martedì 28 agosto 2012

Microsoft spia gli utenti di Windows 8, un blogger indaga

La Stampa

Un serio problema di privacy per il nuovo sistema operativo dove un'app spia le applicazioni installate e invia rapporti direttamente a Microsoft


ANTONINO CAFFO



Pochi giorni fa il ricercatore indipendente Nadim Kobeissi ha pubblicato un rapporto nel quale sostiene che la funzionalità di Windows 8 SmartScreen permette a Microsoft di vedere tutte le applicazioni installate dai suoi utenti. Per di più lo stesso Kobeissi, che è anche un hacker, ha sottolineato come l’azienda utilizzi una sicurezza del sistema obsoleta e insicura, che potrebbe consentire a criminali informatici di intercettare i dati raccolti. Microsoft ha risposto alle accuse di Kobeissi affermando che le conclusioni tratte dal ricercatore e hacker sono affrettate. Ma partiamo con ordine con le dichiarazioni del ricercatore dal suo blog: "Il grosso problema è che Windows 8 è configurato per dire subito a Microsoft quali applicazioni sono installate – ha scritto Kobeissi - questo è un problema di privacy molto grave proprio perché Microsoft è una delle più grandi società di raccolta dei dati e potrebbe avere ben altri obiettivi tra cui il monitorare utenti mirati per diversi scopi.

A peggiorare le cose c’è il fatto che i registri di installazione che vengono inviati a Microsoft possono essere intercettati da terzi visto che il meccanismo di invio supporta il protocollo SSLv2, noto per essere fragile. Se si prova a disattivare SmartScreen l’utente viene pressato di continuo con il sistema operativo che ricorda periodicamente di riaccenderlo”. A questo punto è arrivata la risposta di Microsoft che ha prontamente negato ogni obiettivo eticamente poco condivisibile: “Possiamo confermare che non stiamo costruendo una storica banca dati degli IP degli utenti. Come tutti i servizi online, gli indirizzi IP sono necessari per i nostri servizi, ma periodicamente li eliminiamo dai nostri archivi. In linea con le nostre normative sulla privacy, non usiamo questi dati per identificare, contattare o indirizzare la pubblicità per i nostri utenti e le informazioni raccolte non vengono condivise mai con terze parti”.

Per quanto riguarda l’utilizzo del protocollo SSLv2, Microsoft ha risposto affermando che vi è stata una riconfigurazione del servizio che ora non supporta più tale protocollo ma solo le connessioni SSLv3, meno soggette ad intrusioni esterne. Anche con l’aggiornamento Kobeissi sembra essere preoccupato per i futuri utenti di Windows 8 e per le caratteristiche di sicurezza di SmartScreen. In un post su Twitter ha infatti scritto: "Cara Microsoft, se non desideri che qualcuno si intrometta seriamente nel tuo SmartScreen faresti meglio a contattarmi, il prima possibile”. Il pensiero che Microsoft possa ottenere un log di tutte le applicazioni memorizzate su un sistema ha suscitato una serie di commenti negativi tra la comunità IT. Storie come questa suscitano timori in alcuni ambienti che alimentano paure sulla possibilità che a Redmond ci sia una stanza segreta dove i dati raccolti vengono esaminati dal FBI, RIAA e dalla Rand Corporation. Roba da far rabbrividire anche i meno smaliziati al computer.

Non sanno neanche litigare

Vittorio Feltri - Mar, 28/08/2012 - 14:57

I compagni per offendere Grillo gli danno del fascista. Ma guai a rinfacciare loro la militanza nel Pci

La prima cosa che viene in men­te è la vecchia battuta folgo­rante di Ennio Flaiano, raffina­to scrittore pescarese, sceneg­giatore di classe e disincantato giornali­sta: «I fascisti si dividono in due catego­rie: i fascisti e gli antifascisti».



Altri tem­pi, altri cervelli, altro senso dell’umori­smo. Oggi abbiamo Maurizio Crozza. Occorre accontentarsi. Delusione tota­le, invece, suscita verificare che i politici e gli antipolitici contemporanei non so­no capaci neanche di insultarsi; per farlo ripiegano su stereotipi logori, formule antiquate e inefficaci. Udire Pier Luigi Bersani dare del fasci­sta a Beppe Grillo fa venire il latte alle gi­nocchia; identica reazione provoca il co­mico ligure con la sua replica al segreta­rio del Pd: piduista!

Se il livello è sceso tanto in basso,non solo c’è da rimpiange­re la vena sarcastica di Giancarlo Pajet­ta, fenomenale polemista in tre parole, o di Fortebraccio, ex democristiano passa­to al «nemico rosso» e autore di un’im­perdibile rubrica sull’ Unità , ma perfino la verve degli attaccabrighe da osteria che, a corto di argomenti, si scambiava­no ( e talvolta ancora si scambiano) villa­nie ruspanti e sanamente volgari: testa di cazzo e faccia di merda, per esempio, che se non altro non pretendevano di avere radici politico-culturali.

Sul piano dell’inventiva, nel grigiore generale svetta comunque Grillo che, inoltre, gode di un’attenuante: non è un tribuno professionista benché cerchi di diventarlo.Mentre l’altro,Bersani,è pro­prio negato nell’arte del litigio verbale. Gli conviene seguitare a citare i proverbi rurali della nonna e lasciar perdere i bat­tibe­cchi destinati ad avere risonanza me­diatica. Massì, vada avanti con le «bam­bole da pettinare», con i «leopardi da smacchiare» e le «coccinelle con i punti­ni neri da schiacciare». Si mantenga su questa cifra, è perfetta per lui piacentino di Bettole, un toponimo che è tutto un programma (poco politico).

Non so se sia un auspicio o un timore: se la prossima campagna elettorale si at­terrà allo stile esibito recentemente da Bersani e Grillo, non ci annoieremo. Sarà come assistere a una rissa tra giovinastri; vincerà chi avrà in riportato meno lividi. Spettacolo (anche televisivo)garantito.I protagoni­sti della competizione, tuttavia, non si la­gnino poi se gli elettori faranno registra­re il massimo delle astensioni e il mini­mo dei consensi. Probabilmente l’anti­politica, avanti di questo passo, la trion­ferà.

Un’ultima osservazione. Silvio Berlu­sconi fino ad alcuni anni fa veniva sbef­feggiato dalla sinistra perché soleva da­re del comunista a chiunque fosse stato comunista. Non c’era nulla che offen­desse i compagni quanto ricordare loro ciò che erano stati: non in un’altra vita, ma in questa, visto che il Pci fu sciolto ­regnante Achille Occhetto - nel 1989. E, guarda caso, sia Massimo D’Alema sia Walter Veltroni sia Pier Luigi Bersani (e moltissimi altri, un elenco infinito) di quel Pci erano stati dirigenti di prima grandezza. Come mai si sentivano feriti se tacciati di comunismo? Forse perché si vergognavano del loro passato prossi­mo? Non so.

Sta di fatto che il Cavaliere era deplo­rato perché diceva pane al pane, vino al vino e comunista al comunista. Con­trordine compagni: ora è il leader dei progressisti che gira la frittata e liquida l’avversario Grillo definendolo fasci­sta, dimenticandosi che il fascismo mo­rì 46 anni prima del comunismo. È leci­to attribuire l’appartenenza al fascio a chi è nato a fascio sfasciato? Mah! For­se gli ex comunisti, a forza di autorifor­marsi, hanno riformato anche la se­mantica di «fascista», trasformando questo sostantivo (e aggettivo) dal si­gnificato preciso in un sinonimo di «stronzo»? Se è così, per par condicio, si compia analoga operazione arbitra­ria col vocabolo «comunista».

Pizzarotti, 100 giorni tragicomici tra gaffe, boutade e figuracce

Lucia Galli - Mar, 28/08/2012 - 14:53

Dalla giunta in ritardo record all'assessore indagato, dalla guerra col teatro Regio alla dipendente in causa col Comune. Tutti i pasticci del sindaco grillino di Parma

Parma Aveva atteso l'esito delle elezioni centellinando un bicchier d'acqua in uno storico bar che ora è chiuso, strozzato dai debiti.


Il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo e il sindaco di Federico Pizzarotti

Erano gli ultimi attimi di Federico Pizzarotti da tecnico informatico, prima che, cento giorni dopo, attraversasse la piazza, fendendo folla e media da tutta Europa, per diventare il primo sindaco grillino d'Italia in un capoluogo, forte del 60% dei voti di un ballottaggio di protesta. Ora sembra la città ad essersi persa in quel bicchier d'acqua mentre Pizzarotti, a 39 anni, senza cravatta e la giacca solo se serve, promette democrazia diretta, referendum popolari e il blocco dell'inceneritore.Un quadro bucolico e tante idee a km zero che nemmeno l'Atene di Pericle. A poche ore dalla vittoria re Federico provò pure a smarcarsi da Grillo: «Per noi è stato solo un megafono». Il padre nobile non gradì e pose il veto sul direttore generale che Pizzarotti avrebbe voluto nominare. Candidatura rimangiata.

E fu sera e fu mattina, primi giorni: le bufale e i proclami si inseguono, ma è quasi sempre «colpa dei giornalisti» e Pizzarotti comincia a dribblarli a piedi e in bici (pieghevole). Parla piuttosto a web unificato via Youtube. Non disdegna però un'intervista su Chi, blocca semmai Vanity Fair e perfino Bruno Vespa viene ricacciato dopo ore di anticamera: «Devo lavorare alla giunta».L'attesa messianica durerà 46 giorni. La prima nomina è al Bilancio per risanare un buco di quasi un miliardo di euro. L'impresa è titanica e, per far di conto, l'assessore non trova di meglio che nominare consulenti due suoi colleghi di studio. Ma no, Cencelli non centra. Tant'è che alle altre nomine si procede vagliando i curricula giunti da tutta Italia. Son così tanti che qualcosa sfugge, come nel caso dell'urbanistica, incarico affidato per 24 ore ad un architetto con qualche problema di fallimento societario.

Transeat: altra nomina revocata proprio nel giorno in cui Pizzarotti avrebbe dovuto presentare l'instant book dedicato alla sua ascesa. Mediatico senza volerlo, per compensare lo scivolone, il sindaco chiama al Welfare una dipendente del Comune che fece causa per mobbing. Ora comanderà chi la voleva demansionare. Un contrappasso quasi dantesco dove gli ultimi saranno i primi e soprattutto i passi son così piccoli che sembra di stare fermi. Di grande c'è solo il lignaggio dei super consulenti, come Maurizio Pallante a Loretta Napoleoni che in città, dovendo lavorare quasi gratis, si son visti solo un paio di volte per dire: «Il fotovoltaico ci salverà», «Serve una rinascita profonda». Pizzarotti intanto si riduce lo stipendio, elimina le auto blu, taglia i biglietti gratis ai consiglieri. Gocce in un vaso di veleni contro cui non v'è ancora né siero né elisir.

