giovedì 30 agosto 2012

L'Fbi arresta un altro hacker con l'accusa di aver preso parte all'operazione contro la Sony

Corriere della sera

L'arresto di Raynaldo Rivera è probabilmente il frutto del tradimento di Sabu, altro hacker che sta collaborando

L'attacco alla Sony nel 2011L'attacco alla Sony nel 2011

Dopo Sabu, l'Fbi miete un'altra vittima tra gli hacker di LulzSec. Vent'anni, originario di Tampa, in Arizona, Raynaldo Rivera è accusato di aver partecipato agli attracchi alla Sony Picture Entraitment ed è stato trascinato dagli agenti federali davanti alla corte di Los Angels. Rivera - nome in codice Neuron, Royal e Wildcv - avrebbe collaborato con altri per ottenere l'accesso non autorizzato a computer protetti. E, se condannato, rischia 15 anni di carcere.

IL «TRADITORE» - Gli hacker di LulzSec, costola del gruppo Anonymous, grazie a una tecnica conosciuta con il nome di SQL Injection, in maggio e giugno 2011, erano riusciti a rubare oltre un milione di password e i dati personali degli utenti di Sony Pictures, tra cui quelli - numerosissimi della Play Station - poi pubblicate in rete e su Twitter. Allora le autorità stimarono i danni dell'attacco attorno ai 600 mila dollari. Nel frattempo, il giudice di New York ha deciso di rimandare di sei mesi la sentenza per Hector Xavier Monsegur - meglio noto online con il nickname Sabu - uno dei leader del collettivo LulzSec. Arrestato dai federali nel giugno 2011, Sabu aveva deciso di collaborare provocando l'arresto di numerosi esponenti del gruppo.

E ovviamente si sospetta che dietro quest'ultimo arrestato ci sia proprio lui, il traditore Sabu, che con le sue soffiate sta facendo tremare la comunità di hacktivist. La comunità di LulzSec è diventata famosa nel 2010, quando effettuò il suo primo attacco in risposta ai tentativi di chiudere WikiLeaks e da allora ha compiuto una serie di operazioni spettacolari. Ma adesso tre dei suoi membri - Ryan Cleary, 20 anni, Cody Kretsinger, 24 anni e lo stesso Rivera, 20 anni - rischiano 15 anni di prigione a testa e l'attività della crew pare davvero indebolita. Anche se è plausibile pensare che molti hacker siano confluiti in altri gruppi.

LA GUERRA CONTINUA - Sul caso si sono espressi anche gli esperti di sicurezza informatica. Tra questi, Darren Anstee di Arbor Network «Abbiamo seguito la storia relativa all’arresto dell’ultimo attivista con estremo interesse». Il motivo di tanta attenzione? «Tre quarti degli intervistati (il 74%) in una nostra ricerca non denuncia i crimini informatici alle forze dell’ordine. Questo dato – che sembra essere causato da fattori quali uno scarso senso di fiducia verso un reale intervento, dalla mancanza di risorse all’interno delle aziende e da politiche interne alle singole compagnie – è davvero preoccupante». Insomma, analisti e Fbi continuano a dare la caccia ai ribelli della rete. Ma loro non si fermano. E soprattutto non perdonano.

Marta Serafini
@martaserafini30 agosto 2012 | 16:48

Robinson Crusoe australiano rischia lo sfratto

Corriere della sera

Il 60enne australiano vive su un'isola da 20 anni. Ma secondo il tribunale deve andarsene perché non ci ha costruito nulla

Ha vissuto come Robinson Crusoe per quasi vent'anni sull'isola australiana di Restoration. Ma ora David Glasheen, che si era trasferito in questo paradiso del Pacifico dopo aver perso 6.5 milioni di sterline in borsa e aver visto il suo matrimonio finire, rischia di dover sloggiare. Il motivo? Non ha rispettato i termini dell'accordo con il quale gli era stato data in gestione l'isola. Ossia non ha creato strutture turistiche e di pesca.

 Sfratto per Robinson Crusoe Sfratto per Robinson Crusoe Sfratto per Robinson Crusoe Sfratto per Robinson Crusoe Sfratto per Robinson Crusoe

Questo 60 enne australiano ha sempre vissuto sull'isola nutrendosi di frutta tropicale e standosene spaparanzato al sole per giornate intere con il suo cane Qasi. Come cornice, mare cristallino e barriera corallina. Unica concessione alla modernità, il collegamento a internet alimentato grazie a un pannello solare, con il quale seguire l'andamento dei mercati. «Sono il tipo più fortunato del mondo», diceva prima della notizia di sfratto. A fargli compagnia sull'isola per un po' di tempo, c'è stata anche una fidanzata. Ma la donna l'ha poi lasciato, preferendo una vita più confortevole. Ora che se ne deve andare, Mr Glasheen è davvero arrabbiato: «Il pretesto con cui mi fanno andare via è davvero assurdo. In questi anni ho cercato degli investitori e stavo aspettando di trovare una soluzione valida». Secondo quanto riportato sul suo sito, il progetto prevedeva anche la costruzione di una spa. Ma la corte non ha voluto sentire ragioni. E ora l'ex Robinson Crusoe non ha la più pallida idea di cosa fare della sua vita.

Redazione Online30 agosto 2012 | 17:01

Vigilessa «contro» i De Mita (zio e nipote) alla sagra della polpetta

Corriere del Mezzogiorno

L'agente: ho fermato la loro auto blu e il Comune mi ha punito. La replica: «Macchina privata, fantasie»


Ciriaco De MitaCiriaco De Mita

Una vigilessa finisce sotto procedimento per lesa maestà. Oppure no. Un mezzo giallo di fine estate di scena sull'Alto casertano. E sullo sfondo una godereccia sagra della polpetta. Il fatto è che l'agente avrebbe osato fermare l'auto blu su cui viaggiano Giuseppe De Mita, vicepresidente della giunta regionale, e lo zio di Ciriaco De Mita che si stava dirigendo in zona vietata da ordinanza comunale. Se così fosse saremmo alle parti del Vigile di Alberto Sordi. Ma Giuseppe De Mita ha prontamente e seccamente smentito: era un'auto privata e non ho mai parcheggiato in divieto di sosta.
 
SFOGO SU FACEBOOK - L'agente si chiama Carmen Pace Parrella, ha 36 anni, sarebbe stata sanzionata dal sindaco Udc di Pratola Serra (Caserta), Antonio Aufiero, perchè, come riporta l'Espresso, avrebbe impedito alla scorta dell’ex presidente del Consiglio di accedere in un'area interdetta per la sagra della polpetta. Però anche l'«addebito disciplinare» è stato smentito dal primo cittadino. Carmen si è sfogata su Facebook e con una lettera a Repubblica asserendo che nel caso specifico si è solo limitata a rispettare un'ordinanza dello stesso sindaco; atto in cui si vietava la zona «a chiunque», ex premier compresi.

Questa la ricostruzione fatta dall'agente di polizia municipale: sono le 21 di domenica scorsa e per evitare il caos della sagra l'auto del politico centrista ha provato ad infilarsi nell'area off limits. La vigilessa impone l'alt, ma l'autista alla guida replica alzando, pare, un disco con un marchio ministeriale. Niente, l'agente è un osso duro e il conducente dell'auto si allontana sibilando: «Allora fagliela tu la scorta a De Mita». Morale della favola: il giorno dopo Carmen Parrella ha ricevuto una lettera dal Comune in cui le si contesta «l'addebito disciplinare». In realtà pare che il sindaco, Antonio Aufiero, non avrebbe mai adottato azioni disciplinari, invitando la vigilessa in Comune per un incontro chiarificatore. Il giallo si infittisce.

LA CGIL - La vigilessa grida alla palese ingiustizia e al suo fianco si schiera anche la responsabile delle pari opportunità della Cgil, Adele Franca Giro, intervenuta esprimendo piena solidarietà. A ruota si affiancano il responsabile della funzione pubblica della Cgil, Marco D’Acunto, il segretario provinciale della Cgil, Enzo Petruzziello, e Samantha Nigro del coordinamento provinciale della Polizia locale.

LA REPLICA DI DE MITA ALL'ESPRESSO -Intanto Giuseppe De Mita. da par suo, ha inviato una secca smentita all'Espresso. «È bene chiarire: nell'occasione in questione non ho utilizzato l'auto di servizio della Regione Campania. Mi domando su quali basi siano state fatte affermazioni tanto lontane dalla realtà, peraltro agevolmente verificabili. È un dubbio che spero mi verrà chiarito, come si dice, nella sede giudiziale competente».

