venerdì 17 agosto 2012

Ma vi siete fatti di crack?», giudice americano perde la pazienza nel processo Apple -Samsung

Corriere della sera

Koh è sbottata dopo che l'avvocato di Cupertino ha presentato 75 pagine di obiezioni. E lui:«Non mi drogo, lo giuro»

Samsung vs AppleSamsung vs Apple

«Ma vi siete fatti di crack?». Ha sbottato così Lucy Koh, giudice americano federale della corte di San Jose in California, chiamato a dirimere la controversia senza fine tra Apple e Samsung rivolgendosi alle due parti in causa.


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SITUAZIONE COMICA - Lucy Koh ha ascoltato per ore i dipendenti di Apple. Poi è stata la volta di quelli Samsung. Infine di nuovo Cupertino che, a poche ore dallo scadere del tempo concesso, ha presentato 75 pagine di obiezioni. Un'esagerazione per il giudice che si è spazientita rivolgendosi al difensore. «Andiamo! 75 pagine! – Lei vuole che io faccia un’ordinanza di 75 pagine! A meno che lei stia fumando crack, sa che questi testimoni non saranno mai ascoltati». William Lee, avvocato dell’Apple - forse dotato di scarsa ironia - ha fatto un solenne passo avanti e ha dichiarato: «In primo luogo, vostro onore, non sto fumando crack. Posso giurarlo». E poi ha iniziato a snocciolare le sue ragioni legali sulle testimonianze. Una situazione comica, dunque, mentre continua la battaglia legale in cui le due big company del tech si accusano l'un l'altro di plagio. Con il giornalista del New York Times Nick Wingfield che si è divertito a twittare la vicenda.

IL PROCESSO - E se la sentenza è attesa tra una settimana, Koh giovedì ha fatto l'ennesimo tentativo di mediazione: «È tempo di pace - ha spiegato - ho chiesto agli avvocati di cercare un nuovo accordo prima della sentenza, perchè vedo dei rischi per entrambe le parti in causa». Il processo californiano dura ormai da tre settimane, durante le quali entrambe le aziende hanno cercato di provare la propria paternità sulle tecnologie di smartphone e tablet. L'ultima testimonianza è stata quella di Roger Fidler, esperto di informatica dell'università del Missouri, secondo cui i progettisti della Apple si sono basati in realtà sui disegni dello stesso Fidler, che dagli anni '80 studiava la realizzazione di un tablet e che li ha mostrati loro a metà degli anni '90.

Questo, secondo gli avvocati della casa coreana, dimostrerebbe che Apple non può avanzare rivendicazioni su progetti che essa stessa avrebbe rubato. Oltre che in aula, Samsung proverà a colpire i rivali anche sul mercato, con il lancio negli Usa e in Gran Bretagna della nuova versione del suo tablet Galaxy Note previsto per giovedì prossimo. E c'è chi maligna sostenendo che il processo convenga ad entrambe le compagnie in termini pubblicitari. Peccato che a farne le spese siano i contribuenti.

Marta Serafini
@martaserafini17 agosto 2012 | 18:44

Ecco quanto costa scrivere versi satanici

Matteo Sacchi - Ven, 17/08/2012 - 08:42

Salman Rushdie per la prima volta racconta gli anni trascorsi a nascondersi dai sicari islamici


«Per rinascere... de­vi prima morire... Come puoi anco­rasorridere, sepri­ma non avrai pianto?».



Così inizia uno dei libri più famosi della fine del secolo scorso: I versi satanici ,di Salman Rushdie. Ma forse l’auto­re, quando il romanzo uscì,nel­l’ 88, non si sarebbe aspettato che quelle fra­si­potesseroes­sere profetiche anche per lui.

L’ambientazione del libro, seppur fantastica, facevari­ferimento a Maomet­to, alla tradizione co­ranica. I versi satanici sono il 19, il 20 e il 21 del­la­cinquantatreesima su­ra che sono stati espunti da tutte le versioni ortodos­se del Corano . Una provoca­zione culturale, per lo scrittore an­glo- indiano. Un motivo più che suf­ficiente, per l’ayatollah Khomeini, per condannare a morte Salman Rushdie nel febbraio ’89. Fu la pri­ma volta in cui la maggior parte de­gli occidentali udì la parola «Fa­twa ».

E a molti sembrò una cosa co­sì insensata da non essere vera. Al­meno fino a quando non iniziò a scorrere il sangue: il traduttore giapponese, Hitoshi Igarashi, fu ucciso, probabilmente da emissa­ri del regi­me ira­niano; il tra­dutto­re italiano, Etto­re Capriolo, fu ferito; stes­so destino per l’editore norvegese. E Rushdie? Fu costretto a rifu­giarsi in Inghilterra e a vivere in clandestinità. Una clandestinità, e una grande battaglia per la libertà, dal punto di vista letterario piutto­sto surreale. Quando la polizia chiese allo scrittore di scegliersi uno pseudonimo, lui che non era abituato a sotterfugi alla 007, mise insieme i nomi di battesimo dei suoi autori preferiti, Conrad e Ce­chov, diventando il signor Joseph Anton. Visse una lunghissima clan­destinità, e non mancarono le pole­miche.

Clandestinità su cui ora Ru­shdie ha deciso di far luce, raccon­tando la propria versione di quegli anni rubati (dopo 9 anni sotto sor­veglianza, è riuscito solo in parte a riappropriarsi della propria vita trasferendosi a New York). Arrive­rà infatti a breve in libreria Joseph Anton , il memoir di quel periodo a tratti terribile, a tratti persino comi­co nella sua follia (in Italia lo pub­blicherà a settembre Mondadori).

I motivi che hanno spinto Rushdie a pubblicarlo- il titolo originale do­veva essere On Life Under Threat of Fatwa - sono diversi. Da un lato la volontà di mettere su carta la vicen­da al fine di archiviarla, per quanto possibile. Lo si nota anche dalla fra­se di sollievo con cui ne ha annun­ciato l’uscita su Twitter: «Eccolo, è qui! Il 18 settembre. In inglese e in 16 altre lingue».

Dall’altro, il libro ha anche lo scopo di fare chiarez­za. Nel 2008, infatti, venne pubbli­cato in Inghilterra il libro di una del­le guardie del corpo che Scotland Yard aveva messo alle costole del­lo scrittore per proteggerlo, Ron Evans. Una testimonianza tutt’a­l­tro che lusinghiera nei confronti di Rushdie: lo descriveva come un uo­mo sgradevole, avaro e arrogante. Così malvisto dalla scorta che una volta gli agenti, non potendone più decisero di chiuderlo in uno sgabuzzino nel sottoscala - parola di Evans - per andare a bersi una birra al pub.

Rushdieintervenneimmediata­men­te attraverso i propri legali de­finendo, sul Mail , il racconto di Evans «solo una brutta commedia senza senso. Il mio rapporto con gli agenti di protezione era più che cordiale... Ma come potete crede­re che mi abbiano chiuso in uno sgabuzzino?». La vicenda legale però si è trascinata a lungo. Così, questa volta lo scrittore ha pensato di fare da solo. In attesa di settem­bre Random House, l’editore, ha già dato il via a una campagna di lancio pensata per sostenere «uno dei più estesi accordi editoriali da parte di una casa editrice per un singolo libro». E di sicuro riparti­ranno le polemiche e il can-can mediatico. Però, successo o non successo, quei 9 anni da recluso (sia pure in una prigionia dorata), in nome dell’intolleranza religiosa islamica, a Rushdie non li restitui­rà nessuno.

