martedì 24 luglio 2012

Farmacie napoletane in crisi assalto dei cinesi: vogliono comprarle

Il Mattino
di Marisa La Penna


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NAPOLI - La razione quotidiana è di tre cappuccini e cinquanta sigarette. Michele Di Iorio, leader di Federfarma, al quinto giorno di sciopero della fame per il ritardato pagamento, da parte della Regione, di oltre dieci mensilità ai farmacisti di Napoli e provincia, fuma una sigaretta dietro l’altra. È pallido, la bilancia dice che ha perso due chili e mezzo dall’inizio della protesta.

Ma il suo carattere indomito lo induce a minimizzare. «Sto bene, resisterò», dice anticipando la volontà di digiunare per complessivi nove giorni, una decisione alla quale si è associato il presidente dell’Ordine, Vincenzo Santagada. La preoccupazione, però, si legge sul suo volto. I farmacisti sono al collasso. Mentre si insinua una nuova, sinistra ipotesi. Vale a dire la possibilità che imprenditori cinesi - a cui notoriamente non manca la liquidità - possano rilevare le farmacie che sono oggi in estrema difficoltà di sopravvivenza. Un’ipotesi di cui è a conoscenza lo stesso presidente di Federfama.

I cinesi pronti, dunque, ad acquistare le farmacie a un passo dal fallimento. «Sì, mi è stato riferito» ammette il leader dei farmacisti. E precisa: «Questa notizia, rivelatami da un collega l’altro giorno nel corso dell’assemblea, mi inquieta come mi inquieta l’infiltrazione della camorra nelle attività commerciali.

Al momento, però, non ho avuto modo di indagare ulteriormente. Lo farò non appena l’emergenza di queste ore verrà superata». Di Iorio, dunque, insieme col presidente Santagada affronterà oggi il sesto giorno di digiuno. Una protesta straordinaria che ha indotto finanche la stampa d’Oltralpe a interessarsi al caso: un giornalista tedesco ha intervistato, ieri mattina, Di Iorio sulla questione. Numerosi gli attestati di solidarietà ricevuti dai due rappresentanti di categoria: da Fabio Chiosi a Paolo Russo, da Enzo Rivellini a Nicola Lettieri a Luigi Cesaro. Solo per citare qualche nome.

«Il nostro unico interlocutore deve essere Caldoro. Non vogliamo trattare con i dirigenti generali delle Asl. Chiediamo, per il momento, di «allineare» le tre Asl pagando due mesi di arretrati alla asl Na 2 e 3 e di pagare 5 mesi alla Asl Napoli 1. Ogni mese, inoltre, va pagato quello corrente più un arretrato», spiega Di Iorio. Alla protesta aderisce anche l’Agifar (associazione giovani farmacisti) col presidente Lucio Marcello Falconio, che commenta: «Per i giovanilaureati sarà sempre più difficile inserirsi nel mondo del lavoro». «Desidero manifestare la mia più piena solidarietà ai farmacisti, una categoria colpita in modo grave dalla crisi economica» dichiara, dal canto suo, il vicepresidente del consiglio regionale Biagio Iacolare, commentando la protesta attuata dai rappresentanti di categoria che hanno annunciato lo sciopero per lunedì.

Anche Iacolare ha incontrato Santagada e Di Iorio. «Ho potuto constatare di persona - ha detto - l'assoluta legittimità delle rivendicazioni dei farmacisti. Sono consapevole delle difficoltà di una categoria che necessita di risorse regionali per continuare ad operare nel migliore dei modi, sempre a beneficio della collettività. In qualità di vicepresidente dell'assemblea, rivolgo un appello a Caldoro a risolvere in tempi brevi il problema del ritardo nei pagamenti. Elargire una prima e consistente fetta dei pagamenti arretrati è un'azione assolutamente necessaria per tutelare la professionalità di tanti operatori del settore, per salvare posti di lavoro e per continuare a garantire un servizio fondamentale per i cittadini».

Martedì 24 Luglio 2012 - 10:35    Ultimo aggiornamento: 16:28

YouTube: cari utenti uscite dall'anonimato

La Stampa

Il sito invita chi pubblica commenti a usare la propria identità. Ma non è ancora un obbligo

CLAUDIO LEONARDI



Frugate tra i commenti ai video pubblicati su YouTube, troverete di tutto: dalle dichiarazioni d'amore agli insulti più truci, dagli inviti alla tolleranza a ogni forma di razzismo. Tutto coperto da sicuro anonimato grazie ai nickname, gli pseudonimi che dissimulano l'identità di chi scrive. Google, però, sembra decisa a porre fine a questa cultura della "lettera anonima", e sta invitando gli utenti che lasciano messaggi sul sito di condivisione video a usare il loro vero nome.

Quando si prova a pubblicare un commento, appare una finestra pop-up che esorta a svelare la propria identità. Una identità che, se siete utenti sinceri di Google+ o di altro sevizio online di BigG, il motore di ricerca già conosce, e vi proporrà di adottare. Se insistete nel proposito di restare anonimi, potete selezionare l'opzione "non voglio usare il mio nome reale", ma non crediate di esservela già cavata così. Google vi chiederà di spiegare le ragioni della riservatezza. E fra le opzioni a disposizione non c'è la più ovvia: voglio restare anonimo. Per ora l'iniziativa riguarda gli Stati Uniti, ma presto sarà estesa in Europa e negli altri continenti.

Il tema dell'anonimato online è fra i più delicati. Può salvare la vita a chi scrive da Paesi in cui l'esercizio della libertà di opinione è un reato grave, ma la maggioranza degli esempi visibili in Rete ne testimoniano un uso volgare e immaturo. Facebook è stato il primo grande servizio online in cui gli utenti hanno abbandonato gli pseudonimi e, addirittura, si sono mostrati in fotografia. In molti commentarono che l'anonimato sul web apparteneva a una sua fase più acerba, e si sarebbe ridimensionato nel tempo. Ora Google sembra volere usare l'influenza del suo sito forse più potente per accelerare la trasformazione di questo costume online. Ma c'è già chi legge nell'operazione del motore di ricerca una nuova forma di pressione per sottoscrivere il suo social network o gli altri servizi a disposizione, e soprattutto favorire la profilazione dei propri utenti.

Malignità? Da Mountain View si limitano a commentare in un post: "Capiamo che usare il nome completo non è per tutti. Forse non volete che il vostro nome sia pubblicamente associato al vostro canale. Per continuare a usare YouTube con il nome utente scelto, basta cliccare su 'non voglio usare il mio vero nome' quando viene richiesto”. In effetti, non è ancora obbligatorio uscire dall'ombra. Ma l'invito a firmarsi quando si decide di aggredire verbalmente qualcuno, ci sembra del tutto civile e condivisibile, al di là di qualunque strategia.

La bimba perfetta per sfuggire al fisco: ha due anni e non ha ancora un nome

Libero
 di Giordano Tedoldi

Il caso nella provincia di Bologna: né la madre né l'ospedale l'hanno registrata. Lei per il nostro Stato non è individuabile

Essere o non essere, questo è il problema, rimuginava Amleto. Problema cui è facile rispondere in questi tempi di tracciabilità assoluta...


Essere o non essere, questo è il problema, rimuginava Amleto. Problema cui è facile rispondere in questi tempi di tracciabilità assoluta, fisica e finanziaria, e se non ti trova l’Agenzia delle Entrate sarà il Gps dell’Iphone a localizzarti, poiché ormai chi esiste è sospetto, e il sospetto non può godere di privacy né consentirsi di uscire dalle mappe di Google. E allora molto meglio essere come la bambina di due e anni e mezzo della provincia di Bologna di cui raccontava ieri l’edizione locale di Repubblica, che né la madre né l’ospedale hanno avuto cura di registrare all’anagrafe. Lei, per il Leviatano in cui si è trasformato il nostro Stato, non è individuabile.

Anonima come un hacker anche se è ancora una frugoletta, irrintracciabile come un conto alle Isole Vergini, criptata come un codice nucleare, inafferabile come un lampo. La legge dice che entro 10 giorni ogni nuovo nato deve essere registrato all’anagrafe o dalla struttura in cui è venuto al mondo o dalla madre. Nel caso della bimba di Bologna, l’ospedale aveva lasciato l’incombenza alla madre che non si sa perchè - ignoranza, incuria o cos’altro - ha tralasciato di registrarla. Per questo la bimba non è vaccinata, come tocca alle sue coetanee, giacché la Asl ricava gli elenchi di quelli da vaccinare dall’anagrafe. La singolarità della bambina senza nome è saltata fuori quando la madre s’è presentata allo sportello dello stato civile del Comune col certificato di nascita - bambina ufficialmente nata - dunque, ma non riconosciuta e come tale invisibile alla burocrazia.

Il caso della bimba, che ovviamente in famiglia è chiamata con un nome e ha un fratello maggiorenne nato da un precedente matrimonio, è stato segnalato al Tribunale dei minori per capire le ragioni del suo aver vissuto due anni e mezzo nell’oscurità completa. Probabilmente si tratta di una clamorosa, colpevole trascuratezza della madre e dell’ospedale, ma la suggestione di una volontaria scomparsa dai radar della vita associata ci interessa di più. Senza nome, la bimba avrebbe evitato non solo le benefiche vaccinazioni, ma anche, crescendo, il passaporto, le scuole dell’obbligo, il codice fiscale, l’iscrizione alle liste elettorali, l’Irpef e chissà quante altre forche caudine che sarebbero anche superabili e per certi versi vantaggiose, ma che in Italia sono vessazioni.