Redazione online30 agosto 2012

Garibaldi è stato ucciso a Caserta

Corriere del Mezzogiorno

Soltanto un’ipotesi o una realtà storica nascosta? A Baia Domizia il libro di Rosario De Simone


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CASERTA - Il libro: “Garibaldi è stato ucciso a Caserta” e l’autore Rosario De Simone, protagonisti dell’ appuntamento letterario che si terrà al Park Hotel di Baia Domizia, storico riferimento per questo tipo di eventi, sabato 25 agosto alle ore 17.00. La presentazione del libro edito da Giuseppe Vozza Editore segna il ritorno di De Simone dopo il successo di "Complotto contro Carlo di Borbone". Lo scrittore risponderà all’ inquietante domanda e ne discuterà con il dottor Carlo Fucci, il giornalista Pietro Falco e il pubblico appassionato di thriller. L'assassinio avviene nella splendida cornice del Palazzo Reale di Caserta, palcoscenico prediletto dall'Autore per imbastire altri racconti gialli ed uno fantastico. I racconti sono ambientati tra il Settecento ed i nostri giorni. Personaggi storici reali, come Ferdinando IV di Borbone e Lady Hamilton, Maria Carolina e Gioacchino Murat, sfilano nel parco e nelle stanze della Reggia dove nascono sottili, ma a volte crudeli i giochi di potere.

Tanti gli spunti di riflessione offerti da questo libro su temi di grande attualità, con gli ultimi tre racconti: dall'esasperata cementificazione all’immigrazione e l'onnipresente camorra. Da funzionario della Commissione europea a Bruxelles a scrittore, De Simone presenta i suoi racconti in maniera avvincente, misteriosa, ricchi di suspense. Ci sono delitti, le indagini, intrighi a corte, il colpo di scena finale, tutti gli ingredienti giusti che a ritmo serrato coinvolgono il lettore. La verità è che l’autore con questi sei racconti celebra l’amore verso la sua terra e la sua voglia di riscatto. Le vicende seppur opera di fantasia sono sofferte perché crude e amare, appartengono ad una provincia che può apparire talvolta ostile, una realtà territoriale talvolta inesplorata, ma sempre calda e misteriosa. Un evento da non perdere.

Fernanda Esposito
24 agosto 2012

Un bambino raccoglie una strana pietra sulla spiaggia, ma è del raro vomito di balena

Corriere della sera

Vecchio un paio di decenni, quel rigetto ora può valere fino a 50.000 euro: contiene anche ambra grigia

Charlie Naysmith, 8 anni Charlie Naysmith, 8 anni

A un occhio inesperto quel blocco di colore giallastro nella sabbia poteva sembrare una comune pietra. E infatti, molti dei bagnanti che nelle ultime settimane hanno affollato le spiagge del Dorset, in Gran Bretagna, sono passati accanto all’oggetto senza prestargli granchè attenzione. Un ragazzino di otto anni, invece, è stato più curioso di altri. E la sua sete di sapere è stata premiata: aveva appena trovato del raro vomito di capodoglio. Vecchio un paio di decenni, quel rigetto ora può valere fino a 50.000 euro.

MASSA SOLIDA E PREZIOSA - Charlie Naysmith può dirsi fortunato: durante una passeggiata a Hengistbury Head, un promontorio nella contea inglese del Dorset, si è imbattuto in un «misterioso» oggetto. Aveva un odore singolare e una consistenza simile alla cera. Il bimbo lo ha raccolto e portato a casa. Dopo alcune ricerche, ecco risolto l’enigma: quella massa solida era il contenuto prodotto dall'apparato digerente del capodoglio (Physeter macrocephalus). Non solo. Nell'intestino si era accumulata come incrostazione l'ambra grigia, una sostanza odorosissima, una delle più pregiate fragranze di derivazione animale. La proprietà più significativa dell'ambra grigia è quella di fissare gli odori, ragion per cui viene impiegata come ingrediente di base dei profumi. Insomma, anche se suona disgustoso, è ricercatissima dai produttori di fragranze di tutto il mondo, dunque viene pagata un sacco di soldi: il blocco del peso di 600 grammi trovato da Charlie può valere - secondo una prima stima - tra i 12.000 e i 50.000 euro, riferisce il giornale locale Bournemouth Daily Echo.

PRECEDENTE - Cosa farà Charlie con tutto quel denaro? Forse aprire un rifugio per animali, ha confessato il giovane amante della natura. I ricercatori sono dell’idea che quel vomito di capodoglio sia galleggiato per qualche decennio nei mari prima di raggiungere la spiaggia. «Ciò che abbiamo tra le mani è davvero molto raro, attendiamo ancora ulteriori analisi dei biologi», ha sottolineato l’orgoglioso papà. Ciononostante, frenano gli esperti, è improbabile che altri pezzi di valore si possano trovare sulla spiaggia. Già nel 2006 un ritrovamento simile suscitò un certo scalpore: su una spiaggia deserta del sud dell’Australia un paio di pescatori trovarono del vomito di capodoglio durante una passeggiata. Il valore della scoperta per il blocco di 15 kg: oltre 240.000 euro.

Elmar Burchia
30 agosto 2012 | 13:24

Ho perso il lavoro e la casa, ma c’è un quartiere che mi aiuta

Corriere della sera

Maurizio vive in una tenda: il mio indirizzo è Palo Luce 46


MILANO - Ha perso prima il lavoro, poi la casa. Non s’è arreso e da responsabile di un’impresa di settanta persone è tornato a fare i lavori più umili: badante di anziani, custode, lavorante in un maneggio. Lavori molto precari: morti gli anziani, trasferita l’azienda dov’era custode, chiuso il maneggio non certamente per colpa sua. Maurizio Zecca, 56 anni, oggi vive con il suo cane, l’inseparabile Paco, accampato in una tenda ai margini di un campo di granoturco, dove il Fontanile Branzino incrocia il Longhino, ai margini della città.

IL PALO DELLA LUCE - Se volete incontrarlo percorrete la via Cusago finché incontra la via Assiano, che porta a Muggiano e si perde nella campagna. Il suo indirizzo è Palo Luce 46. Lì, prendete lo sterrato a destra e continuate sempre dritto, finché non vi troverete la strada sbarrata da un piccolo cane nero che fa da sentinella. Paco, appunto. Maurizio vive tra i campi di grano e i Fontanili («la mia piscina», dice) da un mese. «Han chiuso per ferie tutti quelli dove andavo a fare lavoretti, pulire i vetri, sistemare il magazzino, sbancare un terreno», racconta. Per mesi, dallo scorso febbraio, quando ha perso l’ultimo dei lavori precari che, però, gli permettevano di affittare una stanza per sé e per la moglie, ha vissuto spostandosi dove trovava lavoro e dormendo in un’auto. Ora ha perso anche quella. Non a torto, perché quando la Polizia Locale è arrivata sul posto, chiamata dalla zona 7 e dai cittadini che, conosciuto quest’uomo, hanno deciso di aiutarlo, si è scoperto che quell’auto non aveva nulla in regola, a cominciare dall’assicurazione. «Me l’ha lasciata uno che non poteva più usarla. Per me era la vita. Ora, senza, non potrò più neppure ricominciare a bussare porta a porta in cerca di lavoretti saltuari». Alle undici del mattino a guidarci al suo accampamento è il profumo del soffritto di cipolla.

IL QUARTIERE - Sono in molti a testimoniargli solidarietà: la tenda, il tavolino, le vettovaglie sono stati donati dalla gente di Baggio. Maurizio non ha più nulla, neppure i documenti, lasciati in pegno in cambio di soldi. C’è un mix di disperazione e ingenuità nel volto rugoso anzitempo di un uomo che appena un lustro fa era pieno di energie. «Ho tentato di chiedere nel comune qui vicino dove risiedevo se c’era una casa popolare per me e mia moglie, che ora ho rimandato a vivere dall’anziana madre, perché non può fare questa vita. Ma ho capito che non avevo alcuna possibilità e ho cercato e cercato fino a trovare un lavoro nel lodigiano ». Il Comune di Milano non è rimasto sordo all’appello della zona. «C’era un posto al dormitorio di viale Ortles - spiega Elena Tagliaferri, presidente commissione Nomadi zona 7 -. Ma lui dovrebbe separarsi da Paco, perché lì il suo cagnolino non può entrare». L'area dove si è stabilito Maurizio è la stessa dove alcuni mesi fa è stato sbranato dai cani randagi un pensionato. «Di notte ci sono movimenti, anche di cani. Ma Paco è straordinario. All’inizio ero inquieto. Ora non ho più paura di niente. Solo non voglio fare il barbone. So fare qualsiasi lavoro manuale. Sono disposto ad andare ovunque, in capo al mondo, con dignità».

Paola D’Amico
30 agosto 2012 | 10:21

Beppe Grillo: «Mai presi 10 milioni di lire in nero, querelo Guerisoli»

Corriere della sera

Il leader del Movimento 5 Stelle: «L'accusa è totalmente infondata»
Video : L'intervento di Guerisoli a «La Zanzara»
Il programma
Le scuse di Bonanni: «Guerisoli ha perso qualche chip»


Cattura

«L'accusa mossami da Giovanni Guerisoli sui 10 milioni cash in nero è totalmente infondata. Sarà querelato dai miei avvocati al più presto». Lo scrive su twitter Beppe Grillo, rispondendo alle parole di Giovanni Guerisoli (fondatore della Rete del Sociale e del Lavoro del Pd e fino al 2002 segretario confederale della Cisl) alla «Zanzara» mercoledì aveva affermato che «il buon Grillo per partecipare all'assemblea della Cisl del 1999 ha chiesto 10 milioni di lire cash, tutti in nero e senza ricevute. E noi abbiamo pagato».

