venerdì 24 agosto 2012

L'immunità diplomatica non vale Assange va arrestato non appena esce

Corriere della sera

In uno scatto rubato i documenti con le regole d'ingaggio. Polizia inglese pronta a intervenire

Lo scatto rubato (Ap/Whyld)Lo scatto rubato (Ap/Whyld)


Super blindato. Non c'è macchina dell'ambasciata o valigia diplomatica che tenga. Julian Assange, da oltre due mesi asserragliato nell'ambasciata ecuadoriana a Londra, non deve avere alcuna possibilità di fuga. L'informazione, fino a ieri riservatissima, ora è sotto gli occhi di tutti. Da quando un fotografo ha immortalato in un unico scatto la cartelletta in mano a un poliziotto con le regole di ingaggio che impongono l'intervento anche in caso Assange decida di uscire a bordo di una macchina protetta dall'immunità diplomatica.

BLINDATO - Assange, dopo aver perso tutti i ricorsi contro l'estradizione in Svezia dove deve rispondere di una duplice accusa di stupro, non potrà lasciare la sede diplomatica in alcun modo. Insomma, è blindato dentro. Una gaffe di Scotland Yard , un agente di guardia davanti all'ambasciata fotografato con un fascio di documenti sotto il braccio grazie a un teleobiettivo, ha rivelato che la polizia appostata fuori dall'ambasciata ecuadoriana a Londra è pronta ad arrestare il capo di Wikileaks a tutti i costi. Gli agenti che sorvegliano notte e giorno il numero tre di Hans Crescent, a pochi metri dai grandi magazzini Harrod's, hanno avuto ordine di non rispettare alcun privilegio diplomatico, per impedire ad Assange di scappare. Così è scritto a mano, nero su bianco, nel documento fotografato e poi ingrandito a beneficio dei media britannici.


Redazione Online24 agosto 2012 | 22:47

Norvegia, aperto il pacco rimasto chiuso 100 anni. Dentro documenti storici

Corriere della sera

Poi pezzi di stoffa. Era stato sigillato dall'allora sindaco della cittadina di Sel con la clausola di non aprirlo per un secolo
Quaderni, lettere, e pezzi di stoffa, probabilmente appartenenti ai gonfaloni della città. Il contenuto del pacco norvegese è stato rivelato dopo una lunga diretta dalla città di Sel. Il plico è rimasto sigillato per 100 anni, sopravvivendo a due guerre mondiali. Sopra la scritta «26 agosto 1912, da aprire tra 100 cento anni». A lasciarlo in eredità ai cittadini è stato l'allora sindaco della cittadina norvegese di Sel, Johan Nygaard, con la clausola che il suo contenuto non venisse rilevato per un secolo. La rottura dei sigilli è avvenuta con una cerimonia ufficiale. alla presenza delle autorità, delle telecamere e dei giornalisti, in un teatro gremito di gente

 Non aprite quel pacco (per 100 anni) Non aprite quel pacco (per 100 anni) Non aprite quel pacco (per 100 anni) Non aprite quel pacco (per 100 anni) Non aprite quel pacco (per 100 anni)

L'ANNIVERSARIO - «Non abbiamo la più pallida idea di cosa contenga», aveva spiegato Kjell Voldheim che lavora al Gudbrandsdal Museum dove il pacco è stato custodito. Voldheim è stato una delle due persone che hanno avuto l'onore di rivelare il mistero: «Speriamo di trovare la mappa di un giacimento di petrolio», aveva scherzato l'impiegato. «Oppure il diamante Blue Star (il cuore dell'Oceano) andato perduto sul Titanic». La data del 26 agosto non è causale per il paese perché ricorre il 400centesimo anniversario della battaglia di Kringen. Ed è molto probabile che i documenti siano collegati proprio a quell'evento storico. Ora i fogli e i diari verranno analizzati e saranno probabilmente utili a ricostruire la memoria storica della cittadina. Con buona pace di chi sperava di trovare tesori e ricchezze.

Redazione Online24 agosto 2012 | 19:00

L'esperto fiscale di "Ballarò" sotto inchiesta per fondi neri

Gabriele Villa - Ven, 24/08/2012 - 07:02

Il commercialista Barbone spiegava i giochini da Floris. Ora è indagato nell'inchiesta su Banca Intesa: avrebbe intascato 800mila euro senza dichiararli


Sempre così prodigo di consigli. E, talvolta, pure attrezzato degli arnesi per la lezioncina: lavagna, pennarello, gessetti.



E, naturalmente, degli oggetti della lezioncina: scatole cinesi e scatole off shore. In qualche caso, come i telespettatori e i lettori forse ricorderanno, addirittura (accadde in una memorabile puntata di Ballarò), ritto in piedi, davanti a una mappa del mondo, quella volta fornito di post it che appiccicava qua e là per ricostruire il percorso della famosa casa di Fini, pardon del giovin cognato Tulliani, a Montecarlo. Interpretazioni illuminate e illuminanti. Spiegazioni di fatti e antefatti, decisamente esaustive per la gioia e la soddisfazione di Giovanni Floris e della sua redazione di Ballarò. Una faticaccia insomma.

Ma una faticaccia autorevole e frequente, date le numerose comparsate che il dottor Lorenzo Barbone ha fatto nel programma «opinionifico» del martedì su Raitre. Ora però, anche se è tutto, per amor del Cielo, ancora da chiarire, l'esperto anti-evasione di Ballarò è nei guai. È un dato di fatto che nei faldoni dell'indagine della Guardia di finanza sulle scorciatoie, non proprio limpidissime, prese dalla «famiglia dei rubinetti», cioè i Giacomini del lago d'Orta, per proteggere il loro «nero» tesoro all'estero, il ruolo del noto commercialista-opinionista romano non sarebbe stato proprio di secondo piano. Secondo la ricostruzione dei magistrati, come riporta Il Fatto quotidiano, avrebbe infatti ricevuto dai Giacomini quasi 800mila euro in nero tra il 2006 e il 2008.

Barbone si sarebbe mosso assieme ad altri professionisti come Andrea Zoppini, il sottosegretario alla Giustizia, che dopo aver ricevuto l'avviso di garanzia si è dimesso, e Stefano D'Angelo, per aiutare i Giacomini a dare corpo e sostanza a un trust all'estero che doveva servire a liquidare esentasse i familiari da estromettere dell'azienda. Giova ricordare che per la vicenda sono già finiti in carcere Elena Giacomini, sorella di Corrado, il faccendiere Alessandro Jelmoni mentre sono stati concessi gli arresti domiciliari al ragioniere Giulio Sgaria, di Baveno, che, dopo una vita spesa in banca, si era messo a disposizione del gruppo Giacomini per portare tutta la sua esperienza nella costituzione del sistema di frode fiscale e di riciclaggio.

Non solo, le architetture off shore sarebbero state costruite con l'aiuto dei colletti bianchi di Banca Intesa, come scrive il gip di Milano che chiama in causa «funzionari ed ex funzionari di Banca Intesa Lussemburgo con la probabile complicità della banca per costituire fondi neri». Il tutto nell'era in cui l'istituto di credito era guidata da Corrado Passera. Resta il fatto che stavolta per l'«esperto» Barbone i conti non tornano e la vicenda ha tutta l'aria di rivelarsi un brutto scivolone per la sua carriera, nonostante la sua biografia, che piroetta in internet, sia senza dubbio ragguardevole: «...dottore commercialista e revisore contabile, giornalista

 pubblicista, dottore di ricerca in diritto tributario... ha avuto l'opportunità di studiare in particolare la fiscalità delle operazioni straordinarie e dei rapporti internazionali, nonché di praticare la consulenza professionale a livello di pianificazione fiscale, e contenzioso. Ha svolto numerosi incarichi di docenza per la formazione di funzionari e quadri del ministero delle Finanze presso la Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze, oltre che presso altri corsi post-universitari (master di secondo livello in Diritto tributario della Seconda università di Roma, master Ipsoa sul reddito di impresa. È autore di oltre 100 tra articoli e note a sentenza». Già, perché

tra gli atti che gli investigatori stanno valutando con particolare attenzione, ci sarebbe anche una mail nella quale il commercialista sollecita la sua giusta ricompensa e si premura di ricordare ai suoi clienti «i rischi e le responsabilità» cui lui è andato incontro nell'operazione quando ha «evidenziato loro», risulterebbe sempre dai documenti nelle mani degli investigatori, «quali vantaggi fiscali i suoi consigli abbiano portato ai clienti». Una mail che porta la data del 29 luglio 2010. Dopo aver scritto la quale, il dottor Barbone ora indagato per frode fiscale ha esordito a Ballarò come esperto di denaro in nero e paradisi fiscali. Ma guarda come girano le cose. Anzi le scatole. Quelle cinesi, s'intende.

Roma, addio a nonna Valeria: prima tifosa della Magica

Il Messaggero
di Luna de Bartolo

Comprò il biglietto numero 1 della partita d’esordio della Roma


Nonna Valeria
 ROMA - È stata la prima a varcare la soglia del Motovelodromo Appio, quel 25 settembre del 1927. Seduta sui gradini col suo biglietto numero 1 stretto tra le dita, l’entusiasmo dei vent’anni, aspettava conemozione il fischio d’inizio. Una partita di pallone non l’aveva vista mai.
 
