domenica 19 agosto 2012

I miracoli dell'Islam: spariti femministe, atei e indignados

Massimo M. Veronese - Dom, 19/08/2012 - 18:30

È miracoloso scoprire che il raduno di migliaia di islamici all’Arena di Milano non ha scatenato le stesse reazioni provocate dal raduno cattolico con il Papa di maggio


È miracoloso scoprire che il raduno di migliaia di islamici all’Arena di Milano non ha scatenato le stesse reazioni provocate dal raduno cattolico con il Papa di maggio: nessuna vignetta ironica, nessuna protesta contro l’oscurantismo religioso, nessuna lamentela per il traffico, nessuna polemica sui costi, nessun presidio laico e anticlericale, nessuna bestemmia scritta sui muri, nessuna manifestazione femminista, nessuna reazione dell’Unione Atei Agnostici Razionalisti, nessuna esibizione di Soggettività Lesbica, nessun intervento del Collettivo MaleFiche, nessuna catena su facebook, nessun indignados in marcia (questo in realtà era successo in Spagna e giù botte ai Papa Boys), nessun anatema dai bloggers, nessuna interrogazione parlamentare,

nessuno che ha chiesto di dare invece i soldi ai terremotati, nessuna copertina del Vernacoliere, nessun escremento lanciato per fare spettacolo sul volto del Profeta, nessun wikileaks sulla Mecca, nessuna contestazione contro chi non ammette le coppie di fatto, l’aborto, i matrimoni omo, nessuna maglietta degli Iron Maiden, neanche un bambino di Satana, un tifoso del Diavolo, una Pussy Riot qualsiasi, un nipote di Van Gogh, un imam pedofilo, una mostra blasfema ma dall’alto e nobile valore artistico: eppure, quando si dice l’integrazione tra i popoli, le persone e i sessi, forse per la prima volta dopo duecento anni all’Arena le donne sono entrate separate dagli uomini...


Islamici in preghiera all'Arena di Milano

Che sia tornato il sacrosanto rispetto per le religione? O è la sgaggia degli eroi?

La spiaggia che non vuole bambini e buzzurri. «È un’oasi per i belli»

Corriere della sera

Il gestore dello stabilimento balneare «Punta Canna» nella località balneare veneziana: «Qui valgono le mie regole»


Cattura
CHIOGGIA (Venezia)—Ognuno decide come selezionare la propria clientela. Gianni Scarpa, gestore dei bagni «Playa Punta Canna», lo fa con due cartelli: «Zona inadeguata per bambini e buzzurri» e «Zona ad alta frequenza di gnocche e gnocchi». Mentre le giostre per bambini spuntano anche negli stabilimenti fino a pochi anni fa riservati solo al muscolo definito da ore di palestra, depilazione laser e ai bikini che più piccoli non si può, Scarpa si ritaglia la sua nicchia così, convinto che l’edonismo non vada mai in crisi. «No, chiariamoci, qui non si fa discriminazione — dice lui — è solo un avvertimento. La spiaggia non offre nulla ai bambini». A Punta Canna, dal 1986 angolo riservato alle venete in topless, si arriva attraverso un pertugio tra le ultime dune di Sottomarina verso la foce del Brenta. Una sorta di Tortuga dei bucanieri, tanto che sulla spiaggia sventola un «Jolly Roger», teschio con due sciabole incrociate sotto, come le bandiere della pirateria seicentensca.

«Qui valgono le mie regole: non fai casino, non ti droghi, non ti ubriachi, non molesti le ragazze — continua il gestore —. Qui vengono le più belle ragazze del Veneto e anche i ragazzi sono belli. Insomma qui si sta sotto la bandiera di serietà, pulizia e severità. Ho ripulito una zona in degrado, dove o ci si bucava o si fornicava tra i canneti. L’ho fatto a mazzate e pugni. E funziona, in tanti anni mai un intervento delle forze dell’ordine». Punta Canna, spiaggia di culto forse e anche soprattutto per un’atmosfera spartana: pochi servizi, poco glamour, senza il chiasso dei bambini. Niente ombrelloni, ma tende di stampo mediorientale. Musica chill-out ora forse un poco retrò. Docce col nebulizzatore. Bagni «bisex», recita un altro cartello. È fatto così il cinquantanovenne Scarpa, che sino a due anni fa «svernava» a Rio, dove aveva casa e gestiva una spiaggia. La casa, quella vera, invece è a Mirano, dove vive con la moglie padovana e la loro figlia.

«Ma non ce l’ho mica con i bambini — aggiunge— ho una figlia di 6 anni, che porto quasi sempre qui in spiaggia». Il cartello all’entrata del parcheggio è lì da quattro anni e non aveva mai destato chiasso, sino a quando ne ha parlato Fabio Canino in una striscia su Radio2, in modo tutt’altro che lusinghiero, ovviamente. «Ormai assieme alla dignità in Italia è sparita anche l’ironia, ma io non faccio marcia indietro», replica Scarpa. Vai tu a interpretare i messaggi. Ironia? Cattivo gusto? E i buzzurri? «Niente a che fare con l’abbigliamento — conclude Scarpa — o col portafoglio. Le classi sociali son morte e sepolte, ormai. I buzzurri invece sono quelli che danno fastidio a tutti, fan chiasso, si ubriacano. Ma qui io sono giudice, avvocato, e pubblico ministero: il caso lo risolvo io e stai tranquillo che non tornano più».

Enrico Bellinelli
18 agosto 2012

Niente è rotondo come il Sole

Corriere della sera

La nostra stella è la sfera naturale più perfetta conosciuta

Il Sole con il transito di Venere (il puntino nero) ripreso dalla Iss (Epa)Il Sole con il transito di Venere (il puntino nero) ripreso dalla Iss (Epa)


MILANO - Nulla in natura, almeno quella conosciuta finora, è rotondo come il Sole. La nostra stella, infatti, è la sfera naturale più perfetta conosciuta. È quanto risulta dalle ultime misurazioni effettuate dai ricercatori dell'Università delle Hawaii, grazie ai dati della sonda Solar Dynamics Observatory della Nasa, e pubblicate sull'ultimo numero di Science.

UN CAPELLO - La differenza fra il diametro misurato all'equatore e quello ai poli è di soli 10 chilometri: pochissimo se si considera che il diametro medio del Sole è di 1,4 milioni di km. Se il Sole fosse grande come un pallone di 1 metro di diametro, la differenza tra i due diametri (polare ed equatoriale) sarebbe pari a 17 millesimi di millimetro, molto meno di un capello. Essendo un corpo gassoso, gli scienziati si aspettavano che la rotazione del Sole facesse sì che presentasse un rigonfiamento all'equatore, come accade alla Terra o ancora di più a Giove, costituto essenzialmente da gas.

MECCANISMI - La scoperta potrebbe chiarire alcuni meccanismi dinamici dell'interno del Sole, i cui strati si muovono a velocità differenti; quello più esterno, in particolare, sembrerebbe ruotare a velocità inferiore a quella prevista, probabilmente a causa di turbolenze.

Redazione Online19 agosto 2012 | 17:15

Ustioni troppo gravi, morto l'uomo che si diede fuoco a Montecitorio

Corriere della sera

Non ce l'ha fatta Angelo di Carlo, di 54 anni. Era ricoverato dall'11 agosto, dopo la disperata protesta contro la precarietà


ROMA - È morto all'alba di domenica 19 Angelo di Carlo, 54 anni, originario di Roma ma da anni trasferitosi a Forlì, l'uomo che l'11 agosto scorso si era dato fuoco davanti a Montecitorio, per protestare contro il suo stato di disoccupazione, visto che da anni lottava con la precarietà. L'uomo, ricoverato da allora all'ospedale Sant'Eugenio di Roma, era rimasto ustionato sull'85% del corpo.

