giovedì 26 luglio 2012

Ilva a rischio sequestro, è sciopero 4.600 operai bloccano le strade

Corriere del Mezzogiorno

Indetto dai sindacati Fim, Fiom e Uilm di Taranto. Preoccupazione per il possibile provvedimento


TARANTO - I sindacati Fim, Fiom e Uilm di Taranto hanno indetto uno sciopero immediato dei lavoratori dell'Ilva con presidio davanti allo stabilimento per manifestare il disagio e la preoccupazione dei dipendenti del Siderurgico sul loro futuro occupazionale.


STRADE BLOCCATE - Migliaia di lavoratori dell'Ilva di Taranto sono usciti dallo stabilimento, in coincidenza con lo sciopero proclamato dai sindacati di categoria, e hanno bloccato gli accessi alla statale 106, che porta in Calabria, e alla statale 7 Appia per Bari. I lavoratori attendono la decisione della magistratura ionica su un possibile sequestro dello stabilimento per violazione delle norme a tutela dell'ambiente. Attualmente in fabbrica è rimasta una parte dei dipendenti dell'area a caldo, dove entrano in azione le comandate per tutelare l'integrità degli impianti. Le zone interessate dalla manifestazione sono presidiate da poliziotti e carabinieri; la circolazione dei veicoli viene deviata su strade secondarie.



Nel capoluogo ionico da giorni circolano voci di un imminente sequestro degli impianti che potrebbe essere disposto dalla magistratura a seguito dei risultati delle perizie sull'inquinamento ambientale. Il 30 marzo scorso, in occasione della chiusura dell'incidente probatorio legato all'inchiesta a carico dei vertici dell'Ilva per disastro ambientale, 8.000 operai e impiegati del Siderurgico manifestarono per le strade della città con un sit-in conclusivo sotto la sede del Comune. «Quella di oggi è solo la prima iniziativa, ma ne seguiranno delle altre molto più pesanti nei prossimi giorni perché i lavoratori non reggono più questa situazione i cui viene messo in discussione il loro futuro occupazionale». Lo ha detto Mimmo Panarelli, segretario territoriale della Fim Cisl di Taranto, parlando con i giornalisti a margine della manifestazione dei lavoratori davanti allo stabilimento siderugico. «La tensione in fabbrica - ha proseguito Panarelli - non è più sostenibile ed è per questo che abbiamo deciso di organizzare sciopero e presidi. Noi siamo convinti di una cosa molto chiara: chi sostiene che è possibile fermare l'area a caldo dello stabilimento e che può esistere solo l'area a freddo non sa quello che dice. Questo è uno stabilimento a ciclo integrale: se si chiude l'area a caldo deve chiudere l'intero sito. E sarà la morte di Taranto».

Redazione online25 luglio 2012 (modifica il 26 luglio 2012)

Biscardi? Grande cronista Questo sì che è uno «sgub»

Giancristiano Desiderio - Gio, 26/07/2012 - 09:01

 

In un libro della figlia la storia del conduttore del «Processo» intervistatore di Pasolini e primo biografo di Papa Wojtyla

 

Il primo «sgub» di Aldo Biscar­di risale al 1956 quando, avendo preso da poco il posto di Antonio Ghirelli a Paese Sera , era a Mosca per seguire il Festival Mondiale della Gioventù insieme con Enri­co Viarisio, Federico Zardi e Vit­torio Gassman. Durante il ricevi­mento al Cremlino, quando fu il turno della delegazione italiana, il giornalista dai capelli rossi pre­se coraggio e, non si sa come, av­vicinò Kruscev che gli mise in ma­no un panino dicendogli: «Man­gia, mangia». La conversazione sfiorò temi politici ed economici fra champagne e caviale e uscì in prima pagina con un titolo in pri­ma persona: «Ho brindato con Nikita Kruscev nei giardini del Cremlino».

 

 

Il futuro ideatore, re­gista e conduttore - insomma, mattatore assoluto- del Processo del Lunedì poi diventato Proces­so di Biscardi aveva già capito che doveva diventare egli stesso un personaggio da raccontare. E che personaggio.

Lo fa, non senza qualche com­prensibile indulgenza, la figlia Antonella nel libro Tutto (o qua­si) su mio padre ora uscito da Li­mina ( pagg. 133, euro 16) e arric­chito dai contributi in prima per­sona dall’Aldo del Guinness dal momento che la «creatura» di Al­do Biscardi ha avuto il riconosci­mento dal Guinness World Re­cord come «il programma tv sportivo più longevo con lo stes­so presentatore»: meglio del Da­vid Letterman Show , che nacque proprio nel 1980 ma subì interru­zioni, e del nostrano Maurizio Costanzo show .Tutto ebbe inizio l’1 settembre 1980 alle ore 22,45. Erano presen­ti nei vari studi di Roma, Milano, Torino e Napoli i calciatori stra­nieri più famosi: da Falcao a Krol, da Boniek a Prohaska. Natu­ralmente, alla prima «partita» fu subito polemica. Un telespetta­tore chiese a Falcao di risponde­re a Nantas Salvalaggio che ave­va scritto che il brasiliano era l’unico giocatore straniero che amava marcare ad uomo e leggere Oscar Wilde.

L’ottavo re di Ro­ma non si tirò in­dietro: «Mi sono in­formato, so che Sal­valaggio ha una bel­la figlia. Mandi lei a intervistarmi, la pre­ferisco a lui e potrà ri­ferirgli notizie più si­cure sui miei gusti e sulla mia personali­tà ». Era nato ufficial­mente Il Processo del Lunedì .Il giorno dopo Biagio Agnes scrisse a Biscardi una lettera di congratulazioni, Gianni Arpino vi riconobbe il «bar dello sport» in tv, Alberto Bevilac­qua sul Corriere della Sera ne scrisse come il primo e corag­gioso tentativo di analisi del fenomeno calcistico. Aldo Biscardi aveva inventato il processo alle partite come anni addietro Sergio Zavoli inventò il Processo alla tappa del Giro d’Italia. Proprio Zavoli consigliò Biscardi di sviluppare il gioco soprattutto sul piano del­la conversazione salottiera. Co­sa che, in verità, tra «movioloni», «sgub», «bombe» e furiose litiga­te non sempre è riuscita ma è in­dubbioche Aldo Biscardi, che ama raccontare di discendere da Roberto il Guiscardo - «guerrie­ro vichingo che aveva i capelli rossi come me» ma che non sape­va che avrebbe avuto discenden­ti in quel di Larino in Molise - ab­bia inventato un genere giornali­stico popolare tanto criticato quanto invidiato e copiato.

Eppure, quel mattatore di Al­do Biscardi - amico di Gassman, intervistatore di Pier Paolo Paso­lini e di Anita Ekberg, primo bio­grafo di Papa Wojtyla, autore di testi sulla storia del giornalismo sportivo e inchieste sulla Rai ­non andò subito in onda: le pri­me due edizioni del Processo fu­rono condotte da Enrico Ameri ­sì, proprio quello di «scusa Ame­ri » - e la terza da Marino Bartolet­ti, mentre Biscardi faceva tutto il resto, dal tema agli ospiti alla re­gia. Ma è quando Aldo va in vi­deo, anche grazie alla vittoria del Mondiale in Spagna nel 1982 e allo scudetto della Roma nel 1983 che il fenomeno del Proces­so , con tanto di accusa, difesa e verdetto, si afferma. In particola­re, Biscardi si rivelerà bravo in due cose: dando notizie e facen­do di se stesso, anche con le sue gaffes che lo avvicinano a Mike Bongiorno, un personaggio e ­come si usa dire oggi - un brand di successo.

Al fascino popolare della sara­banda di Aldo Biscardi e alla sua naturale simpatia hanno ceduto in molti: Silvio Berlusconi nel 1990, quindi ben al di qua di For­za Italia, entrò in studio per un sa­luto e vi restò per un’ora e mezza, ma ben prima di lui c’erano stati un capo del governo come An­dreotti e un capo dello Stato co­me-Pertini in uno storico collega­mento dalla Val Gardena a 10 gra­di sotto zero, mentre un altro pre­sidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi non esitò a utilizzare la trasmissione di Aldo Biscardi per rilanciare l’inno di Mameli e invitare gli «azzurri» a non fare scena muta sulle note dell’inno nazionale.

Italiano rapito all'estero? Fategliela pagare

Gian Marco Chiocci Simone Di Meo - Gio, 26/07/2012 - 09:14

 

In Francia, Germania e Svizzera gli ex ostaggi rimborsano il salvataggio. Da noi la norma c'è (ma non si vede...)

 

Turista fai da te? Ahiahihai. Numeri certi non ci sono, perché le cifre - ovviamente - restano nascoste nella cortina fumogena delle trattative occulte di governi e servizi segreti. Ma il turismo a rischio dei nostri Indiana Jones fa più danni delle cavallette. Riscatti, costi di rimpatrio, spese sanitarie e per il personale diplomatico e dell'intelligence. Lo Stato paga (quasi) sempre. E tanto. Alla fine, c'è pure quell'insostenibile strafottenza di chi, appena messo piede sul suolo patrio fa il segno della vittoria.

 

 

Senza parlare di quanti, poi, sputano sul piatto del Paese che li ha salvati. In Svizzera e in altri (più seri) Paesi quest'andazzo non è tollerato. Il Dipartimento federale degli Affari esteri elvetico proprio l'altro giorno ha deciso di farla «pagare» a un poliziotto di 31 anni, Olivier David Och, e un ex agente di 28, Daniela Widmer, sequestrati in Pakistan: al loro ritorno in patria ad attenderli non c'era la fanfara ma un'opinione pubblica parecchio incazzata. Inizialmente gli hanno chiesto 8mila euro a testa. Poi la pena s'è tramutata in un servizio «sociale»: spiegare ai ragazzi delle scuole quant'è pericoloso (stupido, costoso e inutile) fare viaggi a rischio. Una scelta che fa il paio con quella della Corte suprema svizzera che anni prima aveva condannato tre testimoni di Geova finiti sul sul Monte Ararat a caccia dell'Arca di Noè, a rimborsare le operazioni di soccorso per 15mila euro.

In realtà, anche il codice del turismo italiano prevedrebbe una norma del genere, ma non è mai stata applicata. Né è mai stata discussa la proposta che l'allora presidente del Copasir Rutelli avanzò per far pagare le spese ai vacanzieri spericolati. Da noi non solo nessuno paga ma spesso si fa a gara a preannunciare un ritorno all'inferno. Nel 2008 cinque turisti italiani rapiti nello Yemen subito dopo la loro liberazione assicurano che presto torneranno in quel Paese facendo imbestialire il Codacons che chiederà alla Corte dei conti di sequestrargli i beni per 600mila euro. Due anni prima altri 19 connazionali finiscono nei guai in Niger: una volta liberi ricorderanno con nostalgia le battute di caccia insieme ai sequestratori. E che dire della guida turistica Paolo Bosusco che ha definito il suo recente rapimento in India «trenta giorni di vacanza». Per ogni rimpatrio, lo Stato spende circa 100mila euro.

