venerdì 27 luglio 2012

Morte D'Ambrosio, il Fatto si sfila Neanche una riga per commentare

Libero

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Una notizia di cronaca. Solo la fredda cronaca, un esempio tanto splendido quanto inconsueto per il Fatto di giornalismo britannico. Solo fatti niente commenti.  L'editoriale di Marco Travaglio dedicato all'inchiesta sulla sanità Lombarda e nessun commento. Il Fatto Quotidiano, che pure per primo ha parlato delle telefonate dell'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino a Loris D'Ambrosio, consigliere giuridico del Capo dello Stato finite agli atti dell'inchiesta palermitana sulla trattativa Stato-mafia - non dedica neanche una riga che vada oltre una cronaca very british al caso.

Che oggi domina su tutti i giornali. Nessuna risposto al capo dello Stato che, comunicando la notizia, ha parlato di una campagna irresponsabile e violenta. Nessuna presa di posizione da parte del giornale che si sfila da tutto. In alto, all'articolo di cronaca ci sono poche righe che riprendono l'intervista pubblicata dal quotidiano il sedici giugno a Loris D'Ambrosio che era stato sentito a Palermo come testimoni. D'Ambrosio confermò: "E' vero che Mancino mi ha insistentemente chiamato e ha scritto molte lettere al Presidente.

Ed è vero che io l'ho più volte 'girato' sui procuratori competenti. Disse: "Nessuno né io né tanto meno il Presidente ha mai fatto ingerenze su questa questione". Quel giorno Travaglio firmava un editoriale dal titolo "Moral dissuasion", scrive: "Il triangolo telefonico Mancino-D'Ambrosio (Napolitano)- Messineo fa finalmente giustizia della pubblicistica oleografica che dipinge lo Stato da una parte e la mafia dall'altr".  Ma il giorno dopo la notizia dell'infarto del consigliere Il Fatto, sempre pronto a commentare ed esprimere giudizi affidandosi spesso alla penna pungente di Travaglio, questa volta sceglie la fredda cronaca. Si sfila via. In silenzio. O quasi.

La difesa di Ingroia Ma se il Fatto sceglie la tecnica del silenzio, se si sfila, facendo praticamente finta di niente. Se il quotidiano si limita a dare la notizia senza rispondere alla parole del Capo dello Stato anche solo per difendersi dagli attacchi, il pm Antonio Ingroia gioca allo scaricabarile e accusa proprio il Fatto e si difende. In un'intervista alla Stampa dichiara: "Le dichiarazioni del presidente della Repubblica sulla scomparsa del suo consigliere giuridico non riguardano noi. Riguardano chi ha fatto campagne di stampa sulle intercettazioni. E la Procura di Palermo notoriamente non fa campagne". Una domanda: ma chi ha dato le carte al Fatto? 

Il cortocircuito di Nichi Vendola: "Sì all'ecologia e sì all'industria"

Libero

Il caso dell'Ilva di Taranto manda in tilt il governatore della Puglia: o difende il suo lato "verde" o manda a spasso migliaia di operai

Gasparri: "La Cina fa concorrenza sleale a tutto il mondo e inquina il pianeta distruggendo il lavoro in Occidente. In Italia si sequestra l’Ilva di Taranto. Come si può andare avanti così?"


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Non è facile, per Nichi Vendola, affrontare il caso Ilva. Per uno che è  il leader di Sinistra Ecologia e Libertà la decisione di chiudere l’acciaieria perché inquinante non può che essere approvata. Ma mandare a spasso migliaia di operai è un paradosso pericoloso per chi ha (o dovrebbe avere)  nella classe operaia il proprio bacino elettorale privilegiato. Posizione difficile. Come uscirne? Ci si prova con dichiarazioni da un colpo al cerchio e uno alla botte. «Coniugare il destino di una comunità ad avere lavoro e il suo diritto ad avere tutelata la salute e l’ambiente. Questo è quello che abbiamo fatto, ed è quello che stiamo facendo», ha detto  il presidente della Regione Puglia, specificando che  «noi vogliamo che l’acciaieria Ilva possa essere radicalmente ripulita, bonificata, ambientalizzata.

Però vogliamo anche che quella fabbrica continui a vivere e dare lavoro a migliaia di famiglie». Gli ha fatto eco il sindaco di Taranto, Ezio Stefano, secondo il quale quel che è stato deciso per l’Ilva rappresenta «una terapia d’urto per sanare una malattia nata 52 anni fa. Oggi abbiamo la certezza di un’azione per attuare il diritto alla salute e allo stesso tempo riportare il diritto al lavoro». Secondo Maurizio Gasparri, presidente del gruppo Pdl al Senato, invece, «la Cina fa concorrenza sleale a tutto il mondo e inquina il pianeta distruggendo il lavoro in Occidente. In Italia si sequestra l’Ilva di Taranto. Come si può andare avanti così?».

Recupero crediti: cercasi ex galeotti

Corriere della sera

Annuncio choc di un'agenzia: preferite origini meridionali



MILANO - «Azienda seria e referenziata cerca uomini decisi, di poche parole e prestanza fisica». E fin qui l'annuncio ci potrebbe anche stare. Ma è il seguito ad aver qualcosa di veramente inquietante: «Possibilmente ex culturisti o ex galeotti, per recupero crediti in tutta Italia. Molto apprezzate origini meridionali, calabresi o siciliane. Si offre contratto e lauti compensi. Inviare cv, necessariamente con foto intera. Astenersi Perditempo». Il tutto per un'agenzia di recupero crediti di Pesaro. L'annuncio è apparso sul sito specializzato Subito.it, ripreso da alcuni blog, quindi rimosso. Probabilmente per il riferimento razzista alle origini regionali dei candidati e alla loro fedina penale.

Redazione Online27 luglio 2012 | 15:31

Rita, la «picciridda» di Borsellino il suo nome cancellato dalla lapide

Corriere della sera

Ci sono eroi, in questa Italia, che meriterebbero un monumento e non hanno neanche il loro nome sulla lapide: meriterebbero non tanto (o non solo) un monumento marmoreo in mezzo a una piazza di paese ma un monumento ben più solido, scolpito nella nostra memoria collettiva.

 

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Uno di questi è Rita Atria, la ragazza di Partanna che decise di farsi testimone di mafia affidando le sue confidenze all’allora giudice di Marsala Paolo Borsellino. Quando Rita aveva 11 anni, nel 1985, suo padre Vito venne ucciso da Cosa Nostra; sei anni dopo morì assassinato anche suo fratello Nicola, che per lei aveva sostituito papà Vito e che le aveva fatto molte rivelazioni sui meccanismi mafiosi. Fu allora che, seguendo le orme della cognata Piera Aiello, anche Rita decise di consegnarsi alla giustizia non come pentita di mafia (non avendo mai commesso alcun delitto), ma appunto come testimone. A poco a poco si legò a Borsellino come a un padre: il padre che avrebbe voluto avere e che la chiamava «picciridda», la parola con cui i padri siciliani chiamano le loro bambine. Era la «picciridda» anche per Agnese Borsellino, la madre del giudice, che le faceva regali e la considerava ormai di casa. Una settimana dopo la strage di via D’Amelio, il 26 luglio 1992, la «picciridda» decise di buttarsi dal settimo piano del palazzo in cui era costretta a vivere in segreto, a Roma: non aveva più un padre vero, era stato eliminato anche il padre adottivo, non aveva più il fratello-confidente né la cognata-amica, anch’essa vittima del suo coraggio.

Sua madre, Giovanna Cannova, l’aveva rinnegata, non condividendo la scelta di parlare con i giudici. Per questo, oggi, a vent’anni dalla morte, sulla lapide della famiglia Atria, al cimitero di Partanna, c’è solo la fotografia di Rita, accanto a quella di papà Vito, ma non c’è il suo nome. (Ma mamma Giovanna si sarà accorta che il nome di Rita — ironia della sorte—è contenuto nel suo cognome, Atria?). A futura memoria (se la memoria ha un futuro, diceva Leonardo Sciascia, ma sarebbe meglio dire: perché la memoria abbia un futuro), non bisognerebbe aspettare un nuovo decennale per raccontare la storia della picciridda- eroina che sfidò la mafia e per pronunciare ovunque il nome cancellato dalla lapide: Rita Rita Rita Rita…

 

Paolo Di Stefano

27 luglio 2012 | 7:38

Bernardo Caprotti è «dominus» di Esselunga Ma i figli non ci stanno: «Faremo ricorso»

Corriere della sera

 

Il lodo arbitrale dà ragione al boss della grande distribuzione

 

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Esselunga, nuova vittoria per Bernardo Caprotti. Ma la contesa che oppone il fondatore di Esselunga ai due figli maggiori non è ancora finita. Oggi il collegio arbitrale composto da tre dei maggiori giuristi italiani (Ugo Carnevali presidente, Pietro Trimarchi per Bernardo Caprotti, Natalino Irti per Giuseppe e Violetta) e chiamato a stabilire chi, tra Caprotti senior e i figli Giuseppe e Violetta, fosse il vero proprietario delle azioni della società della grande distribuzione italiana «ha pronunciato – secondo una nota emessa da Esselunga - il lodo che ha accertato inappellabilmente che Bernardo Caprotti ha esercitato i suoi diritti secondo i patti sottoscritti con i figli. Bernardo Caprotti – dice il comunicato – è il dominus di Esselunga e della stessa può disporre nel rispetto delle leggi che governano il Paese».