BOTTIGLIA E ACCENDINO - Era l'una di notte quando l'operaio arrivò in piazza Montecitorio, tirò fuori una bottiglia colma di liquido infiammabile e se lo versò addosso, poi con un accendino si diede fuoco. Avvolto dalla fiamme si lancio verso l'ingresso della Camera dei Deputati. I carabinieri, sempre presenti nella piazza, intervennero con gli estintori riuscendo a spegnere quel corpo diventato una torcia.

Angelo di Carlo (dalla pagina Facebook «Informare per resistere») Angelo di Carlo (dalla pagina Facebook «Informare per resistere»)

AL SANT'EUGENIO - L'uomo venne ricoverato in prognosi riservata al Sant'Eugenio con ustioni di secondo e terzo grado sull'85 per cento del corpo. L'operaio, vedovo, aveva grosse difficoltà economiche a causa della perdita del lavoro, ed era impegnato in un contenzioso con i tre fratelli per un'eredità. Nello zainetto che aveva con sè c'erano, due lettere, una per il figlio, a cui ha lasciato 160 euro

Redazione Roma Online19 agosto 2012 | 13:40

Il vescovo veste Armani nuovo look sull'altare

Il Mattino
di Maria Chiara Aulisio


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PANTELLERIA - Se il Diavolo veste Prada il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, veste i paramenti firmati Giorgio Armani. Ebbene sì, il grande stilista milanese ha disegnato per lui un’intera collezione degna delle migliori celebrazioni eucaristiche. La prima uscita ufficiale è in programma proprio questa mattina in occasione della Santa Messa nella nuova chiesa di Pantelleria, tra marmo bianco e bronzo a far da cornice all’angelo e all’aquila che sulle sue loro ali reggono il leggio. Un appuntamento religioso in grande stile che sarà trasmesso anche in televisione, a partire dalle 10.45, in diretta su Raiuno. Da qui, forse, la voglia del monsignore di presentarsi degnamente ai fedeli in preghiera.


Come mai Giorgio Armani veste il vescovo? Nessun mistero, è stato proprio monsignor Domenico Mogavero a chiedere al maestro dell’eleganza italiana, che tra l’altro possiede una casa sull’isola di Pantelleria, di realizzare per lui quattro paramenti nei quattro colori liturgici: bianco, rosso, verde e viola. Ma non è una novità per l’alto prelato. Il sacerdote, evidentemente appassionato di moda e tendenze, già lo scorso maggio aveva indossato la griffe Armani, stavolta in occasione dell’inaugurazione del sagrato della nuova chiesa pantesca. Un’evento al quale parteciparono decine di persone giunte sull’isola per l’occasione.

Ed eccoci al paramento liturgico fresco di stiro che il monsignore si prepara a indossare stamattina: sulla stoffa color viola sono riportati i segni della terra e del mare dell’isola nella quale lo stilista trascorre le sue vacanze da ben trentasette anni e di cui, dal 2006, è stato pure insignito della onoreficenza di cittadino onorario. Ma il vescovo «modaiolo» non sembra essere l’unico. L’aspetto estetico è infatti molto curato tra gli altari della chiesa. Anche Papa Ratzinger non è da meno come dimostrano le sue scarpe rosso fuoco disegnate da Miuccia Prada solo ed esclusivamente per lui. Senza dimenticare che qualche mese fa Benedetto XVI, in visita presso un monastero francescano, ha ricevuto in dono un completo di gran classe: due camici, una stola e una mitra. Curiosità vuole che questo regalo così glamour sia stato firmato da Guillermo Mariotto, lo stilista di Gattinoni.
 
Adesso, dunque, è la volta di Mogavero che, non senza un pizzico di snobismo, al simpatico Mariotto ha preferito lo stile di re Giorgio.


Domenica 19 Agosto 2012 - 12:14

L'emigrante di ferro che rifiutò di morire prima di rivedere casa

Cristiano Gatti - Dom, 19/08/2012 - 11:08

Quindicimila chilometri, tre continenti e tre infartyi: Giuseppe si è arreso solo dopo avere riabbracciato i fratelli


Ci sono appuntamenti che non si possono mancare. Il richiamo scatta da luoghi remoti dello spirito, al momento giusto, come una sveglia ancestrale che ci scuote e ci catapulta a destinazione.



Dopo sessant'anni d'Australia, la sveglia suona per l'emigrante siculo Giuseppe Petrolo: partito ragazzo dalla Sicilia, in un'altra vita, al traguardo degli ottanta sente che questa è l'estate giusta per tornare al paese, Frazzanò, nella zona di Sant'Agata Militello, l'indimenticato borgo avito della gioventù. Giuseppe vuole rivedere la cara sorella Maria, 88 anni, e il fratello minore Salvatore, di 73, gli ultimi parenti stretti che non vede dagli anni Novanta: vuole farlo adesso, in questa estate 2012, perché il tempo è passato in fretta e tutti e tre sono nell'inverno estremo della loro lunga esistenza. Dentro, qualcosa gli dice che rimandare ancora potrebbe trovare un posto vuoto nell'appuntamento di famiglia.Tutto è pronto da tempo, volo prenotato per il 6 agosto, quindicimila chilometri per ritrovare il punto primo, d'origine e di partenza, il vero centro di tutta una vita. Giuseppe conta i giorni e si culla nelle emozioni.

Ma nella settimana della vigilia il suo vecchio cuore, depositario dei sentimenti più segreti, gli gioca il peggiore degli scherzi. La crisi cardiaca ha tutta l'aria di smontare sul nascere il sogno del ritorno. Per una volta, Giuseppe però non è d'accordo con questo suo cuore inopportuno e recalcitrante: ci sono appuntamenti che non si possono mancare, questo con i fratelli non lo vuole mancare per nessuna ragione al mondo, fosse pure un infarto carogna. Quando i medici australiani esauriscono le prime manutenzioni d'emergenza, l'anziano paziente si assume la responsabilità di lasciare l'ospedale in anticipo e di partire comunque, contro il buonsenso e contro la prudenza, ma soprattutto contro gli agguati vigliacchi del destino.Purtroppo, la battaglia si dimostra durissima. Il cuore di Giuseppe non è meno cocciuto di Giuseppe. Durante il lungo volo verso l'Europa, sopra il Senegal, c'è un secondo infarto.

Atterraggio d'emergenza, furiosa corsa verso l'ospedale di Dakar, nuovi soccorsi in cardiologia. Tutto lascia pensare che il desiderio senile di Giuseppe debba finire proprio lì, a mezza strada tra l'Australia e la Sicilia, tra se stesso e le sue radici. Ma Giuseppe ne ha viste e ne ha sopportate troppe, nella lunga e movimentata avventura da emigrante, perché questo cuore ingrato e perfido l'abbia vinta. Anche stavolta, come in Australia, Giuseppe saluta e ringrazia per le premurose cure, ma riparte subito, benché malato, benché debole, benché sempre più in affanno.La folle corsa lo ritrova così in atterraggio a Roma, e quindi di nuovo in volo verso Catania. Al primo respiro di Sicilia, Giuseppe avverte subito di sentirsi meglio. All'aeroporto di Fontanarossa chiama il primo taxi e chiede che lo riportino finalmente a casa, sui Nebrodi, da dove era partito tanti e tanti anni fa, senza andarsene mai.

Si è ripromesso di fare la grande sopresa ai fratelli, la più sorpresa di tutte, perché mai Maria e Salvatore si aspetterebbero una carrambata di questo genere. Per prepararsi adeguatamente all'evento, Giuseppe decide di passare prima nella sua vecchia casa, che non ha mai venduto, per annusare un po' di infanzia e per darsi una rinfrescata. Sembra davvero fatta, sembra tutto superato e vinto. Ma c'è sempre quel cuore inaffidabile e imprevedibile che proprio non si rassegna: anche qui, nell'antica casa, a pochi metri e a pochi minuti dal traguardo, c'è un nuovo attacco. Il terzo, il più deciso. Giuseppe ha solo la forza di chiamare i vicini e di farsi portare dal 118 all'ospedale di Sant'Agata Militello.