E se proprio non ci si vuole rifare alla Svizzera, qualche altro modello c'è. In Germania un gruppo di turisti rapito nel deserto algerino è stato condannato a rifondere allo Stato i soldi versati addirittura per il riscatto. E la Corte di appello di Berlino, sulla stessa lunghezza d'onda, ha deciso che una fisioterapista 35enne dovrà staccare un assegno da 12.640 euro per l'elicottero grazie al quale fu salvata nel 2003 in Colombia. In Francia un progetto di legge prevede che i turisti fai-da-te salvati dai guai il «rimborso di tutte o di una parte delle spese sostenute per operazioni di soccorso all'estero a beneficio di individui che si sono esposti deliberatamente al rischio». In Giappone, nel 2004, tre cittadini liberati dai terroristi in Iraq non solo chiesero scusa al Paese per aver messo in pericolo le loro vite e quelle dei soldati giapponesi presenti in Medioriente ma vennero anche chiamati a pagare il conto di spese mediche e viaggi aerei.

C'è poi chi, nelle mani dei rapitori, ci finisce perché nelle aree a rischio (Iraq, Afghanistan, Africa nord occidentale e Centro America secondo i dati del sito viaggiaresicuri.it) ci va per lavoro, o in missione umanitaria. E qui, il discorso, è diverso. Ma non tanto. L'ultimo ostaggio liberato è stata Rossella Urru, rapita in Mali e rimasta nelle mani degli ostaggi per 9 mesi. Anche lei non ha resistito e ha promesso: «Tornerò in Africa». Per il suo rilascio, si è parlato di un riscatto di 15 milioni di euro (rispetto ai 30 richiesti in un primo momento). Perché anche se non si deve dire, in certe aree se non paghi sottobanco non torni a casa. Una traccia sulle trattative coi terroristi islamici, i carabinieri del Ros l'avevano trovata in intercettazioni in cui si quantificava in 5 milioni il riscatto delle due Simone (Pari e Torretta). Si è parlato di milioni pagati per Giuliana Sgrena del Manifesto, per il fotoreporter Gabriele Torsello (2 milioni di euro) e per tantissimi altri. Non lo sapremo mai. Ma se proprio non riusciamo a fargliela pagare, si faccia una legge per chi ha salvato la pelle: che taccia per sempre.

La verità di Lusi: così rimborsavo la Bindi

Gian Marco Chiocci - Gio, 26/07/2012 - 07:06

 

Nella deposizione dell'ex tesoriere spuntano soldi per la presidente Pd: "Mi arrivavano fatture a suo conto..."

 

«Basta parlare di Rutelli, passiamo ad altro». Di buon ora, il 23 giugno scorso, all'onorevole Rosy Bindi saranno fischiate le orecchie. Perché dal carcere il collega di partito Luigi Lusi s'era messo a parlare delle «spese» che comparivano accanto al nominativo della presidente del Pd così come l'ex tesoriere le aveva archiviate nella pen drive consegnata ai magistrati dalla sua segretaria Francesca Fiore. Era un riferimento più preciso alla Bindi dopo quell'accenno buttato lì durante l'audizione al Senato, che portò l'onorevole a querelare il Giornale reo d'averne dato conto ai suoi lettori: «Le iniziative politiche da me organizzate - disse - sono autofinanziate e non ho mai ricevuto da Lusi nemmeno un euro né sono mai stata a conoscenza di presunti accordi spartitori».

 

 

Quel 23 giugno al giudice che gli chiede conto dei «rimborsi» al leader dell'Api e Bianco (sul punto Lusi è stato poi indagato per calunnia, sui soldi agli altri big della Margherita proseguono le indagini) Lusi s'impunta: «Andiamo avanti, sennò sembra che parliamo solo di Bianco, come se ce l'avessimo solo con lui». Il giudice lo invita a parlare della Bindi e Lusi, sbirciando il «foglio di calcolo» con i soldi della Margherita, osserva: «Qui ci sono pagamenti di soggetti che erano candidati alle Europee del 2009 per il Pd. Mi viene chiesto di pagare delle fatture relative a questi soggetti, ma non era il richiedente la Margherita». Fatta la premessa tra il giudice e l'indagato comincia un curioso siparietto. Col primo che interrompe continuamente il tesoriere facendo presente che «l'onorevole Bindi non le ha mica chiesto di pagarle un set di valigie o di pagarle una borsa». Al che Lusi ribatte a tono:

«L'onorevole Bindi non mi ha chiesto... mi ha detto una cosa diversa». Il giudice, ancora di traverso: «Non le ha chiesto di pagarle una borsa». Sorpreso dall'ennesima contestazione, Lusi sbotta: «Senta, io non devo accusare nessuno. Io sto spiegando il sistema». E lo racconta come funzionava quel sistema a cui, a suo dire, attingeva anche la vicepresidente della Camera o chi per lei: «L'onorevole Bindi mi mandava una persona, che tendenzialmente era l'onorevole Miotto, oppure un suo segretario piuttosto che una sua segretaria, a seconda di chi c'era, che mi dava delle fatture. Questo era di chi? Della signora Bindi, della presidente Bindi, di riferimento politico. Chiaro? Non mi risulta in questi tre anni, a parte le spese telefoniche che riguardano non certo la Bindi, che era presidente del partito e vice presidente della Camera, ma saranno stati i suoi collaboratori ovviamente, ecco perché parlo di centri di costo, cioè attribuzioni di spese al soggetto di riferimento di quel singolo leader politico.

All'interno di quel sistema però - continua Lusi - le spese per le europee di Montemarano, le spese di Vittorio Prodi, le spese di Vaccari, le spese di questo Bandiera Alessandro piuttosto che Villaggio Grafica, Stella, la Tipografica di Rabbuoni, io non so chi siano». Il giudice lo stoppa di nuovo: «Non vedo però viaggi dell'onorevole Bindi». Tra l'ironico e l'irritato Lusi reagisce: «Sì, ma adesso non so perché è appassionata di viaggi, però va bene». Giudice: «Io? No, io affatto. Odio viaggiare». Lusi: «Eh, ma io non ho capito che c'entrano i viaggi allora. Stiamo parlando delle sue spese». Giudice: «No, dico, non vedo spese inconferenti dell'onorevole Bindi. Lei dice che la disfunzione...». Stavolta a interrompere è l'ex tesoriere. «Le spiego. Parliamo solo del 2009/2011. Allora, la Margherita ha sospeso nel 2007. C'è un Pd, ci sono altri partiti: Api, Udc. La Margherita paga delle somme che non riguardano un'attività della Margherita, ma terzi. Che cosa ci facciano i terzi io non lo verificavo (...) dove finissero gli altri soldi io non lo so. Di certo la prestazione di quella fattura a me non arrivava. Mi sto spiegando?». Il magistrato si arrende, ma Lusi prosegue: «Quello che segue (nel prospetto, ndr) è Bocci, che oltre ad essere il presidente del comitato di tesoreria dal 2007 in poi, era l'uomo che inizialmente per conto di Fioroni mi dava le sue fatture...». Ma qui la Bindi non c'entra. È un'altra storia tutta da scrivere.

Bonus al dirigente in galera da mesi

Corriere della sera

 

Gratifica da 13.099 euro. Peccato che il dirigente Elvio Carugno sia in galera proprio con l'accusa di avere rubato soldi regionali

di Gian Antonio Stella

 

«Bravo», gli ha detto la Regione Molise. E gli ha dato un bonus di 13.099 euro in aggiunta allo stipendio. Peccato che Elvio Carugno sia in galera. Carugno è accusato di avere rubato soldi regionali. Il che conferma come la distribuzione dei «premi» messi a bilancio sotto la voce «merito» avvenga con criteri a pioggia che col merito non hanno niente da spartire. Il tema è una ferita che sanguina da tempo. Basti ricordare la denuncia che fece qualche anno fa, alla vigilia dell'ultimo governo Berlusconi, l'allora ministro per la Funzione pubblica, Luigi Nicolais. Il quale ammise che «il tentativo di misurare l'efficienza di chi dirige gli uffici pubblici», avviato dal governo D'Alema nel lontano 1999 con la legge 286 che prevedeva una ricompensa aggiuntiva per i dirigenti sulla base del raggiungimento o meno degli obiettivi fissati, non aveva dato «i risultati sperati». Un eufemismo.

 

Ex ministro NicolaisEx ministro Nicolais

La prova era nei numeri: su 3.769 altissimi funzionari addetti alla macchina statale, quelli premiati col massimo bonus possibile erano 3.769. Come se fossero tutti purosangue. Tutti bravissimi, puntualissimi, rigorosissimi. Senza un solo somaro, un ronzino, un brocco che meritasse un minimo di castigo... Come se tutti gli obiettivi prefissi fossero stati raggiunti. Mai più, giurarono allora i responsabili della cosa pubblica. Mai più. Fatto sta che, anche al di là dell'impegno personale di questo o quel ministro (ricordate la battaglia scatenata su questi temi dal contestatissimo Renato Brunetta?), ciò che è accaduto in questi giorni in Molise dimostra quanta strada ci sia ancora da fare. Dice tutto la lettera protocollata il 6 luglio scorso e firmata dalla Direzione generale della Regione Molise e inviata al Servizio di gestione risorse umane. Oggetto: «Erogazione indennità di risultato dirigenza anno 2011». Messaggio: «In riferimento all'erogazione di cui all'oggetto, si partecipa che, avendo acquisito per le vie brevi le dovute informazioni da parte del nucleo di valutazione in merito ai termini di conclusione dei procedimenti di valutazione dei direttori di area e di servizio, rilevato che a tutt'oggi i medesimi procedimenti non sono ancora conclusi, si rimette alle opportune valutazioni della signoria vostra la plausibilità di procedere all'anticipazione dell'erogazione dell'indennità di risultato... ».

Totale dell'importo dei premi, in questi tempi di crisi, di assunzioni bloccate, di appelli quotidiani al pubblico impiego: 805.046 euro e 57 centesimi. Da dividere, come anticipazione del 60% degli incentivi per i risultati raggiunti nell'anno passato, tra 68 dirigenti. Per capirci: tutti quelli della Regione. Come se anche in questo caso, nella scia dello scandalo denunciato da Luigi Nicolais, non ci fosse nessuno ma proprio nessuno da lasciare a secco. Si dirà: sono integrazioni in qualche modo dovute. Ma è vero solo in parte. La Regione, accusano le opposizioni, poteva fissare un minimo molto basso e un massimo molto alto, scelta evitata stabilendo bonus che vanno in genere da 11 a 13 mila euro. Poteva dare degli obiettivi precisi e non così generici (tipo «organizzazione degli uffici») da lasciare spazio a ogni interpretazione. Di più: il nucleo di valutazione, composto da tre persone, è dominato da due membri di squisita nomina partitica: il sindaco di Santa Maria del Molise e il vicesindaco di Petacciato. Tutti e due appartenenti al Pdl del governatore Michele Iorio.