RISPOSTA IMMEDIATA - Immediata la risposta dei figli. «Giuseppe e Violetta Caprotti dichiarano che il lodo è impugnabile e che è stato pronunciato a maggioranza con una ferma e durissima presa di posizione dell’arbitro prof. Natalino Irti, il quale ha evidenziato gravi violazioni processuali nonché giudizi arbitrali contrari a principi di ordine pubblico. Il lodo ha definito inoltre di compensare parzialmente le spese. Giuseppe e Violetta Caprotti annunciano inoltre che il lodo sarà impugnato per le cause ammesse dalla legge e in ogni caso pende un separato giudizio presso il tribunale di Milano volto a ripristinare la legalità della vicenda».

NUDA PROPRIETA' - La contesa tra Caprotti e i due figli maggiori era esplosa all’inizio di quest’anno quando Giuseppe e Violetta – figli del primo matrimonio di Caprotti - presentarono una richiesta di sequestro del pacchetto di azioni Esselunga di cui erano stati fino a quel momento nudi proprietari. Secondo i figli l’intestazione della nuda proprietà era effettiva; secondo il padre era invece sempre stata fittizia, essendo egli il vero proprietario dei titoli e dunque l’unico legittimato a deciderne il futuro. Il tribunale diede ragione al padre, respingendo la richiesta dei figli: il giudice riconobbe, infatti, che la simulazione era fittizia avendo Caprotti senior sempre esercitato «ogni e qualsivoglia» potere. Mentre Giuseppe e Violetta si rivolgevano ai giudici, Bernardo attivava la procedura arbitrale che si è conclusa con il giudizio di oggi. Il prossimo atto è fissato per il 23 ottobre, quando si terrà la prima udienza della causa di merito avviata in aprile.

 

Maria Silvia Sacchi

26 luglio 2012 | 21:24

Deputati siciliani senza paga? Su Twitter scatta la colletta

Libero

 

Onorevoli in rivolta: "Vogliamo i 13mila €". Il web corre in loro soccorso: "Vi devolvo la rate del mutuo", "Accettate il caviale?", "Ecco la mia dentiera"

 

Deputati siciliani senza paga 
Su Twitter scatta la colletta

 

La Sicilia sta per fallire, e la crisi di liquidità dell'isola ha messo a rischio la paga dei deputati dell'Assemblea regionale. La notizia è arrivata ieri, mercoledì 25 luglio, con una lettera inviata ai 90 deputati dal segretario generale aggiunto dell'Ars, Paolo Modica, che ha fatto sapere che "il pagamento delle competenze relative al mese di luglio non potrà essere onorato nei tempi ordinariamente previsti". Gli inquilini di Palazzo dei Normanni - poveri loro - dovranno attendere lunghi giorni, forse settimane, prima di poter disporre della loro "paghetta": 13mila euro netti mensili (per inciso, i 90 deputati siculi costano alla Regione la cifra esorbitante di 21 milioni di euro l'anno, mentre tutti gli altri 300 dipendenti dell'Assemblea circa 40 milioni). Niente stipendio? Apriti cielo: è scattata la rivolta dei deputati. A capeggiarla Francesco Cascio, il presidente dell'Ars ed ex assessore, che prima spiega di comprendere come i ritardati trasferimenti siano collegati "alle più complessive difficoltà economiche della Regione", ma poi passa al contrattacco. E spara: "L'assessore all'Economia Gaetano Armao tratta l'Ars alla stregua di un qualunque fornitore, o di un ente. Ma l'Ars è un organo istituzionale di valenza costituzionale e di conseguenza l'erogazione dei trasferimenti è sempre stata effettuata d'ufficio. Da quando c'è lui si tende a stravolgere questo concetto, e quindi l'Ars passa in coda rispetto ai fornitori, e questo non è possibile". Quindi il "pianto" di Totò Cordaro, vicecapogruppo del Pid: "E' incomprensibile che gli assessori, non eletti, ricevano puntualmente gli stipendi e le loro indennità e i parlamentari no".

La generosità di Twitter - Poveri deputati siciliani, costretti a fare i conti con i bilanci disastrati dell'isola. E così la disperazione, in parallelo, ha iniziato a correre anche sul web, dove l'attento popolo di Twitter non si è lasciato sfuggire la "sciagura": "Riusciranno ad arrivare a fine mese?", uno dei cinguettii più gettonati. Ma il popolo di Twitter, oltre che attento, si è rivelato "generoso", ed è scattata la "colletta". Una colletta ironica, beffarda, tagliente, indignata per gli sprechi della Regione siciliana. Una cifra su tutte: ogni anno il Parlamento siciliano impegna una spesa pari a 162 milioni di euro, che la Regione eroga in due tranche, 21 dei quali destinati ai deputati (appunto). Questa volta però, complice la crisi che ha decapitato il "regno" di Raffaele Lombardo, da Palazzo d'Orleans il pagamento è avvenuto mensilmente, e come conseguenza la "rata" di luglio ha raggiunto i 5 milioni di euro. Una cifra troppo bassa rispetto agli almeno 6,5 milioni necessari per soddisfare tutte le richieste dei dipendenti e dei deputati. Quindi, "paghette" bloccate. Quindi è scattata la raccolta fondi.

"Si accettano anche immobili" - La colletta viaggiava dietro l'ashtag #collettadeputatiars. Le ironie si sprecavano. "Dacci una mano, adotta un deputato siciliano", era la preghiera di Luciano Lavecchia. Valerio Alfonzo scriveva il menu: "Si accettano scatolette di caviale (no tonno), pasta (tortellini Rana o Fini)". Cageggi aveva già notizia dei primi furti: "Rapinata la Caritas. Rubati tonno in scatola e due omogeneizzati. Confessa deputato ARS: non arrivavo a fine mese". Qualcuno invece pensava al guardaroba dei deputati: "Si accettano anche cravatte di Hermes e Churc usate". Non si possono sottovalutare le necessità tecnologiche, ed ecco che qualcuno rilanciava: "Si accettano iphone e ipad. Sconsigliati altri modelli, grazie". I più attenti strizzavano l'occhio alla difficile congiuntura economica: "Vanno bene anche i bund tedeschi". E ancora:" Vanno bene anche gite sociali a Eurodisney". Poi i più incattiviti: "Si prendono pure assegni per pagare le rate dell'Audi". E ancora: "E non dimenticate assegni per il mutuo per la prossima campagna elettorale". Fabiobonato metteva a disposizione "dentiere usate pochissimo", mentre CarloAmenta1 confessava: "Potrei interrompere il pagamento del mutuo per devolvere la cifra mensile equivalente". C'era invece chi tirava uno schiaffo allo spirito anti-casta e invitava gli onorevoli nelle proprie abitazioni: "Casa mia è sempre aperta per un piatto di pasta, non vi lascerò morire di fame", scriveva RosarioAlagna. Menzione d'onore, infine, per chi ha scritto: "Si accettano anche immobili. A loro insaputa, s'intende".

Destriero italiano, l'Atlantico al galoppo: dopo 20 anni record imbattutto

Il Messaggero

 

Due decenni fa l'imbarcazione costruita dalla Fincantieri attraversò l'Oceano senza rifornimento in poco più di due giorni. Un'impresa entrata nella storia che nessuno è riuscito a migliorare.

di Sergio Troise

 

Il Destriero impegnato nella traversata dell'Atlantico di 20 anni fa

 

NAPOLI - L’Italia della Grande Crisi ha ancora qualcosa da festeggiare? Se guarda al passato, certo che sì. E infatti ha appena celebrato, con un evento sul filodell’amarcord, il record della traversata dell’Atlantico stabilito giusto 20 anni fa, il 9 agosto del 1992, dal Destriero, l’imbarcazione più veloce del mondo. Costruito in meno di un anno da Fincantieri, il grande scafo in alluminio con monocarena a V profondo, propulsione a idrogetti (motori MTU da 60mila cavalli), 67 metri di lunghezza, 13 di larghezza, percorse 3.106 miglia nautiche, dal faro di Ambrose Light, a New York, al faro di Bishop Rock, nelle isole Scilly, in Inghilterra, senza rifornimento, in 58 ore, 34 minuti, 34 secondi, alla velocità media di 53,09 nodi (con punte di 65/70). L’impresa valse la conquista del Blue Ribbon, ovvero il Nastro Azzurro, che dal 1933 apparteneva al mitico transatlantico Rex (affondato dagli inglesi nel 1945, a guerra ormai finita, in una azione di rappresaglia), che percorse la distanza impiegando 21 ore e mezzo in più.

Quel primato, rimasto imbattuto
, tuttora fa onore all’eccellenza del made in Italy e agli uomini che quell’impresa idearono e realizzarono, in testa il ricco uomo d’affari e principe ismailita Karim Aga Khan, sostenuto dalla Fiat di Gianni Agnelli, dall’Iri di Franco Nobili e da numerosi altri sponsor, tra i quali la General Electric e la MTU. Una sorta di joint venture pubblico-privato con budget di 10 miliardi di vecchie lire (tanto costò l’operazione, escluso il prezzo dell’imbarcazione, mai reso noto), che soltanto un anno dopo sarebbe stato forse impossibile realizzare: il biennio ‘92/’93, infatti, non fu per l’Italia quel che può dirsi un periodo spensierato, né sul piano economico né, tanto meno, su quello della pace sociale. Non ci sarebbero state le condizioni per varare un’impresa apparentemente effimera e costosa, ancorché utile al progresso della progettazione navale.

