mercoledì 5 settembre 2012

Oddio, ritorna Prodi

Salvatore Tramontano - Mer, 05/09/2012 - 16:25

Ora punta al Quirinale. E vuol imporre a Bersani una legge elettorale che lo aiuti. Altrimenti minaccia di votare Renzi

Mamma mia torna Prodi. Quelli come lui non vanno mai in pensione.



Quelli come lui non si arrenderanno mai fino a quando non avranno succhiato tutto il sangue dell’Italia. Sono il cuore ammuffito della casta, stanno lì dai tempi del­la Prima Repubblica con l’obiettivo di ostacolare qualsiasi cambiamento, spegnere ogni speranza di riforma, imbalsa­mare il futuro. Sono peggio dei gattopardi, se quelli di Toma­si di Lampedusa facevano almeno finta che tutto cambia perché tutto resti tale e quale, questi non fanno neppure lo sforzo di cambiare. Sono i vampiri che da anni si bevono il domani di intere generazioni.

Ora il professore ha deciso di chiudere la sua carriera di poltrone al Quirinale, come presidente della Repubblica. È per questo, raccontano, si sia arenato l’accordo per cambia­re la legge elettorale. Prodi non vuole rischiare e ha fatto pressioni su Bersani perché si vada a votare con questa leg­ge o con qualsiasi sistema elettorale che premi la coalizione di maggioranza. Così, con un Parlamento di prescelti e a maggioranza blindata di centrosinistra, lui, il professore, può dormire tranquillo, sognando senza patemi il Colle.

Ma quando ha visto che Bersani nicchiava gli ha detto in fac­cia ­che o si fa come dice lui oppure appoggerà Renzi alle pri­marie, rovinando i suoi piani. È sempre la vecchia storia, la sinistra non ha ancora vinto, ma i suoi capi branco già si stanno spartendo le spoglie dell’Italia.Oltre a Prodi parteci­pano D’Alema, Veltroni, Casini, Fini, Bersani, Bindi, Ven­dola: sono loro i vampiri. Una squadra di succhiafuturo che ancora una volta spera di impadronirsi del Paese. Dicono che il loro grande avversario sia spacciato e che con Berlu­sconi debole non ci sia più nessuno che possa contrastare la loro oligarchia politica, economica e sociale.

Perfino la lo­ro gente, il popolo della sinistra, non li sopporta più. Basta dare ascolto a quello che si dice in giro per capire che gli anti­berlusconiani l’ultima cosa che vogliono è vedere Prodi al Quirinale, Casini al Senato, Veltroni alla Camera, Bersani a Palazzo Chigi e D’Alema agli Esteri e magari Vendola alle Pari opportunità. Meglio Grillo. E, invece, ogni volta, si ritro­vano a dover fare i conti con questa banda di eterni falliti. Il guaio è che non hanno la forza di farli fuori e subiscono la ragnatela di accordi sotto banco, di ricatti che taglia fuori tutti quelli che non appartengono alla loro schiatta. Chiede­telo a Renzi, che va in giro con paletti di frassino, croci e aglio per cercare di debellare i vampiri. Senza risultati. I suc­chiasangue dell’Italia sono furbi, longevi e avidi di potere, ma non possono fare a meno di sbranarsi gli uni con gli altri. E se fossimo in Prodi staremmo attenti: nessuno come lui sa quanto i suoi amici vampiri amino pugnalare alle spalle.

Sposi in carrozza alla Reggia di Caserta per scattare le foto: scoppia la bufera

Il Messaggero

CASERTA - Una carrozza bianca, trainata da due cavalli in tinta, varca il cancello di accesso al Parco Vanvitelliano con tanto di nocchieri e automobile al seguito. È un pomeriggio di inizio settembre, un giorno di ordinaria apertura della Reggia di Caserta al pubblico che, stupefatto, ammira gli sposi incarrozza privata che si lasciano immortalare dai fotografi per il giorno più bello.

CatturaUna concessione d'eccezione, considerato che l'accesso al Parco è rigorosamente vietato a mezzi di locomozione privati, fatta eccezione per i disabili, per i dipendenti e alloggiati nel complesso vanvitelliano, e per le forze dell'ordine. «Non ne sapevo nulla, verificherò l'accaduto con i miei funzionari», è il commento della soprintendente David. Chi ha quindi permesso l’ingresso della carrozza con gli sposi all’interno della Reggia? E ancora: chi ha concesso l’autorizzazione anche per l’auto dei fotografi della sposa? A queste domande cercherà di dare una risposta la soprintendente David.
 
E così, dopo anni di polemiche sul traffico tra i viali del monumento, l'eccezione fatta per una sposa dai sogni principeschi suscita perplessità. Perché, al di là dell'impegno proclamato più volte dalla Soprintendenza di Caserta affinché gli accessi carrabili siano regolamentati con tanto di autorizzazioni e tornelli, resta il fatto che la stessa Soprintendenza ha vietato foto nuziali all'interno degli Appartamenti Storici, ad esempio, consentendo gli scatti solo nelle aree aperte del monumento, Parco compreso e, ovviamente, a piedi o con mezzi di trasporto interni al sistema Reggia. È pur vero che, con la soppressione del servizio navetta alla Reggia dello scorso novembre, alla sposa di turno non sarebbe rimasto altro che andare in bicicletta o sulle carrozzelle disponibili per i turisti. Ma è altrettanto vero che l'eccezione fatta potrebbe creare un precedente a cui chiunque potrà rifarsi per matrimoni, battesimi e quant'altro. Interpellata, la soprintendente David dichiara di non essere stata informata della faccenda, più preoccupata dell'assenza dei bus navetta alla Reggia.

Tema quest'ultimo che compare immancabilmente nelle lettere di protesta dei visitatori, e che è stato tra quelli segnalati dalla Cisl Fp di Caserta in una nota inviata alle autorità. «Intervenendo sulla polemica per la gestione della Reggia di Caserta - si legge nella nota - chiediamo l’immediata convocazione di un tavolo istituzionale per cercare di fare chiarezza su quello che sta accadendo attorno al Palazzo Vanvitelliano, che sembra essere diventato un rudere dimenticato da Dio». E Carmine Lettieri, segretario dellaCisl Fp Caserta, spiega: «È da tempo che ci poniamo una serie di interrogativi. Quale è l’ente preposto al funzionamento delle scale mobili che dal parcheggio Carlo III conducono in superficie? Chi deve provvedere al regolare funzionamento delle corse dei bus all’interno del monumento e chi deve fornire i mezzi del parco bus? Chi invece e con quali risorse ha la responsabilità della cura e manutenzione del verde del Parco della Reggia, nello specifico del Giardino Inglese? E infine, chi si occupa e coordina le informazioni sugli orari di accesso e sullafruibilitàdel Parco?

Bisogna dunque individuare le esatte responsabilità e perseguire chi eventualmente non ha ottemperato ai compiti preposti, senza “sparare nel mucchio” o cedere alla pratica dello scaricabarile. Come sindacato siamo pronti a fare la nostra parte, vogliamo chiedere dei sacrifici ai lavoratori, ma per fare ciò chiediamo anche che tutti gli attori presenti al tavolo si impegnino ad unire le forze e si rendano disponibili a fare un’oculata e razionale utilizzazione delle proprie risorse evitando sprechi, spese inutili o improduttive, al fine di liberare le somme necessarie ad una migliore gestione del bene Reggia».


Mercoledì 05 Settembre 2012 - 15:30

Cani, gatti, cavalli , amici anche dopo la morte Il cimitero per animali e padroni che divide

Corriere della sera

Favorevoli gli animalisti, perplessi chi, per motivi religiosi, lo giudica dissacrante


PISA – Più che di novità si dovrebbe parlare di ritorno al passato. Migliaia di anni indietro nella storia, come al tempo degli antichi Egizi, anche se allora l’essere sepolti con gli animali aveva significati religiosi ed esoterici. Il cimitero «misto» che invece si vuole realizzare a Fauglia, in provincia di Pisa, ha solo un significato affettivo. La giunta comunale sta studiando un progetto, che probabilmente sarebbe il primo in Italia, per realizzare un camposanto dove gli umani possono riposare in pace insieme ai «fratelli minori»: cani, gatti, cavalli e altre specie domestiche. La notizia, anticipata dalla Nazione, sta già provocando polemiche e divisioni. Assolutamente favorevoli gli animalisti, perplessi chi spesso per motivi religiosi giudica troppo dissacrante questo connubio post mortem. «Il terremo è già stato individuato – conferma il sindaco di Fauglia Carlo Carli (Pd), ex educatore e già direttore delle Poste del comune pisano – pensiamo che il progetto sia innovativo e molto atteso».

