lunedì 27 agosto 2012

Neil Armstrong: miniguida per evitare errori nei media

Il Disinformatico
Cattura




La morte di Neil Armstrong sta scatenando una pioggia di articoli contenenti castronerie. Spiccano quella della NBC, che aveva inizialmente annunciato la morte di Neil Young, e quella di Repubblica, che è ben più di una castroneria: ha spudoratamente copiato da Wikipedia e poi ci ha anche appiccicato sopra la dicitura “Riproduzione riservata” in un articolo spettacolarmente infarcito di errori. Uno per tutti: la doppia “più alta onorificenza civile”. No, dilettanti copioni di Repubblica, non vi farò il favore di dire quali sono gli altri errori. Arrangiatevi, oppure fate una donazione all'Astronaut Scholarship Foundation e ne riparliamo. Grazie, intanto, a @cattivascienza per le segnalazioni.
Segnalo brevemente qui gli errori più ricorrenti, così i giornalisti seri possono evitare di commetterli e i lettori possono evitare di farsi imbrogliare dagli incompetenti. Tutte le foto citate sono tratte da Apollo Archive.

La foto dell'impronta non mostra il primo passo e non ritrae Armstrong


Quella foto, numero di catalogo AS11-40-5877 (mostrata qui accanto), insieme alla sua gemella AS11-40-5878 e a quella con il piede dell'astronauta AS11-40-5880, fu scattata decine di minuti dopo il primo passo e mostra in realtà un'impronta di prova pianificata. Inoltre non fu prodotta da Armstrong ma dal suo compagno di escursione lunare Buzz Aldrin.
Esiste anche la ripresa a colori del momento in cui Aldrin produce quest'impronta. L'evento è documentato in dettaglio nell'Apollo Lunar Surface Journal. Ma La Stampa l'ha attribuita ad Armstrong.
Nessuna delle foto celebri dell'escursione lunare dell'Apollo 11 raffigura Neil Armstrong; si vede solo Aldrin

I due astronauti avevano una sola fotocamera, che si passarono per scattare foto secondo una scaletta predefinita molto precisa che definiva Armstrong come fotografo principale. Aldrin aveva il compito di scattare foto di natura tecnica. Inoltre la telefonata inattesa del presidente Nixon scombussolò in parte la scaletta. Nella concitazione si finì per non scattare foto intenzionali di Armstrong, che compare solo parzialmente in alcuni scatti.


Questo è Aldrin, non Armstrong. Foto AS11-40-5874.


Anche questo è Aldrin, non Armstrong. Foto AS11-40-5903.


L'unica foto decente di Armstrong durante l'escursione lunare. Dettaglio della foto AS11-40-5886.

Ci sono anche i fotogrammi della ripresa automatica, ma sono piuttosto sgranati: qui ce ne sono un paio da un riversamento HD, quello di Footagevault, decisamente migliore di quelli che stanno circolando in queste ore.


Neil Armstrong sulla Luna. Fotogramma dalla ripresa automatica in 16mm.


Neil Armstrong sulla Luna. Fotogramma dalla ripresa automatica in 16mm.

Se vi serve una foto di Armstrong sulla Luna che abbia una buona risoluzione, usate questa:


Neil Armstrong nel modulo lunare Eagle, ancora posato sulla Luna, dopo aver compiuto insieme a Buzz Aldrin l'escursione lunare. Foto AS11-37-5528.
Il ritratto frontale viene spesso diffuso in versione ritoccata

Attenzione al rispetto delle norme sul ritocco giornalistico: l'originale (mostrato qui sotto, foto AS11-40-5903) è inquadrato male, tanto da troncare l'antenna radio sopra lo zaino di Aldrin.


Foto AS11-40-5903 integrale.

Ma spesso viene aggiunta una fetta di cielo falsa per bilanciare esteticamente la foto, come nel caso mostrato qui sotto:


Questa versione è falsa (cielo aggiunto).

Un peccadillo estetico, certo, ma resta il fatto la foto con la fetta di cielo aggiunta non è una rappresentazione fedele della foto originale, e i giornalisti che ancora si ricordano che cos'è la deontologia professionale e quindi hanno regole di trasparenza che proibiscono l'uso non dichiarato del fotoritocco farebbero meglio a segnalare che il cielo nero sopra Aldrin è falso.
Il video del primo passo non è quello in cui si vede Neil saltare giù dalla scaletta

Molto spesso viene presentata una sequenza televisiva in bianco e nero in cui si vede un astronauta saltare giù dalla scaletta del modulo lunare, ma non è quello il momento in cui Armstrong fece il vero primo passo e pronunciò la famosa frase “Questo è un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l'umanità”. Il primo passo è quasi invisibile nelle registrazioni della diretta TV e fu compiuto dopo che Armstrong si era soffermato ai piedi della scaletta, con i propri piedi sull'ampia zampa circolare del modulo lunare. Armstrong poggiò cautamente il proprio piede sinistro sulla superficie lunare, tenendosi alla scaletta, e pronunciò la storica frase.
Di questo momento esiste anche una ripresa a colori: qui vedete un fotogramma delle due riprese, tratto dal mio documentario liberamente scaricabile Moonscape, che copre l'intera escursione lunare dell'Apollo 11.


Dal documentario libero e gratuito Moonscape.
Dichiarazione doganale surreale

Un altro documento che sta circolando parecchio mostra quella che sembra essere una dichiarazione doganale quasi assurda che sarebbe stata compilata dagli astronauti dell'Apollo 11 dopo il loro rientro, per sdoganare le rocce lunari e soddisfare i requisiti dell'inflessibile servizio d'immigrazione degli Stati Uniti.
Molti lo stanno usando come spunto per lamentarsi delle burocrazie ottuse o lo considerano un falso, ma in realtà si tratta di un documento autentico, vale a dire di un vero modulo di sdoganamento realmente compilato e firmato da Armstrong, Aldrin e Collins. Ma lo compilarono per scherzo durante la quarantena post-volo. I dettagli sono su Space.com e The Economist, e non è l'unico documento scherzoso che riguarda le missioni Apollo.
La foto di Armstrong scelta come Image of the Day dalla NASA è fasulla

La Image of the Day odierna scelta dalla NASA è un fotomontaggio ottenuto componendo tre foto originali:



Le tre foto utilizzate sono la AS11-40-5885, 5886, e 5887, ma poi il fotomontaggio viene troncato, per cui si torna quasi alla 5886 originale, ma nel frattempo sono state introdotte quelle frange multicolore che non c'erano nell'inquadratura originale (provengono dalla foto 5887) e interferiscono con l'immagine di Armstrong. Ecco le tre foto in questione:


Foto AS11-40-5885, 5886 e 5887.
Per onorare Neil

Concludo con l'invito pubblicato dai familiari di Neil Armstrong: “Per coloro che potrebbero chiedere cosa possono fare per onorare Neil, abbiamo una richiesta semplice. Onorate il suo esempio di servizio, successo e modestia, e la prossima volta che passeggiate all'aperto in una notte limpida e vedete la Luna che vi sorride, pensate a Neil Armstrong e fategli una strizzatina d'occhio.”


Tonino non vuole soldi pubblici ma alla fine intasca un milione

Paolo Bracalini - Lun, 27/08/2012 - 15:34

Il finto moralista Di Pietro ha ottenuto un finanziamento per aver promosso i due referendum contro il nucleare e il legittimo impedimento di Berlusconi

Roma - Doppio quesito referendario e doppio «rimborso» per Di Pietro, gran promotore di referendum, ultimo dei quali quello per abolire i finanziamenti ai partiti.


Il leader dell'Idv Antonio Di Pietro

Nel frattempo, però, la sua Idv mette a bilancio il finanziamento, previsto dalla famigerata legge, per i due quesiti del 2011, quello contro il legittimo impedimento di Berlusconi e quello contro il nucleare. Tradotto in euro fanno 500.378,33 di rimborso pubblico per il primo quesito e altri 500.378,33 per il secondo, pari a un totale di 1.000.756,66, riportati nell'ultima Relazione sulla gestione finanziaria dell'Idv come «contribuzioni da persone giuridiche», insieme ai 594.236 euro diligentemente versati al partito dai parlamentari (il leader vigila attentamente...). Ma come, oltre al rimborso elettorale per i partiti, c'è pure il rimborso del referendum? Sì, tutto scritto nella legge del 1999, in base a cui «viene attribuito ai comitati promotori un rimborso pari alla somma risultante dalla moltiplicazione dell'importo di 1 euro per il numero delle firme valide raccolte» entro un limite massimo pari a 2.582.285 euro annui.

Ovviamente, per scattare il rimborso, serve che il referendum superi il quorum, cosa avvenuta per i quesiti del 2011. Dunque ai promotori è toccato un rimborso, e tra questi c'era l'Idv di Di Pietro, che ha così goduto di un finanziamento pubblico di 1 milione di euro circa. A fronte di cosa? Di tutte le spese per la raccolta firme, che dal bilancio non possiamo quantificare, se non in una cifra, 100mila euro, citata come contributo all'associazione «Comitato vota sì per fermare il nucleare». Un quinto del rimborso maturato per quel solo quesito.Tutto in regola, chiaro come il sole. Se non fosse che Di Pietro si è lanciato in una campagna contro il finanziamento dei partiti, addirittura depositando in Cassazione, ad aprile, un quesito referendario per l'abolizione del finanziamento pubblico (col paradosso che se passasse, l'Idv avrebbe diritto a un rimborso per il referendum contro i rimborsi...).

Altri referendari si sono regolati diversamente. Quelli del «forum italiano dei movimenti per l'acqua», per esempio, hanno raccolto 450mila euro tra donazioni di cittadini e associazioni, con la promessa di restituirli in caso di vittoria (cioè di incasso del rimborso pubblico), cosa che sta effettivamente succedendo, con un discreto avanzo di cassa peraltro.Ma un partito è un partito, e costa di più di un comitato referendario. Solo per la campagna elettorale in Molise, dove alle Regionali 2011 era candidato (poi eletto) il figlio del leader, Cristiano Di Pietro, l'Idv ha speso 160mila euro, con 62mila euro tra acquisizioni di spazi su giornali e tv molisane, molto influenti a livello locale (anche se lì i Di Pietro giocano in casa).

A livello nazionale invece si apprende dell'esistenza di un «Giornale dell'Italia dei valori», come recita in sottotestata Orizzonti nuovi, quotidiano edito da Il Gabbiano società cooperativa sociale di Benevento, finanziato dall'Idv nel 2011 con 6.600 euro. Nella gerenza si legge pure «Organo dell'Italia dei Valori, fondato da Antonio Di Pietro».Ma le spese sono altre, per cui sono graditi i rimborsi per le fatiche referendarie del leader Idv, messo in grande difficoltà dal Movimento Cinque stelle di Grillo, che invece rimborsi non ne prende. Come li pagherebbe Di Pietro, sennò, i 4.597.622 euro di «spese per servizi»?

