domenica 5 agosto 2012

Vandalismi ideologici

Corriere della sera

Le tag dilagano, ma la gravità della situazione non sembra suscitare analisi e strategie d'intervento adeguate

di DARIO BIAGI

Milano è la metropoli più imbrattata d'Europa. Il tagbombing - il bombardamento di tag, le firme dei sedicenti writer - lambisce ormai piazza del Duomo e raggiunge, in molte vie, il primo piano dei palazzi. Gran parte dei vetri di tram, treni della metropolitana e delle loro fermate è rigata dagli stessi orrendi scarabocchi. Eppure la gravità della situazione non sembra suscitare analisi e strategie d'intervento adeguate. A chi giri con occhi ben aperti non può sfuggire che l'ottanta per cento di queste tag è opera di bande o crew. Ovunque si ripetono le stesse venti o trenta sigle; gli individualisti sono una minoranza.

 Milano nel mirino dei writers Milano nel mirino dei writers Milano nel mirino dei writers Milano nel mirino dei writers Milano nel mirino dei writers

Sappiamo che queste bande contano centinaia di affiliati. I loro brand sono diffusi in metà del Paese: si possono osservare lungo ferrovie e autostrade e in altre metropoli. La loro è un'attività puramente autoreferenziale: senza fini estetici. È solo una gara a chi segna maggiori porzioni di territorio, esattamente come i cagnetti marcano con la pipì più terreno possibile. La differenza tra cani e vandali è che, in mancanza di qualunque forma di contrasto, i writer mirano a prendersi tutto il territorio. Gioco facilissimo perché nessuna telecamera e nessun poliziotto li individua e persegue; e qui occorre sottolineare che, da quando l'Amsa non interviene più nella ripulitura e la giunta Pisapia, a causa anche del dissesto ereditato, ha dato la precedenza ad altre emergenze, l'escalation è stata sfrenata.

Milano è diventata la mecca degli imbrattatori: è passato il messaggio che all'ombra della Madonnina l'impunità è assoluta. Ma non bisogna fermarsi a questo dato di superficie: va colta la molla profonda del fenomeno. Il tagbombing ha una forte componente vandalica e ideologica. Quasi sempre, se ci fate caso, le firme sono associate ai simboli anarchici e alle scritte «No tav» e si infittiscono nelle vicinanze di centri sociali, case occupate e case popolari. È una forma di guerriglia urbana. Fa dunque sorridere che a un teppismo di matrice antagonistica si voglia rispondere con campagne di sensibilizzazione nelle scuole o sui media, o con la ripulitura sistematica - la manutenzione ordinaria - dei palazzi. In assenza di deterrenti, sarebbe un invito a nozze per gli antagonisti della bomboletta.

Certo, i messaggi educativi aiutano a contenere emulazione e proselitismo, ma contro una guerriglia silenziosa servono essenzialmente task force, indagini capillari e sanzioni esemplari. L'Atm dovrebbe installare microcamere nascoste sui mezzi e alle fermate e, soprattutto, istituire ronde notturne di vigilanti giacché è sulle ultime corse che si accaniscono i vandali. Il rimedio più efficace potrebbe venire, però, dalla stessa industria chimica che banchetta con il graffitismo selvaggio. Possibile che non riesca a inventare un antidoto, un solvente spray che, spruzzato sui graffiti, li cancelli? Sarebbe un altro formidabile business, che non eliminerebbe l'altro. Perché il Comune non si fa promotore d'un simile progetto? Prevenire serve a poco quando la frittata è ormai fatta.

5 agosto 2012 | 11:41

Vacanze, dal passaporto alla valigia Le regole per prendere il volo

Il Messaggero
di Mauro Evangelisti


Cattura
ROMA - «L’altro giorno un cacciatore doveva partire e pensava di potere imbarcare sull’aereo i fucili senza i documenti necessari. Alla fine, per non perdere il volo, li ha lasciati in custodia a noi. Quando meno ha evitato di rinunciare alla vacanza».Antonio Del Greco, direttore della polizia di frontiera per tutta l’Italia centrale, all’aeroporto di Fiumicino ormai ha raccolto un campionario di storie strane di chi ha rischiato di perdere l’aereo o di chi proprio non è riuscito a prenderlo. In questi giorni di grandi partenze, crisi permettendo, ecco le cose da sapere perché l’euforia dell’inizio di un viaggio non si trasformi in un calvario perché il passaporto non è in regola o la valigia è cicciona.

Il passaporto. «Questa estate - racconta Del Greco - per i bambini ci sono nuove regole in vigore dal 26 giugno. Per tutti i minori serve un nuovo tipo di passaporto personale in cui sia anche indicato il nome dei genitori. Senza questo documento il minorenne non parte». Altri errori da manuale: prenotare il volo per un paese in cui si richiede un passaporto in cui la validità deve essere almeno di altri sei mesi, ma la scadenza del nostro documento è dietro l’angolo. Spiega Del Greco: «Rischiate seriamente che vi rispediscano a casa. Ovviamente se poi bisogna raggiungere una nazione in cui è necessario il visto, bisogna premunirsi per tempo. Non c’è più invece l’assillo della marca da bollo: si acquista solo al momento del rilascio e del rinnovo del passaporto».

Documenti. Nell’Unione europea (ma anche in altri paesi con particolari convenzioni con l’Italia) si viaggia con la carta d’identità. «Ma verificate la scadenza e soprattutto non presentatevi, come fanno numerosi passeggeri, con documenti rovinati e a volte illeggibili». C’è poi il caso della patente: in linea teorica sui voli nazionali (o all’interno di Schengen) è valido come documento di riconoscimento. Ma vi sono compagnie come la Ryanair che non la ritengono sufficiente. «Spesso a Ciampino interveniamo perché Ryanair deve rispettare le leggi nazionali e accettare anche la patente, ad esempio su un volo nazionale». Se però si vogliono evitare perdite di tempo e arrabbiature meglio adeguarsi alle regole della compagnia aerea.