Al primo consiglio comunale, tastando scaramanticamente la «reliquia» della mazza dei Farnese, esposta ad ogni inizio di legislatura, Pizzarotti esordisce con un «Salve a tutti» a dir poco irrituale. Seguono numerose gaffe sul «cerimoniale». La minoranza gongola e perdona l'inesperienza, ma lancia un messaggio chiaro: «Altro che consultare anche noi, le idee le dovete avere voi». L'estate aiuta la stagionatura lenta della res publica: Pizzarotti entra a gamba tesa solo sulla Movida e sugli alcolici d'asporto, riuscendo nella curiosa impresa di creare due zone dove bere ma ad orari diversi. Sui temi veri, invece, Pizzarotti si trincera sempre più spesso dietro a un pensatoio di future, imminenti soluzioni. Intanto il suo debutto al Teatro Regio è così poco armonico da far litigare le due orchestre per un appalto.

Il sindaco prova ad incontrare tutti ma i «poteri forti» attendono di capire se quel bon ragass oltre alla buona volontà abbia anche qualche buona idea. Nel dubbio gli presentano il conto, fra penali, crediti da saldare e revoca delle sponsorship. La vera battaglia ora si gioca sull'inceneritore, il cui blocco era stato il cavallo di battaglia della campagna elettorale. Il tema è un test per il futuro nazionale di M5S e il sindaco rischia di incenerire il consenso di una città in parte già disillusa. Ecco allora ecco rispuntare Grillo che torna a far da guru, prendendo per mano il «suo» Federico per aiutarlo nella lotta. Pizzarotti incassa e intanto non disdegna la corte di una troupe della Bbc che, tornata in città per i «Cento giorni» domanda se questa forma di people have the power possa funzionare, anche oltre le canzonette. Pizzarotti avrebbe la battuta pronta. «Facile, come bere un bicchier d'acqua». Ma davanti alle telecamere non riesce a pronunciarla.

Arafat , aperta inchiesta per omicidio

Corriere della sera

La magistratura francese verificherà le accuse delle famiglia secondo al quale il leader Olp è stato avvelenato con il polonio

 Suha Arafat, vedova del leader dell'Olp, Yasser Arafat Suha Arafat, vedova del leader dell'Olp, Yasser Arafat

La magistratura francese ha aperto un inchiesta per omicidio in merito alla morte di Yasser Arafat, avvenuta nel 2004 vicino Parigi. L'inchiesta, ha riferito una fonte vicina alle indagini, è stata avviata dopo che la famiglia dell'ex leader dell'Olp aveva sporto denuncia affermando che la causa della morte risiede in un avvelenamento radioattivo da polonio 210. Ora uno o più giudici istruttori saranno nominati per condurre l'inchiesta aperta dalla procura di Nanterre, competente per i fatti avvenuti a Clamart, località dove si trova l'ospedale militare in cui è stato ricoverato il leader palestinese.

INDAGINE - Dalla vedova Suha era anche ripartita l'indagine sulle tracce biologiche (sangue, saliva, sudore) rimaste sui tessuti della keffiah e tra le setole dello spazzolino da denti su cui si era basata l'inchiesta giornalistica dell'emittente araba Al Jazeera durata nove mesi e conclusa con la denuncia che il leader palestinese non fosse morto di morte naturale. Ma, come rilevato dai laboratori dell'Istituto di radiofisica alla clinica universitaria di Losanna per avvelenamento, da di «polonio-210» di cui come spiegava il direttore François Bochud, se ne era trovato «un livello significativo».


Redazione Online28 agosto 2012 | 17:59

A Cortina trovati gli acari nell'ambra più antichi del mondo

Corriere della sera

Sono vissuti nel Triassico 230 milioni di anni fa. Finora gli esemplari più antichi risalivano a 100 milioni di anni dopo

A sinistra Triasacarus fedelei, a destra Ampezzoa triassica (Ap)A sinistra Triasacarus fedelei, a destra Ampezzoa triassica (Ap)

MILANO - Sono stati rinvenuti sulle Dolomiti, sotto le Tofane, le montagne che sovrastano la conca di Cortina d’Ampezzo, gli invertebrati più antichi del mondo conservati in ambra. Una scoperta eccezionale che sposta indietro di ben 100 milioni di anni le precedenti scoperte di insetti inglobati nelle resine fossili. A rivelarlo è uno studio internazionale realizzato dall’Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche (Igg-Cnr) e dall’Università di Padova, in collaborazione con l’Università di Göttingen e con il Museo di storia naturale di New York, e pubblicato su Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences).

AMBRA - L’ambra delle Tofane conserva nelle sue gocce le più antiche inclusioni di organismi vissuti sulla Terra. Una testimonianza eccezionale, il più antico «atlante» di microrganismi, batteri, alghe, funghi e protozoi, e ora anche di invertebrati, attraverso il quale si è aperta una finestra molto nitida sulle caratteristiche della vita e del clima intorno ai 230 milioni di anni fa, quando i primi dinosauri si stavano evolvendo. «Prima del presente studio, però», spiega Eugenio Ragazzi dell’Università di Padova, «le più vecchie inclusioni di organismi animali in ambra risalivano a circa 130 milioni di anni fa: la nuova scoperta sposta quindi le lancette indietro nel tempo di ben 100 milioni di anni rispetto a ogni precedente ritrovamento di organismi inglobati in ambra».

CONSERVAZIONE ECCEZIONALE - Grazie all’eccezionale stato di conservazione, per due dei tre artropodi sono state coniate anche nuove specie, chiamate Ampezzoa triassica e Triasacarus fedelei, in onore del cortinese Paolo Fedele che nel 1997 ha segnalato il giacimento che ha permesso tutte le successive ricerche. «Esistono ambre del Cretaceo, che presentano numerosissime inclusioni di insetti, ma sono 100 milioni di anni più recenti», spiega Guido Roghi dell’Igg-Cnr, coautore della ricerca.

LA SCOPERTA - «Quelli scoperti a Cortina sono due acari e un moscerino, risalenti al periodo Triassico, e hanno le dimensioni di pochi millimetri», continua Roghi. «Quelle degli acari sono larve con ben evidenti tutte le loro appendici, l’insetto invece è un dittero, un moscerino, e appartengono a specie oggi estinte. Per individuare questi invertebrati sono state esaminate con un lavoro molto lungo oltre 50 mila goccioline di ambra. Si è dovuto “affettarle” una a una in più fettine e levigarle perché potessero essere osservate al microscopio». Solo in tre goccioline sono stati trovati gli invertebrati.

Gli acari hanno corpo lungo e segmentato, due paia di zampe invece delle quattro solitamente presenti negli acari odierni», aggiunge Roghi, «un peculiare apparato boccale e artigli piumati, caratteristiche che dimostrano come questi artropodi avessero tratti distintivi e specializzati già nel Triassico, decine di milioni di anni prima della comparsa delle piante da fiore di cui si nutrono oggi quasi tutti gli acari. Allora invece dovevano necessariamente nutrirsi di antiche conifere». E fa un’ipotesi: «Poiché questi artropodi fossili sono stati trovati nelle galle, strutture vegetali che la pianta produce per proteggersi dalle punture degli insetti, è possibile e forse probabile che siano stati quelli stessi invertebrati a pungere le piante, che poi per difendersi hanno essudato la resina che li ha inglobati, divenendo poi ambra».

EVOLUZIONE - Quando apparvero le prime piante con fiore, quindi, questi artropodi modificarono le loro abitudini alimentari: «Grazie al loro adattamento ambientale hanno superato le grandi estinzioni al termine del Cretacico (65 milioni di anni fa)», concludono i ricercatori. «Se nel Permiano (252 milioni di anni fa) si erano estinte il 96% di tutte le specie marine e il 70% di quelle dei vertebrati terrestri, questo studio chiarisce che nel Triassico (230 milioni di anni fa) esistevano organismi animali persistenti anche a cambiamenti enormi».

Massimo Spampani
28 agosto 2012 | 15:08

Trucchi vecchi, trucchi nuovi

La Stampa

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YOANI SANCHEZ

Cattura
Le mani volano sul tavolo. Da quanto sono rapide si riesce a vedere solo la scia lasciata dalle dita e la lucentezza di un anello d’oro. Potrai indovinare - almeno la prima volta - sotto quale recipiente si nasconde la piccola sfera di carta. La rappresentazione è soltanto per te, tu sei la preda, il solo pubblico cui è diretto lo spettacolo. Ti sei recato in quella abitazione, in un quartiere poco raccomandabile, per comprare un paio di scarpe a un prezzo più economico di quello praticato dai negozi. Ma quando ti addentri nel confuso corridoio, la giovane che ti ha proposto quei prezzi vantaggiosi scompare.

Per questo resti in piedi, a pochi metri da due uomini che giocano come se tu non ci fossi, ma che al tempo stesso dirigono ogni gesto verso i tuoi occhi. Tra pochi minuti ti proporranno di scommettere e crederai di poter scoprire dove si nasconde la sfuggente pallina. In meno di un’ora avrai perso tutto il capitale che portavi con te. Fin qui avete letto la sintetica narrazione di una delle truffe più gettonate nel nostro paese e nel mondo. Un imbroglio da antologia, che nonostante la sua semplicità e la sua ripetitività non ha smesso di funzionare. A Cuba ultimamente sono sorti nuovi metodi per fregare alla gente il suo denaro

C’è di tutto. Biglietti da un peso contraffatti in maniera grossolana con due zeri disegnati per “farli passare” come se fossero da cento. Borse con jeans venduti sotto un porticato, che una volta a casa contengono solo un vecchio sacco di bucce di patate. Presunti agenti immobiliari che spariscono con il compenso senza aver compiuto il loro lavoro. Abbiamo persino “viaggi in barca verso La Florida” che terminano con gli interessati mangiati dalle zanzare in mezzo alle mangrovie, senza che compaia neppure l’ombra dell’imbarcazione. Ripeto, c’è di tutto. Ma da poco è stato ideato un nuovo tipo di truffa che coinvolge quasi sempre un presunto straniero. La tecnica sarebbe persino simpatica, se non fosse per le conseguenze negative sul portafoglio. Una persona, con accento argentino o portoghese, affitta un taxi. Propone all’autista una buona somma di denaro per averlo a disposizione un giorno intero.

