sabato 11 agosto 2012

Inaugurato sacrario per Rodolfo Graziani, polemiche sui fondi regionali

Corriere della sera

Costato 127 mila euro, presi dai fondi stanziati dalla Regione per il «completamento del parco di Radimonte»


Il sacrario dedicato a GrazianiIl sacrario dedicato a Graziani

ROMA - Inaugurazione tra mille polemiche ad Affile, vicino a Roma, del parco di Radimonte dove è stato realizzato un sacrario dedicato al Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani (originario di Filettino, nel Frusinate), ministro della Difesa di Salò. Tra accuse e interrogazioni alla governatrice Renata Polverini, il monumento è finito nella bufera. Bloccato tra gli anni Novanta e il Duemila, il mausoleo al gerarca fascista è stato riproposto e portato avanti, da circa un anno, dal sindaco Ercole Viri. Sabato 11 la cerimonia nel paese dell’alta Valle Aniene con tanto di banda musicale e una conferenza sul “Leone di Neghelli”, protagonista anche del famoso “abbraccio di Arcinazzo” con Andreotti, allora giovane sottosegretario del governo De Gasperi Un centinaio i presenti.
Un momento dell'inaugurazione
FINANZIAMENTO NEL MIRINO - Lo scontro politico si estende anche al finanziamento regionale di 180 mila euro (impegno di spesa in due annualità), stanziato con determinazione del febbraio 2010 per il «completamento del Parco Radimonte». L’opera, con annesso museo e locali di servizio, è costata 127 mila euro. «Un'indecenza – attaccano i consiglieri regionali Pd Enzo Foschi e Tonino D'Annibale -, resa possibile da un escamotage. Lo stanziamento complessivo finanziato ammontava a circa 30 milioni di euro riferito al Programma Straordinario Regionale di investimenti per lo sviluppo locale e riguardava ampie porzioni del nostro territorio. Oltre 200 Comuni in tutto il Lazio- aggiungono Foschi e D’Annibale - avevano presentato domanda per interventi e lavori di pubblica illuminazione, manutenzione straordinaria di strade ed edifici scolastici, adeguamento della viabilità, realizzazioni di marciapiedi e parcheggi». Secondo i due consiglieri regionali «il progetto presentato dal Comune di Affile prevedeva semplicemente il completamento del Parco Radimonte. Da febbraio 2010 a oggi è divenuto invece un luogo per tenere viva la memoria di un gerarca fascista, repubblichino e colpevole di crimini contro l'umanità».

LA DIFESA DEL SINDACO - I lavori del parco Radimonte, voluto dal sindaco Ercole Viri (che da tre anni guida un’amministrazione di centrodestra), si sono conclusi in queste settimane. Il progetto ha già visto l’opposizione dell’Anpi Roma (l’associazione nazionale partigiani d’Italia) che lo ha definito «una vergogna», e un duro scontro con il primo cittadino, che difende il ‘sacrario’ dedicato al ministro della Difesa di Salò sostenendo che «tanti affilani orgogliosamente rivendicano la lealtà, la coerenza e l'eroicità del loro "Grande Concittadino" . Il tempo - sostiene Viri - sarà galantuomo e la revisione storica renderà giustizia»’. Il sindaco cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche. Dice che lui avrebbe intitolato un monumento anche a Togliatti. E si giustifica sostenendo che sul progetto presentato alla Regione per ottenere i fondi «il nome di Graziani non c’era solo perché ad Affile il soldato con la s maiuscola è lui. Non è colpa nostra - conclude - se non abbiamo personaggi di sinistra». Nel paese dell’alta Valle Aniene, però, non tutti sono d’accordo. «Qui i problemi sono altri – dice chi non condivide il progetto -, tra disoccupazione e crisi economica. Quei soldi potevano essere spesi per cose più utili».

«LA REGIONE PRENDA POSIZIONE» - Dopo gli attacchi del Pd, arrivano quelli di Sel. L’affondo porta la firma del capogruppo in Consiglio regionale, Luigi Nieri, assessore al Bilancio quando fu approvato il finanziamento per completare il parco di Radimonte. Nieri ora chiede la revoca dei fondi e accusa: «E' impensabile, in un paese democratico- afferma - che vengano celebrati simili personaggi. Ma è ancora più grave che lo si faccia con i soldi dei cittadini del Lazio, utilizzando fondi accordati per altre finalità. La Giunta regionale non può far finta di niente. Per questo chiediamo, nel rispetto dei principi costituzionali, che la Giunta Polverini prenda una posizione netta su quanto accaduto e, oltre a non partecipare all'evento, revochi il finanziamento, in quanto le risorse sono state utilizzate impropriamente e non esclusivamente per le finalità previste».

BOTTA E RISPOSTA - La polemica si è infiammata. Il capogruppo del Pd alla Regione Lazio, Esterino Montino, con una lettera aperta definisce «inaccettabile» il sacrario al Maresciallo d’Italia e chiede al prefetto di Roma e alla magistratura di verificare «se ci siano gli estremi di apologia del fascismo e distrazione di fondi». A Montino risponde l’assessore regionale ai Trasporti Francesco Lollobrigida: «Assisto oggi – dichiara - al reiterarsi di monotoni accenti recitati a memoria da esponenti della sinistra, forse privi di temi più concreti. Ho partecipato a tutte le iniziative organizzate dal Comune di Affile da quando ho iniziato a fare politica». Sul monumento al ministro di Salò lo scontro politico è destinato a regalare nuovi capitoli.

Antonio Mariozzi
11 agosto 2012 | 20:46

La deputata coltiva marijuana sul terrazzo

Luca Romano - Sab, 11/08/2012 - 17:06

Rita Bernardini, radicale, ha un'intera piantagione sul terrazzo. E su Facebook decine di foto che ritraggono la sua "azione di disobbedienza civile"


Crescono numerose, sul terrazzo di Rita Bernardini, deputata radicale.



Un'intera piantagione di piantine di marijuana, iniziata lo scorso 18 giugno, giorno in cui aveva piantato tre vasetti di semi come segno di "disobbedienza civile"
Tanto rigogliose da necessitare un'intera galleria di foto su facebook, le piantine fanno parte di un'iniziativa per sollevare il problema dell'uso terapeutico dei derivati dalla cannabis.

