lunedì 23 luglio 2012

Che cosa sono le unioni civili?

La Stampa

 

Matrimonio a Londra, la normativa inglese approvata nel dicembre 2005 che consente le unioni gay

 

A CURA DI MARIA CORBI

Roma

 

Approda oggi in Consiglio comunale la delibera che istituisce il registro delle unioni civili del Comune di Milano. Cosa sono le unioni civili?
«L’unione civile è il termine con cui si indica il negozio giuridico, diverso dal matrimonio, che comporta il riconoscimento giuridico della coppia di fatto, finalizzato a stabilirne diritti e doveri».

Le coppie di fatto sono solo eterosessuali?
«Quando si parla di coppia di fatto ci si riferisce in genere sia a coppie di fatto eterosessuali che omosessuali».

Perché c’è chi si oppone alle unioni civili?
«In genere chi si oppone alle unioni civili lo fa per sue convinzioni personali, etiche, politiche, sociali, non solo religiose. In genere perché lo si ritiene un escamotage per ammettere il matrimonio omosessuale».

Qual è la posizione della Chiesa?
«E’ contraria alle unioni civili per la difesa della famiglia ma anche perché ritiene inaccettabili le unioni omosessuali. Il 26 gennaio 2003 il Papa ha definito le unioni affettive diverse dal matrimonio «una caricatura della famiglia». Il 28 marzo 2007 la Conferenza Episcopale Italiana ha ribadito in una nota la chiusura. Uno spiraglio dall’Azione Cattolica, nel marzo del 2000: pur condannando la votazione del Parlamento europeo sulle coppie gay, ha ammesso che le tante richieste di legalizzazione sono la spia di una «situazione di sofferenza» a cui si dovrebbe «andare incontro». Nei giorni scorsi Mattia Ferraro, vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici di Milano, ha sottolineato il rischio «che la voluta equiparazione tra famiglia fondata sul matrimonio e unione civile porti a legittimare la poligamia».

E quali sono gli argomenti di chi è d’accordo?
«Chi è d’accordo sostiene la necessità di regolare le unioni di fatto per concedere anche a questo tipo di coppie diritti e doveri oggi negati. Come indica non solo l’Europa ma anche la Corte Costituzionale».

Cosa dice in proposito la Costituzione?
«Nella Costituzione della Repubblica Italiana si parla (articolo 29) di famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio». L’articolo 2, invece, dispone che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. E la Corte Costituzionale ha stabilito che «per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri». I giudici escludendo che la realizzazione di tali aspirazioni «possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio» invitano ad esaminare le legislazioni dei paesi che finora hanno riconosciuto le unioni suddette».

Come si sono comportati su questi temi gli altri paesi europei?
«La maggioranza dei paesi dell’Europa occidentale ha concesso diritti alle coppie omosessuali tramite varie forme di unioni civili e non tramite l’estensione del matrimonio. Tra questi ci sono Francia, Germania e Regno Unito».

Quanti sono i comuni italiani che hanno istituito il registro delle unioni civili?
«Al 27 giugno di questo anno erano 86».

Quale è stato il primo?
«Empoli, il 21 ottobre 1993».

Quante sono in Italia le coppie di fatto?
«Non ci sono dati aggiornati. Nel 2007 le coppie eterosessuali erano più di 500mila. Un fenomeno che sembra essere in crescita come confermano i dati sui bambini nati al di fuori del matrimonio: il 21,7 per cento del totale dei nati nel 2009».

Quale è in Italia la posizione della politica?
«Lo scontro è perfettamente trasversale e avviene tra le aree cattoliche e laiche degli schieramenti. Ovviamente sono le unione gay quelle che creano maggiori contrasti in entrambe le parti. Nel Pd adesso si sta arrivando a una specie di “incontro” sul modello tedesco, ossia sul riconoscimento di pari diritti alle coppie di fatto anche omosessuali ma non all’estensione del matrimonio aigay».

La trattativa Stato-mafia è nero su bianco da un pezzo

Libero

 

Non servivano le intercettazioni del Quirinale: le prove sono nei dossier che risalgono agli anno novanta

Le informative della Polizia al governo dimostrano con evidenza lampante che la trattativa c'è stata

di Pierangelo Maurizio

 

Cattura

No, non c’era bisogno delle intercettazioni effettuate di rimbalzo dalla procura di Palermo anche sulle utenze del Quirinale, e del Presidente Napolitano, per avere certezze sulla trattativa tra Stato e mafia ai tempi delle bombe targate Cosa nostra nell’estate del ’93. E questa volta la trattativa va scritta senza virgolette e senza l’aggettivo presunta. Perché apertamente si parla di trattativa, poco dopo le stragi di Milano e di Roma avvenute nella notte tra il 27 e il 28 luglio ’93. Ne parla in un’ampia nota il 10 agosto ’93 l’allora direttore della Dia, la Direzione investigativa antimafia, Gianni De Gennaro, futuro capo della polizia e attuale sottosegretario con delega ai servizi segreti nel governo Monti.

La relazione di De Gennaro a leggerla oggi colpisce per l’acutezza e l’ampiezza dell’analisi, per la ricchezza di informazioni ottenute anche come «informazioni fiduciarie» (da informatori? pentiti? infiltrati?). Colpisce anche per la differenza con gli altri rapporti di quell’agosto. Nell’estate in cui lo Stato era in guerra e sembrava in ginocchio i resoconti degli altri organi investigativi – quello del Cesis, ad esempio, l’organo di coordinamento dei servizi – oltre a cercare di mettere insieme le tessere del ricatto mettono tutti, al massimo, in stretta relazione il 41 bis, il carcere duro, e le cinque bombe esplose dal maggio al luglio ’93 (tre a Roma, una Firenze e una a Milano). La Dia si spinge decisamente più in là.

Il documento lascia un po’ in secondo piano il 41 bis e traccia uno scenario di continuità tra le stragi del ’92 (stragi di Capaci e di Via D’Amelio), risposta alle condanne del maxiprocesso, e le bombe del ’93 (ma questa continuità è tutta da dimostrare). Dice che se la mano è di Cosa nostra si intravede l’intervento di «altre forze criminali in grado di elaborare quei sofisticati progetti», tanto più che chi ha pianificato quella campagna di attentati «dimostra una dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con i meccanismi della comunicazione» oltre che «la capacità di sondare gli ambienti politici» e i segnali che arrivano da lì. Tira in ballo la massoneria. Annota che, dall’omicidio Lima, Cosa nostra ha rotto con i referenti politici tradizionali e «ha iniziato, forse, a ricercare nuovi interlocutori…». Ecco, questo «forse» è la matrice di tutte le inchieste che dal ’96, prendendo lo spunto dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca, avvia la Procura di Palermo guardando verso Berlusconi, Forza Italia e il centrodestra. Ma c’è da chiedersi, dopo vent’anni di silenzi e/o bugie, se la direzione giusta in cui cercare sia per caso quella opposta.

Ma quello che qui interessa è la parola «trattativa», spuntata nell’agosto ’93. Ecco il passo della nota della Dia: dalle pesanti restrizioni della vita carceraria «è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado di indurre le Istituzioni ad una tacita trattativa». Non è un’ipotesi, il «dialogo» tra Stato e boss è in atto.

L’«appunto De Gennaro» viene inviato al ministro dell’Interno Nicola Mancino (anzi, un’annotazione a mano sulla prima pagina precisa «consegnato a mano al signor Ministro 11/9/1993»). È difficile capire come Mancino possa ripetere da anni di non aver mai sentito parlare di trattativa. Ma l’appunto da Mancino viene trasmesso anche al presidente della Commissione antimafia, Luciano Violante, su sua richiesta, il 14 settembre ’93.

De Gennaro il 10 agosto ha scritto anche testualmente: «Partendo da tali premesse è chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis, potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla “stagione delle bombe”…». Quando, di lì a tre mesi, il ministro Conso «in sofferta solitudine» lasciò cadere il carcere duro per centinaia di mafiosi, i destinatari di questo appunto che cosa avranno pensato? E che cosa hanno fatto per ostacolare e denunciare il cedimento dello Stato (che evidentemente era già nell’aria ad agosto)? Ma Violante, sempre il 14 settembre ’93, chiede (chi lo informa?) e ottiene anche la nota sugli attentati predisposta l’8 settembre dallo Sco, il Servizio centrale operativo, sempre della polizia. Lo Sco addirittura scrive di una «trattativa» (questa volta vengono messe le virgolette), «per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa nostra anche canali istituzionali». Anche in questo caso si fa riferimento a fonti confidenziali.

A questo punto il presidente dell’Antimafia, Violante, è colui, per tabulas, che ha sotto gli occhi la situazione completa. Perché nel dicembre del ’93, sempre su sua richiesta, riceve dal ministro Conso altra posta. È «l’appunto» con cui Adalberto Capriotti, neo direttore del Dap (Dipartimento amministrazione carceraria), spiega per filo e per segno come vengono lasciati decadere centinaia di 41 bis.

Tre le ipotesi. O Violante chiedeva note che poi non leggeva. Oppure chiedeva note che poi cancellava. Oppure chiedeva note che poi chiudeva in un cassetto in attesa che il popolo fosse pronto per la lettura.

Ecco perché è riesploso l'odio per Israele

Vittorio Dan Segre - Lun, 23/07/2012 - 09:06

 

Il Mossad cerca il complice dell'attentato sul Mar Nero: potrebbe colpire gli atleti israeliani

 

La ruggine fra Israele e la BBC che nella sua copertura quotidiana delle Olimpiadi di Londra ha menzionato Gerusalemme come capitale della Palestina e Israele ­unico fra tutti i Paesi partecipanti - come Paese senza capitale non è nuova. Più volte la grande emittente britannica ha dovuto riconoscere il «disequilibrio» fra la presentazione di notizie concernenti Israele e quelle degli arabi. Gli attentatori suicidi sono combattenti radicali; i militari utenti di «violenza eccessiva» nel rispondere a 4.000 razzi lanciati da Gaza contro il proprio territorio.

