mercoledì 15 agosto 2012

Ecco il reggiseno da un milione di dollari

Il Messaggero


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MICHIGAN

Costa ben un milione di dollari il favoloso reggiseno appena lanciato da Birmingham Estate and Jewelry Buyers, un’azienda americana del Michigan e più precisamente della città di Birmingham, vicino Detroit, che si è tuffata decisamente nel mercato del lusso più sofisticato, uno dei pochi settori a non risentire della crisi in questo momento. Certo, è difficile immaginare una donna che possa indossare una lingerie così strepitosa senza cedere alla tentazione di volerla esibire come un qualsiasi altro costosissimo gioiello.
 
Il capo pesa un chilo con i suoi 750 grammi di oro a 18 carati e 500 carati di diamanti: non deve essere molto comodo. Però chissà come ci si sente con indosso una tale meraviglia! Il reggiseno è, naturalmente, un pezzo unico e c’è voluto un anno di lavoro, con all'opera ben 40 artigiani per realizzarlo perché, mentre in quello incredibile confezionato dal famoso brand Victoria’s Secret del valore di ben 2,5 milioni di dollari i diamanti erano inseriti in fibra e materiale tessile, in questo nuovo modello le pietre preziose sono incastonate una a una direttamente nell’oro solido, senza l’aiuto di nessuna fibra tessile che può facilitarne la montatura sulla struttura.

Anche Android dice addio al Flash Player: da oggi sparisce da Google Play

Corriere della sera



immagine dal sito Ubergizmo (http://www.ubergizmo.com/2012/08/adobe-stops-flash-development-for-android/)


Addio Flash Player: da oggi l’app per visualizzare i contenuti in Flash, ancora molto diffusi sui siti Internet, sparisce dal Play Store, il negozio virtuale di applicazioni di Google per smartphone e tablet Android.
L’annuncio di Adobe, l’azienda proprietaria di Flash, era arrivato qualche mese fa ma la decisione diventa operativa proprio dal 15 agosto. Per chi ha un terminale con l’app già installata, i contenuti in Flash attraverso il browser Android continueranno a essere visibili, anche se il Flash Player non verrà più aggiornato. Per chi compra oggi un terminale Android invece niente più Flash (o meglio, per averlo sarà necessario ricorrere all’installazione manuale di un file .apk del Flash Player, operazione non certo da geni informatici ma non alla portata né nell’interesse dei milioni di utenti comuni che si mettono un telefono Android in saccoccia).

Cade così uno dei cavalli di battaglia di Android nella guerra con iPhone e iPad. Apple ha sempre eretto un muro invalicabile sui suoi device portatili nei confronti di Flash, contro il quale Steve Jobs aveva scagliato un vero e proprio anatema. I problemi di Flash sono noti da anni: grande impatto sul processore e di conseguenza sull’autonomia. Cui si aggiunge, in un contesto di schermi a tocco, la scarsa o nulla ottimizzazione dei siti per il touchscreen. L’abbandono al suo destino del  Flash Player era decretato da tempo, con Adobe che aveva spiegato che non lo avrebbe più aggiornato nelle nuove versioni di Android, da Jelly Bean 4.1 in poi.

La stessa Google nella versione “portatile” del suo browser Chrome (destinata probabilmente a diventare il browser di default su Android) non aveva più incluso il supporto alla tecnologia Flash. Che per altro non aveva mai convinto del tutto, in termini di fluidità e non solo, sui terminali Android, anche su quelli i più potenti.
Flash è morto, lunga vita dunque a Html5. Anche se quest’ultimo deve ancora uscire dalla sua infanzia e la strada sarà lunga e non diritta. Ma la transizione ora può partire senza più voltarsi indietro.

Israele, i piani segreti di guerra all'Iran Un blogger svela e mette tutto online

Corriere della sera

Il blogger Richard Silverstein rivela un sofisticato piano di attacco al regime di Teheran


«Sarà un’aggressione coordinata» e con un attacco cibernetico «senza precedenti» che metterà ko in pochi minuti «Internet, i telefoni, la radio, la tv, le comunicazioni satellitari, le connessioni in fibra ottica degli edifici strategici del Paese». L’obiettivo? «Non far sapere al regime iraniano quello che sta succedendo entro i suoi confini». I piani di guerra d’Israele contro Teheran rivelati a Ferragosto da un blogger.

Non uno qualsiasi, ma l’israelo-americano Richard Silverstein che viene da molti soprannominato il «WikiLeaks d’Israele». E quel che ne viene fuori, a dire il vero, somiglia più a un film hollywoodiano che alla realtà. Anche se, in Israele, i tamburi di guerra iniziano a sentirsi molto più prima. Silverstein ha pubblicato sul suo sito «Tikun Olam» (Riparare il mondo, in ebraico) un estratto del documento, ufficialmente riservato, da sottoporre al gabinetto di sicurezza dove si prendono le decisioni vitali per il Paese. Il dossier – racconta il blogger – gli è stato passato soprattutto perché, secondo la sua fonte, «Bibi (Netanyahu, premier d’Israele, ndr) e Barak (ministro della Difesa, ndr) fanno maledettamente sul serio».

MUNIZIONI IN FIBRA - Il piano, allora. Stando al documento ricorrerebbe, nella prima fase, alla tecnologia più sofisticata per mettere fuori uso l’infrastruttura dell’Iran e le basi missilistiche sotterranee di Khorramabad e Isfahan. Le centrali elettriche, poi – sempre secondo a quel che c’è scritto nel dossier –, «saranno paralizzate grazie a corto circuiti provocati da munizioni in fibra di carbonio più sottili di un capello che di fatto renderanno i trasformatori inutilizzabili». Quindi la seconda fase: «Decine di missili balistici, in grado di coprire una distanza di 300 chilometri, saranno lanciati contro la Repubblica islamica dai sottomarini israeliani posizionati vicino al Golfo Persico». Missili «non dotati di testate convenzionali», precisa il documento, «ma con punte rinforzate, progettate per penetrare in profondità».

CENTRALI SOTTERRANEE - Le informazioni in possesso degl’israeliani, infatti, parlano di centrali nucleari sotterranee, come quella di Fardu, nei pressi della città di Qom, molto difficili da raggiungere con un semplice bombardamento e ormai isolate dalla Rete usata dall’autorità centrale. Finita qui? Non ancora. Perché poi toccherebbe alla terza fase. Altri missili – questa volta da crociera – «saranno lanciati per mettere ko i sistemi di comando e controllo, di ricerca e sviluppo e le residenze del personale coinvolto nel piano di arricchimento» dell’uranio. «Subito dopo», scrive il dossier, «il nostro satellite di ricognizione TecSar passerà sopra l’Iran per valutare i danni agli obiettivi.

Le informazioni saranno trasferite ai nostri aerei in volo» verso Teheran, «velivoli dotati di tecnologia sconosciuta al grande pubblico e anche al nostro alleato americano», «invisibili ai radar» e inviati in Iran per finire il lavoro, «colpendo un elenco ristretto di obiettivi» che hanno bisogno di ulteriori assalti per essere disinnescati definitivamente. L’obiettivo sembra chiaro: annientare da un lato le capacità di sviluppo nucleare del regime islamico. Dall’altro evitare una controffensiva iraniana in territorio israeliano distruggendo le installazioni missilistiche. In realtà, il documento è solo la fase più semplice dei piani di guerra di Gerusalemme. Il governo di Benjamin Netanyahu, per ora, è in minoranza dentro il gabinetto di sicurezza. E gli Usa, oltre a ribadire il loro no al conflitto, iniziano a sottolineare che lo Stato ebraico «può solo rallentare il programma nucleare iraniano, non eliminarlo».

