Ho sempre pensato che le sentenze si leggono e non si commentano. In me vi è però l'amarezza per i tempi lunghi della giustizia, che non sono compatibili con un Paese civile». Il pm Nino Di Matteo ne aveva chiesto la condanna a otto anni di reclusione, e lo aveva definito «pienamente intraneo a Cosa nostra» tanto da manifestare una «sostanziale, riconosciuta vicinanza disponibilità nei confronti delle famiglie mafiose di Villabate e Belmonte Mezzagno» con le quali avrebbe stretto un vero e proprio «patto politico-elettorale mafioso».

ARTICOLO 530 COMMA SECONDO - Il gup Ferdinando Sestito ha utilizzato la vecchia formula dell'insufficienza di prove, citando nella lettura del dispositivo il secondo comma dell'articolo 530 del codice di procedura penale che prevede l'assoluzione nel caso in cui manchi, sia contraddittoria o sia insufficiente, la prova della colpevolezza.

 

LE ACCUSE DEI PM - Il parallelo tra l'ex presidente della Regione Cuffaro, assolto per «ne bis in idem» dall'accusa di concorso esterno perché per gli stessi fatti sta già scontando una condanna a sette anni di reclusione, era stato al centro della requisitoria dei pubblici ministeri: «Carriere politiche parallele all'insegna di una comune clientela mafiosa». Per la Procura, l'anno della svolta sarebbe stato il 2001, quando Cuffaro venne eletto presidente della Regione e Romano deputato. «È l'anno - aveva spiegato Di Matteo - in cui Romano deve onorare le cambiali staccate quando da giovane corteggiava e blandiva i boss per acquisire spazio ed esercitare potere, e la sua candidatura alla Camera è stata espressione degli interessi mafiosi. Per Romano e Cuffaro la mafia non è vista solo come un interlocutore che si accetta ma come una risorsa per acquisire consenso politico e accrescere il proprio potere». Ma le accuse non hanno retto e il gup ha dato ragione a Raffaele Bonsignore ed Enzo Inzerillo, avvocati di Romano. L'ex ministro, che durante le repliche del pm era scoppiato in lacrime, ha preferito non assistere alla lettura del dispositivo.

LUI: «MAI TRADITO IL PAESE» - Stamane, però, in aula, a conclusione delle repliche delle parti e prima che il giudice si ritirasse in camera di consiglio per la sentenza, l'ex ministro aveva affidato a una breve dichiarazione spontanea la sua appassionata difesa: «In questi 20 anni ho sempre osservato le leggi e ho più volte giurato sulla Costituzione. Amo questo Paese e non l'ho mai tradito, men che meno sostenendo la forza criminale che più di tutte rappresenta l'anti Stato: Cosa Nostra». Più volte fermato dal pianto, Romano ha ricordato la sua attività di avvocato, interrotta dopo l'avviso di garanzia: «Ho una toga che è pulita - ha detto in lacrime - e spero di poterla consegnare a mio figlio al più presto». Infine l'ex ministro ha stigmatizzato «l'ombra» delle accuse che da anni gli erano rivolte «diffuse a macchia d'olio sui media». «Io non avevo modo di sapere quali erano le accuse a mio carico - ha concluso - l'opinione pubblica sì».

L'AVVOCATO: TEMPI DA PAESE INCIVILE - «Le sentenze non si commentano ma si valutano. Pero' c'è un'unica amarezza: ci vogliono in Italia dieci anni per una sentenza di primo grado. E' un fatto di inciviltà. L'onorevole Romano è stato indagato per otto anni e ha dovuto aspettare dieci anni per la sentenza», commenta all'AdnKronos l'avvocato Raffaele Bonsignore, uno dei legali dell'ex ministro. «E' una sentenza che lascia la bocca amara, perché dice che la prova è insufficiente, mentre noi eravamo certi dell'assoluzione con formula più ampia», rincara la dose l'avvocato Franco Inzerillo.

IL PROCURATORE: MA È CON IL 530 - Il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo invita però a valutare la sentenza nella giusta prospettiva: «Rispettiamo qualsiasi sentenza del giudice e la consideriamo un atto di giustizia. Si tratta di una sentenza che viene classificata come sentenza di assoluzione, ma con l'articolo 530 secondo cui l'assoluzione avviene per mancanza di prove, per prove insufficienti o contraddittorie. Quando parliamo di prove insufficienti parliamo di elementi probatori non idonei a raggiungere la soglia del convincimento al di la' di ogni ragionevole dubbio -ha detto- comunque attenderemo la lettura delle motivazioni della sentenza per vedere a quale delle tre ipotesi il giudice ha aderito».

IL PDL: UN ACCANIMENTO INGIUSTIFICATO - «Esprimo soddisfazione per l'assoluzione di Saverio Romano. La giustizia gli restituisce la meritata serenità. Resta l'ombra dell'accanimento mediatico e politico che ha subito per anni in modo ingiustificato e strumentale», dichiara il segretario politico del Pdl, Angelino Alfano secondo il quale «oggi più che mai ci si dovrebbe interrogare su come mai una persona, innocente fino al terzo grado di giudizio, rischia di essere condannata in via preventiva ancora prima del termine naturale del processo». Dello stesso tono le parole del vicepresidente Pdl della Camera, Maurizio Lupi: «La notizia dell'assoluzione dell'ex ministro Saverio Romano conferma che l'accanimento nei confronti della sua persona era del tutto ingiustificato. La scelta di respingere la mozione di sfiducia presentata in maniera strumentale dalle opposizioni al governo Berlusconi non solo era corretta ma ha impedito che, in nome del giustizialismo fine a se stesso, si compisse l'ennesimo barbaro tentativo di condannare in via preventiva un innocente. Ora ci auguriamo che gli accusatori di allora riconoscano l'errore e chiedano scusa al collega Romano cui rinnovo la mia stima, felice per l'esito positivo di questa vicenda». «Invio le mie felicitazioni a Saverio Romano per l'assoluzione di oggi. Ma, lasciando da parte l'aspetto strettamente giudiziario, chi lo risarcirà per gli attacchi politici e mediatici di questi anni? Come dimenticare cosa fu detto e scritto quando divenne ministro?», aggiunge Daniele Capezzone, portavoce Pdl. «Finisce un incubo che Romano ha saputo affrontare con grande dignità e coraggio», chiosa l'ex ministro Mariastella Gelmini.

 

Simona Licandro

17 luglio 2012

Rubava i computer ai compagni Denunciato studente modello della Bocconi

Corriere della sera

 

Il giovane, di 22 anni, approfittava della pausa pranzo per sottrarre i pc incustoditi nella sala studio dell'università

 

MILANO - In dieci giorni, dal 2 al 12 luglio, ha rubato sei computer lasciati incustoditi nelle aule studio dell’Università Bocconi, mentre i proprietari si trovavano in pausa pranzo. Luca E., 22enne, incensurato, napoletano, bocconiano fuori sede è iscritto alla laurea specialistica in Economia aziendale e sociale. È stato indagato a piede libero per furto dagli agenti del commissariato Ticinese.

Ad incastrare lo studente le telecamere all'interno dell'Università (foto polizia di stato)Ad incastrare lo studente le telecamere all'interno dell'Università (foto polizia di stato)

I FURTI - Il giovane, studente modello, uscito con 110 e lode alla laurea triennale e di ottima famiglia, è stato pizzicato sabato scorso nel capoluogo Campano, dopo aver raggiunto nel fine settimana i due genitori, mamma avvocato e papa’ imprenditore, residenti in un lussuoso cottage nel quartiere residenziale Vomero. Luca E. era rientrato a Napoli dopo aver sostenuto l’ultimo esame della sessione. Proprio in questa occasione è stato possibile identificarlo: gli investigatori, infatti, hanno associato il volto ripreso dalle telecamere interne dell’ateneo al nome che il ragazzo ha registrato prima di sottoporsi alla prova orale.

 

 

 

Redazione Milano online17 luglio 2012 | 17:00

Ostia e il muro che i cittadini non vogliono

Corriere della sera

 

Per proteggere i residenti dall'inquinamento acustico provocato dal passaggio del trenino sulla Roma-Ostia, la Regione Lazio ha stanziato 6 milioni per finanziare l'Atac nella costruzione di una barriera fonoassorbente. Siamo sicuri che sia la soluzione migliore?

 

OSTIA (RM) - Un nutrito gruppo di cittadini di Ostia, comune di Roma, combatte da mesi una strana battaglia per impedire la realizzazione di una barriera fonoassorbente contro il rumore del trenino che collega la capitale con il mare. Masochismo? Non dal loro punto di vista che, nello specifico, significa trovarsi davanti agli occhi un muro di cemento e vetro lungo 5 chilometri e alto fino a quasi 6 metri di altezza da cui non passerebbe più un filo della brezza che oggi arriva dal mare. Un muro per la gioia dei writers locali al posto di oltre un centinaio di alberi maestosi che da decenni ombreggiano le case circostanti.

 

LA BARRIERA FONOASSORBENTE - La situazione è paradossale: si parla di un intervento di 6 milioni a favore dei cittadini, che i cittadini non vogliono. Alcuni dei residenti sminuiscono il problema dell'inquinamento acustico, ma alla base della polemica c'è in realtà il modello risolutivo approvato: «A me non dà fastidio il rumore del treno, ma visto che effettivamente bisogna intervenire, perché non si agisce prima sulle cause del problema? - si chiede Roberto Costantini, uno dei fondatori delle “Sentinelle degli alberi” - utilizzando nuovi binari termosaldati, sostituendo i vecchi treni o almeno le loro ruote cigolanti?». Lasciare quindi la costruzione della barriera solo come ultima risorsa dopo che tutti gli altri interventi di ammodernamento del materiale rotabile siano stati eseguiti.