Uno squarcio nell'ala? «Lo sappiamo» Il messaggio (preoccupante) di Air Alaska

Corriere della sera

Boom sul web per lo scatto che ritrae il buco

Lo squarcio nell'ala del Boeing 737 Air AlaskaLo squarcio nell'ala del Boeing 737 Air Alaska

Cosa fare? Sorridere o farsi prendere dal panico? I passeggeri a bordo di un Boeing 737 della compagnia Air Alaska erano nel dubbio. Dal finestrino dell’apparecchio hanno infatti fotografato un pezzo mancante dell’ala con accanto un messaggio scritto con un pennarello: «We know about this», cioè «ne siamo a conoscenza».

LA NOTA - Solo uno scherzo di cattivo gusto o c’è stato effettivamente di che preoccuparsi? Sull’ala destra dell’apparecchio in volo da Burbank (California) a Seattle (Washington) - atterrato senza problemi - qualcuno ha lasciato un messaggio alquanto discutibile. Sarebbe stato uno dei tecnici a terra addetti alla manutenzione a scarabocchiare quella nota, un’informazione sull’idoneità di volo rivolta all'equipaggio del velivolo. I passeggeri, ovviamente, questo non lo sapevano. Lo scatto, pubblicato sull’aggregatore online Reddit, ha perciò iniziato a furoreggiare sul web. Cosa mostra? Un angolo mancante dell’ala, per la precisione all’iper-sostentatore d'atterraggio (noto anche come flap).

SCUSE - Pronto è arrivato il comunicato ufficiale della compagnia: «Il messaggio è inappropriato, ma in nessun momento c’è stato pericolo; il velivolo era stato ispezionato correttamente alla partenza». Quella parte mancante sarebbe inoltre ininfluente per la sicurezza di volo, ha rassicurato il portavoce della compagnia, Bobbie Egan, all’agenzia Ap. È già la seconda volta in pochi giorni che la compagnia Air Alaska è costretta a pubbliche scuse. Recentemente era finita nel mirino per aver apparentemente maltrattato un anziano passeggero disabile.


Elmar Burchia
11 agosto 2012 | 12:50

Tutti al mare…

Corriere della sera

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di Franco Bomprezzi

Giorni di Ferragosto, giorni torridi. Ma anche pericolosi per gli InVisibili. Il periodo delle vacanze è il test più duro per valutare la propria vita, le relazioni umane, il livello di libertà e di autonomia, perfino la possibilità o la capacità di trasgredire le regole. Dall’alto dei miei primi sessant’anni mi permetto di dare qualche piccolo consiglio basato sull’esperienza. Mi piacerebbe infatti che tutti, ma proprio tutti, anche ragazzi e ragazze con disabilità, vivano queste settimane senza angoscia, anzi, con la massima leggerezza e gioia di vivere.

Premetto: è difficile. Partiamo da una constatazione inoppugnabile. Siamo terribilmente riconoscibili. Una persona disabile fa fatica persino a immaginare una trasgressione, quella classica dell’estate, ossia tradire il proprio partner, o comunque farsi un’avventura da spiaggia. Ti riconoscono subito, ti vedono. Ti salutano alla prima occasione e davanti al tuo compagno o alla tua compagna candidamente dicono: “Ciao, che ci facevi l’altra sera all’Hotel Miramare?”. Già, che ci facevi… I fatti miei, vorresti rispondere. Ma i fatti tuoi, se sei in sedia a rotelle, o comunque con una disabilità fisica o sensoriale evidente, non sono più soltanto i fatti tuoi, diventano di dominio pubblico.

La disabilità dunque sembra, tanto per cominciare, abbinata indissolubilmente alla fedeltà e a un comportamento decoroso. Passiamo ad altro dunque. Il corpo. Ecco, difficilmente il corpo di una persona con disabilità (con tante splendide eccezioni, per carità…) è facile da esibire sulla spiaggia o in piscina. Bisogna avere una solida faccia di bronzo. Il mio consiglio spassionato è: fregatevene altamente degli altri. Prendete il sole in costume, perché ne avete diritto, il sole è di tutti. E’ democratico, e fa bene. In realtà non è vero che la gente ti guarda. Solo i bambini, poco educati alla disabilità, arrivano da te e ti puntano il dito: “Che cosa hai fatto? Perché sei così?”. Ecco, preparatevi solo una buona risposta per i bambini. La mia migliore è questa: “Sto in carrozzina perché sono pigro e grasso”. Funziona, almeno a me.

Altro piccolo consiglio: cercate di liberarvi di genitori e parenti (non me ne vogliano…). Tenderanno a proteggervi, a fare solo le cose giuste, a evitarvi difficoltà e disagi. Ma rischiate di rimanere soli, specie verso sera, quando è fondamentale organizzare il tempo del divertimento. La parola d’ordine deve essere: “Non preoccupatevi, mi arrangio…”. Buttatevi, cercate amici nuovi, osservate bene le facce, non è difficile individuare quello simpatico, o la ragazza allegra che non si fa problemi solo perché avete, come dire, un aspetto un po’ complicato.

Stendo un velo pietoso sulle barriere che comunque incontrerete, più o meno ovunque: il bagno attrezzato che trovate, nel momento del bisogno, rigorosamente chiuso a chiave, e nessuno sa chi ce l’abbia; il servoscala che non funziona; la pedana della spiaggia completamente coperta di sabbia e che si ferma a dieci metri dalla battigia, e così stretta che non riuscite neppure a fare dietrofront; il parcheggio per disabili rigorosamente occupato da un Suv con contrassegno taroccato. Immagino infatti che abbiate superato questi e altri ostacoli, altrimenti non sareste qui a leggere il mio post sui consiglio per le vacanze. Visto che parlo con gente tosta: vi prego, non perdete una sola occasione a portata di mano. Discoteca, concerti all’aperto, cinema, happy hour, torneo di calcio balilla, chitarrata notturna in spiaggia (esistono ancora? Spero di sì…).

