sabato 18 agosto 2012

South African Airways: niente più piloti bianchi Il piano per «riequilibrare» la compagnia

Corriere della sera

Il portavoce della compagnia aerea: «Oggi soltanto il 15% dei piloti presenti è di colore, il resto sono bianchi»

Divieto di assumere bianchi. La compagnia South African Airways ha deciso di voler «riequilibrare» il personale e non accetta più candidature di cadetti di pelle bianca per i corsi da pilota. «Nella nostra compagnia solo il 15% dei piloti è di colore tra indiani e neri - ha confermato al giornale Beeld il portavoce della compagnia, Kabelo Ledwaba -. Il resto sono bianchi, e il 91% di questi sono uomini».

LA SELEZIONE - Da ciò l'iniziativa di sponsorizzare le selezioni dei cadetti solo per neri. Beeld, dopo una segnalazione di un lettore, ha provato a simulare delle candidature online e in effetti pare che la selezione sia stata programmata per rifiutare tutte le domande che provengono da persone di razza bianca. Una questione che ha fatto infuriare il sindacato Solidarity, che ha annunciato battaglia contro una campagna discriminatoria: «Nessun sudafricano deve sentirsi escluso sulla base del colore della propria pelle». Della stessa idea il partito Freedom Front Plus MP che ha annunciato una denuncia alla Comissione dei diritti umani. La compagnia aerea, da parte sua, ha cercato di smorzare i toni, peggiorando la situazione: «Il programma cadetti - ha precisato Ledwaba - è stato proprio pensato per riequilibrare demograficamente la presenza di bianchi e neri all'interno dell'ente».

Redazione online18 agosto 2012 | 19:45

Trovati i resti dell'aereo di Amelia Earhart

Corriere della sera

Un team di ricercatori avrebbe individuato «detriti» compatibili sul fondale di un'isola a nord-est di Honolulu

L'immagine sottomarina e i detriti dell'aereo dal sito di Discovery Channel
L'immagine sottomarina e i detriti dell'aereo dal sito di Discovery Channel

Che fine ha fatto Amelia? La scomparsa della mitica aviatrice americana Earhart è un vero rompicapo che dura da 75 anni. Un team di ricercatori, però, potrebbe essere vicino alla soluzione del mistero. Un video subacqueo preso nell'isola di NIkumaroro, nello stato di Kiribati, mostra una distesa di frammenti che potrebbero essere i resti del suo aereo scomparso nel Pacifico nel 1937. Il video è stato girato lo scorso luglio dal Gruppo internazionale per il recupero di velivoli storici (Tighar), durante una spedizione sull'isola, 2.900 km a nordest di Honolulu.

LA LEGGENDA - L'intrepida Amelia Earhart è stata la prima donna ad attraversare l'Atlantico in solitaria: «Lady Lindy» come venne soprannominata impiegò quattordici ore e cinquantasei minuti per volare da Terranova a Londonderry nell'Irlanda del Nord. Il 24 agosto 1932 è la prima donna a volare attraverso gli Stati Uniti senza scalo partendo da Los Angeles (California) e arrivando a Newark (New Jersey). Ma il suo progetto più ambizioso è sempre stato quello di circumnavigare il mondo lungo la rotta equatoriale (47mla chilometri): un'impresa davvero epica, che condensava in sè l'esprit du tempe. Il 2 luglio del 1937, insieme al suo navigatore, Fred Noonan, decollò dalla Papua Nuova Guinea. L'aereo è poi scomparso e, dopo lunghe ricerche in mare, nessuno riuscì a individuare il relitto del velivolo.

Amelia EarthartAmelia Earthart

IL RELITTO - I ricercatori hanno dovuto lavorare con condizioni di mare molto impegnative oltre la barriera corallina di Nikumaroro. «Sapevamo di non poter trovare il relitto tutto intero - dice il direttore di Tighar, Ric Gillespie - perchè l'Oceano seppellisce tutto quanto si posa sul fondale». Così i ricercatori hanno girato ore e ore di riprese subacquee nel mare davanti la remota isola «dove l'aereo si è inabissato, sempre se i nostri calcoli sono esatti». Ma è solo in un secondo momento, tornato in patria, che il team ha potuto esaminare le immagini. E guardando bene, gli esperti avrebbero identificato «un insieme di detriti sintetici» che potrebbe appartenere all'aereo della Earhart.

LA FOTO - A un occhio inesperto, nella foto fornita dal team non c'è alcun segno di macerie. Ma Gillespie ha detto che l'esperto forense di immagini, Jeff Glickman, ha individuato nelle immagini un campo di detriti. Gillespie ha anche spiegato, però, che non si possono stabilire le reali dimensioni degli oggetti perchè nelle immagini non c'è una scala con cui confrontarli.