LA VICENDA - L'aneddoto su Grillo è stato svelato per reazione da Guerisoli dopo che il comico genovese aveva attaccato Roberto Benigni reo d'aver partecipato alla Festa democratica di Reggio Emilia, nella quale aveva fatto qualche battuta sul comico genovese. Così Grillo, sul suo blog, senza mai nominarlo ma pubblicando una foto inequivocabile, aveva chiesto conto dell'eventuale cachet del «collega» Roberto Benigni per il suo intervento con Bersani. A quel punto Guerisoli si è chiesto: «Ma il Beppe Grillo che attacca Roberto Benigni perché profumatamente pagato per andare alla festa del Pd, sarà mica lo stesso Beppe Grillo che per uno spettacolo del 1999 ci chiese 10 milioni di lire, da pagarsi rigorosamente in nero, senza fattura? Accettammo di pagarglieli, li prese personalmente, ma poi per noi fu durissima giustificare quell'uscita».

IL PD - Ma a criticare Grillo c'è anche Lino Paganelli, il responsabile delle feste del Pd: «Grillo non è uno di primo pelo, da anni calca le scene dello spettacolo dai palazzetti dello sport alle feste dell'Unità. Se il problema di come è stato pagato lo angoscia, restiuisca i soldi a chi ha organizzato quegli spettacoli». «Benigni lo hanno pagato gli uomini e le donne, i ragazzi e le ragazze, che sono entrati nell'arena di Campovolo a godersi quel momento particolarmente alto che Benigni ha portato - ha spiegato Paganelli a Youdem -. Per quel che riguarda altri appuntamenti della festa ce ne sono alcuni a pagamento come i Subsonica. Per gli altri sará valido quel meccanismo della festa: la gente viene, ascolta i dibattiti, visita gli stand e si ferma a mangiare finanziando tutto il resto». Paganelli ha riservato, infine, una stoccata a Grillo: «Il Pd è una forza che è nata ed ha certificato i propri bilanci, non l'ha fatto quando sono scoppiati gli scandali. Io come si finanza il Movimento 5 stelle non l'ho capito».

Redazione Online30 agosto 2012 | 11:59

Usa impropriamente il pass: multato

La Stampa

Respinto il ricorso avverso una sanzione per sosta nello spazio riservato ai diversamente abili: deve essere provata l’effettiva presenza della persona intestataria del contrassegno (Cassazione, ordinanza 8479/12).


Il caso

Il ricorrente è colto dai vigili urbani di Treviso mentre sosta in un parcheggio riservato a persone diversamente abili, esponendo il relativo contrassegno intestato però alla madre. Data l’assenza della donna in quel momento, i vigili fanno un verbale per la violazione dell’art. 158, comma 2, del Codice della Strada. Il Giudice di Pace accoglie l’opposizione presentata dal sanzionato, ma la sentenza – impugnata dal Comune di Treviso - è ribaltata in secondo grado: il Tribunale di Treviso ritiene che il ricorrente non abbia provato il reale utilizzo del veicolo in sosta per il trasporto della madre, intestataria del contrassegno.
 
Quale norma si applica? Il ricorso per cassazione si fonda essenzialmente su un motivo: l’aver ritenuto il Tribunale sussistente una violazione diversa da quella contestata, ossia l’uso di un contrassegno privo di autenticità di cui all’art. 158 C.d.S. in luogo dell’uso di un contrassegno per invalidi in assenza del presupposto che ne consentiva l’utilizzo (art. 188 C.d.S.). La Suprema Corte argomenta affermando che la sosta in uno spazio riservato agli invalidi, con un veicolo che tuttavia non sia effettivamente adibito al trasporto della persona alla quale sia stato rilasciato il relativo contrassegno, rientra proprio nella previsione dell’art. 158 C.d.S., essendo stata contestata nel verbale l’assenza sul posto della titolare dell’autorizzazione.

31 agosto, notte di luna blu la prossima nel 2015

La Stampa

La seconda luna piena del mese


washington

L’ultima notte di agosto ci sarà la possibilità di assistere a un secondo plenilunio dopo quello che si è verificato all’inizio del mese, proprio il primo agosto. È un caso raro che due pleniluni si verifichino all’interno dello stesso mese e questo accade perché il calendario formato dai dodici mesi dell’anno non è perfettamente calibrato con le fasi lunari. La seconda luna piena di solito prende il nome di “blue moon”, “luna blu”, non per il suo colore ma appunto per la sua rarità.

Si tratta di un fenomeno che non si ripeterà fino a luglio 2015. Mediamente la luna blu compare ogni 2,7 anni, con non grandissima regolarità. L’ultima si è potuta ammirare il 31 dicembre del 2009, che coincise con una parziale eclisse lunare per chi la guardava dall’Europa, Asia, Africa e da alcune regioni dell’Alaska.
Due mesi con due lune blu si sono avuti l’ultima volta nel 1999 e la prossima sarà nel 2018. La luna blu sarà al suo massimo alle 15.58 ora italiana. la prossima ci sarà il 31 luglio 2015.

Fa foto alla Roma-Lido, Atac lo denuncia

Corriere della sera

l passeggero stava riprendendo le scale mobili e l'ascensore con il cellulare. Atac: violata norma regio decreto del '41

ROMA - L'Atac ha denunciato un passeggero della ferrovia Roma-Lido, sceso alla stazione di Casal Bernocchi, perché sorpreso da una guardia giurata mentre faceva delle foto non autorizzate col proprio cellulare all'ascensore e alle scale mobili. Lo rende noto l'Atac. «Alla richiesta della guardia giurata di consegnare il materiale fotografico - spiega l'azienda di trasporto pubblico della Capitale -, il passeggero si è allontanato senza permettere la propria identificazione».


Treni alla stazione di Casal Bernocchi (foto da Romatoday)Treni alla stazione di Casal Bernocchi (foto da Romatoday)

IL REGIO DECRETO - Il passeggero, spiega ancora Atac, «ha violato la norma (Regio decreto 1161/41) che prevede espresso divieto di effettuare fotografie nelle stazioni ferroviarie. Successivamente Atac ha appurato che si tratta dello stesso passeggero, un avvocato, che nei giorni scorsi è stato al centro di una polemica con Atac per aver raccontato ai giornali di una donna disabile in carrozzina rimasta bloccata alla stazione di Casal Bernocchi. Notizia che Atac ha dimostrato essere falsa e per la quale l'azienda si riserva di quantificare in sede civile i relativi danni all'immagine».

Redazione Roma Online29 agosto 2012 | 21:12

Ecco le telefonate segrete di Napolitano

Gabriele Villa - Gio, 30/08/2012 - 08:18

Su "Panorama" le conversazioni intercettate tra il capo dello Stato e Mancino. Dalle critiche a Berlusconi alla bocciatura di Di Pietro: nelle intercettazioni spuntano il sollievo per il passo indietro del Cav e i giudizi taglienti contro i pm. Scoppia subito la polemica. Ingroia all'attacco: "La copertina del settimanale? Si rischia il ricatto al Colle"

Tutto quello che avreste voluto sapere su Giorgio Napolitano e nessuno ha mai osato rivelarvi.

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E invece, finalmente, ed è un «finalmente» che sgombra il campo dagli equivoci, dalle illazioni, dalle smentite e dalle contro-smentite, ecco che il settimanale Panorama, in edicola oggi, arriva opportuno a mettere in chiaro le cose. E anche i giudizi e i pensieri, non proprio lusinghieri, che il capo dello Stato nutriva e, si suppone nutra ancora, nei confronti dell'ex premier Silvio Berlusconi. Oggetto del servizio di copertina del settimanale le conversazioni telefoniche fra Napolitano e l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino, intercettate dalla Procura di Palermo. Intercettazioni sulle quali è scoppiato un putiferio sull'uso e, nel caso specifico sul «curioso» abuso delle stesse, che ha diviso la stampa italiana. In gran parte «inaspettatamente solidale» (mentre così non è accaduto ogni volta che l'intercetto è stato il Cavaliere) col presidente Napolitano che aveva chiamato in causa la Corte Costituzionale pur di ottenere il massimo riserbo sulle sue conversazioni.

Ma veniamo a loro.Dopo aver ricordato i «casuali» interventi di Ezio Mauro, Marco Travaglio e Adriano Sofri, tutti tesi a difendere le eventuali e lecite parole pronunciate dal capo dello Stato, appena scoppia la grana delle conversazioni presidenziali, Panorama passa alla ricostruzione più attendibile della vicenda. Che cosa si sarebbero detti realmente Napolitano e Mancino nelle conversazioni telefoniche intercettate e avvenute nel novembre e nel dicembre 2011? «Avventurarsi nei virgolettati - avverte Panorama - sarebbe un esercizio pericoloso e soggetto a facili smentite, dal momento che non esistono tracce di questi colloqui nelle carte processuali. Ma si sa per certo che tra le persone oggetto delle discussioni fra il presidente della Repubblica e un amico di vecchia data come l'ex leader democristiano, ci sarebbero stati Berlusconi e Antonio Di Pietro». In particolare all'ex premier sarebbero state riservate - scrive Panorama - «parole poco benevole con il ricorso a metafore assai lontane dal linguaggio ovattato, proprio delle alte cariche istituzionali.