LA RISPOSTA DELL'ATAC - Vincenzo Saccà, responsabile del Servizio Clienti di Atac, la società che ha in gestione la linea ferroviaria e l’appalto, risponde che questo è il progetto approvato e che da parte di Atac c'è la piena disponibilità a condividere il progetto con i residenti, ma per migliorarlo, non per metterne in discussione la realizzazione. «Se il discorso è non fare il progetto allora si affronta il confronto con la Regione, che è stata poi quella che ha dato l'input e ha messo la disponibilità di fondi per fare qualche cosa che va a tutela della cittadinanza». Sei milioni sono tanti e certo non ci possiamo permettere di fare investimenti discutibili. Ci si chiede: ma la Regione, prima di approvare il progetto, ha ascoltato il parere di quei residenti? È sicura che quella della barriera fonoassorbente sia la soluzione migliore per la tutela della cittadinanza o che questi soldi non potessero essere usati in altro modo?

 

di Emilio Casalini
17 luglio 2012 | 15:36

Medici (corrotti) per i boss finti pazzi

Corriere della sera

 

Così in più di un'occasione hanno lasciato il regime duro per arresti domiciliari in cliniche private

 

COSENZA - Bastavano poche migliaia di euro di mazzetta a psichiatri e psicologi corrotti e i boss della 'ndrangheta diventavano improvvisamente pazzi. Una patologia che in più di un’occasione ha permesso a capi clan e anche a semplici affiliati ad organizzazioni criminali di lasciare il carcere duro per gli arresti domiciliari in clinica privata, gestita da medici compiacenti. Per aumentare la gravità delle patologie ai loro assistiti, i medici corrotti erano pronti anche a sostenere metodi «classici» come il dimagrimento pilotato, per aggravare appunto la loro condizione fisica e riscuotere davanti ai giudici la certezza di sottrarsi al regime carcerario. Pochi mesi e voilà, il miracolo era fatto.

LE CERTIFICAZIONI - Qualche volta con le certificazioni fasulle i boss riuscivano anche ad ottenere gli arresti domiciliari. Nell’inchiesta condotta dai carabinieri del Ros di Catanzaro guidato dal maggiore Antonio Sozzo e denominata Villa Verde (dal nome della casa di cura che ha ospitato i boss), gli inquirenti hanno accertato che in più occasioni i medici corrotti erano in doppia veste. Da una parte erano loro a certificare la falsa malattia dei boss, dall’altra toccava sempre a loro attestare la veridicità di quella patologia in qualità di periti nominati dal tribunale di Catanzaro. Nessuno mai sembra se ne sia accorto del doppio incarico, e soprattutto i medici indicati dai giudici se sono guardati bene dal rifiutare l’incarico.

GLI ARRESTI - E così martedì mattina sono finiti in carcere il professor Gabriele Quattrone, 63 anni, clinico molto affermato a Reggio Calabria, il dottor Franco Antonio Ruffolo, 58 anni, di Rogliano, il dottor Massimiliano Cardamone, 37 anni di Catanzaro e il dottor Arturo Luigi Ambrosio, 75 anni, di Castrolibero. Quest’ultimo ha ottenuto gli arresti domiciliari. Il provvedimento del gip di Catanzaro che ha accolto la tesi del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, ha raggiunto anche due donne Caterina Rizzo, 43 anni, moglie di Antonio Forastefano, oggi pentito, ma sino a qualche mese fa a capo della famiglia degli «Zingari» che controllano la Sibaritide e Patrizia Sibarelli, 30 anni, moglie di Pasquale Forastefano, fratello di Antonio. Le accuse per i professionisti variano dalla corruzione, alla frode, alle false perizie. Un contributo alle indagini l’hanno dato oltre che le intercettazioni telefoniche e ambientali anche le dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia legati al clan Forastefano, Lucia Bariova, Salvatore Lione e Samuele Lo Vato.

I CONTATTI - Proprio per tirare fuori dalla galera Antonio Forastefano ristretto a Parma in regime di 41 bis, la moglie Caterina Rizzo si rivolse al medico Arturo Ambrosio, direttore sanitario di Villa Verde a Cosenza, che a sua volta contattò un suo amico il professor Gabriele Quattrone, noto psichiatra reggino. Quattrone però era stato nel frattempo nominato dalla Corte d’Appello di Catanzaro perito d’ufficio proprio per valutare le reali condizioni cliniche del capo degli «Zingari». La prima perizia di Quattrone non fu «soddisfacente» per Forastefano perché il professionista non accertò «l’assoluta incompatibilità col regime carcerario». Nello stesso tempo però Quattrone avvicinato dal dottor Ambrosio manifestò la sua «disponibilità» a favorire Forastefano. Servivano però 12 mila euro. Questa la richiesta che il dottor Ambrosio - che intanto si era fatto nominare perito di Forastefano insieme al dottor Ruffolo – chiese alla moglie del boss. Soldi che Caterina Rizzo puntualmente versò in due rate ad Ambrosio e a Quattrone. Il professor Quattrone non è nuovo nel panorama delle inchieste sui falsi certificati. Di lui si occupò recentemente anche la procura di Milano in merito ai rapporti con la famiglia Lampada-Valle. In particolare Quattrone firmò la perizia che fu allegata all’istanza di scarcerazione per Maria Valle. Scrive il gip Giuseppe Gennari: «La perizia del dottor Quattrone dietro toni apparentemente ineluttabili, appariva del fatto inconsistente dal punto di vista scientifico».

 

Carlo Macrì

17 luglio 2012 | 11:24

L’avvocato di Totti per i gladiatori del Colosseo

Corriere della sera

di Dino Martirano

 

Cattura

L’avvocato Giulia Bongiorno è entusiasta: «Sono 24 i gladiatori allontanati dal Colosseo con ordinanza del sindaco Alemanno che si sono rivolti al mio studio per contrastare quella decisione… Sono venuti da me e mi hanno spiegato come funziona un mestiere molto particolare che esercitano da anni: quali sono i metodi per agganciare i turisti, la forma degli scudi, le spade, le parole magiche che fanno impazzire gli americani… Insomma, loro sostengono che ormai sono portatori di una serie di diritti acquisiti».

La notizia, dunque sta nel fatto che il manipolo di gentiluomini che presidiava la zona intorno al Colosseo con elmi e spade - e nessuna licenza in tasca – si è rivolto a uno dei più pretigiosi studi legali d’italia per tentare di vincere la battaglia legale che li contrappone al Campidoglio.

Per interderci la falange di centurioni – che non ha esitato a prendere a mazzate i vigili urbani inviati da Alemanno si è  accomodata nei salottini di piazza in Lucina (situati negli uffici che sono stati occupati per tanti anni dal presidente Giulio Andreotti) nei quali spesso si vedono Michelle Hunziker, Francesco Totti e la moglie Ilary, Marco Mezzaroma (marito dell’ex ministro Mara Carfagna) e altri vip che hanno scelto Giulia Bongiorno come legale di fiducia.

L’avvocato Bongiorno – che per inciso è il presidente della Commissione Giustizia della Camera nonché il consigliere giuridico di Gianfranco Fini, terza carica dello Stato – è molto divertita da questa ondata popolare che ha varcato le stanze ovattate del suo studio. E i 24 gladiatori  - allontanati da Alemanno, codice alla mano, dal Colosseo - non badano a spese pur di salvaguardare i lucrosi «diritti acquisiti» davanti all’Anfiteatro Flavio. E sono duqnue disposti a saldare anche le parcelle decisamente non popolari dello studio Bongiorno.

In difesa di Nicole Minetti

Corriere della sera

 

Tutti vogliono che se ne vada, in pochi le sono rimasti a fianco. Eppure le sue colpe non sembrano proprio spaventose

 

Si va dal voltafaccia avvolto in cortine fumogene ma in fondo abbastanza gentile di Mariastella Gelmini («L'ho sempre difesa, ma ora bisogna dare spazio alla militanza», che non si capisce tanto cosa voglia dire ma suona bene) alle valutazioni tecnico-professionali di Daniela Santanchè («Non è adatta alla politica», e complimenti all'onorevole Santanchè per averci messo solo due anni per arrivare a questa considerazione), fino all'intenzione di cacciarla espressa in poche e non equivoche parole dal segretario del Pdl Angelino Alfano a Sky Tg24 (Si deve dimettere? «Sì»). Nessuno, a parte qualche timida eccezione (per esempio Giancarlo Galan) che osi difendere Nicole Minetti, consigliera regionale lombarda dal marzo 2010, ora che a quanto pare è uscita dal cono di luce proiettato da Silvio Berlusconi, impegnato a costruire una nuova immagine per il suo nuovo raggruppamento politico che si chiamerà forse con il nuovo nome di Forza Italia (ma lui ha già detto di essere stato equivocato e anche questa è una bella novità, mai successo prima).

STIPENDIO - Non la conosco, non so niente di lei, a pelle non mi è nemmeno molto simpatica. Eppure, comunque finirà questa vicenda, sono convinto che Minetti dovrebbe essere difesa. Sicuramente la signora ha molte cose da farsi perdonare, soprattutto dai contribuenti lombardi: igienista dentale, comparsa dal nulla senza un passato politico, è stata subito eletta nelle liste bloccate dell'onnipotente plurigovernatore della Lombardia Roberto Formigoni e da due anni fa parte del Consiglio regionale con uno stipendio mensile di 12 mila euro senza che di lei risultino interventi e iniziative politiche degne di qualche nota.

TITOLI - «E' madrelingua inglese e si è laureata con 110 e lode», disse Silvio Berlusconi a chi faceva notare che forse i titoli non erano proprio il massimo per un consigliere regionale. Poi sono venute fuori le intercettazioni, la vicenda Ruby, il Bunga Bunga e tutte le altre cose che sappiamo e dalle quali si è capito che i titoli erano altri, sfruttati e ricompensati con una sfacciataggine mai vista. Quindi non è difficile capire perchè, volendo rinnnovare il partito e ripulirne un po' l'immagine, Minetti sia finita nel mirino (anche se, è bene ricordarlo, si tratta solo di indiscrezioni, ufficialmente Berlusconi non ha detto niente).