Per la prima volta nella popolarissima serie dei BBC Promenade Concerts l’emittente inglese ha rifiutato di trasmettere un concerto (dell’Orchestra filarmonica israeliana) per pressione araba. L’atteggiamento «equanime» della BBC non è che un aspetto del rovente clima anti israeliano intellettuale e di sinistra inglese ma non solo. Israele «è uno stato di feccia» per il direttore di Amnisty Frank Johansson. Il canale 4 ha offerto agli ascoltatori un intero programma intitolato «Dentro la lobby israeliana britannica» che dovrebbe dominare il partito conservatore. Un tema in voga dopo il successo del libro di due professori di Harvard, J. Mearsheimer e S. Walt «Il Lobby Israeliano che sarebbe la «coda» che fa muovere il cane politico americano. Oggi è diventato facile pubblicare libri, non importa di che valore, a condizione che denigrino Israele. I sindacati degli insegnati della scuole inglesi chiedono di boicottare Israele; molte università si oppongono alla presenza di professori e di dottorandi israeliani; nonostante le promesse del governo militari di alto grado e addirittura l’ex ministro degli esteri e ex capo del partito di opposizione

Kadima Zipi Livne hanno rinunciato a recarsi in Inghilterra per tema di essere arrestati su azione legale mossa contro di loro per violazione di diritti umani (palestinesi). L’aver ora accentuato i pericoli che la presenza degli atleti israeliani può causare alle olimpiadi è dettato non solo dalla antipatia che molti media inglesi sviluppano per Israele ma dal fatto che il sistema incaricato di garantire la sicurezza di questo grande avvenimento sportivo si è rivelato a detta dagli inglesi stessi «fallimentare». Il personale reclutato attraverso una compagnia di sicurezza privata soprattutto fra disoccupati di origine straniera si dimostrato impreparato, incapaci di seguire le istruzioni di allarme, di rimanere sveglio in servizio. I dirigenti della società in questione si sono ufficialmente scusati e hanno promesso di intensificare i corsi di istruzioni. Il bisogno di mettere le mani avanti facendo di Israele un capo espiatorio per tutti i problemi di sicurezza che potrebbero verificarsi è diventato pressoché istintivo.

Il caso inglese non è del resto ne nuovo ne unico. Il tribunale Russel per i «crimini di guerra» che non ha mandato dell’ONU è la più potente lobby politica culturale, legale contro Israele pieno di Premi Nobel (José Saramago ha paragonato Ramallah a Auschwitz) mentre per Michel Warschawski «Israele è un ghetto super armato di immensa paranoia e bombe atomiche». Se Obama non sarà rieletto la colpa sarà della Lobby ebraica. C’è qualche cosa di profondo in questo anti isrealianismo serpeggiante un po' ovunque: l'invidia per Israele e la rabbia di dover riconoscere di aver torto. Il conflitto palestinese si rivela non essere la causa delle convulsioni del mondo arabo; la teoria di Obama secondo la quale stendendo la mano al mondo arabo musulmano questo diventa - come prevedeva il presidente americano nel suo famoso discorso del Cairo nel 2008- meno anti occidentale e anti americana si è dimostrata fallace.

È irresponsabile pretendere da Israele di fare «concessioni» a Palestinesi sempre più divisi e che rifiutando di negoziare con Israele hanno probabilmente sperperato l'appoggio della amministrazione americana più favorevole nella loro storia. Ma tutto questo sembra meno importante dell'irritante fatto del fiorire di Israele nel mezzo alle catastrofi del mondo arabo musulmano. Non è certo una situazione comoda o sicura per uno stato degli ebrei oggetto da settarismo mediatico, da continue domande di sanzioni, e da distorsioni accademiche. Ma per due nemici «viscerali» di Israele - Turchia e Iran - l’anno in corso è stato disastroso col dilagare di un islamismo sunnita che in Libia, Egitto, Siria non sente bisogno di seguire il modello non arabo turco e ancor meno quello shiita persiano.

La guerra civile in Siria sta distruggendo il paese-cuore del nazionalismo arabo senza rimpiazzarlo con alternative di potere che non siano tribali, anti occidentali, anti cristiane. Non è dai guai altrui che Israele può trarre sicurezza. Ma il suo sviluppo economico in mezzo alla crisi mondiale, la solidità del suo sistema democratico e legale, il rifiuto del milione e mezzo dei cittadini arabi di passare sotto controllo di un eventuale stato palestinese, lo piazza come il solo paese del Medio oriente in cui le minoranze etniche -religiose si sentono protette. Assieme ai suoi sistemi di difesa e di offesa, Israele, anche se isolato e da molti delegittimato, rappresenta un capro espiatorio più coriaceo di quello che i suoi avversari e alcuni dei suoi cosiddetti amici, vorrebbero.

Cuba, il giallo dell'incidente di Payà Il fratello: "Era minacciato di morte"

La Stampa

 

Il simbolo dei dissidenti ha perso la vita in uno schianto, l'appello di Casini: «E' una fine sospetta»

Gli amici davanti alla casa di Oswaldo Payà. Il dissidente cubano scomparso in un incidente d'auto aveva sessant'anni

 

roma

 

E’ un giallo la morte di Oswaldo Payà, uno dei più noti dissidenti di Cuba, scomparso in un incidente d'auto a Bayamo, nella regione orientale dell'isola, a 900 chilometri dall’Avana. «Ci sono molti sospetti, questa morte deve essere chiarita» accusa dalle colonne di “El Pais” il fratello Carlos, architetto, da anni esiliato a Madrid. «Oswaldo era già stato minacciato direttamente», è il sospetto di Carlos. «Non è la prima volta che accade qualcosa di simile». Viveva in un clima di paura, Payà, fondatore del Movimento cristiano di liberazione che si batte per introdurre riforme nell'isola controllata dal regime comunista. «Gli avevano detto varie volte che lo avrebbero ammazzato», ha aggiunto l'uomo, secondo cui ora «la testimonianza chiave sarà quella delle persone che lo accompagnavano».

Al momento dell'incidente, Oswaldo Paya' viaggiava insieme a un altro oppositore cubano, Harold Cepero, anche lui morto nell'impatto, e a due esponenti politici europei, lo spagnolo Angel Carromero e lo svedese Jens Aron Modig, rimasti entrambi feriti. Sullo schianto in cui ha perso la vita il “Premio Sakharov” per i diritti umani dell'Europarlamento chiedono chiarezza anche numerosi esponenti politici italiani, Casini in testa: «Payà è un eroe del nostro tempo, è stato anni nelle carceri cubane e noi oggi chiediamo immediata chiarezza sulle modalità di questo strano incidente che ha tolto di mezzo un testimone scomodo per il regime».

Payà, nato nel 1952 in una famiglia cattolica, nel 1988 è stato fra i fondatori del Movimento cristiano di liberazione. Il suo impegno è proseguito nel «Varela Project», un progetto che si proponeva di introdurre alcune modifiche legislative (in primis libertà d’associazione e di stampa) attraverso la via referendaria e che portò davanti all’Assemblea Nazionale cubana 40 mila firme per il cambiamento. Il suo primo gesto di ribellione, però, risale agli anni giovanili, quando finì tre anni in riformatorio perché si ostinava a fare il chierichetto. Anticastrista, ma allo stesso tempo contrario all’embargo americano, ha sempre polemizzato anche con i dissidenti cubani emigrati negli Usa. Nel 2006, in un’intervista alla Stampa, spiegava così le sue posizioni: «Sul piano economico sono per la liberalizzazione, ma non per la privatizzazione cieca: è la persona che deve avere la libertà, non il mercato che deve dominare sulla persona. Altrimenti passeremmo dal fondamentalismo comunista a quello capitalista».

Sicilia, parla Lombardo? In un'ora di discorso 18 stenografi

Domenico Ferrara - Lun, 23/07/2012 - 11:57

 

La denuncia dell'assessore regionale alle Infrastrutture, Andrea Vecchio: "Ho visto che si alternavano gli stenografi: uno ogni tre minuti". Il loro stipendio? Dai 2500 ai 6000 euro

 

Sprechi su sprechi. La Regione Siciliana è la regina d'Italia. Dai "camminatori" (cioè i "commessi di piano" che non devono far altro che trasferire i documenti da un ufficio all'altro) assunti nell'aprile scorso insieme con altri 157 nuovi autisti e 55 sorveglianti di musei all'esorbitante numero di dipendenti regionali (circa 18mila, includendo 1900 dirigenti) passando per l'esercito di forestali (circa 30mila contro i 3mila della Lombardia).

L'antologia degli spreci siculi è una lista in costante aggiornamento. Ogni giorno ne spuntano di nuovi.

L'ultimo lo ha denunciato l'assessore regionale alle Infrastrutture, Andrea Vecchio che ha puntato il dito contro gli stenografi. Per carità, nessuna critica contro il mestiere in sé, ma la denuncia riguarda invece le loro modalità di impiego. "Il governatore Lombardo ha parlato per circa un'ora" all'Assemblea regionale Siciliana e "ho visto che si alternavano gli stenografi: uno ogni tre minuti", ha affermato Vecchio, spiegando di "non avercela con loro, che sono specialisti, soltanto che mi è sembrato eccessivo il loro numero".

New York, il nuovo trucco dei bar: musica altissima per far bere di più

Corriere della sera

 

E poi anche nei negozi e nei ristoranti: più è alto il volume più si consuma. A dirlo anche ricerche scientifiche

 

«Pump up the volume», su il volume, cantava e suonava uno dei più grandi successi house britannico della fine degli anni Ottanta. E a New York, di questi tempi, è diventato uno scaltro imperativo categorico per bar, ristoranti, locali notturni, ma anche per palestre e negozi di abbigliamento. Perché il volume, più sale e più invoglia a consumare, lo hanno dimostrato negli anni anche diverse ricerche scientifiche: un altro aperitivo, un cocktail, un piatto in più, uno snack tra una chiacchiera urlata e due salti in pista. Addirittura, notizia preziosa per i ristoratori, sarebbe il ritmo della musica a decretare quello della masticata: più è alto, più si ingurgita il cibo velocemente.

LA TENDENZA – I volumi dei locali di Manhattan negli ultimi tempi hanno messo in atto questa tecnica per alzare il numero di consumazioni ordinate: anche il New York Times ha provato a misurare le intensità dei rumori in 37 esercizi commerciali famosi e molto frequentati tra bar, night, palestre e negozi del centro della Grande Mela, in un reportage che ha raccolto i decibel e le esperienze dei clienti. Il minimo di decibel registrato? Sempre sopra ai 90, ben oltre i livelli registrati nella stessa città per esempio su un treno per pendolari (84 decibel in media). Una tecnica che, come confermano ingegneri del suono e addetti del settore, paga senz'altro in termini di fatturato, ma che nuoce prima di tutto ai dipendenti di questi bar e negozi, esposti anche per 8-10 ore di seguito ai bassi e alle melodie ad altissimo volume. Senza alcuna protezione alle proprie orecchie. Tra gli esempi citati dal NY Times: la discoteca Beaumarchais, con una media di 99 decibel, a cui nessuno dovrebbe rimanere esposto per oltre 1,5 ore, oppure i 96 decibel del ristorante Lavo di Manhattan, ma anche gli oltre 100 di una palestra della Upper West Side, o gli altrettanti del negozio di abbigliamento Abercrombie.

DRINK E MORSI A RITMO – D'altronde, che si mangi di più a ritmo non è una novità: uno studio scientifico francese, dell'università della Bretagna del Sud, nel 2008 aveva analizzato il numero di consumazioni a seconda del volume nel locale. Risultato: a 72 decibel gli avventori ordinavano in media 2,6 drink e impiegavano 14,5 minuti per finirne uno; alzando gli altoparlanti a 88 decibel percepiti dall'orecchio, i drink diventavano 3,4 e i minuti per finirne uno scendevano a 11,5. Per poi passare al ritmo del boccone masticato: una ricerca del 1985 citata dal Times della Fairfeld University del Connecticut aveva dimostrato come aumentando i bpm (bites per minute) delle canzoni ascoltate anche solo di mezzo punto, i clienti finivano i loro piatti più velocemente. Presumibilmente, ordinandone poi ancora, per poter prolungare la propria permanenza nel locale.