LO SCENARIO - Sempre a Ferragosto, sulle colonne del quotidiano ebraico Ma’ariv, Matan Vilnai, ex generale e prossimo ambasciatore in Cina, anticipa lo scenario «interno» al conflitto. «Israele ha preparato la popolazione a un eventuale conflitto che potrebbe durare trenta giorni su diversi fronti contemporaneamente», rivela Vilnai. E in questo mese di guerra «nelle città israeliane la replica dell’artiglieria di Teheran potrebbe provocare almeno 500 vittime, qualcosa meno o qualcosa di più». Lo Stato ebraico, aggiunge l’ex militare, «dovrà far fronte anche ai missili lanciati da Hezbollah dal Libano e dal braccio armato di Hamas dalla Striscia di Gaza». Israele ha fretta.

Entro ottobre – secondo gli esperti dell’intelligence – l’Iran avrà arricchito grandi quantità (circa 250 kg) di uranio al 20%, il minimo per costruire poi testate micidiali. E a dare ragione ai timori israeliani c’è il blitz di una novantina di agenti federali tedeschi, sempre a Ferragosto, in alcune case di Amburgo, Oldenburg e Weimar. Azione speciale nel quale sono stati arrestati un cittadino con passaporto della Germania e altri tre con doppia cittadinanza tedesca e iraniana. Tutti accusati di aver esportato in Iran valvole per la costruzione di un reattore nucleare, violando così l’embargo in vigore. I sospetti – Rudolf M., Kianzad Ka., Gholamali Ka. e Hamid Kh. – tra il 2010 e il 2011 avrebbero fornito le componenti a Teheran servendosi di compagnie di faccia in Turchia e Azerbaigian in cambio di milioni di euro.


Leonard Berberi
15 agosto 2012 | 16:27

Su Wikileaks 3.000 cablo sull'Italia

La Stampa

Nei documenti, che riguardano il periodo tra il 1988 e il 2010, si evidenzia che la «tempistica della azioni giudiziarie appare spesso politica»

ROMA


Sono circa 2970 i documenti del Dipartimento di Stato Usa pubblicati oggi da Wikileaks provenienti dalle sedi diplomatiche statunitensi in Italia, per lo più dall’ambasciata a Roma. Una settantina di questi provengono invece dai consolati Usa di Napoli, Milano e Firenze. I cablo abbracciano un arco di tempo di 22 anni, dal 25 agosto 1988 al 26 febbraio 2010.

Dai documenti emerge che la tempistica» delle azioni giudiziarie in Italia «spesso appare politica», compresa «la sentenza di una corte civile contro la Finivest di Berlusconi»: è quanto scrive la numero 2 dell’ambasciata Usa a Roma, Elizabeth Dibble, in un cablogramma dell’8 ottobre 2009, inviato subito dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, e pubblicato da Wikileaks.
 
La magistratura italiana, si legge nel cablo, «era un tradizionale rifugio per i membri del Partito comunista durante la Guerra Fredda». «Inoltre, la tempistica delle azioni giudiziarie - incluse alcune contro funzionari di centro-sinistra - spesso appare politica», annota la diplomatica. Tra questi casi la Dibble comprende la sentenza «di una corte civile contro la compagnia Fininvest di Berlusconi riguardo a una causa di lungo corso da 750 milioni di euro promossa da un rivale d’affari».

In un cablo del 5 ottobre 2009 il numero due dell’ambasciata Usa a Roma, Elizabeth Dibble, scrive al Segretario alla Difesa Robert Gates, dicendo che il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, «è un buon amico degli Usa, un forte difensore dei nostri condivisi interessi sulla sicurezza transatlantica e, una rarità in Europa, un forte sostenitore della missione Nato in Afghanistan». Il rapporto è stilato dalla Dibble in vista di un incontro che Gates avrà a Washington con La Russa pochi giorni dopo, il 13 ottobre.

Un incontro giudicato come «cruciale» dalla Dibble in quanto l’Italia «sta valutando tagli ai finanziamenti per le missioni all’estero». Nel cablo il ministro della Difesa italiano è descritto come un «accorto stratega politico il cui aspetto e le cui maniere talvolta rudi nascondono un intelletto acuto con un sottile capacità di afferrare i dettagli». In un altro cablo del 22 gennaio 2010, redatto dall’ambasciatore Usa a Roma, David Thorne, e indirizzato a Gates in preparazione di una visita di quest’ultimo in Italia,

La Russa e il ministro degli Esteri, Franco Frattini, vengono descritti come i «campioni» dei rapporti italo-americani. «Sia sull’Afghanistan sia sul Libano che sul caso Abu Omar, e ora sull’assistenza a Haiti, La Russa, con il supporto attivo di Frattini, è stato il nostro campione nei rapporti con l’Italia, sponsorizzando le nostre posizioni con alte percentuali di successo».

Il rapporto di conclude così: «Signor Segretario, il team La Russa-Frattini si è occupato per noi di molte questioni chiave: ci hanno sostenuto in Kosovo, sono stati d’accordo a mantenere un consistente livello di truppe in ambito Unifil durante la transizione verso i comando spagnolo, e hanno assunto un coraggioso impegno riguardo alla nuova fase di operazioni in Afghanistan. Sono una squadra che lavora, è istintivamente pro-americana, ed è molto sensibile al modo in cui l’Italia è percepita dal governo Usa».

Cinque giorni nel burrone, l'odissea di Laica

La Stampa
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Risponde a un pastore che la chiama, salvata dal soccorso alpino



Laica era caduta in un precipizio profondo 15 metri

FOTOGALLERY
Laica, salvata da un profondo burrone

 

GIAMPIERO MAGGIO
torino

Quella di Laica è una di quelle storie a lieto fine che fanno bene al cuore. Laica è un cane meticcio da pastore di 5 anni, con il pelo folto bianco e nero e una zampa ferita anni fa, per colpa di un calcio ricevuto da un mulo. I volontari del soccorso alpino l’hanno salvata lunedì pomeriggio dopo che per cinque giorni e cinque notti è rimasta bloccata in alta montagna, sopra Ceresole Reale, inghiottita in un dirupo profondo 15 metri lungo un sentiero che conduce al lago di Dres. Senza cibo e senza possibilità di risalire in superficie. «Per fortuna - raccontano i soccorritori - dalle muffe delle rocce scendeva un sottile rivolo d’acqua e ha potuto bere». Se è viva lo deve a un miracolo.

Tutto è cominciato giovedì scorso. Laica è con la sua padrona, Alessandra Doglietto, una villeggiante che da queste parti torna ogni estate, per trascorrere un paio di settimane in montagna. «Stavamo passeggiando, Laica era davanti a me. Un attimo dopo non l’ho più vista». In località Rocce, lungo il sentiero che porta al lago, ad un certo punto si apre una gola profonda e stretta nel terreno che non lascia vedere il fondo. «Per me era dentro quel burrone». Ad Alessandra, però, spiegano che non è possibile: «Se è lì – le dice uno che conosce bene questi posti - è spacciata, mi dispiace». Lei però non si arrende. Torna ogni giorno lassù e chiama Laica fino a perdere la voce.