Amelia e il suo navigatore NoonanAmelia e il suo navigatore Noonan

PRUDENZA - L'annuncio del ritrovamento arriva due giorni prima della messa in onda di uno speciale sulla squadra Tighar da parte del canale Discovery Channel. E questo ha suscitato qualche perplessità su un possibile «annuncio pubblicitario». Gli stessi esperti del team, però, mantengono la prudenza. «Per ora il nostro gruppo ha analizzato solo il 30 percento delle immagini - ha aggiunto Gillespie - Non vogliamo dare per certo il ritrovamento. Dobbiamo cercare più prove. Ma queste immagini sono incoraggianti. Ora dobbiamo tornare indietro a guardare meglio quei fondali».


Carlotta De Leo
18 agosto 2012 | 16:25

Torta con pistole al cacao e frasi da Scarface Su Facebook è Gomorra style

Corriere della sera

Tante immagini sul mito malavitoso e anche un dolce guarnito con la scritta «Ce magnamm' e colombiani»


La torta per Nino Spagnuolo con la frase di Scarface e le pistole di cioccolatoLa torta per Nino Spagnuolo con la frase di Scarface e le pistole di cioccolato

NAPOLI —Sono giovani, belli, spregiudicati. Amano la bella vita, i bei vestiti, le belle ragazze, ma non disdegnano gli «affari di famiglia», quelli che portano a guadagnare facilmente soldi, tanti soldi. Giovani, si diceva. E come tali, sempre più abituati ad utilizzare le nuove tecnologie e non da ultimo i social network, Facebook su tutti. Ecco, proprio quest’ultimo aspetto può aiutare a comprendere che tipo di persone sono le nuove leve della criminalità organizzata. Lo spunto arriva dal ferimento, nella notte di Ferragosto a Vico Equense di Nino Spagnuolo, 35 enne di Castellammare di Stabia, ritenuto dagli investigatori vicino al clan D’Alessandro, anzi, qualcosa in più. Con i «vecchi» boss in carcere o al cimitero, lo spazio per l’affermazione dei «giovani» è diventato sempre più vasto. Gli hanno sparato, ferendolo alle gambe, mentre si trovava con altri amici a scendere da una barca nel porticciolo di Marina di Vico Equense. Un raid compiuto al cospetto di molti giovani seduti davanti ai falò e che vi hanno assistito terrorizzati.



CONDANNATO - Nella primavera scorsa Nino Spagnuolo è stato condannato a un anno e dieci mesi di reclusione per una pistola detenuta illegalmente per la quale era stato arrestato il primo ottobre 2011. A maggio il gip del tribunale di Torre Annunziata, Elena Conte, ha accolto l’istanza di scarcerazione del suo avvocato nonostante il parere contrario del pm Silvio Pavia. La pistola fu trovata in casa sua durante un controllo. In quell’occasione Spagnuolo sostenne che l’arma era di suo nonno. Non è finito ai domiciliari perché la difesa ha presentato una certificazione medica secondo la quale Spagnuolo è affetto da una sindrome psichiatrica che gli rende impossibile la permanenza sia in carcere che agli arresti domiciliari.

Nella sua fedina penale vi sono reati contro il patrimonio e reati comuni compiuti sin da adolescente. Nelle ultime informative viene descritto sempre in compagnia di rampolli del clan D’Alessandro, in alcuni casi proprio con i nipoti del defunto boss Michele. È ritenuto il reggente della cosca in questo momento in cui tutti i figli di Michele D’Alessandro sono detenuti. L’ultimo reggente della cosca prima di Spagnuolo era Salvatore Belviso, cugino di Enzuccio (figlio di Michele) e oggi collaboratore di giustizia dopo aver partecipato al delitto di Gino Tommasino, consigliere comunale del Pd per il quale Belviso è stato condannato a 20 anni di carcere.

Nino SpagnuoloNino Spagnuolo

I MITI - Insomma, davvero un curriculum di tutto rispetto nel panorama criminale dell’area stabiese. Ma non è solo questo l’aspetto interessante. Come si diceva le nuove leve della criminalità locale sono cresciute con dei miti: da Tony Montana (il personaggio interpretato da Al Pacino, protagonista del film «Scarface» di Brian De Palma) a Gomorra ed ai suoi personaggi. E sono giovani che usano, e anche tanto, i social network. Anche Nino Spagnuolo è uno di questi. Su Facebook, ci sono addirittura due profili che portano il suo nome. Il primo è aperto e visibile a tutti senza restrizioni della privacy. È ricchissimo di fotografie, di link e di aggiornamenti di status. Ed è proprio sulla sua pagina che dopo il ferimento (il pomeriggio di mercoledì 15 agosto) ha scritto, rivolgendosi ad amici e parenti, di stare bene («A tutti i miei amici e parenti vi raccomando di non stare in pena per me sto benissimo e mai sentito meglio ok ciao da Nino»).

