venerdì 10 agosto 2012

Google coccola i dipendenti, anche da morti

Corriere della sera

Il colosso di Mountain View concede ai familiari dei dipendenti defunti la metà del salario per dieci anni

L'azienda si prende cura dei dipendenti anche dopo la morte.L'azienda si prende cura dei dipendenti anche dopo la morte.

Google ha sempre pensato che viziare i suoi dipendenti fosse importante per una maggiore redditività. Ma ora l'attenzione va oltre la vita lavorativa. Google si prende cura dei suoi dipendenti, anche dopo la loro morte. La società di Mountain View, in California, concede alle famiglie dei lavoratori defunti metà del salario per dieci anni. Non solo. Premia anche il coniuge con benefit in stock option e i figli con un assegno da 1.000 dollari al mese fino ai 23 anni. Il trattamento, come ha rivelato Google a Forbes, non riguarda solo i manager al vertice, ma un totale di 34.000 dipendenti. E i benefit vengono assicurati al partner del dipendente morto anche se la coppia è omosessuale.

SUPER BENEFIT - Tra i benefit previsti per i lavoratori della grande azienda c'è anche il parrucchiere. E poi pranzi e cene in ristoranti alla moda, un servizio di aiuto per le faccende quotidiane. In generale, si tratta di un forte stimolo a fare carriera. Le stime aziendali parlano di dipendenti con una età media molto bassa, l'unico "senior" ha 83 anni. Ma, in tempi di crisi, è sicuramente una boccata d'aria.

NON LA PRIMA INIZIATIVA - Una policy aziendale del tutto innovativa che arriva sull'onda di un'altra recente iniziativa del colosso informatico: quella che lo aveva avvicinato alla comunità gay di mezzo mondo. Si chiama Legalize Love ed era partita dalla Polonia e da Singapore «in paesi non considerati «gay friendly». «Perché vogliamo che tutti godano dei diritti dei nostri impiegati», avevano spiegato dall'azienda.


Redazione Online10 agosto 2012 | 19:42

Agnellino adottato da cani dalmata

Corriere della sera

Il cucciolo è stato abbandonato dalla mamma perché maculato. A raccontare lo strano caso di affetto "trasversale" è stata la proprietaria della fattoria australiana Julie Bolton dove ci sono anche capre e cani.

10 agosto 2012

Dalmata, agnello
Kikapress

Abbandonato perché a macchie bianche e nere. Lo strano agnellino australiano ci ha messo poco però a trovare una nuova mamma adottiva, che problemi per le macchie proprio non ne ha: trattasi infatti nientemeno che di un cane dalmata. Eccoli insieme, con una somiglianza davvero buffa.

Dalmata, agnelloDalmata, agnelloDalmata, agnelloDalmata, agnelloDalmata, agnelloDalmata, agnello

Repubblica scorda L'Ilva del capo

Libero

Riflettori puntati su Taranto. Ma a Vado Ligure la centrale elettrica sputa veleni. Il 39% è di Sorgenia, che fa capo a De Benedetti

di Edoardo Cavadini

CatturaNon esiste solo l’Ilva di Taranto con la sommatoria di rischi ambientali e per la salute che tengono in ostaggio un territorio. A fare paura in Italia è anche un’altra fabbrica, dalla parte opposta dello Stivale, riviera ligure di Ponente, infinitamente più piccola dell’insediamento-città pugliese. Ne scriveva ieri Il Fatto Quotidiano della centrale termoelettrica di Vado Ligure: due pennoni di cemento bianchi e rossi che sputano fumo spesso e scuro a getto continuo. Per chi vi abita vicino da quattro decenni sono una presenza ingombrante, che però dà da mangiare. A quasi 250 famiglie, e non è poca cosa in questi anni di cantieristica e turismo in crisi nera. Il prezzo da pagare però rischia di essere molto alto, forse troppo.

Quello di Vado è uno dei tre impianti (gli altri sono a Civitavecchia e alle porte di Napoli) che appartengono al gruppo Tirreno Power, operatore dell’energia ringalluzzito dal mercato libero. Un piccolo gigante, quello ligure, da cinquemila tonnellate al giorno di combustibile fossile bruciato nelle sue fornaci per produrre elettricità. Una spada di Damocle sulla testa per una larga pattuglia di abitanti e lavoratori riuniti nei comitati “Fermiamo il carbone” che temono per l’incolumità propria e di chi abita in un raggio di decine di chilometri. E a sentire i numeri snocciolati da medici ed esperti, non vorremmo essere nei loro panni: il tasso di mortalità per tumore a Vado è di 327 casi ogni centomila abitanti, la media italiana è 240. Idem per le malattie cardiache: impennata rispetto alla media regionale del 40-50%.

E poi le emissioni: cadmio, arsenico, mercurio, cromo rilevati in concentrazioni abnormi rispetto alla norma. Insomma, una potenziale bomba sanitaria e ambientale, che - stranamente - non sembra interessare i grandi media. Di sicuro non la Repubblica, impegnata con un esercito di inviati e penne sul sito pugliese, e affetta da mutismo in questo caso. Quisquilie locali di scarsa importanza, o c’è dell’altro? Difficile dirlo, ma c’è un fatto. Nella proprietà di Tirreno Power - spiega Ferruccio Sansa nel suo articolo - compare con il 39% Sorgenia, braccio imprenditoriale (settore energia) che fa capo a Carlo De Benedetti, guarda caso editore di Repubblica.

E la politica? Le forze progressiste, in primis il Pd (a cui l’Ingegnere non è certamente distante) - che esprime il governatore Caludio Burlando, al secondo mandato - non muovono un dito. Anzi, la Regione ha recentemente firmato un’intesa con Tirreno Power per ampliare l’insediamento, aumentandone la potenza. E pensare che in campagna elettorale lo slogan acchiappavoti era stato chiaro: «Basta con il carbone». E così la campagna di informazione è lasciata nelle mani dei cittadini che a proprie spese commissionano studi e rilevazioni. E nelle cui teste frulla un tarlo: vuoi vedere che esistono due inquinamenti e due misure?