DONNA - E' in fondo un obiettivo facile: a destra avrà, si immagina, destato l'invidia di molti (e molte) e ora che il capo non la protegge più, è caccia libera. E a sinistra? Be', Minetti è l'immagine stessa del berlusconismo e di ciò che una donna non dovrebbe mai fare, ossia usare la propria avvenenza per conquistare onori e prebende. Chi volete che la difenda? Eppure, secondo me, dovrebbero essere le donne, tutte, al di là delle appartenenze politiche, a difenderla. Perchè, volendo rinnovare il partito, guarda caso è proprio da una donna che comincia il repulisti. Perchè è una donna, appunto. Perchè se non c'è un uomo, quell'uomo, che la protegge, se ne può fare e dire quel che si vuole. Perchè si manda via lei ma si tengono personaggi su cui ci sarebbe molto da dire ma che invece nessuno tocca e sono, guarda caso, tutti uomini.

Claudio ScajolaClaudio Scajola

UOMINI - Qualche nome? Claudio Scajola, l'ex ministro degli appartamenti pagati a sua insaputa. Denis Verdini, il coordinatore del Pdl accusato da magistrati della Repubblica di essere stato uno degli organizzatori della cosiddetta P3 insieme a Marcello Dell'Utri. Lo stesso Dell'Utri che secondo la Cassazione, che pure ne ha annullato il processo di appello, mediò tra Cosa Nostra e Berlusconi. Nicola Cosentino tuttora parlamentare del Pdl nonostante il sospetto di rapporti con la camorra. Bisogna andare avanti? E' vero che per tutti costoro si tratta in molti casi di sospetti e di accuse non ancora confermate da sentenze passate in giudicato. Ma qui si parla di immagine da ricostruire, non di verità processuali. Viene da pensare che per molti uomini del Pdl l'immagine sia più danneggiata da una ragazza un po' disinvolta e un po' tanto arrivista che dal sospetto di collusione con la criminalità organizzata. Anche se quella disinvoltura è andata bene, e molto, per diverso tempo.

 

 

Paolo Rastelli

16 luglio 2012 (modifica il 17 luglio 2012)

Obbligo di assicurarsi in caso di denunce La protesta dei medici

Corriere della sera

 

Da agosto dovranno «proteggersi» contro gli errori. «Ma le compagnie si rifiutano»

 

«La data è il 13 agosto». Paolo Levoni, alla guida della Cosmed, la principale confederazione sindacale della dirigenza del pubblico impiego, non vede vie di scampo: «Da quel giorno, salvo colpi di scena dell'ultima ora, anche i medici saranno costretti per legge ad avere una polizza assicurativa personale». Di qui la rivolta dei camici bianchi che vanno all'attacco: «I cittadini rischiano di scoprire nel giro di poche settimane che al ritorno dalle vacanze diventerà pressoché impossibile farsi curare dal proprio medico di fiducia». Lo dice - forse con un po' di esagerazione - Maurizio Maggiorotti, presidente dell'associazione per i medici accusati di malpractice ingiustamente (Amami): «Le compagnie assicurative rifiutano i medici che hanno ricevuto una richiesta di risarcimento (anche se infondata e senza seguito), evitano di assicurare i ginecologi e non coprono il danno da chirurgia estetica, mettendoli di fatto in un vicolo cieco».

La polizza assicurativa obbligatoria dal 13 agosto per tutti i professionisti - compresi i camici bianchi - è prevista dal decreto legge 138 del 2011. Nella Lombardia dei quasi 15 mila medici - un numero che la fa essere la regione con più personale sanitario (insieme con i 102 mila infermieri e operatori del settore) - la preoccupazione è alta perché chi cerca di stipulare una polizza deve affrontare un'odissea. Per le compagnie assicurative i medici sono clienti, infatti, tutt'altro che vantaggiosi (vedi articolo sotto). Troppe denunce. Qui il tasso di richieste di risarcimento danni da parte dei malati è di 1,56 ogni mille ricoveri. È un dato inferiore - come emerge dal report della società di consulenza Marsh - rispetto al Centro e al Sud, ma che comunque porta la Lombardia a superare, almeno secondo le stime, le tremila cause l'anno. In media all'ospedale ogni denuncia costa 4.569 euro. Già negli ultimi mesi le cifre elevate chieste dalle assicurazioni per rinnovare le polizze hanno portato singoli ospedali ad autoassicurarsi: le strutture preferiscono non pagare il premio assicurativo e rispondere direttamente della liquidazione del danno quando arriva a sentenza. Sembra che ci sia un risparmio perché spesso il risarcimento è inferiore al premio preteso dalla compagnia assicurativa e, ovviamente, alla somma che il paziente spera di ricevere all'inizio del procedimento.

Il caso emblematico è quello del Niguarda, dove dalla scorsa primavera il contratto con l'assicurazione non è stato rinnovato (tra i mal di pancia dei lavoratori). «Ma almeno altre cinque strutture ospedaliere sono nelle stesse condizioni», spiegano i vertici dell'assessorato alla Sanità. Così l'obiettivo del Pirellone è attivare entro il 2012 un progetto assicurativo a livello regionale, con il supporto della Centrale acquisti lombarda: il 6 giugno è stato aperto un bando di gara per trovare una compagnia che garantirà la copertura dei risarcimenti superiori ai 300 mila euro. In questo contesto, di per sé complesso, si inserisce adesso la questione dell'assicurazione obbligatoria per i singoli medici. Le proteste sono destinate a non finire qui.

 

Simona Ravizza

17 luglio 2012 | 11:56

Il caso Minetti o dei capri espiatori

Corriere della sera

 

Lo scrisse Indro Montanelli: «Quello di buttar addosso a un capro espiatorio è un metodo di risolvere i problemi molto italiano»

 

Riuscirà il sacrificio della capretta espiatoria da parte del capro espiatorio a raddrizzare le sorti del Super Capro Espiatorio? Il gioco intorno alle responsabilità a scalare di Nicole Minetti, Angelino Alfano e Silvio Berlusconi è tutto dentro la tradizione. Ma certo, per quanto la politica non sia «un gioco di signorine», ha qualcosa di indecente. Più indecente, se possibile, delle notti di bunga bunga. Il ricorso alla vittima sacrificale citato nel Levitico («Aronne poserà le mani sul capo del capro vivo, confesserà su di esso tutte le iniquità degli Israeliti, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati...») è stato usato mille volte come via d'uscita. Lo scrisse anche Indro Montanelli: «Quello di buttar tutto addosso a un capro espiatorio è un metodo di risolvere i problemi molto italiano».

 

 

Qualcuno ha vissuto l'evento con dignitoso fatalismo, come il tesoriere dc Severino Citaristi, uomo perbene coinvolto nel meccanismo perverso dei finanziamenti illegali: «No, guardi, la colpa è solo mia, gli altri non mi hanno scaricato addosso nulla. Sono io che ho trasgredito la legge». Altri hanno strillato rifiutando, a ragione o a torto, di prendersi tutte le colpe di errori o reati, casomai, collettivi.

Si pensi ai lamenti di Giovanni Leone, Achille Occhetto o Bettino Craxi che disegnava ad Hammamet vasi grondanti sangue tricolore e giù giù di decine di comprimari. Da Maurizio Gasparri quando fu depennato come ministro («Sono stato un capro espiatorio. Mi sento come Isacco, che fu scelto. Ma poi intervenne Dio in persona per salvarlo») a Sandro Bondi («Non merito la mozione di sfiducia individuale. Sono un ministro sotto accusa per il crollo di un tetto in cemento armato costruito negli anni 50 ma nessuno si ricorda dei "no" che ho detto per fermare scempi e abusi»), da Alfonso Papa a Luigi Lusi che si auto-commisera sempre così: «Un capro espiatorio».

 

 

Poche volte come negli ultimi tempi, forse a causa della crescente personalizzazione della politica, c'è stato un abuso della scelta di scaricare tutto su chi più era o pareva indifendibile. Basti ricordare il caso della Lega. Dove per salvare il più possibile Umberto Bossi sono stati scaricati via via Renzo «Trota» obbligato a dimettersi dal Consiglio regionale, Rosi Mauro spinta a dimettersi da vicepresidente del Senato e poi espulsa, Francesco Belsito prima benedetto dal Senatur come «un buon amministratore che ha scelto bene come investire i soldi» poi maledetto come un appestato infiltrato nel Carroccio dalla 'ndrangheta.

Il punto è che come c'è sempre più puro che ti epura, anche nel comparto dello scaricabarile esiste la categoria della vittima sacrificale a cascata. Un esempio? La scelta, mesi fa, di scaricare Marco Milanese, il collaboratore assai chiacchierato di Tremonti, al posto dell'allora ministro dell'Economia, a sua volta individuato dal Cavaliere e dai suoi fedelissimi come l'uomo da additare come il principale colpevole della mancata realizzazione del grande sogno berlusconiano. Una citazione per tutte, la lettera di Bondi al Foglio: «Tremonti ha minato alla radice, fin dal primo momento, la capacità del governo di affrontare la crisi secondo una visione d'insieme...».

 

 

Ricordate l'aria che tirava nell'autunno scorso? Da Fabrizio Cicchitto ad Altero Matteoli, da Margherita Boniver a Saverio Romano fino a Luca Barbareschi la destra intera era in trincea nel rifiutare che tutte le responsabilità e tutte le colpe e tutti i peccati della crisi fossero rovesciati sull'ex San Silvio da Arcore. Un'immagine che Giuliano Ferrara fotografò così: «Berlusconi è in carica ma è l'ombra di se stesso. Nei suoi occhi e nel suo sorriso immortale si legge ormai la malinconia del capro espiatorio».

È perciò paradossale che a distanza di pochi mesi, dopo aver denunciato perfino in aula alla Camera il suo rifiuto di assumere quel ruolo così fastidioso, il Cavaliere abbia poi scelto di scaricare a sua volta il tracollo del partito sul capro espiatorio Angelino Alfano. E ancora più surreale che questi abbia individuato in Nicole Minetti, che fu imposta nel listino di Roberto Formigoni, la sub-capra espiatoria da sacrificare di colpo, «entro due giorni», per dare una rinfrescata all'immagine e rilanciare il Pdl o quel che ne sarà l'erede.