L’obiettivo, ve lo confesso, è che in questa settimana gli italiani si accorgano improvvisamente di questa invasione di alieni. Gente di ogni tipo, alta, bassa, larga, semovente o spinta da qualcuno, elettronica o manuale, con le stampelle o con il bastone bianco, giovani e meno giovani. Sarebbe il nostro omaggio commosso a Carlo Rambaldi, che con E.T. ha inventato il personaggio disabile più amato e coccolato al mondo. E poi raccontateci, qui, le vostre avventure (senza esagerare, mi raccomando…).

In una parola: non restate mai soli. Non ve lo meritate. La vita è vostra. Alla faccia dei pregiudizi.

Parola di Franco.

Niente sconti? Ti rovino sul web" Quante cyber-recensioni fasulle

Roberta Pasero - Sab, 11/08/2012 - 08:50

Il 60% dei turisti le consulta per scegliere dove mangiare e dormire ma un terzo è falso. E i siti che tutelano le "vittime" dai finti commenti sono davvero pochi


Cattura«Si può perdonare tutto tran­ne che una buona reputazione». Altri tempi. Oggi i frequentatori del web non la pensano come Oscar Wilde, tanto che una delle maggiori preoccupazioni dell’era internettiana è quella di avere una buona reputazione, almeno on line.

«Nell’era digitale la repu­tazione non è più soltanto un con­cetto filosofico, ma qualcosa che rimane scalfita nel web per sem­pre. Ognuno di noi ha una sua car­ta d’identità digitale che, magari senza saperlo, viene macchiata dai contenuti pubblicati da anoni­mi su motori di ricerca, Facebook, blog, su 30 miliardi di pagine web», spiega Andrea Barchiesi, amministratore delegato di Repu­tation manager, società che ana­lizza l’immagi­ne on line aiu­tando aziende e professioni­sti a non pe­rde­re la cyber repu­tazione.

«Su in­ternet- raccon­ta l’ad- la verità non esiste, così come la riserva­tezza. Tutti pos­sono­cadere vit­time di un abu­so dei dati per­sonali. Per esempio chi cerca un posto e vede il pro­prio profilo sbattuto in rete e dunque visibi­le dai futuri da­tori di lavoro, oppure chi ha la sua reputazione distrutta per una foto o un video pubblicato per vendetta com’è ca­pitato a Belen con il suo filmato hot messo in rete da un ex fidanza­to ».E poi c’è chi ha mandato infu­mo la carriera per commenti inop­portuni scritti su Facebook cre­dendosi invisibile, com’è capita­to alla dipendente della Danieli, società di forni industriali per l’ac­ciaio, che per aver scritto qualco­sa tipo “Che noia una giornata in Danieli” è stata licenziata.

Uno dei settori più in crisi di identità digitale è il turismo. Qui tutto può accadere, tra giudizi fal­si positivi e recensioni finte negati­ve pubblicate nei portali di viaggi, Com’è capitato in Gran Bretagna dove sono state sbugiardate le re­censioni negative di Helen Griffi­ths, su TripAdvisor, una delle più influenti community di viaggio, e su molti altri siti gastronomici, che riguardavano il ristorante «The Good Life» aperto da una ri­vale in amore a Shrewsbury. È sta­ta la­polizia postale a smascherar­la e a costringerla a pubblicare sul Times l’ammissione di colpa:«Ho scritto i miei giudizi negativi sen­za essere mai entrata in quel risto­rante e dunque senza avervi mai mangiato». E pensare che proprio TripAdvisor ha come motto «Get the truth, then go» (trova la verità e poi va).

«Purtroppo non è così. Ormai almeno il 60 per cento dei turisti consulta le opinioni lascia­te sui portali turistici da altri viag­giatori non sapendo però che un terzo delle recensioni sono false. Il danno è enorme: se tanti giudizi positivi scritti ad arte fanno scala­re a hotel e ristoranti posizioni im­portanti nelle pagine web dando loro visibilità e dunque maggiori probabilità di clienti, le recensio­ni negative possono screditare a tal punto una struttura turistica da portarla al fallimento» spiega Enrico Ferretti, titolare della Se­cret Key, società di web marketing specializzata nel turismo. «Ma a scrivere recensioni negative- con­tinua Ferretti- sono anche i clienti pronti a minacciare pessimi giudi­zi se non ottengono sconti adegua­ti, come capita spesso anche negli alberghi italiani».

Purtroppo sono pochi i siti che cercano di tutelare i ristoratori. Tra questi Booking.comche con­sente di scrivere commenti solo a chi ha acquistato la vacanza attra­verso il loro portale, mentre Tra­velPost spesso verifica che il clien­te abbia realmente soggiornato nella struttura che recensisce. Ma se ormai la frittata è fatta co­me ci si può rifare una reputazio­ne in rete? «Leggi che tutelino le vittime del web non esistono» spiega Andrea Barchiesi. «Si cer­ca, perciò, di rimediare al danno, studiando il posizionamento dei contenuti lesivi o falsi nei motori di ricerca e anche la strategia mi­gliore per isolarli. Poi si richiede la rimozione al sito o la pubblicazio­ne di una rettifica quando si tratta di informazioni scorrette».

Nel set­tore turistico, invece, è più compli­cato: «un esempio positivo arriva dalla Francia dove il tribunale ha condannato i siti turistici on line Expedia, TripAdvisor e Hotels. com a pagare 427mila euro al Synhorcat, il sindacato che rap­presenta operatori alberghieri e ri­storatori, per pratiche sleali e in­gannevoli », dice Enrico Ferretti. Insomma a distanza di oltre quat­tro seco­li si deve ancora dar ragio­ne a Shakespeare quando afferma­va: «La reputazione? È una veste effimera e convenzionale, guada­gnata spesso senza merito e per­duta senza colpa».