A Berlusconi verrebbe addebitata la responsabilità di aver appannato l'immagine internazionale dell'Italia al punto da fare tirare - scrive ancora Panorama - «un sospiro di sollievo dalle parti del Colle per la sua uscita di scena da Palazzo Chigi». Se poi si considera che l'utenza di Mancino è stata ascoltata dal novembre 2011 all'aprile di quest'anno dai magistrati che indagavano sulla «trattativa» tra Stato e mafia, non è insensato ipotizzare, come giustamente ipotizza il settimanale, che le telefonate dirette tra il presidente e l'ex ministro dell'Interno possano essere più numerose delle due di cui si continua a parlare senza alcuna smentita da Palermo. Da qui la preoccupazione, per la verità sempre malcelata dal Quirinale, sulle possibili conseguenze sugli assetti politico-istituzionali interni e sui rapporti internazionali dell'Italia, se le intercettazioni, proprio tutte le intercettazioni fra i due, fossero divulgate nei dettagli. Un'ipotesi che ha fatto sobbalzare ieri il magistrato palermitano Antonio Ingroia:

«Se così fosse sarebbe un grave illecito e, qualora corrispondesse davvero al tenore delle intercettazioni, il ricatto al capo dello Stato lo farebbe Panorama con quella copertina», ha detto Ingroia, rispondendo a Lucia Annunziata, Luciano Fontana e Maurizio Belpietro che dal palco di Pontremoli, dove presentavano il libro del pm, gli hanno letto le anticipazioni di Panorama. «Non posso parlare del contenuto delle intercettazioni - ha aggiunto Ingroia - Né smentisco né confermo, non ne parlo». A complicare il già complicato puzzle di parole, messe insieme in ordine sparso da Napolitano con Mancino, ci sarebbero anche giudizi taglienti su alcuni magistrati siciliani e sull'apparato mediatico che fiancheggia acriticamente le toghe siciliane.

E poi nel corso di quelle simpaticissime due o più conversazioni telefoniche tra Napolitano e l'amicone Mancino emergerebbe anche un'altra bella e sonora bocciatura del capo dello Stato. Nei riguardi di Antonio Di Pietro. «Un giudizio negativo che non sorprende - evidenziano i colleghi di Panorama - dato che l'ex pm di Mani pulite e attuale leader Idv non ha mai goduto di buona stampa nell'entourage del Quirinale per quel suo populismo giudiziario che da 15 anni condiziona gran parte del centrosinistra».

Di Pietro mi preannunciò l’inchiesta su Craxi e la Dc"

La Stampa

L’ex console a Milano Peter Semler: «Si confidò qualche mese prima dell’arresto di Chiesa: aveva ben chiaro dove le indagini avrebbero portato»


Processo Enimont: Bettino Craxi sentito dal pool di Mani Pulite

MAURIZIO MOLINARI
corrispondente da new york

Alcuni mesi prima di Tangentopoli Antonio Di Pietro anticipò al console generale americano a Milano che l’inchiesta avrebbe portato a degli arresti e che le indagini erano destinate a coinvolgere Bettino Craxi e la Dc. A ricordarlo è proprio Peter Semler, durante un incontro nella sua tranquilla casa agli Hamptons dove trascorre l’estate fra spartiti di musica russa sul pianoforte, fiori ben curati nel patio e la tv accesa sul canale del golf. L’ex console, 80 anni, ha il fisico asciutto, la voce mite e grande premura nel ricordare gli anni passati in Italia, iniziati quando nel 1983 arrivò a Roma come consigliere militare-politico, gestendo l’arrivo dei missili Cruise a Comiso e disinnescando nel 1986 la crisi Usa-Italia seguita dall’attacco di Reagan contro la Libia di Gheddafi. Ma, trascorsi venti anni dall’inizio di Tangentopoli, ritiene soprattutto giunto il momento di ricordare come visse, dal suo osservatorio, quella stagione che portò alla fine alla Prima Repubblica.


Di Pietro: "Mai violato il segreto. I partiti erano corrotti"


L’ex magistrato: «Certe ricostruzioni sono senza senso: prima ero burattino Usa, ora mi accusano del contrario»


L'ex pm Antonio Di Pietro

Mattia Feltri
roma

Onorevole Di Pietro, i rilievi a Mani Pulite dell’ex ambasciatore Reginald Bartholomew sono pesanti, sebbene non inediti da noi.
«E sono curiosi, perché mi hanno accusato del contrario, cioè di essere stato, insieme col pool, un burattino degli Stati Uniti che volevano far fuori i filoarabi Giulio Andreotti e Bettino Craxi. Accuse senza senso, naturalmente. Adesso me ne rivolgono di nuove, che contraddicono le precedenti, e altrettanto insensate. Vorrei entrare nel merito».
 
Prima accusa: avete violato sistematicamente i diritti di difesa degli imputati.
«Ci sono decine di sentenze che dicono il contrario. C’è una relazione della commissione parlamentare del ’96 secondo cui noi non fummo aguzzini ma semmai vittime di una serie di diffamazioni per le quali siamo stati risarciti. Sono stato sotto inchiesta per queste accuse e prosciolto ogni volta».

Celebrato in Brasile il primo matrimonio a tre

La Stampa

La decisione ha sollevato molte polemiche all'interno del Paese


 

san paolo

«Vi dichiaro marito e moglie... e moglie». Claudia Domingues do Nascimento, notaio brasiliano, ha concesso il sacro vincolo del matrimonio a un uomo e due donne. A detta del notaio, nessun vincolo legale impedisce un'unione a tre, e così il trio innamorato, che collaudava l'esperienza già da anni, si è legalmente sposato. L'unione, è avvenuta tre mesi fa a Rio De Janeiro, ma la notizia è stata resa pubblica da Globo tv solo ora. Il notaio ha dichiarato all'emittente brasiliana di «Non inventare assolutamente nulla, ma ricoscere ciò che esiste. Quello che prima era considerata una famiglia, non è quello che possiamo considerare oggi».


La decisione ha provocato molto rumore scatenando delle critiche nel Paese. Un avvocato, Regina Beatriz Tavares da Silva, ha dichiarato alla BBC che il matrimonio è «totalmente illegale e completamente inaccettabile, oltre che essere contro i valori e la morale della cultura brasiliana». Ad intervenire in merito alla questione c'è anche Marisa Lobo, psicologa cristiana, molto nota in Brasile per il suo impegno  nella cura degli omosessuali. «La domanda è: che cosa stanno creando questi giureconsulti?

Dove ci stanno portando i media? Che cosa vogliono questi gruppi, proponendo alla società valori totalmente distorti?» si chiede la dottoressa Lobo nell'intervento sulla televisione inglese. Tutto ciò si inserisce in un contesto sociale che vede grossi cambiamenti in Brasile: le coppie di fatto sono legalmente riconosciute dal 2004, e nel 2011 è stato celebrato il primo matrimonio gay.

L'altra verità sulla morte di Bin Laden "Quando siamo entrati era disarmato"

La Stampa

Un libro di un agente speciale sotto pseudonimo racconta il blitz: "Ucciso con un raffica al petto mentre era per terra"


Osama Bin Laden era disarmato e già mortalmente ferito con una pallottola al cervello quando i Navy Seals fecero irruzione nella sua camera da letto ad Abbottabad

VIDEO
Il libro sul Blitz a Bin Laden già divide

 

new york

Osama Bin Laden era disarmato e già mortalmente ferito con una pallottola al cervello quando i Navy Seals fecero irruzione nella sua camera da letto ad Abbottabad: questa la prima, clamorosa rivelazione di “No Easy Day”, il resoconto di uno dei partecipanti all'impresa che il primo maggio 2011 pose fine ai giorni del mandante delle stragi dell'11 settembre. Il capo di al Qaida aveva nella stanza un Kalashnikov e una pistola Makarov ma i caricatori erano vuoti. Il libro dell'ex Navy Seal Mark Owen, lo pseudonimo di Mark Bissonnette secondo quanto ha appreso FoxNews, uscirà nelle librerie a partire del 4 settembre e il sito Huffington Post, rimbalzato sul Daily Mail, è riuscito ad averne una copia e ne ha diffuso alcune anticipazioni.

Mentre salivano una scala stretta, il capo dei commando vide un uomo che metteva la testa fuori da una porta: «Eravamo a meno di cinque gradini dalla cima quando sentii dei colpi soppressi dal silenziatore. Bop Bop», scrive Owen. «Non potevo dire dalla mia posizione se le pallottole avevano centrato il bersaglio. L'uomo era intanto scomparso nella stanza buia». Entrando nella stanza, i Navy Seals videro le donne buttate su bin Laden che indossava una maglietta bianca senza maniche, pantaloni kaki larghi e una tunica beige. Finora i resoconti ufficiale e ufficioso avevano descritto un bin Laden armato, ma il capo di al Qaida non aveva armi cariche ed era stato mortalmente ferito prima che i commando entrassero nella stanza, si legge in “No Easy Day”.
 
