mercoledì 25 luglio 2012

Il Parlamento dei morti viventi" Provocazione Idv

La Stampa

Le immagini sono quelle de "Morti viventi", capolavoro horror che ha fatto la storia del suo genere, ma i protagonisti sono gli esponenti del governo: Monti, Alfano e Casini con occhi iniettati di sangue e tutta l'aria di volerci mangiare vivi. Sono le immagini del video caricato su YouTube dall'Italia dei Valori, che tenta di dare una spiegazione "grafica" alle parole del suo leader, Di Pietro, secondo cui gli esponenti della maggioranza sono «Morti viventi che camminano e vivono sulle spalle del Paese».

Esodo, la crisi spinge gli italiani sulle strade senza pedaggio

Corriere della sera

Previsto un calo del traffico in autostrada e un aumento sulle «provinciali» e sulla Salerno-Reggio Calabria

Traffico in agosto
MILANO- Non sarà un'estate di code infernali sulle strade italiane. Fra crisi, prezzi della benzina alle stelle e vacanze fuori stagione, il classico «esodo» di fine luglio da fiume si è trasformato in ruscello. Almeno a dare retta alle previsioni. A preoccupare caso mai è lo sciopero dei benzinai confermato per il 3-5 agosto.

I GIORNI PIU' DIFFICILI IN AUTOSTRADA-Per Autostrade per l'Italia ci sarà soltanto un giorno da bollino nero: sabato 4 agosto, momento in cui il traffico toccherà il picco stagionale soprattutto su A1 e A14. Codice rosso, e quindi forti code e rallentamenti, anche il 3-5 agosto e i week end del rientro: 18-19 e 25-26. L'attenzione sulla sicurezza è alta: Vittorio Rizzi neo direttore del servizio di Polizia stradale spiega che «il bilancio dei morti sulle strade è ancora troppo alto, i giovani pagano un tributo pesante». Nei giorni più caldi saranno in campo 5000 uomini, 1.500 pattuglie, 150 moto e migliaia di etilometri.

BOOM SULLE STRADE SENZA PEDAGGIO- Per l'Anas, che gestisce 25 mila km di strade, l'esodo riflette «il periodo difficile». «Ci si sposterà meno, la maggior parte degli italiani spenderà meno dell'anno precedente e ridurrà la durata delle vacanze a una sola settimana» spiega Pietro Ciucci presidente dell'Anas. In compenso ci saranno più week end lunghi e una diminuzione dei transiti in autostrada. «Ci aspettiamo un incremento sulle strade prive di pedaggio, già dal prossimo fine settimana sono attese grandi partenze».

LA SALERNO-REGGIO-CALABRIA- Secondo l'Anas i tratti critici dell'A3 Salerno-Reggio-Calabria, quelli dove si viaggia a una corsia sola, ammontano a 44 km contro gli oltre 90 dell'anno precedente. «L'obiettivo di chiudere tutti i cantieri entro il 2013 procede con puntualità» assicura Ciucci. Per completarla ci vorranno altri 3 miliardi di euro. «La più grande opera in corso di realizzazione» la definisce il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera: «Ci abbiamo messo la faccia, deve essere finita entro l'anno prossimo».
LA MAPPA DEI TUTOR


I NUOVI AUTOVELOX VERGILIUS- Intanto da metà luglio sono in funzione i nuovi rilevatori di velocità Vergilius su SS1 Aurelia, SS7 quarter Domitiana, SS 309 Romea. Oltre a controllare il limite massimo, gli apparecchi monitorano la velocità media, come i tutor in autostrada.
DOVE SONO GLI AUTOVELOX FISSI


OCCHIO ALLA SICUREZZA-Nonostante il traffico in calo, l'attenzione resta alta sul fronte della sicurezza. Secondo un rapporto di Viasat su dati della Polizia Stradale, nelle ultime due settimane di luglio si registrano il maggior numero di incidenti. Dei 211.404 sinistri che ogni anno provocano la morte di 4090 persone il ferimento di oltre 302 mila, ben 21.272 avvengono in luglio per un totale di 450 vittime, più del 10%. A guidare la triste classifica è la Lombardia, seguita da Lazio, Emilia-Romagna e Toscana.


Daniele Sparisci
danielesparisci25 luglio 2012 | 12:25

Groenlandia, si sta sciogliendo il 97% dei ghiacci

Corriere della sera

La Nasa ha diffuso un'immagine che mostra come gran parte della superficie a luglio sia stata interessata dal disgelo

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La Nasa ha pubblicato una nuova immagine che mostra le rilevazioni satellitari sullo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia nella prima metà di luglio, definendo il risultato «senza precedenti». Per alcuni giorni lo strato di ghiaccio che ricopre la grande isola si è sciolto a ritmi mai osservati negli ultimi trent’anni di dati raccolti con i satelliti. Quasi tutta la copertura di ghiaccio della Groenlandia, dalle costiere dove il ghiaccio è più sottile fino alle aree centrali, dove il ghiaccio è spesso oltre due chilometri, è stato interessato dallo scioglimento. Le misurazioni sono state effettuate da tre satelliti indipendenti e analizzate dagli scienziati della Nasa e da diverse università.

FUSIONE - In media in estate, circa la metà della superficie della calotta glaciale della Groenlandia dà segni di scioglimento, un fenomeno naturale. Ad altitudini elevate, la maggior parte dell’acqua di fusione si ricongela rapidamente sul posto. Vicino alla costa, una parte di acqua di fusione è trattenuta dalla coltre di ghiaccio e il resto si perde verso l’oceano. Ma quest’anno il grado di fusione del ghiaccio in corrispondenza o in prossimità della superficie è aumentato drammaticamente. I dati satellitari denunciano che le piattaforme di ghiaccio della Groenlandia si stanno pericolosamente assottigliando. I ricercatori non hanno ancora stabilito se questo ampio evento di fusione avrà un effetto sul volume complessivo della perdita di ghiaccio di questa estate e se contribuirà all’innalzamento del livello del mare.

IN FOTO - L’immagine pubblicata sul sito della Nasa mostra l’estensione del fenomeno tra l’8 e il 12 luglio scorsi. Le zone rosse indicano le aree in cui si è sicuramente verificato lo scioglimento dei ghiacci, mentre quelle rosso chiaro le aree dove è probabile che il ghiaccio si sia sciolto. Il fenomeno è stato repentino: l’8 luglio solamente il 40 per cento della superficie risultava interessata dal disgelo, quattro giorni dopo era il 97 per cento.

ARIA CALDA - Questo evento ha coinciso con un picco di insolita aria calda o una cappa di calore sulla Groenlandia che ha dominato il clima della Groenlandia a partire dalla fine di maggio. Secondo la glaciologa Lora Koenig, del centro Goddard della Nasa, «eventi di fusione di questo tipo si verificano circa una volta ogni 150 anni in media. L'ultimo evento è avvenuto nel 1889», osserva. «Ma se continuiamo ad osservare gli eventi di fusione come questo nei prossimi anni - aggiunge - la situazione sarà preoccupante».

GHIACCIAIO A RISCHIO - Qualche giorno fa, dal ghiacciaio Petermann, uno dei due che collegano la calotta interna alle coste, si era staccata una massa con una superficie di circa 120 chilometri quadrati, pari a circa la metà dell'iceberg che si staccò dallo stesso ghiacciaio due anni fa.

Redazione online25 luglio 2012 | 12:09

Condannato l'outing, è reato mettere in piazza la relazione omo

Libero

Sentenza della Cassazione

Fare outing e non badare all’anonimato non solo viola il diritto alla privacy ma offende anche la reputazione della persona con la quale si dice di avere una relazione. In sostanza, dire che una persona è gay, secondo i giudici, lede la reputazione. Lo ha stabilito la Cassazione che ha accolto il ricorso di un settantenne marchigiano, P. P., che   si era sentito diffamato da un articolo apparso su un giornale locale in cui si parava di una relazione che l’uomo avrebbe   intrattenuto con un dipendente del suo negozio e che gli sarebbe costato  l'addebito nella separazione.

Piazza Cavour ha accolto la tesi difensiva e ha evidenziato che   "il contenuto dell’articolo, riferendo una situazione di fatto riconducibile alle scelte di vita privata, non ha alcun rilievo   sociale con la conseguenza che l’articolo in questione potrebbe avere   violato ad un tempo la privacy della persona offesa e, attraverso tale  violazione, la reputazione dello stesso". Ora gli atti tornano al Tribunale di Ancona.

Fiat assume e aumenta gli stipendi dove Cgil non c'è

Libero

In Serbia il Lingotto avvia turni da dieci ore con rialzi dei salari fino al 30%, nuove assunzioni in Brasile. Ma lì non ci sono Camusso & C.


Cattura
Brasile e Serbia, due Paesi molto diversi e molto lontani su cui la Fiat sta puntando.   Dalle parti del Lingotto, messo da parte il progetto Fabbrica Italia, hanno comunicato, con il crisma dell’ufficialità, la cassa integrazione dal 20 al 31 agosto (una sorta di prolungamento delle ferie), anche per l’unico stabilimento del gruppo che ancora non era stato colpito dall’ammortizzatore sociale più usato dalla aziende nostrane.