La bestia di Blenheim torna in libertà, vittime sconvolte: 17 condizioni per il suo rilascio

Corriere della sera

Violentatore seriale colpevole di 22 reati sessuali su donne e bimbi: dovrà vivere vicino al carcere e portare una cavigliera Gps

Stewart Murray Wilson, soprannominato la Bestia di BlenheimStewart Murray Wilson, soprannominato la Bestia di Blenheim

La Nuova Zelanda ha preso misure straordinarie per assicurarsi che un violentatore seriale, in via di scarcerazione, non rappresenti un pericolo per la comunità. Stewart Murray Wilson, 65 anni, soprannominato la Bestia di Blenheim, è stato in prigione per 18 anni e, secondo la legge neozelandese, deve ora essere scarcerato. Preoccupazioni che possa commettere nuovi crimini non appena gli si presenti un’opportunità hanno portato il Parole Board a predisporre 17 condizioni per il rilascio, tra cui l’obbligo a risiedere in un’abitazione all’interno della proprietà del carcere di Whaganui, dove finora è stato imprigionato, a indossare una cavigliera GPS e a muoversi solo se accompagnato da due guardie. Wilson, che intendeva comprare un campervan e fare un giro della Nuova Zelanda non appena liberato, ha protestato contro queste misure. Proteste, per opposti motivi, anche delle vittime dei suoi odiosi reati, che non vorrebbero vedere la Bestia di Blenheim in libertà.

REATI GRAVISSIMI - Wilson è stato giudicato colpevole di 22 reati sessuali, commessi tra il 1971 e il 1994, ai danni di donne e bambini. La condanna, del 1996, è stata di 21 anni di prigione, ai tempi una delle sentenze più dure mai comminate per questo tipo di reati in Nuova Zelanda. Scaduti i diciotto anni di prigionia (inclusi due anni di prigionia metre attendeva il processo), deve essere liberato per legge il primo settembre, ma gli esperti non sono persuasi che Wilson sia cambiato e che non rappresenti più un pericolo per la società.

LE CONDIZIONI – Sono 17 le condizioni che dovranno essere osservate per la sua scarcerazione. Tra queste, Wilson dovrà vivere in una casa situata sul terreno dove si trova la prigione di Whanganui e a dieci chilometri dal primo centro abitato. Non potrà mai lasciare l’abitazione se non accompagnato da due guardie, indosserà una cavigliera GPS, non potrà avere contatti con donne o bambini e non potrà possedere o guidare un’automobile. Si tratta delle condizioni più severe mai imposte a un ex carcerato nella storia giudiziaria neozelandese che costeranno 100mila dollari all’anno ai contribuenti neozelandesi. Vanificati i piani di Wilson una volta messo in libertà.

PRECEDENTE IMPORTANTE Il caso della Bestia di Bleinheim potrebbe costituire un precedente importante per il trattamento persone colpevoli di reati sessuali. La Nuova Zelanda sta per passare una legge che prevede la possibilità di ricorso all’Alta Corte per ottenere l’ergastolo senza possibilità di condizionale per i più pericolosi predatori sessuali. Se approvata, la nuova legge, stima il Governo, terrà in carcere dalle 5 alle 12 persone nei prossimi dieci anni.

LE POLEMICHE Il legale della Bestia di Bleheim, Andrew McKenzie, ha annunciato un ricorso: “Wilson – sostiene – ha scontato la sua pena e dovrebbe essere lasciato in pace”. Il caso verrà discusso all’Alta Corte di Christchurch il 20 agosto prossimo, ma potrebbe essere ancora aperto al momento della scarcerazione. Intanto, fervono le polemiche. Le sue vittime e parte dell’opinione pubblica sono contrarie alla scarcerazione. “Il ricordo di Wilson non ha mai smesso di tormentare le sue vittime – commenta Garth McVicar, fondatore dell’organizzazione Sensible Sentencing Trust – Ho parlato con alcune donne e sono ancora terrorizzate. Per loro ovunque risieda Wilson sarebbe sempre troppo vicino”.

Emma Kay
10 agosto 2012 | 12:26

Il giallo della tela di Van Gogh attaccato al dna di un capello

Nino Materi - Ven, 10/08/2012 - 09:14

Se fosse autentica, "Natura morta con peonia" varrebbe 44 milioni di euro. Il test genetico sarà confrontato con i discendenti del pittore


«Natura morta con peonia» è un Van Gogh da 44 milioni di euro o una crosta da mercatino?La risposta è attaccata a un ca­pello.



Non un capello in senso figu­rato, ma un capello in senso reale. A spaccarlo in quattro sarà ora una specie di artistica task force modello ­Csi ( Crime Scene Investi­gation), che - del pelo in questio­ne - dovranno leggere il dna. Sarà questo infatti l’esame genetico che accerterà se «Natura morta con peonie», quadro scoperto in una soffitta olandese nel 1977, sia stato o no realizzato dall’artista olandese suicidatosi il 29 luglio 1890 ad Auvers-sur-Oise. Si parte da una sola certezza: il capello rosso trovato attaccato sul­la tela sotto uno sp­esso strato di co­lore appartiene all’autore del qua­dro medesimo; che poi l’autore del suddetto quadro sia effettiva­mente il fulvo Vincent Van Gogh resta tutto da dimostrare. Il dna sul capello (che verrà comparato con quello dei discendenti in vita del celebre pittore) servirà a passa­re dagli indizi alle eventuali prove.

Per ora c’è la parola dell’attuale proprietario, il collezionista tede­sco Markus Roubrocks, che ­come riporta il quotidia­no britannico The Daily Telegraph ­giura sull’autenti­cità del dipinto: «L’ho ricevuto in eredità da mio padre, il quale lo ebbe da un paren­te stretto dell’arti­sta ». Roubrocks giu­ra che l’opera fu dipinta da Vincent Van Gogh nel 1889, un anno prima del suicidio dell’autore:tesi appoggiata da nu­merosi critici «indipendenti», ma non da quelli «ufficiali» del Mu­seo van Gogh di Amsterdam, secondo i quali «la tecnica pittori­ca di Natura morta con peonia è incompatibi­le con quella di Van Gogh».