La decisione di spendere così quegli 805 mila euro ha mandato su tutte le furie il capogruppo in consiglio regionale del Molise dell'Italia dei valori, Cosmo Tedeschi: «In un periodo difficile come quello che stiamo attraversando questa somma poteva, anzi doveva essere spesa per interventi più urgenti e, soprattutto, utili alla comunità». Lo sconcerto, tuttavia, non riguarda solo i dipietristi e la sinistra. Tra i dirigenti, infatti, vengono premiati anche i dirigenti della Sanità che, come spiegano i dati di pochi giorni fa, è tra le più sgangherate e indebitate, sul pro capite, della Penisola. Un dato per tutti: 2.939 euro di spesa per abitante, inferiore solo a quelle della Basilicata e del Lazio. Di più: riferisce un'agenzia Agi di qualche settimana fa che «il Molise ha anche il primato per spesa pubblica primaria delle Pubbliche Amministrazioni, che Bankitalia ha rilevato in 4.100 pro capite nel triennio 2008-2010 contro i 3.300 euro della media nazionale».

Ma non basta. Tra i dirigenti benedetti dalle gratifiche, con 11.718 euro di bonus supplementare (ripetiamo: è solo il 60%, poi deve arrivare il resto) c'è anche chi come Antonio Guerrizio è stato messo sotto inchiesta per una brutta storia di soldi spariti dalle casse, già parzialmente restituiti. E soprattutto Elvio Carugno, in galera da mesi con le accuse di peculato aggravato e continuato. Pochi giorni fa l'ennesima richiesta di andare almeno agli arresti domiciliari gli è stata respinta: secondo i giudici potrebbe scappare, magari in Venezuela dove sarebbe finito in parte, probabilmente a una donna più o meno misteriosa, il milione di euro circa, stando alle indagini, scomparso dalle pubbliche casse.

Domanda: l'arresto è del 4 aprile, come mai tre mesi non sono bastati alla Direzione generale per depennare l'attuale carcerato dalla lista dei dirigenti meritevoli della massima gratifica? Non sarà il caso di rivederle tutte, queste regole?

 

26 luglio 2012 | 8:30

Il quotidiano dei compagni comunisti non sa nemmeno quando è nato Enrico Berlinguer

Libero

 

"Oggi avrebbe compiuto ottant'anni". Ma era il compleanno del cugino Luigi (che si tocca e fa gli scongiuri)

 

Cattura

 

Pagina Facebook dell’Unità: «Oggi Berlinguer avrebbe compiuto 80 anni. Noi lo ricordiamo con queste 26 belle foto». Le istantanee, ovviamente, si riferivano all’indimenticato Enrico. Che però nacque il 25 maggio 1922. Il compleanno, invece, era  del cugino Luigi, vivo e vegeto. L’ex ministro ha risposto ai goffi auguri dei compagni con il pugno chiuso. Nessuna indiscrezione su cosa facesse intanto con l’altra mano. [a.s.]

Sulle orme di James Bond

La Stampa

 

Alla scoperta dei luoghi dove sono stati girati i film del più famoso agente segreto del mondo

 

A Londra viveva Ian Fleming, l’autore dei libri che hanno come protagonista James Bond, ed è nella capitale inglese che 007 riceve gli ordini dai servizi segreti inglesi

 

MARCO MORETTI

 

Il mio nome è Bond, James Bond». Con questa frase pronunciata da Sean Connery seduto a un tavolo di chemin-de-fer, cinquant’anni fa approdava al cinema Agente 007, licenza di uccidere , il primo film della fortunata serie. Alla ricerca dei set del più famoso agente segreto si fa il giro del mondo. La base di partenza è la Giamaica. Perché qui l’inglese Ian Fleming inventò il personaggio nel 1952 pubblicando il libro Casino Royale . E qui fu girato Licenza di uccidere . Con la scena di Ursula Andress che indossando un bikini bianco esce dalle acque turchesi di Laughing Waters a Ocho Rios: nella fiction, era Crab Key, l’isola del malvagio Dr. No. Altre scene del film furono girate alle cascate Dunn’s River, create dall’incontro di due fiumi prima di gettarsi in mare: ribattezzate James Bond Falls, sono formate da gradoni calcarei (200 metri di dislivello) scalati ogni giorno dai turisti. Poi al Reynolds Bauxite Pier di Ocho Rios (il covo di Dr. No), trasformato nello scalo giamaicano per le navi crociera. E a Kingston, la capitale, al Liguanea Club: il Queens Club frequentato da Sean Connery nel film.

A Est di Ocho Rios si trova Oracabessa dove svernava Ian Fleming. Nella sua tenuta di Golden Eye, tra 1952 e 1964, scrisse i 14 romanzi interpretati dall’agente segreto. Metodico, produsse un libro l’anno, anzi in due mesi: da metà gennaio a metà marzo, il periodo che trascorreva in Giamaica. Finché morì a 56 anni stroncato da un infarto perché, come si legge in un suo romanzo: «Ho sempre fumato, bevuto e amato troppo. Non ho vissuto troppo a lungo, ma troppo intensamente. Un giorno il granchio di ferro mi agguanterà e morirò di troppa vita». Fleming shakerò la sua passione per i cocktail nelle storie di 007. Con tanto di ricette, come il Martini preparato con 8/10 di Gordon’s Gin e 2/10 di Martini Dry, servito in coppetta gelata con oliva e buccia di limone: bevuto in barca in Dalla Russia con amore , sul jet privato di Goldfinger e a New York in Una cascata di diamanti . O il Vesper con 6/9 di gin, 2/9 di vodka e 1/9 Kina Linnet, servito ghiacciato con una scorza di limone: dedicato a Vesper Linnet, l’eroina di Casino Royale .

In Giamaica sono state girate anche alcune scene di Goldfinger con Sean Connery e di Vivi e lascia morire con Roger Moore. Sulle tracce di quest’ultimo film si va al Jamaica Safari Village di Falmouth, la riserva paludosa dove 007 sfuggiva a un inseguimento saltando sulle schiene dei coccodrilli. Golden Eye ora appartiene al discografico Chris Blackwell - scoprì Bob Marley e ha i diritti di Eric Clapton e U2 - che l’ha trasformata in un mini hotel di lusso (www.goldeneye. com). E Est di Oracabessa c’è la lunga James Bond Beach. Dalla Giamaica alle Bahamas, dove i sub visitano il relitto di Thunderball e i ricchi dormono nella suite James Bond al British Colonial Hilton di Nassau: la n. 471 dove furono girate alcune scene del film (ha gli accappatoi con il logo 007).

Poi a Miami, ai bordi della piscina del Fountainbleau Hilton, dove Goldfinger barava a canasta grazie al complice che leggeva con il binocolo le carte degli avversari. E a Londra, prima in 22 Ebury Street, la residenza ufficiale di Ian Fleming (ricordato da una targa); e poi in 30 Wellington Square, a Chelsea, l’abitazione di 007 nella capitale. Sempre in Inghilterra, a Sandwich nel Kent, allo Stoke Park Club dove Bond gioca a golf con Goldfinger. Più vicine a noi i set di Dalla Russia con amore : a Istanbul, dove Sean Connery incontra l’affascinante Tatiana Romanova; e a Venezia, dove alloggia nella suite del Doge all’hotel Danieli. In Svizzera, nell’Oberland bernese, al rifugio Piz Gloria (2790 metri) c’è il covo dell’infido Blofeld in Al servizio segreto di Sua Maestà : in realtà è un ristorante girevole affacciato sulle Alpi. Per il set L’uomo dalla pistola d’oro con Roger Moore si finisce invece in Thailandia, tra i faraglioni di Ko Phian Kan, uno degli isolotti del Phang Nga National Park, la riserva marina a Nord-Est di Phuket.

Lo 007 Admiral Club di Milano fornisce filmografia, bibliografia, informazioni in italiano su viaggi a tema e su ogni dettaglio delle avventure dell’agente segreto. Informazioni anche al sito inglese www.007.com e a www.ianflemingfoundation.org.

Strage di Bologna, intervista choc a Gelli: "Fu colpa di una sigaretta"

La Stampa

 

Il capo della P2 esclude che siano coinvolti Mambro e Fioravanti. Il neofascista attacca il presidente dell'associazione delle vittime: «Ha perso solamente la suocera»

Giusva Fioravanti in una immagine di archivio. «Ringrazio bolognesi perché hanno esagerato talmente tanto che alla fine veniamo chiamati a rendere conto solo di una cosa che non abbiamo fatto e non di quelle che abbiamo commesso veramente», sostiene nel film

 

Anche questo sarà un anniversario con polemiche. Mentre Bologna si prepara a commemorare la strage alla stazione che il 2 agosto 1980 fece 85 morti e 200 feriti, viene presentato il documentario “Un solo errore” che sarà proiettato lunedì in piazza Maggiore. Contiene interviste del 2010, ma inedite, di Licio Gelli e Valerio Fioravanti. Con frasi dirompenti.


Dalla villa Wanda l'ex capo della P2, condannato per i depistaggi nell'inchiesta sulla strage, solleva da ogni responsabilità Francesca Mambro e Giusva Fioravanti: «non ne hanno colpa perché io credo sia stato un mozzicone di sigaretta che è stata lanciato, c'è stato un surriscaldamento ed è esploso, perché la bomba, se c'era la bomba, ma qualche frammento si sarebbe trovato, no?». Parlando della P2 Gelli spiega che «noi abbiamo facilitato lo Stato italiano per tanto tempo» e che «il potere nelle mani lo avevano avuto, era dovuto ai comportamenti amichevoli di quelli che avevano il potere». «Ci avevano riconosciuto e consentito di nominare il capo dei servizi segreti», prosegue. Ancora più forte l'ex Nar, condannato all'ergastolo per la strage. L'intervista, ha spiegato il regista Matteo Pasi, è stata realizzata nella sede di Nessuno Tocchi Caino. Ma, a differenza di Gelli, nel filmato Fioravanti non compare mai né in voce (una «scelta tecnica» per gli autori, dovuta alla cattiva qualità dell'audio), né in video (in questo caso per una «scelta artistica»). La trascrizione dell'intervista viene letta da un doppiatore; un disegno riproduce il volto di Fioravanti. Per buona parte del film manca un sottopancia che indichi allo spettatore chi sta parlando: per gli autori dell'associazione Pereira (che ha prodotto il filmato) si crea così l' «effetto suspence».