Niente da fare. Poi lunedì succede qualcosa. Con Alessandra c’è anche un pastore. Dicono che sia uno che ci sappia fare con gli animali: «Prova a chiamarla con dolcezza, come se dovessi darle del cibo. Forse il suo cane pensa di avere sbagliato, magari ha paura di un rimprovero». E’ la chiave giusta. Dal buio del dirupo Laica questa volta risponde con un guaito. Il resto è il lavoro dei volontari del soccorso alpino di Ceresole Reale, aiutati dai colleghi di Locana. A calarsi nella gola è Valerio Bertoglio, nota guida alpina della zona. «Quando l’ho vista, sana e salva, mi sono commosso». É lui ad imbragare Laica e a dare il via perché la riportino in superficie.

Sottomarino russo passa davanti alle coste Usa

Corriere della sera

Gli americani si sarebbero accorti dell'intrusione solo quando si è allontanato. Questa è la seconda apparizione dal 2009

 Un sottomarino russo della classe Akula (Ap) Un sottomarino russo della classe Akula (Ap)


Un’incursione che ricorda le atmosfere del film Ottobre Rosso ma soprattutto i duelli durante la Guerra Fredda. Un sottomarino nucleare russo della classe Akula avrebbe incrociato nel Golfo del Messico, davanti alla coste Usa, senza essere scoperto. Gli americani – secondo quanto sostiene il Washington Free Beacon – si sarebbero accorti dell’intruso soltanto quando si è allontanato dalla zona. Un’altra versione afferma invece che gli Usa sapevano della presenza dell’Akula ma non avevano idea della sua posizione precisa.

L'AZIONE- L’apparizione del sottomarino è la seconda dal 2009 e rientra nella volontà di Mosca di marcare in modo più netto la sua presenza navale subacquea in prossimità delle coste statunitensi. L’Akula, battello piuttosto silenzioso, è dotato di missili da crociera che possono «coprire» bersagli su gran parte degli Stati Uniti. Ma la sua specialità è quella di neutralizzare i sottomarini americani. L’azione rappresenta la dimensione navale delle incursioni affidate ai bombardieri strategici.

In giugno i russi hanno svolto esercitazioni ai confini dell’Alaska dove simulavano attacchi aerei contro «obiettivi nemici». Le rivelazioni sulle manovre russe hanno provocato la reazione degli ambienti repubblicani per i quali la Casa Bianca è troppo arrendevole davanti alle sfide del Cremlino. La minaccia subacquea è sempre stata valutata con grande attenzione dalla Us Navy. Per due anni, i sottomarini italiani «Todaro» e «Scirè» – macchine molto silenziose e sofisticate – hanno partecipato a esercitazioni con la flotta americana dell’Atlantico per testare difese e contromisure. E spesso i nostri battelli si sono rivelati vincenti nei duelli contro le unità nucleari o le portaerei.


Guido Olimpio
@guidoolimpio15 agosto 2012 | 11:19

Le moto di Steve McQueen vanno all'asta La decisione della vedova, Barbara

Corriere della sera

L'evento si terrà al 62° Concours d’Elegance di Pebble Beach. Centinaia di fans attesi per l'evento

L'attore Steve McQueenL'attore Steve McQueen


Le moto di Steve McQueen vanno all’asta in occasione del 62° Concours d’Elegance di Pebble Beach. La decisione è stata presa dalla vedova del grande attore americano, Barbara McQueen, che non mancherà all’apertura della “MidAmerica Auctions' 4th Annual Pebble Beach Antique Motorcycle MarketPlace”: assieme alle preziose due ruote del marito, la signora McQueen condividerà le sue memorie nel libro Steve McQueen: The Last Mile...revisited con le centinaia di fans che stanno arrivando da tutti gli Stati Uniti per un evento che si preannuncia unico.

I MODELLI - Viene battuta all’asta una Indian 4 cilindri del 1940, la Triumph Speed Twin del ’38 che era una delle preferite della collezione di Steve McQueen da sempre una icona per gli appassionati di motori. Figlio di uno stuntman, amava le due e le quattro ruote a tal punto da fare a meno delle controfigure nei film e girare in prima persona le scene solitamente riservate agli stuntmen. L’attore vestì spesso i panni del vero pilota e prese più volte in considerazione l'ipotesi di abbandonare il cinema per dedicarsi completamente alle corse. Nel 1970 partecipò alle 12 ore di Sebring insieme a Peter Revson con una Porsche 908 spyder, guidandola con un piede fasciato a causa di un precedente incidente motociclistico, e arrivando primo nella sua categoria e secondo assoluto a soli 23" dal vincitore Mario Andretti su Ferrari.

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LE STORIE - L’eclettica selezione di moto all’asta include una Harley Davidson 8-Valve Racer del 1916, una Vincent Black Shadow Series C del 53, una Brough Superior 1150 V-Twin del 39, una Wagner Belt Drive Single del 1912, e una rara collezione di sei Triumph Bonneville T120 TT Specials degli anni ’60. Come non pensare al finale del film La grande fuga quando McQueen cerca di raggiungere la Svizzera a bordo di una Triumph TR6 Trophy mascherata da Bmw bellica! Ogni moto ha una storia unica, accompagnata dagli aneddoti che Barbara McQueen ha raccolto e custodito, legati alle sue avventure con l’attore scomparso a soli 50 anni per un male incurabile. Racconti e foto di una vita di passione per il cinema e i motori, che la vedova ha tenuto chiusi in un cassetto per quasi 25 anni e che finalmente ha deciso di riportare alla luce per la gioia di cinefili e collezionisti.

L’asta si potrà seguire anche online.

Savina Confaloni
15 agosto 2012 | 12:35

Google penalizza i siti segnalati per violazione del copyright

La Stampa

Il colosso web, a partire da questa settimana, iniziarà a retrocedere nei risultati le pagine che hanno ricevuto numerose segnalazioni
FEDERICO GUERRINI


CatturaQualsiasi modifica dell'algoritmo di ricerca di Google non va presa sottogamba; in fondo, per la stragrande maggioranza delle persone, il motore di ricerca è l'unica porta di accesso al Web, il “filtro” che ti dice quali sono i contenuti rilevanti e quali no. Per questo l'annuncio di venerdì scorso della Grande G di voler iniziare, a partire da questa settimana, a retrocedere nei risultati di ricerca i siti che hanno ricevuto numerose segnalazioni per violazione del copyright è qualcosa in più di un dettaglio tecnico.

Significa dare un'arma in più alle associazioni che tutelano il diritto d'autore in Rete (qualcun altro direbbe, i diritti delle grande multinazionali dell'audiovisivo) che infatti, hanno subito plaudito all'iniziativa, pur senza arrivare agli estremi di censurare tutti i contenuti sgraditi. “Il cambiamento nel sistema di ranking – scrive sul blog ufficiale l'ingegnere di Google Amit Singhal – dovrebbe aiutare gli utenti a trovare più facilmente contenuti legali e di qualità”. Ed è forse anche un modo per reagire alla pressione a cui l'azienda di Mountain View è sottoposta quotidianamente: le richieste di rimozione sono aumentate a un ritmo vertiginoso da un paio d'anni, da quando Google ha modificato il proprio sistema di gestione delle denuncie, e oggi la società riceve ogni giorno più segnalazioni di quante ne ricevesse nell'intero 2009, come evidenziato nell'ultimo Transparency Report .