Firenze, cane si strangola con la catena Era stato abbandonato senza acqua e cibo

Corriere della sera

Le guardie zoofile stanno cercando il proprietario, dovrà rispondere di abbandono e maltrattamenti

CatturaÈ morto dopo giorni bloccato con la catena all'interno di una recinzione senza nulla da mangiare e da bere. A ritrovarlo le guardie zoofile dell'Enpa di Firenze che ora stanno cercando di risalire al proprietario del cane che attualmente risulta essere irreperibile in zona. Per lui scatterà la denuncia di abbandono, incuria e maltrattamento animali, visto che l'animale è rimasto immobilizzato per giorni senza che il proprietario se ne accorgesse o gli portasse acqua e cibo. Una storia che ripropone il problema dei tanti animali che nel periodo estivo, soprattutto in questi giorni di Ferragosto, vengono abbandonati per strada o lasciati da soli come nel caso di Firenze

LA SEGNALAZIONE - Le guardia zoofile, dopo una segnalazione, si sono recate in un piccolo appezzamento di terreno in zona San Donnino, nei pressi di via dei Manderi dove hanno constatato, una scena penosa e raccapricciante: all'interno di una recinzione vi era un cane strozzato dalla stessa catena che aveva al collo. Dagli accertamenti effettuati e dai primi riscontri autoptici dei veterinari Enpa risulterebbe che il cane, un meticcio maschio di taglia media, dopo essere salito sulla tettoia del suo riparo, probabilmente cercando di scavalcare più volte la recinzione, si sia impigliato aggrovigliando la catena nel telo ombreggiante e nella la recinzione, fino ad immobilizzarlo totalmente in posizione semi-alzata. La morte sarebbe sopraggiunta dopo circa due giorni per disidratazione. Il cane non era in grado né di muoversi, né di abbaiare visto che la catena era talmente tesa da non consentirgli alcuna azione.

11 agosto 2012 | 10:07

Vorrei adottare un bimbo ma la burocrazia me lo vieta

Fausto Biloslavo - Sab, 11/08/2012 - 08:41

Caro direttore, con mia moglie, prima di affrontare l'odissea dell'adozione, ci chiedevamo come mai gran par­te delle coppie che sentono questa spinta d'amore andavano a cerca­re bambini all'estero e non in Ita­lia. Dopo quattro anni di esperien­za sulla nostra pelle siamo arrivati a una prima, parziale e triste rispo­sta. La burocratica e farraginosa ge­stione delle adozioni nazionali, grazie a leggi e cavilli da azzecca­garbugli, non aiuta le coppie che vogliono accogliere un bimbo ab­bandonato in casa propria, ma le ostacola.

Nella nostra famiglia è già arriva­ta da otto anni una bella bambina naturale. Dopo la gioia del primo fi­glio e la perdita del secondo du­rante la gravi­danza abbia­mo deciso di aprire le porte del cuore all' adozione, sen­za immaginare che saremmo andati incon­tro a un’odis­sea capace di mettere ko le coppie più toste.

Nel 2008 abbiamo chiesto di adottare un bambino presentan­do regolare domanda all'ufficio del tribunale dei minori di Trieste. La prima valanga di documenti ri­chiesti doveva già farci capire che conta ben più la burocrazia che l'amore. Sposati da quasi dieci an­ni e conviventi da 20, mia moglie e io, abbiamo dovuto presentare l'assenso dei nostri genitori e dei nonni del futuro figlio adottivo, co­me se fossimo dei ragazzini.

Per un anno, quando sarebbe ba­stata una settimana, ci hanno mes­so sotto i raggi X psicologi e assi­stenti sociali, neanche fossimo se­rial killer. Le domande sulla nostra vita partivano dall'asilo. Pure Bea­trice, figlia naturale, è stata sotto­posta a scrutinio, ma abbiamo se­renamente accettato convinti che servisse per il bene del futuro bam­bino adottato.

Per non parlare delle visite lega­li. L'appuntamento te lo fissano sempre in orario di lavoro, nelle ore più incasinate. Poi arrivi e un medico ti guarda negli occhi, ti chiede se stai bene, non ti fa nem­meno spogliare e firma una carta che sei a posto. La visita è tale, che il giorno dopo potresti morire di in­farto.

Il 24 settembre 2009 abbiamo ot­tenuto l'agognato decreto di ido­neità dal tribunale. L'unico docu­mento ufficiale che ti rilasciano e dovrebbe fare testo come punto di partenza. Invece non è così. Non solo: Per l'adozione interna­zionale ci vogliono anni, ma quel­la nazionale è praticamente im­possibile.Sembra assurdo, ma se da Trieste vuoi entrare nelle liste di genitori adottivi a Catanzaro devi mandare documentazione e ri­chiesta al tribunale locale e così via. Non solo: anche spedendo la domanda in tutta Italia la tempisti­ca varia da 6 a 10 anni.

Per l'adozione internazionale abbiamo scelto la Colombia, ma fi­no a quando è possibile non vole­vamo mollare la strada nazionale per concedere uno spiraglio di spe­ranza anche a un figlio della nostra terra. Giusto per complicare la vita alle coppie adottive ogni tre anni bisogna rinnovare la domanda con i soliti documenti. Per il certifi­cato penale e i carichi pendenti, che non vengono chiesti con tale solerte assiduità neppure ai mafio­si, il tribunale è automatizzato. Nel senso che puoi scaricare i moduli da internet, ma poi devi compilarli e consegnarli a mano, sempre nei peggiori orari di lavoro.

Se sgarri di un minuto devi pregare in ginoc­chio che accettino la pratica. Final­mente, ieri, dopo le solite e inutili visite legali, sono riuscito a presen­tarmi in tribunale per rinnovare la domanda di adozione nazionale e rimanere in lista d'attesa. Una so­lerte operatrice giudiziaria sfoglia i documenti senza trovare nulla di anomalo. Poi digita due tasti su un computer e un po' stizzita dichia­ra:

«La vostra richiesta di adozione nazionale è decaduta. Non l'avete rinnovata nei tre anni previsti». Pensando a uno scherzo di cattivo gusto sventolo il decreto di idonei­tà, l'unico documento del tribuna­le in nostro possesso, dove è stam­pato a chiare lettere 24 settembre 2009. Se la matematica non è un' opinione e ci aggiungiamo tre an­ni siamo ancora in tempo.

L'occhio vigile dell'operatrice sembra infuocarsi e con puntiglio­sità burocratica mi mette in mano il fac simile della domanda, che avevamo presentato nel 2008. Al punto 5 dell'ultima riga c'è scritto: «Di essere a conoscenza che la do­manda decade se non­è firmata en­tro il Triennio dalla data di presen­tazione ». Da notare che questo fo­glio l'avevamo compilato e conse­gnato al tribunale, che non ci ha ri­lasciato alcuna copia.