Solo auto blu, al senatore ciclista ingresso vietato in Parlamento

Marcello Veneziani - Ven, 17/08/2012 - 16:16

È facile dire: basta i privilegi della ca­sta, le scorte e le auto blu. Quando uno della casta sceglie un’altra strada passa i guai


È facile dire: basta i privilegi della ca­sta, le scorte e le auto blu. Quando uno della casta sceglie un’altra strada passa i guai. Vi narro la storia esemplare del senatore Andrea Fluttero da Chivas­so, pidielle e pedalatore, praticante della bici e non solo perché segretario della commissione ambiente. Da sei anni Flut­tero combatte intorno a Palazzo Mada­ma una battaglia di civiltà: cerca di entra­re nella zona riservata ai senatori con la sua bicicletta e di parcheggiarla là dove ci sono i mezzi dei senatori, però il regola­mento prevede macchinazze, scorte e si­rene lampeggianti, forse anche elicotte­ri e carrarmati, ma non una semplice, po­polare e per giunta ecologica bicicletta.

Niente fanteria. Per convincere i carabi­nieri che a loro volta eseguono una dispo­sizione, il senatore ha piantato sulla bici due grandi adesivi «senato della repub­blica » per varcare le garitte di sicurezza. Ma niente rastrelliera, non resta che at­taccarsi al palo. Nel Palazzo o entri da omo de panza, in pompa magna o nien­te; se poi vieni da destra senza nove poli­ziotti di scorta hai torto a prescindere.

Vogliono dimezzare le auto blu, ma perché non favorire l’uso parlamentare delle bici blu o del tandem blu se c’è biso­gno di un autista o di una scorta? Sareb­be un risparmio e un vantaggio per la cir­colazione, anche sanguigna. Nella no­stra democrazia digitale ai parlamentari è richiesto solo l’uso delle dita per schiac­ciare i bottoni. Per evitare che si atrofizzi il resto, lasciategli tenere in esercizio non dico la testa ma almeno i piedi.

Tav, fogli di via per gli attivisti violenti

La Stampa

Una ventina di provvedimenti nei confronti dell’ala più estremista del movimento: divieto di entrata per due anni nell’area del cantiere

Massimo Numa
Chiomonte

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Fine delle “vacanze” nel campeggio No Tav di Chiomonte per una ventina di attivisti, tra cui un redattore di Radio Black Out, già coinvolto negli incidenti del 1 maggio a Torino. Sono stati allontanati, con altrettanti fogli di via, dai Comuni della Val Susa dove si annida tuttora l’ala più estremista e pericolosa del movimento, con il divieto di entrata per 2 anni nei Comuni di Chiomonte, Exilles, Giaglione, Venaus, Susa, Bussoleno. 

Erano stati tutti identificati dalla Digos alcuni giorni fa, durante il tentativo fallito di bloccare il treno che trasportava scorie nucleare in un sito francese, e quasi tutti provenivano dal camping di Chiomonte, la basa operativa del segmento violento gestito dal centro sociale Askatasuna e dagli anarco-ambientalisti del gruppo Alpi Libere. Nei provvedimenti, notificati in queste ore, è scritto, al proposito, “...Quel gruppo di persone identificate era proveniente dal campeggio di Gravella di Chiomonte(TO), dove hanno preso vita le numerose azioni violente che hanno determinato una situazione di grave allarme sociale e preoccupazione per la sicurezza pubblica di quel territorio...”

. Un network che fa della violenza fine a se stessa il proprio postulato, ormai a prescindere dall’opposizione alla linea ferroviaria Torino-Lione, per alcuni attivisti un pretesto per promuovere quello che viene definito il “conflitto sociale permanente”, come denunciano da tempo i sindacati di polizia, in particolre Sap, Siap e Siulp. 

L'Italia, un Paese di aspiranti nobili

Nino Materi - Ven, 17/08/2012 - 08:25

Voglia di sangue blu, un fenomeno tragicomico


«Tesoro, hai invitato i Debenedetti?».«No amore, ho chiamato i De Benedetti. Sai, loro sono nobili...».

Il suddetto scambio di battute, intercettato in casa de' Truzzis, serve a farci capire meglio un tragicomico fenomeno sempre più diffuso: il fascino indiscreto della borghesia, anzi della nobiltà.



Nobiltà che, già quando è vera, fa un po' ridere; figuriamoci quando è tarocca. Fatto sta che l'Italia, oltre ad essere un Paese di santi, navigatori e ct della nazionale, è pure una nazione di aspiranti conti, duchi e marchesi. Circa 20 mila persone all’anno si sbattono come pazzi alla disperata ricerca di una trasfusione di sangue (blu). Ma visto che la nobiltà è come lo classe (insomma, non è acqua), gran parte di questi tentativi è destinata a, miseramente, a fallire. Allora, ecco le scorciatoie. A cominciare dall’impervio tratturo del «De» o, ancora meglio, del «de’».

Con effetti che possono risultare abbastanza originali, come nel caso del senatore Franco Debenedetti, fratello del super editore Carlo che però, anagrafe, da De Benedetti. Su Wikipedia si parla cripticamente di un «errore da parte dell’ufficiale di anagrafe», ma voci maligne attribuiscono lo staccamento del «De» alla voglia dell’ingegner Carlo di darsi un tono - diciamo così - araldico. Una debolezza, una piccola vanità, che De Benedetti condivide con migliaia di connazionali, molti dei quali - pur vantare uno straccio di titolo - si dichiarano senza vergogna discendenti di quei «nobili della scaletta» che il 13 giugno 1946 re Umberto II di Savoia pare abbia nominato sulla scaletta dell’aeroplano pochi attimi prima di «esiliarsi» in Portogallo.

Gli aspiranti nobili che invece non riescono neppure ad attaccarsi alla regia «scaletta», possono sempre optare sul doppio cognome (il paterno e il materno): non serve a nulla ma fa molta scena. Dando così ragione all’incorruttibile pizzardone Otello Celletti (Alberto Sordi) che, nel film «Il vigile», ospite in una festa di gran signori, dice al padrone di casa: «Io credo che, sotto sotto, siamo tutti un po’ nobili...». E in Italia a pensarla come il vigile Celletti sono in tanti. Non si spiegherebbe altrimenti l’irresistibile corsa alle «palle» blasonate, divenuto ormai una vera frenesia.

Ogni anno un esercito di italiani si affida infatti a fantomatici «istituti di ricerca genealogica» con la segreta speranza di trovare un avo - se non principesco - almeno marchesino. Roba ottima per aggiungere sul citofono un gentilizio «stemma di famiglia» e magari rispondere «dica...» al postino che ti domanda «duca?». Sì, insomma, come nella gag del film «Toto, lascia o raddoppia?», dove il «duca Gagliardo della Forcoletta dei Prati di Castel Rotondo» sbarca il lunario vendendo false informazioni su presunti cavalli vincenti a inesperti scommettitori.

Ma nel caso di Totò, la curiosità è che il grande comico napoletano era realmente assillato da questa sete di nobiltà. Tanto da spendere un’ingente fetta del suo patrimonio in studi genealogici e araldici che - dopo anni di «approfondimenti» condotti da presunti «esperti» pagati a peso d’oro - finì con l’ottenere la legittimità dell’utilizzo dei seguenti titoli: «Principe», «Conte Palatino», «Nobile» e, addirittura «Altezza Imperiale»; anche il suo nome si allungò in maniera inversamente proporzionale allo stringatissimo Totò: Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi.

«La maggior parte di chi avvia ricerche araldiche - si accontenterebbe di molto meno - sottolinenano all’Istituto araldico genealogico italiano (Iagi), l’unico organismo veramente serio che in questo settore rappresenta l’Italia anche a livello internazionale -. La verità è che in questo settore c’è troppa gente che opera senza avere nessun tipo di credenziali di carattere scientifico o accademico».

Si spiega anche così l’escalation di truffe e denunce da parte di chi, dopo aver sborsato fior di quattrini, ha scoperto che la «pergamena nobiliare» rilasciata in pompa magna era in realtà solo un inutile pezzo di carta, frutto solo di un volgare magna magna. Peccato che i tanti scandali non scoraggino l’esercito degli aspiranti nobili che raccoglie fan in fasce socialmente trasversali.

