sabato 4 agosto 2012

Green Hill, altri 1400 beagle cercano casa

Corriere della sera

In campo anche la Leidaa presieduta dall'ex ministro Brambilla. Ecco come poter adottare un cane


L'ex ministro Brambilla, presidente LeidaaL'ex ministro Brambilla, presidente Leidaa

Continua senza sosta lo svuotamento dei capannoni di Green Hill, dopo la decisione del tribunale del Riesame di Brescia di dissequestrare la struttura dell'allevamento di Montichiari ma di mantenere sotto sequestro probatorio i circa 2.400 beagle destinati ai laboratori di vivisezione.
Le operazioni di affido, coordinate da Lav e Legambiente proseguiranno lunedì 6 agosto, con l'affido di altri 1400 cani (hanno già trovato casa 900 cani). La nuova vita dei beagle di Green Hill

 La nuova vita dei beagle di Green Hill La nuova vita dei beagle di Green Hill La nuova vita dei beagle di Green Hill La nuova vita dei beagle di Green Hill La nuova vita dei beagle di Green Hill

IN CAMPO ANCHE LA LEIDAA - La Leidaa (Lega italiana per la difesa degli animali e dell'ambiente) presieduta da Michela Vittoria Brambilla, in questi primi giorni, ha già affidato a famiglie del nord Italia quasi 300 cagnolini salvati da Montichiari. In Lombardia, i piccoli hanno trovato casa principalmente in provincia di Lecco, Como, Varese, Sondrio, Brescia e Monza e Brianza. Dati importanti anche nelle altre regioni del Nord: attraverso le sezioni locali della Leidaa, diversi beagle sono stati affidati a Torino, Ivrea e Biella. E poi ancora a Pordenone e Padova. «Desidero ringraziare di cuore tutte le meravigliose famiglie che hanno accolto con generosità queste povere creature, regalando loro tanto affetto e una nuova vita.

Quella che a loro era stata negata» commenta l'ex ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla, che esprime «stima e riconoscenza» per tutti coloro che, incessantemente, stanno offrendo la propria disponibilità per le adozioni. «Intendiamo andare avanti senza sosta - spiega - finché non ci sarà più neanche un beagle all'interno di Green Hill. Era la nostra promessa e non vogliamo fermarci per nessun motivo al mondo. Ma garantiamo anche ogni tipo di controllo, prima e dopo l'affidamento del cagnolino, e continuiamo ad essere impegnati a tempo pieno per portare fino in fondo la nostra battaglia di civiltà».

LE OPERAZIONI DI AFFIDO -Per chi desidera prendere in affido un beagle di Green Hill, occorre inoltrare la richiesta compilando il modulo presente sul sito di Legambiente, Lav ma anche della Leidaa all'indirizzo www.leidaa.info. In pochissimo tempo si verrà contattati dai volontari dell'associazione. Si affidano preferibilmente cagnolini in Lombardia o comunque nel nord Italia, al fine di evitare loro lo stress di un viaggio troppo lungo.

LAV CHIEDE RIMOZIONE PRESIDENTE ANMVI La Lav ha affidato al suo ufficio legale il compito di valutare gli estremi per la presentazione di una denuncia per esercizio abusivo della professione veterinaria di Gianni Del Negro e ha proposto ai veterinari di disporre la rimozione di Marco Melosi dalla presidenza dell'Ordine provinciale di Livorno e dalla presidenza dei veterinari italiani (Anmvi). I due, insieme a Massenzio Fornasier, presidente dei veterinari di laboratorio e sperimentazione (Sival-Anmvi), secondo quanto ha rivelato la Lav, hanno ricoperto il ruolo di consulenti di Green Hill nel ricorso contro il sequestro dei beagle, respinto il 3 agosto dal tribunale del Riesame di Brescia. Secondo la Lav Gianni Del Negro, dipendente della GlaxoSmithKline e presidente dell'Associazione scienza animali da laboratorio, pur dichiarandosi veterinario non sarebbe iscritto a nessun ordine.

Redazione Online 4 agosto 2012 | 18:24

La formula per il castello di sabbia perfetto

Corriere della sera

Scoperta di un team di ricercatori: «Solo l'1% di acqua»


MILANO - Fisica per i bagnanti: un team ricercatori provenienti da Iran, Paesi Bassi e Francia hanno trovato la «formula per realizzare il castello di sabbia perfetto». Il trucco per diventare il «re dei costruttori» in quest'estate 2012? È semplice: poca acqua e base ampia.

ACQUA E SABBIA - Ebbene sì, ogni tanto anche i ricercatori si dilettano con esperimenti più o meno futili. Un motivo ci sarà. Lo studio su come tirare su il castello di sabbia perfetto è stato pubblicato su Scientific Reports della rivista Nature. Ad accompagnare la ricerca ci sono disegni tecnici, formule e tanta matematica. E com’è dunque il castello perfetto? Sicuramente più alto di tutti gli altri e molto resistente. Il trucco per evitare che crollino alla prima mareggiata sta tutto in una giusta dose di acqua da utilizzare per amalgamare la rena.

Quanta? Solo l'1%. Il presupposto fondamentale per tener insieme i granelli di sabbia, infatti, è di formare attraverso l’acqua dei ponti «capillari» estremamente piccoli. Se la sabbia contiene poca acqua può essere facilmente scolpita per creare castelli alti anche un paio di metri e molto complessi. Al contrario, una quantità eccessiva destabilizza la struttura fino a farla sgretolare. Ma come si fa per tirar su un castello di 5 metri? Qui c'entra il diametro della base, riferisce Daniel Bonn, fisico e professore all'Università di Amsterdam.

INGEGNERIA CIVILE - Per la loro serie di esperimenti in laboratorio i ricercatori hanno riempito con sabbia bagnata dei tubi di plastica di diverse grandezze, l’hanno compressa e infine rimosso con attenzione i tubi. In questo modo hanno sviluppato un'equazione: l'altezza massima di un castello di sabbia varia a seconda del diametro della base e può innalzarsi fino a tre volte rispetto questa. In altre parole: se la base ha un diametro di 2 centimetri, i castelli possono raggiungere i 27 centimetri d’altezza; con 7 centimetri di diametro è possibile arrivare a un’altezza di 60 centimetri. Ciononostante, se a qualcuno questi esperimenti possono sembrare relativamente superflui, potrebbero invece trovare delle applicazioni importanti nell'ingegneria civile e nella meccanica del suolo, scrivono i ricercatori nel loro studio.

