lunedì 13 agosto 2012

Ecco perché le donne pagano un gigolò

Laura Muzzi - Lun, 13/08/2012 - 15:53

Dopo la storia di Roy, ecco quella di Roberta, sposata e da 3 anni fedele cliente di un accompagnatore. "È come quando si fuma una sigaretta. Si dice smetto, ma poi si cede alla tentazione"


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“E’ come quando si fuma una sigaretta. Si dice smetto, non fumerò mai più ma poi si cede alla tentazione”. E che tentazione! In questo caso, temo, a poco servirebbero cerotti, chewingum o rimedi della nonna. La dipendenza in questione, infatti, è di un metro e 85 di altezza, moro, occhi azzurri e fisico atletico. Come riuscire dunque a rinunciare alla compagnia di un gigolò? La protagonista della nostra storia, che per comodità chiameremo Roberta, ha smesso di porsi questa domanda tre anni fa. “E’ stata come una bomba nella mia vita – ci confida Roberta - mi ha letteralmente sconvolta. Volevo vederlo solo una volta ma già dopo qualche giorno mi sono ritrovata a cercare giustificazioni da sola.
 
Lo vedo solo una seconda volta, mi ripetevo falsissima. Ma partiamo dall’inizio, da una sera d’estate di esattamente tre anni fa. Io sono sposata da moltissimi anni con lo stesso uomo, ho dei bambini, una vita e una famiglia assolutamente normali. Sono sempre stata fedele a mio marito e non ho mai avuto storie parallele al matrimonio. Dopo tanti anni insieme, però, non facevamo quasi più sesso e sentivo che stavo per cedere alle lusinghe di un uomo che mi corteggiava assiduamente. Ma porca miseria, mi sono detta, deve esistere un modo per fare del sesso senza avere conseguenze e senza dover frequentare necessariamente una persona! Così, ho digitato su Google la parola gigolò e ho trovato Roy”.

“Il primo appuntamento – ci racconta tutto d’un fiato Roberta - è stato molto bello. Sapevo tutto di lui, avevo visto le foto, i video, insomma, mi ero documentata in tutti i modi possibili. Lui invece non sapeva nulla di me, aveva sentito solo la mia voce per telefono. Fin dal primo momento sono stata molto esplicita: volevo incontrarlo per un incontro sessuale.
 
Dal principio mi era sembrato un po’ titubante, così, per metterlo a proprio agio, gli avevo assicurato che se non fosse scattato nulla tra noi lo avrei pagato comunque e poi ognuno dritto per la sua strada. Come immaginavo è andata alla grande. Forse… è stata la più bella notte che abbia mai passato con un uomo. Sarà stato grazie al contesto: io ero molto carica e sono addirittura uscita senza biancheria intima, indossando solo un tubino nero. Per la prima volta mi sono sentita libera, senza freni inibitori. Per noi donne è diverso, solitamente temiamo quello che un uomo può pensare di noi e questo ci limita. In quel caso, invece, il fatto di lasciarsi andare completamente al piacere ha reso quell’incontro speciale ed indispensabile.”

“Per una donna che non vuole rinunciare al proprio matrimonio – spiega Roberta - e che non vuole mettere a repentaglio la tranquillità della famiglia avere un uomo a chiamata è un vantaggio. Non subisci le pressioni che un amante geloso. Penso ai messaggini, alle continue richieste di modificare la tua vita. Insomma tutto questo con un gigolò non esiste. Inoltre, sei costretta a limitarti perché, essendo un incontro a pagamento, lo puoi fare solo di tanto in tanto. La riuscita della serata con un professionista poi è sicura, l’incontro è pensato per te, per le tue esigenze e l’uomo che hai di fronte si dedicherà totalmente a te, senza distrazioni. Certo, l’inconveniente è che devi sempre tenere la testa sulle spalle. Quando una donna si sente così bene, a proprio agio con un uomo, il pensiero del denaro scompare.

E invece è importante ricordare, chiarire bene la natura del rapporto. In questo Roy è stato molto bravo, a tratti forse anche molto duro. Abbiamo persino litigato e per ripicca ho provato ad uscire con altri gigolò ma non c’era minimamente paragone, così, sono tornata sui miei passi. Quando abbiamo ricominciato a vederci lui mi ha detto: ‘tra noi due ci deve essere uno che ragiona e quello sono io. Con me tu non avresti nulla da condividere, questa è la mia vita e io non ho intenzione di rinunciarvi’. Non ho più avuto sbandamenti da allora. Il mio obiettivo è chiaro ed è tutto incentrato sulla mia famiglia. Di tanto in tanto, però, trovo il tempo di incontrarlo e mi lascio andare a qualche ora di libertà, momenti solo per me dove posso sentirmi donna senza la paura di compromettere il rapporto con mio marito”.

Rifiuti elettronici, entrano in vigore le nuove norme Ue

La Stampa

Dal 2016 gli Stati dovranno garantire la raccolta del 45% delle apparecchiature


La raccolta sistematica e un corretto trattamento sono indispensabili per il riciclaggio dei materiali

 

roma

Oggi entrano in vigore nuove norme sulla raccolta e il trattamento dei rifiuti elettronici (ossia i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, Raee), che rientrano tra i flussi di rifiuti dal tasso di crescita più elevato e presentano un grande potenziale in termini di commercializzazione di materie prime secondarie. La raccolta sistematica e un corretto trattamento sono indispensabili per il riciclaggio di materiali come l'oro, l'argento, il rame e i metalli rari usati per la produzione di Tv, computer portatili e telefoni cellulari. Lo rende noto la Commissione Europea in un comunicato precisando che al più tardi, entro il 14 febbraio 2014, gli Stati membri saranno tenuti a modificare la legislazione nazionale in vigore in materia di Raee per conformarsi alle disposizioni della nuova direttiva e ai relativi obiettivi.


La nuova direttiva segna un chiaro progresso nella protezione dell'ambiente e favorisce un impiego più efficiente delle risorse in Europa: in un contesto di crisi economica e di aumento dei prezzi delle materie prime, sottolinea Janez Potočnik, Commissario per l'Ambiente, «rendere più efficiente l'impiego delle risorse vuol dire coniugare i vantaggi per l'ambiente e le opportunità di crescita innovative. Ora siamo chiamati ad attivare nuovi canali di raccolta per i rifiuti elettronici e a migliorare l'efficienza di quelli già operativi. Invito gli Stati membri ad allinearsi a questi nuovi obiettivi prima del termine ultimo di attuazione».
 
La direttiva che entra in vigore oggi introduce un obiettivo di raccolta pari al 45% delle apparecchiature elettroniche che si applicherà a partire dal 2016. In un secondo tempo, dal 2019, l'obiettivo salirà al 65% delle apparecchiature vendute, oppure all'85% dei rifiuti elettronici prodotti. Gli Stati membri potranno scegliere liberamente quale tra questi due benchmark per la misurazione degli obiettivi adottare. A partire dal 2018 l'ambito di applicazione della direttiva attualmente ristretto sarà esteso a tutte le categorie di rifiuti elettronici, previo svolgimento di una valutazione d'impatto. La direttiva fornisce agli Stati membri gli strumenti per contrastare con maggiore efficacia le esportazioni illegali di rifiuti. Le spedizioni illegali di Raee costituiscono un problema grave, in particolare se dissimulate sotto forma di spedizioni legali di apparecchiature usate nell'intento di aggirare la normativa dell'Ue sul trattamento dei rifiuti. La nuova direttiva imporrà agli esportatori di verificare il funzionamento delle apparecchiature e di documentare la natura delle spedizioni potenzialmente sospettate di essere illegali.

Un ulteriore progresso previsto è la riduzione degli oneri amministrativi grazie all'armonizzazione degli obblighi nazionali in materia di registrazione e comunicazione. I vincoli degli Stati membri legati ai registri dei produttori di rifiuti elettronici saranno ora maggiormente allineati. Ad oggi solamente un terzo dei rifiuti elettrici ed elettronici nell'UE è oggetto di raccolta differenziata nel quadro del regime documentato. L'attuale tasso di raccolta stabilito nell'Ue è di 4 kg di RAee pro capite, che corrisponde a 2 milioni di tonnellate all'anno, a fronte delle circa 10 tonnellate annue di rifiuti generate nell'Unione. Si stima che entro il 2020 il volume dei Raee aumenterà di 12 milioni di tonnellate. L'ambizioso obiettivo finale della nuova direttiva, ossia la raccolta dell'85% della produzione complessiva di Raee, farà sì che nel 2020 la raccolta differenziata riguarderà all'incirca 10 milioni di tonnellate di rifiuti, l'equivalente di 20 kg pro capite.