Tra cui 491mila euro per «viaggi, trasferte e rappresentanza» di parlamentari e dirigenti Idv, 112mila euro di utenze telefoniche, elettricità e gas, 211mila euro in consulenze legali e notarili, 426mila euro per «spese collaboratori», 3.107.000 per servizi accessori «anche elettorali, di comunicazione, manifestazioni e propaganda», 173mila euro per «manutenzioni, riparazioni, assicurazioni, spese pulizia». Meno male che, oltre al milione del referendum vinto, ci sono i rimborsi elettorali, che per l'Idv nell'anno scorso rappresentano 11.074.267 euro.

«Tale importo - si legge- è già al netto delle modalità applicative delle disposizioni in materia di riduzione della spesa pubblica con particolare riferimento ai rimborsi delle spese elettorali previsti per i partiti e i movimenti politici, di cui alla finanziaria 2008». Il sufficiente per chiudere in attivo, da ottimo amministratore: 6.572.055,79 di avanzo, un paio di milioni in più dell'anno prima.

Scampia, ecco chi comanda le piazze dello spaccio

Il Mattino
di Rosaria Capacchione


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NAPOLI - Incandescente, senza dubbio. Come la lava, fluida e distruttrice, portatrice di morte indiscriminata. Così è Scampia in questi giorni di faida annunciata, così Secondigliano e le sue propaggini a nord della città, dove si assiste - ricordate il 2004? - a una nuova diaspora , con la fuga precauzionale di quanti temono vendette e rappresaglie. Polizia e carabinieri, che stanno indagando sugli ultimi omicidi, raccontano di una situazione criminale in profonda evoluzione, con smottamenti che abbracciano i quartieri di Miano, Secondigliano, San Pietro a Patierno, Chiaiano, Piscinola-Marianella, Scampia, San Carlo Arena e le zone della Doganella, del Vasto e dell’Arenaccia.

Qui Scampia - Evoluzione ciclica, legata ancora una volta al mercato della droga e alla mutevole leadership dei clan, collegata alle sentenze di condanna (con la detenzione degli esponenti di vertice, tutti al carcere duro) e ai pentimenti. A creare scompiglio sono state le collaborazioni eccellenti di Salvatore Lo Russo e Biagio Esposito, rispettivamente capo del clan di Miano e luogotenente della cosca degli Amato-Pagano, i cui rappresentati di recente sono stati costretti a riparare tra Melito e Mugnano. Sottolineano gli investigatori che proprio quest’ultimo cartello criminale, quello degli Scissionisti che nel 2004 dichiararono guerra (vincendola) a Paolo e Cosimo Di Lauro, è stato travolto da un veloce fenomeno di pentitismo che ha provocato le defezioni di Luca Menna, Luigi Secondo, Carmine Cerato. Quindi l’ulteriore spaccatura, con la nascita di un quadriunvirato che ha escluso Amato e Pagano dal controllo in città del traffico di droga.

Cattura

Le zone - Ma tracciare una mappa, con i referenti di ogni zona, è cosa tutt’altro che agevole. Gli equilibri cambiano di ora in ora, con i cambi di casacca decisi nel corso di summit notturni propedeutici alle azioni di sangue. Alla fine di luglio, data dell’ultimo report investigativo, la zona di Scampia (con le Case Celesti, le Case dei Puffi, via Ghisleri) era saldamente nelle mani del gruppo Abete-Abbinante, Marino-Notturno.
 
I capipiazza - A dettare legge sarebbe Arcangelo Abete, «Angioletto». A Gennaro Marino «Mc Kay», detenuto e rappresentato dal fratello Gaetano, è stata affidata la piazza delle Case Celesti. Con lui, anche Raffaele Abbinante (Papele ’e Marano), rappresentato da Giovanni Esposito, Paolo Ciprio, Giovanni Carriello «’o brigante». Della partita anche i fratelli Vincenzo e Raffaele Rispoli, cognati di Marino, capipiazza della Cappella (cioè la zona compresa tra via Dante e corso Italia). Ernestino Perone gestisce la zona di Casavatore; i fratelli Enzo e Raffaele Notturno, invece, quella di via Bakù.
 
In periferia - Fluidissima la situazione anche a Melito e Mugnano, dove si sono registrati scontri anche tra le famiglie di Raffaele Amato e del cognato Cesare Pagano. Contrasti causati dal disaccordo sulle modalità di spartizione delle entrate provenienti dalla droga e dalle estorsioni nei due comuni. Ma l’ingresso sulla scena degli uomini della «Vanella Grassi» avrebbe ricompattato le due famiglie.
 
Gli emergenti - Quest’ultimo gruppo, attivo nella zona di via Dante, è stato storicamente capeggiato da Salvatore Trepiccione, noto come «Totore ’o marinaro». Storico appartenente al clan Di Lauro, è stato uno dei «girati» transitati nel gruppo Amato-Pagano, quello dei primi scissionisti. A carico del suo gruppo nel dicembre dello scorso anno era stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere Trepiccione, Mario Pacciarelli, Salvatore Frate, Gaetano Cursale. Fabio Magnetti, che era in quell’elenco, è stato arrestato appena due mesi fa; Rosario Guarino, soprannominato «Jo Banana», è ancora latitante.
 
La leadership - A capo del gruppo, molto violento, c’è attualmente Antonio Mennetta, nipote di Trepiccione. Il quale starebbe imponendo la sua linea: spaccatura con il ritrovato gruppo Di Lauro (Marco, quarto figlio di Paolo Di Lauro, è latitante da quasi otto anni) per gestire autonomamente il clan, che sta progressivamente prendendo il controllo della vecchia Secondigliano. Secondo gli investigatori, Antonio Mennetta, assai spregiudicato, si starebbe avvalendo della collaborazione di uno scalpitante e violentissimo gruppo di giovanissimi collaboratori, ragazzi che girano per le strade di Secondigliano armati di tutto punto, esibendo platealmente - all’uso dei setoliani dell’epoca delle stragi casalesi - mitra e pistole.


Lunedì 27 Agosto 2012 - 12:37    Ultimo aggiornamento: 14:22

I lupi italiani minacciano il Roquefort francese

Corriere della sera

Un branco proveniente da oltreconfine sta facendo strage delle pecore dal cui latte si produce il celebre formaggio

Duecentocinquanta lupi  hanno attraverso il confine Italia-Francia  Duecentocinquanta lupi hanno attraverso il confine Italia-Francia

Attenti al lupo. Non tanto perché attacca gli uomini, come in tutte le fiabe oscure che si rispettino, bensì perché minaccia il Roquefort, soddisfazione di tanti palati del mondo intero, impedendo alle povere pecore della zona francese della Lozère, centro nevralgico di produzione del formaggio blu, di pascolare liberamente nei prati. E produrre un Roquefort come si deve a servizio dell’umanità.

LA LOZERE - La Lozère (Losera in occitano) è un dipartimento francese della regione Linguadoca-Rossiglione (Languedoc-Roussillon), un tempo nota come Gévaudan. In questa provincia francese, vicino alla rinomata Roquefort-sur-Soulzon, si produce il sublime formaggio dalle caratteristiche venature blu-verdi che viene poi maturato in un sistema di grotte nelle quali temperatura e umidità rimangono costanti nel tempo. Ora 250 lupi italiani distribuiti in 20 branchi, che hanno attraversato i confini francesi nel 1993 dirigendosi verso la zona di Auvergne e verso i Vosgi, stanno iniziando a minacciare quelle pecore così preziose per la produzione casearia e in generale per l’economia locale. Ponendo un delicato dilemma.

Il RoquefortIl Roquefort


STRAGE DI PECORE - Recentemente si sono verificati infatti una trentina di attacchi complessivi e il bilancio rovinoso è di 62 ovini morti e 73 feriti. In realtà non tutti sono stati attribuiti ai lupi, ma secondo gli allevatori la coesistenza con il predatore, che è bene ricordare è una razza protetta, sta diventando impossibile. E del resto che la presenza del lupo si stesse intensificando nelle zone circostanti era cosa già nota. Bastava leggere Le Figaro non molti giorni fa per capire che il temuto carnivoro in Francia sta crescendo a un tasso galoppante. Complici le politiche di protezione della biodiversità, le ultime statistiche a riguardo segnalano (con orgoglio, si intende, e Roquefort permettendo) la presenza di 250 lupi nell’anno 2011-12 nel Paese d’Oltralpe, ovvero il doppio rispetto a sei anni fa.

IL GREGGE DEL SIGNOR ROBERT - Christian Robert, 48 anni, ha un gregge di 550 pecore della specie Lacaune, il cui latte è da sempre dedicato esclusivamente alla produzione del Roquefort. Secondo una tradizione millenaria, il latte viene lasciato invecchiare nelle grotte del Monte Combalou, alle spalle dello storico villaggio Roquefort-sur-Soulzon. D’estate le pecore del signor Robert pascolano liberamente e felicemente nelle zone della Causse de Méjean. Ma nelle ultime settimane si è seminato il panico: si sono verificati cinque attacchi che hanno portato a tre morti e a quattro feriti tra gli ovini.

E il principale sospettato è il lupo. «La situazione è diventata insostenibile - ha dichiarato Christian Robert – devo montare di guardia ogni due ore». Senza contare tutte le restrizioni che “il codice del lupo” (le norme sulla protezione dell’animale stabilite nel 2004) impone a chiunque (a meno che non si tratti di persone autorizzate), rendendo la battaglia decisamente impari. Per il momento il signor Robert ha provato con la musica, sperando di allontanare i predatori, e ha installato dei proiettori che si attivano ogni 15 minuti. Ma bisognerebbe tornare ai metodi antichi, ovvero cani da guardia e recinzione elettrica. Che però sono troppo costosi per gli agricoltori locali.

LA DIALETTICA UOMO-LUPO - Christian Robert ha ottenuto anche l’appoggio di José Bové, paladino della produzione locale (e tenace difensore di questa tipologia di formaggio), leader del movimento no-global e deputato europeo, il qual ha dichiarato che in queste zone la difesa dei prodotti locali e dell’agricoltura costituisce una priorità. Ora la battaglia è aperta e la dialettica lupo-uomo, o forse sarebbe meglio dire lupo-formaggio, vede schierate due fazioni contrapposte, entrambe con le loro ragioni. I gruppi di difesa della fauna selvatica parlano di incitamento alla distruzione di una specie in pericolo, mentre i produttori francesi continuano a lottare per difendere il loro formaggio. Capeggiati da Bové, che nella storia ha dimostrato di tenere non poco all’odoroso prodotto caseario. Come quella volta che gli Stati Uniti volevano tassarlo al 300 per cento e Bové insorse, gridando: «Il Roquefort è stato preso in ostaggio». Bisognerà arrivare a un compromesso sensato, strada già intrapresa a onor del vero dall’amministrazione locale che ha reso noto la volontà di sostenere gli agricoltori. Per il momento, infatti, per ogni pecora uccisa i produttori hanno ricevuto un risarcimento. A patto che il lupo colpevole venga isolato e identificato. Operazione non così facile.