Quella poi, era una partita davvero speciale. Dalla fusione di tre società capitoline era da poco nata l’AS Roma, e quel giorno, contro il Livorno, faceva il suo esordio ufficiale. Due a zero, gol di Ziroli e Fasanelli, e questa giovane, elegante ragazza scatta in piedi con foga, le braccia alzate, è l’inizio della passione di una vita. Se n’è andata martedì, Valeria Folcarelli, 105 anni di cui 85 con la Roma nel cuore, la primissima tifosa giallorossa. Lucida fino all’ultimo, sempre informatissima sulla sua squadra. Cinque anni fa il ricovero alla clinica San Raffaele di Rocca di Papa. Aveva da poco festeggiato il suo centesimo compleanno nella sua casa di Torre Maura, quando aveva cucinato bucatini per 300 persone e aveva cantato sulle note di «Grazie Roma», come tante volte allo stadio, dopo ogni vittoria, dopo ogni 90 minuti di batticuore.

Perché la signora Valeria era una tifosa passionale, il calcio lo viveva intensamente, con lacrime e sorrisi, quell’entusiasmo che talvolta va incontro a grandi delusioni. Come dopo quella maledetta finale di Coppa dei Campioni, era il 1984, contro il Liverpool. Un pareggio, poi i rigori, infine il sogno che s’infrange: «Non la smetteva più di piangere – racconta il figlio Vincenzo Anolfi, classe 1953 – Era disperata, e non potevo consolarla, veniva da piangere anche a me». Reazioni forti, comprensibili solo a chi le prova a sua volta. «Era una donna speciale, un carattere di ferro ma capace di grandi slanci e affetto. Ha sacrificato tutto per i figli, l’unica cosa che si concedeva era questa folle passione per la Magica». Sorride il figlio Vincenzo, mentre descrive sua madre, l’amore negli occhi. Ed era davvero speciale, se quello che poi divenne suo marito, per lei lasciò tutto, gli studi e l’affetto di una famiglia.

Rampollo della casata nobiliare degli Anolfi lui, bellissima e di umili origini lei: «C’era un ricevimento dal principe Borghese alla residenza San Martino, vicino Latina – spiega – Mia madre era di quelle parti, e quel giorno aiutava al guardaroba. Quando mio padre, Otello Anolfi, l’ha vista, 17 anni lei, 19 lui, è rimasto folgorato, ha deciso che quella sarebbe stata la donna della sua vita». Un matrimonio d’amore e undici figli, di cui quattro morti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Una storia d’affetto e di dolore, in quegli anni così duri per il nostro paese. E una grande passione condivisa, quella per la Roma.
 
Fu proprio il compagno di una vita, a portarla allo stadio quel 25 settembre del 1927: «Mamma mi disse tornò esaltata da quella partita – racconta con tenerezza Vincenzo Anolfi – ma era triste, perché sui gradoni del Velodromo Appio le si era sporcata tutta la gonna. Allora mio padre iniziò a portare sempre con sé un lenzuolo, per farcela sedere sopra». Nel 1963, Otello Anolfi muore in un incidente sul lavoro, e Valeria smette di andare allo stadio, troppi i ricordi in quel luogo tanto caro. Ma la testa andava sempre alla Roma, nonostante la lontananza ogni partita era un’emozione, finché una domenica del 1977, a mezz’ora dal fischio d’inizio si gira verso il figlio e gli dice: «Vincè, annamo allo stadio».

«Era una donna molto impulsiva – ricorda il figlio – come quella volta che incontrò Ciccio Cordova, gli si avvicinò ma lui fu scostante. Allora lei gli disse Ma guarda ‘sto maleducato, ah Ciccio, vattene a gioca’ alla Lazio. E dopo due anni ci andò davvero». E poi lo scudetto del 1983, quando a 76 anni volle essere portata in macchina dal figlio Vincenzo al Circo Massimo, e poi in giro per i quartieri giallorossi, Trastevere, Testaccio. Lei che era di Latina ma amava Roma e la Roma più di ogni altra cosa.

Un amore che l’ha accompagnata anche negli anni più duri, gli ultimi, durante il ricovero: «I medici la stuzzicavano, Guarda che sono della Lazio – rammenta Vincenzo, stavolta con la voce che gli trema dall’emozione – e lei, pronta, Allora da te non voglio essere curata. I ragazzini si divertivano a chiederle i risultati delle partite più improbabili e lei, sempre lucida, li stupiva con i suoi ricordi puntualissimi».
Come quando venne a trovarla Amedeo Amadei, la signora Valeria aveva 103 anni: «Mia madre lo guardò e gli disse «Tu hai esordito a 15 anni e 6 mesi contro la Fiorentina, e gli hai fatto subito un gol!. Lui rimase di sasso».
 
Non c’è più la signora Valeria, una vita intensa, e un solo rimpianto, non aver conosciuto il capitano e «Brunetto Conti, l’amore suo».


Venerdì 24 Agosto 2012 - 11:39
Ultimo aggiornamento: 12:07

Brevetti, Apple e Samsung condannati in Sudcorea

La Stampa

Si attende il verdetto del processo in California



SEOUL

Una corte sudcoreana ha condannato i colossi Apple e Samsung Electronics di aver violato i rispettivi brevetti, proprio mentre le due aziende sono impegnate in un processo in California per gli stessi motivi.
Il tribunale di Seoul ha condannato il gruppo di Cupertino a un risarcimento di 40 milioni di won (35.242 dollari) a Samsung per aver violato due brevetti legati agli standard delle telecomunicazioni, mentre l'azienda sudcoreana dovrà pagare 25 milioni di won per aver violato l'interfaccia utente di Apple.
 
Samsung aveva sporto denuncia contro Apple lo scorso aprile, a cui l'azienda americana aveva risposto con una contro-denuncia a giugno. La sentenza della corte sudocoreana è arrivata dopo che la giuria di San Jose, in California, ha concluso mercoledì scorso le udienze e si prepara a deliberare.


(TMNews)

Uno scudo missilistico Usa per proteggere il Pacifico

La Stampa

Il Pentagono: servirà contro la Corea del Nord. Gli esperti: l'obiettivo è la Cina



NEW YORK

Tre potenti radar X-Band in Giappone e nelle Filippine, navi antimissile Aegis nel Mar del Sud della Cina e silos con intercettori in Sud Corea o in Australia: è la radiografia dello scudo anti-balistico che il Pentagono sta realizzando in Estremo Oriente con l’intento dichiarato di proteggere gli alleati dai midssili nordcoreani anche se il risultato sarà di contenere la corsa agli armamenti della Cina.

A svelare i piani del ministro della Difesa, Leon Panetta, è la decisione di installare in un’imprecisata isola del Giappone meridionale un radar X-Band, in grado di intercettare e seguire i vettori balistici, aggiungendolo a quello analogo già operativo nella prefettura di Aomori, nel nord del Giappone, dal 2006. Se a ciò si aggiunge che, secondo il «Wall Street Journal», Panetta sta discutendo con il governo di Manila l’installazione di un terzo radar con le stesse caratteristiche si arriva a comprendere il progetto di creare un sistema in grado di intercettare qualsiasi missile in partenza dalla Nord Corea. Se gli X-Band riescono a «seguire» i missili poi per eliminarli servono gli intercettori e le mosse di Panetta suggeriscono il dispiegamento in Estremo Oriente degli stessi armamenti adoperati nell’Europa del Sud-Est per fronteggiare il rischio dei missili iraniani ovvero le navi anti-missile Aegis, già di stanza nello specchio di mare fra Sud Corea e Giappone, e gli intercettori basati a terra.

Quest’ultimo al momento è il tassello mancante ma poiché gli Usa preferiscono posizionarli sul territorio di stretti alleati i candidati naturali sono Corea del Sud e Australia, in quanto il Giappone già ospita i radar. A conferma di tale direzione di marcia ci sono i documenti del Centro studi del Congresso di Washington secondo cui il Pentagono vuole portare a 36 le navi Aegis in servizio - con un aumento di 10 unità - stanziandone il 60 per cento nello scacchiere di Asia-Pacifico.

L’Us Air Force sta invece costruendo sei «Thaad», aerei in grado di lanciare intercettori da alta quota, che potrebbero operare dalla base americana di Guam. Sebbene i portavoci del Pentagono ribadiscano che il nascituro scudo anti-missile asiatico punta a «neutralizzare le minacce della Nord Corea» gli scarsi risultati ottenuti da Pyongyang nei quattro tentativi finora svolti di lanciare un missile intercontinentale - dal 1998 all’aprile scorso - portano a dire che il disegno strategico sia tutt’altro. «Se gli americani si schierano nell’Asia dell’Sud-Est l’intenzione è di contrastare lo sviluppo del sistema missilistico cinese» osserva Richard Bitzinger, docente di strategia alla Nanyang Technological University di Singapore.

Il riferimento non è solo allo schieramento da parte di Pechino di circa 1200 missili a corto raggio lungo le coste che fronteggiano l’isola nazionalista di Taiwan ma anche allo sviluppo da parte della Marina cinese di vettori anti-nave capaci di colpire un’unità in navigazione a 1500 km dalla costa. Tali vettori costituiscono la maggiore minaccia per il rafforzamento dello schieramento navale Usa in Estremo Oriente di cui Panetta e il Segretario di Stato Hillary Clinton hanno discusso nei recenti viaggi nella regione. «Sebbene il Pentagono parli di Nord Corea la realtà è che lo sguardo è rivolto alla Cina» riassume Steven Hildreth, esperto missilistico del Centro di ricerche del Congresso.