Dal 2016 in poi gli Stati membri dovranno garantire la raccolta del 45% delle apparecchiature elettriche ed elettroniche vendute sul territorio nazionale. A partire dal 2018, l'ambito di applicazione della direttiva si estenderà dalle categorie attualmente considerate a tutte le apparecchiature elettriche ed elettroniche. Il 2019 sarà invece l'anno in cui l'obiettivo di raccolta passerà al 65% delle apparecchiature elettriche ed elettroniche vendute, o, in alternativa, all'85% dei Raee prodotti. Ad alcuni Stati membri sarà concessa una deroga temporanea dai nuovi obiettivi di raccolta in ragione di un'insufficienza delle infrastrutture necessarie o di uno scarso livello di consumo di apparecchiature elettroniche.

La Commissione farà uso dei poteri conferitile dalla nuova direttiva per armonizzare la frequenza del flusso di comunicazioni dei produttori verso i registri nazionali e il formato previsto per la registrazione e le comunicazioni. Essa riesaminerà inoltre l'impatto di determinate modifiche introdotte con la nuova direttiva, ad esempio sotto il profilo dell'ambito di applicazione, al fine di individuare eventuali risvolti indesiderati.

Che cos’è la miopia?

La Stampa


Antonio PASCOTTOPerché si diventa miopi? A che età si sviluppa la miopia? Tutti i miopi sono uguali? Quali sono i primi segni della miopia? Chi fa la diagnosi? Come si cura? E' davvero efficace il laser per la miopia?

Articolo a cura di Dr. Antonio Pascotto.  Pubblicato il 08/08/2012


La miopia è un errore di refrazione. Ciò vuol dire che l'occhio non devia (rifrange) la luce correttamente e non consente, quindi, una percezione nitida dele immagini. Quando si è miopi, si vede abbastanza bene da vicino (dipende dalla miopia!) ma si vede male da lontano. La miopia è una condizione comune che colpisce quasi il 25 per cento della popolazione. Nelle forme più diffuse (miopia media o lieve) è un disturbo dell'occhio legato alle difficoltà di messa a fuoco: non può essere considerato una vera e propria malattia.
La miopia nei bambini


La miopia ereditaria è generalmente diagnosticata nei bambini quando hanno tra gli otto e i dodici anni di età. Durante l'adolescenza, quando il corpo cresce più rapidamente, la miopia tende a peggiorare. Dopo i vent’anni, di solito, le variazioni della miopia sono minime o nulle. Seppur di rado, la miopia può cominciare anche in età adulta, ma si tratta quasi sempre di forme molto lievi.
Miopia elevata


Una miopia patologica è la miopia elevata (superiore alle 7-8 diottrie), che può comportare alterazioni retiniche che compromettono la qualità visiva. La miopia elevata si stabilizza in genere tra 20 ed i 30 anni di età. Una miopia elevata può essere corretta con occhiali, con lenti a contatto o con un intervento di chirurgia refrattiva (valutando prima l’idoneità del paziente all’intervento). I pazienti affetti da miopia hanno un rischio maggiore di sviluppare un distacco di retina. Noi oculisti, tramite l’esame del fondo oculare, possiamo riconoscere i segni premonitori del distacco della retina, ed informare il paziente sugli eventuali rischi presenti. Se la retina si stacca ed il fenomeno viene diagnosticato tempestivamente, si può procedere alla riparazione del danno tramite uno specifico intervento chirurgico. E’ importante sottoporsi a visite oculistiche periodiche per riconoscere le alterazioni retiniche che possono portare ad un distacco. Quando riconosciamo queste alterazioni, le trattiamo con la fotocoagulazione laser per evitare che possano ulteriormente degenerare e comportare l’insorgenza di un distacco di retina. I miopi elevati hanno un rischio superiore alla media di sviluppare il glaucoma e la cataratta.
Le cause della miopia
Per consentire ai nostri occhi per vedere, i raggi di luce devono essere deviati dalla cornea e dal cristallino per potersi focalizzare sulla retina, che è lo strato di cellule fotosensibili che riveste la parte interna dell'occhio. La retina, ricevuta l'immagine formata da raggi luminosi, la invia al cervello attraverso il nervo ottico.



La miopia si verifica quando l'occhio è più lungo del normale o quando la cornea (la parte anteriore e trasparente dell'occhio) è troppo curva. In questi casi, i raggi di luce sono focalizzati davanti alla retina e non su di essa. E’ questo il meccanismo che permette di distinguere nitidamente gli oggetti vicini, mentre gli oggetti distanti appaiono sfocati.
I sintomi della miopia
Fra i sintomi della miopia possiamo annoverare l'affaticamento visivo, il mal di testa e lo strabismo ma, più di tutti, il segno classico della miopia è la difficoltà a vedere nitidamente gli oggetti lontani, come ad esempio i cartelli stradali o la lavagna a scuola.



L’età più a rischio per l’insorgenza della miopia è l’adolescenza, nell’epoca di maggiore sviluppo corporale.
La diagnosi di miopia
Noi oculisti possiamo identificare la miopia nel corso di una visita oculistica di routine. La presenza o meno di miopia, infatti, viene diagnosticata tramite un semplice esame della vista, durante il quale viene richiesto al paziente di leggere le lettere su un tabellone posto all’estremità opposta della stanza. Esistono, poi, altri metodi che ci consentono una valutazione oggettiva della miopia, a prescindere dalle risposte che ci fornisce il paziente durante l’esame della vista. Ciò è particolarmente utile quando si esegue l’esame della vista nei bambini, che possono dare delle risposte inaffidabili.



In alcuni casi possiamo utilizzare uno strumento particolare che si chiama forottero, che misura i vizi di refrazione ed aiuta a trovare più rapidamente la correzione giusta per il paziente in esame.
Trattamento della miopia


Non c'è un "metodo migliore" per correggere la miopia. La correzione più appropriata dipende dalle esigenze del paziente e dallo stile di vita che si conduce. E’ utile che il paziente parli di ciò con l'oculista che esegue la visita, in modo da trovare la soluzione migliore più utile per sé stesso.



Occhiali da vista o lenti a contatto sono i metodi più comuni per correggere i sintomi della miopia. Le lenti determinano un riorientamento dei raggi luminosi in modo che possano convergere precisamente sulla retina, compensando le alterazioni anatomiche dell’occhio miope. Gli occhiali e le lenti a contatto, inoltre, possono anche svolgere una funzione protettiva nei confronti dei raggi ultravioletti (UV). Ciò contribuisce a riorientare i raggi luminosi sulla retina, compensando le alterazioni anatomiche dell'occhio che hanno determinato la miopia. Occhiali e lenti a contatto possono anche aiutare a proteggere gli occhi dai dannosi raggi ultravioletti (UV).



In molti casi, inoltre, si può decidere di correggere la miopia con la LASIK o con altri sistemi di chirurgia refrattiva. Queste procedure chirurgiche sono utilizzate per correggere o migliorare la visione modificando la conformazione della cornea consentendo, quindi, una migliore “messa a fuoco” degli occhi. Altre tecniche, come gli impianti di lenti fachiche, determinano lo stesso effetto mediante l’inserimento di un piccolissimo cristallino artificiale (simile ad una lente a contatto) all’interno dell’occhio. Qualcuno può aver sentito parlare di un procedimento noto come ortocheratologia per il trattamento della miopia. Questo sistema, non chirurgico, si avvale di particolari lenti a contatto rigide che hanno lo scopo di appiattire la cornea e ridurre gradualmente, così, l'errore di refrazione. Ma il miglioramento della vista che si ottiene con l'ortocheratologia è temporaneo: una volta che viene interrotto l'uso di queste lenti, la cornea riprende la sua forma originaria, e ritorna la miopia.

Pieno gratis dal benzinaio sbadato Con l'utilitaria e col Suv Nove denunciati

Corriere della sera

Crescono a 9 le persone denunciate dai carabinieri per i pieni gratuiti dal benzinaio Total Erg che si era scordato di inserire il sistema self service. 50 gli identificati. E qualcuno torna a pagare. Le immagini delle telecamere a circuito chiuso


Con un Suv Bmw a strappare il pieno gratisCon un Suv Bmw a strappare il pieno gratis

Almeno una persona con un Suv Bmw, un'auto che costa più di 50 mila euro, era in quel gruppone di persone che hanno fatto il pieno di benzina o di diesel gratis al benzinaio Total Erg di Treviolo (Bergamo), dove il gestore si era scordato di inserire il sistema self service prima di allontanarsi dalla stazione di servizio. Complessivamente i carabinieri della vicina stazione di Curno hanno denunciato nove persone per furto, tutte identificate grazie al sistema di telecamere a circuito chiuso utilizzato dalla stazione di servizio. Altre cinquanta sono state per ora solo identificate. In una sola serata il benzinaio era stato preso d'assalto da oltre settanta auto, grazie ad un rapidissimo passa parola sull'onda del caro benzina.

