lunedì 20 agosto 2012

Baccalà, ostriche e insalatone: la corretta alimentazione per dimenticarsi del viagra

Corriere della sera

Frutta e verdura meglio della carne rossa per salvaguardare potenza e fertilità. No al peperoncino e superalcolici

Le ostriche possono aiutare ad evitare le pillole dell'amoreLe ostriche possono aiutare ad evitare le pillole dell'amore


Esiste una cultura alimentare del buon sesso, valida anche per le donne. E che negli uomini, se adottata regolarmente, evita il dover ricorrere alle pillole dell’amore. Corretta prevenzione per salvaguardare negli anni potenza e fertilità. E anche la prostata ne trae vantaggi.

ALIMENTI VIETATI E CONSIGLIATI - Prima regola, sfatando un’errata «vox populi», niente cibi piccanti né alcolici. Mentre i cibi sì, forse sorprenderà qualcuno, sono merluzzo e baccalà. Un baccalà alla vicentina agisce quasi come il viagra, ma è molto più buono, mentre il peperoncino abbinato ad un superalcolico potrebbe essere causa di defaillance imbarazzanti: o nulla o troppa velocità (eiaculatio precox).

FRUTTA E VERDURA - Seconda regola: frutta e verdura molto meglio della carne rossa o della selvaggina ricca in testosterone (ormone maschile sì, ma più efficace se prodotto dall’organismo). Ecco allora che, per evitare di andare «in bianco» o di «perdere potenza» nel tempo, è consigliabile adottare una serie di stratagemmi alimentari. A tutto vantaggio anche della longevità perché, secondo una ricerca di Harvard, chi ha un’attività sessuale regolare vive in media due anni e mezzo in più. Fabrizio Iacono, urologo dell’università «Federico II» di Napoli, si presta a stilare una sorta di menu utile ad una vita di coppia più passionale. Si potrebbe chiamare «a tavola con Adamo». Che cosa consigliargli per evitare brutte figure con Eva? «Di mangiare cibi che contengano un buon quantitativo di sali minerali e vitamine, come le macedonie di frutta e le insalatone.

L'AIUTO DEI FRUTTI DI MARE - Tra gli alimenti che possono aiutare la funzione sessuale, i frutti di mare e in particolare le ostriche che sono ricche di zinco e iodio e il cioccolato ricco di feniletilamina, l’ormone dell’amore. Se non basta un aiuto in più arriva anche dalla natura grazie all’alga ecklonia bicyclis, al tribulus terrestris e alla glucosamina, estratta dal guscio di gamberi e granchi, che favorisce il rilascio di ossido di azoto, neurotrasmettitore chimico dell’erezione».L’ossido di azoto è la stessa sostanza che viene attivata dai farmaci anti-impotenza. Ci sono anche un fungo, il cordyceps sinensi che cresce solo a cinquemila metri di altezza in Tibet, ed una bacca rossa himalayana, il gogji: entrambi anti-fatica, anti-aging, potenti anti-ossidanti e stimolatori di ossido di azoto a livello cellulare. «Così come l’arginina — aggiunge Iacono —, una sostanza che migliora le proprietà erettili dell’uomo perché anch’essa precursore dell’ossido di azoto. Merluzzo e baccalà contengono proprio arginina in abbondanza».

NO AL PICCANTE - E che cosa va invece evitato? «L’abuso di alcol, perché ha un’azione depressiva sulla funzione sessuale». Qui occorre applicare la regola della moderazione: poco può aiutare, troppo stende. Poi? «I cibi piccanti, contrariamente ai luoghi comuni, sono da evitare perché creano infiammazione. Gli alimenti che aumentano la presenza dei grassi nel sangue come i formaggi grassi, i latticini, gli oli fritti. Inutile dire che i diabetici devono stare attenti ai dolci e a tutto ciò che è troppo zuccherato. Lo devono fare normalmente, ma ancor di più per preservare la loro funzionalità sessuale».

ALGHE E FUNGHI - Particolare attenzione i ricercatori stanno dedicando negli ultimi tempi a tre «super alimenti», noti da millenni proprio per quanto riguarda fertilità e salute sessuale. Un’alga, una pianta e un fungo. L’alga è l’ecklonia bicicli. Cresce nelle zone sud dell’Asia ed è conosciuta da millenni per le sue ottime qualità anti-invecchiamento. In Giappone la chiamano «arame» e viene servita come delizioso contorno dalle premurose mogli dagli occhi a mandorla. Ha un’azione anti-ossidante 30 volte più potente del tè verde, è ricca di polifenoli e calcio, è capace di neutralizzare i danni causati dai raggi ultravioletti ed infine regala benessere all’apparato urogenitale maschile. «Contiene una categoria particolare di polifenoli, chiamati florotannini, che non si trovano nelle piante terrestri e svolge un’azione inibitoria sui processi ossidanti cellulari, frenando i radicali liberi dell’ossigeno — spiega Iacono, che ha studiato gli effetti di quest’alga.

Una dieta a base di grossi quantitativi di ecklonia bicyclis (ma ci sono anche integratori che la contengono) potrebbe essere di grande aiuto per il mantenimento del benessere sessuale maschile». Pianta di terra è invece il tribulus terrestris, famiglia delle zygophyllaceae, diffusa in Europa, Asia, Africa ed Australia, nelle zone calde tropicali. Da secoli è impiegata nella medicina tradizionale in Cina ed in India con scopi diversi. Secondo le credenze locali questa pianta ha azione regolatrice e depurativa (agisce nelle disfunzioni di origine renale, epatica e gastrointestinale). La sua proprietà più importante è tuttavia quella di stimolare la produzione di ormoni androgeni. Ormoni maschili, importantissimi anche per l’organismo femminile: regolano la libido, i caratteri sessuali e lo sviluppo muscolare.

In virtù di tali caratteristiche il tribulus è impiegato da secoli in diversi Paesi: cibo afrodisiaco in grado di aumentare la fertilità maschile e femminile, sopperendo ad eventuali carenze ormonali. Infine, un fungo. Il cordyceps sinensis, nell’antica Cina il suo uso era riservato esclusivamente alla famiglia imperiale. Le analisi chimiche degli ultimi tempi hanno dimostrato che le sue proprietà sono molto più che frutto di superstizione o semplice folclore. La Food and Drug Administration (Fda, l’agenzia statunitense preposta al controllo alimentare e farmacologico) considera il Cordyceps un «alimento» particolare, classificato come «sicuro» (Gras). Sempre più ricercatori lo stanno studiando, definindolo un «super-alimento» da includere in quasi ogni regime dietetico. Tra i suoi numerosi pregi (anti-aging, anti-fatica, regolatore della pressione e dell’apparato cardiovascolare, modulatore delle difese immunitarie), quelli che attirano la massima attenzione riguardano proprio la sfera sessuale: ottimizza la libido e la qualità della vita di donne e uomini, contrasta l’infertilità e accresce il numero degli spermatozoi e la loro sopravvivenza. Questo fungo è entrato anche in un piatto selezionato per gli atleti alle Olimpiadi, come ripieno del «raviolo olimpico».

Mario Pappagallo
@mariopaps20 agosto 2012 | 14:57

Se portate un binocolo in vacanza, sappiate che...

