mercoledì 29 agosto 2012

Ci fu una regia occulta degli Usa dietro Mani pulite? Le rivelazioni dell'ex ambasciatore americano

Orlando Sacchelli - Mer, 29/08/2012 - 16:35

L'ex ambasciatore americano in Italia, Reginald Bartholomew, prima di morire ha raccontato che intervenne per spezzare i legami tra il Consolato Usa a Milano e il pool di Mani pulite. Aveva ragione, dunque, chi parlava di una regia occulta dietro alle inchieste che spazzarono via la Prima Repubblica?

Domenica scorso è morto Reginald Bartholomew, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia dal 1993 al 1997.


Di Pietro, Colombo e Borrelli

Aveva 76 anni e servì il suo Paese sotto la presidenza di Bill Clinton. Prima di morire ha voluto togliersi alcuni sassolini dalle scarpe, raccontano dettagli inediti sulla sua esperienza nel Belpaese in quelli che furono anni molto caldi, in piena "Mani pulite", con la crisi finale (e poi la scomparsa) della Prima Repubblica e la nascita della Seconda. Bartholomew ha raccontato tutto a Maurizio Molinari, corrispondente de La Stampa dagli Usa.

"Quella era la stagione di Mani Pulite - racconta l'ex ambasciatore - un pool di magistrati di Milano che nell’intento di combattere la corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia come l’Italia". Sembra di risentire le parole di Bettino Craxi. Invece no. A puntare il dito contro certi metodi è un uomo non coinvolto direttamente nello scontro politico italiano. Un personaggio che potremmo definire super partes. "La classe politica si stava sgretolando - ha ricordato Bartholomew - ponendo rischi per la stabilità di un alleato strategico nel bel mezzo del Mediterraneo".

Qualcosa, aggiunge, nel consolato a Milano "non quadrava". L’ex ambasciatore quel punto "rivendica il merito di aver rimesso sui binari della politica il rapporto fra Washington e l’Italia". In che modo? Pose fine a quello strano legame diretto che si era creato tra il Consolato e il pool di Mani pulite - tollerato dal suo predecessere Peter Secchia - e riportò la gestione dei rapporti a Roma, all'ambasciata. Potrebbe essere la conferma, sia pure indiretta, dell'esistenza di un rapporto tra gli Usa e l'inchiesta che spazzò via la classe politica che aveva governato l'Italia per oltre 40 anni. Una "manina" oltreoceano aveva schiacciato il bottone per far saltare tutti i vecchi equilibri (ormai superati vista la caduta del Muro) e ridisegnare la politica nel nostro Paese? L'ex ministro socialista Rino Formica alcuni mesi fa parlò del ruolo che, a suo dire, avrebbe giocato l'Fbi.

Bartholomew racconta a Molinari anche di un'importante iniziativa che prese. Quella di far venire a Villa Taverna (sede dell'ambasciata Usa a Roma) il giudice della Corte Suprema americana Antonino Scalia, approfittando di una sua visita in Italia. Gli fece incontrare "sette importanti giudici italiani" e li spinse a confrontarsi sui metodi usati dalla Procura di Milano. "Nessuno obiettò quando Scalia disse che il comportamento di Mani pulite con la detenzione preventiva violava i diritti basilari degli imputati", andando contro i "principi cardine del diritto anglosassone". Il racconto poi vira sui nuovi interlocutori politici degli Usa dopo il disfacimento della vecchia classe politica: D'Alema, Fini e, inevitabilmente, Berlusconi. Il Cavaliere si presentò accompagnato da Letta e "voleva il mio imprimatur per la sua entrata in politica". C'è anche un curioso aneddoto su Prodi, che si offese a morte per non essere stato ricevuto alla Casa Bianca dopo il suo ingresso a Palazzo Chigi nel 1996.

Bartholomew si sofferma anche sull’avviso di garanzia a Berlusconi del 1994, che fu anticipato dai giornali quando Berlusconi presiedeva, a Napoli, i lavori per la Conferenza mondiale sulla criminalità organizzata, sotto l'egida dell'Onu. L'ex ambasciatore rivela che fu "un’offesa al presidente degli Stati Uniti, perché era al vertice e il pool di Mani Pulite aveva deciso di sfruttarlo per aumentare l’impatto della sua iniziativa giudiziaria contro Berlusconi". C'è un po' di confusione sulle date: l'avviso, infatti, arrivò il 21 novembre 1994 e non nel luglio precedente durante i lavori del G7. La sostanza però non cambia di molto. Alcuni osservano che Bartholomew fu ambasciatore in Italia proprio negli anni in cui prese corpo il grande piano di privatizzazioni (o svendita?) del patrimonio pubblico del nostro Paese, pianificato a bordo del panfilo reale Britannia nel giugno 1992. Ma questo è un altro mistero su cui presto, forse, bisognerebbe provare a fare piena luce.

Parlando a Radio 24 Antonio Di Pietro ha commentato la ricostruzione dell'ex ambasciatore: "Queste cose dette da una persona che non c’è mi spingono a dire 'pace all’anima sua'. Altrimenti l’avremmo chiamato immediatamente a rispondere delle sue affermazioni per dirci 'chi, come, dove e quando'. Io non ho mai incontrato questo Bartholemew, invece so che gli Stati Uniti all’epoca furono molto collaborativi per quanto riguarda le rogatorie che noi effettuammo. Vent’anni dopo una persona fa delle affermazioni in relazione a comportamenti che lo stesso suo Paese ha fatto in modo totalmente diverso, mi sembra una cosa che non ha né capo né piedi. Bartholemew è una persona che vuole sconfessare se stesso e il suo Paese e quindi non fa onore al suo Paese, ma ripeto non c’è più quindi pace all’anima sua".

Napolitano e la Boccassini, l'intercettezione che imbarazza il Colle

Libero

Inchieste di mafia, dopo Palermo cattive notizie per il Quirinale da Caltanissetta: "Nel 2009 ha chiamato la procura per dare l'inchiesta su Borsellino a Ilda"

L'indiscrezione di Lettera43: i pm nisseni imbufaliti hanno convocato la Boccassini come testimone, impedendole così l'affidamento


Cattura
Una nuova bomba rischia di cadere sulla testa di Giorgio Napolitano. Il campo di battaglia è quello che da settimane (se non mesi) scuote il Quirinale: l'inchiesta sulle oscure vicende mafiose della stagione post 1992. Secondo quanto riferisce il sito Lettera43.it, esisterebbe l'intercettazione di una telefonata del 2009 tra il presidente della Repubblica e il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, in cui Napolitano avrebbe perorato l'affidamento dell'inchiesta su via D'Amelio e l'omicidio del giudice Paolo Borsellino al pm di Milano Ilda Boccassini. A sostenere la candidatura di Ilda la rossa, celebre per i processi milanesi contro Silvio Berlusconi, sarebbe stato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Candidatura sfumata per un vizio di forma, ma a tre anni di distanza la notizia potrebbe avere effetti deflagranti come se non più l'intercettazione tra Napolitano e l'ex ministro Nicola Mancino in mano alla Procura di Palermo.

Mentre a Palermo si indaga sulla trattativa tra Stato e mafia, a Caltanissetta dal 2009 si sono riaperti i faldoni sulla strage di via D'Amelio, in seguito alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza che aveva di fatto demolito le ipotesi di tre processi già passati in giudicato. Grasso, che si sarebbe poi rivolto a Napolitano per avere un autorevole sostegno, avrebbe pensato alla Boccassini che per prima, alla fine del 1994, aveva dubitato della versione fornita dal primo pentito, Vincenzo Scarantino, su cui poggiavano i tre processi sul caso.