DA BYRON - Nel Regno Unito i cimiteri misti da anni sono una realtà. In Cornovaglia sono una trentina le persone che hanno deciso di essere sepolte insieme a cani e gatti (e cavalli) e il trend è in continua crescita. Il sito Wake Up News racconta che sarebbero almeno 120 le persone che hanno già prenotato nel cimitero un piccolo appezzamento di terra da dividere in futuro con il proprio animale domestico. E si ricorda come gli inglesi (reali per primi) abbiamo sempre amato i propri animali domestici. Lord Byron, dopo aver tentato inutilmente da vivo di ottenere il permesso (allora giudicato blasfemo) di essere tumulato accanto all’amatissimo terranova Boatswain, decise di dedicare all’amatissimo compagno a quattro zampe un epitaffio-capolavoro. «In questo luogo sono deposti i resti di colui che possedette bellezza senza vanità , forza senza insolenza, coraggio senza ferocia e tutte le virtù dell’ uomo senza i suoi vizi. Questa lode, che sarebbe misera adulazione se fosse iscritta su ceneri umane, non e’ che un giusto tributo alla memoria di Boatswain, un cane, che nacque a Terranova nel maggio 1803 e morì a Newstead il 18 novembre 1808. Queste pietre segnano il posto di un amico. Uno solo ne ho conosciuto e qui riposa». Byron soggiornò alcuni anni a Pisa (e a Livorno) e probabilmente conobbe quelle colline dove oggi dovrebbe nascere il cimitero condiviso. E non è escluso che quel camposanto, se nascerà, a lui sia dedicato.

Marco Gasperetti
5 settembre 2012 | 11:20

Freddo e poco incline agli affetti, viziata la capacità dell’uomo. Legittimo l’annullamento del vincolo coniugale

La Stampa

La personalità evidenziata dal coniuge è disturbata, con conseguenze chiare che lo rendono inidoneo a un rapporto di comunione con l’altro coniuge. L’eccessiva rigidezza è valutabile come un disturbo della personalità, capace di rendere il coniuge non idoneo a un rapporto di comunione con l’altro coniuge (Cassazione, sentenza 8772/12).


Il caso

La pronunzia del Tribunale ecclesiastico è netta: matrimonio nullo. Accolta, così, la domanda dell’uomo, desideroso di liberarsi completamente del vincolo matrimoniale. Passo successivo è ovviamente la richiesta di riconoscimento della sentenza anche nell’ordinamento italiano. E anche in questo caso i desiderata dell’uomo vengono considerati legittimi, nonostante l’opposizione della donna: sentenza ecclesiastica dichiarata pienamente efficace in Italia, e legame azzerato. Elemento centrale è l'incapacità di assumersi i doveri del matrimonio addebitata all’uomo, e riproposta illegittimamente, secondo la donna, come incapacità di intendere e di volere, in contrasto «con l’ordine pubblico italiano». Anche su questo elemento si fonda il ricorso in Cassazione proposto dal legale della donna, oltre che sul richiamo ad «affidamento e buonafede» manifestatisi nei comportamenti di lei.

Ma la chiave di lettura, fornita dai giudici di terzo grado, è diversa: per questi ultimi, difatti, l’incapacità psichica dell’uomo, così come delineata dalla sentenza ecclesiastica, è netta. Detto in parole povere, «rigidezza, intolleranza, difficoltà di espressione degli affetti» costituiscono «un disturbo della personalità», a prescindere dall’«elevato livello culturale» e dall’«attività professionale» dell’uomo, e tale disturbo «incideva negativamente sulla sfera volitiva e sui processi psico-affettivi, rendendolo inidoneo a realizzare un rapporto di comunione e di condivisione col coniuge». Nessun dubbio, quindi, sulla incapacità psichica dell’uomo, che mina le fondamenta del matrimonio, la cui nullità è da considerare acclarata e legittima. E, come aggiunta, nessun appiglio possibile per la buonafede o per la malafede del coniuge: ciò che conta, chiariscono i giudici, è «rimuovere il vincolo coniugale inficiato da incapacità».

Tassa sulla pipì: per i maschi c'è lo sconto

Serena Coppetti - Mer, 05/09/2012 - 07:36

La bionda tedesca arriva trafelata trascinandosi dietro il borsone da viaggio.



Ha una certa età, ma saltella sulle gambe passando da un piede all'altro come farebbe una bambina. Che ci vuoi fare, quando scappa scappa. Specie se poi sei alla Stazione Centrale dove, se malauguratamente il bisognino s'è già fatto sentire in metropolitana, prima di arrivare a un water passano almeno dieci minuti tra uscire dalla metrò (dove non ci sono bagni), entrare in stazione, salire al primo piano e trovare i servizi. E quando sei lì lì, proprio a un passo dall'agognata meta devi tenere non solo le gambe ma anche le dita incrociate: senza moneta da un euro, niente pipì.C'è solo da sperare di non avere mai mal di pancia, altrimenti non resterebbe che contrattare con l'inserviente: un «carnet» da dieci ingressi al prezzo di otto? Evidentemente è fin troppo chiara la logica che ha portato alla tassa su pipì e dintorni.

Il via vai nelle stazioni di passaggio e la maleducazione dilagante hanno fatto fare il salto all'obolo da contributo volontario a pedaggio obbligatorio. Difficile quantificare quanto venga incassato. Alcuni bagni pubblici dipendono dall'Atm, altri dalle Ferrovie o dalle Trenord, altri ancora sono stati dati in gestione. Qualcuno - pensando ai «contributi» pubblici versati - potrebbe essere anche un po' rinfrescato se non proprio rimodernato, anche se c'è da riconoscere che alcuni sono davvero se non proprio lindi quantomeno puliti. Come in Centrale al piano intermedio ma anche al piano superiore, al binario 21. Moderni, porte automatiche stile tornelli, carta igienica sempre disponibile, sapone carico e asciugamani ultimo grido. Fuori, per chi non avesse spiccioli sotto mano c'è anche due cambiamonete, uno dei quali (nota dolente) l'altro giorno era fuori servizio. Insomma bagni pubblici ai quali avevamo perso l'abitudine.

«Almeno sono puliti», commenta soddisfatta e sorridente una signora facendo tintinnare la moneta da cinquanta centesimi sul piattino dei bagni di Cadorna. Però è anche innegabile che pensare di fare la pipì a pagamento fa un certo non so che. E se una mattina chi gestisce i servizi decidesse di differenziare le tariffe a seconda del «prodotto»? Senza dover ricorrere a sofisticati meccanismi di analisi, ne potrebbero fare una questione di tempo: resti chiuso più di 60 secondi? Hai sforato il tempo massimo della «tariffa pipì». Hai fatto senz'altro qualcosa di più e devi pagare per la differenza...D'altronde chi viaggia per treni e metrò lo sa bene: in caso di necessità, a Milano «prima» servono le monete. Almeno 50 centesimi, fino a da arrivare all'euro della Stazione. A Cadorna, risparmio solo per gli uomini. Scegliendo l'«orinatoio» al posto della «cabina» si pagano trenta centesimi invece di 50.

Per i bambini niente sconti. «Cinquanta centesimi tariffa bambini», specifica il cartello alla stazione di Cadorna. Anche se in qualche toilette gli inservienti chiudono un occhio e lasciano passare. A Cadorna il bagno pubblico alla stazione dei treni ha un via vai continuo. Pagamento rigorosamente anticipato. «Non è previsto il rilascio dello scontrino fiscale», mette le mani avanti un cartello attaccato dietro le spalle dell'inserviente peruviano che sostituisce per un paio di giorni l'addetta titolare. Pipì con scontrino invece a Garibaldi dove l'impresa di pulizie che gestisce i servizi non lascia niente al caso: 60 centesimi l'ingresso ma bambini sempre gratis, orario lungo dalle 6 alle 21. Se si è di fretta si può pagare anche all'uscita. Maria, 47 anni, argentina da un anno è l'inserviente del bagno gestito dall'Atm in metropolitana a Cadorna. Lei tiene gelosamente le monete in tasca. Da qui passano anche balordi e tossici e anche se lei è esperta di arti marziali non ci tiene proprio a fare vedere quanto è brava.