Quin­di, critici d’arte su posizioni oppo­ste. A conferma dell’esattezza del­le parole di Picasso, il quale era so­lito ripetere: «Con i critici d’arte parlate di tutto, ma non di arte. Ne capiscono poco...». E se lo diceva Picasso, c’è da credergli. L’elenco dei grandi pittori snobbati dal co­lorito mondo degli «esperti» d’ar­te ( critici, galleristi, curatori di mo­stre, sovrintendenti, direttori di musei e via burocr­art­izzando) è lungo. E la riprova più clamorosa viene proprio dal trattamento «professionale»riservato in vita al­lo stesso Vincent Van Gogh: un au­tentico genio che però non riuscì mai a vendere neppure un qua­dro; il suo stile era bollato dai puri­sti come «infantile»; i suoi girasoli erano considerati dai mercanti «poco verosimili» e nessun mece­nate lo sostenne per una pur mise­ra mostra di paese.

Ma - a ben guardare - la storia dell’arte è talmente ricca di «con­flitti di attribuzioni» da consenti­re una lettura dell’evoluzione stili­stico­ culturale proprio attraversi l’analisi di queste dicotomie. Co­me non pensare, ad esempio, alla «contrapposizione» tra Giorgio e Tiziano. Accavallando le loro vite professionali a Venezia per il pri­mo decennio almeno del Cinque­cento, hanno dato luogo a infinite dispute successive. Un rapporto difficile ben esemplificato dai pro­blemi attributivi relativi alla «Ve­nere dormiente di Dresda » e al «Concerto campestre del Lou­vre », con diatribe pluridecennali fra critici che usano a volte un me­desimo argomento stilistico per dimostrare esattamente l’oppo­sto (Giorgione non sarebbe stato capace di un costrutto formale complesso come nel Concerto;

Ti­ziano non aveva la poesia arcadi­ca che emana dal Concerto; la don­na nuda in primo piano ha la sta­tuarietà tipica tizianesca; la don­na nuda ricorda molto il frammen­to giorgionesco del Fondaco e ha l’inconfondibile espressione de­gli sguardi di Giorgione). A volte sono invece gli stessi protagonisti dei quadri a innescare gialli che si trascinano, senza soluzione, per secoli. Il più celebre di tutti. Chi si nasconde dietro il sorriso «enig­matico » (aggettivo inflazionatis­si­mo quando si parla del capolavo­ro di Leonardo): Monna Lisa (se­condo la versione del Vasari) o l’autoritratto bisex di Leonardo (secondo una versione che piace­rebbe tanto... all’Arcigay)?

Ultima querelle, fresca di gior­nata ( come le mozzarelle di bufa­la), il ritrovamento di 100 disegni attribuiti a Caravaggio, al Castello Sforzesco a Milano. Nei sotterra­nei. Ma la verità verrà alla luce?

Quel vizio (bipartisan) del curriculum 'gonfiato'

Corriere della sera

L'ex sottosegretario Milanese vantava tre lauree, una non l'ha mai conseguita, il senatore Cutrufo sbandierava un diploma a Berkley

ROMA - C'è chi tarocca per vizio. Chi per mestiere. E chi, magari per debolezza umana, il curriculum semplicemente lo ritocca. In ogni caso la figuraccia, quando la marachella salta fuori, è assicurata. Inutile, a quel punto, la difesa d'ufficio. Sempre la stessa: «È tutto regolare». Parole usate anche da Francesco Oddone, assessore allo Sviluppo economico della giunta genovese di Marco Doria, dopo che il quotidiano cittadino Il Secolo XIX ha pizzicato tre versioni differenti del suo curriculum. Che sarebbe stato via via «dopato» (è il termine usato nel titolo del giornale), passando da un «dottorando» alla New York University al ben più prestigioso titolo di «professore a contratto» presso il medesimo ateneo americano. Con una fase intermedia nella quale il futuro assessore si definiva «Instructor». Niente a che vedere, sia chiaro, con quel «prof. avv. Bonaccorsi» che nel 2001 fu nominato assessore in Calabria, salvo poi scoprire che non solo non era avvocato, ma non aveva in tasca nemmeno la laurea in giurisprudenza.

Francesco Oddone, confidiamo, potrà chiarire il pasticcio. Operazione che talvolta, tuttavia, si presenta assai complicata. Prendiamo il caso di Marco Milanese, deputato del Pdl. Nel sito ufficiale della Scuola superiore delle Finanze, dove figurava come docente, esibiva un curriculum monumentale: corredato da tre-lauree-tre. La terza conseguita, c'era scritto, all'Università di Trieste in Scienze politiche. Peccato che a fine giugno del 2011, quando imperversava l'inchiesta giudiziaria nella quale Milanese era coinvolto e Roberto Bagnoli ricordò quel particolare in un articolo del Corriere , arrivò questa spettacolare smentita del preside della facoltà: «Tengo a precisare, sentiti gli uffici, che il dottor Milanese, pur essendosi iscritto alla facoltà di Scienze politiche di questa università nel 2003, non ha mai conseguito il titolo di laurea in Scienze politiche». C'è solo da chiedersi perché tale folgorante precisazione non sia giunta nel novembre del 2009, quando il Corriere aveva raccontato la prima volta la storia delle tre-lauree-tre. Indoviniamo: perché Milanese allora era il potente braccio destro del ministro Giulio Tremonti?