Emanuela Di Pasqua
27 agosto 2012 | 13:41

Guinness dei primati, dal Tuca Tuca agli arancini: l'Italia paese dei record

Il Messaggero

ROMA - Perdasdefogu è la cittadina sarda che, da questa settimana, è nell'elenco del Guinness World Records: la famiglia Melis,la più longeva al mondo, è nata lì, nell'Ogliastra, e tutti si chiedono quale sia il segreto di tanta longevità adesso che nell'isola è arrivata la certificazione del Guinness. Ottocentodiciotto anni e 205 giorni, divisi per nove fratelli, sono un vero primato che sarà molto difficile da battere, ma è solo l'ultimo record che si aggiunge alla lista di quelli italiani. Dall'arancino più grande del mondo al primato per numero di ballerini contemporanei di Tuca Tuca passando per il record di bicchieri (66) rotti contemporaneamente con la sola forza del pensiero, il Belpaese infatti si è conquistato un posto di primo piano nel libro inventato e pubblicato per la prima volta nel 1955 da sir Hugh Beaver, amministratore del noto birrificio dublinese.

20120826_tucatucaLa pattuglia dei primatisti tricolore è guidata da Striscia la Notizia, perché il programma satirico di Antonio Ricci è il più presente nella storia della televisione e si è meritato la targa soprattutto per la tenacia: oltre vent'anni sull'onda televisiva sono, in effetti, un bel primato che, come per i Melis, sarà difficile da battere per gli agguerriti concorrenti.
 
Bici e arancini. Se vent'anni in tv sembrano tanti, però, 224 ore, 24 minuti e 24 secondi in bicicletta sono ancora di più: Patrizio Sciroli è l'atleta di Teramo che detiene il record del mondo per la maratona in bicicletta statica. È dovuto restare oltre dieci giorni sui pedali per raggiungere il primato, stabilito in Abruzzo il 15 maggio 2011 e adesso si spera possa durare ancora a lungo. Ma l'Italia è il Paese del cibo, e allora un bel menù con piatti da primato. A Piedimonte, in provincia di Catania, hanno il record per l'arancino più grande al mondo: ben 20,205 kg di tradizione sicula portati in tavola da Amalia Bucurei e Francesco Trovato, titolare e cuoco della Gastronomia Aurora. C'è voluta tutta la loro esperienza per garantire stabilità dell'arancino, decisamente più grande del normale, che ha garantito l'ingresso nel club dei primatisti anche alla Sicillia.
 
A Pianello di Cagli, paesino nel pesarese animato da poco più di quattrocento persone, è stato cucinato un piatto che sarebbe stato ottima alternativa all'arancino: tre tonnellate di polenta sono state sufficienti a garantire l'ingresso nel club dei primatisti. Hanno lavorato tutti, in paese, per raggiungere un obiettivo storico, solo un'Autogru ha potuto sollevare la pentola per verificare il peso ed assegnare il record. Dopo, tutti a tavola. Il dolce arriva da Belluno, dove Mirco Della Vecchia, pasticcere eclettico che detiene diversi record, è riuscito a preparare il gelato più grande del mondo altro 2,82 metri, tutti da gustare. Caffè "offerto" dall'associazione Altoga, in grado di preparare 623 espressi in un'ora. Tazza, piattino e cucchiaio sono stati serviti sul bancone della fiera Host, a Milano, che ha fatto da scenario al record stabilito il 25 ottobre scorso.
 
Tra i "recordmen" italiani anche Walter Rolfo e Piero Ustignani, alias Mago Jabba, che hanno rotto con la sola forza del pensiero 66 bichieri in vetro contemporaneamente, durante uno show alla "Convention Masters of Magic" al Casino de la Vallèe in Saint Vincent, il 15 Aprile 2011. Tanta abilità, come quella dei 1055 giovani marinai che hanno dato vita alla più popolosa regata monotipo, a Riva del Garda, tra il 5 e l'8 aprile 2012. Il traffico in acqua non ha condizionato l'esito della gara che ha visto, per una volta, solo vincitori. I record collettivi sono la vera specialità italiana, non solo per la preparazione di piatti gustosi.
 
Il comune di Genazzano, in provincia di Roma, espone la targa dei Guinness per aver esposto il più grande tappeto fatto di petali floreali: 1642,57 metri quadrati di profumi e colori. In attesa del prossimo record, che sarà stabilito dalla Ferrari, a Silverstone, tra il 15 e il 16 settembre, quando sfileranno insieme 600 auto prodotte a Maranello, gli italiani possono sempre raccontare di essere il popolo che detiene un record, davvero, unico. Il 7 agosto 2010, 494 ballerini, arrivati sulla spiaggia Polo Est di Bellaria Igea Marina, hanno ballato il Tuca Tuca contemporaneamente. Record del mondo, per la felicità di Raffaella Carrà.


Domenica 26 Agosto 2012 - 19:46
Ultimo aggiornamento: 19:46

L'ironia dei napoletani che demolì Hitler

Corriere del Mezzogiorno

Ocone: «Il Fuhrer fece il saluto romano su via Caracciolo. E alcuni tra la folla: "Sta verenn' si for' chiove"»



«Ci aiuterà (forse) una risata - L'importanza dell'ironia: da Socrate ai napoletani». È il titolo del bell'articolo di Corrado Ocone pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera. Ocone discetta sulla fondamentale arma in più di cui godono alcuni popoli - come gli inglesi e i napoletani - per evitare che assolutismi e razionalismi prendano pericolosamente il sopravvento nella vita dei consessi sociali. Per portare ossigeno alla sua tesi cita molti testi, accademici e semiaccademici, da Jonathan Lear a Denise Riley; punta il dito sulla politica americana che non sembra dar spazio all'ironia (Obama lancia solo suggestioni tra retorica e sogno: «yes we can», «green revolution»); mette in guardia dal labile confine che la separa dal sarcasmo e quindi dall'arroganza (il caso di Karl Marx che la usava come clava, senza leggerezza, per demolire le tesi avversarie); fino a quando approda all'efficace sintesi del discorso raccontando un aneddoto partenopeo.

IL FUHRER E LA PIOGGIA - «Il padre di un mio amico - scrive Ocone - raccontava che durante la visita di Hitler a Napoli nel 1938 un folto pubblico fu schierato lungo via Caracciolo, in attesa del suo passaggio su una macchina scoperta. Quando il Fuhrer passò in piedi nella macchina e tese il braccio nel saluto nazista, una voce dal pubblico non identificata ruppe il silenzio della cerimonia dicendo: Sta verenn' si for' chiove (sta controllando se fuori piove). Il padre diceva che in qual momento aveva capito che il totalitarismo non avrebbe mai potuto conquistare l'animo dei napoletani. E probabilmente proprio per quel senso innato dell'ironia, quella capacità di non prendersi troppo sul serio». Senso dell'ironia tagliente di cui di tanto in tanto faceva sfoggia ad esempio l'ex sindaco di Napoli Rosetta Iervolino (definì de Magistris «un giovane promettente, nel senso che promette molto») e di cui l'attuale primo cittadino, dall'atteggiamento più «obamiano» (il vocabolario e la filosofia del yes we can), appare invece scarsamente dotato.

Al. Ch.27 agosto 2012

Contesa per la statua di Mike Bongiorno: è lite tra Arona e Meina

La Stampa

Dal parco della Fratellanza al lungolago della città del Sancarlone? La parola alla Sovrintendenza e alla famiglia del presentatore


Mike Bongiorno amava molto il Lago Maggiore che ora lo vuole ricordare con una statua ad Arona o Meina


CINZIA BOVIO


Non si sa ancora dove verrà collocata. Ma sarà Arona (e non Meina) a ospitare la statua in ricordo di Mike Bongiorno sul Lago Maggiore. Il monumento è già pronto ed è conteso tra le due località. «L’amministrazione meinese – spiega il figlio Nicolò Bongiorno – ci ha proposto il parco della Fratellanza che avrebbe dovuto essere pronto per l’inizio dell’estate dopo i lavori di ristrutturazione. L’idea ci è piaciuta, ma poi sono sorte complicazioni burocratiche con la Sovintendenza. Ora stiamo dialogando con l’amministrazione di Arona: ci offrirebbe una collocazione prestigiosa. Non abbiamo però risposte definitive sui tempi: si sta verificando la fattibilità con la Sovrintendenza». A questo punto, forse si farà prima a Cervinia, l’altra località amata dal celebre presentatore tivù: «In montagna la statua sarà posizionata questo inverno».

Dopo il trafugamento della salma dal cimitero di Dagnente, frazione di Arona di cui Mike era cittadino onorario, dal gennaio del 2011 non esiste più un luogo dove rendere omaggio al presentatore. La bara è stata ritrovata l’8 dicembre ma la famiglia, traumatizzata per l’accaduto, non ha voluto riportare il feretro nel piccolo camposanto e ha preferito la cremazione. Così la vedova Daniela Zuccoli e i figli Michele, Nicolò e Leonardo hanno deciso di realizzare una statua. All’inizio doveva essere posizionata al parco della Fratellanza di Meina, ristrutturato dal prestigioso studio di Gae Aulenti.  «Poi le riserve della Sovrintendenza – dice il sindaco di Meina, Paolo Cumbo - ci hanno spinto a fare una controproposta: il giardino dell’ex proprietà Mattioli, intitolandolo alla memoria di Mike.

Ma rispettiamo la volontà della famiglia: l’importante è che il monumento resti sul lago». Il sindaco di Arona Alberto Gusmeroli però non svela la possibile collocazione: «Ci sono due o tre ipotesi al vaglio». Non si tratta comunque della Rocca borromea, più probabile il lungolago. La statua intanto è pronta: si trova alla Fonderia di Quarona. La statua è stata realizzata dallo scultore monzese Guido Mariani: «Ho concentrato i miei sforzi nel cercare l’espressione del volto che è impressa nella memoria della vedova e dei figli, prendendo spunto dalle foto e dalla sua immagine da sessantenne.