Elmar Burchia
4 agosto 2012 | 16:32

Bossi furbetto, adesso c'è la prova: s'era preso la casa della militante

Libero

Una "casa di Montecarlo" anche per la Lega: 480mila euro ricavati dalla vendita di un appartamento milanese finiti al Senatùr e non al partito

di Francesco Specchia

Bossi furbetto, ora c'è la prova: s'era preso la casa della militante

Ora è ufficiale: anche Umberto Bossi ha avuto una «casa di Montecarlo» di finiana memoria. Alla faccia dell’etica padana, si è pappato soldi di un immobile destinati alla Lega; non li ha fatti figurare nel bilancio - reso pubblico l’altro giorno - del suo partito; e, nel mentre, uno dei tre geniali figlioli, allo stesso prezzo, acquisiva una tenuta agricola. Libero, lo scorso aprile, nel baillamme dello scandalo Lega aveva chiesto che fine avessero fatto quei 480mila euro ricavati dalla vendita di un appartamento milanese lasciato in eredità a «Bossi Umberto quale segretario della Lega Nord» da parte di Caterina Trufelli, ottuagenaria appassionata leghista di Viadana provincia di Mantova, terra padana che più padana non si può. Avessimo ottenuto non dico un chiarimento, ma almeno un refolo di spiegazione, finanche il solito «vaffa» condito dalla sindrome del complotto «contro l’unico movimento di popolo antipartitocratico». Nulla di nulla.

I negozi cinesi chiudono per ferie… Ma non lavoravano 365 giorni all’anno?

Corriere della sera
di Matteo Speroni


CatturaDue cose da sbrigare (tra le tante) prima di partire per le vacanze: tagliarsi i capelli e portare un paio di pantaloni a fare l’orlo. Da diversi anni, sia la parrucchiera sia la sarta a cui mi affido sono cinesi. Hanno botteghe nella mia zona, quella tra via Padova e viale Monza dove, tra l’altro, proprio le attività gestite da cinesi stanno spuntando con la rapidità delle stelle in cielo all’imbrunire. Entro nel negozio di Chen – la parrucchiera – e le chiedo se c’è molto da aspettare. “Un’ora, forse di più”. Abbozzo un cenno con la mano: “Grazie Chen, magari torno domani. Quando mi conviene?”. Lei è distratta, non risponde, si muove concitata, impartisce comandi secchi ai suoi due giovani collaboratori. Capisco.

Ci saranno sei o sette clienti in attesa, sferragliare di forbici, acqua che scorre, phon e un ventilatore che ronza. “Scusa Chen, quindi domani va bene?”, riprovo. “No, no domani chiuso”, mi lancia un’occhiata dispiaciuta, ma di circostanza. “Come chiuso?”, il mio stupore è spontaneo, da tempo mi sono abituato al fatto che i cinesi a Milano lavorino quattordici ore al giorno, sette giorni su sette, anzi 365 su 365 (“poverini”, ho sempre pensato). “Sì, chiuso per tre settimane, ferie no?”, sorride. “Ottimo Chen. Niente, dai, ora non posso fermarmi, ci vediamo a settembre. E buone vacanze!”.

Adesso, i pantaloni, la sarta. “Ciao Teresa ¬- molti cinesi si fanno chiamare con nomi italiani, credo per sentirsi più integrati -, ti ho portato un paio di pantaloni. Ci sarebbe da fare l’orlo, hai tempo?. “Sì sì, prendiamo subito le misure”. “D’accordo, per quando me li prepari?”. “Domani mattina, prima di mezzogiorno”. “Che velocità – commento -, ma domani non so se riesco. Se passo dopodomani?”, mi informo, giusto per sicurezza. “No no, dopodomani chiuso”. “Come chiuso?”, la domanda di pochi minuti prima scatta identica. “Chiuso, vacanze”, replica Teresa. Mi sfugge un “Anche tu?”, poi recupero: “Voglio dire… sono contento. Allora cerco di passare domani. Ma dove vai?”. “In Cina, tre settimane”. “Buon viaggio!”

“Beh – in strada rifletto – meno male, finalmente anche loro si concedono un periodo di riposo”. Entro nel bar a pochi metri dalla sartoria (e dal parrucchiere).
“Ciao Li – anche Li è cinese – mi fai un caffè per favore?”. Stavolta muovo d’anticipo: “Li, ma tu non fai un po’ di vacanze?”. “Sì, domani chiudo”. “Pure tu? Proprio come Teresa”. “Certo, andiamo in Cina insieme”, rivela. A questo punto azzardo: “Magari anche con Chen, la parrucchiera”. “No, no”, si schermisce Li. Esita, poi confessa: “Lei va in Spagna”.

Fantastico. Tornato in strada, mi pervade una leggera esultanza. Finalmente delle tante (e discutibili) abitudini occidentali le mie anche orientali ne hanno adottata una buona: il diritto alle vacanze, al riposo, al piacere del viaggio. Non so di preciso perché, ma mentre m’incammino verso casa provo un nuovo senso di libertà.

Ritorno in Italia e ti spacco il c...» Le minacce di Lavitola a Berlusconi

Corriere della sera

NAPOLI - La fotocopia del biglietto aereo per il ritorno in Italia e un messaggio minatorio spediti via mail. Così, dalla latitanza, il faccendiere Valter Lavitola avrebbe ricattato Silvio Berlusconi per convincerlo a consegnargli cinque milioni di euro in cambio del silenzio su vicende che riguardavano la sua vita privata e i suoi affari. A rivelarlo è stato uno dei legali di Lavitola e durante le perquisizioni compiute dai magistrati di Napoli è stata trovata anche la copia di una lettera indirizzata all'ex premier, nella quale si indica tra l'altro la versione «concordata» in caso di interrogatorio. Estorsione: è questo il reato contestato all'ex direttore dell 'Avanti! con una nuova ordinanza che gli è stata notificata nel carcere di Poggioreale. E in galera è finito anche Carmelo Pintabona, candidato del Pdl per gli italiani all'estero alle ultime elezioni, che avrebbe accettato di fare da tramite fra i due, ma avrebbe anche aiutato Lavitola durante la latitanza di sette mesi tra Panama e l'Argentina.


