domenica 2 settembre 2012

Tutto l’Islam fatwa per fatwa: vietato gridare gol, il rock e fare sesso nudi

Massimo M. Veronese - Dom, 02/09/2012 - 18:20

Non solo condanne a morte ma anche regole di vita quotidiana suggerite dall’autorità religiosa. A volte, però, condannano al ridicolo...

Ha una fama sinistra ma la fatwa, alla fine, è solo una prescrizione che orienta la vita di tutti i giorni e, se uno se la sente, non è nemmeno obbligatorio rispettarla.

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Per avere valore deve uscire dalla bocca di un’autorità religiosa e fare riferimento alla legge islamica. In molti casi vale come una scomunica, una condanna, una messa all’indice. E che a volte ha come punizione la morte. In altri fa la morale alla vita di tutti i giorni come quella che vieta i gadget, quella che vieta di leggere gli oroscopi e quella che proibisce la riproduzione di cd e dvd. Abbiamo raccolto le fatwe più curiose degli ultimi anni. Roba da non credere...

IL GRANDE FRATELLO

A nominarlo sono stati i giuristi sauditi di stretta osservanza islamica. Il Grande Fratello arabo trasmesso dal network libanese Lbc, 280milioni di spettatori, nonostante uomini e donne fossero divisi e si pregasse tutti i giorni, è stato «scomunicato» perché «programma culturalmente inappropriato». Da un certo punto di vista tutti i torti non ha...

I POKEMON

Pikachu, Meowih, Bulbasaur, accusati di complotto giudaico-massonico, sono stati messi al bando dallo sceicco saudita Yusuf al-Qaradawi, l’ideologo dei Fratelli musulmani. Anche per questo è vietata la loro vendita in tutta l’Arabia Saudita da anni. I Pokemon, sentenzia la fatwa, si sono coalizzati per far diventare ebrei i musulmani. I Pokemon. Manco fossero i Fantastici Quattro...

L’ECLISSE

Una fatwa lanciata dal gran mufti d’Egitto proibisce ai musulmani di osservare l’eclissi. «Mette in pericolo la vista dell’essere umano e poiché l’islam proibisce all’uomo di mettere in pericolo la sua vita è peccato guardare l’eclisse». Semplice e chiaro. «Lo faceva anche Maometto quando il sole si oscurava». Se lo dice lui...

IL CALCIO

La fatwa dello sceicco Abdallah Al Najdi è basata sul principio che vieta ai musulmani di imitare cristiani ed ebrei. Si può giocare ma solo con regole diverse: niente linee bianche in campo, niente squadre di 11 giocatori, porte senza traverse, chi grida gol va espulso e niente arbitro perchè superfluo. Dubbio quest’ultimo che ha volte è venuto anche a noi occidentali...

LE STATUE

Il grande Mufti d’Egitto, lo sceicco Ali Gomaa, basandosi su un editto del profeta secondo il quale «gli scultori saranno tormentati nel giorno del giudizio» ha emesso una fatwa che proibisce l’esposizione delle statue sia in pubblico che in privato. Non solo: anche chi si dedica alla scultura va «scomunicato». Per questo non hanno mai avuto Michelangelo.

LE SIGARETTE

Il Grande ayatollah iraniano Nasser Makarem Shirazi, prima ancora che ci pensasse Sirchia, ha individuato un nemico mortale per i suoi fedeli: le sigarette. Dice che il fumo nuoce gravemente alla salute. Ma se è per questo bastava leggerlo sul pacchetto.

ROMA

Lo sceicco Yussef Kardawi ha sempre avuto le idee chiare. Da quando confidò ad Al Jazeera e al popolo tutto che era stata «lanciata una fatwa su Roma». Cioè che «la città sarebbe stata riconquistata». C’è solo una buona notizia: «La riconquista non sarà con la spada, ma con la preghiera e l’ideologia». Preghiamo che non sia così.

IL ROCK

L’ha decisa la Commissione del consiglio per gli affari islamici secondo la quale la musica rock va spenta perché fa male allo spirito. E c’è una variante, il black metal, che essendo dominata dall’immaginario occulto, ha il potere di traviare e stravolgere le anime dei giovani musulmani. L’editto pretende l’abolizione di questo genere musicale solo dalla Malaysia. Suonati completi.

IL SESSO

Fare l’amore si può. Ma non nudi. «Esserlo durante l’atto sessuale invalida il matrimonio» la fatwa imposta dallo sceicco Rashar Hassan Khalil. Non tutti sono d’accordo però. Il presidente del comitato delle fatwa di alAzhar, Abdullah Megawer, ha corretto, come si suol dire, il tiro: nudità ammesse, ma a patto che i partner non si guardino. Dipende chi è il tuo compagno/a...

LA BICI

A lanciarla non è stato un imam qualsiasi. Ma la guida suprema della Repubblica islamica, l’ayatollah Ali Khamenei in persona: proibisce nel modo più assoluto la bici alle donne iraniane. Ma pedala, va...

MCDONALD’S

Il leader sciita radicale iracheno Muqtada Sadr ha emesso una fatwa per affermare che è proibito dall'Islam, frequentare i fast-food McDonald's e anche lavorarci, sia a causa del cibo che vi viene consumato, da animali macellati senza rispettare la tradizione, sia perchè di proprietà «ebraica». Non si salvano però neanche le patatine.

I GRANCHI

Anche i nuovi gusti dei consumatori iraniani si scontrano con i divieti religiosi. Diversi ayatollah hanno messo al bando dalla tavola via fatwa le aragoste e soprattutto i granchi, che hanno invaso il mercato della Repubblica islamica in confezioni in barattolo importate illegalmente dall'estero. Gli iraniani masticano amaro.

IL CANE

Nonostante sia per l'Islam un animale impuro, il cane si sta diffondendo sempre più come animale domestico in Iran. Così il grande ayatollah Nasser Makarem-Shirazi ha emesso la sua fatwa: «Non c'è dubbio che il cane sia un animale immondo» pur ammettendo che il Corano non dice nulla in proposito. Con i cani è meglio avere un po’ di coda di paglia.

LO YOGA

Oltre 10 milioni di persone hanno partecipano nell'India centrale a una lezione di massa di yoga destinata ad entrare nel Guinness dei Primati. La cosa però non è piaciuta ai vertici religiosi musulmani di Bhopal che hanno lanciato una fatwa per condannare l’esercizio come «antislamico» e «pagano» per il riferimento al dio Surya. Reazioni? Molto rilassate...

LA CASSIERA

«Non è permesso alle donne lavorare nei luoghi dove possano trovarsi con gli uomini» ordina la fatwa decisa dal comitato dell'Ifta che dipende dall'alto comitato degli ulema sauditi. Morale: è vietato lavorare come cassiera. «Le donne devono cercare impieghi dove non possono essere attirati dagli uomini ne attirarli».

LA FESTA DI COMPLEANNO

Celebrare compleanni e anniversari di nozze non può avere spazio nell'Islam. Lo dice il Gran Muftì dell'Arabia Saudita, Sheikh Abdul Aziz Al-Alsheikh. «Un musulmano dovrebbe solo ringraziare Allah se i suoi figli stanno bene e se la sua vita matrimoniale è buona». Ringrazia invece che non ti riempiono di botte...

Non va al funerale di Martini: Ratzinger dà buca

Libero

Il "Corriere" invoca la presenza del Pontefice. Un evento che nella storia non ha precedenti. Infatti Benedetto XVI non parteciperà

Joseph Ratzinger non parteciperà ai funerali dell'arcivescovo emerito di Milano, che si svolgeranno lunedì nel capoluogo meneghino
di Caterina Maniaci


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La partecipazione di Benedetto XVI ai funerali del cardinale Carlo Maria Martini, previsti per domani,  non è prevista e non è neppure stata presa in considerazione. In sua rappresentanza - come suo inviato speciale - ci sarà il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica papale di San Pietro e Vicario generale di Sua Santità per lo Stato Città del Vaticano, che concelebrerà con l’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola e  leggerà un messaggio di Benedetto XVI.  Rimarranno forse delusi quelli che la pensavano come il   direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, il quale aveva invece  spiegato che la presenza del Papa al rito funebre  non solo era auspicabile ma sarebbe stato «un gesto altamente simbolico per l'unità della Chiesa».

Una eventualità simile  non si è verificata, negli ultimi pontificati, e, almeno fino ad oggi,   non è prevista. Basti citare un illustre precedente, restando alla Diocesi di Milano. Il 22 maggio 1992 si sono celebrati i funerali del cardinale Giovanni Colombo, il predecessore di Martini alla guida della diocesi. Inviato da papa Giovanni Paolo II, in sua rappresentanza, ci andò il cardinale Camillo Ruini, allora presidente della Cei, e concelebrava, ovviamente, lo stesso Martini.

«È una decisione che valuterà personalmente Sua Santità», risponde il segretario di Stato Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, sollecitato sulla questione. È invece molto probabile che venga celebrata dal Pontefice un rito funebre  in seguito, per esempio nel trigesimo della morte, ossia a trenta giorni dalla scomparsa. C’è poi chi, in Vaticano, fa notare la strana idea che sottende alle parole scritte da De Bortoli: la presenza di papa Ratzinger sarebbe un gesto capace di far ritrovare «l’unità dei cattolici». Allora esiste una frattura, tra una chiesa di Milano, capeggiata da Martini e una di Roma, guidata da Ratzinger? Esisteva un anti-Papa? È forse  in atto uno scisma? 