Quattro anni dopo avremmo do­vuto ricordare che la data di rifer­i­mento era quella della domanda e non del decreto, come sarebbe lo­gico. Avvisarci, manco a parlarne. Possiamo ripresentare la doman­da ex novo, ricominciando l'odis­sea dall'ultimo posto in lista d'atte­sa.

Una vergogna. Perché tante as­surde complicazioni e tanto tem­po, perché così pochi bimbi italia­ni dati in adozione? Una domanda di fronte alla quale si insinua una possibile, probabile, risposta che fa male: i bambini italiani senza ge­nit­ori sono ospitati da strutture die­tro lauto compenso. Forse non si vuole rovinare un così bel giro d’af­fari.

Little Bighorn finisce all'asta per 250 mila dollari

La Stampa

In vendita il luogo della sconfitta del generale Custer


La collinetta della battaglia nella pianura del Montana è diventata Monumento nazionale. Le lapidi sono in ordine sparso perchè ognuna è stata messa là dove è stato trovato il corpo di un soldato

 

paolo mastrolilli
inviato a new york

All’asta, per 250 mila dollari. Così passa la gloria del generale Custer, e della prateria nel Montana dove incontrò il suo destino. Perché Chris Kortlander, proprietario del villaggio che custodisce la memoria della più infame sconfitta americana, non ce la fa più a mantenerlo e vuole disfarsene. Sperando che dopo di lui arrivi qualcuno con abbastanza passione, e abbastanza soldi, per non far morire la leggenda. Il villaggio di cui parliamo si chiama Garryowen, dal nome della canzone che il Settimo Cavalleggeri aveva adottato come suo inno. Sorge su un terreno di circa tre ettari, lungo la Interstate 90, a metà strada tra il parco di Yellowstone e il Mount Rushmore.

Consiste di due abitanti, una casa, un distributore di benzina, un negozio di generi vari, un fast food di sandwich della catena Subway, e un museo dedicato alla memoria di Custer. Perché Garryowen sorge sul luogo dove il generale combatté la sua ultima battaglia: per la precisione, il posto dove i Lakota-Sioux avevano stabilito il suo accampamento. Kortlander, 54 anni, aveva acquistato l’intero villaggio nel 1993, quando la sua casa di Malibù era andata a fuoco:

«Possedevo solo i vestiti che portavo addosso, e decisi di ricostruire qui la mia vita». L’idea era quella di sfruttare il fascino sinistro di Custer tra gli americani, per attirarli a Garryowen e trasformarlo in una attrazione turistica inevitabile. Mosso dalla passione, infatti, nel corso degli anni Chris aveva acquistato o recuperato cimeli, ricordi, oggetti. Soprattutto, aveva messo insieme la più importante collezione di lettere, manoscritti e foto di Elizabeth Bacon Custer, la moglie del generale, a cui probabilmente si deve la leggenda imperitura del marito.

George, infatti, era uno scavezzacollo nato in Ohio e cresciuto in Michigan, che finita la scuola non aveva trovato miglior rifugio dell’Accademia di West Point. Era uno studente così scarso da finire ultimo del suo corso, e aveva rischiato anche di essere cacciato per problemi disciplinari. La sua fortuna fu la Guerra Civile, che aveva bisogno di consumare uomini senza neppure guardarli in faccia, e così ebbe il suo comando. Si distinse, durante Gettysburg e altre campagne, soprattutto per la furia con cui aggrediva il nemico. I suoi soldati cadevano come le mosche, ma lui saliva nell’apprezzamento dei superiori.

Dopo la guerra era stato reclutato nella grande campagna per togliere il West agli indiani, ed era finito anche davanti alla corte marziale, con l’accusa di essere sparito durante un’offensiva contro i Cheyenne. Fu perdonato ancora, però, e nel giugno del 1876 si ritrovò alla guida della spedizione che doveva chiudere i conti con i Lakota, insieme ai colleghi Crook e Gibbon. In teoria le tre colonne dovevano marciare insieme sul nemico, ma Custer era rimasto lo scavezzacollo di sempre, e affrettò il passo per arrivare prima degli altri. Il 26 giugno vide un villaggio indiano, vicino al fiume Little Big Horn, grosso modo sui prati dove sorge Garryowen, e immaginò subito la vittoria che lo avrebbe consegnato alla storia.

Divise i suoi uomini in tre gruppi, per essere sicuro che gli indiani non potessero scappare, ma andò a scontrarsi con il meglio dei Lakota, Arapaho e Cheyenne. Quei 210 soldati che fece morire con sé avrebbero rappresentato la pietra tombale sulla reputazione di qualunque comandante, ma Custer aveva dalla sua parte Elizabeth. La moglie, infatti, non si rassegnò mai all’idea di aver sposato un fallimento, e dal giorno dopo il disastro cominciò a lavorare per farne un mito. George fu seppellito con tutti gli onori nel cimitero di West Point, anche se ancora adesso i comandanti dell’Accademia si vergognano di mostrare la sua tomba, ed Elizabeth iniziò a raccogliere documenti, lettere di condoglianze, saluti di Buffalo Bill, cimeli che potessero riabilitare il marito e trasformarlo in leggenda.

Mise da parte persino le lettere d’amore che aveva ricevuto da altre donne, pur di illuminarne il profilo. E scrisse tre libri. Così uno dei più grandi errori strategici nella storia militare americana divenne il «Custer’s last stand», l’ultima resistenza dell’eroico generale, in una campagna che anche sul piano politico l’America preferirebbe dimenticare. Kortlander è diventato l’erede di tutto questo, ma ora vuole liberarsene, grazie alla casa d’aste Williams & Williams di Tulsa. Aveva già provato a piazzare Garryowen su eBay, per 6,9 milioni, ma nessuno si era fatto avanti. Così passa la gloria del mondo, vera o inventata.