La statua è alta due metri e 20, considerando anche il braccio levato in alto, nel tipico gesto di saluto di Mike. Nell’altra mano, il copione con la scritta “Allegria”». Lo scultore sessantaduenne (che ha anche realizzato un ritratto in rilievo nel cimitero di Agrate Brianza per Mino Reitano) ha ricevuto l’incarico a gennaio: il lavoro è durato tre mesi e mezzo. Dopo vari ritocchi per perfezionarne la somiglianza, il lavoro è proseguito in fonderia: «La statua è finita – confermano dal laboratorio Perincioli di Quarona -. E’ solo da consegnare».

Quelle bufale del pentito gustose solo per i giudici

Stefano Zurlo - Lun, 27/08/2012 - 07:14

Il tribunale del Riesame smonta pezzo per pezzo il teorema d'accusa che in luglio ha portato in cella il re delle mozzarelle. "E' lui la vittima dei clan"

Non era vero. Il re della mozzarella Giuseppe Mandara non era in affari con i clan della camorra. Altro che favoreggiamento. Altro che disponibilità.



Altro che capitali da riciclare. Tutto falso. Tutto costruito su presupposti inesistenti. Tutto capovolto, in un mondo alla rovescia. Si resta senza parole nel leggere pagine con cui il tribunale del Riesame di Napoli fa letteralmente a pezzi l'ordinanza con cui il gip a luglio aveva spedito in carcere Mandara e dato uno schiaffone a una delle eccellenze del made in Italy.

La manette a Mandara e il commissariamento dello stabilimento di Mondragone avevano fatto il giro del mondo e ora sarà difficile ricostruire l'immagine, compromessa, di un prodotto che tutti ci invidiano. Fra l'altro nel groviglio di accuse assemblate dalla Procura distrettuale antimafia di Napoli era finito davvero di tutto: persino il presunto cinismo di Mandara che decideva di lasciare in commercio una partita di formaggi contenente un pezzo di ceramica pericolosissimo per la salute; e addirittura l'utilizzo di latte di qualità inferiore, vaccino, truffando così il consumatore.

Il Riesame non affronta direttamente questi episodi ma lo studio attento delle intercettazioni - incredibilmente Mandara e il suo staff sono stati ascoltati per anni e anni - fa scricchiolare anche la lettura devastante arrivata sui giornali. Il collegio prende di petto Augusto La Torre, il camorrista che, nel 2011, dopo anni e anni di carcere e l'ennesimo pentimento, ritrova improvvisamente la memoria e racconta di aver immesso negli anni Ottanta settecento milioni nel capitale del caseificio di Mondragone.

Peccato che la sua confessione non trovi riscontro nella realtà. Mandara, che ha avuto la sfortuna di operare in una terra bellissima ma disgraziata, infestata dalla malapianta della criminalità, si è ritrovato come vicini proprio i La Torre. Forse all'inizio ha coltivato con leggerezza la loro amicizia, poi è finito, come tanti industriali del Sud, nell'imbuto delle estorsioni e delle umiliazioni finchè, nel 2003, si è ribellato e ha avuto il coraggio di denunciare il boss. Ecco allora che lo spartito va rovesciato: il re della mozzarella non era un complice ma, semmai, una vittima.

«La Torre Augusto - scrive il riesame - -è stato già ritenuto soggettivamente inaffidabile in più provvedimenti giudiziari e nei suoi confronti si è più volte proceduto per calunnia. Il programma di protezione in corso fu revocato soprattutto grazie alla denuncia del Mandara, per la estorsione tentata, commessa in costanza di contratto collaborativo. La Torre Augusto è, ad avviso di questo collegio, del tutto inaffidabile nella qualità di teste, la sua storia criminale (per tale intendendo anche l'intervallo collaborativo che non ha sedato gli entusiasmi delinquenziali del soggetto) è talmente costellata di costruzioni artefatte (oltre che di estorsioni e di omicidi a dozzine) da rendere sospetto e non credibile ogni suo movimento labiale ed ogni suo scritto». Eppure i suoi movimenti labiali, per usare le parole ironiche del riesame, sono i pilastri di questa inchiesta. Non solo, il collegio fa un calcolo semplice semplice: l'azienda fu acquistata, nel marzo dell'83, per «215 milioni di lire, dei quali solo 7 pagati in contanti, tutta la restante parte pagata con accollo di un mutuo e il rilascio di effetti cambiari». Insomma, il racconto di La Torre, con quei fantomatici 700 milioni, fa acqua da tutte le parti.

Ma c'è di più, in un crescendo surreale; Mandara è finito in carcere per essere membro di un clan che però non esiste più da molto tempo: «Si può fondatamente ritenere che il clan La Torre non sia più operativo da almeno dieci anni. Si è detto altresì che nel 2003 sono cessate le contribuzioni (estorsive) del Mandara al clan. Ebbene il gip ritiene di applicare la misura coercitiva per la partecipazione di due soggetti( (Mandara e il suo collaboratore Vincenzo Musella, n.d.r.) ad un clan che non esiste più da oltre dieci anni e, nel rendere ragione di tale necessità cautelare, scrive che non si rileva alcun elemento di recisione di tali vincoli. Sono parole - prosegue il riesame - che... non sembrano potersi spiegare altrimenti che con l'evidenza di un “refuso“, non cancellato dal file precedentemente in uso». Sconcertante.

E quantomeno controversa è anche la lettura delle telefonate avvenute nell'estate del 2008. Davvero l'azienda ha messo sul mercato le mozzarelle contenenti un pezzo di ceramica? Il geometra Pasquale Franzese afferma: «Aspettiamo un attimo». Fino alla mattina successiva, par di capire. Per poter prima cercare il frammento, che poi non è di ceramica ma di plastica, all'interno dell'impastatrice e bloccare, semmai in seguito, le mozzarelle sospette, ancora ferme nel deposito di Pistoia. Ma l'indomani i Nas sequestrano il formaggio.

Che quattro anni dopo è ancora in un frigorifero in attesa di analisi. E anche il campione di latte vaccino, peraltro percentualmente modestissimo, muove i collaboratori di Mandara, pure loro perennemente intercettati, all'indignazione nei confronti del fornitore disonesto: «Li minacci- dice una certa Anna - io il latte non lo prendo più». Vallo a spiegare agli americani e ai tedeschi che ora non si fidano più delle bufale made in Italy.

Una vocina chiama «Mamma!» scatta l'allarme, ma era un pappagallo

Il Messaggero
di Maria Lombardi

Tuscolano, un passante preoccupato dal lamento ha chiamato il 113


ROMA - «Mamma, mamma», un po’ lagna e un po’ lamento. La vocina arriva in strada, amplificata dal silenzio della domenica d’agosto, e rallenta il passo di una signora che cammina distratta. «Mamma, mamma», come unanenia dolorosa, sarà un bambino e chissà perché la madre non corre subito da lui, come mai non lo consola o lo prende il braccio.

CatturaLa passante si ferma in ascolto quasi turbata da quel richiamo insistente e ignorato. «Mamma, mamma», forse quel bimbo è solo, forse non c’è nessuno in casa che può aiutarlo. La signora sente che non può far finta di nulla, c’è un figlio disperato da salvare, così chiama il 113. Si scopre che a lamentarsi è un pappagallo, conosce due parole e le ripete di continuo, talmente bravo a imitare i suoni emessi dai padroni da essere scambiato per un bambino.
 
La chiamata arrivata al 113 alle 12,46 mette in allarme la polizia. La signora avverte che in via Enna, zona Tuscolano, c’è un bambino abbandonato in una casa, chiama disperato la mamma ma nessuno lo soccorre. Potrebbe essere caduto mentre la madre si è assentata per qualche minuto, potrebbe essersi fatto male. Pochi minuti e sul posto arrivano una volante della polizia, i vigili del fuoco e il 118. La vocina non smette di chiamare «mamma, mamma», con lo stesso tono. Gli agenti e i pompieri seguono quel grido monotono, arriva da un appartamento del palazzo lì di fronte. Suonano convinti che nessuno risponderà e allora toccherà sfondare la porta per salvare il bambino.
 
E invece, con grande sorpresa, ecco i proprietari di casa. Aprono e restano sbalorditi a vedere tutti quegli uomini in divisa. Che sarà mai successo nel condominio? Un furto in appartamento, l’allarme per qualche fuga di gas? Niente di tutto questo, poliziotti e vigili del fuoco cercano un bambino che implora la mamma. «Ma è il pappagallo!», la coppia accompagna gli agenti nella stanza dove l’uccello nella gabbietta continua a ripetere quelle due parole. Altro non sa fare, ogni tanto emette anche un fischio. E’ capace di parlare con una tale abilità da aver ingannato non solo la signora che ha lanciato l’allarme ma anche le forze dell’ordine intervenute in via Enna.
 
Equivoco chiarito strette di mano e sorrisi. Per fortuna è andata così, la passante viene comunque ringraziata dagli agenti per aver dimostrato responsabilità e senso civico. Il pappagallo continua a fare il pappagallo e ripete le due parole.
 
Sono ormai sempre di più gli uccelli colorati che vivono nelle case e popolano i parchi della città, i parrocchetti dal collare sono a Roma la specie più diffusa di pappagalli. Si possono vedere a villa Ada, Castelfusano, villa Pamphili, villa Borghese o anche nei giardinetti. Scavano nidi nei tronchi e possono danneggiare gli alberi e gli altri uccelli che fanno i nidi nelle cavità. Le associazioni animaliste raccomandano di non abbandonare i pappagalli, lasciati liberi possono alterare l’ecosistema della Capitale. Meglio tenerli in casa, ma attenzione a quello che dicono.


Lunedì 27 Agosto 2012 - 09:48
Ultimo aggiornamento: 11:15

Ladro libero e vigilantes in cella. Il paese si ribella: «Non è giusto»

Diego Pistacchi - Lun, 27/08/2012 - 12:50

In manette i tre "rondisti" che hanno aggredito un marocchino. I concittadini: "Macché giustizieri, vogliamo solo difenderci"

Cicagna (Genova) - Su una cosa sono tutti d'accordo: Cicagna non può essere il Far West della Liguria.



Nel piccolo e operoso paese dell'entroterra ligure di levante i carabinieri arrivano in forze e a sirene spiegate per mettere i ferri ai polsi dei «giustizieri» che hanno deciso di dare una lezione al ladro sorpreso a rubare in zona eppure lasciato libero dai magistrati. Cicagna non può essere il Far West. Su questo sono d'accordo anche i residenti, ma con una motivazione assai diversa. Perché se fosse il Far West, lo sceriffo prima di tutto sbatterebbe al fresco i cattivi. Tutti i cattivi.Invece gli unici in gattabuia, al momento, sono due incensurati, mentre un terzo è agli arresti domiciliari. Il giudice ha detto di andarli a prendere come fossero pericolosi banditi. Perché quasi una settimana fa avevano fermato per strada un ladruncolo già sorpreso a rubare nel saloon, pardon nel bar del borgo, eppure ancora in giro a farsi beffe di chi lo aveva denunciato. I tre residenti lo avevano affrontato, aggredito, picchiato, ferito a colpi di roncola e bastone.