L’obiettivo? «Ridurre la produzione (della nuova Panda ndr) per evitare inutili e costosi accumuli di vetture», recitava una nota del Lingotto. Ma non basta, perché la stessa cosa è successa pure nel sito torinese di Mirafiori. Inizia già da questa settimana, infatti, la sospensione della produzione di Idea e Musa, e la conseguente cassa integrazione a zero ore di tutti gli operai che ci lavoravano.

In compenso però la Fiat brasiliana ha annunciato l’assunzione di 600 nuovi operai nell’area di pressatura, battilastra e pittura, che porteranno la produzione della più grande fabbrica mondiale del gruppo, a Betim (periferia di Belo Horizonte) da tremila a 3.150 vetture al giorno. Motivazioni? Semplice, basta guardare gli ultimi dati sulle vendite auto. In Europa  (-6,30 per cento nel primo semestre dell'anno) e in Italia  (-24,4 per cento a giugno e -19,7 per cento nel primo semestre) non si batte chiodo, mentre il mercato brasiliano ha bisogno di circa 16 mila auto nuove al giorno e nel Paese sudamericano Fiat primeggia da quasi 11 anni con una quota del 22%.o

Caso Serbia  In Serbia la Fiat ha sperimentato un nuovo modello di lavoro. Al posto delle tradizionali otto ore nello stabilimento di Kragujevac subentrano turni da dieci ore di lavoro di cui una di pausa per quattro giorni a settimana. Gli operai serbi si riposeranno il venerdì oltre al sabato e alla domenica e, grazie alle ore in più lavorate di notte, potranno avere aumenti salariali fino al trenta per cento. La novità nel metodo di turnazione permetterà al Lingotto di dedicare quattro ore alla manutenzione dell'impianto, consentendo di migliorare l'utilizzo dei macchinari, la produttività dei dipendenti e dare maggiore flessibilità nell'organizzazione del lavoro.

I sindacati hanno accettato il periodo di prova di sei mesi. I 1700 dipendenti serbi di Fiat lavoreranno in due turni unici dalle sei alle sedici e dalle venti alle sei con quattro ore di pausa dedicate alla manutenzione. Il caso serbo dimostra che dove non ci sono i sindacati la Fiat riesce ad assumere ad anche ad alzare gli stipendi

In Centrale, vita da facchino. Abusivo Si moltiplicano sequestri e multe della Polfer

Corriere della sera

La storia di Giorgio: «Siamo utili a molti turisti, ma non ci danno la licenza»



MILANO - Panama bianco, bottiglia di birra nella mano sinistra, la destra libera per spingere il carrello. È tutta qui la casa di Giorgio, professione facchino: su un lato del carrello penzola la tenda igloo arrotolata, dall'altra un sacchetto della Rinascente, la sua valigia, con un cambio e gli avanzi di un panino. Cortese e sorridente, il facchino dispensa informazioni ai turisti che arrivano di corsa, un po' spaesati, alla fermata dei bus diretti agli scali aeroportuali, tirati per la giacchetta da chi vende i biglietti. Linate? Orio al Serio? Malpensa? Chiedete a Giorgio. Conosce orari d'arrivo e di partenza, e anche i prezzi.

Centrale, il ritorno dei facchini abusivi Centrale, il ritorno dei facchini abusivi Centrale, il ritorno dei facchini abusivi Centrale, il ritorno dei facchini abusivi Centrale, il ritorno dei facchini abusivi

Centrale, alle 9 del mattino. Da un'ora abbondante i facchini corrono su e giù per i tapis roulant della stazione. Tappa al piano carrozze, discesa ai taxi, lato Duca d'Aosta, di nuovo su e giù sui nastri, e poi in piazza Luigi di Savoia, dove sostano i bus per gli aeroporti. Abusivi, tutti senza eccezione. Da quando, fu abolita la cooperativa facchini. Grandi Stazioni, forse, ha pensato che i tapis roulant potessero bastare. E con quelli, il servizio di prenotazione portabagagli, riservato ai viaggiatori dei Frecciarossa e Frecciargento, rigorosamente telefonico. Costo 5 euro.

E i facchini, un gruppo di stranieri e sempre quelli, hanno riempito democraticamente un vuoto. Perché «non ci sono solo i viaggiatori dei Frecciarossa», fa notare il gestore della pasticceria bar al piano terra, Panzera. Si fa pregare Giorgio il facchino per darti confidenza. «Aspetta qui», dice, consegnando come pegno di fiducia il panama all'ospite curioso e anche la bottiglia di birra, mentre si avvicina ad un passeggero appena sbarcato dal Malpensa-Shuttle. Si salutano con la mano da lontano: «È un mio amico. Arriva dalla Nigeria. Ha il treno alle 11.35». E, poi, come fossero fatti di nulla, impila uno sull'altro tre immensi e pesantissimi cartoni sformati. «Quanti soldi? Ho dovuto prestargli io i 6 euro che gli mancavano per il biglietto».

Ogni giorno la polizia ferroviaria sequestra un carrellino. Quaranta al mese, in media. «Noi vogliamo solo lavorare, i facchini servono», insiste l'uomo, che dal 2000 si guadagna da vivere attorno alla Centrale e racconta di avere tre figli in Romania, il più grandicello qui con lui, dalla fine della scuola. «Che male faccio? Voglio un lavoro pulito. Se mi hanno multato? Certo. Tante volte». Le multe staccate dalla Polfer sono pesanti: da 15,33 euro fino a 516 euro. Ma restano carta straccia: Giorgio come i suoi "colleghi" non ha residenza e le multe non le paga. «Abbiamo chiesto la licenza tutti insieme, non ce la danno. E allora si va avanti». Nessun racket, nessuna organizzazione.

«Quanto chiedo? Ognuno mi dà quello che può». Due, cinque euro: si tratta. Gli stranieri, spesso, allungano una banconota da 10. Mentre parliamo due poliziotti sequestrano il carrello a due cingalesi. Ma giù al parcheggio, mimetizzati tra le bici, ci sono pronti quelli di riserva. Il piazzale è rovente, la colonnina segna 35 gradi. Due turisti russi sono appena arrivati in Stazione, stracarichi di valigie. Il tragitto dalla piazza al binario del treno è un serpentone di scale mobili e corridoi. All'ammezzato si arrendono. Un ragazzo con il carrellino si materializza dal nulla: benedetto facchino, pensaci tu.

Paola D'Amico
25 luglio 2012 | 9:54

In città più di mille writer : «Primo graffito a 12 anni, almeno 330 bande organizzate»

Corriere della sera

Le notti di «devastazione» si organizzano su Facebook, Netlog, Myspace e forum dedicati ai graffiti

MILANO - Sempre più giovani, sempre più stranieri. La prima tag, quasi per gioco, a 12 anni. Il fenomeno writing cresce, quasi dilaga. Sono 330 i gruppi che - secondo i dati dell'Associazione antigraffiti, del Comitato Abruzzi-Piccinni e di Muri puliti - si dividono i muri di Milano. Un totale di 1.100-1.200 writer tra talenti, aspiranti artisti o, più semplicemente, vandali (il 15-20 per cento in più ogni anno). Tanto che il sindaco Giuliano Pisapia, dopo l'incontro di lunedì con i comitati («Stop al degrado»), annuncia la creazione di un database di informazioni unico e un coordinamento tra vigili, Atm, Amsa e TreNord.

 Milano nel mirino dei writers Milano nel mirino dei writers Milano nel mirino dei writers Milano nel mirino dei writers Milano nel mirino dei writers

COME CAMBIA IL FENOMENO - Perché il fenomeno cambia e non ci sono più solo le pareti dei palazzi. Il bonus, come in un gigantesco videogame, si raggiunge con i treni del metrò, i vagoni delle Ferrovie o di TreNord, o - fenomeno ancora più recente - grazie a disegni o semplici firme (le tag) su furgoni, autobus e vetrine. Non solo bomboletta. Dall'estero, con i weekend dei graffiti organizzati da ragazzi spagnoli (Burgos in testa), tedeschi, greci e francesi, sono arrivate nuove e più devastanti tecniche: dalle tag realizzate su negozi e finestrini con sassi, punte al diamante e martelletti di sicurezza, fino a rulli e piccoli «estintori» manuali riempiti di vernice e acidi.

I SOCIAL NETWORK - Le notti di devastazione nascono sui social network. Facebook, Myspace, Netlog e forum (vedi graffiti.forumcommunity.net ). Ci si organizza con «doppi profili»: uno «legale» con nome e cognome, l'altro nascosto dalla sigla. Giovanni M., via Facebook, raduna così gli amici: «Raga, domani sera ci spariamo una nottata?». Segue dibattito. Ma il web serve anche per mantenere i contatti con le bande (le «crew») europee. Francesi e spagnoli prediligono il fine settimana: arrivano, «bombardano» e ripartono. Il rischio, come negli ultimi casi di graffitari fermati da polizia e carabinieri, è di beccarsi una denuncia alla quale difficilmente ci sarà un seguito dopo il rientro in patria, dove le leggi antiwriter prevedono anche l'arresto. Milano è considerata una città «facilmente violabile». Palazzo Marino sta valutando il potenziamento del Nucleo di polizia locale antigraffiti. Il pool, attualmente, è composto da tre agenti. Tre contro mille.