Il 1992 fu l’anno di Maastricht,
della staffetta Andreotti/Amato, della fine della scala mobile, della prima manovra “lacrime e sangue”, di Mani Pulite e di Capaci. Il progetto Destriero, però, era stato studiato sin dal 1989, e a maggio del 1990 era stato firmato il contratto con Fincantieri. La costruzione, eseguita tra Muggiano e Riva Trigoso, durò meno di un ano: a marzo del 1992 la barca era già in acqua, pronta per i primi collaudi, un altro record. Tutto nacque da un progetto dello studio navale Donald L. Blount and Associated, mirato alla migliore combinazione tra leggerezza, solidità e prestazioni. La propulsione era assicurata da tre turbine a gas General Electric LM 1600 in moduli realizzati dalla tedesca MTU, capaci di sviluppare complessivamente 51.675 hp e collegate a tre idrogetti KaMeWa model 125 tramite riduttori Renk-Tacke. L’autonomia a pieno carico era di oltre 3.000 miglia nautiche con una velocità a pieno carico di oltre 40 nodi e nominale (in dislocamento leggero) di oltre 60 nodi. La prima piastra in alluminio dello scafo venne tagliata a luglio del 1990 e il taglio di tutte le parti che compongono l’intera nave venne completamente gestito attraverso macchine a controllo numerico (CNC); l’assemblaggio della struttura avvenne con le stesse modalità e schemi derivati dalla costruzione delle unità militari della Fincantieri, ma senza trascurare un aspetto importante: l’estetica. E infatti il design delle sovrastrutture venne affidato a Pininfarina, che curò a fondo anche l’aerodinamica.

La direzione dell’operazione fu affidata
a Cesare Fiorio, ex capo delle squadre Corse Fiat e Lancia campioni del mondo Rally ed Endurance, della squadra Ferrari di Formula 1, nonché due volte iridato di motonautica offshore. Con lui, Odoardo Mancini (comandante), Aldo Benedetti (comandante in seconda), Sergio Simeone (primo ufficiale), Franco De Mei (operatore di telecomunicazioni), Giuseppe Carbonaro (direttore di macchina), Mario Gando e Nello Andreoli (capi macchinisti), Massimo Robino (elettricista), Silvano Federici e Cesare Quondamatteo (motoristi), Davide Maccario, Giacomo Petriccione, Giuseppe Valenti e Michael Hurrle (tecnici). Una squadra forte e affiatata, che con quell’impresa diede un contributo notevole ai progressi fatti in campo navale. Oggi, infatti, Cesare Fiorio afferma, convinto: «Il record del Destriero segna uno spartiacque nella storia della nautica mondiale. Per tutti, dagli appassionati ai semplici curiosi, c’è stato un “prima Destriero” ed un “dopo Destriero».

Quell’impresa, in effetti, fu per Fincantieri
il trampolino di lancio verso la produzione di una nuova generazione di unità navali, tecnologicamente evolute ed in grado di garantire prestazioni importanti. Dopo quell’esperienza del ‘92, al Muggiano (La Spezia) oggi esiste la divisione Fincantieri Yachts, che si occupa esclusivamente della progettazione e costruzione di yacht di lunghezza superiore ai 70 metri (al momento è in lavorazione un gigante di 140 metri). Il colosso della cantieristica italiana, che in quegli anni stava svolgendo ricerca nel settore degli scafi SES 8Surface Effect Ship) per il mercato dei traghetti commerciali, dopo il Destriero si indirizzò esclusivamente sui monoscafi ad alte prestazioni, quelli che oggi chiamiamo “navi veloci” e che trasportano merci e passeggeri a velocità impensabili vent’anni fa. Una svolta ricordata dal presidente di Fincantieri, Corrado Antonini, durante la cerimonia dedicata al ventennale del record, svoltasi il 24 luglio.

 In un primo momento il Destriero avrebbe dovuto battere il record navigando da Est a Ovest, dalla costa inglese a quella americana; ma le avverse condizioni meteo non consentirono di spingere a fondo nella traversata d’andata. Al ritorno, invece, l’equipaggio sfruttò un “buco” nel maltempo e realizzò l’impresa. Nelle prime dieci ore c’era mare calmo; nelle successive dieci, onda leggera al traverso. Poi 20 ore ideali di mare, con onda lunghissima di poppa. Nella parte finale, il Destriero incappò nella coda di una perturbazione inglese, con grosse onde al traverso e al mascone di dritta che costrinsero a rallentare. Nelle ultime 15 ore i colpi erano così forti che nessuno dell’equipaggio riuscì a dormire neanche un minuto e tutti rimasero legati alle cinture di sicurezza. “L’emozione di un record ormai a portata di mano era così forte che rinunciammo perfino a bere” - ha raccontato Fiorio.

Il Destriero tenne il mare molto bene
e la meccanica non diede problemi, se non qualche piccolo inconveniente. Per un colpo di mare, ad esempio, saltò il programma del pilota automatico, ma il tecnico addetto riuscì a cambiare la scheda del programma e dopo pochi minuti tutto riprese a funzionare bene. Stesso discorso per un tubo laceratosi sbattendo contro una lamiera, anche in questo caso riparato in corsa. Alla fine, record nel record, il Destrierò coprì la maggiore distanza nell’arco di 24 ore: 1.402 miglia nautiche, alla velocità media di 58,4 nodi. Del resto, secondo quanto certificato dalla società di classificazione Det Norske Veritas (DNV), la struttura dell’imbarcazione consentiva velocità fino a 65 nodi con condizioni del mare Forza 4 (con onde di altezza fino 2,5 metri) e fino a 30 nodi con condizioni del mare Forza 5-6 (con onde di altezza fino 5 metri). Dati che testimoniano l’eccezionale rigidità della costruzione, in perfetta sintonia con l’efficienza.

L’impresa tuttavia suscitò polemiche
mai sopite con gli inglesi, che misero in discussione il record, sostenendo che non rispondeva al regolamento dell’Hales Trophy, istituito nel 1932 dall’armatore e uomo politico inglese Harold Keates Hales per premiare il record di velocità di qualsiasi tipo di nave passeggeri, purchè di tipo commerciale, che attraversasse l’oceano in entrambe le direzioni. “Ma noi – chiarì a suo tempo Cesare Fiorio – non ci siamo mai iscritti all’Hales Trophy, volevamo invece conquistare il Nastro Azzurro, che è un’altra cosa, e lo abbiamo conquistato con tutte le carte in regola”. Tra l’altro, il record valse all’impresa anche altri due riconoscimenti: il Columbus Trophy dello Yacht Club New York, e il Virgin Trophy, messo in palio dal miliardario inglese Richard Branson, titolare della Virgin Records.

L’assegnazione del Nastro Azzurro
avvenne in maniera originale, come lo stesso Fiorio ha raccontato. «Avevamo il nastro già a bordo e nelle giuste dimensioni. Infatti c’è una vecchia formula che il comandante Mancini aveva scovato su documenti antichi che stabilisce le dimensioni esatte di questo nastro in base alla lunghezza della nave, alla sua altezza e alla velocità media. Da questa formula veniva fuori che per il Destriero il Nastro Azzurro dovesse consistere in un pennello, cioè in una striscia di seta azzurra alta 30 centimetri sul bordo d’attacco, e che si assottiglia all’altra estremità dopo una lunghezza di 8 metri e 25 centimetri. Siccome la velocità abbiamo potuto stabilirla solo in vista del traguardo, in quel momento abbiamo tagliato il nastro alla lunghezza esatta. Ad attribuircelo è stata la storia, nel senso che dalla prima metà del secolo scorso le navi di varie nazionalità conquistavano automaticamente questa prestigiosa insegna sulla base di un cronometraggio certo. Noi siamo stati cronometrati ufficialmente al faro di partenza di Ambrose e al faro di arrivo a Bishop Rock, dopo 3110 miglia».

A dirla tutta, anche un’altra polemica
accompagnò l’impresa del Destriero, da tutti riconosciuto come imbarcazione italiana (per via della Fincantieri e dei suoi sostenitori, Fiat in testa) ma con bandiera delle Bahamas (Port Nassau) e documenti di proprietà intestati alla Bravo Romeo Ltd, società con sede a Dublino, Irlanda. E oggi? Rimasta qualche anno nella Fincantieri di Muggiano, l’imbarcazione è stata tenuta in esercizio e sottoposta ad una manutenzione abbastanza assidua, poi però è stata trasferita in Inghilterra, dove l’Aga Khan aveva in animo di utilizzarla come base per realizzare un nuovo superyacht. Attualmente si trova in Germania, nel cantiere della Lursen, dove da un paio d’anni si studia su cosa fare per trasformarla.

Skype, la polizia potrà intercettare le chat

Corriere della sera

 

Microsoft apre alle autorità Usa e ai servizi segreti di tutto il mondo. Il «Washington Post»: «presto anche le telefonate»

 

Il logo di SkypeIl logo di Skype

Skype è stato per anni uno dei pochi servizi di comunicazione in cui l'intercettazione dei dati risultava praticamente impossibile. Ma ora le cose potrebbero cambiare. La compagnia ha annunciato che renderà accessibili alla polizia tutte le conversazioni delle sue chat. A dare notizia del giro di vite è il Washington Post, secondo cui le telefonate audio e video resteranno ancora anonime.