Trasporti eccezionali. «Una raccomandazione particolare va fatta a chi deve portare con sé degli animali - ricorda Del Greco - Verificate per tempo i documenti necessari e il tipo di gabbie richieste. Altrimenti rischiate di non partire». Nei mesi scorsi un passeggero americano si è presentato con tre piccole gabbie. Ognuna conteneva tre gatti. Gli hanno fatto notare che in quelle condizioni gli animali non potevano viaggiare. L’americano ha pensato bene di abbandonarli al Leonardo Da Vinci e salire sull’aereo. «Abbiamo dovuto chiedere l’intervento dell’Enpa».

I bagagli. E il grande punto interrogativo che viaggia insieme a noi. Il passeggero che sceglie le low cost, per risparmiare, prova a cavarsela con il solo bagaglio a mano (anche perché imbarcare è un salasso: una valigia da 15 chili se la imbarchi con Ryanair costa 25 euro a tratta, con Easyjet 18 euro per 20 chili, con Vueling 14 euro per 23 chili). Ma le compagnie aeree - a volte - sono molto severe nel verificare che il bagaglio a mano non superi in dimensioni o in peso (Ryanair ad esempio a bordo consente 10 chili) i limiti previsti per i bagagli a mano.

Hanno contenitori e bilance, terrore del viaggiatore low cost, con cui fanno controlli a campione. Per evitare di pagare sanzioni perfino più alte del costo del biglietto o per non essere costretti a svuotare la valigia in fretta e furia, meglio informarsi prima consultando il sito della compagnia. Meglio evitare di fare i furbi. Ricordate che le regole esistono anche per le compagnie non low cost. Attenzione, anche per il bagaglio imbarcato in stiva (al check-in) ci sono dei limiti di peso. Superarli significa pagare molti, molti soldi.


Domenica 05 Agosto 2012 - 14:52
Ultimo aggiornamento: 17:32

Grillo choc contro le Olimpiadi "Sono il trionfo del nazionalismo

La Stampa

"Il mondo moderno ha imparato la lezione degli antichi Romani". Sarcasmo anche su Napolitano


Beppe Grillo, il comico-blogger che sta agitando il panorama politico

 

Torino

Cosa rimarrà dei Giochi Olimpici di Londra? «Una vecchia regina che si lancia con il paracadute e un pugno di medaglie da appuntare sul petto della Patria». È l'opinione di Beppe Grillo, il quale la esprime sul suo blog sottolineando che «non vincono gli atleti, ma le nazioni. È il trionfo del nazionalismo». Per Grillo, «se tutto fa spettacolo, tutto fa Olimpiadi. All'elenco sterminato di sport olimpici mancano le freccette da bar, le bocce e il parcheggio cronometrato in retromarcia. Il bello di questa manifestazione è che tutte le nazioni del mondo possono avere il loro momento di gloria». Il fondatore del movimento Cinque Stelle dice che «un bronzo nel beach volley assurge a festa nazionale. Non conosco, né ho ha mai conosciuto, nessuno che pratichi il fioretto o la spada in vita mia, però alle Olimpiadi sono orgoglioso se il mio Paese trionfa sulle pedane.

Poi, per quattro anni, non me ne può fregare di meno». Secondo Grillo, «la medaglia d'oro la conquista il presidente della Repubblica, il telecomando in mano che dalla poltrona si precipita a congratularsi con l'atleta dandone ampia copertura a tutti i mezzi d'informazione. L'atleta, che una volta diceva alla mamma «Sono arrivato uno!», oggi si prepara a una carriera da parlamentare. Negli anni della Guerra Fredda, la Germania Est vinceva tutto, aveva atleti formidabili, costruiti in laboratorio, spesso dopati come dei cavalli. Negli anni della Grande Crisi è la Cina a vincere tutto. Il super nazionalismo ha bisogno di un super medagliere».

Grillo sostiene inoltre che il mondo moderno ha imparato la lezione dagli antichi Romani e quindi le Olimpiadi «sono una versione smisurata del Colosseo con circences che occupano tutti gli spazi dell'informazione. Un bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali. Lo spirito di Olimpia, sotto il segno della Coca Cola, declassato dalla partecipazione di tennisti, calciatori, giocatori di pallacanestro, professionisti che guadagnano cifre immense, fuori dalla realtà della gente comune, che li applaude come semidei dell'antica Grecia». Atleti - conclude - «che sfilano prima delle gare con tricipiti e pettorali in mostra insieme agli slip griffati. Grida e pianti, buttati per terra, tarantolati per una stoccata o per un tiro, come se fosse morto o resuscitato cento volte il gatto di famiglia».

Scontro fra la “nautica” e la Finanza Ucina: «Basta con le persecuzioni»

Il Messaggero

La vibrante protesta dell'Associazione del settore che fa parte di Confindustria è scattata dopo la multa ad una barca francese per mancato pagamento della tassa di possesso. Le esportazioni soffrono meno delle vendite in Italia.

di Sergio Troise

Cattura
NAPOLI - E’ guerra aperta tra il mondo della nautica da diporto e la Guardia di Finanza. Dopo le infinite polemiche legate all’equazione “diportista uguale evasore” e alle lunghe trattative con il governo per scongiurare la tassa di stazionamento trasformandola in tassa di possesso, esplode un altro caso checompromette seriamente la situazione: è accaduto infatti che nel pieno della stagione turistica le Fiamme Gialle hanno inferto un duro colpo al turismo nautico, multando un cittadino francese in Sardegna. «Un verbale immotivato, frutto di un palese errore dei finanzieri. Diciamo basta alla guerra delle Fiamme Gialle» tuona il presidente di Ucina Confindustria Nautica, Albertoni, stanco di mediazioni, chiarimenti, trattative mirate a salvaguardare un settore decimato dalla crisi e impegnato a difendere produzioni e posti di lavoro.

A sollevare una polemica così aspra
è stato l’episodio verificatosi a Sant’Antioco, nella Sardegna meridionale, dove il proprietario di una barca francese è stato multato per mancato pagamento della tassa di possesso (l’equivalente del cosiddetto bollo auto). Un provvedimento assolutamente immotivato, in quanto la legge prevede che la tassa di possesso sulle imbarcazioni superiori a 10 metri deve essere pagata esclusivamente dai cittadini italiani e non dagli stranieri. E’ stato deciso così, in sede governativa, dopo forti pressioni sul ministro Passera, proprio per scongiurare l’allontanamento dalle nostre rotte dei diportisti stranieri.