Certo che una cosa del genere in un altro Paese non potrebbe mai accadere. Figuriamoci poi se in Germania, dove un ministro si è dovuto dimettere quando si è appreso che anni prima aveva copiato parte della sua tesi di dottorato, si sarebbe mai potuto assistere alla polemica scoppiata quando il settimanale Oggi ha messo in dubbio il master alla Sda della Bocconi comparso in bella evidenza nel curriculum dell'ex sottosegretario per l'attuazione del Programma, Daniela Garnero Santanchè. Categorica l'affermazione dell'università milanese al giornale: «Abbiamo verificato e dalla nostra banca dati alunni non risulta abbia frequentato un nostro master o mba». Altrettanto categoria la replica del sottosegretario: «Ma che cosa stiamo dicendo? Domani metterò sul mio sito l'attestato di frequentazione del corso». È toccato al professore Carlo Brugnoli tagliare la testa al toro: «Il corso durò dieci mesi e si chiamava Progetto Gemini, per neo imprenditori. La signora Santanchè lo frequentò nel '92-93 e ricevette l'attestato di frequenza». Master-master o similmaster? Boh...

Anche fosse stato un semplice surrogato, comunque, mai avrebbe potuto gareggiare con la «laurea honoris causa in Scienze politiche presso la University of Berkley» sbandierata qualche tempo fa nel proprio curriculum dal senatore Mauro Cutrufo. Non la celeberrima Berkeley californiana, ma quella senza la «e» fra «k» e «l». Qualcuno magari ci sarebbe cascato...

Certo, a sfogliare la «Navicella» dei nostri parlamentari, come fece allora il Corriere , si capiscono tante cose. Fra queste, perché in Italia l'uso del curriculum sia talvolta così spregiudicato da ospitare qualunque cosa, basta che sia non vera, ma verosimile. L'ex ministro della Funzione pubblica Mario Baccini è arrivato a rivendicare con orgoglio il «titolo di professore emerito di relazioni internazionali dall'Università Cattolica dell'Honduras Nostra Signora Regina della Pace». Mentre Giulio Andreotti non ha rinunciato a elencare minuziosamente le sue lauree ad honorem : da Salamanca all'Indiana. Idem faceva Paolo Emilio Taviani, che però ne aveva non cinque o sei, ma addirittura venti. Una specie di record mondiale, che banalmente costringeva la Navicella a stampare una pagina in più. Chissà perché invece al deputato Eugenio Montale, raccontò in quell'occasione il Corriere , bastarono poche righe: «È nato a Genova il 12 ottobre 1896 e risiede a Milano. Dottore in lettere, giornalista, scrittore, poeta, premio Nobel per la letteratura nel 1975». Già, chissà perché...

Sergio Rizzo
10 agosto 2012 | 11:57

Il capo degli esattori? Non pagava multe e tasse

Fausto Biloslavo - Ven, 10/08/2012 - 09:03

La difesa del dirigente: "Pignorato da Equitalia? Dimostra che sono corretto"


A Trieste il direttore dell'agenzia del­le imposte comunali non ha pagato le tasse, a tal punto che gli è stato pignora­to lo stipendio.



Non solo: è riuscito, gra­zie a dei cavilli, a evitare fino all'ultimo pure le multe, che prendeva al volante della macchina messa a disposizione co­me benefit dalla società di riscossione. Con la mannaia di Equitalia sulla testa degli italiani nulla di nuovo sotto il sole, se non fosse che Paolo Cavazzoni firma la riscossione delle multe e dei tributi co­munali richiesti ai cittadini di Trieste.

«Mi rendo conto che la storia fa noti­zia, ma approfondendo salta fuori la mia correttezza» si difende con il Giorna­le il direttore di Esatto spa, l'agenzia del­le imposte comunali del capoluogo giu­liano. Il Piccolo , quotidiano di Trieste, ha tirato fuori per primo la vicenda para­dossale delle multe. Quando le prende qualsiasi triestino ti arrivano a casa con la firma di Cavazzoni per la riscossione. Il direttore aveva a disposizione, come benefit, un'Audi station wagon grigia targata DJ036ML. E poteva utilizzarla sia per lavoro, che privatamente, tutto l'anno. Oggi è al volante di una Volkswa­gen Tiguan, sempre intestata all'agen­zia Esatto. Nel 2008, a Gorizia, corre trop­po e si becca una multa per eccesso di ve­locità.

La contravvenzione non viene pa­gata. «Non lo sapevo la multa è arrivata in Comune» spiega Cavazzoni. In prati­ca la sede legale dell'agenzia è presso il municipio, ma quella operativa da un'al­tra parte e incredibilmente, anche se tut­ti sanno cosa sia Esatto, la multa torna in­dietro. Alla fine, un anno dopo, Equita­lia intima all'agenzia diretta da Cavazzo­ni il pagamento forzato. Non solo: mi­naccia di mettere le ganasce a un motori­no di Esatto. A questo punto il direttore è con le spalle al muro e la multa, che è lie­vitata a 566,31€, viene pagata e trattenu­ta dal suo stipendio.

«Dimostra la mia correttezza. Ho dovuto sborsare una ci­fra maggiorata», sostiene Cavazzoni. Peccato che per gran parte delle multe dei 22 mezzi dell'agenzia, prese dei di­pendenti, non risultano«inghippi»simi­li. E tantomeno per un altro funzionario che ha il benefit della macchina. La seconda contravvenzione garibal­dina del direttore è stata presa a Mode­na perché «il veicolo accedeva abusiva­mente nella zona a traffico limitato senza autorizzazione», si legge nel verbale pubblicato dal Pic­colo .

Solita storia sulle difficoltà di notifi­ca e alla fine lo stesso direttore scrive su carta intestata di Esatto per chiedere l'annullamento. E si appella, ovviamen­te, al superamento dei termini di notifi­ca di 90 giorni. Peccato che la multa da 76 aumenti a 170 €, perché non è stata pa­ga­ta subito e arrivi a casa del rappresen­tante legale della società. Cavazzoni, che fa riscuotere le multe, non ha alcuna intenzione di pagarla. «In questo caso non c'è il rischio di una riscossione coat­tiva perché è stato presentato riscorso- spiega al Picco­lo - Noi applichiamo la legge su noi stessi come sugli altri».