Mentre l’auto è in marcia lo straniero si mostra preoccupato, comincia a raccontare tutti i problemi che ha con la moglie cubana e al tempo stesso descrive la redditizia impresa che sta organizzando sull’Isola. L’itinerario quasi sempre comprende la visita a un hotel, passare da un ospedale, andare a prendere alcune valigie in casa di qualche “amico” e persino fermarsi a bere una birra in un bar. Quando il conducente ha instaurato una certa amicizia con il cliente, quest’ultimo gli chiede un po’ di denaro per pagare una pratica con la scusa che non accettano biglietti da cento oppure che gli restano solo euro. “Prestameli per qualche minuto che dopo passiamo da una banca e te li restituisco”. Il turista con cappello e camicia a fiori scende dall’auto.
L’autista ne attende il ritorno per oltre un’ora, poi comincia a sospettare, ma ormai il truffatore si è allontanato.

Se il trucco della pallina che si nasconde sotto un recipiente solletica il nostro ego, fa credere che i nostri occhi possano essere più veloci della mano del giocatore, la trappola del “turista che ci chiede denaro” si basa sulla comune credenza che gli stranieri “non possono essere più scaltri di noi”. In questo modo, approfittando di questo falso stereotipo, i truffatori dell’Avana si stanno dando un gran da fare. Non serve addestrare le mani o attendere che la “preda” entri in una stanza disordinata in cerca di un paio di scarpe, se parlando come un abitante di Buenos Aires o del Quebec il guadagno può essere maggiore. Un po’ di odore di crema solare, occhiali scuri, bermuda larghe e lo sguardo curioso verso gli edifici che si vedono dal finestrino del taxi… basta questo per mettere in atto una truffa ai danni del contenuto delle tue tasche.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Si traveste da BigFoot per scherzo Ma viene investito e ucciso da due auto

Corriere della sera

Un 44enne ha indossato una tuta mimetica per simulare un avvistamento dello scimmione e si è messo sulla strada

La tuta indossata dal finto BigFootLa tuta indossata dal finto BigFoot

Uno scherzo finito in tragedia. Randy Lee Tenley, 44enne del Montana, negli Usa, si è travestito da BigFoot, ovvero Sasquatch, lo scimmione gigantesco e misterioso che lascia impronte enormi. Poi si è messo di notte al lato di una superstrada ed è stato centrato da due auto. Lo sfortunato voleva mettere in scena un avvistamento.

TUTA MILITARE - Per il realizzare lo scherzo, si era messo un costume che doveva rappresentare lo «Yeti americano», quella creatura pelosa, simile a un gorilla, che fugge tra le frasche di un boschetto. Ma nel buio della notte sul lato destro della Highway 93 a sud della cittadina di Kalispell, a un occhio inesperto era difficile riconoscere che si trattasse di una semplice tuta mimetica, nota come «ghillie suit», utilizzata in particolare dai tiratori scelti dell’esercito. Così domenica notte, Randy è stato travolto da due auto. La prima lo ha investito. E una seconda macchina, che stava sopraggiungendo a tutta velocità pochi secondi, lo ha travolto mentre era a terra. A darne notizia è stato Jim Schneider della Highway Patrol del Montana. Oltre a ricostruire la dinamica dell'incidente, gli inquirenti sono riusciti a capire il motivo di quella bizzarra messa in scena dopo aver interrogato alcuni amici dell’uomo. La risposta? «Voleva impersonare Bigfoot».

LEGGENDA - «Non ho mai visto o sentito nulla di simile. Voleva realmente che la gente pensasse si trattasse di Bigfoot», ha aggiunto Schneider del giornale locale Inter Daily Lake. La leggenda del peloso uomo-scimmia è molto popolare negli Stati Uniti e in Canada. Nelle settimane scorse le cronache avevano nuovamente riferito di presunti avvistamenti nel nord-ovest del Montana. Tenley è stato investito da due adolescenti di 15 e 17 anni. I giovani guidatori non lo hanno visto e non hanno avuto nessuna possibilità di fermarsi in tempo.

Elmar Burchia
28 agosto 2012 | 13:03

Sì alla circoncisione nei bambini, la prima volta dei pediatri americani

Corriere della sera

Il calo degli interventi sarebbe la causa dell’innalzamento della spesa in salute e del maggior numero di infezioni sessuali


MILANO – I pediatri americani dicono sì alla circoncisione: in un rapporto che sta facendo discutere negli Stati Uniti, dopo anni in cui gli interventi al prepuzio dei nuovi nati erano calati, i dottori rivalutano i benefici di una pratica legata a religione e cultura fin dai tempi degli egizi. E l’associazione di categoria, la American Academy of Pediatrics, in uno studio appena pubblicato, per la prima volta nella storia la approva pubblicamente alludendo ai suoi benefici pratici e snocciola le linee guida e i consigli per provvedere alla circoncisione dei piccoli. A suggellare la decisione dei medici, arriva anche l’appoggio dell'associazione dei ginecologi e ostetrici statunitensi, la seconda categoria coinvolta, da anni, nella discussione sui pro e contro dell’operazione in giovane età.

LO STUDIO – La presa di posizione ufficiale dei pediatri e dei ginecologi americani arriva a soli sette giorni dalla pubblicazione di uno studio a opera dei ricercatori della John Hopkins University, nel Maryland, che collega la diminuzione delle circoncisioni infantili a un sensibile aumento della spesa sanitaria, e una crescita dei casi, per chi l’intervento non l’ha subito, di infezioni trasmesse sessualmente. Un sasso nel dibattito che da molti decenni si è sviluppato in America, dove dagli anni Settanta in poi il numero di circoncisioni infantili è calato, e la decisione viene lasciata all’etica, cultura, religione della famiglia del bambino, e ai consigli talvolta molto personali del medico di base cui queste si rivolgono. Oggi negli Stati Uniti vengono sottoposti a circoncisione neonatale o infantile il 55% dei bambini, contro il 79 dei primi anni Settanta. La percentuale più alta degli operati resta tra la popolazione musulmana e quella di religione ebraica. In Europa la percentuale è ovunque inferiore al 10%, mentre nei Paesi arabi supera il 90%. In Germania questa estate si è discusso molto sulla sentenza del tribunale di Colonia che ha giudicato la circoncisione un “reato penale”.

LA VIRATA AMERICANA – In America l’ultimo rapporto sui pro e contro della circoncisione, quel piccolo intervento per la rimozione totale o parziale del prepuzio, sovverte almeno in parte le indicazioni date nel 1999, anno in cui per l’ultima volta l’associazione di categoria si pronunciò pubblicamente sul tema. Pur lasciando alle famiglie la decisione finale sull’intervenire o meno, i pediatri oggi ricordano come la circoncisione aiuti ad abbattere la possibilità di contrarre Hiv, herpes genitali, papilloma virus, sifilide, tumore del pene, infezioni delle vie urinarie, ma anche tumore del collo dell’utero nelle compagne. E soprattutto, chiedono che le assicurazioni sanitarie, indispensabili per curarsi negli Stati Uniti, siano obbligate a coprire i costi di questa operazione chirurgica, in modo che non sia il denaro a scegliere al posto della coscienza e dell’etica personale del genitore.

CIRCONCISIONE E FIMOSI – Normalmente l’intervento di circoncisione viene effettuato sui neonati nei primi giorni o mesi di vita. Nella religione musulmana, è un rito svolto nell’infanzia, entro i 10 anni di età, dal significato purificatorio. Mentre è comune in età adulta per motivi medici, come in caso di fimosi, l’impossibilità di scoprire il glande (la malattia può esser congenita, o presentarsi nel corso degli anni, dall’infanzia in avanti) che porta a infiammazioni e infezioni ricorrenti delle vie urinarie. In questi casi basta rivolgersi a un andrologo o a un urologo: si tratta di un piccolo intervento di circa mezzora, svolto in day hospital.

Eva Perasso
28 agosto 2012 | 12:46

Garibaldi fu ferito, ma da chi? La risposta soffia nel vento

La Stampa

29 agosto di 150 anni fa: la versione ufficiale dà il (de)merito a un tenente dell’esercito sabaudo, ma in Aspromonte si sussurra un'altra storia


Un ritratto di Giuseppe Garibaldi

 

MIMMO GANGEMI
sant’eufemia d’aspromonte

Il 29 agosto di 150 anni fa, lo scontro, sulle alture di Sant’Eufemia d’Aspromonte, tra le camicie rosse di Garibaldi e l’esercito piemontese del fresco Regno d’Italia. Il Mausoleo eretto a ricordo s’incastona in una fitta pineta, alberi dai fusti diritti, talmente alti che si sporgono a sbirciare oltre le nubi, che pungono il cielo. Per cingere il tronco di quello dove fu poggiato l’eroe ferito non bastano le braccia, larghe e a catena, di tre uomini - avrà almeno duecento cerchi di vita. Giasone, il solo su cui c’è certezza che l’abbia scalato, garantisce che da lassù l’occhio abbraccia il Tirreno e lo Ionio e coglie persino le acque oltre il triangolo di Sicilia sfuggente sinuoso in due direzioni e oltre le isole Eolie. Ma Giasone giura anche d’essersi imbattuto in uno scurzuni , un serpente con la testa di vacca. E allora… In terra, un tappeto di aghi impedisce le erbe. Attorno, la faggeta perforata da polverose lame di luce che si piantano al suolo - diventerà uno spettacolo fantastico e irreale in autunno, quando si tingerà dei vividi colori della morte.

Appena penso a Garibaldi in Aspromonte, nella mente subito mi si staglia Cerza, un personaggio dei miei ricordi più antichi. Perché trovo una beffarda assonanza tra un episodio che lo riguarda e quanto capitò all’eroe quel 29 agosto. Cerza apparteneva all’onorata società. In un’afosa mattina di luglio del 1952, domenica, spuntò in piazza da un vicolo del Paese Basso, nei cui gironi più infimi viveva in una lurida baracca assieme a svariati animali più o meno domestici, compreso un maiale nel cui destino non stava scritto che gli albeggiasse il giorno di Santo Stefano, e assieme a una processione di figli di ogni taglia e che uscivano a turno, non essendoci vestiario bastevole per tutti quanti. Gli cadde l’occhio su un tizio mai visto, un forestiero elegante, dai capelli impomatati e con una riga tracciata con lo squadro, intento a passeggiare, solitario e altero, su e giù lungo il marciapiedi del Corso, e che fumava sigarette con il filtro - le cedeva a metà e le scagliava via con uno schiocco tra pollice e medio, poi le spiaccicava con il piede, perché altri non se ne approfittassero.