INDAGATO L'AVVOCATO SAMMARCO - Le carte processuali svelano pure che uno dei legali del leader del Pdl, l'avvocato Alessandro Sammarco, è indagato per aver cercato di convincere Lavitola a rendere false dichiarazioni ai pubblici ministeri in concorso con Eleonora Moiraghi, uno dei difensori del faccendiere. L'inchiesta dei pubblici ministeri Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio comincia lo scorso anno e riguarda il presunto ricatto a Berlusconi compiuto da Gianpaolo Tarantini, l'imprenditore pugliese che portava donne a pagamento alle feste del presidente. Le verifiche sul suo comportamento e di sua moglie Nicla, fanno emergere il ruolo di Lavitola che si occupava di mediare con Berlusconi e nella primavera del 2011 si appropria di 500 mila euro destinati alla coppia.

È la sorella del faccendiere, nel febbraio scorso, a raccontare che l'uomo continua a pretendere soldi da Berlusconi. E indica in uno dei difensori, l'avvocato Gennaro Fredella, la persona che è a conoscenza dei dettagli della vicenda. Dichiara a verbale Maria Lavitola: «Il 28 marzo scorso il legale ha chiesto di vedermi. Nella circostanza l'avvocato mi disse che mio fratello aveva spedito una mail o un fax all'onorevole Berlusconi con il quale mostrava il biglietto aereo di rientro in Italia con sotto scritto: "Torno e ti spacco il culo". L'avvocato era molto contrariato e mi disse che mio fratello era veramente pazzo e lui non sapeva che cosa fare».

Il professionista viene convocato in Procura a Napoli l'11 maggio scorso. Conferma questa versione e aggiunge altri particolari. «Nell'ultima decade di marzo io e l'avvocato Gaetano Balice fummo contattati dall'avvocato Sammarco per chiedere se poteva fare un interrogatorio nell'interesse di Berlusconi. Lo incontrai nello studio di Eleonora Moiraghi, un altro legale di Lavitola con la quale si davano del tu. Presi tempo e poi comunicai che io e Balice eravamo contrari, ma parlai con Lavitola e lui mi parse assolutamente favorevole... Intanto Sammarco aveva comprato i biglietti per l'Argentina per lui e per la Moiraghi. Alla fine comunicammo a Sammarco la nostra contrarietà all'interrogatorio e Moiraghi si adeguò. Lavitola era molto contrariato». Secondo Maria Lavitola durante l'incontro Sammarco avrebbe così cercato di convincere Fredella: «La salvezza di Valter Lavitola è la salvezza del mio cliente».

LA LETTERA PER GLI ACCORDI - Quali siano gli argomenti che Lavitola intendeva usare per convincere Berlusconi a pagarlo sono ben illustrati in una lettera che il faccendiere aveva incaricato la sorella di recapitargli. La donna nega di averlo fatto ma i magistrati sono convinti che della consegna si sia occupato Pintabona che in una telefonata intercettata precisa di avere «ancora aperta una partita a briscola con il nano maggiore» secondo gli inquirenti «intendendo appunto Berlusconi».
Dopo aver confermato «la mia amicizia e lealtà come sempre», Lavitola scrive a Berlusconi: «La prego solo, nei limiti di quanto le sarà possibile, di tutelare la mia onorabilità.

Le ricordo che il 9 agosto scorso, quando sono stato da lei con i due ragazzi (i coniugi Tarantini ndr ), le hanno confermato la mia correttezza e lei ha confermato loro la disposizione che mi aveva dato di consegnar loro una somma solo per avere un'attività all'estero. L'unica cosa che non consentirò è che, anziché essere considerato un amico disposto a sacrificarsi senza aver mai ottenuto nulla, venga qualificato come un piccolo truffatore che approfittava della sua fiducia». Poi quello che sembra un avvertimento: «Dalla lettura delle carte sarà impossibile sostenere che non ho ricevuto i 500 mila euro in contanti».

GLI APPALTI DELL'ENI - Erano state alcune intercettazioni, poi confermate dallo stesso Tarantini durante il suo interrogatorio, a rivelare come nella primavere del 2011 l'imprenditore pugliese stesse cercando di ottenere un appalto dall'Eni sfruttando l'amicizia con Berlusconi. Il faccendiere indica all'ex premier la linea da tenere: «Sarà necessario spiegare la questione dell'Eni. Considerato che Tarantini sta parlando a ruota libera, l'unica cosa sostenibile è che lui le ha chiesto di far inserire nell'albo dei fornitori di una società dell'Eni un suo amico che a sua volta lo avrebbe aiuto a reinserisi. Lei ha sollecitato Scaroni (il presidente ndr ) a far valutare la richiesta ma poi non se ne è fatto nulla. In effetti è la verità. Ho affidato questa nota a una persona di mia assoluta fiducia. È venuto lì e ritorna. Se vuole farmi pervenire qualche messaggio per variare qualcosa di quanto sopra riportato, potrà farlo comunicare verbalmente al latore, che me lo riporterà fedelmente. Un fraterno saluto. Valter».

Fiorenza Sarzanini
fsarzanini@corriere.it4 agosto 2012 | 8:23

Quando lo Stato fa un affare con l'arte

Vittorio Sgarbi - Ven, 03/08/2012 - 09:40

Il ministero si aggiudica sette straordinarie tele barocche di Gregorio de Ferrari per 700mila euro. Valgono 15 milioni


Accade qualcosa di straordinario. Lo Stato italiano si è improvvisamente e meravigliosamente arricchito con un'importantissima acquisizione che arricchisce le gallerie di Genova. Era già accaduto due anni fa con l'acquisto, da molti incompreso, di un capolavoro di Ludovico Brea, una Assunta, messa in vendita da Wanennes. Ora è la volta di sette grandi tele di Gregorio de Ferrari (1644-1726), in due serie, quattro con Le fatiche di Ercole, tre con le Metamorfosi di Ovidio, provenienti da Palazzo Cattaneo Adorno a Genova, e successivamente acquistate in società dall'antiquario Pagano e dal finanziere e grande collezionista Orazio Bagnasco.Le opere erano riconosciute e messe in vendita, scomparsi i due intraprendenti proprietari, a un'asta Sotheby's a Milano l'8 giugno del 2011.