Il Giornale , però, scopre, che il preci­so direttore dell' agenzia delle impo­ste comunali, due an­ni fa, si è ritrovato con lo stipendio pignorato per non aver pagato delle imposte. Nell'otto­bre 2010 Equitalia chiede il pignoramen­to a Esatto perché Cavazzoni «è debito­re per imposte, tasse ed accessori, rego­larmente iscritte nei ruoli resi esecutivi della somma di euro 5650,90». Alla ri­chiesta di spiegazioni il direttore rima­ne per un attimo interdetto, ma poi spie­ga: «Si trattava di un'imposta di registro sull'eredità di mio padre, che poi ho pa­gato ». Peccato che prima di arrivare al pi­gnoramento dello stipendio, proprio lui che notifica multe e tasse, non abbia sal­dato le cartelle esattoriali di Equitalia.

A Berlino coi soldi dell'Ue si studia da prostituta

Libero

Fondi europei per il consultorio Madonna di Bochum, che "sforna" professioniste del sesso a pagamento


CatturaL’avviamento alla prostituzione in Germania è sovvenzionato dallo Stato. Le aspiranti lucciole non devono fare altro che rivolgersi al consultorio Madonna di Bochum, una specie di scuola-guida per entrare e fare carriera nel mestiere più antico del mondo. «Le professioniste del sesso sono esperte di sessualità. erotismo, intrattenimento e messa in scena», dice la pubblicità sul sito dell’organizzazione.

«Desidero ringraziare tutte le collaboratrici di Madonna per il loro instancabile impegno a favore delle donne che operano come lavoratrici del sesso», si è complimentata Barbara Steffens, ministro della Sanità del Nordreno-Vestfalia e deputata regionale dei Verdi. Il suo ministero l’anno scorso ha versato a Madonna un sussidio di 168mila euro che sono andati ad aggiungersi al finanziamento dell’Unione Europea, attraverso il Fondo sociale, alle offerte di privati e a una quota del gettito della più popolare lotteria della tv pubblica Ard.

Il lavoro rende liberi" e perde il posto

Corriere della sera

La frase pronunciata dalla conduttrice di una radio tedesca ha scatentao le proteste degli ascoltatori e il licenziamento della donna

Una frase infelice. Nel momento sbagliato. "Il lavoro rende liberi" pronunciata dalla moderatrice di una radio tedesca ha scatenato il putiferio. Prima le proteste degli ascoltatori e poi il lincenziamento della conduttice. L'infelice uscita della 39nne dipendente dell'emittente bavarese Gong, l'ultimo sabato di luglio doveva servire a 'rincuorare', a suo modo, gli ascoltatori costretti a lavorare nel fine settimana. La stessa frase campeggiva all'ingresso dei lager nazisti ed è rimasta celebre, quasi un simbolo delle violenze inferte nei campi di concentramento. In Germania la cosa non poteva passare sotto silenzio.

DENUNCE - L'episodio ha sollevato immediatamente le proteste di decine di ascoltatori, che hanno telefonato all'emittente a trasmissione ancora in corso. Una coppia, che si era sentita rispondere dall'assistente 19enne della moderatrice di prendere la cosa «con humour», ha sporto denuncia presso la procura di Monaco, che ora sta indagando per incitamento all'odio razziale. Moderatrice e assistente sono intanto state licenziate: un atto dovuto, ha comunicato radio Gong, da tempo impegnata contro l'estrema destra. Secondo l'amministratore dell'emittente, Georg Dingler, la donna «non ha pensato a quel che stava dicendo. A un certo punto la frase era stata pronunciata. E non c'era più niente da fare».


Redazione Onine9 agosto 2012 | 21:45

I beduini del Sinai abbandonato fra contrabbando e terrorismo

La Stampa

Al confine dove passano le merci trafugate: alle guardie basta una bustarella


IBRAHIM REFAT
dahab (egitto)

Il pesce comincia a marcire dalla testa», dice un proverbio non solo egiziano. Nella penisola del Sinai sta succedendo il contrario. Qui il declino è cominciato in una periferia abbandonata da uno Stato troppo centralizzato e autoritario. La penisola, una delle regioni più belle dell’Egitto, da paradiso turistico è diventato roccaforte dei neo jihadisti, una vasta terra di nessuno, che il nuovo Egitto, uscito dalla sua «primavera araba» del 2011, non riesce a gestire.

Le avvisaglie, in realtà, si potevano cogliere già al tempo di Mubarak, con gli attentati di Taba nel 2004, di Sharm el-Sheikh, nel 2005, e di Dahab, nel 2006. Attacchi messi a segno da diversi gruppi terroristici: un centinaio di morti, uno choc per il regime del vecchio raìs, che rispose con il pugno di ferro. Non meno di quattromila persone furono arrestate e torturate dagli apparati di sicurezza. Il risultato fu di allargare il divario tra Il Cairo e gli abitanti del Sinai, tra gli «effendi» (i burocrati) venuti dalla Valle del Nilo per amministrare (e saccheggiare) queste terre di beduini. Un fossato fra centro e periferia.

I beduini vivono ancora in società tribali, dominate da culture arcaiche. I dati sono impietosi: nel Sinai centrale si vive con 300 dollari pro capite l’anno, contro una media nazionale di 1400. Quelli che abitano lungo la costa del Mar Rosso, nel Sud del Sinai, bene o male, hanno un tenore di vita più decoroso grazie al turismo, all’espansione negli Anni Novanta di resort come Sharm elSheikh, Dahab, Nuweiba, Taba.

Anche se la fetta maggiore del boom la mettono in saccoccia gli investitori venuti dalla valle del Nilo, quelli che i beduini chiamano i «masrin» (gli egiziani), perché loro orgogliosamente rifiutano di chiamarsi tali. A parte la costruzione di alberghi di lusso per i turisti, il governo investe poco o nulla nel resto della Penisola. Un solo cementificio e nessuna miniera. I sindaci, o meglio i «podestà», dal momento che non vengono eletti, sono in prevalenza ex ufficiali dell’esercito, per non parlare dei governatori, nominati dal capo dello Stato.

