lunedì 6 agosto 2012

Texas, prevista nelle prossime ore l'esecuzione di un disabile mentale. La denuncia di Amnesty

Corriere della sera

Confermata la condanna, nonostante Marvin Wilson abbia il QI di un bimbo. Vani gli appelli e i ricorsi degli avvocati
La scheda di Marvin Lee Wilson (Ansa)
La scheda di Marvin Lee Wilson (Ansa)


Condannato a morte. Anche se ha l'intelligenza di un bambino. Se il governatore del Texas non accoglierà la richiesta di commutazione della condanna a morte, sollecitata da Amnesty International, martedì avrà luogo l'esecuzione di Marvin Wilson, afroamericano, 54 anni, affetto da «ritardo mentale». La condanna a morte verrà eseguita tramite iniezione letale. Si tratta di un caso che sta facendo discutere molto gli americani ma che ha destato indignazione anche in Europa. Wilson è stato giudicato colpevole per l'omicidio di un informatore della polizia, Jerry Williams, che pochi giorni prima lo aveva denunciato come spacciatore. Lui non ha mai negato di aver venduto droga, ma si dice innocente dell' omicidio, per cui anche un altro uomo, Terry Lewis, è stato condannato all'ergastolo.

LA LEGGE - Dieci anni fa, con la sentenza Atkins v. Virginia, la Corte suprema federale proibì l'esecuzione di persone con «ritardo mentale», lasciando tuttavia che fossero i singoli stati a stabilire il modo con cui rispettare tale divieto. Gli avvocati di Wilson hanno per due volte fatto ricorso alle corti statali e federali per chiedere l'applicazione della sentenza Atkins al loro assistito. Gli appelli sono stati respinti, nonostante un neuropsichiatra con 22 anni di esperienza alle spalle, nominato da una corte, avesse confermato il ritardo mentale di Wilson. Ora la Corte suprema federale è stata sollecitata a esaminare il caso.

UN QUOZIENTE DI 61 - Wilson è cresciuto in estrema povertà, facendo fatica a compiere gesti semplici come allacciarsi le scarpe, contare il denaro, falciare il prato. Ha frequentato scuole speciali, dove comunque ha ottenuto risultati mediocri. Da adulto ha iniziato a mantenersi facendo qualche lavoretto manuale e ha avuto un figlio con una convivente. «Non riuscivo a credere che anche dopo la nascita del figlio continuava a succhiarsi il pollice», ha raccontato sua sorella Kim, citata dall'Huffington Post. I numerosi appelli da parte di associazioni per la difesa dei diritti umani, associazioni legali e anche di un senatore del Texas sottolineano che in un esame per determinare il

quoziente intellettivo (QI) a cui è stato sottoposto nel 2004 Wilson ha ottenuto appena 61 punti. Finora tutti i tentativi di salvargli la vita hanno fallito, ma il suo avvocato non getta la spugna e ha presentato ricorso alla Corte Suprema e ha chiesto una sospensione della pena al governatore del Texas Rick Perry, già candidato repubblicano alla Casa Bianca, che però in passato ha posto il veto ad un progetto di legge bipartisan per mettere al bando nello stato le esecuzioni di condannati con ritardi mentali.

IL TEXAS E LA CONDANNA A MORTE - In Texas la pena di morte per iniezione letale viene praticata dal 1982. L'anno scorso negli Usa sono state giustiziate 43 persone, di cui il 30% proprio in Texas che si conferma essere lo stato più «forcaiolo» degli Stati Uniti.

Marta Serafini
6 agosto 2012 | 17:38

L'avvocato con lo spot: ora la pubblicità per conquistare i clienti

Corriere della sera

Con la riforma delle professioni ci sarà la concorrenza sulle tariffe

Avvocati nel cinema: Danny De Vito e Matt Demon in «L'uomo della pioggia»Avvocati nel cinema: Danny De Vito e Matt Demon in «L'uomo della pioggia»

La pubblicità sarà anche l'anima del commercio ma con le professioni ordinistiche non ha mai avuto un buon rapporto. Adesso, con l'approvazione della riforma delle professioni, la questione si ripropone: il testo chiede che la pubblicità informativa venga «consentita con ogni mezzo e abbia ad oggetto, oltre all'attività professionale esercitata, i titoli e le specializzazioni del professionista, l'organizzazione dello studio e i compensi praticati». Questa chiara presa di posizione ha definitivamente sdoganato la pubblicità presso il mondo professionale. In realtà già altri testi normativi avevano aperto le porte al messaggio commerciale ma in molti casi gli Ordini guardavano con diffidenza queste iniziative. Non sono stati pochi, in questi anni, i casi di provvedimenti disciplinari verso professionisti che si erano lasciati andare a spot un po' più arditi o «creativi»
.
LA PUBBLICITA' PERFETTA - Insomma finora in Italia non abbiamo assistito di frequente a inserzioni pubblicitarie, spot o passaggi radiofonici che decantassero le abilità o i costi stracciati di un notaio, un commercialista o un ingegnere. In realtà esistono già studi professionali che appartengono all'Associazione low cost che fa dei prezzi competitivi il suo cavallo di battaglia; ce ne sono altri che hanno tentato qualche timido approccio alla cartellonistica ma si tratta di casi sparuti, nulla a che vedere con le grandi campagne promozionali a cui si assiste nei paesi anglosassoni.

Inutile nascondere però che nelle intenzioni del nuovo testo c'è la volontà di vivacizzare la concorrenza tra i professionisti che si confrontano sul mercato evitando accordi di cartello. Per questo la riforma potrebbe cambiare radicalmente lo scenario e anche categorie tradizionalmente contrarie alla pratica commerciale (notai su tutti) adesso sembrano ben disposte anche perché il testo raccomanda che la pubblicità informativa deve essere funzionale all'oggetto (niente prendi due e paghi uno), non deve violare l'obbligo del segreto professionale, non deve essere equivoca, ingannevole o denigratoria.

PRECEDENTE - Proprio questo è uno dei passaggi più delicati, perché la pubblicità comparativa è quanto di più irritante esista nel mondo professionale. Esiste già un precedente eclatante in tal senso: nel 2008 divenne possibile effettuare cessioni di quote di società a responsabilità anche presso i commercialisti e non più soltanto presso gli studi dei notai. Questi ultimi pensarono a una reazione mediatica e il mezzo fu una pubblicità con questo slogan «Con il notaio più sicurezza meno costi; senza il notaio più costi meno sicurezza». La reazione non si fece attendere: i commercialisti si sentirono chiamati in causa e fecero ricorso all'Antitrust che, in un primo momento, chiuse il procedimento senza sanzioni.