Piangono ma gettano soldi al vento Ecco tutti gli sprechi delle Regioni

Quotidiano.net

Dalle gite in Africa alle mega sedi. Gli sperperi della Casta invisibile

La Liguria stanziò 33mila euro per realizzare un allevamento di animali da cortile in Ecuador. Pubblichiamo un capitolo di "Casta invisibile della regione", questo il titolo dell’ultimo libro del giornalista Pierfrancesco De Robertis, responsabile della redazione romana di QN

bandiera italiana


QUASI 180 miliardi di euro è la spesa complessiva delle regioni italiane (sanità inclusa) su un budget statale di 800. È il mare magnum che alimenta la «Casta invisibile della regioni», questo il titolo dell’ultimo libro del giornalista Pierfrancesco De Robertis, responsabile della redazione romana di QN, da oggi in libreria per Rubbettino e di cui qui a fianco pubblichiamo un capitolo. La prima grande inchiesta svolta nel nostro paese sui costi, gli sprechi e i disservizi delle venti regioni italiane. Le società partecipate (alcune hanno campi da golf e stazioni termali), i viaggi merenda, le mega sedi all’estero, l’esorbitante numero dei dipendenti, i conti e i segreti delle giunte e dei governatori abilmente occultati in bilanci uno diverso dall’altro, lo scandalo delle regioni speciali. Un mondo in cui la voracissima casta del potere locale ha vissuto per anni.

di Pier Francesco De Robertis

ALLE REGIONI piacciono tante cose, ma una su tutte le manda letteralmente fuori di testa: il Saharawi. Vanno pazze per il Saharawi e per i tristi destini di quel popolo. Magari aumentano le accise sulla benzina o l’addizionale Irpef, o se Tremonti taglia qualche trasferimento a loro volta danno una sforbiciata ai treni dei pendolari, ma un pensiero per il Saharawi non manca mai. Chissà che cosa gli avrà fatto ai nostri governanti il popolo Saharawi. Gli esempi sono moltissimi. «L’assemblea legislativa - recita il sito del consiglio regionale dell’Emilia Romagna - in collaborazione con la giunta dal 1999 realizza missioni e finanzia progetti di cooperazione internazionale ed aiuto umanitario in particolare nei confronti dei profughi Saharawi».

Tant’è che i consiglieri emiliani hanno corso alla «Saharamarathon» e si è prima dato vita all’Intergruppo assembleare del Sahara occidentale cui partecipano membri di maggioranza e opposizione (così non si lamenta nessuno). Poi, per non farsi mancare niente, si è creato il «Tavolo di coordinamento regionale per i progetti a favore del Saharawi», cui partecipano 50 rappresentanti di enti locali della regione oltre a numerose associazioni. E perché non si dica che non si è fatto tutto quello che si poteva per i poveri africani perseguitati, ecco che viene organizzato un convegno nell’aula magna della regione, ospitato e patrocinato (soldi), dal titolo: «La causa del popolo Saharawi», promosso, tra gli altri, guarda caso dai compagni della Cgil. Ma l’Emilia Romagna non è la sola ad avere a cuore il Saharawi.
 
C’È LA TOSCANA, che ha anche lei una «consulta» ad hoc e sostiene iniziative sul tema (nel settembre 2011 si è svolta a Firenze nel salone dei Cinquecento di palazzo Vecchio, patrocinato dalla regione, la terza «Conferenza internazionale delle città gemellate con il popolo Saharawi»), o la Lombardia, che solo nel febbraio 2012 ha inviato una delegazione di consiglieri a visitare i campi profughi nel Sahara occidentale. Non si fa lasciare indietro il Lazio, che vanta un Intergruppo per il Saharawi e che nel 2008 (governatore Marrazzo) ha finanziato un progetto di e-inclusion «a favore del popolo Saharawi», volto a stimolare i giovani di questo popolo a usare sempre più internet e non lasciare le proprie terre. Sperando che nel Sahara abbiano la corrente elettrica.
 
I SOLDIche finiscono oltreconfine prendono spesso la forma delle coooperazioni, la vera parola che illumina governatori e consiglieri regionali. Le regioni sono così ricche e si sentono così potenti che non si accontentano di operare, ma vogliono a tutti i costi cooperare. La regione Liguria (quella che nel 2010 finirà sotto la lente di ingrandimento della Commissione sui disavanzi sanitari per qualche problemino nei bilanci) un po’ di tempo prima aveva cooperato molto. Nel 2008 – come riporta il pamphlet «Gli sprechi della sinistra» scritto dal capogruppo regionale Pdl Matteo Rosso – sono stati stanziati 42mila euro per una panetteria comunitaria a Kirkasa in Congo, 44mila euro per il sostegno contro la pratica delle mutilazioni femminili nel Burkina Faso,

37mila e 770 euro per la promozione e la formazione delle donne svantaggiate di Awassa in Etiopia, 15mila e duecento per la valorizzazione agricola dell’area di Gatare in Ruanda, 11mila e 800 per lo sviluppo sociale ed educativo della popolazione indigena Yanomani in Amazzonia, 38mila per il progetto «Breaking the cycle» in Kenia. In tutto un milioncino circa, confermato anche nel 2010. La perla resta comunque la delibera del 7 dicembre 2007 nella quale la giunta ligure di centrosinistra ha autorizzato un contributo di 33mila euro per realizzare un allevamento di animali minori per le donne di Quichua in Ecuador. In sostanza la Liguria ha pagato un allevamento di polli e conigli nel lontano Sudamerica.

Se stuprare una donna vale dieci volte meno che spiare Bobo Vieri

Luca Fazzo - Mer, 05/09/2012 - 07:14

Un milione al calciatore, meno di centomila euro alle vittime di violenze che segnano un'intera esistenza

Non ha ricevuto danni alla carriera, che era comunque al tramonto.

Non ha subìto traumi psicologici documentabili. Non ha perso contratti di sponsorizzazione. Non è stato esposto al ludibrio della stampa.
Eppure Bobo Vieri per essere stato spiato dall'Inter viene risarcito con un milione di euro in contanti. Ovvero dieci volte tanto di quel che lo stesso tribunale riconosce alle vittime dei peggiori casi di violenza carnale.
Centomila euro, centocinquantamila se la violentata è minorenne: questo è il «tariffario» che la giustizia milanese applica abitualmente quando si tratta di quantificare il danno inferto all'esistenza di una donna da stupri continuati e ripetuti (per gli episodi singoli il risarcimento è ancora inferiore), tragedie destinate a restare impresse per sempre nella psiche di chi le ha vissute. A Vieri, per avere curiosato nei suoi tabulati telefonici, l'Inter e Telecom dovranno versare un milione.

La cifra era apparsa piuttosto generosa già nell'immediatezza dell'annuncio, l'altro ieri, quando era stato divulgato il dispositivo della sentenza emessa dal giudice Damiano Spera della 10a sezione civile. Ma ieri accadono due cose che costringono a rileggere la notizia più in profondità e con maggiore stupore. La prima è che vengono pubblicate le motivazioni della sentenza, da cui si evince che non c'è traccia di alcun danno nè economico nè di immagine nè mentale subìto da Vieri. La seconda è che la notizia rimbalzata dai giornali e dai siti Internet viene commentata nei corridoi del palazzo di giustizia milanese. E suscita tra gli addetti ai lavori - per usare un eufemismo - robuste perplessità: non per la condanna in sè, ma per l'ammontare della cifra. Un magistrato che conosce bene la vicenda dei dossier Telecom dà voce a questi dubbi:

«Un milione di risarcimento a Vieri? Complimenti. Andate a vedere quanto prendono di risarcimento le donne stuprate». Detto fatto. Si scopre che non esiste, ovviamente, una tabella ufficiale dei risarcimenti cui condannare i violentatori. Esiste però un orientamento costante, seguito dai tribunali penali (prevalentemente la quinta sezione) che a Milano giudicano i casi di stupro. Nei casi meno gravi - quelli che vanno dalle molestie spinte agli stupri occasionali - la vittima deve accontentarsi in genere di qualche decina di migliaia di euro. La soglia dei centomila si supera solo nei casi più brutali e prolungati nel tempo. A centocinquantamila si arriva solo se a venire stuprate sono bambine o ragazzine.

Così diventa difficile capire come si sia arrivati a consolare Bobo Vieri con ben un milione. La privacy del bomber è stata sicuramente violata, a due riprese: prima nel 2000, quando Moratti chiese di sapere qualcosa di più sulla vita privata, diurna e soprattutto notturna, del giocatore, sul cui conto circolavano antipatiche dicerie; la seconda, qualche anno dopo, quando Pirelli volle cautelarsi prima di assumerlo come testimonial. Ma dei danni morali e materiali che Vieri, nella sua citazione, sostiene di avere patito per via dei dossier, il giudice non ha trovato traccia.

