mercoledì 1 agosto 2012

Il cucciolo Berto ora può tornare a correre

La Provincia Pavese

E’ arrivato dagli Stati Uniti lo speciale carrello che aiuta il meticcio di tre anni a muoversi, l’emozione dei volontari all’oasi-rifugio «Shangai» tra Robbio e Nicorvo

Cattura
Ora Berto può correre. E'arrivato dagli Stati Uniti lo speciale carrello di cui questo cane, che ha tre anni d'età e vive nell'oasi-rifugio «Shangai» nelle campagne tra Robbio e Nicorvo, ha bisogno per muoversi. Berto, un meticcio di media taglia dal pelo lungo, infatti è paralizzato alle zampe posteriori sin dai primi mesi di vita in seguito ad un'incidente. Da alcuni mesi è stato preso in adozione dai gestori della struttura, i coniugi Fiorenzo e Maria Pavanello.

Nelle scorse settimane Berto è stato preso in cura da Andrea Martinoli esperto nel recupero e nella riabilitazione degli arti canini. Così Martinoli, dopo aver attentamente visitato Berto, ha caldeggiato l'acquisto di un carrello apposito realizzato di Langley, città statunitense che si trova nello stato della Virginia. Costo 700 euro. Così è subito partita una gara di solidarietà per aiutare Berto. A coordinarla un gruppo di appassionate cinofile, che fanno capo all'associazione no profit Rosca, che si occupa di cani randagi e abbandonati e che fa riferimento proprio all'oasi "Shangai".

Torna su Twitter il giornalista "censurato" su richiesta della Nbc

La Stampa

Riattivato con le scuse del sito l'account di Guy Adams: aveva criticato la Tv per le trasmissioni olimpiche in differita, invitando a scrivere ai dirigenti
CLAUDIO LEONARDI




Riattivato con tante scuse l'account Twitter del giornalista britannico del The Independent, Guy Adams, che aveva criticato sul social network la trasmissione in differita della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi e di alcune gare, da parte della televisione Nbc.
   
Nei messaggi, arrabbiatissimi, il giornalista corrispondente da Los Angeles aveva incluso l'indirizzo di uno dei dirigenti del network, alimentando, da parte dell'emittente, l'accusa di violazione della privacy. "L'uomo responsabile alla Nbc della scelta di fingere che le Olimpiadi non siano ancora iniziate è Gary Zenkel. Ditegli quello che pensate" Email: Gary.zenkel@nbcuni.com", aveva twittato Adams.
Dopo la sospensione dell'account, il popolo di Twitter ha invaso di commenti il sito di

microblogging, accusando il social network di avere anteposto interessi commerciali rispetto alla sua missione di veicolo delle opinioni di tutti. Ma in queste ultime ore, il protagonista della vicenda ha potuto twittare, con autentico spirito "british": "Oh, sembra che il mio account sia stato riattivato. Mi sono perso molto mentre ero via? Più solenne il commento del responsabile legale del social network, Alex McGillvray, che, scusandosi ufficialmente per l'accaduto, ha promesso di lavorare perché simili episodi "non si ripetano".

McGillvray ha attribuito l'errore alla politica precauzionale che è la prassi di Twitter. Dal canto suo, la Nbc ha emesso un comunicato, in cui ha voluto precisare che la loro richiesta riguardava esclusivamente la pubblicazione di un indirizzo, e dunque di una informazione personale, operazione esplicitamente vietata dallo stesso regolamento di Twitter. Adams, tuttavia, in uno dei suoi articoli di difesa, ha spiegato che l'indirizzo da lui postato era ed è pubblico, mentre la regola del sito si riferisce esclusivamente a indirizzi privati.

Il giornalista del The Independent aveva criticato aspramente il network televisivo anche per l'invasione di spot pubblicitari a cui era stato sottoposto il pubblico, giudicata "la più grande nella storia della televisione". Una ragione in più per far sospettare osservatori e utenti di Twitter che ci fosse una volontà censoria da parte della Nbc.

La mia estate in carcere

Corriere della sera

Questo racconto ci è arrivato tramite raccomandata. Insolito, abbiamo pensato. Una volta aperta la busta abbiamo capito perché: arrivava da un detenuto, Marco. In prigione non si ha accesso alle mail e quindi carta e penna erano gli unici modi per lui di partecipare al nostro progetto. Lo ha fatto lo stesso. Di seguito il testo della sua lettera di accompagnamento al racconto e poi la storia che ha scritto per noi. Sarebbe bello fargli sapere cosa ne pensiamo.

Lettera:
Considerando che le carceri non lasciano usare il pc, non rimane altro che scrivere su carta e spedire, augurandomi che l’indirizzo per il concorso sia giusto. Oltre questo, ringrazio per l’attenzione sperando di aver scritto un pensiero simpatico

Racconto:
Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala. La frase veniva e viene usata dai più anziani verso i più giovani nelle carceri italiane per evidenziare la leggerezza commessa nei confronti della legge,  quando ormai rimane il malfatto e bisogna  così continuare nell’avvetura del “pagare il dazio” (“Cosa volevi, la coppa dopo tutte quelle rapine?”). Sì, scrivo dalla galera. Parlare dell’estate è molto strano per me poiché le stagioni non promettono cambi degni di nota; sì, le giornate si allungano, si accorciano, ma l’unica cosa che muta è l’abbigliamento. Per il resto tutto accade come nulla. In inverno muori dal freddo. In estate muori e basta.