I commercialisti fecero poi ricorso al Tar, il tribunale amministrativo regionale, che multò di 5 mila euro i notai. Uno scontro all'arma bianca che poi sfociò in una pace diplomatica sancita da Claudio Siciliotti (presidente dei commercialisti) e Giancarlo Laurini (presidente dei notai). Un caso emblematico di quanto la pubblicità possa trasformarsi in un terreno esplosivo quando viene utilizzata dal mondo professionale. Però adesso che il via libera è definitivo, vedremo se si scatenerà la corsa alle proposte competitive stravolgendo un approccio culturale fatto di diffidenza e litigiosità. Non a caso sono in tanti a prevedere che l'aumento delle pubblicità sarà proporzionale a quello delle controversie. E chissà che magari anche gli utenti non traggano beneficio da un mercato, magari più litigioso ma più fluido e conveniente.

Isidoro Trovato
6 agosto 2012 | 8:29

Costume “molto intero” in una piscina pubblica: la mia prima volta in Burkini

Corriere della sera
di Sumaya Abdel Qader

CatturaCaldo estivo. Voglia di mare, voglia di piscina, insomma voglia di buttarsi in fresche acque! Guardo nel mio cassetto: il mio costume è li da un anno che aspetta di essere usato, ma non ho il coraggio di tirarlo fuori. E’ mesi che le mie amiche mi invitano in piscina ma io tentenno. Non ho paura dell’acqua, anzi. Nuoto discretamente e faccio bei tuffi. Ma… Come si può entrare in una piscina senza spogliarsi? Ebbene, da musulmana che ha scelto di indossare l’Hijab, il senso del pudore ha un valore differente e scoprire il proprio corpo non fa parte della promessa di modestia e devozione fatta a Dio. Che fare? Rinunciare alla piscina? O al mare? O aspettare le vacanze nel paese d’origine per usufruire delle piscine per sole donne? Niente affatto.

Una soluzione ci arriva dalla lontana Australia. Una giovane stilista musulmana disegna costumi interi, ma interi nel vero senso della parola, e offre alle donne musulmane l’opportunità di entrare in acqua senza porsi il problema dello svelamento del proprio corpo. Cercando su internet, un anno fa, anche io decido di prenderne uno. Ma non l’ho mai usato, fino a pochi giorni fa. Perché? Forse per paura di essere rifiutata? Per paura che non venisse compreso il senso di quel costume? Forse anche per i soliti sguardi diffidenti delle persone che non sempre si ha voglia di affrontare?

Sta di fatto che grazie alle mie amiche sono riuscita a decidermi, prendere coraggio e indossare il mio costume, da alcuni ribattezzato Burkini.
Ci organizziamo una domenica mattina per andare in un parco acquatico in provincia di Milano con i rispettivi figli. Entriamo nel Parco e la mia emozione sale alle stelle.
Era moltissimo tempo che non frequentavo una piscina in Italia, da quando a 14 anni ho indossato il Hijab.
Arriviamo agli spogliatoi. Tentenno ancora un po’, ma le miei amiche mi spingono dentro la cabina e mi dicono che mi avrebbero atteso alle sdraio. I loro occhi sono curiosi, non hanno mai visto il mio costume.
Esco dalla cabina…una leggera sensazione di capogiro mi pervade, credo per l’emozione.
Vado incontro alle mie amiche S. e A. che, con due battutitine per sdrammatizzare la mia tensione, mi ribattezzano Puffetta (per via del colore azzurro e blu che ricorda i puffi e la cuffietta integrata al costume). Ci metto un po’ prima di entrare in acqua. Passeggio a bordo piscina, in giro centinaia di bambini scatenati, rincorsi da mamme, educatrici dei centri estivi o bagnini sull’orlo della crisi di nervi.
Ad un certo punto proprio un bagnino mi fissa. Nella mia testa penso: ecco adesso me ne dice quattro e mi caccia.
Invece si rigira dall’altra parte come se nulla fosse, mi ignora! Allora entro in acqua, ma ancora aspetto il fischio del bagnino che mi richiami e mi dica che non si può entrare vestiti così…ma nulla. Nella mia testa abituata alle intolleranze e discriminazioni risuona strano l’atteggiamento di comprensione ed apertura che mi circonda… Nessuno mi riprende, nessuno mi fissa male, nessuno fa battute strane… . Vengo fermata solo da due donne.
La prima una donna egiziana che dopo avermi girato intorno per mezzora si avvicina e mi chiede: “Sei araba?” “Sono di origine palestinese” “Dove hai preso quel costume? Anche io ne vorrei uno!”
S. e A., che assistono alla scena mi guardano sorridendo. Rispondo alla signora indicandole il sito dalla quale avevo preso il mio Burkini. Mi giro verso le mie amiche che scoppiano a ridere e mi dicono: “Male che vada puoi metterti a vendere costumi islamici!”. La seconda e ultima persona che mi ferma per chiedermi qualcosa sul mio costume è una signora italiana, sulla quarantina, che mi chiede cosa indossassi. Le spiego tutto. Mi dice che anche lei vorrebbe qualcosa di simile perché è molto sensibile al sole e quindi non riesce mai a mettersi in costume.
La mia giornata in Burkini procede serena e all’insegna del divertimento con le mie amiche e i nostri figli. Tutto qui.
In Italia, a Milano, le novità dunque non sempre sono rigettate, ma anzi, spesso sono rispettate. Alla faccia di chi dice che siamo in un Paese intollerante!

Una spedizione supertecnologica sbarcherà sull'isola del tesoro

Corriere della sera

Sull'isola del Cocco andrà alla ricerca del famoso «tesoro di Lima» che ispirò il romanzo di Robert Louis Stevenson

Un quadro che rappresenta lo sbarco di una nave sull'isola di  CoccoUn quadro che rappresenta lo sbarco di una nave sull'isola di Cocco

MILANO - Una spedizione supertecnologica per scovare il leggendario «tesoro di Lima». Dopo oltre 25 anni, per la prima volta un gruppo di esploratori internazionali, guidati dall'ingegnere britannico Shaun Whitehead, sbarcherà il prossimo novembre sull'isola del Cocco, territorio che appartiene alla Costa Rica e dichiarato nel 1997 patrimonio dell'Umanità dall'Unesco. I ricercatori si metteranno sulle tracce di un mitico tesoro perduto che sarebbe stato nascosto sull’isola dal capitano inglese William Thompson nel 1820 e che varrebbe oltre 200 milioni di euro.

Oltre a cercare queste straordinarie ricchezze che secondo alcuni esperti avrebbero ispirato il celebre libro di Robert Louis Stevenson «L'isola del tesoro», e che nel corso degli ultimi secoli avrebbero attirato sull'isola famosi personaggi come il futuro presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, Sir Malcolm Campbell e l'attore Errol Flynn, gli esploratori condurranno anche ricerche sulle biodiversità presenti su quest'isola disabitata, definita dagli scienziati «la Galapagos costaricana»

LA LEGGENDA - La leggenda narra che il tesoro, accumulato dalla autorità spagnole a Lima, sarebbe stato affidato dal Viceré iberico José de la Serna al capitano William Thompson con il compito di trasportarlo a Città del Messico. Ma durante la traversata Thompson, assieme al suo equipaggio, avrebbe ucciso i sei uomini del Viceré presenti sull'imbarcazione e si sarebbe diretto verso l'isola del Cocco. Qui avrebbe nascosto il tesoro e pochi giorni dopo, mentre cercava di tornare in Sudamerica, sarebbe stato acciuffato dalla marina spagnola e condannato a morte per pirateria.