In ballo c'è il depistaggio operato dal duo Scarantino-Candura e la pm napoletana è Informata sui fatti. Talmente informata da poter essere considerata troppo di parte per vedersi assegnato lo spinoso incarico. I pm di Caltanissetta, non a caso, protestano con Grasso e poche settimane dopo chiamano la stessa Boccassini come testimone dei fatti. Siamo nel giugno 2009 e qui, spiega Lettera43, si chiude "il caso" nonostante le pressioni del procuratore nazionale e del presidente Napolitano. Il timore del Colle è che di caso ne nasca un altro, anche in questo caso legato ad una intercettazione.

Stop alle diete «fai da te» senza ricetta

Corriere della sera

Le preparazioni galeniche possono essere vendute senza permesso solo se dirette a una «specifica occasione», dietro presentazione di ricetta medica e solo «per unità»


MILANO - La vendita di preparati per le diete fatti dal farmacista è vietata senza apposita autorizzazione comunitaria o dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Lo stabilisce la Cassazione precisando che esiste una sola eccezione: le preparazioni galeniche dimagranti possono essere vendute senza permesso solo quando sono dirette a una «specifica occasione», dietro presentazione di ricetta medica e solo «per unità». A far chiarezza sulla materia dei preparati della farmacia è la Terza sezione penale nel confermare l'ordinanza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che un anno fa aveva convalidato il sequestro probatorio, disposto dai Nas dei carabinieri di Caserta, di 92 confezioni di «prodotti terapeutici per terapia dimagrante» di un farmacista di Cervino perché privi delle specifiche autorizzazioni.

LIMITI - Nel ricorso in Cassazione il farmacista aveva chiesto il dissequestro perché i medicinali dovevano essere considerati «preparazioni galeniche magistrali, in quanto non rivolte alla pubblica vendita, ma destinate esclusivamente ai suoi clienti in quanto lui era uno specialista delle malattie del metabolismo». La Cassazione ha però respinto il ricorso spiegando che esistono condizioni e limiti precisi che permettono di vendere i preparati senza le autorizzazioni: «La estemporaneità, nel senso che il medicinale galenico deve essere preparato dal farmacista per la specifica occasione - è scritto nella sentenza numero 33386 -; un limite quantitativo, nel senso che la preparazioni deve essere fatta per unità; una garanzia sanitaria perché tale preparazione deve essere fatta nella farmacia dietro presentazione di ricetta medica». Nel caso specifico i Nas avevano sequestrato 92 confezioni contenenti 60-90 capsule, solo in parte etichettate e soprattutto senza alcuna ricetta medica che giustificasse queste confezioni.

(Fonte: Ansa)29 agosto 2012 | 16:15

Polverini operata, «un reparto solo per lei»

Corriere della sera

Il Pd attacca: «Arroganza del potere». Nessuna replica ufficiale dalla Regione e dall'ospedale, il Sant'Andrea di Roma


Renata PolveriniRenata Polverini

ROMA - Renata Polverini, presidente della Regione Lazio, si è sottoposta a un intervento chirurgico il 25 agosto scorso nell'ospedale Sant'Andrea, alla periferia nord della Capitale. Ma Enzo Foschi, consigliere regionale pd, dopo avere letto la notizia pubblicata sul quotidiano «Il Manifesto», attacca: «Mentre le liste di attesa nel Lazio sono interminabili e il cittadino qualunque deve attendere mesi per una Tac, una risonanza magnetica e un'operazione, la presidente Polverini occupa un reparto del Sant'Andrea, una trentina di posti letto e un blocco operatorio. Se questa vicenda fosse confermata, ci troveremmo davanti a un'inconcepibile arroganza del potere, saremmo di fronte a uno scandalo intollerabile».

Foschi ha anche annunciato che sul caso presenterà nei prossimi giorni una interrogazione urgente al consiglio regionale del Lazio perché «ogni passaggio di questa sconcertante vicenda venga chiarito con dovizia di particolari - ha chiesto l'esponente del Pd -. Non possono esserci disparità di trattamento, soprattutto se parliamo di diritto alla salute. Il tempo dei privilegi è finito».

Nessuna replica e commenti ufficiali sono arrivati dalla Regione e dall'ospedale. Ambienti vicini alla giunta Polverini, però, smentiscono in modo categorico che sia stato usato un intero reparto per assistere la presidente, rimasta ricoverata solo per 24 ore. La paziente, secondo gli insider, sarebbe stata curata in una stanza di un reparto chiuso, come avviene ogni estate, quando si dimezza il numero di malati ricoverati e una parte del personale va in ferie, per tutelarne la privacy e non creare disagi agli altri degenti. Inoltre le stesse fonti interne al centrodestra negano con altrettanta fermezza che siano stati adottati altri provvedimenti di particolare riguardo verso la governatrice che per un breve periodo ha sospeso gli appuntamenti istituzionali e si è presa qualche giorno di riposo, come le hanno consigliato i medici del Sant'Andrea.

Corriere della Sera, 29 agosto, pagina 2329 agosto 2012 | 15:37




L'avvocato della governatrice: «Nessun privilegio, quereleremo»

La governatrice dà mandato al proprio legale di «procedere in sede civile e penale» contro il consigliere Foschi


ROMA - La presidente della Regione Lazio Renata Polverini respinge le accuse di aver ottenuto un trattamento privilegiato durante il suo recente ricovero all'ospedale Sant'Andrea di Roma e minaccia querele. La governatrice ha dato mandato all’avvocato Irma Conti «di procedere in ogni sede giudiziaria, civile e penale, oltre che presso il competente garante per la privacy, nei confronti del consigliere regionale Enzo Foschi per la divulgazione di un fatto personale e relativo alla sua salute di cui la stessa non ha dato alcuna notizia o autorizzazione alla divulgazione».

«BARBARIE DEL CONSIGLIERE PD» - Polverini accusa il consigliere d'opposizione (Pd) Foschi per quella che ritiene «una vera e propria barbarie messa», come sottolinea l’avvocato Conti «Si tratta di una vergognosa strumentalizzazione politica di un fatto privato che comporta una lesione gravissima dell’immagine e del diritto alla privacy, soprattutto in materia di salute, di Renata Polverini». Quindi il legale sottolinea: «Non è stato richiesto alcun privilegio e nessun intervento sull’organizzazione ospedaliera è stata effettuato dalla Regione o dalla stessa interessata per le 24 ore in cui è stata ricoverata presso l’Ospedale pubblico S. Andrea».

DIRITTO ALLA PRIVACY - L'avvocato Conti ribadisce poi che «le notizie relative a dati sensibili, quali quelli attinenti alla salute, ove non comunicati negli esatti e completi termini dall’interessato, non possono essere pubblicati a causa della inaccessibilità delle fonti di verifica tutelate dalla privacy e la cui violazione verrà tutelata nelle opportune sedi anche al fine di ristabilire la realtà dei fatti nei confronti dei cittadini».

GRAZIE AI MEDICI - A nome di Renata Polverini, infine, il legale rivolge «un particolare ringraziamento ai medici e a tutto il personale dell’ospedale Sant’Andrea, per la professionalità e la competenza dimostrata e con cui svolgono ogni giorno il proprio impegno a garanzia del diritto alla salute di tutti i cittadini».