«A noi è andata di lusso - sono le parole attribuite all'ex terrorista -. L'ho sempre detto e ringrazio i bolognesi perché hanno esagerato talmente tanto che alla fine veniamo chiamati a rendere conto solo di una cosa che non abbiamo fatto e non di quelle che abbiamo commesso veramente, quindi veniamo perdonati per le cose che abbiamo fatto davvero perché nessuno in fondo ci pensa e discutiamo invece all'infinito di un'altra cosa, è un paradosso». E ancora: «I servizi segreti deviati sono una bestemmia. I servizi segreti devono fare cose deviate, per fare le cose dritte ci stanno la polizia e i carabinieri». E citando Cossiga: «la verità la saprà la figlia di tua figlia». Non solo: l'associazione dei familiari e delle vittime viene bollata come «politicizzata» e i suoi rappresentanti tacciati di far politica sul dolore. «Bolognesi (il presidente della associazione dei familiari, ndr) ha perso la suocera - è il senso della frase riportata nel documentario - e come dice un mio amico, la suocera non è una vera perdita». Lui, Bolognesi, alla presentazione, si è limitato a sottolineare per l'ennesima volta che «quella della esplosione fortuita è la pista seguita dalla commissione Mitrokhin. Ma la pista “internazionale-casuale” è quella appoggiata da Licio Gelli. Il fatto che Gelli ed altri (tra cui Cossiga e il terrorista internazionale Carlos, ndr) insistano sulla stessa cosa è un fatto da rilevare».

Un bacione forte a Gino Abbate» Raffaello saluta il boss dal palco palermitano

Corriere del Mezzogiorno

 

Il neomelodico in concerto in Sicilia dedica un veloce passaggio a «Ginu u mitra», ritenuto affiliato alle cosche

 

 

PALERMO - Dopo Vittorio Ricciardi, il cantante neomelodico partenopeo passato alle cronache nel dicembre scorso per essersi rifiutato (notizia poi smentita dall'interessato) di salutare dal palco durante un suo concerto nel centro storico di Palermo i «picciotti» carcerati, tocca a Raffaello Migliaccio, alias "Raffaello", 25enne neomelodico di Casoria, in provincia di Napoli, interpretare sul palco quello che sembra essere un rituale molto sentito dalle famiglie mafiose o camorristiche in genere, ovvero far salutare dall'artista neomelodico di turno, in occasione di feste popolari, boss o «picciotti» spesso detenuti. Un modo per rimarcare tra il pubblico la presenza sul territorio delle famiglie mafiose in quel momento egemoni, o esaltare la figura di qualche familiare che per motivi di giustizia sia impedito a presenziare alla festa.

IL FATTO - «Un grazie e un saluto a Luigi Abbate», avrebbe detto il neomelodico Raffaello, al termine domenica scorsa del suo concerto in piazza Kalsa a Palermo, in occasione delle celebrazioni della festa della Madonna del Carmine. Il cantante avrebbe pronunciato il fatidico «ringraziamento», riporta il sito Live Sicilia, dopo che un uomo salito sul palco gli avrebbe suggerito le parole da dire, e che, una volta dette, sarebbero state salutate con tanto di applausi da parte del pubblico. Luigi Abbate, detto «Ginu u' mitra», ritenuto dagli investigatori il principale referente mafioso del quartiere palermitano della Kalsa, è stato arrestato un anno fa nell'ambito dell'operazione «Hybris», insieme ad altri 38 presunti appartenenti a Cosa Nostra.

IL CANTANTE - Raffaello Migliaccio, è noto alle cronache per essere stato uno degli autori delle musiche del film di Matteo Garrone, «Gomorra». Un suo brano «La nostra storia» è la prima che si sente nella sequenza iniziale del film. Molto amato dai suoi fan, il neomelodico, che ha pubblicato il suo primo album a soli 12 anni, è famoso anche per alcune sue intemperanze caratteriali. Nel luglio scorso, prima di essere travolto sulla sua moto da un’automobile in corsa, in un incidente in cui rischiò la vita, fu arrestato per aver aggredito nel centro storico di Napoli, «senza un motivo apparente», un vigile del fuoco che tornava a casa dopo il turno di servizio. Braccato dai poliziotti che gli davano la caccia cercò di sottrarsi al controllo brandendo due grossi coltelli. Il gesto gli è costato un anno di pena con la condizionale.

 

Francesco Parrella

25 luglio 2012

L'operaio morto vale solo 2.000 euro? Il web si mobilita per una raccolta fondi

Corriere della sera

 

Don Farinella si fa garante per una colletta online in modo che la madre del tecnico possa dire no allo Stato

 

Matteo ArmelliniMatteo Armellini

Se la vita di un operaio per lo Stato italiano non vale nemmeno 2.000 euro, ci pensa il web ad aiutare con una sottoscrizione.

IL «RISARCIMENTO» - Martedì la madre di Matteo Armellini, il tecnico di 32 anni morto nel marzo scorso a Reggio Calabria mentre stava aiutando a montare il palco per un concerto di Laura Pausini, aveva denunciato che per l'Inail la cifra spettante a rimborso era di appena 1936,80 euro. E dall'Istituto nazionale di assicurazione per gli infortuni sul lavoro avevano parlato solo di un anticipo, precisando però che la cifra totale, vista «la retribuzione molto bassa del ragazzo», non sarà di molto superiore. E allora scende in campo il web «sperando di raggranellare quanto basta per consentire alla madre di Matteo di buttare in faccia allo Stato questo vergognoso obolo».

LA RACCOLTA - In collaorazione con don Paolo Farinella, il prete genovese «di frontiera», il blog «Il Tafano» di Antonio Crea propone una raccolta fondi attraverso un mezzo moderno come paypal, il sistema di pagamento online. L'estratto conto dedicato alla raccolta verrà inviato ogni due giorni a don Farinella che si fa garante dell'invio delle somme a Paola Armellini. Il blog sottolinea come Armellini avrebbe dovuto, per legge, lavorare almeno fino ai 67 anni, cioè altri 7.700 giorni, e arriva a quantificare la paga oraria stimata da quell'assegno dell'Inail: 0,032 € all'ora.

 

Maria Strada2

5 luglio 2012 | 21:34

Sicilia, scoppia la rivolta dei deputati In ritardo i loro 13 mila € di stipendio

Corriere della sera

 

Insorgono gli onorevoli dell'Assemblea regionale: «Trattati peggio dei fornitori». Problemi anche per i dipendenti

 

Francesco Cascio (LaPresse)

A causa della crisi di liquidità la Regione Sicilia non ha trasferito in tempo i fondi per i pagamenti ai 90 deputati e ai dipendenti dell'Assemblea regionale siciliana e quindi lo stipendio del mese di luglio non è arrivato. Se ne riparlerà ad agosto. Secondo i calcoli ogni 30 giorni la Regione manda all'Assemblea i soldi degli stipendi: a giugno ha trasferito 12 milioni di euro, mentre a luglio ne ha «passati» soltanto cinque. E anche per i dipendenti andati in pensione ci saranno ritardi nel tfr. Per quanto riguarda i parlamentari la cifra si aggira intorno ai 13mila euro netti.

«TRATTATI PEGGIO DEI FORNITORI» - Il presidente dell'Ars (ed ex assessore) Francesco Cascio comprende che i ritardati trasferimenti siano collegati «alle più complessive difficoltà economiche», ma passa all'attacco: «L'assessore all'Economia Gaetano Armao tratta l'Ars alla stregua di un qualunque fornitore, o di un ente. Ma l'Ars è un organo istituzionale di valenza costituzionale e di conseguenza l'erogazione dei trasferimenti è sempre stata effettuata d'ufficio. Da quando c'è lui si tende a stravolgere questo concetto, e quindi l'Ars passa in coda rispetto ai fornitori, e questo non è possibile. Per Totò Cordaro, vicecapogruppo del Pid, è incomprensibile che «gli assessori, non eletti, ricevano puntualmente gli stipendi e le loro indennità e i parlamentari no». In generale i deputati si schierano con gli altri dipendenti («che vivono di stipendio»). I 90 deputati siciliani costano alla Regione circa 21 milioni l'anno, i 300 dipendenti dell'Assemblea circa 40 milioni.

«LO STATO NON PUÒ AUMENTARE I CONTROLLI» - Nel frattempo il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda ha replicato a un'interrogazione della Lega rispetto ai conti della Regione Sicilia spiegando che la richiesta di incrementare i controlli della spesa dell'Ente «incontra il limite delle garanzie derivante dallo Statuto di autonomia che non consente l'ingerenza dello Stato oltre i confini stabiliti dalle norme stesse. Allo Stato non sono consentiti controlli di merito sull'efficienza e efficacia della spesa».

 

Redazione Online25 luglio 2012 | 21:03

La difesa di Formigoni indagato: «Tutto qua? Non ho nulla da temere»

Corriere della sera

 

Il governatore: «Nulla di nuovo è emerso, sono i soliti episodi falsi. Non sono stanco, vincerò 12 a zero»

 

MILANO - Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di corruzione con l'aggravante dei reati transnazionali, ha convocato una conferenza stampa mercoledì pomeriggio a Palazzo Lombardia, dopo che la Procura di Milano ha desecretato la notizia dell'iscrizione, che risale al 14 giugno scorso. Insieme con Formigoni, a Palazzo Lombardia, si è presentato ai giornalisti Andrea Gibelli, vicepresidente della Regione.

 

PAR CONDICIO - Formigoni ha esordito ricordando che la Regione Lombardia «non ha mai potuto esercitare attività controllo né ha mai avuto alcun potere di vigilare i bilanci delle fondazioni private e delle Irccs», perché così prevede l'attuale legislazione: «Se fossi andato al San Raffaele per vedere i bilanci mi avrebbero detto: "sta a cà tua"». Poi ha elogiato i giornalisti presenti per la «delicatezza» e il «senso della misura» dedicati al caso Vendola, al quale è stato dato, ha detto, un rilievo molto inferiore rispetto alla notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati. «Voi sapete tutto prima di me, alcuni di voi sapevano già ieri sera, altri stamattina», ha detto Formigoni ai giornalisti, segnalando di aver ricevuto la notizia dalla Procura solo alle 13.25 di mercoledì. «Alcuni di voi sono stati degni gazzettieri» dei magistrati», ha ironizzato.