Un opportuno vincolo, potenziato dall'accorpamento delle tele in due gruppi, ha provvidenzialmente impedito che questi assoluti capolavori del barocco italiano non fossero esportate e vendute all'estero, dove il loro valore non sarebbe stato inferiore ai 15 milioni di euro. Incredibilmente, iniziata la crisi del mercato, e con l'obbligo della permanenza in Italia delle opere, l'asta andò deserta.Gregorio De Ferrari è nella Genova di Rubens e di Van Dyck il più estroso, fantasioso e originale maestro tra Barocco e Rococò: certamente uno dei pittori più significativi della città ligure tra '600 e '700. Interprete appassionato di Correggio, fu influenzato in pittura e in scultura dalle «novità romane» diffuse dagli allievi del Bernini. Il più evidente esempio è nei due cicli che oggi si è aggiudicato lo Stato.Si dirà: ma perché comprare in tempi di crisi? Risposta: per aumentare il patrimonio reale italiano anche rispetto al suo valore economico.

È senza precedenti, infatti, pagare 700 mila euro ciò che vale 15 milioni di euro. E come è accaduto? Mi sembra giusto rivendicare in questa vicenda la determinazione con cui ho tentato di trovare casa ai sette dipinti. Dopo la mancata vendita milanese ho convinto Emanuele Emmanuele della Fondazione Roma, cui è stato impedito l'acquisto da miopie e formalismi burocratici della sua pur agile amministrazione. Non domo, dopo qualche mese, ho interessato il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di La Spezia, Matteo Meley. Avuta la sua disponibilità, ho appreso che le opere erano state vendute a trattativa privata. Mi sono immediatamente precipitato dal titolare dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi per dirgli della singolare opportunità e attivare, come la legge prevede, il diritto di prelazione. Il ministro mi ha ascoltato.

Ha verificato che non c'erano fondi disponibili e mi ha manifestato l'intenzione di cercare contributi privati. Ho insistito, ritelefonato, ho visto questa acquisizione come la prima testimonianza della auspicata coincidenza tra Economia e Beni Culturali, nella prospettiva di un Ministero del Tesoro dei beni bulturali. Non acquistereste la Ferrari 250 GTO di Stirling Moss, quotata 30 milioni di euro se vi fosse offerta a 30 mila euro?Da allora non ho avuto più notizie rassicuranti. Fino a che, nell'ultimo incontro con il ministro, non ho saputo che la ricerca di fondi era fallita, il bilancio dello Stato non consentiva l'acquisto e che le opere erano perdute.

Soltanto due giorni fa, sollecitato da Anna Orlando, studiosa genovese, ho saputo dal commercialista di Bagnasco che lo Stato aveva esercitato la prelazione per 700mila euro. Una notizia straordinaria di cui il ministro non era a conoscenza. Aveva dunque acquistato nell'interesse dello Stato i due importantissimi cicli di De Ferrari a sua insaputa. Si può sorridere di questa circostanza o autonomia dell'organo politico rispetto a quello tecnico che ha coscienziosamente portato a termine la pratica. Ma si rimane sorpresi di questa totale assenza di visione della politica.

L'acquisto meritorio e incosapevole delle opere di De Ferrari ripaga il Ministero dell'errore compiuto con il famoso crocifisso attribuito a Michelangelo, e pagato nel suo modesto interesse, per l'improprio altisonante nome, cinque volte più delle sette tele di De Ferrari.La notizia esce ora, clandestina. Roboanti conferenze stampa per lo pseudo Michelangelo, silenzio per De Ferrari. E anche ingratitudine o, meglio, inconsapevole gratitudine perché il ministro dei Beni culturali non dev'essere bene educato se, informato dell'acquisto, non me lo ha comunicato; e sono io a comunicarlo a lui.

Ma poco bene assistito dal Capo di Gabinetto (non so chi, essendosi dimissionato Salvo Nastasi) e dal Segretario generale Antonia Pasqua Recchia, se non lo hanno messo nelle condizioni di presentare al mondo l'importantissima acquisizione. La notizia la diamo noi, a buon diritto. E non potremo essere rimproverati se il ministro, a chi lo aveva stimolato, non ha comunicato la lieta novella. Se Sandro Bondi fu malconsigliato da tecnici impreparati per l'acquisto del supposto Michelangelo, Ornaghi rischia di non poter onorare davanti al mondo la sua funzione dopo tante critiche, ignorando di avere compiuto una scelta importante, oltre che economicamente vantaggiosa. La prima decisione importante del Governo Monti. A sua insaputa. Dopo tante polemiche, perché perdere l'occasione di essere lodati da antagonisti motivati come Settis, Merlo, Montanari?

Green Hill, i beagle restano sotto sequestro. Brambilla: "Un'altra vittoria"

Luisa De Montis - Ven, 03/08/2012 - 19:42

Il tribunale del Riesame di Brescia ha deciso di dissequestrare l'allevamento di Montichiari, ma di mantenere sotto sequestro probatorio i circa 2.400 beagle


Il tribunale del Riesame di Brescia ha deciso di dissequestrare la struttura dell'allevamento di Montichiari, ma di mantenere sotto sequestro probatorio i circa 2.400 beagle destinati ai laboratori di vivisezione."Un'altra vittoria per i diritti degli animali". Per Michela Vittoria Brambilla è "un grande sollievo per tutti i milioni di italiani che seguono con il fiato sospeso la sorte dei beagle ancora rinchiusi dentro Green Hill" Da sempre l'ex ministro è in prima linea nella battaglia contro la struttura: "Da quando lo scorso ottobre sono entrata dentro quel lager, unica persona ad averlo fatto a parte le forze dell'ordine e le autorità di controllo sanitario, non ho smesso nemmeno per un istante di fare tutto quanto in mio potere per aiutare quelle povere creature.


Come ministro della Repubblica, ho denunciato Green Hill alla procura per i maltrattamenti fisici e psicologici ai quali erano sottoposti i cagnolini, chiedendone anche il sequestro, e ho scritto la legge (già approvata alla Camera ed ora all'esame del Senato) che vieta l'allevamento di cani, gatti e primati destinati alla sperimentazione su tutto il territorio nazionale. Oggi, finalmente, aiuto questi piccoli a trovare casa".E i numeri parlano chiaro.

La Leidaa (Lega italiana per la difesa degli animali e dell'ambiente) presieduta proprio dalla Brambilla, in questi primi giorni, ha già affidato a famiglie del nord Italia circa 200 cagnolini salvati da Montichiari. In Lombardia, i piccoli hanno trovato casa principalmente in provincia di Lecco, Como, Varese, Sondrio, Brescia e Monza e Brianza. Dati importanti anche nelle altre regioni del Nord: attraverso le sezioni locali della Leidaa, diversi beagle sono stati affidati a Torino, Ivrea e Biella.