La necessità è di proteggere le unità della Settima Flotta dell’Us Navy, destinate ad aumentare di numero, con un sistema antimissile pressoché identico a quello di cui la Nato ha annunciato il dispiegamento in Europa. Le contromosse di Pechino, per Bitzinger, potrebbero portare ad «acquistare in fretta sistemi d’arma più sofisticati». «E’ prevedibile che Pechino reagisca con allarme, perché una delle conseguenze dello scudo è di aumentare la protezione di Taiwan», concorda Jeffrey Lewis, direttore del Centro di non-proliferazione di Monterey in California.

Le lettere sexy del conte Cavour

La Stampa



Perse la testa per una ballerina. Era Bianca Berta di Valentino Servitz-Ymar, un’ungherese bella quanto spregiudicata, all’epoca sposata col coreografo triestino Domenico Ronzani. Cavour le scrisse lettere incandescenti

Maurizio Lupo
torino

Camillo Cavour fra il 1857 e il 1861, all’apice del suo potere, scrisse 24 lettere molto erotiche, che vennero bruciate 33 anni dopo, per evitare che finissero sui giornali e compromettessero l’immagine pubblica dello statista. Contenevano frasi esplicite, che testimoniavano il suo ardore passionale nei confronti di Bianca Berta di Valentino Servitz-Ymar ,una ballerina ungherese bella quanto spregiudicata, all’epoca sposata il coreografo triestino Domenico Ronzani. Il carteggio, riunito nel 1894 da Alessandro Pasony, un collezionista d’autografi viennese, venne acquistato per mille lire, pari a oltre 4 mila euro, da Costantino Nigra, allora Ambasciatore a Vienna.

Il denaro fu messo a disposizione da Domenico Berti, segretario personale di Re Umberto I. Il sovrano, con il consenso degli eredi di Cavour, finanziò l’acquisto e approvò l’idea di distruggere il plico, come suggeriva Nigra. Degli ardori sessuali di Cavour per la Ronzani gli storici erano consapevoli. Avevano notizia di quegli scritti piccanti, ma ora sono state trovate le prove della loro imbarazzante esistenza e della loro distruzione. Roberto Favero, presidente del Centro Studi Costantino Nigra , annuncia di averle trovate negli archivi della Fondazione Cavour di Santena. Sono i rapporti che Nigra inviò a Berti e a Emilio Visconti Venosta, marito di Maria Luisa Alfieri, erede di Cavour al tempo in cui si manifestò il caso.

Così Nigra scrisse a Berti il 19 giugno 1894: «Vengo a chiedere il vostro concorso a un’opera pietosa verso la memoria del nostro comune amico, il conte di Cavour. Ho scoperto qui a Vienna un pacco di lettere intime di Cavour dirette, negli ultimi anni della sua vita (1857-1860) a Bianca Ronzani. Le lettere, ispirate da una violenta passione, scritte con imprevidente abbandono, piene di particolari del carattere più intimo, farebbero torto alla memoria di Cavour, se conosciute e pubblicate». Nigra chiede di poterle acquistare. È pronto anche a pagarle di persona.

Spiega che Pasony è un galantuomo «rispettabile». Per questo non pretende troppo . «Se egli volesse tirar partito da queste lettere vendendole al pubblico - nota Nigra - potrebbe ricavare un prezzo ben superiore alla somma richiesta che è di lire mille, atteso l’allettamento di malsana curiosità e di scandalo che non mancherebbero di generare. Vi prego di riferire tutto ciò al Re», che ordinerà di concludere l’affare. Prima della fine di giugno il carteggio è nelle mani di Nigra. Lo invia a Re Umberto I, che dopo averlo letto affida a Costantino Nigra la distruzione delle lettere, previo il consenso degli eredi di Cavour.

Il 28 luglio, ricevuto il parere favorevole di Visconti Venosta, Nigra lo informa di avere «arso, in presenza deduca di Avarna, le note lettere, in numero di 24. Unisco qui il certificato di quell’atto, che è destinato alla marchesa vostra moglie. Mando il duplicato al marchese Alfieri (padre della sorella Adele). Unisco anche la copia di tre, anzi di quattro di questi documenti, affinché vogliate farvi un’idea del carattere di quella corrispondenza e della convenienza di non lasciarla cadere in pubblico dominio. Fatemi il piacere di distruggere anche quelle copie.»

E romeno: niente trapianto di cuore» Ma l'Asl : «È stato seguito il protocollo

Corriere della sera

L'uomo dopo un infarto aveva chiesto di essere messo in lista. Un medico: «I cuori degli italiani vanno agli italiani»

Un trapianto di cuore rifiutato dall'Ospedale di Padova ad un marittimo romeno diventa un caso in Veneto: da una parte un consigliere regionale del Pd, Claudio Sinigaglia, che grida allo scandalo; dall'altra il direttore dell'Azienda ospedaliera, Giampietro Rupolo, che smentisce l'accaduto. In mezzo l'assessore veneto alla sanità, Luca Coletto, che sull'episodio chiede una relazione, escludendo peraltro che sulla decisione dei sanitari padovani possano esservi ragioni diverse da quelle tecnico-scientifiche.

«SE PUO' ESSERE OPERATO NEL SUO PAESE, LO SI DEVE FARE» - Il paziente romeno, poi operato con successo a Udine, era stato ricoverato all'ospedale di Mestre dopo un infarto. Da qui avrebbe dovuto essere trasferito a Padova per continuare le cure e mettersi in lista per effettuare il trapianto di cuore, vista l'impossibilità di farlo rientrare nel Paese di origine. Su cosa sia accaduto a questo punto le tesi divergono. Per il consigliere Sinigaglia, Padova avrebbe rifiutato l'intervento, sostenendo che gli organi donati da italiani debbano essere impiantati di preferenza su italiani. «I cuori degli italiani vanno agli italiani», avrebbe detto un cardiochirurgo chiamato a esprimersi sul caso, secondo il Secolo XIX.

Diversa la versione data dall'Azienda ospedaliera di Padova. «Alla richiesta dei sanitari di Mestre di una consulenza sul caso, la Cardiochirurgia di Padova ha prontamente dato la propria disponibilità - precisa Rupolo -. Ha chiesto semplicemente, come da prassi e dai regolamenti aziendali, una richiesta scritta a tutela delle norme di copertura assicurativa e legale». Il paziente, aggiunge, è stato subito visitato dal cardiochirurgo dell'Unità Operativa dell'Azienda Ospedaliera. «Si trovava in terapia Ecmo - scandisce Rupolo, smentendo la tesi della gravità del paziente - estubato, cosciente e stabile». Nell'affermare che sono stati seguiti «con piena correttezza» tutti i protocolli medici, il direttore dell'Azienda ospedaliera di Padova respinge al mittente qualunque insinuazione sotterranea di razzismo.

«Queste sono le precise indicazioni del Nord Italia Transplant: data la tragica scarsità di organi - chiarisce - quando un ammalato, che non è nelle nostre liste d'attesa nazionali, può essere trasportato nel suo Paese di provenienza, perchè anche lì esiste un centro trapianti, lo si deve fare. E in questo caso era possibile farlo». E per non lasciare dubbi aggiunge: «solo nell'ultimo anno quasi il 10% dei trapiantati a Padova era cittadino straniero. Un ragazzo ghanese di 19 anni, in vita solo grazie a un sistema di assistenza ventricolare, è ora qui da noi all'Ospedale di Padova - conclude - in attesa di un cuore nuovo».

Redazione Online24 agosto 2012 | 9:21

Sudafrica, non si ferma la strage di rinoceronti

Corriere della sera

Cresce in maniera esponenziale il bracconaggio. A fare gola le presunte proprietà afrodisiache dei corni polverizzati

(Martin Harvey/Wwf-Canon)(Martin Harvey/Wwf-Canon)


AMSTERDAM – Un esaustivo rapporto pubblicato il 21 agosto 2012 da Traffic, un’organizzazione che monitora il commercio di animali selvaggi per il WWF, traccia un ritratto a tinte fosche sul futuro dei rinoceronti in Sudafrica. Il bracconaggio nei confronti dei grandi mammiferi nel paese ha superato ogni record, crescendo in modo esponenziale; nonostante le forze messe in campo per difendere gli animali, infatti, si è passati dai 13 esemplari uccisi illegalmente nel 2007 a 83 nel 2008, a 122 nel 2009, a 333 nel 2010, con un’impennata di 448 nel 2011. Nei primi mesi del 2012 si è raggiunta quasi una media di due rinoceronti al giorno abbattuti dai bracconieri. Al 17 luglio di quest’anno si era arrivati a un totale di 281, con una perdita prevista entro la fine dell’anno di 515 rinoceronti, se l’attuale ritmo dei cacciatori di frodo si manterrà a questi livelli.