 

«NULLA DA TEMERE» - Poi Formigoni è passato al nodo centrale della sua iscrizione nel registro degli indagati: «Ho letto le carte e mi son detto: tutto qua? Avevo letto già tutto sui giornali in queste settimane». «Nulla di nuovo è emerso - ha aggiunto -, sono i soliti episodi che ho definito in più occasioni falsi, non a me riferibili, gravemente deformati. Insomma: dopo la lettura di questi atti, non ho assolutamente nulla da temere». «Dov'è la corruzione? Qual è l'atto corruttivo? Qui la corruzione la gh'è minga. Io non l'ho trovata. Solo elucubrazioni, parole contro parole», ha aggiunto. «Non è reato eventualmente essere stato ospite a una cena insieme ad altre 50 persone, o per qualche weekend». «Sono tranquillissimo, sicuro di me stesso, di quello che ho fatto e della correttezza di quello che ho fatto - ha ribadito -. Eppure sono indagato». Entrando relativamente più nel merito, il presidente lombardo ha sostenuto che in Lombardia in ambito sanitario «le risorse sono state sempre distribuite sulla base di criteri stabiliti per legge». Pertanto, per Formigoni, «l'avviso è infondato, insussistente», perché «non c'è mai stato alcun vantaggio per il San Raffaele e la Maugeri, non c'è stato alcun danno per la Regione Lombardia».

«RESTARE FINO AL 2015» - «Non sono stanco di fare il governatore. Io rimango al mio posto, perché so che i miei comportamenti sono sempre stati rettilinei», ha risposto il presidente della Regione Lombardia a chi gli domandava se intende dimettersi, come chiesto dall'opposizione, dopo la notifica dell'invito a comparire con l'ipotesi di reato di corruzione. «Per ora ha parlato l'accusa, poi parlerà la difesa e sarà infine un giudice terzo a decidere», ha commentato Formigoni. «Ho sempre detto che il mio desiderio era completare il mio mandato, fino al 2015», ha aggiunto poi Formigoni. «Ma da qui alle elezioni del 2013 valuterò con il mio partito e i miei colleghi che cosa sia meglio fare, in un momento così drammatico per il Paese. Il 2013 è un passaggio nel quale sicuramente sarà presente, con posizioni che valuterò con il mio partito».

«DISPONIBILE A PARLARE CON I GIUDICI» - Formigoni ha affermato, rispondendo alla domande dei giornalisti, di aver già dato la sua disponibilità alla Procura di Milano, nel caso che i giudici volessero sentirlo. «Avevo chiesto di parlare prima con i magistrati, loro non hanno voluto sentirmi, forse perché non l'hanno ritenuto necessario». Formigoni ha aggiunto che concorderà «un giorno compatibile con gli impegni di tutti, magari non sabato». «E' mio interesse andare a parlare con i magistrati», ha aggiunto, rispondendo a chi gli chiedeva se si presenterà in Procura prima della pausa estiva. «Avrò il piacere di spiegarmi senza il filtro della stampa, visto che non è sempre fedele e ha preso ormai una deriva gossipara», ha aggiunto Formigoni, assestando una nuova frecciata ai cronisti. «La corruzione non c'è - ha ribadito - quello che dico deve convincere i magistrati e non voi».

«VINCERO' 12 A 0» - Formigoni poi ha profetizzato come andrà a finire la vicenda, «posto che riescano a rinviarmi a giudizio, non sarà facile, dopo che ci son volute settimane per costruire l'atto che mi è stato consegnato oggi, sarà ancora più complicato costruire il mio rinvio a giudizio». Formigoni ha ricordato che già nel 1995, dopo la sua terza riunione di giunta, fu rinviato a giudizio. «Andrà a finire che vincerò 12 a zero. Mi hanno mandato a processo 11 volte e 11 volte hanno dovuto assolvermi - ha detto -. Se si va al processo, segnerò il dodicesimo gol. Se poi non riescono a rinviarmi a giudizio, sarà l'ennesimo avviso di garanzia inutile».

 

Redazione Milano online25 luglio 2012 | 19:49

Scoperta la barca del Faraone Den, 5mila anni fa traghettò il re nell'Oltretomba

Il Mattino

 

Cattura

IL CAIRO - Risale al 3000 avanti Cristo circa, quando sull'antico Egitto regnava il faraone Den della prima dinastia, la più antica barca faraonica finora ritrovata. L'annuncio è venuto dal segretario di stato egiziano per le antichità Mohamed Ibrahim Ali, il quale ha spiegato che l'antica imbarcazione, che veniva sepolta col sovrano e serviva per traghettarlo nell'aldilà, è stata rinvenuta a Abu Rawash, località a circa otto chilometri a nord di Giza dove sorgono le rovine della «piramide perduta» di Djedefre, figlio e successore di Cheope. Ali ha spiegato che la preziosa barca è in buono stato e che il team dell'istituto francese di archeologia orientale nei suoi scavi nella zona ha rinvenuto undici pezzi componenti il fasciame, lunghi sei metri e larghi un metro e mezzo ciascuno. I reperti, ha detto il responsabile per le antichità citato dall'agenzia Mena, sono stati trasferiti al Museo egizio per essere restaurati e verranno quindi esposti al Museo nazionale della civilizzazione egiziana, un nuovo museo che dovrebbe aprire i battenti quest'anno.

 

Mercoledì 25 Luglio 2012 - 14:46

Canti davvero male» e prende a pugni in faccia la solista del gruppo musicale

Il Mattino

 

Agli Alberoni il cliente di un ristorante importuna la trentenne per tutta la serata e poi la colpisce mandandola all'ospedale

di Lorenzo Mayer

VENEZIA - Colpita con un pugno in faccia da uno spettatore del pubblico perché la sua "performance" musicale non era gradita. Così una trentenne, che si esibiva insieme al padre con un gruppo musicale, è stata aggredita nel locale di un ristorante degli Alberoni al Lido.

Cattura

Choccata dopo l'aggressione. È accaduto sabato sera, e a raccontare l'episodio è stata proprio la vittima dell'aggressione, mentre lunedì pomeriggio, era in coda all'ospedale Civile in attesa di farsi visitare a causa dei continui dolori che aveva accusato nel fine settimana. Sul volto della donna, oltre allo choc e alla rabbia per quanto successo, ancora ben visibili, i segni delle ferite per le botte ricevute: un collare, la faccia tumefatta e la sospetta frattura del setto nasale.

Bloccato dai clienti dopo la scarica di pugni. Ad aggredirla sarebbe stato un uomo cinquantenne, forse in preda ai fumi dell'alcol, spazientito dall'esibizione musicale, evidentemente a lui non molto gradita. Sul posto sono intervenute le forze dell'ordine: l'uomo (del quale non sono state rese note le generalità) è stato fermato da alcuni clienti che erano a cena nel locale. La cantante ora sporgerà querela, mentre sono in corso indagini per ricostruire l'esatta dinamica della vicenda.

Importunata durante tutta la performance. La cantante si esibisce con il gruppo del padre da diversi anni. Sabato sera è successo qualcosa che prima non era mai accaduto. Lei è stata presa di mira da un cliente del locale, che - per tutta la durata del concerto e senza nessun apparente motivo - l'avrebbe importunata, disturbandola e offendendola. Tanto che al termine, secondo la testimonianza della donna, lei stessa si è avvicinata a quel tavolo, per chiedere spiegazioni di un simile comportamento. Qui però la situazione è rapidamente degenerata, dalle offese e minacce verbali ricevute durante il concerto, l'uomo è passato alle vie di fatto.

«Mai visto quell'energumeno». Il 50enne l'ha così aggredita violentemente colpendola con un pugno prima di essere immobilizzato da quattro persone che hanno evitato che la colluttazione proseguisse. La donna, che inizialmente è stata portata anche al punto di intervento sanitario del monoblocco, ha dichiarato di non conoscere il suo aggressore.

 

Mercoledì 25 Luglio 2012 - 15:15    Ultimo aggiornamento: 19:35

Federconsumatori: un bimbo su tre a Napoli è a rischio fame

Corriere del Mezzogiorno

 

«L'incidenza della povertà sale al 22 per cento, il doppio rispetto alla media nazionale. Una situazione difficile per le famiglie»

 

 

NAPOLI - A Napoli ci sono anziani che rinunciano alle spese mediche, e in alcuni quartieri un bimbo su tre è a rischio fame. Lo sostiene un rapporto di Federconsumatori Campania sugli effetti della crisi nel capoluogo campano. Rosario Stornaiuolo, presidente di Federconsumatori Campania, ricorda che a Napoli «l'incidenza della povertà sale al 22 per cento, il doppio rispetto alla media nazionale. Una situazione difficile per le famiglie e, ancor di più, per quelli che vengono definiti "nuclei familiari spezzati": separati, divorziati, vedovi. Per i giovani l'occupazione è un miraggio e persiste una discriminazione, dal punto di vista economico, nei confronti delle donne».

Il presidente nazionale di Federconsumatori Rosario Trefiletti ha firmato due protocolli d'intesa a nome dei consumatori con l'Associazione antiracket rappresentata dal presidente Tano Grasso e con Libera rappresentata dal coordinatore regionale don Tonino Palmese. L'associazione si impegna a promuovere i prodotti di Libera contro le mafie, provenienti dalle Terre di Don Diana e dai luoghi confiscati alla malavita, non solo come simbolo di legalità ma anche di qualità.

25 luglio 2012

La Terra è quasi esaurita, manifesto internazionale per salvare il pianeta

Il Mattino

di Chiara Graziani

 

Cattura

ISERNIA - «Yes we can». Fermare la locomotiva del mondo lanciata a bomba - direbbe Guccini - contro il muro in fondo alla crisi si può. Noi possiamo fermare la corsa insensata che riempie il nostro orizzonte con i deliri dello spread.
Zlatko Fras, medico, già presidente dell’Uems - European Union of medical specialist - lo dice in inglese ai partecipanti del congresso internazionale di bioetica di Isernia, convocati per iniziativa della sezione sezione campana dell'Istituto di Bioetica alla biblioteca dello storico complesso delle Monache nel centro antico di Isernia. Costruire un ambiente nel quale la malattia non sia curata, ma prevenuta. Perchè, dice, si può: lasciare la cura in fondo perchè neppure un mondo perfetto potrà mai renderci immortali; al massimo, liberi e felici. Il disastro dei rifiuti in Campania, viene evocato più volte nelle relazioni del congresso come paradigma di cosa può fare l’uomo a se stesso per avidità: trasformare una terra ricca e fertile in un laboratorio di cancerogenesi (definizione del professor Antonio Giordano, oncologo, che cerca di imporre l’evidenza del disastro ad una comunità scientifica che cerca di non vederlo).