A questo punto, non ha più velleità di sorpresa: sente che la sorpresa non è più possibile, i fratelli vanno avvertiti, subito, perché accorrano, perché ci sono appuntamenti che non si possono mancare, perché questo ha tutta l'aria d'essere il più importante, perché potrebbe essere l'ultimo…Raccontano in ospedale che l'abbraccio tra Giuseppe, Maria e Salvatore diventi qualcosa di toccante e di indimenticabile. L'anziano e inarrestabile emigrante corona il suo sogno, vincendo la sfida dei chilometri, dei rischi, dell'età. Stretto alla sua famiglia, nel calore della sua terra, non c'è più niente che debba chiedere al suo vecchio cuore. Sportivamente, stavolta gli lascia partita vinta, senza lottare, con un sorriso soddisfatto, perché ci sono appuntamenti che non si possono mancare e lui non l'ha mancato.

Gonfiate con le pillole per le mucche a 11 anni Le schiave del sesso in Bangladesh

Corriere della sera

Il 90 per cento delle giovani prostitute ricorre alla «cow pill», steroidi che accentuano le curve ma provocano il diabete


FARIDPUR (Bangladesh) - Fanciulle di undici-dodici anni vittime di stupri quotidiani. Ragazzine che ogni giorno si accoppiano con cinque-sei uomini diversi per qualche soldo da portare a casa, a sostegno del magro bilancio familiare. Incessante, inoltre, l'attività dei bordelli legalmente autorizzati della città di Faridpur (due ore di macchina a sud-est della capitale) dove un migliaio di prostitute è al lavoro sette giorni la settimana, senza tregua. Così come avviene nell'isola di Bani Shanta, interamente popolata dalle «sex workers», le così dette «operaie del sesso», che alleviano la solitudine di turisti, marinai, scaricatori di porto e miriadi di sfaticati di ogni genere.

A 11 anni «gonfiate» con le pillole per prostituirsi A 11 anni «gonfiate» con le pillole per prostituirsi A 11 anni «gonfiate» con le pillole per prostituirsi A 11 anni «gonfiate» con le pillole per prostituirsi A 11 anni «gonfiate» con le pillole per prostituirsi

In realtà, i dati delle statistiche sulla prostituzione - che sembra essere la maggiore «industria» del Paese - vanno continuamente aggiornati: e non dev'essere stata poca la sorpresa - anzi, lo stupore - per i forestieri di passaggio quando, tempo fa, appresero dai giornali che il flusso dell'acqua nelle fogne era stato inesorabilmente bloccato da una «barriera di preservativi». Nel primo giorno del mio non mistico pellegrinaggio busso alla porta del Ghat Brothel, casa d'appuntamenti sulla riva del Gange, che qui prende il nome di Padma. Le due signore che lo gestiscono - Rokeya, cinquant'anni, e Aleya, quaranta - sono impegnate nella lotta per la riabilitazione delle prostitute: che hanno avuto la riconferma del diritto di voto e che da ora possono uscire con le scarpe ai piedi. Sono pure riuscite a far aprire un cimitero musulmano (per seppellire degnamente le consorelle islamiche) e a ottenere che le ceneri delle donne Indù, bruciate sul rogo, vengano sparse nelle acque del fiume sacro.

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In vetta alla graduatoria dei postriboli del Bangladesh si impone quello di Daulatdia - uno dei più grandi del mondo -, forte di un esercito di 1.600 donne, che ogni giorno provvedono a spegnere gli ardori di circa tremila uomini. Il bordello ha le dimensioni e la struttura di un vero e proprio villaggio, qual è nella realtà: con tutte le casette a un solo piano schierate lungo le strade e i vicoli che l'attraversano e i negozi e le botteghe degli artigiani sempre aperti. Un'atmosfera festosa e, a volte, un po' sguaiata, da carnevale. Ma la gente sembra felice: come sono felici, in apparenza, le «sex workers» che non hanno neanche il tempo di rifarsi il trucco, visto il fiume di clienti che i rickshaw scaricano in continuazione davanti ai loro tuguri.

Il dilagare della prostituzione nel Bangladesh è senza dubbio un fenomeno che gli stessi abitanti non esitano a definire «repellente», anche se comporta una serie di vantaggi economici immediati: ma per spiegarlo occorre ricordare che dalla metà degli anni Settanta quasi il 50 per cento della popolazione - 140 milioni di abitanti - continua a vivere sotto la linea della povertà. Situazione sofferta anche dalle operaie del sesso, costrette a versare la maggior parte dei loro guadagni alla sardarnis , la padrona del bordello.

Fornitrici della manodopera locale sono per lo più le famiglie dei contadini ridotti in miseria che vendono le figlie per soli 20 mila taka (circa 245 dollari). È il caso di Eiti, 25 anni, che da 6 è ospite del Ghat Brothel, dove la madre infermiera, disoccupata e senza spiccioli nel salvadanaio, l'ha scaricata; e di Lima, 13 anni appena compiuti, che nell'Istituto ne ha già trascorsi due, ma «come una detenuta, perché questo non è un ospizio, è un carcere a tutti gli effetti, mancano solo le sbarre alla finestra».

Bisogna inoltre tener conto che l'alloggio nei «lupanari» della città - da quelli di 5 stelle al centro alle case-tende-capanne della periferia - non viene offerto gratis: e per pagare l'affitto, la luce, l'acqua, il cibo e quant'altro occorre per un'esistenza decente, le «sex workers» devono avere rapporti quotidiani con almeno quattro o cinque clienti. Insomma, «una vita da cagne», come ha scritto sgarbatamente qualcuno. Si rimane perciò sorpresi quando, varcando la soglia di un edificio di quattro piani come il Town Brothel, trovi decine e decine di ragazze accovacciate nei corridoi che mangiano e bevono allegramente e qualcuna osa perfino invitarti nella sua «cuccia» per un tè o una Coca Light. Grazie, no. Sono di fretta.

Ci sono poi anche quelle - le più sfortunate - che pur avendo lavorato tutti i giorni, per anni, non intascheranno neanche un centesimo di taka: è il destino delle Chukri , prostitute vendute dalla nonna, dalla mamma o dalla suocera, i cui miseri salari sono andati a impinguare il ventre delle sardarnis . Ma a quel punto, anche se hanno tolto loro le catene, che farsene della libertà? Andarsene?

La società non sarà mai pronta ad accettarle. Meglio aspettare qui, la morte sarà più dolce. Un altro capitolo doloroso, ancor tutto da scrivere, riguarda la presenza dei bambini in un bordello del Bangladesh, dove almeno trecento avrebbero trascorso qualche mese (se non qualche anno, i dati di cui dispongo sono incerti) della loro infanzia. «Fu un'esperienza terribile - ha raccontato una donna detenuta nel postribolo di Faridpur -. Quando arrivavano i clienti, nascondevamo i piccoli sotto il letto o li spingevamo fuori a giocare, nel corridoio, perché non vedessero».

In città c'è una scuola riservata esclusivamente ai figli delle prostitute, dove tra l'altro vengono impartite, per chi ne abbia il talento, le prime, elementari lezioni di danza classica: e quella mattina, venticinque alunni - 13 bambine e 12 maschietti - hanno deliziato le loro mamme con un balletto in costume che la diceva lunga sulla speranza di un completo riscatto, che avrebbe loro consentito di partecipare, a pieno diritto, alla serata di gala della vita. Diversamente da quanto avviene in tutte le altre parti del mondo, le donne del Bangladesh non ambiscono a mantenersi filiformi, dal momento che ai loro uomini piace la «femmina in carne», con le dovute curve e rotondità. Perciò ricorrono assiduamente all'Oradexon, un farmaco che viene dato anche alle mucche perché raggiungano il giusto peso e adeguate dimensioni fisiche e viene appunto chiamato cow pill , la pillola delle vacche.