Intanto, a Milano un flusso ininterrotto di persone per tutto il giorno ieri ha affollato  il Duomo, dove è allestita la camera ardente del cardinal Martini.  Attorno alle 16 sono arrivati il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri e il segretario del Pd Pierluigi Bersani. Poi il vicesindaco di Milano Maria Grazia Guida con don Virginio Colmegna, fondatore della Casa della Carità, molto legato al cardinale Martini. Prima di loro, anche il leader della Cgil, Susanna Camusso, aveva raggiunto la cattedrale. All’arrivo della salma, in mattinata erano invece presenti in Duomo le autorità milanesi: l'assessore Cristina Tajani, in rappresentanza del sindaco Giuliano Pisapia, poi gli assessori Marco Granelli e Bruno Tabacci.

La salma del cardinal Martini, che indossa la veste della messa di Resurrezione con la croce pettorale, mitra pastorale e palio, è composta sotto l'Altar Maggiore. Durante la notte  la veglia funebre è stata  guidata da canti e preghiere. I funerali si terranno dunque domani alle 16, concelebrati dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola. Per il momento, sono previste le presenze   del premier Mario Monti, del sindaco di Milano Giuliano Pisapia, del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Il cardinal Martini sarà poi sepolto in Duomo, in quella parte in cui si trovano le tombe dei vescovi ambrosiani.

«Raccoglimento» e «silenzio»: è stato questo l'invito che ieri il cardinale  Scola ha rivolto alla folla accorsa in Duomo per la camera ardente. «Sia il nostro atteggiamento prevalente il raccoglimento di fronte al mistero della morte» ha detto Scola, riferendosi probabilmente anche al frastornante dibattito su fine vita e su accanimento terapeutico scatenato dalla morte del cardinale. E proprio per questo, per ricondurre tutto alla giusta dimensione,  la Diocesi di Milano ha chiesto a tutte le parrocchie lombarde di pregare per il cardinale nelle messe vigiliari di ieri sera  e festive di domani. «Guidato dalla luce della tua Parola lungo il cammino faticoso della malattia, possa gioire ora della bellezza della Santa Trinità, ti preghiamo», è il testo della preghiera per Martini che la Chiesa di Milano ha diffuso nelle parrocchie.

Arrestato il fondatore di Pirate Bay

La Stampa

Gottfrid Svartholm Warg preso in Cambogia: deve scontare un anno


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Il co-fondatore del sito torrent "Pirate Bay", lo svedese Gottfrid Svartholm Warg, è stato arrestato in Cambogia. Warg è stato arrestato nella capitale Phnom Penh, in esecuzione di un mandato internazionale emesso dopo una condanna in Svezia ad un anno di carcere nel 2009 per violazione dei reati sul copyright In quell'occasione i giudici stabilirono anche che Warg deve pagare l'equivalente in corone svedesi di 4,4 milioni di dollari di risarcimenti.
Il suo ex avvocato Ola Salomonsson ha confermato l’arresto al quotidiano Aftonbladet. Il ministro degli Esteri svedese ha invece riferito soltanto che «un uomo sulla trentina» è stato arrestato a Phnom Penh.

In festa i professionisti del camino

La Stampa


Mille "uomini neri" hanno invaso la valle di Santa Maria Maggiore (VCO) per il trentunesimo raduno internazionale degli spazzini. I professionisti della fuligine arrivano da ogni parte d'Italia, Svizzera, Germania, Austria, Francia, Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Lituania, Estonia, Romania, Inghilterra, Scozia, Giappone e Stati Uniti.

foto di Walter Moroni

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Come resistere a Equitalia: ecco i sette consigli

Libero

La guerra è impari, ma combattere gli ingiusti accertamenti dello Stato è possibile. La guida per ottenere risparmi, rinvii e annullamenti


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Resistere al fisco si può. Basta conoscere gli strumenti che la legge mette a disposizione. Perché l'Agenzia delle Entrate non è infallibile, così come la Guardia di Finanza o Equitalia. Lo Stato sa bene che la mannaia lanciata su grandi aziende, piccoli imprenditori e privati nell’offensiva senza precedenti lanciata per combattere l’enorme evasione, su cui l’Italia vanta un triste primato, miete vittime innocenti. E non poche. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2010 - la nostra pubblica amministrazione non brilla, tra le altre cose, per tempestività nel rilascio delle statistiche - riferiscono che i contenziosi esaminati dalle Commissioni tributarie provinciali risultano favorevoli ai contribuenti nel 48 per cento  dei casi (percentuale che sale al 50 per cento  per le Commissioni regionali) mentre solo nel 39 per cento  delle liti la vittoria va all’amministrazione fiscale. Così il contribuente messo al muro dal Fisco può, anzi, in moltissimi casi viene costretto ad opporre le sue motivazioni. Che, come dicono le statistiche, in molti casi risultano corrette e vincenti.

La guerra  però è profondamente iniqua. Il Parlamento ha permesso che lo Stato attacchi il cittadino con armi impari. Un carro armato contro una fionda. Solo l’indipendenza della giustizia può tentare di riequilibrare le cose. Tanto per cominciare il Fisco, prima di sedersi a un tavolo e ascoltare ciò che il contribuente ha da dire, pretende il pagamento delle maggiori imposte accertate, le sanzioni, gli interessi e la percentuale di Equitalia per il servizio da mastino reso. Se poi dovesse aver ragione il contribuente, lo Stato restituirà il maltolto, ma con i tempi della giustizia che conosciamo. Applicando le statistiche del 2010 si può dire che  l’amministrazione finanziaria è stata costretta a restituire 10 miliardi di euro ai contribuenti per imposte accertate e incassate in anticipo che non erano dovute.

È chiaro a tutti cosa significa per un cittadino o per una ditta tirare fuori dal portafoglio un bel po’ di quattrini da aggiungere  alle tasse che ha già pagato, distraendoli, nella migliore dell’ipotesi, alle altre spese a cui erano destinati. Vederseli restituire, in caso di vittoria, anni dopo è solo una magra consolazione. Libero ha chiesto allo studio “Pirola Pennuto Zei & Associati”, tra i più importanti studi di consulenza tributaria e legale in Italia, di elencarci le principali armi di lotta che un contribuente può opporre all’amministrazione fiscale nel caso in cui stesse subendo un’ingiusto accertamento. Ecco quali sono.

INTERPELLO
 
In via preventiva il contribuente può utilizzare lo strumento dell’«interpello dell’amministrazione finanziaria» disciplinato dalla Legge 413/91. L’interpello consiste nel rappresentare all’amministrazione fiscale, in via preventiva rispetto alla realizzazione, le operazioni che il contribuente intende compiere e realizzarle solo dopo che l’amministrazione fiscale ha dato il suo parere. Purtroppo c’è un eccessivo lasso di tempo che intercorre fra la richiesta di interpello e la risposta dell’amministrazione finanziaria potendo trascorre fino a 120/180 giorni fra la richiesta e la risposta,  il che, in una economia che si muove a ritmi vertiginosi, non è certamente accettabile. Negli altri Paesi evoluti le forme di interpello, più propriamente chiamate «ruling», consentono veramente di instaurare un proficuo rapporto con l’amministrazione fiscale con l’intento di privilegiare non tanto «l’incremento delle basi imponibili» quanto la certezza dei rapporti fra due parti che sono sullo stesso piano, fisco e contribuenti.

AUTOTUTELA
 
Prima ancora di instaurare il ricorso avverso un avviso di accertamento è possibile ricorrere alla cosiddetta «autotutela». Si tratta di una attività in sede amministrativa con la quale il contribuente può chiedere alla stessa amministrazione finanziaria di annullare o revocare un atto ritenuto illegittimo o infondato. È  uno strumento da utilizzare sempre in quanto l’amministrazione finanziaria è obbligata a rispondere ed in mancanza di risposta ciò può essere considerato come violazione del principio di buon andamento e imparzialità dell’amministrazione sanciti dall’articolo  97 della Costituzione.

ACCERTAMENTO CON ADESIONE
 
L’adesione è un accordo fra contribuente e fisco sulle voci dell’accertamento che, se concluso, porta ad un significativo risparmio delle sanzioni amministrative tributarie in quanto queste sono ridotte ad un terzo del minimo previsto dalle legge.  È  un istituto che avrebbe potuto portare risultati migliori di quelli raggiunti, sia per il fisco che per i contribuenti se non fosse che troppo spesso in sede di accertamento le violazioni amministrative sono esageratamente sopravvalutate da parte dell’amministrazione fiscale, sperando così di raggiungere il gettito prefissato invogliando il contribuente a negoziare con l’amministrazione fiscale ottenendo una sensibile riduzione delle sanzioni.  Parente stretto dell’accertamento con adesione è l’adesione al «Processo Verbale di constatazione PVC» che  funziona allo stesso modo e interessa una fase precedente l’emissione dell’avviso di accertamento: in tale caso la riduzione delle sanzioni è raddoppiata rispetto all’accertamento con adesione. Tutte le attività sopra descritte, ad eccezione dell’interpello preventivo, devono essere esperite in un arco temporale che va dai 60 a 150 giorni dalla notifica dell’avviso di accertamento.

MEDIAZIONE TRIBUTARIA
 
Il tentativo di mediazione è possibile soltanto per gli atti emessi dall’Agenzia delle Entrate (e quindi, ad esempio, non è possibile utilizzare l’istituto per gli atti emessi da Equitalia). Si tratta di un istituto obbligatorio, pena l’inammissibilità del ricorso. Il problema sta nel fatto che il «mediatore» è la stessa Agenzia delle Entrate (sia pure con un ufficio diverso) che ha emesso l’atto di accertamento. Pare quindi un filtro per tentare di evitare il contenzioso (dove come abbiamo visto l’amministrazione finanziaria perde nella metà dei casi), piuttosto che un vero tentativo di risolvere, fuori dalle aule giudiziarie, le controversie con i cittadini.  A fronte di una considerevole riduzione delle sanzioni (pari al 60 per cento) occorre rilevare che, in caso di soccombenza nel giudizio che si instaura qualora non si raggiunga l’accordo di mediazione, oltre alle spese di giudizio, la parte soccombente verrà chiamata a pagare una somma aggiuntiva pari al 50 per cento  delle medesime spese di giudizio a titolo di rimborso spese del procedimento.