CACCIA AI CLIENTI GIOVANI – In molti casi, la mossa di alzare il volume e aumentare il ritmo è una tecnica per assicurarsi una clientela giovane messa in atto soprattutto dai nightclub e dai negozi per giovani. Lo fa senza negarne l'evidenza Abercrombie, che sulle casse ad alto volume e sull'intrattenimento nei suoi negozi ha costruito un impero (partendo dal presupposto che più si resta dentro all'esercizio commerciale e più si finirà per acquistare, e che le mamme sarebbero scappate dal negozio lasciando ai figli la carta di credito in mano). Lo fanno anche i bar, i club, i ritrovi da happy hour con dj set di Manhattan: per scongiurare orde di ultra trentenni con voglia di chiacchierare e riempire invece il locale di ventenni più vogliosi di consumare un drink dietro l'altro, alzano il volume. Per fortuna però, non funziona così ovunque e restano, nella Grande Mela, ristoranti e bar dove la musica continua a essere un sottofondo lontano, e l'aperitivo scorre lento tra una chiacchiera, un sorso e una battuta.

 

Eva Perasso

23 luglio 2012 | 14:05

Nel pozzo il bunker segreto del boss

Corriere della sera

 

Catturato Domenico Arena, elemento di spicco del clan Pesce di Rosarno

 

Ecco il video dell?arresto del boss Domenico Arena, catturato domenica 22 luglio dal Ros di Reggio Calabria. Arena, latitante da un anno è stato individuato in un appartamento a Catanzaro Lido, vicino all?abitazione del suo legale. E? considerato un elemento di spicco del clan Pesce di Rosarno. Deve scontare dieci anni di carcere per associazione a delinquere. Uno dei tre video riguarda il bunker costruito dentro un pozzo(una novità assoluta), dove dieci anni fa, fu catturato, lo stesso Domenico Arena. Gli altri due filmati si riferiscono alla cattura di ieri con la gente che applaude all?uscita del boss dalla caserma dei carabinieri.

La Casta legittima i transfughi Possono tradire gli elettori quando vogliono e come vogliono

Libero

 

Bocciato in Senato l'emendamento che vietata ai parlamentari di cambiare partito o fondarne uno nuovo

L'aula ha votato compatta contro la modifica dell'articolo 67 della Costituzione sull'assenza del vincolo di mandato: sono in 45 ha detto sì

La Casta non ha nessuna intenzione di rinunciare ai suoi privilegi. Che si tratti di benefit, di auto blu, di stipendi astronomici i parlamentari intendono continuare a fare quello che vogliono quando vogliono. L'ennesima dimostrazione la bocciatura, pressochè unanime dell'emendamento che vietata agli eletti di cambiare partito durante la legislatura. Al Senato, infatti, con 233 voti contrari, è stata bocciata la modifica dell'articolo 67 della Costituzione sull'assenza del vincolo di mandato proposta dal senatore del Pd Roberto Della Seta che insieme ad una decina di colleghi aveva presentato un semplice emendamento: i parlamentari che non si trovino più in sintonia con il partito possono passare al Gruppo Misto, ma non cambiare casacca o inventarsi un gruppo tutto nuovo. Cosa che, invece, in questa legislatura ha toccato cifre record: oltre cento casi con un rapporto di 1 a 10 sul totale degli eletti e che ha coinvolto tutti i partiti. In aula, racconta la Stampa, Della Seta aveva spiegato ai colleghi che "il fenomeno dei transfughi è una delle cause principali del discredito della politica e della sfiducia dei cittadini". Un bel discorso, che però ha convinto solo 45 senatori contro i 281 votanti. Il Senato non approva.

Green Hill, il pm firma decreto per affidamento dei beagle

Il Giorno

 

FOTOSTORY - Il caso dell'allevamento Green Hill

 

I cani saranno dati a Legambiente e Lav. Per i 2700 cuccioli dell’azienda di Montichiari posta sotto sequestro nell’ambito di un’inchiesta per maltrattamento di animali arrivate giorni scorsi migliaia di richieste d'adozione

 

Due agenti del Corpo Forestale dello Stato con alcuni dei cuccioli di beagle trovati durante il sequestro di "Green Hill" (Ansa)

Due agenti del Corpo Forestale dello Stato con alcuni dei cuccioli di beagle trovati durante il sequestro di "Green Hill" (Ansa)

 

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Brescia, 23 luglio 2012

Nuova tappa del caso Green Hill. A pochi giorni di distanza dal sequestro dell'allevamento di Montichiari, da mesi al centro delle battaglie degli animalisti. La Procura di Brescia ha firmato il decreto con il quale si autorizza l’affidamento provvisorio dei 2700 beagle dell’azienda Green hill di Montichiari posto sotto sequestro nell’ambito di un’inchiesta per maltrattamento di animali. I cani saranno affidati a Legambiente e Lav. Nei giorni scorsi eranoarrivate migliaia di richieste di adozione per i cuccioli di beagle.

Trovate in Camerun impronte di mamma dinosauro e dei suoi cuccioli

Luisa De Montis - Sab, 21/07/2012 - 16:51

 

Le impronte sono state trovate in Camerun e dimostrano come anche i grandi dinosauri si prendevano cura dei propri piccoli. Ecco le foto pubblicate su Focus

 

Anche i dinosauri si prendevano cura dei cuccioli. Lo hanno scoperto alcuni studiosi che hanno trovato in Camerun uno dei più ricchi e rilevanti giacimenti di impronte di dinosauri al mondo. Le foto, scattate da Bruno Zanzottera e pubblicate dal mensile Focus, mostrano le orme di predatori bipedi della stessa taglia dei Velociraptor  o carnivori come il carcorodontosauro, uno dei più grandi predatori terrestri mai esistiti, lungo 12 metri e pesante 8 tonnellate.

Le impronte risalgono a circa 110 milioni di anni fa: ben 11 piste con le orme di tre specie diverse di dinosauri.Tracce che permettono anche di ipotizzare uno scenario inedito: tra le piste documentate, le orme di un grande dinosauro sono una dozzina. In parallelo quelle di esemplari piccoli, che indicano con buona probabilità l’esistenza di cure genitoriali fra i sauropodi. La cura dei cuccioli era stata finora documentata in un paio di specie di dinosauri di medie dimensioni (Maiasaura e Citipati), ma non nei grandi dinosauri.

Moka o cialda, libro o tablet. Guerra fra vintage e hi-tech

Benny Casadei Lucchi - Lun, 23/07/2012 - 09:53

 

Dalla mattina alla sera le due fazioni sono sempre in lotta. Nonostante l'appeal del nuovo, il vecchio resiste. Perché in fondo sa di vita vera

 

Per fortuna nostra la vita non è solo una vita di spread e tassi impazziti e Germania invadente e politici che litigano e automobilisti che s'infuriano e bagnanti che s'azzuffano perché «diamine! sposti il suo lettino un po' più in là...». Per fortuna la vita è anche fatta di sfide low profile, di confronti meno cruenti e vissuti sul filo di uno stato d'animo, di una preferenza, di un'abitudine. Confronti che dividono ma non lasciano vittime o feriti.

Tutt'al più lasciano tali e quali sulle proprie posizioni. Solo che uno di questi confronti è da tempo silenziosamente in atto e neppure ci siamo accorti di essere stati arruolati in uno dei due eserciti contrapposti. Trattasi della battaglia fra l'armata che ama il vecchio tecnologico e quella che guarda solo al nuovo tecnologico, una sfida alla base del nostro presente, del nostro futuro, del nostro vivere quotidiano.Va infatti in scena ogni giorno, per esempio appena svegli, occhio a saracinesca, bocca impastata, incedere ondivago e... caffè. Sì, però. Caffè con la moka o caffé in cialda? Parliamone, visto che in tema di caffè il vecchio tecnologico regge l'onda d'urto del nuovo tecnologico. Sarà perché alla moka ci si abitua fin da piccini per via del suo gorgogliare, del profumo, sarà perché l'imprinting arriva al mattino quando si è un po' tutti meno svegli, sarà perché le cialde costano un discreto tot, però alla fine la moka resiste.

«Un rito» dicono alcuni, «il suo caffè, soprattutto quando la macchinetta è vecchia, è più buono» dicono altri, «e poi non ingombra, non si rompe, meno la si pulisce e meglio fa il caffé ed è ecologica, niente cialde da buttare ad ogni tazzina». «Però vuoi mettere le decine di gusti e variazioni offerti dal tecnocaffè?» si difendono i discepoli della cialda, «e sono pratiche e se hai ospiti è un attimo ed è come l'espresso al bar».Ma la sfida va in scena anche dopo il caffè, quando si accende la radio, ad esempio: siete istintivamente per l'apparecchietto a onde, effe emme, per la radio libera ma libera veramente come cantava Finardi, o siete per le webradio via tablet, smart, pc e quant'altro?

Parliamone. È un altro scontro tra filosofie di vita, fra due modi diversi di usufruire dello stesso bene-mezzo-servizio dove al gorgogliare profumato del caffè della moka succede il gracchiare imperfetto di una radio che resiste alla perfezione sofisticata e interattiva del mandami una mail, un post, un tweet che così comunichiamo in tempo reale.Il caffè, la radio e che dire del libro? Se c'è un terreno che in questi mesi, soprattutto in Italia - sempre tardiva in materia -, è diventato un campo di battaglia è quello dell'editoria. Perché il dibattito non è aperto, è apertissimo: chi batterà chi? Come per caffè e radio, ancora per lungo tempo nessuno batterà nessuno, perché resteranno gli amanti del vecchio e quelli del nuovo. Per cui ben venga l'intima resistenza vintage racchiusa in quello sfogliare di pagine, in quel nobile e antico gesto ormai cromosomicamente dentro noi; e benvenga la tecno-intimità di un e-book che sa di freddo ma sa anche scaldarti non appena offre la definizione precisa di una parola che non conosci o la sua traduzione se stai leggendo un libro in lingua originale.

La silenziosa e incruenta guerra fra il vecchio che resta attuale e il nuovo tecnologico che non riesce ad annientarlo non dà pace, è senza fine, si alimenta e cresce e ha i suoi simboli. Come il cambio manuale delle vetture che rivaleggia, per la passione di chi insiste a preferirlo, con quello automatico; come l'orologio con le lancette che doveva morire e non è morto, anzi si è impreziosito, è diventato chic. Come le video cassette che nessuno nomina più perché nel mondo due punto zero fanno sfigato, perché è molto meglio il dvd recorder, meglio la chiavetta usb, però tutti le tengono in casa. E col cavolo che si buttano via i videoregistratori sempre utili per praticità e immediatezza a registrare qualcosa mentre si corre fuori e non si ha tempo per inserire e programmare chiavette o altro.Certo, poi l'immagine è meno nitida, meno delineata, anche i colori sono così così. Però è un festival di imperfezioni che sa tanto di gorgoglio della moka, del gracchiare della radio, dell'ingiallire di un libro. Viene persino un dubbio: che tutto questo resista perché in fondo sa di vita vera. Quella non touch screen. Quella solo touch.