Eppure pare che il caso di Sant’Antioco non sia isolato.
Nell’ambiente monta la protesta e non è escluso che si arrivi al blocco dei porti. «La filiera della nautica – dice il presidente Albertoni - non può permettersi atteggiamenti approssimativi degli apparati di polizia, capaci di comportare danni incalcolabili al turismo nautico e alle stesse casse dell’erario. Così si dà il colpo di grazia a un comparto che si segnala come uno dei primi fra i trenta migliori settori manifatturieri italiani, uno dei pochi che ha il potenziale per ripartire e sopravanzare la locomotiva tedesca».

Non usa mezzi termini il numero uno dell’industria nautica italiana
, nel commentare quello che viene vissuto come l’«ennesimo ingiustificato exploit della Guardia di Finanza». Tanta animosità si spiega con la palese discrepanza tra ciò che prevede la normativa e ciò che è stato fatto in Sardegna. Sia la norma di legge, sia la circolare esplicativa 16E della Agenzia delle Entrate indicano infatti, con molta chiarezza, che la tassa di possesso sulle imbarcazioni riguarda i soli cittadini italiani, in qualunque parte del mondo tengano la barca, e non gli stranieri che soggiornano in Italia, anche se immatricolano l’unità nel nostro Paese. Se lo Stato avesse voluto, avrebbe introdotto la “tassa di stazionamento”, che invece è stata scartata proprio perché si sarebbe configurata come una tassa di soggiorno.

Ma ad irritare gli operatori del settore
non c’è solo il palese errore compiuto a Sant’Antioco: secondo le accuse di Ucina sarebbe censurabile anche l’atteggiamento tenuto dai finanzieri nei riguardi dei francesi multati in Sardegna. In un comunicato diffuso dall’associazione aderente a Confindustria si legge infatti che «non sono più tollerabili atteggiamenti da parte di uomini in divisa all’insegna del così è, e se non vi sta bene fate ricorso».

Secondo Ucina la Costa Smeralda avrebbe perso
anche un cliente importante (nel senso che con il suo Eclipse, un mega yacht lungo 165 metri, “muove” non poco l’economia locale) a causa di un altro errore clamoroso: la barca del magnate russo Abramovich è stata infatti “scacciata” dalla Costa Smeralda sulla base del cosiddetto decreto anti-inchini. Un decreto che riguarda le navi da crociera e non le imbarcazioni da diporto. «Ormai – protesta ancora Albertoni – siamo in uno stato di polizia del mare. Una situazione giustificata anche dalla necessità di dare un colpo all’evasione, ma dobbiamo rilevare che ogni modalità di azione alternativa e meno invasiva che abbiamo proposto non è stata neanche presa in considerazione. A cominciare dall’istituzione di un registro telematico delle imbarcazioni che renderebbe non più necessari gli abbordi in acqua. Adesso, poi, dopo la caccia alle streghe ci mettiamo pure l’applicazione fai-da-te delle leggi».

Scoramento e vis polemica nascono anche dal fatto
che a causa di questa miopia negli ultimi due anni il settore ha perso 20.000 addetti fra diretti e indotto. La crisi economica ha inciso per un 20% sull’export di imbarcazioni italiane, mentre il mercato domestico ha perso il 90% delle vendite. Non va meglio alla filiera turistica che secondo l’Osservatorio Nautico Nazionale a giugno ha registrato un -35% delle barche in transito rispetto all’anno precedente. «Tutto ciò nell’assordante silenzio dei media, del governo nazionale e regionale, della politica, delle istituzioni tutte», sostiene Ucina, incassando il pieno appoggio di Assomarinas, l’associazione nazionale dei porti turistici. Il cui presidente Roberto Perocchio dichiara, in perfetta sintonia: «Se sarà necessario andare oltre i gesti simbolici, imprenditori, addetti e operai della nautica sono pronti ad arrivare compatti al blocco dei porti nazionali. Se l’alternativa è chiudere o continuare a licenziare daremo battaglia in ogni modo».

Odontoiatra abusivo, corresponsabile il titolare dello studio: non poteva non sapere

La Stampa


È la ricetta di un antibiotico a far saltare la mosca al naso di una paziente. Alla luce della segnalazione vengono fuori gli interventi non legittimi compiuti da un odontotecnico. A pagarne le conseguenze è anche il dentista responsabile dello studio: lui ha provveduto alla ricetta, sopperendo alle carenze del collaboratore, e quindi era cosciente dell’abuso.

Il caso

Studio professionale riconosciuto, e legittimo, con un ospite, però, abusivo...ossia un odontotecnico che si improvvisa odontoiatra. Logica la condanna penale, conseguente – come da Cassazione, sentenza 18154/12 – il coinvolgimento del responsabile dello studio, il quale non poteva «non sapere»... A far scoppiare il bubbone è, paradossalmente, un antibiotico. Per quale ragione? Perché a prescriverlo è il titolare dello studio dentistico, a cui è stata chiesta questa operazione burocratica dal professionista – presunto – che ha lavorato sui denti di una paziente. E a quest’ultima lo strano «giro» non piace per nulla... Difatti, la giustizia raccoglie la segnalazione della donna: l’uomo che l’ha operata è un odontotecnico, non un odontoiatra. Conseguente la condanna, per esercizio abusivo della professione, sia in primo che in secondo grado.