Dopo i dossier ha continuato a giocare per Atalanta e Fiorentina, e non è certo per colpa dei dossier se non ha più vestito l'azzurro: «Risulta evidente che l'impossibilità per l'attore di partecipare ai Mondiali di Calcio è derivata esclusivamente dall'infortunio avvenuto in prossimità delle convocazioni (maggio 2006)», scrive il giudice. Quanto ai traumi psicologici, «al test di Rorschach emerge, sì, “una condizione depressiva” che, però, la psicologa accortamente definisce “non primaria, correlabile ad un deficit nella capacità di gestione delle richieste sociali e relazionali”. Condizione che non necessariamente configura un Disturbo dell'Umore; e che, di certo, dipende da fattori personologici e non da questo o quell'evento di vita». Insomma, come ben sanno i cronisti sportivi, Vieri ha un caratteraccio, ma i dossier non c'entrano. E allora perché trattarlo meglio di dieci stuprate?

Il tribunale certifica il monopolio coop: affiliate ai democratici

Fabrizio De Feo - Mer, 05/09/2012 - 07:03

Assolti gli autori di un libro che aveva messo sotto accusa la società Hera, simbolo del sistema collegato agli ex Ds


Roma - Hera monopolista e collaterale ai Ds? Sono i fatti che lo dimostrano. La sentenza è firmata dal tribunale di Milano, il pronunciamento è del 9 agosto scorso. Un verdetto che trasforma in un vero e proprio boomerang una causa intentata dall'azienda multiservizi emiliano-romagnola - un colosso da 5 miliardi di euro di fatturato, storicamente vicina al Pds-Ds nella sue diverse denominazioni - ai danni della Mondadori, di Renato Brunetta (nella foto), Andrea Pamparana; Rodolfo Ridolfi; Giorgio Stracquadanio e Pietro Calabrese per la pubblicazione in allegato con Panorama del libro «Il capitalismo in rosso - Indagine sulle Coop».

L'economista veneziano, poi ministro per la Pubblica amministrazione e per l'innovazione, era stato chiamato in causa in quanto autore della prefazione del volume mentre Calabrese era direttore del settimanale ai tempi della pubblicazione, risalente al febbraio 2006. In particolare a Brunetta veniva imputata un'affermazione precisa: quella in cui l'attuale responsabile economico del Pdl affrontava «le ragioni che hanno portato settori importanti del movimento cooperativo legato ai Ds a diventare strumento della costruzione del “capitalismo rosso”, una degenerazione partitica dell'economia cooperativa».

E ancora: «Il sistema Legacoop è tutt'altro che buonista e ha ben poco a che fare con la sua origine solidaristica. È piuttosto un mostro economico, un esempio da manuale di collateralismo tra politica e affari, un caso gigantesco di conflitto di interessi che vede in un ruolo chiave il maggior partito politico della sinistra: i Ds». Gli altri autori venivano invece chiamati in causa per la descrizione del «sistema di partecipazioni regionali strettamente intrecciato con il sistema politico locale dell'Emilia Romagna, nuova forma di monopolio pubblico dell'economia».

La richiesta di risarcimento avanzata da Hera era stata di 550.000 euro. Ma questa domanda è stata rigettata con tanto di condanna per la «parte attrice» al rimborso delle spese di lite e dei compensi legali per complessivi 21mila euro. Le motivazioni? Le ragioni dell'accusa appaiono al tribunale manifestamente infondate. Innanzitutto in merito all'eliminazione di ogni forma di concorrenza, il giudice richiama un parere dell'Antitrust sulla gestione dei servizi idrici e dei rifiuti urbani nell'Ato di Ravenna.

«È stata la stessa autorità garante della Concorrenza a riscontrare distorsioni sottolineando “il mantenimento di gestioni di servizi in salvaguardia per periodi anche estremamente lunghi e tali da permettere il perdurare di situazioni di monopolio con conseguente creazione di ingiustificate rendite di posizione”. Fonte ufficiale ha quindi avanzato un rilievo in ordine alla distorsione del normale confronto concorrenziale». Inoltre il giudice Angela Bernardini sottolinea come i rilievi avanzati dagli utenti-consumatori all'Adiconsum abbiano più volte «lamentato l'esosità e l'assenza di trasparenza di Hera». Infine sui rapporti con i partiti, «la visura camerale avalla l'affermata componente politica di Hera».

Una somma di circostanze che porta il giudice a concludere così: «Tanto sta a dimostrare che legittimamente gli autori potevano ritenere la verità dei fatti affermati», attraverso espressioni che «non risultano travalicare i limiti della continenza formale». Come dire che per la super-utility la causa si è trasformata in una sconfitta su tutta la linea. «È una sentenza importante» commenta Rodolfo Ridolfi «perché sancisce il fallimento del tentativo di mettere il bavaglio alla critica attraverso l'arroganza delle querele. Quello che dispiace è che questa pratica intimidatoria alla fine venga pagata dai cittadini».

Cristiani discriminati sul lavoro Il caso inglese arriva a Straburgo

La Stampa

Oggi la Corte europea dei dritti dell’uomo comincia a discutere i casi di quattro britannici, che dichiarano di essere stati licenziati a causa del loro credo



Nadia Eweida, impiegata della British Airways, nel 2006 ha perso il posto di lavoro dopo essersi rifiutata di togliersi la collanina con un ciondolo a forma di croce

 

elisa barberis (agb)

Un piccolo ciondolo a forma di croce – un simbolo religioso “troppo ostentato” – è bastato a Nadia Eweida, 61enne di Twickenham, per perdere, quando si è rifiutata di toglierlo, il suo lavoro come impiegata della British Airways nel 2006. La giustificazione? Stava violando il codice dell’uniforme della sua azienda. Lo stesso motivo ha portato anche al licenziamento della signora Chaplin dopo 31 anni di assistenza infermieristica in un ospedale del Devon. I loro sono solo due dei quattro casi di discriminazione nei confronti di cristiani che a partire da oggi saranno sottoposti alla verifica della Corte Internazionale giuridica europea dei diritti umani.

Sul banco anche il 48enne Gary McFarlane, cristiano pentecostale, avvocato e tutor al Trinity Theological College di Bristol e counsellor di Relate, la più grande onlus britannica specializzata in problemi di relazioni familiari e di coppia, e Lilian Ladele, impiegata all’anagrafe al Islington Borough Council di Londra. Entrambi costretti ad abbandonare il posto, il primo per essersi rifiutato di occuparsi della terapia psico-sessuale di coppie gay, la seconda per non aver voluto partecipare ai matrimoni omosessuali come impiegata-testimone. Quattro situazioni che hanno posto il Regno Unito di fronte a un problema morale e che sono destinate a tracciare un solco nella giurisprudenza britannica per quanto riguarda la definizione dei limiti della libertà religiosa.

Già a marzo, per la prima volta nella storia del Paese, il governo è stato chiamato a prendere posizione sulla questione, scontrandosi con le numerose critiche provenienti dal mondo cristiano. In particolare da personaggi del calibro di Lord Carey, ex arcivescovo di Canterbury, che ha accusato i ministri di voler imporre le proprie volontà sui diritti dei cristiani, sempre più emarginati dalla vita sociale. Al centro l’interpretazione dell’articolo 14 (divieto di discriminazione) e dell’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, secondo cui «ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà, da soli o in comune, e sia in pubblico o privato, di manifestare la propria religione o le convinzioni , nel culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza».

Se per gli avvocati di Eweida e Chaplin tale diritto è stato violato nel momento in cui i datori hanno preteso di nascondere la croce che indossavano, il governo non ha invece ritenuto il ciondolo un «requisito di fede». Diverse, invece, le richieste di Ladele, che sostiene la propria prerogativa a un ricorso effettivo, e di McFarlane, che reclama un giusto processo e la propria privacy. Ogni caso verrà prima discusso singolarmente e poi saranno confrontati. E mentre fervono le ipotesi sul verdetto definitivo, qualcuno avanza il sospetto che la ferma opposizione del governo britannico sia conseguenza del rifiuto della Chiesa di approvare il progetto di legalizzazione delle nozze omosessuali. In attesa della sentenza, destinata in ogni caso a far discutere, per il momento qualche passo in avanti è già stato fatto: nel 2007 la British Airways ha cambiato la propria politica relativa alle uniformi per consentire al personale di indossare simboli della propria fede religiosa.

Avellino, picconate in testa al cane per ucciderlo. L'animale resiste e si salva

Il Mattino
AVELLINO

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Un cane legato con una corda e preso a picconate sulla testa nel tentativo di ucciderlo. A denunciare la vicenda è il sito GeaPress, vicino alle vicende del mondo animale, che riporta anche una fotografia del cane colpito con il piccone (la vedete qui di fianco).
La vicenda sarebbe accaduta in provincia di Avellino e il cane è stato soccorso presso una struttura specializzata di Monteforte. Secondo la fonte che riporta la notizia, il cane è stato colpito con forza da un oggetto acuminato che gli ha causato una ferita e una frattura cranica nella regione occipitale.
Il cane è fuori pericolo e si è avviato verso la guarigione, anche se porta ancora i segni psicologici e fisici della violenza subita.