Possiamo. Con un approccio che superi quello dello sfruttamento compulsivo delle risorse, trattate come un pozzo senza fondo che, invece, stanno arrivando all’esaurimento. Un ambiente, rilancia da parte sua Maria Antonietta La Torre, segretaria della sezione campana dell'Istituto italiana di bioetica, che potrebbe sostenere i bisogni di svariati miliardi di abitanti in più e che, invece, costruisce il mostruoso - e non necessario - problema della fame nel mondo. Per avidità, per incapacità di condivisione e di visione del futuro. Per quella greed - cupidigia - che è il nome vero di quel dio contrario che è la finanza internazionale. In nome della cupidigia, la valutazione è scientifica, ci stiamo avviando all'esaurimento del pianeta. Fras, a Isernia con i vertici della Uems, Romuald Krajewsky, presidente, e Giorgio Berchicci, tesoriere, è venuto a lanciare una proposta alla comunità di filosofi, uomini di legge, teologi che si sono dati appuntamento per Ambientamente, primo congresso internazionale di bioetica, la giovane scienza che sorge insieme ad una crisi epocale che ha bisogno di risposte.

«Usciamo da qui e interroghiamo la politica, quelli che prendono le decisioni che faranno il futuro. Proponiamo un manifesto per punti, un manifesto per la salute della persona e del pianeta. Facciamolo insieme, a partire da oggi». E’ così che a Isernia, viene fuori la proposta di uno statement da lanciare alle istituzioni mondiali ed europee. La sfida è raccolta dall’istituto campano di bioetica. Il manifesto potrebbe uscire già ad ottobre. E potrebbe essere il manifesto di Caino, a sentire la prospettiva in cui mette la cosa Pasquale Giustiniani, titolare della cattedra di bioetica nella facoltà di giurisprudenza della seconda università di Napoli. Il Caino, spiega il professore, che ha dato vita ai costruttori di città, con mani buone, ingegno vivo, marcati da quel sangue versato all’origine delle cose. Ma capaci di cose grandi, delle quali non avere paura. Lasciate vivere Caino, dice, come ha fatto Dio. In fondo è aver fiducia in noi stessi.

 

Mercoledì 25 Luglio 2012 - 19:04    Ultimo aggiornamento: 19:18

Twittergate, dopo Grillo ecco gli utenti "finti" di Bersani, Di Pietro e Vendola

Sergio Rame - Mer, 25/07/2012 - 16:49

 

Si vantano di essere i principi della rete. Adesso uno studio li smaschera tutti quanti: i fan dei leader della sinistra italiana sono un esercito di robot. Ecco i veri numeri dei follower

 

Fino all'altro giorno erano i re della rete. A lungo ci avevano fatto credere che i social network pensassero a sinistra. Adesso, però, è venuto fuori che Antonio Di Pietro, Nichi Vendola e Pier Luigi Bersani - in questo preciso ordine - sono finiti ai primi posti della classifica degli account Twitter con più utenti presumibilmente falsi. Insomma, una pletora di robot (in gergo "bot", ovvero follower generati da un computer) affolla nle schiere dei seguaci dei leader della sinistra nostra.

Esplode così, in un'estate segnata da una politica incapace di far fronte ai veri problemi degli italiani, il Twittergate. In testa, manco a dirlo, rimane stabilmente il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo.

A smascherare i leader della sinistra italiana ci ha pensato, ancora una volta, la Digital Evaluations di Marco Camisani Calzolari disponibile da oggi sul sito della società con base a Londra. Dopo le polemiche scatenate dai dati diffusi sull’account del leader del Movimento 5 Stelle, il professore ha reso più stringenti i valori di analisi della sua ricerca. Se, infatti, sulle prime il punteggio assegnato per essere classificati come BOT era quattro, adesso Calzolari ha alzato il differenziale a nove, pur pubblicando anche una classifica con il differenziale a quattro in modo da sottoporre anche gli altri politici allo stesso trattamento riservato al comico genovese.

Dallo studio pubblicato dalla Digital Evaluations, si evince che Grillo resta in pole position con il 43,1% di follower falsi su un totale di 637.372. Conti alla mano, gli umani "certi" si fermano al 24%. La medaglia d’argento va all'ex pm di Mani Pulite con il 33% di fan indicati come "robot" su un totale di 122.873. Il governatore della Puglia si aggiudica il bronzo con il 31,6% di follower falsi su un totale di 212.937 iscritti al suo account. La medaglia di legno va invece al segretario del Partito democratico con il 31% di "bot" su un totale di 126.372 fan.

Nel caso di Bersani, Di Pietro e Vendola la percentuale di utenti "umani" è più alta rispetto a quella di Grillo: rispettivamente 32,9%, 35,5% e 37%. In classifica seguono il segretario della Lega Nord Roberto Maroni (24,8% di Bot su un totale di 2.487 follower), il leader centrista Pier Ferdinando Casini (21,7% su 62.252), il "rottamatore" Matteo Renzi (18,2% su 128.454), il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera (16,18% su 136), il segretario del Pdl Angelino Alfano (13,5% su 29.942) e il presidente della Camera Gianfranco Fini (11,5% su 18.388). "Le analisi - spiega lo studio di Camisani Calzolari - si basano su un campione di 20mila follower estratto a caso, attraverso un apposito software, dagli account Twitter dalle 5 del 22 luglio del 2012 alle 10:30 del 24 luglio del 2012 e dunque 'proiettato' sul totale".

Tweet razzista, fuori dai giochi la campioncina greca

Libero

 

"Con tanti africani in Grecia, le zanzare mangeranno i cibi di casa": espulsa dalla federazione ellenica

 

Cattura

Fuori dai giochi olimpici per un tweet (razzista). E' quanto è accaduto all'atleta Pareskevi "Voula" Papachristou, due volte campionessa europea Under 23 di salto triplo, cacciata dal comitato olimpico ellenico a poche ore dall'apertura dei giochi di Londra 2012. Ecco la frase incriminata che le è costata un sogno: "Con tanti africani in Grecia, le zanzare che arrivano dal Nilo occidentale almeno riceveranno il cibo da casa". Troppo, per la federazione ellenica, che ha deciso di privarsi della campioncina, che ha un personale di 14,40 nella categoria, secondo risultato di sempre.

Social vietati - La Papachristu balza così all'onore delle cronache per essere la prima "vittima" delle norme che vietano l'utilizzo dei social network nell'edizione delle Olimpiadi. La ragazza si è affrettata a scusarsi, questa volta su un altro social network, Facebook: "Vorrei scusarmi per la sgradevole battuta che ho pubblicato. Sono profondamente addolorata, non volevo offendere nessuno e tantomeno calpestare i diritti umani. I miei sogni sono legati alle Olimpiadi, non potrei certo partecipare se non rispettassi i valori dei Giochi". Ma niente da fare. E' fuori. L'atleta ha anche cancellato l'account personale su Twitter, anche per i molti insulti ricevuti, ma ormai era troppo tardi. "Paraskevi (Voula) Papachristou della squadra di atletica leggera viene esclusa dalla Nazionale per affermazioni contrarie ai valori e alle idee del movimento Olimpico", recitava il laconico comunicato del Segas, la Federatletica locale. Inoltre la giovane è stata deferita alla Commissione disciplinare.

Roberto firma il terzo libro Ma chi si ricorda del secondo?

Libero

 

Cattura

Quello che manca a Roberto Saviano è la fantasia. Non poteva trovare un altro nome per il suo nuovo libro? No. Si chiamerà "Cocaina" come il volume che nel 1921 l'editore Sonzogno diede a un'opera di Pittigrilli, lo pseudonimo dietro il quale si nascondeva lo scrittore torinese Dino Segre collaboratore dell'Ovra durante il fascismo. A rivelarlo è il sito di Dagospia che racconta come per l'autore di Gomorra questa omonimia non rappresenti assolutamente un problema: non uscirà in Italia per conto di Mondadori o di un'altra casa editrice, ma in America dove uno dei più grandi editori ha trattato l'esclusiva per poi rivendere i diritti sul mercato italiano e internazionale.

Di cosa parlerà il libro? Di narcotraffico. Durante il soggiorno newyorkese del dicembre scorso, Saviano ha raccolto dati sul dilagare fenomeno direttamente dalla polizia americana che lo hanno convinto come sia la dimensione più importante e pericolosa dell'economia internazionale. Un'anteprima di quello che sarà il contenuto del libro l'hanno avuta, a loro insaputa, gli spettatori di Fabio Fazio: dopo aver salutato a Zuccotti Park i manifestanti di Occupy Wall Street, appena rientrato in Italia è andato in tv a fare il suo monologo sul fenomeno del riciclaggio con tanto di citazioni sul coinvolgimento di banche primarie come Citibank e Wachovia che nel 2008 ha pagato una multa stratosferica per aver agevolato il riciclaggio del denaro proveniente dai narcotrafficanti.

Secondo Dagospia ci sono tutti i presupposti perché "Cocaina" bissi, o magari superi, il successo di Gomorra, datato nel 2006. Tra i due volumi, però Saviano ha firmato un altro: si chiama "La bellezza e l'inferno" del 2009 (anche esso edito da Mondadori). Ma c'è qualcuno che lo ha letto?

Seth Lloyd: neanche Google resisterà ai super-computer

La Stampa

 

 

GABRIELE BECCARIA

 

I prototipi sono ingombranti come i calcolatori Anni 50 e in più segregati al freddo, in modo da tenere a bada le bizzarrie degli elettroni. I pronipoti saranno più piccoli, forse come laptop o smartphone, e di certo avranno prestazioni inimmaginabili. Così veloci e potenti - un giorno - da spalancare la possibilità del teletrasporto e perfino del sogno estremo: i viaggi nel tempo. Quando si parla di «quantum computer» - i computer quantistici - la deriva verso l’esagerazione non è una tentazione, ma uno scenario di possibilità straordinarie che gli stessi fisici elaborano nei laboratori, incrociando le equazioni più sofisticate con lo stato dell’arte tecnologico. Se si vuole scoprire qualche scintilla di quei pensieri vertiginosi, uno dei personaggi migliori è Seth Lloyd: professore al Mit di Boston, passa regolarmente a Torino, dove collabora con la Fondazione Isi. E’ qui che si racconta volentieri.

Professor Lloyd, dov’è possibile vedere una di queste macchine delle meraviglie?
«In molti posti, a dire la verità. Al Mit o a Innsbruck o a Vancouver, dove si stanno producendo già alcuni modelli di prima generazione».

E’ noto che processano i dati sfruttando le proprietà degli elettroni: un bit può essere sia 0 sia 1 oppure entrambi allo stesso tempo e il bit diventa un qubit. Ma quanti se ne riescono a maneggiare?
«Al momento una decina. E sono già sufficienti per risolvere complicate equazioni con grande rapidità».

Quasi nessuno ha mai incontrato super-computer simili: che aspetto hanno?
«Ricordano un grande fusto per la birra o - mi viene da dire - per il vino, visto che siamo in Italia. Intorno spuntano tantissimi cavi e c’è un sistema di raffreddamento. Poi ci vogliono dei laser, necessari per dialogare con i qubit. Comunque nessuno vorrebbe avere un macigno simile appoggiato sul proprio laptop».