 BENZINAIO SBADATO, FURTI A RAFFICA DI CARBURANTE BENZINAIO SBADATO, FURTI A RAFFICA DI CARBURANTE BENZINAIO SBADATO, FURTI A RAFFICA DI CARBURANTE BENZINAIO SBADATO, FURTI A RAFFICA DI CARBURANTE BENZINAIO SBADATO, FURTI A RAFFICA DI CARBURANTE

Dopo l'elezione di domicilio fatta dai carabinieri per procedere con la denuncia per furto, molte persone si sono recate dal benzinaio chiedendo scusa e pagando il dovuto. Poi sono tornate in caserma, chiedendo ai militari di acquisire agli atti lo scontrino, per tentare di alleggerire la propria posizione.

Redazione online13 agosto 2012 | 13:45

Ricorre al Tar e riceve l’indennità di maternità per un «bimbo» di 19 anni

Corriere della sera

La causa eterna di Giorgia Nani, 43 anni. Faceva la supplente e rimase incinta. Ministero e Inps si rimpallarono l’onere, oggi il figlio sta facendo la patente


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PESCANTINA (Verona) - Il 6 agosto il Tar del Veneto ha condannato il Ministero della Pubblica Istruzione a pagare l'indennità di maternità a una maestra in attesa del suo primo figlio. Peccato che, nel frattempo, quel bimbo abbia ormai 19 anni. Parlare di Giustizia-lumaca, in una caso del genere, sembra riduttivo. La vicenda prende le mosse nel 1993. È l'anno delle monetine lanciate contro Bettino Craxi e della bomba nella galleria degli Uffizi di Firenze, ma è anche l'anno del Festivalbar che riempie le piazze, di Beverly Hills 90210, e di un ricco proprietario di reti televisive di nome Silvio Berlusconi che culla l'idea di «scendere in campo» (lo farà nel '94) per darsi alla politica.

«Ero una 24enne che lavorava come supplente, con un contratto a tempo determinato in una scuola elementare di Verona », ricorda Giorgia Nani, che oggi di anni ne ha 43, vive a Pescantina e insegna ancora. «Sapevo di essere incinta e, quando finì l'anno scolastico, all'ufficio di collocamento mi consigliarono di richiedere l'assegno di disoccupazione fino a ottobre, quando avrei avuto diritto all'indennità di maternità. Ma quando arrivò il momento, dall'Inps mi risposero che non toccava a loro pagarmi, ma al provveditorato agli studi, visto che ero stata una dipendente della scuola».

Sembrava un cavillo da poco. Invece da quel momento iniziò una lunga parentesi di schermaglie legali, con l'istituto di previdenza e il Ministero della Pubblica Istruzione che si rimpallavano la responsabilità dei pagamenti. «Alla fine, dopo quattro anni di avvocati e carte bollate, mi decisi a depositare il ricorso al Tar».

Era il 9 aprile del 1998, e nel giudizio si costituì il Ministero, chiedendo ai giudici del tribunale amministrativo regionale di rigettare la richiesta: lo Stato non aveva alcuna intenzione di accollarsi quei 9 milioni e 855mila lire che spettavano di diritto all'insegnante veronese per la sua maternità. Da allora sono cambiate tante cose. Giorgia Nani ha avuto altri due figli e si è separata dal marito; il ricco proprietario di reti televisive è stato per quattro volte presidente del consiglio, il Festivalbar non esiste più e i magistrati ipotizzano che la stagione delle bombe si sia chiusa grazie a un accordo tra Stato e Mafia.

Ma per tutti questi anni il fascicolo giudiziario di quella maestra elementare di Verona è rimasto a vagare tra gli uffici del Tar senza che i giudici sancissero definitivamente se lei e il suo bambino avessero o no diritto all'indennità. Il ricorso è rimasto nel «limbo» della Giustizia italiana fino al 4 luglio di quest'anno quando, dopo aver sentito il legale dell'insegnante Franco Balbi, e quello dell'Avvocatura distrettuale dello Stato, finalmente il tribunale ha annunciato la sua decisione: «Il Tar condanna il Ministero della Pubblica Istruzione al pagamento della somma di 5.089,73 euro oltre a interessi e rivalutazione monetaria, oltre al pagamento di 2.500 euro per le spese».

La sentenza è stata depositata il 6 agosto: 5.238 giorni dopo la presentazione dell'esposto, e addirittura a 18 anni e 234 giorni dalla nascita di Alberto, il figlio di Giorgia Nani, che oggi è un ragazzotto iscritto alla quinta superiore e sta prendendo la patente. «È uno scandalo che ci siano voluti quasi 19 anni di azioni legali per determinare quale ente avrebbe dovuto pagarmi l'indennità di maternità », taglia corto la donna.

«All'epoca quei soldi mi avrebbero fatto molto comodo per crescere mio figlio, invece dovemmo tirare avanti con il solo stipendio di mio marito. Ora li userò per sistemare la casa, magari in attesa che mi venga riconosciuto un risarcimento ». Perché la faccenda - giura la maestra - non finisce qui: «Ho fatto causa allo Stato per l'eccessiva durata del processo ». La sentenza, almeno questa volta, dovrebbe arrivare entro pochi mesi.

Andrea Priante
13 agosto 2012

Dalla Germania a Genova a piedi. In compagnia di un asino: il viaggio di due ragazzi tedeschi

Corriere della sera

La storia di Sven, Nick e il ciuco Thomas. In marcia verso il Mediterraneo, con un gps, un cellulare e un pannello solare

Swen Wang e Nick Sauerwin, con il ciuco Thomas (da www.br.de)Swen Wang e Nick Sauerwin, con il ciuco Thomas (da www.br.de)


Da Francoforte a Genova. A piedi. In compagnia di un asinello. La pazza idea è venuta a due ragazzi tedeschi Sven Wang e Nick Sauerwin, 16 anni il primo e 18 anni il secondo. I due, finita la scuola in giugno, hanno deciso di partire alla volta del Mediterraneo. Compagno di viaggio, Thomas, un ciuchino.

SENZA SOLDI - Come racconta anche il sito di I tre in marcia (da www.valsassinanews.com) informazione locale Valsassina News, senza un soldo in tasca i due (più il ciuco) si sono messi in marcia da Aschaffenburg, vicino a Francoforte. Otto/nove ore di marcia al giorno, camminando contromano per non farsi investire, muniti di gilet catarifrangente. Ad aiutarli solo un navigatore Gps e un cellulare che ricaricano grazie a un pannello solare.

Dopo quasi due mesi - ora sono al 45° giorno - di cammino e dopo essere passati per l'Austria e la Svizzera, i due ragazzi sono arrivati nei pressi di Milano. «Siamo riusciti a viaggiare grazie alla generosità delle persone che ci hanno offerto un posto dove dormire e qualcosa mangiare. Anche Thomas è stato nutrito e coccolato. Ci siamo accorti infatti che gli italiani amano molto gli animali», spiegano i due. Per racimolare qualche soldo i due ragazzi hanno suonato la fisarmonica nelle piazze. Oppure hanno permesso ai bambini di fare un giro in groppa a Thomas.

La mappa del viaggio

Video


«QUALCOSA DI FOLLE» - E se Swen, Nick e Thomas sono diventati delle celebrità nei paesi che hanno attraversato, questi ragazzi spiegano così a Corriere.it la loro scelta di viaggiare in compagnia di un asino: «Appena finita la scuola volevamo fare qualcosa di folle, così invece di prendere la bicicletta come ha fatto un nostro amico o di fare l'Inter Rail, abbiamo pensato di scegliere come compagno di viaggio un asino». La meta invece l'hanno scelta per motivi linguistici: «Abbiamo imparato qualche parola d'italiano a scuola e questo ci ha aiutato durante il nostro viaggio. Ora sappiamo dire perfettamente: "Avete un posto dove dormire?". L'allegra comitiva è quasi giunta alla meta: «Abbiamo scelto di non entrare a Milano città, abbiamo preferito fermarci a Trezzo d'Adda perché ci sono le piste ciclabili su cui è comodo camminare», spiegano. E per il ritorno? «Il papà di Nick ci aspetterà a Genova e ci riporterà indietro in macchina». Thomas compreso: «Lui viaggerà in un trailer attaccato all'auto». Perché ormai i tre compagni di viaggio sono diventati inseparabili.