«C’è il piccolo borghese - spiega il professor Franco Pascarelli, docente di Storia Medioevale -, ma c’è anche un’utenza più elevata che sogna di fare un ulteriore “scatto“ a livello di prestigio e considerazione pubblica. E non si pensi necessariamente a persone frustrate o non realizzate. Quasi sempre è l’esatto opposto: si tratta di professionisti realizzati nella vita familiare e lavorativa. Ma che risente terribilmente del fascino della nobiltà. A tale proposito è sintomatico che anche star di hollywood del calibro di Einstein, Charlie Chaplin, Humphrey Bogart, Kirk Gable, Anthony Quinn abbiano avuto la fissa per la ricerca di un improbabile blasone che li potesse far diventare soci dell’ esclusivo club del sangue blu».

E chi non può disporre di grandi somme? Può sempre ripiegare su quei banchetti presenti nelle feste patronali che, in cambio di pochi euro, ti stampano un «attestato» col tuo cognome, «garantendo» che la tua famiglia è imparentata alla larga - ma molto alla larga - con quella dei Windsor. Patacche, certo. Ma la «sindrome di Lord Brummell» è dura a morire come dimostrano i tanti appelli su internet che chiedono disperatamente: «Come si fa ad avere una ricerca genealogico-araldica, possibilmente gratis?».

Significativa la risposta di un nobile (decaduto?) che però vuol rimanere, poco nobilmente, anonimo: "Nessuno fa niente per niente. Per risalire ai tuoi ipotetici avi dal sangue blu le fonti che si hanno a disposizione sono esclusivamente cartacee, ad eccezione di quelle riguardanti i tuoi ascendenti più recenti (non più di tuo nonno), ma che non sono certo alla mercé di pseudo ricercatori come quelli che trovi su internet».
E poi: «I siti che ti chiedono il cognome e promettono di fornirti informazioni sulla storia della tua famiglia e magari ti fanno pure scoprire di essere nobile sono tutti delle truffe. Dal primo all'ultimo, specie quelli stranieri. Il fatto che abbia un certo cognome non significa assolutamente che discenda da famiglie importanti con lo stesso cognome».

Come dire che c’è il conte Nuvoletti; ma pure Giovanni Nuvoletti, professione: contadino. 

Il Mullah Omar: abbiamo infiltrato uomini nelle forze di sicurezza afghane

Raffaello Binelli - Ven, 17/08/2012 - 17:25

Il Mullah Omar fa sapere che i talebani "si sono infiltrati in modo intelligente tra le fila del nemico" e stanno riuscendo a uccidere con successo un numero crescente di soldati internazionali

Il Mullah Omar torna a farsi vivo. Lo fa con una rivelazione inquietante che, a dire il vero, non stupisce neanche troppo.



I talebani fanno sapere di aver ampiamente infiltrato le forze di sicurezza afghane in modo da poter "realizzare attacchi coordinati" ed "infliggere pesanti perdite al nemico", i cosiddetti "green-on-blue". In un lungo comunicato di otto pagine, diffuso in occasione dell’Eid El-Fitr - la festa che chiude il mese del Ramadan  - il Mullah sostiene che l’ordine per le infiltrazioni nei ranghi nemici è stato dato "un anno fa". I "membri delle forze di sicurezza assistono al fenomeno dei combattenti talebano che si sono infiltrati neiloro ranghi, uccidono militari stranieri e poi portano le loro armi nelle basi degli insorti".

"Loro - ha aggiunto il leader talebano - sono capaci di entrare con sicurezza in basi, uffici e centri di intelligence del nemico" e poi «facilmente realizzano decisivi e coordinati attacchi, infliggendo ad esso pesanti perdite". Il fenomeno conosciuto come "Green on Blue", di uomini afghani in divisa che sparano a membri della Nato è in forte crescita, con almeno 28 attacchi e 36 soldati Nato uccisi. Nel 2011 i green-on-blue (termine che deriva dal colore delle uniformi afghane e di quelle Nato, con riferimento alle esercitazioni militari nel corso della Guerra Fredda) sono stati 21, con 35 soldati stranieri uccisi, mentre nel 2010 erano stati 11 con 20 morti.

Isaf: dal Mullah Omar solo parole di odio

Il comandante della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato), generale JohnAllen, ha stigmatizzato il messaggio del Mullah Omar. In un comunicato Allen sostiene senza mezzi termini che si tratta "di un inequivocabile messaggio di morte, odio e disperazione per il popolo afghano". "Ripetendo lo stesso insensato linguaggio degli anni precedenti - prosegue - Omar ancora una volta scrive che i suoi militanti senza scrupoli dovrebbero ’fare molta attenzione a proteggere la vita, le proprieta e l’onore delle persone e utilizzare tattiche che non danneggino la vita ed i beni della gente comune". Ma ancora una volta, prosegue, "come abbiamo visto nelle province di Nimroz e Kunduz pochi giorni fa, Omar ha mandato i suoi assassini a massacrare decine di uomini, donne e bambini innocenti". Solo nel 2012, insiste, "centinaia di afghani innocenti sono stati uccisi da bombe costruite e fatte scoppiare dagli uomini di Omar. Quindi, o Omar è un bugiardo, o i suoi accoliti non lo ascoltano ma quello che è chiaro che gli afghani stanno pagando il prezzo della sua leadership corrotta".

Due autoritratti di Leonardo nel Cenacolo vinciano

Il Giorno


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Milano, 17 agosto 2012 - Un'ipotesi alla Dan Brown: nell'Ultima Cena ci sarebbero, nascosti fra i volti degli apostoli, eppure da secoli sotto gli occhi di tutti, due autoritratti giovanili di Leonardo da Vinci. Lo afferma un esperto d'arte britannico. Ross King, autore del bestseller internazionale "Brunelleschi's Dome", ha suggerito che il pittore della Gioconda avrebbe dato le sue fattezze agli apostoli Tommaso e Giacomo Minore nel Cenacolo di Milano.

Secondo Giorgio Vasari, il poliedrico genio del Rinascimento, Leonardo era un uomo di rara bellezza. Da tempo gli studiosi sospettavano che il pittore toscano si fosse ritratto in uno dei suoi quadri, come avevano fatto prima di lui Andrea Mantegna e Benozzo Gozzoli e forse ai suoi tempi anche Michelangelo nella Cappella Sistina. Finora però nessuno aveva individuato il quadro o l'affresco dove questo sarebbe avvenuto per Leonardo.

La prova della tesi di King sarebbe in una poesia poco nota scritta negli anni Novanta del Quattrocento, quando Leonardo stava dipingendo l'Ultima Cena nel refettorio di santa Maria delle Grazie a Milano. L'autore, Gasparo Visconti era un amico dell'artista e, come lui dipendente della corte degli Sforza e prende in giro in versi un artista di cui non fa il nome per aver messo il suo autoritratto.

Il dito alzato dell'apostolo Tommaso nell'Ultima Cena sembra evocare un gesto tipico attribuito a Leonardo, sostiene l'autore di Brunelleschi's Dome il cui lavoro su Leonardo sara' pubblicato a fine agosto da Bloomsbury. King collega ai due apostoli anche un ritratto a seppia che raffigurerebbe Leonardo nel 1515, opera di uno dei suoi assistenti: l'uomo dalla bellezza classica che vi e' raffigurato ha un naso 'greco', capelli lunghi e una lunga barba, ''rara quest'ultima in un uomo italiano dell'epoca''. Tommaso e Giacomo Minore hanno entrambi le stesse fattezze.

Assange dentro l'ambasciata per anni» Per altri uscirà nascosto in una valigia

Corriere della sera

Per gli osservatori si rischia un empasse. Assange disposto a farsi interrogare via web

Julian Assange ha passato la sua prima notte da rifugiato politico nella sede dell'ambasciata ecuadoriana a Londra e «sta bene» secondo una fonte diplomatica citata dal Guardian, ma l'impasse che riguarda l'hacker australiano di cui la Svezia ha chiesto l'estradizione per reati sessuali potrebbe durare mesi o addirittura anni.

