martedì 4 settembre 2012

Addio a Michael Clarke Duncan Il gigante de «Il Miglio Verde»

Corriere della sera

A luglio aveva avuto un attacco cardiaco e le sue condizioni sono progressivamente peggiorate

Michael Clarke DuncanMichael Clarke Duncan

È morto all'età di 54 anni Michael Clarke Duncan, l'attore statunitense noto per aver interpretato nel 1999 il gigante nero John Coffey in Il miglio verde.

L'ATTACCO CARDIACO - Il 13 luglio l'attore era stato ricoverato per un attacco cardiaco a Los Angeles, dal quale non si è mai ripreso. E anche se il 9 agosto era uscito dalla terapia intensiva le sue condizioni sono peggiorate fino a quando, lunedì mattina la fidanzata, Omarosa Manigault, ha annunciato il decesso.

LA CARRIERA - Alto 1,98 metri e con 150 chili di peso, Michael Clarke Duncan era nato a Chicago il 10 dicembre 1957. Divenne famosissimo recitando il ruolo di un detenuto condannato a morte che si salva in modo sovrannaturale ne Il miglio verde, il film con Tom Hanks del 1999 basato su un racconto di Stephen King. Prima di allora aveva fatto la guardia del corpo a Will Smith, dopo divenne una celebrità arrivando ad una nomination all'Oscar.

Nel 1998 aveva già partecipato ad Armageddon, dopo lo si è visto in: Il pianeta delle scimmie (2001); Fbi: Protezione testimoni (2000); Daredevil (2003); The Island (2005); Sin City (2005); Slipstream - Nella mente oscura di H., regia di Anthony Hopkins (2007); A casa con i miei (2008); Street Fighter - La leggenda (2009); Cross (2011). Ha avuto anche una buona carriera televisiva e come doppiatore, tra i film cui prestò la sua voce Kung Fu Panda.

Addio al gigante del «Miglio verde» (04/09/2012)


Redazione Online3 settembre 2012 (modifica il 4 settembre 2012)

Anonymous ruba un milione di ID Apple «Li abbiamo trovati su un computer dell'Fbi»

Corriere della sera

Gli hacktivist in possesso dei dati degli utenti e li mettono online «per dimostrare la vulnerabilità di Cupertino»
Un milioni di ID dei dispositivi Apple messi online. E rubati all'Fbi. A dare notizia dell'operazione sono gli hacktivist di Anonymous e LulzSec nell’ambito dell’operazione AntiSec.

OPERAZIONE ANTISEC - Su Pastebin è stato pubblicato un comunicato con le informazione per accedere gli Unique Device Identifers, gli identificatori univoci, di dispositivi Apple come gli iPhone o iPad. E se non è la prima volta che gli hacker riescono ad entrare in possesso dei dati degli utenti di grande compagnie dell'informatica, come accaduto nel caso della Sony, la novità è che ora i pirati sostengono di aver trovato i dati su un computer portatile di un agente dell’Fbi, di nome Christopher K.Stangl dell'Fbi regional Cyber Action team.

Il laptop dell'agente sarebbe stato hackerato in marzo grazie ad un “buco” genereato da Java. Ad essere collegatiagli Unique Device Indentifers ci sono informazioni private come numeri di telefono e indirizzi mail. Ma nel comunicato rilasciato da Anonymous, gli hacker sottolineano di aver epurato la lista da tutti i dati personali. L'obiettivo di questa operazione infatti non è tanto trafugare dati. Ma dimostrare agli utenti Apple la vulnerabilità dei loro dispositivi e svelare come esista un progetto di monitoraggio da parte dell’Fbi. Gli hacker hanno inoltre spiegato che questo è “il momento giusto” per comunicare i dati perché Apple sta cercando alternative al sistema UDID. In realtà attraverso la stringa degli Unique Device Identifers è molto facile accedere anche ai numeri di carta di credito con cui gli utenti effettuano i pagamenti sull'Apple Store.

Marta Serafini
@martaserafini4 settembre 2012 | 15:37

I rifiuti d'oro di Napoli: così il Nord si arricchisce con la monnezza del Sud

Corriere della sera

Tre procure indagano sui viaggi dell'immondizia milionaria

di Amalia De Simone


NAPOLI - Al Nord erano stati chiari, perentori: no ai rifiuti campani. Alcune regioni avevano tuttavia stretto accordi con la Campania per «aiutarla» a risolvere la crisi rifiuti. Un aiuto che visti i guadagni, sembra tutt'altro che disinteressato. Altre regioni come la Lombardia e il Friuli Venezia Giulia, erano state intransigenti (almeno apparentemente) con vere e proprie barricate: la monnezza di Napoli non l'avrebbero mai presa. La Lega insorgeva e tuonava sui giornali che mai nelle regioni padane sarebbero stati smaltiti i rifiuti di Napoli. E invece i camionisti che escono dagli Stir (impianti di tritovagliatura) di Giugliano e Tufino, cittadine nel bel mezzo del triangolo dei veleni della provincia di Napoli vanno tutti al nord: Friuli, Veneto, Lombardia, Toscana, Emilia Romagna e Liguria. Come mai? Accogliere i rifiuti Campani è un affare milionario. E così proprio grazie in qualche caso ad accordi regionali e in molti altri a contrattazioni private, la Sapna, l'ente della provincia di Napoli che si occupa della gestione dei rifiuti sta spedendo buona parte dei rifiuti napoletani in territorio “padano” a suon di soldoni.

CatturaIL BUSINESS PER IL NORD - Nel 2011 l'immondizia di Napoli è stata un florido business per aziende ed enti del Nord e nel 2012 la Sapna ha già pronti 130 milioni di euro da spendere. «Sono il bilancio della Sapna per il 2012 che sono perlopiù utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti. Anche nel 2011 le cifre erano queste. Ora però stiamo preparando anche un bando internazionale» spiega Giovanni Perillo, direttore tecnico della Sapna.
Questo business che fa male ai napoletani che pagano salatissime Tarsu (tassa sui rifiuti) e fa lavorare e guadagnare i settentrionali ha dei lati oscuri: ditte contrattualizzate con procedure d'urgenza, fiumi di soldi e l'ombra delle mafie.

LE INDAGINI - Tre procure indagano sui viaggi dei rifiuti al Nord gestiti dalla Sapna. In una perizia contenuta nel fascicolo dei magistrati napoletani si legge che i contratti effettuati in spregio ai principi di terzietà, trasparenza ed economicità hanno prodotto affidamenti illeciti o illegittimi e danni alle casse dello Stato. Inoltre emerge, anche nella stessa perizia, che nella maggior parte dei casi i contratti vengono stipulati in pendenza della certificazione antimafia rilasciata dalla prefettura. Quindi come è possibile garantire che le ditte affidatarie dei servizi (quasi sempre senza bando per motivi di urgenza) non siano infiltrate da organizzazioni mafiose? Le ditte che lavorano per la Sapna sono aziende fuori dal “sistema” che ha gestito la monnezza di Napoli in maniera illecita? «Noi applichiamo le norme. - chiarisce Perillo - Se le prefetture o gli organi competenti non ci segnalano nulla di strano dobbiamo andare avanti. Per quanto riguarda le certificazioni antimafia la Sapna applica la procedura standard per tutti gli enti pubblici: interroghiamo la prefettura e se decorsi 30 giorni non arrivano risposte stipuliamo il contratto».

RIFIUTI AL CENTRO-NORD - E allora diamo un'occhiata ai contratti relativi a trasporto e smaltimento dei rifiuti in impianti del nord Italia. Cominciamo con la Toscana: otto contratti per smaltimento e trasporti con prezzi tra 113 e 163 euro per tonnellata per un totale di quasi 4 milioni di euro. Tra le ditte affidatarie del servizio c'è la Rea spa che - come si apprende anche dal suo sito internet - ha tra i soci la società veneta Enerambiente, coinvolta in uno scandalo giudiziario proprio relativo all'emergenza napoletana. «La guerra non la dobbiamo fare noi, la devono fare i dipendenti. Dobbiamo far degenerare la situazione e costringere i nostri a fare un po' di casino. Non bisogna effettuare prelievi di rifiuti, domani potremo trattare meglio», si legge nelle intercettazioni tra i vertici di Enerambiente mentre parlano della crisi Campana. Le telefonate vengono riportate dal gip in una ordinanza che ha disposto l'arresto per 16 persone collegate alla società trevigiana.

IN LOMBARDIA - In Lombardia i rifiuti sono andati in impianti a Brescia e a busto Arsizio con due contratti per un totale di un milione di euro. Ai napoletani far bruciare l'immondizia nel termovalorizzatore della provincia di Varese è costato veramente caro: 223 euro a tonnellata. In Veneto e in Friuli Venezia Giulia i rifiuti arrivano a Padova e Trieste. A Padova ce li porta una ditta finita nel mirino del pm Woodkock quando era in servizio alla procura di Potenza nell'ambito di una indagine sui rifiuti, la Europetroli. Il costo va da 162 a 175 euro a tonnellata per un totale di oltre 2 milioni di euro.

IN EMILIA E LIGURIA - In Emilia Romagna sono stati stipulati 5 contratti. Le ditte interessate sono varie. Una è quella che fa capo a Vincenzo D'Angelo, imprenditore di Alcamo finito sotto inchiesta e arrestato per per traffico di rifiuti. Secondo l'accusa li portava in Corea del sud. D'Angelo ha contratti con la Sapna anche per trasporto e smaltimento dei rifiuti in Sicilia e in Puglia. Un'altra ditta che opera in Emilia Romagna è la Hera che controlla una società in cui è coinvolto il fratello dell'ex sottosegretario Nicola Cosentino, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa; poi c'è la Akron finita nella bufera per le denunce di alcuni sindacalisti sulle condizioni di lavoro degli operai, molti dei quali migranti. Infine c'è la Area nel mirino degli investigatori per la gestione della discarica Crispa. Il corrispettivo per la sola Area Spa è di oltre 3 milioni di euro. Il totale invece supera i 5 milioni e trecentomila euro. Cinque contratti anche per la Liguria per un totale di quasi 4 milioni di euro. Secondo i dati dell'osservatorio della Uil, a Napoli con gli aumenti previsti dalla Provincia, una famiglia campione paga in media 427,80 euro di Tarsu (la tassa sui rifiuti).

3 settembre 2012 (modifica il 4 settembre 2012)

Entro cinque giorni deve riprendersi i corpi dei suoi figli

Luca Fazzo - Mar, 04/09/2012 - 08:55

I magistrati impediscono a Giovanni Palummieri di seppellire i suoi cari uccisi. il Comune gli fa fretta

La lettera del Comune è arrivata a Giovanni Palummieri a metà agosto.