Quindi niente bagni refrigeranti, niente sabbia sotto i piedi ma, per chi vuole, sole a degli orari assurdi, “perfetti” per un’insolazione da ospedale. Pance spropositate, gonfie come grossi cocomeri diventano rosse, sfoggiate veramente con noncuranza, creando una sorta d’ombra sotto la stessa, come un balcone che non fa abbronzare i piedi. Pancione rosso e piedi bianchi, “combine” perfetta per passeggiare in via Solferino. Comunque la ricerca di un’isola felice, un’oasi, è praticamente un sogno.

Paradossale: giorni memorabili rimangono quelli marcati col segno del lampo (temporali) che puntualmente con la classica x andavano a segnare il giorno pagato sul calendario di un compagno. Segnare il tempo rimane una eccezione da scienziati. Intanto tra le sbarre l’aria passa ma è bollente. Un metodo infallibile per trovare sollievo è passare qualche ora col mio secchio, con il quale ho un bel rapporto. Non è mai fuori luogo e quando serve c’è sempre: così lo riempio con l’acqua già calda, considerando la temperatura.

Poi, come carcere insegna, buco la bomboletta del gas da campeggio, la immergo ancora piena nell’acqua facendola borbottare, creando la mia oasi. Ghiacchiandola. Fatta questa operazione immergo i piedi e li lascio fino a che non diventa brodo per i tortellini. Questa operazione posso ripeterla due o tre volte al giorno al costo di euro 1,20. Certo se penso che una brandina ne costa 10 ci sto dentro. Chiudo gli occhi, mi appoggio al ferro del cancello e anch’io mi godo l’estate nella mia “isola felice”. Il mio secchio e le mie amiche bombolette. Buone vacanze

Ginori, ultima sirena Primo stop dopo 277 anni

Corriere della sera

La fabbrica di Sesto Fiorentino ha chiuso e da oggi saranno in cassa integrazione 337 lavoratori


SESTO FIORENTINO – Quella sirena che all’entrata, alla pausa pranzo e all’uscita, d’estate e d’inverno, scandiva la vita dei lavoratori e dell’intera città, d’ora in avanti resterà muta. Dopo 277 anni di storia, la Richard Ginori 1735 chiude i battenti. E da oggi i 337 operai saranno in cassa integrazione, in attesa che uno dei quattro acquirenti (Sambonet Rosenthal, Pintinox, Lenox Apulum e un’azienda tedesca di arredamento per il bagno) formalizzi l’acquisto e presenti il piano industriale che poi andrà discusso a fine agosto al ministero dello Sviluppo Economico.

Le istituzioni e i sindacati confederali per tutto il pomeriggio hanno presidiato i cancelli della fabbrica per dimostrare vicinanza ai dipendenti in un momento drammatico della loro vita. Al sindaco di Sesto Gianni Gianassi e alla sua giunta, si sono uniti l’assessore provinciale Elisa Simoni, esponenti politici comunali e regionali e, nel tardo pomeriggio, anche il governatore Enrico Rossi: «Vigileremo su cosa accadrà, saremo con voi e non vi lasceremo soli», ha promesso il presidente della giunta regionale alle maestranze, aggiungendo poi, «nessuno nega che questa azienda abbia bisogno di investimenti, di

 ristrutturazione, di internazionalizzazione dei suoi prodotti, di trovare veicoli che riescano a penetrare sui mercati con una qualità che tutti riconoscono essere straordinaria'>. A queste condizioni, ha sottolineato ancora Rossi, «se si presenta un imprenditore capace, che ha voglia di fare tutto questo, trovera' sicuramente, come e' sempre accaduto in Toscana, le istituzioni locali e i sindacati disponibili a supportare questo processo di cui c'e' bisogno».

Il presidente della regione, prima di far ritorno a Firenze, ha voluto stringere la mano a Gianassi (con cui recentemente c’erano stati attriti sulla questione dell’aeroporto) quasi a dimostrare che, in un momento del genere, le contrapposizioni, giuste o sbagliate che siano, devono essere messe da parte. Perché in ballo c’è qualcosa di più: il futuro di quasi 400 famiglie, senza tener conto di tutto l’indotto. «Siamo convinti che un'eccellenza del nostro territorio come la Ginori – hanno rimarcato Patrizio Macacci e Camilla Sanquerin, rispettivamente segretario del Pd metropolitano il primo, e di Sesto la seconda – non possa scrivere la parola fine e i suoi occupati non debbano pagare sulla loro pelle il duro prezzo di una riorganizzazione aziendale».

I lavoratori dell’ultimo turno, alle 17.30 hanno lasciato l’azienda portandosi dietro tanta amarezza. Carichi di buste e zaini – contenenti tutta la loro vita passata in Richard Ginori – si sono diretti verso casa, perché «in situazioni del genere gli unici che ti capiscono e che ti possono stare vicino sono i familiari». «Ho salutato i colleghi come se si andasse in ferie», dice con un groppo in gola Raffaella Ferrari, «non voglio pensare al brutto». E a fine giornata, tutti concordano su un’affermazione perentoria di Gianni Gianassi: «Non è pensabile che si possa produrre porcellana di alta qualità fuori da Sesto».

Antonio Passanese
31 luglio 2012 (modifica il 01 agosto 2012)

Luna: la bandiera di Apollo 11 è caduta

Corriere della sera

Le foto della sonda in orbita lunare confermano il racconto dell'astronauta Aldrin: è caduta durante ripartenza Lem

Le immagini riprese da Lunar Reconnaissance Orbiter del sito di Apollo 16 (Afp)Le immagini riprese da Lunar Reconnaissance Orbiter del sito di Apollo 16 (Afp)

MILANO - Un conferma amara quella che ci ha spedito la sonda Lunar Reconnaissance Orbiter (Lro) che ruota intorno alla Luna. La bandiera americana che i primi astronauti americani Neil Armstrong e Buzz Aldrin avevano conficcato nelle sabbie del Mare della Tranquillità è caduta, non svetta più nel buio delle lunghe notti seleniche o nella luce accecante del giorno.