Evviva il burqini! Così posso andare in spiaggia (velata) anch’io

Corriere della sera
di Rassmea Salah

CatturaSiamo sincere. Una delle sensazioni più belle che una donna possa provare nella vita è quella di essere baciata dal sole. Appena finito l’inverno, e qualche raggio sbuca qua e là da dietro una nuvola, ci affrettiamo ad allungare il collo per farci accarezzare tutta la faccia, ad occhi chiusi, sognando l’estate. E quando questa arriva, non vediamo l’ora di spaparanzarci sulla sdraio in bikini e farci abbracciare da quei raggi forti e caldi che ci rendono la pelle dorata. Lo ammetto: da ragazzina adoravo stare lì immobile, come una lucertola, a farmi cuocere la pelle, e vederla cambiare colore fino a diventare marrone scuro. E vedere lo stupore negli occhi di mia madre, bianchiccia dagli occhi chiari, quando tornavo a casa dalle vacanze: “Ma sei davvero tu!?!”, mi chiedeva spalancando gli occhi.

Sembra essere passata un’eternità da allora, e intanto sono cresciuta, sono diventata una donna, mi sono velata. E quando a fine 2008 ho deciso di farlo, sapevo bene a cosa andavo incontro e a cosa avrei dovuto rinunciare. Non sarei più potuta andare in piscina, né tanto meno in spiaggia in costume.
Sapevo bene che avrei sacrificato la mia passione più grande: assorbire tutta l’energia solare estiva attraverso i raggi e diventare nera. Ma per Dio questo ed altro! Il mio sacrificio però durò ben poco, per fortuna, fino a quando dall’Oceania giunse una grossa novità. Venni a sapere un po’ per caso che una ragazza australiana di nome Aheda Zanetti, di origini libanesi, musulmana e da poco velata, aveva escogitato un metodo per non rinunciare al suo hobby che praticava a livello agonistico: il nuoto, lo sport nazionale del suo Paese. E si era inventata un costume che rispettasse
le regole del codice islamico di abbigliamento: fuori solo il viso, le mani e i piedi.
La grande invenzione la chiamò burqini, una parola irriverente che mixa i termini burqa e bikini, e che consiste in un costume integrale composto da tre pezzi: dei pantaloni stile ciclista, un costume intero con annesso un gonnellino a mo’ di minigonna per coprire le curve del lato B, e un copri spalle che si allaccia sul seno creano un fiocco. Più la cuffia, naturalmente. Il tutto fabbricato in poliestere, un tessuto che assorbe poca acqua e che resiste al cloro! In Australia il burqini è diventato un vero e proprio fenomeno, un simbolo di integrazione delle donne musulmane velate negli sport nazionali quali il nuoto e il surf.

Questa moda ha poi oltrepassato l’Oceania per raggiungere gli Stati Uniti, alcuni Paesi dell’Europa, e naturalmente il Medio Oriente e tutti i Paesi a maggioranza islamica. Solo per citare alcuni esempi, negli Stati Uniti la mezzofondista Juashuanna Kelly, a cui il Washington post aveva dedicato una galleria d’immagini per mostrarne l’abbigliamento, corre con una tuta simil burqini che la copre dalla testa ai piedi; Amana Siddiqui invece fa surf in burqini a Los Angeles, dove esistono già una decina di negozi specializzati in questo indumento; a Seattle, dal 2005, la piscina Meadowbrook chiude a bagnanti e staff maschili per permettere alle donne musulmane di nuotare due ore al mese.

Lo stesso accade a New Jersey, e in tante altre città. In Canada invece, Yuka Nakamura, una dottoranda in Educazione fisica e Salute presso l’Università di Toronto, ha studiato la partecipazione delle donne musulmane agli sport e ha citato nella sua tesi un programma della piscina di Calagary che le esortava a prendere parte ai corsi di nuoto con un abbigliamento adeguato tanto alla propria comodità fisica che alle prescrizioni religiose islamiche. Il risultato di questo esperimento fu una larga partecipazione non solo di donne musulmane, ma anche di donne ebraiche ortodosse e cristiane protestanti che dichiaravano di sentirsi a disagio nell’esporre il proprio corpo in presenza di uomini in piscina.
Anche in Italia i casi non mancano: ad aprire le danze fu il comune di Piacenza che nel 2004 concesse ad una ragazzina col velo di entrare in una delle piscine del Centro Polisportivo “Franzati” con un abbigliamento islamically correct.
Ma il caso più clamoroso fu quello di Torino: la Società Sportiva IUSP aveva organizzato nel 2009, sotto il tema Sport al femminile, dei corsi di nuoto riservati al gentil sesso di qualsiasi età, religione, nazionalità. La piscina “Massari”, senza destare particolari clamori o gridi allo scandalo, aveva deciso di dedicare il suo spazio alle sole donne ogni domenica mattina, dalle 9 alle 13, facendone una questione non tanto religiosa quanto di gender.

Si trattava, quindi, di un progetto trasversale che toccava tutte le donne della società interessate ad avere degli spazi pubblici rosa. Il progetto, inaugurato in concomitanza con la festa della donna, aveva inizialmente previsto un ciclo di incontri che terminasse il 17 Maggio; ma l’alta partecipazione di donne torinesi, di immigrate e di ragazze di seconda generazione, e il successo conseguito in termini sia numerici che di popolarità, ha fatto sì che il progetto continuasse con un secondo corso di nuoto, fino a Luglio.
Chissà se in Italia un giorno riserveranno anche delle spiagge per sole donne, musulmane e non!
Intanto mi accontento della piscina di San Giuliano Milanese che per tutte le domeniche mattina di quest’anno 2012 ha aperto le porte ad un pubblico solo femminile che poteva entrarvi con il burqini. Molte donne musulmane, hanno potuto finalmente godersi delle ore di nuoto libere, altre hanno addirittura imparato a nuotare. E mentre mi preparo psicologicamente alle mie vacanze al mare ad Ischia con le amiche, metto in borsa il mio burqini, curiosa di vedere le facce dei bagnanti e le reazioni di chi ci vedrà in spiaggia così “conciate”, magari per la prima volta!

Altre casistiche in Italia: al “Lido di Bolzano”avevano inizialmente permesso a due donne musulmane (completamente vestite) di entrare in acqua e poi le avevano gentilmente accompagnate fuori a causa delle vivaci proteste dei bagnanti presenti. “Nessuna discriminazione” aveva spiegato il Comune, “è solo una questione d’igiene”. Fu poi la volta del comune di Modena, che nel maggio del 2005 aveva riservato per qualche ora, domenica 26 giungo, l’ingresso nella piscina comunale “Dogali” alle sole donne islamiche.