Questa la medicina che la sardarnis di un bordello impone alle sue sei «operaie» sottoposte a una ferrea disciplina anche se si rivolge a loro affettuosamente chiamandole «figlie» e «bambine». L'effetto taumaturgico dell'Oradexon è stato più volte decantato dalle giovani prostitute, come conferma Hashi, una ragazza di 17 anni che intraprese la sua «avventura» quando ne aveva solo dieci (proprio così) e adesso lavora a tempo pieno in un bastione di Kandapara, una città labirinto a nord-est di Dacca: «Tu non lo puoi immaginare - esordisce -, ma c'è una grande differenza fra il mio aspetto attuale e quello della bambina gracile e denutrita dell'infanzia.

Ora godo di un'ottima salute e sono in grado di intrattenere e soddisfare ogni giorno un bel numero di clienti, talvolta fino a quindici». Secondo dati forniti dall'Organizzazione non governativa ActionAid, che si occupa a tempo pieno del Bangladesh, il 90 per cento delle prostitute del Paese ricorre costantemente all'Oradexon nell'arco di età fra i 15 e i 35 anni. Ma gli steroidi della pillola - ammoniscono gli esperti - comportano anche effetti negativi come il diabete, la pressione alta, gli sfoghi cutanei e il mal di testa: occorre quindi farne uso con la massima cautela.

Lo spinoso argomento non può essere tuttavia accantonato senza ricordare che, tra le sue magie, la cow pill ha pure la facoltà di invecchiare gradualmente le ragazzine di 13, 14 e 15 anni che dovrebbero aspettare i 18 per intraprendere - come stabilito dalla legge - la carriera di famiglia così tenacemente onorata da trisavole, avole, bisnonne, nonne e mamme, oltre a una schiera infinita di zie e nipoti afflitte da incredibili longevità. Nel pomeriggio le strade sono quasi deserte e le poche persone che incontri rispondono al saluto con l'accenno di un sorriso o piccoli gesti del capo e delle mani. Pochi gli uomini che invece la sera sciamano lungo i vicoli appena illuminati del villaggio-bordello, dirigendosi verso il rettangolo di luce di una porta aperta dietro la quale s'intravede una stanzuccia dove c'è posto solo per il letto. Hai l'impressione di assistere a una funzione liturgica quaresimale celebrata sottovoce.

Contrariamente a quanto avviene in Occidente, dove gli alterchi fra le prostitute di uno stesso quartiere non sono radi, qui non sembrano affiorare né rancori né sussulti di competizione professionale. E come potrebbe essere altrimenti se, per tradizione millenaria, il mestiere è passato dalle mani della madre e quelle della figlia? La conclusione è amara. Non sembra esserci alternativa alla prostituzione nelle città di Faridpur e Kandapara, la cui effimera vitalità è assicurata solo dai bordelli: e ancor meno nel postribolo sull'isola di Bani Shanta, il più incantevole dei rifugi per eremiti in cerca di pace, dove invece t'imbatti in anziane operaie del sesso a corto di clienti, povere, malate, rinsecchite come alberi nel deserto.

Se metti un taka nel palmo della loro scarna mano, non lo respingono. «Se anche riuscissi a fuggire dal Ghat Brothel - ha confidato un giorno una vecchia signora a un sacerdote che le aveva fatto visita nel bordello-prigione di Faridpur -, dove potrei andare? I miei mi hanno sempre detestato e certo non mi rivogliono indietro. Sono la pecora nera della famiglia. Noi tutte ci dobbiamo rassegnare al fatto che siamo delle schiave e come schiave dobbiamo morire».

«Il Bangladesh è un Paese povero - dichiara Aklima Begum Akhi, capo dell'Associazione operaie del sesso di Tangail - e le ragazze dei bordelli sono le più povere di tutti noi: anche perché non riusciranno mai a liberarsi dagli effetti negativi della cow pill ». Ma l'ultima immagine che riporto indietro dall'isola di Bani Shanta mi rasserena un poco. È l'apparizione di una splendida, giovane signora che corre a piedi nudi lungo l'argine come fosse una passerella, svelta e leggera e con le braccia distese come ali, e non finisce mai di correre...

Ettore Mo
19 agosto 2012

Se il «sì» in chiesa diventa una carnevalata

Nino Materi - Sab, 18/08/2012 - 09:26

Troppe cerimonie choc. Le autorità ecclesiastiche cercano di arginare il fenomeno e "scomunicano" gli eccessi sull'altare. Invano


«Scusi padre, il mio cane può fare il testimone di nozze?». «Sull'altare è permesso un abito bianco con minigonna e bustino push up?».



«Davanti alla chiesa vorremmo allestire un servizio di marriage drink (buffet con aperitivo ndr)». «Dopo la cerimonia, invece del solito riso, lanceremo dei volantini con scritto, Siete su Scherzi a parte!». «Per il momento del “sì“ si pensava a un brano dei Sex Pistols». «In chiesa abbiamo sostituito i fiori con tante statuine dei Puffi».

Sposarsi, un tempo, era una cosa seria; oggi, spesso, è una carnevalata. Colpa dell'arroganza degli sposi, certo. Ma un po' anche dell'eccessiva arrendevolezza dei sacerdoti, ormai incapaci di opporre un «no» perfino a chi ruba nel sacchetto della questua. Del resto, poverini, bisogna capirli (i sacerdoti, mica i ladri della questua): se solo si azzardano a tentare di ricondurre la cerimonia nuziale sui binari della sobrietà, ecco subito piovergli sulla testa i fulmini, non del buon Dio, ma delle famiglie dei piccioncini: «Ma lei, don, è un parroco all'antica, si modernizzi... I nostri figlioli vogliono fare qualcosa di originale, non può censurarli. Retrogrado!». E poco importa se, il più delle volte, quel «qualcosa di originale» si rivela l'apoteosi del kitsch, l'esaltazione del cattivo gusto, la glorificazione del cafonal.

Chi tenta di porre un sacrosanto argine alla deriva del matrimonially scorrect è destinato alla sconfitta. Com'è accaduto alla vigilia di Ferragosto al povero parroco di Cisternino che, per le nozze di Michele Placido, aveva tentato di impedire ad Al Bano di trasformare la chiesa in una folcloristica music hall alle cime di rape. La circolare emanata dall'Episcopato pugliese dal titolo «Celebrare il Vangelo della Famiglia nelle Chiese di Puglia», del 1994, a firma di monsignor Luigi Papa, oggi Arcivescovo emerito a Taranto, parla chiaro: «L'Ave Maria di Schubert non è un brano liturgico» in quanto ispirato a «due innamorati che convivono nel peccato…»; ragion per cui è ovvio che appaia inadeguato durante la celebrazione di un matrimonio cattolico. Ma chi se ne frega! Al Bano l'ha cantata lo stesso, tiè! Ma questa dell'Ave Maria contestata è una bazzecola rispetto alle «ordinanze» che le varie Curie locali sono state costrette a giare ai propri sacerdoti per impedire che i matrimoni in chiesa divenissero delle baracconate. E così, molte stravaganze, sono giustamente finite nel libro nero delle Diocesi.

In Veneto, ad esempio, i vescovi hanno messo al bando «abbigliamenti non in linea con la sacralità del rito matrimoniale»: decisione resa inevitabile dopo che, in una chiesa del Padovano, il futuro sposo si era presentato all'altare bardato da Hells Angels e la futura sposa era arrivata, a cosce scoperte, montando una fiammante Harley Davidson col papà sul sellino posteriore. In Umbria, l'Arcivescovado di Assisi, suggerisce - in ossequio allo spirito francescano - di evitare di presentarsi davanti alle chiesa «a bordo di lussuose fuoriserie» o di fare sfoggio di «addobbi in contrasto con la spiritualità dei luoghi di preghiera».

A volte a giocare brutti scherzi è invece la voglia di gastronomia a chilometri zero. È successo a una coppia di sposini di Santa Rosalia che ha approntato sul sagrato della cattedrale di Monreale una frugale tavolata a base di pasta c'anciova, panelle e caponata di melanzana; inevitabile l'intervento della Curia siciliana: «È fatto divieto di cucinare e consumare cibi nel raggio di 50 metri dalla chiesa ove abbia avuto luogo la funzione». E che dire poi di quelli che davanti alla chiesa ci arrivano in carrozza?