BANDIERE - Gli astronauti delle missioni Apollo per sei volte sono sbarcati nelle zone equatoriali del nostro satellite naturale lasciando una bandiera. Tutte sono ancora al loro posto tranne la prima, quella della missione Apollo 11 arrivata il 20 luglio 1969 nello storico sbarco. Cadde subito al suolo e la spiegazione la diede già 43 anni fa lo stesso Buzz Aldrin, ma fino a oggi era stata presa come una sua idea. Invece ora la sonda americana ha raccolto la prova.

CADUTA - Durante i suoi numerosi passaggi la sonda ha ripetutamente fotografato la zona in condizioni di luce diversa dimostrando che, per le missioni dall’Apollo 12 all’Apollo 17 (tranne Apollo 13 che non arrivò mai), le ombre delle bandiere cambiano a seconda delle condizioni di luce. Tranne per quella di Apollo 11. Dunque non svetta più. Aldrin aveva spiegato che lo scarico del motore a razzo che spingeva la parte superiore del Lem Aquila verso l’orbita dove aspettava Mike Collins sul modulo di comando, generò un’ondata così forte da abbattere il vessillo.

DIFFICOLTÀ - Gli astronauti durante gli sbarchi hanno quasi sempre incontrato difficoltà a conficcare nel suolo l’asta d’acciaio che reggeva la bandiera a stelle e strisce lunga 150 centimetri e alta 90. Evidentemente anche quella dell’Apollo 11 non era penetrata bene. Inoltre l’eccessiva vicinanza al Lem deve aver aggravato l’effetto del motore.

STORIA - La storia della famosa bandiera che ha generato anche discussioni diplomatiche perché nessuna nazione può rivendicare, in alcun modo, un diritto di proprietà su un corpo celeste, è molto curiosa. Venne comprata consultando un catalogo da una società nel New Jersey per il costo di 5,50 dollari. Fabbricata in nylon, venne adattata all’asta e imbarcata sul Lem.

RESISTENZA - Tutti si sono chiesti in questi decenni se le bandiere avevano resistito alle ardue condizioni lunari con sbalzi di temperatura che vanno da almeno cento gradi sotto lo zero centigrado a più di cento gradi, e piogge continue di radiazioni e meteoriti. Dennis Lacarrubba, proprietario della società venditrice, quando gli è stato chiesto se e quanto potevano resistere lassù i suoi tessuti, nella risposta è stato sconsolante: «Saranno andate in cenere», disse. Invece dalle ricognizioni della sonda Lro sarebbero ancora tutte sopravvissute nonostante gli attacchi ambientali. E ancora svettanti, tranne appunto quella di Apollo 11 che distesa al suolo sarà forse coperta dalla nube di pulviscolo sollevato dai razzi del veicolo spaziale.

Giovanni Caprara
1 agosto 2012 | 18:34

Cuffie non omologate, la Jaked si ribella

Corriere della sera

Comprata una pagina di pubblicità sul Corriere per segnalare la decisione della Fina di vietarne l'uso agli atleti italiani



LONDRA - «Ci avete rotto le cuffie». Questo l'atto di accusa contenuto in una pagina di pubblicità comprata sul Corriere della Sera, che la Jaked azienda specializzata in materiale tecnico per il nuoto (cuffie, costumi ecc...) appartenente allo stesso gruppo che produce marchi più celebri come Carpisa e Yamamay, rivolge nei confronti della Fina la Federazione internazionale del nuoto. Le cuffie Jaked sono state vietate dalla Fina perchè fuori dalla lista di quelle omologate e ora l'azienda vuole chiudere il contratto di sponsorizzazione con l'Italia.

ATTO D'ACCUSA - La Jaked sempre nella pubblicità spiega: è stato impedito ai nostri nuotatori di indossare cuffie con la bandiera italiana. «Era già successo ai mondiali di Roma con il costume - insorge l'amministratore delegato del gruppo, Gianluigi Cimmino - è la mafia della Fina e mi assumo tutte le responsabilità di questa affermazione. Noi abbiamo seguito e rispettato tutte le procedure e i regolamenti: le nostre cuffie sono omologate e sono anche le preferite dagli atleti, se poi vengono cambiate le carte in tavola ce la vedremo nelle sedi adeguate». La federnuoto ha chiesto alla Jaked di avere copia del'omologa delle cuffie, ma - fa sapere la Fin - «ancora non ci è stata data e quindi abbiamo dovuto chiedere le cuffie bianche con lo sponsor istituzionale». «Se gli atleti non portano le nostre cuffie - prosegue però Cimmino - il rapporto con la nazionale si chiude, il contratto decade. Io ho rispettato tutte le regole, se esistono cose diverse sono state costruite ad arte». La Jaked, dice Cimmino, tra materiale e soldi investe «alcuni milioni di euro nel quadriennio, e lo facciamo solo per passione. Ma adesso basta, c'è una violazione contrattuale e noi chiudiamo».