Cattura
Una ventina di righe in tono burocratico e persino un po' brusco, in cui gli si ordinava, dandogli appena cinque giorni di tempo, di andare a riprendersi le sue cose: come si trattasse di valigie abbandonate in un deposito bagagli. Peccato che non si tratti di valigie ma di due corpi: i corpi dei due giovani figli di Giovanni, Ilaria e Gianluca, ammazzati oltre un anno fa dall'ex fidanzato di Ilaria. Corpi che da mesi questo sventurato padre si batte per poter riavere e cremare, scontrandosi con i rifiuti a ripetizione della magistratura che li considera ancora corpi di reato, nonostante il colpevole sia stato scoperto e il processo già in corso.

Anche all'ultima udienza, lo scorso 9 luglio, il giudice preliminare Vincenzo Salemme - ignorando il parere favorevole del pubblico ministero Cecilia Vassena - ha ribadito che quei corpi appartengono ancora alla giustizia. Se proprio vuole, Giovanni li può seppellire provvisoriamente. Ma di cremarli, come Palummieri ha deciso di fare, non se ne parla nemmeno: così aveva stabilito il giudice. Almeno fino alla conclusione del processo con rito abbreviato, che dovrebbe arrivare a dicembre.

Quel giorno, Palummieri era uscito dall'udienza con gli occhi gonfi di rabbia. L'idea dei suoi ragazzi sotto ghiaccio, in una cella del cimitero di Lambrate, gli toglie quel poco di sonno che gli è rimasto. Poi, nel cuore dell'estate, gli è arrivata la lettera del Comune. Carta intestata del «Settore servizi funebri e cimiteriali», una branca dell'assessorato allo Stato civile retto da Daniela Benelli. Con quel termine perentorio: cinque giorni per avviare le pratiche della cremazione. Le stesse pratiche per la cremazione che la magistratura ha proibito a Palummieri di avviare.Follia di due burocrazie che non si parlano. Come se del dramma di Giovani Palummieri non avessero riferito i giornali e la televisione.

Un dramma iniziato quel giorno di giugno dell'anno scorso, quando Riccardo Bianchi attira prima in un tranello Gianluca, e dopo una sera di chiacchiere e confidenze lo accoltella a tradimento; poi nel cuore della notte va a casa di Ilaria, la lega, la sveglia, la violenta ripetutamente e la ammazza. E dramma proseguito per mesi, quando l'ottusa burocrazia del processo ha trattato il padre delle vittime con disprezzo, e l'assassino con molti riguardi.All'ottusità della macchina-giustizia, ora si aggiunge l'ottusità della macchina-Comune. Nessuno, in assessorato, sembra essersi reso conto che l'ordine impartito a Palummieri è il kafkiano opposto dell'ordine impartitogli dalla magistratura. E a colpire ancor di più è il tono: invano, nelle venti righe della lettera firmata dal direttore di settore Massimo Borrelli, si cercherebbe una traccia di umana compassione.

Al padre dei due ragazzi vien persino ricordato con impiegatizia precisione il giorno in cui i ragazzi sono «deceduti»: come se quelle date non fossero scolpite per sempre nella memoria del genitore di Ilaria e Gianluca.La lettera merita di essere riportata. Scrive il dottor Borrelli: «Si evidenzia che il servizio di deposito dei feretri all'interno dei cimiteri ha natura prettamente temporanea, per consentire il disbrigo delle pratiche conseguenti al seppellimento o per altre comprovate esigenze. Considerato il tempo ormai trascorso di deposito, sono evidenti le ragioni di ordine igienico sanitario che impongono di disporne, con urgenza, il seppellimento.

Alla luce di quanto sopra, si invita ad avviare presso la competente Procura della Repubblica, entro cinque giorni dal ricevimento della presente comunicazione, tutte le pratiche necessarie per la cremazione del defunto in oggetto o, in subordine, a stabilire una diversa destinazione della salma, comunicando agli uffici del Crematorio le azioni intraprese. In mancanza questa Amministrazione trasmetterà gli atti alla competente Asl per i provvedimenti che la stessa vorrà adottare.

Distinti saluti».

Il piano machiavellico della cassiera ruba punti finisce male

La Stampa


E' legittimo il licenziamento di una donna che aveva ripetutamente usato la propria carta socio, in occasione di acquisti di clienti, per accumulare premi a suo favore. La garanzia di pubblicità del codice disciplinare non trova applicazione laddove il licenziamento dipenda dalla violazione di doveri fondamentali del rapporto, tali da incrinare definitivamente il vincolo fiduciario. Il principio si enuclea dalla sentenza n. 8535/12. Quella carta fedeltà ha troppi punti… Una Supermercati S.p.A. propone appello contro la sentenza del Tribunale di Livorno che aveva accolto la domanda di una dipendente dichiarando l’illegittimità – con tutela ripristinatoria e risarcitoria ex art. 18 l. n. 300/70 – del licenziamento disciplinare.

La donna, a detta dei datori, aveva indebitamente utilizzato, quale cassiera, una carta Superpremi accreditando sulla stessa punti relativi a spese di terze persone. La Corte d’Appello di Firenze condivideva le censure avanzate dal Supermercato (basate essenzialmente sulle risultanze dell’istruttoria testimoniale, sulla tolleranza dell’azienda in relazione all’utilizzazione della famigerata carta e sulla affissione del codice disciplinare), condannando la donna alla restituzione di quanto percepito in prima grado. Circa 700 operazioni indebite. La cassiera ricorre per cassazione, eccependo dapprima la mancanza di istruzioni ad hoc in merito all’uso della card e quindi la troppa gravosità della sanzione inflittale.

Il Tribunale Supremo rammenta però come la ricorrente avesse compiuto ben 700 operazioni in modo indebito, ottenendo un discreto bottino di premi. Un comportamento obiettivamente scorretto, anche alla luce del fatto che la donna era a conoscenza delle procedure inerenti la tessera e aveva agito con premeditazione e programmaticità. Il metodo, studiato a tavolino, consisteva nel roteare velocemente sul lettore ottico una fotocopia al colori, gelosamente custodita sotto la cassa, una volta appurato che il cliente di turno fosse privo di tessera. Vincolo fiduciario spezzato. Il comportamento, valutato nel complesso, mina in maniera irreparabile il rapporto fiduciario, facendo supporre atteggiamenti analoghi nell’eventuale continuazione del rapporto.

La garanzia di pubblicità del codice disciplinare – mediante affissione in luogo accessibile a tutti – non trova applicazione laddove il licenziamento faccia riferimento a situazioni concretanti violazione dei doveri fondamentali connessi al rapporto di lavoro (precedente, Cass. n. 20270/09). Né, infine, assume rilievo la presunta intempestività nella contestazione degli addebiti. È credibile la tesi perpetuata dall’azienda, secondo la quale gli accertamenti sarebbero partiti a ritroso finendo per far luce, punto per punto, sulle malefatte della ex dipendente.

Chiara, prigioniera in Arabia dell’ex marito musulmano

La Stampa

Da marzo l’uomo non le permette di tornare in Italia. La donna scrive al re

MARIA CORBI
roma

L’ amore che vince tutto, abbatte frontiere, differenze, culture. Forse. Ma non nella storia di Chiara. Non in tante storie ambientate in Paesi ostili al diritto, all’eguaglianza tra i sessi, alla libertà. Chiara ci ha provato per amore di un uomo di Gedda, in Arabia Saudita, e ha perso.
L’inizio è stato facile con un principe azzurro in caftano bianco, rampollo di una delle potenti e ricche famiglie dell’Arabia Saudita. Lei, Chiara, oggi 40 anni, si innamora, forse del sogno, e gli dice sì. Tre anni fa le nozze e l’ingresso nel palazzo di famiglia dove le donne sono solo ospiti anche se mogli. Chiara non può arredare la casa come piace a lei, deve cancellare tutti gli amici maschi di Facebook, anche quelli che non vede dall’asilo, deve adeguarsi al rigido codice di comportamento imposto alle donne.
Presto iniziano i litigi, la consapevolezza e la paura di vivere in un lusso privo di libertà, quindi una miseria nera se sei educata in Occidente. E alla fine lui la ripudia secondo la tradizione islamica. Ma non c’è nessun nuovo inizio, le ali di Chiara non possono ancora volare verso casa, ad Alessandria, in Italia. Il marito non le riconsegna il passaporto e senza il suo assenso la donna non può lasciare il Paese. Sequestrata. La diplomazia è entrata in gioco, e sta lavorando cercando di ricucire una situazione delicatissima. Chiara è in Arabia, ancora libera di circolare con il padre anziano che le fa da autista, mentre soltanto la madre è riuscita a tornare in Italia.
L’ex marito vuole indietro dei soldi, una somma cospicua che le avrebbe versato su un conto quando ancora c’era l’amore. Dalla sua «prigione» Chiara scrive un memoriale per urlare al suo Paese e al mondo la disperazione. Racconta di quando ha conosciuto il suo uomo in Europa ed era una persona amabile, «un’altra persona». Ma a Gedda i modi dell’uomo - vicepresidente della società di famiglia che distribuisce tra le altre cose, beni di lusso occidentali - modi e maniere cambiano. Quando voleva insultarla il marito le urlava con disprezzo «cristiana». Da marzo Chiara è «prigioniera» assieme al padre e continua a portare il velo e la tunica nera imposte dalla legge. Ad aprile cerca di fare ragionare l’ex marito e accetta un invito a cena.
Ma le cose precipitano. Lui ha un attacco di gelosia e di ira e la prende a schiaffi e pugni, la trascina usando come cappio il velo, le sale sul petto con le ginocchia, la minaccia.
Il marito non cede, rivuole indietro il denaro che aveva dato alla moglie. Altrimenti, aggiunge come ricatto, non metterà la sua firma sul lasciapassare. E non è una formalità. Ogni straniero, non solo le donne, in Arabia Saudita, dipende da uno «sponsor», che può essere solo saudita e ha il diritto di impedirti di lasciare il Paese.

Per questo motivo neanche l’intervento del console italiano a Gedda, che ha rilasciato nuovi passaporti a Chiara e al padre, riesce a sbloccare la situazione. Chiara va alla polizia e attraverso l’ambasciata si fa assistere da un avvocato, Ahmad Faisal Yamani, nipote dell’ex potente ministro del petrolio saudita. E la situazione in Tribunale, dove si applica la sharia, non fa certo sperare in un giudizio equo. Chiara deve assistere al procedimento da uno stanzino buio, separata dagli uomini. In quell’area del Tribunale, in quel recinto rosa, scorge una donna interrogata da due giudici e le viene in mente la Santa Inquisizione.
Il marito dopo la denuncia sembra disposto ad un accordo, a concedere la libertà in cambio di un assegno, di quanto ritiene di dovere avere. Si attende anche l’intervento dell’ambasciatore saudita in Italia. Poi salta tutto.
L’uomo ci ripensa e alza la posta minacciando Chiara di denunciarla per appropriazione indebita e adulterio, che in Arabia Saudita è punito conla pena di morte.
La strada è in salita e Chiara, scrive nel memoriale, adesso si affida al re: «Ho fiducia nel re che è uomo illuminato e giusto. Spero che la pubblicazione della mia storia serva a smuovere i livelli alti della diplomazia, perché dopo cinque mesi di trattative e false speranze, inizio a vacillare». L’amore non ha vinto.