Non esserci, sfuggire al profilo identitario cui tutti siamo volontariamente e non sottoposti a ogni minimo gesto, il clic su un link, la risposta a un sondaggio, l’acquisto di una tariffa telefonica, è l’unica forma di libertà, benché completamente negativa, che ci sia residuata. Rifiutare il nome per rifiutare d’essere chiamati a rispondere del disastro e dei suoi effetti futuri, dal momento che chi nasce ora non ha certo colpe, e dunque perché dovrebbe offrirsi al carnefice?

Naturalmente la legge farà il suo corso, la piccola senza nome entrerà nei lacci del consesso civile e voterà, pagherà le tasse e, subito speriamo, farà i vaccini. Diventerà come noi, che un tempo ascoltavamo pronunciare il nostro nome con fiducia, e adesso temiamo ci stiano convocando per pagare una cartella Equitalia. Il nostro nome è diventato non un dato sensibile ma un bersaglio sensibile. Quindi come non guardare con un po’ di simpatia, e invidia, alla bambina che per oltre due anni ha vissuto indisturbata e indisturbabile dallo Stato?

Benvenuta nel mondo reale, piccolina, cerca di evitare che possano fare a te quello che stanno facendo da tempo a noi: colpevolizzarci per il solo fatto di esistere, essere cittadini, rendere la nostra vita schedata una fatica e un sacrificio, per cui se non corrispondi a un algoritmo preparato dall’alto vieni sputato come un nocciolo di pesca. Tu, bambina, diglielo, che eri quella senza nome, e si ti fanno saltare la mosca al naso, puoi sempre ridiventarlo.

Addio a Luigi Lazzaroni il papà dei biscotti lombardi

Il Giorno

Ha guidato l’azienda di famiglia, il biscottificio Davide Lazzaroni, fino al 1995. Ed è stato molto attivo anche nell’ambiente culturale e sociale milanese, guadagnandosi l’Ambrogino d’oro
di Sara Giudici

Luigi Lazzaroni e la sua passione per le auto storiche (Newpress)
Luigi Lazzaroni e la sua passione per le auto storiche (Newpress)

Saronno, 24 luglio 2012

Ha tenutoin vita la memoria della tradizione industriale familiare, riuscendo comunque a lanciarsi in sfide sempre nuove. Saronno e tutta Italia dicono addio a Luigi Lazzaroni, l’erede della famiglia fondatrice dell’azienda produttrice di biscotti compresi gli storici amaretti. Esempio di imprenditore illuminato, amante del bello e della cultura, è scomparso la notte scorsa a 81 anni dopo una lunga malattia.
 
Lazzaroni ha guidato l’azienda di famiglia, il biscottificio Davide Lazzaroni, fino al 1995, anno della cessione alla Campbell che iniziò una lunga serie di passaggi di proprietà fino allo sbarco sotto le insegne del Gruppo Ragosta, attualmente proprietario del marchio e degli stabilimenti di Lainate e Isola del Gran Sasso.

Dopo l’addio della famiglia Lazzaroni, la produzione di biscotti in città è diminuita fino ad arrivare alla chiusura dello storico stabilimento saronnese da dove era partita l’avventura di una famiglia che è riuscita a portare il marchio del battello e il nome di Saronno in tutto il mondo grazie a un riuscito mix di marketing e qualità. Una lezione che Luigi aveva imparato in famiglia, ai tempi in cui il profumo degli amaretti invadeva l’intera città, e che aveva applicato nei campi in cui aveva esteso le sue passioni: dall’attività imprenditoriale - fondò la prima azienda di pane surgelato italiana, la Sinpa - alla cultura.

Da sempre innamorato della città natale, è stato molto attivo anche nell’ambiente culturale e sociale milanese, guadagnandosi l’Ambrogino d’oro. Inventò il progetto «Verde in Comune», un accordo con sponsor che in soli tre anni portò alla rinascita delle aiuole di oltre cento piazze. Fu tra i primi collezionisti d’auto d’epoca d’Italia e pioniere dei tour con mezzi storici.

La sua passione per le collezioni spaziava dai libri ai giocattoli fino ai mezzi di trasporto: possedeva una locomotiva Couillet del 1833 che donò a Saronno dopo aver ceduto il motore e altri pezzi di ricambio per tenere in vita la gemella utilizzata da Trenord sui convogli storici. In tanti, politici ed esponenti della società civile locale e regionale, hanno espresso il loro cordoglio, ricordando un imprenditore a tutto tondo, capace di mettere il cuore e l’intelligenza davanti al portafoglio.

di Sara Giudici

Prostituzione, scoperto clan guidato da Gianni il bello: accusò Enzo Tortora

La Stampa

AGRIGENTO - Sfruttamento sessuale di giovani straniere. E' l'accusa rivolta a un clan guidato da Giovanni Melluso detto Gianni il bello, fra gli accusatori del presentatore televisivo Enzo Tortora.L'operazione antiprostituzione eseguita dai carabinieri a Sciacca, Menfi e Sambuca di Sicilia è stata denominata, simbolicamente, «Portobello». Quattro in manette.

Giovanni Melluso, già sorvegliato speciale di pubblica sicurezza fino al 2011, fra gli accusatori del presentatore televisivo Enzo Tortora, arrestato nel 1983 per reati in materia di stupefacenti e per l'ipotizzata appartenenza alla «Nuova Camorra Organizzata» di Raffaele Cutolo. Accuse che si rivelarono poi, infondate, con la conseguente assoluzione dell'imputato. I miliari dell'Arma di Sciacca e quelli del reparto operativo di Agrigento hanno sequestrato anche un club privè e per due appartamenti a Menfi (Agrigento) dove l'associazione avrebbe fatto prostituire donne straniere.

L'inchiesta antiprostituzione è stata avviata nell'aprile scorso. I carabinieri hanno accertato che Melluso, in associazione con altri cinque indagati (tre di essi sono gli altri destinatari di misura cautelare e fra questi vi sarebbe anche la compagna del Melluso) aveva organizzato, in un immobile in contrada San Marco, a Sciacca, una casa di prostituzione in un club privato, ufficialmente non riconducibile a lui. Nel locale sarebbero state ospitate prostitute straniere, del circuito 'escort in tour', e trans.


L'organizzazione chiedeva alle giovani straniere un anticipo minimo di 420 euro per una settimana di affitto di una stanza. Il gruppo reclutava le prostitute anche tramite annunci su quotidiani o siti internet e, a seguito dell'accordo, invitate a raggiungere Sciacca o Menfi dove l'associazione aveva nella disponibilità altri due appartamenti. I carabinieri hanno appurato che ogni giovane straniera riuscisse ad incassare fino a 1.000 euro al giorno. Il club privè sequestrato è l'Happy night - Disco Pub di contrada San Marco.


Martedì 24 Luglio 2012 - 09:49
Ultimo aggiornamento: 09:54

Paulucci, il grand commis che stoppava Mussolini

La Stampa

Una biografia del tecnico che il Duce volle mantenere capo di gabinetto agli Esteri, nonostante l'ostilità dei suoi ras


Giacomo Paulucci di Calboli (al centro, di profilo) nel 1942 alla Mostra del Cinema di Venezia

Quando Mussolini sponsorizzava la Città della Pace
"Lettere compromettenti, ecco perché Churchill ordinò l'uccisione del Duce"

GIORGIO BOATTI

«Non è barone, non è russo, non è marchese e non è neppure Paulucci di Calboli»: Mussolini non è diventato celebre per humour e ironia, ma la sua battuta sul marchese Giacomo Paulucci di Calboli Barone già Giacomo Barone Russo - suo capo di gabinetto agli Esteri nei quattro anni successivi alla presa del potere, è di quelle che piacciono ai gerarchi fascisti. Sono i ras che, in nome dei meriti squadristici, vorrebbero occupare in esclusiva i posti chiave, scansando dalle stanze dei bottoni i «tecnici».

Ovvero quei gran commis dello Stato diplomatici, prefetti, direttori di ministero, vertici del Tesoro e della Banca d’Italia - che il Duce, dopo la marcia su Roma, ha preferito lasciare, tranne pochissime eccezioni, negli snodi cruciali delle istituzioni. Emblematico è appunto il caso di Giacomo Barone Russo, nato a Caltagirone nel 1887, entrato, dopo brillanti studi a Roma, perfezionati a Berlino, Oxford e Parigi, in diplomazia a Berna, nella legazione affidata allo sperimentatissimo marchese Raniero Paulucci di Calboli.

Come va a ricostruire Giovanni Tassani, nella dettagliata biografia - Diplomatico tra le due guerre , pp 515, € 28, ed. Le Lettere - Giacomo dimostra, sin dai primi passi della carriera, non solo di essere colto ed efficiente, ma di sapere allacciare le relazioni che contano: dal conterraneo don Sturzo, fondatore poi del Partito Popolare, all’ex presidente del Consiglio Luigi Luzzatti. A Berna si guadagna subito la fiducia del suo capo, il marchese Paulucci di Calboli.