Ma a rimetterci le penne è anche il titolare dello studio, odontoiatra a tutti gli effetti... Corresponsabile. Difatti, a quello che risulta essere titolare dello studio viene addebitata una  «responsabilità di tipo concorsuale», soprattutto alla luce dell’episodio denunciato dalla paziente e che ha dato il la alla vicenda giudiziaria. Ma sono comunque entrambi i professionisti, finiti sotto accusa, a contestare la pronuncia di condanna emessa a loro carico in secondo grado. Due i cardini – nell’ambito del ricorso in Cassazione –: la valutazione dell’attendibilità del racconto fatto dalla paziente; il peso attribuito alla corresponsabilità del titolare dello studio. Per i giudici della Cassazione, però, nessun appiglio è possibile per una rivisitazione della vicenda. Innanzitutto, perché le dichiarazioni rese dalla paziente sono assolutamente attendibili, al di là di alcune incongruenze, e hanno portato alla identificazione precisa dell’odontotecnico «travestitosi» da odontoiatra. E poi, acclarata è da considerare anche la responsabilità del titolare dello studio, perché, proprio alla luce del racconto fatto dalla paziente, è evidente la «conoscenza dell’attività abusiva svolta dal suo collaboratore».

Per un pranzo 56 mila euro lo scontrino che indigna la Rete

Corriere della sera

Il conto di una quindicina di funzionari olimpici pubblicato sul sito di un aggregatore online


Lo scontrino pubblicato su «Reddit»Lo scontrino pubblicato su «Reddit»

La copia di uno scontrino di un ristorante di lusso a Londra sta facendo il giro della Rete: una quindicina di funzionari olimpici avrebbero pranzato per un totale di 44.660 sterline, cioè quasi 56 mila euro. Solo per una bottiglia di cognac avrebbero speso 24 mila euro. «Un’indecenza» protestano gli utenti di Internet. Il comitato olimpico non commenta. E la storia è piena di punti interrogativi.

IL CONTO - Al momento non ci sono conferme e anche la fonte (anonima) si è chiusa nel silenzio. Il pranzo si sarebbe svolto al China Tang nell’hotel Dorchester a Londra. Sul popolare aggregatore online Reddit un utente ha pubblicato nei giorni scorsi la copia della ricevuta. Con la seguente spiegazione: «Un mio amico è cameriere e questo è il conto di un pranzo ufficiale per 15 boss delle Olimpiadi a Londra. Ecco dove vanno a finire tutti i soldi». Accanto ai piatti tipici per un ristorante cinese quali «pollo speziato» e «riso cantonese», salta subito all’occhio quanto speso dal gruppo di burocrati olimpici per una bottiglia di Hennessy del 1853 (da 35 cl): l’equivalente di 24.000 euro.

INTERROGATIVI - Molti giornali hanno rilanciato la notizia. Tuttavia è troppo presto per puntare il dito contro qualcuno, annota The Atlantic. I Giochi, inoltre, si finanziano con soldi pubblici e privati, pertanto non si può sapere chi davvero paga il conto per questi pranzi. In ogni caso, sottolinea The Atlantic: «È una storia che vale la pena approfondire».

Elmar Burchia
5 agosto 2012 | 16:04

Pistorius all’Olimpiade. Perché sì: grazie alla scienza dentro le regole

Corriere della sera

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di Claudio Arrigoni

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Pensavo che l’argomento fosse esaurito dopo una sentenza del massimo organo di giustizia sportiva, analisi scientifiche dei maggiori esperti di biomeccanica del mondo e, soprattutto, il riconoscimento di uguali diritti per tutti, in qualunque condizione e nel rispetto di regole condivise, oltre la coscienza che lo sport dava speranze a milioni di persone con disabilità. Invece, la presenza di Oscar Pistorius all’Olimpiade ha riacceso le polemiche, come dimostra anche il dibattito sul Corriere, con gli articoli di Venanzio Postiglione e Aldo Cazzullo. Cerchiamo di fare chiarezza, senza entrare nel merito, come magari vorremmo, ma con dati di fatto.
Pistorius è presente alla Olimpiade perché si è qualificato. Non sono state modificate regole. Ha fatto il tempo di qualificazione e ha il diritto di correre.

Le protesi di Oscar sono state analizzate dai massimi esperti di biomeccanica del mondo, coordinati da Hugh Herr, professore all’Mti di Boston, che non solo hanno riscontrato che non vi siano vantaggi evidenti, ma che anzi vi sono svantaggi. Basterebbe comunque il senso comune a confutare una affermazione del genere: un uomo senza le gambe avvantaggiato nella corsa rispetto a persone con le gambe. Ma è giusto siano serviti gli scienziati: le protesi non fanno parte del corpo.

Il massimo organismo decisionale dello sport mondiale, il Tas di Losanna, chiamato a dirimere la questione dopo che la Federazione Internazionale di atletica leggera aveva vietato a Pistorius di partecipare a proprie gare, ha deciso che Pistorius può correre. Lo deve fare con quelle protesi che sono state testate, nate nel secolo scorso (era il 1996) e che lui usa dal 2004. Francamente, a ben vedere, verrebbe da pensare che anche questa sia un’ingiustizia. Visto che quelle protesi danno ancora svantaggi, perché non può usarne di nuove, migliori, che finalmente avvicinino le sue prestazioni a quelle che di un piede e una gamba umana?

La decisione arrivò poco prima della Olimpiade cinese e Oscar perse quasi una stagione di gare. Non fece i tempi di qualificazione e a Pechino partecipò solo alla Paralimpiade. Pistorius non vuole vantaggi: “Se si scoprisse che ne ho, sarei il primo a dire che non è giusto che corra con persone normodotate”. Dopo la gara ha ripetuto: “Ho superato 16 prove in tre settimane e mi hanno fatto ogni tipo di analisi. Se ho tutti questi vantaggi, perché non ho ancora battuto il record del mondo? C’è sempre qualcuno che vuole dire la sua, ma ormai non ci faccio più caso”.

Il dibattito non si esaurisce, naturalmente, ed è bello e giusto che vi sia (chi volesse approfondire ulteriormente può farlo in questo post che scrissi prima dei Mondiali dello scorso anno), ma non con banalità ignoranti. Anche perché I dubbi che sono stati rilanciati ora sono quelle che da sempre accompagnano Oscar e ritengo sia legittimo esprimerli. Dice Herr: “Forse c’è un certo livello di negatività che esiste nella società di oggi. Quando la gente guarda Oscar Pistorius si vede che ha un corpo inusuale. Questo va bene quando non è competitivo. Ma quando lui comincia a essere competitivo e a vincere, diventa minaccioso.