Cesare Giuzzi Armando Stella
25 luglio 2012 | 10:10

Chi causa un incidente deve fermarsi, è un obbligo prescritto dal codice oltre che un dovere morale

La Stampa

Allontanarsi dal luogo del sinistro così da impedire l’accertamento dei propri dati e della dinamica dei fatti costituisce un reato omissivo di pericolo. Una fermata troppo breve, e quindi non bastevole ai fini dell’identificazione, snaturerebbe la logica della norma del codice della strada. Lo ribadisce la Cassazione Penale nella sentenza 17220/12.
 

Il caso

Un soggetto veniva assolto in secondo grado dal reato di mancata assistenza nei confronti di persona ferita (norma disciplinata dall’art. 189, c. 7, codice della strada) per insussistenza del fatto ma veniva giudicato colpevole – in relazione al c. 6 dello stesso articolo – per la residua imputazione di inosservanza dell’obbligo di fermata. Nulla infatti lasciava intendere che l’uomo potesse ritenere che la persona incidentata fosse rimasta ferita; tuttavia il Tribunale confermava la responsabilità dell’individuo per non essersi nemmeno fermato dopo il sinistro: la consapevolezza della probabilità di danni derivava dall’ovvia percezione delle modalità dello scontro. L’imputato ricorre per Cassazione, senza ottenere però l’accoglimento del gravame.

La Corte sottolinea come il codice della strada descriva – all’art. 189 – in maniera dettagliata il comportamento che l’utente deve tenere in caso di incidente comunque collegabile al suo comportamento, stabilendo un crescendo di obblighi in rapporto alla delicatezza delle situazioni presentate. Nella fattispecie vige l’obbligo di fermarsi in ogni caso: l’inottemperanza viene punita con sola sanzione amministrativa in caso di danno alle cose; con quella penale nel caso di danno alle persone. Ne discende una diversa gravità nella valutazione giudiziaria della fuga dal luogo dell’impatto e un grado differente di sanzione. Nella specie il Giudice Supremo esclude la sussistenza del reato di omissione di soccorso: dall’incidente è derivato un colpo di frusta, ossia un semplice trauma non direttamente percepibile come ferita.

Quanto invece all’obbligo di fermarsi e prestare assistenza, siamo di fronte a un reato di omissivo di pericolo, il cui elemento materiale consiste nell’allontanarsi dell’agente così da impedire l’accertamento della propria identità personale, l’individuazione del veicolo e la ricostruzione dell’accaduto. Integra a tutti gli effetti il reato di cui all’art. 189, c. primo e sesto, la condotta di colui che effettui sul luogo del sinistro una sosta momentanea, senza consentire la propria identificazione né quella della vettura. Il dovere di fermarsi permane per tutto il lasso di tempo necessario all’espletamento delle indagini volte all’individuazione sopra detta, altrimenti la ratio della norma sarebbe svuotata di utilità pratica (Cassazione sentenza n. 20235/01).

 È altresì pacifico che l’elemento soggettivo del reato può essere integrato dal semplice dolo eventuale, cioè dalla consapevolezza del verificarsi di un incidente riconducibile al proprio comportamento – idoneo a produrre effetti lesivi –, non essendo tassativo riscontrare l’esistenza di un danno effettivo.

Green Hill, migliaia di richieste per i beagle salvati

La Stampa

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Già 2200 famiglie hanno chiesto di poter adottare gli oltre 2500 cani. Legambiente e Lav sono state sommerse dalle chiamate



ANTONELLA MARIOTTI

Torino

Loro sono più di duemilacinquecento, e ci sono già oltre duemila famiglie pronte a dare loro una casa. Ma non sarà così facile. I cani di Green Hill hanno commosso, indignato per le loro condizioni, e mosso il cuore di molti, animalisti e non. «Tanto che siamo stati sommersi di richieste - diceva ieri Milena Dominici di Legambiente - Stiamo cercando di organizzarci al meglio per le adozioni, ma non sarà una cosa facile». Le associazioni «affidatarie» sono Legambiente e Lav. «Noi abbiamo messo a disposizione i nostri veterinari delle città dove andranno i cani in affido - spiega Carla Rocchi presidente dell’Enpa -, teniamo conto che un terzo di loro sono a rischio di restituzione, per questo abbiamo previsto un modulo concordato».

Sono già oltre 2.200 le richieste di adozione ricevute da Legambiente e Lav (Legaantivivisezione): Legambiente ne ha ricevute circa 1.500 on-line, mentre alla Lav, che ha avuto il sito in tilt per «un numero di accessi incredibile» (più di 100.000 solo lunedì), ne sono arrivate 700 in meno di 24 ore. Il decreto della procura di Brescia, a firma dei pm Sandro Raimondi e Giorgio Cassiani, parla infatti di «affidamento provvisorio», sempre tramite le due associazioni individuate, anche a «privati cittadini». E Antonino Morabito, responsabile fauna di Legambiente, spiega che quasi sempre, dopo un certo periodo di tempo, «l’affidamento temporaneo si trasforma in preventivo per diventare poi definitivo, con un’adozione vera e propria».

Legambiente, per gestire l’emergenza, ha messo in piedi una task force specializzata con addetti che in passato hanno portato a buon fine 30.000 affidi. I moduli di affidamento, il contratto che le famiglie affidatarie devono leggere e firmare sono stati realizzati in collaborazione con la procura di Brescia: i cani sono «oggetto» di sequestro fino alla fine delle indagini. «Indagini che hanno finalmente fatto scoprire gli orrori di Green Hill - dice ancora la Rocchi - con decine di cuccioli morti e messi nel congelatore».

Questa mattina al Parlamentino dell’Ispettorato Generale della Forestale, sarà presentata l’iniziativa «Sos Green Hill», con Anotnino Morabito di Legambiente, Gianluca Felicetti presidente della Lav (associazioni che sono custodi giudiziari dei cani), i responsabili del Nirda (Nucleo Investigativo per i Reati in Danno agli Animali) e del Corpo Forestale: per far conoscere le modalità di affidamento dei cani sequestrati. Con loro anche un piccolo beagle di quelli salvati dall’allevamento di Montichiari. «Si sono dette molte cose in questi giorni, alcune non vere: dobbiamo eliminare ogni dubbio».

Davide Zanoforlini, l’avvocato ormai «eroe» degli animalisti, avvocato del Centro di azione giuridica di Legambiente spiega anche: «Ci sono delle regole da rispettare. Il pm ha emesso un decreto di affidamento con facoltà di subaffido: formalmente i cani sono sotto sequestro temporaneo».
Del sequestro dei cani si è occupato il Corpo Forestale dello Stato, che è stato incaricato della redazione dei verbali di affidamento, con l’elenco dei microchip dei singoli animali.

Togliere al rischio vivisezione 2500 cani è di sicuro una vittoria per gli animalisti di ogni associazione italiana. «In trent’anni di lavoro alla Lav non mi è mai successa una cosa così», ha detto Giacomo Bottinelli, responsabile adozioni della Lav. Ma per le associazioni è anche un impegno non da poco: sono migliaia gli animali da nutrire, gestire, mantenere, per i quali bisogna cercare nuove «case» finchè non trovano una situazione sicura e stabile Per questo l’autorità giudiziaria ha posto sotto sequestro anche il mangime, disponibile per solo per due mesi. Da qui è scattata la solidarietà del mondo animalista, tutte le associazioni si sono sentite coinvolte per la vera sfida: dare per sempre una nuova vita ai beagle, gli stessi che sarebbero stati destinati a «provare» sostanze tossiche, contrarre malattie per poi testare farmaci, o avere le mascelle fratturate per poter poi impiantare protesi dentali sperimentali.


"Non tutti possono prendere questi cani. Sono malati e spaventati"


Un cucciolo di beagle: più di 2500 cercano un tetto dopo il sequestro dell'allevamento di Green Hill

Il responsabile della Lav: "Animali cresciuti in laboratorio: mai stati al sole o sull'erba"

ANTONELLA MARIOTTI
Torino

Un contratto e un vademecum. Così le famiglie che desiderano adottare uno dei cani di Green Hill avranno le «istruzioni per l’uso». Lo spiega Giacomo Bottinelli, responsabile delle adozioni per la Lav.

È così complicato avere uno dei beagle?
«Sono cani di laboratorio, abbiamo preparato il vademecum per questo, non sono abituati a sporcare fuori, erano non in un allevamento ma in una “catena di produzione”. È un’adozione particolare. In questi casi vale molto la consapevolezza di quello che si sta affrontando».

Cani particolari e sotto sequestro.... «Chi decide di prenderli con sé diventa responsabile per legge, la Lav come le altre associazioni coinvolte sono custodi giudiziari. Sul nostro sito prima di compilare il modulo di richiesta di affido, per l’adozione che ne segue, invitiamo a leggere il contratto di adozione».