Non solo: conquista anche il cuore di sua figlia Camilla, rimasta unica erede dell’antica e ricchissima famiglia Paulucci di Calboli. Giacomo e Camilla si sposano e quando, nel 1924, nasce il loro primogenito, Giacomo chiede al re di assumere il cognome della moglie, così da non lasciare estinguere un casato che figura anche nel canto XV del Purgatorio di Dante.

La battuta di Mussolini si inserisce in questo contesto e se riassume quello che Giacomo Paulucci di Calboli Barone «non è», non mette a fuoco abbastanza quello che invece è il suo ruolo cruciale, giocato accanto a un Duce inesperto non solo sul fronte della diplomazia (e delle buone maniere e del «look», su cui il capo gabinetto interverrà non poco, anche con telefonate quotidiane alla governante Cesira), ma più in generale delle relazioni internazionali. L’attitudine di Mussolini, da giornalista quale non smette mai di essere, è infatti di reagire a ogni sussulto nelle relazioni con gli altri Stati con perentori telegrammi, forieri di infiniti incidenti diplomatici.

Il ruolo di Paulucci a Palazzo Chigi - allora sede degli Esteri e sino al 1929 principale luogo di lavoro mussoliniano - è di stoppare queste intemperanze: prima di dar corso ai telegrammi, li sottopone al potente segretario generale del ministero, Salvatore Contarini, un altro «tecnico» estraneo alle cordate politiche e a lungo vera bussola della politica estera del Regno d’Italia. Burbero, perentorio, sempre pronto a minacciare dimissioni, Contarini solitamente cassa il testo che arriva sotto i suoi occhi. La faccenda quasi sempre si conclude con Mussolini che, sbollita l’ira e remissivo di fronte alle motivazioni esposte da Paulucci, «senza commenti, strappa il telegramma gettandolo nel cestino».

Apparentemente è il prevalere dei «tecnici» sui barbari che grazie alla violenza squadristisca hanno afferrato le redini dello Stato. In realtà - come ha ben spiegato Max Weber - alla lunga c’è ben poco spazio disponibile per qualsiasi «tecnico» nel confronto che prima o poi l’oppone al leader, al politico «carismatico». Non fa eccezione Paulucci. La sua parabola lo vede infatti presto assecondare Mussolini, durante le drammatiche giornate dell’affare Matteotti, sino a diventare poi un caloroso supporter del capo del fascismo.

Quando, inimicatosi il sottosegretario agli Esteri Dino Grandi, deve lasciare Palazzo Chigi, Paulucci viene dislocato da Mussolini a Ginevra, sul complicato palcoscenico della Società delle Nazioni. Quindi è nominato presidente dell’Istituto Luce e coordinatore delle attività cinematografiche del regime, ruoli che faranno di Paulucci, negli Anni Trenta, uno degli artefici del decollo del cinema di regime. Tornerà a far l’ambasciatore in Belgio e in Spagna negli anni della guerra ma, finito il conflitto, sarà epurato: un «tecnico» considerato - non a torto - compromesso col regime.

Al condomino spetta il posto auto anche se non lo usa

La Stampa

Quando in assemblea condominiale si sono stabiliti i turni dei posti auto, un condomino ha sempre diritto a vedersi assegnato il posto macchina anche se decide di non usarlo. Lo afferma la Cassazione che respingendo il ricorso di un romano che aveva impugnato la delibera del suo condominio sostenendo che non fosse giusto assegnare posti auto a persone che poi decidevano di non usarlo mentre lui era costretto a parcheggiare la macchina fuori dal palazzo quando non era il suo turno.

La tesi del condomino non è stata accolta dal Tribunale di Roma, poi è stata respinta dalla Corte d’Appello e infine in Cassazione. Secondo la Suprema Corte (sentenza 12485/12): «se la natura di un bene immobile oggetto di comunione non ne permette un simultaneo godimento da parte di tutti i comproprietari, l’uso comune può realizzarsi o in maniera indiretta oppure mediante avvicendamento.

Pertanto, l’Assemblea alla quale spetta il potere di disciplinare i beni e i servizi comuni, al fine della migliore e più razionale utilizzazione, ben può stabilire, con deliberazione a maggioranza, il godimento turnario della cosa comune, nel caso in cui, come nella fattispecie in esame, non sia possibile l’uso simultaneo da parte di tutti i condomini a causa del numero insufficiente dei posti auto condominiali. Non si tratta di impedire il godimento individuale di un bene comune, ma di evitare che, attraverso un uso più intenso da parte dei singoli condomini, venga meno per gli altri la possibilità di godere pienamente e liberamente della cosa comune durante i loro turni senza subire alcuna interferenza esterna». Il garage ha 11 posti per 12 condomini.

I cani di Green Hill non sono normali, vorremmo affidarli a famiglie consapevoli

La Stampa

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Lav e Legambiente a cui sono stati assegnati i quattro zampe della struttura di Montichiari: «Non cerchiamo chi, sull’onda dell’emozione, ci chiede un cucciolo pensando che si tratti di un affidamento qualsiasi».

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L'amore, le emozioni sono una bella cosa, ma serve anche spirito di responsabilità. Si potrebbe riassumere così il messaggio che Lav e Legambiente diffondono anche per arginare l'attenzione che si è concentrata sugli oltre 2500 beagle di Green Hill.

La Procura di Brescia ha assegnato a loro il difficile compito di tutelare la salute degli animali sequestrati all'allevamento che li destinava alla vivisezione. Un compito importante, quanto gravoso dato il numero di cani affidati e la mancanza di sostegno economico. Anche per questo le due associazioni hanno voluto coinvolgere tutte le realtà del mondo animalista che in questi anni hanno seguito da vicino la vicenda di Montichiari: il "Comitato Montichiari contro Green Hill", il "Coordinamento fermare Green Hill", "Occupy Green Hill" e le sigle della Federazione italiana diritti animali e ambiente.

Questione di giorni e le operazioni di spostamento dei cani potranno cominciare: mano a mano i beagle verranno consegnati nelle mani dei loro nuovi custodi giudiziari; fino al loro trasferimento gli animali resteranno, però, sotto la custodia giudiziaria di Asl, sindaco di Montichiari e Green Hill. Legambiente e Lav, tengono a specificare dalla Procura, sono gli unici custodi provvisori dei cani autorizzati a rivolgersi ad altre associazioni, che possano dar loro un aiuto nella ricerca di strutture idonee ad accogliere i beagle. Ed è qui che entrano in gioco anche la famiglie.

Le associazioni ambientaliste che hanno partecipato al vertice a Roma stanno raccogliendo e valutando le richieste di affidamento: ci si può rivolgere alle loro sedi o collegarsi ai rispettivi siti web. «Vorremmo famiglie consapevoli, che si rendano conto che questi animali non sono "normali": hanno bisogno di estrema attenzione dal punto di vista comportamentale e fisico», spiega Bottinelli della Lav, prima di rivolgere questo appello:

«Non cerchiamo chi, sull’onda dell’emozione, ci chiede un cucciolo pensando che si tratti di un affidamento qualsiasi». Anche perchè ciascun cane ha un microchip con un codice identificativo immodificabile: le sue condizioni verranno scritte nei verbali di consegna e la sua tracciabilità verrà sempre garantita. Ora la lotta degli animalisti continua e la speranza è che il sequestro probatorio dell’allevamento disposto dalla Procura di Brescia possa diventare al più presto sequestro preventivo. Allora gli affidamenti potranno diventare definitivi.

Il delitto della Cattolica: dopo 41 anni, ancora nessun colpevole

Corriere della sera

Il 24 luglio 1971 la 26enne Simonetta Ferrero fu uccisa nei bagni dell'ateneo. Il caso è tuttora irrisolto



MILANO - Il 24 luglio 1971 era un sabato. Una giornata afosa, nella città già semideserta: il momento ideale per sbrigare le ultime commissioni, prima di partire per le vacanze in Corsica. Almeno, è questo che aveva detto ai genitori, uscendo di casa quella mattina, la 26enne Simonetta Ferrero, impiegata alla Montedison: voleva passare in banca a cambiare le lire in franchi, andare dall'estetista, dal tappezziere per alcune fodere e poi all'Università Cattolica, dove si era laureata due anni prima. Il motivo: prendere dei libri per il fidanzato di un'amica. Strano: quel favore le era stato chiesto un mese prima. Forse Simonetta aveva appuntamento con qualcuno? Sicuramente con il destino: a casa, quel 24 luglio, non tornò più. E il suo caso entrò nella storia della cronaca nera come «il delitto della Cattolica». Un mistero ancora oggi insoluto.

La sera stessa i genitori, preoccupatissimi perché Simonetta era sempre molto puntuale, denunciarono la sua scomparsa. Alle 9 del lunedì mattina seguente un seminarista 21enne, Mario Toso, iscritto a Filosofia in Cattolica, appena uscito dalla messa e diretto a un'aula di studio, si accorse di un rumore insolito: uno scroscio d'acqua ininterrotto proveniente dai bagni femminili.

Affacciatosi per controllare, fece una scoperta agghiacciante. Il corpo della ragazza, che indossava un abito azzurro a fiori, giaceva sul pavimento trafitto da numerose coltellate: in tutto 33, come accertò l'autopsia, di cui sette mortali e dodici su ventre, collo e volto. C'era sangue ovunque: a terra, sulle pareti e sulla maniglia del bagno. Il padre di Simonetta, alla tragica notizia, ebbe un infarto. Al riconoscimento del corpo dovettero presentarsi due zii.