CONTENZIOSO TRIBUTARIO
 
Da ultimo, ma non in ordine di importanza visti gli esiti dei giudizi tributari, qualora non abbiano dato risultati positivi gli altri strumenti indicati, non resta che il contenzioso tributario. È una via che, purtroppo, non sospende la riscossione delle imposte o delle maggiori imposte dovute anche se il versamento richiesto, in caso di contenzioso, non può eccedere un terzo delle maggiori imposte accertate.

Dopo la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale le somme iscritte a ruolo e da versare sono pari ai due terzi di quanto deciso dalla Commissione Tributaria, previa detrazione di quanto già versato in precedenza, ma in questo caso sono anticipate anche le sanzioni e  gli interessi. Dopo la sentenza della Commissione Tributaria Regionale (e quindi prima del giudizio definitivo della Corte di Cassazione) occorrerà pagare tutto l’importo accertato (comprensivo di sanzioni e interessi, sempre ovviamente al netto di quanto già corrisposto) ovvero deciso dalla Commissione Tributaria Regionale.

Occorre segnalare che i tempi mediamente registrati per definire l’iter del contenzioso tributario coprono un arco temporale di circa 823 giorni per ottenere un giudizio dalla Commissione Tributaria Provinciale a cui si aggiungono altri 617 giorni per ottenere il giudizio della Commissione Tributaria Regionale, per un totale di 1.440 giorni. In questo conteggio sono esclusi i tempi richiesti per il giudizio di Cassazione. Nel frattempo maturano interessi a favore dello Stato.

PUNTUALIZZAZIONI
 
Sulle somme dovute dai cittadini contribuenti o dall’Amministrazione Finanziaria maturano ovviamente degli interessi a favore dell’una o dell’altra parte a seconda delle diverse situazioni. Anche in questo caso le posizioni non sono su un piano di parità. Infatti mentre all’amministrazione fiscale spettano tassi di interesse del 4,55 per cento  annuo per  interessi di mora per il ritardato pagamento, quelli che spettano al contribuente non eccedono l’1 per cento  semestrale. Occorre notare, infine, che sulle somme iscritte nei ruoli spettano aggi nella misura del 9 per cento  a favore di Equitalia che il decreto sulla spending review ha ridotto, per la verità in misura irrisoria, all’8 per cento  a partire dal 1 gennaio 2013.

MISURE CAUTELARI E RATEIZZAZIONI 

Il contribuente può chiedere la sospensione della riscossione, sia in sede giudiziaria, (in caso di ricorso alle Commissioni tributarie) che in sede amministrativa (all’amministrazione finanziaria) qualora la riscossione anticipata (rispetto al giudizio di condanna) possa causargli un danno grave e irreparabile dal pagamento di quanto richiesto con l’accertamento. Infine, è sempre possibile chiedere a Equitalia, in caso di situazione di obiettiva difficoltà del contribuente, la ripartizione delle somme iscritte a ruolo fino a 72 rate mensili, ovviamente con maturazione di interessi nella misura del 4,5 per cento  annuo per la dilazione eventualmente concessa.

di Antonio Spampinato

Gli "epurati" del M5S contro Grillo Presentato un esposto all'Agcom

Domenico Ferrara - Dom, 02/09/2012 - 12:32

Dopo le espulsioni di Tavolazzi e di Boriani, il malcontento della base si acuisce. E gli espulsi si coalizzano e presentano un esposto all'Autorità garante delle comunicazioni. Bersani attacca Grillo: " Il Paese non ha certo bisogno di chi parla da un tabernacolo e non sai dov’è e non risponde a nessuno"

Il malcontento e la ribellione nei confronti del capo serpeggiano da tempo all'interno del MoVimento 5 stelle.



La base è sempre stata divisa tra il fedele sostegno nei confronti del guru Beppe Grillo e lo scetticismo (misto a sprazzi di vera e propria rivolta) verso quelli che sono sembrati veri e propri diktat. Dalla fatwa contro le apparizioni televisive all'irruenza verbale passando per le esplulsioni comunicate in maniera fredda con un P.S. alla fine di un post sul blog. All'indomani dell'ennesima cacciata dal movimento, il malcontento si acuisce e sfocia in un esposto all'Agcom. Esposto presentato da uno degli "epurati" contro la "Casaleggio e Associati", l'azienda che possiede il simbolo del MoVimento 5 Stelle.  La tensione è alle stelle, soprattutto in Emilia-Romagna, regno di espulsioni grillini. Gli attivisti non hanno digerito l'allontanamento di Filippo Boriani, eletto in quartiere a Bologna e poi licenziato con queste poche parole: "Filippo Boriani, consigliere al quartiere Saragozza di Bologna, avendo già svolto due mandati prima di quello corrente, è diffidato dall’utilizzo del simbolo del MoVimento 5 Stelle".

Il diretto interessato, pur ammettendo di non aver comunicato le sue precedenti esperienze politiche, si è autosospeso denunciando però una mancanza di dialogo con Grillo e Casaleggio. A niente sono valse le richieste di confronto, fatte da alcuni attivisti grillini bolognesi che invitavano il comico genovese a tener conto dell'esperienza consolidata sul territorio di Boriani. Scomunicato. Punto. Sempre nella stessa regione, seppur con modalità differenti, qualche tempo fa aveva suscitato rabbia e amarezza la decisione di espellere Valentino Tavolazzi, consigliere comunale di Ferrara, reo, secondo Grillo, di aver partecipato, lodandola, alla convention organizzata da alcuni attivisti a Rimini. Una convention troppo simile a un congresso di partito e che aveva come obiettivo quello di discutere sul movimento 5 stelle. 

Insomma, per Grillo è proibito anche il sol parlare della sua creatura e per questo ha liquidato Tavolazzi con queste parole: "Non ha purtroppo capito lo spirito del M5S che è quello di svolgere esclusivamente il proprio mandato amministrativo e di rispondere del proprio operato e del programma ai cittadini”. Dopo questi accadimenti, pare che gli epurati, insieme con gli scettici, si siano rimboccati le maniche e abbiano deciso di far sentire la propria voce creando il "Movimento Revolution", un sito internet nel quale vengono raccolte le testimonianze degli ex appartenenti al M5S e che ha deciso di portare Grillo e Casaleggio davanti all'Autorita garante delle comunicazioni che, come si legge su Repubblica.it, ha aperto un fascicolo per pratica commerciale scorretta e pubblicità non trasparente.

Secondo le accuse mosse nell'esposto, il non-partito del blogger genovese sarebbe una società di e-commerce (la Casaleggio Associati) che ricava introiti attraverso il blog e la vendita di libri e gadget  e dovrebbe poter essere identificata come tale dal consumatore. In sostanza, nella segnalazione firmata da Gaetano Vilnò, ex grillino parmense espulso nel 2009 e riportata da Repubblica.it si legge: "Il blog Beppegrillo.it non può ritenersi un partito non avendo una struttura gerarchica, e non può ritenersi un movimento politico avendo un proprietario". In attesa che l'Agcom faccia chiarezza, a criticare Grillo ci ha pensato, ancora una volta, il leader del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani. "Governerà anche da un tabernacolo?", si è chiesto il segretario democratico alla Festa del terzo settore a Piacenza, sottolineando che il Paese "non ha certo bisogno di chi parla da un tabernacolo e non sai dov’è e non risponde a nessuno". E c'è da scommettere che qualche grillino sia d'accordo con Bersani...

Steve Jobs dopo la morte? «Si è reincarnato in un guerriero filosofo capellone»

Corriere della sera

Un gruppo di buddisti thailandesi è convinto che il fondatore dell'Apple riviva in un cubo di cristallo

Il fumetto di Matt Bross Il fumetto di Matt Bross

Steve Jobs dopo la morte? Si è reincarnato in filosofo guerriero e vive in un palazzo di vetro in bilico sopra il suo vecchio ufficio a Cupertino, in California. A "rivelare" la nuova identità del fondatore di Apple, morto di cancro l'anno scorso, è un gruppo buddista thailandese. «Ora Mr. Jobs se ne sta lì in questo palazzo che ricorda un negozio Apple, è circondato da 20 servitori simili ai commessi degli Apple Store», spiega dalla Thailandia Phra Chaibul, capo della setta.

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MORSI ALLA MELA - E se è noto come Steve fosse un fervente buddista (era in entrato in contatto con questa religione in gioventù durante i suoi viaggi in India ), la sua morte ha suscitato in tutto il mondo bizzarre reazioni religiose. In un'isola della Malaysia si è perfino tenuta una cerimonia religiosa in cui i partecipanti mordevano una mela nella speranza di accelerare il processo di reincarnazione del guru. Da n0n dimenticare poi il fumetto dedicato dal disegnatore Matt Bross al trapasso di Jobs, in cui il Ceo di Apple si trova al cospetto di Dio. «Io sono buddista mi devi reincarnare, non puoi tenermi in Paradiso», dice Jobs a Dio. Detto fatto, viene accontentato. E rinasce come un operaio della Foxconn, la fabbrica cinese in cui vengono assemblati i prodotti Apple e dove numerosi lavoratori si sono suicidati a causa delle condizioni di lavoro disumane.