«FACILE ENTRARE, DIFFICILE USCIRE» - Vicende analoghe in cui il rifugiato ha cercato protezione in una sede diplomatica dal processo legale nel paese ospite si sono protratte a lungo e il fattore tempo, secondo esperti citati dai media britannici, potrebbe fare il gioco della Gran Bretagna: «Basta che i britannici aspettino, con Scotland Yard fuori dalla porta, e prima o poi o Assange o gli ecuadoregni si stancheranno», ha detto al Financial Times Carl Gardner, un ex avvocato del governo. Il problema è che mentre chiunque può chiedere asilo in una ambasciata, uscirne è possibile solo con un passaporto diplomatico del paese ospite, ha spiegato Rory Stewart, membro del parlamento ed ex diplomatico. «Abbiamo avuto questo problema in Indonesia quando i dissidenti di timor Est scalavano l'ambasciata britannica e entravano dalle finestre: quella era la parte facile», ha detto Stewart: «Il difficile era uscire».

«SI SONO MESSI ALL'ANGOLO» - Secondo altri Quito potrebbe nominare l'australiano ambasciatore all'Onu, o chiuderlo in una valigia diplomatica accompagnata da corriere, oppure Assange potrebbe uscire dall'ambasciata mascherato, magari da donna, e dileguarsi nei vicini grandi magazzini Harrods. Secondo Sir Christopher Meyer, ex ambasciatore britannico a Washington, l'Ecuador e il capo di Wikileaks «si sono messi in un angolo». Come il cardinale Jozesf Mindszenty nell'ambasciata Usa a Budapest, Assange potrebbe dover restare «in eterno» nella stanzina al primo piano dell'ambasciata in cui è confinato da due mesi, ha detto Sir Christopher, e non è una buona soluzione per lui nè per i suoi ospiti: «Lui è un nomade - ha detto la madre alla Bbc - e da 58 giorni non vede il sole...»

INTERROGATORIO ONLINE - Nel frattempo Assange si è detto pronto ad essere interrogato dalla magistratura svedese via Web. Lo ha detto il portavoce di Wikileaks Kristinn Hrafnsson. Inoltre il Consiglio permanente dell'Organizzazione degli Stati americani (Oas) terrà nella giornata di venerdì un incontro alle 15, le 21 in Italia, durante cui si deciderà se convocare un meeting di consultazione dei ministri degli Affari esteri dell'organizzazione per il 23 agosto, sul caso dell'asilo diplomatico concesso dall'Ecuador a Julian Assange. L'incontro è stato chiesto dal governo di Quito, tramite la rappresentante all'Oas María Isabel Salvador, per discutere delle «minacce da parte del Regno Unito contro l'Ecuador e il suo edificio diplomatico nel Paese».

Redazione Online17 agosto 2012 | 16:54

Militari, stop ai tatuaggi «osceni e razzisti» Partiranno i controlli dell'Esercito

Corriere della sera

La circolare: «L'uniforme non può essere trascurata o snaturata da forme di evidenza estetica». Piercing vietati


Divieto categorico a tatuaggi o piercing «in parti visibili del corpo». Approvata in luglio, ma non ancora diramata dallo Stato maggiore, è apparsa in Rete la direttiva dell'Esercito che vieta i tatuaggi «osceni», «con riferimenti sessuali», «razzisti o di discriminazione religiosa», quelli «che possono portare discredito alle istituzioni dello Stato ed alle forze armate». Quest'ultima categoria comprende «quelli palesemente in opposizione alla Costituzione o alle leggi dello Stato italiano» ed anche «i tatuaggi che fanno riferimento ovvero identificano l'appartenenza a gruppi politici, ad associazioni criminali o a delinquere, incitano alla violenza e all'odio ovvero alla negazione dei diritti individuali o ancora sono in opposizione ai principi cui si ispira la Repubblica italiana».

SEGNI ESTERIORI - La direttiva dello stato maggiore dispone anche una serie di controlli in fase di selezione oltre che verifiche periodiche sul personale, ricorda che i militari dell'Esercito si trovano sempre più spesso ad agire «in teatri operativi distanti dalla madrepatria», zone operative contraddistinte «dalla presenza della popolazione civile e contingenti multinazionali con usi, costumi, cultura e religione talvolta molto differenti da quelli che caratterizzano gli italiani ovvero le culture occidentali». In questo contesto, si legge nel documento diffuso da forzearmate.org, «l'eventuale presenza di segni esteriori dell'individuo appartenente alla forza militare potrebbe ingenerare un senso di diffidenza/discredito da parte di appartenenti ad altri Paesi che per motivazioni religiose o culturali disapprovino la pratica dei tatuaggi».

CURA - Oltre a contraddistinguere «in maniera inequivocabile l'appartenenza alla forza armata» ed essere «espressione e simbolo di valori fondamentali», l'uniforme, rileva la circolare dell'Esercito, «sta ad indicare uguaglianza pertanto l'aspetto esteriore degli appartenenti all'Esercito italiano richiede particolare cura e non può essere trascurato ovvero snaturato da forme di evidenza estetica quali possono essere i tatuaggi o i piercing».

I CONTROLLI - Il giudizio sulla liceità dei tatuaggi «è competenza del Comandante di corpo per il personale in servizio e della Commissione concorsuale in sede di selezione». In sede di selezione, la presenza di tatuaggi può comportare «un giudizio di esclusione dal concorso». E il riscontro di un tatuaggio non consentito «può essere rilevato direttamente dal relativo comandante (nelle sedi non coperte da uniforme)» o dal personale medico «nelle sedi coperte». Il personale militare arruolato prima dell'entrata in vigore della direttiva e partecipante ai concorsi interni della forza armata «non sarà escluso per la presenza di tatuaggi poiché arruolato con la normativa previgente»

RIMOZIONE - In ogni caso, sottolinea il documento, «non può essere sollecitata o suggerita al militare direttamente o implicitamente la rimozione del tatuaggio, tenuto conto dell'invasività dei trattamenti medici richiesti e dei possibili esiti del trattamento stesso. A tale scopo, il d.s.s. dovrà informare il personale sugli aspetti di natura sanitaria connessi all'applicazione ed alla rimozione dei tatuaggi e sui rischi derivanti da tali attività». In presenza di un tatuaggio non consentito, il Comandante di corpo è invitato dalla direttiva ad attivare «un apposito procedimento finalizzato all'eventuale adozione di un provvedimento disciplinare di corpo. Nei casi in cui la violazione sia di gravità tale (ad esempio tatuaggi con contenuti offensivi o di vilipendio per le istituzioni o configuranti apologia di reato) da ledere l'interesse generale dell'amministrazione ed abbia una rilevanza anche esterna all'amministrazione stessa, possono ricorrere i presupposti anche di una sanzione disciplinare di stato».

Redazione Online17 agosto 2012 | 16:17

Il contatore dirà da dove viene l’acqua di casa

La Stampa


L’immissione nella rete di adduzione è assicurata ogni giorno da nove centri di produzione: collega Torino con le diverse fonti di captazione localizzate fuori dal territorio comunale

ALESSANDRO MONDO
Torino

Un’operazione, due obiettivi. L’operazione è già partita: da giugno sono operativi in alcuni caseggiati della zona centro i primi cento contatori «intelligenti». Gli obiettivi rimandano a un impiego consapevole dell’acqua, basato su consumi più precisi e associato ad una maggiore informazione. Perchè l’acqua che Smat porta fino ai nostri rubinetti, tramite le condotte, è di tre tipi: sotterranea, cioè attinta dalle falde acquifere profonde; superficiale (il fiume Po); da sorgenti. Ciascuna presuppone un cocktail idropotabile specifico, con diverse caratteristiche, o più “cocktail” a seconda delle zone servite e delle ore della giornata. Una volta a regime, questo “mix” (composizione, acidità, durezza) sarà verificabile sul sito Internet della società o direttamente sul “display” dei nuovi apparecchi.