Martedì 04 Settembre 2012 - 18:36

Viaggio tra gli aneddoti di Roma la città dove ogni pietra parla

Il Massaggero
di Niole Cavazzuti

ROMA - «...SI MORO e ppo’ rinasco pregh’Iddio d’arinasce a Roma mia» scriveva nell’Ottocento il poeta Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863). Ai tempi la Città Eterna era abitata solo nell’ansa del Tevere. Intorno regnavano la verde campagna e l’assoluto silenzio. Il Colosseo sembrava un’astronave arrivata dal passato, totalmente ricoperto daflora spontanea; mentre davanti alle chiuse porte delle mura imperiali l’erba cresceva rigogliosa e le capre pascolavano. Questa atmosfera romantica scomparve con lo sviluppo edilizio successivo al 1870 e, soprattutto, con l'avvento del fascismo.

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È stato infatti il Duce a tracciare le direttive fondamentali per il definitivo assetto della capitale e per la sua ulteriore evoluzione: la zona adiacente al Campidoglio è stata liberata dalle modeste casupole che la soffocavano e i resti dei monumenti dell’epoca imperiale sono stati isolati, restaurati e collegati da una rete di strade grandiose, il cosiddetto anello delle Vie Imperiali. Del resto, secoli prima, erano state proprio le grandi vie costruite dai romani a permettere la rapida diffusione di una medesima cultura, di una lingua ufficiale condivisa, di commerci liberi da dazi interni, di una sola moneta e di un'unica concezione del diritto. E se nelle province orientali Roma dovette solo mantenere e migliorare la struttura viaria ereditata dall’impero persiano e conservata dai regni ellenistici, già nei primi anni della Repubblica si impegnò a realizzare nell’area occidentale una rete viaria pubblica.


La media percorrenza di un carro da carico si aggirava intorno a 8 chilometri all’ora e i corrieri imperiali viaggiavano alla media di oltre 80 chilometri al giorno: occorrevano quindi 24 giorni da Roma a Costantinopoli e 54, sempre via terra, da Roma ad Alessandria d’Egitto. E Cicerone nelle lettera ad Attico osservava: «Il credito del mercato monetario romano è intimamente legato alla prosperità dell'Asia; se là accade un disastro tutto il nostro mercato finanziario ne è scosso fin dalle fondamenta». Considerazione che, tutt’ora, appare di estrema attualità. A Roma «ogni pietra parla». Prendiamo Piazza di Spagna, definita da D'Annunzio «la più bella del mondo»: la celeberrima scalinata sembra senza tempo. In realtà è stata inaugurata solo nel 1725: a stanziare, nel 1655, la bellezza di ventimila scudi per la sua costruzione fu il segretario d’ambasciata francese, Étienne Gueffier, che aveva persino steso di propria mano la lapide da apporvi e che nell’iscrizione principale, invece, non è neppure ricordato.


A curarla fu infatti il cardinale di Polignac, ambasciatore di Francia, che si cita insieme al papa e al suo re, senza alcun riferimento al vero mecenate. Spostiamoci in Campo de' Fiori: chi ricorda, per esempio, che qui cadde Cesare, colpito dal pugnale di Bruto, o che, sull’altro lato, si trovava la locanda di Vannozza de' Catanei, amante di papa Alessandro VI e madre di Lucrezia Borgia? Queste (e molte altre) interessanti curiosità sono riunite in un originale saggio dello scrittore e giornalista Hans Tuzzi, Metropolis, in libreria per la casa editrice Rizzoli (300 pagine, 17,50 euro). Il testo, colto e al contempo leggero, suggerisce un viaggio sotterraneo scandito dalle fermate della metropolitana -in quanto simbolo del progresso europeo tra fine '800 e primo '900 - di Roma, ma anche di Milano, di Torino e di Napoli, con scappate in superficie laddove ne valga la pena. L'obiettivo?

Ripercorrere la storia e la cultura cittadina per ritrovare, «dove oggi ci sono altri nomi e altre funzioni, personaggi e vicende che non ci si sarebbe mai aspettati». Convinto che «la memoria di un individuo come quella di una nazione affonda nel suo passato», Hans Tuzzi conduce quindi il lettore tra vicende e aneddoti poco noti. Come quello sui depositi di marmo della Città Eterna. «Dal giorno che Metello portò dalla Grecia le prime colonne di pario, la febbre di marmo arse i Quiriti. Per secoli, dagli infuocati deserti del Mar Rosso ai monti della Tessaglia, dalla Caria alla Numidia, dalle Apuane alla Spagna affluirono ogni anno ai porti dell'Urbe (Ostia, Porto, Testaccio) tonnellate di marmo delle più varie qualità».


Poi, con il progressivo interramento dei porti e dopo i saccheggi di vandali e visigoti, la città prese i materiali da costruzione da templi e palazzi e dei grandi depositi si perse addirittura il ricordo. Così, tra gli altri, durante gli scavi per l'aeroporto di Fiumicino, si trovarono nell’antico Porto ben cinquanta colonne di granito mai messe in posa. Da Roma a Milano, piazza Duomo: sapevate che, a cavallo tra l'Otto e il Novecento, sul tetto della cattedrale gotica più celebre d'Italia erano in molti a fare merenda? E numerosi furono pure quelli che si suicidarono buttandosi giù: si provvide pochi decenni fa con dei parapetti. La zona intorno è sempre stata votata al commercio.


Così nel 1865, accanto al Duomo, fu aperto dai fratelli Bocconi il primo negozio di abiti preconfezionati. Risultato? Un vero boom, tanto che nel 1907 la ditta Bocconi vantava ben 6000 dipendenti. Qualche anno dopo, nel 1917, fu acquistata dal senatore Borletti che la trasformò nel grande magazzino più elegante d’Italia, pensato «per rappresentare il nuovo concetto di lusso democratico». Coinvolse l'amico D'Annunzio, affermato autore di slogan pubblicitari, per trovargli un nome «e il Vate lo trovò: La Rinascente. Mai nome fu più profetico», ricorda Tuzzi. «Inaugurata il giorno di Sant'Ambrogio 1918, la notte di Natale andò in fuoco per risorgere dalle proprie ceneri il 23 marzo 1921. Distrutta dalle bombe alleate nel 1943, il 4 dicembre 1959 rinacque per la seconda volta, modernissima, grazie agli architetti Reggiori, Molteni e Pagani».
Non meno ricchi di sorprese sono pure gli affascinanti itinerari dedicati a Napoli e a Torino, per una fuga in nome della cultura. Vi è venuta voglia di viaggiare?


Mercoledì 05 Settembre 2012 - 08:58
Ultimo aggiornamento: 09:01

Tredicenne convive con un uomo i genitori condannati a tre anni

Il Messaggero
di Valentina Errante

Ragazzina ceduta a un pregiudicato


ROMA - QUASI una bambina. Eppure papà e mamma sapevano che conviveva con quell’uomo. Adulto e pregiudicato. Adesso la Cassazione ha confermato la sentenza dellaCorte d’appello di Roma: concorso in violenza sessuale, tre anni e quattro mesi di reclusione per i genitori. Andranno in carcere.


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La storia comincia circa sei anni fa. Quando al centro di un’inchiesta finisce una ragazzina di 13 anni. Convive con un pregiudicato in un palazzo di periferia, di fronte alla casa dei suoi genitori. I genitori finiranno in cella «per aver favorito e agevolato i rapporti sessuali tra l'uomo e la figlia minore di anni quattordici». In Cassazione i genitori avevano provato a negare di essere a conoscenza di quella relazione. Poi l’avvocato aveva eccepito che bisognava tener conto dell’impuntatura di quell’adolescente.
 
Durante il processo di primo grado, il fratello di quella ragazzina aveva spiegato come tutto fosse rimasto nascosto anche a lui, che i due «avevano fatto una cosa tutta in segreto» e i genitori erano sconvolti. E così anche il papà e la mamma: «Solo voci e pettegolezzi», giuravano. E anche lei, la parte lesa nell’indagine, chiamata a testimoniare, aveva ammesso alla polizia giudiziaria di convivere con quell’uomo. Poi, però, durante il dibattimento, aveva negato. Smentito le sue stesse parole. E se non fosse stato per quella vicina, che al pm raccontava: parlando con la madre, mi è parso che incentivasse la relazione considerandola «una sorta di sistemazione» per la ragazza, forse alla condanna non si sarebbe arrivati. Eppure nel quartiere tutti sapevano. Testimonianze non corrette, secondo la difesa. Solo pettegolezzi, che non possono trovare spazio in un processo.
 