«Sangue e pezzi di cervello gli uscivano da un lato del cranio. Lui era ancora in preda alle ultime convulsioni», scrive il Navy Seal. Mentre il terrorista più ricercato del mondo esalava gli ultimi respiri, Owen e un commilitone «gli puntarono le armi al petto e spararono parecchie raffiche. Le pallottole scossero il suo corpo inchiodandolo al pavimento fino a che non restò immobile». Se la ricostruzione di Owen è vera, i commando potrebbero avere rotto le regole di ingaggio della missione: lo stesso Navy Seal ricorda che prima della partenza per Abbottabad un legale inviato dalla Casa Bianca o dal Pentagono aveva precisato che non si sarebbe trattata di un assassinio: se Osama non avesse rappresentato una minaccia l'ordine era di prenderlo vivo.

Se a sinistra la stampa è più violenta

Marcello Veneziani - Mer, 29/08/2012 - 07:00

La sinistra attacca l'eredità di giornali come "Candido" e "Il Borghese". Poi però "Fatto" e "Repubblica" mettono in prima pagina odio ad personam e volgarità

Ma davvero la stampa di destra ha un linguaggio sguaiato e manesco, come afferma la Repubblica? Davvero è tipico del giornalismo di destra l'attacco ad personam, l'insulto e il dileggio, persino del nome e del fisico? E davvero ogni attacco violento e triviale sul web può passare per linguaggio fascista?



Sarebbe facile compiere un'analisi inversa e ricordare di quanti giudizi sprezzanti, di quanto odio ad personam sia intrisa la satira in tv e la stampa di sinistra, i suoi vignettisti e le sue campagne. Senza andare lontano non sarebbe difficile ricordare la volgarità sbattuta in prima pagina da la stessa Repubblica con i personaggi di Altan che infilano ombrelli nel deretano; gli insulti anche fisici, rivolti a Berlusconi e Bossi, lo strisciante razzismo antropologico verso chi è di destra... Se si dovesse cercare un precedente alle campagne stampa della Repubblica e del Fatto su Berlusconi, Dell'Utri o Formigoni, lo si potrebbe a rigore ritrovare nelle campagne del Candido di Giorgio Pisanò contro i morotei per l'affare petroli o contro i socialisti: «Mancini sei un ladro» o «si scrive leader e si legge lader» hanno preceduto i titoli contro Craxi e poi Berlusconi. Non è un tratto esclusivo della stampa di destra l'attacco violento ad personam, la caccia all'uomo, la manipolazione dei fatti, la fabbrica del fango e del disprezzo verso il nemico di turno...

Ma rispedendo l'accusa ai mittenti si eluderebbe la questione. Esiste un linguaggio volgare di destra, tipicamente di destra? Sì esiste, è inutile nasconderlo. C'è un ramo storico di volgarità nella stampa di destra e una trivialità che è invece più figlia del presente, tra brutali semplificazioni e facili sghignazzi. La volgarità storica della stampa di destra oscillava tra le rozze battute da caserma e il ghigno squadrista, l'antica cafoneria del corso e il qualunquismo bieco della domenica. La volgarità più recente si è nutrita di un pasticcio fra rozzismo padano e populismo televisivo, un incrocio tra cazzeggio da schermo e celodurismo giornalistico. Altri soggetti hanno poi contribuito a involgarire il linguaggio: penso per esempio che Bossi abbia avuto il dubbio merito di unificare l'Italia offrendo una versione padana della cafoneria e burineria tipica del Centro-Sud.

Non va poi dimenticato che il turpiloquio, l'involgarimento odierno non hanno una matrice politica; passano dalla tv e dal web dove è emersa l'arroganza degli ignoranti che finalmente possono insultare il famoso che «sta antipatico». E sarebbe da studiare l'effetto Funari, l'effetto Dagospia (pur brillante per altri versi), l'effetto processo sportivo in tv, l'effetto satira d'assalto e d'insulto. La tv unita alla demagogia di abbassarsi al livello più basso per raggiungere tutti, ha contribuito all'imbarbarimento del linguaggio. Il riferimento specifico di Ezio Mauro era al Borghese nella sua stagione «più torva». Nella storia del Borghese bisogna distinguere varie ere: quella originaria, dal 1950 al '57 di Leo Longanesi, con le sue splendide firme, foto e vignette; quella più marcata a destra di Mario Tedeschi e Gianna Preda, a volte un po' greve, che però ebbe più successo di vendita, per quasi un ventennio, poi declinando, legandosi prima al Msi e poi a Democrazia nazionale fino a ridursi al lumicino.

Poi due parentesi negli anni '90, una destro-leghista con Daniele Vimercati (e vi collaborava anche Travaglio) ed una con Feltri (con me direttore editoriale), poi confluita in Libero. Infine ora, come mensile diretto dal figlio di Tedeschi, Claudio, tornato all'ortodossia paterna. Da una costola del Borghese prese corpo anche il cabaret di destra. Anche il Candido era nato da Guareschi ma poi fu diretto da Pisanò, diventò più aggressivo, a volte un po' truce, ma anche segnato da inchieste veramente coraggiose. C'era poi una destra «perbene» che leggeva Lo Specchio di Nelson Page, e tra i quotidiani Il Tempo di Renato Angiolillo,

Il giornale d'Italia e a Sud il Roma, in cui spiccava Alberto Giovannini. La destra pop era al nord, con La Notte di Nino Nutrizio. Più di recente vi fu l'esperienza dell'Italia settimanale (e Lo Stato) ed ebbe buon successo di critica, anche a sinistra. Tante erano poi le riviste culturali a destra. Qual è lo specifico del linguaggio usato dalla stampa di destra? Escluso l'attacco ad personam e le campagne di stampa e di fango, comuni anche a molta stampa di sinistra, e la cui asprezza o volgarità dipende dal garbo e l'educazione di ciascuno, piuttosto che dall'appartenenza alla destra o alla sinistra, la vera differenza riguarda lo stile.

È vero, a destra il linguaggio è più diretto; e questo a volte è una colpa, perché più brutale e grossolano; a volte un merito, perché non è ipocritamente asservito al politicamente corretto. È vero poi che a destra si usa di più la presa in giro attraverso l'aspetto fisico, il nome, il gesto, il calembour, il gioco di parole: è volgare se si vuol denigrare una persona per il suo aspetto o il suo nome, non lo è se il nome o l'aspetto è usato come metafora, allegoria o allusione del suo modo effettivo di pensare e comportarsi. A destra, si può far satira e invettiva nel segno di Papini, Longanesi o Montanelli o in quello di grossolani epigoni illetterati.

Se dico che Bersani è un incrocio tra Lenin e Gargamella non intendo offendere il suo aspetto fisico o fare della sciocca fisiognomica; intendo, tramite una somiglianza doppia, sottolineare la sua ascendenza veterocomunista che a volte riaffiora, unita a un tono burbero da fumetto, da mondo dei Puffi. Se dico che Di Pietro è un rustico «aglio, olio e ghigliottina», non intendo affatto denigrare le sue origini contadine, ma sottolineare il curioso incrocio politico giacobino-vandeano, e i suoi modi ruspanti, da Crusca (senza Accademia).

La satira, a volte, è l'ultimo rifugio dei pessimisti, assai frequenti a destra, che ritenendo impossibile cambiare le cose, le affrontano dal lato grottesco. Magari la satira è la maschera di Zorro e poi in disparte si coltivano studi, pensieri e linguaggi molto diversi. Come Messer Niccolò che prima s'ingaglioffiva nella vita quotidiana e poi tornava nella solitudine del suo studio, si liberava della veste sporca per indossare abiti di cerimonia, dialogava con i grandi e tornava a ragionare di pensieri più alti con intelletto d'amore. A volte l'unico modo per stare al mondo è coltivare una consapevole schizofrenia.

di Marcello Veneziani

Vergogna, i marò ancora prigionieri in India

Riccardo Pelliccetti - Mer, 29/08/2012 - 16:00

I due soldati italiani sono detenuti ingiustamente da sei mesi. E il governo Monti si è scordato di loro. E' ora di riportarli a casa

Non fanno più notizia. Anzi, sembra quasi che sentirne parlare provochi fastidio.



Ma noi ce ne infischiamo e non smetteremo mai di ricordare che i nostri due marò sono ancora prigionieri in India. Dimenticati da più di sei mesi. Dal nostro governo e dai media.Ieri si è consumato l'ennesimo capitolo di questa farsa, fatta da un processo interminabile, da rinvii, ricorsi e sospensioni, da arresti e scarcerazioni su cauzione. Ma per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone il futuro è ancora avvolto nell'incertezza. La Corte suprema indiana ha cominciato a esaminare, con la dovuta calma, il ricorso dell'Italia per invalidare il processo avviato contro i marò nello Stato del Kerala. Naturalmente l'udienza è stata aggiornata per l'ennesima volta. Ma quando sarà scritta la parola fine?