E poi ancora a Pordenone e Padova. "Desidero ringraziare di cuore tutte le meravigliose famiglie che hanno accolto con generosità queste povere creature, regalando loro tanto affetto e una nuova vita. Quella che a loro era stata negata".L'associazione esprime stima e riconoscenza per tutti coloro che, incessantemente, stanno offrendo la propria disponibilità per le adozioni. "Intendiamo andare avanti senza sosta finché non ci sarà più neanche un beagle all'interno di Green Hill.

Era la nostra promessa e non vogliamo fermarci per nessun motivo al mondo. Ma garantiamo anche ogni tipo di controllo, prima e dopo l'affidamento del cagnolino, e continuiamo ad essere impegnati a tempo pieno per portare fino in fondo la nostra battaglia di civiltà".Chi desidera prendere in affido un beagle di Green Hill deve farne richiesta compilando il modulo presente sul sito dell'associazione, all'indirizzo www.leidaa.info.

I tedeschi salvatori dell’euro? Macché, l’Italia spende di più

Angelo Allegri - Ven, 03/08/2012 - 16:18

Il paradosso: con la Spagna siamo il Paese che contribuisce con più soldi al fondo salva Stati. Eppure in Germania sono convinti del contrario: il 95% ha paura di fallire per i troppi aiuti


Erik Nielsen è forse il più cono­sci­uto tra gli analisti economici eu­ropei. Nato in Danimarca, lavo­ra a Londra per una banca italiana (Unicredit) e nei giorni scorsi ha inviato ai suoi clienti alcuni da­ti del Fondo Monetario internazionale che pren­dono in esame gli aiuti stanziati per salvare i Paesi in difficoltà. «Se si leggono i giornali sembra che a pagare tutto siano i tedeschi», spiega. «E invece non è affatto così». Il paradosso è che ad assumere gli oneri maggiori in rap­porto al Pil sono proprio due tra gli Stati a rischio: Italia e Spagna.


Sono loro a versare al fondo Efsf, quello incaricato di sostenere le capitali in affanno, le som­me proporzionalmente maggiori (vengono cal­colate in rapporto alla quota posseduta nella Banca centrale europea). Quasi il 4% del reddito pro­dotto ogni anno. Solo in terza battuta arriva la Germania. Eppu­re, se si ascoltano i commenti e le voci che arrivano dall’opinione pubblica te­desca pare che il bilancio di Ber­lino stia per essere travolto dal­la montagna di soldi versati alle economie sull’orlo dell’abisso. Un canale televisivo, N-Tv, ha organizzato nei giorni scorsi un sondaggio tra i suoi ascoltatori: pensate che potremmo falli­re per i troppi aiuti al Sud? Più del 95% ha risposto di sì. Anche questo è uno dei frutti della crisi. Ognuno è tor­nato a presidiare il proprio orticello, di­menticando i vantag­gi ricevuti dall’Europa e ri­vendicando i torti, veri o pre­sunti, subiti.

Gli italiani trascu­rano il bonus da centinaia di mi­liardi che con l’euro hanno avu­to a disposizione (e buttato dal­la finestra) grazie alla conver­genza dei tassi di interesse a li­velli tedeschi. I cugini di Germa­nia non citano quasi mai i van­taggi portati a casa, se non altro grazie alla possibilità di espor­tare di più. Ora a peggiorare le cose c’è un fattore in più: anche i tede­schi iniziano ad avere paura. A lungo hanno vissuto in una spe­cie di bolla dorata. Il mondo crollava e loro, grazie alla ri­strutturazione del sistema pro­duttivo avviata dopo il 2000 e al­la disciplina con cui hanno con­trollato il livello degli stipendi (per 10 anni i consumi non so­no di fatto cresciuti), continua­vano a vendere e guadagnare. Adesso capiscono di non poter­cela più fare. La fiducia delle im­prese è crollata come ai tempi del fallimento di Lehman Brothers.

Tre mesi fa solo il 32% dei cittadini temeva un peggio­ramento della situazione eco­nomica, ora la quota è al 56%. I centri studi fanno i conti di quanto costerebbe al Paese il crac dell’euro. La banca svizze­ra Ubs ha calcolato che il nuovo marco si rivaluterebbe del 40%. Nessuna azienda potrebbe più esportare nell’area dell’ormai ex moneta unica. Non solo. At­traverso il sistema di pagamen­ti europeo Target2 gli altri Paesi devono a banche e operatori te­deschi oltre 700 miliardi. In ca­so di fine dell’euro una buona parte di questi soldi andrebbe perduta, innescando un’onda­ta di chiusure e fallimenti. An­che per Berlino sarebbe l’apoca­lisse.

Non è un caso che di fronte a questo scenario l’associazione delle banche e le grandi impre­se abbiano a gran voce invocato una difesa a oltranza dell’euro, con l’adozione di provvedimen­ti più incisivi. Un gruppo di eco­nomisti di primo piano si è fatto sentire per chiedere che il go­verno metta in campo tutto il suo peso nell’appoggiare Ma­rio Draghi e la Bce. Angela Me­rkel e il suo ministro delle Fi­nanze Schaeuble sem­brano aver preso al­meno parzialmente le distanze dalle po­sizioni più rigori­ste della Bunde­sbank. Eppure, il nervosi­smo tedesco e il clima da ultima spiaggia che si re­spira in Europa hanno tutt’al­tro che smontato i rigoristi con­trari all’aiuto dei Paesi in diffi­coltà.

Sfidando tutti i luoghi co­muni Wolfgang Muenchau, eco­nomista e commentatore del Fi­nancial Times , ha accusato i te­deschi di irrazionalità: voglio­no limitare al minimo il proprio impegno finanziario e allo stes­so tempo non vogliono la fine dell’euro. Come è possibile? La realtà è che giorno dopo giorno sembra piuttosto crescere il par­tito disposto ad accettare uno tsunami monetario pur di met­tere fine all’attuale impasse. «La situazione si deteriora sem­pre più. Meglio una fine spaven­tosa che uno spavento senza fi­ne »,è diventata la parola d’ordi­ne di chi vuol tornare al marco.