Cerza gli interruppe i passi, gli perforò l’anima puntandogli due feroci occhi ristretti a fessura e, senza metterci lingua, gli appioppò in pieno viso due sventagliate, andata e ritorno, una di palmo e una di dorso, che rimbombarono più dei colpi di mortaio che annunciano l’inizio dei fuochi d’artificio - Cerza andava in giro con mani grandi quanto vassoi di portata - e che lo stesero lungo, immobile, senza che ci fosse bisogno del conteggio dell’arbitro per dichiararlo sconfitto. Quando i paesani gli chiesero ragione, «si papariava» (si pavoneggiava), rispose, trovando pieno consenso, lui, e pieno apprezzamento, il rimedio adottato.
Ed ecco l’assonanza: Cerza non sapeva che, novant’anni prima, il 29 agosto 1862, il brigante Tato s’era disturbato allo stesso modo, le bu-della gli si erano aggrovigliate piegandolo su spasmi dolorosi, mentre, nascosto tra i faggi, in pieno Aspromonte, osservava un uomo, barbuto e in camicia rossa, agitare la sciabola e frapporsi impavido al guerreggiare tra le truppe dell’esercito regolare e altre, pure in camicia rossa, dalle cui fila si sollevava di continuo il grido «o Roma o morte». La battaglia non era granché, ne aveva viste, combattute e vinte di più cruente, Tato.

C’era però chi crollava giù inerme, chi piangeva lacrime e gemiti, chi invocava aiuto, chi esplodeva un nome, una bestemmia. Su quel tale non uno che puntasse l’arma, nonostante si esponesse incurante del pericolo e «smettete, smettete, siamo tutti italiani» intimasse imperioso a entrambi gli eserciti. Tato pensò che tanta spavalderia e tanta esibizione non stavano bene, offendevano anzi, che l’uomo era troppo borioso e pieno di sé, che si offriva al fuoco perché sicuro che non avrebbero osato sparargli, che insomma, come sarebbe stato, novant’anni dopo, per il forestiero di Cerza. Questo, il suo stomaco non era in grado di digerirlo: se c’era uno che si poteva papariare su quelle montagne, quello era lui, Tato. Così, si ritrovò la testa eroica collimata nel mirino del fucile e il dito sul grilletto. Ma se ne pentì, abbassò l’arma fin giù sul piede e lì sparò un unico colpo, centrandoglielo. Era sufficiente, non meritava d’essere ucciso solo perché si papariava . La morte sarebbe invece stata il giusto castigo per le camicie rosse che avevano razziato gli animali dei compari di Pedavoli - lì nel bosco assieme a lui e ai suoi uomini. Andarli a riconoscere, però, in tutta quella confusione…

Appena colpito cotanto piede, la battaglia s’era consumata in un lampo, loro s’erano dileguati, i pedavoliti avevano ottenuto una vendetta che, se non i danni, compensava l’orgoglio, Tato aveva attizzato una gloria già ardente. Garibaldi aveva poi passato la notte da prigioniero, nella masseria del sinopolito Angelo Violi, detto u pulici - la pulce. Da 150 anni il vento questo si porta appresso dentro le folate. Generazioni di bambini lo hanno ascoltato favola attorno ai bracieri e ai focolai. La storia però dice tutt’altro. E appunta la medaglia al (de)merito sul petto del tenente bersagliere Luigi Ferrari. La storia, e Arrigo Petacco, di cui il Ferrari fu trisavolo. Mi trema la vita al pensiero che, svelando una leggenda partita da lontano e giunta intatta fino ai giorni nostri, ho avvolto di un alone di dubbio la Storia, che è Arrigo Petacco - lui non adombra la versione ufficiale, anche avallata dalla scomparsa, che forse fu suicidio, del tenente Ferrari, quando non sopportò più il dileggio e le offese, per il ferimento dell’eroe più amato, dei suoi concittadini di Castelnuovo Magra, che pur lo avevano eletto Sindaco.

Altro però a noi sussurra il vento. E da queste parti ci fidiamo del vento, sa essere più sincero degli uomini. Se nulla vi è da obiettare ad Arrigo Petacco riguardo l’aver individuato nel Ferrari il militare che sparò su Garibaldi, pure non si può non tener conto della leggendaria abilità nelle armi di Tato. E questo induce a credere che, se Tato e Ferrari spararono entrambi su Garibaldi, che fu attinto da una sola pallottola, di sicuro spetta a Tato l’onore d’averlo centrato. Quel giorno caddero sette soldati regolari e cinque garibaldini. Tempo dopo, furono fucilati i bersaglieri passati, ai primi spari, dalla parte di Garibaldi. Né Tato durò a lungo: catturato dai piemontesi, gli fu mozzata la testa, poi affissa per monito nella piazza del suo paese. Un altro sussurro del vento dissacra che la fotografia esposta nel Mausoleo, quella che l’Italia accetta come originale - apposti sopra, vi sono infatti un timbro di ufficialità e la firma di Bettino Craxi - sarebbe invece un falso coniato trent’anni dopo.

Non si tratterebbe di Garibaldi, bensì di Micu u curcio - il corto - da Sinopoli, vestito e messo in posa come l’Eroe dei due mondi, per un’altra beffa alla storia attuata da arguti femioti e sinopoliti. In effetti, l’immagine poco somiglia ad altre di Garibaldi scattate nello stesso periodo: in essa appare più vecchio dei suoi 57 anni e più basso. Inoltre, nel 1862 la fotografia era agli albori. Difficile credere che ci fosse un fotografo al seguito. Due anni prima, le azioni dei Mille erano state immortalate solo dalle stampe di un inglese. Sono andato in quei luoghi, appena mezz’ora di macchina da casa. Ho trovato il vento, il sussurro del vento, l’unico a conoscere la verità. Ho provato a cogliere dentro le folate gli echi della battaglia e il ghigno sgangherato di Tato, tronfio della vendetta - in tanti assicurano di averli sentiti distintamente, più volte. Ho teso a lungo le orecchie: nulla, se non la strisciante e irriverente risata del vento.

Pechino, la primavera uccisa dall'ossessione della stabilità

La Stampa

La protesta di piazza Tienanmen, nel 1989, è il modello che ha ispirato le rivolte in tutto il mondo. Ma non in Cina



Lo studente a mani nude contro i carri armati: è l'immagine simbolo della protesta di piazza Tienanmen, a Pechino, stroncata nel sangue la notte del 3 giugno 1989

 

ILARIA MARIA SALA

Si intitola Cina, la primavera mancata il volume (in uscita per L’Asino d’oro, pp. 150, € 12) scritto da quattro giornalisti italiani, Sonia Montrella, Simone Pieranni, Alessandra Spalletta e Antonio Talia, che hanno vissuto in presa diretta gli avvenimenti del 2011 con la dura repressione che ha stroncato la «primavera dei Gelsomini». Anticipiamo una parte della prefazione di Ilaria Maria Sala.


Dal 1989 ogni rivolta di piazza, in qualunque parte del mondo, ha sempre un termine di paragone che prima o poi viene esplicitato: la primavera di Pechino, i fatti di Tienanmen. È uno strano destino: prima delle primavere arabe, prima delle rivoluzioni colorate, prima ancora della caduta di Suharto in Indonesia, e perfino, più indietro nel tempo, prima della caduta del muro di Berlino, c’era Tienanmen. La primavera fallita, a cui però tutte le altre si sono ispirate. La primavera che lasciò per le strade della capitale cinese il sangue di studenti, operai, passanti, uomini e donne che avevano creduto nella possibilità di cambiare in meglio il paese. E il sangue di coloro che erano usciti in fretta nella notte fra il 3 e il 4 giugno per proteggere «i nostri studenti», come erano chiamati i manifestanti da tutti quelli che assistevano ammirati e inquieti alle loro proteste. Anche loro si trovarono ad affrontare i carri armati e i mitra dei soldati, e nei giorni successivi ci si rese conto che molti di questi osservatori partecipi pagarono con la vita il tentativo di difendere i giovani ribelli di Tienanmen.

Nel 1989 l’intera Cina era sospesa fra due possibilità, entrambe impensabili. Da un lato, l’idea rivoluzionaria e semplice di ottenere libertà di stampa e di espressione, di estirpare la corruzione e il privilegio, e di avere, per tutti i cittadini, l’opportunità di contribuire a determinare il proprio futuro. Dall’altro, quella di una società che si chiudeva politicamente, che aumentava i controlli e diminuiva lo spettro del possibile, che decideva, dall’alto verso il basso, quali strade potevano essere percorse e quali invece sarebbero state precluse, e che imponeva di nuovo una lista dei pensieri accettabili e di quelli da schiacciare sul nascere. Fra le due ipotesi, come sappiamo, i governanti cinesi scelsero di imporre la seconda, ma i 23 anni che sono passati da quel momento hanno portato la Cina in una direzione diversa da ogni previsione, dimostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, che il paese è troppo grande e troppo complesso per prestarsi alle fantasie di chi vuole guardare nella sfera di cristallo.

Oggi la Cina è riuscita a coniugare una sua versione della modernità con un tipo di censura atemporale e anacronistica, che resiste caparbia a ogni tentativo di essere soffocata a suon di sberleffi, una propaganda che non si lascia turbare da nulla e che non ha nessun timore del ridicolo. È una potenza commerciale davanti alla quale tutti hanno voluto inginocchiarsi, molto prima che ciò fosse necessario e molto più profondamente del dovuto. Nessuno, proprio nessuno si sarebbe aspettato, 23 anni fa, che le cose avrebbero preso questa piega. Una volta ripulite le strade dai corpi delle vittime, dalle tende in cui dormivano gli studenti a Tienanmen, dai carri armati bruciati nei giorni di guerriglia urbana che seguirono la repressione, dalle barricate costruite con arredi urbani divelti, e malgrado un coprifuoco severo che rimase in vigore fino alla fine di quell’anno, dovunque si sussurrava che di nuovo «qualcosa» sarebbe successo e le libertà negate sarebbero state conquistate.