Allo stesso modo che, per alcune persone, il colore della pelle di una persona è una minaccia. La mia opinione personale è che dovremmo costruire una società in cui, se a una persona capita di essere nata senza gambe completamente formate e se questa persona sembra essere un talento straordinario, a lui o lei dovrebbe essere permesso di competere in un evento sportivo come l’Olimpiade se ha raggiunto il tempo di qualificazione. E ‘il sogno di tutti i migliori atleti. Dovremmo permettere questa libertà, garantendo l’equità nello sport”.

Ps, per chiarire la mia posizione: sono di parte, avendo conosciuto Oscar a 17 anni, alla sua prima gara internazionale, ed essendogli amico. Quindi, al di là di tutte le considerazioni oggettive che ho scritto, ce n’è un’altra, meno oggettiva, ma che per me è fondamentale e dalla quale non credo si possa prescindere: Pistorius dà speranze a milioni di persone che spesso l’hanno persa. La foto del profilo di Pistorius di facebook e twitter, da lui scelta, spiega tutto: Oscar che corre con Ellie, una bambina amputata ai  quattro arti. Nel rispetto delle regole, mi basta questo.

Tunisia, la nuova Costituzione abolisce l'uguaglianza tra i sessi

La Stampa

La donna è complementare all'uomo e non più "uguale". Le associazioni femministe: «Un duro colpo alla dignità»


Dopo la rivoluzione in Tunisia governa il partito islamista Ennahda

Tunisia

La donna è "complementare" all'uomo e non più "uguale":  è subito polemica in Tunisia, con le associazioni di donne sul piede di guerra, per un articolo della nuova Costituzione, approvato da una commissione dell'Assemblea costituente. L'Assemblea intende «sopprimere il principio di uguaglianza dei sessi e rifiuta totalmente i diritti delle donne, inferendo loro un duro colpo alla dignità e alla loro cittadinanza», affermano organizzazioni come Amnesty International e l'Associazione tunisina delle donne democratiche. Il testo è stato adottato mercoledì scorso dalla commissione diritti e libertà, grazie ai voti dei deputati di Ennahda, partito islamista che domina la coalizione al potere. L'articolo stabilisce che «lo Stato assicura la protezione dei diritti della donna, sotto il principio della complementarita' con l'uomo in seno alla famiglia, e in qualità di associata all'uomo nello sviluppo della Patria». La nuova Costituzione, una volta finita la stesura, dovrà essere approvata dal Parlamento in seduta plenaria.

Il proclama mortale

La Stampa

yoany


CatturaSei anni. Sono accadute tante cose in così poco tempo. Il “Proclama del Comandante in Capo al popolo di Cuba” citava sette nomi, ma soltanto tre sono ancora al loro posto. Come se il testo non avesse rappresentato solo la notizia della malattia di Fidel Castro ma anche una sorta di maledizione lanciata sulle persone menzionate. José Ramón Balaguer, designato dal Presidente convalescente per dirigere il Programma Nazionale e Internazionale di Salute Pubblica, a metà del 2010 ha lasciato quel ministero.

Di fronte alla morte di decine di pazienti per fame e freddo nell’Ospedale Psichiatrico dell’Avana, l’insostituibile funzionario è stato trasferito a un altro incarico, forse per evitare che finisse davanti a un tribunale. Un altro dei menzionati, Carlos Lage, ha perso clamorosamente la sua posizione come Segretario del Comitato Esecutivo del Consiglio dei Ministri. Considerato da molti analisti come il possibile successore al “trono cubano”, il suo allontanamento è stato un duro colpo per coloro che scommettevano su una linea riformista all’interno dello stesso governo.

E che dire di Felipe Pérez Roque? Quel proclama - letto diverse volte durante la notte del 31 luglio 2006 - gli affidava il compito di amministrare i fondi dei programmi relativi a salute, educazione ed energia. Erano trascorsi appena venti mesi che già veniva accusato di essersi fatto ammaliare dal “miele del potere”. L’esorcismo del Proclama stava ottenendo il suo effetto contrario: invece di avallare l’ascesa, certificava la caduta.

Lo stesso dito che aveva indicato quegli uomini come fedeli continuatori della sua opera, in un secondo tempo li mostrava come traditori. La vecchia massima secondo cui la vicinanza al potere è tanto proficua quanto pericolosa, veniva esemplificata in un breve spazio di tempo. Venne sostituito anche un altro dei personaggi menzionati, Francisco Soberón, Presidente della Banca Centrale; uscito dalla porta posteriore, alcuni dicono per scrivere le sue memorie, altri per evitare una castigo pubblico.

Tra le persone citate in quel testo premonitore soltanto tre nomi continuano a essere ancora intoccabili. Uno di loro è José Ramón Machado Ventura, che è diventato addirittura il numero due del regime. Neppure Esteban Lazo è stato esautorato, perché ha appreso bene la lezione di non brillare mai di luce propria. E il terzo dei “sopravvissuti” è lo stesso Raúl Castro. Principale beneficiario del “proclama-testamento”, l’ex Ministro delle Forze Armate è stato anche il più maledetto dal suo contenuto.

Infatti sul suo conto finiranno non solo le sue colpe ma anche quelle ereditate dal fratello: le riforme tardive, i licenziamenti di massa, il marabú (pianta infestante, ndt) che continua a prosperare lungo le strade, i tagli ai prodotti di prima necessità, il maledetto bicchiere di latte che non si materializza sulle nostre tavole e un elenco interminabile di altre cose. Uno di questi giorni non mi meraviglierebbe ascoltare un nuovo proclama, in cui il Generale Presidente deleghi i suoi poteri a qualcuno che porta il suo stesso cognome. Il prossimo presidente maledetto della storia nazionale.



Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Sbarco su Marte, con sette minuti di terrore

La Stampa

Domani mattina il rover Curiosity si poserà sul Pianeta Rosso: sarà la manovra d’atterraggio più complessa mai sperimentata


La sonda della NASA con a bordo il rover curiosity entra nell'orbita marziana: in questa fase tocca una velocità massima di 20 mila chilometri l'ora

 

PAOLO MASTROLILLI
inviato a new york

Stavolta andiamo a cercare la vita. Non i marziani o gli omini verdi, e neppure le forme microbiche, perché non abbiamo ancora gli strumenti adatti per analizzarle. Però le condizioni di vità sì: la prova, in sostanza, che su Marte è potuta esistere qualche entità vivente. Dopo i «sette minuti di terrore», come la Nasa ha definito l’atterraggio del rover Curiosity sul Piantea Rosso, previsto lunedì mattina, questa sarà la missione. In attesa che gli uomini, secondo le previsioni del direttore dell’agenzia spaziale americana, Charles Bolden, riescano a metterci piede tra un paio di decenni. Il viaggio del Mars Science Laboratory, costato 2,5 miliardi di dollari, era cominciato il 26 novembre 2011 da Cape Canaveral. Dopo aver percorso 567 milioni di chilometri, arriverà su Marte all’1,17 di lunedì mattina, minuto più, minuto meno.

La Nasa ha definito l’atterraggio come i «sette minuti di terrore», perché sarà la manovra più ardita e difficile mai tentata sul Pianeta Rosso. La sonda entrerà nell’atmosfera ad una velocità di 13.200 miglia orarie, circa 5.900 metri al secondo, protetta da due scudi per evitare che si disintegri. A quel punto si aprirà un paracadute supersonico, che dovrà rallentarla. Se tutto funzionerà, gli scudi si separeranno, consentendo l’uscita della «Sky crane». Una gru stellare, in altre parole, che avrà il compito di poggiare sulla superficie Curiosity, e poi allontanarsi grazie ai suoi razzi. Una persona normale fatica anche ad immaginare un’operazione del genere, condotta a 500 milioni di km di distanza, figuriamoci a farla.

La Nasa, però, ha scelto questo azzardo, perché vuole informazioni più precise di quelle che in passato aveva ottenuto con missioni tipo il mitico Pathfinder o la coppia gemella Spirit e Opportunity. Tanto per cominciare, Curiosity è parecchio più grande dei suoi predecessori: tre metri di lunghezza, per 900 chili di peso. Un po’ come posare una Cinquecento su Marte. Poi la zona di atterraggio è molto più ambiziosa, e questo dovrebbe fare la differenza rispetto al passato. In precedenza, per non correre rischi, la Nasa aveva fatto scendere i suoi rover in luoghi del pianeta abbastanza piatti e lisci. Era la soluzione più logica e facile, ma anche meno interessante, perché queste sono aree che contengono meno informazioni scientifiche. Curiosity invece atterra nel mezzo del Gale Crater, in una zona lunga 20 km per sette, ad un passo dal Mount Sharp.

Si tratta di una regione che ha vissuto fenomeni di erosione molto significativi, e le osservazioni fatte dalle missioni orbitanti hanno notato la presenza di minerali che si sono formati in presenza di acqua. Gli strati geologici di questa zona sono una specie di libro che racconta la storia di Marte, e Curiosity cercherà di leggerlo con i suoi strumenti, per dirci se sul pianeta c’erano le condizioni per la vita. La presenza potenziale di materia organica. «Trovarla - ha spiegato Matt Golombek del Mars Exploration Program - non è facile. E resterebbe comunque il dubbio se questa materia ha origine biologica o no. Così, però, si cerca di rispondere alle nostre domande fondamentali: siamo soli nell’universo? La vita si sviluppa ovunque sia presente acqua in forma liquida? Oppure è necessario un atto divino, un incidente che accade una volta su un trilione di casi?

C’è stata una seconda Genesi, o noi siamo stati incredibilmente fortunati?». I primi segnali di Curiosity dovrebbero arrivare 14 minuti dopo l’atterraggio, e le prime immagini già lunedì. Poi, se tutto va bene, cominceranno due anni di studio. L’atterraggio arriva qualche giorno dopo l’annuncio che la Cina vuole arrivare sulla Luna l’anno prossimo, a cui Bolden ha risposto rilanciando gli obiettivi della Nasa: mandare un uomo sopra un asteroide entro il 2025, e poi su Marte negli anni Trenta. «Sul piano tecnologico e militare - spiega Jim Lewis, direttore del Technology and Public Policy Program al Center for Strategic and International Studies di Washington - questa corsa allo spazio vuol dire poco. Tutto quello che ci serve per la difesa possiamo realizzarlo con altri mezzi. Questa è politica. Anzi, di più: è l’aspirazione della nostra natura a conoscere. Se l’avessimo persa, però, mi comincerei a preoccupare».


Basta con la ferraglia. Ora mandiamoci un uomo

GIOVANNI BIGNAMI


Abbiamo quasi perso il conto di quante missioni il pianeta Terra ha inviato verso il pianeta Marte. Forse una quarantina, tra russe, americane, europee e giapponesi. Circa la metà sono fallite, con un tasso di fallimento che diminuisce poco nel tempo. Meno della metà di quelle coronate da successo ha avuto una fase più o meno fortunata di «ammartaggio». A partire dal primo, quello russo del 1971, sul suolo marziano sono poi finiti quasi una decina di tonnellate di oggetti terrestri (e speriamo che tutti fossero sterili, ma temiamo di no). Adesso per la Nasa arriva Curiosity, la più ambiziosa, con un rover da quasi una tonnellata: grande, appunto, come una Land Rover, per un costo di almeno due miliardi e mezzo.

Tutti si aspettano grandi cose da Curiosity, ma la Nasa mette le mani avanti: non ha a bordo strumenti capaci di cercare la vita su Marte, solo di capire se ci potrebbe essere. E qui c’è il buco, grande come una casa, del programma di esplorazione robotica planetaria Nasa: ma perché, dai tempi dei due gloriosi Viking voluti da Carl Segan nel 1977-1978, non si è più tentato un vero esperimento di ricerca della vita? E’ la domanda che si pongono molti astrobiologi al mondo. E nessuno, compresa la Nasa, ha saputo dare una risposta convincente. E’ troppo difficile cercare la vita in modo «remoto», con un robot sulla superficie? Carl Sagan almeno ci tentava, sfiorando il ridicolo quando, semiserio, disse che sui Viking avrebbero dovuto mettere un faro: forse la fauna marziana era notturna.