Il capitano riuscì a sfuggire ai suoi carcerieri, promettendo di indicare il luogo esatto in cui aveva nascosto le ricchezze. Tuttavia non recuperò mai il tesoro. Un inventario originale afferma che questo conterrebbe 113 statue religiose d'oro, 200 casse di gioielli, 273 spade con impugnatura in oro, 1000 diamanti, diverse corone in oro massiccio e centinaia di lingotti in oro e argento. Diversi studiosi, negli ultimi due secoli, hanno tentato di rintracciare il tesoro, ma non sono mai riusciti nell'impresa. L'esploratore tedesco August Gissler, nel secolo scorso, visse sull'isola ben 19 anni, ma alla fine tornò a casa con sole 6 monete d'argento

TECNOLOGIE - I mezzi usati per questa nuova spedizione saranno supertecnologici. I 15 ricercatori avranno a disposizione un mini-elicottero senza pilota, dotato di telecamere speciali, che esplorerà ogni angolo dell'isola. Un robot-serpente penetrerà nel terreno e avrà il compito di scovare eventuali grotte nascoste. Inoltre uno speciale trapano, sul quale sarà applicata una telecamera, avrà il compito di scavare fino a 40 metri sottoterra e filmare le viscere dell'isola. L'esploratore Shaun Whitehead dichiara che le ricerche saranno portate a termine con grande scrupolosità: «Considerata la quantità di tesoro e soprattutto il suo enorme peso i pirati l'avranno nascosto non lontano dalla costa - dichiara al Daily Telegraph - La leggenda ci suggerisce che si trova in una grotta.

Possiamo escludere a priori i luoghi come le spiagge dove in passato hanno cercato e scavato altri esploratori. Se si trova in una grotta, questa sarà stata nascosta da una delle tante frane che si sono verificate sull'isola nel corso del tempo». Nel team dei ricercatori ci sono anche professori dell'Università della Costa Rica e dell'istituto di storia naturale tedesco Senckenberg: «A differenza dei viaggi precedenti non stiamo andando a scavare grandi buche o a distruggerà l'ecosistema - continua Whitehead - La nostra è un'indagine scientifica. Il vero tesoro dell'isola è la sua bellezza naturale. Se poi vi troveremo queste ricchezze leggendarie, sarà tutto di guadagnato».

Francesco Tortora
6 agosto 2012 | 13:58

Apple svela i suoi segreti«Ecco i modelli mai visti»

Corriere della sera

Dall'iPad all'iPhone, i prototipi in Tribunale: Cupertino vuole 2,5 miliardi di dollari dal gigante coreano

Il modello della Sony (mai realizzato) che secondo Samsung Apple ha usato per progettare l'iPhoneIl modello della Sony (mai realizzato) che secondo Samsung Apple ha usato per progettare l'iPhone

NEW YORK - Il magico «design» dei prodotti Apple che ipnotizza i consumatori hi-tech di mezzo mondo? Nasce su un tavolo da cucina nel quartier generale di Cupertino, attorno al quale i progettisti discutono, scambiandosi idee e disegni dei nuovi apparecchi che sono allo studio. Lo ha raccontato l'altro giorno a giudici e giuria del processo intentato dall'azienda della Silicon Valley contro la coreana Samsung, il designer della Apple Chris Stringer, prima di passare la parola al vicepresidente Phil Schiller. Il quale ha ripercorso le tappe della nascita dell'iPhone e dell'iPad, raccontando dettagli inediti, spiegando il modo di operare del «product team» e fornendo per la prima volta i dati di quanto la società ha speso per pubblicizzare l'iPhone (647 milioni di dollari nei soli Stati Uniti) e l'iPad (457 milioni).

Apple, che ha sempre avuto il culto della segretezza - quasi un ossessione per il fondatore Steve Jobs, arrivato a licenziare i dipendenti sorpresi a non proteggere con un codice di sicurezza i contenuti del loro iPhone - sta mostrando in questi giorni aspetti del suo lavoro e immagini dei prodotti, fin qui protetti da una ferrea regola di riservatezza.

Uno dei progetti di iPad mai realizzato dalla casa di CupertinoUno dei progetti di iPad mai realizzato dalla casa di Cupertino

Quasi uno «choc culturale» per l'azienda e un'esperienza mozzafiato per i ragazzi fanatici del «design» dell'azienda di Steve Jobs, che non hanno creduto ai loro occhi quando Apple ha consegnato al tribunale di San Josè i disegni di ben 100 prototipi inediti dei suoi prodotti più celebri. Tutte le aziende proteggono i loro segreti industriali, ma a Cupertino questo concetto era stato interiorizzato fino al punto di vendere senza imbarazzo, anzi con orgogliosa ironia, delle t-shirt su cui c'era scritto: «Ho visitato il campus della Apple ma questo è tutto quello che posso dire». E senza imbarazzo anni fa Jon Ruinstein, allora vicepresidente responsabile per l'iPod, spiegò: «In azienda siamo divisi per cellule, come le organizzazioni terroriste: ognuno sa solo quello che deve conoscere per il suo lavoro».


Un iPhone e un iPod touch che sono rimasti dei prototipiUn iPhone e un iPod touch che sono rimasti dei prototipi

Ma ora la decisione di trascinare la Samsung in tribunale con l'accusa di aver messo sul mercato prodotti copiati dall'iPhone e dall'iPad costringe la Apple ad aprirsi ad uno scrutinio che certo è poco gradito, ma al quale non può sottrarsi. Sviluppo sgradevole, ma la posta in gioco è alta: il gigante della Silicon Valley, che accusa tra l'altro Samsung di vendere un cellulare - l'F700, copiato dall'iPhone - chiede un risarcimento di 2,5 miliardi di dollari e, se vincerà la causa, probabilmente chiederà la messa al bando di diversi prodotti dell'azienda coreana dal mercato Usa.


In questi giorni i dirigenti del gruppo californiano hanno cercato di limitare i danni rifiutandosi di rispondere a domande come quelle sull'aspetto esteriore dell'iPhone 5 che dovrebbe essere messo sul mercato ad ottobre. Per il resto, però, non hanno mancato di fornire un gran numero di dettagli inediti che dovrebbero servire a sostenere la tesi del plagio di cui si sarebbe reso responsabile il gigante coreano dell'elettronica. Uno scontro durissimo nel quale Samsung è stata addirittura accusata di aver cercato di corrompere il tribunale.

La società asiatica ha reagito con una controdenuncia nella quale accusa Apple di aver copiato l'iPhone da Jony, un progetto della Sony rimasto sulla carta. Una vicenda che ha provocato anche un duro scontro tra l'azienda e il giudice Koh, che aveva vietato alla Samsung di esibire in aula i disegni del Jony. Gli avvocati dell'azienda sotto processo non li hanno presentati in tribunale, ma li hanno dati alla stampa, mandando su tutte le furie il giudice responsabile del caso.