La relativa scarsità di informazioni su come il nuovo sistema verrà effettivamente implementato preoccupa però le associazioni per la difesa della libertà di espressione, come la Electronic Frontier Association. “Quello che sappiamo – affermano Julie Samuels e Mitch Stoltz di Eff – è che i siti con un elevato numero di richieste di rimozione verranno penalizzati nelle ricerche: ma cosa significa “un elevato numero”?”.
 
C'è poi il problema dei falsi positivi: siti magari perfettamente legittimi che vengono relegati da un giorno all'altro nella semi-oscurità per una segnalazione errata. È vero che Google mette a disposizione degli interessati degli strumenti per controbattere le denuncie, ma cosa accadrà nell'interim?

Il timore degli attivisti è che la nuova opzione offerta dalla Grande G possa essere usata anche come arma impropria, per rendere difficile, se non impossibile, la vita a siti sgraditi a qualche grande corporation, pur in assenza di un vero e proprio processo e di una richiesta di rimozione firmata da un giudice.

Australia: sconfitte le tobacco-companies

La Stampa
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La batosta – anche se le major del tabacco che l’hanno subita tendono a smorzarne la portata – è solenne e soprattutto storica. La Corte Costituzionale Australiana ha respinto il ricorso intentato da alcune aziende produttrici di sigarette contro il provvedimento del governo
Australiano che le obbligherà da dicembre a porre sul mercato locale i loro prodotti in pacchetti in cui loghi e marchi sono rimpiazzati da immagini e scritte che ne evidenziano la nocività. La sentenza è particolarmente significativa perché in ballo non c’era una questione relativa alla salute pubblica – ovvero, per fare il caso più eclatante, se si possa dire o no che le sigarette uccidono.

La battaglia accesa da British American Tobacco, Philip Morris, Imperial Tobacco, Van Nelle Tabak Nederland e JT International SA riguardava il diritto del governo di impedire ai legittimi proprietari l’uso di materiale coperto da copyright commerciale nel nome del pubblico interesse. Non a caso le compagnie in questione avevano già avanzato richieste di risarcimenti nell’ordine di decine di milioni di euro per i danni commerciali che sarebbero derivati dalla presa di posizione del governo Australiano. Saranno invece le stesse compagnie, ha sancito la Corte, a dover pagare i costi legali di quella che per loro si profila essere una debacle di proporzioni straordinarie. La sentenza – il cui dispositivo non è stato ancora pubblicato – era infatti guardata con estremo interesse non soltanto in Australia, ma anche da molti governi stranieri, a partire da quello Neozelandese e Britannico.

Ora le paure che molti Paesi avevano della reazione delle grandi corporation del tabacco nel caso avessero intrapreso la strada ‘australiana’ saranno lenite dalla sentenza di oggi. Questo anche in considerazione del fatto che trattasi del pronunciamento dell’Alta Corte di un Paese anglosassone, in cui - per tradizione culturale - diritti commerciali e proprietà privata sono tenuti in grande considerazione. Salvo, all’occorrenza, saperli comprimere se un interesse superiore lo richiede.

Sky stoppa tablet e smartphone "piratati"

Corriere della sera

Se gli utenti hanno sbloccato il loro iPad, iPhone o Android. l'applicazione Sky Go è limitata. Le proteste degli utenti

Sky Go sul tablet Sky Go sul tablet

Sky si schiera contro la pirateria. La pay tv italiana ha infatti deciso di limitare l’uso del servizio Sky Go - che permette di vedere i canali del proprio pacchetto Sky su telefono o tablet - agli utenti che abbiano precedentemente sbloccato i dispositivi, applicando le procedure di "jailbreak" (iPhone e iPad) e "rooting" (Android).

IL MESSAGGIO- «Vista l’ampiezza della nuova offerta Sky Go, ti segnaliamo che per proteggere il valore dei contenuti non sarà più possibile ricevere i canali Sky Go, eccetto SkyTg24, su smartphone e tablet modificati dall’utente contro le indicazioni della casa madre attraverso le attività di jailbreak e rooting». È questo il messaggio di posta che si sono visti recapitare in questi giorni sui loro decoder i clienti della piattaforma satellitare, nel quale l’azienda ha comunicato la sua decisione. Sky Go è un servizio che permette ai clienti Sky di ricevere sui dispositivi mobili (pc, smartphone e tablet) una selezione dei contenuti del proprio abbonamento televisivo. Tutto questo però non sarà più possibile per quegli utenti che, contravvenendo peraltro alle disposizioni delle aziende produttrici, abbiano modificato il proprio dispositivo mobile.

LE PROTESTE- Modificando il proprio dispositivo, l’utente perde la garanzia sul prodotto, ma può avere il pieno controllo del device. Ad esempio, nel caso di iPhone/iPad può installare gratuitamente applicazioni "piratate" altrimenti disponibili solo a pagamento. Il jailbreak si applica ai dispositivi Apple, mentre il rooting è una procedura studiata appositamente per il sistema Android. Tuttavia, dopo aver modificato il proprio dispositivo, l’utente può decidere anche di tornare indietro, e ripristinare le impostazioni iniziali di default. Esattamente ciò che dovranno fare coloro che vorranno continuare a usufruire del servizio Sky Go, dopo aver modificato in precedenza i loro tablet e smartphone.

Ma la scelta dell’azienda ha scontentato molti clienti che, già dopo il primo annuncio postato sulla pagina Facebook di Sky Sport lo scorso 24 Luglio, si sono lamentati per una pratica che ritengono scorretta nei loro confronti. «Non è illegale modificare i nostri smartphone, e per usare Sky Go siamo già abbonati Sky, non rubiamo nulla di ciò che non paghiamo già» ha commentato un utente in calce all’annuncio dell’azienda. Sulla pagina c’è anche chi lamenta un presunto mancato rispetto della privacy da parte di Sky, e si dice pronto a sporgere denuncia per questo. Infine, c’è chi si limita ad annunciare la disdetta del proprio abbonamento, in segno di protesta per le limitazioni all’uso di Sky Go.

L'AZIENDA- La posizione ufficiale dell’azienda è ferma sulla tutela dei contenuti che, acquistati a costi di mercato sempre più alti, sono da «difendere» soprattutto nell’interesse degli abbonati che pagano regolarmente la loro quota mensile. Perciò Sky ha deciso di non farne una questione legale, ma di politica aziendale contro tutti quei sistemi che, modificando i settaggi originali dei dispositivi, non permettono all’azienda di avere un pieno controllo sulla sicurezza del servizio e di avere quindi la certezza che ne godano effettivamente solo coloro che hanno diritto a fruirne. In ogni caso sui siti specializzati c’è chi è critico anche sulla stessa politica aziendale di Sky.

«È ugualmente sintomatico che Sky racconti che la ragione del blocco degli iPad jailbreakati è a tutela del valore dell'abbonamento dell'utente … che magari ha superato le difese di iPad o del proprio Samsung Galaxy per ragioni sue e indipendenti da Sky Go, e deve ascoltare la favoletta di chi, nel nome del supremo interesse della clientela, impone una scelta obbligata fra applicare un restore al proprio tablet o rinunciare alla offerta in mobilità di Sky», scrive Massimo Mantellini su Punto Informatico.