Per peggiorare le cose, la Nasa ha mollato Exomars, il prossimo robot per Marte, ora in costruzione tra Esa e Russia. Mossa difficile da capire, tenuto conto che Exomars, almeno sulla carta, ha le migliori possibilità dai Viking ad oggi di trovare vita: andrà a cercarla sottoterra, dove forse è nascosta, al sicuro dalle radiazioni e dagli estremi climatici della superficie. Che cosa ha in mente, allora, la Nasa? Dopo il ciclone Bush e le sue sparate sul ritorno umano alla Luna, ora scomparse, Obama (qui per altri quattro anni, pare) dice alla Nasa di pensare in modo serio al ritorno dell’uomo nello spazio. Ma alla grande: lasciamo ai cosiddetti «privati» di giocare con quel costoso giocattolo che è la Stazione spaziale internazionale, almeno ancora per qualche anno. E per quanto riguarda l’esplorazione robotica del sistema solare, certo, andiamo avanti. Ma il grosso dei soldi andranno al ritorno dell’uomo americano nello spazio profondo.

Per la Luna, lasciamo fare ai cinesi: abbiamo già dato. La Casa Bianca sa che, nello spazio, «no astronauts, no party». Ma non sulla Stazione spaziale, logorata da anni di vita e centinaia di astronauti, tutti a fare più o meno la stessa cosa. Bisogna far sognare il «taxpayer», il contribuente. L’idea di una missione umana, a un asteroide prima e a Marte dopo, quella sì fa sognare, molto più del 50° pezzo di ferro buttato su Marte. Per andare con un equipaggio su Marte, e riportarlo a Terra possibilmente vivo, ci vuole una nuova propulsione, cioè quella nucleare. E’ su questo che la Nasa sta lavorando? Chissà. Certo lo sviluppo tecnologico per una missione umana di spazio profondo sarebbe veramente innovativo, e tale da assicurare un altissimo ritorno economico al pur grande investimento iniziale. Questo, in realtà, è quello che conta, e alla Nasa lo sanno benissimo. E’ questo il vero risultato di una missione umana su Marte, più importante persino di un eventuale sasso con pesce fossile trovato dallo sguardo attento di un astronauta.

Dai vietcong all'orgoglio gay Nuova stagione in Vietnam

Corriere della sera

Oggi parata omosessuale ad Hanoi. E si parla di unioni legali Gli organizzatori della parata esultano: «Svolta storica»

Cattura
HANOI - Quando si è accorta che neppure chiudendo Chi in stanza aveva avuto ragione di una figlia che si ostinava ad amare le donne, la mamma l'ha minacciata: «Torna in te o mi ammazzo». I volontari del consultorio Lanh Tam invece hanno raccolto il pentimento di un padre che, per «guarire» la figlia omosessuale, l'ha addormentata con un sonnifero e ha lasciato che lo spasimante respinto, «un bravo ragazzo», consumasse un rapporto salvifico. Sono i morsi feroci della famiglia vietnamita, l'effetto combinato di tradizione e confucianesimo, più il conformismo di un Paese che, specie al Nord, conserva rigidità tardo-rivoluzionarie. Eppure oggi affiora l'indicibile di ieri, e anche il Vietnam comunista, che punisce il dissenso, conosce il suo primo Gay Pride.

L'orgoglio omosessuale si è dato due mezze giornate di dibattito. Stamattina, infine, biciclettata con palloncini e bandierine dallo stadio di Hanoi. Si partecipa «a proprio rischio e pericolo». Normalmente le manifestazioni non ufficiali non sono tollerate ma il clima - appunto - sta gradualmente mutando. Il programma del Viet Pride 2012 è nato da trattative con le autorità, ci sono poi il sostegno decisivo delle ambasciate svedese e canadese e dell'Onu, e l'ospitalità del Goethe Institute. Gli organizzatori esultano: «Il Viet Pride è una svolta storica». Ecco perché a nessuno importa che i partecipanti siano fra 100 e 200, senza l'apparato ludico-spettacolare del giugno 2009, quando fu la Cina continentale ad assistere a Shanghai al suo primo Gay Pride. E gelosie tra i diversi gruppi hanno contribuito a privilegiare nella scelta dei film e dei contenuti la situazione delle lesbiche: «Omosex e donne, soffrono una doppia discriminazione».

Toni pacati, bandiere arcobaleno giusto il necessario, braccialetti indossati quietamente. Cautela, anche se a fine luglio il ministro della Giustizia, Ha Hung Cuong, ha annunciato che nel 2013 il Parlamento potrebbe discutere l'introduzione delle unioni tra persone dello stesso sesso. «Una buona cosa», commenta al Corriere Nguyen Thanh Tam, direttrice del programma. «Merito pure nostro se nel Partito matura una certa sensibilità. Comunque sarebbe preferibile parlare sempre di unioni e non di matrimonio, un termine che tocca troppe suscettibilità, anche religiose».

Il disprezzo resta e chiama i gay «pê dê» o «bóng», però il nodo è la famiglia. La signora Nguyen Van Anh della ong Csaga prova a rovesciare l'etica confuciana: «I figli sono l'orgoglio dei genitori? Dunque più coraggio: il posto più sicuro per proteggerli dev'essere la famiglia». È qui che confessare la verità è più duro. «Nelle università va meglio», ammette Huynh Minh Thao, studente. Sul posto di lavoro niente: «Di me - confida una trentaduenne che si presenta come Soc, scoiattolo - non sa niente nessuno. E ci sono le pressioni delle autorità. Quando con altre compagne abbiamo provato a registrare un'attività abbiamo avuto mille problemi». Giurista, è certa che «la legge non passerà mai».