Le indagini appurarono che sotto le unghie di Simonetta c'erano frammenti di pelle, segno che la giovane aveva lottato con il suo assassino. Subito scagionato il seminarista, che non aveva su di sé neppure un graffio. L'autopsia escluse anche la violenza sessuale. Molto improbabile l'ipotesi del tentativo di rapina: la borsetta fu ritrovata con dentro i soldi, al dito c'era ancora l'anello d'oro avuto come regalo di laurea. A occuparsi delle indagini fu il sostituto procuratore Ugo Paolillo, insieme con la Squadra Mobile di Milano. Vennero interrogati circa 350 testimoni, a cominciare dai custodi e dagli operai che lavoravano quella mattina a pianterreno per rifare un parquet. A causa del rumore del martello pneumatico, però, non potevano aver sentito nulla. A nulla valsero anche i controlli sui maniaci e «guardoni» segnalati in zona e sui treni; inutili gli accertamenti sugli abbonamenti ferroviari

Nel 1993 il questore di Milano Achille Serra, che all’epoca dell’omicidio aveva partecipato alle indagini, ricevette una lettera in cui una donna misteriosa raccontava che una sua amica era stata molestata da un religioso, e ipotizzava un collegamento con l'omicidio della Cattolica. Si parlava di un padre spirituale veneto di 50 anni, che ne avrebbe avuti 27 all'epoca dell'omicidio e sarebbe stato allontanato dall'università perché importunava le ragazze. Nonostante i tentativi del questore Serra di riaprire le indagini, il religioso in questione non fu mai scoperto, e il caso ritornò negli archivi dei delitti insoluti.

Sara Regina
24 luglio 2012 | 11:40

Niente sport, siamo italiani Troppo pigro uno su due

Corriere della sera

Peggio di noi Malta, Regno Unito e Giappone. L'esperto: «Occorre iniziare dalla scuola per motivare i ragazzi all'attività»

Gli italiani? Campioni. Ma di pigrizia. A dirlo è una ricerca condotta da un gruppo di ricercatori guidati da Pedro C. Hallal, dell'università di Pelotas, in Brasile, e pubblicata su Lancet , la Bibbia delle riviste scientifiche. Hallal e i suoi hanno confrontato i dati relativi alle abitudini motorie degli adulti (da 15 anni in su) di 122 Paesi (l'89% della popolazione globale) con l'obiettivo di ricavare un «indice di inattività».

Risultato, nella classifica dei Paesi più scansafatiche (vinta da Malta) l'Italia entra comodamente nelle prime 20 posizioni: è 17esima con un indice pari al 54,7% a fronte della media mondiale ferma al 31.1. In ambito Ue, il primato è ancora più schiacciante: nella pigra Europa, la pigrissima Italia è surclassata solo da Malta, maglia nera mondiale, Cipro, Serbia e Regno Unito. Nel dettaglio, le italiane sono meno attive dei loro connazionali uomini (59,8 contro 49,6%) e la media nazionale è molto lontana da quella, per esempio, della Grecia (15,6) ma non così tanto dal 40,5 degli Stati Uniti e ancora meno dal 60 del Giappone.

Italiani sfaticati? L'Istat, nel 2011, censiva 23 milioni e 300 mila sedentari, il 39,8% della popolazione nazionale. Ma non è tutto: «Per capire se il Paese è più o meno sportivo - spiega Gabriele Rosa, cardiologo e medico sportivo, direttore del Marathon Sport Center di Brescia dove allena i campioni della maratona - bisogna tenere conto anche degli indici indiretti di mancanza di attività motoria: la quota di adulti e bambini sovrappeso o obesi, o i diabetici, che in Italia sono quasi 4 milioni, il 6% della popolazione, e sono in aumento».

L'abitudine italica alla pigrizia, continua Rosa, comincia da piccoli: «Quello che manca da noi è l'educazione allo sport: a scuola se ne fa poco e arrivati all'università mancano le strutture che hanno, per esempio, i campus americani. È un problema di sistema: si ripete sempre che muoversi fa bene ma poi non si insegna come ci si deve muovere».

Muoversi, secondo i ricercatori di Lancet , equivale a fare 30 minuti di attività a moderata intensità 5 volte a settimana o 20 a intensità «vigorosa» trisettimanali (o a una combinazione delle due ipotesi). Parametri che corrispondono alle linee guida dell'American College of Sports Medicine, spiega Andrea Macaluso, fisiologo dell'Università degli studi di Roma «Foro Italico», sufficienti per non meritarsi l'etichetta di sfaticati: «Un'attività fisica mediamente intensa 3 volte a settimana va benissimo per tutti» nota Macaluso.

Ma è proprio quella che gli italiani non fanno: «La "pigrizia" è maggiore tra i più giovani che nella fascia 30-50 anni - aggiunge Matteo Simone, psicoterapeuta e psicologo dello sport - gli over 30, infatti, cominciano a fare sport come fattore di aggregazione o per seguire i consigli di un medico». Ai giovani, invece, mancano le motivazioni, e le strutture: «Al Sud più che al Nord: l'Italia è divisa in due anche in questo - nota Salvo Russo, psichiatra e psicologo dello sport - e finché l'attività motoria non entrerà a far parte delle materie che fanno media, per le famiglie sarà sempre un di più e non un'attività primaria da far fare ai figli».

Difficile colmare le lacune: «Serve puntare su progetti che stimolino l'interesse dei ragazzi», continua Simone. E per gli adulti? «Facilitare la pratica sportiva, per esempio nelle aziende: se vado al lavoro in bici, può essere utile, quando arrivo, potermi fare la doccia». Basterà a trasformarci da pigri in sportivi? «Se non altro a farci rendere di più sul lavoro».

Giulia Ziino
giuliaziino24 luglio 2012 | 11:54

Addio Sally Ride, prima americana nello spazio

Corriere della sera

Gli Usa piangono l'astronauta che esordì in orbita nel 1983. Ma la pioniera era stata la sovietica Tereshkova nel'63

Sally RideSally Ride

La prima in assoluto era stata sovietica, Valentina Tereskova nel 1963. Ma Sally Ride è stata in ogni caso una delle pioniere dello spazio, perché la prima americana a volare in orbita, anche se un ventennio dopo, nel 1983: è scomparsa lunedì all'età di 61 anni per un tumore al pancreas. Una notizia che ha sconvolto gli Stati Uniti dove la Ride, nonostante non partecipasse da tempo a missioni, rimaneva molto popolare.

TUTTO COMINCIÒ CON UN ANNUNCIO - Tutto cominciò da un annuncio sul giornale dove si cercavano candidati per il programma spaziale: Sally rispose e venne ammessa alla Nasa nel 1978 nel primo corso per astronauti al quale venne concesso alle donne di partecipare. Addetta alle comunicazioni nella seconda (Sts-2) e terza (Sts-3) missione del Programma Space Shuttle, il 18 giugno 1983 divene la prima donna americana a far parte di un equipaggio, in una missione del Challenger, la Sts-7.



TUTTO FINÌ COL DISASTRO DEL 1986 -Il suo secondo volo spaziale avvenne l'anno successivo, sempre a bordo del Challenger. Complessivamente passò più di 343 ore nello spazio. Avrebbe dovuto partire per il terzo viaggio, ma il programma venne interrotto dopo il disastro del 1986, quando il Challenger esplose in volo, con la morte di tutti e sette i membri dell'equipaggio.

Redazione Online23 luglio 2012 (modifica il 24 luglio 2012)

Svizzera, «Siete italiani? Non potete entrare nel rifugio»

Il Mattino

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GENOVA - Vietato l'accesso nel rifugio in Svizzera agli italiani. A denunciarlo il professore Pierluigi Castagneto, insegnante a Spezia, che era in gita in Svizzera con circa 200 studenti di parrocchie liguri il 19 luglio scorso sono stati: il gruppo sarebbe stato respinto da un rifugio in montagna nel Cantone dei Grigioni, il Fuorcla Surlei.

«Sì, siamo razzisti e voi italiani non entrate». Il Secolo XIX pubblica la testimonianza del professore Castagneto il quale ha scritto una lettera di protesta al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, all'ambasciatore italiano in Svizzera e a quello svizzero in Italia. Nella lettera si riferisce nel dettaglio l'episodio, precisando che ad un gruppo di sette-otto ragazzi che nel rifugio hanno chiesto di acquistare bibite e panini è stato risposto di no «perché italiani». Allo stesso insegnante, che ha fatto la coda alla cassa per una tazza di tè, è stato risposto in questi termini: «Sì, siamo razzisti e voi italiani non entrate».

Il docente precisa che il comportamento dei ragazzi è sempre stato rispettoso e corretto, e che non c'era alcun motivo per allontanarli dal rifugio, ma così è stato. Interpellata dal Secolo XIX sull'episodio, la titolare del rifugio Berghaus Restaurant Fourcla Surlej, ai piedi del ghiacciaio del Bernina, si è giustificata dicendo di averli mandati via «solo perché erano troppi, ma non perché fossero di nazionalità italiana. Comunque questo è un rifugio privato». In quanto tale non fa parte del Club Alpino Svizzero, dunque non ha l'obbligo di accoglienza.