E sotto sono fioccati commenti di solidarietà e di incredulità per quanto accadutogli. E le foto, si diceva, tante immagini, anche di armi: emblematica quella di un fucile mitragliatore con un commento: «bastasse un attimo, per togliermi alcune soddisfazioni». E poi c’è l’immagine di una torta con su scritto il nome di Spagnuolo, corredata da una frase pronunciata da due dei protagonisti di film Gomorra, Marco e Ciro: «C’è magnamm ’e colombian». La guarnizione del dolce è rappresentata da due pistole. E ancora ci sono tante condivisioni, vale a dire la pubblicazione sul proprio profilo di link presi da altri siti o pagine Fb.

Una di queste, presa dalla pagina «E Guagliun e Stu Rion», è riprodotta una vela di Scampia con una scritta «I love scissione». Il riferimento è ovviamente alla sanguinosa faida che sta interessando da anni il popoloso quartiere della periferia a nord di Napoli, che è stata al centro del film di Matteo Garrone, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Roberto Saviano. E proprio tratta dalla pellicola c’è un’altra immagine che ritrae un omicidio compiuto nel film. E poi scatti di feste, di serate in discoteca, di macchine costose, di barche, di vestiti griffati, di gioielli e orologi di marca.

IL PIGLIO DEL CAPO - Ma in tutte le immagini c’è un unico comune denominatore: Spagnuolo non ride mai. Solo in due o tre occasioni viene accennato un sorriso. In tutte le altre emerge il piglio del capo: sguardo diretto, quasi cupo, tale da incutere il «giusto» rispetto per il ruolo rivestito. Il secondo profilo di Spagnuolo, invece, è molto più scarno. Insomma un campionario dei simboli di quel potere ottenuto con molto facilità. Frasi che danno l’immediata sensazione della grande ammirazione per miti negativi e l’ostentazione di una filosofia di vita alla quale questi giovani sono stati abituati ed educati fin da piccoli

Antonio Scolamiero
18 agosto 2012

Emanuele Filiberto contro gli storici "Mio nonno Umberto non era gay"

Libero

Il principe avvelenato contro un editore francese che ha inserito il nome del parente in una lista di politici omesessuali


Cattura
Emanuele Filiberto non ci sta. Leggere il nome del nonno Umberto II nel libro Dictionnaire des chefs d'Etat homosexuels ou bisexuels è stato per lui come uno schiaffo. Per questo il principe ha dichiarato guerra a Beziers l'editore del volume che sarà in ristampa in Francia e nei paesi francofoni. Su Umberto II soprannominato re di maggio, rimasto sul trono per il minor tempo (36 giorni, dal 9 maggio al 18 giugno del 1946), circolano da sempre voci di una presunta omosessualità ma vederle scritte nero su bianco ha mandato su tutte le furie Emanuele Filiberto: "Chiederò il sequestro del volume e un maxi risarcimento danni perché infanga la memoria di mio nonno con volgarissimi pettegolezzi. Con la famiglia stiamo valutando anche una maxi  querela per diffamazione", ha detto durante un'intervista a Klauscondicio condotto da Klaus Davi su You Tube. E non perché il principe sia omofobo: "Proprio perche sono a favore delle unioni gay -e contro le discriminazioni sessuali, devolverò interamente alla lotta contro l'omofobia e all'Arcigay la cifra che la mia famiglia eventualmente otterrà in seguito alla vittoria del contenzioso".

Emanuele Filiberto contesta la versione data nel libro secondo cui suo nonno avrebbe avuto un filirt con il registra Luchino Visconti e sarebbe stato intercettato da da Benito Mussolini anche lui a conoscenza dell'orientamento sessuale di Umberto II. La nonna gli ha eaccontato invece che il Duce temeva l'influenza del re e della regina e temeva che facessero amicizia con gli antifascisti. Il principe smentisce anche la voce secondo cui il socialista Pietro Nenni lo chiamasse "il pederasta".  "A mio avviso può essere stata la propaganda fascista ad aver inventato all'epoca tutta questa storia.

Si sapeva dell'esistenza di questo chiacchiericcio sulla vita privata del re, ma circolavano anche tante voci secondo cui invece egli amava molto le donne e aveva avuto tanti flirt prima di sposare mia nonna, al cui fianco è rimasto poi fino alla fine della sua vita". E' un'opera di cattivo gusto, parlare di una persona che non può ribattere: "Non ho mai sentito parlare così tanto di mio nonno da quando è scomparso e non posso accettare che venga infangata in questo modo la sua immagine. Umberto II è stato un uomo che ha sempre rispettato l'Italia e gli italiani, anche quando era in esilio, e per me è sempre stato un grande modello, un grande nonno e un grande esempio".