Nessuno lo sa. Tantomeno il nostro governo, la cui azione per liberarli non è stata né efficace né rapida. Eppure, quando si tratta di far tornare a casa turisti spericolati, viaggiatori a caccia di avventure o volontari che sognano l'immunità, a Roma scattano come molle. Proclami, inviati, mediatori e, spesso, anche cospicui riscatti per ottenere la liberazione dei connazionali rapiti dalla guerriglia di turno. Anche se nessuno dei malcapitati agiva per conto del governo, e per di più in una missione internazionale. Nel caso dei fanti del Reggimento San Marco invece è meglio il silenzio, o quasi. Ogni tanto, costretti dalle circostanze, i nostri ministri sussurrano qualche frase ipocrita, come ha fatto il responsabile degli Esteri Giulio Terzi: «Il dossier è molto difficile ma riporteremo i nostri ragazzi a casa... Il governo segue la questione con la massima attenzione...». Che vergogna, come se nessuno sapesse chi ha dato l'ordine di consegnare alla polizia indiana i nostri due ragazzi, soldati in missione per conto del governo e dell'Onu, in acque internazionali e su una nave italiana.

Abbiamo ingoiato rospi indigeribili, dagli sgarbi diplomatici alle forzature dell'inchiesta giudiziaria, ma resta un fatto: da quel maledetto 19 febbraio la questione s'è complicata invece di avviarsi a una soluzione. Il nostro giornale ne ha fatto una battaglia attirandosi anche la malcelata insofferenza del governo Monti, secondo il quale l'eccessiva risonanza mediatica avrebbe peggiorato la situazione e infastidito le autorità indiane.
Come se fosse scorretto o addirittura scandaloso difendere i diritti di due nostri soldati ingiustamente detenuti. Ma sono impazziti? La smettano con la realpolitik farlocca, quella che dovrebbe ottenere risultati senza clamore, quella che ti fa raggiungere obiettivi facendo la gimcana o brigando sottobanco. O strisciando, come ormai siamo abituati a fare. Qui non si tratta solo della libertà di due militari italiani e della serenità di due famiglie, ma parliamo della dignità del nostro Paese.

A prendere schiaffi siamo avvezzi, però ogni tanto ci piacerebbe restituirne qualcuno. Niente da fare. Forse è per questo che l'Italia appare isolata. La Nato si è chiamata fuori, la diplomazia europea ha inizialmente abbozzato un interessamento, ma poi si è defilata. Ma come, il governo Monti non godeva di tanto favore e tanto credito internazionale? Ci spieghino, per favore, qual è la verità: Monti non intende spendere credito né favore per i nostri soldati prigionieri in India oppure quel credito e quel favore sono una balla che ci raccontano da dieci mesi? In ogni caso è ora che i professori rompano gli indugi e tornino a occuparsi con maggiore impegno della sorte di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Un governo che chiede ai suoi soldati di rischiare la vita lontano da casa, poi non può dimenticarsi di loro, come se fossero cittadini di serie B. Sarebbe un'infamia. Per questo noi non li dimentichiamo, ma ci mobilitiamo per riportarli a casa.

Fallisce l'Olimpiade, si suicida il ct russo

Corriere della sera

Ovchinnikov, allenatore delle donne è morto a Parenzo, in Croazia: si sarebbe impiccato per un quinto posto

Sergei Ovchinnikov (volley.ru)Sergei Ovchinnikov (volley.ru)

Il ct della nazionale femminile russa di pallavolo, Sergei Ovchinnikov, 43 anni, è stato trovato morto mercoledì mattina in una camera d'albergo a Parenzo, nel nord della Croazia. Lo ha annunciato il presidente della Federvolley, Alexander Yaremenko, spiegando: «Non conosciamo ancora i dettagli. Al momento posso solo confermare che è morto»,

LA DELUSIONE OLIMPICA - Secondo il quotidiano croato Jutarnji list conferma che diversi indizi lasciano pensare a un suicidio (sarebbe stato trovato impiccato nella sua stanza, al quarto piano). Ovchinnikov - che allenava anche la Dinamo Mosca, con cui si trovava in Croazia per la preparazione della stagione - era reduce dalla deludente prestazione delle russe alle Olimpiadi di Londra 2012: la nazionale di Mosca si era classificata soltanto quinta.


Ovchinnikov a Londra 2012 (Epa)Ovchinnikov a Londra 2012 (Epa)

GLI AMICI «È TUTTO COSÌ STUPIDO» -Due colleghi di Ovchinnikov, Vladimir Alekna della nazionale maschile e l'amico Vladimir Kuzjutkin, hanno confermato che l'uomo era rimasto particolarmente avvilito dal risultato olimpico. E Kuzjutkin ha lasciato intendere che il suicidio è più che probabile: «Tutto questo è così stupido. Era il mio amico, il mio collega. Nessuno ha mai detto qualcosa contro di lui. All'inferno il risultato olimpico...».

Redazione Online29 agosto 2012 | 19:18

La denuncia di Amnesty: ancora oltre 14 mila "missing" nei Balcani

La Stampa
Carla Reschia

Arrestati o deportati nella guerra del '91, sono donne, uomini, vecchi e bambini di tutti e sei paesi ex jugoslavi di cui si sono perse le tracce


Vite perdute. Nella giornata internazionale degli scomparsi, che ricorre domani, Amnesty ricorda alla distratta opinione pubblica internazionale i danni collaterali ancora in atto delle ormai dimenticate guerre balcaniche, uno dei capitoli più bui e più rimossi della storia europea recente. “Oltre 14.000 persone – denuncia nel suo rapporto odierno - mancano all’appello nei paesi dell’ex Jugoslavia, quasi la metà del totale degli scomparsi nel decennio di guerre iniziato nel 1991”. In quegli anni terribili nei Balcani, arrestate o catturate in vario modo, scomparvero 34.700 persone, vittime di vendette incrociate, giustizia sommaria o episodi oscuri di “pulizia etnica”. Le famiglie spesso attendono ancora giustizia per i loro cari. O almeno notizie certe. Da parte dei governi, però, solo silenzio. Un silenzio che riunisce di nuovo idealmente la disgregata Jugoslavia in un’omertà condivisa.

Il rapporto di Amnesty International descrive casi di sparizione forzata in Croazia, Bosnia ed Erzegovina, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Montenegro, Serbia e Kossovo. E, sottolinea, tutti e sei i governi di questi paesi sono venuti meno all’obbligo legale internazionale di indagare e punire questi reati: “L’assenza di indagini e processi per le sparizioni forzate e i rapimenti resta un problema grave in tutti i Balcani. Il principale ostacolo al contrasto dell’impunità e alla consegna degli autori alla giustizia è la costante mancanza di volonta’ politica in tutti e sei i paesi”. Per la verità lcuni responsabili, troppo pochi e molto in ritardo, sono infine, faticosamente approdati al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Un ente spesso diviso e farraginoso, il cui mandato è tralatro prossimo alla fine. I tribunali nazionali agiscono con una lentezza che finisce per vanificare ogni speranza.

E’ un dolore che affratella, o almeno dovrebbe, nazioni che oggi si scrutano con diffidenza o odio appena sopito e che riguarda davvero tutti: “Le vittime delle sparizioni forzate nei paesi dell’ex Jugoslavia – chiarisce Jezerca Tigani, vicedirettrice del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International - appartengono a tutti i gruppi etnici. Sono civili e soldati, donne e uomini, bambine e bambini. Le loro famiglie hanno il diritto di sapere la verità sulle circostanze della loro scomparsa, sul loro destino e sullo svolgimento e l’esito delle indagini. Per loro, il primo passo verso la giustizia è vedersi restituiti i corpi dei loro cari per la sepoltura. I governi devono assicurare che le vittime e le loro famiglie abbiano accesso alla giustizia e ricevano, senza ulteriori ritardi, un’adeguata e concreta riparazione per il danno che hanno subito”. Sarebbe un modo per iniziare a chiudere un capitolo doloroso della storia recente ma per ora è solo una speranza sempre più vana, una protesta silenziosa coltivata da poche irriducibili madri.

“Se solo sapessi dove si trova mio figlio Albion, se solo potessi dargli sepoltura e portare un fiore sulla sua tomba, mi sentirei meglio”, dice Nesrete Kummova, che ha visto per l’ultima volta suo figlio nel 1999 quando fu, probabilmente, trasportato dal Kossovo in Serbia e lì sepolto”.  Ma ogni paese ha le sue vittime insepolte, il rapporto entra nel dettaglio: Delle 6406 persone scomparse nella guerra del 1991-1995 in Croazia, solo di 4084 è stato possibile stabilire la sorte. Oltre 2300, 1735 delle quali di passaporto croato, risultano ancora scomparse. Nell’ultimo biennio è stata chiarita la situazione di soli 215 scomparsi. Oltre 900 resti umani devono essere ancora identificati.