Marta Serafini
@martaserafini13 agosto 2012 | 13:56

Priebke a spasso come un turista» Protesta sotto casa dell'ex nazista

Corriere della sera

Esponenti della comunità ebraica con striscioni davanti alla sua abitazione: «Si rischia di farlo fuggire come Kappler»


ROMA - Una protesta pacifica e silenziosa per «chiedere giustizia», di fronte all’abitazione romana che ospita l’ex ufficiale nazista, Erich Priebke, agli arresti domiciliari. Un gruppo di ragazzi ma anche adulti della comunità ebraica della capitale, si sono presentati, la mattina di lunedì 13, intorno alle 8, nella piccola strada dietro via di Boccea, con un duplice scopo. Da un lato, ricordare che gli ebrei «non dimenticano e non perdonano» il boia nazista. Dall’altro, manifestare il loro sdegno per le libere uscite di Priebke, a passeggio per Roma «come un turista». Una protesta che raccoglie anche il malumore di molti commercianti della zona, che vivono quelle passeggiate come un’offesa, alla memoria della città di Roma.

 «Priebke come un turista», sit-in sotto casa «Priebke come un turista», sit-in sotto casa «Priebke come un turista», sit-in sotto casa «Priebke come un turista», sit-in sotto casa «Priebke come un turista», sit-in sotto casa

MANIFESTANTI CON LA KIPPAH - I manifestanti, molti dei quali indossavano la kippah, hanno esposto due striscioni, vernice nera su tela bianca: «Priebke Boia nazista, non ti dimentichiamo, non ti perdoniamo. Am Israel Hai» (il popolo di Israele vive, ndr) con la stella di David, e un altro che recitava «Priebke assassino nazista, a passeggio come un turista. Vergogna». Nessun momento di tensione con i militari che presidiano, giorno e notte, l’abitazione in cui risiede l’ex nazista condannato all’ergastolo. In un volantino sono state, inoltre, spiegate le ragioni di quel presidio composto, durato circa quindici minuti: «Siamo qui perché noi ebrei non dimentichiamo il male che Erich Priebke ha fatto al nostro popolo. Perché non dimentichiamo e non perdoniamo la malvagità, la brutalità e la violenza inaudita che i criminali, nazisti come Priebke, hanno inflitto ai nostri genitori, ai nostri nonni e bisnonni. Perché non dimentichiamo che Priebke ha personalmente torturato, ucciso, incaricato di uccidere e di torturare donne e uomini di ogni età e di ogni credo religioso. Perché sono passati 70 anni e le ferite non si sono rimarginate e non si rimargineranno mai».

IL PRECEDENTE DI KAPPLER - Quello che non si tollera, è il fatto che l’ex ufficiale delle SS esca sempre più spesso dalla sua abitazione: «Non vogliamo e non possiamo accettare che un assassino, un nazista condannato all’ergastolo, possa girare indisturbato per le vie di Roma. Non possiamo tollerare che lo Stato italiano, il nostro Stato italiano, permetta ad un pluriomicida, assassino, di fare la vita di un vacanziere in pensione, scorrazzando indisturbato nella città, come un normale cittadino». E non manca un riferimento alla fuga di un altro criminale nazista: «Siamo qui anche perché non dimentichiamo che il 15 agosto del 1977, un altro criminale nazista, Herbert Kappler, fu fatto fuggire indisturbato. Loro malgrado, il popolo ebraico non è svanito nei forni crematori di Auschwitz o nelle fosse Ardeatine. Noi siamo qui, vivi a chiedere giustizia».

Redazione Roma Online13 agosto 2012 | 13:40

Roma, disabile sfrattato da padre e zia E' in carrozzella, vittima di guerra tra genitori

Il Messaggero
di Adelaide Pierucci

Per non pagare gli alimenti l'uomo ha ceduto la casa alla sorella


Uno dei cartelli esposti a Torre Gaia
 ROMA - «Grazie papà, grazie zia che mi buttate fuori casa».Ci sono sfratti e sfratti. E quello che si è visto recapitare Giovanni, trentadue anni, nato disabile al 100 per cento e da sempre inchiodato in carrozzella, è uno sfratto davvero singolare, tanto che in tutta risposta, la madre e la sorella gemella, hanno affisso un maxi cartello su una sopraelevata della Casilina e uno fuori casa, a Torre Gaia, con firma e ringraziamenti.

Perché Giovanni Fisichella, vittima incolpevole di una sorta di «Guerra dei Roses», avrebbe dovuto ricevere dal padre, su condanna di un giudice, 1.300 euro al mese per molti anni. Il papà, invece, per sfuggire a un pignoramento che l’avrebbe obbligato a mantenere il figlio, si è disfatto in maniera premeditata di tutti i suoi beni, fino a vendere alla sorella anche l’ex casa coniugale di Torre Gaia dove vive Giovanni. Così la zia ne ha rivendicato la disponibilità e ha dato il benservito al ragazzo. Il risultato: che Giovanni dovrà andare per strada a dispetto delle sentenze che riconosco i suoi diritti.

L’ultima è del 27 febbraio. Ed è una sentenza di condanna per inadempimento ad un ordine del giudice per Mario Fisichella e Maria Fisichella: babbo e zia, vengono condannati rispettivamente a un anno e dieci mesi e a otto mesi di reclusione. E a risarcire Giovanni, la gemella, e la madre. Il primo per 180mila euro, l’altra di 60mila euro. I soldi non arrivano, ma lo sfratto sì. Perché i due imputati, si legge in sentenza, si erano «precipitati a stipulare il rogito per la vendita della casa dopo tre anni dal preliminare, e solamente quattro giorni dopo la notifica a Mario Fisichella dell’atto di pignoramento». Ancora la sentenza: «La parte civile ha definito abietta la condotta del papà che non concedeva ai propri familiari neanche le briciole del proprio patrimonio. E le circostanze sopra evidenziate danno certezza di tale tipologia di condotta».


L’uomo, infatti, dopo essersi risposato con una signora polacca più giovane di lui di 25 anni, dalla quale ha avuto altri due figli, non ha mai versato il mantenimento. E la Guardia di Finanza ha trovato intestate alla seconda moglie «5 unità immobiliari in via Adami, movimenti sul conto corrente con continui spostamenti all’estero, e altri due immobili in via Lisippo e via Cola di Rienzo che fanno capo alla società Twen di cui ricopre la carica di amministratrice». L’avvocato Cristina Cerrato, che cura gli interessi di Giovanni, definisce «un calvario» questa battaglia sostenuta davanti a «un papà insensibile» che si è completamente disinteressato anche moralmente del figlio.


Lunedì 13 Agosto 2012 - 10:11
Ultimo aggiornamento: 10:13

Il Senato taglia le spese, ma aumenta il budget per cerimoniale e rappresentanza

Il Mattino


ROMA - Meglio tardi che mai. Il Senato della Repubblica quest’anno peserà un filo di meno sulle spalle degli italiani: nel 2012 palazzo Madama dovrebbe assorbire 542 milioni contro i 546,3 spesi nel 2011. Questo almeno è quello che prevede il bilancio preventivo appena approvato dai senatori prima delle ferie estive.


Il segnale lanciato sul fronte dei tagli ai costi della politica resta però ancora flebile: il calo del costo del Senato è inferiore ai 5 milioni, pari a una riduzione inferiore all’1% e contemporaneamente una dozzina di voci, tra le quali quella delle «uscite per il cerimoniale», rimangono caparbiamente in aumento, fino al 79% in più.
 

E tuttavia l’inversione di tendenza non va sottovalutata poiché è la prima volta dal dopoguerra che il Senato spenderà una cifra assoluta inferiore a quella dell’anno precedente. Non solo. Poiché ogni anno accade che palazzo Madama spenda 12/15 milioni in meno rispetto a quanto preventiva è possibile che a fine 2012 il risparmio sia più consistente, con spese complessive che dovrebbero attestarsi attorno a quota 530 milioni. «Si dovrebbe tornare così al livello del 2008 - sospira il senatore Pd Marco Striadotto, segretario d’aula, che ha pubblicato su Twitter l’intero bilancio - Purtroppo molti capitoli, a partire dalle pensioni, restano incomprimibili».

Nella parte del bicchiere mezzo pieno spicca soprattutto una voce: la sforbiciata agli stipendi dei senatori. I 320 parlamentari di palazzo Madama, senatori a vita compresi, nel 2011 sono costati agli italiani 48,5 milioni che quest’anno scenderanno a 43,5. Il calo è consistente, pari all’11,3%, anche se non bisogna dimenticare le diarie e i rimborsi che viaggiano sempre intorno ai 21 milioni con una lievissima limatura dello 0,73%.