La Stampa


Piero Bianucci
Torino

Che due pezzi di vetro distanziati in modo opportuno possano avvicinare paesaggi lontani e svelare in Terra ed in cielo ciò che il nudo occhio non può vedere, è cosa che dovrebbe tuttora stupire chiunque abbia conservato il dono della curiosità. Bisogna avere ben presente questo stupore per immaginare che cosa all’inizio del Seicento abbia rappresentato, anche emotivamente, l’invenzione del cannocchiale. Riflettere sullo sconvolgimento che dovette produrre l’immagine telescopica aiuterà anche a capire quanto sia stato difficile credere a ciò che si vedeva attraverso le lenti e applicarvi gli stessi criteri interpretativi che guidano la visione a occhio nudo. Fu questo il grande salto che segno il passaggio dall’astronomia antica all’astronomia moderna. Ne derivò “anche una nuova filosofia capace di sconvolgere i tradizionali rapporti tra l’uomo e la natura (e di conseguenza tra l’uomo e Dio):

L’abbandono di ogni visione finalistica e antropocentrica è infatti una delle caratteristiche più genuine della filosofia che allontana Galileo non solo da Copernico ma anche da Kepler”. Quest’ultima affermazione messa tra virgolette è tratta dal Prologo del libro “Il telescopio di Galileo” (Einaudi, 317 pagine, 25 euro), frutto degli sforzi congiunti di Massimo Bucciantini, Michele Camerota e Franco Giudice, tre docenti di Storia della scienza rispettivamente presso le Università di Siena, Cagliari e Bergamo. C’è poco che non fosse già stato scritto, in queste pagine, i contributi innovativi sono limitati. Ma per la prima volta tante informazioni e tanti documenti sulle origini del telescopio vengono riscontrati tutti insieme, messi in rapporto tra loro e “montati” in modo organico, così che alla fine il lettore non solo ha disposizione tutti i dati sulla storia del cannocchiale, ma riesce anche ad afferrarne il senso storico profondo.

La storia del telescopio inizia molti secoli prima del Seicento. Babilonesi e antichi egizi conoscevano già l’uso delle lenti di ingrandimento. Seneca usava una sfera piena di acqua per leggere più agevolmente. Secondo un classico studio di Edward Rosen i primi occhiali sarebbero stati prodotti nel 1286 da un vetraio di Pisa. Ricerche più recenti spostano l’invenzione degli occhiali nell’Europa del Nord anticipandola al 1230-1240. Certo il commercio si sviluppò a Venezia, patria dei soffiatori di vetro, la prima descrizione è del 1316 (“oculis de vitro cum capsula”) e una delle prime rappresentazioni pittoriche si trova nel ritratto di Ugone di Provenza dipinto da Tommaso da Modena nel 1352. L’inglese Leonard Digges (1520-1559) sembra aver concepito sia il telescopio a specchio (di solito attribuito a Newton) sia il telescopio a lenti. Matematico e topografo, Digges è anche considerato l’inventore del teodolite. Suo figlio Thomas (1545-1595) avrebbe sviluppato i progetti paterni e osservato la supernova del 1572. Entrambi furono contrari alla cosmologia aristotelica e fautori del modello eliocentrico.

Il telescopio attribuito a Leonard Digges avrebbe avuto un potere di ingrandimento di 11 volte. Un suo libro, Pantometria, fu pubblicato postumo dal figlio nel 1571. Racconta Thomas in una sua opera matematica dello stesso anno: “Mio padre, nelle sue continue e faticose attività manuali accompagnate da dimostrazioni matematiche, riusciva – e lo fece più di una volta – con lenti proporzionali adeguatamente disposte ad angoli convenienti, non soltanto a scorgere oggetti molto lontani, leggere lettere, contare, distinguendone il conio e le iscrizioni, monete collocate appositamente da qualche suo amico in cima a una collinetta in campagna, ma addirittura a distinguere da sette miglia di distanza che cosa veniva fatto in un certo istante in luoghi chiusi”.

Non possiamo neppure dimenticare che il napoletano Giambattista Della Porta nel libro Magia naturalis del 1589 parla di lenti concave (negative), che mostrano nitidamente gli oggetti lontani ma rimpicciolendoli, e di lenti convesse (positive) che ingrandiscono gli oggetti vicini, aggiungendo: “se sapete come combinarle nel modo più opportuno, anche gli oggetti distanti vi appariranno più grandi e vicini.” E’ lo schema ottico utilizzato da Galileo. Pare tuttavia che Della Porta, pur rivendicando la priorità della sua invenzione, non lo abbia mai messo in pratica.

Questi precursori però contano poco. Conta invece il fatto che nel 1608 il cannocchiale era un giocattolo da tre ingrandimenti e due anni dopo era diventato uno strumento scientifico tale da rivoluzionare la visione del mondo. Una notizia interessante riportata nel libro di Bucciantini, Camerota e Giudice è che il primo binocolo è quasi contemporaneo del telescopio e nasce come un suo perfezionamento. Il 2 ottobre 1608 l’occhialaio fiammingo Johannes Lipperhey faceva domanda di brevetto per un rudimentale strumento ottico che poche settimane prima aveva presentato al conte Maurizio di Nassau. Era il primo cannocchiale (o uno dei primi, non lo sapremo mai). Quattro giorni dopo la commissione incaricata di valutare la richiesta manifestò la sua disponibilità ad accoglierla se Lipperhey avesse perfezionato la sua invenzione in modo che si potesse guardare “con entrambi gli occhi”.
 
Il 15 dicembre “lo strumento per vedere lontano con entrambi gli occhi” era pronto e veniva consegnato alla commissione. Nel frattempo però le cose si erano ingarbugliate perché il brevetto del cannocchiale l’aveva chiesto anche l’olandese Jacob Metius, sostenendo di esserne il vero inventore. Così alla fine la richiesta di Lipperhey fu respinta in quanto la commissione ritenne che “diversi altri avessero conoscenza dell’invenzione”. Tuttavia, poiché l’apparecchio binoculare funzionava bene, i commissari chiesero a Lipperhey di costruirne altri due per un compenso di 300 fiorini. Di uno si sono perse le tracce, l’altro fu donato al re di Francia Enrico IV per propiziarsi la sua protezione militare.

Dunque il binocolo, quando venne alla luce, si presentò come uno strumento più valido e promettente del cannocchiale. Le strade del telescopio e del binocolo si sono poi separate: il primo è cresciuto a dismisura e si è specializzato nella ricerca astronomica, il secondo è diventato uno strumento di uso comune nella vita quotidiana. Ciò non toglie che per gli astrofili il binocolo rimane un aiuto prezioso anche per l’osservazione del cielo. E chissà quanti di noi, in questi giorni di vacanza, vanno a spasso in montagna o al mare con un binocolo al collo, ancora ammaliati dal suo potere di avvicinare luoghi altrimenti irraggiungibili.

Fiamme al cimitero del pianto salve le tombe di Totò e Caruso

Il Mattino

NAPOLI - Un grosso incendio si è sviluppato in tarda mattinata a ridosso del cimitero del Pianto a Poggioreale. Le fiamme, divampate nell'area agricola sottostante il cimitero (colma di rifiuti), hanno provocato danni anche ad alcune strutture del cimitero.