Oggi si riprende con nuove testimonianze, tra le quali quella di Susan Kare, una designer ora solo consulente di Cupertino che, però, ha lavorato per decenni con Steve Jobs che l'aveva nominata direttore creativo della NeXT: l'azienda da lui fondata quando, nel 1985, fu costretto da un «golpe» finanziario interno ad abbandonare la sua creatura. Emergeranno altri pezzi della storia segreta della Apple: dettagli curiosi - ad esempio il fatto che il 78 per cento dei clienti iPhone compra anche una custodia - o imbarazzanti, come quelli sulle indagini di mercato. Jobs ha sempre sostenuto che Apple non aveva bisogno di sondare i consumatori perché questi ultimi non sapevano cosa volevano: ci pensava la sua azienda a rispondere ai loro desideri prima ancora che loro riuscissero a esprimerli. Ma adesso si scopre che le cose non stavano esattamente così: Schiller ha spiegato che indagini di mercato e sondaggi sulla soddisfazione dei clienti se ne facevano, eccome. E, ovviamente, erano considerati anche questi segreti aziendali.

Massimo Gaggi
6 agosto 2012 | 8:06

Operation Smile: quegli angeli italiani che ridisegnano il sorriso ai bambini

Massimo M. Veronese - Dom, 05/08/2012 - 12:17

Sono nati con il viso deformato, non possono sorridere, baciare, mangiare. Poi arrivano loro: chirurghi, infermieri, anestesisti, tutti volontari. In 12 anni hanno realizzato 200mila operazioni in 60 Paesi del mondo. Col sorriso sulle labbra


Anisha è scesa timida dal pullman pieno zeppo di bambini come lei, quando ormai il sole non c'era quasi più, dopo dieci ore di viaggio. Arrivava dal distretto del Sonitpur, una delle aree più povere di Guwahati, India. Cinque anni, era l'ultima della fila, vestita di mille colori perché pensava che solo così, vestita con l’abitino della festa, i medici si sarebbero presi cura di lei. Era la prima volta che vedeva un dottore. Quand'è nata, mamma non ha fatto altro che piangere, pensava fosse colpa sua quel mostriciattolo che aveva messo al mondo, perché, diceva la superstizione del paese, aveva raccolto riso con la luna piena.



Adesso che i medici hanno restituito il sorriso alla sua piccola non smette mai di guardarla, è come se la vedesse per la prima volta: non pensavo dice, che la mia bambina fosse così bella. Arifase viene da un villaggio sulle montagne dell'Etiopia, ha sempre nascosto il suo visino con una sciarpa ma tanto la prendono in giro lo stesso. Non è mai andata a scuola perchè con quel buco nero sulla bocca non riusciva nemmeno a parlare. Così papà ha messo insieme due mesi di stipendio e l'ha portata ad Addis Abeba, all’appuntamento con un’altra lei:

Anfase ora non ha più solo un angolo di dolcezza negli occhi ma un sorriso che incanta il cielo. Ngan, che significa «Stella», è di Quy Nhon, sobborgo nella provincia meridionale del Vietnam. Quando i suoi genitori la guardarono appena nata pensavano di aver dato alla luce una creatura del demonio, una bambina sbagliata sposata a una causa persa, tutti i piccoli del villaggio avevano paura di lei. Ma l'unica arma che ha sempre avuto è la tenerezza. Ha camminato per un giorno per portare lì la sua voglia di stare al mondo e il suo sorriso nascosto. Adesso uno specchio di acciaio riflette il suo musino: la felicità può essere semplice ma non è mai normale.

Operation Smile Italia ha tredici anni, ma casa madre esiste da trenta. Sono cento tra medici, infermieri, operatori sanitari, tutti volontari, impegnati in missioni umanitarie in più di 60 paesi del mondo. Ricostruiscono sorrisi, ridisegnano visi, ricreano vite. Visini deformati dalla palatoschisi, dalle ustioni, dai traumi, ritrovano l’armonia attraverso la chirurgia plastica ricostruttiva. Nei Paesi poveri uno ogni quattrocento e uno ogni tre minuti nasce così, con un buco sulla bocca, o sul palato che non ti fa sorridere, baciare, respirare bene, mangiare e bere, succhiare una caramella, parlare come tutti i bambini. Piccoli mostri che la gente condanna a morte ignorandoli, per superstizione, per paura, per cattiveria, ultimi e mal visti. Quarantacinque minuti di intervento, il tempo di una partita di calcio, e la vita cambia per sempre.

Perchè di vita si tratta non di estetica. Il primo sorriso, luminoso come un'alba, arriva dopo due mesi, coinvolge undici muscoli, quelli della bocca e quelli degli occhi, i geni che regolano il suo meccanismo sono gli stessi che danno il tempo al respiro e alle emozioni, cioè alla vita stessa, il sorriso fa linguaggio da solo, è il solco lungo il viso di Fabrizio De Andrè, è l’enigma della Gioconda, lo smile di Apple, il cheese delle fotografie, «la bellezza è il potere e il sorriso è la sua spada» come declama John Ray. Operation Smile conta 200.000 interventi chirurgici: «Siamo tutti volontari e nessuno prende un centesimo - spiega il dottor Domenico Scopelliti vice presidente scientifico di Operation Smile Italia - Alle nostre missioni partecipa soltanto personale specializzato e collaudato, ma non operiamo e basta.

Facciamo formazione sul posto, addestriamo medici, costruiamo strutture che possano lavorare in autonomia e moltiplicare i sorrisi». Missione ma anche vocazione: «Sai di lavorare per qualcosa di grande che va al di là del lavoro, dei soldi, della carriera. É rimettere al mondo chi vive isolato, è ridare identità a chi ha perso la faccia». E perchè come scriveva John Faber: «Donare un sorriso rende felice il cuore, arricchisce chi lo riceve senza impoverire chi lo dona, non dura che un istante, ma il suo ricordo rimane a lungo. Nessuno è così ricco da poterne farne a meno nè così povero da non poterlo donare».

Il virus informatico perduto e l'aiuto venuto dai russi

Corriere della sera

Il programma Usa contro l'Iran nelle mani dei gangster dell'Est, pronti a usarlo contro le centrali nucleari


Il baco sfuggito al controllo (guarda)Il baco sfuggito al controllo (guarda)


WASHINGTON - L'ufficiale lavora ad uno degli snodi strategici della Nato. Gli passano sotto gli occhi molti rapporti dove sono segnalati episodi degni di nota. Compresi i grandi colpi delle gang informatiche. Quelle che usano i computer per rubare di tutto. Segreti. Denaro. Identità. «Spesso la pista ci porta a est, nel Caucaso», dice con l'esperienza di molte indagini. Ed è forse da queste parti che si nasconde una delle menti di un piano sofisticato. Un'operazione che per ora è stata sventata ma che potrebbe essere ritentata. Con criminali - probabilmente russi - decisi a sfruttare virus ideati per neutralizzare i computer iraniani e scappati al controllo. Contro di loro si sono mossi gli 007 ma anche speciali team mobilitati dai russi «buoni».