Dopo più di venti anni questi mormorii sono ormai rari, ma, nondimeno, in Cina si è sempre un po’ sul chi vive, perché chissà, forse una nuova primavera potrebbe avere inizio. Periodicamente, gli osservatori, tanto in Cina quanto all’estero, si illudono che il momento di un’apertura liberatoria sia arrivato: ora le speranze sono accese da uno dei cambiamenti ciclici della dirigenza, ora dai contraccolpi di eventi esterni che sembrano scuotere tutto, ora dal diffondersi delle nuove tecnologie, ora da alcune rivolte localizzate ma che parlano al paese intero, come nel 1989 ma meglio che nel 1989. Il 2011, l’anno del sollevamento arabo che avrebbe potuto estendere il suo contagio al di fuori del Mediterraneo, ha visto dunque arrivare un altro di questi momenti in cui, per un attimo almeno, si guarda a quello che avviene in Cina chiedendosi se non sia giunta l’occasione che farà accendere la scintilla capace di illuminare a giorno le speranze dei riformatori.

Tanto più oggi, nell’era di Twitter e Weibo, un’epoca in cui le notizie vanno di furia e invecchiano in fretta, e i famelici social network hanno bisogno sempre di nuove informazioni da consumare, in molti avevano già provveduto a scrivere articoli e editoriali sull’inevitabile domino che doveva rendere febbricitante anche la Cina. Doveva essere la primavera dei Gelsomini: ma non lo è stata. Sulla scena cinese c’è un protagonista forse poco noto all’estero, ma onnipresente: si tratta del weichi wending , solitamente abbreviato in weiwen , frutto dell’enfasi totale e assoluta che i governanti cinesi hanno posto sul «mantenimento della stabilità». Stabilità a ogni costo, ovvero anche modulando le risposte a seconda del pericolo che il potere reputa di avere davanti. Una protesta può essere foriera di maggiore repressione nel caso si tratti di un movimento politico dissidente o, peggio ancora, di disordini che si accompagnano a tensioni etniche, come in Tibet o nel Xinjiang. Oppure può portare a concessioni impreviste e a compromessi soddisfacenti, quando invece si tratta di scioperi di operai e lavoratori che protestano per motivi contingenti (dai salari alle ore e condizioni lavorative), o della nuova borghesia urbana che si oppone a industrie inquinanti nel cortile di casa sua.

Il regime sa adattarsi e anche ascoltare quando non si sente sotto attacco diretto, ma non perdona nel caso in cui si mettano in discussione la sua legittimità e i suoi metodi più profondi. E se questa spiegazione della Cina attuale, tutto sommato semplice, sembra chiarire le cose, ecco che in questo paese così restio alle generalizzazioni si devono aggiungere anche altre variabili - costituite, per esempio, dalle personalità che conducono i giochi, che si sia a Chongqing o nel Guangdong. Ma non solo, a complicare il quadro c’è di più: per quanto lo Stato si impegni a mantenere la censura, per quanto il governo si dia da fare per soffocare ogni informazione vera sotto tonnellate di notizie frivole senza peso specifico, i social network non sono del tutto imbavagliabili, e da sotto le dighe e le muraglie qualcosa riesce a filtrare più veloce del delirio censorio che lo vuole intrappolato.

Crisi, pensionati in fuga: all'estero si sta meglio. L'Inps: sono 500mila

Il Messaggero
di Valentina Parasecolo

ROMA - Vanna si occupa dei suoi animali, coltiva il terreno e ha una passione per le erbe medicinali.La mattina raccoglie piante e frutta, nel pomeriggio mezz’ora di nuoto in piscina e la sera, grazie a internet, parla con i figli e gli amici rimasti in Europa. Vanna ha lasciato l’Italia nel 2002 per andare ad abitare in Senegal dove vive grazie alla pensione che le arriva dall’Italia. Ha scelto di trasferirsi, spiega, «per avere una qualità di vita diversa, a contatto con la natura, in un Paese dove non fa mai freddo e dove l'euro ha una capacità d'acquisto maggiore».


Cattura
Come lei quasi 500mila italiani percepiscono la pensione all’estero. Un numero, spiega l’Inps, che dopo essere cresciuto è ormai stabile da tre anni. Una parte di questi italiani ha lavorato per un certo periodo nel nostro Paese e poi è emigrata. Una parte è formata da pensionati (talvolta pre-pensionati) che con 600 o 1000 euro al mese si sono fatti una nuova vita all’estero.
 
L’Inps spiega che la parte più difficile della stima consiste nell’accertare quanti pensionati all’estero conservino appieno ancora oggi il diritto, ossia quanti di loro siano ancora in vita. Intanto, dal Canada alla Thailandia, incassano più di un miliardo di euro all’anno. In Asia i più ricchi: più di mille italiani percepiscono una pensione media mensile di 1.344,52 euro, contro i 121.763 (cifra più bassa) di chi risiede in America settentrionale. E poi ci sono i cosiddetti “non ripartibili”, quelli che l’Inps non ha idea di dove siano: più di 20mila i pensionati che intascano una cifra media mensile di 247,80 euro.
 
Massimo Dallaglio, direttore del sito mollotutto.com (una guida per chi decide di andarsene), spiega che chi, non più giovanissimo, decide di emigrare lo fa non solo per trovare il relax, ma anche per dedicarsi a nuovi lavori e attività. È il caso di Pasquale, commercialista romano che con venti anni di contributi si è trasferito in Brasile. «Da almeno cinque anni - racconta - la mia attività risentiva della crisi del mercato: i clienti faticavano a pagarmi. Forte di alcuni risparmi, del mensile che mi spettava per il lavoro svolto in Italia e dell’affitto di una mia proprietà, sono partito con la mia famiglia e ho comprato una villa in Brasile, dove il costo della vita era bassissimo». Qui si è dedicato alla consulenza per le imprese italiane con interessi in Brasile, all’organizzazione e gestione di eventi e all’insegnamento dell’italiano.
 
Una nuova vita che tuttavia mette alla prova a cominciare dalle scomodità: «Ci si adatta a spiagge sporche che non indicano divieti di balneazione, a un assistenzialismo statale carente, alla lavastoviglie che non esiste...», spiega Pasquale. Eppure la scelta di vivere all’estero è spesso così radicata che il ritorno non è programmato. «Malgrado abbia perso mio marito da sei anni - racconta Vanna - e che qui in Senegal, per una donna sola, non siano tutte rose e fiori, non me ne andrei mai».


Lunedì 27 Agosto 2012 - 19:05
Ultimo aggiornamento: 19:08

Il treno italiano: Frecciarossa va a 1000, 400 km/h, Roma-Milano in 2 ore e 20

Il Messaggero
di Sergio Troise

Il nuovo gioiello di Trenitalia è realizzato da Ansaldo-Breda e Bombardier. E' lungo oltre 200 metri, ha 8 carrozze che possono ospitare 470 persone. I 16 motori sono sugli assi, per ridurre gli ingombri e migliorare l'assetto.


NAPOLI - Entrerà in servizio nel 2014 ma è stato già definito in ogni dettaglio e presentato in anteprima il treno più veloce d’Europa: è il Frecciarossa 1000, supertreno made in Italy capace di viaggiare a 400 km/h e di coprire la distanza Roma-Milano in due ore e 20 minuti.Veloce, comodo, sicuro, innovativo, sofisticato, è il gioiello tecnologico del XXI secolo, un campione di potenza, lusso, comfort e sicurezza che segnerà una svolta epocale nella storia del trasporto su rotaia. Lontana anni luce la locomotiva a vapore della Napoli-Portici, la prima linea ferroviaria del Belpaese (1839), semmai ci sentiamo un po’ come negli anni Settanta, quando il Concorde, l’aereo di linea supersonico, regalò al mondo l’emozione di volare da Londra e New York in tre ore e trenta minuti: un aperitivo, un giornale, due chiacchiere e… “benvenuti in America”.

CatturaDue cabine di guida alle estremità, otto carrozze per 202 metri, 470 posti, a differenza degli attuali ETR 500 (dotati di motori solo in testa e in coda) il nuovo ETR 1000 è dotato di 16 motori lungo l’intero convoglio. Questa soluzione permette di rendere più stabile il treno e di farlo viaggiare a velocità superiori. Ma sulle prestazioni incidono anche altri fattori. Come l’aerodinamica, studiata a lungo in galleria del vento, come quella di un’auto da record. Ridotta al minimo la resistenza all’aria, si sono ottenuti vantaggi anche in materia di consumo energetico, silenziosità e vibrazioni, ridotti quasi a zero grazie anche ad un sofisticato sistema di sospensioni attive applicate ai carrelli.

Particolare non trascurabile, l’aerodinamica estrema
non ha inciso negativamente sull’estetica, che anzi regala un’immagine sinuosa, profilata, in grado di trasmettere persino emozione: secondo i progettisti si può parlare tout court del “treno più bello del mondo”. Il convoglio è detto “a tubo aperto”, perché gli arredi interni sono componibili e modificabili, sfruttando degli attacchi posti sulla struttura. Belli e curati, gli interni sono studiati per esaltare lusso, funzionalità e comfort nel segno del minimalismo: spiccano i corridoi ampi, gli spazi luminosi e vivibili, i sedili ergonomici. I componenti sono in leghe leggere e materiale riciclabile fino all’85%, rinnovabile fino al 95. Tra le quattro categorie di posti (standard, premium, business, executive) non mancano vagoni con poltrone singole, reclinabili e girevoli, “aree del silenzio” destinate a chi desidera relax piuttosto che spazi dedicati ad incontri di lavoro “vis a vis”. Insonorizzazione acustica e climatizzazione garantiscono livelli di comfort superiori, così come l’illuminazione a Led. Non mancano monitor di bordo e prese di corrente per pc, mentre per la connettività wi-fi abbondano i sistemi informatici di ultima generazione e nuove tecnologie web e multimediali fruibili in tempo reale. Insomma, sul nuovo supertreno lusso fa rima con comfort, qualità e sicurezza. Un po’ come su certe superammiraglie a quattro ruote. Ma con il vantaggio della ineguagliabile velocità (360 km/h quella commerciale sui binari italiani).

Tra i superpoteri del nuovo Frecciarossa
c’è anche quella che i tecnici definiscono “interoperabilità”, cioè la capacità del treno di adattarsi a tutta la rete europea di Alta Velocità. La trazione multitensione è infatti in grado di utilizzare differenti tipologie di alimentazione elettrica in uso sulla rete continentale. Il treno potrà dunque viaggiare senza problemi in Italia, Austria, Svizzera, Germania, Francia, Olanda, Belgio e Spagna, superando le limitazioni infrastrutturali, in particolare le differenti alimentazioni elettriche e i diversi tipi di segnalamento.

A beneficio della sicurezza,
un sistema automatico di diagnostica controlla tutti gli impianti di bordo e ogni singolo asse motore fornendo continuamente informazioni al personale di bordo, agli addetti alla manutenzione e alle sale operative di controllo. In tal modo si possono gestire eventuali anomalie e prevenire problemi legati al funzionamento e alla sicurezza del treno.