A Roma, patria delle «botticelle», la tradizione è stata stroncata dalle autorità ecclesiastiche dopo aver verificato uno sgradevole effetto collaterale: i sagrati romanticamente inzaccherati dalla pupù dei cavalli. «Irricevibile» dalla Conferenza episcopale italiana (e quindi da tutti i vescovi) è considerata la richiesta di «coinvolgere gli animali durante la celebrazione del rito matrimoniale». Sembra un'ovvietà, eppure la «regola» si è resa necessaria dopo che tante coppie pretendevano di salire sull'altare in compagnia di cani, gatti, maialini, pappagalli, caprette e via zoofiliando. A conferma, forse, che il matrimonio può rivelarsi un'esperienza davvero bestiale.

Pakistan, arrestata per blasfemia una bimba cristiana di 11 anni con la sindrome di Down

Corriere della sera

Avrebbe bruciato le pagine del Corano. La polizia «costretta» a fermarla dopo le proteste degli estremisti islamici


L'hanno accusata di aver bruciato alcune pagine del Noorani Qaida, manuale per imparare a leggere il Corano. E così, con l'accusa di blasfemia, una bambina cristiana pakistana di undici anni con la sindrome di Down è stata arrestata venerdì vicino nel villaggio di a Mehrabadi, alle porte della capitale Islamabad. La polizia ha confermato la vicenda precisando che la piccola è stata trasferita in un riformatorio in attesa di essere presentata ad un giudice che dovrà decidere la sua sorte.

PROTESTE PER FARLA ARRESTARE - Secondo la ricostruzione offerta da un quotidiano, alla vigilia del 27/0 giorno del Ramadan, il mese di digiuno dei musulmani, la piccola sarebbe stata vista bruciare una decina di pagine del libro, gettate poi in un secchio della spazzatura. In un primo momento la polizia si era rifiutata di accogliere la denuncia di blasfemia contro la bambina, dato il suo visibile handicap, ma dopo che molte persone hanno bloccato per ore la statale del Kashmir e circondato il commissariato, lo ha fatto giovedì scorso.

CRISTIANI MINACCIATI- L'accusa di blasfemia è stata seccamente smentita dalla ong «Christians in Pakistan» che sul suo sito internet ha chiaramente scritto che si tratta di accuse false su una bambina che ha la sindrome di Down. Secondo l'associazione, in quella zona del Pakistan i cristiani sono «minacciati dagli estremisti» islamici.

VOLEVANO BRUCIARE IL VILLAGGIO - Gli estremisti, dopo essere riusciti a fare arrestare la che, dopo l'arresto della piccola, volevano anche bruciare il suo villaggio. Trecento persone, sempre secondo l'ong, sono state costrette a scappare per le minacce ricevute. L'Alleanza per tutte le minoranze in Pakistan (Apma) sta dando assistenza a queste persone che hanno dovuto lasciare le loro case.

INCHIESTA -La stampa pakistana sostiene che nella vicenda è intervenuto il Consigliere del primo ministro per l'Armonia nazionale, Paul Bhatti che ha disposto una assistenza legale per la bimba e chiesto una inchiesta su eventuali indebite pressioni esercitate sulla polizia. Bhatti ha contattato i leader religiosi locali chiedendogli di riportare la situazione sotto controllo.

LEGGE SULLA BLASFEMIA - Gli attivisti per i diritti umani hanno chiesto urgentemente al governo pakistano di riformare o ritirare del tutto la controversa legge sulla blasfemia, usata spesso in maniera strumentale solo per perseguitare le minoranze come quella cristiana. E proprio il fratello del ministro Paul Bhatti, Shahbaz (allora ministro per le minoranze) venne ucciso lo scorso anno dagli estremisti a Islamabad perchè favorevole a riformare la legge sulla blasfemia. Norma che prevede l'ergastolo e addirittura la pena di morte per chi è giudicato colpevole di aver offeso o insultato il Corano o il Profeta Maometto.

Carlotta De Leo19 agosto 2012 | 9:43

Il trionfo degli indios: "Così abbiamo fermato la diga in Amazzonia

La Stampa

Un tribunale blocca il super-progetto del governo. La tribù esulta: "Non vogliamo il nostro progresso"

Emiliano Guanella
Bello Monte (para', brasile)

Gli indios della tribù degli Arara di Volta Grande hanno saputo subito la notizia in cui pochi speravano, ma che per loro è solo una tappa nel percorso di una battaglia che durerà per molto tempo ancora. Il Tribunale Superiore dello stato brasiliano del Parà ha disposto l’immediata sospensione dei lavori della grande diga di Belo Monte, il gigantesco cantiere dove si sta costruendo quella che sarà, una volta terminata, la terza centrale idroelettrica più grande al mondo. Un’opera faraonica nel mezzo dell’Amazzonia, il progetto più importante sostenuto dal governo della presidente Dilma Roussef, che lo considera assolutamente necessario per assicurare lo sviluppo energetico del Brasile, ma che per gli indios e gli ambientalisti è uno scempio alla grande foresta.

Cattura«Rio Xingu è la nostra vita»
È una lotta impari, quella di Belo Monte, ma a volte anche in questo sperduto e semi-incontaminato angolo del Sud America Davide può battere Golia, almeno in un round. Una storia che si sviluppa sul Rio Xingu, uno dei grandi fiumi che attraversano la foresta, che nasce nello stato di Mato Grosso e confluisce poi nelle acque del Rio delle Amazzoni. Una meraviglia della natura, che si snoda tra i villaggi delle tribù che oggi lottano perché tutto rimanga così com’è, senza la mano pesante dell’uomo bianco. Jossinei Arara è il vicecapo del villaggio, prima di parlare si dipinge il volto con la pittura naturale rossa, quella delle grandi occasioni, ma anche delle battaglie per difendere il loro territorio. «Vogliono deviare il fiume, cambiare il corso della natura, qui rimarrà poco o nulla. Lo Xingu, per noi, è tutto. Dal fiume peschiamo, ci bagniamo, lo usiamo come unica via di comunicazione perché dietro di noi c’è foresta fitta, non possiamo avanzare. L’acqua è la nostra vita, se il fiume rimane in secca a causa della centrale noi rimarremo isolati per diversi mesi all’anno. Abbiamo cercato diverse volte di riunirci con la presidente Dilma, siamo andati a Brasilia per incontrarla, ma non ci ha mai ricevuto».

Rituali antichi e paraboliche
Jossinei mi mostra il bastone, l’arma che gli indios non vogliono essere costretti ad usare, ma che si portano appresso sempre, perché sanno che sarà difficile negoziare con i sostenitori della centrale. Non sono tribù isolate, ma uomini e donne che scelgono, nei limiti del possibile, di vivere seguendo le tradizioni dei loro predecessori. Nelle loro capanne ci sono gli schermi ultrapiatti e le antenne paraboliche, alle sei di sera viene acceso il generatore, la corrente elettrica si spegne alle dieci, subito dopo la telenovela. Ogni villaggio ha a disposizione una voadeira, l’imbarcazione leggera con cui si naviga il fiume, sono tre ore e mezzo per andare ad Altamira, la città più vicina. Moltissime associazioni di ambientalisti li sostengono nella loro lotta.

Lo stesso Jossinei è stato con James Cameron, il regista di «Avatar», che è rimasto dieci giorni nella zona per dare il suo appoggio alla battaglia contro Belo Monte. Nel mese di giugno gli indios hanno occupato il cantiere per tre settimane; se ne sono andati solo dopo aver ottenuto la promessa di un nuovo round di negoziati sulle conseguenze provocate dalla diga, ma il dialogo non è mai iniziato. La giustizia federale, che pure aveva bocciato precedentemente una quindicina di ricorsi contro Belo Monte, ha ora ammesso che l’iter con cui è stata concessa la prima licenza per avviare i lavori è stato caratterizzato da gravi vizi di forma e di metodo. Non sono stati consultati gli abitanti della regione, il Parlamento, che avrebbe dovuto esaminare a fondo ogni dettaglio, ha approvato il tutto all’unisono e in fretta con un comportamento «degno di un Paese dittatoriale e non di una democrazia».