Martedì 24 Luglio 2012 - 10:13    Ultimo aggiornamento: 10:17

L'uomo che cura i bambini con la musica del bosco

Corriere della sera

Un fisioterapista non vedente e il suo metodo per aiutare chi ha gravi disabilità con un approccio terapeutico integrato

MILANO - Cammina a passo spedito nel bosco col suo bastone-guida, con la sicurezza di chi ha imparato a fare i conti con il buio. Anche se fai fatica a seguirlo nell'oscurità della notte, se ti lasci condurre impari a tastare il terreno, passo dopo passo, lentamente, per evitare gli ostacoli. Ad accompagnare gli escursionisti in passeggiate notturne nei boschi dell'Alto Casentino, in Toscana, è una guida speciale: Wolfgang Fasser, 57 anni, non vedente dall’età di ventidue a causa di una malattia ereditaria, la retinite pigmentosa. Trasferitosi dalla Svizzera in quest'angolo dell'Appennino nei primi anni Novanta per iniziare la sua nuova vita, Fasser non si è lasciato fermare dal suo "limite": ha studiato e imparato a fare il fisioterapista, è divento musicoterapeuta e oggi cura piccoli pazienti con disabilità o con disturbi del comportamento.

ESSENZA DELLE COSE - «Sapendo ascoltare, al buio si vede meglio — dice —. Siamo abituati ad affidarci troppo alla vista, ma nel bosco, di notte, ti metti in ascolto e impari a usare altri sensi, spesso poco utilizzati». Insomma, un altro modo di "vedere" per ritrovare l'essenza delle cose. Riconoscere il canto degli uccelli, i passi furtivi di una volpe o di un capriolo, un ruscello che scorre. Wolfgang Fasser registra i suoni della natura, poi li trasmette ai suoi pazienti a scopo terapeutico. «L'ascolto dei paesaggi sonori ha un impatto importante soprattutto per i pazienti che soffrono di autismo e nei piccoli iperattivi: li aiuta a riprendere contatto con se stessi» afferma.

Ma il terapeuta utilizza anche numerosi strumenti musicali, tipici di popoli diversi, custoditi presso la sede dell'Associazione non profit "Il Trillo", da lui fondata alla fine degli anni Novanta, a Poppi, tra le colline di Quorle, in provincia di Arezzo. Si va dal flauto alla fisarmonica, dal pianoforte al gong, dal balafon africano al lettino sonoro, sotto il quale cinquantacinque corde richiamano alla mente un’arpa. Tanti strumenti, tanti suoni.

STRADE NUOVE - In base alle specifiche esigenze di ciascun paziente viene scelto lo strumento più adeguato per la terapia. Per esempio, spiega Fasser: «Il lettino sonoro, sul quale i pazienti possono sedersi oppure sdraiarsi, si presta bene per la stimolazione audio-vibratoria di bambini con difficoltà di ascolto e di linguaggio, con disfunzioni sensoriali o motorie, oppure con disturbi di percezione».

Strade inconsuete, le sue, per comunicare con chi ha bisogno di cure, ma Fasser non improvvisa: si è appassionato alla musicoterapia lavorando nel reparto di psicoterapia dell'ospedale universitario di Zurigo, dopo essersi diplomato in fisioterapia all’Università; trasferitosi in Toscana, ha studiato musicoterapia e si è diplomato alla scuola quadriennale di Assisi. «In circa dieci anni, al Centro "Il Trillo" abbiamo seguito più di settanta bambini con disabilità motorie, ritardi nello sviluppo, disturbi del comportamento o che presentano segni di autismo» racconta. La sua doppia formazione, di fisioterapista e di musicoterapeuta, è particolarmente utile in alcuni casi.

«I piccoli con paresi cerebrale infantile spesso si annoiano quando devono eseguire gli esercizi per migliorare le loro funzioni motorie e così si rifiutano di farli — spiega —. Nel contesto ludico della musicoterapia, invece, hanno lo stimolo a eseguire con entusiasmo gli stessi movimenti».

IN AFRICA - Il percorso di formazione di Wolfgang Fasser, peraltro, non si ferma: ora, infatti, sta seguendo un master in musicoterapia a Lugano e, tra un'attività e l'altra, scrive la tesi nella sua stanza all'eremo di Quorle, della Fraternità cristiana di Romena, di cui è custode. E non soddisfatto ancora, questo instancabile uomo, ogni anno, durante l'inverno, si trasferisce per due mesi in Lesotho, Stato dell'Africa del Sud, tra i più poveri al mondo, con un'alta incidenza di disabilità ma pochissimi fisioterapisti.

Qui svolge da volontario la sua attività di fisioterapista per bambini e adulti con disabilità, ma organizza anche corsi di formazione per gli operatori del posto. L'utilizzo terapeutico dei suoni della natura e di quelli prodotti dagli strumenti ha incuriosito anche il regista Nicola Bellucci, che ha deciso di seguire con la macchina da presa per tre anni il percorso di cura di quattro bambini. Bellucci ha poi realizzato un documentario dal titolo "Il giardino dei suoni", che è stato proiettato di recente in Austria e prima in diversi festival nazionali e internazionali. «I pazienti che si sottopongono ai trattamenti riabilitativi — precisa ancora Fasser — continuano a essere seguiti dai loro medici curanti, in un approccio terapeutico integrato». E i risultati ci sono.

SENSAZIONE DI GIOIA - Fasser ricorda alcuni dei suoi piccoli che ha seguito. «Per esempio, Ermanno, bambino iperattivo, non riusciva a stare fermo, rompeva tutto, mordeva e picchiava. Ora esprime la sua aggressività colpendo il gong — riferisce il musicoterapeuta — . Andrea, bambino autistico e ipovedente, ora è in grado di parlare; odiava la fisarmonica, adesso invece la suona». E prosegue: «Anni fa, quando è arrivata da me, Jenny era una bambina colpita da paresi cerebrale infantile che riusciva a stento a fare qualche passo sbilanciato.

Adesso Jenny non solo è riuscita a camminare da sola e si fa capire quando parla, ma addirittura studia all'Università di Arezzo. E Lucia, bambina pluriminorata, ascoltando i suoni, riesce a respirare meglio; aveva lo sguardo assente, come se fosse altrove, mentre ora reagisce a qualche stimolo. Spero che possa provare una sensazione di gioia sentendo i movimenti e i suoni».

INTEGRAZIONE - Per Fasser, che è non vedente, non deve essere facile relazionarsi con i pazienti. «Ma, forse, — sottolinea — è proprio la mia cecità che aiuta chi ha una disabilità a non sentirsi inferiore e lo incoraggia a superare le sue stesse difficoltà. Come terapeuta cerco di ascoltare ogni cosa di cui non conosco il significato e cerco di aiutare i miei pazienti a essere se stessi, per godere la vita con ogni cellula del loro corpo». Non è un mondo a parte, però, quello creato da Fasser. «Oltre all'attività terapeutica — dice, infatti, — le proposte formative o culturali offerte dall’Associazione "Il Trillo", come per esempio le visite notturne nel bosco, sono aperte a tutti e permettono l'integrazione di bambini e adulti, con disabilità o meno. Ognuno di noi può imparare qualcosa dall'altro: è questa la vera integrazione».

Maria Giovanna Faiella
24 luglio 2012

Un'aquila nel dipinto. Invendibile ma tassato

Corriere della sera

Per l'opera di Rauschenberg il fisco chiede 29 milioni di dollari

Cattura
NEW YORK - Se un oggetto non può essere venduto, ha ancora un valore di mercato? E se poi l'oggetto invendibile in questione è l'opera di un grande artista del Novecento, com'è possibile fissarne una quotazione in denaro, che non sia arbitraria e soprattutto priva di ogni ragion d'essere? In una surreale disputa, dove la teoria economica collide con la cecità burocratica, il buon senso fa a pugni con l'accanimento fiscale e il diritto tributario ignora le leggi ambientaliste, gli eredi di una delle più celebri galleriste di New York sono ai ferri corti con l'Internal revenue service, il fisco americano, che vorrebbe da loro una trentina di milioni di dollari, per un dipinto che la legge proibisce loro di vendere.

Oggetto della discordia, un capolavoro dell'arte figurativa contemporanea: realizzato nel 1959 da Robert Rauschenberg, Canyon è una delle più celebri combinazioni di pittura e scultura, che furono la cifra inconfondibile del maestro americano, morto nel 2008.

Parte della collezione da un miliardo di dollari appartenuta a Ileana Sonnabend, storica dealer dell'artista scomparsa nel 2007, l'opera ha una storia speciale e controversa. Include infatti un rapace impagliato: l'aquila calva simbolo degli Stati Uniti, protetta da una legge del 1940, che ne proibisce il possesso, la vendita, l'acquisto, il baratto e il trasporto viva o morta. Tecnicamente, dunque, la sua presenza nel dipinto lo ha reso illegale sin dalla nascita.

Nel 1998 Rauschenberg fu costretto a fornire una dichiarazione notarile, confermando che l'uccello era stato ucciso e impagliato da un soldato dei Rough Riders, il reggimento volontario di cavalleria, che partecipò alla guerra ispanoamericana del 1898, guidato dal futuro presidente Teddy Roosevelt. Molto prima dunque che l'aquila dalla testa bianca fosse posta sotto protezione federale.