GLI AGGIORNAMENTI - «Da un punto di vista legale (il Jailbreak, ndr) è difficilmente attaccabile, non solo in Italia, ma per ora nemmeno negli Usa. Sembrerà strano, ma superare le difese di un iPad o di un tablet Samsung rientra attualmente fra le prerogative di quanti li hanno acquistati, almeno negli Usa» conclude Mantellini. Così tra le legittime politiche aziendali e le altrettanto lecite critiche dei siti specializzati, il giudizio sulla mossa della pay tv italiana è sospeso fino al responso che ne daranno gli utenti finali. Finora, dopo l’ultimo aggiornamento dell’applicazione rilasciato prima dell’inizio delle Olimpiadi, i commenti dei clienti sugli store ufficiali (App Store e Google Play) raccontano di un miglioramento complessivo nel funzionamento dell’applicazione.

Nicola Di Turi
14 agosto 2012 (modifica il 15 agosto 2012)

Le guide turistiche coprono i tiranni

Corriere della sera

L'accusa della rivista«Foreign Policy»: critiche con l'Occidente, indulgenti con i dittatori

Una foto in una guida sulla Birmania Una foto in una guida sulla Birmania

PECHINO - Viaggiate da soli, passate frontiere, condividete pezzi di vita con sconosciuti e c'è chi vi accompagna. Lambite l'aura di dittatori, passate accanto a chi ne ha sperimentato l'efferatezza e qualcuno vi sussurra di non preoccuparvi. Ovvero: se anche non avete una mappa per orientarvi con la geografia, qualcuno ha tracciato per voi una mappa ideologica. Indulgente, accomodante. In altre parole: il libro che avete tra le mani, la vostra guida turistica, sta tentando di devitalizzare a vostra insaputa gli aspetti brutali del Paese che visitate. Sta giustificando il peggio.

Non proprio con queste parole, ma quasi, un saggio pubblicato sull'ultimo numero di «Foreign Policy», rivista cofondata da Samuel Huntington, si avventa con furore demistificatorio contro le Lonely Planet (Lp, 100 milioni di copie nel 2010) e le Rough Guides (30 milioni in 25 anni). L'autore dell'intervento, Michael Moynihan, accusa questi compagni di viaggio cartacei di essere, appunto, di parte. Di trovare molto facile criticare l'Occidente e gli Usa per relativizzare regimi e dittature. «Leftist Planet» è il titolo, come a suggerire che certi baedeker sono essi stessi viaggi nei luoghi comuni del conformismo di sinistra. Tra liste di ostelli e mete imperdibili. Il campionario di citazioni è scelto con cura.

La Lonely Planet sulla Libia, pubblicata prima della rivoluzione del 2011, edulcora Gheddafi e lo scagiona dall'attentato di Lockerbie: «Una delle teorie più credibili è che sia stato ordinato da Teheran come rappresaglia per l'abbattimento di un Airbus dell'Iran air da parte di una nave Usa». Iran dove, nella stessa collana, «forse anche lo stesso presidente Ahmadinejad» sarebbe disinteressato alla Bomba. Secondo la Rough Guide su Cuba - annota ancora «Foreign Policy» - la censura castrista avrebbe il pregio di «produrre contenuti socialmente validi, piacevolmente liberi da ogni significativa preoccupazione... per il successo commerciale». Quanto alla dissidente Yoani Sánchez, come altri oppositori rischia di apparire «paranoica e incattivita». E via biasimando.

Moynihan ha passato in rassegna le guide a Cuba, Iran, Corea del Nord e Siria, cita Libia e Afghanistan. Indica una sorta di paradigma retorico comune: «Un riconoscimento pro forma di un deficit di democrazia e di libertà, seguito da esercizi di equivalenza morale, contorsionismi vari per contestualizzare autoritarismo e atrocità, infuocati attacchi alla politica estera americana». Infine, «l'ammirevole rifiuto della globalizzazione» e il solito «ritornello che l'arretratezza economica dovrebbe essere vista come autenticità culturale» (ma esistono vie di mezzo e, per fare un esempio, è innegabile che Angkor Wat nel 1994 fosse, a guerra civile non estinta, più autentico di adesso, con la Cambogia travolta dal turismo).

Come tutte le provocazioni, l'esercizio non ha tutti i torti ma esagera le ragioni. Semplifica, forse un po' troppo. Perché le collane di guide turistiche sono prodotti editoriali compositi, dove l'eterogeneità degli autori è insieme un punto di forza e di debolezza. Ma sull'Asia, l'area da dove partì l'avventura fricchettona dei coniugi Wheeler, le Lp (che la Bbc ha acquisito per 100 milioni di dollari) hanno decenni di rodaggio. E capita di leggere passaggi cautissimi, come questo sul Tibet: «C'è chi ritiene che l'opportunismo economico dei (cinesi) han stia distruggendo lo Shangri-la e chi, al contrario, pensa che i cinesi abbiano liberato milioni di schiavi tibetani dalla servitù feudale» ( Cina , traduzione italiana Edt, 2007).

Qui si arriva al caso Birmania, che almeno fino alla liberazione di Aung San Suu Kyi (novembre 2010), era meta di viaggio controversa, al punto che la Rough Guide - ricorda «Foreign Policy» - ritenne «sbagliato» pubblicare un volume sul Paese. Ebbene, il partito di Suu Kyi ha sempre visto con favore i viaggiatori, a patto che evitassero hotel e servizi che arricchissero la giunta e i tycoon. L'ultima edizione della Lp sulla Birmania disinnesca i puristi del boicottaggio mostrandosi accanita fin quasi alla stucchevolezza nell'indicare comportamenti moralmente accettabili e no. Dunque è vero - come afferma Moynihan - che una guida «tacitamente dà la sua approvazione al Paese che descrive», ma al contempo può fornire l'antidoto per una scelta consapevole.

Consapevolezza. Qui forse sta il nocciolo di tutto, a dispetto del nostro polemista. Come se un turista che scelga Iran o Birmania, o addirittura Corea del Nord, affidasse la preparazione del viaggio solo alla guida. Come se la sua curiosità non fosse maturata attraverso altri libri ed eventi che ha seguito sui media. Perché se la curiosità non fosse lievitata nel tempo, allora anche il più acritico dei fervorini ideologici sarebbe il male minore. Piuttosto - dubbio perenne - la globalizzazione veramente insidiosa potrebbe non essere quella biasimata dalla goffaggine sinistrorsa di certi autori, ma scegliere gli stessi posti, seguendo gli stessi percorsi, leggendo le stesse pagine. Viaggiare sul già viaggiato non è viaggiare. Però, ahinoi, ci riguarda tutti.

Marco Del Corona
http://leviedellasia.corriere.it
@marcodelcorona15 agosto 2012 | 10:00

Londra 2012: svaniti nel nulla sette atleti del Camerun

La Stampa

A CURA DI E.INTRA

Dopo averci colpito con i loro sgargianti costumi nazionali durante la cerimonia di apertura, sette atleti del Camerun hanno deciso di scioccare il mondo sparendo letteralmente dal villaggio olimpico. (Qui foto e nomi dei sette atleti).
Says Kakodkar riferisce:

Si tratta di una scomparsa programmata che sicuramente coinvolge gli agenti dell'immigrazione. Drusille Ngako è stata la prima a sparire. E' il portiere di riserva della squadra di calcio femminile. Il nuotatore Paul Ekane Edingue ha seguito rapidamente il suo esempio. Poi è stato il turno dei pugili eliminati nei turni preliminari, che ad uno per uno sono scomparsi dal Villaggio Olimpico. I loro nomi sono Thomas Essomba, Christian Donfack Adioufack, Abdon Mewoli, Blaise Yepmou Mendouo e Serge Ambomo

Il blog Welcome to iRelate afferma che si tratta di una prassi comune degli atleti camerunensi e dei personaggi sportivi:
Quella che è iniziata come una semplice voce, si è infine rivelata vera. "Sette atleti camerunensi che hanno partecipato ai Giochi Olimpici di Londra 2012 sono scomparsi dal Villaggio Olimpico" ha dichiarato David Ojong, capo della spedizione olimpica in un messaggio inviato al ministero. ... Non è la prima volta che degli atleti camerunensi scompaiono durante una competizione sportiva internazionale. Durante gli scorsi Giochi della Francofonia e del Commonwealth, nonché nel corso di competizioni di calcio junior, diversi camerunensi hanno abbandonato la loro delegazione senza un consenso ufficiale.