Il fenomeno sembrò attecchire quando anche ad Imperia, nel febbraio del 2007, la comunità islamica chiese al comune di aprire la piscina comunale un’ora prima, la domenica, per permettere alle donne col hijab di esercitare un loro diritto allo sport, senza per questo essere soggette allo sguardo indiscreto degli uomini, come le regole islamiche sulla modestia femminile impongono.
Casistiche in Europa: per tornare un po’ dalle nostre parti, in Francia, in Alsazia, a Strasburgo, e a Sarcelles, vi sono già molte piscine pubbliche che consentono in particolari orari la separazione dei sessi, voluta dalla comunità ebraica francese.

A La Verpillière (Isere), invece, fu indetto il primo concorso di nuoto riservato a sole donne musulmane e negato ad un pubblico maschile. Nel febbraio del 2008, il comune di Zwolle in Olanda ha acconsentito a riservare l’ingresso in piscina, per alcune ore settimanali, esclusivamente a donne olandesi obese, che durante i corsi in acqua e fuori si vergognano di denudarsi, e a donne musulmane, che rivendicavano il diritto all’uso di un costume integrale. Inoltre, l’impresa olandese Woortman Sportswear ha da novembre 2008 acquisito i diritti per vendere i burqini in Europa e in Nord Africa.

A Londra esiste addirittura una piscina, la Clissold Leisure Centre (a Stoke Newington), che ogni domenica dalle 8.00 alle 9.00 apre le porte ai soli uomini musulmani, oltre che a riservare degli orari per sole donne. Anche la Cook/Douglass Recreation Centre, presso l’Università di Rutgers, riserva due ore alla settimana alle sole musulmane. In Spagna, le diverse esigenze dei bagnanti hanno portato alla creazione di spiagge separate per famiglie, per donne in topless, e altre per nudisti integrali. Di fronte a questa varietà di scelta, anche la comunità islamica spagnola ha avanzato la sua proposta di riservare parte della spiaggia di Postiget (Alicante) per le ragazze musulmane che possano far il bagno in burqini ed evitare “imbarazzanti incontri”.

Hack: San Lorenzo? Altro che stelle: solo vecchi meteoriti, come i politici

Il Mattino
di Micol Pieretti

20120810_hackROMA - Non c'è 10 agosto e dintorni che in casa Hack non preveda fiumi di interviste telefoniche sul più "pop" dei fenomeni astronomici: la pioggia di stelle della notte di san Lorenzo. E lei, la scienziata leader tra gli esperti e "easy" col grande pubblico, risponde - in un'alchimia perfetta tra gentilezza e fare telegrafico che la identifica più di una firma. Salvo poi ammettere in confidenza, e con un sorriso sornione, che il più delle volte si avvale di un rapido escamotage per tenere buoni i giornalisti frettolosi improvvisati astrofili per l'occasione: un file sulla notte di San Lorenzo che ogni anno inoltra a tutti. Identico. Sviata la scorciatoia passepartout, ecco una lezione di astronomia ad hoc firmata Margherita Hack. Che non si risparmia qualche commento anche sui cieli oscuri della politica italiana.

Innanzitutto, come si spiega scientificamente il fenomeno estivo della "pioggia di stelle"?
«Tutti gli anni nelle notti tra il 10 e il 12 agosto vediamo strisciate luminose che solcano il cielo. Ovviamente non hanno nulla a che vedere con le stelle, anche se siamo abituati a chiamarle così. È un fenomeno che si verifica quando, nella sua traiettoria intorno al sole, la terra incontra minuscole particelle di grafite, silicato o di altri minerali, che sono i residui della nebulosa di una vecchia cometa. Esattamente ciò che avviene per le nostre stelle cadenti: quelle di agosto sono la scia della vecchia cometa Swift-Tuttle, dai nomi degli scienziati che la scoprirono nel 1862, che una volta un giornalista fantasioso ribattezzò traducendo "a naso" dall'inglese con "tartaruga veloce" (sorride). Nel suo passaggio la cometa perde materia dalla sua coda rarefatta, e quelle particelle sono le stesse che osserviamo a metà agosto stando col naso all'insù».

Il fenomeno sembra essersi spostato in avanti negli anni, tanto che il picco di osservazione oggi è tra l'11 e il 12 agosto...
«Questo avviene perché le orbite si sono modificate a causa delle perturbazioni. I residui del passaggio della cometa infatti sono in esaurimento, e prima o poi le stelle cadenti del 10 agosto spariranno. Basta osservare i dipinti dell'Ottocento per rendersene conto: i pittori dipingevano una pioggia di frammenti luminosi incredibile, non paragonabile a quella che vediamo noi. Oggi le nostre stelle coda ti sono non più di un centinaio l'ora. I romantici, però, possono stare tranquilli: la scia luminosa si esaurirà solo tra migliaia di anni».

Che impressione ha invece quando guarda al firmamento della politica italiana?
«Vedo un cielo immobile, che non esiste nella scienza. Un governo di persone serie, Mario Monti in primis, chiamate a risanare il nostro Paese, ma che sono bloccate da una mancata minoranza in parlamento. Mi ha convinto il tentativo di salvare l'economia, ad esempio combattendo l'evasione fiscale, ma è difficile andare avanti se ogni volta ci si trova di fronte allo stop dell'opposizione».

Intravede qualche astro nascente abbastanza promettente? Che ne pensa di Beppe Grillo?
«Non me ne parli... Grillo lo vedo come il ritorno del 1945, il ritorno del movimento dell'"uomo qualunque". Non ha un indirizzo autonomo, è riuscito solo a mobilitare gli scontenti ed è facile trovarne molti in questo momento storico. Grillo è bravo a fare il comico, ma non a fare politica: e gli anti-politici, come ci insegna la storia, rischiano di aprire la strada alle dittature. Per il resto... se arriveranno "meteore" valide e capaci, che ben vengano. Di incapaci che hanno rovinato l'Italia ne abbiamo avuti a sufficienza».