1 agosto 2012 | 14:15

Calcio, è morto Aldo Maldera

Corriere della sera

L'ex terzino di Milan, Fiorentina e Roma scompare a 58 anni

Maldera con la maglia della Roma campione d'ItaliaMaldera con la maglia della Roma campione d'Italia

È morto all'età di 58 anni Aldo Maldera, ex terzino di Milan, Roma e Fiorentina, secondo quanto riferisce l'agenzia Ansa. Giocatore di fascia sinistra, 10 presenze in Nazionale, ha vinto in carriera due scudetti, con il Milan nel 1978/79 (quello della Stella) e con la Roma nel 1982/83. Nel suo palmares anche due Coppe Italia, sempre con Milan e Roma (rispettivamente 1976/77 e 1983/84), oltre alla Mitropa Cup rossonera del 1981/82.


Redazione Online1 agosto 2012 | 16:03

La bandiera Usa è ancora sulla Luna

La Stampa

Quarantatre anni dopo la missione Apollo 11, la bandiera americana è ancora piantata saldamente sulla luna. Gli scienziati, analizzando le foto scattate dal Lunar Reconnaissance Orbiter lanciato nel 2009, si sono accorti che si vede l'ombra di una delle bandiere lasciate dalle missioni Apollo.

Si è trattato, come spiega l'emittente Bbc, di una scoperta inaspettata per gli esperti. «Pensavamo che le bandiere potessero essere state danneggiate dai raggi ultravioletti e dalle temperature della superficie lunare - ha avvertito uno degli scienziati ma siamo stati piacevolmente sorpresi».

Cattura1Cattura2

Il Colle fa litigare i radical chic di "Repubblica"

Paolo Bracalini - Mer, 01/08/2012 - 08:09

Scalfari diffida "Micromega", testata dello stesso gruppo. Sullo sfondo lo scontro sul caso Napolitano-D’Ambrosio


Roma - Cortocircuito in casa Espresso, con faida allargata al Fatto di Travaglio, collaboratore dell'Espresso, e di Flores D'Arcais, collaboratore del Fatto e direttore nel gruppo Espresso. Di mezzo c'è il Fondatore, Scalfari, che nel cortocircuito ritroviamo nella rubrica delle lettere di Repubblica, da lui fondata, come lettore. Scrive al suo giornale perchè intenda D'Arcais, colpevole di avergli pubblicato su Micromega (rivista del gruppo Espresso) un suo scritto senza chiedere permesso: «Diffido la direzione di Micromega di utilizzare miei scritti senza avermene preventivamente chiesto il permesso; permesso che - lo dico fin d'ora - non sarà mai comunque concesso».



Poco dopo la lettura della letterina, Micromega (gruppo Espresso) ha risposto al fondatore della Repubblica dell'Espresso, con una lettera allo stesso giornale, anticipata alla agenzie: «Non volendo imbarcarsi in fin troppo facili polemiche, MicroMega si limita a ricordare di aver utilizzato più volte citazioni, anche molto più lunghe, di numerosi autori, in conformità alle vigenti leggi sul diritto d'autore e alla convenzione di Berna, confortata infine anche da un parere legale dello studio Ripa di Meana e associati, chiesto nel 2008 dal Gruppo Espresso a nome di MicroMega, testata del Gruppo. Alle disposizioni vigenti MicroMega continuerà a conformarsi anche in futuro». Uno scazzo mica male. Dietro c'è la questione Napolitano-D'Ambrosio, rispetto a cui il Fatto e Repubblica, soprattutto Scalfari, si trovano su due fronti opposti, sebbene Repubblica - come ricorda Travaglio - sia stata la prima a pubblicare la notizia delle intercettazioni Mancino-D'Ambrosio.

Scalfari ha scritto della «campagna di insinuazioni» su D'Ambrosio, montata da «alcuni giornali e giornalisti», pensando a quelli del Fatto, dove scrive proprio D'Arcais. Scalfari è uno dei principali attori del «partito del Colle». Quando Napolitano nominò Monti senatore a vita, anticipando l'incarico di premier, Scalfari parlò sobriamente a Otto e mezzo di una mossa di «assoluto genio politico». Il caso Mancino-D'Ambrosio ha rafforzato la divisione rispetto alla linea del Fatto, acuita dalla presenza di alcune firme di Repubblica sul giornale nemico (che ha tolto lettori a Repubblica), come Barbara Spinelli e Franco Cordero, molto critici sulla vicenda e le omertà del Quirinale, all'opposto di Scalfari. Compreso ovviamente D'Arcais, che è andato giù pesante con Napolitano, scrivendo che sul tema delle intercettazioni «l'inquilino del Quirinale e i maggiorenti della Casta sembrano oggi avvinti in una sinergia di reciproco sostegno».

La Spinelli, poi, che lasciò La Stampa troppo moderata contro Berlusconi per passare a Repubblica, in una intervista al Fatto ha contestato la nota di Napolitano dopo la morte di D'Ambrosio: «È come se dicesse: “Chi ha criticato le telefonate di Mancino col Quirinale ha volutamente ‘rischiato la morte' del consigliere”. Come se qualcuno dicesse: siccome ci son stati suicidi connessi a Mani Pulite, Mani Pulite non s'aveva da fare, e fu un teorema criminoso». Quindi Cordero, anche lui autorevole firma di Repubblica (fu lui, su quelle colonne, a coniare il termine «caimano» per Berlusconi), che sempre al giornale di Padellaro e Travaglio dice: «Sulle intercettazioni il capo dello Stato ha fatto una gaffe». Troppo, davvero troppo per il fondatore Scalfari. Ci manca pure che gli pubblichino i pezzi a sua insaputa.