Nel 2030 pensioni da 700 euro al mese Ed è tutta colpa di Prodi

Libero

L'allarme lanciato dal ministero del Lavoro tedesco ma da noi sarà anche peggio

Nel 2006, il governo di centrosinistra cancellò la riforma Maroni che, dal 2008 avrebbe aumentato di tre anni l'età minima per andare in pensione

Cattura
Se da stipendiati vi sembra di essere poveri o comunque fate fatica a tirare a fine mese, non lamentatevi. Perché il peggio arriverà tra qualche anno, quando andrete in pensione. Secondo i dati del ministero del Lavoro tedesco a partire dal 2030, un terzo dei pensionati riceveranno circa 688 lordi al mese. Ma attenzione: qui non si parla di lavoratori part time ma dipendenti a tempo pieno che per 35 anni hanno guadagnato 2500 euro al mese. Per molti tedeschi, che pure hanno stipendi mediamente più alti di quelli italiani, sarà molto dura. Di conseguenza, per noi si profila un futuro da barboni. Il sistema previdenziale tedesco è diverso da quello italiano, tuttavia è ipotizzabile che anche per noi si prospetta una vecchiaia poco sicura da un punto di vista economico.

Scenari foschi l sito del Fatto Quotidiano riporta l'intervista a Temistocle Bussino, docente della Bocconi che sipega come per avere una pensione dignitosa, il lavoratore italiano dovrà versare nel corso della sua vita lavorativa almeno 300-400 mila euro di contributi. "Ma una cifra del genere è difficilmente raggiungibile per un dipendente, per chi ha contratti di lavoro è completamente impossibile. Allo stato attuale delle cose, ma è molto probabile che cambino da qui al 2030, la pensione è inferiore al 50% dell'ultimo stipendio percepito". Insomma, andremo in pensione da poveri. La colpa? Del governo di Romano Prodi che, nel 2006, per vincere le elezioni promise di cancellare la riforma Maroni che, dal 2008, avrebbe aumentato di tre anni l'età minima per andare in pensione. Il governo Prodi mantenne la promessa. "Con un costo per il sistema previdenziale di circa 10 miliari nell'arco di un decennio", ricorda nell'editoriale di oggi, martedì 4 settembre, Francesco Giavazzi nell'editoriale sul Corriere della Sera.

Ebetino", "fallito", "salma": tutto il Grillo insulto per insulto

Redazione - Mar, 04/09/2012 - 09:01

il comico denuncia una campagna d'odio contro di lui, ma dimentica le pesanti offese che ha lanciato verso tutti i protagonisti della scena politica: ecco il suo campionario

Nessuno tocchi Beppe Grillo.



Cattura
Al comico e capofila del Movimento 5 Stelle le critiche non fanno poi co­sì tanto piacere. Profeta e teorizzatore del «Vaffa day», l’altro giorno si è scagliato contro giornali e politici: «C’è una campagna d’odio contro di me, istigano per eliminarmi». Da che pulpito. Proprio lui - che ha coniato slogan, insulti e soprannomi per chicchessia - ora si sente accerchiato. Eccolo qui, allora il dizionario delle offese di Grillo. Che ie­ri ha dato sfoggio della sua «arte oratoria»infieren­do contro il sindaco di Firenze: «Hanno bussato al­la porta e non c’era nessuno. Era Matteo Renzi»




GIANNI ALEMANNO«Aledanno»***
SILVIO BERLUSCONI«Psiconano»; «Non esiste più»; «È un uomo di 74 anni senza prostata»; «È sotto azoto liquido da 10 anni»; «Testa asfaltata»; «Big Jim»***
PIER LUIGI BERSANI«Gargamella»; «Zombie»; «Non è un fascista. È solo un fallito. Gli imputo invece di aver agito in accordo con ex fascisti e piduisti per un ventennio, spartendo insieme a loro anche le ossa della Nazione»; «È un quasi morto»***
ROSI BINDY«Problemi di convivenza con il vero amore non ne ha probabilmente mai avuti»***
PAOLA BINETTI«Gridava “devianza, devianza”, mentre indossava un cilicio osè sulla coscia e si flagellava con un frustino di corda»***
RENATO BRUNETTA«Brunettolo»***
CARLO DE BENEDETTI«Tessera numero uno del Partito Democratico»***
LUIGI DE MAGISTRIS«Di errori ne ho commessi molti e purtroppo ne commetterò altri, uno dei più imbarazzanti è stato Luigi de Magistris»; «Comprereste un voto usato da quest'uomo?»***
PIERO FASSINO«A furia di frequentare salme si diventa salma. Tanto più che lui ha già quella faccia lì»***
GIULIANO FERRARA«Container di m... liquida»***
ROBERTO FORMIGONI«Forminchioni»***
ELSA FORNERO«Principessa sul pisello»; «Frignero»; «Chiamate la neurodeliri, c'è una che si crede un ministro»; «Vispa Teresa»***
MAURIZIO GASPARRI«Fattucchiera»***
MARIASTELLA GELMINI«Enterogelmini»***
GIORNALISTI TV«Le sagome che si agitano dietro lo schermo con l'estrema vitalità che talvolta precede le ultime ore di vita rammentano il dodo, l'uccello estinto, o gli ultimi giapponesi che combattevano a guerra finita in qualche atollo del Pacifico dopo il 1945»***
MAURIZIO LUPI«La figlia di Fantozzi»***
VLADIMIR LUXURIA«Ma che fine faremo, ora che anche Rifondazione candida un travestito?»***
SERGIO MARCHIONNE«È un cittadino svizzero, gira con il maglioncino misto cachemire e fa la politica della disintegrazione dell'industria italiana»; «Marpionne»***
ROBERTO MARONI«È un barbaro sognante. Infatti sogna sempre di prenderci per il culo»***
RITA LEVI MONTALCINI«Vecchia putt...»***
MARIO MONTI«Rigor Montis»; «Banchiere del c... qualsiasi»; «Mendicante»***
GIORGIO NAPOLITANO«Salma»; «Sta stravincendo la gara per il peggior presidente della Repubblica»; «Orfeo»
ANTONIO PADELLARO e FURIO COLOMBO«Giornalisti schierati, residuati dell'Unità che ha sempre vissuto di contributi pubblici»***
PARLAMENTARI«Larve ben pagate»***
CORRADO PASSERA«Ovetto Kinder senza sorpresa»***
GIULIANO PISAPIA«La nuova maschera lombarda a far la figura di m...: il facondo Pisapippa, una via di mezzo tra Balanzone e Arlecchino»; «Il vorrei ma non posso di piazza della Scala»; «Il dimissionario dall'Expo, ma anche no»***
ROMANO PRODI«Alzheimer»***
MATTEO RENZI«Ebetino di Firenze»; «Il pollo che si crede un'aquila»; «Hanno bussato alla porta e non c'era nessuno. Era Matteo Renzi»***
ROBERTO SAVIANO«Fa godere Berlusconi come un riccio»***
SENATORI A VITA«Decisivi e non muoiono mai»***
TAV«Montagna di m...»***
WALTER VELTRONI«Topo Gigio»; «Va in Africa e scopre i malati di Aids. Torna qui e dice: la soluzione è mettere a tutti il preservativo. E lo dice lui, uno che il preservativo ce l'ha in testa da dieci anni»***
NICHI VENDOLA«Supercazzolaro»; «At salut, buson» (in dialetto bolognese); «Buco senza ciambella»***
UMBERTO VERONESI«Assassino», «Cancronesi»

Abusivi e impuniti: vu' cumprà padroni a Venezia

Stefano Filippi - Mar, 04/09/2012 - 09:08

Negozianti esasperati: "Per le autorità sono intoccabili". Residenti ed esercenti si organizzano in ronde per segnalare gli ambulanti

Da Rialto a piazza San Marco, le cal­li delle Mercerie sono un suk di vu’ cumprà . Da soli, a gruppi, sempre in contatto fra loro, pronti a na­scondersi dietro un angolo se avvistano un vigile.

Cattura
Imbracciano borsette di griffe falsificate, foulard, cappellini, e se comin­cia a piovere cambiano magicamente campionario: ombrellini e impermeabi­li. «Hanno di sicuro qualche deposito po­co lontano da qui », brontola un negozian­te in Calle Larga San Marco. Sono abusivi ed evasori fiscali, e sono i padroni del cen­tro di Venezia. Presidiano il territorio indi­sturbati. Qualcuno spaccia droga. Quan­do scappano dalle rare retate delle forze dell’ordine travolgono anziani e bambini per coprirsi le spalle. Minacciano i com­mercianti che gli chiedono di spostarsi o s’azzardano a mettere in guardia i turisti dall’acquistare i falsi. L’esasperazione dei negozianti di Ve­nezia è tutta nei rimedi che invocano. Uno rivorrebbe il Duce, un altro le Brigate rosse, un altro ancora i tempi in cui Feli­cetto Maniero chiedeva il pizzo. Hanno ingaggiato inutili vigilantes: «Finirà che apriremo le braccia ai mafiosi che prendo­no tangenti ma almeno garantiscono l’or­dine ». Ecco la vera tragedia: la fiducia nel­lo Stato è finita in fondo alla laguna.

Qualcuno cerca di reagire. Giorni fa so­no tornati alla ribalta i «Cittadini non di­stratti », un gruppo di persone che da vent’anni è in servizio permanente effetti­vo contro borseggiatori, truffatori ambu­lanti, pusher, abusivi. A fine agosto han­no bloccato una banda di bulgari che clo­nava bancomat. I «non distratti» hanno l’occhio allenato: uno di loro, negoziante con le vetrine sulle Mercerie dell’Orolo­gio, ha notato tre tizi che tenevano d’oc­chio la macchina dei soldi per poi avvici­narsi e armeggiare. Nella calle si era for­mata una piccola coda. Una telefonata per chiamare altri due «non distratti», il pedinamento finché un quarto chiamava un funzionario della polizia giudiziaria che ha trovato addosso ai bulgari uno «skimmer» per rubare i codici magnetici delle carte.