Qual è la famiglia tipo che può accogliere uno di questi beagle?
«Le domande fondamentali sono: quanto tempo posso dedicare a questo cane? E riuscirò ad affrontare problemi comportamentali?».

Quindi si deve essere più attenti che con altri animali? «Non è certo un cane da regalare al bambino, da portare subito al parco, nessun cane è un giocattolo ma a maggior ragione questi. I beagle hanno vissuto sempre nello stabulario, con luce artificiale come i suoni e gli odori, non hanno mai visto l’erba».

Forse i cuccioli avranno meno difficoltà?
«Possiamo supporlo. Gli adulti saranno difficilissimi, qui faremo molta attenzione. E comunque i cuccioli non sono certo socializzati come altri che si trovano nei canili o nelle associazioni animaliste».

È possibile scegliere i cani?
«No, ce ne sono moltissimi e con caratteri diversi. Alcuni sono molto spaventati e questo potrebbe portare a tentativi di fuga una volta in famiglia. Poi le malattie: alcuni stanno meglio di altri. Le categorie sono tre: cuccioli, fattrici e maschi ma non abbiamo una schedatura per capire chi sono questi cani. Per questo serve: disponibilità e consapevolezza».

Manette al pentito «Gianni il bello» Con le sue bugie distrusse Tortora

Gian Marco Chiocci - Mer, 25/07/2012 - 07:14

Sorvegliato speciale fino dal 2011, Gianni Melluso è stato arrestato con la moglie: gestivano case per squillo straniere. Fu uno dei grandi accusatori del presentatore tv


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Da Portobello alle escort. Metamorfosi di un bugiardo che si atteggiava a play boy. Già ai tempi delle false accuse a Enzo Tortora di essere affiliato alla camorra e di smerciare cocaina col placet del boss milanese Francis Turatello, il rapinatore pentito Gianni Melluso, detto «il bello», ogni due per tre parlava di donne, ce le metteva dentro nelle interviste, dalle gabbie del tribunale le cercava con pose da fotomodello, credendosi un fico con quei doppipetti improbabili e la capigliatura fonata.

A forza di recitare il copione giudiziario scritto per lui dai due brutti compari Pasquale «o' animale» Barra e Giovanni Pandico, il protagonista del caso-Tortora pensò bene di rovinare anche l'immagine e la reputazione di un donnaiolo inarrivabile, il cantante Franco Califano, dicendo che pure lui, come Enzuccio, si comportava malamente. Donne, droga e favori ai clan.

Ne sparava di balle il collaboratore di giustizia. Passavano gli anni e Gianni il bello non perdeva il pelo, e soprattutto il vizio di dire minchiate. Nel 2000, al settimanale l'Espresso, arriverà a implorare il perdono dei familiari del presentatore televisivo senza dimenticarsi, in chiusura d'intervista, di accennare all'ossessione della vita sua: le belle guaglione: «Quanto a Califano era invece uno trasgressivo, un tipo come me, che ci accomunano le donne, le belle macchine...». Incorregibile.

Le donne di tutte le età che un tempo gli cadevano ai piedi, oggi le voleva solo giovanissime da piazzare a pagamento in appartamenti privati sul mare di Messina. E proprio nella sua nuova veste di magnaccia dello Stretto, Melluso è finito in cella. A casa, quando uscirà, lo aspetterà la moglie Raffaella, colpita da un ordinanza di custodia agli arresti domociliari perchè ritenuta sua complice nel business a luci rosse. Stesso provvedimento per una coppia di amici, Pellegrino Grisafi e Stefano Giovanni Ernesto, orbitanti nel clan che gli inquirenti ritengono guidato dal non più «bello» perché, come si vede in foto, Melluso appare un po'sfiorito dall'età.

Il Nostro era pedinato e controllato da tempo. I carabinieri se lo sono cucinato a fuoco lento, l'hanno fotografato e intercettato mentre portava in tour le sue escort da un appartamento di Menfi a uno vicino al locale Happy Night di Sciacca (entrambi sequestrati). Quando sono riusciti a inoltrare al pm un bel po' di riscontri (le ragazze pagavano 1700 euro al mese per fittare una stanza e guadagnare fino a 1000 euro al giorno) hanno ottenuto dal gip le manette per Melluso per il reato di sfruttamento della prostituzione.

Se non fosse stato per quell'arresto in flagranza dell'aprile scorso perché girava in auto senza patente e senza curarsi delle restrizioni alla sorveglianza speciale, del «bello» s'erano perse le tracce. Nel 2007 tornò alla ribalta per la condanna a sei anni di prigione per calunnia nei confronti dell'ex pm Tiziana Parenti accusata falsamente (pure lei) di fare uso di sostanze stupefacenti e di abuso in atti d'ufficio, reati commessi a detta del fu pentito, nel lontano 1987 quando «Titti» faceva il pubblico ministero a Savona.

Come per Tortora e per Califano anche per le accuse alla Parenti, Melluso chiese di essere creduto ciecamente dalla magistrazione relativamente alla ricettazione di alcuni grammi di cocaina proveniente da un carico sequestrato dall'autorità giudiziaria. Gli è andata male lì, è andate invece bene ai magistrati che credettero alle sue accuse e che in seguito alla sua ritrattazione finirono sott'inchiesta. Chiamati a valutare l'operato delle toghe del caso Tortora, i giudici di Potenza conclusero che si trattò di un «errore giudiziario» e non di un teorema per screditare l'immagine del presentatore. Chi scrive il contrario, perde la querela.

Vigevano, la missione di Tettamanzi nella diocesi dei misteri

Corriere della sera

La nominan dopo l'improvviso congedo del vescovo Di Mauro, contestato per gli happy hour e FacebookI


VIGEVANO (Pavia) - A 78 anni compiuti il cardinale Dionigi Tettamanzi è stato «richiamato in servizio» dalla Chiesa: l'ex arcivescovo di Milano dovrà riportare pace e serenità nella piccola diocesi di Vigevano, scossa negli ultimi due anni da una serie di misteri, ultimo dei quali l'improvviso congedo del capo della comunità, il vescovo Vincenzo Di Mauro, 61 anni. Il monsignore ufficialmente è stato collocato a riposo per motivi di salute, ma la versione non convince nessuno.

IL CONGEDO DEL VESCOVO - «Monsignor Di Mauro non ha mai nascosto di avere problemi di diabete - racconta don Emilio Pastormerlo, portavoce della Curia di Vigevano e stretto collaboratore del vescovo - ma noi per primi siamo stati sorpresi dal suo repentino abbandono; nella sua missione in città non aveva mai risparmiato energie, tutt'altro». Il predecessore monsignor Claudio Baggini, del resto, a lungo aveva convissuto con problemi di salute, al punto da dover girare con la bombola d'ossigeno al seguito.

Cosa può aver determinato dunque la brusca interruzione del mandato di Di Mauro? Il prelato era approdato nel dicembre del 2010 nella piccola diocesi lombarda (118 mila fedeli) con credenziali d'eccezione: ex stretto collaboratore di Carlo Maria Martini, ottime referenze nella cerchia di papa Benedetto XVI, un master in gestione aziendale conseguito all'università di Salerno, prefetto per gli affari economici della Santa Sede. Insomma, un vescovo manager con un cursus honorum che pare esagerato per la piccola Vigevano.

IL MISTERO DELLA MORTE DELL'ECONOMO - Ma quando monsignor Di Mauro arriva nella città del romanzo di Mastronardi, il clero locale vive un periodo a dir poco di apprensione. A metà del 2011 viene scoperto un ammanco nelle casse della Curia di poco inferiore al milione di euro; nessuno sporge denuncia, ma pochi giorni dopo viene rimosso dal suo incarico l'economo don Elio Caspani. Passano pochi giorni e don Caspani viene trovato morto nella sua casa, precipitato dalle scale. L'episodio è archiviato come incidente domestico, ma i «Vigevano leaks» si mettono in moto: arrivano telefonate nelle redazioni dei giornali locali che alludono a una lettera lasciata da don Elio con dettagli riguardanti l'ammanco, ma la missiva non viene mai trovata.

Nel frattempo al vescovo Baggini - il cui addio era da tempo annunciato - subentra Di Mauro e per la pacifica chiesa vigevanese è uno tsunami. Il nuovo pastore sprona tutti i parroci a dare l'anima nella loro missione, sostituisce gli uomini della Curia in enti e associazioni, prende le redini dell'ex collegio Negroni, un'istituzione prestigiosa ma da anni in uso a privati e la trasforma nel più grande e attivo oratorio della città.

IL VENTO NUOVO - Spira un vento di novità anche nel linguaggio: il monsignore apre un profilo facebook personale (quanti suoi colleghi ce l'hanno?), inventa gli «happy hour» in Curia dedicati ai giovani, nelle omelie in Duomo usa spesso metafore calcistiche (è supertifoso del Milan). Insomma, il personaggio è travolgente al punto che diversi parroci restano un po' perplessi di fronte ai modi del loro superiore.Finché venerdì scorso, con un provvedimento che cita un articolo poco usato dal codice canonico, il Vaticano comunica che monsignor Di Mauro non è più il vescovo di Vigevano. Lui scrive una breve lettera in cui dice di gettare la spugna per motivi di salute, non celebra nemmeno una messa di congedo. «Ma giovedì aveva partecipato a un dibattito pubblico sulla mafia organizzato dalla Cgil» riferiscono testimoni.