Niente da fare. Per i giudici, l’inquilina del palazzo di fronte ha raccontato circostanze precise, la quotidianeità di una Lolita senza controllo. La vita a perdere di un’adolescente qualunque e la follia dei suoi genitori.

La terza sezione della Cassazione, presieduta da Ciro Petti, ha respinto il ricorso contro la condanna. Eppure per l’avvocato «si sarebbe dovuto tenere conto della infatuazione della minore per il convivente, che l'aveva indotta anche in seguito al ricovero presso una casa famiglia a fuggire, per recarsi da lui». Gli ermellini, invece, hanno sostenuto che fossero improponibili le scuse avanzate dai genitori in quanto dalle stesse indagini risultava chiaro come i due «amanti» abitassero da tempo nel palazzo di fronte a quello di papà e mamma.

Tutti d’accordo, insomma. Ed era impossibile che quei fatti, noti «a tutti gli abitanti del palazzo», sfuggissero proprio ai genitori. E i giudici hanno detto di più. Per la Cassazione, i genitori non rispondono del reato «per non aver impedito l'evento», come richiesto dalla difesa, ma del più grave «concorso» in violenza sessuale per aver «favorito e agevolato i rapporti sessuali» della figlia con quell'uomo.


Mercoledì 05 Settembre 2012 - 09:03
Ultimo aggiornamento: 09:07

Posti a scelta e menu: ecco i costi «occulti» dei biglietti aerei

Corriere della sera

Dagli extra ricavi per 18 miliardi

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Quanto costa veramente un biglietto aereo? La domanda se l'è posta Newsweek insieme ai circa sette milioni di passeggeri che ogni giorno viaggiano in aereo. Non più tardi di dieci anni fa le tariffe erano tutte incluse nel costo del biglietto. Il prezzo che vedevi era quello che pagavi, meno le tasse. Niente sovrapprezzo per l'imbarco del bagaglio o per la scelta del posto. Oggi invece il tutto compreso è un eccezione, la maggior parte delle compagnie aeree - con le low cost in testa - spacchetta ogni servizio economy e ne fa una tariffa a sé ( unbundling lo chiamano). E lo fa non sempre in modo trasparente al momento dell'emissione del biglietto. Vuoi imbarcare bagagli? Prego, da 15 a 130 euro per la prima valigia (a seconda del peso, della stagione e della modalità di pagamento: se si fa l'errore di dare per scontato l'imbarco gratuito del primo bagaglio da stiva la tariffa in aeroporto è quattro volte più salata che on line). Vuoi sederti accanto al finestrino? Sono altri 10 euro. Hai dimenticato di stampare la carta di imbarco e chiedi la sua riemissione in aeroporto? Nessun problema, risponde Ryanair, fanno 60 euro.

Il mercato degli «extra» ha fruttato nel 2011 qualcosa come 18 miliardi di euro: il 66% in più rispetto a due anni prima, rivela un'indagine su 108 compagnie condotta da IdeaWorks e Amadeus (la prima società di consulenza per l'analisi di questo tipo di ricavi, la seconda leader nella distribuzione di tecnologie avanzate per l'industria dei viaggi). E negli Stati Uniti è iniziata una battaglia sulla trasparenza delle tariffe aggiuntive i cui effetti potrebbero investire l'intero sistema del trasporto aereo internazionale. Le autorità di regolamentazione del trasporto aereo Usa, scrive il settimanale americano, stanno prendendo in considerazione «un giro di vite sulle pratiche tariffarie ingannevoli che hanno ingiustamente arricchito le compagnie aeree nascondendo il reale costo del volo». Da inizio anno una nuova norma obbliga le nazionali a indicare tariffe, tasse incluse. E una commissione del Dipartimento federale dei trasporti ha chiesto al governo un passo in più.

È la United Continental la regina dei ricavi da servizi extra (i cosiddetti ancillari): 4 miliardi e 162 milioni. Le low cost EasyJet e Ryanair sono al sesto e settimo posto, con ricavi di 890 e 886 milioni: rispettivamente il 20,8 e il 20.5% di tutti i loro introiti che le posizionano al quarto e quinto posto nella classifica quanto a percentuale degli «extra» sui ricavi totali. Sono infatti i vettori a basso costo a incassare di più con gli «extra»: la statunitense Spirit arriva al 33,2%.

La nostrana Alitalia nel 2011 ha incassato 150 milioni di euro per i servizi accessori, con un incremento del 6% rispetto al 2009. «La direzione è questa, anche se le compagnie low cost e statunitensi sono più agguerrite, a partire dall'imbarco dei bagagli», spiega Aureliano Cicala, responsabile Servizi ancillari di Alitalia. «Noi non vogliamo lowcostizzare i servizi, ma segmentare (chi paga di più ha di più) e fornire delle esperienze di viaggio differenziate». Check-in, prenotazione posto, noleggio macchina, albergo. Alitalia offre persino il personal shopper in aeroporto. «Oggi siamo di fronte a uno scenario in evoluzione sia per quanto riguarda i viaggiatori, che richiedono esperienze di viaggio complete e ricche, sia di opportunità create dalle innovazioni tecnologiche», afferma Fabio Maria Lazzerini, ad di Amadeus Italia. Se possono scegliere in modo trasparente i passeggeri acquistano come primo «extra» un posto più comodo (61%), poi la possibilità di imbarcare un bagaglio più pesante o più bagagli.

Alessandra Mangiarotti
5 settembre 2012 | 9:05

Pablo Escobar, mito del crimine nelle t-shirt prodotte dal figlio

La Stampa

Condanna il narcotraffico  e fa lo stilista: produce in patria capi che riproducono documenti del padre ma "per rispetto delle vittime" li vende solo all'estero



Una maglietta dedicata a Pablo Escobar

 

Lorenzo Cairoli

Quando Caracol Tv annunciò una fiction su Pablo Escobar la Colombia si divise in due. Il rischio era, come in una fiaba araba, stappare un vaso di Pandora dalle conseguenze inimmaginabili. L'incubo dell'apologia, ad esempio. Far uscire il genio (del male) dalla bottiglia. Rivitalizzare la peggiore delle icone colombiane proprio ora che il paese ha scelto la pace e la legalità - come dimostra il tentativo del presidente Santos di negoziare la fine del conflitto con la guerriglia. Chi aveva investito nel progetto, come la produttrice Juana Uribe, assicurava che la fiction non avrebbe esaltato il mito di Escobar. Al contrario, avrebbe riscattato la memoria delle sue vittime. Ma i vasi di Pandora sono controllabili anche se dietro si celano le migliori intenzioni? E il riscatto della memoria delle vittime doveva passare proprio attraverso 64 episodi di 45 minuti l'uno e attraverso una celebrazione così eclatante?

Ero tra quelli che storcevano il naso. Sapevo che dietro alla fiction c'era un rigoroso lavoro di investigazione giornalistica - alla base un libro come "La parabola de Pablo" di Alonso Salazar, sindaco di Medellin dal 2008 al 2011. E che gli sceneggiatori si erano avvalsi dell'apporto di molti protagonisti di quegli anni neri a Medellin. Come i parenti delle vittime. Camilo Cano, coproduttore della serie insieme a Juana Uribe era il figlio di quel Guillermo Cano, direttore del quotidiano "El Espectador" che fu assassinato dai sicari di Escobar nel 1986. Ma sulla liceità del progetto continuavo a nutrire dubbi. Mai sfidare il passato. Nemmeno in nome della Storia.

Come la favola di Candyman. Innocuo fino a quando non ti metti davanti a uno specchio e scandisci il suo nome per cinque volte. Con Escobar sembra successa la stessa cosa. Caracol ha scandito sessantaquattro volte il suo nome e il Candyman di Rionegro è uscito dall'oblio.

Basta camminare nel suo vecchio barrio, a Medellin. All'ingresso troneggia un gigantesco murales sul quale si legge un inquietante “Bienvenidos al barrio Pablo Escobar. ¡Aquí se respira paz!” - (Benvenuti nel barrio di Pablo, qui si respira la pace). Ovviamente qui tutti lo adorano. Efe Wberney Zabala, uno dei leader del barrio ricorda che Pablo ha regalato case a tutti. "Ti immagini - mi chiede - cosa significhi sopravvivere in una discarica, tra baracche e immondizia e un bel giorno abitare in una casa vera?"