Redazione Roma Online 29 agosto 2012 | 13:24

Moderare papà

La Stampa

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Per Marino Murillo, vicepresidente cubano e padre che, da pochi giorni, ha visto partire una figlia per l'esilio


YOANI SANCHEZ



“Papi, non ti far coinvolgere in queste cose”, gli consiglia la figlia dall’altro capo del telefono. La stessa figlia che alcune settimane prima gli inviò un po’ di denaro e un pacchetto contenente medicine e vestiti. Quella ragazza emigrata a Berlino circa dieci anni fa è il sostegno principale della famiglia che è rimasta all’Avana. Il padre resta di sasso ogni volta che la sua primogenita gli ripete - al telefono - di non farsi coinvolgere in attività del Partito Comunista, né del Comitato di Difesa della Rivoluzione e ancor meno di lasciarsi utilizzare per qualche meeting di ripudio contro oppositori. “Ascoltami, quello è sul punto di cadere. Tu non devi farti coinvolgere”, gli ribadisce con insistenza la giovane. Per questo l’ubbidiente pensionato ha diminuito la sua intolleranza ideologica, ha moderato la rabbia che gli provocavano coloro che erano contro il “suo Comandante” e ha persino nascosto il suo carnet di militante in fondo a un cassetto.

Si nota il cambiamento. Quando qualcuno gli parla di politica lui affronta il tema del clima o del baseball. Ha ricominciato a parlare con quei vicini di casa dissidenti che prima non salutava neppure. Non solo, è arrivato a strizzare un occhio in segno di complicità. Adesso le riunioni delle associazioni di combattenti gli sembrano così noiose, i quotidiani così vuoti, le parole d’ordine così false… non accende neppure la televisione quando in occasione di discorsi ufficiali. Che cosa gli è successo? Un mix di frustrazione, fastidio per la ridicola pensione, la corruzione imperante e il rinvio indefinito dei sogni. Ma nel suo caso i figli sono stati il principale catalizzatore della non conformità, la smentita più chiara che avrebbe potuto ricevere la sua ideologia. La maggiore vive in Europa e il più piccolo attraversò con una zattera lo stretto della Florida. Nessuno volle restare ad attendere i frutti del sistema per il quale “Papà lottò tanto”.

Dopo la partenza dei suoi “bambini”, ha scoperto dentro di sé un uomo più moderato, capace di accettare che anche i figli di altri se ne vadano, senza che sia necessario dover correre a lanciarli contro uova o insulti. Non permette che nessuno chiami i suoi rampolli con l’appellativo di “traditori”, e ha imparato che l’inglese parlato da sua nipote nata in Arkansas non è - assolutamente - la lingua del diavolo. Inoltre, le vitamine che gli inviano sono così buone, il gel per il dolore di schiena di così ottima qualità, i dollari ricevuti tramite Western Union così opportuni… Alla fine, ha imparato a essere un uomo diverso. Il prossimo ottobre volerà in direzione degli Stati Uniti per far visita ai suoi e pensa di non ritornare. Se ne andrà senza fare rumore, senza congedarsi, senza neppure dimettersi dall’unico partito in cui militò. Se ne andrà senza ritrattare niente pubblicamente, senza chiedere scusa a nessuna di quelle persone non conformi che per decenni insultò, ricoprì di sputi, denigrò. Se ne andrà.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
 
Nota del traduttore: La blogger sceglie la metafora per commentare la cronaca politica che vede la figlia di Marino Murillo scegliere la via dell’esilio. Affida a Twitter una battuta popolare che sta facendo il giro dell’Isola: “I Murillos saltano il muro!”.

Padok, il cane che si è lasciato morire dopo la morte del padrone

Corriere della sera

È morto dopo 19 giorni e non in una data qualsiasi, ma il giorno del compleanno del suo padrone

PISA – Aveva sette anni, Padok (un cane meticcio dall’intelligenza e dalla sensibilità straordinarie) quando ha deciso di morire. Ha smesso di mangiare e bere il giorno stesso della morte del padrone amatissimo, Giuliano Bacci, 69 anni, una vita da titolare del bar La Posta, uno dei locali icona della Tosco Romagnola la lunga e tortuosa strada stradale che da Pisa si snoda sino a Ravenna. Giuliano se n’è andato il 6 agosto, Padok il 25, sabato scorso. Non è un giorno qualunque il 25 agosto, almeno a casa Bacci, ma il compleanno di Giuliano.

DESTINO - Adesso a San Frediano a Settimo, in provincia di Pisa, si racconta che il destino, a volte, può essere davvero costellato da coincidenze un po’ strane. E soprattutto che tra Giuliano e Padok c’era un legame speciale e inspiegabile. Una delle figlie di Giuliano, Maria Luisa Bacci, ha raccontato la storia su Facebook. «Il 25 agosto, compleanno di mio padre che si è spento il 6 agosto, è morto anche Padok. - ha scritto Maria Luisa -Tornando dal funerale ho trovato il mio cane che non stava bene e rifiutava il cibo. Nei giorni successivi visite, ma tutto sembra ok.

Di sicuro gli mancava il suo padrone ma non potevo mai pensare che proprio la sera del compleanno di mio padre anche il cane entrasse in coma con febbre altissima. Tempo zero e senza soffrire anche lui è morto, come mio padre. Sembra strano ma è stato così». Ma è poi così strano? Chi ricorda Padok e Giuliano insieme pensa il contrario. C’era simbiosi perfetta, affetto, fedeltà assoluta, amicizia, empatia. Si racconta pure che Padok avesse un’anima molto particolare, capace di vibrare insieme a quella del padrone. Sempre insieme, Giuliano e Padok, sino alla fine.

Marco Gasperetti
29 agosto 2012 | 14:08

Se la Juve fa merchandising all’estero con le tre stelle

Corriere del Mezzogiorno

La scoperta di Pinto, direttore Centro Rai di Napoli, in Giappone: gadget bianconeri marcati con 30 scudetti


Il portachiavi «giapponese della Juve con 30 scudettiIl portachiavi «giapponese della Juve con 30 scudetti

NAPOLI - Sulla questione della terza stella sulle maglie della Juventus si è discusso molto nel corso dell’estate. Per la Figc e il Coni gli scudetti vinti dalla Vecchia Signora sono 28 e non 30. Da qui, la decisione di eliminare le stelle dalle maglie bianconere di quest'anno e la comparsa della dicitura «trenta sul campo» sotto lo stemma juventino.
Dal punto di vista del merchandising, però, la Juventus non ha fatto altrettanto. Se è noto che per i tifosi è possibile acquistare le tre stelle e apporle sulla maglia ufficiale, non molti sanno che all'estero la Juve diffonde i suoi gadget con le tre stelle bene in evidenza e il numero 30 all’interno dell’immagine dello scudetto italiano. Sono così commercializzati tutti i prodotti, dai tappetini del mouse alle tazze.