IL SUCCESSORE - La comunità è disorientata e incredula, finché ieri dalla Santa Sede arriva la novità: la reggenza della diocesi viene affidata al cardinale Dionigi Tettamanzi. Non un personaggio qualsiasi, nel mondo ecclesiale. E la missione, dunque, deve essere di quelle delicate.

Claudio Del Frate
25 luglio 2012 | 9:45

L'Italia va a fondo e il ministro dell'economia che fa? Se ne va al mare

Libero

Lo stress uccide: e così il neo-titolare del dicastero di via XX settembre va a rosolarsi sotto al sole di Lampedusa...

di Tommaso Labranca


Cattura
E Grilli disse un giorno alla formica: «Caro risparmiatore italiano, perché preoccuparsi dello spread? Fai come me, stacca la spina!» Pare proprio che Vittorio Grilli, nominato Ministro dell’Economia e delle Finanze appena due settimane fa, sia già così stressato da essere andato a rosolarsi sotto il sole di Lampedusa nell’ultimo fine settimana. Lo stress uccide.

Uno se ne sta tranquillo nel suo ufficio di viceministro ben condizionato quando ecco Mario Monti che ti mette un cerino acceso in mano e ti dice: «Mollo l’interim, da oggi il ministro lo fai tu!» Tu resti lì con il cerino fumante e senti salire l’ansia al pensiero di Angela Merkel che sta lucidando l’elmetto prussiano. Allora, per salvare il sistema nervoso, fai come Caballero con Carmencita e dici: «Chiudi il gas e vieni via». Meglio chiuderlo il gas, visto che forse quest’inverno scarseggerà.

Venerdì, mentre la Spagna bruciava, la Grecia era già tornata alla dracma e al paganesimo e l’Italia attendeva col fiato sospeso Circe e la riapertura dei mercati, Grilli pare sia decollato alla volta dell’isola siciliana, meta turistica ancora molto à la page, come dimostrano i sempre numerosi sbarchi di clandestini. Uomo di spiccata eleganza, forse il neoministro avrà deciso di affrontare il largamente previsto Lunedì Nero delle Borse con una carnagione in tinta. Nell’era di Internet in fondo non è importante dove sei. Dalle rive più meridionali d’Italia Grilli si sarà tenuto aggiornato sull’andamento della disperazione tramite il suo iPad.

Grilli non è molto diverso dal suo singolare, Grillo (Beppe), che dirige l’indignazione via Skype dalla Sardegna. Ma Grillo è un cittadino privato, non è un ministro, non deve fornire nessun buon esempio a una nazione che è a dieci minuti dagli assalti al Forno delle Grucce. Monti aveva già istruito il suo clan di tecnici: poche vacanze, rigorosamente in Italia e soltanto ad agosto. Lo stesso Mario sarebbe andato con famiglia a Porto Recanati, una scelta che fa rigore e cultura al tempo stesso.

Molti ministri hanno invece accolto con un mugugno il diktat montiano che rovinava il loro progettino: un mese intero sulle stesse spiagge estere in cui Belén Rodriguez si riposa, distrutta dal nulla che fa in città. Grilli non ha saputo rinunciare al suo minibreak, ma è un peccatuccio veniale. In fondo sono stati solo due giorni e in territorio italiano! Anzi, con la sua scelta il ministro ha persino contribuito ad aiutare la Sicilia in default. Sono questi i momenti in cui ci si sente abbandonati.

Quando l’Europa trattiene il fiato per la paura, quando persino la Finlandia diventa egoista, quando non sappiamo che valuta avremo in tasca tra un mese. Quando più che mai serve un esempio, un invito a resistere, un segnale dato da qualcuno che occupa certe poltrone più scomode di un letto da fachiro, cosa ti fa il ministro? Parte e si rotola sulle spiagge di Lampedusa per meglio distribuire l’abbronzatura. Un po’ supino, un po’ Bocconi.

Tentano di fermare treno di scorie Bloccati e identificati 145 No Tav

Corriere  della sera

In 15 occupano i binari ma vengono allontanati. Fermati nove anarchici francesi con «caschi e maschere»
Passa un treno carico di scorie nucleari e la Valle di Susa vive l'ennesima notte agitata. I No Tav si sono mobilitati per ostacolare l'avanzata del convoglio ma un imponente dispositivo di polizia e carabinieri ha neutralizzato i loro tentativi. Solo a Borgone di Susa un drappello di 15 attivisti (13 italiani, un francese e un greco) è riuscito a occupare i binari, ma dopo qualche minuto si è allontanato. Sono 145 i No Tav identificati dalle forze dell'ordine. Per qualcuno scatteranno le denunce. Poi ci sono i fermi per nove francesi.


I FERMI- Nove anarchici che stavano andando al campeggio dei No Tav davanti al cantiere di Chiomonte. Erano a bordo di un furgone Peugeot blu e stavano raggiungendo i No Tav che hanno cercato di bloccare il treno. Nel camion i militari hanno trovato e sequestrato cacciaviti, rasoi, caschi, maschere antigas e un manuale - in francese - con le «istruzioni» per fronteggiare le forze dell'ordine in caso di scontri. Tutti e nove sono stati portati in caserma a Susa e denunciati per possesso di oggetti ad offendere e violenza e minacce a pubblico ufficiale. Si sono rifiutati di farsi fotosegnalare e di farsi prendere le impronte digitali. Solo quando sono arrivati gli avvocati del Legal team, i legali del movimento No Tav, la tensione si e' allentata. Dalla gendarmerie di Modane intanto è arrivata la conferma che sette di loro sono «ricercati» in Francia, non latitanti ma «attenzionati» dalle forze dell'ordine, per vari reati di ordine pubblico. Due di loro nel 2006 e nel 2008 avevano già cercato di bloccare dei treni con scorie nucleari in Francia.

TRENO BLOCCATO - A causa dei disordini, un treno regionale è rimasto bloccato a lungo alla stazione di Bussoleno. Sul convoglio, oltre ad alcuni pendolari, c'erano 115 attivisti che, partiti da Chiomonte, volevano raggiungere una sessantina di compagni radunati in presidio nel paese. Una volta arrivati a destinazione sono stati accolti da poliziotti e carabinieri. Il treno non è ripartito. Per sbloccare la situazione sono stati chiamati due avvocati del Legal Team No Tav e un politico dell'estrema sinistra torinese, ai quali, gli agenti hanno giustificato l'intervento con il fatto che molti degli attivisti avessero il volto coperto. «Le identificazioni sono state funzionali a riconoscere i responsabili dei disordini del 21 luglio scorso» ha spiegato Arturo Variale, dirigente della digos sezione antiterrorismo. «Sul treno c'erano gruppi antagonisti radicali e buona parte di essi fanno parte del campeggio». Mercoledì mattina a Torino si terrà un vertice in prefettura per valutare anche l'ipotesi dello sgombero. «C'è una convergenza tra la protesta radicale del 21 luglio e quella antinucleare italiana e straniera».

I CONVOGLI NUCLEARI - In ogni caso, i No Tav hanno centrato l'obiettivo di richiamare l'attenzione su uno dei temi cari all'ambientalismo. I «treni nucleari» sono i convogli carichi di scorie che, periodicamente, partono da Saluggia (Vercelli) per raggiungere Le Hague, nel Nord-Est della Francia, dove vengono riprocessati. Gli attivisti ritengono che il transito dei treni sia pericoloso e che le autorità non informino adeguatamente la popolazione dei rischi.

LEGAMBIENTE- Sul passaggio del treno carico di scorie nucleari è insorta anche Legambiente, perché, spiega il presidente nazionale Vittorio Cogliati Dezza, è stato utilizzato per il trasporto del materiale inquinante un «Treno Verde». L'associazione ambientalista ha scritto all'ad di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti. «Il Treno Verde di Legambiente e Ferrovie dello Stato da oltre 23 anni attraversa l'Italia promuovendo stili di vita sostenibili, città moderne e più vivibili, un uso efficiente dell'energia, trasporti sicuri e meno inquinanti. Chiediamo di avere conferma di quanto accaduto e di sapere come sia stato possibile un errore di questa portata, per i danni rilevanti arrecati all'immagine e alla credibilità del Treno Verde e della nostra associazione».

 La Polizia presidia la stazione di Bussoleno La Polizia presidia la stazione di Bussoleno La Polizia presidia la stazione di Bussoleno La Polizia presidia la stazione di Bussoleno La Polizia presidia la stazione di Bussoleno

SOGIN - In seguito la Sogin ha comunicato che si è concluso il trasporto di 0,7 tonnellate di combustibile irraggiato dal deposito Avogadro di Saluggia verso l’impianto francese di La Hague. Questo trasporto rientra nel programma di trasferimento all’estero del rimanente 2% del combustibile irraggiato ancora presente in Italia, che si concluderà il prossimo anno. I rifiuti vetrificati dopo il riprocessamento rientreranno in Italia entro il 2025, conclude la Sogin, società di Stato incaricata della bonifica ambientale dei siti nucleari italiani.