Scoperta un'impronta di dinosauro in un campus della Nasa in Maryland

Corriere della sera

A trovare l'orma di 35 cm è stato il cacciatore di dinosauri Ray Standford. È stata lasciata 112 milioni di anni fa

Un'impronta lasciata 112 milioni di anni fa. Un'orma di nodosauro (un dinosauro erbivoro vissuto all'inizio del Cretaceo superiore) è stata scoperta in un campus della Nasa nel Maryland. Fantascienza e preistoria si sono dunque incontrate, dando vita a una storia che potrebbe fare gola a Hollywood.

IL PARADOSSO - L'impronta, larga 35 centimetri, è stata apparentemente lasciata 112 milioni di anni fa da un nodosauro che doveva essere lungo fra 6 e 4,5 metri. A scoprirla è stato Ray Stanford, un «cacciatore di dinosauri» 74enne che ha già individuato più di mille impronte e rinvenuto un fossile di cucciolo di nodosauro vicino al campus dell'Università del Maryland. La sua ultima scoperta, sul terreno del Goddard Space Flight Center della Nasa, è stata confermata da David Weishampel paleontologo della John Hopkins University e consulente per il film Jurassic park. «Adoro questo paradosso. Scienziati spaziali camminano nello stesso posto in cui camminò 110 o 122 milioni di anni fa questo grande, goffo, dinosauro corazzato. È così poetico», ha commentato Stanford. Il centro della Nasa, che ospita 7mila scienziati, evidentemente troppo occupati a guardare verso il cielo per notare le impronte a terra, dovrà ora decidere come proteggere il sito. Ma per ora non vuole farne un'attrazione turistica.

Redazione Online18 agosto 2012 | 12:56

La stampante 3D che produce bistecche

Corriere della sera

Uno dei fondatori di PayPal finanzia un progetto che ha come vero obiettivo la creazione di tessuti cellulari
Dal nostro inviato  MICHELE FARINA

NEW YORK - Come la vuole la bistecca? Ben stampata, grazie. Peter Thiel, cofondatore di PayPal (sistema di pagamento online), avrebbe finanziato con 350 mila dollari (285mila euro) una start-up chiamata Modern Meadow. Obiettivo? Realizzare bistecche di maiale (la carne bianca è più facile da stampare di quella «a colori»).

Le stampanti 3-D sono da anni una realtà produttiva (l’Economist qualche mese fa ha parlato di «terza rivoluzione industriale» alle porte). Un giorno non lontano ognuno di noi si potrà fare il proprio telefonino (o un violino) in casa. Le bio-printer sono in fase sperimentazione, per esempio nel settore della medicina rigenerativa. Gli scienziati hanno stampato da un computer porzioni di pelle, di muscolo, di vasi sanguigni. Non è escluso che in futuro si possano ottenere organi complessi.


Un tessuto stampato in 3DUn tessuto stampato in 3D


Fantascienza da brivido? Fa meno impressione parlare di cibo: già i ricercatori della Cornell University sono riusciti a «stampare» dei dolcetti molto semplici (cupcakes). Realizzare carne dovrebbe essere più semplice che creare un organo. Grosso modo la printer 3D funziona «a strati»: il software del computer manda alla stampante le informazioni dell’oggetto da stampare come se lo dividesse in tante sottilissime «fette digitali». Dalle fette digitali alla fettina il passo è breve? Nella richiesta inviata da Modern Meadow al ministero dell’Agricoltura americano, scrive la rivista Time, si legge che «poiché la carne è un tessuto morto, la vascolarizzazione del prodotto finale è meno complicata che nelle applicazioni mediche».

Gli stampatori di braciole non sono degli inventori puri: puntano al mercato dei vegetariani che non mangiano carne per ragioni etiche. Il toner al posto del condimento? A parte gli scherzi: il progetto è fabbricare tessuti cellulari di maiale e farli «maturare» in muscoli grazie a stimolazione elettrica all’interno di un bioreattore. In un mondo di bistecche stampate, gli animali potrebbero dormire sonni tranquilli (e lunghi). Il gusto? Non sarà peggiore di certe suole dietetiche. Aggiungere molto limone, o vino bianco. Certo i costi, almeno all’inizio, potrebbero essere alti. Quanto paghereste per una scaloppina di lonza in 3-D?