Il consorzio AnsaldoBreda-Bombardier è titolare
della costruzione di 50 supertreni da 400 km/h al prezzo di 30,8 milioni ciascuno (investimento complessivo: circa un miliardo e 500 milioni di euro), avendo vinto la gara d’appalto indetta da Trenitalia nel 2010 a spese della concorrente Alstom, che fece un’offerta per la fornitura a 35 milioni. Un primo prototipo doveva essere presentato nel 2011, mentre i modelli di serie sarebbero dovuti entrare in servizio a partire dal 2013. Le cose sono andate diversamente e – come detto - è previsto che i primi Frecciarossa 1000 viaggeranno in Italia a partire dall’entrata in vigore dell’orario estivo 2014. Ciò detto, AnsaldoBreda è la principale società italiana nella progettazione di convogli su rotaia come treni e tram ed è controllata da Finmeccanica; deve il suo nome alla fusione tra Ansaldo Trasporti e Breda Costruzioni Ferroviare avvenuta nel 2001. Bombardier, invece, è la divisione della società canadese che si occupa della costruzione di sistemi ferroviari per il trasporto di massa e ha, a sua volta, una divisione italiana che si è fatta carico del progetto. La costruzione dei convogli per l’Italia è già cominciata negli stabilimenti AnsaldoBreda di Pistoia.

In anteprima per Monti e Passera un prototipo
del Frecciarossa 1000 è stato presentato il 19 agosto a Rimini in occasione del Meeting di Comunione e Liberazione. Ad accompagnare il primo ministro c’erano il presidente e l’amministratore delegato del Gruppo FS Italiane Lamberto Cardia e Mauro Moretti; presenti anche Giuseppe Orsi, presidente e ad di Finmeccanica; Alberto Rosalia, presidente di AnsaldoBreda; gli amministratori delegati delle società costruttrici Maurizio Manfellotto (AnsaldoBreda) e Roberto Tazzioli (Bombardier); Vincenzo Soprano, ad di Trenitalia; Michele Mario Elia, ad di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) e Franco Pietrini, vice presidente Divisione Rail Control Solutions di Bombardier. All’evento hanno partecipato inoltre il vice presidente della Camera dei deputati Maurizio Lupi, rappresentati delle istituzioni nazionali e regionali ed esponenti del mondo industriale e economico. La presentazione del Frecciarossa 1000 è stata festeggiata con un brindisi augurale e con un simbolico “via” dato da Monti con un fischietto da capotreno. Nei giorni successivi, migliaia di persone hanno visitato lo stand allestito a Rimini, dove un video in 3D ha regalato l’emozione d’un viaggio virtuale a 400 km/h.


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Frecciarossa 1000 Trenitalia al meeting di Rimini


Frecciarossa 1000 Trenitalia visite di Monti e Passera

Frecciarossa 1000 Trernitalia stabilimento Pistoia


Attivista uccisa da una ruspa a Rafah "Solo un incidente", niente indennizzo

La Stampa

Un tribunale israeliano ha oggi respinto la richiesta dei genitori di Rachel Corrie, morta nel 2003


Rachel Corrie, la attivista filo-palestinese americana uccisa nel 2003

 

Un tribunale israeliano ha oggi respinto la richiesta di indennizzo presentata dai genitori di Rachel Corrie, la attivista filo-palestinese americana rimasta uccisa nel marzo 2003 a Rafah (Gaza) mentre cercava di impedire le attività di una ruspa militare israeliana. Il giudice ha stabilito che non c'è stata negligenza da parte del conduttore della ruspa che, ha notato, si trovava esposto al fuoco palestinese. Attivista dell'International solidarity movement - i cui membri sono noti anche come `scudi umani´ - Corrie era giunta con altri sei compagni nel marzo 2003 a Rafah (sulla linea di demarcazione fra Gaza e il Sinai egiziano) e aveva tentato di impedire ad una ruspa militare di spianare un'area dove, secondo l'esercito, si annidavano miliziani palestinesi e venivano scavati tunnel di contrabbando. Secondo quanto riferisce il sito Ynet il giudice del tribunale distrettuale di Haifa, che ha esaminato e respinto la richiesta di risarcimento presentata dai genitori dalla attivista, ha stabilito che la morte di Rachel Corrie è stata in realtà un incidente. «È stata lei stessa a mettersi in una situazione di pericolo» ha aggiunto. In questi anni la figura di Rachel Corrie è divenuta, nei Territori e fra gli attivisti filo-palestinesi, un simbolo della lotta non violenta contro la occupazione israeliana.

C'è un oggetto sconosciuto in auto? Gli italiani pensano subito al tradimento

Il Messaggero
di Roberto Argenti

Secondo l'ultima indagine, un intervistato su quattro non ha dubbi: la cosa dimenticata nella vettura è la prova che il partner ha tradito. Per gli automobilisti del Belpaese l'amata quattroruote è come una seconda casa.


ROMA - «E questo cos’è?» Un oggetto sconosciuto trovato nell’auto del partner scatena immediatamente il sospetto di una scappatella. Proprio come a casa. Difatti per molti automobilisti, soprattutto italiani, l’auto è decisamente come una seconda casa: ci ospita pertante ore, ci accudisce e ci coccola per quanto è nelle sue possibilità, ci protegge dalle intemperie, raccoglie le nostre confidenze e i nostri sfoghi, custodisce alcuni oggetti più o meno di valore. E già. Proprio qui sta il punto. Anche in una coppia affiatata e senza problemi, l’auto di ciascuno resta quasi sempre qualcosa di abbastanza personale, soprattutto fra gli uomini e inevitabilmente finisce, anche se non si tratta obbligatoriamente di scappatelle, per essere complice di segreti più o meno importanti.

CatturaSegreti. Come per esempio le sigarette per un ragazzo che “non fuma”, o un biglietto per un concerto in un’altra città per chi invece “va da un amico qui vicino al mare” per arrivare poi ad una bella penna mai vista prima (“ho dato un passaggio ad una collega”), al secondo cellulare per un uomo (“ce l’ho in prova”) o, peggio, ma qui siamo chiaramente al tradimento, alla ricevuta di un albergo o di un ristorante mai citati, alle chiavi di un appartamento sconosciuto (dalla partner) o, ma in questo caso siamo alla…. radiazione, alla micidiale e indifendibile boccetta di smalto per unghie! Invertendo i ruoli, anche per le donne il discorso è chiaramente uguale e la propria automobile ne custodisce i segreti, ma per quanto sia un’amica più di tanto non può fare.
 
Oggetti. Al ritrovamento di un oggetto nell’auto del partner, quasi un italiano su quattro pensa subito ad una scappatella senza attenuanti, con il 32% delle donne che ammette che farebbe una scenata di gelosia, cosa che invece fra gli uomini farebbe solo il 17%; tuttavia la reazione più diffusa, secondo un’indagine effettuata dal Centro Studi e Documentazione della compagnia assicurativa Direct Line, è reagire con nonchalance: il 28% farebbe finta che non sia successo nulla, mentre il 20% è più sospettoso si lancia alla ricerca di ulteriori prove inconfutabili (che non troverà, perché errare è umano, ma perseverare è diabolico….).

Proseguendo nel campione della stessa indagine, il 18% degli intervistati ha ammesso di non accorgersi di nulla, per arrivare al “non vedo, non sento, non parlo” del 10% degli italiani che ammette di buttare via il corpo del (presunto) reato cercando di dimenticare in fretta. Questo succede perché, secondo il 15% degli italiani, l’auto viene considerata un luogo inespugnabile e sicuro e pertanto confessa di tenerci nascosti alcuni oggetti, con il 6% che la ritiene il nascondiglio ideale per le cose personali che non devono essere viste da altri: il 3% addirittura sceglie la propria auto per tenere nascosti i regali destinati al partner, mentre un altro 2% al contrario ci mette di tutto tranne proprio i regali del proprio sempre sospettoso e troppo curioso partner.

Senza problemi. Poi ci sono gli oggetti che, senza alcuna malizia o calcolo, vengono comunemente dimenticati in auto, come l’ombrello (il 45%), chiaramente il telefono cellulare (per il 34%), le chiavi di casa o dell’ufficio (dimenticate dall’11% degli intervistati). Esiste addirittura una classifica italiana su base cittadina della gelosia scatenata per un oggetto inconsueto trovato nell’auto del partner: in testa a questa ci sono i romani (35%) e i cagliaritani (25%), mentre i palermitani (per il 30%) e i veronesi (al 28) ammettono di non accorgersi realmente di nulla, quando invece fingono la stessa situazione i fiorentini (36%) e i bolognesi (32%). I più sospettosi, che frugano inutilmente nell’altra auto, sono i milanesi (28%) e i torinesi (23%). Chiudono i bresciani (13%) che signorilmente buttano subito tutto per dimenticare.

Due ore sulla Luna con Neil Armstrong

La Stampa


Piero Bianucci
Torino

Con la morte di Neil Armstrong è come se fosse evaporato un pezzo – un pezzo importante – della mia giovinezza. Non l’ho mai incontrato, come invece mi è successo con Michael Collins, l’astronauta rimasto in orbita lunare mentre Armstrong e Aldrin scendevano nel Mare della Tranquillità. Ma l’aver seguito in tv le sue imprese, dal Programma Gemini fino allo storico sbarco sulla Luna del 21 luglio 1969, e l’avere scritto tante volte su di lui su giornali e in alcuni libri, me l’hanno reso quasi familiare. Quando sabato sera è arrivata la notizia flash della sua scomparsa, è stato come perdere qualcosa che è nella mia testa: l’atmosfera dei favolosi Anni 60, il tempo che per me significa il rock and roll, Marylin, Kennedy, Kruscev, la guerra fredda, Mina, Celentano, il twist, le estati in bicicletta a Costigliole di Saluzzo, il miracolo economico, la laurea, il primo lavoro, la prima 500, la prima ragazza e, appunto, la Luna, con Armstrong, von Braun, il rombo del Saturno 5, un razzo di tremila tonnellate che si staccava da Cape Canaveral e in pochi minuti portava in orbita 40 tonnellate di materiale. Cose che oggi la Nasa se le sogna.