Redazione Online
(Ha collaborato Elisa Sola) 24 luglio 2012 | 19:41

Hackerato il sito di Vittorio Sgarbi: «Vai a lavorare c...e»

Corriere della sera

Il messaggio postato dagli Anonymous sulla pagina web del libri del sindaco di Salemi

La pagina del sito di Vittorio Sgarbi defacciata
La pagina del sito di Vittorio Sgarbi defacciata

Un semplice messaggio. «Vai a lavorare c...e». Il destinatario è Vittorio Sgarbi, sindaco di Salemi. Il mittente, gli hacktivist di Anonymous che hanno "defacciato" (modificato) il suo sito sostituendo la pagina dedicata alle sue fatiche letterarie con un messaggio inequivocabile. Non è la prima volta che Sgarbi viene preso di mira dagli hacker: in marzo l'indirizzo web del critico d'arte era stato reso inaccessibile con la pubblicazione di un comunicato di rivendicazione e una citazione di Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia. In calce a tale comunicato comparso sul sito di Vittorio Sgarbi, era stato inoltre caricato un video relativo a un estratto di un discorso di Borsellino.

Marta Serafini
@martaserafini25 luglio 2012 | 9:11

Quanto pesa avere un capo donna?

Corriere della sera

Testata




(foto di Corbis) 

di Alessandra Coppola

Quando il capo è donna, il lavoratore maschio è frustrato?

Dicono che sia successo all’Hotel Danieli di Venezia: un facchino – uomo, egiziano, islamico – si sarebbe rifiutato di prendere ordini da una femmina. “Insopportabile”, avrebbe detto. Il dipendente si sarebbe dimesso, per poi tornare indietro e accettare nuovamente la mansione, ammansito dalla presenza di un “mediatore” tra lui e la superiore. Tutto smentito ufficialmente. Ma in Italia, oggi, è un copione credibile?

Teniamo da parte la scena del lavoro rifiutato e poi ripreso con tanta facilità e addirittura con i desideri dell’impiegato pienamente esauditi: probabilmente è la parte più debole di tutto il racconto.
E concentriamoci sul rapporto donna-capo e uomo-sottoposto.Non è un Paese per femmine al comando, lo sappiamo già. Nei ruoli che contano, dalla politica all’impresa agli uffici pubblici, sono in poche.

Una manciata di pioniere davanti a un esercito di capitani maschi. Nell’Italia del 2012 fa ancora notizia una ministra della Giustizia donna. E in Europa, nonostante le statistiche dei parlamenti rosa, va solo un po’ meglio. Mi rimase impressa nel 1991 una frase dell’appena nominata premier francese Édith Cresson (prima e unica donna mai arrivata ai vertici di un governo a Parigi): se se ne parla, vuol dire che la parità è lontana. Più o meno disse qualcosa di simile, e vale ancora.

Il punto è: i maschi provenienti da contesti più maschilisti soffrono di più (non necessariamente perché egiziani e islamici, ma perché magari originari di villaggi remoti o di famiglie fortemente patriarcali)? E allora vanno rispettati nella loro diversità culturale? Se vogliono il mediatore per prendere ordini da una donna, glielo concediamo? Da due anni mi occupo quasi a tempo pieno di intercultura, migranti, seconde generazioni. Mi accusano di essere buonista, troppo tollerante, relativista (qualcuno lo dice in modo meno gentile), di fare dell’antirazzismo un’ideologia pericolosa quanto il razzismo.

Ma è un equivoco. Perché io sono abbastanza convinta che per quanto possa risultare un’imposizione etnocentrica, tutti gli scalini già percorsi nella lotta per la parità dei sessi (e per tutte le altre conquiste democratiche, antirazzismo compreso) vadano presidiati. Non si scende. La considero una sfida affascinante (oltre che inevitabile) quella con la diversità. Che può servire però anche a piantare meglio in terra i nostri paletti, le nostre regole condivise. Dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino alla Costituzione italiana, parecchie maniglie a cui aggrapparci le abbiamo già. Basta recuperarle.

Quindi: la parità non è raggiunta e la strada è lunga. Ma se arriva qualcuno che su questa scala sta degli scalini indietro è lui/lei a dover salire. Su questo dobbiamo essere tutti d’accordo. Vale per i diritti delle donne come per la difesa di uno Stato laico (il che naturalmente non significa negare il diritto di culto agli islamici). A essere “comprensivi” si finisce come quel giudice di Bückeburg, Germania, che appena nel 2007 ha ridotto la pena da otto a sei anni a un cameriere colpevole di stupro, tenuto conto della sua origine sarda.

Più il mondo è vario, più i paletti devono essere solidi.

Trattativa Stato-mafia: i clan, lo Stato e l'estorsione . Così si cercò un nuovo patto

Corriere della sera

Su «incarico di esponenti politici e di governo», carabineri del Ros contattarono l'ex sindaco mafioso di Palermo Ciancimino

I magistrati Giovanni Falcone e Paolo BorsellinoI magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

PALERMO - L'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario, quello sul «carcere duro» per i mafiosi varato all'indomani della strage di Capaci, c'entra, ma fino a un certo punto. O meglio, da un certo punto in poi, e solo per un pezzetto. La trattativa è cominciata prima, ed è continuata dopo. Aveva obiettivi più ampi e complessi. Serviva a stabilire un nuovo patto di convivenza tra lo Stato e Cosa nostra, come quello che aveva resistito fino al 1992.
In passato il garante dei boss era stato Giulio Andreotti, ma all'inizio degli anni Novanta appariva usurato e non più affidabile.

Nel suo governo era arrivato a lavorare perfino Giovanni Falcone, direttore generale del ministero della Giustizia chiamato dal Guardasigilli socialista Claudio Martelli che nell'87 era stato beneficiato dai voti pilotati dalla mafia. Aveva tradito, Andreotti. E per questo Riina, Provenzano e gli altri padrini decisero di voltare pagina. Non prima di decapitare definitivamente il suo potere uccidendo Salvo Lima, l'eurodeputato che gli faceva da luogotenente in Sicilia. Era il 12 marzo 1992. La trattativa per ridefinire l'accordo tra la politica e la mafia nella Seconda Repubblica cominciò allora.

È il quadro disegnato dalla Procura di Palermo nella richiesta di rinvio a giudizio per il reato di «minaccia o violenza a un corpo politico dello Stato»; in questo caso il governo, ricattato dai mafiosi per ottenere «benefici di varia natura», tra cui la modifica di alcune leggi, la revisione del maxi-processo istruito da Falcone e Borsellino, un migliore trattamento per i detenuti. La minaccia avevano già cominciato a metterla in pratica con l'omicidio Lima: una «strategia di violento attacco frontale alle istituzioni».

Subito dopo quel delitto uno degli imputati di oggi - l'allora ministro democristiano Calogero Mannino, uno dei successivi bersagli già designati - si attivò per salvarsi la vita. E attraverso contatti con investigatori e uomini dei servizi segreti cercò di individuare gli interlocutori giusti per «aprire la trattativa e sollecitare eventuali richieste di Cosa nostra» per scongiurare altri attentati.

Poi arrivò la strage di Capaci in cui saltò in aria Falcone con sua moglie e gli uomini della sicurezza, e «su incarico di esponenti politici e di governo», i carabinieri del Ros (Subranni, Mori e De Donno) contattarono l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, «agevolando così l'instaurazione di un canale di comunicazione con i capi di Cosa nostra, finalizzati a sollecitare eventuali richieste».

Nel frattempo ci furono il cambio di governo (e di ministro dell'Interno, da Scotti a Mancino) e la strage di via D'Amelio che tolse di mezzo Paolo Borsellino, informato dei contatti tra i carabinieri e Ciancimino. Non dagli stessi carabinieri, però, che avevano ritenuto di lasciarlo all'oscuro. L'ipotesi, già avanzata dalla Procura di Caltanissetta nella nuova inchiesta su quella strage «anomala», è che Borsellino avrebbe rappresentato un ostacolo alla trattativa.

Nella ricostruzione dei pubblici ministeri di Palermo, lo Stato fu vittima di un'estorsione. E di fronte al ricatto di altri morti, gli uomini delle istituzioni aprirono un negoziato con gli estorsori. Capita spesso, nelle terre di mafia. Quando si paga il «pizzo» chi subisce la richiesta e paga è «parte lesa», ma chi fa da intermediario e diventa latore delle minacce (o addirittura sollecita le richieste dei taglieggiatori) viene considerato complice del racket. Allo stesso modo, gli esponenti del governo ricattato restano le potenziali vittime, mentre gli anelli intermedi della catena sono ritenuti corresponsabili insieme ai mafiosi. Che abbiano agito per la ragion di Stato, nell'inchiesta penale non conta; anche un reato commesso con le migliori intenzioni resta tale.