CAPELLONE - Secondo il Wall Street Journal, i buddhisti thailandesi sono convinti che la nuova versione di Jobs sia più giovane dell'originale. Il filosofo guerriero avrebbe tra i 35 - 40 anni ed è pieno di capelli. Un gruppo di artisti che segue i sermoni di Chaibul ha anche creato un fotomontaggio che mostra il nuovo Steve. Peccato che la storiella del filosofo guerriero non sia piaciuta ai buddhisti più ortodossi che hanno visto nelle bizzarre teorie di Chaibul un tentativo di farsi pubblicità.

Marta Serafini
@martaserafini2 settembre 2012 | 13:24

Grasso evoca le stragi e scatena il putiferio Il Pdl: «Menti raffinatissime? Faccia i nomi»

Massimo Malpica - Dom, 02/09/2012 - 08:01

Cicchitto: "Equiparare l’articolo di Panorama a un attentato è faziosità politica. Il nodo è Napolitano spiato indebitamente"

Roma «No, non mi parlate di conflitto tra istituzioni.



Spero che cessi». Il commento di Nicola Mancino sulla querelle intercettazioni tra i pm di Palermo e Napolitano è lapidario. L'ex vicepresidente del Csm, protagonista di quelle chiacchierate spiate dai magistrati con il Capo dello Stato, i cui contenuti potrebbero risultare imbarazzanti per il Colle, non dice altro. Dribbla anche la domanda di rito sul conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale e sul muro contro muro tra il presidente della Repubblica e i magistrati. «Di questo non voglio parlare», spiega prima di entrare nella basilica, a Montevergine, per la festa del santuario della Madonna.E, forse, soltanto un miracolo al momento potrebbe spegnere il fuoco della polemica.

Ancora più rovente e intricata dopo la pubblicazione delle anticipazioni di Panorama sul contenuto delle intercettazioni tra Mancino e Napolitano, che ha aggiunto un nuovo target agli attacchi, dando il via a una ridda di accuse, velate ma nemmeno troppo, nei confronti del settimanale o quantomeno delle sue fonti. Un «nuovo corso» sintetizzato dalle pesantissime dichiarazioni del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che alla festa del Pd venerdì - accostando le ultime vicende addirittura alle bombe di mafia del 1992 - ha parlato di «destabilizzazione» ai danni dei magistrati e di Napolitano «fatta da menti raffinatissime», usando non certo a caso un'espressione utilizzata da Giovanni Falcone a proposito del fallito attentato ai suoi danni nella villa all'Addaura, nel 1989.

Insomma, Grasso sembra intravedere non uno scontro tra poteri dello Stato, ma piuttosto l'attacco di una qualche «mente» allo Stato, senza esplicitare, però, chi sia l'occulto aggressore. Così l'ex sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano lo invita a parlar chiaro: «Se sa qualcosa di più, lo dica». E la lettura degli eventi fatta dal procuratore antimafia non va giù nemmeno a Fabrizio Cicchitto. Il capogruppo del Pdl a Montecitorio replica al capo della Dna chiedendogli di fornire «in modo assai preciso il nome e il cognome e anche le azioni concrete messe in atto dalle “menti raffinatissime” che, come nel '92, stanno conducendo un attacco ai giudici e al Quirinale».

Per Cicchitto, a differenza del giallo dell'Addaura, «oggi non stiamo discutendo di nessun attentato, né fallito né riuscito, ma solo di indebite intercettazioni a Napolitano fatte dalla procura di Palermo e delle clamorose conseguenze istituzionali, giornalistiche e politiche che esse hanno provocato, a partire dal ricorso alla Consulta presentato giustamente dal presidente della Repubblica». L'articolo diPanorama, insiste il capogruppo del Pdl alla Camera, altro non è che una di queste «clamorose conseguenze» delle intercettazioni:

«Se Grasso - conclude Cicchitto - anche giocando sull'equivoco di una citazione, arriva a equiparare il pezzo del settimanale al fallito attentato dell'Addaura, non solo afferma una autentica sciocchezza, ma cade in un incredibile e inaccettabile esercizio di faziosità politica». A difendere Grasso, attaccando Panorama, è Laura Garavini. Per la capogruppo Pd in commissione antimafia, che rimarca la «gravità» di un «servizio giornalistico basato sul nulla», le parole del capo della Dna sono solo uno «spunto di riflessione sui rischi di destabilizzazione».

Il Re Sole? Sperperava più della Grecia di oggi

Ezio Savino - Dom, 02/09/2012 - 08:21

Al tempo di Luigi XIV le casse dello Stato erano un colabrodo. Poi qualcuno inventò il redditometro. Innescando la rivoluzione. E, a seguire, Napoleone...

«Lo Stato sono io!», diceva Luigi XIV, il Re Sole (1638 - 1715). Il suo Stato, la Francia, «non pagava né i banchieri, né i mercanti, dai quali aveva preso a prestito somme ingenti.



Accordava a queste categorie sospensioni di pagamenti e scudi protettivi nei confronti dei loro creditori. Ma era un sistema che destabilizzava il commercio, fino al caos. Non circolava più denaro. Il credito si era volatilizzato. Il discredito, invece, galoppava. I traffici agonizzavano. I consumi erano ridotti della metà. Il popolo era affranto. I contadini affamati, messi davvero male...». L'analisi è nelle Riflessioni politiche sulle finanze e il commercio, dell'economista Nicolas Dutot (1684-1741). Citandola su Le Monde, Sylvie Arsever afferma che il quadro, pur riferendosi alla Francia di fine '700, calzerebbe a pennello anche alla Grecia o alla Spagna di oggi. Siamo grati all'articolista di non aver aggiunto l'Italia.Dutot metteva il dito nella piaga.
Il marcio stava nel fatto che il debito pubblico del Re Sole era un abisso (la causa scatenante erano le tambureggianti guerre di conquista e di grandeur) e che, invece di rimpinguare le casse, il sovrano insolvente faceva il gioco delle tre tavolette con i suoi creditori.

La moneta forte, oro e argento, si era volatilizzata. Didot era uno scienziato, pioniere dell'economia quantitativa: aveva raccolto nella sua opera statistiche impressionanti sui prezzi e sui cambi. La sua teoria era che bisognasse iniettare nei mercati cartamoneta, più pratica dei pezzi metallici, per favorire la liquidità contante, propellente del commercio e del benessere. A patto che il valore delle banconote fosse salvaguardato dall'ancoraggio a un tesoro statale, e non ondeggiasse sul capriccio dei regnanti, com'era vezzo nell'antico regime. Per far fronte alle spese, il re si faceva prestare soldi a breve termine. Per ripianare il debito con gli interessi, tartassava la gente.

Sul reddito, gravava la «ventesima»; sulla proprietà fondiaria, la «taglia»; c'erano poi i dazi, come quello sul sale; un residuato del medioevo era la corvée royale, un tributo in forma di manodopera prestata gratuitamente alla corona.Il sistema faceva acqua perché ammetteva grandi evasori istituzionali. La nobiltà e il clero erano esentasse: porgevano omaggi e doni al trono, ma in maniera occasionale, saltuaria. Risultato: la mannaia fiscale calava sui soliti, la parte più attiva del Paese. Quale fosse il marasma del debito pubblico, è chiaro da un bilancio pubblicato nel 1760, sotto Luigi XV, successore del Re Sole: entrate, 286 milioni di lire francesi; uscite, 503 milioni, compresi 94 di interessi sul debito, un disavanzo da far sembrare una bazzecola il nostro tra Pil e deficit.

Il rapporto era firmato da Étienne de Silhouette, controllore generale delle finanze. Era un tecnico con all'attivo uno stage in Gran Bretagna per studiare i metodi fiscali della concorrenza. Proprio dall'assetto inglese trasse il principio di spremere anche le categorie salvaguardate, aristocratici ed ecclesiastici. Escogitò un redditometro: si versava in base alla frotta di servitori, ai beni di lusso, alle proprietà terriere e persino al numero di porte e finestre che ornavano le facciate delle dimore. I monili andavano fusi in lingotti. Si trovò contro la casta intera, compresi intellettuali come Voltaire. Tenne duro otto mesi, prima di gettare la spugna, inseguito dai sarcasmi del bel mondo che, ancora una volta, l'aveva fatta franca.Lo si tacciò di spilorceria, di mediocre piccineria. Il suo nome divenne sinonimo di robetta a buon mercato. Non si avevano i mezzi per farsi fare un ritratto a olio o un busto di marmo?

Si ripiegava sulla silhouette, il profilo del volto ritagliato su un semplice cartoncino nero. Però, come spesso accade nella storia della tassazione, gli sopravvisse il suo improbabile tributo «sull'aria» che si poteva godere dalle aperture murarie. La tassa sulle finestre restò a registro anche dopo la rivoluzione libertaria. Le armate di Napoleone la diffusero in Italia. Da qui l'abitudine di affrescare false imposte sulle facciate, a salvaguardia del portafoglio del contribuente. Alle strette, la corona francese improvvisò altri puntelli contro la bancarotta. Tra questi, la vendita degli «uffici», le cariche pubbliche. I privati potevano diventare, a pagamento: agenti delle tasse; gabellieri, cioè addetti alla riscossione dei diritti doganali e delle imposte indirette sui prodotti colpiti, come l'alcol; tesorieri, ufficiali che versavano gli introiti nelle casse dello Stato.