Come il «Great», una squadra di hacker ingaggiata da Eugene Kaspersky. Diplomato all'accademia di criptologia del Kgb, direttore dell'omonimo laboratorio, grande passione per il vulcani della Kamchatka, un debole per il Chivas, è un cacciatore di «mostri elettronici». Ne segue le tracce, poi prova a stopparli con software di sicurezza che piazza in tutto il mondo. Ha amici e nemici, sostengono che sia troppo vicino ai servizi del suo Paese. Mosca vuole dare una mano a Teheran - attaccata più volte dai «bachi» - ma al tempo stesso cerca di chiudere i buchi attraverso i quali sono pronti ad infilarsi i gangster. Con stangate su scala internazionale che fruttano solo in Russia più di 4 miliardi di dollari. Ed è lo scenario di questa storia, la cui prima pietra è stata posata un po' di tempo fa.

Siamo nel 2009. È in quell'anno che la Casa Bianca rilancia un progetto ideato da George Bush. Lo hanno battezzato «Olympic Games». Prevede di sabotare gli impianti nucleari iraniani introducendo un virus. Un «vermetto» che va in cerca di una scatoletta, la Plc. Sigla che indica il sistema di controllo delle centrifughe necessarie all'arricchimento dell'uranio. Piano scaltro che - secondo fonti diverse - trova però uno sbocco solo dopo l'intervento degli israeliani dell'Unità 8200. Sarebbero loro a creare la prima «bestia», lo Stuxnet.

Lo testano con gli americani su vecchie centrifughe ottenute dalla Libia, poi lo liberano. E il virus infetta gli impianti di Natanz. Solo che non si ferma e si diffonde pericolosamente. Quando gli Usa se ne accorgono - estate 2010 - alla Casa Bianca non la prendono troppo bene. Barack Obama convoca i capi dell'intelligence e chiede: «Dobbiamo fermarci?». No, nessuno si ferma. Perché il virus - che intanto è stato scoperto - ha dei nuovi concorrenti. Se non possiamo bombardare l'Iran - è la scelta - allora colpiamolo

con la guerra segreta via computer. E gli effetti si vedono. Dopo Stuxnet, nel 2011 arriva «Duqu». Nel maggio di quest'anno è «Flame» a contagiare. E a giugno «Mahdi». Come gli iraniani trovano la medicina, gli avversari escogitano un altro malanno. Quasi sempre attribuito al Mossad e all'Unità 8200. Ma non manca chi tira in ballo i cinesi in un complesso gioco mirato a frenare gli ayatollah.

Alcuni dei «bachi» distruggono, mentre le versioni più aggiornate copiano, spiano, osservano. Da Teheran denunciano l'attacco contestualmente alla «parata». Poi, finalmente, ammettono qualche guaio. Cercano aiuti. I virus non sono soltanto un'arma ma rappresentano un affare. Per chi li maneggia e per chi li neutralizza. Ed ecco che spunta il crimine organizzato. Si è detto che alcuni regimi - Iran, Siria - si siano rivolti ad hacker «neri» dell'Est, persone legate alle famiglie mafiose, per attaccare siti degli oppositori. Un rapporto poi cresciuto in parallelo all'infezione generata dalla guerra cibernetica. Si creano sistemi che fanno gola a certi padrini, tra i più veloci a intuire che si sono aperte praterie immense dove depredare.

E persone che seguono questo mondo raccontano delle contromosse per impedirlo. Con i russi che tirano fuori tutta la loro esperienza. Insieme agli israeliani e ai cinesi sono stati tra i primi a menare colpi via computer. Contro l'Estonia nel 2007 e l'anno dopo ai danni della Georgia durante il breve conflitto per l'Ossezia. Non sarebbe strano se la storia si fosse ripetuta. Con qualche hacker che - con divisa o meno - dopo aver compiuto incursioni contro gli avversari di Mosca, si sia messo in proprio. Magari al servizio del crimine. E adesso devono fermarlo.


Guido Olimpio
guidoolimpio6 agosto 2012 | 8:06

Altro che casta italiana: quella araba è da record

Rolla Scolari - Lun, 06/08/2012 - 09:42

Nel "nuovo" Egitto ci sono tra i 5 e i 7 milioni di funzionari di Stato. E in Marocco il vero potere è in mano ai compagni di scuola del re


A piazza Tahrir al Cairo si erge con imponente grigiore il pa­lazzo del Mugamma. Se Tahrir è il simbolo della rivoluzione che nel febbraio 2011 ha messo fine all' era di Hosni Mubarak, lo sgrazia­to edificio di 14 piani è il simbolo di quello che la rivolta non è anco­ra riuscita a scrostare: la casta bu­rocratica che assieme a quella mi­litare amministra i privilegi in Egitto. È tra questi corridoi polve­rosi, in cui lavorano 18mila impie­gati pubblici, che i cittadini del Ca­iro si recano per qualsiasi docu­mento ufficiale: patenti, registra­zione di nascite, matrimoni...

La confusione è grande, le code im­mense, il bakshish , la «mancia» all'usciere di turno, regolarizzata. L'incubo di una visita al Mugam­ma­è stato immortalato con comi­cità in un film degli anni Novanta. In «Al Irhab wal Kebab» («Il terro­rismo e il kebab »), un frustrato cit­tadino, il celebre attore Adel Imam, dopo ore di coda seque­stra un impiegato «fannullone»in­nescando l'intervento delle forze di sicurezza convinte che si tratti di un attacco terroristico. Il Mugamma assieme ai nume­ri del nuovo governo egiziano, ma­stodontico esecutivo di 35 mini­stri, ricordano come il problema della classe dirigente organizzata in casta non sia soltanto italiano (a caso: il governo Prodi

II aveva 26 ministri, il Berlusconi III 24). Il comitato elettorale, il collegio tec­nico delle Forze armate, il consi­glio superiore della Cultura, il mi­nistero della Cultura, l'organizza­zione generale dei libri e docu­mentari nazionali, l'agenzia dei tunnel, e i mille comitati e agenzie pubblici sono alcune delle anime della complessa amministrazio­ne egiziana. Yasmine El Rashidi, sulla New York Review of Books , ha cercato di quantificare il nume­ro di impiegati pubblici in Egitto: forse 5,4 milioni ma qualcuno par­la di sette (su 80 milioni di abitan­ti).

La vera stranezza, però, è che l'ex governo ad interim post rivo­luzionario invece di tagliare ha as­sunto 300mila nuovi impiegati. Chi controlla la burocrazia con­trolla l'Egitto e i numeri sono oro. Il sistema Mubarak premiava le fa­miglie che lo sostenevano con po­sti pubblici, in cambio di una pronta mobilitazione elettorale. E non è un caso che l'ex premier Ahmed Shafik abbia quasi vinto le presidenziali di giugno. L'uo­mo dell'ex regime, infatti, cono­sce bene il funzionamento della struttura, non intaccata dalla ri­volta.