133 DOLLARI AL GRAMMO - Un tale drammatico incremento si spiega soprattutto con il coinvolgimento della criminalità organizzata nel bracconaggio dei rinoceronti, il cui corno può raggiungere quotazioni che vanno dai 35.000 ai 133.000 dollari al chilo in Asia, dove si crede abbia proprietà afrodisiache e medicinali. In effetti, un prezzo che oscilla fra i 35 e i 133 dollari al grammo, rappresenta il doppio di quello dell’oro e supera quello della cocaina. «Il corno di un esemplare adulto può raggiungere facilmente i dieci chili. Questi enormi profitti spiegano quindi perché la malavita si sia interessata al traffico di corno di rinoceronte, che peraltro è vietato anche in quei paesi come Vietnam e Cina, in cui la mitologia legata alla magica polvere esiste da duemila anni».

Così ci spiega il fotografo sudafricano Brent Stirton, che quest’anno ha vinto il primo premio con un toccante reportage sulla caccia indiscriminata al rinoceronte, nella sezione “Natura” del World Press Photo, il più prestigioso concorso internazionale di fotogiornalismo. «In occasione di quel reportage per Getty Images, in Vietnam ho visitato sette diversi rivenditori illegali di corno di rinoceronte, con una media di prezzo che oscillava fra gli 8.500 e i 10.000 dollari all’etto per i clienti stranieri e fra i 2.000 e i 2.500 dollari l’etto per quelli locali. Se il traffico del corno è clandestino, la caccia al rinoceronte in Sudafrica invece è legale».

MISCHIATO ALL'ALCOL - Sempre secondo il rapporto di Traffic, sebbene nell’aprile del 2012 il governo sudafricano abbia sospeso la possibilità di cacciare a tutti i cittadini vietnamiti, trafficanti senza scrupoli organizzano anche pseudo battute di caccia al rinoceronte, impiegando addirittura prostitute thailandesi con licenza di caccia. Ma la richiesta di corno di rinoceronte in Vietnam non si arresta, sia perché la nuova classe abbiente si può permettere di acquistare la preziosa sostanza da usare macinata mischiata all’alcol come tonico, sia perché le autorità vietnamite spesso sono corrotte o chiudono un occhio su questa pratica illegale. Ma se non si useranno misure per arginare il problema e si continuerà a soddisfare la crescente richiesta di polvere di corno di rinoceronte, di cui nel mondo sopravvivono meno di 14.000 esemplari, in breve tempo si arriverà alla totale estinzione della specie, che esiste sulla terra da prima della comparsa dell’uomo. Ma noi come europei cosa possiamo fare?

Brent Stirton risponde: «Certo non è facile, ma ognuno di noi può cominciare prendendo coscienza che noi stessi stiamo perdendo il contatto con la natura in tutte le sue forme. Poi possiamo fare pressione sul nostro governo perché venga posta attenzione al problema, che è di pura matrice economica. Possiamo far circolare le informazioni riguardanti il bracconaggio dei rinoceronti e le sue implicazioni. Inoltre possiamo sostenere le serie organizzazioni ecologiste, come la E.I.A. (Environmental Investigation Agency), un’organizzazione non governativa per l'investigazione dei crimini contro l'ambiente». La vicenda dei rinoceronti è esemplare per tutto il nostro rapporto con la natura, che è radicalmente cambiato negli ultimi quarant’anni e che spesso è puramente basato sull’avidità dell’uomo. La natura va rivalorizzata, perché se si continuerà così, entro vent’anni gli unici animali selvaggi saranno solo quelli rimasti negli zoo.

Erika Viano
23 agosto 2012 (modifica il 24 agosto 2012)


Il labrador «modello» che aiuta i disabili

Corriere della sera

Pirelli è nato con una malfomazione alla zampa ed è specializzato nella guida di adulti e bambini diversamente abili

PirelliPirelli


NEW YORK – Cani che «confessano» i loro misfatti. Dove? Alla corte di Tumblr, su un blog chiamato Dogshaming. Questo cliccatissimo sito raccoglie esseri canini improbabilmente contriti, fotografati accanto a cartelli sui quali i padroni denunciano per iscritto la loro colpa principale. Non è la gogna modello Rivoluzione Culturale cinese in versione pet, è tutto abbastanza ironico e la maggioranza degli imputati guarda in macchina fotografica mostrando compatimento (per gli umani) più che patimento. Ma è un blog virale e la Cnn ci ha fatto un servizio ambientato a Central Park a New York dove un ragazzo dice tra l’altro che il suo cagnetto (oltre a spaventarsi al suono delle proprie puzze) ha la colpevole abitudine di morsicare i piedi del padrone quand’egli è impegnato in amorose circonvoluzioni con l’altrui sesso. Perché Dogshaming è così popolare? Perché fa ridere?

OTTO MESI - C’è un cuccciolone di labrador che non è ancora comparso con la cenere sul capo e forse mai comparirà. E’ molto impegnato. Si chiama Pirelli (sì,come la gomma), ha otto mesi ed è un inviato dell’organizzazione non-profit americana Canine Assistents con base ad Alpharetta, Georgia, che offre scorte a quattro zampe a bambini e adulti diversamente dotati. Il fatto che lo stesso Pirelli sia un animale “diverso” non ha frenato la sua padrona Jennifer Arnold, fondatrice di Canine Assistents.

PROTESI - Erede di una stirpe di eccellenti accompagnatori, Pirelli doveva essere un grande cane destinato a seguire (guidare) individui con qualche problema. Però è nato con una malformazione alla zampa sinistra che pareva precludere il suo futuro di assistente sociale. L’ipotesi è che sia nato con la zampina stretta dal cordone ombelicale, cosa che ne avrebbe bloccato per sempre la crescita. Un cane con una zampa più corta delle altre cosa può fare per il prossimo? Una delle possibilità era l’amputazione. I veterinari hanno resistito alla soluzione più semplice. Hanno realizzato per Pirelli una protesi al silone. Che grazie a una colletta su Internet viene sostituita con una più grande, man mano che Pirelli cresce.

La protesi di PirelliLa protesi di Pirelli

UN CANE DISABILE - Jennifer ha pensato che il suo handicap poteva trasformarsi in elemento di forza. Pirelli ha cominciato a girare scuole e istituti per bambini disabili. Un cane disabile, con l’energia e lo spirito di Pirelli, è uno straordinario messaggero di ottimismo e uguaglianza. Jennifer stessa da adolescente ha sofferto di una forma di sclerosi che per due anni non le ha permesso di camminare. Nel 1992 con il padre ha fondato Canine Assistents che ha addestrato decine di eccellenti caregiver a quattro zampe. Nessuno è come Pirelli.

GRANDE AMBASCIATORE - Nel dibattito sulle bambole disabili (chi crede che rafforzino la sicurezza e il senso di uguaglianza tra bambini, chi invece pensa che accentuino in senso negativo la “diversità”) io sto con i primi. Idem per Pirelli. Ha ragione Jennifer. Avere una zampa che non è mai cresciuta, vivere con una protesi. E allora? Jennifer dice che ai bambini piace molto questa cosa. Il cagnolone color miele con la zampa sifolina è un grande ambasciatore. Altro che dogshaming. Ce ne saranno di cani così anche in Italia?

Michele Farina
mfarina@corriere.it 24 agosto 2012 | 8:53

Il giornalista fermato e il vigile Dialogo (impossibile) a sinistra

Corriere della sera

«Abusi dalle forze dell'ordine». «No, è odio per la divisa»

MILANO - Un giornalista di 44 anni, esponente di Rifondazione, che festeggiava il suo compleanno in un bar di Napoli. E un vigile urbano di 39 anni, ex segretario provinciale del Pdci, di pattuglia il 15 agosto. Vincenzo Morvillo e Luigi Perna non si erano mai incontrati prima di quella sera. E mai avrebbero pensato di dialogare a colpi di lettere, pubblicate ieri da il manifesto , sui resoconti di una notte difficile. È nato un piccolo caso. Che rischia di oltrepassare la cronaca napoletana e rappresentare simbolicamente, ancora una volta, lo scontro tra due mondi inconciliabili: le forze dell'ordine e la sinistra antagonista.


La storia: Vincenzo Morvillo con altri amici sta festeggiando in un locale del centro storico. Alle 3 di notte arrivano i vigili urbani, chiamati probabilmente dagli abitanti della zona. Ne nasce un alterco, volano parole grosse, qualche spintone. Morvillo finisce al comando centrale e dopo una notte in custodia al mattino viene processato per direttissima: patteggia 6 mesi. Decide di raccontare la sua esperienza e scrive una lettera al il manifesto , evocando il G8 di Genova e i casi Cucchi e Aldrovandi. Ma alla sua versione replica Luigi Perna. Il vigile urbano che quella notte c'era. Che, guarda caso, è «un compagno» proprio come Morvillo, e che smentisce la versione, evocando alla fine Pier Paolo Pasolini e gli scontri di Valle Giulia.