Fortunatamente sono salve le tombe di Totò e di Caruso che si trovano all'interno della struttura. Le fiamme hanno aggredito un intero palazzo in costruzione destinato a servizi cimiteriali, e hanno provocato danni ad alcune cappelle che si trovano nella parte bassa del cimitero.

GUARDA LE FOTO

Sul posto si è imediatamente recato il direttore della Struttura, Domenico Striano, che ha seguito le operazioni di spegnimento effettuate da molte squadre dei vigili del fuoco, e ha tenuto costantemente informato palazzo San Giacomo sull'evoluzione dell'incendio.
Le fiamme sono state domate dopo oltre tre ore di lavoro. Sono in corso verifiche sulla tenuta statica del palazzo aggredito e delle cappelle lambite dalle fiamme.

Domenica 19 Agosto 2012 - 15:01    Ultimo aggiornamento: 18:09

Nuova minaccia per la privacy: gli hacker entrano nel cervello

La Stampa

Oggi è un esperimento, ma quando i caschi basati sulle onde cerebrali cominceranno a diffondersi, la protezione dei dati diventerà un problema
NEW YORK


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I dispositivi capaci di collegare direttamente il cervello al computer permettendo di controllarlo con il pensiero hanno un «lato oscuro»: secondo uno studio presentato alla conferenza sulla sicurezza Usenix di Seattle è possibile «hackerare» alcune informazioni direttamente dai segnali cerebrali. Per dimostrare la vulnerabilità dei dispositivi i ricercatori delle università di Berkeley, Oxford e Ginevra hanno studiato 28 soggetti già utilizzatori di caschi in commercio come quelli prodotti da Nurosky e Emotiv, tutti basati sulle onde generate dall'elettroencefalogramma.

Nella prima parte dell'esperimento i ricercatori hanno rilevato la «traccia» lasciata nell'Eeg dal riconoscimento di qualcosa, che corrisponde a un picco circa 300 millisecondi dopo lo stimolo. In seguito sono stati fatti vedere alcuni volti sconosciuti in mezzo ai quali c'era quello del presidente Usa Barack Obama, e i ricercatori sono riusciti a capire dal solo tracciato quando la foto vista dai soggetti era proprio quella della celebrità. In un altro esperimento invece sono state mostrate una serie di mappe, e ancora una volta la Eeg ha «rivelato» quale fosse quella della casa delle persone coinvolte. Infine, dopo aver fatto memorizzare un codice di 4 cifre, i ricercatori sono riusciti a dedurlo mostrando una serie di numeri a caso.

«Questi dispositivi hanno accesso all'elettroencefalogramma - spiega a Forbes Ivan Martinovic, uno degli autori - e questo contiene il segno di alcuni fenomeni neurologici prodotti dalle attività del subconscio. Quindi ci siamo chiesti se questa poteva essere una minaccia per la privacy». Secondo gli autori è quasi impossibile che un malintenzionato riesca a estrarre qualche informazione dai caschi in uso in questo momento, ma lo studio prova il principio che una volta resi più efficienti i caschi e con l'aumento della loro diffusione quello di proteggere i dati potrebbe diventare un problema di cui tenere conto.
(Agi)

Scott MacKenzie è morto, suo l'inno hippy San Francisco

Il Mattino


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ROMA - È morto nella sua casa vicino a Los Angeles all'età di 73 anni Scott McKenzie, il cantante americano che nel 1967 incise San Francisco (Be Sure To Wear Flowers In Your Hair), canzone che divenne inno del movimento hippy.
 
McKenzie era affetto da Sindrome di Guillain-Barrè, una malattia che colpisce il sistema nervoso. Il cantante, il cui vero nome era Philip Wallach Blondheim, era grande amico di John Philips, autore della canzone San Francisco e componente dei Mamas and Papas, band di cui McKenzie fu più volte invitato a fare parte. Il cantante però declinò sempre l'invito, optando per la carriera da solista, ma restando sempre molto amico di Philips. È stato in attività fino al 2002.






Lunedì 20 Agosto 2012 - 11:15    Ultimo aggiornamento: 11:44

Piccola Lourdes di Erba addio Casa di Maria a rischio vendita

Il Giorno

Battaglia tra le due radio: sfrattati volontari e microfoni
di Roberto Canali

Erba, 19 agosto 2012

Doveva diventare la «Casa di Maria», una specie di Lourdes senza miracolo in terra di Brianza, capace di attirare ogni anno decine di migliaia di fedeli. Adesso rischia di trasformarsi in una multiproprietà o finire per arricchire il patrimonio di qualche riccone. Una storia che sarebbe piaciuta a Carlo Emilio Gadda quella di Villa Vaccari, la bellissima dimora erbese contesa tra Radio Maria e Radio Mater, acquistata in nome della fede e con gli oboli di migliaia di fedeli.

Chissà quante volte il creatore della «Cognizione del dolore» sarà passato di fronte alla portineria di via Valassina - negli anni Novanta tramutata nella cappella-studio di Radio Mater - per andare nella sua casa di Longone al Segrino, poco più sopra. Nel paesaggio fantastico del Maradagal dominato dal profilo del Serruchòn, non avrebbe di sicuro sfigurato la storia della disputa dei due religiosi, don Mario Galbiati e padre Livio Fanzaga, ma chissà come li avrebbe ribattezzati la fantasia di Gadda, per quella villa sospesa a metà strada tra Lukones (Longone al Segrino) ed El Prado (Erba).

Una storia di fede, preghiere e soldi, davvero tanti, raccolti e poi spesi per acquistare e sistemare la grande dimora, disabitata da decenni, insieme al suo immenso parco. Era lì che don Mario Galbiati voleva realizzare la «Casa di Maria», un luogo dedicato alla Vergine dove far arrivare i fedeli da tutta Italia per veglie di preghiera e incontri di fede. Un piccolo assaggio lo si ha ogni anno a maggio a Lariofiere, dove Radio Mater organizza la propria festa annuale richiamando migliaia e migliaia di pellegrini da tutto lo Stivale e dalla Svizzera, disposti a sorbirsi ore di pullman pur di incontrare don Mario e pregare di fronte alla statua della Vergine.

La stessa che è custodita nella cappellina di Villa Vaccari e che per ordine della Corte di Appello di Milano è stata sfrattata, insieme a tutti i volontari e alle apparecchiature del network. Una volta liberata dall’ingombrante presenza della radio e dei suoi volontari Villa Vaccari, di nuovo nella disponibilità dell’associazione che fa capo a Radio Maria, potrebbe essere messa in vendita. Impossibile stabilirne con precisione il valore, anche se di sicuro il futuro proprietario della villa dovrà essere disposto a staccare un assegno milionario se vorrà garantirsi quella dimora, circondata da un parco secolare, a poca distanza dal centro di Erba posta su un’altura da cui si dominano la Brianza e il lago di Pusiano. Decisamente troppo per l’hidalgo-ingegnere Gonzalo Pirobutirro, l’alter ego di Carlo Emilio Gadda, che sulla Casa di Maria diventata proprietà di lusso si sarebbe concesso, al massimo, di esercitare il suo sarcasmo.

di Roberto Canali

Anonimo

La Stampa

yoany

YOANI SANCHEZ


Qualcuno lanciò la lettera dalla finestra verso l’ufficio del direttore, in un sacchetto di nylon con una pietra dentro. Righe su righe vergate con una calligrafia nervosa e inquieta, per denunciare la sottrazione delle risorse nel reparto mensa. La lettera riportava la meticolosa descrizione del magazzino “privato” dove venivano conservati quei prodotti che non arrivavano mai alla mensa degli studenti. Non solo, anche il gran numero di razioni che ogni settimana finivano nelle cisterne per alimentare i maiali dell’amministratore. Otto pagine che rivelavano i trucchi per far quadrare i conti a fine mese e persino il nome di chi metteva in guardia su eventuali ispezioni. La denuncia anonima impose una riunione d’urgenza. Un’improvvisa ispezione in cucina confermò quanto rivelato dal giustiziere senza nome.