Un ex colonnello sindaco ci confida in privato la sua ricetta per cambiare la mentalità dei suoi cittadini beduini: «Bisognava spedire i più giovani nei collegi militari». Dei posti di lavoro nel turismo ai locali non vanno nemmeno le briciole, e lo stesso vale per gli impieghi più umili, come il bidello o l’usciere. I concorsi sono riservati a quelli che vengono dal Wadi, cioè dalla valle del Nilo. In compenso la pressione demografica è formidabile.

Oltre quattro figli per ogni donna sposata. Di fronte a uno Stato latitante, molti beduini intraprendono la strada del crimine: traffico di uomini, di armi, di droga. Alcuni si mettono al servizio dei terroristi. Aiutati dalla loro perfetta conoscenza del terreno, degli anfratti inaccessibili nelle montagne, riescono a avere la meglio sui «piedi piatti» venuti dal Cairo. Un imprenditore sequestrato nei pressi di Santa Caterina racconta di aver visto bande armate appostate sulle cime delle colline con bazooka e kalashnikov.

Per quietare le tribù l’Egitto di Mubarak pagava una sorta di obolo agli anziani sheikh, in cambio i capiclan controllavano le «pecore nere» per conto del potere. Ma gli sheikh sono sempre più screditati agli occhi dei giovani, specie di quelli che hanno studiato un po’ o hanno avuto contatti con il mondo esterno. Nelle zone di non facile accesso alle aree turistiche, come nel centro della penisola e nel Nord, ci sono soltanto due strade per uscire dalla miseria: il crimine organizzato (traffico di droga e di armi e contrabbando) o l’integralismo islamico. La vicinanza di Gaza ha aiutato la nascita delle prime organizzazioni jihadiste a El-Arish. I giovani indottrinati dai salafiti dell’enclave hanno messo a segno gli attentati nei resort affollati di stranieri nel Sud della penisola, e in seguito hanno compiuto lanci di razzi contro Eilat e Aqaba, dal versante egiziano.

Spesso sono stati aiutati dallo scarso addestramento degli agenti che presidiano i check-point. Come i sedici falciati domenica scorsa dai killer mentre consumavano l’Iftar, il pasto tradizionale con cui si rompe il digiuno alla sera, nel mese del Ramadan. La strada del contrabbando passa per i tunnel sotterranei sotto la città di Rafah, cresciuti dopo l’assedio di Gaza da alcune decine a 1200. Un’industria fiorente che ha fatto nascere una nuova classe ad El-Arish e nei dintorni, e così pure a Gaza dove il governo di Hamas riscuote una sorta di dazio sulla merce clandestina. Infuriato per la strage dei suoi soldati, il governo del Cairo ha ora spedito i bulldozer per radere al suolo tutte le 1200 gallerie.

Per farlo dovrebbero abbattere metà di Rafah: i tunnel sbucano sotto le case lungo un fronte di ben sette chilometri. Poco distante, a Shiekh Zuwaid,i camion sostano in attesa di scaricare di notte il loro carico. «Farina, mucche, benzina, automobili, fucili, missili, medicine, droga», racconta un palestinese.  Le guardie di frontiera si girano dall’altra parte in cambio di bustarelle. Le autorità del governatorato fanno finta di nulla:

«Tutto in ordine» scriveva l’ex governatore Mabrouk (licenziato mercoledì), mentre i militari danno la colpa del caos nel Sinai al trattato di Camp David con Israele, che impone la smilitarizzazione della penisola. In realtà la colpa è dell’anarchia e del caos in cui è piombato l’Egitto dopo la rivoluzione, e della lotta intestina fra le fazioni adesso al potere. E nel Sud del Sinai, come se non bastassero i sequestri lampo dei turisti, scarseggia pure la benzina.

L'Homo erectus non era solo Nuovi fossili lo confermano

La Stampa

Uno studio su «Nature»: ipotesi di due specie distinte nel Pleistocene


Scoperti in Kenya resti fossili di quasi 2 milioni di anni fa

Parigi

Il ritrovamento di nuovi fossili in Kenya costituiscono la prova della diversità dei nostri primi progenitori, secondo uno studio pubblicato dalla rivista scientifica britannica Nature. Le nuove tessere di questo puzzle - una faccia, una mascella inferiore completa e un'altra mascella inferiore a metà - sono state ritrovate tra il 2007 e il 2009 nei pressi del lago Turkana dai membri del progetto di ricerca Koobi Fora (KFRP), diretto da Meave Leakey e da sua figlia Louise Leakey.

Questi nuovi fossili confermano, scrivono gli autori dello studio, che sul continente africano hanno coesistito nel Pleistocene, circa due milioni di anni fa, due specie distinte di Homo erectus, l'Homo habilis e l'Homo rudolfensis. "Ormai è chiaro che queste due specie di Homo hanno vissuto contemporaneamente", ha dichiarato Fred Spoor (dell'Istituto Max Planck di antropologia evoluzionista di Lipsia in Germania) che ha diretto le analisi scientifiche.

Regala due euro di pane Multato dalla Finanza

Libero

La disavventura di un fornaio ligure, che aveva dato un po' di focaccia a un ragazzino indigente. Niente scontrino, gli fanno il verbale


Dagli all’evasore, al profittatore maledetto che non batte lo scontrino e ingrassa con il denaro sottratto alla comunità. Ogni tanto, però, sotto il pugno di ferro dell’Erario rimangono schiacciate solo le mosche. È successo a Giorgio Lorenzini, titolare di un panificio a Isola di Ortonovo, briciola di paese in provincia di La Spezia. La sua bottega si chiama Cudì, se la passano in famiglia, nel borgo la conoscon tutti. Che ha fatto, lo sciagurato?

Ha compiuto un gesto molto bello e molto umano, e lo ha fatto senza pensare, con un automatismo ammirevole. Ha regalato un pezzo di focaccia - ché da quelle parti la focaccia la sanno fare come si deve - a un ragazzino di sedici anni. E affinché al giovane non gli si fermasse nel gozzo,  ha aggiunto un cartoncino di the freddo. Totale: 2 euro e 10 centesimi. Beh, il Lorenzini incarta la focaccia e non ci pensa più. Il ragazzino piglia il pacchetto e corre fuori. Ma all’angolo della stradina lo fermano.