La stessa gallerista, che l'aveva acquistato, ha potuto conservarne la proprietà solo a condizione che Canyon continuasse ad essere esposta in un museo pubblico: l'opera è infatti in prestito permanente al Metropolitan Musem of Art, che paga l'assicurazione. Per Nina Sundell e Antonio Homem, eredi dell'intera collezione Sonnabend, il lascito ha significato un conto da 471 milioni di dollari con l'Irs, già saldato con una parziale vendita delle opere, che ha fruttato loro 600 milioni. Ma su Canyon, giusta la valutazione della casa d'aste Christie's basata sul fatto che avrebbero commesso un crimine anche solo a provare di venderla, dunque della sua improponibilità sul mercato, i due hanno con ragione dichiarato un valore monetario pari a zero dollari.

L'Internal revenue service la pensa diversamente. Valuta l'opera invendibile di Rauschenberg ben 65 milioni di dollari e chiede agli eredi tasse per 17,5 milioni, aggiungendo beffa al danno con una multa da 11,7 milioni per aver fornito una valutazione inaccurata, cioè falsa. In tutto, fanno 29,2 milioni di dollari. La famiglia ha fatto ricorso contro l'ingiunzione ai tribunali. Le parti si incontreranno a Washington il mese prossimo. E il negoziato già si annuncia come un impossibile processo di disambiguazione dall'esito imprevedibile. Comunque vada a finire, si annunciano grandi parcelle per i legali.

Paolo Valentino
24 luglio 2012 | 8:59

La nuova frontiera del sesso virtuale, la "domnosis" a metà tra dominazione e ipnosi

Corriere della sera

Prostitute online offrono video ipnotici per provare sensazioni erotiche bondage, sadomaso e di sottomissione
Nonostante la distanza il cliente prova piacere

Alessandro Calderoni


Gli americani la chiamano domnosis, un sostantivo che ne racchiude due: dominazione e ipnosi. È l’ultima frontiera del sesso a pagamento al di là dell’Atlantico e funziona anche a distanza, via web. I protagonisti dei rapporti domnotici sono due: una lei, che viene definita hypnodomme, e un lui, il suo hypnoslave. Lei fa la parte attiva, è ipnotista, mistress 2.0, in fin dei conti un po’ tecnoprostituta. Lui è il cliente, passivo, pagante. In comune hanno un buon rapporto con la rete e la passione per l’universo BDSM (Bondage, Disciplina, Dominazione, Sottomissione, Sadismo, Masochismo), una sessualità complessa e di nicchia che si nutre di giochi di ruolo e dicotomie.

Il cyberschiavo paga la prestazione on line e la sua padrona, in videoconferenza, lo ipnotizza e gli fa fare un viaggio mentale nei meandri delle proprie passioni inconfessate, suscitando in lui emozioni profonde e qualche reazione fisica. Dopo una mezzora durante la quale il filo conduttore della suggestione è a base di torture, comandi, sopraffazioni varie, il cliente viene fatto uscire dallo stato ipnotico e tutto torna alla normalità. Fino alla prestazione successiva.

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MISTRESS E IPNOTISTE - Nell’estate del boom di Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James, uno dei romanzi più venduti e peggio recensiti del momento, anche l’erotismo pop nostrano accoglie le tonalità stancamente sadomaso di questa narrazione, sdoganandole come lecite, affascinanti e possibili. Siamo però ancora lontani anni luce dai fenomeni domnotici di provenienza statunitense. Si incontrano personaggi particolari, in quel mondo. A centinaia. Tessa Fields, per esempio, è un’ipnoterapeuta che ha deciso di valicare i confini delle sue competenze tradizionali. Affianca alla professione d’aiuto quella della domnosi: ipnotizza per piacere (suo e dei clienti) e denaro (solo suo) al telefono o via web e, per chi proprio non riesce più a sopravvivere senza la sua voce, sono a disposizione anche file audio con diversi tipi di suggestioni e viaggi ipnotici.

Trenta dollari ciascuno, nel suo negozio ufficiale on line. Creativo anche il marketing della professionista, che si propone come una pozione: “Pretty poison”, un assaggio e conoscerai la sottomissione. Mistress Zaida adotta un look futuristico e ha un sistema di seduzione del cliente più vicino alle strategie commerciali del web che agli oscuri paradisi che la giovane donna vorrebbe evocare: offre un lungo audio in omaggio, in cui la sua voce emerge tra effetti speciali, sussurri e frasi subliminali, con una sonorizzazione elettronica sullo sfondo. Per gli altri mp3, sempre in offerta, basta una ventina di dollari. I fans possono anche sottoscrivere un abbonamento mensile che consente loro di chiedere addirittura il confezionamento di specifici audio su misura.

Miss Key trova importante specificare sul suo sito che ci sono audio ipnotici e audio normali: tra i primi, uno promette di farti sentire nudo ovunque ti trovi, un altro è in grado di farti immaginare parti anatomiche femminili gigantesche e un terzo metterà le tue emozioni nelle mani dell’intraprendente signora. Un quarto, meno ambizioso, si intitola “ipnotette”. E ancora: Goddess Evilena adotta un look vampiresco, miss Minxie sembra tutta di plastica, Princess Angel propone una schiavizzazione monetaria (e comincia già dal prezzo dell’apposito clip, 100 dollari), Dea Starshine vuole che tu diventi il suo gabinetto e ti dice che l’effetto dei suoi occhi è pari a quello dell’eroina, Lady Radiance coniuga glamour e ipnosi, Mesmerizing Goddess River invece usa metafore religiose per parlare direttamente ai tuoi genitali.

E in Europa? Dal Regno Unito arriva, per esempio, Madam Raison Detre, una mistress che oltre alle prestazioni dal vivo ha deciso di offrire anche quelle ipnotiche attraverso video e audio acquistabili a circa venti sterline sul suo sito. Ci sono etichette specializzate nella produzione di video ipnotici, come Trance Providers, Kismet Video, Female Hypnotist Revolution Alliance, che sono l’equivalente domnotico delle agenzie di escort. Poi ci sono luoghi virtuali d’incontro a pagamento, come Niteflirt e Talksugar. E naturalmente non poteva mancare un vero e proprio portale, un classico già noto agli amanti del genere, Inraptured, dove ipnotiste veterane e neofite hanno il proprio spazio per descrivere chi sono e cosa fanno, ricevendo recensioni, apprezzamenti e critiche dagli utenti.


TRA VIRTUALE E REALE «Per quanto riguarda l’utilizzo del pc come interfaccia erotica, negli anni Novanta del secolo scorso andava di moda il cybersex, ricordo ancora quelle complicate tute collegate a terminali che consentivano di provare esperienze fisiche a distanza o senza un partner. Sembrava fosse la nuova frontiera del sesso. Mi pare che, mutatis mutandis, siamo ancora lì. A un virtuale che sostituisce il reale». Chi parla è Fulvio Brumatti, l’uomo che più di tre decenni fa importò per primo la cultura bdsm in Italia e che tutt’oggi continua a occuparsene.

«Per quel che concerne l’aspetto dell’ipnosi, ho l’impressione che non faccia concettualmente parte del mondo SM, e comunque in Italia questo fenomeno non esiste (ancora). Se l’ipnosi serve per convincere una persona a sottoporsi a castighi, umiliazioni e legature, contravviene alla regola del consenso che sta alla base di questo tipo di giochi. Inoltre è noto che una persona ipnotizzata fa ciò che dice l’ipnotista solo se l’azione suggerita non contrasta con i suoi principi morali. Certo si può obiettare che un abile ipnotista potrebbe alterare la realtà percepita dal soggetto e fargli cambiare idea.

Così una donna che non si spoglierebbe mai di fronte all’ipnotista, magari acconsente se lui le fa credere di essere in un ambulatorio medico. Insomma, è uno scenario troppo rischioso e difficile da gestire fuori da una sede terapeutica, io parere. Se invece parliamo di ipnosi come di uno strumento utile per effettuare un viaggio mentale, forse è uno stato di coscienza in cui una persona può scoprire meglio i propri limiti e i propri gusti. Mi chiedo però se avrebbe senso che qualcuno mi ipnotizzasse per farmi provare il piacere di un’aragosta mentre poi nella realtà addento un panino al formaggio».

SHOW, LIBRI E PRATICHE DI COPPIA - L’ipnosi erotica non è una categoria confinata al solo settore BDSM. L’aspetto prostitutivo più presente in rete è effettivamente quello della dominazione, ma ci sono anche declinazioni più convenzionali, con ipnotiste che offrono percorsi alla scoperta di scenari quasi quotidiani, pensati per clienti che preferiscono esercitarsi nella loro mente più che nella realtà fisica. In siti-raccolta come Hypnorobo si trovano tonnellate di materiale di questo tipo. Poi esistono mercati paraleli completamente diversi.

Per esempio lo show-business: qualcuno fonda i propri spettacoli sull’ipnosi erotica, negli USA. Aaron Glotfelter, per esempio, è un ipnotista da palcoscenico che gira di città in città organizzando serate in cui alcune volontarie del pubblico vengono messe in ipnosi e suggestionate fino ad arrivare all’orgasmo. Su Youtube, Glotfelter è un mito di settore, con i suoi clip orgasmici piuttosto buffi. Poi forse si è fatto prendere la mano dal successo e ha trovato un ulteriore business nella realizzazione di sessioni private a pagamento (solo per donne) e di videoclip in vendita sui suoi siti, suddivisi per tema: ipnosi convenzionali, di gruppo, fetish e BDSM.