Su una popolazione di tre milioni e 400mila abitanti, alla fine del conflitto della Bosnia ed Erzegovina erano scomparse 30 mila persone. La sorte di almeno 10.500 di loro, in larga parte musulmani bosniaci, resta ignota anche se purtroppo intuibile. Le famiglie di oltre 7000 persone, deliberatamente e arbitrariamente uccise nel genocidio di Srebrenica del 1995, sono ancora in attesa di giustizia e riparazione. Molti dei presunti responsabili vivono fianco a fianco con le loro vittime e i familiari di queste ultime. Per un decennio, dalla fine del conflitto del 2001 tra le forze di sicurezza macedoni e l’Esercito albanese di liberazione nazionale, le autorità non hanno indagato in modo efficace sulle sparizioni forzate.

Resta un mistero il destino di almeno sei albanesi arrestati dalla polizia alle dipendenze del ministero dell’Interno macedone. I familiari degli scomparsi hanno fatto ricorso contro una legge del parlamento della Macedonia del 2011 che, estendendo le norme della legge d’amnistia del 2002, ha posto fine alle indagini su quattro casi di crimini di guerra trasmessi dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia. Tra questi, la sparizione di 12 macedoni e un bulgaro, presumibilmente a opera dell’Esercito albanese di liberazione nazionale. Nel maggio 1992, 83 civili bosniaci in fuga dal conflitto della Bosnia ed Erzegovina, vennero arrestati in Montenegro e respinti alla frontiera per essere poi consegnati alle forze serbo bosniache. Si ritiene che 21 di loro siano stati uccisi in un campo di prigionia della Republika Srpska.

La sorte di almeno altri 34 detenuti rimane sconosciuta. Nel marzo 2011, nove ex pubblici ufficiali sono stati prosciolti dall’accusa di crimini di guerra per la sparizione forzata dei profughi bosniaci, sul presupposto che nel 1992 non c’era alcun conflitto armato in Montenegro. Il verdetto è stato annullato in appello quest’anno e il processo è stato riaperto. Durante la guerra del Kossovo del 1998-99 e nel periodo immediatamente successivo, si registrarono 3600 scomparsi, oltre 3000 dei quali albanesi vittime di sparizione forzata a opera della polizia, dell’esercito e dei gruppi paramilitari serbi; la restante parte degli scomparsi, appartenente alle minoranze, soprattutto serba e rom, si presume sia stata catturata dai gruppi armati albanesi, tra cui l’Esercito di liberazione del Kossovo. Le famiglie di almeno 1797 scomparsi kossovari e serbi aspettano ancora che i corpi dei loro cari siano esumati, identificati e restituiti per la sepoltura.

Assicurazioni false: contro il «caso Napoli» arriva la polizza con il microchip

Il Mattino
di Valerio Iuliano


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NAPOLI - Addio al vecchio tagliando dell'assicurazione. I contrassegni si trasformeranno presto in semplici file digitali e agli automobilisti sarà risparmiato l'obbligo di esporli sul cruscotto. Lo prevede un progetto dell'Ania, l'associazione delle imprese assicuratrici. Un'idea che la Confindustria dell' Rc auto ha partorito negli ultimi mesi del 2011, con l'obiettivo di porre rimedio al fenomeno dell'evasione dell'obbligo assicurativo, diffusissimo a Napoli, molto più che nel resto d'Italia. Nel mirino dell'Ania, anche la contraffazione dei documenti di contratto assicurativo, in particolare dell'attestato di rischio.

«Stiamo mettendo a punto il progetto- fanno sapere dall'Ania- insieme con i rappresentanti delle imprese del settore. Siamo già in una fase avanzata. La prima tappa è stata la creazione di un archivio digitale con le targhe di tutti gli autoveicoli circolanti nel paese, un database già in via di completamento». Successivamente, l'Ania ha creato una banca dati con tutti gli attestati di rischio, documenti cartacei, finora, e perciò facilmente falsificabili. Tutto digitalizzato, quindi, fino alla dematerializzazione dei vecchi tagliandi e degli attestati di rischio. Un sistema già a buon punto, quello della catalogazione delle auto assicurate.

«Quando sarà completato- spiegano dall'Ania- i tempi saranno maturi per l'ultima fase, quella in cui, con l'ausilio delle tecnologie satellitari, sarà possibile stabilire, con un semplice clic, se le autovetture circolanti su autostrade ed arterie cittadine sono in regola con l'assicurazione. È questa la fase che richiederà un po' più di tempo- proseguono ancora dall'Ania- perché bisognerà attrezzare le nostre strade con le nuove tecnologie».

Toccherà al ministero dello Sviluppo Economico emanare il regolamento attuativo del progetto e, soprattutto, stabilire le modalità con cui saranno disposti sulle strade italiane gli strumenti tecnologici capaci di rilevare i veicoli privi di assicurazione o con documenti contraffatti. Fenomeni molto radicati nel nostro paese, dove circa tre milioni e mezzo di veicoli- secondo i calcoli dell'Isvap, l'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private- sono privi di copertura. Circa un quarto degli automobilisti fraudolenti si trova a Napoli, la provincia con il più alto numero di vetture senza assicurazione.

«Una frode che danneggia in special modo i guidatori in regola con le tasse, soprattutto da noi», la protesta delle associazioni dei consumatori, condivisa, in questo caso, anche dalle compagnie. Una considerazione suffragata da un dato. Nel 2010, circa il 40% dei sinistri provocati da automobilisti senza assicurazione si è verificato nel napoletano. Tutti incidenti che hanno richiesto l'intervento del Consap (Concessionaria servizi assicurativi pubblici), amministratore del Fondo di garanzia vittime delle strada. Oltre 6mila, due anni fa, i casi di risarcimento delle vittime a Napoli e provincia, attraverso il Fondo.
 
«Ma la procedura- spiegano gli operatori del settore assicurativo- richiede tempi molto lunghi e perciò molti rinunciano a chiedere il risarcimento, mentre quelli che evadono le tasse possono provocare incidenti rimanendo spesso impuniti». Molto frequente, dalle nostre parti, anche la falsificazione dei contrassegni e la commercializzazione di polizze fasulle da parte di compagnie «fantasma». Una lunga serie di truffe che potrebbero essere eliminate con il nuovo sistema messo a punto dall'Ania.

Mercoledì 29 Agosto 2012 - 15:08    Ultimo aggiornamento: 15:20

L'ultima corsa dell'atleta somala. Il medico: «Samia morta incinta»

Il Mattino
di Adolfo Pappalardo


NAPOLI - Il dottor Giuseppe Saviano avrebbe scoperto molte settimane dopo il nome e la storia di quel volto. Quel viso finalmente rilassato, quasi sorridente, come chi, dopo tanto patire, riacquista la tranquillità solo quando la vita è ormai sfuggita di mano. Distesa in terra nel pozzetto dell’unità della Guardia costiera. In posizione fetale come se dormisse placida. Come una bambina, come una giovane Madonna mostra l’ultima sua foto.
 
Paradossi che nemmeno la medicina e la scienza sono riusciti mai a spiegare. Sono gli ultimi attimi, è l’alba del 17 marzo, di Samia Yusuf Omar che ha compiuto 21 anni due giorni prima. Li festeggiati in mezzo al Mediterraneo stipata dentro un gommone di nemmeno nove metri assieme a una sessantina di persone. È partita dalle coste della Libia il 13 marzo e arriva, ormai in coma depassé, a 87 miglia a sud di Lampedusa.




Pochi minuti prima dei soccorsi, purtroppo, che coordina Saviano, ufficiale medico del sovrano ordine di Malta, che ha passato anni tra missioni all’estero e pronto soccorsi di frontiera nel napoletano. Ne ha viste di cose e di morti ma rimane colpito da quel viso quasi sorridente. Morirà da lì a poco Samia assieme ad altri 4 giovani compagni di viaggio, tutti sepolti il giorno dopo, senza nome, nel cimitero di Lampedusa mentre in paese si festeggia il precetto pasquale. Samia, la più grande di sei figli di una famiglia di Mogadiscio cresciuta in povertà, è la giovane maratoneta che riesce a qualificarsi nella gara dei 200 metri alle Olimpiadi di Pechino. Arriva ultima ma corona un sogno. Poi nulla sino al 19 agosto scorso quando a Mogadiscio Abdi Bile, suo connazionale e medaglia d’oro nell’atletica, racconta che Samia è morta, agli inizi di aprile, su un barcone diretto verso l’Italia.

Voleva venirsi ad allenare in Europa, come dirà una sua amica? No, era incinta di almeno 4 mesi e in gravidanza è partita almeno il 3 marzo come racconterà chi con lei ha viaggiato. Più che le prossime prove olimpiche sognava per il suo bambino un futuro migliore. Non una vita come la sua che il padre non lo conoscerà mai perché ucciso da un colpo di mortaio durante la guerra civile e la madre è costretta a fare i lavori più umili. Non ce l’ha fatta a cambiare però la rotta della sua vita e nemmeno quella di suo figlio. E si ritorna al 17 marzo quando Saviano viene svegliato nel cuore della notte e con la Guardia costiera raggiunge il barcone nelle acque internazionali dopo oltre 5 ore di navigazione.