 

 

È probabile che i sondaggi abbiano individuato nella disinibita deputata regionale lombarda, celeberrima per quei messaggini hot («più troie siamo più bene ci vorrà...») una zavorra fastidiosa per il decollo del nuovo aquilone berlusconiano. Lo stesso Cavaliere però, ricorda un diluvio di messaggi online, nella famosa telefonata all'«Infedele» di Gad Lerner, urlò: «La signora Nicole Minetti è una splendida persona intelligente, preparata, seria. Si è laureata con il massimo dei voti, 110 e lode, si è pagata gli studi lavorando, è di madrelingua inglese e svolge un importante e apprezzato lavoro con tutti gli ospiti internazionali della regione». Insomma, una giovine statista dal luminoso avvenir.

Delle due l'una: o era tutto falso (comprese le definizioni sulle «cene eleganti») o era tutto vero. E allora nell'uno come nell'altro caso scegliere oggi la Minetti come vittima sacrificale, per quanto l'insopportabile signorina se le sia tirate tutte, sembra una piccineria non proprio da gentiluomini...

 

Gian Antonio Stella

17 luglio 2012 | 11:33

Trasporto aereo accessibile Ecco le linee guida della Ue

Corriere della sera

 

Piano contro le discriminazioni di passeggeri disabili. Migliaia di spettatori andranno a Londra per le Paralimpiadi

 

MILANO - Prenotazioni del volo rifiutate, imbarchi negati senza motivo o per ragioni di sicurezza poco chiare. Nonostante una legge europea, la n. 1107 del 2006, che prevede regole comuni in tutti gli aeroporti comunitari, i passeggeri con disabilità o mobilità ridotta affrontano ancora disagi e discriminazioni quando cercano di viaggiare in aereo. Per questo, anche in vista del notevole afflusso di atleti e passeggeri ai prossimi Giochi Paralimpici di Londra, l’Unione europea ha di recente emanato linee guida con l’obiettivo di aiutare compagnie aeree e aeroporti a migliorare i servizi per i passeggeri con disabilità.

GIOCHI A LONDRA - Il provvedimento - discusso insieme ad autorità nazionali, linee aeree e organizzazioni aeroportuali, associazioni di consumatori e di persone con disabilità - si basa su una valutazione dettagliata della normativa in vigore sui diritti dei passeggeri con disabilità. Riguarda tutti gli aeroporti dell’Unione europea, i voli dei vettori Ue in ogni parte del mondo, oltre a quelli non appartenenti all’Unione ma in entrata o in uscita dall'Europa. «Ci auguriamo che gli aeroporti e le linee aeree si adeguino immediatamente alle nuove Linee guida europee – dice Xavier Gonzalez del comitato internazionale paralimpico, che organizza i Giochi di Londra –. I nostri atleti hanno problemi proprio come i molti passeggeri con disabilità che volano quotidianamente. Quest’estate più di quattromila parteciperanno ai Giochi Paralimpici a Londra, dove arriveranno anche migliaia di spettatori».

OSTACOLI - «I principali motivi di rifiuto dell’imbarco sono legati alla sicurezza, soprattutto se si viaggia da soli pur essendo autonomi – spiega Pietro Barbieri, presidente di Fish, la Federazione italiana per il superamento dell’handicap –. Alcune compagnie europee prevedono l’obbligo di un accompagnatore per essere imbarcati e lo segnalano addirittura sui propri siti web. Hanno poi maggiori difficoltà a prenotare il volo coloro che hanno bisogno del respiratore o chi ha una disabilità intellettiva – segnala Barbieri –. In alcuni aeroporti, inoltre, non possiamo passare da soli i controlli di sicurezza e questo lede la nostra autonomia. A volte, poi, si rischia di perdere l’aereo perché manca il personale che ti accompagna all’imbarco». L'importanza di un’assistenza di qualità è rimarcata anche dalle linee guida europee. Ecco i punti principali del provvedimento.

PRE-NOTIFICA - Per ricevere assistenza, il passeggero con disabilità o mobilità ridotta deve richiederla alla compagnia aerea, all’agenzia di viaggio o al tour operator almeno 48 ore prima della partenza del volo. Il servizio è classificato con una delle sigle, condivise a livello internazionale, che indicano i diversi tipi di necessità.

RICHIESTA DI CERTIFICATI - Le linee guida chiariscono che i certificati medici «non dovrebbero, di norma, essere richiesti a coloro che hanno una condizione di disabilità stabile, come i non vedenti o le persone su sedie a rotelle».

RIFIUTI INGIUSTIFICATI - Il Regolamento europeo stabilisce il divieto di rifiutare la prenotazione o l’imbarco di un passeggero disabile o a mobilità ridotta. Sono previste eccezioni in casi particolari ma le compagnie aeree devono informare immediatamente il passeggero sulle motivazioni del rifiuto. Inoltre, devono compiere tutti gli sforzi per cercare un’alternativa accettabile.

ACCOMPAGNATI O NO? - Le linee guida chiariscono che «per i disabili autonomi non è necessario essere accompagnati, tranne nel caso in cui vi siano requisiti di sicurezza specifici di cui il passeggero dovrebbe essere informato».

DISPOSITIVI DI MOBILITÀ - È consentito portare con sé due dispositivi di mobilità trasportati gratuitamente. Quanto all’equipaggiamento sportivo che non fa parte dei dispositivi di mobilità, valgono le regole generali delle linee aeree sui bagagli, come per ogni passeggero. Chi utilizza una sedia a rotelle elettrica è tenuto a notificarlo al vettore almeno 48 ore prima. Anche i cani-guida possono viaggiare in cabina, ma va comunicato in anticipo.

OSSIGENO A BORDO - I passeggeri che hanno bisogno di viaggiare con l'ossigeno devono comunicarlo in anticipo. Le linee guida chiariscono che non esiste alcuna regola che imponga a un vettore di fornire ossigeno. Tuttavia, questa informazione deve essere resa chiaramente disponibile.

GIORNATA «DIRITTI DEI PASSEGGERI» - L’Unione europea, in collaborazione con ECC Net, la rete europea che si occupa della tutela dei consumatori, ha dedicato la giornata del 4 luglio ai diritti dei passeggeri. «Particolare attenzione ai diritti dei passeggeri più “fragili”, con disabilità o ridotta mobilità come gli anziani – spiega Pietro Giordano, segretario nazionale di Adiconsum, che insieme ad altre associazioni italiane di consumatori ha realizzato un opuscolo, «I diritti del viaggiatore disabile» –. Già da qualche anno in alcuni aeroporti italiani abbiamo avviato quest’iniziativa che ora viene recepita a livello europeo». Altre informazioni utili, come anche moduli per segnalazioni e reclami online, si possono trovare anche sul sito web dell’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, che ha il compito di vigilare sulla corretta applicazione del Regolamento comunitario sui diritti dei passeggeri con disabilità, oltre che la possibilità di infliggere sanzioni pecuniarie agli operatori inadempienti.

 

Maria Giovanna Faiella
17 luglio 2012

Tanzi resta in carcere: «Non è pentito»

Corriere della sera

 

Non sconterà la pena ai domiciliari. Il Tribunale di sorveglianza: «Cure disponibili anche in regime detentivo»

 

Calisto tanzi al processoCalisto tanzi al processo

Calisto Tanzi resta in carcere. Il tribunale di sorveglianza di Bologna ha respinto l'ultima istanza dei suoi legali, che avevano chiesto una «carcerazione più dignitosa», ovvero la possibilità di scontare la pena ai domiciliari, nella villa della moglie. «Non è vero che si è pentito», scrivono i giudici nelle motivazioni anticipate da alcuni quotidiani e confermate all'Ansa da fonti giudiziarie. E non è vero che «in libertà possa ricevere cure non disponibili in regime detentivo».

NON COLLABORA - Nell'ordinanza con cui viene respinta la richiesta dei legali, il collegio del tribunale di Sorveglianza, presieduto da Franco Maisto, scrive che «Calisto Tanzi non ha dato prova di un significativo ripensamento delle proprie condotte antigiuridiche» e sostiene che «è assente una reale e proficua collaborazione con gli organi inquirenti».

IN OSPEDALE - L'ex patron della Parmalat, agli arresti da maggio 2011 con l'accusa di aggiotaggio dal Tribunale di Milano, rimarrà quindi nel carcere di Parma. Le condizioni di salute di Tanzi, che ha 73 anni, sono peggiorate negli ultimi mesi, tanto che è stato costretto al ricovero ospedaliero per diverse settimane. L'ex imprenditore è stato dimesso dall'ospedale Maggiore di Parma una ventina di giorni fa come hanno confermato i legali la settimana scorsa a margine dell'udienza al Tribunale di Sorveglianza che ha respinto più volte l'istanza per gli arresti domiciliari. Tanzi, per il filone principale del processo, è stato condannato dalla Corte d'Appello di Bologna a 17 anni e 10 mesi per il crack di 14,5 milioni.

 

Redazione online17 luglio 2012 | 11:13

Neonata muore, i medici intercettati "Cambiate le cartelle cliniche"

Corriere della sera

 

 

«Vedete di apparare questa cartella nel migliore dei modi». La piccola Antonia lottava tra la vita e la morte, forse a causa di errori commessi durante il parto e intanto i medici e l'ostetrica dell'ospedale di Boscotrecase, in provincia di Napoli, che l'avevano fatta venire al mondo, decidevano come “apparare” e cioè aggiustare, truccare la sua cartella clinica per nascondere le loro responsabilità, se si fosse verificato il peggio. Il peggio arrivò pochi giorni dopo: Antonia lasciò i suoi genitori, Giusi e Michele che decisero di sporgere denuncia perché fosse fatta chiarezza sulle circostanze della morte della bimba. La verità venne fuori solo molti mesi dopo, quando uno dei medici che aveva partecipato al parto confessò al pm di Torre Annunziata Emilio Prisco, di aver effettuato una intercettazione ambientale registrando parte dell'incontro avuto con il primario e l'ostetrica presenti al parto, mentre si decideva di “confezionare” una nuova cartella clinica che garantisse loro l'impunità. E così il procuratore aggiunto Raffaele Marino e il pm Prisco, chiesero e ottennero dal gip alcune misure cautelari a carico di medici e paramedici ritenuti responsabili a vario titolo, della morte della neonata e di averne falsificato la cartella clinica.