Dell'impossibilità di dialogo tra sinistra e forze dell'ordine, poi, Perna è tuttora convinto: «Il resoconto di Morvillo rispecchia il pregiudizio che ha nei confronti della divisa. Io invece ho sempre considerato chi fa questo mestiere un servitore dello Stato. Della sinistra antagonista condivido tanti valori ma non quello dell'odio per le forze dell'ordine. Sbagliano a non vedere dietro chi fa questo lavoro delle persone che cercano di fare le 6 ore di lavoro per poi tornare a casa tranquilli. È la solita contraddizione». Cresciuto all'ombra del Pci, «che i lavoratori li rispettava», Perna più di tutto da questa vicenda dice di aver tratto un'amara conclusione: «Fino a quando in questo Paese i comunisti si identificheranno con 15 persone che schiamazzano alle 3 di notte e non con quelle centinaia di persone che vogliono dormire per andare a lavorare, saremo sempre condannati a prendere l'1 per cento». Vincenzo Morvillo, però, a passare per il disturbatore notturno non ci sta.

Ha già pronta una replica scritta, ma nel frattempo spiega: «Per quanto mi riguarda loro non sono arrivati con gentilezza. Hanno intimidito. E poi, io non sono diventato pazzo all'improvviso. Già altre volte ho avuto agenti che mi hanno chiesto documenti... E mai ho reagito così. La verità è che a Napoli c'è un problema con i vigili urbani, oramai sempre più avvezzi ad abusi d'autorità. È vero, ho protestato vibratamente, quella sera. Ma sono stato trattato neanche fossi Setola: 4 camionette e una macchina per prelevarmi. Non odio le divise, ma certo dopo la Diaz qualche brivido mi fanno venire. Sono però anche un uomo di 44 anni con un figlio di 20, la voglia di contestare i poliziotti mi è passata... No, questa storia ora è tutta politica. Il sindaco deve darne conto. Quanto a Pasolini, non scomodiamolo. Quelli erano altri tempi. C'era ancora una sinistra...».

Angela Frenda
24 agosto 2012 | 7:32

Spagna, restaura un dipinto e sfigura Cristo del XIX secolo

Chiara Sarra - Gio, 23/08/2012 - 16:27

Una signora ha ridipinto senza permesso un affresco e lo ha rovinato. Lei si difende: "Il sacerdote sapeva"


Non sempre il restauro riporta le opere allo stato originale.


L'affresco originale, da restaurare e "restaurato"

Anzi, certe volte può peggiorare le cose. Irreparabilmente. È quanto è successo al dipinto di Elìas Garcìa Martìnez, che si trova sul muro del Santuario della Misericodia di Borja in Spagna. L'affresco risale al XIX secolo e si intitola "Ecce homo". Raffigura il Cristo durante la Passione, con la corona di spine sul capo. O meglio raffigurava. Un'anziana signora, infatti, ha deciso di restaurarlo, con un risultato che lascia alquanto a desiderare. "Il sarcerdote della chiesa lo sapeva. L’ho fatto solo perchè me lo ha domandato lui, altrimenti non lo avrei mai fatto", si difende ora la donna, "Tutti quelli che entravano nella Chiesa mi hanno visto dipingere, non ho fatto nulla per nascondermi". Ora un'équipe di (veri) restauratori cercherà di recuperare l'opera.

Tentano la truffa online anche con il Quirinale: oscurato nuovo sito web

Il Giorno

Tra i bersagli dell’inganno pareva ci fosse anche il Presidente, ma era un navigatore che, annusata la truffa, aveva declinato per scherzo le generalità di Giorgio Napolitano
di Mario Consani

Cattura
Milano, 24 agosto 2012 — Anche il presidente della Repubblica aveva ricevuto un sollecito di pagamento come migliaia di altre vittime della frode informatica. Poi gli hacker hanno cambiato nome al sito, ma la truffa era rimasta la stessa. E così la procura ha chiesto e ottenuto il sequestro preventivo anche del nuovo “indirizzo” italia-programmi.org, che continuava a fare quello che faceva prima quando si chiamava italia-programmi.net: offrire a pagamento (con il trucco) ciò che sul web potevi trovare gratis.

I suoi inventori (tuttora senza nome) erano balzati agli onori della cronaca qualche mese fa, quando tra i bersagli dell’inganno telematico pareva ci fosse anche l’inquilino del Quirinale. In realtà si è poi scoperto essersi trattato di un cliente buontempone che, mangiata la foglia, al momento di lasciare le generalità aveva declinato per scherzo quelle di Giorgio Napolitano. Ma la procura milanese aveva già chiesto da tempo l’oscuramento del sito, scattato a fine aprile.

Però gli ingegnosi truffatori, trasferendo i propri conti dalle Seychelles ad una banca cipriota, ci hanno messo poco a riaprire i battenti con il “nuovo” nome italia-programmi.org. E stavolta chi non pagava riceveva mail di diffida firmate da un legale di Roma, in realtà defunto. In molti ci sono ri-cascati. Ma da un paio di settimane anche italia-programmi.org non può più far danni, perché il giudice Cristina Di Censo ha oscurato anche quello, su richiesta del pm Francesco Cajani.

Il meccanismo della truffa, per la quale sono scattate a migliaia denunce da ogni parte d’Italia, è stato puntualmente ricostruito dagli uomini della squadra reati informatici di polizia giudiziaria presso la procura milanese. Italia-programmi, in entrambe le versioni, offriva la possibilità discaricare” programmi o aggiornamenti che sul web erano gratuiti, facendo però sottoscrivere (con un clic) ai “naviganti” l’impegno a pagarli 97 euro. Ma perché gli utenti finivano nella rete così apparentemente visibile? Perché gli ideatori della truffa avevano acquistato da Google delle “tag”. Così, in pratica, quando un navigatore voleva scaricare gratis quel certo programma o quell’altro aggiornamento, li cercava scrivendo il loro nomi sul più usato motore di ricerca. E ai primi posti dei risultati ottenuti compariva proprio l’offerta di italia-programmi.

E lì scattava la truffa, perché l’operazione appariva gratutita (come doveva essere), ma in realtà il gestore del sito faceva accettare con il clic una serie di clausole scritte in piccolissimo e che prevedevano il pagamento. Così una volta eseguito il “download”, ai clienti arrivano mail di sollecito a pagare i 97 euro previsti dal truffaldino canone annuo. Nella versione più recente, la diffida si materializzava anche su carta intestata di un avvocato romano in realtà defunto da un pezzo. In migliaia di utenti però hanno onorato l’impegno sentendosi in obbligo e senza annusare la truffa. Per la felicità degli hacker arricchitisi senza alcuno sforzo e tuttora titolari di conti correnti nelle banche di meravigliose isole sparse per il mondo.

L'assassino di Lennon resta in cella Respinta la richiesta di scarcerazione

Il Mattino

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NEW YORK - L'assassino di John Lennon, Mark David Chapman, si è visto respingere per la settima volta la richiesta di libertà condizionata dalla giustizia americana. Chapman, 57 anni, è recluso in un penitenziario dello Stato di New York per aver sparato e tolto la vita all'ex Beatle l'8 dicembre del 1980.


Lennon stava rientrando a casa con la moglie Yoko Ono a Manhattan di fronte al Central Park, quando venne ucciso. Chapman fu dichiarato mentalmente instabile. L'ultima volta che l'uomo fece domanda per la libertà condizionata (può chiederla ogni due anni, a partire dal 2000) è stato nel 2010. In quell'occasione spiegò alla commissione incaricata di giudicare le richieste dei detenuti che c'erano altri nomi nella lista dei suoi obiettivi dopo Lennon, tra i quali Johnny Carson ed Elizabeth Taylor. La moglie del cantante Yoko Ono si è sempre opposta alla richiesta di scarcerazione di Chapman, ritenendolo un pericolo per lei e per la sua famiglia.

Il giudice. «Nonostante i positivi sforzi compiuti durante la sua carcerazione - scrive il giudice che ha respinto la libertà vigilata per Chapman - il suo rilascio al momento minerebbe enormemente il rispetto per la legge e significherebbe sminuire una tragica perdita causata da un efferato, ingiustificato, violento, freddo e calcolato crimine». Chapman potrà ora ritentare - per l'ottava volta - di essere liberato fra due anni.

Le lettere. Prima dell'udienza in cui l'ultima richiesta dell'assassino di Lennon è stata respinta, moltissime le lettere giunte nell'ufficio del giudice per scongiurare una liberazione dell'uomo. Tra queste anche quella di Yoko Ono.

Giovedì 23 Agosto 2012 - 21:31

La ragazza di Alamar e il mistero dell’Avana

Nino Materi - Mer, 22/08/2012 - 18:11

Il nuovo libro di Davide Barilli in una Cuba in bilico tra allegria e disperazione


Ci sono le ossessioni, che tagliano l’asfalto con ombre lunghe e oscure.


Il Che all'Avana

Poi ci sono le magnifiche ossessioni, che illuminano l’anima e il cammino di chi le vive. Quella di Davide Barilli per Cuba è una magnifica ossessione. E non tanto per i riconoscimenti letterari che la terra di Castro gli ha riservato (come il premio Microeditoria di qualità, vinto l’anno scorso col romanzo «Carte d’Avana»). Ora Barilli, giornalista della «Gazzetta di Parma», torna al suo vecchio, solito (unico?) grande amore, sublimandolo nella bellezza tutta da sfogliare de «La ragazza di Alamar» (Fedelo’s Editrice). Ambientato in un’Avana piovosa, tra santuari, bettole malfamate e personaggi indecifrabili,

«La ragazza di Alamar» è imperniato su un incontro che segna indelebilmente il protagonista di una storia costruita più da ombre che da certezze; un ordinato narrativo che può essere letto come un passepartout per capire l’impossibilità di definire un’isola labirintica e meravigliosamente in bilico tra disperazione e allegria. Il racconto - illustrato, in una carnale e felice contaminazione, dalle suggestive immagini di un altro Barilli, Francesco - immerge il lettore nella Cuba più autentica, densa di echi, interrogativi e misteri; terra di magie e tradimenti, di sogni disillusi e cammini senza meta, in un susseguirsi di undici capitoli che verranno a formare un alfabeto anomalo e controcorrente. Da gustare a piccoli sorsi, come le sorsate di una schiumosa birra Bucanero.