Il bicchiere resta mezzo vuoto, invece, su parecchie voci di spesa come quelle destinate alle cerimonie e alla rappresentanza. Il Senato ha messo in bilancio quasi 2 milioni e mezzo (+10,7%) per questo capitolo che comprende anche non meglio specificate attività interparlamentari. Si tratta di 265 mila euro in più rispetto al 2011. In percentuale l’aumento più alto (+79%) è quello per le commissioni d’indagine per le quali, però, pare che la Camera l’anno scorso abbia anticipato alcune spese che quest’anno il Senato è chiamato a rimborsare. Molto forte (+27%) è anche l’incremento di una voce generica come quella dei «contributi e sussidi» che assorbe 1,8 milioni. E appare senza freni anche la spesa per «ricerche» per la quale se ne andranno ben 443 mila euro più del 2011 nonché quella per la manutenzione straordinaria (+16,6%) per la quale sono destinati 849.957 euro in più.


All’evidenza, dunque, emergono cuscinetti di grasso sui quali si potrebbe incidere con maggiore forza. Ma il bilancio del Senato mette in evidenza anche una serie di macro-storture sulle quali è difficile usare il bisturi.


La voce di spesa decisamente più pesante, infatti, è quella delle pensioni che quest’anno assorbiranno il 34% delle uscite complessive contro il 31,8% di quelle del 2011. A sorpresa non è l’esercito degli ex senatori il principale beneficiario della previdenza di palazzo Madama. No. Ben 107 milioni, infatti, (8 milioni in più sul 2011) andranno al «personale in quiescienza». Mentre i vitalizi per gli ex parlamentari assorbiranno «solo» 77 milioni (+2,1 milioni sull’anno scorso).


Per gli stipendi dei 901 dipendenti del Senato, in costante ma lentissima diminuzione, nel 2012 saranno spesi 164,7 milioni. Si tratta di circa 14 milioni in meno rispetto all’anno scorso ma ogni lavoratore costerà in media, contributi compresi, la bellezza di 148.800 euro annui, Mentre l’indennità media annua di ogni senatore (rimborsi esclusi) ammonterà a 136.203 euro.


Lunedì 13 Agosto 2012 - 09:25

Non è un paese per turisti Il tormentone estivo anti Liguria

Corriere della sera

Commessi svogliati, albergatori accidiosi. Quanto c'è di vero? Vergassola: mugugniamo sempre. Maggiani: meglio l'Adriatico

Scena numero uno. Interno, giorno. Fuori c'è un gran caldo. Dentro, nel distributore di benzina, di fronte si trovano il cliente sinistro e il proprietario. «Vorrei dei pinoli», chiede il primo. «Non li teniamo», risponde il secondo. Svogliato. Molto svogliato. «E io come lo faccio il pesto?», domanda il cliente. «Mettici le noci», suggerisce il titolare. Qualche secondo e qualche minaccia dopo, quest'ultimo si ricorda di avere qualcosa.

Scena numero due. Interno, notte. È buio e fa freddo. Un uomo sale le scale di un edificio. Le porte si aprono in modo sinistro. Dall'interno compare un omino pallido e calvo. «Buonasera, volevo sapere se posso mangiare qualche cosa qui da voi», chiede - con accento tedesco - il forestiero. «A quest'ora?», domanda l'uomo pallido, con voce inequivocabilmente ligure. «Ma sono le otto!», replica il primo. «Almeno hai prenotato, spero. Sai com'è, generalmente chi non prenota poi non viene». «Ma in questo ristorante usate ancora l'illuminazione con le candele?», interroga sempre più stupito il cliente. «E cos'hai nel belino, che spendiamo dei soldi di luce?», taglia corto il titolare. Che poi avverte. «Attento a non sporcare che ho appena passato lo straccio».

Si tratta di due spezzoni video - il primo tratto da «Non è un paese per vecchi», il secondo da «Nosferatu, il principe della notte»» - montati dal cantautore Fabrizio Casalino e pubblicati su YouTube . Titolo: «Tipica accoglienza ligure». Due filmati che, con un sapiente uso dei luoghi comuni sull'ospitalità del posto, sono stati visti, commentati, criticati e apprezzati da centinaia di migliaia di persone. Diventando il tormentone dell'estate. A essere preso in giro è proprio l'atteggiamento nei confronti del turista di chi abita la regione più stretta d'Italia. «Noi liguri siamo proprio così», concorda un utente sulla piattaforma video.

E vero? «Ma certo», risponde Dario Vergassola - comico nato a La Spezia - ieri in vacanza a Manarola, nelle Cinque Terre. «Siamo dei "cinghialotti". Preferiamo che i turisti ci mandino i soldi direttamente da casa, senza venire qui a disturbarci», scherza. «Due giorni fa - racconta - ero con alcuni amici a Vernazza, tornata splendente come prima. In un bar, dopo aver ordinato il vino e l'acqua, chiediamo al titolare un po' di frutta. E lui che fa? Replica: "Non mi faccia andare fino in cucina"». Vergassola rivela anche che da tempo sta facendo una sorta di «psicopatologia» dei liguri. «Un po' come Darwin, prendo appunti sui loro comportamenti». Ed è su questo che fa una distinzione: «A Ponente sanno trattare meglio i turisti, a Levante un po' meno». Ogni tanto, confessa, ci si mette pure lui ad assecondare il «mugugno ligure». «Quando vedo gli stranieri che vengono qui, sulla "Via dell'Amore", dotati di scarponi e racchette, dico loro: "Guardate che qui il ghiacciaio s'è sciolto secoli fa"». Poi, serio, Vergassola precisa: «Noi liguri non siamo mai cortesi per finta, siamo sempre sinceri. E ci facciamo un mazzo così».

Aneddoti divertenti e analisi seria s'intrecciano anche in Maurizio Maggiani. Scrittore e giornalista nato a Castelnuovo Magra (La Spezia). «Se paragoniamo l'atteggiamento ligure a quello emiliano-romagnolo non c'è storia: non abbiamo una vocazione turistica», analizza Maggiani. E anche lui racconta una storia, «successa per davvero». «Un giorno, verso lo scoglio di Punta Chiappa, prendo una focaccia in questo baracchino e, visto il bel tempo, decido di mangiarla all'aria aperta. E sai cosa succede subito dopo? Arriva il titolare e mi dice: "Cosa fai lì? Vieni dentro, sennò ti vedono i turisti e mi vengono qua a ordinare roba da mangiare!». Lo scrittore ride. Però anche lui, pur concordando con il senso dei due video su YouTube , spiega: «Anche noi liguri abbiamo iniziato a trattare il cliente come si deve, però». Parole che l'Assessore regionale al Turismo, Angelo Berlangieri, rafforza con le cifre. «I turisti ci danno un bel 8 come ospitalità», rivela. «E non sono pochi: ogni anno arrivano 15 milioni di persone dall'Italia e dal mondo». E i video? «Ci fanno pubblicità, basta vedere le visualizzazioni». Insomma, luoghi comuni e realtà, si mischiano. A proposito, com'è finita con la frutta di Vergassola e amici? «Ce l'ha portata. E ci ha pure offerto tutto».

Leonard Berberi
13 agosto 2012 | 8:24

Mi capì vedendo il tatuaggio

Corriere della sera

Liliana Segre, il primo amore al ritorno da Auschwitz «Con Alfredo sono rinata, rischiavo di impazzire»


«So cos'è, mi disse vedendo il tatuaggio sul mio braccio. E io mi sentii capita, senza bisogno di dire niente». È il primo incontro di Liliana Segre - ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, - con Alfredo. «L'uomo che poi è diventato mio marito - racconta -. E senza il quale, forse, sarei diventata una di quelle donne che entrano ed escono dai manicomi, considerate "strane" dalle loro stesse famiglie».

Vita nuova . Vita rinata grazie all'amore. A sentir parlare la Segre, sembra che quel miracolo dei sentimenti che Dante fissa per sempre nel titolo della sua opera per Beatrice, non appartenga solo al mondo di carta della letteratura ma alla realtà. Persino quando viene intaccata dal male più profondo: Liliana fu deportata quando aveva tredici anni.
 
«Al ritorno dal lager ero un animale ferito, diversa dalle mie coetanee, una ragazza goffa che non riusciva a integrarsi con gli altri e avvertiva in tutti un nemico - confessa -. Ma nonostante tanto orrore e solitudine, con Alfredo e per Alfredo sono riuscita di nuovo a dare e ricevere amore».
Estate del 1948. La Segre ha 18 anni. Dopo lo sterminio nazista vive con i nonni materni, di origini marchigiane, unici superstiti della sua famiglia. Abita a Milano ma per le vacanze si sposta al mare, a Pesaro. «Uscivo sempre accompagnata, come si usava all'epoca - racconta -. E già il giorno del primo bagno l'ho conosciuto».