Qui il mito di Pablo non ha mai smesso di pulsare, non ha mai conosciuto flessioni, tradimenti, non ha mai smesso di incendiare i cuori e la memoria dei suoi abitanti. "Per questo il Comune ci tratta come cani in chiesa - si lamenta Efe Wberney Zabala - Ci hanno chiesto di cambiare nome al barrio. Di non chiamarlo più barrio Escobar. Ci siamo rifiutati. Cosi' adesso ci negano i servizi più elementari. Guardati attorno. Non c'è una scuola, un campo di calcio. Pablo non l'avrebbe mai permesso".

La sera il barrio si ferma. La gente si siede davanti al televisore di una tienda, come negli Anni Cinquanta in Italia capitava con "Lascia o raddoppia" o con "Il Musichiere". Però quando incominciano a scorrere i titoli di coda, quasi tutti criticano la fiction. "Ci sono molte cose non vere. E sopratutto troppe omissioni. Perchè nessuno ricorda quanti quartieri Pablo creò a Itagüí o a Manizales.? Quante case regalò a gente destinata a crepare in strada?"

Ma in questa rievocazione del Candyman colombiano il contributo più interessante lo da la rivista "Semana" e la sua giornalista Laura Ayala con un'intervista al figlio di Escobar. Una vita, la sua, vissuta a lungo in una clandestinità tenace, dove neanche a scandire il suo nome un milione di volte sarebbe mai uscito allo scoperto. Cambiò identità. Scelse di chiamarsi Sebastián Marroquín e si trasferì in Argentina dove studiò architettura e disegno industriale. Oggi è un affermato stilista che da tre anni ha deciso di uscire dall'ombra. "Hanno trasformato mio padre in un supereroe del crimine mentre io vendo solo riflessioni di pace".
Sulle sue t-shirts ha fatto stampare effetti del padre, come la sua carta di identità, la sua patente di guida, le sue carte di credito. Un po' kitsch, per i nostri parametri estetici, ma in Guatemala, Giappone, Australia, Canada e Messico vanno a ruba.

Alla giornalista che lo incalza chiedendogli se tutto questo non finisca per alimentare involontariamente il mito del padre, Sebastian risponde piccato. "Il trend è sempre stato quello di trasformare mio padre in uno Scarface del ventunesimo secolo. La tivù dice che vuole riscattare la memoria delle vittime intanto grazie a mio padre fa audiences da record e guadagna montagne di denaro. Nel mio sito la prima cosa che leggi è la mia condanna al narcotraffico.

Consiglio ai giovani di vivere una vita diversa, li invito a non ripetere gli errori della generazione di mio padre. Non posso cambiare il passato però posso migliorare il presente e il futuro. Ho ereditato da Pablo problemi che non conoscevo. Ora utilizzo la sua immagine nella maniera più rispettosa e riflessiva che posso. Ho passato metà del mio esilio a sognare un mondo migliore. A creare non a distruggere. E così farà anche mio figlio". Tutti suoi capi sono fabbricati in Colombia, a Medellin,  ma per rispetto alle vittime sono venduti solo all'estero.

Un pass azzurro per l’Europa

Corriere della sera

Dal 15 settembre obbligatorio anche in Italia il «Contrassegno unificato disabili europeo». Ancora validi i permessi non scaduti, ma i Comuni devono sostituirli col nuovo tagliando entro tre anni

Il nuovo passo europeoMILANO - Un tagliando azzurro come quello già adottato negli altri Paesi dell’Unione europea. Entra in vigore anche in Italia, il prossimo 15 settembre, il «Contrassegno unificato disabili europeo» (Cude) per la circolazione e la sosta di automobili che hanno a bordo persone con disabilità. È stato infatti pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 203 del 31 agosto il Decreto del Presidente della Repubblica n. 151 del 30 luglio, che disciplina il rilascio del nuovo permesso europeo. «A distanza di 14 anni dalla Raccomandazione Ue, che sollecitava gli Stati membri a rendere uniformi i tagliandi, il nostro Paese finalmente si adegua – commenta Gustavo Fraticelli, copresidente dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica – .Finora “l’ostacolo” per adottarla era una norma italiana sulla privacy che vieta l’ostentazione di simboli e diciture su dati sensibili. Poim il nuovo Codice della strada, entrato in vigore nel 2010, ha permesso di esporre il contrassegno purché non sia visibile il nome. Dopo altri due anni di attesa arriva il regolamento».

LIBERA CIRCOLAZIONE - «Vengono finalmente aperte le frontiere anche alle persone con disabilità – sottolinea Roberto Romeo, presidente dell’Anglat, l’Associazione nazionale guida legislazione andicappati trasporti – . Ora potranno viaggiare in auto per l’Europa, sostando liberamente nelle strisce riservate, senza rischiare una multa se trovano un poliziotto che non considera valido il nostro tagliando arancione». Via libera col nuovo contrassegno unico - che consiste in un rettangolo orizzontale azzurro col simbolo della carrozzina di colore bianco su fondo azzurro scuro - non solo in Europa, ma anche se si circola in zone a traffico limitato o si sosta in altre città italiane: non è identico dappertutto, infatti, l’attuale tagliando arancione, rilasciato finora dai Comuni di residenza.

NUOVO RILASCIO - Ma cosa prevede la nuova norma? La sostituzione dell’attuale «contrassegno invalidi» di colore arancione con il nuovo modello «contrassegno di parcheggio per disabili» deve avvenire entro tre anni. Nel frattempo i pass già rilasciati restano validi. «Ci auguriamo che le amministrazioni locali possano adeguarsi rapidamente – sottolinea Fraticelli – . Chi deve recarsi all’estero potrà comunque richiedere subito il nuovo tagliando azzurro al proprio Comune». Inoltre, aggiunge Romeo: «Se il permesso scade prima dei tre anni, per esempio tra un mese, i Comuni sono obbligati a rilasciare il contrassegno unificato».

SOSTA BLU - La norma prevede anche altre novità. Spiega il presidente di Anglat: «I Comuni dovranno modificare entro tre anni anche la segnaletica stradale, conformandola al simbolo previsto dalla Raccomandazione europea. Le amministrazioni locali, quindi, dovranno adeguare le paline e le strisce a terra che indicano il posto riservato. Inoltre – continua Romeo – il Comune può prevedere la gratuità della sosta per i disabili nei parcheggi a pagamento nel caso in cui gli appositi stalli riservati siano già occupati».

Maria Giovanna Faiella
5 settembre 2012

Alice, malata terminale, esaudisce tutti i desideri della sua lista

Corriere della sera

La sedicenne inglese con una battuta di avvistamento balene ha esaudito il 17° sogno prima di morire
Alice (dal suo blog)Alice (dal suo blog)

MILANO – Questa estate Alice ha potuto spuntare il diciassettesimo elemento della sua lista dei desideri: l’elenco delle cose che avrebbe tanto voluto provare almeno una volta nella vita, prima che la sua malattia, il linfoma di Hodgkin, non le permetta più di vivere. E questa estate, volata a Vancouver dalla Gran Bretagna, dove la 16enne vive, ha potuto vedere le balene nel loro habitat naturale partecipando, a bordo di una imbarcazione, a una gita di “whale watching” tanto comune in Canada così come nel nostro Mediterraneo. La sua lista, ora terminata, è un successo da grande schermo, che tanto ricorda The bucket list (“Non è mai troppo tardi”), il film uscito in Italia nel 2008 che racconta la storia di due malati terminali (Nicholson e Freeman) davanti alla loro personale lista dei desideri da esaudire prima di morire.

UNA LISTA DI PICCOLI SOGNI -Ma per Alice è tutto vero: lo scorso anno, ancora quindicenne, con l’aiuto della madre e della sorella decide di stilare l’elenco delle cose da fare prima di dichiararsi sconfitta dalla malattia. Apre un blog dove racconta la sua storia e dove pubblica questi 17 piccoli desideri da ragazzina normale, con molta voglia di vivere e di non pensare al dolore e al decorso cronico del suo male. In quell’elenco ci sono i sogni di una adolescente: poter andare al ballo di fine anno con i suoi compagni, visitare la fabbrica di cioccolato di Cadbury a Birmingham in perfetto stile Willy Wonka, fare un servizio fotografico con la sua famiglia, partecipare a una mostra canina con il suo Labrador, andare in Kenya (anche questo esaudito, nonostante il parere negativo dei medici a viaggi lunghi e pericolosi), farsi fare un massaggio alla schiena, nuotare con gli squali, avere una serata privata al cinema con il ragazzo del suo cuore, fare campeggio, e così via. Ma accanto ai sogni di ragazza normale, compaiono quelli da persona che fa i conti con il suo male e cerca, in ogni modo, di aiutare la ricerca e il mondo a trovare il modo per curarlo. Per questo nella lista ci sono anche desideri come semplificare le procedure per diventare donatori di midollo osseo, acquistare una roulotte da usare per fare campagne informative sulla lotta al cancro, raccogliere fondi per la ricerca.