L’esperimento
Quello che il Centro Ricerche della Società Metropolitana Acque Potabili sta portando avanti con il Politecnico di Torino non è un progetto futuribile ma un’iniziativa in fase sperimentale: attualmente si stanno verificando i dispositivi di visualizzazione da montare, a richiesta, sui nuovi contatori comunque previsti nei fabbricati per rendere disponibili i dati sul consumo e sulla qualità; a settembre partiranno gli incontri con gli amministratori di condominio per concordare modalità e metodi di installazione. Se tutto filerà liscio, la sperimentazione terminerà a novembre permettendo di valutare in maniera attendibile, costi ed efficacia dei dispositivi. Parliamo dei contatori condominiali, protagonisti di un’operazione che - spiega l’amministratore delegato di Smat Paolo Romano - si inserisce nella filiera di Torino Smart City, con le sue varie declinazioni. In prospettiva, i torinesi potranno rendersi conto di cosa bevono navigando sul sito Smat o attingendo le informazioni dal contatore.

Il consumo
Questo, però, è solo uno degli obiettivi previsti. L’altro, meno suggestivo ma più sostanziale, consentirà di monitorare tramite gli apparecchi di nuova generazione - con o senza display - sia il consumo effettivo che quello pro-capite medio, annullando o limitando drasticamente le perdite post- contatore. «In sintesi - spiega Romano -, un eventuale consumo anomalo dovuto a un’improvvisa fuga d’acqua verrà rilevato immediatamente e comunicato agli utenti». Non ultimo, la fatturazione in tempi più contenuti, mensile o bimestrale, dovrebbere rendere più leggero l’impegno economico. Questo, almeno, è l’auspicio. Insomma: addio alla foto-lettura diretta del contatore, la forma di rilevamento tradizionale sarà archiviata dalle nuove soluzioni tecnologiche.

I numeri sono imponenti. E non potrebbe essere diversamente se si considera che solo a Torino le utenze superano le 45 mila unità.Idem per il costo dell’operazione: in base alle stime di Smat la spesa per il capoluogo dovrebbe attestarsi sui tre milioni, con un tempo di ritorno (tenuto conto anche della più tempestiva misurazione rispetto ai contatori tradizionali) valutato tra i tre e i cinque anni. La prova del nove sarà la nostra bolletta: staremo a vedere se, invece di aumentare, diventerà meno salata. Allora ne sarà valsa la pena.

Antersasc, asfalto in paradiso Dolomiti sul piede di guerra

La Stampa

Una strada nel parco, già bocciata nel 2010. Gli ambientalisti: è peggio di prima


Il nuovo piano prevederebbe l’allargamento del sentiero che i pastori usavano per portare il sale agli ovini. Il progetto è stato presentato ancora una volta dall’Ispettorato forestale di Brunico

 

MAURIZIO DI GIANGIACOMO
San Martino in Badia (bz)

La politica e l’opinione pubblica altoatesine tornano a dividersi sulla strada di Antersasc. Pochi chilometri di strada forestale tra passo Juel e l’omonima malga, sui territori comunali di San Martino e Badia. Una breve carrozzabile che sorgerebbe, però, all’interno del parco naturale Puez-Odle, in un luogo assolutamente incontaminato, sito Natura 2000 e inserito tra quelli eletti dall’Unesco a patrimonio dell’umanità. Le ruspe entrarono in funzione già due anni fa: nonostante il parere negativo di tutte le sue commissioni tecniche, la giunta provinciale aveva approvato il progetto predisposto non già dal proprietario della malga, Johann Mair (sostenuto dalla potente lobby dei contadini, il Bauernbund), bensì dall’Ispettorato forestale e realizzato quindi con soldi pubblici.

Le strade di alta montagna sono considerate infatti dal partito di maggioranza relativa Südtiroler Volkspartei del governatore Luis Durnwalder uno degli strumenti per scongiurare lo spopolamento delle montagne. L’estate del 2010 fu agitata così dalle proteste del comitato spontaneo «Salvun Antersasc» («Salviamo Antersasc» in lingua ladina) e da quelle degli ambientalisti del Dachverband für Natur- und Umweltschutz, dell’Heimatpflegeverband e del Wwf, ma anche degli alpinisti dell’Alpenverein Südtirol, che assieme presentarono ricorso al Tar contro la delibera della giunta provinciale.

Quei pochi chilometri di strada forestale diventarono così un simbolo e la «guerra di Antersasc». Il Tar concesse subito la sospensiva e qualche mese dopo per Mair, il Bauernbund e per la stessa Provincia Autonoma di Bolzano arrivò la doccia gelata dell’annullamento della delibera, nella parte relativa al secondo lotto dei lavori, vale a dire il tratto di strada compreso tra i confini del parco naturale e la malga. Del resto, più a valle il disastro era già stato fatto: una carrozzabile con tanto di piazzole di sosta, comoda anche per i temutissimi Suv dei turisti più spregiudicati. Ma l’incanto della malga era salvo.

Gli sconfitti, però, non si diedero per vinti. E ora sono tornati alla carica con un nuovo progetto («meno impattante», dicono) che prevederebbe in pratica l’allargamento a due metri e mezzo del sentiero esistente, quello che i pastori usavano – fino a quando Mair glielo consentiva – per portare il sale agli ovini: un’ora di cammino con uno zaino di 5 chili sulle spalle e per una settimana le capre erano a posto. Il progetto, ancora una volta presentato dall’Ispettorato forestale di Brunico è già stato sottoposto al vaglio delle commissioni edilizie dei Comuni competenti, che le hanno approvate a maggioranza.

Da sempre favorevole il sindaco di Badia, Iaco Frenademetz: «Quella strada – dice - è necessaria per garantire la vita della malga». Scettico quello di San Martino, Heinz Videsott: «Il progetto – replica - è ancora più impattante di quello originario». Il lungo iter amministrativo prevede ancora il parere delle commissioni provinciali competenti e l’approvazione da parte dei consigli comunali, ma gli ambientalisti sono già in preallarme.

«Non abbiamo ancora in mano il progetto, ma siamo pronti a dare battaglia con un nuovo ricorso – dice Andreas Riedl del Dachverband – forti delle motivazioni della sentenza del Tar che annullò la delibera della giunta provinciale per il secondo lotto dei lavori. In più, la Provincia non faccia finta di non dimenticare, come fa nei suoi comunicati stampa, che l’esaminatore dell’Unesco Greame Worboys, nella relazione in cui promosse i siti dolomitici, segnalò quale aspetto critico l’alto livello di antropizzazione del versante altoatesino».

E grida allo scandalo anche l’oste ambientalista della Val Badia, Michil Costa, che nel 2010, per protestare contro l’entrata in funzione delle ruspe, inscenò una «marcia funebre» per Antersasc davanti al ristorante di Passo delle Erbe, dove la Volkspartei stava tenendo la sua festa estiva. «Quella strada non ha motivo di esistere – dice Costa – e comunque è inaccettabile che venga costruita con soldi pubblici. Il sindaco Frenademetz a parole chiede la chiusura al traffico dei passi dolomitici e limitazioni per le moto più rumorose e poi di fatto favorisce chi vuole spingere il nostro turismo nella direzione opposta».

Premiati Leo e Natalina, gli eroi a quattro zampe

La Stampa

Padroni salvati da frane nello spezzino
Camogli


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Si chiamano Leo e Natalina e sono cani supereroi che hanno vinto il «Premio Fedeltà di Camogli». Hanno salvato la vita ai loro padroni avvertendoli in tempo della caduta di due frane durante due diverse alluvioni che hanno colpito lo Spezzino.
 
Leo, un minuscolo meticcio di due anni, è entrato in azione il 25 ottobre scorso mentre sulle Cinque Terre e in Val di Vara si abbatteva l’alluvione che ha provocato 11 morti. Ha salvato il padrone, Pierpaolo Paradisi, agitandosi a tal punto da obbligarlo a fermare l’automobile su cui viaggiavano poco prima che precipitasse una frana nei pressi di Manarola (La Spezia), che li avrebbe travolti.
 