Ecco perché sono finiti sul banco degli imputati Mannino, i carabinieri e infine Marcello Dell'Utri: una vecchia conoscenza di Cosa nostra che, secondo l'accusa, subito dopo l'omicidio Lima «si propose come interlocutore di Cosa nostra» e in seguito, quando il suo amico e capopartito Silvio Berlusconi diventò presidente del Consiglio nel 1994, «agevolò materialmente la ricezione della minaccia».

L'indagine palermitana si ferma a questo punto, quando un nuovo quadro politico fu raggiunto e - forse - anche un nuovo equilibrio politico-mafioso. In mezzo avvennero le stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma, con le pressioni per alleggerire il «41 bis» e il «segnale di distensione» lanciato dal ministro della Giustizia Giovanni Conso, succeduto a Martelli, che non rinnovò il «carcere duro» per oltre trecento detenuti. Tra cui pochi o pochissimi esponenti di spicco di Cosa nostra, ma questo è un dettaglio. Era un segnale, per l'appunto, e come tale doveva essere interpretato.

Su questo punto la Procura ritiene che Conso non abbia detto la verità quando ha riferito i motivi per cui prese quella decisione, ed è stato messo sotto inchiesta per false informazioni al pm, insieme all'ex direttore generale delle carceri Adalberto Capriotti. Come le vittime del racket che negano il ricatto. Nei loro confronti l'indagine è stata stralciata, e rimane sospesa in attesa dell'esito del processo principale.

Rientra invece nella richiesta di rinvio a giudizio un altro ex ministro accusato di aver mentito, Nicola Mancino. Il quale, avendo deposto al processo contro il generale Mori per la mancata cattura di Bernardo Provenzano (una delle cambiali pagate alla mafia nella trattativa, secondo l'accusa), risponde di una presunta falsa testimonianza: avrebbe detto bugie sui reali motivi dell'avvicendamento al Viminale e sulle informazioni ricevute da Martelli riguardo ai contatti tra i carabinieri e Ciancimino, avvenuti tramite il figlio dell'ex sindaco, Massimo. Quest'ultimo imputato, nel ruolo di «postino» tra suo padre e Provenzano, di concorso in associazione mafiosa.

Questa è il mosaico composto dalla Procura palermitana. Ora si va davanti a un giudice. Per stabilire se si tratta di una ricostruzione sorretta da prove sufficienti per celebrare un processo, solo un'ipotesi non riscontrabile, o pura fantasia su quel che accadde in Italia, vent'anni fa. Al tempo delle stragi di mafia.

Giovanni Bianconi
25 luglio 2012 | 9:20

La Cassazione dice no alla pensione d’oro dell’ex dirigente siciliano

Mariateresa Conti - Mar, 24/07/2012 - 17:07

La Suprema Corte ha respinto il ricorso di Felice Crosta, che voleva mantenere l’assegno pari a circa 1300 euro al giorno: ora dovrà accontentarsi di "appena" 621 euro al giorno


Pur essendo un anonimo burocrate, apparentemente oscuro al grande pubblico, Felice Crosta, ex super dirigente della Regione siciliana, è famoso ovunque. Perché non è da tutti percepire una pensione di 1300 euro al giorno. Una cifra record diventata l’emblema degli sprechi di Sicilia. Una cifra record cui il manager, adesso, dovrà dire addio: dopo un batti e ribatti di ricorsi, infatti, la Cassazione ha deciso che no, 1300 euro al giorno sono troppi, ne bastano, si fa per dire, «appena» 621, sempre al giorno.


L’assegno, infatti, è stato dimezzato, dai 460mila euro l’anno iniziali a circa 227mila euro l’anno. Con buona pace della Corte dei conti che pure inizialmente al burocrate d’oro aveva dato ragione.
Si chiude così una vicenda cominciata nel 2006, quando Crosta diventò, su nomina dell’allora governatore Salvatore Cuffaro, direttore dell’Agenzia per i rifiuti, con un compenso record pari a 460mila euro l’anno. Il dirigente si dimise dopo pochi mesi di lavoro. Pochi mesi, ma sufficienti a calcolare su quella cifra la pensione, complice anche una leggina ad hoc.

Lo stop all’assegno d’oro arriva con il nuovo governatore, Raffaele Lombardo. E immediatamente parte la battaglia legale ora chiusa dalla Cassazione. In primo grado, nel 2010, la Corte dei conti ha dato ragione a Crosta. Una sentenza poi ribaltata in appello e adesso confermata dalla Cassazione. Crosta dunque riceverà «solo» 227mila euro all’anno.

Usa, l'identikit che è più preciso della foto

Corriere della sera

Una collaboratrice della polizia di Houston in 30 anni ha risolto mille casi con disegni straordinariamente precisi

La signora Lois GibsonLa signora Lois Gibson

Degli identikit che a tratti sembrano più precisi delle foto segnaletiche. Sono le opere di Lois Gibson, un'ex pittrice di strada - quelli che si offrono di fare il ritratto ai passanti in pochi minuti - che si offrì come volontaria alla polizia di Houston dopo aver subito una paurosa aggressione una trentina d'anni fa. E che da allora ha aiutato a risolvere oltre un migliaio di casi grazie ai suoi disegni, di una precisione davvero impressionante.


Uno «sketch» che è valso l'ergastolo per l'arrestatoUno «sketch» che è valso l'ergastolo per l'arrestato

GENTE MAI VISTA PRIMA - Solo che l'artista di strada lavora con una persona, o al limite una foto, davanti. Gibson no: disegna solo quello che le vittime dei crimini riescono a ricordare. E vedere le foto degli arrestati, che sono state scattate dopo il disegno, e pensare che spesso gli arresti sono avvenuti proprio sulla base di quel disegno, è impressionante.

 Identikit o foto tessera? I lavoro di Gibson Identikit o foto tessera? I lavoro di Gibson Identikit o foto tessera? I lavoro di Gibson Identikit o foto tessera? I lavoro di Gibson Identikit o foto tessera? I lavoro di Gibson

FAR RICORDARE - «Tutti i testimoni sostengono di non poter ricordare abbastanza particolari da poter fornire un identikit - spiega Gibson che, oltre a una bella mano ha, evidentemente, grande capacità di ascoltare - E mi trovo lì con persone che sono passate attraverso l'esperienza peggiore della loro vita, e devo cercare di far ricordare loro l'ultima cosa che vorrebbero ricordare». Eppure, il capo della polizia della città texana Charles McClelland jr sottolinea: «A volte vittime di crimini che ricordano poco parlando con i detective, dopo tre, quattro o cinque ore con Lois forniscono una descrizione davvero accurata».

Redazione Online24 luglio 2012 | 16:58

Mamma hacker alzava i voti dei figli. Rischia 42 anni di carcere e 90 mila dollari di multa

Corriere della sera

La donna, della Pennsylvania, ha violato il sistema scolastico 110 volte e ha corretto i voti dei pargoli per due volte
Catherine Venusto, 46 anni (Linkedin)Catherine Venusto, 46 anni (Linkedin)

Quando si dice cuore di mamma. In Pennsylvania, Catherine Venusto, 45 anni, rischia 42 anni di carcere e una multa di 90 mila dollari per aver hackerato il sistema informatico della scuola dei figli con l'obiettivo di modificare il loro voti.

PICCOLI GENI CRESCONO - La donna è stata però scoperta. Senza «pensare alle conseguenze del suo gesto» ha violato il sito della Northwestern Lehigh School è entrata nel database e ha fatto dei suoi pargoli due piccoli geni. La signora Venusto aveva lavorato in passato come segreteria del distretto scolastico tra il 2008 e il 2011. La prima violazione del sistema avviene nel 2010 per salvare la figlia dalla bocciatura. La seconda operazione scatta nel 2012 per far alzare il giudizio del figlio maschio da 98 a 99. Secondo la polizia, la signora avrebbe rubato password e username della soprintendente della scuola, violando il sistema per più di 110 volte.

La mamma hacker deve ora rispondere di tre capi di imputazione per aver usato illegalmente i computer della scuola e altri tre per averne alterato i dati. Gli agenti che l'hanno interrogata hanno raccontato che la donna avrebbe ammesso di aver modificato i voti, pensando però di compiere semplicemente delle azioni «immorali» e non "illegali".

Redazione Online24 luglio 2012 | 21:28

Cuba, decine di dissidenti arrestati ai funerali di Payà

Corriere della sera


Cuban dissident Oswaldo Paya funeral

 

di Monica Ricci Sargentini

Le autorità cubane non si sono fermate neanche nel giorno dell’addio  a Oswaldo Payà, il più autorevole difensore dei diritti civili a Cuba morto domenica scorsa in un incidente d’auto che per alcuni è piuttosto sospetto. Gli agenti in borghese si sono presentati davanti alla parrocchia del Salvatore del Mondo, nel quartiere Cerro, quella che era solito frequentare il sessantenne fondatore del Movimento cristiano di liberazione, e hanno arrestato decine di dissidenti davanti agli occhi di centinaia di fedeli e numerosi diplomatici europei che volevano dare l’estremo saluto a un uomo che tanto ha rappresentato. In manette è finito anche Guillermo Farinas,  uno dei più estimati esponenti del movimento di opposizione al regime castrista, noto per i suoi numerosi scioperi della fame. Il dissidente nel 2010 ricevette dall’EuroParlamento il premio “Sakharov” per i Diritti Umani e la Libertà di Pensiero, già conferito nel 2002 allo stesso Payà.