I dubbi degli ambientalisti
Il governo brasiliano si è trovato, in un certo senso, spiazzato e ha annunciato ricorso. Seppur partito come progetto privato, Belo Monte è diventato poi un’iniziativa prettamente pubblica finanziata con soldi del Bndes, la banca brasiliana per gli investimenti statali. Tra fondi, prestiti e obbligazioni si superano i 30 miliardi di reals, oltre 12 miliardi di euro, la cifra più alta fra quelle stanziate nell’ambito del progetto di crescita accelerata (Pac) approvato dal governo in vista dei due grandi eventi sportivi dei prossimi anni, i Mondiali del 2014 e le Olimpiadi del 2016. Sviluppo economico, crescita demografica, potenziamento dell’industria; questi i fattori che spiegano la necessità di produrre maggiore energia. Belo Monte avrà una capacità di 11.300 megawatt all’anno, da sola potrebbe soddisfare il 30% del consumo domestico brasiliano.

«L’energia idroelettrica è pulita e rinnovabile – spiega Mauricio Tomalsquinn, ex ministro dell’Energia e oggi consulente del governo – non c’è nessuna ragione per non impiegarla. Fra tutte le centrali esistenti e quelle progettate occupiamo solo l’un per cento dell’intera Amazzonia e abbiamo assicurato che non verrà allagata nessuna riserva indigena. Se ci pensate, è molto meglio questa opzione che ricorrere al nucleare o al carbone». Gli ambientalisti non ci credono e gettano sul tavolo della discussione dei dati concreti. Per ragioni idrologiche il bacino dello Xingu sarà sfruttato completamente dalla megacentrale solo per un periodo compreso fra quattro e sei mesi all’anno. In pratica Belo Monte userà solo il 35-40% del suo potenziale. Il timore è che si voglia costruire nei prossimi anni altre centrali e prese sul fiume per creare un gigantesco bacino idroelettrico, stravolgendo totalmente la biodiversità della zona. «Quando Belo Monte entrerà in funzionamento - spiega Marcelo Salazar, dell’Isa, l’Istituto Socio Ambientale di Altamira - ci diranno che tanto vale usarlo a pieno ritmo e con questa scusa continueranno a costruire».

Una campagna internazionale
Il dibattito si è allargato a tutta la società brasiliana. Qualche mese fa un gruppo di popolarissimi attori della Tv Globo ha girato un video contro la costruzione di Belo Monte. Nel giro di una settimana la loro campagna, chiamata Gota d’Agua (Goccia d’Acqua), ha raccolto un milione di firme. Subito dopo è comparso in rete un altro video preparato da studenti di ingegneria di diverse università brasiliane, smontando dal punto di vista tecnico uno a uno gli argomenti illustrati dagli attori. Per Dilma Roussef il progetto s’ha da fare, senza se e senza ma. È stata lei, quando era ministra d’Energia a portarlo sul tavolo del suo predecessore alla presidenza del Brasile, Lula da Silva, ora lo difende a spada tratta.

Per l’esecutivo si tratta di un’opera sostenibile sia dal punto di vista ambientale che per quanto riguarda il rispetto dei popoli originari che abitano l’Amazzonia. Una convinzione che non si ferma davanti alla campagna internazionale, nella quale oltre a Cameron si sono schierati anche Arnold Schwarzenegger, Sigourney Weaver e in passato anche il cantante britannico Sting, né tantomeno a quella locale. Brasilia ha già annunciato che farà ricorso contro l’ultima decisione dei giudici federali, ma nel frattempo le ruspe devono rimanere ferme, pena una multa di mezzo milione di reais al giorno (poco più di duecentomila euro) per il consorzio costruttore.

«Da 500 anni ci tolgono tutto»
Tutto, quindi, può ancora succedere. Ogni sera, davanti ai tramonti strepitosi dello Xingu, Osimar, leader della tribù degli Xuruna, promette che non abbasserà la guardia. «È da cinquecento anni che ci portano via le nostre ricchezze naturali. Prima erano gli stranieri, adesso è lo Stato, ma per noi è esattamente la stessa cosa: vengono da fuori e vogliono cambiare i nostri modi di vita, nonostante siamo protetti dalla legge e dalla Costituzione. Non mi fido delle loro promesse, chi mi assicura che il fiume non cambierà, che i nostri figli potranno continuare a giocare e bere l’acqua dolce dello Xingu? Noi non abbiamo chiesto questo tipo di progresso, non siamo disposti ad accettarlo».

Fisco, ecco il supercomputer che scopre redditi e patrimoni

Il Messaggero
di Umberto Mancini
ROMA

BAZOOKA, arma letale, grande fratello. Lo hanno chiamato in molti modi. Ma Serpico, che sta per Servizio per i contribuenti e che si richiama idealmente al super poliziotto interpretato da Al Pacino, è di certo il nome più appropriato. È lui, il maxi cervellone da un milione di miliardi di byte, l’incubo degli evasori fiscali. Lo strumento finale per mettere ko i furbi. E lo sarà ancora di più quando dopo l’estate, a settembre, avrà a completa disposizione tutti i conti correnti bancari. Di fatto Serpico sta già catalogando l’Italia di chi non paga le tasse. Con strumenti sofisticati di estrazione dei dati sensibili. Per scoprire chi muove milioni magari senza dichiarare un centesimo.

CatturaA farlo è una immensa batteria di computer che ronza 24 ore su 24. Con l’obiettivo di utilizzare le 24.200 informazioni al secondo che transitano dai server per stanare gli italiani che ogni anno sottraggono all'erario qualcosa come 120 miliardi. Dal super computer il premier Monti, che ha rafforzato il potente strumento, si aspetta molto. Lo scopo dichiarato è dare una spallata mortale a chi viola le regole. Per far vincere un Paese «in guerra» contro chi non compie il proprio dovere di contribuente.


Ma come funzionerà a regime l'acchiappa-evasori quando avrà a disposizione il nuovo arsenale di dati da banche e finanziarie? Siamo andati a vedere. Il cuore di Serpico batte sulla Cristoforo Colombo, a Roma, i suoi muscoli in una blindatissima sede della Sogei. Un semplice clic è parte la sfida. Sullo schermo azzurrino con il logo delle Agenzie delle Entrate due caselle da riempire: codice fiscale o partita Iva. Basta digitare uno dei due valori e parte la caccia. Un altro clic e la ricerca si raffina. Prima appaiono in sequenza le ultime dichiarazioni dei redditi. Poi si va avanti, magari per capire come sia possibile che un lavoratore dipendente dichiari solo 2 mila euro l’anno, ma che, contemporaneamente, possegga due autocarri e magari 10 case. Un altra pressione sul tasto del computer e tutte le banche dati collegate online (dal catasto al demanio, dalla motorizzazione all’Inps, dall’Inail, alle dogane ai registri) riversano le informazioni richieste. Sullo schermo del pc appaiono subito le auto intestate, le case, i terreni, aerei e barche, polizze assicurative. La «fotografia» di quanto si possiede.

Non basta. Premendo lo stesso tasto ecco la nuova videata con le utenze (luce, gas, acqua), le spese voluttuarie più alte e significative, in pratica, tutte le operazioni per cui ci è stato richiesto il codice fiscale. Persino le iscrizioni in palestra, al circolo sportivo o alla scuola d’inglese. L’ultima schermata, quella risolutiva, completa il quadro in ogni minimo dettaglio. Serpico una volta fotografati i redditi dalla dichiarazione e i beni immobiliari, scandaglierà i soldi che abbiamo in banca, i movimenti dei nostri conti correnti, tutte le operazioni sopra i mille euro. Dallo shopping del giorno prima con la carta di credito agli investimenti effettuati, ai depositi.