Bèrghem Fest senza Alberto da Giussano E Maroni si prende il palcoscenico di Bossi

Corriere della sera

La statua è in riparazione. Quasi una metafora della crisi di leadership del partito


Cattura
Tuoni, fulmini e saette. La tempesta che ha squassato la Lega non ha risparmiato nemmeno Albertone da Giussano, la grande statua alta cinque metri con cui le migliaia di festanti padani sono sempre stati accolti alla Bèrghem Fest di Alzano Lombardo. Per parecchi anni ha resistito ad ogni vento, prima di crollare sotto un temporale e sfasciarsi. Un segno premonitore, manifestatosi in tempi non sospetti e che non andava sottovalutato. Adesso, con le ossa e il basamento rotto, la statua è in riparazione, un pò come tutto il popolo leghista che si ritrova, dopo la sera delle «scope» e del pollaio ripulito, dello scorso aprile, all'appuntamento che, dopo 23 anni, è più che una tradizione. È storia, un capitolo di vita politica.
 
Ci sono state fratture e le ferite sanguinano ancora, ma il basamento, o meglio la base è chiamata qui, per una «Fest» che, da qui al due settembre, dovrà dire molto di «Bèrghem» e della sua fede leghista. Bossi ci sarà, arriverà domani sera «perché ha ancora molto da dire e da dare», rimarca Roberto Pedretti, il consigliere regionale che sfodera un paio di jeans verdi, ma fluo, trasgredendo cromaticamente al verdone d'ordinanza. Maroni parlerà quasi alla fine dei dieci giorni di festa, in un ordine per la prima volta rovesciato (era sempre il Senatur a chiudere la faccenda in un'apoteosi di proclami e battimani). Dieci sere per un festival a temi, tra cui quello atteso, delle riforme costituzionali ed elettorali.

 La Bèrgem fest di Alzano Lombardo La Bèrgem fest di Alzano Lombardo La Bèrgem fest di Alzano Lombardo La Bèrgem fest di Alzano Lombardo La Bèrgem fest di Alzano Lombardo

Intanto l'unico porcellum che ha tenuto banco ieri sera è riconducibile alla porchetta alla griglia con salsa verde, uno dei piatti di un menù ricchissimo. Dire Bossi o Maroni è un pò come dire Francia o Spagna: la risposta, sotto i tendoni afosi, è stata univoca: «purché  se magna». E qui se magna, benissimo. La cucina, organizzata come un reparto di cavalleria agli ordini della regiura Aurora Azzola, è scattata puntuale, alle diciannove ha cominciato a ricevere e sfornare come un orologio le prime comande.

Una concessione local è il capù alla bergamasca, ma lo chef indica come specialità uno gnocco fritto alle ortiche e gli strozzapreti con lumache e pecorino, che con altre specialità denotano infiltrazioni culinario-regionali in grado di accontentare anche i palati più sofisticati. Lo strinù resiste come un evergreen e anche l'euro resiste. L'idea di far tornare in auge la lira, come avvenuto in Trentino, proprio in una festa leghista, non è stata presa in considerazione, ma Pedretti, in veste di coordinatore festaiolo, non esclude «qualche sorpresa».
 
Nel quartier generale del Carroccio il tempo e le bufere non sembrano passate, la gente alla spicciolata arriva e impugna la forchetta. In sottofondo si sentono le note di una bachata e i mega schermi sono sintonizzati su Sky. «Domenica sera gioca l'Atalanta», ricorda Pedretti. Zaia e Cota arriveranno ad Alzano Lombardo per illustrare le «macro regioni» tra un dribbling di Denis e un assist di Moralez.

Donatella Tiraboschi2
4 agosto 2012 | 11:06

Armstrong perderà i suoi sette Tour «Revoca dei titoli e squalifica a vita»

Corriere della sera

L'annuncia dell'Agenzia antidoping Usa dopo la scelta del campione di non opporsi alle accuse di doping


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Revoca delle sette, storiche vittorie al Tour de France e squalifica a vita. Si conclude nel modo più triste la strepitosa carriera di Lance Armstrong. L'agenzia antidoping statunitense (Usada) ha annunciato i drastici provvedimenti nei confronti di uno dei più grandi campioni della storia del ciclismo, dopo che lo stesso Armstrong ha dichiarato a sorpresa di non volersi più opporre all'accusa di aver fatto ricorso per anni a sostanze proibite. Immediata la presa d'atto del boss dell'Usada Travis Tygart: «È un giorno triste per tutti quelli che amano lo sport. Questo è un esempio che spezza il cuore di come la cultura del vincere a tutti i costi, se non controllata, supera la giusta, sicura e onesta competizione». Risultato: via i titoli e stop alla carriera.

«CACCIA ALLE STREGHE» - Armstrong aveva gettato la spugna poco prima in una nota: «Arriva un momento nella vita di ogni uomo in cui si deve dire: quando è troppo è troppo. Per me questo momento è ora. Ho affrontato - scrive Armstrong - le accuse di aver tradito e di aver avuto un vantaggio non giusto nel vincere i miei sette Tour dal 1999. Negli ultimi tre anni ho subito due indagini penali federali in seguito alla caccia alle streghe incostituzionale di Travis Tygart». E ancora: «Io so chi ha vinto quei sette Tour. Nessuno può cambiarlo, soprattutto Tygart». Poi, l'annuncio di quello che resterà il suo unico impegno futuro: «Farò quello che ho iniziato prima di vincere il primo Tour: aiutare le famiglie colpite dal cancro».

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L'ACCUSA DI DOPING - Armstrong sostiene che la sua non è un'ammissione di colpa, ma il rifiuto di sottoporsi a un procedimento che ritiene iniquo. L'Usada, invece, è convinta di avere le prove che il campione - 40 anni, lontano dalle piste dal 2011 - ha fatto uso fin dal 1996 di sostanze proibite, compresi Epo e steroidi.

LA WADA - La linea dell'Usada è stata immediatamente sposata dalla Wada, l'Agenzia mondiale antidoping. «Armstrong aveva il diritto di contestare le accuse e ha scelto di non farlo - ha detto il presidente John Fahey -. Il rifiuto significa che le accuse hanno consistenza. In base alle regole, ora possono essere imposte le sanzioni del caso».

Redazione online24 agosto 2012 | 6:59

Processo Apple-Samsung, consegnato un manuale di cento pagine ai giurati

Corriere della sera

La giuria, composta da 9 persone, deciderà chi tra i due colossi è colpevole di plagio. Risarcimenti miliardari in ballo

Un manuale per la giuria. I giudici popolari che devono determinare l'esito del processo Apple contro Samsung in corso a San Jose, in California, la cui sentenza è prevista per questa settimana, hanno ricevuto un libretto di istruzioni di 100 pagine per aiutarli nella decisione. Lo rivela il sito specializzato Cnet. Le istruzioni serviranno per compilare due altri documenti attualmente ancora in bozza, dove materialmente sarà scritto il verdetto. Una decisione non certo facile che ha portato alcuni osservatori a definire questo processo un incubo.

IL PROCESSO LUNGO UN MESE - Il primo riguarderà le presunte violazioni da parte di Samsung del copyright, sarà di 17 pagine e conterrà 33 domande, mentre il secondo, che riguarderà i reati di Apple, sarà di 9 pagine e 23 domande. Il giudice Lucy Koh, che ha condotto il processo durato circa un mese, ha ripetutamente chiesto alle parti di arrivare a un accordo prima della sentenza, richiesta però rigettata dalle parti: «Vedo dei pericoli per entrambe le parti se si arriverà a un verdetto - ha affermato nei giorni scorsi Koh - sarebbe preferibile un accordo». Sul sito americano The Verge è stato pubblicato il manuale in versione integrale.

Una delle slide contenuta nel manuale (da theverge.com)
Una delle slide contenuta nel manuale (da theverge.com)


MILIARDI DI DOLLARI IN BALLO - La giuria è composta da nove persone, sette uomini e due donne, sta per esprimersi sulla vicenda che vede contrapporsi Apple e Samsung nelle aule di tribunale con un'accusa reciproca di plagio dei prodotti e di violazione dei brevetti rispettivamente registrati. Sul piatto ci sono miliardi di dollari di risarcimento danni, a seconda di quale sarà la sentenza emessa in via definitiva dal giudice Lucy Koh. La decisione che verrà presa nello stato della California, a San José, nel cuore della Silicon Valley e a due passi dal quartier generale di Apple, è senza ombra di dubbio la più importante e, certamente, quella che sino a oggi ha suscitato il maggior interesse. I legali di Apple e Samsung hanno presentato alla corte le argomentazioni finali in attesa del giudizio. Harold McElhinny ha sostenuto la tesi di Apple definendo i prodotti del colosso coreano come una copia spudorata degli iPhone. Ne sarebbero la prova anche alcune comunicazioni interne fra dipendenti Samsung che avevano come focus la discussione sui punti di forza degli iPhone e alcuni aspetti del design del dispositivo ritenuti "rivoluzionari" da parte della stampa. Ma anche dall'altra parte sono state sollevate accuse di plagio.