Il peccato è un debito da estinguere

Stefano Zecchi - Lun, 23/07/2012 - 08:20

 

Non basta il senso di "colpa": nel libro contabile di Dio chi sbaglia deve pagare cara l’espiazione

 

La parola «peccato» viene usata comunemente con un ventaglio di significati che rimandano a un denominatore comune: l'infrazione della regola. Si commette qualcosa che non si doveva fare; oppure si pensa qualcosa che non si doveva pensare. Chi sa di aver peccato, chi è stato sanzionato perché doveva evitare una determinata azione, sviluppa dentro di sé quel sentimento che si chiama «colpa». Quando si prova un sentimento di colpa significa che si è generata in noi - e sta lavorando in noi - la coscienza morale. Per esempio, se rubo e so che questa azione è sbagliata, mi sentirò in colpa e sono cosciente che, se il mio furto verrà scoperto, dovrò pagare il prezzo del peccato commesso.Questo, in breve, è il percorso intorno al quale si consolida la struttura sociale di una comunità con le proprie regole di convivenza.

Il controllo delle trasgressioni può disporre dei mezzi più efficaci, ma se non c'è nel singolo la coscienza morale che comprenda l'errore, nessun sistema repressivo potrà portare al rispetto delle regole di convivenza.Dunque, da quando il genere umano si è organizzato nella vita comune - spontaneamente, per convenienza - il peccato, l'errore, la trasgressione sono principi costitutivi e fondanti della comunità. Si percepisce facilmente che di quei concetti e di altri ancora che indicano la deviazione da norme stabilite, il peccato rimanda in modo più o meno immediato alla sfera religiosa. La parola «peccato» ha una storia, e la sua storia all'interno del mondo giudaico-cristiano ci viene spiegata attraverso un'analisi dei testi biblici da un professore di teologia cattolica all'Università di Notre Dame, nell'Indiana: Gary A. Anderson. Il suo libro, Il peccato (edizioni liberilibri, pagg. 372, euro 19) non tocca le questioni appena accennate sull'origine di quel senso di colpa alla base della coscienza morale e, quindi, della costruzione della convivenza civile.

L'autore circoscrive il problema del significato del peccato, delle sue origini, delle cause e conseguenti forme di espiazione all'esegesi biblica, che viene affrontata con puntigliosa erudizione.Anderson non esita a sottolineare una profonda differenza dal modo in cui noi siamo soliti affrontare il rapporto tra peccato, senso di colpa e coscienza morale: egli afferma infatti che «nelle sezioni più antiche della Bibbia... la nozione di “peccato” possiede una certa “oggettività”. Il peccato non è una mera coscienza di colpa; implica che un “qualcosa” si realizzi in un luogo e s'imponga al peccatore».Il suo libro espone la seguente tesi fondamentale: c'è uno slittamento di senso del concetto di peccato dai testi più antichi della Bibbia ebraica a quelli del Nuovo Testamento, così come in tutta la letteratura rabbinica e nella cristianità aramaica. All'origine, il peccato è concepito come un peso che ogni individuo deve portare sulle proprie spalle; oppure viene usata un'altra metafora, quella della «macchia» indelebile sulle mani del peccatore.

Questo significato incomincia a modificarsi a partire dal Secondo Tempio e via via fino al II secolo a.C. per assumere definitivamente quello di «debito». La macchia rimarrà, ma il peso, nel libro contabile di Dio, nel registro celeste in cui vengono trascritte le azioni buone e cattive degli uomini, diventerà un «debito».Come chiaro esempio di questo slittamento di significato, Anderson ricorda le parole del Padre Nostro nella lingua greca originale: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Ma se il peccato è pensato come un debito, la virtù umana diventa un credito. Per esempio: la concezione ebraica dei «meriti dei padri», cioè l'idea che con le loro opere buone i progenitori d'Israele si sono guadagnati in cielo un tesoro talmente grande da poter lasciare un credito ai loro discendenti, i quali potranno utilizzarlo quando si troveranno in difficoltà nel render conto a Dio delle loro azioni.

Un concetto simile è sorto anche tra i cristiani: nella sua vita di obbedienza, Cristo ha potuto accumulare un enorme «tesoro di meriti», arricchito in seguito dai santi, a cui i buoni cristiani potranno attingere per garantirsi nell'eternità una vita beata.Il libro di Anderson si conclude con la ricostruzione delle tappe attraverso le quali l'atto meritevole del fare elemosina ai poveri è diventato uno strumento che hanno gli uomini per assicurarsi il perdono da parte di Dio per i peccati commessi. Ma noi sappiamo che proprio da questa idea di peccato come «debito», dalle opere buone come l'elemosina e dall'obbedienza nacquero le grandi controversie religiose, prima fra tutte quella della Riforma protestante che s'interrogò se si dovesse attribuire più alta considerazione alle opere umane piuttosto che alla fede.

E sempre da questa idea di peccato come «debito» oggi ci interroghiamo sul significato di «lavoro» e di «opera». Il peccato originale costrinse l'uomo a lavorare: questa è la condanna per il suo peccato, e come una condanna per secoli è stato considerato il lavoro, almeno fino al periodo delle grandi rivoluzioni sociali del XIX secolo, quando verrà celebrato come una conquista dell'umanità liberata dai dogmi giudaico-cristiani e dal dominio dell'economia capitalista. Nell'idea di «opera buona», almeno fino agli inizi del Medio Evo, veniva considerata l'elemosina ai poveri, l'obbedienza e la preghiera: atti necessari per ottenere il perdono e l'amore di Dio.Poi, soprattutto nel cristianesimo, s'incomincerà a considerare buona l'opera di coltivare la terra e far crescere i suoi frutti, e buone le opere di edificare, dipingere, fabbricare cose belle: la bellezza dell'arte diventerà così il più potente strumento dell'apologetica cristiana e l'occasione per redimere il peccato.

Hitchcock lo stalker: era ossessionato dall'attrice di "Uccelli"

Cinzia Romani - Lun, 23/07/2012 - 09:56

 

Il regista la spiava e le annusava la biancheria in camerino. In "the Girl" la storia di Tippi Hedren e del mago del thriller

 

Tempo galantuomo? Ma fateci il piacere. Prendiamo i tremori d'una veterana di Hollywood, l'ottantaduenne rifattissima Tippi Hedren, musa di Marnie e dello stracult Gli uccelli di Alfred Hitchcock, ora che Sienna Miller la rifà in The Girl. Nel telefilm Bbc (in onda dal 12 settembre), la bionda che fece impazzire il Mago del Brivido viene infilzata come una farfalla nel momento vintage in cui Hitch la perseguita per portarsela a letto.

«Mi eccita il fatto che Sienna interpreti me. È perfetta per il ruolo. Ma ho solo una riserva. Mi preoccupa, cioè, che il mio personaggio non risulti forte abbastanza, come ero e sono rimasta. Per combattere Hitchcock dovevo essere estremamente forte», va dicendo quella che è la mamma di Melanie Griffith. Il fatto è che Tippi, notata da Hitch nel 1961 in uno spot tv e subito presa per Gli uccelli (1963), dove fu strepitosa come fragile, nevrotica, bambinesca lestofante, a letto col famoso regista non ci andò mai. Non lo volle fare quel passaggio fondamentale, per cui un'attrice passa da generica a star. Miss Hedren, l'algido tormento ed estasi per l'obeso e forse bisessuale Alfred, rimase un diamante di purezza sui due set, che la trasformarono in icona. Eppure, il regista dal profilo inconfondibile, pappagorgia e aria sorniona, la spiava ovunque, ne ascoltava le conversazioni al telefono, ne annusava gli abiti in camerino e oggi, forse, lo denuncerebbero per stalking.

Perché le abitudini di Tippi cambiarono, a partire da quell'incontro fatale. «Dopo Marnie, Hitchcock mi disse che la mia carriera avrebbe fatto un balzo, se fossi andata con lui. Lo ammiravo tremendamente, per il suo grande talento e ancora lo ammiro. Però, il suo comportamento fuori dal set mi disturbava. Mi turbava il suo approccio sessuale con me», racconta al Daily Mail la botoxata, consulente di The Girl di Julian Jarold, che insiste sulla dominazione di Hitch e sul rapportaccio che «la ragazza» ebbe col suo méntore, pronto a lanciarla, per passare all'incasso in natura.Il tempo non è galantuomo, se mentre girano le foto di Sienna e di Toby Jones che impersona il regista ai tempi di The Birds, con l'uccello morto ai piedi di lei, la comparazione irrita. Basta notare con quale fiero distacco Miss Tippi, altera nell'egregio tubino di raso, guarda l'obiettivo e solleva con classe il gomito.

E poi soffermarsi su Sienna, identica posa con variazioni stile Settimana Enigmistica: il tubino c'è, lo chignon pure, ma manca la sprezzatura da diva. Al suo primo film dopo il parto della figlia Marlowe, Sienna tiene il corvo vicino a sé, lo guarda ammiccante: l'uccello non le fa paura, anzi. Eppure, quegli scatti promozionali, nel caso della musa di Hitch, funzionavano da monito: tu, regista famoso e corvo minaccioso, non mi avrai. Nonostante sia la tua ossessione, morirai senza avermi. Così fu: il regista londinese è morto nel 1980 e Tippi, che vive nel suo ranch in California, circondata dagli animali, ripensa alla performance della sua vita, rivelando che Hitch le stroncò la carriera. «Voleva possedermi completamente. Insieme avremmo potuto girare film meravigliosi, se non avesse distrutto tutto con la sua foia. Ero una ragazza altamente morale.

Non potevo sottomettermi a lui, non m'importava se mi rovinava la carriera», ha insistito lei alle Fairfield Halls di Croydon, durante lo show Hitch. I maligni pensano che dovrebbe tacere: il maestro del giallo si rivolse a lei, solo perché Grace Kelly non era disponibile. E che Hollywood sia alla frutta, si evince dall'altro biopic su Hitch, Hitchcock di Sasha Gervasi, con il somigliante Anthony Hopkins nei panni di lui, mentre gira la magnifica ossessione di Psycho. Scarlett Johansson rifà Janet Leigh, sul set alle prese con la gelosa signora Hitchcock (Helen Mirren), le docce gelate e le manie di James D'Arcy, che rifà Anthony Perkins quando faceva il malatone del motel. Tra sequel, remake e biopic autoreferenziali,la fabbrica dei sogni si sta seppellendo (vedi l'ultimo Batman funesto).