Un giovedì, durante un’assemblea per alzata di mano, all’unanimità, espulsero le persone coinvolte nell’ammanco e nominarono nuovi lavoratori per coprire i posti vacanti. Dalle sedie dell’ampio locale furono pochi a pensare che il cibo rubato sarebbe tornato nei vassoi e che il pranzo degli alunni avrebbe recuperato grammi perduti e sapori smarriti. Arrivato il lunedì, i nuovi impiegati della cucina avevano già architettato un sistema per rubare. Nascondevano i sacchi di fagioli e le bottiglie d’olio in un luogo distante da quello scoperto dai magistrati. Per almeno tre giorni, misero nei piatti la razione stabilita, ma gradualmente

cominciarono a togliere un’oncia qui e un grammo là. I maiali di qualche porcile tornarono a ingrassare con brodo e riso che molti scolari non avevano mai assaggiato così insipidi. I conti venivano truccati per non far notare l’ammanco sui documenti, mentre un informatore - vicino al direttore - avvertiva sul rischio di ispezioni ministeriali. L’accusatore anonimo e la sua denuncia sono serviti soltanto a modificare i nomi degli autori del furto e a far gestire da altre mani la sottrazione delle risorse.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi


I Fratelli Musulmani vogliono infiltrarsi nei Paesi europei

La Stampa

Nella lista Francia, Germania e Italia. Molte cellule sono vicine ad al Qaeda

Paolo Mastrolilli
inviato a New York


Cattura
I Fratelli Musulmani stanno rilanciando le loro attività in Europa, Italia compresa, dopo il successo politico ottenuto in Egitto. Questo fenomeno, però, sta generando come sottoprodotto una ripresa del reclutamento a favore di organizzazioni estremiste e terroristiche, che gravitano nell’orbita di Al Qaeda.

E’ l’allarme contenuto in un rapporto dell’intelligence americana, che preoccupa gli ambienti dedicati allo studio e al contrasto di questi gruppi. I Fratelli Musulmani hanno una storia e una presenza abbastanza radicata in Europa. Negli Anni Sessanta, quando in sostanza furono cacciati dall’Egitto, molti membri cercarono rifugio nel Vecchio Continente e negli Stati Uniti. Puntavano ad ottenere protezione all’interno delle comunità islamiche locali e continuare il lavoro dell’organizzazione, fondata nel 1928 da Hassan al Banna con lo scopo di costruire uno Stato basato sulla sharia, restaurare l’antico califfato ed allargarlo il più possibile.

Questi militanti, aiutati da finanziatori soprattutto sauditi, riuscirono a conquistare posizioni di influenza nella società musulmana europea, in particolare in Germania, ma anche in Italia, Francia e Gran Bretagna, usando una doppia strategia. Sul piano ufficiale avevano posizioni relativamente moderate, che li accreditavano come potenziali interlocutori presso le autorità locali; su quello privato, quando parlavano in arabo all’interno delle loro moschee e delle loro istituzioni, conservavano gli obiettivi radicali stabiliti dal fondatore.

I Fratelli Musulmani, del resto, avevano sempre posseduto una sensibilità politica più raffinata degli altri movimenti con la stessa radice culturale e religiosa, al punto che quando il loro membro Ayman al Zawahiri decise di abbandonarli per passare con Osama bin Laden, rimproverò agli ex colleghi proprio il fatto di porre il desiderio di partecipare alle elezioni o ai processi governativi davanti all’obbligo di condurre la jihad.
La situazione era cambiata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, che avevano messo sulla difensiva tutti i gruppi islamici presenti nei Paesi occidentali.

Nonostante la loro attenzione per la strategia del doppio binario, anche i Fratelli Musulmani in Europa erano finiti nel mirino, e avevano trovato sempre più difficile continuare lo scambio intenso che avevano con la leadership al Cairo. Così, da una parte erano stati costretti a limitare le loro attività, e dall’altra si erano necessariamente organizzati come cellule più autonome dal centro.

Questo modello è cambiato di nuovo con la «primavera araba», e soprattutto con la vittoria di Morsi nelle elezioni presidenziali egiziane. Di colpo i Fratelli Musulmani si sono ritrovati al potere, e quindi tutti i loro gruppi che stavano all’estero hanno smesso di essere le cellule di un movimento sospettato di estremismo al confine col terrorismo, diventando invece i rappresentanti di un partito politico democraticamente scelto dal popolo per guidare il Paese.

Secondo l’intelligence americana, la svolta elettorale al Cairo ha provocato un doppio fenomeno. Da una parte, i Fratelli Musulmani stanno rilanciando la loro presenza in Europa, soprattutto in Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna, forti del fatto che ormai sono la costola di un movimento legittimato dal potere politico. Dall’altra, però, questa transizione sta generando tensioni all’interno delle comunità straniere, che dopo l’11 settembre del 2001 si erano abituate a sopravvivere in condizioni di sostanziale autonomia rispetto al Cairo. Il nuovo reclutamento, così, non va solo nella direzione di rafforzare l’istituzione centrale egiziana, ma anche i gruppi estremisti e terroristici della galassia di Al Qaeda, che reclutano e mandano militanti in Siria, Africa e Asia.

Questa deriva preoccupa gli analisti, che peraltro non hanno mai smesso di nutrire dubbi sulle reali intenzioni politiche dei Fratelli Musulmani. Durante le proteste contro Mubarak, ad esempio, il figlio del fondatore al Banna non faceva mistero di puntare ancora alla creazione di uno Stato basato sulla sharia. Lui nel corso degli anni è stato emarginato, proprio a causa di queste posizioni troppo esplicite, ma la stessa guida del movimento, Badie, ha detto in un discorso tenuto a giugno che ogni buon musulmano ha il dovere di combattere per riconquistare la moschea di al Aqsa a Gerusalemme.

Palpeggia e bacia una bimba in piscina I bagnanti lo prendono a calci e pugni

Corriere della sera

L'aggressore è un 50enne serbo di Rozzano. Ha lanciato la bimba in acqua per fuggire. E' stato arrestato dai vigili


MILANO - Quando s'è visto scoperto, davanti alla urla della madre ha preso la bambina che teneva in braccio e l'ha scagliata in acqua, nella piscina dei bimbi. Ha cercato di fuggire, non ne ha avuto il tempo. Perché in pochi secondi altri bagnanti lo hanno circondato. Calci e schiaffi contro il pedofilo che ha rischiato il linciaggio. Lo ha «salvato» l'intervento dei vigili, gli stessi agenti che poco dopo gli hanno messo le manette ai polsi. Arrestato con l'accusa di violenza sessuale su minore. L'uomo, un serbo di 50 anni residente a Rozzano, con qualche precedente soprattutto per furto, avrebbe palpeggiato e baciato una bambina italiana di sette anni, ieri pomeriggio, alla piscina Argelati.