Un esempio lampante lo ha fornito Francesco Pinto, direttore del Centro Rai di Napoli, che in una recente vacanza in Giappone ha fotografato un portachiavi originale della Juve con le tre stelle e il numero 30 nello scudetto. Pinto ha quindi inviato una lettera con la foto al blog Azzurrissimo, seguito da molti tifosi del Napoli, e non sono mancati commenti pepati sulla vicenda. «Il portachiavi - scrive Pinto nella sua lettera - appartiene al merchandising ufficiale come testimonia l'ologramma in alto anti contraffazione. E riporta il numero 30 e tre stelle. In Italia la Federazione ha proibito a quella squadra di indossare una divisa con questi elementi. Da qui l'escamotage tutto italiano dei "trenta sul campo". Ora le domande sono: si può vendere a cura della stessa società all'estero un oggetto con dati falsi o almeno proibiti? La Federazione lo sa? Quello che vale in territorio nazionale non vale al di fuori dei suoi confini?».

Per la Federazione è fondamentale che la Juve non vada in campo coi trenta scudetti sul petto, ma sul merchandising non si è mai espressa. Eppure, come disse il presidente del Coni Petrucci nello scorso mese di maggio, «gli scudetti della Juventus sono 28 e non 30. Sono quelli che sono stati sanciti da una decisione di un organo di giustizia esterno alla Federcalcio operante presso il Coni e sono 28, come ha detto Blatter nella sua lettera alla Juventus. Ognuno pensa di avere la giustizia sostanziale al proprio interno. C’è una decisione della giustizia dello sport e quella va rispettata».

Redazione online28 agosto 2012 (modifica il 29 agosto 2012)

Politici di corsa al Gran premio: pioggia di biglietti gratis

Giannino Della Frattina - Mar, 28/08/2012 - 12:38

Il sindaco pd di Monza mette a disposizione quattro ingressi per ogni consigliereIl caso. Privilegi senza freni

Milano - Biglietti gratis per il Gran Premio di Monza, il re delle corse automobilistiche.


Gran Premio di Monza

Cambiano i colori delle giunte, ma non il (mal)costume della casta. Anzi, in questo caso trattandosi di consiglieri comunali, della castina che seguendo il cattivo esempio di ministri e parlamentari da sempre abbonati allo scrocco, pensa bene di prendere, per quanto possibile, il cattivo esempio. Il solito brutto vizio di politici e amministratori abituati a una vita da portoghesi. Che sia l'auto blu, lo spettacolo a teatro, la partita di calcio o, in questo caso, l'83° edizione del prestigioso Gran premio d'Italia di Formula uno, offerto generosamente a sindaco, assessori e consiglieri comunali di Monza. Ma non solo a loro perché, come si vedrà, i preziosissimi tagliandi sono distribuiti a pioggia dalla nuova amministrazione di centrosinistra guidata dal sindaco Roberto Scanagatti, l'uomo forte del Pd locale che aveva condotto tutta la sua campagna elettorale sui toni della moralizzazione e, sull'onda dell'entusiasmo per il governo al loden di Mario Monti, di un'ormai irrinunciabile sobrietà della politica.

E, invece, c'è subito cascato anche lui. Poche settimane dietro la scrivania da sindaco ed ecco la prebenda assegnata a destra e a manca. Perché quando c'è da andare a sbafo, i politici non ne fanno mai una questione di colore. Nulla di illegale, ovviamente. «Egregio consigliere comunale - scrive Scanagatti con tanto di carta intestata del Comune di Monza - la convenzione per la concessione dell'autodromo nazionale alla Sias spa prevede l'obbligo da parte della concessionaria di mettere a disposizione delle amministrazioni concedenti durante il Gran Premio di Formula 1 uno spazio ospitalità in uno degli edifici prospicienti il rettilineo di partenza/arrivo».

Come a dire che lo prevede la concessione, che non è mica colpa sua se «l'invito, valido per due persone, Le consentirà di accedere direttamente alla terrazza del Comune di Monza, ubicata presso l'hospitality building, sala n.5 - 1° piano».E fin qui son due biglietti gratis. Ma non basta. Perché Scanagatti precisa che «inoltre, come ogni anno, l'Automobile Club Milano ha riservato due biglietti omaggio per i consiglieri comunali del Comune di Monza. Nel caso in cui confermasse direttamente all'Aci il suo interesse anche per tali biglietti, potrà ritirarli presso l'ufficio comunicazione

congiuntamente al pass per la terrazza ospitalità».E fanno quattro. Due biglietti più due per ogni consigliere che evidentemente, non avendo il dono dell'ubiquità né la possibilità della poligamia, sarà suo malgrado costretto a cedere ad amici o parenti una parte degli ingressi gratis. Magari non quelli della terrazza, visto che il sindaco Scanagatti, a conclusione della piacevole missiva, annuncia che «sarà lieto di incontrarLa (con la maiuscola, ndr), insieme agli Assessori (un'altra maiuscola, ndr), in questa particolare occasione». Convenevoli resi pubblici nel suo profilo Facebook da Paolo Piffer, il giovane operatore del carcere di Monza, candidato sindaco con le liste «PrimaVeraMonza» e «CambiaMonza». Ma a vincere furono Scanagatti e il centrosinistra. E Monza non è cambiata.

Off limit la sosta auto nello stradello condominiale

La Stampa


Sono vietati la sosta e il parcheggio delle auto nello stradello condominiale. Lo afferma la Cassazione (sentenza 14633/12), facendo notare che la sosta nelle stradine condominiali crea «intralcio per la restrizione degli spazi di manovra» compromettendo «il pari diritto di godimento del bene comune degli altri condomini». E' bocciato il ricorso di cinque condomini di un edificio che chiedevano di poter utilizzare lo stradello condominiale per la sosta delle loro macchine, ritenendo che il parcheggio o la sosta non privassero gli altri condomini della possibilità di utilizzare pienamente il bene comune, «potendo comunque entrare e uscire agevolmente dai garage».

Sei anni fa, il Tribunale di Parma aveva autorizzato solo il transito delle auto nella stradina condominiale. Ora la Suprema Corte convalida la decisione e sottolinea che «il Tribunale, con motivazione esente da vizi logici e con apprezzamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, ha ritenuto che il parcheggio abituale di un’autovettura sullo stradello destinato al passaggio delle auto per l’accesso alle singole autorimesse, priva gli altri condomini della possibilità di utilizzare pienamente lo spazio comune, rendendo meno agevole le manovre di entrata ed uscita dai garages, come risulta anche dal sopralluogo effettuato nel corso del giudizio, da cui è emerso che era indispensabile mettere le macchine a filo per evitare problemi nell’affiancamento di due autovetture». Il giudice «correttamente ha escluso che lo stradello possa essere utilizzato dai singoli condomini per il parcheggio o la sosta di  auto». Diversamente, sarebbe «limitato l’uso del bene comune secondo la sua destinazione naturale (passaggio per accedere alle singole autorimesse) e a compromettere il pari diritto di godimento degli altri condomini».

In bicicletta da Lusaka a Londra per aiutare i bimbi dello Zambia

La Stampa

Oggi si conclude l'avventura di Matteo Sametti: 8 mila km dal cuore dell'Africa alla capitale inglese: «Volevo dimostrare che si può fare molto con poco»


Matteo Sametti, 43 anni, in una tappa del suo viaggio

 LUCA ROSSI



Otto o nove ore al giorno in sella alla sua bici di bambù. Per ottomila chilometri. Partito da Lusaka, in Zambia, il 15 giugno, Matteo Sametti, 43 anni, arriva oggi a Londra, dove si aprono le Paralimpiadi. «Le ho scelte perché sono importanti per l’inclusione sociale». Con Sport2build, sport per costruire, l’associazione fondata nel 2006, raccoglie fondi per realizzare una scuola per i bimbi della «sua» Lusaka. Dove si è trasferito dopo aver lasciato un posto da commercialista a Milano. Sui pedali per 130 chilometri dalla mattina alla sera. Ecco l’itinerario: Zambia, Malawi, Tanzania, Kenya, Etiopia, Sudan e Egitto. Poi un aereo per Milano Malpensa per raggiungere la sua città natale, Legnano.