«UN PROVVEDIMENTO NECESSARIO» - Ma come fa notare sempre il quotidiano americano, presto le cose potrebbero cambiare anche per quest'ultima modalità di comunicazione, soprattutto quando le chiamate Skype diventeranno il sistema di telefonia più utilizzato nel mondo. La notizia non è stata accolta con piacere dagli attivisti di tutto il mondo. Ma per l'Fbi si tratta di un provvedimento necessario. La chat di Skype sarebbe infatti «uno degli strumenti più usati dai terroristi islamici». E, secondo le cronache, in passato Skype è stato uno dei canali più utilizzati per nascondere le proprie tracce in rete, sia dai criminali sia dai dissidenti politici nei paesi non democratici. A far discutere è però il fatto che la polizia Usa potrà accedere, oltre che ai testi delle chat, anche ai dati personali degli utenti, perfino ai numeri di carta di credito. Ma non solo. Microsoft, proprietaria di Skype, ha concesso alle agenzie di intelligence di intercettare le conversazioni e leggere la corrispondenza dei propri utenti. Così, in accordo con la politica di privacy di Skype si possono fornire informazioni personali, il contenuto delle conversazioni e la cronologia dei messaggi se richiesto dai servizi segreti o dalla magistratura.

 

Marta Serafini

26 luglio 2012 | 17:43

Green Hill, al via le prime adozioni dei cuccioli

Corriere della sera

Migliaia le famiglie già in fila in attesa del proprio cane


Tutti in fila per i cuccioli di Green Hill: da venerdì si potranno adottare i primi esemplari di beagle sequestrati dal Corpo forestale dello Stato all'allevamento bresciano di Green Hill. Tempistiche e modalità degli affidi sono stati spiegati da Legambiente e Lav in una conferenza stampa a Roma.

Allarme randagi in Sicilia: «A Palermo solo sette volontari »

Corriere della sera

 

Il grido disperato di aiuto dei volontari della Lida di Palermo: «La situazione è fuori controllo: abbiamo bisogno di aiuto»

 

Un cane ferito a MonrealeUn cane ferito a Monreale

«La situazione del randagismo in Sicilia è totalmente fuori controllo». Al telefono, la voce di Barbara d’Aquila, 36 anni, vicedirettrice della Lida di Palermo è concitata. «Il mio cellulare non smette di suonare un attimo: una cucciolata in un bidone della spazzatura, gattini che stanno morendo di fame, un cane coinvolto in un incidente che nessuno soccorre». Sono tante le emergenze cui devono far fronte i volontari. Ma sono pochissimi: «In tutta Palermo e provincia siamo sette volontari operativi della Lida: alle tragedie sulla strada ci pensiamo solo noi più qualche altra associazione come l’Oipa che, però, si occupa prevalentemente di fare adottare i cani dal canile municipale» dice.

FOTO DELLA DISPERAZIONE - E, in effetti, a giudicare dalle foto scattate da Barbara e dagli altri volontari della Lida, che raccontano più di mille parole, non ci sono dubbi sul fatto che la situazione del randagismo nella zona sia totalmente fuori controllo. Le foto, che documentano una realtà che in pochi si aspetterebbero di trovare in Italia sono state scattate soprattutto a Monreale, ma anche a Carini.

Colonia felina  a MonrealeColonia felina a Monreale

ARTE E RANDAGI - Monreale è nota in tutto il mondo PER il suo splendid Duomo medievale visitato ogni anno da migliaia di turisti. A soli cinque chilometri da Palermo, è un comune molto popoloso, di quarantamila abitanti. Carini, comune di dimensioni analoghe, solo un po’ meno densamente abitato, è un paese delizioso che si estende dalle pendici del Pizzo Montanello al mare Tirreno, non lontano dall’Aeroporto Falcone e Borsellino e da Capaci, luogo tristemente noto perché qui trovarono la morte per mano della mafia il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e la sua scorta nel 1992. In questi due comuni la situazione è quasi identica: cani che vagano tra le discariche di rifiuti, che sonnecchiano su vecchi materassi abbandonati o che seguono pericolosamente le auto in corsa. E poi ci sono gli animali morti di stenti, di malattia, uccisi dalle ruote di un auto che quasi mai si ferma a prestare soccorso o, addirittura, soffocati dentro sacchetti di plastica.

CANILI LAGER - Continua Barbara: «Purtroppo Carini e Monreale sono soltanto due delle terribili realtà della provincia di Palermo. Troppi comuni non hanno una struttura propria né convenzioni con i privati, o in qualche caso le hanno ma si tratta di canili privati gestiti da imprenditori che speculano sulla pelle dei cani, opponendosi alle adozioni e facendo sparire gli animali chissà dove…». Certo, per fortuna, esistono anche canili privati gestiti in modo «onesto e impeccabile», con ambulatori veterinari super attrezzati e personale qualificato. «Qui portiamo spesso i nostri cani per farli curare» aggiunge la volontaria,

PROBLEMA ANCHE CULTURALE - Un altro problema è che in posti come Carini e molti altri della Sicilia la sensibilità e la cultura del rispetto per la vita animale è praticamente assente. «Chi sfama i randagi viene spesso minacciato e allora chiama noi chiedendoci di portare il cibo agli animali affamati per conto loro e noi lo facciamo perché non abbiamo paura delle minacce e poi non siamo semplici privati, ma un’associazione».

PALERMO - A Palermo città le cose vanno un po’ meglio perché il canile municipale, pur essendo sovraffollato (attualmente circa 470 animali tutti adottabili), effettua regolarmente le sterilizzazioni dei cani e dei gatti di strada. Inoltre, provvede a ricoverare gli animali che hanno avuto un incidente o malati che, se possibile, dopo le cure vengono rimessi in libertà. Il canile, però, è al collasso, come tutte le altre strutture di Palermo.

 

Cani in mezzo ai rifiuti a MonrealeCani in mezzo ai rifiuti a Monreale

IL CANE DI QUARTIERE - Ma non ci sono solo i canili o il randagismo più duro: la legge regionale siciliana contempla anche la presenza del cosiddetto «cane di quartiere» che viene designato tale quando uno o più cittadini scrivono al Comune chiedendone di prendersene cura in strada e non al proprio domicilio. Si tratta di un compromesso tra una vera adozione e una situazione di libertà totale. Il cane vive in strada e corre comunque rischi ma è nutrito e curato se si ammala. Adozioni costose per il trasporto aereo

IL COSTO DEL TRASPORTO - Un altro problema è che la cultura delle adozioni non è sviluppata nella Regione. E i cani siciliani, come quelli sardi, hanno un problema in più: il costoso viaggio aereo che, a volte, blocca il potenziale adottante. La Lida di Palermo - che non ha sovvenzioni pubbliche e si sostiene solo grazie alle donazioni private - chiede agli adottanti di accollarsi il costo del trasporto. «Ma - continua la d’Aquila - le adozioni che facciamo come Lida sono poche, circa una decina di cani l’anno. Anche perché siamo molto selettivi: prima di affidare un animale facciamo controlli molto scrupolosi». Tra i fortunati, Tommaso, un bracchetto raccolto in condizioni pietose: «L’abbiamo curato, portato in una pensione privata dove ha fatto la convalescenza e, grazie agli appelli girati su Internet, ha trovato una splendida adozione a Torino».

La cagnetta PalmaLa cagnetta Palma

PALMA CERCA CASA - Invece, cercano ancora famiglia, e chissà se mai la troveranno così conciate, due cucciole speciali che la Lida Palermo si è rifiutata di sopprimere perché i volontari hanno capito quanta voglia di vivere avessero queste due creature. Stiamo parlando della dolcissima Palma, dal lucido pelo nero e dai tristissimi occhi color ambra, attualmente ricoverata dalla Lida in un ambulatorio veterinario privato dove sta facendo fisioterapia. Investita da un’auto a Palermo e non soccorsa dal conducente, stava per essere reinvestita da un’altra macchina quando è intervenuta una ragazza spostandola e chiamando in aiuto l'associazione. Palma ha riportato una lesione alle vertebre e ha le zampe posteriori paralizzate ma deve ancora essere sottoposta ad altre visite neurologiche prima che le speranze siano del tutto perse.

 

CreamyCreamy

CREAMY - E poi c’è Creamy, caso ancora più tragico, cucciola di Pastore Corso pura, abbandonata perché nata sorda e cieca. Creamy percepisce il mondo solo attraverso olfatto, tatto e gusto. Dice Barbara: «Occorre muoversi con dolcezza attorno a lei perché non vedendo e non sentendo ha paura che qualcuno le voglia fare del male e ringhia e abbaia. Siccome diventerà una cagnolona di taglia grande e di gran carattere, avremmo bisogno dell’aiuto di un comportamentista ma non abbiamo i fondi sufficienti per pagarlo e poi non si è fatto vivo nessuno per aiutare Creamy. Infine, ci sono i cani che abbiamo dovuto lasciare in strada a cavarsela da soli anche se bisognosi, come la candida Yumam perché purtroppo non riusciamo con i soldi che abbiamo a disposizione a metterli tutti in pensione. Ma noi andiamo avanti, con il cuore a pezzi ma tanta grinta anche se abbiamo bisogno di tutto: volontari, cibo, medicine e fondi per pagare le cure veterinarie e le pensioni. Aiutateci, siamo allo stremo».