Tutti vogliono i beagle, qualcuno adotti i lavoratori

La Stampa
Screen 2012.7.12 11-48-46.5

Oggi al riesame il ricorso su Green Hill: 23 rischiano il posto di lavoro


Uno dei cuccioli di beagle "liberati" dall'allevamento Green Hill

 

ANDREA SCERESINI
brescia

«Va benissimo adottare i beagle. Ma c’è una cosa che vorrei dire chiedere ambientalisti: adesso chi ci pensa ad adottare i lavoratori?» Chi parla è Daniele Cavalleri, il segretario della Fai Cisl di Brescia. I cuccioli – e gli operai - in questione sono quelli di Green Hill, il «canile lager» di Montichiari che due settimane fa, dopo mesi di proteste e sit-in, è stato sequestrato per ordine della procura. Oggi il tribunale del riesame valuterà se accogliere il ricorso presentato dall’azienda, la multinazionale Marshall Farm, che sostiene di aver sempre rispettato le leggi. Se l’istanza verrà respinta, i 2500 cuccioli ospitati nella struttura verranno dati in affidamento – l’operazione è iniziata la scorsa settimana, con successo: in pochi giorni sono giunte quattromila richieste di adozione – mentre resterà da definire il destino dei 23 dipendenti che lavoravano nell’allevamento.

«E’ una questione che non interessa a nessuno, questa è la verità – spiega Cavalleri, che ha seguito l’evolversi della vicenda nel corso degli ultimi mesi -. Qualche tempo fa, prima che il canile venisse sequestrato, espressi la mia preoccupazione per ciò che sarebbe potuto accadere agli operai e agli impiegati se la struttura fosse stati chiusa. Accadde il finimondo. Ricevetti 250 mail in una sola giornata: minacce, insulti, intimidazioni. I lavoratori di Green Hill, secondo queste persone, non hanno diritto a nessuna tutela perché sono assassini di animali. Eppure stiamo parlando di oltre venti famiglie, molte monoreddito. Come faranno a tirare avanti?»

Il problema, in realtà, è ancora più complesso. I lavoratori del canile hanno un contratto di tipo agricolo, che non prevede l’applicazione dei consueti ammortizzatori sociali: la richiesta dell’indennità di disoccupazione – annunciano i sindacati – dovrà essere consegnata dopo la fine dell’anno, cioè nel gennaio 2013. Il denaro arriverà tra giugno e luglio: ovvero, a 12 mesi esatti dalla chiusura di Green Hill. Ma c’è dell’altro: l’indennità sarà calcolata sugli effettivi giorni di lavoro effettuati nel 2012. Che nel caso di questo allevamento incriminato assommano a poco più di mezzo anno. «I lavoratori sono molto preoccupati – avverte Cavalleri -. Per mesi, sono stati sottoposti a una gogna mediatica. All’entrata e all’uscita ricevevano insulti dai manifestanti ambientalisti. Poi venivano seguiti fino a casa. Avevano paura. Ricordo le nostre ultime riunioni sindacali: ogni volta che arrivava un’auto tutti balzavano in piedi e andavano alla finestra a controllare. C’era un clima di terrore».

I 23 operai di Green Hill seguiteranno a lavorare, a orari ridottissimi, finché la struttura non avrà dato in affidamento tutti i suoi ospiti: le operazioni, salvo intoppi, dovrebbero concludersi nel giro di una decina di giorni. Poi si vedrà. «Non è nostro compito entrare nel merito delle questioni giudiziarie – dice Alberto Semeraro, della Flai Cgil di Brescia -. Se le leggi sono state violate, è giusto che si vada avanti con il sequestro. Non è accettabile, però, che a pagare siano i lavoratori. Per questo motivo chiederemo l’intervento delle istituzioni».

Ye Shiwen nuota ancora nell'oro È l'ultimo mistero dello sport cinese

Corriere della sera

La difesa: «I nostri campioni sono super controllati»


Ye Shiwen, 16 anni, ha vinto l'oro anche nei 200 misti.Ye Shiwen, 16 anni, ha vinto l'oro anche nei 200 misti.

LONDRA - Un altro oro, ma senza record del mondo, per la cinese Ye Shiwen, 16 anni, capace di dominare anche i 200 misti. Un oro normale e sofferto (era 3ª all'ultima virata), che però non ha frenato la polemica sempre più violenta fra Stati Uniti e Cina. Il titolo olimpico nei 400 misti, a tempo di record mondiale (4'28''43), con gli ultimi 100 metri nuotati su parametri maschili e un miglioramento di 7'' rispetto al Mondiale di Shangai 2011, ha fatto saltare i già precari equilibri fra le due nazioni in lotta per occupare il primo posto nel medagliere.

Nessuna frenata da parte del d.t. del nuoto Usa, John Leonard, che ha avanzato l'ipotesi di doping genetico: «La manipolazione genetica ha dato agli animali più forza e ossigeno. Chi dice che non si possa fare anche con l'uomo?». La delegazione cinese, invece di giocare in difesa, è andata all'attacco, con il responsabile della commissione medica cinese Jiang Zhixue: «I nostri nuotatori hanno avuto 100 controlli prima di presentarsi a Londra; se il problema sono i risultati clamorosi, che cosa avremmo dovuto dire di Phelps che a Pechino ha vinto 8 medaglie d'oro? Invece siamo stati zitti». E l'ex medico della squadra olimpica cinese, Chen Zhanghao, è stato ancora più duro: «Ho sempre sospettato di Phelps, ma non ho prove». Il tutto in attesa che diventi operativo anche nel nuoto il passaporto biologico, già adottato da altri sport.