Alla casta burocratica si ap­poggia quella militare. Molti alti funzionari, governatori e ammini­stratori locali, ma anche manager di aziende e compagnie pubbli­che, scrive su Foreign Policy Zei­nab Abul Magd, sono generali in pensione. Un esempio: il giudice Faruk Sultan, capo della Commis­sione elettorale e presidente della Corte Costituzionale che a giu­gno ha dichiarato illegale il nuovo Parlamento, è un ex ufficiale. L'Egitto non è il solo Paese della regione a lottare contro una casta che per decenni ha bloccato la de­mocratizzazione. Il Marocco ha un equivalente arabo per il termi­ne «casta». In arabo makhzen si­gnifica magazzino, quello dove in passato i funzionari del regno rice­vevano i salari.

A Rabat, i manife­stanti del movimento «Venti feb­braio » gridano «Makhzen, déga­ge », via quell'élite politica forma­ta da consiglieri del re, notabili, al­ti funzionari, militari e uomini d'affari che controllano la politica e l'economia locale perché vicini al sovrano. Anche in questo caso, l'elezione che ha portato alla no­mina­a premier dell'islamista Ab­delilah Benkirane non ha cambia­to l'essenza del potere. I più stretti collaboratori del re restano i suoi compagni di classe al collegio rea­le di Rabat: Mohammed Rochdi Chraibi, direttore del gabinetto re­ale; Mounir Majidi, il suo assisten­te personale e braccio finanzia­rio; Fouad Ali Al Himma, tra i più potenti consiglieri, si circondano di un gruppo di un centinaio di fi­dati che naviga tra la politica del regno e gli interessi personali del­la casta, denunciano gli attivisti.

In Tunisia, l'equivalente del makhzen marocchino era ridotto prima della rivoluzione al clan del raìs Zine El Abidine Ben Ali e della moglie, Leila Trabelsi, che si divideva le quote di aziende stata­li e private. «In passato in Tunisia per fare affari dovevi associarti con alcuni personaggi della Fami­glia », aveva spiegato al Giornale pochi giorni dopo la caduta di Ben Ali a Tunisi un avvocato d'af­fari. E i cablogrammi di Wikileaks avevano già raccontato come la casta Ben Ali bloccasse l'investi­mento estero. McDonald’s negli anni Novanta aveva tentato di aprire in Tunisia ma aveva lascia­to perdere quando aveva capito che avrebbe dovuto intendersela soltanto con il clan. Oggi, il nuovo presidente Moncef Marzuki dice che «ci vogliono pazienza e ottimi­smo »: la burocrazia è ancora «il principale ostacolo agli investi­menti, serve una nuova mentali­tà ».

Quella Uno bianca, l'encomio nel garage e la carriera di chi «non si era accorto di nulla»

Corriere della sera

Il caso della Uno bianca. Parla Pietro Costanza, l'ex sovrintendente della squadra di investigatori che scoprì la banda di assassini

La targa con l'encomio solenne è da qualche parte nel garage, gettata tra i pezzi di ricambio per l'auto. Dimenticata, come il suo proprietario. Eppure c'è stato un tempo non troppo lontano in cui l'Italia uscì da una paura vera, reale, grazie all'ex sovrintendente Pietro Costanza, oggi un tranquillo pensionato di 56 anni e al suo collega, l'ispettore Luciano Baglioni.

LA BANDA - Un tempo oscuro nel quale una banda di assassini imprendibili uccideva, rapinava, a bordo di Uno bianca. Una scia di sangue lunga sette anni, 102 rapine e 23 omicidi. Carabinieri, immigrati, semplici passanti.  Erano i fratelli Savi, agenti in servizio alla questura di Bologna. Ma nell'autunno del 1994 ancora non lo sapeva nessuno. I «giustizieri sanguinari» erano ancora in giro, ma a Bologna c'era chi aveva capito tutto.

Il magistrato Giovanni Spinosa, che indagava su quei delitti, aveva risolto il mistero. Dietro alla Uno bianca c'era la banda delle Coop, formata da una trentina di mafiosi catanesi, il boss di camorra Marco Medda e tre piccoli delinquenti locali. Li fece condannare a trecento anni di carcere. C'era solo un piccolo dettaglio che stonava: non era vero niente, si trattava di uno dei più clamorosi errori della nostra storia giudiziaria, poi cancellato dalla Cassazione.

I POLIZIOTTI - Baglioni&Costanza, che non credevano a quello che si rivelò solo un teorema, avevano intanto avviato indagini per conto proprio. Facevano parte della squadra di investigatori creata dalla procura di Rimini. Dopo sette anni di caccia alle ombre, era stata sciolta, con molte ironie sui «poliziotti da spiaggia» che ne facevano parte, desiderosi di confrontarsi con una storia più grande di loro. Baglioni e Costanza, amici dall'inizio degli anni Ottanta, avevano una ragione in più per continuare a cercare.

Era anche una questione privata. Il sovrintendente Antonio Mosca era stato il loro maestro all'ingresso in Polizia. Fu crivellato di pallottole in un agguato sotto un ponte dell'autostrada, a Cesena, nell'ottobre del 1987, morì dopo un anno di agonia. Un delitto che sembrava destinato a rimanere senza colpevoli, come tutti gli altri.

C'era solo un identikit, ricavato dall'unica volta in cui Fabio Savi venne ripreso da una telecamera durante una rapina in banca. Baglioni e Costanza lo tenevano nel portafoglio, lo avevano appeso allo specchio del bagno, sul cruscotto della Y10 sulla quale giravano notte e giorno.

I PRIMI DUBBI - «All'inizio ci sembrava un tabù anche pensarlo, una follia. Ma in un angolo della testa c'è sempre stata l'idea che potessero essere nostri colleghi. Poliziotti». Deduzioni, intuizioni, tanti appostamenti. Un giorno incontrano Fabio Savi (nella foto con il fratello Roberto, dietro, dopo l'arresto) davanti alla banca di Santa Giustina, un piccolo paese del riminese. Lo seguono fino a casa sua, a Torriana, dove abitava. Se lo ritrovano accanto al bancone del bar. Da lui risalgono fino a Roberto, il capo della banda.

«Andiamo alla questura di Bologna, all'ufficio amministrativo, per fare accertamenti sulle sue armi. A un certo punto l'impiegata tira fuori la scheda di Roberto, e alza la testa. "Che strano" ci disse. "Somiglia da matti a uno che lavora qui al piano di sopra, alla centrale operativa" Mi gelò il sangue nelle vene. Scappammo dalla questura, non volevamo restarci un istante di più». Sette giorni dopo, la sera del 21 novembre 1994, Roberto Savi viene arrestato nel suo ufficio. Confesserà, rivelando anche di essere stato lui a uccidere Mosca.