Volevano dargli una lezione e hanno esagerato perché quell'uomo, un marocchino di 34 anni, è finito in ospedale e a giudizio dei medici, ha rischiato davvero di morire durante quel pestaggio. Insomma, per la legge i tre «giustizieri» dovranno rispondere di tentato omicidio: dalla parte dei cattivi ci sono finiti anche loro. I carabinieri avevano già sequestrato le loro armi, i loro fucili da caccia. Poi, dopo le valutazioni del magistrato, sono andati ad arrestarli.Tutto ineccepibile, ma l'immagine dei tre concittadini con le manette ai polsi e la faccia nascosta dal giornale all'uscita dalla caserma fa infuriare tutta Cicagna. La descrizione del ladruncolo unicamente considerato come vittima e lasciato libero dal magistrato di circolare in paese, scatena reazioni sdegnate. Anche l'ex sindaco, sta con il paese e pazienza se questo significa mettersi contro la stella della legge.

Marco Limoncini è un consigliere regionale dell'Udc, un fedelissimo del governatore Claudio Burlando al punto da aver tradito per lui una storica militanza nella Lega Nord. Eppure stavolta non ha dubbi e nella battaglia per la legalità sceglie di stare con gli abitanti di Cicagna. A caldo, dopo il pestaggio, aveva avuto parole di comprensione per i tre protagonisti della vendetta in strada. Adesso, dopo il loro arresto, sbotta: «Hanno fatto un errore, ma non sono camorristi. Sono venuti a prenderli come fossero chissà che delinquenti. Hanno esagerato, ma mentre un ladro è libero loro sono in carcere. È inaccettabile, non lo possiamo accettare. Il paese è ferito».Parole dettate dall'istinto e dalla sincerità, che costano però a Limoncini l'accusa di essere pur sempre un leghista. Insomma, non degno di far parte del centrosinistra.

Perché contestare il fatto che la giustizia debba anche garantire certezze e sicurezza ai cittadini non è abbastanza politicamente corretto. Perché rappresentare i sentimenti dei cittadini è un concetto che va comunque sacrificato sull'altare del buonismo e della tolleranza a prescindere.Il consigliere Udc tira dritto. Sa che il paese che lo aveva scelto come sindaco e che lo ha votato in Regione ripete, praticamente all'unisono, i suoi stessi concetti. Anzi, va anche oltre. In molti infatti si stanno organizzando per andare davanti al portone del carcere di Chiavari a manifestare in favore dei concittadini arrestati. La raccolta firme che è già partita darà ancora più forza a questa protesta, nelle speranza che stavolta nessuno si permetta di stigmatizzare l'iniziativa. Cicagna chiede che la giustizia si ricordi di spedire in forze i carabinieri lungo i tornanti della Valfontanabuona anche quando si tratta di andare ad arrestare i ladri. Cicagna non è il Far West della Liguria. Anche perché altrimenti lo sceriffo, in questo momento, rischierebbe di vedersi chiedere indietro la stella dai cittadini schierati compatti dietro il loro vicesindaco.

Il governo traccia 19 identikit: tu che evasore sei?

Libero

Una task force del Ministero delle Finanze sulle traccie dei "furbetti": da chi non emette scontrino alle società offshore, dagli affitti in nero alle scommesse


Cattura
La campagna d'autunno di Mario Monti sarà una guerra senza esclusione di colpi all'evasione fiscale. Anzi, più precisamente agli evasori fiscali. Una guerra senza quartiere, o forse meglio una caccia all'uomo,per recuperare qualcosa come 150 miliardi di euro elusi all'anno. Di questi, non più di 10 vengono recuperati. Le regioni più "sommerse", come da tradizione, sono quelle del Mezzogiorno con Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia e Campania in cima alla black list del Fisco. Ma occhio all'allarme crescente in Lombardia, Veneto, Liguria. Le aree più produttive d'Italia, quelle che più incidono sul Pil italiano, stanno sfuggendo progressivamente alle maglie della regolarità, perché cambia anche il ritratto tipo dell'evasore fiscale. Tanto che una apposita task force del Ministero dell'Economia avrebbe individuato 19 tipi di evasori.

Semplice aoccultamento di reddito

Omessi contributi - Coinvolti sia lavoratori autonomi saltuari o dipendenti irregolari, sia i datori di lavoro non in regola. Lo strumento di contrasto è il raffronto tra dichiarazione dei redditi ed effettivo tenore di vita.
Affitti in nero - Grandi e piccoli proprietari che affittano in nero e non dichiarano contratti di locazione, evadendo imposte dirette e indirette. Il governo promette più controllo incrociato delle utenze con i dati catastali e sui conti correnti e postali, con l'aiuto dei Comuni.
Evasore totale - L'incubo del Fisco: lavoratori autonomi, piccole e medie imprese, tutti rigorosamente ed integralmente in nero. Le contromosse: veritiche basate su analisi di rischio, segnalazioni, controlli sulle liste di chi beneficia di prestazioni sociali e assistenziali, analisi dell'anagrafe dei rapporti finanziari.
Gioco online abusivo - Internet è il Bengodi: gli operatori privi di concessione evadono l'imposta unica e possono riciclare denaro sporco. Decisivo nel contrasto la cooperazione tra banche e intermediari finanziari.
Case fantasma - Niente Imu o Tarsu: servono controlli capillari e un maggiore controllo del territorio ad opera dei Comuni.
Scommesse in nero - Soggetti non registrati al totalizzatore nazionale evadendo così l'imposta unica dovuta all'erario sull'attività di gioco.
Giochi illegali - Apparecchi da divertimento e intrattenimento non collegati alla rete telematica. Come nella tipologia delle scommesse in nero, servono accertamenti bancari e finanziari e programmi di verifiche coordinate con la Guardia di Finanza.


Occultamento parziale di reddito


Senza scontrino - Gli identikit degli evasori, sorta di "nemici pubblici" delle Fiamme gialle, li riassume il Sole 24 Ore del lunedì.Si parte dall'evasione classica: niente scontrino. Sono le piccole e medie imprese oppure gli operatori che nel Modello Unico, al momento della dichiarazione dei redditi, indicano costi non inerenti alla loro attività.
Detrazioni non spettanti - Contribuenti che indicano nelle dichiarazioni detrazioni non dovute oppure omettono fonti di introiti.

Intestazione fittizia

Le finte società - Si occultano beni di lusso (auto, immobili, imbarcazioni, aerei) attraverso lo schermo delle società. Sono soggetti ad alta capacità contributiva, occorrerà rafforzare il controllo della posizione delle persone fisiche che utilizzano beni intestati a società.
Finte onlus - Uno degli strumenti più utilizzati dai "furbetti" negli ultimi anni, la frontiera no profit: più che solidarietà, si tratta di vere e proprie attività commerciali sottratte al Fisco.

Forme sofisticate di evasione e fenomeni di elusione

Patrimoni all'estero - Il gioco è semplice: nel modello RW della dichiarazione dei redditi non sono presenti i patrimoni detenuti all'estero. Più che condoni, si seguirà la strada delle sanzioni ridotte.
Tax planning aggressivo - Qui si parla di operatori economici che utilizzano l'estero-vestizione e le operazioni societarie straodinarie, anche fuori dai confini nazionali.
Transfer picking - Sono le multinazionali a sfruttare trucchetti come gli scambi infragruppo per spostare l'imponibile in stati con minore pressione fiscale.
Fuga di capitali - Soggetti che trasferiscono illegalmente denaro all'estero o contribuenti che evadono le imposte dirette su capitali detenuti all'estero.

Utilizzo di documentazione fiscale falsa

Frodi senza Iva
- Evadono l'Iva, tendenzialmente, piccole  e medie imprese e lavoratori autonomi. Il governo punta un'azione congiunta con gli altri Paesi dell'Unione europea, perché le frodi avvengono soprattutto nelle dogane e negli snodi cruciali di importazione.
Frodi sulle accise - Contrabbando di prodotti, abuso delle norme doganali, utilizzo fraudolento di beni soggetti ad accisa. L'unico rimedio vero è un maggiore controllo alle frontiere.
Frodi sulle ritenute - Mancato versamento di ritenute, contributi o altre imposte: nel mirino piccole e medie imprese e lavoratori autonomi. 
Società cartiere - Sono quelle società create ed usate unicamente per emettere fatture inesistenti e generare crediti Iva "fantasma". Anche in questo caso, serve maggior cooperazione con le autorità comunitarie ed internazionali.

Margherita Hack, dall'Arno alle stelle in sella alla "ciuca"

La Stampa

La celebre astrofisica, 90 anni, racconta la sua passione per la bici, fin da bambina: "Facevo il pieno di allegria"


Margherita Hack è nata a Firenze il 12 giugno 1922. Da giovane è stata campionessa di salto in alto e in lungo e ha praticato la pallacanestro. Dopo il matrimonio, nel 1944, e la laurea in Fisica, nel ’45, ha lavorato in Olanda e negli Stati Uniti, e dal 1964 al 1992 ha tenuto la cattedra di astronomia all’Università di Trieste, diventando in seguito professore emerito

GIANNI RANIERI
Trieste

Margherita Hack è una scienziata di fama mondiale. Qualcuno direbbe: è una signora che gioca con le stelle come certi anziani anche di alto rango giocano coi trenini elettrici. Ma questa campionessa dell’astrofisica con i m ondi che stanno lassù non ha mai giocato, non è roba da giocarci quella. Il suo gioco, il suo amato gioco che le è stato sempre compagno, è la bicicletta. Andare in bicicletta. Pedalare per pianure e per colli all’ombra degli alberi, al suono di ruscelli o giù a capofitto da piazzale Michelangelo al Lungarno. La mia vita in bicicletta (pubblicato un anno fa da Ediciclo) è un dono della scienziata a chi ama l’arte di pedalare, quindi è anche un dono a se stessa, al suo ininterrotto amore per le due ruote, dalla sognante giovinezza di Firenze alle straordinarie realtà dell’età adulta. Oggi è Trieste la città in cui Margherita Hack, professore emerito di astronomia, vive. Dal viale dei Colli a San Giusto, un lungo percorso con tappe una più divertente, emozionante e commovente dell’altra.