Con le banche e gli intermediari finanziari, circa 12 mila operatori, obbligati a mandare una nota periodica per segnalare saldi e movimenti. Accedere a questi risultati adesso è già possibile, ma su impulso dell’amministrazione finanziaria. Tra poco, basterà una mail, sempre dell’Agenzia delle Entrate, per scovare chi bara con il conto in banca. Saranno solo cinque super funzionari a poter accedere ai dati, di fatto già immagazzinati automaticamente da Serpico.

Nessun istituto di credito si potrà opporre. E anche le società di leasing o di noleggio, spesso utilizzate come schermo per il Fisco, saranno collegate a Serpico.


I controlli ovviamente, quando scatteranno, saranno particolarmente efficaci e rapidi. In quanto l’identikit dell’evasore avrà già un nome e un cognome. Basterà infatti fotografare i saldi del conto corrente, i movimenti, e confrontarli con il reddito dichiarato, le auto o le case possedute. Insomma, il grado di precisione sarà estremo, gli interventi chirurgici. Tant’è che in molti si attendono un risultato record nella lotta all’evasione. Con un incremento del 15-20% rispetto all’anno passato. Che significherebbe recuperare circa 15 miliardi o forse anche di più.
 
Ovviamente l'Agenzia delle Entrate imposta gli algoritmi applicativi per concentrare la ricerca sulle categorie più a rischio, non certo sui lavoratori dipendenti. Quelle, per essere chiari, con la spia rossa che segnala la disponibilità di beni sproporzionati rispetto al reddito percepito e dichiarato. Insomma, chi possiede una Ferrari e piange miseria non avrà vie di fuga.

Così come si dichiara nullatenente, ma manda i figli alla scuola di lusso o fa super vacanze all’estero. Il lavoro sporco, l’incrocio di migliaia di dati, lo fanno i server collegati alle banche dati. E quando individuano il sospetto mandano in automatico un "alert" informatico alla direzione dell'Agenzia delle entrate e alla sede provinciale del caso individuato. Da qui al recupero delle somme non pagate il passo è breve. Difficile infatti opporsi di fronte all’evidenza, alla caduta del segreto bancario, all’evidenza dei dati. Nessuno, è ben sottolinearlo, andrà a ficcare il naso nelle tasche dei contribuenti fedeli, perché le analisi di rischio di Serpico sono e saranno impostate proprio per selezionare solo i presunti colpevoli a basso tasso d'errore. Una platea che, almeno nelle intenzioni, non avrà più scampo.


Con Serpico il lavoro dei 15 mila ispettori delle Entrate e della Finanza, che nei primi cinque mesi hanno scoperto 1781 evasori totali, sarà molto più semplice, mirato ed efficace. E la guerra, come la chiama Monti, potrà dirsi vinta.


Domenica 19 Agosto 2012 - 08:39

Cartomanti e filtri d'amore, eBay dice basta

La Stampa

Dal 30 agosto il colosso delle aste online vieterà la vendita dei "beni intangibili"
FRANCESCO MOSCATELLI


Cattura
Prima di stupirsi per la notizia – dal prossimo 30 agosto eBay, il più famoso portale di aste online, vieterà la vendita di tutto ciò che ha a che fare con magie, sortilegi, pozioni magiche e filtri d’amore – val la pena farsi un giro fra gli annunci: nel mercato virtuale il paranormale abbonda. Digitare per credere. Tarocchi: 1319 risultati. Amuleto o amuleti: 619. Talismano o talismani: 632.

Cartomanzia: 156. E se si passa dal sito italiano a quello internazionale i numeri sono decisamente più impressionanti. Come per qualunque altra merce si paga con PayPal o direttamente tramite bonifico bancario. «Sguardoesoterik», una cartomante italiana in trasferta in Germania, offre le sue consulenze per 15 euro: «Hai problemi di amore? Vuoi sapere se lui lascerà l’altra? O se troverai un lavoro migliore? O se troverai una casa nuova in breve tempo? O le tue finanze? O se hai delle difficoltà paranormali (sigh)?...Io sono qui per te…Chiamo al telefono fisso italiano per un massimo di 30 minuti». Per avere un «consulto completo di cartomanzia tramite posta elettronica» bastano appena 5 euro: «Dopo l’acquisto - precisa un certo Niki - inviami un messaggio con le domande che vuoi farmi (senza limite, puoi farmi tutte le domande che vuoi)».

La categoria oggetti magici è altrettanto variegata. Per 13,90 euro, ad esempio, è possibile acquistare due «rari amuleti tibetani in osso di Yak» indicati per «sterminare tutti quei ritardi causati da forze negative incontrollabili». Costa 68 euro, invece, la trilogia di medaglie della «vita serena». Ecco l’annuncio: «Portate con sé o poste in un luogo di meditazione quotidiano, vi restituiranno le forze spirituali perdute rinnovando ogni tipo di attività». Segue una nota oscura ma decisamente più materialista: «Il loro argento deve restare immune da pulizie o bagni».
 
Ma perché eBay ha deciso di impedire le aste degli articoli «il cui valore è costituito da un fattore intangibile»? La posizione ufficiale del colosso dell’e-commerce è che le transazioni che riguardano questi articoli sono difficili da verificare. «Finalmente – esulta Giovanni D’Agata, fondatore dell’associazione di consumatori “Sportello dei diritti” -. Sfidiamo chiunque a dimostrare che non si tratti di vere e proprie truffe spesso perpetrate a carico di persone bisognose, ingenue o labili psicologicamente».

Sibille e cartomanti, però, non ci stanno e hanno già aperto una raccolta firme sul sito «Go petition», con tanto di indirizzo mail dell’amministratore delegato di eBay a cui far pervenire i propri reclami: «Ci sono molte persone che lavorano duramente ogni giorno, e innumerevoli persone che dipendono dai nostri servizi!». Rimane da capire come sarà possibile distinguere un amuleto magico da un semplice monile. «La vendita di articoli che hanno un proprio valore tangibile e possono essere usati in riti e pratiche metafisiche (come gioielli, cristalli, incensi, candele e libri) sarà comunque permessa in molti casi - spiega la portavoce di eBay Johnna Hoff - .

Essendo articoli di natura tangibile, essi sono protetti dalla garanzia eBay, che interviene nel caso in cui i prodotti non arrivino a destinazione o non corrispondano alla descrizione». La candelina a forma di ex fidanzata, insomma, in vendita nella sezione «Vodoo» in versione bionda o mora («Indicare nelle note il colore dei capelli, altrimenti verrà inviato uno tra i due disponibili»), sarà disponibile anche in autunno inoltrato. A soli 19 euro e 90 centesimi.

Da Gheddaffi ai Puffi Il paese rinato grazie agli omini blu

La Stampa

Il Colonnello voleva trasformare Jùzcar, in Anadalusia, in un'oasi per straricchi. Ora è un gigantesco cartoon

gian antonio orighi
madrid

Cattura
Júzcar, incastonato nelle montagne della bellissima Serrania de Ronda, 140 km ad Est di Malaga, continua a fare il pieno di turisti. Ben 183 mila visitatori dal giugno 2011. Un record da Guinness per una località di appena 250 anime, sconosciuta fino ad un anno fa, quando è diventato il «Primo paese al mondo del Puffi». E che, in onore ai simpatici folletti ideati dal compianto cartoonist belga Pierre Culliford, detto Peyo, è stato affrescato completamente di azzurro. Prima però i Pitufos (Puffi in spagnolo, Smurfs in inglese) hanno dovuto sconfiggere il loro mortale nemico, lo stregone Gargamella, che nella fattispecie era nientemeno che Gheddafi. «Benvenuti a Júzgar, il paese dei Puffi», dice un maxi-cartellone del Comune appena il visitatore entra in una località che si intravede nettamente da lontano per il colore delle sue case, che ha rivoluzionato il caratteristico (e rinfrescante) bianco calce delle case andaluse. Incredibile ma vero, è tutto azzurro, compresi il comune, il cimitero, l’unico hotel (il cui padrone ha i capelli ossigenati d’indaco), i bar, la chiesa di Santa Catalina (XVI secolo), persino il magnifico mantello della Virgen de Moclón, la Madonna locale. Le nozze si celebrano, inutile dirlo, in «stile Pitufo».