Dopodiché Novara, il Moncenisio, fino in Francia e in Inghilterra. «Ho pedalato sempre da solo, ma due amici dello Zambia mi hanno aiutato a prenotare gli hotel e per altre piccole cose», racconta Matteo. Che confessa: «Non è stato facile: in Sudan e in Etiopia non ci sono alberghi. In Zambia, invece, è stato un po’ come giocare in casa. La Tanzania? Il primo Paese duro: strade brutte e 700 chilometri di sterrato. Distese enormi di baobab, masai con le mucche. A Dodoma, la capitale, arrivi da una strada di campagna. Le vie sono piene di pietre». Poi la bici di bambù. Sametti spiega: «Un materiale resistente. L’ho scelta perché è zambiana, ma ci sono anche dei pezzi di una vecchia mountain bike. Era un aggancio importante con il Paese di partenza.

Volevo dimostrare che si può fare tanto anche con poco». Certo, non è un gioco da ragazzi attraversare l’Africa e mezza Europa così: «Ho portato una tenda piccola, un mini sacco a pelo, un materassino. Nella borsa di sinistra – continua – ho un paio di pantaloni corti, una giacca di pile, due pigiami e due maglie a maniche lunghe bianche. Tengo tutto in bustine tipo quelle per congelare i cibi. Poi calze, mutande e un laptop. Nella borsa di destra, invece, ho un K-Way leggermente imbottito, una maglietta della bici di ricambio, i caricabatterie per la fotocamera, il pc, il cellulare e un po’ di medicine. Ma mai preso la malaria, per fortuna».
Matteo, da esperto di conti, non trascura niente: «Ho anche delle pile per pedalare di notte. L’ho fatto tanto in Etiopia e in Tanzania, ma non mi sono mai sentito in pericolo». Se gli chiedi com’è andato il viaggio, racconta: «In Sudan ho trovato un’accoglienza fantastica: alcune persone mi hanno ospitato a casa loro. C’era il Ramadan, mi davano sempre da mangiare la sera.

Se in Etiopia spendi un euro per un alberghetto, in Sudan non c’è niente». Insomma, una sfida. E il cooperante internazionale rivela: «Qualche volta ho pensato di lanciare la bici. In Etiopia, ad esempio: un mondo a parte, pieno di montagne, sei quasi sempre a due-tremila metri di quota. Sembra di essere al Giro, la gente intorno ti incoraggia». E non solo: «Mi sono preparato. La bici mi piace: è una mia passione. Pedalo da sempre e da piccolo facevo thriatlon. L’ho scelta perché vai piano, ti godi la natura. Scopri tante cose. Certo, ho fatto tanta fatica soprattutto nel deserto: i primi giorni avevo il vento a favore, gli ultimi tre ce l’avevo contro. Al confine tra Sudan ed Egitto, c’erano 57 gradi: terribile come aver un phon in faccia». Ecco, l’Egitto. Una piacevole sorpresa per Matteo: «Mi hanno aiutato a sistemare i raggi rotti e la catena. Ma mi ha colpito anche piazza Tahrir: gente che faceva le vasche come alle ramblas di Barcellona o in via Roma a Torino. Non c’era un clima da stato di guerra. Anzi». E oggi il protagonista di questo viaggio avventuroso arriva a Londra. Mentre la sua bici di bambù adesso verrà venduta per raccogliere fondi per la scuola da costruire in Zambia.

Gli ultimi momenti di Bin Laden: era disarmato

Corriere della sera

Il capo di Al Qaeda aveva nella sua stanza un Kalashnikov e una pistola Makarov ma i caricatori erano vuoti
La copertina di 'No easy day'La copertina di 'No easy day'

WASHINGTON – Osama Bin Laden era disarmato quando è stato centrato dal fuoco dei commandos americani. Il capo di Al Qaeda aveva nella sua stanza un Kalashnikov e una pistola Makarov ma i caricatori erano vuoti. Sono questi i primi particolari che emergono dal libro scritto da uno dei Navy Seals che ha partecipato al raid ad Abbottabad (Pakistan). No Easy Day sarà nelle librerie a partire dal 4 settembre ma il sito Huffington Post è riuscito ad averne una copia ed ha lanciato alcune anticipazioni.

AZIONE FINALE - Mark Owen – questo lo pseudonimo dell’autore – racconta così le fasi finali dell’azione. «Eravamo cinque scalini dalla cima delle scale quando ho sentito due colpi soffocati. Dalla mia posizione non posso dire se il bersaglio fosse stato colpito. L’uomo era già sparito nell’oscurità della stanza». Osama probabilmente si affaccia sull’uscio ed è centrato da chi apre la fila dei commandos americani. A quel punto il team entra nella camera di Bin Laden. Lui indossa una maglietta senza maniche, una tunica, un paio di pantaloni. È riverso per terra. A fianco, piangenti, alcune donne. «Materiale celebrale e sangue escono da una ferita alla testa», prosegue Owen. Bin Laden è agonizzante, il suo corpo ha come delle convulsioni. «Puntiamo i laser (del sistema di puntamento dei mitra, ndr) sul suo petto e spariamo diversi colpi che scuotono il suo corpo al suolo fintanto che resta immobile».

ORDINI - I Seals esaminano il volto per un primo riconoscimento, quindi rivolgono qualche domanda alle donne per essere sicuri che si tratti di Osama. In apparenza i commandos non rispettano gli ordini. Owen ricorda che prima della missione hanno ricevuto la visita di un legale – mandato dalla Casa Bianca o dal Pentagono – che chiarisce: «Non è un’operazione di target killing. Se non rappresenta una minaccia lo dovete catturare vivo». E in effetti – sempre che la ricostruzione sia veritiera – Osama non solo non oppone resistenza ma non è neppure pronto a farlo. Uno scenario già emerso, in qualche modo, nell’immediatezza dell’operazione ma che ora ha una conferma da un testimone diretto.

VERSIONI CONTRASTANTI - Owen rivela poi che non ci sarebbe stato alcuno scontro a fuoco quando i militari arrivano davanti alla palazzina-rifugio. Secondo la versione diffusa dopo il raid l’unità dei Seals aveva sostenuto una battaglia di 40 minuti prima di poter far irruzione al piano dove si trovava il leader terrorista. In No Easy Day non mancano risvolti politici. Il membro della squadra d’assalto, infatti, non risparmia frecciate al presidente. Owen sostiene che erano sicuri che si sarebbe preso il merito di «aver ucciso» Bin Laden e per questo «sarebbe stato rieletto». Siccome «non eravamo certo dei fans di Obama» – aggiunge – si scherzava se sarebbe stato meglio «non farlo» per impedirne così la rielezione.