Il grande nemico diquest’ulti­mi è Mario Draghi, considerato l’unico ad avere in mano l’arma per salvare la moneta comune. L’italiano è da qualche settima­na un osservato speciale. Fino a poco tempo fa era considerato un tedesco ad honorem. Ora le cose sono cambiate. «Mr. Dra­ghi, basta soldi tedeschi agli Sta­ti falliti», diceva il titolo di ieri della Bild , che ha minacciato di chiedere la restituzione del cap­pello da ufficiale prussiano che gli aveva regalato solo pochi me­si fa. Anche il compassato Der Spiegel non sembra più ben di­sposto e nell’ultimo numero ri­ferisce che Mr Coolness , come era so­prannomina­to per la sua glaciale im­perturbabili­tà, non è più lui: nel corso di una discus­sione con i colleghi è ar­rivato ad alza­re la voce.

Ma ormai è tutta l’azione della Banca centrale eu­ropea a esse­re nel miri­no. La lega dei contri­buenti, lob­by potente e ascoltata dal mondo politi­co, minaccia azioni legali di fronte ai tri­bunali tede­schi ed euro­pei. Il suo mantra: ogni aiuto incon­dizionato ai Paesi in diffi­coltà è la vio­lazione di uno dei prin­cipi di base degli Stati moderni, no taxation without re­p resenta­tion , perché limita la so­vranità dei Parlamenti nell’imporre nuovi oneri ai cittadini. Franz Schaef­fler, esperto di politica fi­nanziaria del­la Fdp, il par­tito liberale al governo, dalle colon­ne di Handelsblatt , primo quo­tidiano economico del Paese, ha lanciato l’insinuazione più grave:

«La Bce sta diventando uno stato nello stato, libera da ogni vincolo giuridico e politi­co. Agisce in uno spazio senza legge e la sua azione non è più orientata alla stabilità dei prez­zi ma agli interessi politici e na­zionali del suo ceto dirigente». Per SuperMario è la madre di tutte le accuse: essersi infilato nel cuore del potere europeo per tramare a favore degli infi­di italiani. Non meraviglia che ieri abbia dovuto piegarsi di fronte ai mastini della Bunde­sbank.

Testimoni di Geova vicini di casa: radio ad altissimo volume e bestemmie sono offese alla religione

La Stampa

Nessun luogo di culto ‘ufficiale’, ma un appartamento utilizzato dai Testimoni di Geova per l’assemblea dei fedeli. Eppure le offese espresse da un uomo che vive – con la moglie – in un appartamento vicino sono da collocare non certo nella categoria ‘pessimi rapporti di vicinato’...  Fondamentali modi e tempi, ossia la coincidenza delle azioni violente dell’uomo con le funzioni religiose e con l’azione di proselitismo svolta dai fedeli (Cassazione, sentenza 18804/12).

Gli episodi risalgono al lontano 2002, la prima pronunzia al 2008 - annullata in Cassazione - e oggi ancora una tappa in terzo grado. A distanza di dieci anni dai fatti, in ballo è ancora la responsabilità di un uomo per le offese espresse verso i Testimoni di Geova, che usavano riunirsi in un appartamento vicino. Radio ad altissimo volume durante le funzioni religiose; bestemmie, imprecazioni e minacce; pietre lanciate contro alcuni ministri di culto; e, giusto per non farsi mancare nulla, finanche «un cartellone asserente la irregolarità urbanistico-edilizia dell’edificio adibito a luogo di culto dei Testimoni di Geova».

Eppure, in primo grado, l’uomo era stato assolto dalle accuse di offesa a una confessione religiosa. A rimettere tutto in discussione la Cassazione nel 2008, con l’annullamento della pronuncia di primo grado. E, poi, a ribaltare la prospettiva la Corte d’Appello, con la condanna dell’uomo a due mesi di reclusione: evidente, secondo i giudici, l’obiettivo di offendere la confessione dei Testimoni di Geova. Adesso, però, a riportare la vicenda in Cassazione è proprio l’uomo, che propone una tesi assolutamente alternativa: i gesti compiuti vanno collocato «in rapporti di vicinato» pessimo e «non di dissenso religioso».

Ma, secondo i giudici della Cassazione, sono i fatti a dimostrare l’esatto contrario: non a caso, le «condotte offensive» sono coincise «con lo svolgimento delle funzioni religiose e con le condotte dei credenti, intese a realizzare la frequentazione dell’edificio di culto». E, a questo proposito, gli aggiornamenti di legge più recenti hanno chiarito che l’illecito penale va addebitato non solo per «le offese in danno alla religione cattolica» ma anche per quelle «recate in danno di altri culti». Assolutamente legittima, quindi, la condanna emessa in Appello, condivisa in Cassazione: a salvare l’uomo, però, è la prescrizione.

Lo storico che capì l'animo dei soldati

La Stampa

Scompare a 78 anni il più grande esperto militare che non vide guerre ma le analizzò come nessun altro



John Keegan [Jeff Gilbert /Telegrapha Media Group Limited]

 

vittorio sabadin
londra

Sir John Keegan aveva 6 anni quando le prime bombe tedesche vennero lanciate su Londra. Non ne sentì nemmeno una. Suo padre, artigliere nella Prima Guerra Mondiale, era stato incaricato di occuparsi di 300 bambini evacuati nella campagna inglese. Fu con loro che Keegan passò l’infanzia, e con i soldati polacchi e britannici accampati nei pressi del paese. Arrivarono anche gli americani, che riempivano le strade e i negozi.

Poi, da un giorno all’altro, nel giugno del 1944 se ne andarono tutti. Il più grande storico militare contemporaneo, che ha scritto per due decenni i suoi articoli anche su La Stampa, analizzando i conflitti nel Kosovo, alle Falkland, in Afghanistan e Iraq, non ha mai visto una guerra da vicino, ma le ha capite più di tutti, nonostante le dure battaglie personali che ha dovuto combattere per i litigi con la Royal Air Force, che non accettava le sue critiche, e per la supponenza di tanti storici blasonati che forse invidiavano solo il successo dei suoi libri.

Alla fine della guerra i genitori lo mandarono al Wimbledon College, dove nello stesso momento incontrò la tragedia e la ragione della sua vita. Nel 1947 contrasse la tubercolosi e all’epoca si riteneva che solo l’aria aperta potesse curarla. L’ospedale del Surrey nel quale fu ricoverato non aveva finestre e d’inverno i pazienti dovevano indossare pesanti maglioni e la notte venivano in qualche modo protetti da paraventi di tela messi intorno ai letti. La malattia ovviamente non migliorò.
   