CameroonOnline.org fornisce qualche ulteriore dettaglio sul perché gli atleti camerunesi sembrano scomparire in occasione degli eventi sportivi più importanti:
La loro scomparsa non è solo un imbarazzo, ma anche una grande sorpresa per i membri della delegazione della squadra del Camerun nonchè per i camerunesi che vivono a Londra e che lo scorso venerdì hanno festeggiato con quattro di loro al Royal Garden Hotel, in occasione di un ricevimento organizzato proprio in onore degli atleti. Da notare che questa non è la prima volta che gli atleti del Camerun scompaiono durante una competizione sportiva internazionale. Ai Giochi della Francofonia e a quelli del Commonwealth, nonchè durante altre gare, numerosi atleti africani sono stati spronati da talent scout a lasciare le loro delegazioni senza un consenso ufficiale e migrare verso "pascoli più verdi". Mentre alcuni di loro finiscono a competere per altri Paesi, la maggior parte finisce semplicemente frustrata.

Su Twitter non si sono fatti attendere commenti più o meno ironici:
@Zichivhu: Nota per i 7 atleti del Camerun che sono scomparsi: la vita in Inghilterra non è tutta rose e fiori. Lo so, perchè un tempo ci vivevo.
@iBezeng: Il Ministro camerunense dello Sport e dell'Educazione Fisica deve essere ritenuto responsabile della scomparsa dei 7 atleti.
@nfor_edwin: Che cosa penserà il mondo del Camerun ora che gli atleti iniziano a scappare dal Villaggio Olimpico? Questo fa capire come si sentono a casa...
Eliza Anyangwe ‏(@ElizaTalks): Grazie a questa piccola fuga, i britannici passeranno dal non sapere niente sul #Cameroon a non saperne niente di positivo.
Dynamic Africa (‏@DynamicAfrica): RT @Eladder li incolpiamo per essere scomparsi? No in Camerun la vita è dura, acqua, elettricità, cibo, ecc...ma quella è un'altra storia...
Francis N ‏(@The_UK_Migrant): Beh, stanno cercando speranza per migliorare la loro carriera e la loro vita. Piuttosto disperati, ma la dice lunga su cosa si pensi della speranza in Camerun.
Calestous Juma ‏(@Calestous): @BBCAfrica Gli atlenti camerunensi scomparsi non hanno capito lo scopo delle Olimpiadi: bisogna correre per il proprio Paese, non fuggire da questo.
E se molti hanno criticato la scelta drastica di questi atleti, i camerunensi più giovani sembrano invece aver compreso e condivisio in pieno la loro decisione, come riporta AllAfrica:

In una chat online, Bouenguegni Patrick, studente di 22 anni, si scambia freneticamente messaggi con gli amici riguardo gli atleti scomparsi: "Obiettivamente, penso che abbiano una possibilità maggiore di successo in Europa piuttosto che in Camerun. Penso che siano alla ricerca di migliori condizioni di vita e di lavoro " dice il ragazzo e tutti i suoi amici sembrano condividere la sua opinione.
 Lo stesso vale per altri giovani camerunesi. Il giornalista 35enne Jean-Bruno Tagne conosce di persona alcuni di questi atleti. "Conoscendo questi sportivi e le condizioni in cui vivono e si allenano, possiamo almeno capire che si tratta di un riflesso di sopravvivenza, cercano di fuggire".

Sempre il giornalista teorizza inoltre che questa mossa potrebbe essere stata incoraggiata da amici e familiari, i quali si aspettano molto da questi atleti. "È vero che non tutti avranno successo, ma quelli che avranno un po' di fortuna potranno un giorno allenarsi in buone condizioni, verranno pagati correttamente, cosa che attualmente è ben lontana dalla realtà per gli atleti in Camerun".

Tagne ne condivide facilmente le motivazioni: "La ragione per la defezione di questi atleti è la stessa di tutti gli immigrati clandestini: cercano una vita migliore, un Paese in cui pensano di poter vivere meglio. Sono tutti giovani."


"Questi atleti hanno sicuramente pensato che il loro futuro è incerto in Camerun, ed è meglio stare in Europa, anche a rischio di essere clandestini", ha detto Minette Ninko, studente di 20 anni. "Finché lo Stato non migliorerà le condizioni di vita dei giovani - creando occupazione, per esempio - ci saranno sempre casi di defezione che non rendono onore al nostro Paese".Il giornalista sportivo Ateba Biwole concorda: "Per quanto non appoggio questa mossa, ho capito, e credo che riusciranno a fare meglio il loro lavoro in Europa".

Mentre gli organizzatori dei Giochi hanno fatto sapere che gli atleti possiedono un permesso di soggiorno che consente loro di rimanere in Gran Bretagna fino a novembre, e quindi al momento non stanno infrangendo alcuna legge, emergono nuovi particolari sulla loro presunta "fuga". A raccontarli è l'allenatore dei pugili, Justin Tchuem, in un'intervista telefonica con il quotidiano camerunense Le Jour: "Una sera, se ne sono andati e non sono più tornati. Hanno tagliato la corda dopo essersi assicurati che eravamo addormentati, e tutti i nostri tentativi di trovarli finora sono stati vani". Infine, a quanto pare le misteriose scomparse di atleti non sono un'esclusiva del Camerun; il mese scorso infatti anche l'ambasciata del Sudan ha fatto sapere che tre sui atleti erano spariti nel nulla: uno di questi ha poi chiesto asilo politico e ci si aspetta a breve che anche gli altri due seguiranno il suo esempio.

Ci siamo abituati alla sporcizia?

La Stampa

yoany


CatturaUn adolescente scrive - con il dito indice - la parola “puliscimi” sulla polvere di un finestrino dell’autobus. Una madre chiede al figlio in quali condizioni si trovi il bagno della scuola e lui conferma che “per colpa del puzzo non riesce neppure a entrare”. Una dentista mangia una frittura davanti al paziente e senza lavarsi le mani procede all’estrazione di un molare. Un passante lascia gocciolare il formaggio della sua pizza - appena uscita dal forno - sul marciapiede, dove si forma una piccola pozza di unto. Una cameriera pulisce con uno straccio puzzolente i tavoli della gelateria Coppelia e smista bicchieri resi appiccicosi da successivi strati di prodotto mal pulito. Un turista beve incantato un mojito dove galleggiano diversi cubetti di ghiaccio fatti con acqua del rubinetto. Una fogna straripa a pochi metri dalla cucina di un centro ricreativo per bambini e adolescenti. Uno scarafaggio attraversa rapidamente la parete dell’ambulatorio mentre il medico visita il paziente.