Il fascino della seduzione ipnotica in questo caso si miscela grossolanamente con l’avanspettacolo e la pornografia. Anche da un contesto molto più serio e inquadrato come quello dell’ipnoterapia classica arrivano contaminazioni ludiche. In rete, tra gli ipnotisti riconosciuti a livello clinico, David Mason è noto per i suoi “script”, le sequenze terapeutiche che vende on line ai colleghi meno esperti (invece che riunirli sotto forma di libro come molti altri suoi omologhi statunitensi).

Ebbene, tra i percorsi ipnotici disponibili sul suo sito ci sono anche quelli pensati per rendere più piccante la vita di coppia: ipnosi per aumentare le sensazioni fisiche dei massaggi, ipnosi per stuzzicare a parolele zone erogene, ipnosi per rendere il viso molto più sensibile del normale, e molte altre. Wendi Friesen è una celebre ipnoterapeuta americana, conosciuta sia in rete che a livello di media tradizionali. Ha un appeal da salotto tv benpensante, e due suoi testi ipnotici sono stati tradotti di recente in versione audiobook nella nostra lingua: si intitolano rispettivamente “Seduzione ipnotica” e “Ipnosi per il sesso”. I titoli, ovviamente, non sono casuali.

Alessandro Calderoni
23 luglio 2012 (modifica il 24 luglio 2012)

Sospetto manipolazione Euribor

Corriere della sera

Lo scandalo dei tassi si allarga. Dalle analisi svolte da uno studio legale emergono risultati "compatibili con l'ipotesi di manipolazione"

Ormai leggiamo l'etichetta anche per comprare una bottiglia di acqua minerale da pochi centesimi, ma quando si tratta di sottoscrivere un mutuo da migliaia di euro nessuno, o quasi, si informa sugli “ingredienti” del prezzo, uno dei quali è l’Euribor. Spesso chi ha il mutuo indicizzato all’Euribor (Euro Interbank Offered Rate) non sa che si tratta di un “marchio registrato” di proprietà dell’associazione privata delle banche europee (Euribor-EBF), né sa come viene calcolato questo tasso che gli fa variare la rata da un mese all’altro.


La definizione di Euribor è “il tasso d’interesse a cui i depositi a termine interbancari sull’Euro vengono offerti - da una primaria banca a un’altra primaria banca della zona dell’Unione monetaria europea - alle 11.00 ora di Bruxelles”. In realtà, i tassi forniti dalle singole banche sono “autocertificati”, nel senso che le banche non hanno alcun obbligo di dimostrare che possono effettivamente contrattare prestiti ai tassi comunicati. Teoricamente, potrebbero dire una cosa per l’altra, se gli conviene, come è successo nel caso del tasso Libor, manipolato dalla banca Barclays e forse da altre – lo scandalo è solo all’inizio.

Ma cosa succederebbe se anche l’Euribor, come il Libor, fosse stato manipolato? Chi sarebbero i danneggiati?

Stefania Rimini
stefania.rimini@reportime.it

24 luglio 2012 | 8:02

All'asta la Cadillac di Al Capone

Corriere della sera

Tutta blindata e col lunotto ribaltabile per sparare. Base d'asta: 300-500mila dollari

Un'asta che passerà alla storia, per il nome del proprietario dell'auto che verrà battuta e per la base di partenza: da 300 a 500.000 dollari. L'auto in questione è la Cadillac V8 appartenuta al più celebre criminale americano degli anni Venti e Trenta: Al Capone. La macchina che verrà messa all'asta il 28 luglio era una delle tante possedute dal celebre gangster che aveva una vera passione per le quattro ruote. Questa Cadillac aveva finestrini, sportelli e carrozzeria a prova di proiettili e il lunotto ribaltabile per consentire a chi stava dentro di sparare ad eventuali inseguitori. Finita la sua "carriera" fu acquistata molti anni più tardi da un collezionista canadese prima di cambiare ancora di mano (Reuters)


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L’allergia, la vacanza, il trasferimento, la crisi… Perché si abbandona un cane?

Corriere della sera
di Laura Zangarini
Testata





abbandono cane

Stanno spauriti al lato della strada, sotto il sole infuocato; o nascosti dietro un cespuglio, tremanti. Piangono. Hanno fame; hanno sete; hanno paura. Sono soli, abbandonati, indifesi.

Un esercito di disperati in rotta verso una salvezza che non c’è, o che solo pochi, fra mille pericoli e inimmaginabili stenti, riusciranno a raggiungere. Spossati, affranti, distrutti. Forse in questi giorni – come sempre d’estate -, riusciranno a conquistare un taglio di spalla nelle pagine di cronaca. Poi su di loro calerà il silenzio. Torneranno ad essere una schiera di dimenticati.

Parlo dei cani abbandonati. Di quelli che diventano attualità solo con i “come difendersi dal caldo in estate” e le “città chiuse per ferie in agosto”. Un’ovvietà nell’ovvietà, qualcosa di scontato. Un ronzio di fondo al quale non si fa più caso.Sappiamo che ci sono, che magari, proprio adesso mentre stiamo leggendo, stanno vagando impauriti tra le periferie e le campagne.Forse qualcuno di loro oggi riuscirà con la sua storia a bucare il muro di gomma della nostra indifferenza.

Di solito preferiamo però voltare la testa da un’altra parte. Salvo commuoverci quando un lancio di agenzia o una notizia in coda al tiggì locale racconta di come sono stati sepolti vivi, dati alle fiamme, gettati nel cassonetto dell’immondizia; impiccati (sì: impiccati!); chiusi in un sacchetto della spazzatura; violentati (sì, violentati!); massacrati a bastonate; annegati; uccisi a pugni; avvelenati; soffocati con una busta di plastica; presi a colpi d’ascia sul cranio.

E qui mi fermo (ma per farvi un’idea del campionario di atrocità e sevizie che l’uomo è capace di commettere potete andare sul sito dell’agenzia geapress.it, sempre che abbiate la forza di reggere l’orrore che la lettura garantisce).Del resto, la schiera dei dimenticati, che secondo le stime del ministero della Salute ammonta a circa 800 mila unità tra randagi e cani ricoverati in rifugi e canili, è come un fiume in piena che tutto travolge. Ingrossato ogni giorno, per 365 giorni all’anno, da un catalogo di scuse sempre pateticamente tutte uguali: l’improvvisa allergia al pelo; l’inaspettato trasferimento all’estero per lavoro; il repentino cambio di carattere di quello che ormai è solo un ex migliore amico.

E non crediate che l’obbligo di “chippare” l’animale, previsto per legge dal 2004, molto più spesso disatteso che assolto (nella “civilissima” Milano la metà dei cani, stimati tra le 100 e le 120 mila unità, è sprovvisto del “chip” di riconoscimento) funzioni da deterrente contro gli abbandoni. Il “chip” ha cambiato forse la forma delle cose, non la sostanza: non li si abbandona più in autostrada o legati a un albero senz’acqua sotto il sole, ma li si porta senza senso di colpa alcuno in canile, così non c’è rischio di incappare nelle sanzioni (peraltro risibili) previste per chi appunto abbandona un animale (naturalmente per quelli senza “chip” le modalità sono più vigliacche. Ma tanto sono solo cani…). Poco importa che l’abbandono sia per legge un reato penale (vietato ai sensi dell’art. 727 del C.P.): a che serve fare una legge se poi nei fatti molto difficilmente il colpevole verrà individuato e sanzionato con una punizione esemplare?

Un’ultima riflessione. Per quell’esercito in rotta paghiamo tutti. Tanto chi un cane non ce l’ha, quanto chi non si sognerebbe mai di separarsi dal suo fedele amico. La custodia dei randagi nei canili grava infatti su tutta la collettività. E non parliamo di pochi spiccioli (non a caso quello dei canili è uno dei nuovi business su cui le zoomafie incassano milioni di euro senza correre i rischi che altre attività illegali come droga e prostituzione comportano): i 237 cani in stallo presso il Nuovo Parco Canile Rifugio del comune di Milano sono costati quasi 720 mila euro in otto anni, dal 1999 al 2007. Pagati anche da chi i cani non li abbandona, anzi magari li adotta andandoli a prendere proprio in canile, con il duplice effetto di sgravare di un costo la società, e di salvare un animale altrimenti destinato a scontare il carcere a vita senza aver commesso alcun reato.

Chi ha adottato un cane l’ha salvato; ma, in un certo senso, si è anche fatto salvare. E sono sicura che chi vive o ha vissuto quest’esperienza capirà di cosa sto parlando.

Quando il Bot è buono

La Stampa

Usare dei software per gonfiare artificialmente i propri follower è un comportamente senza dubbio scorretto. Ma molte aziende stanno iniziando a adoperare dei programmi automatici sui social per necessità, data l'enorme mole di rapporti da gestire

FEDERICO GUERRINI



Bot, chi era costui? Fino a qualche giorno fa probabilmente solo pochi ingegneri informatici ne conoscevano nome e generalità ma, dopo il can can mediatico seguito alla pubblicazione di una ricerca sui follower di Beppe Grillo su Twitter, il programmino artificiale realizzato per imitare il comportamento di un utente umano rischia di diventare uno dei tormentoni dell'estate. E di guadagnarsi una pessima nomea, non sempre meritata.