All’ospedale St Thomas’s, vicino al ponte di Westminster, le cose andarono meglio, non solo dal punto di vista sanitario. Insieme a lui c’erano decine di veterani cockney, che raccontavano stupefacenti storie di guerra. Il cappellano anglicano gli insegnò il greco, un altro paziente gli insegnò il francese e nella biblioteca c’erano tutti i libri di Thomas Hardy, che divenne il suo autore preferito. Fu in quell’ospedale che Keegan maturò la decisione di diventare uno storico militare.

Appena la salute glielo permise, andò a visitare i campi di battaglia della Guerra Civile americana, sulla quale tre anni fa scrisse l’ultimo libro, sostenendo la tesi che era stata la geografia dei luoghi a decidere molte battaglie. Al ritorno, trovò un lavoro all’ambasciata americana, per la quale preparava rapporti politici. Subito dopo, la Royal Military Academy di Sandhurst, quella in cui si è diplomato il principe William, gli offrì un posto come insegnante, che ha mantenuto per 25 anni. Avrebbe preferito Oxford, dove sulle cose di guerra si possono avere opinioni diverse, ma a Sandhurst Keegan scoprì che la mentalità militare non è sempre così ottusa e che le idee liberali si diffondono anche tra i soldati di professione.

Nel 1976 pubblicò uno dei suoi libri più importanti The Face of Battle, nel quale i conflitti non erano visti dal punto di osservazione dei generali o degli storici, ma da quello dei soldati. Aveva esaminato tre battaglie: quella di Agincourt del 1415, quella di Waterloo del 1815 e quella della Somme, nel 1916. Aveva divorato diari, lettere, resoconti di testimoni, poesie scritte in attesa dello scontro, arrivando alla conclusione che i soldati provano dovunque e in qualunque epoca le stesse terribili sensazioni: una profonda paura, il desiderio di uccidere, la disponibilità a mettere a rischio la propria vita per salvare quella di un camerata.

Nel 1986 il Daily Telegraph gli propose l’incarico di Defence Correspondent e gli diede una scrivania a Fleet Street, dalla quale analizzò tutti i conflitti mondiali. Nel 50° anniversario dello sbarco in Normandia, Bill Clinton lo chiamò alla Casa Bianca e discusse privatamente con lui alcune questioni di guerra. La Regina lo nominò baronetto nel 2000. Con i soldi guadagnati nel tempo, comprò una casa del diciassettesimo secolo nel Wiltshire, dalla quale raccontava per il magazine del Telegraph storie di contadini e le avventure del suo amato gatto, Edgar.

Gli ultimi anni sono stati crudeli con lui, costretto su una sedia a rotelle e con una gamba amputata. Ma ancora si faceva portare in redazione, per rispondere alle lettere e partecipare alle riunioni. È morto il 2 agosto, assistito dalla moglie Susanne, dai quattro figli, e da Edgar.

Il manager d’oro: guadagnerà un milione di dollari all’anno per non lavorare

Francesca Angeli - Ven, 03/08/2012 - 17:50

John Krenicki,prossimo ex vicepresidente della General Electric,riceverà 89mila dollari al mese fino al 2022. La multinazionale ha raggiunto l’accordo con il dirigente che in cambio si è impegnato a non lavorare per aziende che siano concorrenti del suo precedente datore di lavoro per almeno tre anni


La crisi mondiale colpisce pesantemente anche gli Usa eppure anche in tempi di vacche magre c'è chi intasca cifre da mille e una notte per non lavorare. Sì, esatto. Non per esercitare una professione altamente qualificata ma proprio per non fare nulla. Il fortunato, ma non si sa neppure se poi lui si ritenga tale è John Krenicki che guadagnerà più di un milione di dollari all'anno per non lavorare.Krenicki è il ,quasi, ex vicepresidente della General Electric.


“Quasi“ perchè lascerà la sua poltrona soltanto alla fine dell'anno. Le sue prospettive però non sono quelle di un disperato in cerca di lavoro, quelle di tutti gli altri disoccupati. Anzi. Per restarsene a casa la sua ex azienda gli darà 89.000 dollari al mese fino al 2022. Centesimo più o centesimo meno significa che incasserà quasi un milione di dollari per dieci anni.

A rivelare l'accordo milionario è "The Wall Street Journal e immediatamente la notizia è stata ripresa dalla stampa anglosassone, compreso l'Huffington Post.Ma perché mai il dolce far nulla di questo signor Krenicki vale tanto? Si tratta di un accordo tra le parti , una sorta di buonuscita in cambio della quale il manager si impegna non lavorare per aziende concorrenti per almeno tre anni e in qualsiasi parte del mondo. Insomma la General Eletrics preferisce pagarlo per non far nulla piuttosto che rischiare di vederlo lavorare per un concorrente.

Il mamager comunque potrà lavorare in altri settori, completamente diversi da quello da cui proviene. E visto il suo profilo professionale è altamente probabile che magari trovi pure qualcosa da fare e che riesca a guadagnare altri soldi oltre quelli che già incassa per mettere a riposo il cervello.Non è il primo accordo in questo senso che una grande azienda o una multinazionale stipula con un suo dipendente. È piuttosto frequente che un alto dirigente in uscita incassi una generosa liquidazione dai suoi datori di lavoro. H. Edward Hanway, l’ex amministratore delegato della compagnia assicurative Cigna , percepì 110 milioni di dollari quando decise di ritirarsi nel 2009.

Anche l’amministratore delefato della Bank of America Ken Lewis nello stesso anno prese una buonuscita di 83 milioni di dollari. Appena un anno dopo la grande crisi finanziaria.Non è inusuale ma non c’è dubbio che in tempi di crisi certe notizie destino forti perplessità. Anche in Usa la polemica sulle buonuscite miliardiarie per alti dirigenti e manager d’assalto ritorna ciclicamente in primo piano. In molti si chiedono se quei soldi sono davvero ben spesi e se invece non potrebbero essere investiti dalle aziende in altro modo.

Brasile, Battisti irreperibile Il giudice alla polizia: «Cercatelo»

Corriere della sera

Un giudice federale della capitale brasiliana ha chiesto agli agenti di verificare dove sia l'ex terrorista. Se non sarà troverà entro 5 giorni diventerà un ricercato

Cesare Battisti esce dal carcere nel 2011Cesare Battisti esce dal carcere nel 2011

L'ex terrorista italiano Cesare Battisti non è più reperibile all'indirizzo comunicato alle autorità dopo la sua uscita da un carcere di Brasilia, nel giugno del 2011. E un giudice federale della capitale brasiliana ha chiesto alla polizia di verificare dove si trova. Lo afferma la stampa locale. Battisti è stato condannato in contumacia in Italia a due ergastoli per 4 omicidi e ha ottenuto un permesso permanente di residenza in Brasile, dopo che nel giugno dell'anno scorso una sentenza della Suprema Corte ne aveva ordinato la scarcerazione e bloccato l'estradizione verso l'Italia. Se non verrà trovato entro 5 giorni il giudice Alexandre Vidigal chiederà alla polizia di aprire un indagine per rintracciarlo e sarà ufficialmente «ricercato».