Il mix di pubblico e di interessi privati è ad alto rischio. Maneggiare un sacco di denaro altrui è un'occasione che fa l'uomo ladro. Gli addetti al fisco giocavano con la cassa. Riscuotevano il dovuto, ma si prendevano il loro tempo, facevano lavorare in proprio le somme, a usura, prima di cederle allo Stato. Dilazioni, sconti, favoritismi ad amici e parenti non si contavano. Se si aggiunge che i ministeri della marina e della guerra erano autorizzati dal re a presentare bilanci truccati per sostenere le campagne, il quadro è completo. Per far saltare i privilegi (e la testa del sovrano) ci volle la rivoluzione, da cui sorse l'astro napoleonico.Il Bonaparte razionalizzò il debito statale, mettendolo a pareggio in tempi record. Il suo criterio era l'equa distribuzione del carico. Portò a regime il catasto, per gravare su fondi terrieri e immobili anche dei ceti immuni. La taxe de citoyen, sulla persona, era del valore di tre giornate lavorative.

Noi sgobbiamo più di sei mesi l'anno, per placare il fisco. Tra le proposte odierne di risanamento, abbiamo la dismissione dei beni pubblici: caserme, litorali demaniali, aree inutilizzate. Napoleone fu un precursore, fatte salve le proporzioni che, nel suo stile, erano inaudite. Per finanziare le galoppate in Europa, l'imperatore vendette al presidente americano Jefferson la Louisiana, oltre 2 milioni di chilometri quadrati, un quinto dell'attuale territorio statunitense, 3 centesimi l'acro, per un totale di 11 milioni di dollari, che raddoppiarono con i gravami dell'estinzione del debito.

Nell'Europa delle nazioni, degli imperi, delle rivoluzioni industriali, del colonialismo e delle guerre, nel duello tra Stato e debito pubblico entravano in gioco le banche centrali, con conflitti d'interesse impossibili da districare. I Paesi che, come il nostro, acquisivano unità territoriale e politica, ereditavano anche i deficit delle sparse membra dalla cui fusione erano sorti.Oggi tutto è globale. Scricchiola una Borsa agli antipodi e l'intero castello vacilla. «La mano che dà è sempre sopra a quella che riceve», diceva Napoleone. Che di banchieri e affaristi del soldo, pronti a prestare ai politici, pensava: «Il denaro non ha patria. I banchieri non hanno né patriottismo, né decenza. Il loro unico obiettivo è il profitto».

Dalla Chiesa, quei cento giorni di solutidine

La Stampa

Trent’anni fa lo Stato lo lasciò solo, la mafia uccise lui e la moglie


FRANCESCO LA LICATA
Palermo

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Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa venne assassinato in una calda serata sciroccosa. Erano passate da poco le 21 del 3 settembre 1982 e la A112 color crema, guidata dalla giovane moglie, Emmanuela Setti Carraro, imboccava la via Isidoro Carini, lasciandosi alle spalle Villa Whitaker - sede della Prefettura - diretta verso il refrigerio di un ristorante all’aperto del golfo di Mondello. Seguiva l’utilitaria l’agente Domenico Russo, alla guida dell’Alfa blu che il generaleprefetto non utilizzava, convinto che l’anonimato di una «normale macchinetta» offrisse maggiori garanzie di sicurezza dell’auto blu, immediatamente identificabile. Precauzione inutile, perché la task-force messa in campo da Cosa nostra monitorava da diverse ore i movimenti del bersaglio e forse aveva potuto disporre anche della soffiata partita da Villa Whitaker, da qualcuno che controllava strettamente il generale.

Due macchine e due moto rasero al suolo la A112, senza risparmio di violenza e a nulla valse la protezione offerta ad Emmanuela dall’abbraccio coraggioso del marito. L’agente Russo fu finito dal killer più sanguinario di quel momento: Giuseppe Pino Greco, detto «Scarpuzzedda». I palermitani stavano a cena, davanti ai televisori. La notizia, tuttavia, non l’ebbero dai telegiornali perché arrivò prima il passaparola. Esplose così rapida da richiamare in pochi minuti una folla di gente in piedi, impietrita in un silenzio irreale, con gli occhi rossi di rabbia. Quando, ormai a notte fatta, fu smontata la scena e i fari, i lampeggiatori delle volanti, si spensero, rimase solo la fragile disperazione di una città, sintetizzata in un cartello che sentenziava: «Qui muore la speranza dei palermitani onesti».

Così fu spenta una luce che si era accesa appena cento giorni prima, sull’onda dell’ennesimo eccidio mafioso che aveva colpito il segretario regionale del Pci, Pio La Torre, abbattuto dalla mafia insieme con l’amico, compagno e scorta volontaria, il militante Rosario Di Salvo. La speranza, per la verità, non era nata sotto i migliori auspici. Il generale era stato inviato a Palermo come un’arma spuntata: Roma non aveva voluto dargli gli stessi poteri che gli erano stati dati nella lotta al terrorismo. Prefetto senza poteri speciali: un messaggio rassicurante per la palude palermitana, preoccupata per la presenza di un uomo deciso, carabiniere nel Dna, poco incline alle pantomime sicule dell’indignazione senza conseguenze.

E infatti la città gli dimostrò immediatamente tutta la propria avversione. La città del potere, ovviamente. Perché i cittadini, invece, riponevano molte aspettative sulle capacità del prefetto. Carlo Alberto dalla Chiesa arrivò a Palermo in incognito. Ignorò l’auto che l’aspettava in aeroporto, montò su un taxi ed arrivò in Prefettura «pieno» delle notizie e degli umori strappati al tassista loquace. Non si fidava, il generale, e con quella «presentazione» intendeva mettere subito le cose in chiaro. Fu criticato, ovviamente, per quella scelta. Non gli furono risparmiate ironie e commenti, pesanti allusioni sulla differenza di età con la giovane seconda moglie: insomma tutto il repertorio della maldicenza e della mafiosità locale. Persino il sindaco, l’avvocato Nello Martellucci, uomo del gruppo di potere dominante (Lima, Ciancimino, Gioia), si rifiutò di portargli il saluto con la pretestuosa motivazione che doveva essere il generale a «presentarsi» al padrone di casa.

E come lo sbeffeggiavano quando andava nelle scuole a parlare di legalità coi ragazzi o quando faceva sequestrare agli angoli delle strade il pane prodotto e venduto abusivamente. Solo Leonardo Sciascia capì il valore di quel gesto e spiegò che non si poteva battere la mafia fino a quando i mercati di Palermo sarebbero rimasti repubbliche indipendenti. Come a dire c’è Cosa nostra ma anche qualcosa di più subdolo, per esempio la mafiosità. La solitudine del generale, in quei cento giorni palermitani, è stata ricordata più volte dal figlio, Nando, che non ha mai modificato il suo giudizio duro sulla politica che isolò il padre (giudizio riproposto oggi a Luciano Mirone, autore di «A Palermo per morire»).

E quando si parla dell’isolamento di Dalla Chiesa il discorso non può non cadere sul rapporto con Giulio Andreotti, a cui il generale, in partenza - «disarmato» per Palermo - anticipa che non avrà «nessun riguardo per la corrente Dc più inquinata» (quella di Salvo Lima, di Gioia, di Ciancimino e dei cugini Ignazio e Nino Salvo). Li conosceva bene, il prefetto, quei personaggi. Aveva redatto un rapporto destinato alla Commissione antimafia, quando era comandante della Legione a Palermo. Ma quell’analisi - ricorda il figlio Nando - era arrivata in Parlamento molto manipolata, addirittura coi nomi «sbianchettati».
Qual era lo stato d’animo del generale e della giovane moglie, pochi giorni prima dell’eccidio? Bastano le parole dette al telefono alla madre da Emmanuela: «Non posso venire a Milano, non voglio lasciare Carlo nemmeno per un momento, chi lo salverebbe?

Siamo dimenticati, mamma, da chi ci dovrebbe tutelare». Gli assassini del generale, della moglie e dell’agente sono stati condannati. Ma si tratta dei macellai. Mancano le menti raffinatissime, per dirla con le parole di Giovanni Falcone. Chi ha tradito Dalla Chiesa? Quale conto hanno fatto pagare al generale sabaudo mandato nella terra degli infedeli? Persino la Chiesa siciliana, solitamente cauta, nel giorno dei funerali usò parole di fuoco e puntò il dito sul potere ignavo: «Mentre a Roma si discute sul da farsi, Sagunto viene espugnata», gridò il cardinal Pappalardo dal sagrato della basilica di San Domenico.


Fu solo mafia? Oppure il «conto» inglobava anche i segreti del sequestro Moro e di quel grumo conseguente, conosciuto alle cronache come l’affaire del giornalista Mino Pecorelli? Certo, dopo trent’anni è difficile andare a rovistare nei pozzi neri, forse andava fatto subito. Ma una coincidenza va sottolineata, al di là di ciò che hanno raccolto le indagini: Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da una non frequente «sinergia» tra mafia e terrorismo. La mafia siciliana ha ucciso (chissà perché?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è stata coinvolta nel tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e ha pianificato ed eseguito l’assassinio del generale. Come una vera agenzia del crimine al servizio di altri.

Le truffe da computer rimandano a lezione magistrati e poliziotti

Chiara Campo - Sab, 01/09/2012 - 07:43

Un corso di formazione a distanza per gli agenti della polizia postale e di Stato, per funzionari e magistrati.



Per contrastare il cyber-crime, i reati informatici che costano milioni di euro alle imprese che lavorano con la rete e ai cittadini truffati dalla pirateria on line, la Procura ha chiesto una mano al Comune. Che ha preparato una piattaforma informatica che traduce le istruzioni fornite da docenti del consorzio universitario lombardo, insegnanti delle scuole civiche comunali, sociologi e pm in video, interviste e un vero e proprio corso di lezioni on line che la Procura ha iniziato a testare nei mesi scorsi e diffonderà in maniera massiccia tra i suoi funzionari a partire dall'autunno per specializzarli su truffe, falsificazioni, il crimine in rete.