Prima dell’inizio della cerimonia funebre la chiesa era già stata circondata dalla polizia che era rimasta impassibile davanti agli slogan anti regime urlati dalla folla. “Era una persona che si batteva sinceramente per migliorare le condizioni della gente cubana” ha detto all’Ap  Miriam Leyva, una delle fondatrici del movimento Le donne in bianco. ”Vi prometto che continueremo la nostra lotta per i diritti civili di tutti i cittadini”  ha dichiarato un altro dissidente.   Molti puntano il dito contro il regime

castrista per un incidente d’auto dai contorni poco chiari. La figlia di Payà, Rosa Maria, avrebbe ricevuto una telefonata in cui il padre le diceva che un altro veicolo stava tentando di buttare fuori strada la vettura su cui viaggiava. La famiglia del defunto  ha chiesto un’inchiesta sulle circostanze dell’incidente. 

Gli arresti rischiano anche di creare qualche grattacapo con l’Europa alle autorità cubane. La polizia, infatti, sta trattenendo anche l’esponente del movimento giovanile del Pp spagnolo, Angel Carromero, che si trovava a bordo dell’auto di Payá al momento dell’incidente. Lo ha reso noto il portavoce parlamentare del partito del presidente del Consiglio spagnolo Mariano Rajoy sottolineando che a carico del giovane non ci sono accuse.
Payà, fondatore del “Movimento Cristiano Liberazione”, è rimasto alla storia come colui che ha raccolto le firme per il progetto “Varela”, uno dei padri della nazione cubana. Nel 2002 portò lui stesso in Parlamento una proposta di referendum  con le firme di diecimila cittadini per reclamare maggiori libertá, a partire dalla libertá di associazione e di espressione. La proposta ovviamente fu affossata e oggi a dieci anni di distanza pochi passi avanti sono stati fatti.

Il rock inglese contro Google

Corriere della sera

Elton John, Robert Plant e gli Who inviano una lettera a Cameron: «I motori di ricerca aiutano la pirateria»


Elton John in testa ai firmatari della lettera anti-Google (Afp)Elton John in testa ai firmatari della lettera anti-Google (Afp)
Un nuovo attacco a Google, che riapre una questione in realtà mai sopita: un motore di ricerca può essere responsabile se viene utilizzato dagli utenti per cercare il materiale illegale che viene caricato sui portali di file sharing? Secondo alcuni musicisti inglesi sì: sono molti infatti i firmatari di una lettera inviata al Daily Telegraph e destinata al primo ministro David Cameron.

DA ELTON JOHN A SIMON COWELL - Serve più azione contro la copia e la distribuzione illegale della musica, precisa il quotidiano: hanno aderito all'appello, tra gli altri, Sir Elton John, Lord Lloyd Webber, Tinie Tempah insieme ad altri rapper, Robert Plant dei Led Zeppelin, il produttore e ideatore di X Factor Simon Cowell e Professor Green. Guidano il gruppo Pete Townshend dei The Who e Brian May dei Queen. Le star fanno notare che le Olimpiadi di Londra «metteranno sotto i riflettori l'industria creativa britannica», e che quindi «il Paese è in una posizione favorevole per accrescere le esportazioni musicali».

LA LETTERA - Nella missiva viene sottolineato «il ruolo che i motori di ricerca possono giocare nel dare agli utenti l'accesso alle copie illegali» e che «le aziende web e gli investitori online devono fare di più per prevenire la pirateria». In sostanza bisognerebbe «proteggere i consumatori e gli artisti dai siti illegali». Anche la BPI, l'associazione che rappresenta le case discografiche nel Regno Unito, ha accusato Google di rendere «semplice per gli utenti trovare i link ai siti di file sharing, dove possono scaricare liberamente materiale pirata». Cameron e i suoi ministri dovrebbero quindi provvedere al più presto a implementare la legge anti-pirateria varata due anni fa (il Digital Economy Act ndr). Infatti le misure varate, allo stato attuale, non saranno toccate fino al 2014.

LA RISPOSTA DI GOOGLE - Il motore di ricerca ha fortemente negato il supporto alla pirateria, e ha fatto sapere di «rimuovere mensilmente dalle sue pagine milioni di link dietro richiesta dei legittimi detentori dei diritti d'autore». Ma il dibattito è destinato a far discutere a lungo.

Arianna Ascione
corriere_musica@twitter24 luglio 2012 | 20:26

Al lavoro in bici? Sei poco tutelato

Corriere della sera

L'Inail riconosce lo status di «infortunio in itinere» solo se avviene su piste ciclabili. In campo Fiab e #salvaiciclisti

Il logo della campagna Bici in itinere Il logo della campagna Bici in itinere 

Ti fai male andando al lavoro in bicicletta mentre non sei su una pista ciclabile? Niente risarcimento, se vivi in Italia. Già, perché come denuncia #salvaiciclisti nel nostro Paese coloro che decidono di utilizzare la bici per recarsi al lavoro, devono fare i conti con «una legislazione che, non solo non incentiva, ma addirittura penalizza chi utilizza questo mezzo di trasporto». In Italia, in caso di sinistro durante il percorso casa-lavoro effettuato in bicicletta, l’Inail riconosce al lavoratore lo status di “infortunio in itinere” “purché avvenga su piste ciclabili o su strade protette; in caso contrario, quando ci si immette in strade aperte al traffico bisognerà verificare se l`utilizzo era davvero necessario”. Peccato che le piste ciclabili siano davvero poche.

DIECIMILA FIRME - A denunciare la situazione è la Federazione Italiana Amici della Bicicletta (Fiab) che in una lettera aperta al presidente del Consiglio, al ministro dei Trasporti e ai presidenti di Camera e Senato, ha proposto in giugno la modifica dell’art. 12 del decreto 38/2000 e di aggiungere al testo attuale la frase: «L’uso della bicicletta è comunque coperto da assicurazione, anche nel caso di percorsi brevi o di possibile utilizzo del mezzo pubblico», esattamente come previsto per il lavoratore che si reca al lavoro a piedi. La proposta della Fiab "bici in itinere" ha già raccolto oltre diecimila firme e ricevuto parere favorevole da parte di ben tre Regioni, tre Province e sedici Comuni tra cui Milano, Bologna e Venezia che ravvisano grande imbarazzo nel chiedere ai concittadini e ai propri dipendenti di usare la bicicletta senza poter garantire nel contempo adeguate tutele.

OTTO MORTI DA INIZIO LUGLIO - Si tratta di un'iniziativa di sicuro merito civico, che si va ad aggiungere alle molteplici iniziative portata avanti con l'hashtag #salvaiciclisti, ispirata dal quotidiano londinese The Times che lanciò "Cities Fit For Cyclists", dopo che un suo dipendente finì in coma perché investito mentre andava al lavoro. Tutte storie e fatti che ci riguardano da vicino. Perché usare la bicicletta è un gesto di rispetto nei confronti dell'ambiente e degli altri cittadini. E si tratta di un gesto che non viene sempre rispettato: negli ultimi dieci anni infatti si sono verificate 56 mila morti sulle strade italiane, gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per i giovani tra i 15 e i 35 anni (nel paese più vecchio d’Europa), il 2% del PIL annuo se ne va proprio a causa degli incidenti stradali a cui si aggiunge quello perso nel traffico e a causa degli inquinanti generati. Ma non solo. Fa rabbrividire la storia di otto persone che solo dall'inizio di luglio sono morte mentre erano alla guida di una bicicletta.

Redazione Online24 luglio 2012 (modifica il 25 luglio 2012)

E morto Sherman Hemsley, attore dei Jefferson

Corriere della sera

L'uomo, 74 anni, è stato trovato dall'infermiera. Ha cominciato la sua carriera nel telefilm Arcibaldo

Sherman Hemsley con la moglie Isabel Sanford (Reuters)Sherman Hemsley con la moglie Isabel Sanford (Reuters) 

Da Arcibaldo ai Jefferson. Passando per Willy, il principe di Bal Air. È morto nella sua casa a El Paso, Sherman Hemsley, 74 anni, noto al grande pubblico per aver interpretato il ruolo di George Jefferson nel noto telefilm.

LA MORTE- A dare la notizia della morta è il sito di gossip statunitense Tmz. com. Secondo una prima ricostruzione, l'uomo sarebbe stato trovato dall'infermiera che in un primo momento non si sarebbe accorta di nulla. Poi ha dato l'allarme. Sembrerebbe che Hesley sarebbe morto per cause naturali. Sposato con Isabel Sanford anche nella vita, l'attore ha debuttato con il ruolo di George Jefferson nel telefim Arcibaldo.


Redazione Online 24 luglio 2012 | 23:48




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