Nessuno azzarda stime sull'entità della comunità gay vietnamita. Ad Hanoi prevale il paradigma dell'invisibilità, a Ho Chi Minh City (sud) meno, e gli scambi con gli omosessuali più anziani, che magari hanno davvero sperimentato vere persecuzioni, «sono inesistenti». Il Partito non incombe quanto - rieccoci... - i legami familiari. Nguyen Thu Thuy Le, che ha condotto una ricerca con la ong iSee, spiega al Corriere che genitori giovani accettano meglio i figli omosessuali, «anche se in Occidente l'elemento base della società è l'individuo, da noi la famiglia. Però in pochissimi anni le cose sono cambiate parecchio». Si piange in sala per The Truth About Jane , film tv Usa del 2000 su un'adolescente lesbica. «Mi riconosco in tante scene», dice Soc. Storia didascalica, melensa. «Sì lo so - fa Tam - ma la vita è così dura... A noi piace il lieto fine».


Marco Del Corona
@marcodelcoronaleviedellasia.corriere.it5 agosto 2012 | 10:10

Conto alla rovescia per discesa di Curiosity su Marte

Corriere della sera
Dal nostro inviato Giovanni Caprara


PASADENA – «Sarà come entrare nella cruna di un ago dopo aver viaggiato nello spazio per 567 milioni di chilometri sbarcando in un rettangolo lungo 20 chilometri e largo sette. Prima era un po’ più grande ora lo abbiamo ristretto». Con la freddezza del tecnico Steve Sell spiega l’impresa che lunedì mattina alle 7.31, ora italiana, il rover Curiosity della Nasa tenterà su Marte. Grande come un Suv, appoggerà le sei ruote a ridosso di una montagna che sorge al centro del cratere Gale largo 150 chilometri, poco più a sud dell’Equatore e scavato dalla caduta di un asteroide tre miliardi di anni fa. Il luogo, nel quale ora è inverno inoltrato con temperature minime di 133 gradi sotto zero, è stato scelto perché potrebbe nascondere le tracce chimiche e minerali di una vita passata sul Pianeta Rosso.

La traiettoria dello sbarco di La traiettoria dello sbarco di

LO SBARCO - Ma prima Curiosity, il cui vero nome è Mar Science Laboratory, con i suoi dieci strumenti di indagine deve arrivare. E quanto sia complicato lo dice il titolo di un video diffuso dalla Nasa: «Sette minuti di terrore» spiegando che cosa deve fare, tutto da solo, il robot cosmico dal momento in cui si tuffa nell’atmosfera marziana a 130 chilometri d’altezza fino al momento in cui si adagia al suolo. «È la prima volta che tentiamo uno sbarco del genere – spiega Steve Sell, che guida le operazioni - ma siamo stati costretti ad inventarlo perché il rover è molto grande e pesante ed inoltre perché dovevamo portarlo in un punto preciso; cosa che non sarebbe stata possibile con il vecchio sistema degli air-bag che rimbalzavano e rotolavano a lungo prima di fermarsi». Per la prima volta un veicolo marziano effettuerà un tuffo governato correggendo con i suoi razzi di bordo eventuali variazioni della traiettoria per poter raggiungere in modo preciso l’obiettivo.

In pratica, dopo aver rallentato con lo scudotermico (che diventerà rovente: 2100 gradi centigradi) e con il più grande paracadute realizzato per lo spazio (16 metri di diametro) aprendolo a 11 chilometri d’altezza, ad un chilometro e mezzo d’altezza otto razzi soffiando verso la superficie freneranno drasticamente il veicolo fino a 20 metri di quota. Qui, fermo nell’aria come un elicottero, dal veicolo-madre scenderà Curiosity appeso a tre cavi di nylon, appoggiandolo dolcemente al suolo. Quando lo toccherà, un bullone esplosivo taglierà i cavi e il veicolo-madre volerà via lontano per non disturbare il lavoro del prezioso rover costato due miliardi e mezzo di dollari. E tutto accadrà al comando dei computer di bordo (ce ne sono due e uno è di riserva). Ci potrà essere qualche minima variazione di tempo sulle operazioni perché il robot dovrà tener conto delle condizioni atmosferiche che incontra adattandovisi.

Ecco come è composto Ecco come è composto

LA TRASMISSIONE - C’è qualche incertezza per il segnale che Curiosity trasmetterà una volta giunto al suolo per confermare il buon esito delle rischiose operazioni. Quando accadrà Marte è appena sorto rispetto alla Terra e dunque è difficile poter avere un segnale che direttamente giunge alle antenne del Jet Propulsion Laboratory che da Pasadena governa la spedizione. Quindi dovrà essere raccolto da una delle tre sonde che orbitano intorno al Pianeta Rosso. La più vicina al momento fatico sarà Mars Reconaissance Orbiter e dovrebbe essere in grado di ascoltare. Poco dopo anche Mars Odissey, pur sfrecciando su un‘orbita più lontana, «vede» Curiosity.

Con tempi diversi sarà infine disponbile anche MarsExpress dell’Agenzia spaziale europea Esa. «Ma questa sarà solo di riserva», precisa Steve Sell. «Quindi il famoso segnale di conferma potrebbe tardare ad essere ricevuto anche di qualche ora», aggiunge. Se ogni cosa andrà bene, comunque, questo entrerà nei computer del Jpl solo 14 minuti dopo lo sbarco perché tanto impiega a percorrere i 258 milioni di chilometri la distanza Marte-Terra. Tre antenne situate a Goldstone (Usa), in Spagna e in Australia, garantiranno le comunicazioni in continuazione mentre la Terra ruota. «Ci sono nubi di ghiaccio d’acqua a nord e una tempesta di sabbia più a sud – dice Ashwin Vasavada, scienziato del team di ricerca - ma non dovrebbero coinvolgere il luogo dello sbarco».

«Volare su Marte è sempre stato un’ardua sfida – ricorda prudente Dough McCuistion, direttore del programma di esplorazione marziana alla Nasa – oltre la metà delle sonde lanciate non è mai arrivata». Sarà uno spettacolo da brivido: per questo verrà anche trasmesso in diretta su un grande schermo a Time Square nel cuore di New York. E qui a Pasadena, nel vecchio centro della piccola cittadina dove è nata e cresciuta l’esplorazione spaziale americana, sabato e domenica sono giorni animati dalla Planetfest con gli scienziati che raccontano le meraviglie dei pianeti sui quali portano i nostri occhi e la nostra fantasia.

5 agosto 2012 | 9:22