 

 

Giorgia Rozza2

6 luglio 2012 | 16:54

Il Consiglio di Stato sospende Area C Da questa mattina telecamere spente

Corriere della sera

Accolta l'istanza di un'autorimessa del centro: sospensione in attesa dell'udienza del Tar. Maran: «Il Comune vincerà»


MILANO - L'Area C è stata sospesa dal Consiglio di Stato. La notizia è stata comunicata mercoledì sera dal Comune di Milano. Il Consiglio di Stato ha accolto l'appello di un concessionario con sede in centro, Mediolanum Parking. La decisione dei giudici ha effetto immediato: da giovedì 26 luglio il provvedimento è sospeso, spente le telecamere. Era prevista una sospensione estiva per il mese di agosto, ma a questo punto il ticket per il centro di Milano, entrato in vigore il 16 gennaio 2012, dovrebbe essere sospeso almeno fino alla metà di settembre. «Il Consiglio di Stato, ravvisando un pericolo per l’interesse economico di Mediolanum Parking, ha sospeso cautelativamente il provvedimento», si legge nella nota del Comune. «Per effetto di questa decisione il Comune informa che a partire da domani il provvedimento Area C è sospeso».


IL RICORSO - L'autorimessa Mediolanum Parking, che ha sede in pieno centro, in largo Corsia dei Servi, aveva chiesto al Tar la sospensione del provvedimento. Il Tar ha rigettato l'istanza il 2 maggio scorso; i titolari del garage, che denunciano di essere gravemente danneggiati dalla «congestion charge» voluta dalla giunta Pisapia, hanno fatto ricorso alla Quinta Sezione del Consiglio di Stato, che ha ribaltato la sentenza del Tar. Il Consiglio, si legge nel testo dell'ordinanza, «accoglie l’appello e, per l’effetto, in riforma dell’ordinanza impugnata, accoglie l’istanza cautelare di primo grado». Ora toccherà al Tar della Lombardia fissare l’udienza di merito: da calendario dovrebbe tenersi a ottobre-novembre, ma probabilmente sarà anticipata. Nell'attesa dell'udienza, comunque, il ticket è sospeso.

 Un garage ferma l'Area C Un garage ferma l'Area C Un garage ferma l'Area C Un garage ferma l'Area C Un garage ferma l'Area C

MARAN: IL COMUNE VINCERA' - «Rispettiamo l’ordinanza del Consiglio di Stato, che comunque contraddice numerose decisioni del Tar Lombardia che si era espresso in modo inequivocabile respingendo tutte le richieste di sospensiva presentate. Siamo certi che Area C – afferma l’Assessore alla mobilità Pierfrancesco Maran - sarà confermata dall’udienza di merito che auspichiamo possa essere fissata nel più breve tempo possibile. Area C in sei mesi ha ridotto il traffico del 34% nel centro città, il numero degli incidenti e ha consentito ai milanesi di respirare meno sostanze velenose. Ha quindi avuto un innegabile impatto positivo per la qualità della vita di tutti. Oggi registriamo con rispetto ma anche preoccupazione che in un’aula giudiziaria è stato ipotizzato il danno subito da un parcheggio privato e questo blocca un provvedimento utile a tutti i milanesi».


GLI AMBIENTALISTI - «Siamo sconcertati dalla decisione del Consiglio di Stato, che affossa tutti i precedenti pronunciamenti del Tar Lombardia», è il commento di Legambiente. «Ci pare paradossale e inaudito - dichiara Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia - che con una sentenza venga fatto prevalere l'interesse di un singolo operatore su quello di una intera città: ora ci auguriamo che vengano trovate soluzioni per impedire che la sentenza cancelli i risultati della congestion charge, perché ciò determinerebbe un gravissimo arretramento sul fronte del governo della mobilità urbana. Di una cosa siamo certi: non vogliamo tornare ad essere ostaggi di traffico e smog».

BASIGLIO - Il sindaco di Basiglio Marco Flavio Cirillo (Pdl) plaude invece alla decisione. «Non conosciamo nei dettagli la motivazione del Consiglio di Stato, ma sul principio siamo d’accordo. Siamo certi che a ottobre, quando il nostro ricorso verrà considerato nel merito dal Tar della Lombardia, il tribunale accoglierà anche le nostre istanze». Lo scorso inverno Basiglio, in provincia di Milano, era stato il primo Comune a promuovere una raccolta di firme contro Area C e a presentare ricorso al Tar contro la congestion charge introdotta dal Comune di Milano.

IL CODACONS - La sospensione di Area C è «una vergogna», dichiara Marco Maria Donzelli, presidente del Codacons e invita il sindaco a «concedere immediatamente una deroga al pagamento del ticket per chi si deve recare in quel parcheggio. È l'unico modo per aggirare l'ostacolo e non vanificare quanto finora fatto dal Comune in materia di inquinamento».

GLI INGRESSI DI MERCOLEDI ' - Il Comune ricorda che gli ingressi effettuati in Area C nella giornata di mercoledì vanno regolarizzati entro la mezzanotte di giovedì. A partire dalla giornata odierna - spiega il Comune in una nota - il provvedimento Area C è sospeso per effetto di un'ordinanza del Consiglio di Stato.


Redazione Milano online25 luglio 2012 (modifica il 26 luglio 2012)

Fornace della morte nell'ex villa del boss

Corriere del Mezzogiorno

Tra Afragola e Caivano un«altoforno» forse usato dai rom per bruciare rifiuti anche tossici 24 ore al giorno


NAPOLI - Una villa confiscata ad un boss della camorra trasformata in un inceneritore con tanto di forno che brucia e produce fumi tossici notte e giorno. La scoperta è stata fatta nel pomeriggio mercoledì 25 luglio nelle campagne tra Afragola e Caivano, in località Cinquevie, nel corso di un sopralluogo di cittadini e associazioni.


La villa si trova su un terreno confiscato ed è vicina ad un campo Rom, circondata da un muro e presidiata da ragazzini. All’interno una vera e propria fornace perennemente accesa in cui nottetempo viene sversato di tutto, soprattutto rifiuti provenienti dalle aziende e che esalano un fumo denso e acre. Sul posto, pochi minuti dopo la denuncia dei comitati, arrivano, Vigili del fuoco, polizia e carabinieri. Nessuno se n’era accorto prima, eppure quella colonna di fumo proveniente dalla villa abbandonata era il frutto di una vero e proprio processo industriale con tanto di “altoforno” capace di distruggere rifiuti di ogni genere, e fondere quintali di rame frutto di furti. I roghi continui a tutte le ore del giorno e della notte rendono l’aria, nei territori tra le province di Napoli e Caserta, irrespirabile, costringendo i cittadini a barricarsi nelle proprie case.



Il fenomeno si è amplificato nelle ultime settimane inducendo la Regione Campania a mettere in atto un piano di sorveglianza contro i roghi di rifiuti tossici. Intanto la scoperta dell’inceneritore clandestino desta preoccupazione tra chi risiede in quell’area. Sul posto per verificare l’eccezionale scoperta i rappresentanti dei comitati, Lucio Iavarone e i medici impegnati nella battaglia contro i fuochi, Luigi Costanzo e Gennaro Esposito di “Medici per l’Ambiante” e tanti cittadini guidati dal parroco Don Maurizio Patriciello. «Incredibile, una " fabbrica della morte" " che fuma" 24 ore al giorno. Sotto gli occhi di tutti, - dichiara il parroco - una vergogna». Il coordinamento comitati fuochi ha annunciato una querela contro il presidente della Regione, i presidenti delle province di Napoli e Caserta oltre a trentasette sindaci per i danni ricevuti dalla popolazione.

Rocco Sessa
26 luglio 2012

Evita: a 60 anni dalla morte è viva nel mito

La Stampa

 

Morì 60 anni fa, stroncata da un tumore all'utero che la portò via alla sua Argentina a soli 33 anni. Era Eva Peron, rimasta nel cuore del suo Paese con il vezzeggiativo Evita, la donna che incarnava il mito della scalata sociale dalle più umili origini. Da figlia illegittima di un piccolo latifondista a moglie di  "el general", il presidente Juan DomingoPeron, Evita era dalla parte del popolo, si è spesa per l'uguaglianza sociale e rappresentava il "peronismo" nella sua forma più pura. Ed è per questo che al fianco dei milioni di argentini che la veneravano, ce n'erano molti altri che la odiavano, e che mentre lei moriva scrivevano sui muri di bairs "Viva il cancro".

 

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In Nuova Zelanda è guerra ai gatti

La Stampa

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I volatili locali sono in pericolo. La direttrice dell'oasi naturalistica: i gatti "killer" vanno tenuti in casa

 

 

Tempi duri per i felini neozelandesi. Il gatto domestico tanto amato dalla gente del posto metterebbe infatti a rischio la sopravvivenza di alcunie specie di volatili nativi del luogo, come i kaka, i tui e i bellbird. L'allarme arriva dai responsabili dell'oasi naturalistica Zealandia nei pressi della capitale Wellington, da anni in prima linea nella protezione degli uccelli in via di estinzione, che chiede ai proprietari di felini di limitarne la libertà e di tenerli chiusi in casa, e di non acquistarne più quando muoiono. Secondo una ricerca del 2008, in Nuova Zelanda i gatti, tra randagi e domestici, sarebbero oltre 220 per chilometro quadrato.

«Un vero esercito di spietati killer» versatili e istintivi, li ha definiti la manager di Zealandia, Raewyn Empsom. Non la pensa così la Società per la protezione degli animali, secondo cui per mettere a freno l'istinto predatore dei mici e salvare la vita agli uccelli sarebbero sufficienti più cibo e giocattoli. Per la direttrice Robyn Kippenberg «I gatti domestici sono cacciatori inefficienti e pigri. Principalmente uccidono i ratti che a loro volta sono i grandi killer degli uccelli nativi». Mentre secondo la Lega per la protezione dei gatti è giusto tenerli dentro casa, ma solo la notte.