Guardando lontano attraverso il canocchiale...cosa intravede nella vita politica futura del nostro Paese?
«È difficile intravedere uno scenario, allo stato attuale. Auspico il ritorno di una sinistra compatta, che sappia trovare un'accordo a partire da Vendola fino ad arrivare a Di Pietro. Così potremmo finalmente avere un governo dei governi, senza un Pdl che continui a mettere i bastoni tra le ruote ai tentativi di rimettere in piedi un quadro politico disastrato».

Margherita Hack guarderá le stelle stasera?
«Sinceramente? No. Sono solo meteoriti...».


Venerdì 10 Agosto 2012 - 21:01    Ultimo aggiornamento: 22:58

La Chiesa cambia idea: è evangelico cercare gli Ufo

Libero

L'Osservatore romano:la ricerca spaziale ci fa conoscere il cosmo, che fa parte del "creato". La teologia non può ignorarla


Cattura"Non sarebbe 'evangelicò non investire coraggiosamente tutti i talenti che ci sono stati affidati, per seppellirli invece nella sabbia in attesa timorosa di un padrone geloso". Lo scrive l’Osservatore Romano che dedica un commento all’impresa di "Curiosity", il rover della Nasa che sta scandagliando in questi giorni la superficie del piante Marte. Il giornale vaticano risponde alle obiezioni di chi ritiene non coerente con la visione cristiana la ricerca di altre forme di vita nel cosmo. "Prima di scandalizzarci e di rigettare queste idee per il timore di sconvolgere discorsi teologici consolidati, dovremmo meditare - spiega il professor Piero Benvenuti dell’Università di Padova, che firma l’articolo - come l’azione creatrice divina, essenzialmente atto d’amore, ecceda sempre le nostre limitate capacità razionali".

L’invito dello scienziato ed editorialsta dell’Osservatore è a rileggere "in termini attuali il De Potentia di Tommaso d’Aquino. Potremmo allora gioire - spiega - nello scoprire l’insospettabile ricchezza dell’atto creativo di cui le nostre povere scienze e tecnologie ci fanno intravvedere pian piano intrecci finora ignoti". Secondo il professor Benvenuti, "la vastità e complessità di ciò che negli ultimi decenni, con progressione esponenziale, abbiamo appreso del cosmo (del Creato!) sono tali che la teologia non può più rimanere distratta o agnostica: la cosmologia la chiama ad una sfida che porterà forse a vicoli ciechi, fermate e ripartenze, ma che è divenuta ormai irrinunciabile".

E' morto Carlo Rambaldi, premio Oscar e "padre" di E.T. e Alien

Il Mattino

ROMA - E' morto Carlo Rambaldi, tre volte Premio Oscar per gli effetti speciali di King Kong, Alien e E. T. Rambaldi, che aveva quasi 87 anni (era nato il 15 settembre 1925 a Vigarano Mainarda, Ferrara), è morto all'ospedale di Lamezia Terme (Catanzaro), dove viveva. Lo ha annunciato Mario Caligiuri, assessore alla Cultura della Regione Calabria. Rambaldi era profondamente legato alla Calabria: la moglie Bruna ha origini crotonesi e la figlia Daniela vive anch'essa a Lamezia Terme.

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Le principali creazioni di Rambaldi. Il primo Oscar di Rambaldi per i migliori effetti speciali arrivò nel 1976 con King Kong di John Guillermin, per il quale crea un pupazzo di 12 metri. Il robot gigante, in realtà, è stato usato pochissimo: nella maggior parte delle inquadrature il gorilla nella sua interezza è in realtà Rick Baker con un costume. Realizza anche il braccio meccanico a grandezza naturale di King Kong usato per per le riprese ravvicinate con Jessica Lange e alcune maschere in grado di esprimere le più comuni emozioni indossate da Rick Baker con il costume da King Kong. Nel 1979, per Alien di Ridley Scott, Rambaldi contribuisce, insieme a Hans Ruedi Giger, all'ideazione della creatura aliena. Nel 1982 crea il suo capolavoro, commuovendo il mondo intero con il protagonista di E.T. l'extra-terrestre di Steven Spielberg. Tra i numerosi altri film a cui ha collaborato vi sono anche Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), sempre di Spielberg, e Dune (1984) di David Lynch.

Un grande artigiano che odiava il digitale. Carlo Rambaldi è stato soprattutto un artista e un artigiano, uno che, pur avendo vinto tre Oscar, non si vantava affatto dei propri successi e odiava, su tutti, il computer. Una vera e propria contraddizione. «Si è persa la magia, come quando un prestigiatore rivela i suoi trucchi ai presenti. Adesso tutti i ragazzi possono creare i propri effetti speciali con il computer di casa» diceva a chi gli chiedeva del suo lavoro. Sull'odio dell'artista per i digitale, Rambaldi che è stato il rappresentante di quell'Italia artigiana del cinema che non ha mai mancato di vincere agli Oscar più di ogni altra categoria del nostro cinema, diceva ancora: «Il digitale costa circa otto volte più della meccatronica. E.T. è costato un milione di dollari, l'abbiamo realizzato in tre mesi. Nel film ci sono circa 120 inquadrature. Se noi volessimo realizzare la stessa cosa con il computer ci vorrebbero almeno 200 persone per un minimo di cinque mesi».


Venerdì 10 Agosto 2012 - 17:15    Ultimo aggiornamento: 18:10

Nasce bimba, si presentano tre "papà": lite in ospedale, arrivano i carabinieri

Il Mattino

CatturaPALERMO - Nell'ospedale Civico palermitano nasce una bimba e si presentano tre presunti papà, tutti di 24 anni come la neomamma. E' scoppiato un forte litigio e il portiere del reparto ha chiamato i carabinieri che però non hanno denunciato alcuno perché non hanno constatato reati. Dopo l'animata discussione la mamma è andata via con la neonata e uno dei tre aspiranti padri. «E' lui il vero genitore» ha detto la ragazza ai carabinieri. Gli altri giovani, con cui evidentemente la ventiquattrenne aveva avuto storie sentimentali, si sono guardati in faccia e sono andati via.


Venerdì 10 Agosto 2012 - 19:58    Ultimo aggiornamento: 21:05