L'AGGRESSIONE - La piccola stava giocando con altri bambini vicino alla «piscina dei piccoli». D'improvviso l'uomo s'è avvicinato, le ha detto qualche parola, poi l'ha presa in braccio. Ha iniziato a baciarla, poi l'ha palpeggiata. Pochi secondi e l'urlo della madre che era a pochi metri di distanza. La donna, italiana, s'è alzata e s'è lanciata verso il 50enne. Lui, ormai scoperto, ha lanciato la bambina in acqua. Un volo di quasi tre metri che per fortuna non ha avuto conseguenze sulla piccola. Poi ha cercato di allontanarsi, ma la madre gli era ormai addosso. La donna l'ha trattenuto, a darle manforte altri bagnanti. Chi ha visto la scena, chi ha solo sentito le urla della bambina. In pochi secondi il 50enne è stato circondato. Altri bagnanti gli hanno impedito di uscire dalla struttura di via Argelati, si sono piazzati davanti al cancello. Tensione e proteste. Sono stati i vigili, chiamati direttamente dalla direzione della struttura sportiva grazie al servizio di vigilanza attivato dal Comune sulle piscine, a calmare per quanto possibile gli animi.

L'ARRESTO - Ricostruire l'accaduto non è stato facile. In via Argelati è arrivato anche il comandante della polizia locale Tullio Mastrangelo, che ha condotto le indagini con gli uomini del «Nucleo tutela donne e minori». L'uomo, che era già stato notato da alcuni bagnanti nei pressi della piscina dei piccoli, ha prima raccontato di trovarsi nella piscina con i figli, poi ha detto di essere in compagnia della moglie. Entrambe le versioni sono state «smontate» in fretta dagli accertamenti dei vigili che hanno ascoltato le testimonianze, confrontato le versioni e assieme al pubblico ministero di turno Daniela Bartolucci hanno proceduto al fermo per violenza sessuale su minore. Il 50enne è stato arrestato e portato a San Vittore. La piccola invece è stata visitata da un medico ma non sono state necessarie altre cure.

L'ASSESSORE: «ODIOSO REATO» - «Il pronto intervento della polizia locale, in collaborazione con il personale di MilanoSport, ha consentito di assicurare alla giustizia l'artefice di questo odioso reato - hanno commentato "il sindaco d'agosto" Cristina Tajani e l'assessore comunale allo sport Chiara Bisconti -. La vigilanza su parchi e impianti sportivi è stata potenziata in queste settimane estive per consentire ai milanesi di utilizzare questi luoghi di ristoro in sicurezza e serenità». Il fermo del 50enne dovrà ora essere convalidato dal Tribunale.

Foto

Cesare Giuzzi
Gianni Santucci20 agosto 2012 | 9:38

M issy, il cane abbandonato dal padronesulla montagna: salvato dal gruppo Facebook

Corriere della sera

Rimasta ferita su una cima alta oltre 4mila metri, non era in grado di scendere. È stata salvata da un gruppo di volontari

Missy, 30 chili, è stata salvata grazie a una missione di recupero scattata sul webMissy, 30 chili, è stata salvata grazie a una missione di recupero scattata sul web


NEW YORK - Un cane abbandonato in alta montagna, una coppia di escursionisti che dopo giorni lo ritrova più morto che vivo, sanguinante in un buco tra le rocce, l’impossibilità di riportare a valle 30 chili di cagnolona sfinita, l’appello su Internet che fa scattare la missione di recupero, 8 alpinisti di buona volontà, 9 ore di discesa, la tormenta di neve e il mancato tormento del padrone che ha il coraggio di volere indietro la lupa meticcia che ha abbandonato ferita sul Mount Bierstadt, e dulcis in fundo un giudice che deciderà se condannarlo per crudeltà e abbandono di animale. La storia di Missy è a lieto fine. Era missing, scomparsa. Il suo padrone, Anthony Ortolani (un cognome disgraziatamente italianeggiante), 29 anni, l’ha lasciata su. Con le zampe ferite dalle pietre acuminate. Non si porta un cane verso una cima alta oltre 4mila metri sulle Montagne Rocciose, non lontano da Denver. E comunque, ovviamente, dopo non la si abbandona tra le rocce perché non è più in grado di scendere.


Il recupero di MissyIl recupero di Missy

LA GIUSTIFICAZIONE - Ortolani si è giustificato dicendo che il tempo era diventato brutto e lui aveva dovuto badare a un minore trovando la via del ritorno in mezzo alla tempesta. Così ha lasciato Missy al suo destino. Una volta a valle si è rivolto ai Ranger, ma la risposta sarebbe stata: troppo rischioso salire con questo tempo per un animale. Era il 5 agosto. Sei giorni dopo, Scott Washburn e la moglie Amanda girovagando lontano dal sentiero lungo la cresta della montagna si imbattono in Missy. È accucciata in un anfratto. Provano a sollevarla, ma è troppo pesante. Le bendano le zampe. Abbandonata una seconda volta. Missing 2. I Washburn scendono a valle. Trovano una guardia forestale, che si scusa ma dice che non può fare niente. Le squadre di soccorso entrano in azione solo per gli umani. Amanda piange. Internet dà una mano: Facebook e poi il forum di alpinismo chiamato 14ers.

IL GRUPPO - Si crea un gruppo di volontari, mentre sul sito esplode la rabbia contro chi ha abbandonato Missy (il forum viene sospeso per “troppi messaggi”). In quota nevica. Ma la trovano. Missy è ancora viva. Ha cercato di muoversi, le rocce intorno sono sporche si sangue. Le danno da bere. Preparano uno zaino e poi comincia il lento ritorno a valle. Otto giorni dopo. Il veterinario è “un miracolo”. E quando sarà dimessa dalla clinica dove sta recuperando la forma? I suoi salvatori vogliono adottarla. Lo sciagurato padrone la rivorrebbe indietro. Non è colpa sua, si difende, se i Ranger non l’hanno aiutato. Ma lo sceriffo Rick Safe di Clear Creek dice che Ortolani sarà chiamato a giudizio per crudeltà il 16 ottobre. Rischia 18 mesi di carcere e 5mila dollari di multa. Un giudice deciderà anche sull’affido. Lo sceriffo Safe dice che il cane “è stato abbandonato sulla montagna”. Come dire: adesso appartiene a chi l’ha ritrovata. Missy ha nuovi amici. Una nuova vita. Possibilmente lontano da mister Ortolani e dalle cime delle Rocky Mountains.

Michele Farina
20 agosto 2012 | 10:02

Ramadan, polemica sul messaggio di Scola

Corriere della sera

Gli islamici: «E' la nostra festa». Don Giampiero: «Leggerlo era un segnale di collaborazione». Nel pomeriggio, la visita dell'imam


MILANO - È una festa riuscita quella di fine Ramadan, con diecimila fedeli inginocchiati sul prato dell'Arena civica, nessun inciampo e nemmeno un accenno di malore nonostante le maniche lunghe e i veli in testa, sotto un sole che alle 8 è già caldissimo. Egiziani, tunisini, somali, bengalesi, tutti insieme per la prima volta. Gli uomini, la maggioranza, davanti al palco; le donne in fondo, con i passeggini, i bambini, una tavola imbandita di biscotti, merendine, succhi di frutta perché ormai il digiuno è rotto. «Non era obbligatorio dividerli - spiega un organizzatore -, ma qui ci sono comunità molto diverse, qualcuno è più rigido» e per tenere eccezionalmente tutti uniti il Caim, il Coordinamento delle associazioni islamiche milanesi, ha preferito evitare forzature.