L'obiettivo, una volta «addestrati» poliziotti e addetti, è di utilizzare la stessa piattaforma per fare corsi di prevenzione ai cittadini. Il problema «come ha riferito la Procura chiedendoci una collaborazione - spiega Claudio Bisi, direttore del Settore Lavoro di Palazzo Marino - è che spesso gli agenti che non sono sufficientemente preparati sul fenomeno non sanno porre le domande giuste al cittadino che denuncia un reato informatico.

Si tratta di situazioni in cui la tempestività è fondamentale, alcune informazioni si cancellano in poche ore». Lezioni a distanza dunque per gli addetti del settore, per il momento chiusi ai milanesi. L'assessore al Lavoro Cristina Tajani ha aperto invece ieri ufficialmente le iscrizioni ai nuovi corsi di formazione professionale gestiti dal Comune attraverso le Scuole civiche, dalla fotografia alla moda, dal restauro di mobili a progettazione di giardini e siti web. Si passa dall'arte ceramica e al trompe l'oeil alle lezioni per diventare amministratori di condominio o elettricisti o ai corsi di lingua per il lavoro. Accanto al tradizionale inglese, francese o tedesco, c'è la fila per il russo, arabo, serbo-croato, cinese, giapponese, turco o italiano per stranieri.

Ed extracomunitari sono stati spesso gli allievi che hanno fatto carriera tornando al loro Paese d'origine: l'assessore cita ad esempio la prima allieva araba che si è diplomata alle scuole civiche e oggi dirige il Museo di strumenti musicali a Tunisi.Sono circa 1.750 i nuovi posti offerti dal Comune per l'anno scolastico 2012/2013, sommati ai vecchi iscritti porteranno ad un totale di circa 9.500 studenti suddivisi tra dieci sedi.

I corsi sono rivolti a giovani e adulti, italiani e stranieri, lavoratori o disoccupati. La specializzazione «offre buone opportunità di collocazione, in alcuni casi - assicura la Tajani - arriva fino al 90%. Continueremo a investire sulleciviche perchè la formazione professionale e la riqualificazione, a partire dai giovani, sono le principali leve per affrontare un mercato del lavoro incerto».E c'è chi, vincendo qualche timore, a 22 anni sogna un futuro da liutaia. É il caso di Camilla Puppini, che dopo il diploma si è iscritta al corso di specializzazione del Comune. Lo frequenta da due anni, «amavo legno e musica, mio padre mi ha consigliato di provare a combinare le due passioni in questo modo». Sta imparando a realizzare mandolini e chitarre ma confessa che la sua passione «sono gli strumenti elettrici».

Avvenire: «Che squallore le strumentalizzazioni su Martini»

Corriere della sera

Il direttore e don Colombo, bioetcista: «i casi di Eluana e Welby sono diversi». Sul cardinale«deformazioni di fatti e verità»


MILANO - «In questi momenti di preghiera cristiana e di rispettoso raccoglimento faccio davvero fatica a concepire le polemiche suscitate da certi opinionisti e da taluni politicanti e non riesco a capire come si possano compiere, senza vergogna, simili deformazioni di fatti e verità». È quanto scrive oggi sul quotidiano cattolico Avvenire il direttore Marco Tarquinio, che rispondendo ai lettori, afferma che «i tentativi di stravolgere e strumentalizzare in chiave antiecclesiale il senso delle ultime ore terrene del cardinale Carlo Maria Martini mi ricordano amaramente quelli operati addirittura contro il beato Papa Giovanni Paolo II». «Che squallore, e che ingiusti e tristi (questi sì) accanimenti...», commenta ancora Tarquinio. «L'arcivescovo emerito di Milano ha testimoniato sino all'estremo, nella fragilità della sua stessa condizione la Parola di Vita integralmente offerta», sottolinea il direttore.

L'EDITORIALE - Sullo stesso argomento, Avvenire pubblica anche un editoriale di don Roberto Colombo, bioeticista dell'Università Cattolica, che parla di «squallide operazioni sulla morte del cardinal Martini». «L'arcivescovo emerito di Milano - continua don Colombo - soffriva di una malattia neurodegenerativa, quella di Parkinson, che gli ha consentito di idratarsi e nutrirsi ordinariamente per via orale fino a poco prima della sua morte. La libera accettazione dell'ineludibile avvicinarsi della morte gli ha fatto chiedere, come fece anche il beato Giovanni Paolo II (che soffriva di una patologia simile), che non si procedesse a manovre di posizionamento di sonde per l'alimentazione enterale o ad altri interventi sproporzionati e incongruenti con la decisione di accogliere i tempi e i modi con i quali il Signore gli è venuto incontro nell'ultimo, definitivo abbraccio. Per questo è rimasto lucido fino all'ultimo e ha rifiutato ogni forma di accanimento terapeutico, come ha dichiarato il dottor Pezzoli». Per questo, conclude il bioteticista
«Ben diversa di fatto, e opposta di valore, è stata la decisione

«DIVERSI I CASI DI ELUANA E WELBY» - arbitraria di sospendere l'idratazione e l'alimentazione di Eluana, da 17 anni in stato vegetativo persistente, una condizione patologica stazionaria che non l'aveva portata, sino a quel momento, alle soglie della morte. Non era in agonia nè stava per entrarvi. La donna avrebbe continuato a vivere ancora per parecchio tempo (non possiamo sapere quanto) e, per il suo stato clinico, la nutrizione enterale era perfettamente appropriata, condizione necessaria per supportare la fisiologica necessità di acqua e cibo. Infine, la decisione venne presa da altri, non da lei stessa. Welby, invece, venne colpito all'età di 16 anni dalla distrofia muscolare di Becker, una malattia neuromuscolare a progressione generalmente assai più lenta della malattia di Parkinson. Su sua richiesta, il respiratore gli venne staccato 45 anni dopo, anche in questo caso non in prossimità della morte (la vita di pazienti affetti da questa forma particolare di distrofia muscolare può durare a lungo). Una scelta di eutanasia volontaria, in un momento della propria malattia, che nulla ha a che vedere, nè clinicamente, nè moralmente, con la decisione di rinunciare a forme di accanimento terapeutico alle soglie della morte».

Redazione Milano online 2 settembre 2012 | 12:25

Danneggiarono casse Comune» sequestri ai beni della Iervolino e quattro ex assessori comunali

Il Mattino
di Daniela De Crescenzo


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NAPOLI - Avrebbero danneggiato le casse del Comune continuando a pagare canoni di fitto per locali inutilizzati: se condannati, verseranno dalle proprie tasche un totale di 3 milioni e 287 mila euro . Il giudice della Corte dei Conti Rossella Cassanetti, su richiesta del pm Ferruccio Capalbo, ha ordinato sequestri conservativi nei confronti dell’ex sindaco Rosa Russo Iervolino; dei quattro ex assessori Enrico Cardillo, Michele Saggese, Ferdinando Balzamo e Marcello D’Aponte; dei due ex direttori generali Vincenzo Mossetti e Luigi Massa e dei dirigenti del Comune Rosaria Guidi, Giovanni Annunziata e Domenico Liguori.
 
Per l’ex primo cittadino c’è stato il sequestro (in quota) dell’immobile di via Bernini e dei crediti nei confronti del Comune (era stato chiesto anche il sequestro della pensione da parlamentare, ma il giudice lo ha respinto), fino a una concorrenza di 263.267 euro; per Maria Rosaria Guidi, Annunziata, Massa, Balzamo Cardillo, Liguori e Saggese, invece, sono stati confermati i sequesti di beni immobili, conti correnti, stipendi o pensioni; per D’Aponte, Mossetti e Massa (come già per l’ex primo cittadino) c’è stata una riduzione rispetto alle richieste del pm e sono stati sequestrati solo i soldi depositati nei rispettivi conti correnti.


Domenica 02 Settembre 2012 - 11:25    Ultimo aggiornamento: 11:34

L'ex terrorista Balducchi: "La sensibilità di Martini mi ha regalato nuova vita"

Il Giorno

A distanza di 28 anni, Balducchi racconta il retroscena legato alla consegna delle armi dei Co.Co.Ri. in Arcivescovado, avvenuta il 13 giugno del 1984

di Nicola Palma
Milano, 2 settembre 2012

Cattura
«Ci volle del bello e del buono per convincere il cardinale a chiamare il prefetto e a non portare quelle borse in cantina...». A distanza di 28 anni, Ernesto Balducchi racconta il retroscena legato alla consegna delle armi dei Co.Co.Ri. in Arcivescovado, avvenuta il 13 giugno del 1984: «Me l’ha rivelato scherzando il suo segretario don Paolo Cortesi». Cioè il religioso a cui furono materialmente affidate le tre borse contenenti l’arsenale che il gruppo dirigente dei Comitati comunisti rivoluzionari, formazione terroristica di estrema sinistra, aveva deciso di consegnare a Carlo Maria Martini come «segno di resa». Oggi Balducchi, uscito di prigione nell’85, è titolare di Radio Service srl, un’agenzia di consegne rapide: «Senza il cardinale, il mio percorso riabilitativo sarebbe stato molto più lungo e difficile».

Perché sceglieste di consegnare le armi a Martini?
«Perché avevamo trovato in lui una persona attenta alle nostre istanze. In particolare, apprezzai molto un suo intervento a un convegno organizzato a Palermo sulla dimensione sociale del peccato. Era il 1983 e io mi trovavo a Rebibbia: decisi di scrivergli una lettera, e con mia grande sorpresa, lui rispose, dimostrando straordinaria sensibilità».