I «cittadini non distratti», inizialmen­te una ventina e ora dimezzati, sono un fenomeno unico. Non chiedono pubbli­cità, né le autorità gliene fanno: hanno ri­cevuto un encomio del Comune e uno dalla polizia a fronte di 1.400 segnalazio­ni in vent’anni. Hanno visto le bande di magrebini armati di coltello, le gang di romeni e albanesi, le stagioni dei mino­renni impunibili e delle donne incinte che ti derubavano dopo averti impietosi­to. Hanno pedinato, fotografato e sche­dato a modo loro i delinquenti: quello ben pettinato
era«Mascagna»,l’occhia­luto «il Professore», quello con gli stiva­letti texani « Sioe (cioè suole) alte». «Lo facciamo per senso civico, perché non ci vogliamo rassegnare», spiegano due di loro, un pittore di Riva degli Schiavoni e un agente immobiliare che potrebbero passare giorni a raccontare pedinamen­ti, minacce, rischi, botte ricevute, ronde notturne («durante il Carnevale anche 18 ore di fila»), tempo perso in questura e tribunale per deposizioni e testimo­nianze.

La microcriminalità nel cuore di Vene­zia aveva rallentato negli ultimi anni, ma ora il fenomeno è tornato a crescere. «Le forze dell’ordine fanno quello che possono, le leggi non aiutano perché può essere arrestato soltanto chi è colto in flagrante, ma ci vorrebbe una volontà decisa dalle autorità: ci sentiamo abban­donati, per loro i vu’ cumprà sono intoc­cabili »: il coro è unanime. Gli agenti a piedi sono impotenti, in compenso so­no inflessibili con i commercianti di Ve­nezia che pagano tasse e licenze: un ne­goziante delle Mercerie che aveva chia­mato i vigili per cacciare gli abusivi si è preso una multa perché non aveva espo­sto correttamente due prezzi.

La sfacciataggine degli stranieri è scon­finata. Non pagano le multe, danno gene­ralità false. Alla sera calli e campielli sono in mano loro, Venezia è lasciata a se stes­sa. Un venditore di souvenir presso il Pon­te di Rialto è imbufalito: «Io pago il platea­tico, non mi posso muovere dallo spazio assegnato, e loro mi si piazzano qua da­vanti, rubano i clienti, e se gli dico di spo­starsi sputano e insultano ». A una vigiles­sa hanno spaccato un braccio. In Calle Larga il titolare di un antico negozio si è finto amico di un senegalese: «Mi ha por­tato nel magazzino di Padova dove si rifor­nisce. Entri e non ti chiedono documenti o partita Iva. Comprano le borsette false a cinque euro e tentano di rivenderle a 50. Alla fine ne prendono 25. Soldi in nero, evasi a un Fisco menefreghista, e che par­tono per l’Africa. La beffa è doppia. Io al­meno li spenderei da qualche negoziante amico mio».

Vendola: voglio sposare il mio compagno Bindi: sì alle unioni civili, no nozze gay

Il Messaggero

ROMA - Il leader di Sel, Nichi Vendola, annuncia: voglio sposarmi con il mio compagno.



Cattura
Nel corso di un dibattito con il presidente dell'assemblea nazionale del Pd, Rosy Bindi, che ha ribadito il suo no ai matrimoni gay, l'esponente di Sel ha detto: «I Dico?: io non voglio stare in un acronimo. Ho 54 anni e voglio sposarmi con il mio compagno, rivendico questo. Come persona e come cristiano - ha aggiunto - voglio poter vivere una discussione vera e chiedere al mio Stato e alla mia Chiesa per quale motivo progetti d'amore non possono essere liberati da un tappo di Medio Evo che tante volte ha ferito la nostra vita».
 
Su questo adagio, che «l'ottimo è nemico del buono», ha argomentato ancora Vendola, alla fine ci si «ritrova a vivere in una repubblica che ha standard civili da repubblica islamica. Se lo dice Barack Obama, se lo dice Cameron, consentite a me di dire matrimonio gay, diritti. Pieni, non diritti dimezzati: poi - ha concluso - troveremo un accordo».
 
«Se parliamo di diritti civili porteremo avanti questo impegno. Ritengo che in Italia l'obiettivo» possa essere quello del «riconoscimento delle unioni civili e non del matrimonio. Sono fedele alla carta Costituzionale», ha detto invece Bindi. «La Costituzione ci dice con chiarezza», ribadita anche da una «recente sentenza» della Suprema Corte, «che mentre è possibile riconoscere i diritti di una coppia omosessuale, non è pensabile l'istituto del matrimonio. Se andiamo con questa posizione - ha chiosato Bindi - possiamo trovare una maggioranza ben più larga del recinto del centrosinistra».


Martedì 04 Settembre 2012 - 08:51
Ultimo aggiornamento: 08:57

La scritta «W la mafia» indigna Rita dalla Chiesa

Corriere della sera

«La targa della sua via in frantumi da mesi»
PALERMO - Le ultime due immagini che restano di Palermo a Rita dalla Chiesa sono quelle scattate col telefonino ieri sera, poco prima di tornare a Roma, dopo il trentesimo anniversario del massacro di suo padre, Carlo Alberto, della giovane moglie Emanuela e dell'agente di scorta Domenico Russo. Due immagini devastanti che rischiano di sovrapporsi sul calore avvertito anche in via Carini, fra gli applausi di tanta gente affacciata ai balconi proprio dove si deponevano le corone della cerimonia ufficiale.

Cattura
Due scatti. Nel primo «via dalla Chiesa» con la targa in frantumi da mesi. Nell'altro un muretto di Mondello dove nessuno cancella un «W la mafia» fresco di vernice, ben visibile dai turisti al mare. Prima del rientro, Rita voleva far vedere la strada intitolata al padre alla figlia Giulia, 41 anni, per la prima volta in vita sua a Palermo, un'ansia cresciuta con lei, la stessa che le ha impedito finora di venire nell'inferno dove morì il nonno. Un muro infine abbattuto per stare vicino alla madre. E cogliere l'occasione per portare giù anche il suo bimbo, cinque anni, gli occhioni ieri sgranati sul picchetto d'onore, sulle corone, su spade e fucili scrutati dall'alto, in spalla al suo papà che seguiva Rita e Giulia.

Tutti al centro di una via Carini trasformata in un teatro con la strada per palcoscenico e i balconi come palchi. Balconi di edifici rimasti com'erano allora, le persiane scrostate, le ringhiere arrugginite. Una signora anziana vestita d'azzurro al primo piano, commossa. Più su, un'altra signora di almeno ottant'anni, accanto al balcone di una famigliola di colore. Di fronte, un pensionato di settant'anni, i gomiti appoggiati al davanzale, pure lui come tutti pronto ad applaudire, mentre Rita alzava gli occhi quasi per ringraziare quel pezzo di Palermo.

Ma senza potere impedire al suo pensiero una constatazione amara: «Trent'anni fa, la sera dell'agguato, le stesse persiane rimasero tappate, nessuna delle persone che oggi hanno i capelli bianchi parlò, nessuno vide e sentì niente...». Un'amarezza mitigata sia dal calore di questi due giorni trascorsi nella città dove ha deciso di tornare a vivere, sia dalle parole del ministro Annamaria Cancellieri, del comandante generale dell'Arma dei carabinieri Lorenzo Gallitelli, del procuratore Piero Grasso pronto a dire che quel dramma «non fu solo un delitto di mafia», che «Cosa nostra potrebbe avere agito come braccio armato di altri poteri». Poi, ieri sera, lo sgomento di Rita per quei due scatti, prima di lasciare l'Hotel La Torre, il suo buen retiro sugli scogli di Mondello, meta mai raggiunta quel 3 settembre dell'82 da suo padre e da Emanuele Setti Carraro.



Felice Cavallaro
4 settembre 2012 | 8:14

Le tante manine segrete che spinsero Mani Pulitexx

Libero

L'inchiesta milanese prese l'avvio in nell'Italia post Guerra Fredda, piena di personaggi e fatti oscuri


Le tante manine segrete
che spinsero Mani Pulite

Ecco come si creò la valanga che ha travolto la storia di un Paese. Oggi c'è una storia che chiede di essere riscritta dal principio
di Filippo Facci

Mani pulite fu la classica palla di neve che rotolò lungo il pendio della Repubblica e s’ingigantì: si tratta di capire quale e quanta neve abbia caricato. Antonio Di Pietro era senz’altro un personaggio ambiguo e chiacchierato, sino all’inizio del 1992: negli anni Ottanta aveva lavorato per un’intelligence antiterrorismo legata a Carlo Alberto Dalla Chiesa (l’ex magistrato sul punto è ancor oggi reticente)  e non si è mai capito come mai, nel 1984, pur risultando un magistrato, partì per i tropici e stese un rapporto sul ricercato internazionale Francesco Pazienza: informazioni che poi giunsero al Sismi e fecero scattare altre azioni del Sismi: tanto che l’informativa di Di Pietro,  nella sentenza del processo sul Banco Ambrosiano, venne definita «irrituale» dal giudice.

Altre polemiche forse fuorvianti, si ricorderà, fioccarono quando spuntarono delle fotografie in cui Di Pietro figurava a cena col funzionario del Sisde Bruno Contrada (poco prima che l’arrestassero: siamo alla fine del 1992) in presenza anche di un responsabile della Kroll Secret Service, la più grande agenzia d’investigazione d’affari del mondo, la cosiddetta «Cia di Wall Strett». Ora, e ancora, queste testimonianze dell’ex ambasciatore Usa Reginald Bartholomew che ha lasciato intravedere un certo attivismo del suo omologo Peter Secchia attraverso il braccio del console di Milano Peter Semler, come raccontato da Maurizio Molinari su La Stampa. Da qui l’immagine di un Di Pietro che cerca di accreditarsi in ambasciata (e che chiacchiera e preannuncia) e che lascia intravedere concorsi della Cia circa la genesi di Mani pulite: un quadro che resta improbabile.

Chiacchierone
Vero è che Di Pietro era un ambizioso chiacchierone che cercava di accreditarsi dappertutto: anche a Bergamo, in precedenza, era finito nei guai perché durante un dopocena si vantò pubblicamente del prossimo arresto di due importanti avvocati che aveva già indagato e messo sotto intercettazione telefonica: si chiamavano Aldo Algani ed Ernesto Tucci, e a Bergamo, da qualche parte, c’è ancora il fascicolo, si suppone archiviato.