I magistrati in questi giorni hanno formulato anche la richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati. Le intercettazioni che è possibile ascoltare nella videoinchiesta, sono sconcertanti: «Vediamo di metterla a posto ora che si può fare, domani potrebbero sequestrarla...»; senza contare l'inclusione nella documentazione ospedaliera di un falso tracciato e il turpiloquio irrispettoso usato anche per indicare la povera bimba, per giustificare il loro operato: «... quella puttana non si è voluta riprendere e noi lo abbiamo preso in culo...». Gli indagati, attraverso i loro legali di fiducia si difendono e si accusano vicendevolmente: «La manomissione della cartella non è avvenuta per iniziativa del mio assistito – spiega l'avvocato Pasquale Russo – anzi, la misura cautelare, che è successiva al primo avviso di chiusura delle indagini, è avvenuta dopo le dichiarazioni rese da noi al pm».

«Il mio assistito, il primario dell'ospedale – spiega l'avvocato Nicolas Balzano - è intervenuto per pochi minuti e quindi non avrebbe mai avuto interesse a falsificare la cartella clinica. La manomissione è invece avvenuta da parte di chi ha effettuato la registrazione. L'ostetrica invece ha subito gli ordini del medico e quando si è resa conto che la cosa si metteva male ha chiamato il primario». La mamma di Antonia dice di essersi resa conto subito che durante il parto qualcosa non andava: «Ci sono state spinte molto forti, il medico era sudato e poi hanno fatto intervenire il primario. Mi sono molto spaventata. Poi la bimba non ce l'ha fatta... La cosa terribile è che questi signori, anziché ammettere i loro errori hanno cercato di tirarsi fuori da questa storia strappando la cartella e facendone una nuova.

Mi sono insospettita quando mi hanno mostrato un tracciato che in realtà non mi era mai stato eseguito. Ma fino a che non è spuntata quella registrazione era la mia parola contro la loro». Il procuratore aggiunto Raffaele Marino ha definito la vicenda come un episodio vergognoso: «Non si può tradire così la fiducia di chi si affida a medici di un ospedale pubblico. Questa storia è la spia di un degrado anche morale che non può essere accettato. Abbiamo fatto indagini meticolose e alla fine siamo venuti a capo della vicenda. Naturalmente l'intercettazione che a me sembra piuttosto inquietante, si è rivelata fondamentale». Per l'avvocato di parte civile Michele Riggi tutti possono sbagliare: «È terribile però, pensare di nascondere i propri “umani” errori, falsificando dei documenti. Speriamo che sia stato solo un caso e che non ci siano state anche altre condotte simili. Certo è, che ciò che è accaduto nel nuovissimo ospedale di Boscotrecase lascia pensare che davvero tutto sia possibile».

 

Amalia De Simone

17 luglio 2012 | 11:22

QI, il sorpasso delle donne: sono più intelligenti degli uomini

Il Messaggero

 

ROMA - Le donne sono più intelligenti degli uomini e a dirlo sono i test sul quoziente intellettivo (QI) nei quali le donne, per la prima volta, hanno superato gli uomini. I risultati dello studio sono stati resi noti da uno dei più grandi esperti di QI, James Flynn, secondo quanto riporta il Sunday Times. Fin dalla nascita dei test sul QI, cento anni fa circa, le donne hanno sempre fatto registrare punteggi più bassi di almeno cinque punti, tanto da convincere gli psicologi che vi fossero delle differenze genetiche alla base di un tale 'gap'.

La differenza, negli ultimi anni, si è andata sempre più assottigliando, fino ad oggi, che gli esperti sanciscono il sorpasso delle donne. «Negli anni è cresciuto il QI di entrambi i sessi, come conseguenza della modernità: la vità più complessa sfida il nostro cervello che si adatta e aumenta le nostre capacità. Ma il QI delle donne è cresciuto più in fretta», ha spiegato Flynn. Una possibile spiegazione è che a causa delle loro vite, stressate da famiglia e carriera, hanno sviluppato capacità 'multitasking' che consentono loro di pensare e fare più cose contemporaneamente.

«L'effetto della modernità sulle donne sta appena cominciando ad affiorare», ha detto Flynn. Lo psicologo neozelandese, colui che negli anni '80 dimostrò come il QI non ha nulla a che fare con la genetica e può quindi essere migliorato, ha anche scoperto che il cervello delle donne negli ultimi anni è cresciuto anche nelle dimensioni più di quello degli uomini. «Questo perchè in passato erano più svantaggiate», e restavano quindi 'indietrò rispetto allo sviluppo cognitivo che era invece consentito agli uomini.

 

Lunedì 16 Luglio 2012 - 17:35
Ultimo aggiornamento: Martedì 17 Luglio - 10:10

Dileggiato e trasformato in un pupazzo: spunta un video choc sulla morte di Gheddafi

Corriere della sera

 

Ritrae i momenti successivi all'uccisione. Attivista siriano lo rilancia via Twitter: «Qualcuno deve mandarlo ad Assad»

 

WASHINGTON – Un nuovo video sulla fine di Muammar Gheddafi. Sono immagini crude e nitide lanciate su Internet. Una clip di un minuto e dieci dove il leader libico appare senza vita all’interno di un furgone. Attorno i miliziani libici, ben identificabili. Ridono, scattano delle foto con i telefonini, si avvicinano come se volessero ascoltare i suoi bisbigli. Uno gli muove la testa facendolo annuire. Infine il cadavere è trasferito su una barella. Visibili le due ferite: una alla testa (che per l’autopsia è stata quella mortale) e l’altra allo stomaco. Il video aggiunge un piccolo frammento al mosaico degli ultimi istanti del raìs. Fino ad oggi si erano viste le immagini del linciaggio, con Gheddafi picchiato e trascinato via. Poi le versioni su cosa sia avvenuto in seguito si sono moltiplicate.

 

 

La prima sosteneva che fosse stato ucciso da un ribelle di 18 anni con un colpo di pistola nei momenti concitati dopo la cattura. Una seconda ricostruzione, invece, ha presentato una catena di eventi più articolata. Gheddafi subisce l’aggressione dei miliziani che lo spintonano e lo spingono verso un mezzo. E’ in questo momento che riecheggia uno sparo ma non è chiaro se sia quello letale. In seguito il veicolo diretto in ospedale – hanno sostenuto all’epoca gli insorti – sarebbe stato coinvolto in una scaramuccia con i lealisti e in questo frangente un proiettile avrebbe colpito mortalmente Gheddafi. Tesi che non ha mai convinto e che ha portato a pensare ad un’eliminazione subito dopo la cattura.

Il filmato, postato su Internet, è stato rilanciato via twitter da un attivista siriano con la frase «qualcuno deve mandarlo ad Assad». Non è chiaro come mai sia emerso soltanto ora.
Forse la crisi in Siria ha spinto chi lo aveva a diffonderlo per ammonire il dittatore di Damasco. E non c’è dubbio che il video sia terribile, con il cadavere dileggiato e trasformato in pupazzo. Un messaggio feroce verso chi massacra il proprio popolo. Però l'effetto potrebbe essere l'opposto, convicendo il regime ad essere ancora più spietato. In ballo non c'è solo la poltrona, ma anche la testa.

 

Guido Olimpio
@guidoolimpio 17 luglio 2012 | 10:20

Matrimoni gay, Grillo insulta la Bindi Bersani: più indecente di Berlusconi

La Stampa

 

L'ex comico attacca la presidente del Pd: «Lei problemi di convivenza con il vero amore non ne ha probabilmente mai avuti»

 

ROMA - «Le parole di Grillo nei confronti di Rosy Bindi sono indecenti: sono il segno di un maschilismo e di una volgarità di cui pensavamo avesse datomiglior prova Berlusconi, ma evidentemente al peggio non c'è limite». Lo dichiara il segretario del Pd Pierluigi Bersani il giorno dopo l'attacco sferrato dall'ex comico contro la Bindi e il Pd tutto sul tema del matromonio gay.

Grillo.
Il matrimonio gay è un «diritto sacrosanto». E il Pd «fa schifo», perché lo nega «per un pugno di voti», ha detto Grillo inserendosi nella polemica per il mancato voto nell'assemblea nazionale di un documento in favore delle nozze tra persone dello stesso sesso. Con un attacco diretto alla presidente del Pd, Rosy Bindi, ha aggiunto: lei, «problemi di convivenza con il vero amore non ne ha probabilmente mai avuti. Vade retro Satana. Niente sesso, siamo pidimenoellini» (democrat, ndr).

La difesa della Bindi.
Il documento approvato dal Pd, ha spiegato Rosy Bindi, sebbene non riconosca le nozze gay «afferma nel rispetto della Costituzione la necessità di una regolamentazione giuridica sulle unioni civili anche omosessuali», che i gruppi parlamentari ora dovranno «tradurre in norme». Ma non è satto abbastanza, secondo Grillo. Che ha citato Sant'Agostino ('Ama e fa ciò che vuoì) per dirsi «favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso». E ha attaccato Bersani, Rutelli, la Binetti e pure la Bindi (sul piano personale). Il fondatore del M5S ha sfoderato la sua più pungente invettiva contro i «farisei», i «sepolcri imbiancati» democrat, invita i gay del pdmenoelle a fare outing definendo il mancato riconoscimento delle coppie di fatto «una vergogna che va attribuita in ugual misura al pdmenoelle, al pdl e a Santa Madre Chiesa».