COSTANZA - In pensione dal 2010, Costanza non parla volentieri di quelle che definisce «vecchie storie». La voce è carica di una delusione che non ti aspetti. «Parliamoci chiaro: io e il mio amico abbiamo fatto bene il nostro lavoro, punto e basta. Ma a Bologna, in questura, è impossibile che nessuno sapesse nulla. Non si è voluto indagare fino in fondo su questo aspetto, sulle coperture, sull'omertà. Il ministero non ha fatto nulla, i magistrati si sono accontentati. C'era voglia di mettersi tutto alle spalle. Il caso era risolto, no? Così si è lasciata aperta le porte per le congetture e le ipotesi più strane, che sopravvivono ancora oggi».

LE CARRIERE - Dalla sua casa di Rimini, il pensionato Costanza guarda con distacco solo apparente alle brillanti carriere di colleghi che non si erano accorti di nulla, di magistrati che avevano sbagliato tutto. «Spinosa ha pure scritto un libro, nel quale insiste con certe fumisterie, con questa storia che dietro alla Uno bianca c'era la mafia. Ancora una volta senza lo straccio di una prova. Ma dico, dopo la figura che hai fatto almeno taci, no? E invece trova anche gente che lo sta ad ascoltare. Pazzesco». Anche per quello l'encomio solenne prende polvere in garage. «Mi creda, sono un uomo in pace. Non nutro rancore per nessuno. E' solo che credevamo nella giustizia, che non deve fermarsi, mai. Noi abbiamo fatto la nostra parte. Gli altri, insomma».


Marco Imarisio
6 agosto 2012 | 10:35

Israele, uccisi cinque terroristi dopo strage in Egitto. Il Mossad: «Ci avevano avvisati»

Corriere della sera

Il commando aveva ucciso 16 guardie di frontiera del Paese arabo Che poi ha chiuso il valico con Gaza a tempo indeterminato

Una foto d'archivo del posto di frontiera di Karm Abu Salem, o Kerem Shalom (Afp/Bouroncle)Una foto d'archivo del posto di frontiera di Karm Abu Salem, o Kerem Shalom (Afp/Bouroncle)

Cinque membri del commando che domenica aveva assaltato il posto di frontiera di Karm Abou Salem (Kerem Shalom in ebraico), tra Egitto e Israele, nei pressi di Gaza, uccidendo 16 guardie di frontiera sono stati uccisi dall'esercito israeliano. Lo conferma un portavoce di Tel Aviv: «I corpi di cinque uomini armati sono stati trovati da una pattuglia israeliana», ha spiegato senza fornire ulteriori spiegazioni.

L'ATTACCO - Domenica un drappello di uomini armati si era impadronito di due blindati alla frontiera con l'Egitto, aprendo il fuoco sul posto di confine. Secondo fonti egiziane erano una decina, armati di granate, lanciarazzi e fucili mitragliatori. Sedici guardie sono state uccise, riferiscono fonti ministeriali del Cairo. Gli assalitori, in seguito, erano penetrati in territorio israeliano su uno dei blindati dove sarebbero stati annientati. Il secondo blindato sarebbe addirittura stato distrutto in territorio egiziano dall'aviazione di Gerusalemme: «Fonti di intelligence ci avevano avvertiti - hanno detto gli israeliani - sapevamo che un attacco terroristico era imminente».

DOPO L'IFTAR- Secondo la televisione di Stato egiziana, gli assalitori appartenevano all'organizzazione al Jihad e avevano colpito aspettando l'ora dell'Iftar, quando cala il sole e i musulmani possono interrompere il digiuno di Ramadan. Nell'occasione si sarebbe impossessato del carrarmato, poi distrutto dall'aviazione: al suo interno c'erano tre militanti. Dopo questi fatti, le autorità del Cairo hanno deciso la chiusura a «tempo indeterminato» del valico di Rafah, unico punto di passaggio tra la Striscia di Gaza e l'Egitto che non sia controllato da Israele.

HAMAS «NON COINVOLTA» - Hamas ha negato qualsiasi ruolo dei suoi uomini nell'attacco . «Le fazioni della resistenza palestinese sono impegnate a combattere solo l'occupazione israeliana e lanciano attacchi solo dal territorio palestinese», ha spiegato Islam Shahwan, portavoce del ministero degli Interni di Hamas.

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Redazione Online 5 agosto 2012 (modifica il 6 agosto 2012)

Grillo adesso non lo vuole ma Tonino gli pagava il sit

Paolo Bracalini - Lun, 06/08/2012 - 09:30

Dopo il "no" del comico, Di Pietro è stretto tra Pd, partito dei sindaci e ribelli interni


Roma «E poi ci disse che il blog di Grillo lo pa­gava lui, cioè il partito», cioè l’Italia dei valori. Chi parla è un parlamentare fuoriuscito in tempi non sospetti dall’Idv, che ricorda: «Era una delle riunioni di partito, nel 2007. Di Pie­tro ci spiegò che era importante sviluppare il sito internet dell’Idv, che allora curava Casa­leggio, il guru di Beppe Grillo e l’inventore del suo blog. E, me lo ricordo perfettamente, in quella riunione Antonio ci disse che il nostro partito pagava la consulenza anche per conto di Grillo» racconta il parlamentare.



Così parlò Tonino.Nel bilancio di quell’anno viene ripor­tata la cifra di 469.173 euro come «investimen­ti p­er sviluppare la relazione e la comunicazio­ne via Internet ». La consulenza della Casaleg­gio associati per l’Idv si conclude nel 2010, quando Di Pietro comincia a vedere il Movi­mento Cinque stelle come un competitor e quindi separa le attività. «Fino ad allora anda­vano d’accordo, Grillo intervenne anche ad una festa Idv di Vasto, collegato via internet, parlò per un’ora, non la smetteva più». Anco­ra nel 2010 Grillo scrive una prefazione ad un libro di Di Pietro, dove lo definisce «kriptonite della politica italiana», una specie di eroe. Fa­se crescente di un giudizio molto altalenante: in uno spettacolo di fine anni ’90 Grillo dedica­va una piccola gag all’ex pm: «Di Pietro è un in­segnante di procedura penale al Cepu! Ha fon­dato l’Italia dei valori in una sede Cepu sotto sequestro dalla Guardia di finanza!».

Ora che la curva del feeling è tornata in bas­so, quel vecchio debito servirebbe molto a Di Pietro. Il vento è cambiato, il Movimento Cin­que stelle viaggia su sondaggi da 18% (pari a cento deputati circa), il triplo dell’Idv, cui sta spolpando l’elettorato,anche per alcune diffe­renze. Grillo e Di Pietro sono contro i soldi ai partiti, ma Grillo li ha rifiutati (aveva diritto 1 .700.000 euro), Di Pietro mai. Grillo candida outsider della politica,nell’Idv ci sono profes­sionisti della politica ( in Sicilia il M5S candida un geometra,a Palermo l’Idv ha messo un ve­terano delle poltrone come Leoluca Orlan­do). Così Tonino, isolato tra una sinistra che non lo vuole e un Grillo che gli fa ombra, ha ten­tato di proporre l'alleanza col M5S, ma l’ex amico non è interessato. Primo, perché nel «non-statuto»del M5S c’è scritto chiaramen­te che non si fanno alleanze. Secondo, a che pro Grillo dovrebbe aiutare Di Pietro?