Ecco l'esercito di (ro)bot che sostiene Wikipedia

La Stampa

 

Non bastano i volontari di tutto il web. Ci sono i computer che fanno pulizia di errori e vandalismi

CLAUDIO LEONARDI

 

Chi scrive gli articoli della Wikipedia, l'enciclopedia online più consultata al mondo? Lo sanno tutti, centinaia di migliaia di volontari che compilano gratuitamente le voci del sito. Ma se si chiede chi controlla, corregge, organizza la grande macchina enciclopedica, la risposta si fa più complessa. Accanto agli uomini, lavorano nell'ombra centinaia di "robot", meglio noti come bot, che svolgono ormai diversi compiti indispensabili per riuscire a gestire un archivio che, nel mondo, conta più di 22 milioni di file redatti in 285 lingue differenti. Un esempio di quest'opera silenziosa lo ha ben raccontato il sito della Bbc. Ai bot è delegato il compito di pulizia (e di polizia) grazie al quale frasi come "il pene è l'organo sessuale maschile", formalmente ineccepibile, non vadano a finire nel lemma che riguarda i compiti della Corte Suprema degli Stati Uniti.

I bot (in questo caso si trattava di ClueBot NG), che nulla hanno a che fare con i droidi di Star Wars, sono software su computer che scandagliano l'enciclopedia e la proteggono dal suo peggior nemico: i vandalismi di chi approfitta del carattere aperto della Wikipedia per minarne credibilità e utilità. Sono circa 700 gli operatori meccanici che sostengono i volontari. Tanto da far dichiarare a un amministratore del sito, noto come Hersfold, che la "Wikipedia sarebbe un disastro senza bot".Per apprezzare il contributo di queste maestranze automatizzate, Chris Grant, diciannovenne studente australiano che sovraintende il loro progetto, propone scherzosamente uno sciopero di un giorno dei computer, "per fare apprezzare a tutti la quantità di lavoro che fanno".

I bot, si sice, sono simili a quei solerti volontari che, nelle biblioteche, accantonano i libri, smistano le pile, applicano i codici sui dorsi dei libri, sgravando i bibliotecari "graduati" consentendone le attività più qualificanti. Più qualificanti per modo dire, perché programmi e computer operano su "Interwiki" per collegare i diversi articoli sullo stesso argomento in diverse lingue, segnalano potenziali violazioni del copyright, aggiungono articoli nelle categorie, fanno pulizia e manutenzione sui "tag", le definizioni che agevolano la consultazione online, tutte operazioni indispensabili. Tra le pagine dell'edizione italiana, ce n'è una per chi voglia farsi aiutare da un bot, per una delle operazioni consentite online. Ma l'invito è quello di non disturbarlo per sciocchezze: "Non richiedere l'intervento di un bot per operazioni che puoi fare da solo. - si legge sul sito.

Una parola o una categoria su meno di 15 pagine, si fa prima a mano che con il bot: pensaci tu. Per operazioni più articolate in poche pagine, prima di richiedere l'intervento di un bot, considera anche la possibilità di usare le sostituzioni automatiche degli editor di testo o delle espressioni regolari o di utilizzare altri strumenti di supporto". Per dirla tutta, c'è stato un tempo in cui questi operai dell'enciclopedia erano anche redattori. Il 9 dicembre 2002, rambot scrisse: "Autaugaville è una città situata in Autauga County, Alabama. Secondo il censimento del 2000, la popolazione della città è di 820 abitanti". Poche righe, raccolte da fonti ufficiali, ma pur sempre un inizio. Furono 30.000 gli articoli così prodotti, al ritmo di migliaia al giorno, su singole città negli Stati Uniti.

Ci hanno poi pensato i redattori umani ad arricchire le voci con dettagli storici, informazioni sull'autorità locale e le attrazioni turistiche. Nel 2008, un altro bot creò migliaia di articoli su piccoli asteroidi, attingendo i dati da un database online della Nasa. Ma la comunità si divise sul valore di quelle inserzioni. Per qualcuno erano incentivi, per altri erano poca cosa. Oggi, ai bot è "vietato" compilare lemmi enciclopedici. Devono limitarsi a dar la caccia alle parolacce. Quasi inesistenti i rischi di incidenti che cancellino per errore migliaia di file archiviati. La cancellazione è sempre supervisionata da redattori in carne e ossa. Inoltre, garantiscono i responsabili del progetto Wikipedia, i falsi positivi su errori, imprecisioni e vandalismi sono sempre più rari.

E in ogni caso sono velocemente risolti dai tanti che contribuiscono alla enciclopedia online. Insomma, nessuno teme di essere sostituito dai computer, anche perché una Wikipedia soltanto robotica ne snaturerebbe le finalità partecipative. E probabilmente sarebbe più arida. O forse no?

Russia, trovati 248 feti di bambini: si sospetta traffico di embrioni

Corriere della sera

 

Li ha trovati un pescatore a tre chilometri dalla strada tra Yekaterinburg e Nyevyansk, nella regione di Sverdlovsk

 

MILANO – Una folta schiera di corpicini tra le dodici e le ventisei settimane di vita, risalenti presumibilmente a una decina di anni fa e abbandonati in macabri contenitori che custodiscono chissà quali segreti (alcuni dei quali erano oltretutto aperti e contenevano feti mummificati). Li ha trovati Sergei Tvritinov, un pescatore di quella zona ai piedi degli Urali, mentre stava andando tranquillamente a pescare con alcuni amici. Ora quei 248 feti umani rinchiusi in contenitori da cinquanta litri riempiti di formaldeide sono oggetto delle indagini degli investigatori, dopo che il ministro della Sanità russo ha definito l’episodio «una violazione medica inammissibile dal punto di vista morale ed etico». E Vladimir Vlasov, a capo del governo regionale, promette giustizia, assicurando che i responsabili della foresta degli orrori saranno puniti.

LE VARIE IPOTESI - Si potrebbe trattare di reperti biologici susseguenti ad aborto provenienti da quattro ospedali differenti della zona, mentre secondo altre fonti potrebbero essere riconducibili a nascite premature o ad aborti spontanei. Ma dietro a tutte queste ipotesi rimane l'allarme lanciato dai medici e dai responsabili della sanità russa, che da tempo richiamano l'attenzione sul traffico di embrioni e feti usati per illegali trattamenti di bellezza. Da tempo infatti gira la voce che esistano organizzazioni criminali in Russia e in Ucraina dedite al traffico di feti abortiti dai quali verrebbero poi estratte staminali per provvedere a seni o a zigomi che cedono. Il sospetto che i feti scaricati in quella foresta risalgano a questi aberranti test e fossero destinati alle esigenze di un’utenza ricca che insegue la bellezza a tutti i costi rende chiaramente ancor più triste la vicenda.

REAZIONI - La leader del comitato parlamentare “Donne, Famiglia e Figli”, Olga Batalina ha commentato: “spero che il comitato investigativo stabilirà dov’è successo, in quale area, in quale ospedale e chi ha organizzato queste azioni criminali”. Mentre la Chiesa Ortodossa ne ha subito approfittato per enfatizzare la propria opposizione all’aborto, parlando di degrado della nostra società. In Russia la legge sull’interruzione di gravidanza prevede che sia possibile abortire entro le dodici settimane, salvo per i casi di stupro o per ragioni mediche.

 

Emanuela Di Pasqua

26 luglio 2012 | 14:22

Il papà vuole cambiare sesso e il figlio adolescente si uccide

Diana Alfieri - Gio, 26/07/2012 - 09:17

 

All’ennesimo litigio, il genitore ammette l’intenzione di diventare donna Il ragazzo, 19 anni, esce di casa sconvolto e si butta da un pilone

 

Milano Una tragedia inizia solita­mente da una storia all’apparen­za normalissima che poi rivela tanti, troppi lati oscuri e spesso drammatici. Vicende che lascia­no senza parole, senza commen­ti. E davanti alle quali proviamo solo un grande senso d’impoten­za. Ne è un esempio quel che è ca­pitato a Giacomo ( il nome è di fan­tasia), 19 anni, un ragazzo che si è tolto la vita due settimane fa in provincia di Milano e sul quale vo­gliamo restare vaghi proprio per non urtare la sensibilità di chi lo ha amato e ora, forse, s’incolpa della sua fine.

Giacomo viveva una situazio­ne famigliare difficile, ma oggi co­mune a tanti giovani. Il suo perso­nalissimo panorama privato non era diverso da quello di molti coe­tanei. O almeno così sembrava. I genitori separati, la madre a Ro­ma con un nuovo compagno, il pa­dre residente in provincia di Mila­no. E lui, figlio unico della coppia, che decide di lasciare la capitale e di venire al nord, a vivere con il pa­pà, nello stesso appartamento. E di mettersi a lavorare, senza di­sdegnare occupazioni non pro­prio prestigiose, come i lavoretti saltuari offertigli da una coopera­tiva. L’esistenza va avanti, il tran tran di tutti i giorni continua, ine­sorabile. E la convivenza tra pa­dre e figlio, che forse quest’ulti­mo sperava «leggera», si rivela in­vece sempre più complicata, co­stellata di discussioni pesanti, pa­role grosse, porte sbattute. In real­tà è Giacomo a trovare sempre il pretesto per litigare: quel figlio non si dà pace, non riesce a capire il vero motivo, la ragione, per cui la sua mamma e il suo papà, dopo tanti anni, abbiano deciso di la­sciarsi, di dividere le loro strade in maniera definitiva. Nel palaz­zo alcuni inquilini li sentono liti­gare. Frammenti di alterchi dai quali s’intuisce che al ragazzo, quella separazione, non solo non va giù. Ma, più continua la convi­venza col padre, più il giovane s’intestardisce che è stato lui,il ge­nitore, a creare quella frattura in­sanabile. Poi circa due settimane fa tutto precipita, all’improvviso e nella maniera più tragica.