Michele Farina
mfarina@corriere.it18 agosto 2012 | 9:47

Un leader nell'angolo e pochi fedelissimi Quello che resta di WikiLeaks

Corriere della sera

La fine del sogno di una piattaforma digitale trasparente e democratica e i nuovi cloni ispirati al progetto di Assange

In queste ore decisive per la sorte di Julian Assange, quello che resta di WikiLeaks, l'organizzazione che ha fatto tremare il mondo nel 2010 rivelando informazioni riservate sui governi, si stringe intorno al suo leader. Kristinn Hrafnsson, il cinquantenne giornalista islandese portavoce del movimento e braccio destro del rifugiato, mostra grande calma al telefono e si definisce «orgoglioso della scelta coraggiosa dell'Ecuador di respingere le pressioni di Stati Uniti e Gran Bretagna». Eppure la vicenda personale di Julian Assange, che rischia l'estradizione negli Stati Uniti e l'accusa di spionaggio, sta influenzando in maniera diretta lo staff di WikiLeaks. Il sito è ridotto oggi a dieci persone che lavorano full time al progetto.

Il blocco delle donazioni tramite i più comuni sistemi di pagamento (via carte di credito Visa o Mastercard) - che di fatto impedisce il finanziamento - ha rappresentato l'ennesimo colpo per l'organizzazione. Ma i problemi non sono solo economici: la piattaforma non ha ancora ripreso a funzionare da quando, nel 2010, l'inventore del software, conosciuto come «l'architetto», ha lasciato l'organizzazione portando con sé il sistema informatico che raccoglieva e proteggeva le informazioni. «Al momento non abbiamo una tecnologia capace di garantire la sicurezza e l'anonimato di chi denuncia - spiega Hrafnsson - e non siamo in grado di gestire il flusso di dati che comporterebbe la riattivazione».

La guerra ad Assange si è trasformata in una guerra contro WikiLeaks. D'altronde era inevitabile. Daniel Domscheit-Berg, ex collaboratore di fiducia del fondatore, puntualizza: «Il movimento è la sua creatura di cui si sente il padrone assoluto». Fu lo stesso Assange a dichiarare in un'intervista al New York Times di essere «il cuore e l'anima di questa organizzazione, il suo fondatore, filosofo, portavoce, sviluppatore, animatore e finanziatore». Ma i fedelissimi dell'attivista - insieme ad Hrafnsson, si contano il giornalista britannico Joseph Farrel e l'ex studentessa Sarah Harrison - non mollano Assange. Nulla mette in dubbio la sua onestà intellettuale: non lo fa la richiesta d'aiuto a un Paese tiepido sui diritti civili come l'Ecuador, né il rapporto di lavoro che l'attivista intrattiene con Russia Today , canale tv finanziato dal governo russo di Putin.

«La trasmissione di Julian è indipendente - puntualizza Hrafnsson - non c'è alcun controllo editoriale: allora bisognerebbe condannare chiunque lavora per Murdoch o per Berlusconi». La colpa è dei media tradizionali che «invece di concentrarsi sul progetto, sono ossessionati da Julian». Qualcuno lo accusa di fare di tutto pur di attirare l'attenzione: «Cosa dovrebbe fare? - chiarisce il portavoce -. È l'unico modo che ha per difendersi». La solidarietà dello staff scalda i supporter del movimento, uniti dalla rabbia contro la giustizia americana e dalla difesa assoluta della libertà online.

Dall'attivista digitale Jacob Appelbaum, anima del Tor Project (il software che permette la navigazione anonima online) alla star della tv australiana Phillip Adams, fino ai giovani hacker, la linea è una: Assange paga la colpa di aver svelato l'opacità del potere. I problemi però ci sono. Hrafnsson minimizza ma in parecchi - dal 2007 a oggi - hanno lasciato l'organizzazione in contrasto col fondatore. Daniel Domscheit-Berg, autore del libro Inside WikiLeaks (Marsilio), spiega: «WikiLeaks all'inizio non era un'organizzazione ma un progetto: valutavamo insieme, ognuno dal proprio pc, cosa pubblicare e perché. È stato Julian a creare una gerarchia e a porsi in cima».

Quando il sito è esploso nel novembre 2010 con la pubblicazione di 251 mila documenti diplomatici statunitensi sono cominciati i dissidi. In molti, come la parlamentare islandese Birgitta Jónsdóttir, ex supporter, hanno criticato l'attenzione eccessiva riservata agli Stati Uniti. Domscheit-Berg racconta che all'inizio: «WikiLeaks sceglieva i documenti da mettere online seguendo l'interesse dei cittadini di tutto il mondo, il progetto era "wiki" aperto, e allo stesso tempo molto selettivo». Nel 2010 tutto è cambiato: «La pubblicazione ha iniziato a seguire un'agenda politica e a farsi sempre più segreta: dichiaravamo di lottare per la trasparenza quando eravamo i primi a non promuoverla».