Per molte aziende che adoperano i social media i bot in senso lato, intendendo con questo termine una qualche forma di software automatizzato che interagisca con la controparte umana, sono diventati una necessità. Non tutti possono permettersi uno staff di 70 persone che monitorano 25.000 messaggi al giorno, rispondendo a molti di essi come il fabbricante di computer Dell. E d'altra parte, non avrebbe neanche senso, per una compagnia aerea come United Airlines – società che nel 2011 ha goduto di una delle peggiori reputazioni nei social media fra le aziende de suo settore – comunicare un nuovo ritardo contattando via Twitter uno per uno i 55.000 follower che si sono lamentati.

No, in certi casi non c'è altra possibilità che automatizzare alcune funzioni, anche se questo significa rischiare di minare quello che è sempre stato considerato uno dei principali punti di forza dei social media: la promessa di abbattere finalmente le barriere fra consumatori e brand, all'insegna di una comunicazione più spontanea e informale.

In altre parole, più autentica. Esempi di programmi che servono a pianificare l'interazione vanno invece dalle semplici applicazioni che servono a impostare l'orario di invio di un tweet o di un post, come Hootsuite, a software di intelligence che scansiscono le conversazioni sui network, capiscono quali sono quelle di maggiore importanza ai fini aziendali, e pubblicano  contenuti ad hoc per una determinata audience.

Fra le società che forniscono prodotti di questo tipo ci sono nomi come Bazaarvoice, Prosodic, UberVu. Poi ci sono gli assistenti virtuali, come quelli che usano sui propri siti molte società di telecomunicazioni e molti istituti bancari. DI solito hanno nomi femminili e una voce abbastanza gradevole, anche se vagamente sintetica.

Ma non sempre: l'esercito americano, ha lanciato su Facebook per la propria campagna di reclutamento Sergent Star: voce virile alla John Waye, promette di rispondere a qualsiasi domanda proveniente dai novellini. La società Virtuoz, ha realizzato invece Lea, un bot decisamente più grazioso per ripondere alle domande dei frequentatori della pagina Facebook del sito di viaggi francese Voyages-sncf.com. Ora però la bella Lea non sembra più attiva: sarà fuggita col rude sergente Star?

Giovanardi: "Dalla? Al compagno non voleva lasciare nulla"

Lucio Di Marzo - Lun, 23/07/2012 - 16:18

 

Il senatore Pdl sull'eredità del cantante: "Avesse voluto avrebbe lasciato qualcosa ad Alemanno. Far entrare il caso Dalla nella vicenda dei matrimoni gay è offensivo"

 

"Se avesse voluto avrebbe avuto tutti gli strumenti" per lasciare parte della sua eredità a Marco Alemanno. Carlo Giovanardi, senatore Pdl, dice la sua sulla controversia relativa all'eredità di Lucio Dalla. E il suo giudizio è estremamente netto: "Se non ha fatto testamento in favore di quella persona, non lo voleva fare.

 

Il senatore interviene a Klauscondicio, il salotto YouTube di Klaus Davi. E al conduttore, che gli chiede se Dalla e Alemanno fossero una coppia, questione che all'epoca del funerale aveva scatenato più di un pettegolezzo e diverse polemiche risponde che "tutti a Bologna hanno detto che Alemanno era al funerale con la sua compagna". E che gli stessi amici di Dalla avevano invitato i giornali a non "girare il sale".

Inconsistenti le polemiche che legano la vicenda al dibattito sulle unioni omosessuali. "Se Alemanno ritiene di avere degli elementi tali da poter rivendicare parte dell'eredità, fa bene a dirlo, però non è una cosa che riguarda assolutamente il dibattito sui gay e sul matrimonio gay, far entrare per forza il caso Dalla nella vicenda dei matrimoni gay è offensivo per lui, per la sua libertà, per il suo diritto di vivere la sua vita come voleva".

Obeso tenta il suicidio, poliziotto lo salva ma resta schiacciato: sette giorni di prognosi

Corriere della sera

 

L'episodio in via Trevi. L'uomo, di origini ecuadoriane, era in stato di ebbrezza e aveva appena litigato con la convivente

 

MILANO - Non ha esitato un attimo, pur di riuscire a salvargli la vita, ma non aveva fatto i conti con la mole dell'uomo che voleva suicidarsi: un gigante di quasi 130 chili che, durante l'intervento, gli è caduto addosso, provocandogli una distorsione al polso e una ferita alla schiena per lo schiacciamento. Protagonista dell'episodio, a lieto fine, un agente della polizia intervenuto con una volante in via Trevi, dopo la mezzanotte di domenica, dove un uomo di 33 anni di origini ecuadoriane minacciava di gettarsi dal balcone al sesto piano del suo appartamento. L'uomo era in stato di ebbrezza e aveva appena litigato con la convivente, una donna di 38 anni di El Salvador e la figlia di lei, una diciassettenne. La famiglia, in regola con il permesso di soggiorno, da tempo vive nel condominio di via Trevi. E' stata proprio la giovane a chiamare il 113, dicendo che il patrigno aveva schiaffeggiato lei e spintonato la madre, poi aveva minacciato di suicidarsi.

TRAGEDIA SFIORATA - Giunti nell'appartamento, gli agenti hanno cercato di calmare l'uomo, in attesa dell'arrivo dei vigili del fuoco, ma lui ha reagito imprecando e sporgendosi ancora di più dalla ringhiera del balcone, dove era seduto con le gambe verso l'esterno, minacciando di suicidarsi. A quel punto un poliziotto lo ha afferrato per il collo e, non senza difficoltà vista la mole, lo ha trascina all'interno, finendo, a sua volta, schiacciato sul pavimento. L'ecuadoriano ha continuato a dimenarsi, tanto che per calmarlo gli agenti hanno dovuto ammanettarlo e poi stenderlo sul letto, dove i sanitari lo hanno sedato e portato in codice giallo all'ospedale Niguarda. Per l'agente, invece, la prognosi è di 7 giorni.

 

Redazione Milano Online23 luglio 2012 | 15:01

Wwf: tigri , elefanti e rinoceronti a rischio per il commercio illegale

Corriere della sera

 

Africa: bracconaggio di pachidermi mai così elevato. In natura restano soltanto 3.200 tigri

 

MILANO - Chi è la principale causa del bracconaggio dei rinoceronti in Sudafrica? Risposta: il Vietnam. Diversi casi di traffico illegale di corna di rinoceronte hanno visto il coinvolgimento di vietnamiti, molti di loro - compresi alcuni diplomatici - sono stati arrestati o coinvolti per l'acquisto illegale di corna di rinoceronte. Questa notizia - e molte altre - è contenuta nel dossier del Wwf, presentato lunedì a Ginevra in occasione della riunione Cites, la convenzione inernazionale sul commercio delle specie in pericolo.

 Bracconaggio: a rischio specie protette Bracconaggio: a rischio specie protette Bracconaggio: a rischio specie protette Bracconaggio: a rischio specie protette Bracconaggio: a rischio specie protette

PAGELLA - Il Wwf dà i voti a 23 Paesi africani e asiatici che si trovano ad affrontare i massimi livelli di bracconaggio e traffico illegale di avorio, corno di rinoceronte e parti di tigre. Coinvolta anche l'Italia, per gli oggetti in avorio di dubbia provenienza acquistati anche online. Il Vietnam è al primo posto della lista per quanto riguarda il commercio di corna di rinoceronti e parti di tigre. «Il mercato del corno di rinoceronte vietnamita ha stimolato negli ultimi anni anche un traffico di corni rubati da musei o collezioni private», spiega Massimiliano Rocco, responsabile del Programma specie del Wwf Italia. «È un problema che è emerso anche nel nostro Paese con il furto in alcuni musei e il rischio che la criminalità arrivasse addirittura a uccidere animali negli zoo per impossessarsi dei loro corni».

AVORIO - La Cina, per esempio, è accusata per il commercio illegale di avorio. Pechino è invitata a migliorare i propri controlli per l'applicazione delle norme sul commercio dell’avorio e comunicare ai cittadini cinesi in Africa che chi pratica l'importazione illegale di fauna selvatica in Cina sarà perseguito e, se condannato, fortemente penalizzato. Decine di migliaia di elefanti africani vengono uccisi dai bracconieri ogni anno per le loro zanne e la Cina e Thailandia sono le destinazioni più importanti dell’avorio illegale africano. All'inizio di quest'anno centinaia di elefanti sono stati uccisi in un solo incidente in un parco nazionale del Camerun.

BUONE NOTIZIE - In un panorama generalmente sconfortante, ci sono però alcune buone notizie. Per esempio il Gabon lo scorso mese ha bruciato la sua riserva di avorio per garantire che le zanne non sarebbero tornate nel commercio illegale. In Nepal nel 2011 non si è registrato alcun caso di bracconaggio ai danni dei rinoceronti, ciò grazie al miglioramento delle iniziative di contrasto al bracconaggio messe in atto.

 

Redazione Online23 luglio 2012 | 14:40