I sospetti sull'uso sistematico di sostanze dopanti legato agli atleti/e cinesi si ripropongono da almeno 20 anni. Il precedente più inquietante risale al Mondiale di atletica a Stoccarda '93, quando era apparso quasi all'improvviso il gruppo delle mezzofondiste guidate da Ma Junren. Giovani, silenziose, irresistibili, erano riuscite a vincere 1.500 (Liu Dong), 3.000 (tripletta e record mondiale) e 10.000 metri (doppietta con primato); in tutto 6 medaglie in 3 gare. Un exploit che aveva fatto dire all'algerina Boulmerka (oro mondiale nel '91 e olimpico nel '92 nei 1.500): «Le cinesi sono dopate». Ma Junren governava 18 atlete, pronte a vivere in monastica segregazione con l'obiettivo di rivoluzionare il mezzofondo. Per giustificare i primati e le vittorie, era emersa anche la storia dei brodi fatti con funghi e sangue di tartaruga, preparati dallo stesso Ma Junren, mezzo allenatore e mezzo santone.

Wang Junxia aveva resistito fino ai Giochi di Atlanta '96 (oro nei 5.000; argento nei 10.000). Ma quello che aveva dato nuova sostanza alle malignità sull'armata di Ma Junren era stata la rapidità con la quale le atlete erano poi uscite di scena, come se fosse arrivato un ordine: sparite e non ci sarà nessuno scandalo. Resta il fatto che le cinesi detengono tuttora 3 primati mondiali a distanza di 19 anni: 1.500 (3'50''46, Yunxia Qu); 3.000 (8'06''11, Wang, non è più gara olimpica); 10.000 (29'31''78, Wang), tempo incredibile perché la seconda prestazione di ogni tempo è peggiore di 21''. Sempre nel '93, la Federazione internazionale di sollevamento pesi aveva cancellato tutti i primati mondiali realizzati ai Giochi nazionali cinesi. Il vicepresidente, Sam Coffa, aveva detto:

«Quando un sollevatore batte di oltre 20 kg il primato, qualche domanda bisogna farsela». Nel '94, al Mondiale di nuoto, così come a quello di atletica del '93, i cinesi erano esplosi dal nulla: 16 medaglie d'oro (12 al femminile). Questo aveva spinto 21 allenatori a firmare un documento nel quale veniva accusata la Cina di fare uso di sostanze dopanti. Due anni dopo, ai Giochi asiatici, 7 nuotatori erano risultati positivi. Così ai Giochi di Atlanta '96, la Cina aveva vinto soltanto un oro nell'atletica e uno nel nuoto.
I sospetti si sono estesi alla ginnastica e ai tuffi, anche per la struttura e l'età delle atlete, così minuscole da alimentare le congetture più pericolose. Resta il fatto che le cinesi, dominatrici nella ginnastica a Pechino, ieri non sono salite sul podio. Non solo, ma la difficoltà di raggiungere i campi di allenamento per gli inviati dell'Agenzia mondiale antidoping, ha creato un clima di forte ostilità nei confronti dei cinesi, che ha persino oscurato un dato incontrovertibile: 1.344.000.000 di abitanti sono una base sufficiente per trovare grandi campioni.

E non è sempre vero neppure che i cinesi si nascondano: i marciatori si allenano regolarmente a Saluzzo, alla scuola di Sandro Damilano, insieme con gli azzurri e senza problemi. Nulla ha fermato lo sport cinese in questi anni: le 15 medaglie d'oro all'Olimpiade 1984, sono diventate 51 nel 2008 e questo ha permesso di completare la rincorsa sugli Usa (36 ori). Come dire: voi sospettate, noi vinciamo.

Fabio Monti
1 agosto 2012 | 8:19

Libano, tutta la fatica delle sminatrici italiane

Corriere della sera

La caporalmaggiore Roberta Micoli alle prese con pericolosi ordigni al confine con Israele, vera terra di nessuno
Dal nostro inviato Maurizio Caprara


Cattura
MARWAIN (Libano) – Lavora carponi per 40 minuti e per altri 40 minuti si riposa. Meriterebbe notorietà anche se il sistema dell’informazione di oggi tende a negarla a una ragazza di 22 anni le cui forme sono coperte da una tuta mimetica e che non cerca di esibirsi. Eppure Roberta Micoli fa un lavoro importante. Sveglia alle 4.30, inizio turno un’ora dopo, è una degli italiani del “10° guastatori Cremona” che cercano mine nella fascia di Libano meridionale separata da Israele da 119 chilometri di un’approssimativa Blue line. Una striscia di terra più piena di ostacoli di un normale confine, eppure non degna di chiamarsi tale perché tra i due Paesi separati non esistono relazioni diplomatiche e la pace è sempre uno stato di fatto precario, poco formalizzato.

GRAZIA DA RESTAURATRICE E POLSO DA CHIRURGO- La caporalmaggiore Roberta Micoli, come il sergente Cosimo Piccinato che l’assiste e ogni 40 minuti le dà il cambio (perché ognuna delle due sia sempre lucida e pronto di riflessi), deve scavare con una grazia da restauratrice di affreschi e un polso stabile da chirurgo. Le mine che cercano loro due e i loro compagni d’arme furono messe sottoterra da Israele negli anni ’70, quando gli attentati di terroristi palestinesi, le incursioni di fedayn dal Libano e le robuste risposte militari israeliane erano abituali e frequenti. Poi vicino alle mine si aggiunsero nuove reti, cavalli di frisia, e per motivi diversi quelle bombe anti-uomo, pronte a esplodere con soltanto otto chili di pressione, si sono in più casi spostate.