Vero è, ancora, che Di Pietro fece qualche viaggio americano all’inizio di Mani pulite: ma non fu un segreto e le foto del soggiorno, all’epoca, furono pubblicate anche dal settimanale Epoca: si vedono e lui e Nando Dalla Chiesa che sbirciano il menù di un fast food.  Ma soprattutto resta vero, a due anni dalla caduta del muro di Berlino, che l’Italia stava diventando un casino vero ed era un crocevia di riequilibri e impazzimenti tra est e ovest. Tutti scenari internazionali che indubbiamente, più che dare origine all’inchiesta Mani Pulite, non ne impedirono la nascita come in passato sarebbe probabilmente accaduto. Certo, una forza di controllo come la Cia poteva limitarsi a sorvegliare e consigliare, e l’ipotesi che possa aver favorito ben altro - soffiate, indicazioni di conti esteri, dritte su nascondigli e latitanze - per ora restano congetture e altro non si può dire.

La neve che s’attaccò alla palla, da principio, era fatta di un po’ di tutto, un nevischio prettamente milanese e fatto di andreottismi forcaioli in salsa meneghina, di anatemi curial-politici cari alla buonanima del cardinal Martini, del fuoco purificatore dei circoli tipo Società civile (frequentati da vari magistrati) e senza contare la Lega di Bossi. Il che non toglie che l’inchiesta Mani pulite, intesa come procedimento contro Chiesa Mario, nacque in realtà non il fatidico 17 febbraio 1992, ma nel settembre 1991: ecco perché è stra-possibile che Di Pietro ne abbia ampiamente parlato a Peter Sempler ben prima appunto del febbraio 1992, circostanza che Di Pietro ha negato. Lo dimostra il fatto che la prima richiesta di proroga (senza la quale un’indagine, dopo sei mesi, dovrebbe essere chiusa) fu infatti del marzo 1992.

Il che non toglie, a sua volta, che nessun’ambasciata del mondo si sarebbe affidata a uno come Di Pietro. Come visto, era anche meno di un magistrato come un altro: era quantomeno chiacchierato e la sua vicinanza agli ambienti socialisti era nota. Il 2 dicembre 1991, quando l’intero corpo dei magistrati scioperò contro i pronunciamenti del capo dello Stato Francesco Cossiga, non meravigliò che tra gli otto che non aderirono ci fosse appunto anche Di Pietro, magistrato che l’Avanti! mandò immediatamente a intervistare in quanto – dissero al cronista, lo scrivente – «è amico nostro».

Urne fatali
Ieri, su Libero, abbiamo già raccontato di come i capi della Procura oltretutto fossero orientati senza tentennamenti a chiudere l’inchiesta chiedendo la direttissima: altro che abbattere la prima Repubblica. Le elezioni del 5 aprile 1992 - dopo le quali i magistrati si sentirono le mani più libere, come hanno ammesso - dovevano ancora deflagrare. Poi però lo fecero, e qualcosa accadde: anzi, aveva già cominciato ad accadere indipendentemente dall’inchiesta. Manine invisibili, servizi segreti deviati o meno, agenzie internazionali, la Cia, quello che volete: resta che il nostro Paese più di altri, dopo la fine della Guerra Fredda, era un porto di mare. Tra il 1989 e il 1996 accade di tutto.


Cimici, furti, spiate e bombe: quanti gialli nell'era del pool

Libero

01/09/2012

Cimici, spiate e bombe:

tanti gialli su Tangentopoli

di Filippo Facci

Nei primi anni di Mani pulite una trentina di case, uffici e studi vengono «visitati» non si sa da chi. Tra questi quelli dei parlamentari Arnaldo Forlani, Giorgio Postal (sottosegretario ai Servizi di sicurezza), Calogero Pumilia, Riccardo Misasi, Calogero Mannino, Guido Carli (a quest’ultimo rubano la chiave del suo studio privato al ministero del Tesoro), Gianni De Michelis, Carmelo Conte, Rino Formica, Margherita Boniver (nei giorni in cui presentava una relazione sul caso Moro), Carlo Vizzini, Alfredo Biondi, Giorgio Pisanò, Silvia Costa, Gianfranco Macis (della Commissione stragi, sostenne che cercassero alcuni documenti) e Giovanni Galloni (vicepresidente del Csm).

Visite senza invito
Il 9 gennaio 1991 Vincenzo Parisi, ascoltato dalla Commissione stragi, afferma che «vorrebbero fare dell’Italia una terra di nessuno». I Servizi segreti? «Escludo quelli di casa nostra». Il 19 giugno 1991, giorno in cui si apprende del trasferimento a Roma di Giovanni Falcone, viene visitato l’ufficio del ministro della Giustizia Claudio Martelli. Il 19 marzo 1992 viene visitato l’ufficio romano del ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. Il 20 marzo 1992 viene visitato l’ufficio del sottosegretario alla Difesa Clemente Mastella. Nello stesso giorno viene visitato il monolocale del giornalista Michele Santoro. Il 16 marzo 1992 l’agenzia Ansa trasmette d’intesa la notizia di una circolare del capo della polizia Vincenzo Parisi in cui si allertano i prefetti contro un fantomatico piano mirante a destabilizzare le istituzioni. «In tale ottica», spiega Parisi, «potrebbero inquadrarsi l’intrusione notturna negli archivi della Commissione parlamentare sul caso Bnl-Atlanta e la serie di furti e avvertimenti a danno di periti, consulenti, difensori, giornalisti, ufficiali di polizia giudiziaria connessi all’inchiesta condotta dal giudice Rosario Priore sul caso Ustica».

Tutti dai Craxi
Dal giugno 1992 in poi circolò una quantità incredibile di verbali falsi, «veline» e dossier anonimi. Tra il 5 e il 6 luglio 1992, ignoti s’introducono nell’ufficio milanese di Bettino Craxi di piazza Duomo. Due porte blindate vengono superate senza scasso ma non viene asportato nulla. L’inquilina della porta accanto (peraltro, in quel periodo, intervistata da Piero Chiambretti), uscita nottetempo in pianerottolo per via di alcuni trambusti notturni, raccontò di essere stata così tranquillizzata: «Non si preoccupi, Pubblica sicurezza». Episodio analogo due giorni dopo al Club Turati di via Brera 18, dove Vittorio Craxi, figlio di Bettino, aveva un ufficio. Identiche modalità di scasso nell’ufficio di un’associazione di cui era presidente Anna Craxi. Visite notturne sono state denunciate anche da un legale di Craxi, Enzo Lo Giudice, e dall’ex segretaria Enza Tommaselli. Il 5 febbraio 1993 una telefonata annuncia una bomba nell’ufficio romano di Stefania Craxi e Marco Bassetti. La Digos, intervenuta, non trova bombe ma, nell’appartamento adiacente, rinviene un calco della serratura dell’ufficio. Negli stessi giorni il deputato Dc Bruno Tabacci denuncia il ritrovamento di una microspia nella tasca laterale della sua automobile.

Telefoni caldissimi
Nel marzo 1993 un inconoscibile personaggio offriva materiale (fotocopie di assegni della Cassa di Risparmio di Torino, tabulati, verbali di protesto) allo scopo di dimostrare che Giuseppe Davigo, padre di Piercamillo, avesse emesso assegni a vuoto per decine di milioni nel corso del 1992. Il 16 aprile 1993 l’avvocato Giuseppe Lucibello scopre una microspia lungo il cavo telefonico del suo ufficio. Il 27 luglio 1993 bombe a Milano e a Roma. Ventidue minuti dopo la mezzanotte, Palazzo Chigi rimane telefonicamente isolato fino alle tre. Nel dicembre 1993 e nel gennaio 1994 vengono visitati gli appartamenti romani di due deputati leghisti. L’onorevole Publio Fiori trova una «cimice» nella cornetta del telefono e un’altra viene trovata più tardi dai tecnici intervenuti per la bonifica.

Il 27 e 28 aprile 1995 vengono visitate le congregazioni di Piazza Pio XII e l’ufficio dell’arcivescovo argentino Jorge Mejia. Spariscono vari fascicoli riservati. Nell’agosto 1995 viene devastata e semidistrutta persino l’abitazione dello scrivente, come regolarmente denunciato. Vengono asportati alcuni documenti d’archivio. In un’altra visita del primo ottobre vengono asportati alcuni floppy-disk. L’11 e 12 novembre 1995 vengono visitati gli uffici del dicastero del cardinale Joseph Ratzinger e messi a soqquadro. Vengono inoltre saccheggiati i cassetti del sottosegretario alla Congregazione monsignor Joseph Zlathansky (contenevano dossier in copia unica sulle carriere degli ecclesiastici). Il 29 novembre 1995 viene visitato l’appartamento del parlamentare Giuseppe Tatarella.

Strani poliziotti
Il 4 febbraio 1996 viene visitato l’appartamento di Marco Pannella. Nello stesso periodo vengono visitati gli uffici di Willer Bordon e Clemente Mastella. Nel febbraio 1996 si apprende che erano stati intercettati per clonazione oltre duecento telefoni cellulari di politici, manager, giudici e giornalisti. Tra questi: i parlamentari Gianni Letta e Adolfo Urso, l’ex questore Achille Serra, alcuni dirigenti del Pds, della Rai, del Centro nazionale ricerca, della Consob, il giudice Michele Coiro, un generale della guardia di finanza e uno dei carabinieri, sette cronisti di La Repubblica e due dell’Ansa. Il 21 marzo 1996 nell’appartamento del parlamentare Cosimo Ventucci irrompono quattro uomini vestiti come poliziotti. Lo immobilizzano, maltrattano la moglie e la figlia e spariscono senza asportare nulla. Il 6 luglio 1996 viene visitato l’appartamento del parlamentare Roberto Maroni.

Sicilia, Corte dei Conti, inchiesta su consulenze in Regione: pagato anche un trombettista

Corriere del Mezzogiorno

I magistrati contabili stanno passando al setaccio gli incarichi assegnati dal governo Lombardo dal 2008 ad oggi


Palazzo d'Orleans, sede della RegionePalazzo d'Orleans, sede della Regione

PALERMO - Nel libro paga della Regione Sicilia, in qualità di esperti, figurerebbero anche un trombettista e un suonatore di piano bar. Il particolare emerge dall'inchiesta aperta dalla Corte dei Conti per verificare la legittimità e l'opportunità delle consulenze affidate dalle Regione. I magistrati contabili, rivela il Giornale di Sicilia, stanno passando al setaccio tutti gli incarichi assegnati dal governo guidato da Raffaele Lombardo dal 2008 ad oggi. La spesa maturata nei primi mesi di quest'anno, sommata ai soldi già spesi porta il budget impegnato dalla Regione in consulenze, nel periodo della attuale legislatura a circa 9 milioni e 100 mila euro. Soldi utilizzati per pagare un esercito di circa 800 esperti che hanno lavorato negli assessorati. Tra le figure messe sotto contratto c'erano dunque anche i due musicisti.