I due so­no ormai lontani. Gabriele Sani, consigliere Cinque Stelle al Comune di Empoli, la mette così:«Molti di noi sono ex elettori Idv,ma l’Idv è un partito sempre più personalistico e sem­pre più con un cerchio magico degno della peggiore Lega. Mura, Donadi, Belisario, Or­lando sono inamovibili al pari di Fassino, D’Alema, Veltroni». Ex elettori delusi da Di Pietro, che quando può sta in maggioranza. Ad Empoli, Arezzo, Grosseto, Massa Carrara, ovunque in Toscana il Cinque Stelle abbia consiglieri di opposizione, l’Idv è al governo insieme al Pd. Su fronti opposti anche in Emi­lia- Romagna, dove Di Pietro è in maggioran­za col Pd (che governa ovunque) a comincia­re dalla Regione e poi in tutti i comuni dove Grillo è sempre in minoranza. Fronti opposti vuol anche dire che il M5S avanza a discapito di Di Pietro, come confer­ma l’analisi dell’Istituto Cattaneo sulle ultime amministrative: 2 voti su 10 per Grillo vengo­no proprio dall’Idv.

Dunque Di Pietro si avvici­na alle politiche con lo «spettro Parma», dove Grillo è arrivato al ballottaggio (poi stravinto) con un 18,9%, contro un misero 2,9 dell’Idv. La contromossa di Tonino, fallita l’idea della coalizione con Grillo? Grillinizzarsi, rivendi­cando però lo ius primae noctis sull’opposizio­ne, per non passare da imitatore («Grillo non si appropri delle battaglie di Italia dei Valori sui vitalizi» attacca il deputato dipietrista Bor­ghesi). Lo ha già fatto, col video sui politici zombie,o i manifesti dell’Idv Lazio con Monti sulla sdraio che beve un cocktail («Mandiamo Monti al mare»).

Piega che sta generando una scissione tra l’ala più moderata e filo Pd (Do­nadi, Formisano) e quella da sempre più vici­na al grillismo (Barbato, Sonia Alfano). A lato c’è De Magistris, dipietrista senza tessera Idv, che lavora ad un suo movimento arancione, come quello che l’ha portato a fare il sindaco a Napoli, che porti ad una «partecipazione di­retta dei cittadini». «L’Idv non è più «il partito del 7-8% ma è pronto per diventare la grande lista civica degli italiani» annuncia Barbato dalla festa di Montenero di Bisaccia, paese na­tìo del leader.Progettiottimistici che dovran­no scontrarsi con l’ex- quasi-alleato: il Cinque Stelle di Grillo.

Una strada per il maresciallo Radetzky Firma anche il leader della Lega Maroni

Corriere della sera

Iniziativa del titolare del ristorante «Al Matarel» per cambiare nome a via Solera Mantegazza


Il leghista Maroni con il proprietario del ristorante Marco Comini Il leghista Maroni con il proprietario del ristorante Marco Comini

MILANO - Una strada per il maresciallo. L'anima dell'iniziativa - una raccolta di firme per dedicare una via a Radetzky - è Marco Comini, il sanguigno oste di «Al Matarel» di via Solera Mantegazza. Ristorante milanese tra i più amati che, appena riaperto, ha subito dato il via alla battaglia. Tra i primi firmatari, l'ex ministro dell'Interno, Roberto Maroni. Che sul librone scarlatto degli autografi ha aggiunto anche l'auspicio di una strada più importante per Maria Teresa d'Austria, oggi titolare soltanto di una viuzza privata. Anche se in collocazione prestigiosa, presso la Borsa.

LA PROPOSTA - Spiega Comini che lo scopo dell'iniziativa è quello di «rendere giustizia a chi il bene a Milano l'ha fatto davvero». «Durante i moti del '48 - aggiunge - avrebbe potuto cannoneggiare il popolo, invece ha trattato l'uscita dei suoi uomini senza spargere sangue, a differenza del macellaio sabaudo Bava Beccaris». L'argomento è controverso, anche se la biografia di Luzio rende giustizia al «galantuomo» asburgico. Tra l'altro, pare che andrà a firmare «Al Matarel», aperto tutto agosto, anche l'esperto di Risorgimento Arturo Colombo. «Lo aspetto con gioia», ha detto Comini. E ha aggiunto: «Spero che la via del Matarel divenga via maresciallo Radetzky».

Marco Cremonesi
6 agosto 2012 | 9:59

Le donne e la boxe: tra gonne, capelli e pugni

La Stampa

In gonnella come a Wimbledon, solo che qui si prendono a pugni. La boxe femminile è salita sul ring alle Olimpiadi. Una rivoluzione, questa, accompagnata da polemiche legate all'abbigliamento. Il movimento stesso è spaccato in due, anche se la bilancia pende dalla parte delle puriste della boxe che non vedono di buon occhio la gonna. Alcune loro colleghe, invece, sceglieranno di indossarla. L'Aiba, la federazione internazionale, mantiene una posizione neutrale: chi vuole è libero di farlo. «Quando ci sono di mezzo le donne tutto in questo mondo diventa emozionante ed interessante», dice Wu Ching-Kuo, presidente dell'Aiba e principale sponsor della rivoluzione rosa nella boxe.

«Come padre di due figlie voglio che le donne siano libere di fare tutto», aggiunge il dirigente di Taipei, alla guida della federazione internazionale dal 2006, che definisce l'ingresso della boxe femminile nella famiglia olimpica come «una delle riforme più importanti» del suo mandato. Al torneo di Londra prendono parte 36 donne suddivise in tre categorie (da 48 a 51, da 57 a 60 e da 69 a 75 chili). È un inizio `soft´, se si pensa che al torneo maschile partecipano 250 pugili di tutte le classi. Se tutto andrà bene, comunque, l'Aiba spingerà con il Cio per allargare il numero delle partecipanti a Rio 2014, magari togliendo una categoria ai maschi. La rivoluzione femminile, intanto, è cominciata. «La boxe femminile alle Olimpiadi stupirà, c'è una grande attenzione. Il pubblico è molto interessato», spiega Franco Falcinelli, presidente della federboxe e delegato tecnico dell'Aiba alle Olimpiadi, che insieme al presidente Wu Ching-Kuo ha spinto per l'integrazione.

«Abbiamo fatto sì che le donne avessero questa possibilità non solo per garantire pari opportunità, ma anche per consentire loro di cimentarsi in uno sport che con la loro presenza ha abbattuto un tabù», spiega. «La boxe è sempre stata vista come uno sport massacrante e nella mentalità dei maschi la presenza di donne sul ring è stata dura da capire».

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