Al Massachusetts Institute of Technology gli avete dato un nome?
«No. Forse qualche studente gli ha affibbiato un nomignolo, ma io non lo conosco!».
Perché è tanto difficile costruire un computer quantistico? Quali sono i problemi da risolvere?
«Si tratta di problemi su larga scala: si pongono quando si vuole connettere un vasto numero di qubit e farli operare a un livello meccano-quantistico. A questo punto la sfida è riuscire a far funzionare il computer».

Se un qubit significa due «cose» alla volta e due qubit quattro allo stesso tempo, la difficoltà nel maneggiarli è di tipo soprattutto teorico oppure pratico?
«Bella domanda. La difficoltà è una combinazione di entrambe. Se l’obiettivo è la codifica dell’informazione su vasta scala, la sfida teorica è sviluppare tecniche che permettano di farlo in modo efficiente, eliminando i “rumori” di sottofondo. Ma il punto-chiave - di tipo sperimentale - è creare gli strumenti adatti per controllare i qubit».

Previsioni? Quando si troveranno le giuste soluzioni?
«Il computer della D-Wave Systems canadese esiste già, anche se è utilizzabile solo per compiti specifici, come quelli legati ai calcoli aerodinamici dei jet. Ma, quando si parla più in generale, non lo so: penso che ci vorranno alcuni decenni».

Intanto si indagano le applicazioni del super-calcolo: le fluttuazioni dei mercati finanziari, le analisi delle strutture biologiche, le previsioni del tempo, fino al teletrasporto e ai viaggi nel tempo.
«In effetti sono molte. E il teletrasporto, se al momento non è certo in grado di spostare esseri umani da un luogo all’altro, ha già diverse applicazioni nelle comunicazioni, dalle fibre ottiche ai segnali radio nello spazio. E ce ne sono anche nella crittografia per proteggere gli scambi di dati. I modelli del teletrasporto, poi, si rivelano utili per testare le teorie dei viaggi nel tempo e simulare anche come potrebbero svolgersi».

A proposito di crittografia: se adesso avessimo un computer quantistico totalmente operativo, che succerebbe? Sarebbe capace di rompere tutti i codici, da quelli dei conti bancari fino a quelli della Cia?
«In effetti avremmo tra le mani una tecnologia potenzialmente distruttiva. Dovremmo immaginare codici del tutto nuovi, ma ci vorrebbe tempo per crearli».

E l’Internet quantistico? Che cosa cambierebbe per un utente qualsiasi?
«Vista la natura quantistica dell’informazione, si potrà surfare il Web in completa privacy. Un motore di ricerca non saprà mai chi sei e nemmeno le domande che hai deciso di porre. Io ho sviluppato una tecnica di questo tipo e, quando ne ho parlato con i tecnici di Google, hanno reagito inorriditi: “Noi non la vorremo mai!”».

Salendo di scala, lei sostiene che possiamo immaginare l’Universo come un grande computer quantistico e che, quindi, lo potremmo simulare in una futura macchina: che cosa significa in pratica?
«Che ogni particella porta con sé bit di informazioni e li scambia con le altre, processandoli. Non si tratta di una teoria, ma di un dato di fatto. Ed è da questa realtà che discendono i miei interessi: non voglio infrangere codici segreti, piuttosto provare a capire come funziona l’Universo».

E allora come cambierà la ricerca scientifica? Farà un vero e proprio (e rivoluzionario) «salto quantistico»?
«Se l’informazione quantistica è il linguaggio universale della natura, allora questo modello sarà utilissimo per tutta la scienza fondamentale. E non è un caso che il calcolo quantistico si stia estendendo a molti settori diversi, compresa la fisica».

Un esempio?
«Ogni volta che le piante e i batteri attuano la fotosintesi, utilizzano una tecnica di computazione quantistica. Lo fanno da milioni e miliardi di anni, anche se noi l’abbiamo scoperto da pochissimo tempo».

E allora quali sono - o quali saranno - le domande che lei pone alla sua controparte quantistica?
«Sono fondamentalmente un teorico, ma lavoro anche con i tecnici sperimentali. Insieme abbiamo studiato un algoritmo con cui risolvere alcune equazioni necessarie per migliorare le previsioni del tempo. Adesso stiamo implementando una nuova versione di questo stesso algoritmo e, intanto, analizzo anche alcuni aspetti del teletrasporto e dei viaggi nel tempo».

Di quali si tratta?
«Per esempio dell’indagine delle possibili soluzioni del celebre “paradosso del nonno”, che prevede che un nipote torni indietro nel tempo e uccida il nonno stesso prima che incontri sua nonna e, dunque, prima che potessero sposarsi e avere dei discendenti. Un altro paradosso che ho esplorato è quello del “teorema non provato”. Stavolta il viaggiatore del tempo rivela la prova, molto elegante, di un teorema a un matematico del passato, il quale lo inserisce nello stesso libro da cui il viaggiatore l’ha ricavato. E allora come si è materializzata questa stessa prova? E chi è che l’ha ideata? Sono tutti problemi che richiedono il supporto dei super-calcoli quantistici».

E adesso con la Fondazione Isi di che cosa si sta occupando?
«Della fotosintesi. Con il gruppo quantistico della Fondazione vogliamo capire come il processo nelle piante e nei batteri abbia raggiunto un così alto livello di efficienza nel convertire la luce in energia. Si tratta di un problema che considero davvero affascinante».

Stalking, un cellulare antiviolenza lancia l'allarme

La Stampa

 

Il nuovo strumento si chiama «Vodafone Angel», può allertare la polizia

ROMA


Si chiama «Vodafone Angel» il nuovo servizio di assistenza e soccorso per le donne vittime di stalking che, grazie a un apparecchio simile a un cellulare, consentirà a chiunque ne abbia bisogno di attivare un collegamento immediato con il centro antiviolenza da dove, in caso di pericolo, partirà tempestivamente un segnale di allerta alle forze dell'ordine, insieme a tutte le informazioni necessarie per intervenire. Il progetto, realizzato dalla Fondazione Vodafone Italia in collaborazione con la Polizia di Stato, è stato presentato ieri a Roma. Il dispositivo, in grado di attivare un sistema di geo-localizzazione, di ascolto ambientale e di registrazione, è stato finora sperimentato, in collaborazione con la questura di Roma, su un campione di 33 donne vittime di violenza. A breve verrà firmato un protocollo d'intesa tra Vodafone Italia e Polizia di Stato, per diffondere il servizio «Vodafone Angel» a livello nazionale.

«Questo servizio -dice Francesco Cirillo, vice capo della Polizia- permetterà a tutte le forze dell'ordine di diventare parte attiva nel contrasto allo stalking». Il coordinamento sociale, è a cura di Fondazione Pangea, mentre il centro antiviolenza, è gestito dalla Associazione Differenza Donna. Dalla fase di sperimentazione è emerso che la maggior parte dei comportamenti persecutori sono messi in atto da partner o ex partner, a conferma del fatto - spiegano i promotori dell'iniziativa - che la violenza sulle donne avviene quasi sempre all'interno della famiglia: in 6 casi si è trattato di coniugi, in 10 di ex coniugi, 12 sono ex conviventi o ex fidanzati, mentre i restanti sono parenti, sconosciuti, colleghi o vicini di casa.


(Adnkronos)

Comieco, le 10 regole per una eco vacanza

La Stampa

 

E un indirizzo mail "verde" per le riciclare anche durante le ferie

 

E un indirizzo mail "verde" per le riciclare anche durante le ferie

 

Roma

 

Che differenza c’è tra il packaging del panettone e quello della crema solare? Nessuna! Ecco perché, a sostegno di un andamento positivo registrato nel corso dell’anno nell’ambito della raccolta differenziata in Italia, Comieco, il Consorzio nazionale recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica invita ad essere responsabili nei confronti dell’ambiente anche in vacanza. Oltre il 60% dei rifiuti dei Comuni costieri, infatti, viene prodotto proprio nel periodo estivo. Ogni Comune, però, ha le sue regole. E se a Milano, ad esempio, la carta si butta nel cassonetto bianco, è importante sapere che a Firenze il contenitore nel quale va conferita è giallo. Sicuramente i siti web dei comuni di destinazione ci possono dare tutte le indicazioni necessarie, ma in più oggi Comieco offre a tutti la possibilità di richiedere informazioni scrivendo al primo indirizzo mail “verde” comunicazione@comieco.org, il sistema per non partire impreparati commettendo poi errori sulla raccolta differenziata. E di situazioni in cui, d’estate, veniamo a contatto con la carta, si sa, ce ne sono molte.
Per questo Comieco riassume le regole generali per trascorrere eco-Vacanze:


1. Fare caso a tutte le situazioni in cui, anche d’estate, veniamo a contatto con carta e cartone;
2. Selezionare correttamente carta e cartone togliendo nastri adesivi, punti metallici e altri materiali non cellulosici;
3. Appiattire le scatole e comprimere gli scatoloni per ridurre gli imballi grandi in piccoli pezzi;
4. Non abbandonare fuori dai contenitori carta e cartone;
5. Non buttare la carta insieme al sacchetto di plastica usato per trasportarla fino al contenitore. E ancora:
6. Non mettere nella raccolta differenziata gli imballaggi con residui di cibo o terra;
7. Non conferire nella differenziata i fazzoletti di carta usati: sono quasi tutti anti-spappolo e quindi difficili da riciclare;
8. Non buttare gli scontrini con la carta: i più comuni sono fatti con carte termiche i cui componenti reagiscono al calore generando problemi nelle fasi del riciclo;
9. La carta oleata non è riciclabile;
10. Non gettare nella raccolta differenziata la carta sporca di sostanze velenose (es. vernici, solventi etc.).

Il treno batte l'aereo Air France taglia le rotte

La Stampa

Niente più voli. Parigi-Strasburgo: "Il Tgv è invincibile"


Air France cede le armi al TGV, chiude la Strasburgo-Parigi

luigi grassia
roma

Nella lotta fra l’aereo e il treno ieri sono state le ferrovie a vincere un round. La compagnia Air France ha deciso di cancellare la sua linea fra Parigi e Strasburgo, visto che su quella tratta l’aereo non riesce più a competere con il treno ad Alta velocità; anzi, non ci è mai riuscito da quando il Tgv ha lanciato il guanto di sfida. «Sui tragitti che comportano meno di tre ore di treno ad Alta velocità non possiamo combattere», ha spiegato un portavoce, aggiungendo che «la nostra rotta Parigi-Strasburgo è in deficit strutturale fin dall'arrivo del Tgv nel 2007».

Un colpo al cerchio e uno alla botte: la direzione dell’Air France ha anche deciso di aprire un nuovo collegamento Strasburgo-Roma a partire dal prossimo autunno, ma lì i treni superveloci non sono in grado di fare concorrenza. La Francia fatta a esagono sembra avere una geografia completamente diversa dallo stivale italiano, però se ci si limita a osservare lo scheletro delle linee ferroviarie al Alta velocità i due Paesi sono sorprendentemente simili, quindi è possibile che il destino dell’uno riveli qualcosa su quello dell’altro.