POLEMICHE - Una scintilla, però, giusto prima della preghiera sotto il palco s'accende. Ha parlato l'assessore Cristina Tajani, si son fatti sentire rappresentanti di «moschee», la leader delle donne islamiche, il portavoce del Caim Davide Piccardo. La fase dei saluti è terminata e Don Giampiero Alberti comincia a preoccuparsi: nessuno ha menzionato la lettera del cardinale Angelo Scola che pure era stata bene accolta nei giorni scorsi, in particolare nell'invito a «smentire insieme chi accusa la religione di fomentare disordini, guerre, razzismo, inciviltà... Smascherare chi spinge i giovani alla violenza...».
 
Don Giampiero scuote la testa. Islamologo, responsabile del Centro ambrosiano di dialogo con le religioni, è stato invitato a partecipare, s'è fatto accompagnare da un prete copto che gli traduce dall'arabo, ha consegnato l'originale della lettera firmata da Scola in busta chiusa e sigillata, «e se la sono infilata in tasca, senza aprirla né guardarla: mi sembra che avrebbero potuto almeno citarla...». Manca poco alla preghiera. Alberti intercetta Piccardo con il presidente dell'Istituto culturale islamico Abdel Hamid Shaari, e sbotta, telecamere accese: «Mi raccomando, dite del messaggio, altrimenti è maleducazione...». Piccardo è risentito: «Riceviamo tanti messaggi, non solo dalla Chiesa cattolica, ringraziamo l'arcivescovo ma è la nostra cerimonia religiosa, abbiamo invitato solo le istituzioni a parlare. Io del resto non pretendo di intervenire alla messa di Natale...».

L'IMAM - La festa è finita. Don Giampiero è dispiaciuto. «Mi fa rabbia che si sia persa l'occasione per far uscire una collaborazione che va avanti da tanto tempo», dice, uscendo dall'Arena. «Ho avuto uno scatto», è pentito, ma dalle telefonate con gli organizzatori nei giorni prima s'aspettava qualcos'altro.
La festa è rovinata? Il prete cerca di spegnere la polemica: «È stato solo un disguido». Ma a evitare la fiammata è soprattutto l'intervento dell'imam, Abdelfattah Mourou, l'avvocato tunisino chiamato a guidare la preghiera di questo Aid el Fitr. È lui a pronunciare la predica.

Non lo ascoltano tutti. Terminate le orazioni di rito, una parte della folla comincia a defluire - il sermone non è obbligatorio - e sono in molti a perdersi l'invito a «entrare nella modernità». Così come i suoi riferimenti alla collaborazione preziosa con la Chiesa. Padre Alberti, però, li coglie. E soprattutto è molto colpito quando, poche ore dopo la fine della cerimonia, sheikh Mourou bussa alla porta della sua abitazione, alla parrocchia dell'Incoronata: «Gli hanno detto di questa mia sofferenza - racconta - ed è voluto venire a trovarmi, una persona molto aperta». Mezz'ora di conversazione davanti a un thè, presente anche Shaari, ed «è stato tutto chiarito».


SERVIZIO D'ORDINE - Pericolo d'incendio scongiurato, e rimasto ai margini. Per i diecimila fedeli è filato tutto liscio. Anche i responsabili comunali dell'Arena, che hanno aiutato il Caim nell'organizzazione, confermano: «Ho dato indicazioni sul servizio d'ordine - spiega Edgardo Tezzon - e le hanno seguite, sono stati bravi». Con i volontari in pettorina fosforescente a indicare la strada alle uscite della metro, a dirigere gli attraversamenti pedonali, a vigilare sugli ingressi e smistare fedeli. Quattro ventenni, accento milanese, velo, trucco e tacchi alti, compilano la lista dei contatti. «Bella festa - dice Ibrahim, egiziano - Un'occasione per riunire la famiglia». O per crearla. Una ragazza racconta d'essere stata avvicinata da un'altra: le proponeva di sposare il fratello. Anche a Milano, è così che finisce il Ramadan.

Alessandra Coppola
20 agosto 2012 | 8:36

Fermati, siamo carabinieri!». Reagisce con un pugno, ma la fa (in parte) franca

La Stampa


È labile il confine tra la condotta di lesioni e quella di resistenza a pubblico ufficiale. Per configurare gli estremi della seconda, è necessario che il rappresentante dell’arma – in caso di colluttazione – specifichi subito che l’interevento sia volto a ristabilire l’ordine pubblico. Non basta proclamare il proprio ruolo nella concitazione del momento. Lo afferma la Cassazione Penale nella sentenza 19063/12.

Il caso

Un soggetto è ritenuto colpevole in appello per i delitti di resistenza a pubblico ufficiale e di lesioni, mentre è assolto – in relazione a un primo pugno sferrato – per difetto di querela. L’uomo contesta in Cassazione il travisamento della prova: le dichiarazione delle parti sarebbero state ritenute credibili senza riscontro. I testi, a discolpa, hanno invero affermato che i due bersagli erano stati aggrediti per errore, in quanto scambiati dal picchiatore per le persone che poco prima avevano molestato la sua convivente. Le forze dell’ordine, inoltre, non si sarebbero prontamente qualificate come tali, mancando quindi i presupposti del dolo. Un secondo motivo di ricorrenza presso la Suprema Corte riguardava la mancata esplicitazione dei presupposti del nesso teleologico costituenti l’aggravante.

La sentenza è da annullare con rinvio al giudice di seconda istanza per un nuovo esame in punto di responsabilità per il delitto contestato. Nel dispositivo, l’affermazione di colpevolezza si basa sulla circostanza che l’ignoranza della qualifica giuridica (pubblico ufficiale) della persona offesa non vale a escludere l’elemento psicologico del delitto di resistenza; e si sottolinea anche come i carabinieri avessero indicato l’appartenenza all’arma. La Cassazione denota come il principio, esatto in tesi, si scontri tuttavia con la contestazione che è comunque imprescindibile per la configurabilità del delitto di resistenza che l’agente debba necessariamente capire l’effettivo svolgimento di funzione pubblica, volta al mantenimento dell’ordine o ad

altra analoga finalità. In sede di appello, la Corte ha esplicitamente ritenuto che solo la conoscenza delle qualità dei due aggrediti avesse valenza al fine della sussumibilità della condotta – altrimenti qualificabile di lesioni – in quella specifica di resistenza. Ma la decisione ha così aggirato un passaggio preliminare cruciale. Non è stato individuato quale fosse l’atto dei pubblici ufficiali in essere: la sola frase «fermati siamo carabinieri» non colma a dovere la rilevata lacuna. Al Giudice di appello, in sostanza, il compito di individuare la disposizione legale effettivamente data al cittadino durante la bagarre e quale ne fosse la finalità pubblica.