Atra causa di defezioni - tra cui lo scienziato del Massachusetts Institute of Technology David House e il giornalista James Ball - è stata la scarsa protezione delle fonti (la maggior parte dei documenti pubblicati riportava il nome della persona che li aveva trasmessi), che ha messo in pericolo tante vite, tra cui quella di Bradley Manning, il militare responsabile del rilascio di documenti sulla guerra in Iraq.

Domscheit-Berg spiega di aver provato ad avviare insieme ad altri membri una discussione interna su metodi e obiettivi ma la posizione di Assange è stata netta: WikiLeaks non sarebbe cambiata. «Avremmo dovuto espellere lui, o quanto meno mandarlo in vacanza per un mese - ammette l'informatico - ma abbiamo preferito lasciare: i rischi erano troppo elevati». L'attivista ha provato a ricreare l'anima di WikiLeaks altrove, fondando la piattaforma «aperta e trasparente» OpenLeaks. È stato allora, lontano dal movimento e dal suo fondatore, che il giovane ha ricominciato ad apprezzare WikiLeaks: «Ha dimostrato che si può garantire sicurezza ai "whistleblower" (informatori anonimi) per diffondere informazioni di interesse pubblico». Questo spirito è confermato dai centinaia di attivisti digitali a lavoro in questi anni - dai Balcani con BalkanLeaks fino all'italiano GlobaLeaks - su piattaforme e software per la tutela dell'anonimato e dell'informazione.

Andy Greenberg, giornalista di Forbes , per il libro sul «whistleblowing» This Machine Kills Secrets , in uscita negli Usa, ha analizzato 50 casi di siti e organizzazioni che stanno provando a replicare il metodo WikiLeaks, compresi Al Jazeera e Wall Street Journal , arrivando a una cauta conclusione: «Occorre una policy per la privacy molto rigida, un software che garantisca l'anonimato, essere pronti a finire nei guai da un momento all'altro e un leader di grande personalità». Ancora una volta, lui: Julian Assange.

Serena Danna
@serena_danna18 agosto 2012 | 9:06

La scorta di serie B di Fini: "Loro dormono in hotel, noi in questura"

Libero

Il presidente della Camera ha due gruppi di guardie del corpo. Otto agenti lo seguono sempre, altri dieci "relegati" a Grosseto
di Enrico Paoli


Cattura
Certo, svegliarsi la mattina, aprire la finestra e ricevere il buongiorno dalla laguna di Orbetello è tutt’altra cosa che tirare le tende e vedere un pezzo di città. Nello specifico Grosseto. Ma è esattamente ciò che capita agli uomini della scorta del presidente della Camera, Gianfranco Fini, nel primo caso (i nove bodyguard sono alloggiati all’hotel “I presidi” di Orbetello) e ai dieci uomini della tutela, quelli che controllano l’ingresso della villa di Ansedonia, sistemati nella foresteria della Questura di Grosseto nel secondo caso.

Perché questa disparità di trattamento? Perché albergo a tre stelle per gli angeli custodi di Fini, a 15 minuti dalla villa del presidente della Camera, e alloggiamento di servizio per i  “portieri” della residenza estiva, costretti a fare tutti i giorni un trasferimento di un’ora di macchina  per raggiungere la postazione? Sia chiaro, a scegliere le due sistemazioni logistiche, non sono stati né gli uomini della scorta, né i poliziotti impiegati per la sorveglianza esterna alla residenza estiva di Fini, ma altri. Che hanno altre responsabilità. Non era più logico, però, sistemare tutti nella foresteria della Questura di Grosseto, visto che il posto c’è? Almeno il risparmio sarebbe stato assicurato. 

Domande alle quali il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, dovrà pur dare una risposta, pur avendo già indicato qual è la strada da seguire. «Trovo molto bella questa la volontà di rivedere tutti insieme alcune posizioni: ci stiamo lavorando», ha risposto il titolare del Viminale a chi le chiedeva un commento sulla lettera in cui il presidente della Camera, auspicava una razionalizzazione dei servizi di scorta. Da che parte iniziare, magari, glielo possiamo dire anche noi.

Quando Fini snobbava la scorta: "Non mi serve, non ho paura"

Libero



 Vent'anni fa Chiambretti intervistava l'allora segretario Msi: "Quando giro per Rma voglio essere libero..."
Chi si ricorda di Il Portalettere? Era il 1991 e Piero Chiambretti. all'epoca a Raitre, si divertiva a recapitare ai protagonisti della politica italiana lettere piuttosto pepate. Il periodo era caldo: il presidente della Repubblica (ancora per poco)  Francesco Cossiga menava picconate alla Prima Repubblica ed andargli dietro erano soprattutto le forze nuove, la Lega di Umberto Bossi e il Movimento sociale di un giovane segretario, 40enne, sobrio e rampante: Gianfranco Fini. Silvio Berlusconi non aveva ancora sdoganato il partito che fu di Almirante, Fiuggi era lontana e infatti Chiambretti si avventura nella sede romana del Msi ancora parodiando saluti fascisti e mani tese.