Fu il fiorentino viale Machiavelli, da Porta Romana a piazzale Galileo, che la immerse nella felicità ciclistica. Pedalando non si illuminava d’immenso. «Certo, di immenso è un po’ esagerato. Però mi illuminavo di contentezza. Facevo un bel pieno di allegria e di entusiasmo, veri ricostituenti dell’animo». Margherita Hack, luogo e data di nascita Firenze 1922, non ha mai smesso di far girare i pedali, da quando, conquistato il liceo, i genitori le regalarono l’agognata bicicletta. E prima? Prima la bici se la faceva prestare. «Il mio interesse per la ciuca e per il ciclismo è cominciato molto presto, prima che avessi compiuto dieci anni. Ero per Binda. Il ragazzo che conobbi al Bobolino giocando a palla prigioniera, e che doveva diventare mio marito, era invece per Guerra. Adesso a palla prigioniera non giochiamo più, ma siamo sempre marito e moglie».

E vennero i quindici anni e i venti e tutti gli altri di una vita traboccante di lavori in corso, ma la ciuca , la biciciua , aspirando sino a farne restare un refolo di consonante l’ultima «c», come si chiamava e da qualche parte ancora si chiama in Toscana, continuava a essere il Leitmotiv d’un’esistenza intensissima in cui trovavano spazio anche il salto in lungo, quello in alto e la pallacanestro che a quei tempi fascisti nessuno si sarebbe azzardato a chiamare basket. Sport e studio, poi studio e sport e poi studio e bicicletta. È dolcissima la malinconia, dolcissimo il rimpianto di gite memorabili oggi non più possibili.

Ma la ciuca non vuol saperne d’essere appesa al chiodo. Margherita ha tre bypass e protesi al titanio nelle ginocchia, però non si arrende. Gli innamorati di albe e tramonti non devono meravigliarsi se la studentessa Margherita Hack preferisse alla luna la bicicletta finalmente di sua proprietà che i genitori le regalarono il giorno in cui conquistò l’entrata al liceo. «Era una sottomarca della Bianchi. La Bianchi era la casa per la quale correva Guerra. Io avrei preferito una Legnano, la marca di Binda, ma la gioia di possedere una bicicletta era così grande che non potevo andare tanto per il sottile».

Pedala e pedala, scendi e risali dal Poggio Imperiale al liceo e viceversa, il tempo se ne andava via come se a farlo scorrere fossero le ruote della bici. E arrivò il primo giorno all’Università. Per desiderio dei genitori e per via di una sua propensione alla narrativa, la futura scienziata s’era iscritta a Lettere. Ma il destino, presentatosi sotto le sembianze dell’emerito professore Giuseppe De Robertis, critico e firma di punta della terza pagina del Corriere della Sera , le chiarì subito che la sua strada, l’avesse percorsa a piedi o in bicicletta, era indirizzata verso ben differenti traguardi. La verità arrivò a Margherita perentoria come un attacco di Binda. Prima lezione. «De Robertis» (è un ricordo che la diverte) «parlò per un’ora di fila di un libro di Emilio Cecchi, Pesci rossi . Di quello che disse non ricordo nulla, solo una gran noia che mi fece capire che stavo sbagliando percorso. Mi rammentai solo allora che al liceo la materia che m’interessava di più era fisica.

Corsi in segreteria a informarmi come si faceva a cambiare e quanto costava in più per via del laboratorio. Il babbo e la mamma mi dissero: non preoccuparti e fai quello per cui ti senti portata». Non si preoccupò e procedette. In bicicletta, si capisce. Dall’osservatorio di Arcetri all’Università in piazza San Marco e poi a casa, macinando la salita di Poggio Imperiale. Lo studio, il matrimonio, nel 1944, la laurea, gennaio 1945. Assistente volontaria all’osservatorio di Arcetri, poi nel ’48 assistente incaricata e nel ’50 vincitrice del concorso per assistente di ruolo alla cattedra di astronomia. È l’ingresso a corte. Da Firenze all’osservatorio di Merate, poi Utrecht in Olanda con una bici nera e pesante come una moto, costeggiando i canali e infilandosi in un festival di piste ciclabili, poi Berkeley in California e i corsi di fisica alla Statale di Milano e ancora Firenze. Nel 1964 Margherita vince il concorso per la cattedra di astronomia all’Università di Trieste, c’è tanto lavoro da fare, la bici è messa da parte ma la nostalgia della ciuca è profonda e Trieste è un continuo invito a pedalare e vedere e conoscere.

Ora la professoressa ha una bici con il cambio e il manubrio sportivo. Va al Congresso dell’Unione astronomica Internazionale in Canada, la chiamano a Dublino, a Mosca, ancora a Berkeley, in Australia e al ritorno eccola in bici diretta ai Topolini per la nuotata fino al bivio di Miramare. Eccola felice che pedala lungo la costiera di Grado o verso Cormons o in mezzo ai borghi carsici di Aurisina e Opicina. «Mi buttavo giù per la discesa verso Cologna e Roiano. Soltanto la bicicletta può dare la sensazione di libertà, di immedesimarsi nella natura, di correre con il vento in faccia e tra il profumo dei fiori e dell’erba. In bicicletta si ha il tempo di vedere il paesaggio, di scorgere la lucertola che quasi ti taglia la strada, di sentire il canto delle cicale e quello dei grilli. E bisogna ogni tanto fermarsi per mangiare di gusto un bel panino col formaggio».

Studia il cielo Margherita Hack e ama le piccole, care cose della vita. Ha amato tanto un gattino che si chiamava Cicino e il cane Dick e un altro cane che si chiamava Lilli. Se si ascoltano attentamente la voce, le parole di Margherita Hack si capisce come sia stato facile per lei scendere da una discussione sull’energia nucleare da fusione e salire sulla bicicletta per pedalare verso il mare e poi, al ritorno, dare la pappa a Cicino che, essendo un gatto, riguardo all’energia nucleare doveva avere un elegante disinteresse.

Grillo replica a Bersani: «Io sarei un fascista? Tu sei un fallito d'accordo con i piduisti»

Corriere della sera

Si alzano toni tra il fondatore del M5S e il leader del Pd che sabato aveva dato del «fascista» a chi sul web attacca i democratici

MILANO - «Si rassicuri lei non è un fascista È solo un fallito. Lo è lei insieme a tutti i politici incompetenti e talvolta ladri che hanno fatto carne da porco dell'Italia e che ora pretendono di darci anche lezioni di democrazia. Per rimanere a galla farete qualunque cosa. A Reggio Emilia si celebra Pio La Torre mentre si tratta con l'Udc di Cuffaro. Amen». Beppe Grillo non ci sta a passare per il manganellatore del web e a Pierluigi Bersani, che sabato ha bollato come «fascista» chi insulta il Pd in rete, ha riservato una replica al vetriolo, ancora una volta su internet.
Cattura
IL BLOG - «"Fassissti! Fassissti del web" - racconta il leader M5s - ha gridato Gargamella Bersani. Venite qui a darmi dello zombie se avete il coraggiò. Fatemi capire - scrive Grillo in un lungo post sul suo blog - se Bersani viene accomunato a uno zombie politico (tesi supportata dalla sua storia passata e recente) è un insulto gravissimo, se invece Bersani considera il MoVimento 5 Stelle alla pari del nuovo Partito Nazionale Fascista è normale dialettica. A Bersani non mi sognerei mai di dare del fascista, gli imputo invece di aver agito in accordo con ex fascisti e piduisti per un ventennio, spartendo insieme a loro anche le ossa della Nazione».

CONFLITTO D'INTERESSI - Anni in cui, sostiene Grillo, «non c'è traccia di leggi sul conflitto di interessi o contro la corruzione. Violante e D'Alema sono stati le punte di diamante del pdl/pdmenoelle. Bicamerale, garanzia delle televisioni a Berlusconi, concessione delle frequenze televisive all'uno per cento dei ricavi. E lo Scudo Fiscale, passato grazie alle assenze dei pidimenoellini? e le decine di volte in cui il governo Berlusconi poteva essere sfiduciato, ma i pdimenoellini erano sempre altrove?». Nel 2007 «sono state presentate tre leggi di iniziativa popolare per ripulire il Parlamento dai poltronissimi (massimo due mandati) e dai condannati e per l'elezione diretta degli eletti: non sono mai state discusse. Chi è il fassissta, caro Bersani? Chi ha ignorato 350.000 firme?

DI PIETRO: BERSANI PIEGATO A MONTI - Sabato anche Antonio Di Pietro si era sentito tirato in ballo dall'accusa ai fascisti del web. «Bersani si comporta come il bue che dice cornuto all'asino. Il segretario del Pd si nasconde dietro a un dito, invece di indicare responsabilmente con chi intende formare la coalizione di governo e sulla base di quale programma». Il leader dell'Idv ha poi scritto su Facebook: «L'Idv è stata sempre coerente con il mandato ricevuto dagli elettori: all'opposizione era e all'opposizione è rimasta. Mentre il Pd solo a chiacchiere dice di voler costruire un governo riformista e alternativo al centrodestra e a Monti ma, nei fatti, continua a piegarsi e ad appoggiare le politiche suicide di questo esecutivo che stanno massacrando le famiglie e i lavoratori del nostro Paese».

Paola Pica
@paolapica26 agosto 2012 | 16:43


Addio alle vecchie lampadine a incandescenza tra i 25 e i 40 watt

Il Mattino

20120826_lampadine-ad-incandescenza
ROMA - Dopo oltre 130 anni, da quando fu inventata da Edison, addio alle vecchie lampadine a incandescenza: dal primo settembre prossimo, infatti, scatta il divieto di vendita delle ultime in circolazione, quelle di potenza compresa tra i 25 e i 40 watt.
Le altre erano state gradualmente eliminate dal 2009, in base alla normativa europea sull'Ecodesign o direttiva EUP (Energy Using Products) 2005/32/EC. Dal primo settembre 2016 il divieto sarà esteso alle lampade alogene a bassa efficienza.


Domenica 26 Agosto 2012 - 13:31    Ultimo aggiornamento: 15:32

L'architetto che governa l'archivio delle passioni

Stefano Lorenzetto - Dom, 26/08/2012 - 10:39

Svelate la vostra: in palio premi per 26mila euro. Il primo a un contadino che ricostruiva in scala (per due passeggeri) le navi da guerra affondate

Per Søren Kier-kegaard la più alta passione di una persona era rappresentata dalla fede. «Ci sono forse in ogni generazione molti uomini che non arrivano fino a essa, ma nessuno che vada al di là», scrisse nell'epilogo di Timore e tremore. Se il filosofo danese fosse vissuto ai nostri giorni e avesse visitato il Belpaese, sarebbe rimasto sbalordito dalle passioni supreme che ardono in petto agli italiani.