La Calabria è terra di banditi". Parola di Pasolini

Matteo Sacchi - Lun, 23/07/2012 - 09:38

 

Lo scrittore fece un viaggio a Cutro, scrivendo un duro reportage. Ne nacque uno scambio di missive sino a ora sconosciuto

 

Parole scomode da un viaggio scomodo. Una cronaca feroce dei mali del Sud Italia, che non fa sconti. La comprensibile rabbia di chi non vuol vedersi raccontare così. E lo scrittore che, per amor di verità decide di non scusarsi: «Se volete fare come gli struzzi, affar vostro».Ecco la vicenda quasi dimenticata che riemerge oggi grazie alla pubblicazione, sul Quotidiano della Calabria, di una lettera inedita di Pier Paolo Pasolini, datata 1 ottobre 1959.

Era indirizzata all'ufficiale sanitario del comune di Paola (Cosenza) Pasquale Nicolini. Era stato Nicolini a mandare per primo una missiva a Pasolini. Sulla rivista Successo era stato da poco pubblicato La lunga strada di sabbia, un reportage on the road compiuto da Pasolini a bordo di una Fiat 1100 lungo la costa calabrese. Parlando di Cutro (città nella quale anni dopo lo scrittore girò alcune scene del Vangelo secondo Matteo), Pasolini scriveva: «è veramente il paese dei banditi, come si vede in certi film western. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, dalla cultura del nostro mondo». Dopo l'uscita del reportage, Nicolini, «un medico - scrive il Quotidiano della Calabria - che considerava la sua professione una missione» inviò una lettera all'intellettuale per capire come mai il suo giudizio fosse così duro.Ecco la risposta sino ad oggi rimasta sconosciuta: «I banditi mi sono molto simpatici.

Quindi da parte mia non c'era la minima intenzione di offendere i calabresi e Cutro. Comunque, non so tirare pietosi veli sulla realtà: e anche se i banditi li avessi odiati non avrei potuto fare a meno di dire che Cutro è una zona pericolosa, ancora in parte fuori legge: tanto è vero che i calabresi stessi, della zona, consigliano di non passare per quelle famose “dune giallastre” durante la notte. Quanto alla miseria, non vedo perché ci sia da vergognarsene. Non è colpa vostra se siete poveri ma dei governi che si sono succeduti da secoli, fino a questo compreso. E quanto ai ladri, infine: non mi riferivo particolarmente alla Calabria, ma a tutto il sud. Sono stato derubato tre volte: a Catania, Taranto e Brindisi».E ancora: «Questi sono dati della vostra realtà... Mi dispiace dell'equivoco: non si tiene mai abbastanza conto del vostro complesso di inferiorità, della vostra psicologia patologica...

Tutto ciò è storicamente e socialmente giustificato. E io non vi consiglierei di cercare consolazioni in un passato idealizzato e definitivamente remoto: l'unico modo per consolarsi è lottare, e per lottare bisogna guardare in faccia la realtà». Ma a risentirsi non fu solo Nicolini. A rileggere le cronache del tempo si scopre che il comune di Cutro presentò querela alla Procura di Milano: «la reputazione, l'onore, il decoro, la dignità delle laboriose popolazioni di Cutro sono stati evidentemente e gravemente calpestati... le dune gialle, altro termine africano usato da Pasolini, sono punteggiate da centinaia di case linde, policrome, gaie... Cutro... guadagna il pane col sudore della propria fronte, e non scrivendo articoli diffamatori...». E le polemiche aumentarono d'intensità quando poi, proprio quell'anno, Pasolini vinse il premio Crotone (la giuria, composta tra gli altri da Bassani, Gadda, Moravia, Ugaretti e Repaci aveva assegnato il premio a Pasolini per il romanzo Una vita violenta). Insomma Pasolini, amandolo, vedeva il Sud com'era. Ma il Sud allora non aveva voglia di sentirselo dire. Oggi?

Non si trova il farmaco che salva i bambini leucemici: l'odissea dei genitori

Corriere della sera

 

Irreperibile il Purinethol, essenziale in tre fasi della terapia chemioterapica per la leucemia linfoblastica acuta

 

MILANO - Due denunce, un'interrogazione alla Regione Lazio, due interpellanze parlamentari e, adesso, l'allarme del Bambin Gesù. Eppure da due mesi a Roma - come in molte altre città d'Italia - scarseggia o addirittura non si trova il farmaco salvavita indispensabile per centinaia di bambini leucemici. Irreperibile il Purinethol, medicinale essenziale in tre delle quattro fasi della terapia chemioterapica utilizzata nei casi di leucemia linfoblastica acuta, la forma di tumore infantile maggiormente diffusa, che in Italia colpisce ogni anno tra i 350 e i 400 bambini con meno di quattordici anni. E molti genitori intraprendono da settimane viaggi della speranza fuori regione, telefonando a tutte le farmacie alla ricerca dell'ultima confezione disponibile.

L'ODISSEA DEI GENITORI - «Quando abbiamo iniziato a non trovare più il Purinethol ci siamo messi a telefonare alle farmacie di tutta Italia, un genitore ha scoperto che era disponibile in Basilicata e siamo andati là. Poi è terminato anche in Basilicata, giorni di panico fino a quando abbiamo saputo che se ne trovava ancora qualche confezione in Veneto. Poi è diventato irreperibile in tutto il Paese e allora ognuno si è messo a ricercare il contatto di qualche amico o lontano parente emigrato in Svizzera o in Germania». A raccontare l'odissea delle famiglie dei bambini leucemici è Gabriele Lanzuisi – padre di un bambino in cura all'ospedale Bambino Gesù – che in queste settimane ha cercato anche di sensibilizzare il mondo politico al problema. «Dopo le nostre denunce ci sono state un'interrogazione all'assemblea regionale del Lazio (presentata da Rifondazione Comunista) e due interpellanze parlamentari (firmate Idv e Pd), ma tutte e tre non hanno ancora ottenuto risposta».

IL MOTIVO DEI DISAGI - Il distributore del Purinethol per l'Italia era cambiato nel 2011, passando dall'azienda inglese Glaxo Smith Kline (Gsk) all'indiana Genopharma. Ma ancor prima che la multinazionale di Mumbay riuscisse ad avviare la distribuzione del farmaco le è stata revocata la licenza, sulla scia di un'analoga decisione presa dalle autorità francesi a causa del mancato rispetto delle leggi sulla corretta produzione dei medicinali. Il 6 giugno scorso, l'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha così nuovamente attribuito la distribuzione del farmaco alla Gsk. «Le giacenze a nostra disposizione erano però esaurite già a inizio maggio – spiega il responsabile comunicazione della multinazionale, Massimo Ascani –. Le procedure per la ripresa della distribuzione sono state immediatamente intraprese, ma serviranno ancora alcune settimane prima che l'azienda possa riprendere le consegne. Indicativamente sino all'inizio di agosto». Nel frattempo, come conferma una nota dell'Aifa, il Purinethol è da considerarsi «non reperibile sul territorio nazionale».

CONTROMISURE - Per cercare di porre rimedio alla situazione l'Aifa ha autorizzato «l'importazione straordinaria del medicinale da altri Paesi europei», ma solo per le farmacie ospedaliere, mentre nelle farmacie comunali e private il farmaco rimane irreperibile. In più l'Azienda Italiana del Farmaco annuncia che, in seguito a un accordo con la Glaxo Smith Kline, è stata attivata la pratica per importare «un lotto di Purinethol in confezionamento inglese che verrà gratuitamente distribuito alle strutture ospedaliere e alle Asl che ne faranno richiesta». Contromisure che – in attesa del ritorno alla regolarità – dovrebbero almeno evitare ai familiari dei pazienti snervanti viaggi della speranza e ordinazioni del farmaco dalla Svizzera, dove una confezione di Purinethol da 25 compresse viene venduta a 55 franchi, circa 46 euro, contro i 19,50 euro ai quali il farmaco era in vendita sui banchi delle farmacie italiane.

 

 

«Un farmaco salvavita essenziale»

 

Oltre l'80% dei bambini guarisce grazie alla chemioterapia, un altro 10% può essere salvato con un trapianto di staminali

 

MILANO - L'ospedale Bambin Gesù di Roma, con quasi 50 nuovi casi presi in cura ogni anno, è la maggior struttura italiana per quanto riguarda il trattamento della leucemia linfoblastica acuta. Si tratta della forma di tumore dell'età infantile maggiormente diffusa, che ogni anno colpisce tra i 350 e i 400 bambini al di sotto dei 14 anni di età in tutta Italia. A guidare il reparto di Oncoematologia pediatrica del Bambin Gesù è il primario Franco Locatelli, uno dei più stimati esperti del settore.

Professor Locatelli, qual è l'importanza del Purinethol nella cura della leucemia?
«La 6-mercaptopurina, che è il principio attivo contenuto nel farmaco Purinethol, è indispensabile in tre delle quattro fasi delle chemioterapia per i casi di leucemia linfoblastica acuta. Nella fase di induzione, nella quale si cerca di normalizzare le cellule leucemiche; in quella di consolidamento, per la sua capacità di inibire la riproduzione delle cellule malate, e nel mantenimento, una fase che può richiedere fino a 14 mesi di tempo e che la ricerca ha dimostrato essere importante almeno quanto le altre fasi della terapia. In più il Purinethol è utilizzato anche per contrastare altri tipi di linfoma, seppur meno frequenti».

Qual è l'incidenza della leucemia linfoblastica acuta?
«Si parla di un tipo di tumore che colpisce ogni anno in Italia tra i 350 e i 400 bambini sotto i quattordici anni di età, in termini di incidenza assoluta significa che se ne verificano 35-40 casi ogni milione di bambini. La cosa più importante da sapere è che oggi grazie al progresso delle terapie da questa forma tumorale si può guarire: i dati confermano che oltre l'80% dei pazienti guarisce grazie alla chemioterapia, mentre un altro 10% può essere salvato con un trapianto di cellule staminali».

Il Purinethol può essere sostituito da altri farmaci?
«Esiste un farmaco analogo che è la 6-thioguanina, ma si tratta di una sostituzione che è meglio non dover attuare e comporta alcuni problemi. Per ora, fortunatamente, le scorte ospedaliere del Bambin Gesù sono state sufficienti per far fronte alle necessità dei bambini ricoverati».

In quanto tempo potrebbero esaurirsi?
«Mi auguro di non dover mai fare un calcolo come questo. Il Purinethol è un farmaco salvavita essenziale ed è assolutamente auspicabile che continui a essere disponibile per le strutture ospedaliere e che le famiglie di questi bambini siano garantite e rassicurate. La mia presa di posizione come oncologo pediatra è quella di richiedere che questo farmaco rimanga in completa disponibilità per tutti i bambini che ne hanno bisogno: il governo e l'azienda distributrice devono fare tutto ciò che è nelle loro possibilità per ristabilirne la distribuzione».