Fini la prende sul ridere, scherza su Mussolini, sbeffeggia Bossi ("E chi è? Vuol fare il postino anche lui", lo slogan "La Lega ti frega") e poi si fa serio quando Chiambretti gli chiede della questione delle scorte. Allora come ora, la parola d'ordine era ridurre gli sprechi, le bodyguard, le auto blu. "Io quando giro per Roma voglio essere libero. Ho chiesto al ministero di non dotarmi di scorta, anche perché ritengo che gli uomini politici possano farne tranquillamente a meno".

"Ma lei non ha paura", chiede Chiambretti. E Fini, secco: "Se uno è del Msi non può avere paura, a maggior ragione se fa il segretario del Msi". Era il 1992, Fiuggi era lontana, così come Alleanza Nazionale, il Pdl, Futuro e Libertà. Fini, da segretario di partito minoritario, è diventato ministro prima e presidente della Camera poi. E di idee ne ha cambiate parecchie, comprese quelle sulle scorte. E' servito un articolo di Libero sulla sua, di scorta, con nove stanze prenotate per due mesi in un albergo a Orbetello, per fargli capire che forse le regole devono cambiare.

Dobbiamo pagare il carburante» E l'Air France fa la colletta tra i passeggeri

Corriere della sera

Il volo di mercoledì per Beirut costretto a deviare su Damasco. Ma i siriani non accettano carte di credito
Atterrare per un imprevisto a Damasco, in piena zona di guerra, è stata un’amara sorpresa per i passeggeri del volo 562 di Air France diretto mercoledì da Parigi a Beirut. Tra ansia e paura i viaggiatori sono stati costretti a mettere mano al portafoglio, raccogliendo 17 mila euro, per lasciare la Siria.

BEIRUT CHIUSA - Le cose sono andate così: in prossimità della destinazione l’equipaggio ha scoperto di non poter scendere in Libano, perché manifestanti sciiti armati avevano bloccato la strada dell'aeroporto. Nell’urgenza di trovare un altro punto di approdo il capitano dell’aereo ha fatto rotta verso la Giordania. Destinazione: Amman. Ma la meta si è rivelata troppo lontana. Il veicolo non aveva abbastanza carburante per arrivarci senza problemi. A questo punto l’unica soluzione era quella di raggiungere Damasco per fare rifornimento.

NIENTE CARTE DI CREDITO - Appena arrivato nella capitale libanese, l’equipaggio non ha potuto acquistare il carburante con la carta di credito: le sanzioni Ue al Paese bloccano le risorse e i siriani accettano soltanto contanti. Per uscire dall’empasse l’equipaggio è stato costretto a chiedere i soldi ai passeggeri che hanno fatto una colletta e raccolto il denaro necessario. Alla fine tutto si è risolto nel migliore dei modi. Il volo ha ripreso quota con due ore di ritardo e ha raggiunto Cipro, dove i passeggeri hanno passato la notte. Il giorno dopo, finalmente, la destinazione è stata raggiunta. La vicenda è accaduta mercoledì, ma soltanto venerdì sono trapelate le prime informazioni sul «contributo» chiesto ai passeggeri. Air France ha smesso di volare sulla Siria da marzo, nello stesso periodo in cui l’ambasciatore francese ha lasciato il Paese. Inoltre i rapporti tra Parigi e Damasco non sono proprio idilliaci. Al contrario, il governo francese vorrebbe le dimissioni del presidente Bashar al-Assad. La compagnia aerea non commenta l’accaduto.


Redazione Online18 agosto 2012 | 6:40

Il bagnino Antonio e le donne islamiche che si tuffano in jeans

Corriere della sera
di Annachiara Sacchi


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Dice che adesso c’è il Ramadan, «quindi è tutto più tranquillo in piscina». Dice anche che le «signore musulmane» — Antonio, capo dei bagnini del Lido, quando parla sembra un lord inglese — hanno tutto il diritto di fare il bagno, ma che i jeans (oltre a tutto il resto) sono troppo pesanti e «un tuffo può diventare pericoloso». Che fare allora? Impedire alle donne di religione islamica di bagnarsi — tra l’altro dopo aver pagato cinque euro di ingresso — o consentire che rimangano in acqua completamente vestite?