LE MINE BISOGNA CERCARLE - Israele ha fornito alla forza multinazionale dell’Onu Unifil2, nella quale rientrano 1.100 italiani su 12 mila effettivi di 39 Paesi, la mappa del campo minato di Marwain. Tuttavia, la pioggia e la crescita di radici nella sterpaglia hanno modificato la posizione di numerose delle trappole esplosive nascoste. E allora occorre cercarle, prima passando un metal detector su un corridoio largo un metro tra pietre e cespugli, poi scavando a 20 centimetri di profondità, poi ripassando il metal detector per verificare se non ci sono mine nei 20 centimetri ancora più in basso. Incuranti, anziane donne libanesi sconfinano dai percorsi bonificati per fare legna e caricarla sui propri muli, alcuni dei quali, in passato, si racconta siano saltati per aria.

ELEMENTI PIU' DISPARATI - E’ un aspetto dell’Italia che viene poco raccontato, questo di Marwain, municipalità libanese nella quale una globalizzazione post-conflittuale mischia gli elementi più disparati: controllo della sicurezza affidato dall’Onu a truppe del Ghana, bandiere gialle dei fondamentalisti islamici di Hezbollah vicino a quelle dell’esercito libanese (ormai in parte spostato da Sud a Nord-Est per i rischi dovuti all’instabilità in Siria, causata dalla catena di rivolte e repressione ordinata da Bashar el Assad). E poi noi italiani che abbiamo avuto la triste notorietà di essere tra i principali produttori di mine altrettanto efficienti nello sminare; militari cinesi che più in là compiono operazioni analoghe con capacità tecniche più limitate; le recinzioni israeliane a soltanto 21 metri dalle tre mine fatte brillare dai guastatori di Cremona lunedì scorso.

NON MANCANO I SERPENTI - «Un lavoro faticoso, ma dà soddisfazione», dice Roberta Micoli mentre in ginocchio taglia una radice. «Il caldo pesa parecchio, la tuta anche», spiega, e si riferisce alla protezione che ha indosso. Una decina di chili di peso, un assemblaggio di placche simili a lapidi rivestite di stoffa. Un completino antischegge non proprio ideale per la temperatura quando il caldo raggiunge, come in questi giorni, i 40 gradi. Pensare alla morte è inevitabile percorrendo il sentiero bonificato, tra postazioni riservate alla squadra medica pronta a intervenire in caso di esplosione accidentale, mine affioranti fuori dai bordi e cavalli di frisia. Ma i pericoli non si nascondono soltanto negli esplosivi nascosti. Tra i rami da tagliare, a farsi vivi talvolta sono la “vipera palestinese”, la “macro-vipera lepetina turanica” e il “cobra del Sinai”. Anche lo scorpione con punture “raramente pericolose per la vita”, rassicura un cartello del contingente italiano, e, da non trascurare, minacciose nuvole di api.

LA BLUE LINE - Tutta questa bonifica serve a rendere possibile l'impiantamento di piloni blu della Blue line, traiettoria riemersa dopo la guerra del 2006 tra Israele e Libano. Le sue origini risalgono a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 1978. Soltanto che una linea tracciata a penna su una mappa in scala diventa, nella realtà, una striscia larga decine di metri. E per concordare in quali punti l’Onu deve far piazzare i piloni blu, Israele e Libano devono ricorrere all’intermediazione di Unifil. Senza contare il rischio che le mappe del Medio Oriente, di questi tempi, cambino ancora.

Maurizio Caprars
31 luglio 2012 (modifica il 1 agosto 2012)

Così spiano i nostri conti correnti

Laura Verlicchi - Mer, 01/08/2012 - 08:58

Gli ispettori del Fisco potranno indagare su ogni singola spesa: una nuova limitazione della libertà personale. La morte del segreto bancario porta la firma del governo Monti


Meno tre mesi al via per il Grande fratello fiscale. Dal 31 ottobre, infatti, per il Fisco gli estratti conto degli italiani si trasformeranno in un libro aperto. Obiettivo, combattere l'evasione: conseguenza inevitabile, la morte del segreto bancario. La sentenza, del resto, il governo Monti l'aveva già firmata sette mesi fa, con la manovra «salva Italia». Che prevede appunto l'obbligo per banche, Poste italiane, intermediari finanziari, assicurazioni, società di gestione del risparmio e ogni altro operatore finanziario, di comunicare all'Anagrafe tributaria tutte le informazioni relative ai conti e ai rapporti finanziari, compresi movimenti e importi delle operazioni.



Ora è in arrivo - come scrive Italia oggi - il provvedimento dell'Agenzia delle Entrate che delinea le modalità con cui dovranno essere inviate le informazioni relative ai rapporti finanziari e alle cosiddette operazioni «fuori conto»: dalla richiesta di assegni e bonifici per contanti, al cambio di valuta. E all'occhio del Grande Fratello non sfuggiranno neppure gli accessi alle cassette di sicurezza, lo shopping con la carta di credito, gli acquisti di oro e metalli preziosi, i prodotti finanziari emessi dalle assicurazioni e le gestioni patrimoniali. La novità va di pari passo con i nuovi limiti all'utilizzo del denaro contante, dal momento che la soglia di mille euro comporterà la moltiplicazione delle operazioni «tracciabili» da comunicare all'Anagrafe tributaria.