 

Andrea Legni

23 luglio 2012 | 10:03

Manifesto funebre alla sede del Milan «È mancato all'affetto dei suoi cari»

Corriere della sera

 

Ironia dei tifosi rossoneri in via Turati: scritta listata a lutto, fiori e lumini per contestare la società

 

Un manifesto funebre con la scritta «È mancato all'affetto dei suoi cari A.C. Milan», con tanto di fiori (con ancora il prezzo attaccato e in bella vista, a dimostrare che qualcuno ancora spende) e lumini, è stato esposto questa mattina davanti alla sede del club rossonero in via Turati, nel centro di Milano.

LE PROMESSE - Il cartello, listato realmente a lutto, portava due date: 1899, anno di fondazione della società, e 2012, anno della doppia cessione Ibrahimovic-Thiago Silva al Paris Saint Germain. Una doppia vendita che non è andata giù ai tifosi rossoneri dopo le garanzie ricevute a maggio («Ibra resterà con noi al 100 per cento» e «Berlusconi mi ha

L'altarino con i fiori (da Twitter)L'altarino con i fiori (da Twitter)

promesso: Ibra e Thiago non si muovono dal Milan») e a giugno («Ha vinto il cuore e non la ragione. Non venderemo nessuno, resterà anche Ibra»), nonché dopo il rinnovo milionario a Thiago Silva. Sotto l'annuncio funebre si leggeva un elenco di una quarantina di nomi (leggi le firme), presumibilmente gli autori del gesto. Sul marciapiede, accanto al manifesto, sono stati posizionati tre mazzi di fiori di plastica, lumini bianchi e rossi. L'altarino è stato rimosso dopo qualche minuto.

Il 'lutto' in via Turati merita anche una foto ricordo (da Twitter)Il 'lutto' in via Turati merita anche una foto ricordo (da Twitter)

LE CONTESTAZIONI - Il doppio addio - all'attaccante e al difensore - non è andato giù ai tifosi del Milan (a quello comune più che agli ultras, con Curva Sud Milano rimasta stranamente silenziosa), che sono arrivati anche a minacciare una class action non tanto per le cessioni, quanto per essersi sentiti sfruttati per la campagna abbonamenti. Sabato il Milan si è detto pronto a rimborsare l'abbonamento a chi non dovesse sentirsi soddisfatto del mercato rossonero. Intanto non sono ancora disponibili sul sito ufficiale i dati degli abbonati, ma sono circa 10.000: la vendita libera è scattata il 4 luglio, mentre un mese prima era iniziata la campagna dei rinnovi per i vecchi abbonati.

 

 

Maria Strada

22 luglio 2012 | 17:46

Niente ordini da una donna Facchino musulmano si licenzia

Corriere della sera

 

Il dipendente dell'hotel Danieli di Venezia è stato riassunto: gli incarichi gli verranno comunicati da un uomo

 

Cattura

VENEZIA - Un facchino musulmano di un hotel di Venezia si dimette non sopportando di prendere ordini da una donna: gli salvano il posto affiancandogli un maschio. Protagonista della vicenda un egiziano dipendente del Danieli che si era licenziato per non subire «l'onta» di ricevere disposizioni da una governante.

L'uomo aveva quindi lasciato il celebre hotel ma non trovando un altro lavoro si è ripresentato alla direzione che tenendo in grande considerazione il lavoro dell'extracomunitario lo ha riassunto garantendogli che nei suoi turni si troverà a fianco, oltre alla donna, un collega maschio che gli comunicherà gli incarichi. La «mediazione», come indica Il Gazzettino, è andata a buon fine e l'uomo è tornato regolarmente al suo lavoro. (Ansa)

Nudo in spiaggia "non riservata", multa di 1200 euro

La Stampa

 

Il nudista può essere multato se la spiaggia non è riservata ai bagnanti "in costume adamitico". Secondo la Cassazione (sentenza 28990/12) «si deve escludere che la nudità integrale, a causa dell’evolversi del comune sentimento, non sia più idonea a provocare turbamento nella comunità attuale». I bagnanti senza costume sono ammessi solo «nella particolare situazione di campi di nudisti, riservata a soggetti consenzienti, ma non in luoghi pubblici o esposti al pubblico». Così, un quarantenne è stato multato per 1200 per aver preso il sole nudo su una spiaggia frequentata da numerosi bagnanti a Taormina.

In spiaggia erano presenti altri nudisti fuggiti all’arrivo dei carabinieri. L'uomo, invece, è rimasto, perchè quel tratto di spiaggia, anche se non recintato, era «notoriamente frequentato da numerosi anni dai nudisti». Secondo la Suprema Corte, «la spiaggia era frequentata, in maggioranza da bagnanti, adulti e minori, indossanti il costume, mentre i nudisti erano in numero estremamente ridotto e sparso, sicchè tali caratteristiche, unitamente al carattere pubblico dello spazio e alla sua non delimitazione, dovevano rendere evidente all’imputato la consapevolezza del proprio anomalo comportamento».

Il pugnale sacro che fa litigare Italia e sikh

La Stampa

"E' un’arma, impossibile riconoscere la loro religione"


Il pugnale Kirpan

FLAVIA AMABILE
roma

E’ un pericolo andare in giro con un coltellino da boyscout o con una delle piccole lame multiuso svizzere? Per il ministero dell’Interno in caso di questioni di culto si tratta di armi improprie e per questo ha negato ai sikh in Italia il riconoscimento della loro religione. La vicenda va avanti dal 2005, l’ultimo rifiuto è arrivato a maggio ed è stata una delusione cocente. Harwant Singh, il loro presidente in Italia lo ammette. «Siamo tristi. Per carità, rispettiamo sempre l’Italia e le sue leggi, ma ci aspettavamo qualcosa dopo tutti questi anni di onesto lavoro svolto in questo Paese». Il deputato del Pd Andrea Sarubbi che segue la vicenda si dice «stupito»: «Mi sorprende che si neghi la personalità giuridica ad una comunità che è un simbolo di integrazione. Sono le colonne della produzione di parmigiano reggiano, tanto per fare un esempio».
I primi sikh sono arrivati in Italia negli Anni 80. Hanno scelto alcune zone del Nord e del Lazio, si sono rimboccati le maniche e hanno lavorato come sanno fare loro: testa bassa, nessun lamento, contenti di avere un’occupazione e di poter a poco a poco comprare casa, creare famiglie in tutto e per tutto italiane. Oggi sono 60 mila. «Pensiamo di abitare qui e di viverci per sempre aggiunge Harwant Singh -. Abbiamo sempre obbedito alle regole, siamo una comunità tranquilla, ma vorremmo che anche gli altri rispettassero la nostra religione». Già, la religione. Oggi in Italia non esiste, è un’associazione come tante, pur essendo antichissima. Ai fedeli chiede alcuni obblighi da rispettare: i maschi non devono tagliarsi i capelli a partire dalla loro maggiore età e devono coprirli con un turbante. Altri simboli sono il pettine in segno di pulizia, i pantaloni, il bracciale d’acciaio e proprio il pugnale della discordia che loro chiamano kirpan.
In passato anche il turbante ha creato problemi. Nel 1995 il ministero dell’Interno ne ha autorizzato l’uso nelle foto delle carte d’identità e nel 2000 ha precisato che l’importante è lasciare il volto scoperto come per il chador. Anche se a volte ancora si verificano alcuni problemi in aeroporto la questione è chiarita. Sul pugnale invece nulla da fare. Di fronte al primo rifiuto del Viminale. Il Consiglio di Stato ha confermato: il kirpan è illegale. Era il giugno 2010. Ad agosto 2011 i sikh sono tornati alla carica, obiettando che il pugnale viene indossato sotto una cintura, quindi non è estraibile. E poi che la loro religione non prevede lunghezze particolari e può essere inferiore ai 4 centimetri in modo da non rientrare fra le armi da taglio. A maggio l’ennesimo rifiuto del Viminale ha chiuso la questione dal punto di vista del ministero.

«Ora dobbiamo valutare come procedere ma andremo avanti – assicura Harwant Singh –. Possiamo fare ricorso al Tar entro 60 giorni o proporre un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica entro 120 giorni». Prima di decidere il presidente dei Sikh in Italia incontrerà ancora esponenti del governo per tentare di capire se esistono margini per un parere diverso. «Per noi è importante.– spiega –. In tanti ci confondono con i talebani. Dobbiamo far capire di essere completamente diversi. Ma vogliamo anche che si rispetti la nostra religione in tutti i suoi aspetti». Come spiega Andrea Sarubbi: «Una società interculturale deve affrontare la dimensione delle fedi. Sono sfide complicate ma non possono essere eluse o annullate. Esistono e richiedono soluzioni».

Chiuso il canile della Brambilla: "Non risponde ai requisiti di legge"

La Stampa

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Il Comune di Lecco ha stabilito che la struttura municipale, da dieci anni in gestione dall'associazione dell'ex ministro, non potrà più accogliere i 150 cani attualmente ospitati

 

Michela Brambilla

 

TORINO

Un boccone amaro da digerire. Una vera beffa per chi, soprattutto nell'ultimo periodo, si erge come paladina dei diritti degli animali.
Michela Brambilla si è vista chiudere il canile municipale di Lecco gestito, negli ultimi dieci anni, dalla sua associazione Leida (Lega italiana per la difesa degli animali). Il motivo? Troppo vecchio, angusto e insicuro. «La struttura del canile - scrive il Comune - è molto vecchia e non risponde più ai requisiti di legge. L'amministrazione non è in grado di porre mano alla ristrutturazione dell'attuale edificio, né ha a disposizione aree dove poter edificare un nuovo canile rifugio». Uno smacco per l'ex ministro del Turismo animalista, rappresentante della Federazione italiana associazioni diritti animali e ambiente, e reduce dalla battaglia per la chiusura di Green Hill e fresca firmataria dell'accordo con Trenitalia per l'accesso dei quattrozampe sui treni ad alta velocità. Lo stop del Comune detta anche i tempi: la gestione della Leida andrà avanti sino al 30 novembre prossimo, data entro la quale tutti e 150 i cani dovranno trovare una nuova sistemazione.

Visite del medico di famiglia a tutte le ore

La Stampa

 

Balduzzi prepara la riforma dei camici bianchi. Tariffe fisse e un freno ai furbetti della parcella

 

Servizio 24 ore e medici pagati diversamente a seconda della complessità clinica degli interventi nelle intenzioni del governo dovrebbero aiutare a decongestionare i pronto soccorso

 

PAOLO RUSSO

roma

 

Studi dei medici di famiglia aperti per 24 ore e sette giorni su sette, libera professione dei camici bianchi ospedalieri sotto più stretto controllo delle Asl per evitare abusi e fenomeni di elusione fiscale. E poi stop alla corsa alle cause sanitarie facili, possibili solo per i casi di colpa grave o dolo. È una mini-riforma sanitaria quella contenuta nel “decretone Balduzzi”, che il titolare della salute è pronto a presentare all’ultimo consiglio dei ministri di agosto o, al più tardi, al primo dopo la pausa estiva. La novità più importante per gli assistiti è sicuramente quella che riguarda i medici di famiglia. I dottori dovranno “obbligatoriamente” aggregarsi intima il decreto. In pratica medici di famiglia, pediatri e specialisti ambulatoriali dovranno smettere di lavorare in proprio e associarsi per garantire studi aperti 24 ore al giorno, sette giorni su sette.