La Finanza: giovine, favorisca lo scontrino. E lo scontrino non c’è. A questo punto si consuma il dramma. Il ragazzo viene ricondotto a casa siccome Pinocchio, e ai famigliari viene richiesto di fornire i documenti per l’identificazione. Ma la mazzata spetta all’incauto panificatore, che si è reso colpevole di distribuzione illegale di focaccia con aggravante di bevanda. Il regalino senza scontrino è evasione fiscale. Le forze dell’ordine stendono apposito e sterminato verbale. Presto giungerà adeguata sanzione, immaginiamo ben più salata della focaccia di cui sopra.

La Corte di giustizia europea dice sì all’espulsione del colpevole di reati sessuali

La Stampa

La violenza sessuale ai danni di un minore può giustificare l’allontanamento di un cittadino dell’Unione anche se ha soggiornato nello Stato membro ospitante per più di 10 anni. 

Il caso

Un cittadino italiano, trasferitosi in Germania nel lontano 1987, viene condannato dal tribunale di Colonia a 7 anni e 6 mesi di carcere per abuso sessuale, atti di violenza sessuale e stupro ai danni di una bambina. A seguito della condanna, le autorità tedesche hanno dichiarato la perdita del diritto di ingresso e di soggiorno dell’imputato nel territorio tedesco, intimandogli di lasciarlo, pena l’espulsione verso l’Italia.

La questione, visto il ricorso presentato dall’imputato, viene rimessa dai giudici tedeschi alla Corte di Giustizia europea. L’allontanamento deve essere una misura conforme al principio di proporzionalità. La Corte UE nella sentenza depositata il 22 maggio 2012, causa C-348/09, precisa che l’allontanamento dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari per motivi d’ordine pubblico o di pubblica sicurezza costituisce una misura che può nuocere gravemente alle persone che si siano effettivamente integrate nello Stato membro ospitante.

Perciò, occorre limitare la portata di tali misure conformemente al principio di proporzionalità, in base al grado d’integrazione della persona interessata, della durata del soggiorno nello Stato membro, dell’età, delle condizioni di salute, della situazione familiare ed economica e dei legami col paese di origine. D’altra parte - si legge in sentenza - è vero anche che «gli Stati membri possono limitare la libertà di circolazione [e di soggiorno] di un cittadino dell’Unione o di un suo familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica».

In più, è necessario, ai fini dell’espulsione del reo, che il comportamento personale rappresenti una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse fondamentale della società. I «motivi imperativi di pubblica sicurezza» giustificano l’allontanamento. In sostanza, i Giudici comunitari sostengono che deve sussistere una minaccia reale e sufficientemente grave che riguardi un interesse fondamentale della collettività.

Nello specifico, «motivi imperativi di pubblica sicurezza possono sussistere solo qualora l’interessato sia stato condannato per uno o più reati dolosi, con sentenza passata in giudicato, ad una pena detentiva o ad una pena rieducativa per minori di almeno cinque anni o qualora siano state disposte misure di custodia cautelare in occasione dell’ultima condanna definitiva, nel caso in cui venga messa in causa la sicurezza della Repubblica federale di Germania o l’interessato costituisca una minaccia terroristica».

Nel caso di specie, l’imputato ha agito con particolare determinazione criminosa al momento dei fatti e ha inflitto alla sua vittima una «sofferenza infinita», sottoponendola ad abusi per lunghi anni (circa 11). La violenza sessuale rientra tra i «motivi imperativi di pubblica sicurezza». Tali reati – secondo la Corte – possono rientrare nella nozione di «motivi imperativi di pubblica sicurezza», atti a giustificare un provvedimento di allontanamento di un cittadino dell’Unione che ha soggiornato nello Stato membro ospitante durante i precedenti dieci anni.

Deve sussistere il pericolo di reiterazione del reato. Tuttavia, la Corte di Giustizia sottolinea che «qualsiasi provvedimento di allontanamento è subordinato alla circostanza che il comportamento della persona di cui trattasi rappresenti una minaccia reale e attuale per un interesse fondamentale della società o dello Stato membro ospitante, accertamento che implica, in generale, in capo all’interessato, l’esistenza di una tendenza a ripetere in futuro tale comportamento. Il giudice dovrà valutare caso per caso.

«Prima di adottare una decisione di allontanamento– conclude la Corte - lo Stato membro ospitante deve tenere conto, in particolare, della durata del soggiorno dell’interessato nel suo territorio, della sua età, del suo stato di salute, della sua situazione familiare ed economica, della sua integrazione sociale e culturale in tale Stato e dell’importanza dei suoi legami con il paese d’origine».

New York, privacy addio il super computer vi spia

La Stampa

Bloomberg presenta il nuovo sistema di sorveglianza della polizia


Il sistema ricostruirà attraverso i collegamenti con le banche dati la vita di qualunque sospetto nel giro di pochi secondi

PAOLO MASTROLILLI
inviato a new york

Non è il caso di rievocare il Grande Fratello, per la semplice ragione che il nuovo sistema per il controllo di New York, presentato mercoledì dal sindaco Bloomberg e dal capo della polizia Kelly, va ben oltre quello che il povero Orwell poteva immaginare. Migliaia di telecamere puntate sulle strade 24 ore al giorno, collegate con strumenti per la rilevazione delle radiazioni, banche dati con informazioni su tutti i cittadini, occhi digitali capaci di riconoscere le targhe delle auto e seguirle per mesi.

E in futuro, magari, anche le immagini dei droni, che stanno già passando dai campi di battaglia ai cieli delle città. In altre parole, sarà impossibile muovere un passo a New York senza essere notati e potenzialmente seguiti, se si combina qualcosa che giustifica l’attenzione delle forze dell’ordine.