Alfredo Belli Paci, cattolico, laureato in Giurisprudenza, era allora un praticante in uno studio legale di Bologna. «Ma nel 1943 era stato uno dei seicentomila "no", uno dei soldati italiani catturati che non vollero aderire alla Repubblica sociale e furono rinchiusi nei campi di prigionia» spiega Liliana. «Fu spostato in sette diversi lager. Per questo li aveva visti, quelli come me» aggiunge con pudore, senza mai nominare la parola «deportati». Il miracolo semplice di Alfredo è avere fatto di lei una donna normale. «Proprio io - racconta la Segre -, traumatizzata dai distacchi, lontana anni luce dall'idea di avere un fidanzato. Piuttosto, dopo tutto quello che avevo passato, mi proiettavo nel futuro da sola, mi concentravo nello studio e sognavo di fare la giornalista».

Poi però, ricorda, sono arrivate le emozioni delicate di una giovane donna - di una giovane donna qualunque, sottolinea -, di quell'età. Il primo bacio, dato scappando alla sorveglianza dei nonni, a pochi passi dall'hotel di Pesaro dove lei soggiornava. Gli appuntamenti clandestini nei caffè di Milano. Il fidanzamento ufficiale e il matrimonio. «Alfredo mi ha preso per mano, affascinato da me proprio perché ero così diversa da tutte le altre: più matura nella testa ma ingenua sentimentalmente, un bocciolo ancora tutto da schiudersi» confessa la Segre. Il segreto: la solidità. «Non si è spaventato e non è scappato di fronte alla mia storia - dice Liliana -. Per me ha messo da parte i suoi stessi traumi di prigioniero. Sono stata sempre e solo io, in famiglia, la persona da proteggere».

Nei primi tempi del matrimonio ma anche negli anni successivi, quando l'entusiasmo e la felicità di giovane sposa non sono più bastati a ovattare gli echi di un passato con cui fare i conti. Parla di una depressione molto forte, la Segre, quando aveva 46 anni e perse l'anziana nonna, ultimo legame con la famiglia distrutta. Poi, intorno ai 60 anni, la consapevolezza di non avere ancora «fatto il proprio dovere» e la scelta di diventare una testimone della Shoah.

«Quando lo comunicai ad Alfredo si preoccupò che per me fosse troppo doloroso. Ma mi appoggiò» ricorda Liliana. «Da allora - prosegue - ho girato centinaia di scuole e parlato a migliaia di studenti. Ogni volta mio marito mi aspettava a casa e mi chiedeva "Come è andata amore mio?". E io varcavo la soglia e riuscivo a lasciare tutto fuori. Da quando è morto, invece, quattro anni fa, è molto più difficile rientrare e rimanere da sola con i miei fantasmi».
 
Resta quello che con Alfredo ha costruito. «Siamo stati una famiglia, abbiamo auto tre meravigliosi figli e tre nipoti» dice Liliana, ancora a Pesaro in questa estate di oltre sessant'anni dopo. Insieme con lei c'è Filippo, il più piccolo dei nipoti, di otto anni. «Pochi giorni fa - racconta la Segre - mi ha detto: "Nonna, tu sei il mare, io sono un'onda". Allora penso che non avrei potuto chiedere di più. E che, nonostante Auschwitz, alla fine ha vinto la vita».

Alessia Rastelli
13 agosto 2012 | 8:56

Wikipedia cerca nuovi volontari

La Stampa



SAN FRANCISCO


Diventato ormai una delle principali fonti d'informazione del Web, Wikpedia soffre di mancanza di volontari per aggiornare le voci del suo sito e lancia una campagna per invertire il trend. Fondata 11 anni fa dall'imprenditore Jimmy Wales come una enciclopedia interattiva aperta al contributo di tutti, Wikipedia aveva in maggio 492 milioni di utenti che hanno consultato 18,1 miliardi delle sue pagine sul Web. Ma allo stesso tempo sta perdendo volontari: il numero di autori che vi scrivono almeno cinque volte al mese è sceso a 85mila in tutto il mondo. Un numero troppo basso per garantire l'aggiornamento e la protezione dagli attacchi dei 22, 3 milioni di articoli, senza dimenticare la creazione di nuove voci.

L'obiettivo di raggiungere 200mila contributori volontari entro il 2015 appare ora difficile da raggiungere. Per questo la Fondazione Wikipedia ha deciso di semplificare il sistema dell'editing dei testi da inserire, aprendosi anche a contributi da smartphones e altre piattaforme diverse dal classico computer. Verrà fatto anche uno sforzo per stimolare contributi da parte delle donne (ora il 10% del totale) e di cittadini del sud del mondo. Infine lo staff di Wikipedia passerà da 119 a 174 persone con una crescita delle spese da 27,2 a 42,1 milioni di dollari. Di conseguenza verrà fatto un appello per aumentare le donazioni di un terzo fino al traguardo di 46,1 milioni di dollari.


(Adnkronos)

Mobilitazione per il baby dinosauro: «Ciro torni per sempre a Pietraroja»

Il Mattino


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Dopo Benevento, Pietraroja. Ma per sempre, non per un’esposizione temporanea. È l’auspicio formulato da Nicola Formichella, deputato del Pdl, per il cucciolo di dinosauro noto come ”Ciro”, attualmente nel capoluogo per l’evento organizzato, al Teatro Romano, dalla Soprintendenza. «Il ritorno nel Sanno di Ciro - dice Formichella - è una notizia che deve far felici tutti. Ma dopo la giusta vetrina di Benevento, a settembre Ciro dovrà far ritorno a casa sua, a Pietraroja, e non per una questione campanilistica. Intorno ad esso si è sviluppato un indotto turistico che deve tornare a dare i suoi frutti. Le realtà locali hanno bisogno dei propri simboli per valorizzare il territorio. Sono convinto che Pietraroja saprà gestire al meglio l’afflusso dei visitatori».

La pensa così anche il sindaco di Pietraroja, Lorenzo Di Furia, che afferma: «Devo dare atto alla Soprintendente Adele Campanelli dell’impegno profuso affinché il nostro Scipionyx samniticus rientrasse a Benevento. Ritengo sia stato un segnale importante che avvicina le istituzioni al territorio, ed è proprio per questo motivo che il pensiero comune è quello di vedere il cucciolo di dinosauro a casa sua. Pietraroja, pur essendo la “patria” del piccolo Ciro, a volte deve soccombere al “grande centro”, ma con la presenza e la funzionalità, del museo Paleolab, sicuramente è in grado di fornire ai visitatori le giuste emozioni correlate dalle informazioni necessarie a comprendere l’importanza della scoperta in relazione al territorio. I segnali che la Soprintendente Campanelli ha voluto dare al territorio e la stima che ripongo nella sua persona e nei suoi collaboratori, mi fa essere ottimista».

Anche per il consigliere provinciale Remo Del Vecchio «dopo tanto girovagare ecessario che Ciro torni a casa sua. Che esempio possiamo dare alle generazioni future, se non siamo in grado di tenerci stretti i simboli della nostre terre?».


Domenica 12 Agosto 2012 - 16:43    Ultimo aggiornamento: 16:45

Tammy, la prima «generale» lesbica

Corriere della sera

A metterle la stelletta sull'uniforme la consorte Tracey. Il ministro della Difesa ringrazia ufficialmente i militari gay su You Tube

Tammy Smith si è sposata nel 2011 dopo 9 anni di frequentazione con la partnerTammy Smith si è sposata nel 2011 dopo 9 anni di frequentazione con la partner

L'esercito americano ha il suo primo generale gay. Con una cerimonia al cimitero nazionale di Arlington in Virginia, la colonnella Tammy Smith è stata promossa a generale di brigata. A porle la stelletta sull'uniforme la consorte Tracey Hepner. La promozione di Smith, al momento l'omosessuale dichiarata di grado più alto a servire nell'esercito, è arrivata a meno di un anno dall'abolizione del «don't ask, don't tell», la politica che impediva ai militari di dichiararsi apertamente gay.