Dopo una di­scussione con il padre durata qua­si fino a mezzanotte, il figlio sbat­te la porta di casa e se ne va. Non vi farà più ritorno. Complice la not­te, infatti, il ragazzo, in preda alla disperazione ma anche lucidissi­mo, raggiunge una località perife­rica non lontana da casa, parcheg­gia la sua auto, si arrampica a un’altezza di circa 15 metri, da­vanti a una struttura pubblica al­l’aperto e si lancia nel vuoto, pre­cipitando sull’asfalto dove muo­re sul colpo. Il cadavere verrà ri­trovato solo la mattina successiva proprio dai custodi della struttu­ra che s­egnalano il corpo senza vi­ta di quel ragazzo sull’asfalto ai ca­rabinieri. In un primo tempo si pensa ad­dirittura a un omicidio. E infatti sul posto arrivano i militari del nu­cleo investigativo di Milano. Poi, fatti i rilievi, ogni dubbio scompa­re: si tratta di un suicidio. Quel gio­vane si è tolto la vita volontaria­mente, nessuno l’ha fattosalire là sopra,l’ha spinto o cose del gene­re. La certezza assoluta che si tratti di una fine cercata e voluta la for­nisce la testimonianza del padre. Prostrato dal dolore l’uomo, ac­compagnato in caserma, raccon­ta a­i carabinieri una storia doloro­sissima e pazzesca, che probabil­mente gli lascerà un peso oppri­mente sulla coscienza fino alla fi­ne dei suoi giorni. La sera prima aveva litigato con il figlio proprio perché, dietro le pressanti insi­stenze di Giacomo, gli aveva rive­lato il reale motivo del naufragio del suo matrimonio. «Io e la mam­ma ci siamo lasciati ma la colpa è in gran parte mia. Anzi, solo mia: sto per cambiare sesso, voglio di­ventare una donna». I militari lo ascoltano attoniti. Il pubblico ministero che si occupa del suicidio di Giacomo abbassa lo sguardo e chiude il fascicolo. Nessun commenta. Solo l’im­mensa, smisurata disperazione di un padre che s’incolpa di aver «ucciso» suo figlio.

Il Csm dà l'ok: Ingroia in Guatemala

Lucio Di Marzo - Gio, 26/07/2012 - 12:35

 

Il magistrato dirigerà la Commissione investigativa contro l'impunità, organismo delle Nazioni Unite che lotta contro il narcotraffico

 

Diciassette voti favorevoli, quattro contrari e due astensioni. Il voto del Consiglio superiore della magistratura si esprime sul collocamento del procuratore aggiunto della Dda di Palermo Antonio Ingroia. E dà il suo sì. Il magistrato dell'inchiesta sulla trattativa Statomafia andrà in Guatemala, a dirigere la Commissione investigativa contro l'impunità, un organismo legato alle Nazioni Unite, che lotta contro il narcotraffico.

Sulla decisione si è scatenato un lungo dibattito nell'organo di autogovermo dei magistrati. Che si è però concluso con l'approvazione della nuova destinazione per il pm.

Jacopo, 27 anni: “Perché ho rinunciato al posto fisso”

Corriere della sera

di Maria Serena Natale

jacopo moschini

 

Oggi ospitiamo l’intervento di Jacopo Moschini, 27enne di Montecatini deciso a fare l’imprenditore e impegnato in un progetto che vuole riportare il merito al centro del sistema produttivo, il Forum della Meritocrazia. Jacopo ha lasciato il posto fisso per inseguire il suo sogno. Ecco il racconto delle sue “Olimpiadi”.

“Testa bassa e pedalare”, dicono. Io invece preferisco “testa alta e correre”, perché così ho sempre pensato, e a 27 anni credo di poterla definire la mia filosofia di vita. Sarà perché mi hanno forgiato gli allenamenti di basket, e l’abitudine di immaginarmi un canestro da centrare non mi abbandona. Sarà perché è correndo che ho riflettuto su tutte le scelte importanti.

Andavo a correre nella pineta di Montecatini, la mia piccola città, dopo aver chiuso gli appunti del ripasso per l’esame di maturità e i libri ancora nuovi che mi servivano per affrontare il test di ingresso per la Bocconi. Ho continuato a correre a Milano, freddo nonostante. Per affrontare una nuova realtà, per assimilare le cose che stavo imparando.

Mi sono concesso un’oretta di corsa solitaria anche il pomeriggio in cui ho ricevuto il diploma del master in Imprenditorialità e strategia aziendale. Sapevo che il bello sarebbe iniziato in quel momento, finiti gli studi. Anche se faceva un po’ paura. Non è stato facile, nell’immediato. La soluzione è stata combattere le frustrazioni con l’allenamento, lavorando per migliorare e accrescere le mie competenze. Mentirei se dicessi che è stato indolore imparare la pazienza, per uno come me che ha sempre l’impressione che il tempo gli sfugga troppo in fretta. Ho dovuto farlo sulle strade di Roma, che per più di un anno è stata la mia base come Responsabile del canale web di Posteshop e store manager del sito di e-commerce posteshop.it.

Le rosse albe della Capitale mi trovavano a volte stanco, ma sempre determinato. E ho cominciato a pensare che, per quanto gratificante, non era quel posto fisso il traguardo che volevo tagliare. Giorno dopo giorno, ho deciso di intraprendere l’allenamento necessario per diventare quello che realmente volevo, un imprenditore.

Iniziavano così le mie personalissime Olimpiadi. Ho messo su una squadra, tutta giovane: è iniziata una staffetta fatta di telefonate a tarda sera, terminati gli impegni quotidiani; di mail scritte sul treno all’alba, di idee sviluppate ovviamente correndo. Con tutta la fatica, l’impegno e l’entusiasmo del caso.

Sono fiero di esserci riuscito, e nel momento in cui ho lasciato Poste per dare concretamente vita al mio progetto, MyChicJungle (un sito di couponing dedicato a prodotti di qualità, un portale di e-commerce incentrato sul made in Italy e un servizio di consulting volto ad aiutare le imprese ad emergere nella realtà del commercio on-line), ho capito che avevo fatto la scelta giusta. Ci è voluto un bel po’ di coraggio, molte preoccupazioni e altrettanta pazienza. Non proprio il mio punto forte, ça va sans dire, ma fondamentale per superare i momenti no e arrivare ad avere ben chiaro il percorso. Non si lascia la strada vecchia se non si riesce a immaginarne una migliore: nel mio caso posso dire che ne è valsa la pena.

Adesso corro nuovamente nelle strade familiari di Milano, passo più tempo di prima in ufficio, e affronto con i miei soci (Fabiano e Paolo, che si sono abituati al mio perfezionismo così come hanno sopportato le telefonate a tutte le ore) una lunga maratona in uno scenario, quello del web, in continua evoluzione. A volte impervio, sì, ma sempre stimolante.

Certo, l’orgoglio di essere start up si scontra con non poche complicazioni. Spesso abbiamo l’impressione di affrontare una corsa a ostacoli, con le difficoltà di ottenere finanziamenti senza impegnare i risparmi dei genitori, l’impossibilità di assumere risorse che tanto ci sarebbero utili a causa dei costi eccessivi e i tanti, troppi vincoli burocratici che a volte minacciano di frenare il nostro entusiasmo. Di mio, oltre alle forze e alla sfida di rinunciare al posto fisso per antonomasia, ho investito la liquidazione, ma questo non basta.

Crediamo che la volontà sia il vero carburante della nostra piccola grande impresa, e quindi non molliamo. Cerchiamo di fare la nostra parte per migliorare le cose: motivo per cui abbiamo aderito al Forum della Meritocrazia, un’associazione che combatte le logiche nepotistiche e sta elaborando un “piano del merito” da presentare alle istituzioni al rientro dalla pausa estiva: un vademecum contenente gli step per un effettivo implemento meritocratico, che porti questo valore in tutti gli ambiti del quotidiano, dall’istruzione all’impresa, passando per la Pubblica Amministrazione.

Molti progetti, molta fatica, ma anche tante soddisfazioni. Le suole delle scarpe sono un po’ consumate, forse perché alla mia corsa quotidiana non rinuncio nemmeno in vacanza. Ma non ho tempo di pensarci. Per fortuna.


Facebook e Skype: la privacy è sempre una (comoda) notizia

La Stampa

 

VALERIO MARIANI

L’estate è un periodo critico per blogger e giornalisti. Come facevano una volta (e fanno ancora) i giornali, anche sul web ci si ingegna per riempire le pagine e tenere alto il livello di discussione. Argomento caldo è certamente la privacy online. Cosa ci può essere di meglio per stimolare commenti e dibattiti?
Così si parte con la notizia secondo cui Facebook controlla le chat con l’obiettivo di prevenire eventuali attentati alla sicurezza pubblica e si prosegue con quella che riguarda Skype. Il tutto è partito da una dichiarazione di un responsabile del team Microsoft-Skype secondo la quale già prima dell’acquisizione, Skype si assumeva il diritto di controllare le chat, sempre in nome della prevenzione criminale.