POSSIBILE LA DEPORTAZIONE - Secondo la legge brasiliana, ha ricordato il giudice, gli stranieri che non si fanno trovare nei recapiti indicati alle autorità possono essere considerati irregolarmente presenti nel Paese, fatto che non esclude la possibilità di una deportazione.

LA FUGA ALL'ESTERO - Ex militante dei Proletari armati per il comunismo, arrestato nel 1979 con l'accusa di essere responsabile di 4 omicidi (tra cui quello del gioielliere Pierluigi Torregiani del 1979), Battisti si è sempre proclamato innocente. Evase dal carcere nel 1981 e si rifugiò in Francia, protetto dalla «dottrina Mitterrand» che garantiva asilo politico ai condannati per terrorismo, diventando scrittore di gialli. Ma nel 2004 venne di nuovo arrestato, in virtù di nuovi accordi tra il governo italiano e quello francese. Rilasciato, è fuggito in Brasile, dove al termine di un lungo contenzioso legale e diplomatico, nel 2009, gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico.

Redazione Online4 agosto 2012 | 5:39

Bild all'attacco delle «bruttone» olimpiche

Corriere della sera

Nel mirino la nostra Elisa Casanova e altri «tesorucci»


«Di fronte a lei non tutti gli uomini si sentirebbero le gambe molli... sicuramente tutte le avversarie». È la frase più carina che Bild riserva alla nostra Elisa Casanova. E perché la nostra capitana della nazionale di pallanuoto femminile è finita nel mirino del sito tedesco? Per la sua poca femminilità, per usare un eufemismo. Almeno secondo il giornalista che ha scritto un articolo apparso online con il titolo «Frau Casanova & andere Schnuckelchen»: «La signora Casanova e altri tesorucci». Appena sopra l'occhiello dell'inchiestona fotografica: «Maniglie dell'amore italiane». I tedeschi ci vanno giù pesante con la Casanova: «Una bomba a mano nella vasca italiana. Si chiama come il leggendario playboy veneziano, eppure è più grossa». Battutona. Più avanti si scherza sul suo soprannome, «la piccola Ely», e la si ribattezza: «Eine echte Wuchtbrumme» ovvero «un vero armadio di donna».

 Le donne olimpiche attaccate da Bild
Le donne olimpiche attaccate da Bild
Le donne olimpiche attaccate da Bild
Le donne olimpiche attaccate da Bild
Le donne olimpiche attaccate da Bild

ALTRI TESORUCCI - A questo punto però c'è una sorta di par condicio (sempre in negativo) alla tedesca e scatta la battuta ironica, che rasenta l'insulto, anche per cinesi, sud-coreane, tunisine e thailandesi. Ne viene fuori una galleria fotografica delle bruttone olimpiche. L'attacco a Pimsiri Sirikaew, la thailandese impegnata nel sollevamento pesi, è di un cinismo inaudito: «Meches bionde e orecchini. Da non credere, ha davvero preso parte alla competizione femminile - recita la didascalia - E questa foto lo dimostra!». Per la cronaca la ragazza ha vinto la medaglia d'argento nella categoria 58 chilogrammi. «Bademantel-Beauty Fei Chen trat im Judo», scrive della judoka cinese, Fei Chen: «Bellezza in accappatoio». E continua: «...seltsam, wenn man dieses Bild sieht» cioè «non si direbbe vedendo questo foto», a proposito dell'espressione della nord-coreana Jong Sim Rim, che per la cronaca ha vinto l'oro nel sollevamento pesi ma che nell'immagine appare a tappeto. Di passaggio anche una foto della tunisina Hassine Ghada, di Anna Nurmukhambetova del Kazakhistan e della statunitense Brenda Villa. Insomma solo ed esclusivamente donne goffe e grasse anche se medagliate. Cosa dire? «La bellezza è negli occhi di chi guarda». Firmato Wolfgang Goethe. Tedesco, d'altra sensibilità.

n.l.3 agosto 2012 | 19:41

Cesare Battisti risulta irreperibile Giudice ordina alla polizia di cercarlo Poi arriva la telefonata: "Sono a Rio"

La Stampa

Dura poche ore il giallo dell'ex terrorista al centro del braccio di ferro diplomatico Italia-Brasile


San Paolo

Il giudice federale Alexandre Vidigal, presidente del Tribunale Distrettuale numero 20 di Brasilia, con un'ordinanza ha chiesto alla polizia di accertare dove si trovi Cesare Battisti: secondo quanto riferito dal quotidiano "Jornal de Brasilia", l'ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo, condannato all'ergastolo in contumacia per omicidio plurimo e al centro di una disputa per l'estradizione dal Brasile sfociata quasi in incidente diplomatico tra l'Italia e il Paese sud-americano, risulta infatti irreperibile, come ribadito per iscritto dallo stesso magistrato. Battisti non è stato trovato all'indirizzo di Rio de Janeiro che aveva dovuto comunicare alle autorità, entro trenta giorni dall'elezione di domicilio, per consentire i periodici controlli previsti dalle leggi brasiliane.

Vidigal ha fissato dunque un termine di cinque giorni per la localizzazione del 58enne ex terrorista: qualora le ricerche non sortissero alcun risultato, scatterebbe automaticamente un'inchiesta formale per l'individuazione dell'attuale di Battisti, da concludersi entro un mese. In caso di perdurante irreperibilità, la presenza del latitante italiano in territorio brasiliano diverrebbe irregolare, con i conseguenti provvedimenti del caso, eventuale estradizione compresa. Ma, quello che aveva le sembianze di un giallo, si risolve nel primo pomeriggio: «Sono sorpreso da tutto questo: sono a Rio de Janeiro e mi hanno avvisato stamani della richiesta del giudice» dice al telefono con l'agenzia di stampa Ansa. «Ora chiamerò il mio avvocato difensore, Luiz Eduardo Greenhalgh» per chiarire la vicenda.