PROMESSE NON MANTENUTE - Infine c’è il ricordo della visita alla Casa Bianca. E qui riappare la scarsa simpatia di Owen verso chi li ospita. Nell’articolo sull’Huffington Post viene riportata una battuta ironica sul vice presidente Biden: «Mi è sembrato una persona simpatica – dice l’autore -, anche se mi ricordava uno zio ubriaco alla cena di Natale». Ma quello che infastidisce i protagonisti del blitz è la mancata promessa del presidente. Congedandoli, Obama li invita «a tornare per una birra alla Casa Bianca». E Owen si lamenta che quella chiamata non è mai arrivata. Il libro – che è stato scritto senza l’autorizzazione dei vertici militari, o almeno così dicono – si annuncia come un grande successo. Doveva uscire l’11 settembre ma la casa editrice ha deciso di anticiparlo al 4 vista la grande richiesta e il fuoco delle polemiche. Che continueranno.

Guido Olimpio Twitter
@guidoolimpio29 agosto 2012 | 8:56

Nel ventre della miniera: "Meglio un posto qui che la valigia in mano"

La Stampa

La rabbia dei minatori barricati da quattro giorni. «Devono capire che le nostre famiglie non vivono d'aria»


Tra i minatori di Nuraxi Figus, il Nuraghe dei Fichi, c'è anche Mauro Pili (a sinistra), deputato del Pdl

 

Giovanni Cerruti
inviato a nuraxi figus (carbonia-iglesias)

Questa gabbia di ferro impolverata, che ondeggia e scivola lenta, quasi tre minuti per arrivare in fondo ai 373 metri, la chiamano ascensore. Cigola, si sentono rumori d’acqua, il ronzio dell’aria compressa che aumenta. La lampada sul casco illumina la faccia di Ivo, 56 anni, uno che da 32 anni vive quaggiù. Ha un sorriso calmo. Anche se è al terzo giorno di occupazione della miniera. Anche se non sa come andrà a finire. Anche se nelle gallerie ci sono 1221 detonatori e 690 chili di Premex 300, esplosivo tre i più potenti. «Il minatore di per sé è uno tranquillo - dice Ivo Porcu - Per me, per noi, non c’è lavoro più bello di questo».


L’ascensore si ferma con un cigolio e un sobbalzo. Arrivati a quota -373. La polvere di carbone, la luce ballerina dei caschi gialli, il caldo: «Ventisette gradi, e non è che d’inverno cali di molto». Sullo sfondo s’intravede un tavolaccio polveroso, le pagine dei quotidiani come tovaglia, le bottiglie d’acqua minerale, un cesto di pesche bianche. Vestito da minatore c’è anche Mauro Pili, deputato Pdl, qui da tre giorni, con una certa voglia d’inventarsi portavoce della protesta. Ma c’è, Ivo e gli altri 475 apprezzano.

Due Toyota sono pronte a scendere ai -400, dove scavano. Meno di 4 km, ci metteranno un’ora. Il Nuraghe dei Fichi, un bel nome per un brutto posto. Che per i minatori di Nuraxi Figus resta bellissimo. E per Stefano Meletti, 48 anni, la metà con addosso questa tuta bianca, gli scarponi, i parastinchi, il casco, la pila, la bombola d’emergenza agganciata al cinturone, bellissimo dovrà restare. È la loro vita. Come dicono da queste parti, e da sempre, «meglio in miniera che con la valigia in mano».


Aspettano venerdì, quando a Roma il Governo farà sapere che intenzioni ha, se questa miniera di Carbosulcis avrà ancora un futuro. «Il nostro limite è il mare - dice Meletti - non ci fosse saremmo ogni giorno a Roma». Loro, i minatori. E gli operai dell’Alcoa e dell’Allumina di Portovesme. E il Movimento dei Pastori di Felice Floris. Tutta la Sardegna che lavora e non può più aspettare. Cinquemila, solo in questo fazzoletto della provincia Carbonia-Iglesias. «Vogliono cancellare i nostri posti di lavoro favorendo le lobby, le mafie dell’energia - dice sulla tovaglia di giornali il sindacalista Meletti.

Ci sono politici con la canottiera sponsorizzata dall’Enel, ma nessuno può ipotecare la nostra vita, e siamo in grado di far capire che le nostre famiglie non possono campare d’aria». Ai -373 la tensione spazza via anche la polvere. «Adesso bisogna mettere la bombola d’emergenza». Efisio aspetta il segnale da Ivo e apre la «portina di ventilazione». Ecco la galleria, la prima di chissà quante, ne usano per 29 chilometri, ne avrebbero per un totale di 50. Si gira a destra e si risale, «e attenzione a dove si mettono i piedi». È alta 4,90 metri, la galleria.

Sul soffitto due file di cassoni piedi d’acqua: «La polvere di carbone si può incendiare con facilità con il grisou, il gas, e viaggia a 500 metri al secondo. L’acqua serve a spezzare il fuoco, è l’unica salvezza». Ancora venti metri e accanto ad un telefono d’emergenza rosso e incrostato ecco la «Riservetta».
 
Un cancello di ferro chiuso da una catena. A sinistra si vede la porta di legno che nasconde il Prenex 300, di fronte quella con i detonatori. «Abbiamo messo i lucchetti per evitare che a qualcuno di noi vengano strane idee», dice Meletti. E si capisce che lo dice perchè debbono mostrarsi più decisi dui quel che sono, minacciosi anche. «Non ci fosse stato l’esplosivo quanta attenzione avrebbe ricevuto la nostra occupazione della miniera?». Ai -373 non smentiscono la voce che fa il paio con i toni minacciosi: che l’esplosivo non sia tutto nella «Riservetta», e una parte sia stata messa al sicuro in una delle tante galleria.

Efisio si allontana dal cancello di ferro. «Ho passato più ore qua dentro che con la mia famiglia». Ha 52 anni, è qui da 28. E pure lui, se deve trovare un colpevole, dice che è l’Enel. «Noi produciamo carbone per alimentare la centrale Enel che sta qui accanto, 300 mila tonnellate all’anno. Ma dal 31 dicembre basta, chiuso, non ne vogliono più, forse sarà il nostro ultimo stipendio». Perchè una tonnellata di carbone cinese costa meno della metà degli 84 euro di Nuraxi Figus. E perchè, spiegano Efisio, Ivo e Stefano, il governo non vuole dare il via libera nè alla privatizzazione nè alle nuove produzioni «ecocompatibili».
 
Quando la gabbia impolverata riprende i tre minuti di cigolio e torna su, ad aspettare c’è Sandro Mereu con il pick up bianco. «Andiamo a vedere il “Carbonile”». Un viaggio nel labirinto nero di colline, carbone gresso, carbone lavorato, scarti di carbone. «Saranno 200 mila tonnellate. Cosa ne facciamo?».
53 anni, a Nuraxi Figus da quando ne aveva 25, Mereu ha la risposta che danno tutti: «Noi possiamo ricavare energia rinnovabile, la particolarità del nostro carbone è che libera anidride carbonica e trattiene metano. Costerebbe 200 milioni contro i 13 miliardi del fotovoltaico.

Come mai si vuol sprecare questa risorsa?». Adesso Mereu inchioda il pick up. «Ecco - dice - questa è la fotografia della Sardegna». In mezzo alle colline nere di carbone si vede uno spicchio di mare di Portovesme, e nel mezzo due enormi pale a vento di un impianto fotovoltaico. «Ecco, questo è il casino della Sardegna, fotovoltaico, carbone, e non si capisce più un cavolo di niente!». Si sente odor di gas, le montagnole di carbone mandano fumo, «lunedì qui c’erano le fiamme», meglio tornare all’ingresso della miniera. Chiuso, anche ieri, da tre montagnole di carbone e un cartello: «Non fateci perdere la ragione e la ragione di vivere». La miniera del Nuraghe dei Fichi.