Vendola e Di Pietro.
Con tutt'altri toni, anche Nichi Vendola e Antonio Di Pietro tengono acceso il dibattito nel centrosinistra sul tema delle nozze gay e pungolano il Pd. «Crolla il muro dell'ipocrisia - esulta il leader di Sel - La politica deve fare i conti con una richiesta sacrosanta. Basta frammenti di diritti, vogliamo diritti interi, eguali per tutti». «Ci auguriamo che quei deputati che hanno denunciato la chiusura del Pd sottoscrivano la nostra proposta di legge sul pieno riconoscimento dei matrimoni gay», afferma Antonio Di Pietro. Ma riceve una risposta piccata proprio da chi dall'interno del Pd si sta battendo per il riconoscimento delle nozze omosessuali, la deputata Anna Paola Concia: «Caro Di Pietro, pregherei te come Grillo di non strumentalizzare il seppur faticoso ma sacrosanto dibattito all'interno del Pd, che rimane comunque l'unico partito che ne parla al suo interno e non fa annunci roboanti sulla scia delle polemiche».

Lunedì 16 Luglio 2012 - 13:22
Ultimo aggiornamento: Martedì 17 Luglio - 09:23

L'isola greca minaccia secessione: "Via da Atene, andiamo in Austria"

Libero

 

Il caso di Ikaria, che può legalmente abbandonare il Paese ellenico piagato dalla crisi economica e dalle manovre draconiane

In Grecia molti vorrebbero abbandonare la moneta unica. Ma c'è anche chi vorrebbe proprio cambiare bandiera...

di Alvise Losi

 

CatturaMolti greci avrebbero preferito uscire dall’Euro, ma alcuni stanno pensando di uscire dalla Grecia. L’isola di Ikaria, di fronte alla costa della Turchia, potrebbe decidere di diventare autonoma. A legarla ad Atene è solo un trattato della durata di cento anni che, siglato il 17 luglio del 1912, sta ora per scadere. E non tutti sono convinti che sia opportuno ratificare un nuovo accordo. Sono tanti quelli che vorrebbero andare al voto per scegliere se continuare a essere governati dalla Grecia o diventare indipendenti. «Il governo per anni si è dimenticato di noi», dicono. «Se ora non si decide a darci un ospedale e delle nuove strade, potremmo decidere di staccarci da Atene».

Una scelta che non comporterebbe alcun tipo di ribellione. Ikaria ottenne l’indipendenza dall’impero ottomano proprio il 17 luglio di cento anni fa, quando sull’isola ebbe luogo una rivoluzione che permise ai locali di liberarsi dal giogo degli odiati turchi, nel frattempo impegnati nella guerra di Libia contro l’Italia. Il piccolo manipolo ottomano che presidiava l’isola fu scacciato dai ribelli, guidati da Georgios Spanos, morto nella battaglia e ora considerato l’eroe locale. Ma l’isola non fu annessa immediatamente alla Grecia, che in quell’anno era impegnata nella guerra dei Balcani. Ci fu un periodo di cinque mesi durante il quale Ikaria rimase indipendente.

Ad Atene i più considerano quello di Ikaria uno sfogo per ottenere qualcosa dal governo in tempi di crisi. Ma nell’isola è vivo il sentimento contro la moneta unica europea. Negli anni del regime dei Colonnelli l’isola era stata utilizzata come confino per i dissidenti comunisti, che qui hanno trovato sostenitori: il Kke (Partito comunista greco) si è sempre assicurato almeno il 30 per cento dei voti. E, anche se la minaccia nei confronti di Atene sembra più che altro un pretesto, Ikaria ha validi argomenti per tenere in scacco il governo.

Oltre a un evidente problema mediatico che la ribellione di un’isola susciterebbe nell’opinione pubblica nazionale e internazionale, ci sono motivi economici anche più seri a supporto delle richieste degli isolani. Il mare di Ikaria è tra i più pescosi di tutta la Grecia e rifornisce buona parte del mercato ittico di Atene. I danni che deriverebbero a uno dei pochi settori dell’economia greca ancora stabili potrebbero essere determinanti nella scelta del governo di cedere alle richieste.

Gli ottomila cittadini che continuano a vivere sull’isola anche durante l’inverno sono orgogliosi del proprio passato di indipendenza e prendono molto seriamente ogni discussione relativa a una nuova rivoluzione. Alla fine del tira-e-molla, è probabile che il governo di Atene e quello dell’isola, che dipende dal distretto di Samo, firmeranno un nuovo trattato. «Restare indipendenti sarebbe difficile», ammettono alcuni durante uno degli eventi che fanno da preludio al grande festeggiamento per il centenario dell’indipendenza. «Potremmo però chiedere l’annessione a un altro Stato: di certo non alla Turchia, al massimo all’Austria».

Camorra, arrestato il re della mozzarella patron del gruppo caseario Mandara La Dda: «Vicino al clan dei Calsalesi»

Il Messaggero

 

Giuseppe Mandara

NAPOLI - Agenti della Dia e del Noe dei carabinieri stanno eseguendo provvedimenti del gip di Napoli emessi su richiesta della Dda nei confronti del gruppo caseario Mandara, noto marchio nazionale e internazionale della commercializzazione della mozzarella Dop. Il titolare, Giuseppe Mandara, è stato arrestato insieme a dei collaboratori e il patrimonio, stimato in oltre 100 milioni di euro sequestrato. Le accuse sono associazione per delinquere di stampo camorristico e reati in tema di tutela della salute pubblica.

Il sequestro di beni eseguito dagli agenti della Dia e dai carabinieri del Noe di Napoli riguardano l'intero patrimonio aziendale del gruppo caseario «Mandara». Secondo quanto rende noto la Dia, gli esponenti di vertice del gruppo imprenditoriale sarebbero legati al clan dei Casalesi. Emerge anche una truffa su prodotti caseari non dop ma distribuiti e venduti come tali. Normali provoloni venduti come «provoloni del Monaco», un formaggio dop particolarmente pregiato realizzato in qualità limitata nel periodo primaverile ed estivo, con latte di alta qualità e attraverso un particolare disciplinare.

Questo filone di indagini è stato condotto, in particolare, dai militari del Noe. La Dia, invece, si è occupata della collusione con ambienti delle criminalità organizzata casertana. Sequestrato il punto vendita di Mandara adiacente allo stabilimento di Mondragone dell'azienda. I provvedimenti non riguardano i punti vendita in franchising sparsi su tutto il territorio nazionale. Giuseppe Mandara è ritenuto dagli investigatori vicino alla cosca dei «La Torre», contigua al clan dei Casalesi. Di lui hanno riferito agli inquirenti numerosi collaboratori di giustizia. Il gruppo «Mandara» esporta in Italia e all'estero circa duecento quintali di mozzarella di bufala al giorno, mozzarella che giunge anche negli Usa, Giappone, Russia e Nuova Zelanda.

Martedì 17 Luglio 2012 - 10:42
Ultimo aggiornamento: 10:49

Capri, ambulanza usata come taxi In sei a bordo con borse e trolley

Corriere del Mezzogiorno

 

Choc sull'isola azzurra, il filmato di «Isola denuncia»

 

NAPOLI - Capri, l'ambulanza è parcheggiata sul ciglio della strada: si apre il portellone e salgono sei persone con le valigie, più l'autista, l'unico in divisa. Quattro si accomodano all'interno sulla barella. Altri due prendono posto accanto al conducente. In un video pubblicato da un utente sulla pagina Facebook «Isola denuncia» le immagini choc: un'ambulanza usata come taxi. Alla fine del filmato si nota anche che l'ambulanza, come se non bastasse, accende il lampeggiante. Il tutto in un ambiente che dovrebbe essere sterilizzato e invece i «passeggeri» portano con sè borse e perfino dei trolley.

 

 

«IL COMMISSARIO ASL SPIEGHI» - «Le immagini choc dell'autombulanza a Capri usata come taxi, con persone che salgono con i trolley meritano una risposta decisa e ferma da parte dell'amministrazione regionale» afferma Fulvio Martusciello, capogruppo del Pdl in Consiglio regionale. «Chiediamo con urgenza al commissario Scoppa,al di la delle conseguenze che vi saranno, di prendere provvedimenti quanto più drastici possibili. L'ambulanza usata come taxi è un'onta che va lavata».

 

Claudia Catuogno

16 luglio 2012

Noi, i ragazzi della Graziella rosa

La Stampa

 

Anni 70, ci si divideva in due categorie: chi aveva la bicicletta da cross e chi doveva farsi bastare quella "ereditata" dalla sorella maggiore

 

In sella ad una Graziella, una foto degli anni 70

 

GIUSEPPE CULICCHIA

 

Negli Anni Settanta, quando anche le Brigate Rosse ascoltavano Lucio Battisti benché fosse considerato di destra, e dunque non solo missino ma proprio fascista, i bambini italiani nati e cresciuti in campagna o comunque nei piccoli centri si dividevano in due macro-categorie che con la politica non avevano nulla a che fare, nonostante si fosse nel decennio poi passato alla storia come quello degli «anni di piombo». C’erano quelli che desideravano la bicicletta da cross, e che se la vedevano regalare in occasione del decimo compleanno o una volta conseguita la licenza elementare. E c’erano quelli che pur desiderandola come e più dei primi, e raggiunto il medesimo genetliaco e superato l’identico esame, dovevano farsi bastare la Graziella della sorella maggiore. Magari rosa.