Tutto è nato l’anno scorso. In una terra piena di boschi di castagni e di pini, gettonatissima dai briganti ottocenteschi, che produce espadrillas, deliziosi funghi (dove abitano gli Smurfs) e sforna uno squisito coniglio all’aglietto, l’ex raiss libico si era comprato, nel 2005, un terzo di Júzcar. Esattamente 1.400 ettari. Attraverso un escamotage, usando prima l’impresa Unión Resinera Española, che poi ha venduto i terreni alla Libyan Foreign Bank. Quindi, nel 2007, dopo aver acquisito altri 3.800 ettari limitrofi, il rappresentante della banca statale di Tripoli ha chiesto di urbanizzare i terreni. Il progetto del Gargamella libico era trasformare questa area paradisiaca in un’oasi per straricchi con un campo di golf, un hotel e resorts con 1.915 ville.

Erano i tempi in cui il dittatore nord-africano visitava, con il figlio prediletto Seif el Islam, la Mecca araba del Mediterraneo, Marbella. Il governo andaluso, con il 34% di tasso di disoccupazione, ci stava riflettendo. Nel marzo dell’anno scorso, dopo le sanzioni Onu e la Ue contro il Colonnello che ordinavano il congelamento dei suoi beni e proprietà, il governo socialista dell’ex premier Zapatero ha bloccato (a malincuore) tutti i progetti urbanistici. Una mazzata bestiale per la poverissima Júzcar. Ma poco dopo il sindaco, il socialista David Fernández, riceve una telefonata dai manager di Sony Pictures:

«È disposto a cambiare il colore del suo paese entro il 22 agosto per promozionare il film I Puffi in 3 D?». «Subito ho pensato ad uno scherzo, ma poi, fatte le verifiche, ho accettato, sottoponendo però la proposta cromatica a referendum», ricorda il primo cittadino, che è stato rieletto con maggioranza assoluta nel novembre scorso. Gli abitanti fanno di necessità virtù e approvano la bizzarra richiesta. Tutti meno uno, il pensionato Bartolomé, ormai ribattezzato Gargamella (anche perché ha un gatto come il mago che si vuole mangiare i Puffi).

Come per magia, 9 mila chili di vernice blu hanno trasformato la località in 3 settimane, dando lavoro alla metà dei disoccupati. E gli abitanti, fiutato il business, non hanno risparmiato sforzi. Una Puffetta ti accoglie appena entri. Spuntano Smurfs da tutti i balconi. Ogni sabato e domenica, affollatissimo, c’è il «MercaPitufo», un mercato nella piazza principale dove insieme ai prodotti tipici locali si offrono ai bimbi attività ludiche sulle avventure dei folletti di Peyo. Puffamente corretto, il sindaco ha rifatto un referendum a dicembre per chiedere ai suoi concittadini se volevano rimanere azzurri o tornare al tradizionale bianco. Risposta scontata: 149 sì, 36 no, 4 nulli, 4 in bianco. E mentre la Smurfmania dilaga, Fernández ha superato se stesso bandendo un concorso che più surrealista non si può: la «Borsa di lavoro Pitufo» per trovare disoccupati che aiutino per il boom del Mercato dei Puffi.

Sono musulmana e non porto il velo Ma non mischiate religione e violenza

Corriere della sera
di Rania Ibrahim

Velo o non velo? Sarà questo il problema della Umma musulmana? Credo proprio di no. Come al solito la strumentalizzazione avviene sempre sulla pelle e sulla dignità delle donne, da sempre in tutti i secoli e in tutte le religioni e civiltà.



Cattura“Rania, a te manca solo il velo e saresti una musulmana completa”.
Questo è quello che mi dicono molte amiche, per di più integrate e occidentalissime nuove italiane, nate e cresciute sempre ininterrottamente in Italia. Un po’ meno le coetanee del mio Paese d’origine. Il velo è divenuto negli ultimi decenni uno “strumento” di appartenenza palesemente sfoggiato da una comunità. Almeno, io lo interpreto così. Se di quella comunità vuoi fare parte, se vuoi essere accettata, devi sottostare a queste “piccolezze” . Per quanto mi riguarda il velo sta all’Islam quanto il crocifisso sta a una cristiana.

Non è certo indossando un crocifisso al collo che si diventa buoni cristiani, fedeli impeccabili. Io prego, digiuno durante il Ramadan, faccio le mie zakat, beneficenza, mi occupo dei bisognosi e sono sempre disponibile quando gli amici lo chiedono. Purtroppo per molti questo non basta, per completare l’opera, dovrei indossare qualche centimetro di stoffa in testa. Coprirmi di più.
Eppure sono cresciuta in una Italia dove le donne appena arrivate non indossavano chador, hijab o niqab, erano semplicemente donne, arabe, musulmane e basta, non dovevano dimostrarlo, lo erano. E molte di queste donne erano le mamme di quelle stesse ragazze che sono nate e cresciute nelle scuole italiane e che oggi mi invitano ad indossarlo. Il velo. Ogni donna è libera di indossarlo, nessuna imposizione, nel Corano non c’è scritto da nessuna parte “niqab” o “chador”.

Ammetto che nella mia vita non mi è mai capitato di incontrare una donna costretta al velo. Allo stesso tempo non posso negare che vi siano uomini che impongono questa scelta alle proprie mogli e figlie: purtroppo i casi riportati dalle cronache dimostrano come queste realtà siano spesso borderline e degradanti per le donne al di là della questione del solo velo/non velo. E’ doveroso che tutta la comunità islamica condanni sempre e in ogni caso queste manifestazioni di violenza. Così come è doveroso sottolineare che la religione non c’entra. Si tratta di violenza, nuda e cruda, intollerabile.

La violenza non ha connotati, non corrisponde a una specifica latitudine geografica, non appartiene ad una comunità particolare, MAI. La violenza sulle donne purtroppo è universale, trasversale, infima, e le conseguenze per le donne sono ferite che si porteranno tutta la vita sulla pelle e nell’anima. Non so se un giorno mi metterò il velo, non nego di averci pensato, anzi: di pensarci spesso. Ma se lo farò non sarà certo per sentirmi completa: una musulmana completa. Non me la sento ancora. O forse non lo indosserò mai, non credo cambierà il mio amore, non credo renderà più forte la mia fede nell’Islam.

Da piccola, nei miei primi viaggi a Il Cairo, il velo non era mai stato tanto diffuso né per strada né tantomeno tra le donne della mia famiglia: mia nonna non è mai stata velata, solo un leggero velo trasparente, le mie zie, cugine, amiche, parenti, vicine di casa non lo indossavano. E neppure si vedeva nei film o in televisione. Eppure la mia amata nonna era una donna meravigliosa che pregava e che era stata alla Mecca più di 6 volte nella sua vita. Durante gli ultimi viaggi, invece, mi sono accorta che la situazione stava cambiando, troppi veli e solo veli.

Sul fatto di cronaca che ha fatto discutere negli ultimi giorni, vorrei stendere – come si dice in italiano – “un velo pietoso” e confido nella certezza della pena per quest’uomo. E per chiunque, come lui, dovesse cercare in futuro di utilizzare la religione quale capro espiatorio per giustificare e sopperire alla propria impotenza e frustrazione di persona fallita.

Davvero è tempo di togliersi il velo, ma quello dell’ipocrisia: è tempo di sentirsi bene con se stessi senza bisogno di accessori o status simbol.

credit photo REUTERS/Steve Crisp