C'è un populismo giuridico che ha come obiettivo Monti e Napolitano

La Stampa

Violante: un blocco utilizza le Procure come clava politica

Federico Geremicca
Roma

Cattura
Eugenio Scalfari contro Gustavo Zagrebelsky, Antonio Ingroia contro Mario Monti, «Il Fatto quotidiano» contro Napolitano, Antonio Di Pietro contro tutti... A partire dall’inchiesta di Palermo sulla possibile trattativa Stato-mafia - appesantita dalle polemiche contro il Quirinale per il conflitto di attribuzioni sollevato presso la Corte Costituzionale (circa intercettazioni di colloqui del capo dello Stato) - in quell’area politico-giudiziaria un tempo etichettata come «partito dei giudici» pare essersi scatenata una guerra di tutti contro tutti. Cosa sta accadendo? Qual è l’origine dello scontro? E soprattutto (dietrologicamente): cosa c’è sotto? Luciano Violante - ex magistrato ed ex presidente della Camera - considerato a torto o a ragione tra i padri fondatori di quel «partito», dice la sua ad «Avvenire»: e lo fa senza troppi giri di parole. «Vedo in corso un attacco politico al ruolo del Quirinale e al governo». E conia una nuova espressione per definire protagonisti e obiettivi di questo attacco: «Populismo giuridico». Ce ne è abbastanza per cercare di approfondire.


Presidente Violante, può spiegare cos’è il populismo giuridico di cui parla, chi lo anima e che obiettivi perseguirebbe?
«A condizione di una breve premessa: che parte dal crescente distacco tra partiti e società. Questo processo è cominciato nella seconda metà degli anni ‘70, quando tutti i partiti hanno cominciato ad allontanarsi dalla società, che si stava trasformando in profondità, e si sono rinchiusi nella competizione per il potere. La legge chiamata Porcellum è - contemporaneamente - la foto e la sublimazione di questa separazione alla quale la società ha reagito in parte con il rancore e in parte alimentando tendenze di carattere populistico».
 
Fino a giungere a quello che lei definisce populismo giuridico.
«Fino a giungere alla costituzione di un blocco che fa capo a “Il Fatto”, a Grillo e a Di Pietro, che sta reindirizzando il reinsorgente populismo italiano. Quello di Berlusconi attaccava le Procure. Questo cerca di avvalersene avendo individuato in quelle istituzioni i soggetti oggi capaci di abbattere il “nemico”, e di affermare un presunto nuovo ordine, che non si capisce cosa sia. Ma se il populismo vuole giocare le sue carte, deve giocarle contro gli architravi che oggi tengono in piedi l’Italia: Monti e il Quirinale. E poiché Monti non è abbattibile senza abbattere chi lo ha proposto, si punta al Colle. E fa male vedere che grandi intelligenze si rendano strumento di una simile operazione, restando insensibili alle conseguenze».
 
Pensa alle posizioni assunte da Ingroia e Zagrebelsky?
«Il blocco di cui parlo punta sulla Procura di Palermo e non su quella di Taranto, ad esempio, perchè a Palermo si ipotizza, vedremo quanto fondatamente, che uomini politici, peraltro non individuati, abbiano negoziato con la mafia: argomento utile per questo populismo».
 
Lei parla di un blocco, di un piano e di un attacco: c’è chi considera Antonio Di Pietro il regista di tutto questo.
«Da un punto di vista mediatico, il solco è stato tracciato da trasmissioni televisive come quelle di Santoro, che pure sono state e sono di grande utilità: lì, però, si é formato l’humus non democratico di questo populismo che alimentava rancore sociale e sostituiva l’argomento con l’invettiva. La scelta di Di Pietro - collocarsi fuori dal centrosinistra - nasce quando di fronte al rischio di erosione di consensi da parte di 5 Stelle e della Lega, ormai senza Berlusconi, invece di rivedere il proprio asse strategico ha gareggiato con loro sul loro stesso piano. Un intreccio di populismi che va combattuto senza esecrazioni, ma con gli strumenti della ragione e della ripresa del dialogo con la società».
 
Molti, soprattutto nel centrodestra, dicono che il populismo giuridico non è poi così diverso da quel «partito dei giudici» di cui parlavamo all’inizio. Non crede anche lei che sia così?
«Il partito dei giudici non è esistito. All’epoca della lotta al terrorismo, alla grande mafia e alla corruzione, ai tempi di Tangentopoli sostenemmo con rigore la battaglia per la legalità. Settori della magistratura e della politica si ritrovarono dalla stessa parte della barricata, quella delle leggi e della Costituzione, ma in assoluta autonomia e a volte anche in polemica tra loro. Il populismo giuridico utilizza semplicemente le Procure come clava politica».
 
Il Pdl sostiene che la differenza è sottile, e che dovreste fare autocritica e ammettere che Berlusconi aveva ragione quando puntava l’indice contro gli «sconfinamenti» della magistratura...
«La filosofia del berlusconismo era di tipo giacobino: sostenevano l’irresponsabilità penale della politica, punto e basta. L’unica cosa che contava era l’investitura popolare. In democrazia le regole sono fatte per limitare il potere. Nella loro concezione Il potere era fatto per limitare le regole...»
 
E il «partito dei giudici»? È morto, finito? Perchè litigano così aspramente i protagonisti di tante battaglie comuni?
«Emergono linee di frattura, prodotte da scosse sociali e istituzionali. La democrazia deve ritrovare le sue ragioni di fondo nella separazione dei poteri, nella responsabilità di ciascun potere e nella capacità di leggere e di interpretare la società italiana. Altrimenti prevarrà il populismo, giuridico e non».

Un leader grande soltanto nella politica della slealtà

Giuliano Ferrara - Dom, 19/08/2012 - 19:11

Dopo l’addio a Berlusconi, Gianfranco è rimasto un piccolo capo-apparato dedito a un centrismo pendolare e con un unico obiettivo: la rielezione


Non vorrei che la abbondante e dedicata campagna sulla scor­ta di Fini, sulle sue abitudini vacanziere, sulla infinita pac­chianeria sua e della compagnia di giro che lo attornia e gli si lega al collo come una delle famigerate cravatte rosa che gli pendono troppo lunghe sulla figura, met­tesse in ombra la infinita stupidità politi­ca del suo comportamento pubblico e la scarsa dignità repubblicana del modo che ha scelto per rivestire un ruolo, quello di presidente della Camera, che ebbe in passato una qualche importanza.


Il presidente della Camera Gianfranco Fini con la scorta al porto di Cala Galera

Ero con­trario alla sua cacciata, allo spirito di rissa con il quale Berlusconi e il gruppone degli ex An risposero alle sue provocazioni, e avevo ragione io senza se e senza ma, visto come sono andate poi le cose. Ma il punto non è questo. Cosa fatta capo ha, anche quando sia una cosa senza capo né coda. Dopo l’uscita di Casini dal centrodestra nel 2008, con la formazione del Pdl, locu­pletato dopo la vittoria elettorale di una presidenza d’assemblea che è anche una tribuna politica di prim’ordine, Fini ave­va occupato una posizione, non dirò con­vincente, ma realistica e anche interessan­te. In pratica: ho cinquantasei anni, sono l’altro leader dopo Berlusconi, per la suc­cessione devo emendarmi ulteriormente delle mie origini ideologiche e partitanti

tutto sommato impalatabili per la maggio­ranza degli italiani, siedo su un tronetto istituzionale in cui fare un po’ di trasversalismo politico e culturale è quasi ovvio, dunque parlo di una destra moderna, tem­pero e modero qualche eccesso del Cavaliere, mi comporto leal­mente verso la politica e l’uomo che mi ha tiratofuori dall’angolo, ma costruisco un discorso indi­pendente e insieme compatibile con la situazione in cui mi trovo. Gli argomenti erano abborraccia­ti, ma il controcanto, come lo chia­mava il Cav, un suo senso ce l’ave­va. Poteva alla lunga risultare uti­le al blocco di forze al quale Fini apparteneva inestricabilmente, poteva aiutare tutti e lui per pri­mo arricchendo la destra modera­ta di una nuova prospettiva.