Giorgio Cattelan

Stefano Todisco di Lecce ha predisposto un kit per realizzare una «discoteca in scatola» fruibile da due persone. Maurizio Menestrina di Ville di Giovo (Trento) recupera dalle discariche vecchi water che vengono restaurati, decorati e venduti per beneficenza. Cristina Maccioni di Albisola Superiore (Savona) realizza torte di gesso. Roberto Regnoli di Termoli (Campobasso) colleziona i messaggi in bottiglia affidati al mare. Valeria Di Pato di Cercola (Napoli) è una paladina del tango e dei suoi effetti benefici sulla salute. Giovanni Giaretta di Padova raccoglie frame tratti da film di gangster. Giuseppe Aprile di Frascati (Roma) medita una spedizione per far riemergere il relitto del transatlantico Andrea Doria dal fondo dell'Atlantico.

Franca Berbenni di Mediglia (Milano) presta libri in cambio di un commento sui medesimi. Damiano Mazzotti di Faenza (Ravenna) trascrive e archivia Sms. Michela Del Degan di Bologna s'è specializzata in opere d'arte ispirate alle forme degli organi del corpo umano. Thomas Pololi di Milano esamina le emozioni cinematografiche tramite camere termosensibili. Salvatore Cardile di Grassobbio (Bergamo) è convinto di poter prevedere i terremoti sulla base delle lunazioni.L'archivio delle passioni italiche è custodito in un'anonima palazzina all'introvabile numero 23/a di via Stazione, meglio nota come Bahnhofstraße, considerato che ci troviamo a Laives (o Leifers), cittadina di 17.000 abitanti alle porte di Bolzano. Qui ha sede la segreteria del premio europeo alle passioni

La Seconda Luna, che viene bandito quando Comune, Provincia autonoma, Regione e Cassa di risparmio sganciano quattrini a sufficienza per organizzarlo. Vale a dire 26.000 euro solo di montepremi. Ai quali però vanno aggiunti gli stipendi per il personale di segreteria (quattro persone) e i gettoni per i cinque agenti residenti in Germania, Francia, Spagna, Regno Unito e Polonia che hanno il compito di cercare potenziali candidati nelle principali aree linguistiche europee. Già, perché se l'appassionato sale sul podio, a chiunque lo abbia segnalato viene riconosciuto un contributo pari al 10 per cento.

Nel caso del primo premio, sono 800 euro, dal momento che al vincitore ne spettano 8.000.L'unico che non becca un centesimo è il presidente del comitato organizzatore, Giorgio Cattelan, 67 anni, l'architetto in pensione che nel 2008 ha messo in piedi questo ambaradan con l'aiuto del direttore artistico Denis Isaia, inventore di eventi segnalatogli dall'assessorato alla Cultura dell'onnipotente Provincia autonoma di Bolzano. La giuria è presieduta dal giornalista Federico Taddia, conduttore di Rai 3, Radio 2 e Radio 24, che collabora anche alla stesura dei testi di Fiorello.In questi quattro anni s'è tenuta un'unica edizione della Seconda Luna, la prima, nel 2008, e ha avuto un successo travolgente: 1.024 partecipanti dalla sola Italia. La seconda, aperta all'intera Europa, è in programma per quest'anno. La preiscrizione sul sito www.lasecondaluna.it è gratuita e scade il 16 ottobre (già oltre 150 le adesioni pervenute).

Entro il 31 dello stesso mese i concorrenti dovranno inviare il materiale che documenta la loro passione segreta. «Purtroppo la volta scorsa le 20 segnalazioni dei migliori candidati arrivarono fuori tempo massimo e quindi furono bocciate», si rammarica Cattelan. Una conferma che genio e sregolatezza vanno d'accordo. Fra questi, spiccava la figura di Ettore Guatelli, oggi scomparso, un contadino diventato maestro elementare grazie all'aiuto del poeta Attilio Bertolucci, che nella sua Ozzano Taro (Parma) ha fondato il museo omonimo, da lui definito «museo del quotidiano», e anche «museo dell'ovvio», perché custodisce 60.000 oggetti della defunta civiltà contadina.

Non che il vincitore della prima edizione del premio europeo alle passioni fosse meno degno. Si trattava di Alois Clementi, un altro contadino ultraottantenne residente proprio a Laives, anch'egli oggi defunto, che per tutta la vita ha ricostruito in scala navi da guerra di grandi dimensioni, perfettamente funzionanti.Piuttosto bizzarra, come passione.«Se una nipote non lo avesse iscritto di nascosto, non sarebbe mai stato premiato. Clementi riteneva la guerra la più grande tragedia dell'umanità e le navi affondate in guerra una tragedia nella tragedia. Per questo dal 1962 in poi ha realizzato 11 modelli in scale variabili da 1:80 a 1:30. Poi li metteva in acqua nel lago di Caldaro.

Sulla riproduzione della corazzata tedesca Bismarck colata a picco dalla Royal Navy britannica nel 1941, lunga quasi 9 metri, pesante 1.500 chili e dotata di un motore da 38 cavalli, possono prendere posto due persone. Idem sulla giapponese Yamato affondata dagli americani nel 1945, lunga 10 metri. Ora sono custodite al Museo storico italiano della guerra, a Rovereto».Il secondo premio a chi l'avete dato?«Ad Andrea Caputo di Cesena, che dall'età di 13 anni ha la passione di fotografare e catalogare i graffiti urbani. Il suo archivio è divenuto ancora più imponente dopo gli studi di architettura presso l'Università di Ferrara, l'University of technology di Delft e il Netherlands architecture institute di Rotterdam.

Questa ricerca sul writing è all'origine di All city writers, un volume di 410 pagine che esplora un trentennio di graffiti, dalla metropolitana di New York alle capitali europee».Terzo premio?«A Vittorio Napoli. È un signore nato a Salerno nel 1957, che ha la passione di percorrere a piedi e a nuoto l'intera linea costiera italiana. Siccome s'è laureato in fisica con una tesi sul Sole e la sua energia, nel 1995 ha anche viaggiato con mezzi pubblici da Trento ad Agra, in India, per vedere le eclissi solari. Nel 2001 è ripartito da Trento per arrivare nel Gabon ancora con mezzi pubblici e bici pieghevole».E poi c'è il premio speciale per l'innovazione scientifica. «Il primo lo abbiamo assegnato ad Andrea Giacomelli e Francesco Giubbilini, ingegneri con la passione di mappare il buio presente sul territorio, per lo meno quel poco che ancora rimane nelle nostre città ormai illuminate a giorno anche di notte».

La Seconda Luna ringrazia.«Abbiamo scelto di dare questo nome al concorso perché le passioni degli uomini sono come la faccia nascosta della Luna. Ciascuno ne ha una, che quasi sempre tiene per sé».La sua qual è?«Niente di speciale. Sono nato a Chiusa. Vivo da sempre a Laives. Sono figlio di un ferroviere che lavorava sul trenino della Val Gardena e di una casalinga. Ho sposato una commessa. Ho un figlio ingegnere e uno macchinista. Sono nonno di una bella nipotina. Non ho mai progettato un edificio per una società immobiliare perché nel mio lavoro di architetto dovevo vedere in faccia il committente».E quindi?«

Che passione può avere un uomo così normale? Canto».Da solo?«No, da basso, nel coro Monti Pallidi di Laives. Siamo in 36, compresi quattro bimbi. Mi sono reso conto che la passione più diffusa, ma meno coltivata, è quella dello stare insieme. Qui in paese abbiamo una delle migliori filodrammatiche d'Italia, da ottobre a marzo organizza una rassegna di teatro dialettale con compagnie che arrivano da tutte le regioni. Ma anche le frazioni di Pineta e di San Giacomo hanno la loro filodrammatica. E altre due la popolazione di lingua tedesca. Tant'è che il comitato La Seconda Luna ora ha in animo di costruire il Rifugio delle passioni».

Vale a dire?«Un luogo dove coloro che coltivano qualche interesse solitario possano riunirsi».Chi è la persona più appassionata che ha conosciuto?«Gino Coseri, un operaio morto a 76 anni che ha donato tutto se stesso alla comunità di Laives: è stato capocomico e sire del carnevale, ha fondato la filodrammatica e la sezione degli alpini, ha organizzato i circoli ricreativi e i campeggi per la gioventù».Quanti dipendenti aveva nel suo studio d'architetto?«Cinque».Da ex imprenditore, mi dica: sono incentivate le passioni in azienda oppure chi comanda frena i dipendenti che manifestano troppo entusiasmo, nel timore che rompano gli equilibri?«Mi sono sempre considerato un artigiano. Pignolissimo nel lavoro, ma capace di lasciare libertà assoluta. I miei collaboratori facevano quello che volevano. Se un giorno non se la sentivano di venire in ufficio, stavano a casa.

Ma se eravamo sotto pressione, si presentavano al lavoro anche la domenica senza bisogno di chiederglielo. Contava solo il risultato finale».Che consigli darebbe a un giovane appassionato ma senza lavoro?«Uno solo: di accettare qualsiasi lavoro. Quello che sognano, verrà da sé. Io ho cominciato a 16 anni e certo non costruivo case, bensì cassette di legno per la frutta in una falegnameria. Ci davano 1 lira per la testa, 2 lire per il fianco, 3 lire per il fondo. Se eri svelto, potevi ricavarci 200 o 300 lire al giorno, sto parlando del 1961, quindi, a valori di oggi, meno di 4 euro. In quello stesso anno mio fratello Pietro, che era nato nel 1940, morì nel giro di un mese per un tumore.

Io ero stato obbligato a iscrivermi come lui all'istituto tecnico industriale. Dovetti lasciare i libri e trovarmi un posto a Bolzano, nello studio tecnico di Giancarlo De Rivo. Una delle persone più importanti della mia vita. Mi ha insegnato a lavorare, pretendeva molto, però a 17 anni mi ha messo in mano l'ufficio. E così più avanti ho potuto scegliere la scuola che mi piaceva, il liceo artistico, e poi iscrivermi allo Iuav di Venezia e laurearmi in architettura».Sa fornirmi una definizione di «passione»?«È difficile. Spesso si tratta di un impulso molto piccolo, all'apparenza insignificante, ma che dà un senso alla vita. Oltre al canto, io coltivo la passione dell'osservare.

Cammino nei boschi e nelle coltivazioni di meli e guardo che cosa fa l'ape, per esempio. E sono arrivato alla conclusione che senza la passione dell'ape per i fiori non esisterebbe la natura. Abbiamo il paradiso qui in terra ma non ce ne accorgiamo. Siamo distolti da un frastuono di fatti privi d'importanza. L'unico animale che può diventare una bestia è l'uomo, c'è poco da fare».Vada a dirlo a un gatto che tenta di mangiare nella ciotola di un cane: come minimo finisce con la colonna vertebrale spezzata.«Ma quando il cane è sazio, lascia che anche il gatto mangi. L'uomo no. Vuole tutto per sé».La passione comunque può travolgere.«Non la passione: l'egoismo, la bramosia di possesso».La politica può diventare una passione?«Dovrebbe essere solo questo.