GAY PRIDE - Hepner e Smith si sono sposate lo scorso anno a Washington D.C., prima si erano frequentate per nove anni. Dopo l'abolizione del «don't ask, don't tell», il ministro della Difesa Leon Panetta con un video su YouTube ha ufficialmente ringraziato i militari gay per il servizio svolto. Lo scorso giugno, il Pentagono ha ospitato il suo primo Gay Pride mentre a luglio ha consentito a tutti i militari gay di sfilare in uniforme alla parata del Gay Pride a San Diego in California


Redazione Online13 agosto 2012 | 10:17

Crociata del parroco contro il kebab: “Offende il decoro”

La Stampa
Sarzana, il sacerdote si scaglia contro il locale “È proprio di fronte alla Cattedrale”


Il locale aprirà a fine agosto, dopo il Ramadan. Il titolare è un pakistano venticinquenne che ha già avviato un locale a Massa, nelle vicinanze di un liceo scientifico

 

Alessandra Pieracci
inviata a sarzana (sp)

Sarà che è proprio di fronte alla Pieve di Sant’Andrea, il più antico edificio di Sarzana lì dal X secolo, sarà che è a pochi metri dalla Cattedrale di Santa Maria Assunta, ma quella pizzeria convertita al kebab in via Mazzini proprio non piace a monsignor Piero Barbieri, già indignato per la spazzatura che deturpa i monumenti. «È inopportuna per il decoro della città». La voce del parroco della Cattedrale è la più autorevole tra quelle che si sono levate contro l’apertura del locale nella strada spina dorsale al centro storico, linea ideale che unisce le chiese al palazzo del Comune. La polemica surriscalda l’estate già arroventata.

«Che sciocchezza, mia figlia mangia ravioli e kebab e per questo non è certo meno italiana degli altri» protesta il sindaco Massimo Caleo, che, insieme con l’assessore Govanni Vasoli (delega alle Politiche partecipative, di solidarietà e cooperazione), rivendica per Sarzana una tradizione di tolleranza e integrazione, citando i menù multietnici per le scuole, la palestra della squadra di hockey trasformata in luogo di culto per il Ramadan.
La squadra dove gioca un quattordicenne liceale talmente bravo da essere convocato dalla nazionale under 15: di cognome fa Attarki ed è il figlio di Abdel Aziz, da 23 anni in Italia, da 13 a Sarzana, di professione macellaio ma anche mediatore culturale e rappresentante della comunità islamica locale.

Un centinaio di persone, di cui solo una quarantina in città . «Sarzana non è intollerante o razzista, siamo stati sempre ben accolti - conferma Aziz - Mia moglie e mio cognato fanno volontariato alla Caritas diocesana». Che è praticamente di fronte alla Cattedrale, sempre in via Mazzini. «Certi religiosi dovrebbero avere un atteggiamento diverso nei confronti del prossimo» commenta seccato il sindaco.

E qualcuno lamenta come eccessiva la severità di quel monsignore che ha allontanato dalle scale del sagrato i bambini quando vendevano le figurine. Però è lo stesso monsignore che ha fatto allestire, tra cattedrale e canonica, il cinema estivo all’aperto e il cui rigore a molti piace. Ora si è lasciato le polemiche alle spalle per qualche giorno di vacanza. Quando tornerà, troverà il locale della discordia quasi completamente ristrutturato, con soddisfazione della proprietaria dell’immobile, residente qualche piano più in su. L’apertura è per fine agosto, dopo il Ramadan.

«Siamo una città medaglia d’argento della Resistenza da cui è nata la Costituzione con i principi di libertà, uguaglianza e solidarietà. Le città che crescono di più sono quelle che riescono meglio a contrastare le marginalità di qualsiasi tipo, sessuale, culturale, del colore della pelle» aggiunge il primo cittadino.
Eppure, tra i più agguerriti contro il nuovo locale, quasi una portavoce della protesta, c’è proprio Graziella Coraglio, titolare dello storico Bar Costituzionale.

«Ne va del decoro della strada - dice - Questa un tempo era la via delle boutique eleganti, oggi si è ridotta a questo tipo di botteghe. E poi davanti alla Cattedrale, via, non sta bene. Vadano a vendere kebab in qualche strada più defilata». Come gli altri due locali che già lavorano, lontano dal centro. Fabio Alberti, vicepresidente della consulta del centro storico, invoca regolamenti più severi per tutelare la «strada grande», quella che un tempo i contadini della collina percorrevano intimiditi dopo aver calzato le scarpe al posto degli zoccoli.

Il titolare del nuovo locale è un venticinquenne pakistano, anche pizzaiolo, che ha già un avviato locale a Massa, vicino al liceo scientifico. «Terremo aperto dalle 10 a mezzanotte, non vendiamo né alcolici né superalcolici». La sua religione glielo vieta. E si sfoga anche Paolo Bellezza, titolare della ditta di Càscina «Bellezza dell’Arredamento» che si occupa della ristrutturazione. «Da gennaio a oggi ho allestito 13 locali nel Nord Italia e lavoro con imprenditori islamici dal 2007. A Pisa ci sono 27 rivendite di kebab, a Viareggio 15. - dice - Qui, prima hanno cominciato a dire che il locale avrebbe portato assembramenti di ubriachi, poi che i frequentatori avrebbero insozzato la strada.

Frequentatori italiani, faccio presente, dato che la comunità islamica è ridottissima. Per ultima, c’è stata la questione dell’insegna. Qualcuno si è lamentato preventivamente perché poco consona al luogo». E l’altra mattina Bellezza era in Comune per presentare i vari bozzetti: gli hanno scartato quello colorato, quello con la cornice più scura e alla fine è stato accettato un rettangolo color avorio con scritto in nero «Il Kebabbaro». Sarà applicato sull’insegna precedente, color ferro battuto, con i riccioli laterali a richiamare un’antica pergamena.

Torturata e venduta in sposa a 13 anni per tremila euro, dramma a Venezia

La Stampa

Era tenuta segregata in casa e violentata dal futuro sposo. Arrestati un 17enne e la madre



Violenza su una donna in una foto d'archivio. La 13enne era arrivata in Italia come promessa sposa in cambio di 3mila euro alla famiglia

 

Venduta ad una famiglia macedone come promessa sposa per 3.000 euro, violentata, segregata e torturata con un filo elettrico. è successo a una 13enne, salvata dalla squadra mobile di Venezia, che ha arrestato il futuro sposo 17enne e la madre di quest'ultimo. Ad accorgersi del dramma e avvertire la polizia lagunare sono stati alcuni cittadini di Marghera, che il 2 agosto scorso avevano segnalato la presenza di una ragazzina che chiedeva aiuto, con il volto completamente tumefatto. Sul corpo della piccola i medici, che hanno disposto il ricovero con una prognosi di circa un mese, hanno riscontrato diversi traumi e bruciature sulle gambe. Lei ha raccontato di essere stata "ceduta" dalla propria famiglia e di aver subito un calvario appena arrivata in Italia con la promessa di un matrimonio.

Il tentativo di fuga, ha scatenato l'ira dei suoi aguzzini: il 17enne, aiutato dalla madre che incitava il figlio a compiere il suo "dovere", ha ripetutamente violentato la ragazzina immobilizzata, poi segregata in casa, sistematicamente picchiata e punita con immersioni nella vasca da bagno, dove le sono state procurate delle bruciature alle gambe utilizzando un filo elettrico. Sulla base degli accertamenti svolti gli agenti hanno dapprima sottoposto a fermo di polizia giudiziaria il 17enne macedone e poi ha eseguito un provvedimento di fermo anche nei confronti del genitore, nel frattempo fuggita a Napoli, dov'è stata rintracciata con il sostegno della mobile partenopea. Madre e figlio ora sono accusati di violenza sessuale aggravata ai danni di minore, maltrattamenti e lesioni aggravate.

Bandito sbaglia banca ed entra in un istituto online: «E ora chi rapino?»

Il Mattino

Un maldestro e improvvisato malvivente ha fatto irruzione nella filiale della Img Direct, peccato che non ci fosse denaro

di Lino Lava


(foto leggo.it)
PADOVA - «Davvero ho sbagliato banca? Scusi, mi dice dove posso andare a fare una rapina?». L’impiegato della Ing Direct, la banca online olandese che ha un ufficio in piazza Insurrezione 1, ha allargato le braccia. Il rapinatore improvvisato ha capito che lì non c’era niente da fare e se n’è andato in tutta tranquillità.

Sì, un bandito improvvisato. Era giovane, italiano, aveva il volto scoperto, i pantaloni corti, un berretto e dei tatuaggi sulle braccia che gli davano una vera carta d’identità. Un rapinatore che sbaglia banca non è un bandito. Neanche se gli viene in mente di fare un "colpo" sotto la calura di mezzogiorno del 9 agosto in una città quasi deserta. Il bandito improvvisato probabilmente veniva da fuori. Il suo abbigliamento e lo zainetto dicono che è capitato a piedi per caso in piazza Insurrezione. Erano le 12,50 quando si è fermato sotto i portici, prima dell’entrata della Camera di Commercio.