Come è universalmente noto, il tutto finì a schifìo, anche perché le polemiche bisogna saperle go­vernare con sapienza, e Fini è un piccolo mossiere della politica troppo ignorante per capirne la vera natura. Che ti fa, il leaderissi­mo, dopo la caduta? Tutto quel che è necessario per avvalorare i sospetti dell’elettorato di centro­destra: una politica generica di slealtà, di resa alle ragioni degli avversari, di simbolica e grotte­sca­dedizione a un centrismo pen­dolare senza fascino e senza idee.Anche quelli come me che pensa­vano come significativa o almeno accettabile la sua posizione pri­ma della rottura con lo schiera­mento di appartenenza, hanno dovuto riconoscere che l’uomo non ha la stoffa per tenere un di­scorso credibile, che il suo unico problema è la

rielezione in Parla­mento, la continuità di rito della sua posizione nel palazzo politi­co, e nulla più.Diventato un classico né carne né pesce, Fini non ha ottenuto, né non poteva ottenerlo, alcun rico­noscimento serio e sincero nel mercato del consenso e dell’opi­nione. È rimasto solo con un pu­gno di simpatici e meno simpati­ci marrazzoni, un piccolo capoap­parato vincolato a una logica mi­nuscola di risentimenti e di proce­dure di salvezza personale e di gruppo, ridicolmente applaudito e blandito a sinistra e al centro, finché spremuto come un limone è stato relegato al ruolo di perso­naggio disutile e ridondante.

Ber­lusconi ha a modo suo, anche nel­la disfatta, scritto un pezzo, anco­ra un pezzo, di storia del Paese, va­rando il governo Monti- Napolita­no e g­overnando finora con accor­tezza la propria scelta. Fini è rima­sto seduto tra due sedie, e ha bat­tuto comicamente il sedere sulle fisime del cosiddetto terzo polo, come è inevitabile quando man­chino passione vera per la batta­glia e capacità di assorbirne il sen­so e il dolore. Che disastro, che prova di grettezza e inconcluden­za.Più grave ancora, la scelta di rannicchiarsi, con o senza scorta, in una presidenza della Camera ridotta a vuoto contenitore di pic­colo privilegio istituzionale, con una straordinaria capacità di mentire, smentirsi, fazioseggia­re.

Doveva dimettersi per quella storia del cognato, così aveva pro­messo, e non lo ha fatto quando è venuto a sapere, incontrovertibil­mente, che la casa di Montecarlo lasciata al partito gli era stata svenduta come a un famiglio qualsiasi, chissà se a sua insapu­ta. Doveva dimettersi quando era venuto il momento di mostrare un po’ di fuoco nella pancia, co­struire qualcosa in proprio dopo aver sperperato il patrimonio pre­cedente come un bambino vizia­to. Non lo ha fatto, rischiare è un verbo che non conosce, ha piega­to invece la funzione istituziona­le a un disegno di sopravvivenza personale senza babbo né mam­ma, e ora si avvia alla consacrazio­ne finale di un triste declino, con la scortona di Orbetello e senza un brandello di popolo che possa anche solo minimamente e lonta­namente credere in lui. Un’im­mersione che è anche un vero ca­polavoro.

Non mi voglio innamorare 58 anni sono troppi

Corriere della sera
di Paolo Conti


Cattura
L’abitudine è dura a morire, lo dimostrano anche recenti matrimoni di celebri signori ormai inoltrati nella terza età con ragazze più giovani. Molto, molto più giovani. Niente da fare: a molti tra noi uomini capita di «innamorarsi» di donne magari coetanee di un proprio figlio maschio. E le più intelligenti tra queste donne trovano il tutto giustamente grottesco.

Ho 58 anni, da più di quattro anni sono single e separato (con amatissime figlie) e trovo pietosa, anzi ridicola, solo l’ipotesi di «innamorarmi». Lascio volentieri questa prospettiva alle ragazze e ai ragazzi che potrebbero essere miei figli, al pianeta di Moccia e agli sciagurati lucchetti di Ponte Milvio. Il me stesso di tanto tempo fa si è innamorato più volte. Scoprendo poi, puntualmente,  che si tratta sempre e comunque di un confronto tra un futuro carnefice e una futura vittima.

Le storie finiscono. Tutte, ammettiamolo, in un modo o in un altro. E dolorosamente. Una volta si sostiene un ruolo, un’altra volta il secondo. L’amore è una trappola crudele e spietata nella quale volentieri si cade quando sei giovane, e va tutto bene: sta nel conto, a chi tocca tocca.

Ma a cinquanta, sessant’anni no, non va bene affatto.Soprattutto quando si precipita nell’equivoco della partner ragazzina. Lì davvero non c’è scampo, solo un futuro baratro di disperazione. È matematico. Posso al massimo immaginare che, come scrive Erri de Luca nel suo ultimo e bellissimo libro I pesci non chiudono gli occhi,  edito da Feltrinelli, che mi capiti

«un tempo finale in comune con una donna, con la quale coincidere come fanno le rime, in fine di parola».
In fine di parola: assolutamente meraviglioso, realistico, augurabile. Naturalmente per apprezzare tutto questo è indispensabile una donna intelligente e matura, così come è per questa donna necessario un uomo altrettanto intelligente e maturo. Ma innamorarsi «da adulti» no, per favore no, fa ridere (o fa piangere) soprattutto nella piena maturità. Anzi, è penoso. Quando ne sento parlare mi vengono in mente certi miei coetanei neopensionati «giovanili» che cominciano ad allenarsi per le maratone, o si inguainano in tute aderentissime e multicolori per affrontare salite e discese con le biciclette. Affrontando seri problemi di salute.

Ma soprattutto quegli esseri umani si trasformano in ridicole parodie dei se stessi di trent’anni prima. È vero, l’età media in cui si lascia questo mondo è cresciuta. Ma ciò non vuol dire che a cinquanta o sessant’anni si possano (o debbano) svolgere le stesse attività di quando si aveva tutta la vita davanti. L’amore che strappa i capelli, per dirla con De Andrè, lasciamolo a chi, i capelli, li ha ancora tutti. E tutti ancora neri o biondi naturali, non tinti. Nella maturità, se si ha la fortuna di avere un matrimonio o un rapporto di coppia ancora in piedi, allora è bene coltivarlo e non buttarlo via. Se si è single, è molto salutare coltivare amicizie «generose». O seguire i suggerimenti di Erri De Luca. O vivere da soli con se stessi al meglio.