La seconda premiata è Natalina, una cagnolina fantasia di 7 anni. Ha salvato la vita ai padroni facendoli fuggire dalla loro casa poco prima che una frana alluvionale la sommergesse a Bottagna (La Spezia)


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Leo e Natalina: premiati i cani eroi e più fedeli

Le donne, i cavalier, l’arme, l’amore per i libri

La Stampa

Tra gli incunaboli e le cinquecentine della Malatestiana di Cesena nata a metà del Quattrocento per volere di un capitano di ventura

Massimiliano Panarari
cesena

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C’era una volta, nel Medioevo, un grande convento francescano con una preziosa raccolta di codici, che, lungo i secoli, diventa tanto importante e significativa da plasmare tutto ciò che gli sta attorno, e i secoli a venire. Al punto da poter parlare di tutta una città (e una comunità) raccolta intorno alla sua biblioteca. Attenzione: non è uno slogan, quello utilizzato dalla dottoressa Loretta Righetti nel corso di una impeccabile visita guidata alla Biblioteca Malatestiana di Cesena, perché si tratta, giustappunto, di pura e semplice verità.

Certo, a prima vista, non sembrerebbe affatto scontato che, nel cuore della Romagna nota in tutto il mondo per il binomio mare e divertimento (anche se qui ci troviamo nella parte dell’entroterra), sia collocata (e perfettamente conservata) una biblioteca di tradizione tra le più importanti del nostro Paese. E, invece, nel pieno centro della città romagnola (in piazza Bufalini, 1), sopra alle sale molto frequentate della biblioteca civica che serve i cittadini e gli studenti delle facoltà universitarie di qui, si apre un intero mondo, magicamente custodito dietro un portale sul quale campeggia una figura di elefante, l’emblema della dinastia signorile che resse, dalla fine del Duecento al primo trentennio del Cinquecento, le sorti cesenati.

Un meraviglioso mondo pre-rinascimentale, che ha origine a metà del Quattrocento, quando Domenico Malatesta Novello dei Malatesti (capitano di ventura e signore di Cesena, 1418-1465) decise di offrire una nuova degna sede (e, per gli standard dell’epoca, spettacolare) ai numerosi codici miniati raccolti dai francescani nel loro monastero. Nasce così, presso il convento di San Francesco, la Libraria Domini: un vero e proprio inedito dal punto di vista costruttivo che, insieme alla biblioteca del convento di San Marco a Firenze (realizzata da Michelozzo per conto di Cosimo dei Medici), inaugura una tipologia architettonica destinata a dominare il resto del XV secolo. All’insegna di due rivoluzioni di non poco conto - una compenetrazione del modello ad aula oblunga con quello della basilica a tre navate, e un’attenzione tutta particolare alle tecniche di illuminazione, in maniera da rendere uniforme la distribuzione della luce - che fanno della Biblioteca Malatestiana un tempio del sapere dell’Umanesimo italiano (ed europeo).

Il Malatesta - il quale, già da parecchio tempo, secondo una consuetudine delle famiglie nobiliari, faceva copiare codici per la propria raccolta privata - si pose infatti il problema di incrementare i testi posseduti dai frati minori integrando le loro collezioni, manifestazioni esemplari della cultura medievale e della teologia scolastica, con il recupero del mondo classico e con le nuove opere degli umanisti. I copisti dello scriptorium malatestiano (capitanati dal superproduttivo e stakanovista notaio francese Jean d’Epinal) ci danno dentro e, nel giro di un ventennio, il patrimonio della Libraria Domini si arricchisce di altri 126 manoscritti, mentre l’ex signore della guerra al comando della città si inventa pure una «governance duale» di fatto coi francescani per amministrare la biblioteca.

E i Malatesta finiscono così con l’incarnare il paradigma di una dinastia che al «mestiere delle armi» affianca una rimarchevole cura per il patrimonio librario, legando la propria reputazione all’investimento su quelle che potremmo chiamare «politiche culturali»; e su cui influirono non poco le predilezioni - cerchez la femme… - della coltissima e pia Violante da Montefeltro, sorella del duca di Urbino Federico, nipote del cardinale Prospero Colonna, e moglie, per l’appunto, di Novello Malatesta.

La «Casa dei libri» cesenate (per usare l’espressione che dà il titolo a una bella pubblicazione curata dalla stessa Istituzione Biblioteca Malatestiana) seguirà quindi, tra alterne vicende e qualche vicissitudine, gli accadimenti della storia cittadina, potendo via via aggiungere alle sue raccolte i fondi delle congregazioni religiose messe fuori legge dalle ordinanze napoleoniche e quelli delle soppressioni successive all’unità d’Italia.

Con l’effetto - straordinario, se pensiamo alla consuetudine di umiliazioni e spoliazioni subite da tante città italiane sotto le varie dominazioni straniere - di mantenere praticamente integre le proprie collezioni, diventando a pieno titolo quella biblioteca pubblica e comunitaria (o «comunitativa», come si diceva nell’Ottocento), che ne costituisce da sempre, vista la storia specialissima, la vocazione più profonda e intima (e che venne proclamata, per la prima volta, il 26 aprile 1807).
 
Chi oggi si reca a visitare la Biblioteca Malatestiana si trova, quindi, a compiere un emozionante viaggio nel tempo, entrando in uno scrigno onusto di secoli e intatto, coi suoi 58 meravigliosi plutei (i banchi di legno di pino) che conservano i codici. Mentre gli studiosi possono consultare una serie di raccolte che annoverano, tra le tante opere, 307 incunaboli e 4 mila cinquecentine, facendo meritare, nel 2005, alla Malatestiana - prima biblioteca italiana a ottenere questo riconoscimento - l’iscrizione nel Registro della «Mémoire du monde» (il programma Unesco che valorizza il patrimonio documentario di maggior pregio delle biblioteche e degli archivi di tutto il mondo).

La Malatestiana possiede, infatti, alcuni manoscritti giuridici del XIV secolo (tra cui un codice riccamente miniato delle Institutiones di Giustiniano), un fondo greco, uno ebraico (con il compendio di diritto talmudico di Masheh ben Maimon, il maggiore pensatore del giudaismo dell’età medievale), e i corali del Cardinal Bessarione (uno dei principi della Chiesa quattrocentesca, alfiere della riconciliazione tra il cristianesimo latino e quello greco). Il peso (benefico) dei secoli e della cultura. Che quei geniacci dei cesenati, da veri romagnoli iperattivi, hanno voluto rendere più «leggero», inventandosi un progetto didattico per i più piccini, capace di convertirli in novelli amanuensi impegnati a ricopiare (divertendosi un sacco) alcune delle miniature conservate all’interno dell’istituzione. Che è sempre - e prima di tutto - la «loro» biblioteca, giustappunto.

La riduzione in schiavitù rappresenta stato di necessità per la vittima

La Stampa

E' stata annullata, senza rinvio, la sentenza di condanna nei confronti di una donna che, costretta a prostituirsi, aveva fornito false generalità all’autorità di polizia in sede di identificazione.

Il caso

Un’imputata, accusata della violazione degli artt. 495 e 496 c.p., presenta alla Corte d’Appello di Venezia istanza di revisione della sentenza ex art. 444 c.p.p. pronunciata nei suoi confronti dal Tribunale di Treviso. La Corte territoriale respinge il ricorso e dispone il proseguimento dell’esecuzione della pena. La donna, adescata con la promessa di un lavoro e alla quale erano stati sottratti i documenti, aveva fornito false generalità nell’ambito di un controllo delle forze dell’ordine ed aveva in seguito patteggiato la pena.

Ci si rivolge allora al Giudice di legittimità. L’induzione a mentire sulla propria identità è stata causata, in primo luogo, dal tenore delle minacce subite dallo sfruttatore. Questi, infatti, costringeva la ragazza e le sue compagne di sventura a non usare il loro nome; le donne gli obbedivano, spinte dal timore che potessero essere uccisi i loro famigliari nei paesi d’origine. Lo stato di totale soggezione in cui versavano è dimostrato anche dal fatto che le ragazze abbiano deciso di parlare e denunciare la loro condizione solamente dopo aver saputo che il loro aguzzino era stato processato e condannato.