Tutti dati che il supercomputer del Fisco potrà confrontare con le dichiarazioni dei redditi e con le capacità di spesa dei contribuenti, per far emergere eventuali discrepanze tra il reddito dichiarato e quanto denaro transita invece - in entrata e in uscita - nel conto corrente di ogni cittadino. Nel qual caso, scatteranno controlli ed eventuali accertamenti.Tutto questo grazie al famoso decreto legge numero 201/2011, il «Salva Italia», che all'articolo 11 prevede appunto l'obbligo per intermediari e operatori finanziari di comunicare i dati dei clienti al Fisco a 360 gradi, indipendentemente cioè dalla presenza o meno di accertamenti in corso. In pratica all'Agenzia delle Entrate arriverà in automatico una copia dell'estratto conto bancario o postale di ogni correntista. Si comincia dal 31 ottobre, per quest'anno: poi il 31 marzo di ogni anno dovrà essere inoltrata la comunicazione delle informazioni finanziarie dell'anno precedente.

È il rovesciamento di un principio finora considerato intoccabile, quello della presunzione di innocenza. È vero, infatti, che gli accertamenti sulle movimentazioni finanziarie sono sempre stati possibili, ma era necessaria un'autorizzazione del giudice, caso per caso, dopo aver acquisito altri elementi di sospetto sulla fedeltà fiscale del cittadino. Ogni regola però ha le sue eccezioni: infatti, già la manovra dell'agosto 2011 aveva previsto una norma che obbligava le banche a comunicare all'Agenzia delle entrate specifiche e selettive liste dei clienti considerati «a rischio evasione». Una misura che ora è stata abrogata per dare spazio al nuovo e più aggressivo sistema di controlli.

Che, non a caso, aveva immediatamente suscitato l'attenzione del Garante della Privacy. L'Autorità, lo scorso aprile, pur condividendo la finalità anti evasione del provvedimento, ha sottolineato la necessità di porre alcune regole al modo con cui il Fisco controllerà i conti correnti degli italiani, trattandosi di informazioni quanto mai «sensibili». Per il Garante appaiono quindi indispensabili misure di sicurezza di natura tecnica ed organizzativa particolarmente rigorose: adottare meccanismi di cifratura durante tutti i passaggi interni, limitare l'accesso ai file ad un numero ristretto di incaricati, aggiornare costantemente i sistemi operativi e i software antivirus e antintrusione, prevedere solo in forma cifrata l'eventuale conservazione dei dati.

Le regole imposte dal Garante comprendono inoltre un limite sulla conservazione da parte dell'Anagrafe tributaria dei dati così divulgati; i tempi di conservazione dovranno essere specificati con esattezza e, una volta scaduto il termine, le informazioni dovranno essere cancellate in maniera automatica. Indicazioni ancora non completamente recepite da parte dell'Agenzia delle Entrate: i lavori di aggiornamento, infatti, sono ancora in corso. Ma intanto, con una nota alle associazioni di categoria del mondo finanziario - tra cui Abi, Assogestioni, Ania e Poste Italiane -, la stessa Agenzia ricorda che «nelle more dell'adeguamento alle prescrizioni del Garante del provvedimento di prossima emanazione, restano confermati i dati e le informazioni oggetto di trasmissione all'anagrafe tributaria». Il Grande Fratello non aspetta.

Alemanno, il Duce e il Colosseo

La Stampa
Flavia A mabile

Ma gli esperti smentiscono

Gianni Alemanno, sindaco di Roma, ne è convinto. E ha ripetuto anche due volte in pochi giorni lo stesso concetto, l'ultima durante la conferenza stampa di ieri per annunciare la partenza dei lavori di restauro del Colosseo finanziati dal gruppo Tod's. Un intervento «così forte, così complessivo» ma anche «così significativo, così organico» non avveniva da 73 anni, afferma. «L’ultima volta si è visto nel 1938-39», spiega. Vale a dire nel pieno dell’epoca fascista. Due giorni fa anche precisato di essere stato lui a chiedere l'intervento di un privato e ieri ha sottolineato di essere stato il primo a ricevere Diego Della Valle e solo dopo è stato 'coinvolto' il ministero dei Beni Culturali.



Insomma se fra tre anni Roma riuscirà ad avere un Colosseo ripulito, restaurato e libero da auto, ambulanti e camion bar è merito suo. E, prima di lui, soltanto Mussolini aveva fatto altrettanto.

Una ricostruzione che gli esperti del settore smentiscono. Rossella Rea, direttrice del Colosseo: «In realtà quelli del ’38-39 furono lavori eseguiti soltanto nei sotterranei ed erano un completamento delle opere iniziate nell’Ottocento».

Dunque Mussolini non può essere ricordato per i suoi interventi risolutivi per il Colosseo?
«Tutt’altro. È ricordato per l’apertura dei Fori Imperiali e la distruzione della collina Velia con il suo patrimonio archeologico. Amava usare il Colosseo per le adunate fasciste e sono documentati i danni commessi in questo periodo. I pochi restauri compiuti in alcuni casi sono anche stati sbagliati e siamo dovuti intervenire in seguito per cancellare gli errori».

Quali furono gli errori?
«Ad esempio non sono state comprese le canalizzazioni. Furono chiuse. Oppure le celle per la gabbia delle belve che non erano tali».

Insomma una frase sbagliata da un punto di vista storico quella del sindaco Alemanno?
«Sbagliata e anche pretestuosa. In anni recenti ci sono stati altri grandi restauri: da quello della Banca di Roma ad un intervento durante gli anni Settanta che vide addirittura la chiusura al pubblico del monumento. E per finire gli interventi realizzati pochi anni fa quando Roberto Cecchi era commissario. Sarebbe stato più opportuno stendere un velo pietoso su quanto avvenuto negli anni del fascismo».