Chi c’era a bordo?
«Tutti somali ed eritrei. Due donne incinte, tre ragazzini e 5 ventenni che muoiono nel modo più atroce: affogati e schiacciati dai compagni di viaggio nel ventre ormai molle di quel gommone sgonfio». Samia muore così e Saviano, che le Olimpiadi di Pechino manco le ha viste, rimane colpito e impressionato da quel volto.

Perché dottore?
«Quello sguardo, quella posizione fetale mi ha toccato, colpito. In 30 anni di lavoro di frontiera di morti ne ho visti. Ma quella morte, quel viso, non riuscivo a levarmeli dalla testa. Poi solo due settimane fa, leggendo il giornale ho capito chi era».

Come l’ha trovata?
«È stata la prima persona che abbiamo soccorso. Già rantolava e non aveva più riflessi pupillari: stava morendo. L’abbiamo messa in sicurezza ma non c’è stato nulla da fare. Alcuni avevano gravi ustioni caustiche perché si erano rovesciate addosso le taniche di benzina per il viaggio e il sole aveva fatto il resto. Lei invece era morta per annegamento probabilmente, schiacciata nel fondo della carretta. Ed era incinta di almeno 4 mesi. Per settimane non ho fatto che pensarci....».

Ha provato a chiedere notizie ai suoi compagni di viaggio? Magari a bordo c’era un parente, un amico.
«Ci ho provato, nessuno la conosceva. E io per settimane ho pensato a questa donna senza nome, ai suoi compagni di viaggio sepolti a Lampedusa. Ora però quel viso ha un nome».


Martedì 28 Agosto 2012 - 18:59    Ultimo aggiornamento: Mercoledì 29 Agosto - 16:54

Il figlio piccolo mette la gonna il papà pure, per solidarietà

Corriere della sera

«Voglio insegnare a mio figlio l'uguaglianza di genere». Buon esempio educativo? Il caso fa discutere la Rete

La strana «coppia», papà e figlio con la gonnaLa strana «coppia», papà e figlio con la gonna

MILANO - Sostenere i figli, dare il buon esempio. Questi sono i compiti di un padre. Non dovrebbe dunque sorprendere il gesto di Nils Pickert che ha iniziato a indossare la gonna, una gonna rossa con l’elastico che gli arriva fino sotto al ginocchio. Perché? Il figlio di cinque anni preferisce mettere abiti femminili anziché i pantaloni. «Dopotutto non mi sta neppure così male», asserisce l’uomo. La storia del papà-eroe e di suo figlio che rompono con gli schemi tradizionali e abbattono gli stereotipi socio-culturali, arriva dalla Germania e sta facendo dibattere la Rete.

IL PAPÀ CON LA GONNA - Questo mondo necessariamente tollerante, politicamente corretto e sempre più neutro rispetto al sesso, viene accettato dagli adulti, meno dai bambini. Il loro mondo è spietato. Per i più piccoli vale la regola: solo il più forte sopravvive. Qui, infatti, non a tutti viene data l’opportunità di essere veramente quel che vogliono. Già piccole differenze, ad esempio se un bimbo parla in un altro modo, sono motivo di esclusione, di scherno, di bullismo. Cosa accade perciò se un ragazzino decide di mettersi la gonna all’asilo? Nils Pickert racconta la sua storia nella rivista femminile e di politica Emma:

«Mio figlio preferisce indossare abiti da donna, così ho iniziato a mettere la gonna anch’io, per solidarietà». Il papà tedesco si è trasferito da qualche tempo con la famiglia da Berlino in una cittadina a sud della Germania, «poco meno di 100 mila abitanti, molto rispettosa delle tradizioni, molto religiosa». Qui, l’insofferenza del figlio contro i pantaloni e la scelta del papà di indossare la gonna, non sono più solo argomento di discussione tra genitori - ne parla tutta la città. «E io ho dato il mio contributo», scrive Pickert.

EDUCAZIONE - «Sì, sono uno di quei genitori che cercano di educare i figli all’uguaglianza di genere - sottolinea il padre -, non sono uno di quegli pseudo-papini-accademici che nei loro studi blaterano di giustizia di genere, per poi cadere nei soliti cliché dei ruoli appena nasce loro un bambino: lui pensa alla carriera, lei si prende cura del resto». Un vero eroe, insomma, il buon papà. L’iniziativa di Pickert ha avuto grande risonanza su blog e forum di discussione. Come sempre accade, le opinioni in Rete divergono. Se col suo gesto abbia realmente contribuito ad una «corretta» educazione del figlio, rimane una questione aperta. Nel frattempo, il piccolo ha iniziato a colorarsi anche le unghie. Bisogna avere le spalle larghe, aggiunge papà. Ora, quelle spalle larghe ce le ha pure il figlio.

Elmar Burchia
29 agosto 2012 | 16:39

Perché ci si vergogna di chiedere: sei gay?

Corriere della sera
di Chiara Maffioletti


Cattura
Immagino sia più o meno capitato a tutti. Si conosce qualcuno, gli si parla un po’ e poi, senza che nemmeno ce ne si renda perfettamente conto, ci si trova a pensare: ma sarà gay? Poi, però, la domanda resta solo latente nella nostra testa e al diretto interessato (o alla diretta interessata)  si finisce per non chiederlo mai. O almeno, io non lo faccio e penso molti altri come me. Credo che per tanti la decisione di non domandarlo possa sembrare la più ovvia, ma invece per quanto mi riguarda apre una serie di interrogativi. Mi spiego: Essere gay o non esserlo non è un fattore discriminante. Domandarsi se qualcuno lo è può essere una naturale curiosità, al pari del “sei fidanzato?” o del “dove abiti?”. Ma proprio perché è fondamentale considerare l’omosuessualità una normale variabile, perché ci si vergogna di parlarne?

Questione di pudore, mi rispondo da sola. Personalmente a una persona che conosco da poco tempo non chiedo  neppure, appunto, se è fidanzata o sposata e quindi non chiederle se è gay si inserisce in questa scia. Ma basta essere un pochino più sincera con me stessa per rendermi conto che a una persona che conosco a malapena in effetti non domanderei se è fidanzata, ma a qualcuno che magari frequento da un po’, con cui sto diventando amica o semplicemente sono in simpatia, invece sì. Mi sembrerebbe un quesito piuttosto normale man mano che si procede con la frequentazione. Perché invece ci si vergogna di chiedere a una persona con cui abbiamo un rapporto se è gay?

Uno dei miei migliori amici, lo è. Ma nel suo caso non c’è stato bisogno di chiedergli nulla. Ne parla lui, tranquillamente. A suo avviso, la faccenda è molto semplice:

se pensi che non c’è nulla di male nell’essere gay,  allora non c’è nulla di male nemmeno nel chiederlo…al massimo ti dice “no” 
Me lo ripete spesso. E in effetti non dovrebbe essere una domanda imbarazzante. Ma forse il punto è che non tutti arrivano a parlare serenamente del proprio orientamento sessuale. Forse se vivessimo in un’epoca in cui i pregiudizi, gli stupidi preconcetti fossero del tutto spariti, ovunque, in ogni città e paesino, in ogni settore e ambiente, ecco allora forse sarebbe davvero una domanda senza implicazioni e un argomento neutro da affrontare. Ma non si può dire che oggi sia così. E quindi a volte ci si ritrova nella condizione ipocrita di domandarsi se una persona è gay oppure no, ma di non chiederglielo direttamente.

Interrogarsi su queste questioni ha valore proprio perché la battaglia dei diritti uguali per tutti non è stata ancora vinta, perché ognuno di noi potrebbe sostenere la causa e schivare ogni forma di omofobia proprio trattando l’omosessualità come fosse un elemento come un altro. Non come un fattore di cui vergognarsi o che va comunque evitato, trattato con le pinze. Perché quando si sentono certi ragionamenti (si fa per dire) su calciatori gay, nazionale e via dicendo, ci si rende conto di quanta strada dobbiamo ancora fare, come società, per essere davvero civili.

Perché appartiene ancora al futuro il giorno in cui chiunque, che sia uno sportivo, un attore o un cantante, potrà evitare di essere chi non é per non rischiare di veder incrinarsi la sua carriera. Eppure, anche se è un punto fermo il concetto che una persona è una persona, a prescindere dal suo orientamento sessuale, e ci mancherebbe, esiste appunto questo limite: per quelli che la vivono come me, se qualcuno parla apertamente della sua omosessualità ci sente sollevati ed è tutto come prima; se invece la cosa non viene esplicitata, resta il dubbio, latente e innocente direi, ma inespresso.
Ma perché se si parla di gay c’è dunque sempre la sensazione di camminare sulle uova? Non sarebbe meglio se tutti iniziassimo a considerare l’omosessualità come un fattore davvero neutro e la smettessimo dunque di trattarla come fosse appunto…un uovo?

twitter @ChiaraMaff