Questa struttura si chiama Domain Awareness System ed è costata circa 40 milioni di dollari al New York Police Department. E’ stata sviluppata in collaborazione con la Microsoft, per iniziativa di Kelly, che quando è tornato alla guida della polizia della Grande mela ha deciso che era arrivato il momento per una rivoluzione tecnologica.

Gli attentati dell’11 settembre avevano creato la nuova esigenza di difendersi dal terrorismo, oltre che dalla criminalità comune. Quindi Kelly ha chiesto ai suoi uomini quali erano le loro esigenze più pressanti, per poter far fronte in maniera efficace alle nuove minacce. Le richieste sono state girate ai tecnici della Microsoft, che si sono seduti al tavolo con i poliziotti per cercare di rispondere nella maniera più efficace possibile. Il risultato è questo occhio intelligente, che veglia sulla città senza mai battere le ciglia. Al momento collega circa 3.000 telecamere che controllano Downtown, ossia la parte sud di Manhattan, e un numero imprecisato che è puntato sulle strade di Midtown, ossia l’area di Times Square a ovest e del Palazzo di Vetro dell’Onu a Est.

L’obiettivo è costruire un circuito che nel giro di poco tempo copra l’intera superfice di New York, allargandosi ai quartieri di Brooklyn, Queens, Bronx e Staten Island. A questo si aggiungono i rilevatori di radiazioni già sparsi nella città, e potenzialmente anche la sorveglianza aerea. Le immagini e le informazioni arrivano ad un centro super tecnologico, che ha accesso alle banche dati nazionali, le chiamate fatte al centralino d’emergenza della polizia, persino le multe per divieto di sosta.

Se il sistema dà l’allarme per la presenza di radiazioni, ha gli strumenti per capire in fretta se si tratta di un attacco o un laboratorio medico che sta facendo un esperimento. Se un’auto viene associata ad un crimine, riesce a seguirla e a rivelare dove è stata esattamente nell’ultimo mese. Se una persona viene fermata, ricostruisce tutta la sua vita, da eventuali chiamate alla polizia che la riguardano, alle multe che ha preso in macchina.

Per mostrare il funzionamento, mercoledì i poliziotti hanno lasciato un «pacco sospetto» a Union Square, una delle piazze più trafficate di Manhattan. Nel giro di pochi secondi gli uomini del centro lo hanno individuato, hanno visto da dove veniva, chi lo aveva portato e dove si trovava il sospetto in quel momento. Più, naturalmente, i controlli per verificare cosa conteneva.

«Questo - ha detto Bloomberg - è il futuro». E pazienza per la privacy, se si tratta di evitare un altro 11 settembre, o prendere un omicida prima ancora che si renda conto di essere seguito. E’ una storia che ci potrebbe riguardare tutti da vicino, perché New York intende recuperare i soldi investiti vendendo il sistema alle città amiche interessate. Domani, insomma, questo occhio potrebbe aprirsi sulle nostre strade.

Botticelle, un regalo in quest'estate torrida: fermiamole una volta per tutte

Il Messaggero
di Luca Ricci

Botticelle a piazza di SpagnaROMA - Diciamocelo francamente, non c’è niente come l’estate per far venire fuori le cose nella loro brulla desolazione. Che sia il fetore di un cassonetto di rifiuti o la cellulite di una turista con un pantaloncino troppo corto, quando il caldo infuria per le strade i nostri limiti si vedono meglio, sono messi in evidenza.

C’è la solitudine dell’anziano parcheggiato su una panchina, o quella del padre di famiglia attaccato al bocchettone dell’aria condizionata. Quest’anno tutto ci rema contro. Sarà anche a causa della moda del meteo spettacolo, per cui ogni nuova ondata di calore è associata a definizioni sempre più grottesche - Lucifero, Nerone Caronte - ma di certo il caldo sta picchiando molto duro.

Come se non bastasse l’estate 2012 passerà alla storia per un semplicissimo rapporto numerico diramato dall’Istat, l’ormai famigerato dato secondo cui 6 italiani su 10 non partiranno per le vacanze. Altro che Esodo: invece di aprire in due le acque del mar Rosso, non riusciamo neanche ad alzare la sbarra di un casello autostradale. E così, accaldati e magari costretti a restare in città, le immagini triviali si moltiplicano. Tra le altre, c’è anche quella dei cavalli delle botticelle che trascinano gli zoccoli sui sampietrini cotti dal sole, magari imbottigliati nel traffico, tra un pullman turistico e un taxi. Non serve essere ferventi animalisti per rendersi conto della sofferenza di quegli animali.

A volte il partito del buon senso - che non è affatto il partito del senso comune - basta e avanza per capire se c’è qualcosa che non va: la maggior parte delle capitali europee offre un giro in carrozza soltanto attraverso itinerari stabiliti, o all’interno di percorsi verdi, parchi o foreste. Eppure una buona notizia c’è: proprio a causa del gran caldo, che secondo la protezione civile in questi giorni dovrebbe raggiungere un livello di allerta 3, è arrivato lo stop temporaneo per le botticelle. Niente corse pazze nel cuore di Roma, muovendosi a zig zag tra gli scooter e le macchine. I vetturini sono sul piede di guerra, ma non si tratta di distruggere un mestiere, piuttosto di ripensarlo tutti insieme per renderlo migliore.

Per il fetore dei cassonetti o per la cellulite della turista, invece, dovremo rassegnarci. Anche l’anziano parcheggiato sulla panchina e il padre di famiglia attaccato al boccchettone dell’aria condizionata non avranno una rivalsa immediata. D’estate funziona così, non c’è niente come il caldo per mettere in risalto le nostre pecche, la nostra solitudine. A settembre, senza terribili draghi africani ad alitarci sul collo, tutto tornerà automaticamente meno imperfetto, più vivibile. Certo sarebbe bello se, come per le botticelle, bastasse un’ordinanza comunale per risolvere almeno in parte il problema. Comunque, per chi ama vedere il bicchiere mezzo pieno, non tutta l’afa viene per nuocere.


Giovedì 09 Agosto 2012 - 13:26
Ultimo aggiornamento: 15:30