Marta Serafini
23 agosto 2012 | 16:45

Le sobrie vacanze di Monti: settimana da 10mila euro

Luigi Mascheroni - Gio, 23/08/2012 - 14:41

Con stile da Istituto Luce, "Vanity Fair" racconta le ferie di Mario Monti. In Italia per dare un segnale al turismo? Macché: in una villa a due piani a Saint Moritz, in Svizzera

La famiglia Monti che passeggia, unita e serena, lungo il corso della ridente cittadina di montagna. I figli che giocano gioiosamente a palla coi nipoti.



La coppia presidenziale mano nella mano tra i campi. L'intero parentado riunito in un frugale pic nic. E nel prossimo numero, sono previste le foto della battaglia del grano, il Capo a torso nudo, mentre nuota, e sotto una gigantesca, autarchica M in marmo di Varese.

Mario, Mario, ti sorridono i Monti. E le gazzette ti fanno ciao. In una enfatica gara alla piaggeria che supera la stampa di regime di mussoliniana memoria, tutti i giornali italiani, con timidissime eccezioni, celebrano in ogni modo, ogni giorno, il nuovo premier, fin dalla sua (non) elezione. E ora, con un encomio inversamente proporzionale al calo del consenso, anche i rotocalchi più glamour e frou frou ambiscono a distinguersi per ossequio e adulazione. Riuscendoci benissimo, peraltro.

Ultimi sobri scampoli di vacanza per il Caro Leader, nel suo buen retiro in Engadina con tutta la famiglia, e Vanity Fair - il corrispettivo cartaceo del Drive In di berlusconiana memoria - intona nel numero di questa settimana un'ode bucolica al divino Monti. E in un servizio a metà tra il cartone animato e le veline del Minculpop, regala al popolo italiano una inverosimile cartolina della operosa e frugale villeggiatura della esemplare famiglia presidenziale. Al tempo della democrazia vacante, le vacanze del democratico tecnocrate. Il Capo in sobria giacca da montagna in lana cotta, la first lady con sobrio maglioncino, immaginiamo non di cachemire, legato in vita, la figlia e il genero in sobrie letture impegnati, il secondo genito e la nuora con sobrio passeggino da campagna, i nipotini su sobrie biciclettine, immaginiamo di seconda mano.

Con un fiabesco reportage fotografico che tra vent'anni sarà studiato nelle facoltà di Comunicazione come esempio di propaganda giornalistica dell'era Monti, il settimanale più diffuso e popolare del Paese ci dimostra «come si può essere sobri anche nei luoghi più glamour», altro che bandane e barzellette piccanti: «Basta avere uno stile personale autentico». E con senso critico imparziale autentico, Vanity Fair racconta, a uso delle folle, l'immagine «più umana e meno cattedratica» del Professore in vacanza con tutta la famiglia. Dove? Ma in Engadina, la perla della Svizzera. Tanto amata dai filosofi, e dai banchieri.

Per dimostrare un forte attaccamento al Paese e alle sorti dell'economia nazionale, cosa di meglio che affittare una villa di due piani in Svizzera? E per la sobria somma di diecimila euro per pochi giorni? Del resto, si affretta a precisare il vanitoso, ma sobrio, foglio governativo, «da queste parti, dopotutto, un bilocale ne costa trentamila a settimana». Ah, beh... «In fondo, non si tratta di un castello... Nulla di esclusivo o riservato». Un vero affare, insomma, alla portata anche di un operaio dell'Ilva. È vero, Monti è un habitué, e - riferisce il settimanale - il padrone di casa gli ha fatto un bello sconto. Non si dice, però, se la Finanza svizzera, ammesso che esista, abbia effettuato un blitz per verificare l'emissione di regolare fattura.

Dallo scontino allo scontrino. Meglio non chiamare «furbetto» chi evade le tasse. Meglio non chiamare «vacanze» quelle che sono un «meritato riposo». Il Professore non dorme mai. Già stupiti di non apprendere che Monti abbia scelto come luogo di relax l'Hotel de Bilderberg, a Oosterbeek, con commossa partecipazione veniamo a sapere che nei giorni precedenti Ferragosto il premier è stato a Messa, che «ha fatto cose molto semplici: ha passeggiato intorno al lago con le lenti scure appoggiate agli occhiali da studio» (facciamo notare al giornalista che la sua collega che raccontò solo dei calzini azzurri di un giudice è stata sospesa dall'Ordine), che «si è divertito a guardare i nipoti che giocavano a calcio», che la mattina del 15 agosto è rimasto in casa.

«A letto a riposare? No, a lavorare» - che «il massimo del colpo di testa è stata una passeggiata con la moglie in Val di Fex. Mano nella mano, come ragazzi». E poi, con i suoi famigliari, scortati da nove agenti su sobrie berline Volkswagen - non a caso la «macchina del popolo» - è stato accolto «a braccia aperte a una festa campestre privata, con tanto di tendone e tavolini da picnic lungo il ruscello». Essendo in Svizzera, ipotizziamo ci fosse anche Heidi con Fiocco di Neve. Polenta, salsiccia («in punta di forchetta») e simpatia. Chez Giuseppe Faina, presidente della Fondazione Milano per la Scala, che annovera tra i sostenitori banche,

assicurazioni e grandi industrie «oltre a molti milanesi appassionati di lirica, come Monti e Signora, appunto». Mica come quei cafoni che si interessano solo delle partite del Milan e delle canzoni da crociera. Si dice che quando Silvio Berlusconi invitò in Sardegna i coniugi Blair, la signora Cherie supplicò il marito di non farsi fotografare accanto all'allora premier italiano con bandana balneare. Probabilmente la Merkel, a parità di ritorno mediatico, pur essendo qui di casa, ha declinato l'invito a farsi vedere con Monti con la camicia a scacchi, zuava e zainetto in spalla. Del resto, come riferisce Velinity Fair, questa settimana per il Professore - l'Insonne della Bocconi - «è solo una pausa, un quarto d'ora accademico». E domani tornerà a tenerci la sua lezione. Purtroppo.

Al Bano ambientalista al fianco di Romina «Amati? Offensivo, è lui un Qua Qua»

Corriere della sera

La cantante: depuratore uccide il mare. L'assessore: «Questa storia non è assimilabile al Ballo del Qua Qua». L'ex di Romina: «Si dia da fare»


Al Bano, Amati, PowerAl Bano, Amati, Power


BRINDISI - L'ex moglie Romina Power aveva scritto al governatore Nichi Vendola per sollecitare un suo intervento nel progetto di scarico a mare del depuratore di Manduria e, dopo la risposta (reputata poco elegante da parte dell’assessore regionale alle Opere pubbliche Fabiano Amati) ha scelto di schierarsi in sua difesa. Al Bano Carrisi non ha esitato a rispondere a Fabiano Amati e neppure alle critiche rivolte a Romina e al loro «successo mondiale», cioè il «Ballo del Qua Qua».

L'APPELLO A VENDOLA - Nei giorni scorsi infatti, Romina, in un’accorata lettera aperta, aveva chiesto a Vendola di rivedere le posizioni dell’ente territoriale rispetto al depuratore. «Questo progetto – aveva scritto la cantante – violenta tutti i valori per i quali sia lei, che io abbiamo sempre lottato. Oltre a costituire un pericolo per l’habitat naturale di varie specie di animali, se diventa effettivo, costituirà un pericolo anche per la salute delle persone che vivono vicino a quello scarico, contaminando l’acqua in maniera irrevocabile, rendendo impossibile bagnarsi in un mare fino ad ora pulito». Ma a questa lettera aveva fatto seguito quella di Amati. «La storia della depurazione non è assimilabile al Ballo del Qua Qua, è un po’ più complicata» aveva risposto Amati, spiegando poi le ragioni di quel progetto che riguarda anche gli scarichi di Sava.

LA CARICA DELL'EX MARITO - «Non penso sia mai corretto e giustificabile aggredire, in maniera gratuitamente offensiva, qualsiasi donna – ha scritto Al Bano ad Amati –; ritengo che lo sia ancora meno quando si ricopre un importante ruolo pubblico e si ha a che fare con un’artista che ama da sempre profondamente questa terra e che ne ha a cuore la salvaguardia, come tutti noi pugliesi. All’assessore in questione ricordo che il Ballo del qua qua, successo mondiale, non era una canzone per bambini ma faceva il verso proprio ai politici dell’epoca che proponevano solo “Qua, Qua, Qua” e papere di vario tipo, senza concludere più niente, costruendo un futuro che è quello che oggi viviamo. Per evitare il rischio di diventare anch’egli protagonista di quella canzone che ha ricordato, ma probabilmente non compreso nel significato più vero, si dia da fare per la tutela del nostro mare. Venga a Torre Guaceto a scoprire un’oasi che rischia di divenire una cloaca. Faccia in modo che quello che succede a Torre Guaceto, non si ripeta sul nostro Mar Ionio”. Ora non resta che attendere la contro risposta.