Come ricordare Neil Armstrong, ora che a 82 anni è volato via ancora una volta, l’ultima? Così: riprendendo il dialogo con il centro di controllo di Houston che accompagnò la discesa dalla scaletta del modulo lunare “Aigle”, aquila, e i primi passi di un essere umano su un altro mondo. Dal decollo sono trascorse 102 ore, 45 minuti e 39,9 secondi. In Italia sono le 4,53 del mattino del 21 luglio. Nelle ultime concitate fasi della discesa per quattro volte si era acceso il segnale di allarme “12 02”, che significava “errore nell’esecuzione del programma per eccesso di dati”. Armstrong e Aldrin lo hanno ignorato e hanno pilotato manualmente per evitare di scendere sul pendio di un cratere grande come un campo da calcio. Questa manovra ha portato il Lem a 6,7 chilometri dal centro dell’”ellisse di atterraggio” prevista. Quando hanno toccato il suolo lunare e una nuvola di polvere ha avvolto la navicella, rimaneva carburante soltanto per altri 20 secondi. Le pulsazioni di Armstrong erano 156 al minuto.

Due uomini sono sulla Luna, nel Mare della Tranquillità, una pianura coperta di sassi e polveri color asfalto. L'astronave “Aquila” si è posata poco più di mezzo grado a nord dell'equatore e a 23 gradi e mezzo di longitudine Est. E’ molto vicina alla riva di questo mare che non è un mare. Attorno, nella luce radente dell’alba, si levano rovine di antichissimi crateri. A Sud corre un crepaccio sottile e quasi rettilineo. Passano due ore durante le quali Armstrong e Aldrin eseguono tutti i controlli previsti, configurano il Lem per il soggiorno lunare e consumano il primo pasto dopo l’atterraggio. Poi si preparano all’uscita sul suolo lunare. Una telecamera riprenderà la discesa dalla scaletta. C’è qualche ritardo nell’aprire lo sportello per via della pressurizzazione.

Houston: “Neil, qui Houston. A che punto siete con l'apertura? Passo.”

Armstrong: “Aspettiamo solo che scenda la pressione nella cabina, aspettiamo di perdere abbastanza pressione. Il nostro manometro adesso segna circa 0,1”.
Houston: “Va bene. Vediamo una pressione molto bassa nella vostra cabina. Credete di poter aprire lo sportello a questa pressione di circa 1,2 psi?”
Armstrong: “Cerchiamo di farlo”
Houston: “Va bene”
Armstrong: “Lo sportello si apre”
Aldrin: “Okay, impediscigli di chiudersi mentre manovro la valvola due”
Armstrong: “Okay”
Aldrin: “No, è meglio che mi alzi prima. Okay, le valvole si sono aperte”
Armstrong scherza, quasi in linguaggio cifrato: “La finestra ha cigolato? L’acqua è diventata limpida?”
Aldrin: “Sì, certamente”
Armstrong: “La mia non lo è ancora”

Dalla sua orbita a 100 chilometri di quota Collins non può vedere i compagni scesi nel Mare della Tranquillità. Però vede orbitare sotto di sé la sonda sovietica “Luna 15”, arrivata tre giorni prima. Nei piani del Cremlino dovrebbe compiere un allunaggio morbido, prelevare campioni di roccia e tornare a terra, battendo sul tempo gli americani. Invece, dopo 52 orbite e vari cambiamenti di quota, si schianterà nel Mare Crisium e il sismometro di “Apollo 11” ne registrerà lo scacco avvertendo il lieve lunamoto prodotto dall'impatto. Ma per il momento che cosa faccia “Luna 15” non è chiaro. Si temono interferenze radio, i russi assicurano che non c’è questo rischio. Collins si limita a comunicare l'avvistamento e poi descrive, laconicamente com’è nel suo stile, i colori della Luna: una serie di sfumature dal nero al grigio al bruno. Sotto di lui tutto è pronto per lo sbarco. Il comandante Armstrong sta per uscire dal boccaporto del Lem. Il mondo è davanti ai televisori.

Houston: “Gente, abbiamo un’immagine sul nostro teleschermo”.

Aldrin: “Avete una buona immagine, eh?”
Houston: “E' molto contrastata, ora, ed è capovolta, ma riusciamo a vedere molti particolari”
Aldrin: “Okay, verifico la posizione e il diaframma della telecamera”
Houston: “Aspetta: okay, Neil, possiamo vederti scendere dalla scaletta”
Dal balconcino del Lem nove gradini (305 centimetri) separano l'astronauta dal suolo lunare.
Armstrong: “Occorre un piccolo salto”
Houston: “Buzz, qui Houston. Diaframma 2, un centosessantesimo di secondo per fotogramma all'ombra con la cinepresa” Aldrin: “Okay”
Armstrong: “Sono ai piedi della scaletta. Le zampe del Lem sono affondate nella superficie soltanto di tre o quattro centimetri. Benché la superficie sembri essere di grana molto fine, quando uno si avvicina... E’ quasi come una polvere... Qui è davvero molto fine... Ecco, sto per scendere dal Lem...”

Breve pausa di silenzio.

Armstrong: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un balzo gigantesco per l'umanità”
Il piede sinistro di Armstrong tocca il suolo lunare a 109 ore 24 minuti e 15 secondi dal tempo zero del decollo da Cape Canaveral. In Italia sono le 4 e 57 del 21 luglio. Al Centro di Houston scoppia un applauso. La storica frase, in parte cancellata da un disturbo radio, sarà reintegrata nel verbale ufficiale della missione.
Armstrong: “La superficie è coperta da una polvere molto fine! Posso raccoglierla abbastanza bene con il mio tacco. Aderisce come un velo sottile alla suola degli stivali, come se fosse polvere di carbone. Affondo solo per una frazione di pollice, forse per 8 millimetri, ma posso vedere le impronte lasciate dagli stivali, le orme rimangono impresse nei minuscoli granelli di sabbia...”
Houston: “Neil, qui Houston. Ti registriamo”
Armstrong: “Non sembra che ci sia difficoltà nel muoversi qui intorno, come pensavamo. E' forse anche più facile che nelle prove a un sesto di gravità eseguite nei simulatori a terra. Il razzo di discesa non ha scavato alcun cratere. E’ a circa 30 centimetri dal suolo. Siamo in un posto molto piatto. Posso vedere qualche segno del gas espulso dal razzo durante la discesa. Le tracce sono disposte a raggiera, ma appaiono insignificanti. Okay, Buzz, siamo pronti a portar giù la telecamera?”
Aldrin: “Sono pronto. Penso che tutto sia a posto”

Mentre Armstrong faceva il suo giro di ricognizione intorno al Lem la Luna si trovava a 388.655 chilometri dalla Terra ed era prossima al primo quarto. Il Sole era ormai abbastanza alto sul Mare della Tranquillità, le ombre lentamente si accorciavano. Armstrong scatta fotografie e raccoglie il “campione d'emergenza”, una roccia lunare da mettere subito al sicuro, nel caso che per qualche motivo non si potesse più prelevarne altre. La raccolta avviene con un bastone a pinza che Armstrong stacca dalla fiancata del Lem dove è sistemata l’attrezzatura per l'esplorazione. La superficie lunare si rivela soffice, ma le pietre vi aderiscono saldamente. Armstrong ne estrae un paio, con qualche sforzo. Ne offre un campione alla telecamera di Aldrin e dice: “Ha una sua selvaggia bellezza tutta particolare. E’ come un pezzetto degli altopiani deserti degli Stati Uniti. E’ diverso, ma è molto bello, qui fuori. I campioni di roccia dura sembrano avere vescichette sulla loro superficie. Ne sto guardando uno che sembra presentare qualche forma di cristallizzazione.”

Joceli: “Dopo 16 anni continuo a essere una senza terra”

La Stampa

La bimba nello scatto di Salgado prigioniera del suo passato


La bimba nel famoso scatto di Salgado

 

PAOLO MANZO
san paolo

Il tempo passa perché nulla cambi. È questa fino ad oggi la morale di una favola che meritava ben altro finale. Quella di una bambina di cinque anni dal viso arruffato ma splendido e lo sguardo penetrante, pieno di futuro, immortalata dal talento del grande fotografo brasiliano Sebastião Salgado nel 1996. Era una «sem terra» figlia di «sem terra». «Senza terra» da generazioni, insomma. Lo scatto, quasi rubato, ai margini di una strada dello Stato del Paraná, la ritraeva insieme ai suoi genitori mentre marciava per ricordare il primo anniversario del massacro dei 19 «sem terra» a Eldorado do Carajás, nello Stato del Pará, avvenuto pochi giorni prima. Una marcia estenuante diventata ben presto metafora di una peregrinazione quotidiana in cerca di una terra dove vivere.

Sedici anni dopo uno dei più importanti quotidiani del Paese, la Folha de São Paulo, l’ha ritrovata per vedere come fosse finita la sua storia. Joceli Cruz Borges dos Santos oggi ha 21 anni ed è madre di una bambina, Joslaine. I tratti del suo viso si sono piegati allo scorrere degli anni e lo sguardo ha perso la magia dell’infanzia. Ma soprattutto Joceli continua ad essere una «sem terra», una «senza terra» e vive in un campo dell’MST, il loro movimento, non lontano da Quedas do Iguaçu, insieme al marito Adair e alla loro bambina.

Eppure quello scatto avrebbe potuto cambiarle la vita. La rese, infatti, all’improvviso celebre in tutto il mondo perché fu scelto come copertina del libro di Salgado «Terra», corredato dai testi di José Saramago e da un cd di Chico Buarque. Beffa del destino: di quel volume a Joceli è arrivata solo l’eco ma neanche una copia. «Ho due sogni - racconta al reporter che l’ha rintracciata -: avere finalmente un lotto di terra per noi e due copie di questo libro, una per me e una da regalare a mio padre». Di Salgado e soprattutto di quell’istante che le rubò l’anima per donarla all’eternità dell’arte non ha memoria. «Non lo vidi mentre mi fotografava, eppure si vede che io guardo l’obiettivo ma non mi ricordo proprio che ci fosse qualcuno a fotografarmi. Neanche la mia famiglia rammenta il punto esatto dove ci trovassimo».

E sulla sua reazione a caldo dice «mi arrabbiai molto perché nella foto uscii tutta arruffata ma sono felice alla fine di essere riuscita ad aiutare mio padre e mia madre a conquistare un pezzo di terra». Già perché i suoi genitori, dopo aver vissuto per anni in condizioni igieniche spaventose, riuscirono alla fine ad ottenere in modo definitivo l’agognata terra. Ma anche lì non c’è stato un lieto fine. Sua madre è morta nel 2009 per un colpo d’arma da fuoco sparato per sbaglio alla testa in un campo di «Sem Terra» in cui si è ritrovata poi a vivere Joceli con la famiglia che si era formata.