Potrei aggiungere molte altre cose, ma ho preferito sintetizzare quel che ho visto con i miei occhi. L’igiene di questa città presenta un allarmante grado di deterioramento e crea uno scenario propizio alla diffusione delle malattie. L’epidemia di colera nella zona orientale del paese è un triste avvertimento di quel che potrebbe accadere anche nella capitale. L’assenza di un’istruzione sanitaria sin dai primi anni di vita ci ha portati ad accettare la sporcizia come un ambiente naturale in cui muoversi. Le carenze materiali aumentano anche il rischio di epidemie.

Molte madri utilizzano diverse volte i pannolini usa e getta dei neonati, imbottendoli di cotone o garze. Le bottiglie di plastica raccolte nella spazzatura vengono usate come contenitori dai produttori di yogurt domestico e dai venditori di latte sul mercato illegale. La scarsa somministrazione di acqua che soffrono i nostri quartieri ci porta a lavare meno le mani e a ridurre il numero dei bagni settimanali. I prezzi alti e la mancanza di prodotti per la pulizia rendono la situazione ancora più complicata. In questo momento è molto difficile trovare in qualche negozio uno straccio per pulire il pavimento e anche il detergente scarseggia. Mantenersi puliti è caro e complicato.

La settimana scorsa, i mezzi informativi hanno annunciato un nuovo codice sanitario dedicato a chi maneggia alimenti. Un provvedimento senza dubbio utile. Ma i gravi problemi igienici di cui soffre L’Avana non si risolvono a colpi di decreti e deliberazioni. Educare all’igiene, mettere in evidenza sin dalla giovane età il bisogno di pulizia sarebbe un passo fondamentale per ottenere veri risultati. La scuola deve essere un modello di ordine, non un luogo dove gli studenti debbano tapparsi il naso per andare al bagno.

Il maestro deve trasmettere anche norme di igiene, invece di limitarsi a spiegare programmi di studio e formule matematiche. Al tempo stesso va resa più economica e si deve mantenere stabile la somministrazione di prodotti per lavare corpo, vestiti e abitazioni. Tutto ciò è imprescindibile e indilazionabile nella situazione che stiamo vivendo. Abbiamo bisogno di misure urgenti che non restino sulla carta ma che tocchino le coscienze, scaccino questa abitudine al sudiciume che ci circonda e che siano in grado di restituirci una città pulita e curata.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

L'ho uccisa io", una lettera riapre il giallo di Mozzo

Felice Manti - Mar, 14/08/2012 - 10:52

Cronaca Vera pubblica la missiva con cui Tironi scagiona il figlio per la morte della moglie, Gemma Lomboni. Fu un suicidio simulato orchestrato dall'uomo. Il figlio, innocente è latitante in Brasile dopo la condanna a 22 anni


«Non riesco più a tener dentro questo peso. È stata una disgrazia». Una lettera inedita pubblicata nel numero di Cronaca Vera in edicola potrebbe riaprire un caso che dura da 18 anni.



Quello di Michele e Flavio Tironi, padre e figlio accusati della morte di Gemma Lomboni, moglie e madre dei due. Dopo 14 anni di processi, scrive Edoardo Montolli, i Tironi furono condannati a 22 anni di prigione per l’omicidio. Ora spunta una confessione del padre, scritta sei giorni dopo la sentenza di condanna in appello a Milano, e cioè il 21 aprile 2008. La missiva, considerata attendibile da una perizia grafologica, secondo i legali del ragazzo ormai trentenne potrebbe definivamente scagionarlo.

La storia inizia a Mozzo, provincia di Bergamo. Flavio Torna a casa dopo essere stato da un amico. Il padre è nella falegnameria. «La mamma dov’è?», si chiedono allora. Non c’è, è sparita. I due scendono in cantina a cercarla ma la porta è chiusa dall’interno. I due la forzano con uno scalpello, temono il peggio. Che un minuto dopo si materializza nel più macabro dei modi.

Gemma è morta. La donna, appena 56 anni, è a terra. Ha una vistosa ferita sul viso, sul naso e sulla fronte. Un’altra ferita sulle ginocchia. Sopra il cadavere pende un cappio artigianale, realizzato con un pezzo di guarnizione e agganciato al soffitto. Non sembrano esserci dubbi: la donna ha tentato di togliersi la vita impiccandosi ma è caduta. Ed è morta. Scatta l’inchiesta, come succede sempre in questi casi di morte violenta. Il magistrato dispone l’autopsia. Il referto recita «asfissia da strozzamento» con una «costrizione manuale del collo con compressione manuale dell’apertura orale». Insomma, è stata ammazzata.

I pm puntano il dito contro i due uomini, padre e figlio. Una ipotesi alla quale nessuna delle 45 parti civili - comprese i tredici fratelli della donna - crede. Anche perché tutti sanno che Gemma era depressa: si era rotta il ginocchio e lei, ancora tanto bella nonostante l'età, non riusciva ad accettare l’idea che potessero amputarle una gamba. E invece no, per i pm è stata ammazzata. Comincia così un calvario giudiziario lungo 14 anni. Dopo cinque assoluzioni (due per Flavio e tre per il padre) tutte annullate dalla Cassazione, il 3 dicembre 2008 i giudici della suprema corte confermano l’unica condanna di entrambi a 22 anni di carcere. Colpevoli. Il movente? Non uno, due: Michele voleva un’altra donna, il figlio Flavio voleva l’eredità.

Un macigno per Flavio, che si è sempre proclamato innocente. Non ce la fa a reggere questo peso. Per questo fugge in Brasile appena prima dell’ultima sentenza. Il padre Michele è morto, meno di un anno fa. Ma la «sua» verità su quell’orrendo episodio è saltata fuori all’improvviso con una lettera datata 21 aprile 2008, cioè sei giorni dopo la sentenza di condanna in appello. Michele l’aveva scritta ma l’aveva messa in un cassetto. C’era una verità straziante, che racconta gli ultimi minuti di vita della donna. Una chiacchiera col figlio a pranzo («Dobbiamo ricoverarla, sta male»), lei che ascolta e si infuria («Non dargli retta»), il figlio disperato che preferisce scappare da un amico che continuare la discussione.

E poi? Poi la situazione precipita. Marito e moglie litigano. Lui ha bevuto. Lei lo insulta, urla e inveisce, poi lo aggredisce. Spintoni, schiaffi. È un attimo, è la fine. Una mano sulla bocca, una sul collo - proprio come recita l’autopsia - una foga bestiale incontrollata. La donna si divincola, ruota su se stessa e cade. L’uomo racconta tutto, scrive ogni particolare di quei minuti interminabili. La donna è morta, la situazione precipita. L’uomo recupera un barlume di lucidità. Inscenare il suicidio è la soluzione, certo. La guaina sul soffitto, il gancio, la chiave dentro la toppa che gira all’interno della cantina grazie a un fil di ferro.

Sembra tutto perfetto. È un segreto che resiste per 14 anni. «Figlio mio, perdonami», scrive il padre. «Chiederemo una nuova perizia medico legale che chiarisca la compatibilità della confessione con la dinamica -  ha spiegato a Cronaca Vera l’avvocato di Flavio, Claudio Defilippi - una cosa è certa: il mio cliente è innocente». Il ragazzo potrebbe tornare dal Brasile per avere finalmente giustizia. La settimana prossima la rivista ha annunciato che pubblicherà in esclusiva l’intervista a Flavio Tironi, che commenterà la missiva del padre. Non si escludono nuovi colpi di scena. 