Francesca Cuomo
23 agosto 2012

Totocalcio, vincita negata per 30 anni Il Coni nega ancora il pagamento

Il Messaggero


Martino Scialpi con la schedina vincente
ROMA - Le peripezie del “13” più tribolato della storia non sono ancora finite. Il Coni, tramite il segretario generale Raffaele Pagnozzi, ha infatto respinto l'atto di diffida ad adempiere, entro 30 giorni, al pagamento di nove milioni di euro (comprensivi di rivalutazione monetaria) presentato da Martino Scialpi, il commerciante di Martina Franca (Taranto) che nel 1981 sbancò il Totocalcio con più di un miliardo di lire, ma non ha mai incassato la vincita perché non risultava prodotta la matrice della sua schedina.


A suo favore c'è peraltro una sentenza definitiva che ha sancito che la schedina da lui prodotta è autentica. Dalle indagini è emerso inoltre che la ricevitoria in cui fu fatta la giocata era abusiva. Il ricorrente, perciò, ritiene che sia il Coni a dover corrispondere la vincita per responsabilità extracontrattuale. Pagnozzi fa rilevare che «non sussiste alcun presupposto per l'accoglimento dell'infondata diffida ricevuta dal Coni» e che «i tagliandi matrice e spoglio relativi alla schedina esibita dal sig. Scialpi non sono pervenuti presso l'archivio corazzato di Bari». Circostanza questa contestata da Scialpi, il quale ha replicato alla nota di Pagnozzi tramite una lettera dell'avvocato Donato Muschio Schiavone, che conferma la diffida, osservando che sin dal 1981, «mai il Coni ha fornito prova che la matrice non era arrivata alla zona Totocalcio di Bari, poiché mai e poi mai ha esibito i verbali di custodia matrice dell'1 novembre 1981 e il verbale di spoglio del giorno 2 novembre 1981, circostanze su cui “sfidiamo” la controparte a provare il contrario».


Giovedì 23 Agosto 2012 - 17:31
 
Ultimo aggiornamento: 17:35

Reati, sono le famiglie a uccidere di più

Corriere della sera

Gli omicidi sono calati di un terzo, ma è aumentata la violenza tra le mura domestiche. E le vittime sono quasi sempre donne
La famiglia uccide più dei criminali. Se da una parte calano di un terzo gli omicidi, rispetto a 20 anni fa, dall'altra, però, aumentano pericolosamente i delitti che si consumano tra le mura domestiche.

VITTIME LE DONNE - L'Istat, secondo quanto si ricava da un'analisi dell'agenzia Ansa, fotografa la situazione dell'Italia relativa al 2010, confermando un trend che già si manteneva costante dalla fine degli anni '90. Vittime quasi sempre le donne, ne viene uccisa quasi una ogni due, tre giorni. Nel 2010 le donne uccise sono state 156, nel 209 erano 172, nel 2003 il picco del decennio scorso con 192 vittime. Avventure amorose finite nel sangue, follie dei mariti, aumenta così l'omicidio di matrice familiare o sentimentale. Circa il 70% di questi omicidi sono compiuti da partner o parenti, e solo nel 15% dei casi la vittima è un uomo.

NON PIU' LA MAFIA - Se negli anni '90 la paura era rivolta alla criminalità organizzata, letta come mafia, soprattutto al sud Italia, ora la violenza si avvicina e diventa il compagno o la compagna do letto. Lo Stato pensava di avere vinto e superato la paura di questo tipo di violenze, ma si è trovato a fronteggiare un nuovo mostro. In base ai dati a disposizione dell'Associazione avvocati matrimonialisti italiani, in media dal 2006 gli omicidi tra familiari sono stati circa 200 l'anno, quelli della malavita organizzata 170.

Altra analisi: secondo una «sottostima» dell'Eurispes, nel biennio 2009-2010 ci sono stati 235 omicidi «domestici», di questi 103 tra amanti. Se la coppia si sgretola iniziano i problemi: «Nelle coppie - spiega Gian Ettore Gassani, presidente dell'Associazione avvocati matrimonialisti italiani - l'80% degli omicidi avviene nelle fasi in cui la relazione sta finendo o quando è appena finita. Nell'85% dei casi, l'omicida è l'uomo, sia perchè di solito sono le donne a lasciare sia perchè per l'uomo è più difficile accettare di essere lasciato. A volte poi ci sono questioni di "onore", specie nei piccoli paesi, oppure economiche, come la perdita della casa, ma anche di affetto, come le difficoltà per vedere i figli».

LA DENUNCIA DI STALKING NON FERMA LA VIOLENZA - C'è la denuncia di stalking (il 70% riguarda denunce a uomini), che nel 40% dei casi avviene prima dell'omicidio, ma non sempre si riesce a intervenire per fermare la violenza. L'Eurispes, nel rapporto Italia 2011, scende nel dettaglio: dei 103 omicidi che hanno riguardato "innamorati", «gli autori sono stati principalmente mariti o conviventi (63,1%), ma anche fidanzati/ex amanti (15,5%), fidanzati, amanti, rivali o spasimanti (13,6%) ed ex coniugi o conviventi (7,8%). Per quasi 6 autori su 10 il movente è stata la gelosia, la non rassegnazione alla separazione o a un abbandono».

Redazione Online23 agosto 2012 | 17:15

Vi racconto come ho ucciso Osama Bin Laden» Negli Usa il libro che svela la missione

Corriere della sera

Uno dei Navy Seals che ha ucciso il terrorista svela (in forma anonima) i dettagli della missione ad Abbottabad
La copertina del libro
Vi racconto come ho ucciso Osama Bin Laden. L'11 settembre 2012 negli Usa uscirà il libro scritto da un membro dei Navy Seals che ha partecipato alla missione ad Abbottabad in Pakistan per eliminare il leader di Al Qaeda, responsabile degli attacchi al Word Trade Center.

«BLACK HAWK DOWN» - Il libro pubblicato dalla Penguin promette di essere uno dei titoli più venduti dell'anno e, come spiega il New York Timesche ha dato in anteprima la notizia, potrebbe notevolmente influenzare la campagna presidenziale americana. Il membro dei Navy Seals ha ovviamente scelto uno pseudonimo, Owen. E ha - per ovvi motivi di sicurezza - modificato anche il nome dei suoi colleghi. Il libro, dal titolo «No Easy Day, il racconto in prima persona della missione che ha ucciso Osama Bin Laden» inizia

con il resoconto della caduta di un elicottero in cui l'autore avrebbe potuto perdere la vita e si conclude con la telefonata di conferma alla Casa Bianca della morte del terrorista, il 2 maggio 2011. Il racconto viene definito come «uno dei libri fondamentali della storia moderna». E se è ancora difficile dire quanti dettagli vi siano contenuti, di sicuro c'è che il soldato Owen racconta della sua infanzia in Alaska e del suo addestramento per arrivare alla missione più importante della sua vita. Ad aiutare Owen nella stesura è stato Kevin Maurer, autore di altri quattro libri scritti da embedded con le forze speciali in Afghanistan.

L'AUTORIZZAZIONE - La Penguin non ha reso noto se abbia ricevuto o meno l'autorizzazione ufficiale alla pubblicazione di informazioni tenute fino ad ora strettamente segrete. Ma il portavoce della Marina Usa ha scritto in una mail: «L'autore non ha ricevuto alcuna approvazione. Né la Marina ha mai avuto richieste da parte della casa editrice in tal senso». Anche il Consiglio Nazionale di Sicurezza afferma di non saperne nulla. Ma nel frattempo la Penguin ha previsto una tiratura di 300 mila copie. Per quanto riguarda la promozione l'autore apparirà in televisione con il volto coperto e con la voce contraffatta.

Marta Serafini
@martaserafini23 agosto 2012 | 16:48

Alimenti, mai più banane «annerite»: uno spray le mantiene verdi per 12 giorni

Il Mattino


Cattura
Soluzione in arrivo per chi ama le banane, ma non sopporta la loro tendenza a maturare, annerirsi e marcire in pochi giorni, fino a diventare una poltiglia poco appetibile. Gli scienziati ne parlano al meeting annuale della American Chemical Society a Philadelphia (Usa): si tratta di uno spray che i consumatori possono utilizzare per ritardare la maturazione del frutto tropicale. Il rivestimento che si crea grazie allo spray è chiamato idrogel, un materiale superassorbente multiuso composto da chitosano, una sostanza derivata dai gusci dei gamberetti e dei granchi. Xihong Li, della Tianjin University of Science and Technology (Cina), che ha presentato il nuovo prodotto, ha osservato che il chitosano consente di mantenere frutta e verdura fresche più a lungo grazie alla sua azione antibatterica, il tutto con un costo basso. Finora, tuttavia, non era mai stato usato per rallentare la maturazione delle banane. "Abbiamo scoperto che è possibile conservare delle banane verdi fresche per un massimo di 12 giorni grazie al nostro spray a base di chitosano, utilizzabile sia in casa sia nei supermercati", assicura Li.


Giovedì 23 Agosto 2012 - 11:37    Ultimo aggiornamento: 11:53