L'INCHIESTA - Da qualche giorno gli assessori e i dirigenti dei dipartimenti sono stati invitati dalla procura della Corte dei Conti a fornire i documenti sull'attività svolta dai consulenti. I tecnici della Regione spiegano che «le consulenze sono previste sia da leggi statali che da norme in vigore in Sicilia. E il budget destinato a questi incarichi è stanziato annualmente nel bilancio». La Corte dei Conti però vuole vederci chiaro. E stabilire se davvero c'era bisogno di questi esperti e se il lavoro svolto è coerente con il mandato ricevuto e fissato nei contratti. Dall'inizio della legislatura erano stati spesi oltre 5 milioni e mezzo. Altri due milioni sono stati spesi nel 2010 e 900 mila euro nel 2011. Le cifre più consistenti sono state impiegate per i consulenti che si occupano degli interventi di ricostruzione nelle zone del Messinese colpite dall'alluvione nel 2009.

Redazione online03 settembre 2012

L'impiegata Inps al giornalista: "Le hanno amputato il piede? Tanto per scrivere non serve"

Libero

Il racconto della firma storica di Panorama, disabile per l'errore di un medico: "Paradossi e assurdità, ma quello che conta è darsi un obiettivo"

Pino Buongiorno ha perso l'arto un paio di mesi fa. In un articolo racconta la sfida che ogni giorno un disabile deve affrontare per vedere i suoi diritti rispettati

Cattura
Un paio di mesi fa Pino Buongiorno, storica firma di Panorama, ha subìto l'amputazione del piede sinistro a causa di un'infezione mal curata da un primario romano del Policlinico Tor Vergata. E sulla rivista Oggi, Buongiorno racconta la sua battaglia, la battaglia che tutti i disabili sono chiamati a combattere ogni giorno semplicemente per vedere tutelati i propri diritti. "La prima reazione istintiva è la rabbia - racconta Buongiorno. Ma presto ti accorgi, anche grazie ai consigli del nuovo medico curante, il professor Luca Dalla Paola dell’ospedale Maria Cecilia di Cotignola, in provincia di Ravenna, che c’è un antidoto ben più efficace: la forza della volontà".

"Il piede non le serve" - Il giornalista narra poi dei "mille ostacoli che si frappongono ogni giorno alla vita in carrozzella, specie in una città come Roma: dai passi carrabili ostruiti ai parcheggi per disabili occupati da abusivi, dai marciapiedi invasi da tavolini e sedie fino ai patiti dei cellulari che ti travolgono mentre scrivono sms". Buongiorno narra poi uno di quei "paradossi che ti capitano e sembrano assurdi e inverosimili finché non li vivi in prima persona". Il giornalista era stato convocato dall'Inps per la prima visita di controllo sull'invalidità civile, "in pieno agosto, con un caldo torrido da deserto del Sahara". E il racconto è grottesco: "All’ingresso dell’edificio, in via San Martino della Battaglia, mi accorgo che l’ascensore per il secondo piano, dove sono atteso dalla commissione medica, è guasto da mesi e non ci sono i soldi per ripararlo.

Ti verrebbe solo da imprecare. E invece devi morderti la lingua e aspettare oltre due ore, in un androne sporco e puzzolente". Il giornalista prosegue poi con una riflessione: "Pensi allo stipendio faraonico e ai mille incarichi del presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua", mentre accoglie con un sorriso la frase a dir poco stonata di una delle dottoresse, che dopo avergli chiesto quale lavoro svolgesse prima della malattia rispose con "sarcasmo: «Ah, ma per voi giornalisti non ci sono problemi per questo tipo di invalidità: potete sempre continuare a scrivere al computer». Come se fosse inutile e banale andare in giro a testimoniare gli avvenimenti".

Un obiettivo - Il racconto di Buongiorno prosegue con le difficoltà incontrate nell'andare in un ristorante, dove "non devi scegliere la qualità del cibo, ma la possibilità reale di potervi accedere. C’è anche chi ti imbroglia al telefono, come mi è successo in un piccolo paese toscano del X secolo, San Sepolcro, al confine fra Toscana, Umbria e Marche. Ti dicono che l’ingresso è al piano terra e invece trovi una scalinata ripidissima e senza pedana". Infine il ricordo di "un libro molto bello che ho letto in queste settimane". Si tratta di E li chiamano disabili, di Candidò Cannavò, lo scomparso direttore della Gazzetta dello Sport. Buongiorno spiega: "La vera domanda da porsi è questa, scrive Cannavò: «Che cosa può fare un disabile per la collettività in cui vive?».

Non viceversa. Da questo rivoluzionario cambio di cultura è nato il mio primo impegno": fare in modo che l'Italia il 31 dicembre 2013 non perda i 45 miliardi di euro in fondi europei da destinare al nostro Paese. "Ho promesso che attiverò tutte le mie amicizie a Bruxelles, a cominciare dal Rappresentante permanente dell’Italia presso l’Ue, Ferdinando Nelli Feroci, per capire quali istituzioni pubbliche e private possano utilizzarli e soprattutto con quali progetti", conclude Buongiorno.

Google brevetta il software per trovare gli oggetti nei video

Corriere della sera


20120903_youtube_6871
Tramite Google tra breve sarà possibile anche cercare degli oggetti nei video e nelle foto. L'azienda ha depositato un brevetto per l'algoritmo "Automatic large scale video object recognition" (riconoscimento automatico su larga scala di oggetti video) che ha già suscitato la preoccupazione delle associazioni di tutela della privacy. I primi a passare sotto la "lente" del nuovo programma dovrebbero essere i video caricati su Youtube, piattaforma di proprietà di "Big G". Il sistema dovrebbe così aggiungere dei 'tag', cioè delle etichette che indicano ad esempio la presenza di un gatto, o di un particolare monumento, il che permetterebbe di fare ricerche non più solo sul titolo, ma anche sul corpo stesso del video.
 
All'inizio dovrebbero essere 50mila le parole chiave caricate. Ma una possibile espansione preoccupa le associazioni: «Ancora una volta gli utilizzatori perderebbero il controllo di cosa succede con i loro dati - ha detto al Daily Mail Nick Pickles, direttore della Ong Big Brother Watch -. Se ad esempio venisse aggiunta a un video l'informazione sul luogo dove è stato girato, magari tramite il riconoscimento di un monumento famoso. Google può associare all'identità di chi l'ha caricato molte più informazioni, come dove è stato o se ha degli animali. Questo tipo di potere non dovrebbe essere permesso senza il consenso dell'utente».


Lunedì 03 Settembre 2012 - 16:33

Venduta per due milioni di euro la contestata opera d'arte erotica

Il Mattino


Cattura
ROMA – Fece scalpore all'inizio dell'estate la scultura presentata a "Spoleto Arte" che rappresentava in modo troppo realistico l'atto della fellatio. Oggi torna in copertina perché sarebbe stata venduta per due milioni di euro a un misterioso collezionista di Bari.
Il destino della tanto discussa opera dell’artista russo Michail Misha Dolgopov è confermato da Francesco Attolini, artista e direttore artistico della «OIOIOI International Art Gallery» di Mosca e San Pietroburgo, che di Misha Dolgopov cura le relazioni in Europa. Di più, Attolini, in questi giorni a Bari, non dice. Ma indiscrezioni rivelano che l’opera sarebbe stata ceduta per circa 2 milioni di euro, con l’ipotesi che l’acquirente barese sia in realtà l’intermediario di un facoltoso imprenditore italiano.

A Spoleto l’opera era arrivata con un trucco: «E’ una provocazione – aveva allora dichiarato Vittorio Sgarbi – di cui, nonostante i miei principi, non sono stato avvertito e non ho visto preventivamente la documentazione fotografica». L’artista, infatti, la fece collocare solo poche ore prima dell’inaugurazione, cogliendo di sorpresa il critico d’arte che la fece coprire con un telo. L’opera, particolarmente imponente e pesante, rappresenta in modo assolutamente naturalistico una donna nuda inchinata davanti a un uomo nell’atto della fellatio, con una vistosa ostentazione degli attribbuti. Inoltre il volto dell'uomo richiama quello dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in modo evidentemente allusivo.

Lunedì 03 Settembre 2012 - 16:10

Coniugi vendono la fede nuziale per riuscire a comprare il cibo

Il Mattino

In aumento le persone che entrano nei negozi "Compro oro". Pochi ammettono che i soldi servono per pagare le bollette


Cattura
PADOVA - Un settore che non conosce crisi, quello dei numerosi negozi che acquistano dai privati oro e in diversi casi anche argento. Negozi che sono aumentati in maniera esponenziale in tutta Padova e anche nei comuni della cintura urbana. Nell'ultimo paio d'anni in molte vie cittadine i "compro oro", come vengono chiamati tutti i negozi di questo tipo, anche se il marchio "Compro oro" identifica una catena di negozi ben precisa, alcuni di proprietà altri in franchising, aprono i battenti anche a poche decine di metri uno dall'altro, ma questo non disturba il commercio. La concorrenza, come affermano diversi titolari dei negozi, non esiste, non è un problema essere presenti in più esercizi anche a poca distanza perché il prezzo che viene pagato ai clienti è uguale in tutti i negozi e si basa sulle quotazioni quotidiane di oro e argento.


Tutti affermano che non passa una giornata senza che qualcuno entri per vendere o perlomeno per chiedere una valutazione dei propri averi. Anche la tipologia dei clienti è pressoché la stessa in ogni esercizio, la crisi si fa sentire e i clienti aumentano ma in tanti, forse per pudore, danno motivazioni diverse alla vendita dei gioielli di famiglia o dell'argenteria di casa. «Da me arrivano persone che dicono di voler vendere collane, anelli e quant'altro affermando di non sentirsi tranquilli a tenerli in casa per paura dei ladri - afferma la titolare di un negozio di via Facciolati - preferiscono ricavare del contante con il quale fare altri acquisti o da investire in altri settori.

Come seconda motivazione dicono di essere stanchi di quei gioielli e di volerli vendere per comperarne di nuovi. Pochi i casi di chi si confida dicendo che ha una bolletta da pagare o bisogni primari per i quali manca il denaro». Chi varca la soglia dei "compro oro" è in prevalenza italiano, in ogni negozio la percentuale dei clienti stranieri è esigua, qualcuno azzarda «entra uno straniero sui 10, il resto sono italiani». Non mancano i casi di persone anziane che con la pensione non possono accedere ad alcune spese. «Non sono la maggioranza dei clienti - racconta il titolare di un altro negozio - però arrivano anche loro.

La maggioranza sono giovani nella fascia tra i 25 e i 45 ma mi è accaduto anche che delle persone siano arrivate, si siano sfilate la fede matrimoniale e mi abbiano detto che il denaro serviva per acquistare alimentari. Si tratta però di casi sporadici. Noi acquistiamo a differenza di altri anche argento, molti si disfano della posateria o di soprammobili d'argento dicendo che non servono a nulla e preferiscono il contante al fatto di lasciarli abbandonati in qualche cassetto di casa». Giustificazioni che si ripetono quasi uguali di negozio in negozio anche se più di un titolare afferma che diversi clienti mostrano la merce, chiedono il prezzo ed escono con il contante senza troppe chiacchiere.