Socci e il giallo del Papa: Cristo ha tradito Giuda?

Libero

Rispunta la motivazione politica del tradimento: l'apostolo avrebbe agito perchè "deluso" da Gesù. Ma Ratzinger l'ha avanzata solo come ipotesi


Cattura
Rischia di scoppiare un «caso Giuda» del tutto inesistente. Forse dovuto solo alla confusione della Curia. In breve, ecco i fatti. Molto spesso papa Benedetto XVI scrive lui i suoi discorsi, considerando la catechesi al popolo di Dio la sua principale missione. E le cose uscite dalla sua penna sono abbastanza riconoscibili per la bellezza, la sapienza, la profondità e la finezza. Ma ovviamente non sempre può farlo in prima persona, visti i suoi impegni e la quantità di discorsi che deve pronunciare. È il caso dei brevi messaggi che legge ogni domenica all’Angelus. Probabilmente lui dà una scaletta di due o tre punti e poi ci sono dei monsignori della Segreteria di Stato che stendono materialmente il testo.

Deve essere successo così pure domenica scorsa. Ed essendo tempo di ferie agostane, la mano che concretamente ha scritto forse è stata di quelle frettolose, che tagliano con l’accetta questioni complesse e delicate invece di distinguere e riflettere con attenzione critica. Così il caso di Giuda, l’apostolo che tradì Gesù, è stato affrontato in maniera sorprendentemente perentoria. Il discorsetto dell’Angelus di domenica lo presenta infatti – senza mistero e senza problematicità – come uno che «avrebbe dovuto andarsene» e che invece «rimase non per fede, non per amore, ma con il segreto proposito di vendicarsi del Maestro (…) perché Giuda si sentiva tradito da Gesù, e decise che a sua volta lo avrebbe tradito.

Giuda era uno zelota, e voleva un Messia vincente, che guidasse una rivolta contro i Romani. Gesù aveva deluso queste attese». Ora, che Giuda fosse uno Zelota – cioè un partigiano della resistenza armata nazionalista all’invasione romana (tipo l’Ira irlandese)  – è affermato con assoluta certezza storica dal discorsetto dell’Angelus, ma in realtà è del tutto ipotetico. E soprattutto è altamente improbabile, non avendo aggancio nei Vangeli, che sia stata proprio la passione politica a motivare il tradimento. Infatti papa Benedetto XVI, in alcuni testi sicuramente suoi, come i volumi su «Gesù di Nazaret» o il ritratto degli apostoli fatto nel corso di alcune udienze generali, non ha mai dato al tradimento  di Giuda questa motivazione politica (oltretutto in modo così certo e univoco).  Peraltro la motivazione nazionalistica – pur restando ignobile il tradimento dell’amico e Maestro - avrebbe in fondo una sua connotazione idealistica (o almeno ideologica). Dai Vangeli però questo idealismo di Giuda non traspare mai.

Dunque Ratzinger cosa scrive nei suoi due volumi su «Gesù di Nazaret»? Nel primo enuncia sì la possibilità che Giuda – insieme a un altro apostolo, Simone zelota – venisse appunto dal partito zelota. Ma la nota resta nel novero delle possibilità. Nel secondo volume – quando approfondisce il suo tradimento – Ratzinger non fa menzione di ideali politici. Anzi, cita l’evangelista Giovanni per il quale – quel tradimento – «non è psicologicamente spiegabile». Giovanni infatti fornisce due flash che vanno in direzione tutta diversa da quella politica. Nel primo dice che «Giuda, come tesoriere del gruppo dei discepoli, avrebbe sottratto il loro denaro (cfr. 12, 6)». Dettaglio che rimanda a un uomo moralmente misero, non certo a un idealista.

Gli stessi trenta denari avuti dalle autorità del tempio per il tradimento vanno in questa direzione, non portano verso il fanatismo zelota. Nel secondo flash Giovanni dice che dopo lo scambio di battute con Gesù, da parte di Giuda, «satana entrò in lui (13,27)». Significa – commenta Ratzinger – che Giuda «è finito sotto il dominio di qualcun altro: chi rompe l’amicizia con Gesù (…) non giunge alla libertà, non diventa libero, ma diventa invece schiavo di altre potenze – o piuttosto: il fatto che egli tradisce questa amicizia deriva ormai dall’intervento di un altro potere. Al quale si è aperto».

Poi Ratzinger accenna a quell’attimo di pentimento di Giuda nel quale torna a restituire il denaro ai suoi mandanti, ma anche alla «seconda sua tragedia», la disperazione di non credere possibile il perdono di Gesù (motivo per cui si suicidò). Il Papa è stato ancora più esplicito nel 2006 quando dedicò alcune udienze del mercoledì a tracciare un ritratto di ognuno degli apostoli e nell’udienza del 18 ottobre 2006 toccò a Giuda (questo ciclo di discorsi è poi stato raccolto in volume). Ebbene, in quell’occasione – nella quale approfondì molto il mistero dell’apostolo traditore – scarta apertamente l’ipotesi zelota: «perché egli tradì Gesù? La questione - disse il Papa - «è oggetto di varie ipotesi. Alcuni ricorrono al fattore  della sua cupidigia di danaro; altri sostengono una spiegazione di ordine messianico: Giuda sarebbe stato deluso nel vedere che Gesù non inseriva nel suo programma la liberazione politico-militare del proprio Paese.

In realtà - riprese il Pontefice  -i testi evangelici insistono su un altro aspetto: Giovanni dice espressamente che “il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo” (Gv 13,2); analogamente scrive Luca: “Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici” (Lc 22,3). In questo modo, si va oltre le motivazioni storiche e si spiega la vicenda in base alla responsabilità personale di Giuda, il quale cedette miseramente ad una tentazione del Maligno. Il tradimento di Giuda rimane, in ogni caso, un mistero. Gesù lo ha trattato da amico (cfr Mt 26,50), però, nei suoi inviti a seguirlo sulla via delle beatitudini, non forzava le volontà né le premuniva dalle tentazioni di Satana, rispettando la libertà umana. In effetti - concluse il Santo Padre - le possibilità di perversione del cuore umano sono davvero molte. L’unico modo di ovviare ad esse consiste nel non coltivare una visione delle cose soltanto individualistica, autonoma, ma al contrario nel mettersi sempre di nuovo dalla parte di Gesù, assumendo il suo punto di vista».

Come si vede questi insegnamenti di Benedetto XVI sono molto più profondi, suggestivi e complessi rispetto alla spiegazione politica di domenica scorsa. Il cui semplicismo non sembra davvero appartenere a Benedetto XVI. Piuttosto l’insieme delle osservazioni del Papa che ho riferito troverebbe piena e perfetta conferma in quella grandiosa e misteriosa opera mistica che è «L’Evangelo come mi è stato rivelato» di Maria Valtorta, che ebbe in dono da Gesù di rivivere tutta la sua vita pubblica. In quelle meravigliose pagine viene descritta dettagliatamente – giorno per giorno – la tragica vicenda di Giuda, il suo equivoco iniziale e poi il progressivo scivolamento, come pure l’instancabile misericordia di Gesù che – pur conoscendo cosa sarebbe accaduto – tentò fino all’ultimo di salvarlo.