Lo stesso marito della ricorrente era venuto a conoscenza della vera identità della moglie solo dopo l’arresto dello sfruttatore. L’errata applicazione dell’art. 54 c.p., dal momento che la ricorrente avrebbe dovuto essere dichiarata non punibile in ordine alle false dichiarazioni per aver agito in stato di necessità, è stata riconosciuta dai giudici della Suprema Corte (sentenza 19225/12). Infatti, il mentire da parte della ricorrente sulla propria identità in caso di controlli da parte della forza pubblica rappresentava solo una modalità di realizzazione delle condotte imposte dallo sfruttatore.

In questo contesto, la menzogna è rappresentabile come una sorta di ‘abito mentale’ indotto dalla complessiva condizione di subordinazione che le ragazze erano costrette a sopportare. In più, la ricorrente era già stata considerata non perseguibile penalmente per aver indotto altre ragazze a prostituirsi, proprio in ragione dello stato di coartazione in cui versava; in considerazione di ciò, a fortiori risulta coerente concludere che anche la sentenza di patteggiamento impugnata avrebbe dovuto essere rivedibile, considerando il comportamento necessitato dal timore per la propria incolumità e per la vita dei parenti.

Errani se la ride: tanto a giudicarlo è una toga rossa

Stefano Filippi - Ven, 17/08/2012 - 08:10

L'udienza sul milione alla coop del fratello si terrà davanti a un gup di Magistratura democratica

Le minoranze (Pdl, Lega, grillini) l'hanno costretto a presentarsi in consiglio regionale alla vigilia di Ferragosto e lui, Vasco Errani, governatore democratico dell'Emilia Romagna, non si è sottratto.


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Nella seduta si è anche parlato del terremoto, ma il tema principale era l'inchiesta Terremerse, nell'ambito della quale il presidente è indagato per falso ideologico. Terremerse è la coop che ricevette ingenti finanziamenti regionali quando era presieduta da Giovanni Errani, fratello maggiore del governatore. Quei fondi sono oggetto di indagine perché, come rivelato dal Giornale tre anni fa, sarebbero state commesse gravi irregolarità dalla coop e dalla stessa regione.

La procura di Bologna ha chiesto il rinvio a giudizio per i fratelli Errani (per Giovanni l'accusa è di truffa aggravata ai danni di un ente pubblico), assieme ad alcuni funzionari pubblici e tecnici.Martedì Errani si è mostrato sereno e sicuro. «Ho sempre espresso rispetto e fiducia nell'operato della magistratura e continuo a farlo - ha detto tra l'altro - non per una ragione di forma ma per intima convinzione. So bene di non aver mai favorito o sfavorito alcuno». Parte di questa tranquillità potrebbe derivargli dal nome del giudice davanti al quale dovrà comparire il prossimo 7 novembre per l'udienza preliminare. Il gup chiamato a decidere se processare o no il governatore è Bruno Giangiacomo, presidente aggiunto della sezione Gip del tribunale di Bologna.

Ma soprattutto, il dottor Giangiacomo, è uno dei leader di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe italiane. Una «toga rossa», insomma. Giangiacomo coordina il gruppo interno di Md dedicato all'ordinamento giudiziario. È una delle articolazioni più importanti della corrente, quella che si occupa del governo interno della magistratura. Il gup Giangiacomo, che è stato anche membro del Csm, è attivissimo nel partecipare a convegni di Magistratura democratica, a rappresentarla in vari appuntamenti e a firmare appelli sempre apertamente schierati. L'ultimo quello promosso dalla rivista Micromega in difesa di Roberto Scarpinato su cui il Csm ha aperto una pratica: il procuratore di Caltanissetta aveva detto di essere «imbarazzato» nel partecipare a commemorazioni delle stragi di mafia con «autorità la cui condotta di vita sembra essere la negazione dei valori» per i quali è morto il giudice Borsellino.

Il magistrato bolognese ha sottoscritto anche l'«appello contro il culto della personalità nei simboli elettorali» proposto dai Comitati Dossetti per la Costituzione (cioè l'intellighenzia rossa bolognese) contro la presenza del nome Berlusconi sulle schede di voto. E figura tra i firmatari - tra gli altri, con gli scrittori Andrea Camilleri e Marcello Fois - della recente «Lettera aperta ai parlamentari per una buona politica a difesa della Costituzione» contraria al progetto di riforme costituzionali in discussione al Senato.Sul caso Terremerse si è già pronunciato un gip emiliano, Mirko Margiocco, che ha sequestrato ad alcuni indagati una serie di beni (14 case, un'auto e quote societarie) per un milione di euro, l'equivalente dei finanziamenti ricevuti dalla coop rossa. Il 7 novembre tocca a Giangiacomo. Errani è accusato di aver fornito una falsa memoria difensiva per documentare il buon operato della regione e difendere il fratello, mentre per gli altri indagati l'accusa è di truffa aggravata, falso e abuso d'ufficio.

Caso scorte, ex agente: "Altro che 1.600 euro, se proteggi un politico lo stipendio raddoppia"

Quotidiano.net

Un ex poliziotto racconta: "C'è gente in sovrappeso che a stento parla italiano. Coi test attitudinali due terzi dei miei colleghi sarebbero tagliati fuori"

Roma, 17 agosto 2012

Dove osano le 'Aquile', nome in codice delle scorte, non sono solo stenti e umiliazioni. «Certo, ci sono quelli che per 1.600 euro al mese sacrificano tutto, in primo luogo la propria famiglia, ma per quale ragione, allora, a quel posto riesci ad arrivarci solo se hai una buona raccomandazione?».
 
Andrea Maiolino tira un lungo sospiro. Non ha paura di metterci la faccia. Ex poliziotto, ha 45 anni e il dente avvelenato per l’amara fine della sua carriera in Polizia. Dal 1989 al 2006 è stato in forza all’Ispettorato Viminale. Era uno dei 350 agenti dedicati alla protezione delle alte cariche dello Stato, prima Vito Lattanzio, poi Nicola Capria, Gino Giugni, il padre dello Statuto dei lavoratori, infine Franco Frattini. «Nell’Ispettorato Viminale la politica conta moltissimo, più degli aspetti tecnici, delle attitudini e della preparazione. Grazie alla politica si sistema chi riesce a fare arrivare la telefonata giusta quando c’è una scorta interessante...».

Cosa intende per interessante?
«Intendo la scorta che prevede indennità aggiuntive: è vero che prendiamo 23,90 euro a pasto, però se sei nella scorta di Fini prendi altre indennità anche solo se esci dal Raccordo anulare. Lo dico col beneficio d’inventario perché è dal 2006 che non sono più in Polizia, ma fino ad allora, quando ero con Frattini, godevo degli stessi benefici di cui godeva la scorta del presidente della Camera: tra indennità e straordinari si raddoppiava quasi lo stipendio. Per questo erano e, immagino, sono ancora molto ambiti queste posizioni».

Anche lei ha avuto bisogno della raccomandazione?
«Certo, non mi vergogno ad ammetterlo: arrivai al capo della segreteria e mi tolsero dalla strada. Lo feci però a testa alta, perché il concorso lo vinsi tra 3.000 partecipanti, facevo karate, avevo una serie di competenze specifiche anche prima di arruolarmi e durante il corso fui il migliore, con tanto di attestato, su 70 allievi».