«Noi non siamo confessori, non chiediamo se il cliente vuole dare una motivazione l'ascoltiamo - considera la titolare di un altro compro oro- ma certo non spetta a noi chiedere perché una persona vuole vendere i suoi gioielli».

Lunedì 03 Settembre 2012 - 16:36    Ultimo aggiornamento: 16:37

Il modellino infinito: per costruire la «Sovrana dei Mari» ci vorranno due anni e sette mesi

Corriere della sera

Le critiche dall'Inghilterra: «Troppo tempo e troppi soldi».  Per l'originale, nel XXII secolo, ci vollero nove mesi in meno


Con più di 100 cannoni disposti su tre ponti di batteria e realizzati in bronzo (anziché nella tradizionale e più economica ghisa), i vessilli in nero e oro (ragion per cui i nemici la ribattezzarono “Il Diavolo d’Oro”) e i 780 uomini fra equipaggio e soldati che poteva trasportare, la “Sovereign of the Seas” (ovvero, “la Sovrana dei Mari”) è stata la nave da guerra più grande e potente della sua epoca. Voluta da re Carlo I d’Inghilterra e varata nel 1637, la nave costò la bellezza di 65.586 sterline di allora (che al cambio attuale fanno circa 8 milioni) e regnò incontrastata per oltre 60 anni (andò distrutta in un incendio nel gennaio del 1696), servendo da modello agli altri vascelli per i due secoli successivi.

I TEMPI - Ma se per realizzare una simile opera d’ingegno tecnico del XVII secolo (1.522 tonnellate, per 39 metri di lunghezza e 14,17 di larghezza) ci sono voluti ventidue mesi esatti, per il modellino lanciato dalla De Agostini il 30 dicembre scorso in scala 1:84 (più di 110 centimetri di lunghezza per oltre 90 di altezza e più di 40 di larghezza) servono ben due anni e sette mesi, ovvero nove in più della “Sovereign of the Seas” originale, per una spesa finale superiore ai 900 euro. Ogni kit di componenti da assemblare (con la relativa “guida al montaggio”) è infatti allegato ad una rivista di 16 pagine (acquistabile in edicola o in abbonamento al sito) che, dopo la prima uscita a 0,99 euro e la seconda a 3,99, è disponibile al prezzo (bloccato) di 6,99 euro per i restanti 133 numeri (135 in totale). Per la verità, questo tipo di offerta scaglionata nel tempo (i fascicoli con i pezzi della nave sono settimanali) è ormai comune a qualunque opera di modellismo ed è indubbio che acquistare la “Sovereign of the Seas” già montata in un negozio costi probabilmente molto meno (sebbene su ebay le quotazioni arrivino anche a 3.600 euro): ma vuoi mettere l’emozione di veder nascere il leggendario vascello un pezzo alla volta?

LE CRITICHE - Siccome però in Inghilterra ogni occasione è buona per criticare qualcosa, a maggior ragione se arriva dal Continente (e dall’Italia in particolare), il “Daily Mail” ha tentato di mandare a picco la “Sovereign of the Seas” della De Agostini, dapprima allertando il collezionista d’Oltremanica sul fatto che la copia in scala della storica nave costi (a modellino completo) 804,65 sterline e poi dando spazio al portavoce di un gruppo di consumatori (Consumer Focus) per spiegare che «le riviste allegate ai kit di assemblaggio possono arrivare a costare moltissimo» e che «sarebbe meglio fare subito il conto finale, prima di sottoscrivere un abbonamento per costruire qualcosa, per rendersi conto se ne valga la pena». «Questo tipo di collezionismo è destinato ad un pubblico di nicchia, che vuole modelli di altissima qualità, facilmente assemblabili sia per un esperto che per un neofita grazie al supporto editoriale di accompagnamento all’opera e di elevata fedeltà storica – spiega Alessandro Lenzi, Direttore Publishing e Retail Marketing di De Agostini Publishing Italia – e questa formula ormai collaudata (la De Agostini esce con un galeone all’anno, ndr) è molto apprezzata dalla clientela e ci permette di creare navi particolarmente belle, con dettagli e dimensioni che non si trovano normalmente nei negozi di High Street».

Simona Marchetti
3 settembre 2012 | 17:49

Telecom e Inter condannati a pagare un milione di euro a Bobo Vieri

Corriere della sera

Il risarcimento all'ex calciatore per la vicenda dello spionaggio: era stato trovato un dossier su di lui

L'Inter e Telecom Italia sono stati condannati al risarcimento in solido di un milioni di euro in favore di Bobo Vieri per lo spionaggio che avrebbe subito quando giocava nel club nerazzurro. Vieri aveva chiesto un risarcimento di 12 milioni a Telecom e di 9,250 all'Inter sostenendo che la vicenda gli avesse causato depressione. Lo spionaggio risale alla vicenda dei dossier illegali della passata gestione di Telecom. Nell'autunno 2006 Vieri venne a sapere dai giornali che, nell'ambito dell'inchiesta Telecom, era stato trovato un dossier su di lui dal quale emergeva che era stato pedinato e che, altrettanto illegalmente, erano stati acquisiti i suoi tabulati telefonici.

LA VICENDA - Un fascicolo che, secondo l'accusa, sarebbe stato formato da Emanuele Cipriani, titolare dell'agenzia investigativa Polis d'Istinto, su richiesta dell'Inter che voleva capire come mai il rendimento atletico del bomber fosse precipitato ai minimi. Ad aprile 2007, Vieri ha fatto causa a Telecom e Inter chiedendo un risarcimento di 12 milioni di euro alla prima e di 9 milioni e 250mila alla seconda per danni all'immagine, alla vita di relazione e per mancati guadagni. Dopo che i pm di Milano hanno chiuso l'inchiesta chiedendo il processo per 34 persone e per le società Telecom e Pirelli, il legale di Vieri, l'avvocato Danilo Buongiorno, ha depositato nella causa civile la perizia medica e alcuni atti dell'indagine penale.

Redazione Online3 settembre 2012 | 16:18

Quando il vero Duce era Claretta

Francesco Perfetti - Lun, 03/09/2012 - 15:07

Durante la Repubblica Sociale la Petacci spronava Benito, ormai alla fine, a trattare da pari a pari con Hitler

L'affascinante, colto e mondano colonnello delle SS Eugenio Dollmann, all'inizio degli anni Sessanta disse di essere convinto che Mussolini, piuttosto che venire liberato dai tedeschi, «avrebbe preferito restare sul Gran Sasso ad ammirare il volo delle aquile».


Il Duce Benito Mussolini

E aggiunse: «Tutti quelli che lo videro, dopo il suo arrivo in Germania, mi dissero che era ormai un uomo stanco, invecchiato. Questo mi hanno ripetuto tutti. E anch'io, quando andai a fargli visita, un mese dopo, alla Rocca delle Caminate, mi resi conto che ormai la sua vicenda politica era conclusa». Mussolini, in effetti, stando anche ad altre testimonianze, era ormai convinto di essere uscito di scena e non è un caso che, appena liberato, avesse manifestato il desiderio di non essere portato in Germania. Il suo trasferimento, però, era stato deciso e voluto direttamente da Hitler ed egli non ebbe né la forza né la possibilità di opporsi. I tedeschi avevano già deciso di utilizzare la carta Mussolini per dare vita a uno Stato-fantoccio.Quali che siano i motivi in base ai quali egli fu spinto o costretto ad accettare la guida della Repubblica Sociale Italiana, rimane il fatto che, fin dall'inizio, Mussolini fu un prigioniero dei tedeschi e che l'autonomia del nuovo Stato risultò praticamente nulla.

Depresso e ridotto all'ombra di se stesso, Mussolini fu consapevole di essere divenuto, politicamente parlando, un «cadavere vivente». Proprio Mussolini. Il cadavere vivente è intitolato un documentario che andrà in onda il 5 settembre su Raitre, la cui fonte principale è il carteggio fra Mussolini e Claretta Petacci a Salò.La relazione fra Claretta e Ben durava da tempo ed era diversa dalle innumerevoli avventure amorose di Mussolini. I due si erano conosciuti fortuitamente all'inizio degli anni Trenta, ma l'incontro fra la giovanissima Claretta, sognatrice romantica e infatuata di lui al punto da inviargli già da anni poesie roventi, sarebbe diventato presto una passione divorante, struggente e soprattutto stabile: una passione della quale presto si cominciò a vociferare negli ambienti più vicini al Duce. Si pensava che Claretta potesse influenzare il suo Ben e, quindi, la stessa politica e contribuire alla fortuna o sfortuna di chi fosse o non fosse nelle sue grazie. La realtà è assai diversa perché, probabilmente per il suo maschilismo, Mussolini si guardò bene dal far immischiare la sua amante, checché ella potesse pensare o credere, negli affari di Stato e, più in generale, nella politica.

Tuttavia a Salò molte cose cambiarono. Il carteggio fra i due ci mostra una Claretta determinata, filotedesca, dura che conforta il suo uomo semidistrutto e sconsolato, lo pungola, lo invita a reagire, a far pesare la sua personalità, a tornare a essere, insomma, quel Duce che lei, malgrado gli avvenimenti, è convinta che sia. Lo stato d'animo di Mussolini emerge con chiarezza dalle lettere che egli prega di distruggere: cosa che Claretta non fa, pensando alla storia ma forse anche perché la sua infatuazione le avrebbe fatto considerare un atto sacrilego bruciare le parole del suo idolo. Il 20 novembre 1943, per esempio, Ben tratteggia la sua situazione di capo-prigioniero: «l'atmosfera che mi circonda è torbida. Ed io sento nell'aria qualche cosa di grave che si prepara. La mia giornata è sempre più dura e arida. Vivo solo. Non parlo con nessuno. Mi sento circondato. Non mi si vuole dare la possibilità di muovermi. Quando mi muovo, l'apparato italo-germanico di protezione è imponente.