Tutti e due questi scheletri disegnano una T che in Italia da Torino arriverà a Venezia (e oltre) e da Milano punta verso Salerno, mentre in Francia l’asse Ovest-Est va da Rennes a Strasburgo passando per Parigi, e l’asse Nord-Sud dalla stessa Parigi punta su Lione e poi prosegue fino a Marsiglia. Ebbene in corrispondenza degli estremi di questa T in Francia le rotte aeree si sono trovate sotto pressione.

Il vantaggio di viaggiare da centro città a centro città, evitando tragitti in auto per e dall’aeroporto e i check-in, rende attraente il treno ad Alta velocità sulle tratte medie. Questo vale anche da noi, come considerazione generale. Eppure in Italia, sorpresa, l’aereo sembra non soffrire: anzi, c’è la fila delle compagnie che vogliono volare fra Milano e Roma, nonostante l’offerta ferroviaria ottima e abbondante concorrente.

Il caso Cucchi e il coraggio di Ilaria

Corriere della sera

Ilaria, la sorella di Stefano, ha accettato di andare in video, di riaprire una ferita atroce, solo perché spera di restituire dignità al fratello, anche attraverso la tv. Così, ospite di Enrico Mentana, ha commentato le immagini di «148 Stefano. Mostri dell'inerzia» il documentario di Maurizio Cartolano che ricostruisce la tristissima vicenda di Stefano Cucchi (La7, lunedì, ore 22).

Il 22 ottobre 2009 Stefano muore a 31 anni, nel reparto di Medicina Protetta dell'Ospedale Sandro Pertini di Roma, sei giorni dopo il suo arresto per spaccio di droga. L'ultima volta che i genitori e la sorella lo hanno visto in tribunale aveva il volto tumefatto. Per questo sospettano che Stefano sia morto «di carcere» a seguito di percosse ricevute. Del resto, la notizia della scomparsa fu recapitata loro sei giorni dopo con una comunicazione burocratica che parlava sommariamente di «arresto cardiaco». Alla vista del corpo martoriato, i familiari decisero di mostrare ai media quelle foto, a testimonianza della misteriosa fine. Era il mese di ottobre e nei penitenziari italiani erano già morte 147 persone, 148 con Stefano.

Il documentario alterna interviste con parenti, avvocati, politici a spezzoni di filmini domestici di una festa di compleanno di Stefano (siamo nel 2005), a immagini della sua carcerazione, spesso rese più drammatiche dall'effetto rotoscope (le immagini della pellicola si trasformano in animazione). Il padre e la sorella lo descrivono come un ragazzo fragile, prigioniero della droga, ma che non meritava sicuramente una fine così orribile, massacrato di colpi. L'aspetto più drammatico è che ora nessuno vuole assumersi una qualche colpa: né i carabinieri che l'hanno arrestato, né le guardie carcerarie, né gli stessi medici che lo hanno visitato. La sorella Ilaria si augura solo che questa sia una morte redentrice: il sacrificio di uno per la salvezza di molti.

Aldo Grasso
25 luglio 2012 | 7:54

L'Italia non è più un Paese per insegnanti

Corriere della sera

Silvia Avallone: «Ecco perché rinuncio. Ho visto troppi aspiranti professori coi volti segnati dalla disillusione mollare tutto»

Silvia AvalloneSilvia Avallone

In quarta elementare, quando le maestre proposero alla classe d'interpretare l'ennesima fiaba di Andersen per la recita di fine anno, un gruppetto di scolarette dissidenti di cui facevo orgogliosamente parte alzò la mano in segno di protesta. Era il 1993. Le nostre insegnanti sgranarono gli occhi. Noi, con l'impertinenza tipica dei nove anni, ribattemmo che no, non volevamo saperne di principi e principesse. «Benissimo» risposero loro «organizzatevela voi, la recita "alternativa"». Credo sia stata la prima sfida della mia vita, il primo vero insegnamento che ho ricevuto (consapevolmente).

Nelle ore in cui gli altri bambini provavano le battute ufficiali, noi scrivevamo il testo del nostro spettacolo underground. Optammo per la satira e, senza esitazioni, decidemmo di prendere di mira loro: le autorità, quelle che volevano darci - letteralmente - una «bella lezione». Tre imitazioni caricaturali (che, ripensandoci oggi, erano un dolcissimo e struggente riconoscimento della loro autorevolezza) provate e riprovate a casa e durante la ricreazione. Il risultato, alla fine, fu un successo e le prime a chiedere il bis furono proprio loro: i nostri (amatissimi) bersagli.

Il mestiere d'insegnare, come si fa a farlo stare dentro una definizione? Perché la prima cosa che fa, un insegnante, è imprimere una direzione, una matrice, alla tua vita. Nel '93 le nostre maestre ci hanno dato fiducia, ci hanno rese responsabili. Hanno accettato di essere messe in discussione per dare a noi l'opportunità di crescere. Naturale, dopo un'esperienza così, sognare un giorno di eguagliarle. Il punto non è tanto la materia che insegni. Non è il complemento oggetto, ma il verbo.

Diventare il segugio che scova in ciascun ragazzino quel talento potenziale, a volte inaspettato, che è nascosto in tutti. La guida che porta i suoi studenti a immaginare quante possibilità abbiano in futuro. La scuola è stata questo per me: imparare sul campo il significato e il perimetro della parola libertà.
Ci tengo a cominciare così, con passione, perché è la passione che ti muove verso un mestiere del genere. Ciascuno di noi ha una madre, uno zio, una nonna che ha cresciuto intere generazioni e a cui magari, a distanza di anni, gli ex allievi telefonano ancora.

La bambina riconoscente che sono stata premeva per raccogliere il testimone, per contribuire a migliorare la società nel modo più incisivo: in mezzo a una fila di banchi disposti a ferro di cavallo. A questo io ho rinunciato. Ho visto la scuola pubblica smantellata pezzo per pezzo, la ricerca agonizzare, l'università annichilirsi anno dopo anno. E, in parallelo, questo Paese perdere grinta, ambizione, ridursi a una cartolina del passato, in cui la cultura viene messa da parte in favore di non si sa bene quale scorciatoia, quale vicolo cieco. Ho cominciato a registrare la frequenza di certe massime come: «La laurea non serve a niente». A una scuola pubblica peggiore può corrispondere solo un Paese peggiore.

Di insegnanti come quelli che ho avuto - fiduciosi, realizzati - in giro ormai ne vedo ben pochi. Un giorno sì e uno no incontro un ragazzo della mia età che scuote la testa avvilito e ripete sempre la stessa frase: «Sono in graduatoria, sto aspettando». Incontro anche cinquantenni che stanno aspettando. Conosco pressoché solo supplenti. La parola «graduatoria a esaurimento» ricorre con lo stesso alone sinistro del castello di Kafka. Ci sei, sei lì, proprio a un tiro di schioppo, eppure non ci sei mai. Non c'è verso di raggiungere quello che oggi, nel nostro Paese, è diventato uno dei mestieri più ardui. Non basta la laurea.

Non bastava neppure la famigerata Ssis, scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario, che hanno allestito e dismesso nel giro di un decennio. Ostaggi del tempo e dei punti, dei master online a pagamento che devi collezionare per scalare una o due posizioni. Sfruttati, ricattati, in balia di un ingranaggio perverso che ti richiede esami su esami, tasse su tasse, precarietà su precarietà. Ho chiesto a un'amica (trentacinque anni, un dottorato, due figli) quando prevedeva, all'incirca, di entrare di ruolo. Mi ha risposto voltando gli occhi al cielo: «Mai».

Per il 2011/2012 hanno istituito un nuovo ponte per il castello kafkiano: il Tfa, tirocinio formativo attivo, che impegna per un anno a pieno ritmo e costa la bellezza di 2.500 euro. Dopodiché: chi lo sa? Chi ha la forza di non lasciarsi scoraggiare dalle montagne di burocrazia, dai tempi biblici, dall'incertezza che ottiene in cambio, lungo la strada ha lasciato un vagone d'entusiasmo a disperdersi nel niente.

Quattro supplenze l'anno in tre scuole diverse. Che senso ha? Non fai neppure in tempo a conoscerli, i tuoi studenti. Non ci sarà nessun percorso insieme, nessuna crescita. Ho visto troppi aspiranti professori con i volti segnati dalla disillusione mollare tutto all'ultimo momento perché «così, a questo prezzo, non ne vale la pena». Non sei nessuno. Non hai più nemmeno un centesimo di quell'autorevolezza che avevano i tuoi insegnanti dieci, vent'anni fa. Sei in graduatoria, sei un supplente. Uno che supplisce a un vuoto pazzesco.

C'è la dignità di mezzo. C'è un senso di frustrazione che ti attanaglia ogni mattina, ed è quello che ti leggono in faccia gli studenti le saltuarie volte in cui puoi varcare la soglia della classe. Dovresti trasmettere loro energia, fiducia, curiosità, e tu sei il primo a non averne (più). Se conosco anche storie a lieto fine? Certo, ma sono eccezioni. Il 4 giugno scorso, il giorno in cui scadeva il bando d'iscrizione all'esame per il Tfa, i miei amici e io, tutti aspiranti professori ai tempi del liceo, ci siamo ritrovati intorno a un tavolo e ci siamo guardati in faccia.

Tu ti sei iscritto? Io no, e tu? Neppure io. Troppo tardi, troppe poche certezze per un azzardo simile. Follia pura, pensare di raggiungere una cattedra. E dire che mia madre, a soli vent'anni, dopo aver vinto il concorso di Stato era già di ruolo. Cos'è successo nel giro di un paio di generazioni alla scuola pubblica? Non basta una vita per insegnare, non bastano quarant'anni di servizio per arrivare a saperlo fare davvero (me lo ripeteva sempre il mio prof d'italiano). E con un tempo determinato che non va dal lunedì al sabato, che ci fai? Come puoi dire ai tuoi studenti che il futuro si costruisce qui? Che i sacrifici ripagano sempre, se non riesci più a risultare persuasivo?

Continuo a credere che la scuola sia la sola opportunità uguale per tutti di diventare cittadini liberi e intraprendenti. Ma lo è solo a patto che lo siano anche gli insegnanti: liberi di diventarlo. Anziché arrivare come me, a portarsi dietro un rimpianto. Quello di non poter essere io la maestra che, di fronte a uno stuolo sfrontato di ragazzine, dice: «Va bene, inventate la vostra recita alternativa, provate a camminare con le vostre gambe. Io sono qui per questo».

Silvia Avallone
25 luglio 2012 | 12:37