La bici da cross in realtà era, più che uno status symbol, un preludio. Chi la otteneva infatti era un motociclista in miniatura, e di lì a poco, una volta salito in sella al primo Ciao e poi alla prima Guzzi o alla prima Ktm con tanto di «chiodo» di cuoio nero marca Schott, T-shirt bianca Fruit of the Loom, jeans Levi’s o Lee o Wrangler e stivali Camperos, si sarebbe trasformato in una sorta di clone di John Travolta in Grease , che a sua volta era un clone di Arthur Fonzarelli in Happy Days , che a sua volta era un clone di Peter Fonda in Easy Rider , che a sua volta era un clone di Marlon Brando in Il selvaggio , che da parte sua non era clone di nessuno ma interpretava sul grande schermo la difficoltà a reinserirsi nella vita civile di tanti reduci dallo Normandia o da Guadalcanal, eventi storici di cui i bambini italiani erano giunti a conoscenza grazie alle edicole italiane, che allora vendevano le prime edizioni oggi ristampate di fumetti come Guerra d’Eroi eSuper Eroica .

E il destino di questi motociclisti in miniatura era bene o male tracciato: proprio grazie al fatto di avere ottenuto quella bicicletta da cross, e di apprestarsi a diventare nel giro di pochi anni cloni del clone del clone del clone di Marlon Brando, nel corso dell’adolescenza avrebbero rimorchiato con facilità le ragazze più belle della scuola, portandole al cinema il sabato pomeriggio in sella ai loro motocicli, e limonandole alle feste al suono di Questo piccolo grande amore di Claudio Baglioni o anche di Sexy Fonni di Benito Urgu (chi non la ricordasse o non la conoscesse è pregato di cercarla su YouTube, vale ancora la pena). Chi invece doveva farsi bastare la Graziella della sorella maggiore, magari rosa, andava incontro a una sorte diversa. Molto diversa. Perché trovarsi in sella a una Graziella, pur desiderando ardentemente una bici da cross, contribuiva fin da subito alla formazione del carattere, all’accrescimento della sensibilità, allo scatenamento della fantasia.

Occorreva infatti una certa propensione allo stoicismo per presentarsi a bordo di una Graziella, magari rosa, al cancello d’ingresso della scuola, oppure al campetto di calcio dove ci si dava appuntamento ogni pomeriggio, compiti permettendo. E ai possessori di Graziella, magari rosa, bastava guardarsi negli occhi per capirsi al volo, nel momento in cui si vedeva sfrecciare su una bicicletta da cross il motociclista in miniatura di turno con la sua aria superba da clone al quadrato. Quanto allo scatenarsi della fantasia, beh, ammetterete che ce ne voleva parecchia per fare le impennate in sella a una Graziella, magari rosa, nel frattempo accessoriata con carte da gioco fissate per mezzo di mollette ai raggi delle ruote. Non per riprodurre il rumore dei motocicli, come nelle intenzioni dei motociclisti in miniatura che allo stesso modo accessoriavano le loro biciclette da cross, ma per riprodurre il rumore delle biciclette da cross così accessoriate. Inoltre, chi ne ha ereditata una dalla sorella maggiore lo ricorderà, la Graziella aveva le ruote piuttosto piccole. Sia rispetto alle biciclette da cross, sia e soprattutto rispetto alle normali biciclette da uomo o da donna. E chi si trovava a doversela far bastare era chiamato a uno sforzo muscolare doppio rispetto ai coetanei e alle coetanee che utilizzavano altri modelli di velocifero.

Da parte mia, ricordo in particolare un pomeriggio di giugno. Avevo appena finito di frequentare il mio primo anno di scuola media, e in sella alla Graziella ereditata mio malgrado l’anno prima dalla sorella maggiore come premio per la licenza elementare gironzolavo senza meta per le stradine semiasfaltate di Grosso Canavese, paesino di campagna di novecento anime a poco più di venti chilometri da Torino. Canticchiavo I giardini di marzo , cosa che di per sé la dice lunga sul mio stato d’animo: ero perdutamente innamorato di una mia compagna di classe, che però a metà dell’anno scolastico si era messa con un motociclista in miniatura, provvisto di bicicletta da cross superaccessoriata con tanto di mollette e addirittura carte da tarocchi, molto più grandi rispetto alle normali carte da briscola e dunque ancora più rumorose. Ed ero giusto arrivato al celebre verso «All’uscita di scuola i ragazzivendevano i libri / Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli», quando da una curva vidi sbucare proprio lei, la mia donna angelicata, che avendo le gambe lunghe viaggiava già a bordo della bicicletta da donna di sua madre. Del motociclista in miniatura con cui si accompagnava di solito, e che di norma le stava appiccicato, stranamente non c’era traccia. E lei, che sapeva del mio amour fou , quando mi vide in sella alla mia Graziella non mi salutò, ma sorrise. Dopodiché, tirò dritto.

Io, per un istante, rimasi lì imbambolato, a chiedermi se mi avesse sorriso o se avesse sorriso di me: due possibilità che rappresentavano l’alternativa tra beatitudine e dannazione. Come saperlo? Dovevo chiederglielo. Così, mi lanciai all’inseguimento. Il rumore prodotto da mollette e carte da briscola la fece voltare. E quando mi vide sopraggiungere, lei sorrise di nuovo, ma anziché fermarsi accelerò. Ancora: mi sorrideva o sorrideva di me? E la sua che cos’era? Una fuga o una fase del rituale del corteggiamento? E come mai era sola in bicicletta quel pomeriggio d’estate? Perché al suo fianco non c’era come al solito il motociclista in miniatura? Si erano forse lasciati? Ecco che cosa intendeva di preciso Battisti quando menzionava «la mente con i suoi tarli».

Accelerai a mia volta, pensando al verso di un’altra canzone, «Le biciclette abbandonate sopra il prato e poi / noi due distesi all’ombra». Solo che le ruote della bicicletta da donna di lei erano molto, molto più grandi di quella della Graziella ereditata mio malgrado da mia sorella, resa ancora più lenta dall’attrito dei raggi con il sistema di mollette e di carte, ancorché da briscola. Tuttavia, non mi diedi per vinto. A testa china, pedalai e pedalai e pedalai, pestando più forte sui pedali a mano a mano che lei si allontanava aumentando percettibilmente, di metro in metro, il suo vantaggio. Finché, a un certo punto, non alzai lo sguardo dalla strada. E lei ormai era un puntino lontano, irraggiungibile. Pestai sui pedali ancora più forte, benché sfiancato. Ma quando alzai di nuovo la testa lei era sparita. Se non altro, la Graziella di mia sorella era arancione.

Focaccia con tonno e... batteri causa un malore. Responsabilità da decifrare

La Stampa

 

ocaccia, ripiena di tonno, davvero molto difficile da digerire, perché... il contorno è un’abbondante dose di batteri. Sotto i riflettori l’acquisto, da parte di una coppia, in un supermercato, e la conservazione degli alimenti all’interno della struttura commerciale. E, ovviamente, l’addebito della responsabilità, non automaticamente a carico del titolare del supermercato (Cassazione, sentenza 16963/12). Elemento decisivo è il risultato dell’analisi effettuata, nel laboratorio dell’ospedale, su un pezzo residuo di focaccia, portato, ovviamente, dalla coppia, preoccupata per gli identici malori subiti dopo aver mangiato l’alimento comprato nel supermercato. Ebbene, nel tonno viene ‘scoperta’ una «rilevante produzione di istamina, conseguenza di una elevata carica batterica».

E, alla luce di questo dato, il Tribunale sancisce la colpevolezza del legale rappresentante del supermercato per la violazione della ‘Disciplina igienica della produzione e della vendita di sostanze alimentari e bevande’, perché «la presenza della carica batterica era stata determinata dal fatto che il tonno o la focaccia non erano tenuti in frigorifero, come prescritto, bensì esposti sul banco di vendita»: consequenziale l’ammenda di 500 euro e il risarcimento dei danni in favore della parte civile. Dubbi irrisolti... Querelle chiusa? Di certo, non per il proprietario del supermercato, che, tramite il proprio legale, presenta ricorso in Cassazione, contestando su tutta la linea il pronunciamento del Tribunale.

Due i cardini: primo, l’addebito della responsabilità al titolare del supermercato, nonostante la presenza di «un capo negozio e, per ogni reparto, un caporeparto, i quali sono responsabili dell’osservanza delle regole e prescrizioni in materia di sicurezza e igiene degli alimenti»; secondo, la attendibilità riconosciuta all’analisi compiuta sull’alimenti, «analisi effettuata due giorni dopo» i malori avvertiti dalla coppia, non tenendo conto, peraltro, della possibilità che «la carica batterica» si fosse «sviluppata dopo l’acquisto», visto e considerato che il compratore aveva tenuto il prodotto «in macchina circa due ore, in una giornata calda», da un lato, e che, dall’altro, «nessun altro acquirente del medesimo alimento aveva subito le stesse conseguenze».

...E coni d’ombra. Ma è il quadro complessivo della vicenda a meritare un approfondimento, prima di certificare le responsabilità per quanto accaduto. Così, in premessa, i giudici richiamano il principio che cristallizza gli oneri del «responsabile del reparto», ma, allo stesso tempo, evidenziano una lacuna fondamentale, quella relativa alle «caratteristiche dell’esercizio di vendita» e alla «eventuale delega di compiti» all’interno della struttura. E, peraltro, sempre secondo i giudici, «elementi di perplessità» resistono anche sull’«accertamento del fatto»... Troppi coni d’ombra, che dovrebbero portare a riesaminare la vicenda, ma la prescrizione chiude la partita. Anche se, comunque, resta un conto ancora in sospeso: quello del risarcimento a favore della parte civile. Che ritorna nuovamente in ballo: a decidere dovrà essere il giudice civile, competente per valore, in grado di Appello.

Il cane Rocky alla guida della moto Il proprietario multato dalla Stradale

La Stampa

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Il pastore tedesco è stato trovato dagli agenti mentre, con casco e occhiali da sole, "aiutava" il padrone a condurre il veicolo

Un'immagine di Rocky Carrara a bordo della motocicletta del padrone

 

La scena che si è presentata lunedì agli agenti della polizia stradale di Lucca, a Forte dei marmi, era decisamente inconsueta: alla guida della vespa si trovava un'insolita coppia. Sulla parte anteriore del sedile, un pastore tedesco con tanto di casco e occhiali a specchio,e dietro di lui il padrone, che conduceva il ciclomotore. Gli agenti, stupiti, si sono messi all'inseguimento del mezzo e lo hanno bloccato, multando di 152 euro il padrone, un siriano di 52 anni residente a Carrara. Secondo quanto ricostruito dalla Polizia stradale, il pastore tedesco aveva le zampe sul manubrio e il casco regolarmente allacciato, più un bel paio di occhiali da motocicletta per schermare gli occhi da sole e vento.