La candida dichiarazione è supportata dai termini della privacy policy di Skype in cui si definisce cosa può essere controllato dell’attività e del profilo di un utente. Come al solito, temi come questo sollevano un polverone. C’è chi invoca il diritto alla privacy, ma anche chi analizza la questione in modo più maturo.  
Intendiamoci, la questione è irrisolta e, per tanti motivi, è difficile sperare di trovare una quadra. Per questo, forse, sarebbe il caso di essere meno radicali e ammettere che la tanto decantata privacy, nella vita reale come in quella virtuale, è un’ideale molto difficile da raggiungere. E poi, in fondo, siamo così presuntuosi dal pensare che le nostre, oneste, conversazioni possano essere così interessanti da essere intercettate?

Alla fine la propria privacy una persona se la costruisce da sola, e da sola se la distrugge, basta un innocuo post su Facebook. Ed è impensabile che delle aziende possano farsi paladini di un concetto che dovrebbe essere regolato da leggi molto più aggiornate e specifiche. Si sa, inoltre, che le stesse aziende abbiano costruito un business intorno agli utilizzatori, dando un valore ai loro profili, alle loro attività, ai loro post, ai loro commenti. E, se vogliamo, anche questo modo di fare marketing non è esattamente una novità degli ultimi anni. Il fatto è che oggi è molto più facile fare quello che facevano i grandi brand una volta, quando con la vendita porta a porta entravano nelle case di milioni di americani, scoprendo così quanto di più privato ci possa essere.

Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, non si può postare qualsiasi cosa su Facebook sperando che il posting non sia oggetto di analisi di marketing. Non si può stare nel mezzo, oggi o non si vive, oppure bisogna accettare le regole del gioco, mantenendo la giusta dose di razionalità.
Per la serenità di tutti quelli che si sentono “ulteriormente” minati, consideriamo, per esempio, la privacy policy di Skype e analizziamo i punti “preoccupanti” :

1. “Skype può raccogliere e utilizzare dati sugli utenti, compresi, in via esemplificativa, dati che rientrano nelle seguenti categorie….” Mettetevi l’animo in pace, qualsiasi sito potrebbe farlo, tutti usano il condizionale, e tutti lo dichiarano, in perfetto stile americano. Anche il ristoratore può memorizzare i dati sensibili della tua carta di credito, e non te lo dice. Anche il poliziotto, l’impiegato dell’agenzia delle entrate, il vicino di casa, tutti, e nessuno te lo mette per iscritto.

2. Sempre dalla privacy policy di Skype: “lo scopo principale per la raccolta di questi dati è fornire agli utenti un servizio sicuro, efficiente e personalizzato. Skype raccoglie e utilizza, direttamente o tramite terzi che agiscono per conto di Skype, i dati personali relativi agli utenti secondo quanto previsto a norma di legge o necessario per….” Secondo quanto previsto dalla legge e per migliorare il servizio, ufficialmente. Il vicino di casa, il poliziotto che vi intercetta o chiunque altro vi avvisa che sta agendo secondo i termini di legge? Dichiara il perché ci ruba delle informazioni?

3.Skype conserva i dati personali degli utenti fin quando necessario per: (1) soddisfare gli Obiettivi (descritti all'articolo 3 della presente Informativa sulla privacy) o (2) conformarsi alle norme legislative e alle richieste normative applicabili nonché agli ordini rilevanti da parte dei fori competenti”. “...I messaggi istantanei rimangono archiviati per 30 giorni al massimo, a meno di quanto diversamente disposto o richiesto dalla legge”. Anche qui, basta saperlo. Anche gli operatori telefonici conservano le registrazioni delle conversazioni, per esempio, anche il server aziendale conserva le mail.

Di esempi di controllo della propria privacy nella vita reale, senza scomodare il virtuale, se ne potrebbero fare tanti altri. E, paradossalmente, è divertente notare che le privacy policy pubbliche nella vita reale – pensate alle firme che si mettono oggi su un qualsiasi contratto – sono ereditate da quelle introdotte anni fa dalle maggiori web companies. Come dire, è proprio grazie al web che oggi si possono riempire giornali e siti di articoli “estivi”, come questo…:). Insomma, alla fine, non è forse meglio fare finta che il vicino di casa non sappia niente della nostra vita? O, ancora, non sarebbe meglio leggere fino in fondo e con attenzione le privacy policies dei servizi web che si usano? Ricordandoci anche di quanto possa essere dispendioso per le aziende utilizzare i software di controllo e lo spazio per archiviare chat e messaggi al 90% insignificanti?

Come proteggere i propri soldi?

La Stampa

 

A CURA DI SANDRA RICCIO

Torino

 

La volata degli spread sta tenendo in ansia molti risparmiatori. Cosa bisogna sapere per riuscire a proteggere il proprio patrimonio nel pieno della crisi dell’euro? E come bisogna affrontare i progetti per il futuro che riguardano il nostro portafoglio?
La regola d’oro per chi ha un gruzzolo da parte è sempre la stessa: quella della diversificazione del capitale su più strumenti d’investimento in maniera tale da spalmare su più fronti l’eventuale rischio. In altre parole, si tratta di dividere i propri soldi in tante parti e metterli su più strumenti d’investimento diversi come titoli di Stato di Paesi diversi, azioni, bond societari, conti deposito, valute straniere, oro, immobili o liquidità di conto corrente. Così se dovesse fallire un «canale» ci sarebbero sempre gli altri «fronti» su cui appoggiarsi. È da questo principio che si deve iniziare per capire se i soldi già investiti sono ben disposti e al riparo, oltre che per decidere eventuali nuovi investimenti.

È il caso di correre ad acquistare titoli di Stato dei Paesi del Nord Europa?
Si tratta di una strada a cui guardano in molti in questo momento. Difficile dire con certezza se sia quella giusta. Certo è che, nella speranza di trovare un rifugio, i risparmiatori che scelgono questa via sono disposti a portare a casa rendimenti negativi. Per fare un esempio, il Bund a due anni ieri aveva un rendimento del -0,067% (a cui va poi sottratta anche l’imposta). Ma basta guardare a Nord per stare tranquilli? Secondo alcuni esperti, non è sufficiente diversificare il proprio portafoglio mettendo una quota dei risparmi sui Paesi del Nord. Per stare sicuri è necessario scegliere titoli di Stato nordici emessi in valuta diversa dall’euro. In caso di un fallimento della moneta unica anche il Bund tedesco e gli altri titoli «virtuosi» finirebbe per risentirne pesantemente. Altre ipotesi invece sostengono che in caso di una fine della moneta unica e di un eventuale ritorno a valute come il vecchio marco tedesco, ci sarebbe un salto di valore per quest’ultimo e quindi chi ha i Bund si troverebbe con un portafoglio rivalutato del 20 o 30% circa. Impossibile dire chi avrà ragione.

Btp e Bot sono da evitare?
In questo momento i titoli di Stato dell’Italia offrono rendimenti davvero interessanti. Il dieci anni supera il 6% lordo. Una buona opportunità per chi crede che l’euro non fallirà, a patto che non si punti tutto su questo tipo di strumento. Per gli esperti è meglio non superare il 20%.

Che rischi ci sono per il conto corrente?
L’ipotesi di un crac dell’euro fa tremare. Per le banche e dunque per i conti correnti sarebbero guai seri. Si tratta però, e questo va sottolineato, di un ipotesi davvero lontana e remota. Per i correntisti c’è un particolare salvagente che si chiama Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) che entrerebbe in azione in caso di dissesti bancari. Prevede un rimborso per depositante di 100 mila euro massimi, nell’arco di 20 giorni lavorativi (prorogabili dalla banca d’Italia in circostanze del tutto eccezionali di altri 10 giorni). Entra in azione in caso di fallimento di una banca, e anche delle succursali in Italia di banche comunitarie ed extracomunitarie consorziate). Una strada che piace in questo periodo è quella di aprire conti su più banche in modo da ripartire anche la protezione del fondo.

I conti deposito sono sicuri?
È il parcheggio più facile per la liquidità. Tra l’altro offre tassi interessanti, intorno al 3% netto per vincoli a un anno. Ma offrono anche un riparo certo? La riposta è «sì» se basta la sicurezza dei 100 mila euro offerti dal Fondo Interbancario di tutela dei depositi. Vale insomma lo stesso discorso che si applica al più tradizionale conto corrente bancario. A chi si domanda se è saggio aprire il conto in una valuta diversa dall’euro come il franco svizzero o il dollaro, va risposto che in questa fase è bene avere di tutto un po’, quindi meglio diversificare, mentre rischia di essere poco redditizio - se non addirittura pericoloso - avere conti solo in franchi o solo in dollari. L’euro è sceso ai minimi, ma potrebbe anche risalire.

È il momento di acquistare immobili?
Il mattone è sempre stato una delle strade preferite dagli italiani a caccia di investimenti. Sicuramente in questa fase è un buon modo per diversificare il proprio portafoglio. Anche se va detto che i prezzi stanno subendo un calo. Dalla tendenza si salvano grandi città come Milano e Roma, ma nel resto del Paese il regresso si vede bene anche per effetto della frenata delle compravendite (-19,6% nei primi tre mesi del 2012).

L’oro è ancora un rifugio?
Le quotazioni del metallo giallo sono scese parecchio, contrariamente alle ipotesi di manuale sul rialzo in tempi di tensione. Difficile dire che direzione prenderà questo strumento in futuro. Certo è che in caso di grave crisi manterrà la sua funzione di «valuta» alternativa.