Io taccio perché sento che in un'aria così carica di elettricità, ogni parola può essere una scintilla che provoca un terribile scoppio».Claretta invece non cede allo sconforto. A Mussolini che sta per incontrare Hitler, rivolge un'esortazione: «tu devi presentarti all'amico e al Capo della grande Germania in condizioni di assoluta parità e con un programma nettamente definito e stabilito dal quale non dovrai minimamente deflettere, perché questo sarebbe il segno evidente della tua debolezza e della tua inammissibile inferiorità. \ tu devi sostenere il tuo diritto assoluto di decidere senza sindacare delle questioni interne italiane, nonché degli uomini che tu ritieni più adatti alla tua grandiosa e faticosa opera di ricostruzione. La discussione e la collaborazione può avvenire sulle idee sui principi e sui metodi, ma mai sugli uomini. Tu devi affermare nettamente inequivocabilmente e decisamente la tua assoluta autonomia. Questa è la base di tutto. Cedendo su questo punto, cedi su tutto».Il 29 settembre 1944, poi, gli scrive: «Caro bellissimo, la tua debolezza di fronte a uomini a te inferiori mi brucia e mi umilia.

Ricordati, Ben, tu sei il Duce, il Capo, anche se di pochi, anche su di un metro quadrato di territorio, sei e sarai sempre Mussolini e per te si vive e per te si muore! Tu puoi ascoltare ma mai accettare la volontà altrui quando questa tenta di minimizzarti e di avvilirti. Fai un colpo di forza che ti metterà al di sopra di tutti». E ancora, il 18 dicembre 1944, dopo il discorso al Teatro Lirico di Milano, è convinta di avere ritrovato il vero Mussolini: «il tuo discorso è stato il tuo migliore canto. Forse mai tu fosti così grandemente tu, nell'espressione, nella voce, nelle sfumature, nello stile inconfondibile, nella finezza politica, nel tono mordace. \ Chi crede in te è vivo, chi ti segue vive, chi respira di te, anche se morente risorge.

Tu hai ridonato all'Italia ciò che le facevi mancare da troppo tempo, il tuo impulso giovanile, il tuo urto possente, la tua personalità unica. Finalmente! Tu non credevi più in te stesso, e il popolo pur credendo in te, non ti sentiva. Ora ti sei ritrovato in te e nel tuo popolo. Hai superato te stesso, Ben, sei come salito d'improvviso in una biga di fuoco fatta di sole, abbagliante di luce: non discendere, non sperdere questo splendore, non lasciar cadere nel nulla quest'apoteosi, non lasciarti invilire, non cedere più, non esitare sii sempre il Duce di queste ore sublimi. Non dimenticare te stesso, per poter essere sempre te stesso, non dimenticarti».Il rapporto fra i due amanti, nel tragico crepuscolo della loro esistenza, va oltre la storia individuale, anche se la grande storia, quella vera e collettiva, passa sulle loro teste, sulle loro illusioni, sulle loro schermaglie. Sul «cadavere vivente», insomma, e sull'amante appassionata.


La lettera di Claretta al Duce

Le lettere di Claretta al Duce escono all'orecchio di Stato

Claretta Petacci - Lun, 03/09/2012 - 15:11

Pubblichiamo qui una della lettere (solo in parte già nota: le prime righe e una frase centrale, trascritte e studiate in L’ultima lettera di Benito. Mussolini e Pe­tacci: amore e politica a Salò 1943-45 di Pasquale Chessa e Barbara Raggi, Mondadori, 2010) del carteggio fra Claretta Petaccie Benito Mussolini conser­vato per 60 anni nei faldoni dell’Archivio centrale dello Stato,e che ora viene reso integralmente accessibile agli studiosi.






Claretta Petacci


La lettera, scritta da Claretta a Be­nito, è senza data, ma risale all’epoca del processo di Verona (gennaio 1944).

Ben, ti mando un buongiorno, con una tenerezza speciale, sen­to tutta la pena, la tua ansia nel seguire questo processo che vaglia i tra­ditori. Io ti comprendo ma devi essere forte. Il destino dei grandi è forse quel­lo di essere traditi. È triste. Cesare da suo figlio... Napoleone da tutti, dalla stessa moglie Maria Luisa e Giuseppina... Tu da tuo genero e dai tuoi ministri. Oggi è il sangue e solo il sangue che può lavare l’onta. Oggi è la forza, e solo la tua forza, dura, violenta, crudele che potrà seppellire la vergogna.

Non si può né si deve dimenti­ca­re che uno dei primi respon­sabili della tua tragedia, oltre che quel vecchio incartapecori­to e invigliacchito del sabaudo, e di quel massone venduto lercio di Badoglio, è stato Ciano uno dei maggio­ri istigatori - vile sudicio interessato e falso. E così non devi né puoi dimenticare che la sua degna compagna, per certo tua figlia, è stata degna compagna delle trame di suo marito. Come ha dimenticato di es­sere una Mussolini mentre si affilavano le armi contro il suo stesso padre così non può vanta­re oggi legami di sangue.

È facile fa­re la figlia ravveduta o pentita. Quando si è tradito una volta il proprio sangue, si può tradirlo anche due. E se adesso che suo marito è alle soglie della meritata punizione, lei se ne frega e viene da te, fedele figlia devota e pentita, è indegna, così come sarebbe indegna nel chiederti pietà per lui. Poiché nel primo caso rinne­gando il marito del quale ha segui­to la sporca e vile politica partecipan­dovi vivamente - rinnega il suo stesso esse­re di moglie fedele. E se lo rigetta da sé - ora dopo averlo ella stessa aiutato nel tradimen­to contro suo padre - è infamia. Così com’è infamia e viltà se tenta salvarlo dal giusto ca­stigo.

Se cominci a punire e colpire così possia­mo essere veramente sicuri di avere soddi­sfazione contro i vigliacchi e i traditori e di ricostruire sui cocci sporchi di melma. Via Ben! è inutile tergiversare oggi chi ha mancato deve pagare. Se il tribunale nasce sotto auspici di debolezza e di acquiescenza, è inutile crearlo ed è inutile fare processi. Il popolo non vuole né può più essere preso in giro. Ho il diritto di dirti queste cose per quello che ho sofferto e ho il dovere perché ti amo, ti amo come uomo e soprat­tutto come capo. Ricordati, o oggi o mai più.

Ecco la verità su Napolitano: il pasticcio è nato in Procura

Mariateresa Conti - Lun, 03/09/2012 - 15:25

I pm fanno a gara per individuare i possibili colpevoli dello scontro col Colle. Citano Falcone ma dimenticano che sono proprio loro ad aver intercettato Napolitano

C'è una sorta di gara tra le voci in toga che stanno intervenendo dopo la pubblicazione su Panorama della presunta ricostruzione delle telefonate tra l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.


Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano


Una gara ad andare oltre, a individuare possibili colpevoli. E così il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, via talk show, fa sapere che secondo lui il ricattatore è il settimanale Panorama, o almeno le sue fonti; il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, via festa dell'Unità di Reggio Emilia, evoca le stragi del '92 e ricorre a una suggestione che più suggestiva non si può: dietro la campagna contro Napolitano ci sono «menti raffinatissime» come quelle intuite da Giovanni Falcone come mandanti del fallito attentato contro di lui all'Addaura, nel 1989; e il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, via Corriere della Sera, dice no, niente «menti raffinatissime», piuttosto «personaggi politici in attività con nomi e cognomi ben noti». Ma tutte queste tesi hanno un vizio comune, spostare l'attenzione dal cuore del problema: senza quelle telefonate del capo dello Stato spiate questo pasticciaccio culminato nel conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale davanti alla Consulta contro i pm non esisterebbe.

E non esisterebbero nemmeno il «ricatto» al Colle e i veleni che stanno tenendo sulla graticola la più alta carica dello Stato.Esaminiamo, schematicamente, i fatti. Napolitano è stato intercettato su disposizione dei pm palermitani perché parlava con un ex ministro ed ex presidente del Senato, peraltro all'epoca non ancora indagato (a Mancino si contesta la falsa testimonianza); quei colloqui spiati col presidente non sono stati distrutti; e sulla loro esistenza, i loro contenuti, e la decisione del Colle di ricorrere alla Consulta per farli distruggere, si è scatenata una bagarre mediatica (protagonisti principali

Il Fatto Quotidiano, Repubblica, e il settimanale Panorama) e politica (il Fatto, Idv e i grillini contro Napolitano, Repubblica, col fondatore Scalfari, contro i pm, il Pd Luciano Violante contro il «populismo giuridico» di chi usa «le procure come clave»). Ma sono state forse «menti raffinatissime» a spingere i pm a intercettare Mancino, a dicembre del 2011, mentre parlava non con un Giorgio qualunque ma con un Giorgio che di cognome fa Napolitano e di mestiere il presidente della Repubblica?

«Menti raffinatissime» a far sì che la procura di Palermo, pur ritenendo quelle conversazioni irrilevanti, le conservasse, rischiando che qualcosa trapelasse? «Menti raffinatissime» a orchestrare una campagna mediatica contro Napolitano che in prima linea ha visto Il Fatto e Repubblica, più che Panorama, (artefice di due scoop sull'esistenza di due telefonate con il capo dello Stato e sui loro presunti contenuti)?Quando Giovanni Falcone parlò di «menti raffinatissime» a proposito del fallito attentato era il 1989.

Allora non ci furono stragi, il tritolo arrivò nel '92. E a proposito di quel maledetto '92: di mandanti occulti, «menti raffinatissime» come ha detto qualche giorno fa il procuratore Grasso, sono piene tentate inchieste finite nel nulla, a Palermo come a Caltanissetta. Lo dice lo stesso procuratore nisseno Lari, sia nell'intervista al Corriere sia in un atto, citato nella stessa intervista, uscito qualche mese fa dal suo ufficio e già passato al vaglio del gip: l'ordinanza degli arresti per la nuova inchiesta sull'uccisione di Borsellino.

«Nessuna responsabilità – si legge in quel documento - è stata accertata a carico di personalità politiche e istituzionali in quella che può definirsi la “strategia stragista” di Cosa nostra nell'anno 1992». Ma c'è anche altro, in quelle 1700 pagine. Un'ipotesi di spiegazione dei silenzi politici che per anni hanno seppellito l'ipotesi che tra il '92 e il '93 lo Stato abbia tentato di fermare la scia di sangue, sette stragi in 12 mesi. «Poteva un governo di transizione – scrive la procura di Lari – che voleva prefigurare una nuova Italia dopo 50 anni di cosiddetta prima Repubblica, permettersi di trattare con la mafia? Ecco dunque la necessità di agire senza clamore.

Ecco dunque il verosimile motivo di tante amnesie da parte di uomini di Stato, che per alcuni sono durate 17 anni, per altri continuano, probabilmente a perdurare ancora oggi. Perché il cedimento venne attuato e sostenuto proprio da quella parte dello Stato che più diceva di voler combattere Cosa nostra: il volto migliore dello Stato». Berlusconi e il centrodestra, all'epoca, non esistevano. Il riferimento è alla sinistra, che tra quel '92 e '93 guidò il Paese. A quella stessa sinistra che oggi, sullo scontro tra Colle e pm di Palermo, è saltata in aria.