Oggi Joceli si arrangia per vivere. Pianta manioca, fagioli e verdure che poi rivende in città, a Quedas do Iguaçu, il che le permette la sopravvivenza per sé e i suoi cari. Ma 16 anni dopo quello scatto il Movimento dei Sem Terra, cui a detta della Folha gli incassi del libro furono devoluti, è andato perdendo peso e la riforma agraria è pressoché ferma. E per Joceli quello che conta 16 anni dopo è ancora la terra. «Anche solo un pezzetto, è tutto il mio mondo».

Pisapia al giovane abbonato: «Mai accettato il privilegio Allo stadio solo per il derby»

Il Giorno

Il sindaco risponde alle critiche di un giovane tifoso con una lettera al Giorno: "Ti aspetto a Palazzo Marino, ne parleremo"
di Massimiliano Mingoia

Milano, 27 agosto 2012

Cattura
Botta e risposta. Il sindaco Giuliano Pisapia, interista doc, replica al 20enne tifoso milanista Pietro Vitali, che domenica sul Giorno ha lanciato un duro attacco agli esponenti di Palazzo Marino («Sono sempre stato deluso dalla politica, dalla Casta. Non è giusto che i politici possano entrare gratis, potrebbero regalare molti più biglietti a chi non può andare allo stadio»). Ogni riferimento di Pietro alla riforma sui ticket gratuiti appena varata dalla Giunta comunale è puramente voluto: l’assessore allo Sport Chiara Bisconti ha spiegato che sui 320 biglietti gratis assegnati all’ammistrazione comunale, proprietaria dell’impianto, per le partite di Milan e Inter, la metà dei tagliandi, 160, dall’inizio di questa stagione calcistica sarà consegnata a semplici cittadini: studenti, anziani, dipendenti comunali (assegnazione con una lotteria ad hoc), operatori penitenziari e detenuti in permesso speciale. Insomma, la metà dei ticket del Comune non sarà più nelle mani dei politici. Per Pietro, da otto anni abbonato al terzo anello rosso di San Siro, è troppo poco.

Le parole del giovane tifoso hanno colpito Pisapia, che ieri, nonostante sia in vacanza all’estero, ha scritto una lettera al Giorno per replicare a Vitali (la missiva integrale è riportata qui a fianco, ndr). Il sindaco sottolinea: «Caro Pietro (...), condivido gran parte delle tue parole, tanto che personalmente non ho mai utilizzato le facilitazioni concesse ai politici e che da parlamentare ho rifiutato le tessere che permettevano l’ingresso gratuito ai cinema o negli stadi».

Il messaggio è chiaro: lui, il sindaco «arancione», non si considera un esponente della Casta. E subito dopo precisa: «Da sindaco sono andato una sola volta a San Siro, a rappresentare la città in occasione del primo derby tra Milan e Inter dopo la mia elezione (15 gennaio 2012, vittoria dei nerazzurri per 1 a 0 con gol di Milito, ndr). Mi è sembrato un tributo doveroso a due squadre che hanno fatto, e continuano a fare, la storia del calcio e che rappresentano la nostra città nel mondo. Nelle altre occasioni ho restituito i biglietti o li ho rimessi a disposizione dei cittadini».

Pisapia non ci sta a vedere il suo nome a fianco di quello di politici che tutte le domeniche vanno allo stadio con i biglietti gratis, compresi quelli del Comune: «Non è giusto mettere tutto e tutti sullo stesso piano. La convenzione per lo stadio risale al 2000, oltre dieci anni prima delle mia elezione, è di durata trentennale e prevede che ci siano 4 posti a disposizione della città che il sindaco può utilizzare per motivi istituzionali, ad esempio in occasione delle molte visite di delegazioni straniere a Milano».

La chiosa della lettera del sindaco è un invito a Pietro e ai suoi amici a Palazzo Marino per parlare della questione biglietti «e magari anche di calcio». La risposta del giovane rossonero, ne siamo certi, non si farà attendere.


massimiliano.mingoia@ilgiorno.net



Caro Pietro ti spiego...


Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, replica al giovane tifoso milanese Pietro Vitali: "Non è giusto mettere tutti sullo stesso piano. Da Sindaco sono andato una sola volta a San Siro"

CARO PIETRO, ho letto quanto hai scritto e ti ringrazio per avermi dato l’opportunità di chiarire il mio pensiero su questo argomento che da alcuni giorni riempie le pagine dei giornali. Allora comincio col dirti che condivido gran parte delle tue parole, tanto che personalmente non ho mai utilizzato le facilitazioni concesse ai politici e che da parlamentare ho rifiutato le tessere che permettevano l’ingresso gratuito al cinema o agli stadi.

Da Sindaco sono andato una sola volta a San Siro, a rappresentare la città in occasione del primo derby tra Milan e Inter dopo la mia elezione. Mi è sembrato un tributo doveroso a due squadre che hanno fatto, e continuano a fare, la storia del calcio e che rappresentano la nostra città nel mondo. Nelle altre occasioni ho restituito i biglietti o li ho messi a disposizione dei cittadini.

Voglio però aggiungere qualcosa, perché non è giusto mettere tutto e tutti sullo stesso piano. La convenzione per lo stadio risale al 2000, oltre dieci anni prima della mia elezione, è di durata trentennale e prevede che ci siano 4 posti a disposizione della città che il sindaco può utilizzare per motivi istituzionali, ad esempio in occasione delle molte visite di delegazioni straniere a Milano.

Mi piacerebbe che nelle prossime settimane tu e gli amici con i quali condividi la passione per il calcio veniste a trovarmi a Palazzo Marino così potremmo parlarne insieme e magari parlare anche di calcio, in un anno che non si annuncia semplice per il tuo Milan e per la mia Inter. Ti aspetto.


* Sindaco di Milano

Il topo perde il pelo ma non il vitalizio. "Ho solo una pensione da 11.500 euro"

Libero

Monti lo ha incaricato di studiare il piano-tagli dei vitalizi dei politici. Lui incassa quello di 5 legislature: "Lo do in beneficenza". Da quando è in pensione "ho fatto tante cose, sempre obbligato da altri. Non volevo tornare in Parlamento..."


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"Prendo solo la pensione, il vitalizio da parlamentare lo do in beneficenza. Non sono un topo nel formaggio". Giuliano Amato, ex premier e incaricato qualche mese fa dal premier Mario Monti di studiare quanto ci costano gli stipendi dei parlamentari, risponde a Repubblica a chi lo critica ricordando quanto in carriera abbia guadagnato e continui ancora a guadagnare. E via di giustificazioni, conti e curriculum alla mano. "Sono andato in pensione dopo essere stato presidente dell'Antitrust, dove i compensi sono non per mia scelta parametrati alla Corte costituzionale". La pensiona lorda di Amato, mediando tra gli anni da professore universitari e quelli passati all'Authority, è di 22mila euro lordi al mese, 11.500 netti. Il problema è che non vogliono farlo stare in pensione e quindi ogni mese arrivano anche i vitalizi: "Sono stato pressato nel fare varie attività, compreso il rientro in Parlamento nel 2002 che non volevo". Colpa dei suoi perfidi amici Romano Prodi, Giorgio Napolitano, Mario Monti: tutti coalizzati nel farlo stare nei Palazzi romani e guadagnare ancora e ancora. "Ma devolvo in beneficenza quanto mi viene retribuito. Il vitalizio di 5 legislature lo destino interamente ad attività benefiche". Un sacrificio, insomma.

Evviva i leccaculo" Per i giudici sono loro i politici più intelligenti

Libero

Per il pm un vignettista che ha dato del leccapiedi a un politico non ha commesso il reato di diffamazione: anche lo "yesmanismo" è utile per un tornaconto personale


Cattura
Accusare un politico di leccaculismo? Non è diffamazione, poichè "leccare il culo" è sintomo di intelligenza politica (in parole spicce, può sempre rivelarsi utili per un personale tornaconto). Questa, in estrema sintesi, la decisione di una sentenza di primo grado nella quale, il giudice D'Arienzo, spiega che le affermazioni "appaiono, comunque, legittimo esercizio del diritto di critica politica” e che quindi “il diritto di critica non si concreta, come quello di cronaca, nella narrazione di fatti, ma si esprime mediante un giudizio od un’opinione che, come tali, non possono essere rigorosamente obiettivi”.

La frase incriminata - Ma facciamo il punto di quanto successo. Nel mirino ci è finito Davide Sacco, genovese, già collaboratore del Giornale, de Linkiesta e del Foglio. La sua "colpa", quella di aver espresso sotto pseudonimo, il 12 agosto 2006, pareri poco lusinghieri su Enrico Nan, ex deputato di Forza Italia per quattro legislature e, oggi, coordinatore ligure di Fli. Sacco è stato querelato per una frase postata sul portale di politica savonese www.uominilibero.eu: "L'on. Nan ha perso più battaglie lui che l’Italia a Caporetto! Però è sempre lì, non per capacità ma per...penso che il termine giusto sia leccaculismo, o ancor meglio...yesmanismo”. Leccaculismo nei confronti di chi? Del numero uno del centrodestra ligure, Claudio Scajola.

La sottile arte politica - Nan, come risarcimento per la presunta diffamazione subita, chiedeva 100mila euro di risarcimento. Ma Sacco spiegava: "L’avevo già raffigurato nelle vesti di un Napoleone sconfitto e come un capitano che affonda con la nave di Forza Italia, sconfitta alle comunali di Savona con una percentuale bulgara. Eppure ha scelto quelle affermazioni...". Inizialmente Nan aveva chiesto l'archiviazione, ma Nan ha continuato a mandare avanti la querela per diffamazione. Fino alla già citata sentenza di primo grado. Che nelle motivazoni aggiunge: Nan viene definito "il protagonista non di successi ma di sconfitte politiche (Caporetto) che rimane quindi sull’arena non per l’impegno dimostrato (“capacità”) ma per l’intelligenza, non apprezzata, ma comunque anch’essa certamente politica, con cui si relaziona a chi può deciderne il destino nel settore, approvandone le azioni e le richieste”.

Bonario "menaggio" - Secondo la toga, insomma, Sacco non ha diffamato la persona dell'allora onorevole Nan, ma ne ha riconosciuto l'intelligenza politica. La palla ora torna a Nan, che dovrà decidere se presentare ricorso in appello. In parallelo il vignettista Sacco ha continuato la sua attività e ha spiegato: "La mia non è satira cattiva, feroce. Il mio è più un bonario 'menaggio' (presa in giro in genovese, ndr)”.