L'ultimo che l'ha fatta per passione è stato Alcide De Gasperi, e glielo dice uno che ha militato nella Dc senza avere cariche pubbliche, perché questo dovrebbe essere la politica: dedicare un pezzo della tua vita agli altri. Quando il 19 agosto 1954 lo statista morì a Borgo Valsugana, fu una delle rare volte che vidi mio padre piangere. Ma come De Gasperi potrei citare gli opposti, Palmiro Togliatti e Giorgio Almirante, leader per passione, con un elevato senso dello Stato. Oggi la politica s'è ridotta a due categorie: “per me” o “contro di me”. Non ne faccio una colpa a segretari di partito, deputati e senatori, sa? È il disfacimento della famiglia, la cellula vitale di ogni società civilmente ordinata, che ha mandato a remengo la politica».Mario Monti le sembra appassionato?«Non so se sia appassionato.

È necessario. Ma per l'Italia ci vorrebbe più che altro un commissario straordinario».E Beppe Grillo?«Mi sembra solo un comico fallito. Fa il paio con Antonio Di Pietro, un magistrato altrettanto fallito che è la rovina dell'Italia. Un moralista ipocrita che faceva le bucce a Umberto Bossi per il Trota e intanto calava dall'alto la candidatura di suo figlio Cristiano in Molise».Potrebbe avere qualche speranza di concorrere alla Seconda Luna anche Maurizio Zanfanti, detto Zanza, latin lover che intervistai a Rimini, il quale a ogni estate s'accendeva di passione per le turiste e ne conquistava almeno 300?«No, perché quello è un tipo di passione che accomuna l'intero genere umano. Manca il requisito dell'unicità».Comunque Oscar Wilde diceva che la grande passione è il privilegio di coloro che non hanno altro da fare nella vita.«È un po' così. Ma sapesse che bel privilegio è coltivarne una».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Birra, grappa e lozioni per capelli: che affari per la «monastero Spa»

Paolo Rodari - Dom, 26/08/2012 - 10:34

Religiosi sempre più attivi nella produzione e vendita, anche via web. Si va dal brandy dei monaci di Firenze al vino pregiato dei trappisti di Frattocchie

La prima birra monastica italiana costa 12 euro (bottiglie da 75 cl) ed è prodotta dai monaci della Cascinazza di Gudo Gambaredo (Milano).


Frate impegnato nella produzione della birra

14 monaci hanno carpito qualche hanno fa i segreti di malto e luppolo dei loro confratelli belgi, già esperti produttori della bionda, e hanno iniziato a commercializzarla sul web. Non, dunque, direttamente al pubblico. On line suggeriscono di sorseggiarla fresca, equilbrata con la sua crema compatta, note di miele, arancia, bergamotto, spezie e croste di pane, consigliata con costolette d'agnello impanate e anatra all'arancia. La vendono su Internet perché pare che il web sia la nuova terra promessa anche per chi, come i monaci, è abituato da secoli ad altri ritmi, altri tempi e commerci. Così hanno deciso di fare anche i monaci di Norcia: da poco producono e vendono la birra Nursia: birra di benedettini doc. A Norcia hanno sviluppato due tipi di bevande: una bionda e leggera, un'altra più ricca e profonda.

Hanno un birrificio con impianto da 250 litri e cinque fermentatori da mille litri dove ogni cottura produce da 500 a mille bottiglie. Loro, però, vendono anche direttamente al consumatore, bar e ristoranti compresi.Non sono che due esempi di un commercio in grande espansione: la vendita nelle foresterie di monasteri e conventi italiani di prodotti tipici, genuini, senz'altro benedetti dall'alto. Anzi, dall'Altissimo. Prodotti ricercati perché si pensa, spesso a ragione, che la genuità sia di casa dove abita Dio. Ma non con la sola birra si alimentano le vendite. C'è chi produce e vende vino rosso. Sono i monaci trappisti di Frattocchie, vino «per i palati più raffinati» dicono, «direttamente dalla nostra vigna alla vostra tavola, resmino rosso corposo con sentori di frutti di bosco e more, resmino albato dolce con profumo di pesca selvatica, ottimi vini per accompagnare al meglio i tuoi pasti».

Accanto ai vini, ecco i super alcolici. Tra questi la grappa dell'Abbazia di Monte Oliveto Maggiore. E poi l'Abbazia di Novacella, con la sua grappa al miele e grappa astucciata. Alla Certosa di Firenze, invece, vendono molto il Brandy della Certosa e l'elixir di San Bernardo.Le antiche ricette dei monaci presentano una varietà di prodotti inimmaginabile: ad esempio una linea specifica per uomini. Rinomato è il dopobarba di Camaldoli, il dopobarba all'equiseto dell'Abbazia di Praglia, la colonia classica di Camaldoli e quella della Certosa di Firenze. Per la caduta dei capelli, poi, - proprio così, i monaci speso costretti alla tonsura, vendono prodotti efficaci contro la caduta dei capelli - ci sono delle importanti fiale sempre dell'Abbazia di Camaldoli e la lozione naturale anticaduta dell'Abbazia di Torrechiara. Funzionano? Chi le ha provate dice di sì.

Come efficace, senza dubbio alcuno, è la lozione doporasatura dell'Abbazia di Torrechiara, con la sua famosa linea Apiderma.Al monastero di Cesena e al laboratorio apistico benedettino di Parma si sono invece inventati un repellente contro le zanzare. Dicono che «gli oli essenziali offrono una protezione tutta naturale alla pelle dalle aggressioni delle zanzare. Il prodotto ha un gradevole profumo, che rimanda alle sue essenze di geranio, lavanda, garofano ed eucalipto. Al suo interno vi son pure gli oli essenziali antinsettici rinomati come il neem, la citronella e il tea tree».Chi non conosce le marmellate delle trappiste di Vitorchiano (Viterbo) non conosce il meglio che il settore può produrre in Italia. Molta frutta e poco zucchero, un prodotto che si dice arrivi spesso anche nelle cucine dell'appartamento papale. Ma i prodotti di altissimo livello sono parecchi.

Molti sono stati premiati da riviste blasonate come il Gambero Rosso o recensiti nel golosario di Massobrio: tra questi, l'olio di olive taggiasche dei carmelitani di Loano, i vini dei benedettini di Muri Gries Bolzano, le marmellate della monache carmelitane dai piedi scalze di San Remo. E ancora le tisane del monastero di Praglia o le saponette del monastero di Montecarmelo.I frati carmelitani scalzi di Genova hanno un motto: «Noi prepariamo le medicine, Dio ci dà la salute». Le medicine che preparano le vendono bene e la salute è in effetti una conseguenza per molti clienti. La gamma è fatta da svariati prodotti fitoterapici (a base

esclusivamente di prodotti naturali) che rielaborano le antiche ricette che si tramandano da circa tre secoli arricchite dai contributi offerti dall'attuale conoscenza scientifica. Frate Ezio e i suoi collaboratori consigliano in particolare il linimento antireumatico, contro sciatalgie, nevralgie cervicali e della colonna vertebrale, periartriti e dolori articolari.Insomma, un bel businness con però un prezzo accessibile perché come recita la regola benedettina, «nel fissare i prezzi dei prodotti ciò che viene richiesto dalò monastero sia sempre un poco inferiore a quello dei negozi secolari, perché in tutto sia glorificato Dio».

Denuncia choc di un disabile: lasciato a terra da un autista Atm

Il Giorno

"Non ha azionato la pedana e mi ha insultato". Presentato un esposto. L'azienda replica dicendo che aprirà un'indagine: "Siamo dispiaciuti dell'accaduto, verificheremo la condotta dell'autista"

Milano, 26 agosto 2012


Cattura
«Non sono mica il tuo schiavo». Così un autista Atm si sarebbe rivolto a un disabile che chiedeva di poter salire su un bus della linea 34 attraverso l’apposita pedana di legno.
Inizia tre giorni fa la storia di Massimo Lorusso, paraplegico di 41 anni, costretto da 24 a muoversi su una carrozzina in seguito a un incidente. L’uomo sta aspettando il mezzo pubblico alla fermata di viale Ortles direzione via Toffetti: «Quando l’autobus si è accostato al marciapiedi — spiega — ho chiesto gentilmente all’autista di farmi salire, come del resto fanno quotidianamente tutti i suoi colleghi». Invece, stando sempre al racconto di Massimo, l’autista si sarebbe rifiutato di scendere dall’autobus per azionare manualmente lo scivolo con una chiavetta, come rientra nelle sue mansioni: «Non mi frega nulla se gli altri lo fanno», avrebbe detto. Prima di richiudere la porta e ripartire. «Ho dovuto aspettare un altro mezzo, arrivato dopo undici minuti». Lorusso ha chiamato l’Atm per denunciare l’accaduto, poi si è diretto al commissariato Comasina: «Ho sporto querela per discriminazione: quell’autista non può permettersi di trattare così una persona diversamente abile».

Tutto finito? No. Ieri mattina si è ripetuto il medesimo copione. Ore 9.10 circa: stessa fermata, stesso autista. «Appena mi ha riconosciuto — ricostruisce Massimo — si è alzato dalla sua postazione, ma, invece di scendere e azionare la pedana, l’ha presa e me l’ha gettata sui piedi». L’uomo è riuscito così a salire sulla 34: «Ha iniziato a insultarmi: “L’altro giorno hai chiamato l’Atm, vero? Ma a me non interessa”. Per fortuna, la gente si è schierata dalla mia parte, prendendolo a male parole». Incurante delle lamentele dei passeggeri, sempre secondo la denuncia di Lorusso, il conducente si è rimesso al volante. «Io ho chiamato il 113», prosegue. Gli agenti sono intervenuti al capolinea della linea 34, identificando i litiganti e raccogliendo le loro versioni; dal canto suo, l’autista ha riferito di aver assolto ai suoi compiti, facendo salire regolarmente il disabile sull’autobus (stessa versione fornita anche ad Atm).

Di tutt’altro tenore la ricostruzione di Lorusso, che domani sporgerà un’altra denuncia: «Prima andrò in ospedale: se l’impatto con la pedana mi avrà causato dei danni fisici, lo querelerò anche per lesioni». Ecco la replica dell’azienda trasporti, che aprirù un’indagine interna sui due episodi: «Siamo dispiaciuti dell’accaduto, anche se è giusto aggiungere che, a quanto ci risulta, stamattina (ieri, ndr) le operazioni di salita e discesa si sono svolte regolarmente, nonostante il passeggero fosse sprovvisto di regolare titolo di viaggio. Verificheremo comunque la condotta dell’autista: il nostro personale è addestrato per tenere il giusto contegno con gli utenti, specie se disabili».


di Ivan Albarelli e Nicola Palma
ivan.albarelli@ilgiorno.netnicola.palma@ilgiorno.net