E allora?
«Iniziai a pensare a quello che avrebbe potuto essere un dialogo anche concreto. Al di là di quell’apertura, infatti, c’erano solo le Procure, che ci chiedevano nomi e cognomi di altri compagni da arrestare in cambio dei benefici garantiti dalla legge sui pentiti. Ma a noi del gruppo dirigente non andava di tirare dentro gente coinvolta solo marginalmente. Decidemmo così di consegnare le armi a Martini per mostrare a tutti che avevamo voglia di cambiare, che avevamo chiuso con la lotta armata e che ci si poteva fidare. Decisione preannunciata dalla mia seconda lettera all’arcivescovo, inviata nel 1984 da San Vittore».

Ha poi visto Martini?
«Sì, diverse volte. Mi ricordo in particolare la prima: lui accettò di incontrarmi appena uscito dal carcere. Mi colpì perché si mostrò desideroso di conoscermi, di capirmi, anche dal punto di vista strettamente personale».

Quanto ha inciso Martini sulla sua vita?
«Direi molto. In quegli anni, la sua sponda ci diede credibilità anche con le altre istituzioni. Basti ricordare che il processo si concluse con la concessione delle attenuanti: pur non avendo consegnato quelle armi al Tribunale, i giudici non poterono non prendere atto di quel gesto ed evitarono di darci l’ergastolo. In pratica, ci venne riconosciuta la possibilità di un fine pena, lontano forse ma pur sempre possibile. Soprattutto grazie al cardinale Martini: con lui se ne va un grande riferimento culturale, in particolare sul tema della giustizia nel mondo».

nicola.palma@ilgiorno.net

Quelle aziende comunali che finanziano le feste Pd

Paolo Bracalini - Dom, 02/09/2012 - 08:04

I casi di Perugia, Grosseto e Reggio Emilia dove le società partecipate dalle giunte rosse sponsorizzano le kermesse democratiche. Ma il gioco si ripete anche nei centri più piccoli

Aziende pubbliche, partecipate dai comuni guidati dal Pd, che poi sponsorizzano le feste del Pd.



Succede un po' ovunque nelle centinaia di ex Feste dell'Unità ora dette Feste democratiche. A Perugia, per esempio, dove la giunta è targata Pd, due società del Comune, la Gesenu S.p.A. che si occupa di rifiuti e la Si(e)nergia S.p.A., hanno sponsorizzato la festa di partito (il loro logo compare in bella mostra nel programma dell'evento). Questo malgrado una norma approvata dal Consiglio comunale perugino che vieta alle partecipate di fare pubblicità o finanziare manifestazioni politiche (denuncia l'opposizione di centrodestra). Il caso si ripete altrove. Tra gli sponsor della Festa democratica di Grosseto c'è anche Acquedotto del Flora Spa, gestore di servizi idrici partecipato dal Comune di Grosseto, dove la maggioranza è Pd.

Anche nella festa nazionale del Pd, che quest'anno è a Reggio Emilia, Comune guidato dal Pd, c'è una sponsorizzazione pubblica. In questo caso si tratta dell'Iren Spa, multiutilty con sede legale a Reggio Emilia, partecipata (anche) dal Comune.La Iren ha acquistato 50mq di spazio all'interno della Festa democratica nazionale, uno stand all'aperto dove comunicare i propri progetti sulla differenziata. Il contributo è stato fatturato non direttamente dal Pd ma da una società di eventi ingaggiata dal partito di Bersani per organizzare la festa.

Quanto? «Qualche migliaio di euro, che comprende anche uno spazio pubblicitario nei pieghevoli che distribuiamo alla Festa» ci spiega Ermete Fiaccadori, organizzatore della Festa per quanto riguarda la parte locale. Del resto, comprese le numerosissime sponsorizzazioni private (qualche milione di euro arrivato da Unipol, Coop, Conad, Granarolo, Confederazione italiana agricoltori, Pepsi, e varie case automobilistiche da Mercedes a Daihatsu), si occupa la società ad hoc del Pd, la Eventi Italia Feste Srl (posseduta al 100% dal partito). Sapere se anche nella raccolta nazionale, oltre ai privati, ci siano anche società pubbliche come sponsor, è impresa impossibile:

«Nei contratti di pubblicità abbiamo l'obbligo di riservatezza» spiega gentilmente Antonella Trivisonno, responsabile amministrativa della tesoreria Pd (nei mesi scorsi se ne parlò per via della sua precedente esperienza al fianco del tesoriere della Margherita, Luigi Lusi). Qualcosa in più ci dice Lino Paganelli, presidente della Srl democratica che organizza la festa nazionale: «Negli anni scorsi abbiamo avuto sponsorizzazioni da Eni e Poste italiane», due società partecipate dal ministero dell'Economia. Nella legge sul finanziamento dei partiti è vietato esplicitamente che una società pubblica o partecipata possa dare soldi ad un partito, proprio per evitare commistioni pericolose.

Nel caso delle feste, in modo indiretto, il denaro pubblico arriva a società direttamente collegate ai partiti, o direttamente a loro. Nel caso del Pd infatti ad organizzare le feste sono, nei comuni più piccoli, direttamente le sedi locali del Pd. Conflitto di interessi? «Ci sarebbe - risponde Paganelli - se quei soldi non fossero spesi immediatamente, come avviene sempre, per finanziare la festa stessa». Anche il tesoriere nazionale del Pd, Antonio Misiani, non vede alcun problema: «Anche Cl col suo meeting di Rimini viene sponsorizzato da soggetti istituzionali. Nelle nostre feste c'è una semplice transazione di mercato. C'è un listino con le tariffe per gli spazi pubblicitari, e chi è interessato, privati o no, può acquistarlo. Anche perché le feste passano migliaia di persone e dunque è una vetrina importante per comunicare». Le tariffe si aggirano attorno ai 5mila-10mila euro, a seconda dello spazio e delle dimensioni della kermesse.

È innegabile però un'attenzione particolare da parte delle amministrazioni amiche (oltre alle solite Coop e Unipol). Anche ad Alassio, in Liguria, il Comune (dove governa il centrosinistra) ha concesso l'auditorium comunale gratis per una settimana, invece dei 1.000 euro al giorno previsti (così ha denunciato l'opposizione in Comune). A Sestri Levante, invece, il Comune (sempre di centrosinistra) ha pubblicizzato la Festa democratica locale usando i tabelloni luminosi di sua proprietà, normalmente usati per informare su iniziative del Comune, non di un partito.

Quel cachet che fa venire il mal di testa ai comici

Corriere della sera

«Gli artisti vanno sul palco per il partito o per un ricco gettone?»

È qui la festa? Arriva sempre la prima volta, è arrivata anche per Roberto Benigni. Abituato alla beatificazione in vita, il comico toscano ha dovuto incassare i graffi di un pari grado, che hanno lasciato il segno. Giorni fa, nel corso della Festa nazionale del Partito democratico al Campovolo di Reggio Emilia, Benigni ha lanciato alcune battute contro il comico genovese: «Mi è appena arrivato un fax di saluto da Grillo. C'è scritto "cari Bersani ed elettori del Pd, vi volevo salutare e dire a tutti di andare a vaffa... piduisti... falliti". Vabbé è una cosa personale ve la leggo dopo...». Risate a ruota libera, pubblico pagante in delirio, Bersani felice come un bambino.

A Beppe Grillo, però, la cosa non è andata giù e sul suo blog si è incarognito sulle feste in piazza del pdmenoelle, sui costi e sui finanziamenti di queste manifestazioni, chiudendo con una stoccata a Benigni: «E gli artisti invitati sul palco lo fanno per solidarietà verso il pdmenoelle o a fronte di un ricco cachet? Domande perdute nel vento, blowing in the wind...». Nel vento mica tanto, perché il manager di Benigni, Lucio Presta ha subito risposto con il consueto tatto: «Abbiamo preso i soldi dai biglietti venduti per due ore di show. Se Grillo vuole parlare di cachet, compreso il suo, io sono pronto ad aprire una tavola rotonda».

Una tavola rotonda, immaginiamo, con Paolo Bonolis, Maria De Filippis, Paola Perego, Michele Santoro, Antonella Clerici, Mara Venier, Belén, insomma con tutti gli artisti della scuderia Presta. Per carità, è giusto che i giullari vengano pagati (le cose, per essere apprezzate, devono costare), ma pensare che Benigni, santo subito!, all'ex Festival dell'Unità fruisca di un cachet come un Bonolis qualsiasi suscita una strana meraviglia. Il Benigni di Sanremo, di San Fazio, di San Saviano si presta un po' troppo ai gettoni di presenza, specie quando il cinema mostra disaffezione. Va bene che Dante è fuori copyright, ma presta oggi, presta domani finisce che la comicità si prende la sua rivincita quando pretendiamo di essere diversi dai nostri simili, essendo identici.

Aldo Grasso2 settembre 2012 | 9:02



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«Vi porto i saluti di Grillo» (28/08/2012)


Benigni: «Sarò sindaco quando Renzi sarà premier» (15/06/2012)


Benigni a Sanremo (10/02/2009)

Ubriaco, guida il motorino: patente sospesa

La Stampa


Guidare ubriachi un'auto o un ciclomotore è ugualmente pericoloso e per la legge costituisce il medesimo reato. Lo afferma la Cassazione (sentenza 32439/12) confermando la condanna a un guidatore sorpreso a guidare il motorino in stato di ebbrezza. La Suprema Corte, in passato, aveva difeso il principio per cui le sanzioni accessorie non si applicano alle infrazioni commesse guidando veicoli che non richiedono la patente. Secondo la Suprema corte questo ragionamento non è più valido quando si guida un veicolo che ha comunque bisogno di una `abilitazione´ sia pure di rango inferiore come è per il motorino dopo le riforme del 2003 e del 2005.