La libertà di pensiero e il bottone "mi piace" di Facebook

La Stampa
Anna Masera

E' battaglia legale negli Usa, patria del "Primo Emendamento" alla Costituzione

Cliccare sull'icona "like" di Facebook - per indicare che una foto o una pagina Internet ci piace - fa o no parte della libertà di manifestare il proprio pensiero?

Non è una questione filosofica e lo sa bene Daniel Ray Carter, licenziato dal suo datore di lavoro per aver cliccato "like" sul sito di un candidato rivale nelle elezioni per la carica di sceriffo a Hampton, in Virginia. Carter, che era vicesceriffo, è andato in tribunale sostenendo che la decisione di licenziarlo aveva violato la sua libertà di pensiero, protetta dal Primo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti. Ora il suo caso è arrivato in Corte d'Appello, e promette di essere decisivo per definire i limiti entro cui alcuni comportamenti sui social network possano essere equiparati ad altri più tradizionali modi di esprimere idee e opinioni.

Come riporta il Washington Post, Facebook e la American Civil Liberties Union (Aclu) hanno presentato alla Corte d'Appello memorie in difesa del diritto costituzionale di Carter di esprimersi. Il tribunale di primo grado infatti aveva deciso che cliccare sull'icona "like" non sarebbe un comportamento protetto dal primo emendamento, in quanto non include "vere e proprie dichiarazioni". Una sentenza che Facebook e le associazioni per la difesa dei diritti civili temono: perché se fosse confermata da tribunali di più alto grado potrebbe essere estesa per analogia a molte altre attività, come il "re-tweeting" (rilanciare il "tweet" di un'altra persona sul proprio account di Twitter).

Così, molte attività in rete diventerebbero facilmente oggetto di censura. Facebook, in particolare, sostiene nella sua memoria che cliccare su "like" è "l'equivalente del 21mo secolo di un cartello da campagna elettorale" del tipo che si pianta nei giardini delle villette monofamiliari americane, con i nomi dei candidati.
Secondo Facebook, ogni giorno i suoi server registrano più di tre miliardi di "like".

Alcuni esperti come Eugene Volokh, professore di legge all'Università della California a Los Angeles, ritengono che la decisione di primo grado sia sbagliata, perché secondo la giurisprudenza americana il "freedom of speech" è protetto anche in caso di comportamenti simbolici e privi di dichiarazioni verbali, come nel famoso caso del "flag burning" (bruciare la bandiera americana), deciso dalla Corte Suprema nel caso Texas v. Johnson.

Se la Corte d'Aappello dovesse dare dare ragione al giudice di primo grado, insomma, per Carter - e per Facebook - varrebbe senz'altro la pena di portare il loro caso davanti ai giudici di Washington.

(Tmnews)

Paraguay, Iquebi l’uomo in bilico tra due mondi

La Stampa

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Un ragazzino indigeno catturato ed esibito come un animale in gabbia. L’incontro con i salesiani che lo salvano e lo ricongiungono al suo popolo

LUCIANO ZANARDINI
ASUNCIÓN



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Alcune storie, soprattutto se a lieto fine, hanno la capacità di emozionare e si tramandano nel tempo affinché le persone possano trarne degli insegnamenti. Il racconto in questione ha origine in Paraguay, quando gli Stati Uniti incominciavano a elaborare l’allunaggio e l’uomo europeo ricostruiva le sue città e creava i presupposti per il boom economico. In Paraguay, invece, veniva assegnato il congedo militare come premio ai soldati che uccidevano i Mori così come erano chiamati i temuti indigeni Ayoreo, che vivevano come cacciatori nella selva. Quando la diversità fa paura. Gli indios, come scrisse l’antropologo Miguel Chase Sardi, sono conosciuti “per quello che non sono, non per quello che sono; per quello che non hanno, non per quello che hanno”.

Nel 1956, alcuni uomini nell’Alto Paraguay avvistarono un gruppo di indigeni Ayoreo (non avevano mai avuto contatti con il mondo esterno) e li inseguirono, riuscendo a catturare un ragazzino tra i 10 e i 12 anni. Questo fu preso, messo in gabbia e portato come un trofeo scendendo lungo il fiume Paraguay fino al porto di Asunción; diventò un elemento d’attrazione, una sorta di animale dello zoo per il quale si pagava anche un biglietto.

Non occorre grande immaginazione per pensare a cosa successe nella testa del ragazzino che in poche ore finì catapultato in un altro contesto lontano anni luce dal suo. Piangeva, ma nessuno poteva capirlo; era stato privato di tutti i suoi punti di riferimento, dai genitori agli anziani passando anche per quel territorio (la selva) insidioso e al tempo stesso indispensabile per la sua vita. Si era convinto di essere un condannato a morte e aspettava la sua fine: in quella gabbia angusta erano imprigionati i suoi sogni, i sogni di un bambino, i sogni di un bambino della selva.

Non tutto era perduto. Il salesiano italiano Pedro Dotto (scomparso qualche anno fa) chiese e ottenne dal Governo l’affidamento del ragazzo per poi reintrodurlo nella selva. L’operazione di ricongiungimento fu lunga e difficile, anche perché gli Ayoreo temevano i coñones (il termine che indica i bianchi). In quegli anni il piccolo Josè, spostatosi con i salesiani prima a Puerto Guaranì e poi a Puerto Casado, imparava il castigliano, si vestiva e mangiava come i bianchi.

Nel frattempo padre Dotto battezzò il giovane “Josè”, lo stesso nome dell’indigeno che nel 1600, scolpendo l’immagine della Madonna, diede vita alla devozione mariana nel santuario di Caacupè, simbolo del Paese. Solo nel 1962 i primi gruppi Ayoreo uscirono dalla selva, deposero le armi e si presentarono a Fortin Baustista dove c’erano sempre dei missionari. Ovviamente Josè non fu subito a suo agio nel primo incontro con il medesimo popolo, perché aveva perso alcune abitudini culturali, su tutte nutrirsi con le mani del cibo del monte.

Il Vicariato apostolico del Chaco comprese la situazione di questi primi gruppi Ayoreo (vivevano di caccia, ma la fauna scarseggiava) e comprò un lotto di terra di circa 20mila ettari, dove fondò, sopra il fiume Paraguay, la prima missione Ayoreo chiamata Puerto Maria Auxiliadora. Le esplorazioni nel Chaco alla ricerca della famiglia del ragazzo si conclusero positivamente solo venti anni più tardi con l’abbraccio commosso alla madre, ma purtroppo Josè non riuscì a vedere il padre e la sorella, che erano già morti.

Josè Iquebi Posoraja (questo il nome completo) oggi riceve una pensione per quello che ha subito e vive con il suo gruppo itinerante. Grazie alla Costituzione del 1992 e con lo studio e la pazienza necessaria sono stati fatti passi in avanti nella questione indigena (venti popoli suddivisi in 400 comunità per circa 120mila perone). Attualmente nel Paraguay ci sono ancora degli indios nascosti nella selva, lontano da tutti e protetti dallo Stato, perché non possa ripetersi quanto successe con Iquebi, strappato tra le lacrime e con la forza dalla madre e dal padre. La sua colpa? Quella di non essere come gli altri.