Una vera e propria rivoluzione rispetto all’attuale convenzione dei medici di medicina generale, che molto generosamente si limita ad indicare un orario minimo di apertura degli studi medici di sole 16 ore settimanali. Lavorando in equipe, i dottori dovrebbero ora invece rispondere sempre “presente” alle nostre chiamate ed evitare così quelle spesso inutili corse ai pronto soccorsi. Resta la libera scelta del medico da parte del cittadino, che avrà anzi più libertà di cambiare dottore. I medici di famiglia non saranno poi più compensati solo con una quota fissa per ciascun assistito ma anche con una parte variabile in funzione della complessità clinica dei casi trattati. Almeno sulla carta si dovrebbe così limitare il rinvio al medico specialista ai casi realmente necessari.

Riguardo l’attività dei medici convenzionati il provvedimento fa infine riferimento ai Lea, i livelli essenziali di assistenza che, con un altro provvedimento ad hoc, lo stesso Balduzzi è in procinto a mettere in cura dimagrante. Almeno per quel che riguarda gli accertamenti diagnostici giudicati “inappropriati”. La Tac per un semplice mal di testa per intenderci. Anche se nella nuova lista dovrebbero entrare nuove cure per le malattie rare e l’epidurale per il parto indolore. Novità in vista anche per le visite private dei medici ospedalieri. Un emendamento appena approvato al “milleproroghe” ha esteso fino al 31 dicembre prossimo la proroga di visitare “a studio” o in clinica in assenza di spazi adeguati nelle strutture pubbliche. Poi, però, con il decretone cambieranno le regole.

Le Regioni potranno continuare ad autorizzare l’attività negli studi privati ma a diverse condizioni. Prima di tutto gli studi dovranno lavorare “in rete” con le Asl, che potranno così controllare se il medico lavora più privatamente che in ospedale. Poi vengono fissate tariffe minime e massime per ciascuna prestazione. Questo per evitare il “caro-visita” recentemente rilevato dal Censis. Poi niente pagamenti in cash ma solo moneta elettronica e assegni da intestare alla Asl anziché al medico. Un modo per frenare il fenomeno dell’elusione fiscale. Vizietto tutt’altro che raro tra i camici bianchi visto che, dati dell’Agenzia delle Entrate alla mano, il 40% dei medici pubblici che visitano privatamente non emette fattura ed intasca anche la quota (minima) spettante alla Asl.

Nonostante i paletti il decreto viene giudicato «in gran parte condivisibile» da Costantino Troise, segretario nazionale dell’Anaao, il più rappresentativo sindacato dei medici ospedalieri. Che però mette in guardia dall’“obolo” del 5% sulla parcella a carico dell’assistito per finanziare la riduzione delle liste d’attesa. «Un prelievo che potrebbe rendere la libera professione meno interessante e competitiva», commenta Troise. Con il decretone sarà infine più difficile portare medici e Asl in tribunale. I ricorsi potranno essere presentati solo per colpa grave o dolo, mentre un Fondo di solidarietà a costo zero coprirà i maxi-risarcimenti e le categorie più esposte. Le assicurazioni potranno infine dare disdetta solo ad avvenuto risarcimento. Obiettivo delle norme: porre un freno all’escalation delle cause sanitarie che al 98,8% finiscono con l’archiviazione ma che spingono i medici sulla “difensiva”, prescrivendo anche quel che non serve. Uno spreco valutato ben 10 miliardi di euro l’anno.

Dieci grandi città a rischio crac

La Stampa

 

In cima alla "lista nera" i capoluoghi di Campania e Sicilia. Boom di commissariamenti negli ultimi due anni

 

Il Palazzo Rosso, municipio di Alessandria. Solo poche settimane fa, il sindaco ha gettato la spugna per il debito di 100 milioni

 

paolo baroni

roma

 

Ci sono dieci grandi città italiane con più di 50 mila abitanti che sono ad un passo dal crac. Napoli e Palermo in cima alla «lista nera», anche se da settimane una task force a Palazzo Chigi sta facendo di tutto per evitare il peggio. Poi Reggio Calabria, finita in rosso già nel 2007-2008 ed ora oggetto di un’inchiesta della magistratura. E poi tante altre amministrazioni, grandi e meno grandi (come Milazzo), magari fino ad oggi virtuose, potrebbero essere costrette a chiedere il «dissesto», che significa scioglimento della consiglio, entrata in campo della Corte dei Conti e commissario prefettizio. L’ultimo colpo, o se vogliamo il colpo di grazia, sta infatti per arrivare: è una norma inserita nel decreto sulla spending review che nelle pieghe delle nuove regole che impongono l’«armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio» impone di svalutare del 25% i residui attivi accumulati sino ad oggi. Si tratta di entrate contabilizzate ma non ancora incassate, come possono essere i proventi delle multe e le tassa sui rifiuti. Cifre importanti, che servono a «fare» il bilancio di un ente che spesso, per prassi, gonfia queste voci pur sapendo di non riuscire a poter incassare il 100% degli importi messi a bilancio. Incassi spesso molto dubbi insomma, che ora non possono più servire a far quadrare i conti.

«A rischio sono almeno una decina di grandi città» confidano i tecnici del governo che stanno monitorando la situazione. «La situazione sta diventando ogni giorno più difficile», conferma il presidente dell’Anci Graziano Del Rio. Che punta il dito contro l’ennesimo taglio dei trasferimenti, contro le misure introdotte dalla spending review, e che rilancia l’allarme di tanti colleghi sindaci. «Tagliando di colpo i residui attivi è chiaro che i bilanci non quadrano più». Di per sè il principio, argomenta Del Rio, non sarebbe nemmeno sbagliato, «ma serve più gradualità per dare tempo ai sindaci che hanno utilizzato questa modalità di adattarsi. Perché altrimenti anche Comuni virtuosi, come ad esempio Salerno, a questo punto sono a rischio». In base ai dati a disposizione del Viminale il fenomeno dei Comuni che hanno dichiarato il dissesto negli ultimi due anni è letteralmente esploso: da 1-2 casi all’anno si è passati a circa 25, comprese anche amministrazioni del Centro-Nord dove questo tipo di fenomeno fino a ieri era sconosciuto.

Eclatante il caso di Alessandria, il cui sindaco solo poche settimane fa, ha gettato la spugna sotto il peso di 100 milioni di euro di debiti. Stessa sorte in precedenza era toccata a Comuni più piccoli come Riomaggiore (Sp), Castiglion Fiorentino e Barni in provincia di Como. C’è un problema di tenuta dei bilanci e ce n’è uno ancora più forte di cassa. Che spesso il sindaco di turno si trova vuota. Perché la centralizzazione della Tesoreria decisa di recente ha sì fatto affluire alla cassa nazionale qualcosa come 9 miliardi di liquidità aggiuntiva ma, al tempo stesso, ha reso più complicato da parte degli enti poter beneficiare di anticipazioni da parte del sistema bancario. Prima col proprio tesoriere municipale ogni sindaco poteva contrattare e in casi di emergenza otteneva liquidità praticamente anche gratis, ora se si rivolge ad una banca deve certamente pagare gli interessi. Ammesso che il prestito riesca ad ottenerlo. A tutto ciò occorre poi aggiungere gli ennesimi tagli ai trasferimenti imposti dalla spending review: 500 milioni già entro fine 2012 e 1 miliardo all’anno dal 2013.

«A 4 mesi dalla chiusura dei bilanci 2012 - spiega Del Rio - anche i 500 milioni di tagli ai trasferimenti previsti per quest’anno sono molto pesanti. Rappresentano una quota molto importante dei nostri bilanci e cancellarli così di colpo non solo crea altri problemi di cassa ma sconvolge anche gli obiettivi del patto di stabilità». Per questo l’associazione dei Comuni, che domani tornerà a manifestare a Roma contro i nuovi tagli, manda a Monti un messaggio preciso: «Attenzione a forzare la mano, perché avanti di questo passo il giorno in cui comuni come Milano, Napoli e Torino usciranno dal patto di stabilità basterà questo solo gesto a scassare i conti dell’intero Stato». Conclude Del Rio: «Siamo disponibili a ragionare, ma le cose vanno fatte con criterio. E soprattutto bisogna tenere conto che come Comuni negli ultimi anni abbiamo già dato 22 miliardi di euro».


twitter @paoloxbaroni

La truffa delle unioni civili Una gabbia senza garanzie

Annamaria Bernardini de Pace - Lun, 23/07/2012 - 08:14

 

Così le coppie cedono la loro libertà di non sposarsi in cambio di qualche beneficio amministrativo. Senza però assumersi le responsabilità dei coniugi

 

Le unioni civili, gay ed etero, non costituiscono una questione di destra e neppure di sinistra. Il fatto che l'uno e l'altro schieramento se ne approprino, per strumentalizzare l'avanguardismo o il conservatorismo, è solo prova della malafede con la quale i politici affrontano qualsiasi tema che possa aggregare consensi o dissensi. Per fare numeri e fare parlare di sé.In realtà quello delle unioni civili è un problema non problema, artefatto e in buona parte sintomo di ignoranza.Dunque.

Ogni cittadino ha diritti individuali e diritti riconosciuti. La Costituzione lo tutela sia come singolo, sia quale componente di una creazione sociale o familiare. E dice anche che la famiglia è riconosciuta in quanto fondata sul matrimonio e che il matrimonio è costruito sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.A questo punto varie domande si impongono: perché, se la famiglia è riconosciuta in quanto fondata sul matrimonio, si discute sempre delle famiglie non «matrimoniate», pretendendosi che abbiano gli stessi diritti di quelle segnate dal vincolo coniugale? È un non senso e un controsenso: il matrimonio è imperniato sulla libera volontà delle parti di assumerne doveri e diritti. Libera volontà espressa in forma solenne e sempre revocabile.Perché una ipotesi di legge, quali lo sono state le ineffabili Pacs, Dico, e Didore, dovrebbe sostituire il consenso personale e far trovare all'improvviso semisposate coppie solo conviventi in forza della precisa scelta di libertà di non sposarsi? O, peggio, fare trovare a sua insaputa sposato quello dei due che non ne aveva alcuna intenzione? O c'è, il matrimonio, o non c'è.