Antonio, con la sua esperienza decennale (e una grande predisposizione all’integrazione), sembra aver trovato la sua ricetta:

«Quando si buttano in quel modo, bardate all’inverosimile, noi bagnini usiamo immediatamente il fischietto e intimiamo loro di uscire».
Non è questione di igiene — «sappiamo che i loro abiti sono puliti, usati apposta per l’occasione» — ma di pericolo. «Per questo, ogni volta, spieghiamo loro di indossare pantaloni larghi di cotone leggero e magliette a maniche lunghe. In quel modo possono fare quello che vogliono». Solo sulla cuffia non si transige:
«Quella è obbligatoria».
Prove di convivenza nel «mare dei milanesi». Certo, non mancano i commenti acidi, le sfumature razziste, anche gli altri bagnanti extracomunitari, vedi cinesi o sudamericani, arricciano il naso. «Scusi bagnino, perché quella là non si mette il costume come noi?». Oppure: «E chi me lo dice che con quei jeans non è stata in giro tutto il giorno?». Antonio alza le spalle, cerca di far ragionare tutti, in fondo «si può», sorride. Ma nella città nuova (rispettando le esigenze di tutti, tenendo conto delle scarse risorse pubbliche, senza togliere spazio e opportunità a chi frequenta le vasche anche per conoscere l’uomo dei sogni), forse si potrebbe tornare a pensare a una piscina per sole donne.
Opportunità o l’ennesimo rischio-ghetto? Il dibattito è aperto.

L’inattività forzata imposta al lavoratore costa cara al datore

La Stampa


Il danno non patrimoniale si configura tutte le volte che la condotta illecita del datore abbia violato i diritti della persona del dipendente. Al giudice di merito la valutazione in concreto dei pregiudizi, fermo restando il caposaldo del divieto di svilire il lavoratore privandolo dei suoi compiti. Lo ricorda nella sentenza n. 7963/12 la Cassazione Civile.

Il lavoratore ha avuto rallentamento di carriera? Con sentenza della Corte d’Appello di Roma, un uomo è costretto a restituire alla società presso cui è dipendente un somma di denaro. È stato invero appurato – avendo la prova testimoniale dimostrato lo stato di inattività del soggetto – il demansionamento; viceversa non appare specificamente dedotto il danno per il quale, in giudizio di prima istanza, la società ha dovuto pagare la somma in via equitativa. Ad avviso del giudice di seconde cure, il mancato esercizio dell’attività professionale non configura di per sé alcun danno risarcibile: questo presuppone in concreto la prova dell’avvenuto impoverimento del patrimonio cognitivo tecnico-pratico del subordinato oppure della perdita di tangibili occasioni di promozione.

La sacralità del lavoro quotidiano. L’uomo però ricorre per cassazione con fondati motivi. In base a criteri giurisprudenziali consolidati, la Suprema Corte ricorda come – ex art. 2103 c.c. – il lavoratore abbia il diritto a non esser lasciato in condizioni di forzata inattività e senza compiti assegnati; infatti a prescindere dal guadagno: la sua attività apporta benefici economici ed è mezzo di estrinsecazione della personalità. Il datore che abbia relegato il dipendente a mansioni inferiori, per evitare addebiti di personalità, deve dimostrare che la privazione delle funzioni sia dipesa da fattori oggettivi estranei alla volontà e legati alla generale contrazione delle attività imprenditoriali (Cass. n. 17564/06). La Corte d’Appello non si è attenuta ai suddetti principi ove ha escluso categoricamente che la forzata inattività – conclamata – possa essere fonte di danno. I precedenti di «demansionamento professionale», in senso proprio, presuppongono l’adibizione del lavoratore a mansioni inferiori e, comunque, lo svolgimento di una qualche attività. Si tratta, come evidente, di una fattispecie diversa da quella presa in esame, contraddistinta da forzata inattività.

Il danno non patrimoniale è configurabile ogniqualvolta la condotta illecita del datore violi, in modo grave, i diritti della persona del subordinato, concretizzando un vulnus a interessi di rango costituzionale (artt. 32 e 37 Cost.); questi ultimi vanno appurati nel merito caso per caso, essendo impossibile una regolazione ex ante a norma di legge. Il giudice, senza duplicare il risarcimento, dovrà discriminare i meri pregiudizi (disagi o lesioni privi di gravità, quindi non risarcibili) dai danni che vanno risarciti, mediante una valutazione congrua. La Corte romana non si è neppure conformata all’indirizzo per cui, in caso di lesione di un diritto fondamentale della persona, la regola del risarcimento come totale liquidazione del danno subito impone di tener conto di un quadro completo dei pregiudizi patiti. Anche il danno esistenziale, ergo, rientra nel novero di integrale riparazione secondo la personalizzazione del danno e la relativa disamina della particolarità dell’episodio concreto.