Il cane protagonista dell'insolito episodio si chiama Rocky Carrara ed è già noto alle cronache: due anni fa venne rapito in Versilia mentre il padrone faceva il bagno sul lido di Carrara, e percorse 600 chilometri per tornare dalla Campania in Toscana, dal suo padrone. «La polizia stradale -si legge in un comunicato della Polstrada di Lucca- pur riconoscendo la propria personale simpatia per il cane e il suo proprietario non ha però potuto esimersi da applicare la dovuta sanzione con una multa di 152 euro e sottoponendo la moto a fermo amministrativo».

Le app che regalano una vita normale

La Stampa

 

Le applicazioni di smartphone e tablet al servizio dei disabili E c'è chi ha fatto il tedoforo a Londra con cane guida e iPhone

BRUNO RUFFILLI

 

TORINO


Per amore, solo per amore: così sono state concepite app come ioParlo, Proloquo2Go, Audiolabels e mille altre. Servono per aiutare chi ha difficoltà a comunicare, vedere, udire o apprendere usando smartphone e tablet. Nelle note di Vocal Slides si legge ad esempio: «È un’applicazione nata dall’idea di un genitore il cui figlio soffre di autismo. Questa applicazione non cura l’autismo, ma ha il preciso scopo di creare tra padre e figlio del gioco sufficiente ad invogliare il figlio a comunicare». L’app (per Android) è semplice da usare: basta toccare le immagini e il telefonino riproduce un suono o una parola associati in precedenza. Così chi ha difficoltà a esprimersi verbalmente può finalmente parlare.

Una voce nuova Soffrono di autismo tra le 5 e le 50 persone su diecimila; molto più rara è la Sindrome di Cornelia de Lange, stimata in un caso ogni 10-20 mila nati (circa 50 nuovi nati l’anno in Italia). I pazienti, oltre a una serie di malformazioni fisiche, hanno spesso gravi difficoltà di apprendimento e comunicazione. Come Lorenzo, da poco maggiorenne, che non parla affatto, ma lo scorso anno ha superato l’esame di terza media presentando una tesina al computer. E se ha qualcosa da dire usa un iPad, dove ha circa 200 parole per tutte le occasioni. Anche per la gioia: «Per la cena con i suoi compagni della squadra di basket gli abbiamo inserito il simbolo dell’urlo che fanno prima della partita, e durante la serata lo ha usato più volte, era molto contento», racconta la madre Simona, che con il marito ha fondato l’Associazione Cornelia De Lange. Insieme hanno partecipato alla fase di sperimentazione di TTalk_Aac, un’app appena uscita sullo Store Apple.

Il funzionamento, basato sulla Comunicazione Aumentativa e Alternativa, è simile a Vocal Slides, ma qui ai simboli si può associare qualsiasi voce: Lorenzo ha scelto quella del padre. «Apparecchi con caratteristiche analoghe esistono da tempo, ma sono ingombranti e pesanti, hanno batterie che durano poco e costano parecchio», spiega Simona. Così quelli che per molti sono gadget di lusso per altri possono diventare ausili utilissimi e perfino economici per superare una disabilità. Ritrovare la vista Qualche mese fa, Stevie Wonder interruppe un concerto per tributare un omaggio a Steve Jobs, ormai prossimo alla fine: «La sua azienda è stata la prima a realizzare una tecnologia accessibile a tutti senza dire: “Questo è per i ciechi, questo è per i sordi”.

È nella struttura stessa degli apparecchi, ci sono settaggi che ti permettono di usare queste funzioni o no». Il musicista americano, non vedente dalla nascita, si riferiva alla funzione VoiceOver, in cui una voce legge tutto quello che appare sul display, descrivendo scritte sui pulsanti, testi, link, o alla possibilità di impostare allarmi visivi anziché sonori per i deboli di udito. Windows e Android offrono soluzioni simili, anche se non altrettanto semplici da configurare e usare. La vera svolta arriverà quando sarà possibile fare a meno di tastiera e mouse: già oggi smartphone come il Samsung Galaxy SIII sono controllabili interamente con la voce, tuttavia la precisione e l’integrazione del sistema non sono ancora perfette. Siri, l’assistente vocale di Apple, sarà disponibile in italiano entro l’anno per iPhone e iPad, mentre la nuova versione di Os x (attesa entro una decina di giorni) consentirà di dettare mail e testi direttamente al Mac, senza software aggiuntivi.

Poi esistono le app come Colorid, che descrive i colori per i daltonici, o DigitEyes con cui creare etichette personalizzate da applicare sugli oggetti: l’iPhone le riconosce e le legge ad alta voce. Ci sono migliaia di audiolibri in tutte le lingue, e per chi vede bene ma ha problemi di mobilità, MagicReader consente di sfogliare le pagine degli ebook solo voltando la testa. In movimento Se in casa è possibile adottare diverse strategie per cercare di far fronte a una disabilità, fuori la sfida è più difficile. Anche qui, però, le app possono aiutare: per Android c’è OnTheBus, che informa sui mezzi di trasporto con accesso per disabili in diverse città del mondo, tra cui Roma.

SvegliaTreno avvisa quando si è in arrivo alla stazione giusta, MyDisabledGo London è una guida alla capitale inglese pensata per chi si muove in carrozzella. Interessante anche AudioLabels, per leggere i codici a barre o Qr: ottima al supermercato per capire cosa si sta comprando e quanto costa, specie insieme a MoneyReader, che riconosce le banconote (in diverse valute) e legge ad alta voce il loro valore. Tutte per iPhone: se l’iPad vince in casa o a scuola perché lo schermo grande lo rende più semplice da usare, in movimento serve un apparecchio che possa stare in tasca. Anche in quella dei calzoncini di Simon Wheatcroft, maratoneta inglese che qualche giorno fa ha portato per un breve tratto la fiaccola dei Giochi nella sua corsa verso Londra. È cieco, si allena con un iPhone e un cane guida: le sue Olimpiadi le ha già vinte, con l’amore e con la passione.

I misteri di Pyongyang Minigonne, Topolino e un generale silurato

La Stampa

 

Timidi segnali di apertura in Nord Corea

Bambini nordcoreani in gita organizzata con una macchina fotografica digitale. Sulle vie della capitale sono apparse anche ragazze in minigonna

 

ilaria maria sala

hong kong

 

Per l’Unione Sovietica c’erano i Cremlinologi. Per la Cina, sono tutt’ora in auge i «Zhongnanhaiologi». Per la Corea del Nord, invece, senz’altro il regime più segreto della nostra era, si parla di «Pyongyangologia»: goffa espressione che cerca di definire lo strano mestiere di osservare il più da vicino possibile - senza mai poter entrare dentro - quello che succede nelle «stanze dei bottoni» del regime comunista. Che tiene tutti il più possibile all’oscuro dei suoi movimenti, ossessionato dal controllo e preda di una mentalità militare nata dalla guerra civile con cui i suoi leader arrivarono al potere, e che fa di tutto un segreto di Stato. In questi giorni dunque una serie di piccoli fatti che trapelano dalla Corea del Nord scatenano supposizioni e tentativi di analisi su quello che è chiamato, non a caso, il Paese Eremita. Si va dal bizzarro al prettamente politico, passando, tanto per cambiare, da quello che indossano le donne.

Il bizzarro riguarda Minnie, Pluto e Topolino, avvistati su un palco ad un concerto in onore di Kim Jong-Un, il dittatore-bambino (si dice che abbia dai 28 anni ai 30, ma non si sa di certo) salito al potere in gennaio dopo la morte di suo padre, Kim Jong-Il. I personaggi disneyani, naturalmente piratati, sono ancora più incongrui se si considera che la Corea del Nord è ben ferma alla Guerra Fredda, e produce una martellante propaganda anti-americana: nelle scuole, per esempio, grandi disegni murali mostrano gli americani come infidi mostri, simili a ratti e di colore grigio-verde, che vengono sconfitti da eroici e forzuti coreani del Nord. Ma il giovane Kim, ripreso dalle telecamere nazionali e in compagnia di una «misteriosa donna» (una cantante nordcoreana che si mormora possa essere sua moglie), appariva entusiasta dello show. Disney, del resto, è una passione di famiglia: il primogenito di Kim Jong-Il perse il diritto alla successione dopo una «scappatella» a Tokyo, con passaporto falso, per visitare Disneyland.

Ieri, invece, un’importante notizia ha scosso gli osservatori, con l’annuncio dato dall’agenzia di stampa nordcoreana Kcna su Ri Yong-ho, capo delle Forze Armate che si pensava fosse il mentore di Kim Jong-Un, sollevato da tutti gli incarichi con effetto immediato. Ufficialmente, per malattia, anche se spesso le alte cariche nel Paese sono mantenute fino alla morte, se non si viene silurati. Anzi, in alcuni casi, come quello del Presidente Eterno Kim Il-Sung, il nonno dell’attuale, si può mantenere la carica anche dopo il trapasso. Così, i «Pyongyangologi», da Seul a Washington, interpretano l’inaspettata defenestrazione come il segnale di un cambiamento politico in direzione riformista - dato che Ri, alleato di ferro dell’ex leader, era l’ideatore della politica chiamata «Militari prima di tutto», che ha contribuito a portare il Paese alla fame. E gli abiti delle donne? In Corea del Nord sono state avvistate signorine in minigonna e tacchi alti: gli esperti si interrogano se l’innalzarsi degli orli possa corrispondere a un sollevarsi - modesto - della cortina di bambù. Stiamo a vedere.