E se c'è, deve contare solo la volontà libera e incondizionata di chi se ne assume le responsabilità. Non la volontà populistica dei tribuni pseudoprogressisti.Di conseguenza anche queste manfrine delle unioni civili costituiscono un inganno: agli ideali, alla Costituzione, al convivente speranzoso di essere un giorno praticamente sposato all'altro, senza nessuna fatica. Le unioni civili sono la trappola della libertà, in cambio di qualche misero beneficio amministrativo. Hanno poco da raccontare, quelli che pensano di superare le discriminazioni istituendo il registro: così facendo discriminano tra coppie che si sposano, con la volontà e l'impegno di farlo, e coppie che non assumono le responsabilità del matrimonio, ma ne acquisiscono le tutele assistenzialiste. Per di più con l'ipocrisia pesante e risonante di fare di tutta l'erba fascio: etero e gay così saranno contenti. Se, invece, gli omosessuali hanno dignità, come sono certa, devono rifiutarsi di iscriversi a qualsiasi registro, perché questo è un contentino che li discrimina ancora di più, pur se da molti viene loro proposto come il regalone politico.

Ricordiamo, intanto, che esiste il matrimonio cattolico come quello laico e che il Concordato ha fissato le regole perché le nozze in Chiesa abbiano effetti civili nello Stato italiano. Il matrimonio civile ha pertanto natura e obbiettivi diversi, è un'altra cosa e riguarda solo lo Stato italiano. Con tutto il rispetto verso il matrimonio-sacramento, non si può dimenticare che il nostro Stato è laico e deve affrontare il matrimonio omosessuale in termini del tutto avulsi dal contesto e dal pensiero religiosi. Per i laici il matrimonio è una sorta di convenzione, che l'individuo sceglie per organizzare la famiglia; nel potere di autodeterminazione, può anche decidere di costruirla senza regole, nell'unione di fatto.

Ma l'individuo omoaffettivo non ha la scelta alternativa, non può decidere di sposarsi per formare la sua personalità nel contesto di vincoli e opportunità, che invece hanno gli etero: parentela, riserve ereditarie, pensione di reversibilità, tanto per richiamare la base solidaristica del matrimonio. Già tante sentenze hanno detto che la legge matrimoniale, del 1942, dovrebbe adeguarsi alla Costituzione, del 1948, rendendo attuale il matrimonio anche agli omosessuali. Senza del quale continuano a essere ingiustamente discriminati: perché c'è confusione tra nozze civili e canoniche; perché non c'è scritto nella Costituzione che i coniugi non possano essere dello stesso sesso, perché il matrimonio laico non obbliga alla procreazione; perché l'intento solidaristico non può vietarsi a chicchessia, se ha i presupposti per sposarsi, tra i quali non è previsto il sesso. Sono perciò ridicoli i registri per regolarizzare (??) le unioni civili, quasi sia per dare una possibilità agli omosessuali.

Le famiglie omoaffettive, invece, non devono coltivare questa speranza, perché hanno diritto al diritto di sposarsi. Una seconda scelta è patetica e irrispettosa degli inviolabili diritti di uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla condizione personale e, cioè, anche dall'orientamento sessuale, che è un modo di porsi individuale, «una possibile variante del comportamento umano» (Oms, 1994). La Costituzione, per chi è in buona fede, è chiara e non richiede di istituire registri per aggirare i problemi irrisolti. Se gli studiosi del diritto negano la possibilità del matrimonio omosessuale, non resta che integrare la Costituzione e poi ricorrere al referendum confermativo sul tema, così da bypassare, una volta per tutte, politici vili, ignoranti e manipolatori.

Vendola, l'eterno incolpevole

Giancarlo Perna - Lun, 23/07/2012 - 08:54

 

Il governatore è indagato per la Sanitopoli pugliese tra mazzette, sprechi ed escort. Ma fa finta di niente

 

Su Nichi Vendola, oggi potente governatore di Puglia, nessuno avrebbe scommesso un soldo. Le premesse esistenziali erano contro di lui. Da ragazzetto si sentiva gay ma i baldi contadinotti di Terlizzi (Bari), in cui era nato e viveva, erano machisti al cubo e se lo avessero sospettato gli avrebbero rotto le ossa. Di qui, silenzi e timori. In famiglia, inoltre, fu allevato nel culto del comunismo, una cosa antimoderna che era d'ostacolo a chi voleva fare una bella carriera. Il piccolo Nicola fu chiamato Niki in omaggio a Nikita Kruscev, ingentilito in Nichi per non farlo sentire fuori posto a scuola e all'oratorio. Sì, perché l'altra influenza fondamentale del vendolino fanciullo furono i preti.

Possiamo dunque immaginare la sua vita: scuola, Casa del popolo, parrocchia e lunghe passeggiate solitarie rimuginando sulla sua inclinazione proibita. Insomma, un'adolescenza leopardiana che preannunciava un futuro da impiegatuccio.Quale contrasto tra quell'ingannevole presagio e l'attuale gloria di Nichi!Governatore per la seconda volta, Vendola è il rais della Regione, a capo di un sistema di potere tra i più capillari. Ha inoltre una ribalta nazionale come presidente del partito fabbricato a sua immagine: il Sel, acronimo di Sinistra Ecologia Libertà. Infine, ma più indicativo di tutto, Vendola è al vertice di una struttura che ha come unico referente se stesso: «La Fabbrica di Nichi», una milizia personale costituita da migliaia di volontari. È distribuita in 604 unità sparse per il mondo. Sono spazi fisici - locali, case, sale - e virtuali (siti internet) da cui i miliziani divulgano il verbo vendoliano - cioè il nulla - con passione e competenza.

Basta consultare internet per vederne la dislocazione sull'orbe terracqueo, dall'Oceania alle Americhe. Poiché Nichi definisce La Fabbrica «cantiere per un'Italia migliore» potete farvi un'idea del suo narcisismo.Prima delle vette attuali, Vendola era un peone di Montecitorio. Dopo una gioventù nel Pci, arrabbiato perché aveva cambiato nome e ripudiato falce e martello, entrò nella cerchia di Rifondazione di Fausto Bertinotti e, nel 1992, alla Camera. Dopo quattro legislature, era essenzialmente noto per portare un grazioso anellino all'orecchio, parlare come se avesse una zeppola tra i denti e improvvisare torrentizi discorsi sulle lotte contadine nel Tavoliere e sul rischio estinzione dei tucani.

È con la candidatura a governatore che Nichi ha dimostrato all'inclito e al volgo di godere di una popolarità personale che gli ha permesso di dettare lui le condizioni al Pd, di avere una barca di elettori, valere da solo quanto un partito e suscitare amori alla Berlusconi. «Tra me e i pugliesi - dice Nichi - c'è un rapporto prepolitico. Nonne e madri mi fermano. I bambini mi mandano lettere con consigli». Al pollice porta una vera (troppo larga per l'anulare) regalo di un pescatore il giorno in cui fu eletto governatore. «Avevo giurato che se vincevi ti davo la cosa più cara: la fede di mia madre», gli disse il vecchio. «Simboleggia il mio matrimonio col popolo», dice Nichi estatico, senza minimamente percepire quanto grondi retorica peronista.Dopo otto anni di governo, la macchia più nota del vendolismo in Puglia è lo scandalo ospedaliero. Le solite cose: mazzette, sprechi, raccomandazioni, escort.

La magistratura incriminò prima l'assessore Pd alla Sanità, Nicola Tedesco, poi il vice di Nichi, il dalemiano, Sandro Frisullo. In un pugno di giorni fu la catastrofe. Tedesco disse che Vendola sapeva e aveva avallato. Nichi, invece, voltò le spalle a tutti e disse di sé: «Io non sarò mai indagato perché mi conosco bene». Si percepisce, infatti, come l'incolpevole per antonomasia. Lui fa politica per spirito di servizio, in favore del popolo, in nome della legge, per il progresso del mondo e il trionfo dei buoni sentimenti. Non lo sfiora l'idea che, da capo della Giunta, la responsabilità politica sia sua. È andata a finire che quest'anno a Nichi sono arrivati due avvisi di garanzia. Uno per peculato e falso a proposito di una transazione di 45 milioni. Un altro per abuso di ufficio: avrebbe favorito un medico amico in un concorso per primario ospedaliero. Il pm che indaga, Desirèe Degeronimo, che Nichi detesta, convocata in Senato per parlare della situazione pugliese, ha detto senza peli sulla lingua: «Con Vendola al potere, nella Regione non c'è più spazio per la legalità».

Un epitaffio al vetriolo.Tralascio i dobloni che finiscono nelle tasche della casta pugliese. Nichi porta a casa 14.595 euro, il doppio dei governatori dell'Emilia o Toscana. Incamera inoltre un assegno di 2.282 euro per «mantenere i rapporti con gli elettori». Idem, i 70 consiglieri regionali. Un altro capitolo sono i rifiuti. Nichi è un ecologista fanatico. Niente termovalorizzatori, nessuna nuova discarica, smaltimento «naturale». Conclusione: la Puglia è una pattumiera a cielo aperto. Secondo Legambiente, il sessanta per cento delle cavità naturali (le celebri grotte pugliesi) è ricettacolo di rifiuti: auto, rottami, inquinanti. Quest'anno è però successo qualcosa che gli va riconosciuto. Accerchiato dai liquami, Nichi ha preso atto della realtà e dato il benestare per aprire un inceneritore a Conversano. E ora, l'ecologismo che ha sempre cavalcato, gli si è rivoltato contro. Un gesto illuminato il suo.I Vendola non navigavano nell'oro. Il babbo era impiegato delle Poste, con moglie e quattro figli a carico.

Già sappiamo che era comunista, ma ai tempi di Mussolini era stato fascista. La famiglia era anche praticante. La sera, quando il babbo andava a rimboccargli le coperte, chiedeva al figlio: «Hai detto le preghiere?». Il governatore ha tuttora la Bibbia sul comodino.Nichi fece outing a vent'anni nel 1978. I primi cui confessò l'inclinazione, furono i genitori. Li annichilì. «Dichiararmi gay - ha raccontato - fu per me un massacro. All'epoca, molti pensavano che per i gay bisognasse chiamare il medico». Ma, ha aggiunto, intenerito di sé, «non so mentire. Avevo scoperto l'amore e viverlo come una colpa mi sembrava una bestemmia contro Dio». Non è chiaro come la prese il padre. Nichi ha spesso sostenuto che capì e gli volle più bene di prima. Ma in un'intervista del 1986, la prima sul tema, fece ammissioni agghiaccianti. «Mio padre - rivelò - uomo magnifico, dolce, andava a fare spedizioni per picchiare i “froci”. Una volta mi ha detto: se ti ammazzassi, noi tutti potremmo riacquistare una dignità. Per lui gli omosessuali erano solo turpi individui che adescavano i bambini nei giardinetti».Da otto anni, Nichi, 54 anni, vive more uxorio con Eddy Testa, 34, italo-canadese. Ed, che lavora nella Fabbrica di Nichi, è definito un «creativo», cioè artista eclettico. Il giorno del suo cinquantesimo compleanno, il giovane regalò al compagno un orecchino di brillanti da alternare al solito cerchietto, portando una ventata di aria nuova nel look di Nichi, uomo di cui potremmo ancora parlare a lungo. Ma, per vostra fortuna, lo spazio è tiranno.