Ha visto l’insegna "Conto Corrente Arancio" e gli è passata davanti la pubblicità televisiva. Quella era una banca e con un po’ di fortuna se ne sarebbe uscito con qualche migliaia di euro. Anche poca roba, ma in questo periodo fa gola tutto. Entrare o non entrare? Sì, vai con la rapina. Ma il bandito improvvisato non ha letto la scritta sulla porta che stava aprendo per varcare l’ingresso della presunta cassaforte. Sul vetro c’è un adesivo con una scritta che chiarisce tutto: il personale di questa banca non ha accesso al denaro contante. Ma ormai il rapinatore era sicuro e deciso. Il bank shop di piazza Insurrezione è il secondo sportello italiano della banca on line.

È un self-service con gli orari di un negozio. Resta aperto dalle 9 alle 19, con una pausa dalle 13 alle 15. Ebbene, mentre il bandito improvvisato varcava la soglia della banca un "agente" gli andava incontro e si preparava a riceverlo. Il personale della Ing Direct è formato per dare spiegazioni e consulenza del prodotto e del servizio, e per guidare il cliente nella scelta e per prendere dimestichezza con gli strumenti on line e automatici che ci sono nella piccola sede del bank shop. L’impiegato della Ing Direct non ha raccontato ai carabinieri, che cercano il rapinatore improvvisato, quali valutazioni gli sono venute in mente quando ha visto varcare l’ingresso l’individuo in pantaloncini corti, con le braccia tatuate e l’aria di chi non ha un euro in tasca. Ma forse non ha avuto il tempo di fare alcuna valutazione.

«Questa è una rapina, dammi i soldi», gli ha detto il bandito quando se l’è trovato davanti. «Ma come, non guarda la pubblicità? In questa banca non ci sono soldi», gli ha detto l’impiegato. Il bandito improvvisato si è guardato attorno. Sì, quella non era una banca. Era un ufficio neanche tanto spazioso, con apparecchiature elettroniche e tante scritte pubblicitarie. Non era l’istituto di credito con le casse e il bancone che i rapinatori sono soliti saltare quando vanno di fretta. Aveva proprio sbagliato. E la cosa incredibilmente strana era l’atteggiamento dell’impiegato. Non era terrorizzato dalla presenza del rapinatore. Lo informava gentilmente che in quella banca on line non c’era un becco di un quattrino in contante.

«Non mi sa consigliare un’altra banca?», è sbottato il rapinatore. E l’"agente" della Ing Direct gli ha sorriso e ha allargato le braccia. Niente da fare, meglio andarsene. E il bandito improvvisato ha ripreso la porta d’ingresso e se n’è andato in tutta tranquillità.


Sabato 11 Agosto 2012 - 20:06    Ultimo aggiornamento: 20:39

Ecco il ghetto islamico: una città per sole donne

Redazione - Dom, 12/08/2012 - 17:22

L’anno prossimo comincerà in Arabia saudita la costruzione di una enclave in cui le signore potranno lavorare: fare le operaie e persino gestire delle piccole imprese. Un modo per conciliare le rigide regole della sharia con le sfide economiche


Immaginate un ghetto. Un ghetto per sole donne.

Non un harem. Ma un luogo, una città, dove le donne stanno da sole per poter fare quello che nel resto del mondo è un’ovvietà e in Arabia saudita è invece una grande trasgressione. Nascerà qui, nello Stato che si fonda sulla sharia - la legge islamica che relega le donne a comparse senza volto, personalità e diritti - la prima città solo per loro. Un luogo fisico, quasi un’enclave, in cui alle signore verrà concesso di lavorare e perfino di gestire alcune piccole imprese senza per questo dover finire come delle reiette, nel Paese in cui la legge non vieta ufficialmente al gentil sesso di intraprendere una qualsiasi attività ma di fatto il costume e la cultura relegano le donne al semplice ruolo di mogli e madri (prive di camminare “non accompagnate dai maschi” per le vie delle città) mentre i numeri raccontano che appena il 15% dell’intera forza lavoro è “rosa”. Non solo. Le donne saudite sono le uniche al mondo a cui è proibito guidare e solo dopo un lungo braccio di ferro alcune di esse sono riuscite ad approdare a Londra per i Giochi Olimpici.

La costruzione della città, che si estenderà sul territorio dell’esistente località orientale di Hafuf, comincerà il prossimo anno ed è stata affidata - scrive il britannico Daily Mail - alla Saudi Industrial Property Authority (Modon) con l’obiettivo di portare un po’ di modernità in Arabia e coinvolgere le donne nel sistema produttivo del Paese, in modo da rendere compatibili le aspirazioni alla carriera con le rigide regole vigenti. In ballo ci sono 5mila posti di lavoro e investimenti per circa 110 milioni di euro nel settore tessile, farmaceutico e alimentare. “Abbiamo in mente di costruire industrie di sole donne in varie parti del Paese”, spiega Saleh al Rasheed, vice direttore del Modon. “Sono certo che le donne potranno dimostrare la loro capacità”. Intanto, nei tribunali, la loro parola vale la metà di quella degli uomini e i mariti possono divorziare semplicemente dichiarando le loro intenzioni alla moglie o addirittura semplicemente tramite sms, un diritto ovviamente garantito solo a loro.

Doppia punibilità per chi produce e utilizza fatture false

La Stampa


Scatta una doppia condanna quando l’imprenditore emette e utilizza titoli inveritieri in favore di un’altra azienda di cui egli è amministratore. La deroga al concorso di persone nel reato, nel caso di fatture predisposte per operazioni inesistenti, non si applica infatti se le due attività fraudolente sono poste in essere dallo stesso individuo. Il principio si legge nella sentenza 19247/12 della Cassazione. I Giudici si trovano a dover armonizzare due norme del d.lgs. n. 74/00: l’articolo 2 punisce la «dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture false», l’articolo 8 prevede che la mera «emissione di fatture o altri documenti per operazioni esistenti» escluda il concorso reciproco nei reati tra l’emittente e l’utilizzatore. L’articolo 9 del medesimo d.lgs. sembra infatti essere stato introdotto dal legislatore con la finalità di evitare di punire due volte, di cui una a titolo di concorso, lo stesso fatto.

La statuizione crea tuttavia non pochi problemi laddove si tratti di azioni commesse dalla stessa persona, pur attraverso l’interposizione di società ad hoc. Il Gip di Roma, con una sentenza del 2011 inerente al giudizio su due uomini (uno titolare di un’officina, il secondo suo collaboratore) concorrenti in varie condotte criminose, si attiene al divieto di «doppia perseguibilità» sancito dal decreto del 2000. La Cassazione, però, ritenendo fondato il ricorso proposto dal Pubblico ministero, valuta in maniera più accurata la materia del contendere. Gli imputati, nella fattispecie, non hanno avuto la necessità di accordarsi con un altro soggetto emittente, bensì hanno «dato vita» loro stessi al soggetto giuridico amministratore.

Duplice veste. La medesima persona opera nel caso concreto assumendo una sembianza bidimensionale: al contempo è amministratore del soggetto giuridico che emette le fatture e amministratore che si giova delle stesse. Pertanto non c’è un «istigatore» all’emissione – motivo che farebbe scattare la deroga dell’art. 9 rispetto alla regola generale sancita dall’art. 110 c.p. – ma piuttosto si attua un concorso interno di responsabilità. La questione giuridica, in definitiva, mira a tenere distinti, anche all’interno della singola persona fisica, i vari piani di responsabilità, i quali, in tal modo, divengono cumulabili.

Ciò che l’articolo 9 del d.lgs. n. 74/00 intende evitare – spiegano gli Ermellini – non è in sé la doppia punibilità per la gestione fraudolente delle fatture, ma la punibilità della medesima persona una volta a titolo diretto per la propria condotta di utilizzatore e una seconda volta per concorso morale nell’autonoma condotta attuata dall’emittente con cui la società è d’accordo.La norma non trova però applicazione quando il soggetto proceda in senso proprio sia all’emissione delle «f.o.i.» sia alla loro posteriore utilizzazione.

Italiano ruba filo spinato ad Auschwitz: arrestato all'aeroporto di Cracovia

Il Messaggero



VARSAVIA - Un italiano di 66 anni è stato arrestato all'aeroporto di Cracovia perché trovato in possesso di un pezzo di filo spinato di circa 30 cm rubato ad Auschwitz. Il 66enne è stato bloccato sabato sera. L'uomo, che nascondeva il filo spinato nel bagaglio, si è giustificato dicendo che suo padre era morto nel campo di concentramento.




Domenica 12 Agosto 2012 - 18:31
Ultimo aggiornamento: 18:35