Secondo la Cassazione «nel caso di guida di un ciclomotore in stato di ebbrezza da parte di un soggetto munito di patente di guida, tale titolo abilitativo ha un'idoneità assorbente rispetto al certificato di idoneità, con l'ulteriore conseguenza che la sanzione amministrativa accessoria alla sospensione della patente di guida, prevista quale sanzione amministrativa obbligatoria anche in caso di sentenza di patteggiamento, deve necessariamente avere ad oggetto la patente di guida, in quanto titolo che abilita il soggetto anche alla guida del ciclomotore». Inoltre, «i requisiti fisici e psichici richiesti per la guida dei ciclomotori sono quelli prescritti per la patente di categoria A, compresa quella speciale». Chi guida un ciclomotore con il certificato di idoneità è quindi equiparato al conducente di un'automobile con la patente A. Chi guida una bicicletta, invece, è esentato dalla pena accessoria del ritiro della patente ma risponde comunque della violazione di cui all'art.186 Codice della Strada in quanto la guida è consentita liberamente e non necessita di abilitazione o di alcuna idoneità alla guida.

Ventidue balene arenate sulla spiaggia Un gruppo di volontari si attiva per salvarle

Corriere della sera

Il gruppo spinto a riva forse da un esemplare malato

Le balene spiaggiate in FloridaLe balene spiaggiate in Florida

Ventidue balene pilota hanno smarrito la rotta e si sono arenate sabato mattina sulla spiaggia di Fort Pierce, nel sud della Florida. Subito è scattata l'operazione per salvarle. Molti volontari, tra bagnanti e residenti, si sono uniti ai funzionari statali e regionali per aiutare i cetacei in difficoltà, cercando di bagnarli di continuo, o di girarli per farli respirare meglio. Nel gruppo finito sulla battigia ci sono balene di varie età e dimensione, dagli esemplari piccoli e giovani a quelli più maturi.

LE CAUSE - Secondo Allison Garrett, portavoce della National Oceanic and Atmospheric Administration, il fenomeno potrebbe dipendere dal fatto che le balene vivono in gruppo e non si separano facilmente. Così se una di loro si avvicina alla spiaggia, le altre la seguono. «Le balene pilota sono animali molto sociali - ha spiegato Garrett -. Se una di loro si è ammalata le altre non l'hanno abbandonata. Perché fanno di tutto per stare insieme».

GLI AIUTI - I primi esemplari sono morti dopo qualche ora dallo spiaggiamento e probabilmente altri faranno la stessa fine. Purtroppo non si riesce a spingerle in mare aperto: nonostante i tentativi le balene tendono a «incagliarsi» di nuovo, rendendo vano ogni tentativo. Forse i piccoli hanno più speranze.

PISCINA GONFIABILE - In ogni caso l'intervento della gente che è accorsa per dare una mano è stato massiccio. C'è chi, per esempio, ha comprato una piscina gonfiabile per immergere e dare sollievo a un cucciolo. Non è la prima volta che le balene si arenano sulle spiagge della Florida: l'anno scorso, a maggio, 15 balene si sono arenate sulla spiaggia in tre diverse zone vicino a Cudjoe Key. I motivi rimangono misteriosi. Le autopsie, predisposte dal funzionari statali, potrebbero dare qualche risposta.

Redazione Online2 settembre 2012 | 8:08

Ho sempre pensato che Tangentopoli fosse pilotata dalla Cia

La Stampa

Pomicino: gli Usa poi frenarono, ma era troppo tardi


L’ex ministro democristiano Paolo Cirino Pomicino

 

FRANCESCO GRIGNETTI
roma

Paolo Cirino Pomicino è uno di quelli che non si sono mai rassegnati alla fine della Prima Repubblica. Per lui, Mani Pulite se non proprio un complotto, fu quantomeno un’operazione pilotata da suggeritori interessati. Così, quando ha letto le rivelazioni dell’ex ambasciatore Bartholomew, ha fatto un salto sulla sedia. «Ecco, ci siamo... Mi domando solo perché certi racconti arrivino oggi. Forse, andreottianamente, a pensar male si farà peccato, ma ci si azzecca». Nessuna meraviglia,dunque, Pomicino? Anche lei, al pari degli ex socialisti come Formica e De Michelis, era convinto di una “manina” americana dietro Tangentopoli?

«E’ quanto ho scritto nei miei libri. Quando l’ex console americano a Milano Semler dice che era informato già alla fine del ‘91 di come sarebbero andate le cose, per me torna tutto. C’è un episodio rivelatore: nella primavera di quell’anno mi venne a trovare Carlo De Benedetti e mi disse che assieme ad alcuni suoi amici imprenditori voleva dare vita a un nuovo progetto politico. Mi chiese se avessi voluto diventare il “suo ministro”. Mi misi a ridere. Pochi mesi dopo però capii che non scherzava affatto. E’ dalla primavera del ‘91, metabolizzata la caduta del Muro, che si fa strada il disegno di cambiare la classe politica italiana.

Sul versante italiano, chi si rifaceva al vecchio partito d’azione pensò che fosse giunto il momento di prendere la guida del Paese. Sul versante americano, cambiata l’Amministrazione, le strutture d’intelligence ritennero che gli italiani si erano spinti un po’ troppo in là. Non dimentichiamo che l’episodio di Sigonella era accaduto appena cinque anni prima. E gli americani, intendo gli uomini della loro intelligence, non se ne erano dimenticati». Due spinte diverse, ma convergenti. Ma la magistratura milanese che c’entra?
 
«Ora ci arrivo. E’ storia, anche se poco nota da noi, che la Cia agli inizi degli Anni Novanta abbia avuto ordine di fare anche intelligence economica e di raccogliere informazioni sull’Europa corrotta. Ora, che in Italia ci fosse un sistema di finanziamento illecito ai partiti è noto oggi ed era noto allora. Io lo dissi pure in una riunione dei vertici della democrazia cristiana, che il finanziamento illecito era il nostro fianco scoperto. Ritengo che la Cia abbia raccolto informazioni e le abbia girate alla magistratura di Milano dove c’era un pm, ex poliziotto, che non andava troppo per il sottile».

La Cia, eh?

«Nello stesso periodo la Francia allontanò sei agenti segreti americani che indagavano sulla loro industria degli armamenti e su presunte mazzette verso Taiwan. In Germania, sempre nello stesso periodo, il cancelliere Kohl fu fatto dimettere per un finanziamento non dichiarato. In Italia, in quel periodo, capitarono davvero diverse cose strane. Qualcuno ricorda lo strano furto della pistola d’ordinanza dalla macchina dell’allora capo della polizia, Vincenzo Parisi? Reagì con una frase stizzita: “Qualcuno vuole fare dell’Italia una terra di nessuno”. Oppure vogliamo parlare del panfilo Britannia, dove si ritrovarono a parlare di come privatizzare la nostra industria di Stato? Era il giugno ‘92».

Scusi, Pomicino, ma Bartholomew racconta però che lui, in Italia dalla metà del ‘93, inviato espressamente da Clinton perché vedeva che l’Italia era in preda alle convulsioni di Tangentopoli, frenò certi rapporti milanesi che non condivideva. Che c’entra con lo schema delineato finora?  «C’entra perché un conto è muovere le cose per riconquistare un’influenza perduta, e fare i conti con Andreotti e Craxi che si muovono troppo liberamente sullo scacchiere arabo e mediterraneo; altro è destabilizzare un Paese cruciale per le loro alleanze. Bartholomew ha una visione più larga e si rende conto che l’interesse americano è diverso. E ferma le macchine».

L'imam ha manipolato le prove» La bimba cristiana verso la scarcerazione

Corriere della sera

Rimsha, 14 anni, è accusata di aver strappato pagine del Corano: l'imam visto mentre ne aggiungeva. Il Consiglio degli ulema: «Va scarcerata subito»

L'imam Khalid Jadoon, uno dei protagonisti della vicenda che in Pakistan ha portato in carcere per blasfemia la bambina cristiana Rimsha Masih, è stato arrestato ieri sera dalla polizia dopo che testimoni lo hanno accusato di avere manipolato le prove aggiungendovi pagine del Corano bruciate. Lo riferiscono i media ad Islamabad. Alla luce di questo colpo di scena, il presidente del Consiglio degli ulema del Pakistan, Tahir Ashrafi, ha chiesto al presidente Asif Ali Zardari di far liberare subito Rimsha.

Jadoon avrebbe alterato le prove della presunta blasfemia di Rimsha per fare in modo che fosse sicuramente arrestata. Lo ha sostenuto un testimone oculare che ha consegnato al magistrato una dichiarazione. Hafiz Muhammad Zubair ha riferito, secondo l'emittente Geo Tv, che si trovava nella moschea per le preghiere quotidiane quando qualcuno gli ha riferito che una bambina aveva bruciato pagine di un libro con versi del Corano.

L'uomo ha aggiunto che Ammad, il principale accusatore di Rimsha, ha consegnato le pagine bruciate con i versi del Corano all'imam Jadoon, che però ne ha aggiunte altre. Il testimone ha assicurato nella sua dichiarazione di avere protestato insieme ad altri due fedeli presenti per la manipolazione e sollecitato Jadoon a presentare le prove ricevute contro la bambina. Oggi il giudice che istruisce la causa dovrà esaminare una richiesta di libertà dietro cauzione presentata dai legali della bambina che ha 14 anni e che secondo i medici è mentalmente debole.

Redazione Online2 settembre 2012 | 7:06