Accuse molto pesanti...
«Rappresentano però la verità. Per tanti anni questo è stato il mio mondo e il Reparto scorte l’unico cui sono appartenuto. Dovrebbe essere una elite che svolge una funzione tanto delicata, invece non è così. Non ho potuto fare il corso di guida veloce perché non c’erano fondi e per i due o tre di specializzazione che ho fatto coi Nocs, ho avuto bisogno anche in questo caso della raccomandazione. Se si facessero dei testi psicofisici e attitudinali tra gli agenti che fanno servizio scorte al Viminale, due terzi non li passerebbero. C’è gente in sovrappeso, che a stento parla italiano, che è troppo esuberante in servizio quando guida e usa il lampeggiante, o fa vedere l’arma, gente che guarda in camera e non verso l’esterno dell’area di sicurezza come dovrebbe, per finire in televisione. Salvo il 10% degli ex colleghi, solo i Nocs hanno la professionalità e l’addestramento per fare nel migliore dei modi il servizio».

Qualche esempio, per favore...
«Non faccio nomi, ma penso a un motociclista in divisa del nostro ispettorato, che portava ai funzionari del Viminale i biglietti del cinema o dello stadio dalla Questura. Ora è il capo scorta di una delle più alte cariche dello Stato. Penso anche al mio collega: rispose che il ministro Frattini ‘era occupato’. Lo cercava il presidente emerito Cossiga che non mancò di bacchettare, col suo sarcasmo, l’incolpevole Frattini. Dico io: ma si può rispondere al presidente della Repubblica che il ministro è occupato?».

Lorenzo Sani


Noi guardie del corpo, umiliate e malpagate. I politici sono capricciosi. E per loro non c'è crisi

Quotidiano.net

Un agente svela gli imbarazzi di un lavoro da 1.600 euro al mese. Il Viminale assolve Fini: "La sua scorta non è competenza della Camera, ma della pubblica sicurezza"
di Silvia Mastrantonio


Roma, 14 agosto 2012 - Vite di scorta, dalla mattina alla sera dietro a persone in vista, «vip», come li chiamano senza nascondere l’ironia. «Le personalità sono di due tipi: i magistrati e le alte cariche; per loro tanto di cappello. Poi ci sono, i politici o quelli famosi che in qualche modo vengono considerati a rischio. Ed è tutta un’altra cosa». Francesco, nome di fantasia, parla senza offrire riferimenti.

Perché tanta preoccupazione? «Basta una telefonata. Non ti metti mai a discutere perché basta una segnalazione che puff, via... Lui decide e tu stai zitto». Il posto di lavoro conta e i 1.600 euro che Francesco porta a casa ogni mese, servono. Così passano anche i capricci. «La sicurezza — spiega l’agente — è roba nostra ma molte di queste personalità se ne infischiano. Dico: non passiamo da quella strada che c’è un corteo di antagonisti. Lui, invece, insiste e vince».

Solo impuntature? «Lasciamo perdere. Le lamentele maggiori che riceviamo? Perché la macchina con cui li andiamo a prendere non è abbastanza nuova, non è abbastanza potente. Quando non iniziano a reclamare perché non siamo vestiti abbastanza bene. Uno, alla fine, sbotta: “Ma lo sa che un agente ha diritto ad un’indennità di vestiario per 90 euro lordi all’anno?». Giornate da mille ore, anche quando il turno sarebbe finito e arriva l’invito. «Che fai? Tanto lo sai che questa è una vita pesante, che la famiglia te la scordi.

Se poi ti dicono: “vada pure, non serve” ti chiedi perché, allora, quella persona ce l’abbia la scorta se quando vuole può tornare da solo». Francesco ha frequentato la scuola di specializzazione della Polizia in Sardegna. «Adesso chiudono anche quella. Così si trovano a fare scorte anche persone non addestrate». C’è la crisi, anche se qualcuno non la sente. Come gli «ospiti» che Francesco scarrozza. «Tante volte ci sono situazioni imbarazzanti. La personalità va a cena e sono sempre ristoranti di livello.

Tu che fai? Mica ti puoi permettere di mangiare per quelle cifre. Noi abbiamo un rimborso di 23.50 euro a pasto, se sei fuori piazza ma se rimani a Roma il rimborso scende a 7 euro». Vita massacrante e, a tratti, umiliante? Francesco annuisce ma rivendica: «Però io da portaborse non lo faccio, nè ora nè mai». E le compere? E la spesa? E le trasferte a Ikea che hanno inguaiato anche la Finocchiaro? «Diciamo che i problemi non sono mai “ad alto livello”». Con gli altri succede di tutto, fidanzate clandestine comprese. Ma il suo cruccio è un altro: «Chiediamo di essere tutelati con una preparazione adeguata. Perchè se le cose vanno male noi diventiamo quei “poveri ragazzi”».

Flaminia, la nave alla deriva rifiutata da tutti i porti

Corriere della sera

L'armatore tedesco non ha risposto a Francia e Gran Bretagna sulle sostanze nei 2.876 mini container a bordo

Al largo delle coste bretoni della Cornovaglia, fra le onde crescenti dell'Atlantico, fluttua una nave diventata maledetta. Si tratta di una portacontainer lunga 299 metri e battente bandiera tedesca, la Msc Flaminia, salpata il mese scorso dal porto mercantile di Charleston, nella Caorlina del Sud (Stati Uniti), e diretta ad Anversa, sulla foce belga del fiume navigabile Schelda. La maledizione nasce dal fatto che il 14 luglio, mentre stava nevigando verso l'Europa, è scoppiato un incendio a bordo che si è divorato una parte dei container, facendo una vittima e un disperso, mentre gli altri 24 membri dell'equipaggio sono stati salvati da una petroliera che si trovava sulla rotta ed è intervenuta in soccorso rispondendo all'allarme lanciato dal comandante del cargo in fiamme (i feriti sono stati portati alle Azzorre).

Ebbene, a oltre un mese dall'incidente, nonostante l'incendio sia stato domato in sei giorni e nonostante non abbia compromesso le parti vitali della portacontainer, la sala motori e la timoneria, la Msc Flaminia è ancora bloccata a circa 400 miglia dall'approdo. Il motivo? Nessuno la vuole più perché tutti la temono. Una paura dovuta all'incertezza: non si conoscono le cause dell'incendio e nessuno è in grado di dire quali siano le merci contenute nei 2876 container. Parigi e Londra ripetono da settimane lo stesso refrain: «Bisogna saperne di più sul carico».

L'armatore tedesco Reederei Nsb risponde che non è «in grado di fornire questa informazione». Il tutto mentre il Centro francese di documentazione, ricerca e sperimentazione sull'inquinamento delle acque (Cedre), al quale il Ministero dell'ecologia ha chiesto una relazione sul carico, ha anticipato qualcosa di allarmante: «Alcuni dei 37 container situati nella zona colpita dall'esplosione possono rappresentare un rischio a causa dei prodotti chimici che contengono». Nessuna precisazione però su quali siano esattamente questi prodotti. Fonti non ufficiali parlano di sostanze infiammabili, di materiale chimico esplosivo e di gas utilizzato per gli airbag. Anche la Germania, che ha aperto sul caso un'inchiesta, non è al momento in grado di chiarire le cause dell'incendio. Questa, in sintesi, la vicenda, sulla quale si è levato l'urlo delle associazioni ambientaliste che denunciano il rischio di un nuovo disastro ambientale.

Nel frattempo, mentre a terra l'armatore sta trattando con le autorità portuali di Rotterdam, senza comunque escludere la scelta di Anversa, il cargo rimane fra le onde dell'Atlantico, circondato da rimorchiatori che controllano come sentinelle il sorvegliato speciale. È stato un mese davvero nero. Prima con i soccorritori costretti ad abbandonare la nave a causa di una fitta nebbia. Poi, il 9 agosto, con i pompieri che hanno dovuto abbandonarla per non meglio precisati «motivi di sicurezza» dopo averlo portato a cento miglia dalla costa britannica. Infine, per il maltempo, dicono, che ha costretto la Msc Flaminia a riprendere il largo tornando a circa 400 miglia dalla costa. Ora è lì, in attesa che il mare faccia meno paura e che un porto dica sì, l'odissea è finita, ospitiamo la nave maledetta.

Andrea Pasqualetto
17 agosto 2012 | 8:25