L’Opera valtortiana presenta Giuda non come zelota, ma come proveniente dal potente «partito» del Tempio (che è più coerente poi con l’esito finale). Soprattutto Giuda appare fin dall’inizio mosso da ambizione smodata, da cieca sete di potere e di affermazione personale (è qui la radice della sua delusione e del suo tradimento). Questa tentazione è decisamente universale, appartiene a tutti, ecclesiastici inclusi (in fin dei conti Giuda era un “cardinale”).

di Antonio Socci

Veneto, il gigante economico è ancora un "nano" politico

Maurizio Caverzan - Mar, 28/08/2012 - 19:39

È la storia di una grande incompiuta. Di una promessa mancata. Di una corsa entusiasmante punteggiata di aspettative, ma terminata prima del traguardo.

Nel ventennio della seconda Repubblica la regione ha accresciuto il ruolo di locomotiva del Paese. Ma resta il... Gattopardo del Nord




È la storia del Veneto della Seconda Repubblica. Un ventennio carico di progetti, ricco di risorse umane e economiche. Un'epoca farcita di tentativi e personalità emergenti. Sui quotidiani nazionali il Veneto è ribattezzato «locomotiva d'Italia», regione trainante del Nordest, l'area con il più alto tasso di crescita del Paese. Doveva diventare la Baviera d'Italia. Invece.Perché la locomotiva non è riuscita a portare il treno a destinazione? Di chi sono le colpe? Le cause vanno ricercate nella mancanza di leadership locale del centrodestra e nella carenza di visione di Giancarlo Galan, il governatore che per quindici anni è stato al timone della regione? Oppure nelle divisioni interne alla Lega - il maroniano Flavio Tosi e il bossiano Luca Zaia - incapace di conquistare un grado di autonomia sufficiente dal quartier generale «lumbard»?Sono tanti gli interrogativi che attraversano

I padroni del Veneto, documentato saggio di Renzo Mazzaro (Laterza, pagg. 296, euro 16), giornalista del gruppo Espresso-Repubblica che si occupa di politica e regione da 25 anni. Il viaggio comincia con il sorpasso leghista sul Pdl alle ultime regionali e l'avvento di Zaia, «il Gattopardo del Veneto», con i «vecchi padroni che saltano nel nuovo corso», sempre seduti nei consigli d'amministrazione giusti come quello del Consorzio Venezia Nuova che sforna progetti e finanziamenti a rotta di collo per il Mose. Intanto Galan ha metabolizzato le sconfitte locali e iniziato una carriera romana...Ma per capire che si cambia tutto «per non cambiare niente», bisogna ricominciare dall'inizio e radiografare il sistema di potere che proviene dalla Prima Repubblica, gli imprenditori che lavorano per il sistema pubblico, i gruppi industriali, le grandi infrastrutture da costruire con capitali privati e appalti assegnati a discrezione. Mazzaro non trascura nulla e, con cifre e testimonianze, cuce i fili di un potere e di un sottogoverno che viene da lontano.

Voltata pagina dopo la tabula rasa di Tangentopoli che azzera un'intera classe dirigente e manda in pensione i notabili democristiani, da Carlo Bernini a Franco Cremonese, fautori del miracolo del Nordest, il Veneto ha la possibilità di essere artefice del proprio destino. Invece, come osservò Sergio Romano sul Corriere della Sera, questa terra, grande «forza economica», rimane «un nano politico». Non che manchino personalità a loro modo carismatiche, dal sindaco-sceriffo di Treviso Giancarlo Gentilini al sindaco-filosofo Massimo Cacciari fino a Galan, terminale berlusconiano in Laguna, e alle figure ruspanti, desiderose di rinnovamento di area leghista. Ma appena alzano la testa, arrivano i diktat di Roma e Milano. La classe dirigente locale è protagonista di un «pendolarismo incessante» il cui risultato è che «il Veneto di Bernini e De Michelis era molto più autonomo di quello di Galan e Zaia».Passato il ciclone di Tangentopoli e azzerati gli ex dc a tutto vantaggio degli ex liberali allevati nel pensatoio di Luigi Migliorini (lo stesso Galan, Niccolò Ghedini, Enrico Marchi e Fabio Gava), le leve del potere sono saldamente in mano al centrodestra.

Si progettano le infrastrutture, il potenziamento dei collegamenti stradali e ferroviari, quello del porto di Venezia. Ma, con l'eccezione del passante di Mestre, tutto rimane sulla carta. Oggi «il Veneto è più marginale di prima rispetto agli equilibri nazionali ed europei. Ci mancano le connessioni con il resto d'Europa», osserva Massimo Carraro, sconfitto alle regionali del 2005 dal solito Galan. «Non è stato fatto nulla verso nord. Nulla per l'alta velocità ferroviaria». A parità di distanza, per andare a Milano da Padova ci vuole il doppio di tempo che per andarci da Bologna.Ciò che è mancato è una visione complessiva, un'idea di futuro. Anche il famigerato «modello veneto», quello secondo il quale il Nordest sarebbe una sorta di Baviera italiana, è una svista. «Non c'è mai stato nessun modello in questa regione», sentenzia Paolo Marzotto, uno dei fratelli della dinastia di Valdagno:

«Solo un caotico sistema di crescita senza nessun disegno». Il Veneto ha una base etico-sociale buona, dei valori consolidati, la famiglia come motore economico, un'ottima capacità imprenditoriale, una tradizione contadina che è sinonimo di senso del dovere e resistenza alla fatica. Ma tutto questo ha dato vita a uno «sviluppo senza guida». Come sintetizzò a un convegno a Venezia Francesco Giavazzi, i fili si tirano altrove: Il Gazzettino è stato venduto a Caltagirone, un costruttore romano, «gli imprenditori veneti più importanti, tipo Benetton, sono sudditi di Roma» per via delle tariffe autostradali manovrate dal Cipe, le banche, a cominciare da Antonveneta rilevata da Montepaschi, hanno la testa fuori regione.Per il sociologo Ulderico Bernardi è una questione di «riservatezza». I veneti non sono bravi a vendersi, a proporsi. Preferiscono lavorare che parlare. Questa è una «persistenza culturale» difficile da scalfire.

È una radice identitaria che rende i veneti tradizionalmente diffidenti anche nei confronti delle promesse di cambiamento della sinistra. Tanto più se questa diffidenza si scontra con gli errori strategici dei leader in campo. Dopo Tangentopoli, per esempio, è Rosy Bindi a commissariare quel che resta della vecchia Dc. Ma l'ordine è «tagliare con il passato», anche se questo si chiama Tina Anselmi. Sulla sua candidatura in Regione che avrebbe trovato anche i consensi di Rifondazione, la Bindi porrà un veto insormontabile e autolesionista. Anche l'attivismo di Cacciari con il Partito dei sindaci prima e il Movimento Nordest poi non riuscirà a sfondare, azzoppato dagli stop centralisti e da una certa intrinseca astrattezza. Resuscitare il partito dei cattolici, come qualcuno vagheggia? Sarebbe «come tentare una selezione della razza quando non hai più la razza», taglia corto Graziano Debellini, l'imprenditore leader di Cl in regione.Così, il Veneto è ancora lì, in piedi, deciso a resistere anche sotto i colpi della crisi. Continuando a fare come ha sempre fatto mentre attorno tutto crolla. E come fanno certi pugili che, per non soccombere, «fanno appello alle risorse morali».