LA RETE IN AIUTO – Un po’ per caso la sua lista finisce su Facebook e Twitter, in pochi giorni l’hashtag #alicebucketlist diventa top trend nella classifica del micro-social e piovono aiuti e solidarietà da tutto il mondo. Se ne accorgono anche molti personaggi famosi (tra cui i Take That, che esaudiscono il sogno di Alice di incontrarli), come il Primo ministro inglese Cameron e su Ulverston, dove Alice vive con la sua famiglia, convergono pensieri di affetto, fondi per la malattia, proposte di aiuto. In solo un anno, per esempio, si iscrivono alle liste nazionali dei donatori di midollo osseo in 40mila. Mentre la lista di Alice, inaspettatamente, viene spuntata per intero, e lei stessa, incredula, commenta ai giornalisti: «È stato incredibile perché inizialmente non credevo nemmeno che la mia lista sarebbe mai stata pubblicata; infatti non pensavo neppure di fare metà delle cose che ho scritto, e invece, ora le ho esaudite tutte».

Eva Perasso
4 settembre 2012 | 12:38

Joshua e le 70mila galline uccise

Corriere della sera

Un giovane di 21, totalmente ubriaco, stacca la corrente di un grosso allevamento e compie una strage

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MILANO - «In vent'anni di carriera è la prima volta che mi capita un'indagine del genere», ha spiegato alla tv lo sceriffo della contea di Wicomico, nel Maryland. E in effetti, l'incidente avvenuto qualche giorno fa in una fattoria a Delmar ha dell'incredibile: un ragazzo ubriaco ha staccato accidentalmente la corrente di un grosso allevamento di polli. A farne le spese sono state 70.000 galline.

POSTUMI - Joshua D. Shelton, 21 anni, aveva bevuto qualche drink di troppo. E come spesso accade quando ci si ubriaca, la mattina seguente anche il giovane non ricordava più cosa avesse combinato in quello stato. Lo hanno ritrovato ancora sbronzo, svenuto con indosso solo una t-shirt e dei boxer davanti alla centralina elettrica di un’azienda agricola. Il ragazzo aveva appena commesso una strage uccidendo un totale di 70 mila galline. Nella notte tra venerdì e sabato scorsi, ha tolto infatti l'energia elettrica in tre capannoni dell'allevamento di Mark Shockley. Senza acqua, cibo o con le ventole di raffreddamento spente, gli animali hanno iniziato a morire dopo 15 minuti. Soltanto un centinaio di esemplari sono scampati a quel supplizio.

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ACCUSE - Il danno, rivela il sito DelmarvaNow.com, è stato quantificato in circa 220 mila dollari, escluse le spese che l'agricoltore dovrà sostenere per rimuovere le migliaia di carcasse. «Sospettiamo che il giovane sia entrato nella rimessa e abbia cercato l’interruttore della luce», ha detto a Nbc News lo sceriffo Tim Robinson. «Invece, ha fatto l’opposto». Joshua Shelton era appena stato ad un concerto nelle vicinanze, oltretutto con la figlia dell’agricoltore. Ora dovrà rispondere di furto con scasso di secondo grado, violazione di domicilio, danno alla proprietà e crudeltà sugli animali.


Elmar Burchia
4 settembre 2012 | 14:51

Cina, il grattacielo dei record costruito in novanta giorni

Corriere della sera

Sarà il più alto del mondo, usato lo stile dei giochi Lego Verrà «montato» con strutture prefabbricate nella provincia di Hunan

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Tre mesi per toccare il cielo. Tanto basterà alla compagnia di costruzioni cinese Broad Group per costruire quello che, una volta terminato, sarà il grattacielo più alto del mondo. Lo Sky City One, 220 piani (più due sotterranei), sorgerà nella periferia rurale di Changsha, città da 7 milioni di abitanti nella provincia di Hunan, Cina centrale. Altezza prevista: 838 metri, contro gli 828 del Burj Khalifa di Dubai, attuale detentore del record (guarda il pop up). Solo dieci metri di differenza ma un abisso in termini di tempi di lavoro: per il gigante di Dubai infatti, inaugurato nel 2010, furono necessari 72 mesi di cantiere aperto, per Sky City One invece, promettono i progettisti, ne basteranno tre.

Come è possibile? Il segreto starebbe nella particolare tecnica di costruzione impiegata dal Broad Group, un metodo che, fatte le dovute distinzioni, assomiglia a quello del Lego. Qui non si usano mattoncini colorati, però, ma blocchi prefabbricati di 15,6 per 3,9 metri: moduli standard prodotti nel quartier generale del gruppo - la «Broad Town» -, trasportati via camion sul luogo della costruzione, messi in posizione e assemblati. Molto velocemente. Troppo, secondo gli scettici che dubitano della riuscita dell'impresa. Nessun dubbio, invece, per Zhang Yue, presidente del gruppo: «Abbiamo già testato la nostra tecnica - ha detto Zhang al Financial Times -, questa volta si tratta solo di un edificio un po' più alto».

TECNOLOGIE AVANZATE - Fondato nel 1998 con un capitale iniziale di 3 mila dollari, agli esordi il Broad Group si è fatto strada nel settore dei condizionatori d'aria alimentati con fonti alternative: un'intuizione vincente dati i frequenti black out elettrici che imperversavano nel Paese alla fine degli anni Novanta. Dopo il devastante terremoto del Sichuan, nel 2008, oltre 70 mila vittime, Zhang vira verso le costruzioni: «Oggi molte industrie impiegano tecnologie avanzate, ma non l'edilizia - ha spiegato -. Noi vogliamo ovviare a questo problema». Detto, fatto: la soluzione scelta da Zhang per costruire edifici sicuri, antisismici ed ecosostenibili è quella dei prefabbricati, già comunemente usata per capannoni e case ma qui applicata anche ad edifici monstre come lo Sky City One di Changsha. Una rivoluzione, secondo l'imprenditore cinese. Una modesta innovazione non esente da rischi, secondo i suoi detrattori. Zhang, dalla sua, ha un precedente in tasca: un hotel di 30 piani costruito dalla sua società alla fine del 2011. In 15 giorni.

SKY CITI - Ora la scommessa si chiama Sky City: «Abbiamo già l'ok dell'amministrazione - dicono dal Broad Group -, è solo questione di tempo». Poco tempo: se i lavori, come è stato annunciato, cominceranno a dicembre, al ritmo di due piani edificati al giorno nella primavera del 2013 circa 30 mila persone potranno popolare la torre, muovendosi tra abitazioni, hotel, negozi, ristoranti e uffici grazie ai 104 ascensori previsti. Un milione di metri quadrati di estensione, 220 piani, 200 mila tonnellate di acciaio impiegate, la torre di Zhang promette una resistenza ai terremoti fino a 9 gradi di magnitudo, un consumo di elettricità 6 volte inferiore rispetto agli edifici convenzionali e aria 20 volte più pura di quella che si respirerà all'esterno grazie a un impianto di condizionamento naturalmente firmato Broad Group. Alla costruzione parteciperanno anche architetti e ingegneri che, a suo tempo, hanno lavorato al cantiere di Burj Khalifa, a Dubai. Ma questa volta si farà più in fretta.

Giulia Ziino
@giuliaziino4 settembre 2012 | 12:46




Si inaugura a Londra lo Shard, il grattacielo più alto d'Europa (05/07/2012)

Il grattacielo dei record costruito in un mese (10/03/2012)

Dal kerosene all'elettricità

La Stampa
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YOANI SANCHEZ

CatturaLa cucina adesso non  puzza più di kerosene, le pareti non sono nere di fuliggine e non serve l’alcol per “accendere” la lampada.  Adesso le case popolari non si risvegliano con il rumore della valvola d’aria con cui si ravvivava la fiamma e l’allergia della signora non viene più provocata dal puzzo di combustibile abbrustolito. Adesso dalla piccola finestra non esce un fumo grigio e il cibo non assume quel vago sapore di carburante. Adesso non si deve aver paura di addormentarsi con il rischio che le fiamme si impadroniscano del legno della porta. Adesso no…
 

Ora, il problema è la fattura elettrica. La pentola risiera che le dettero cinque anni fa e che ha dovuto riparare una dozzina di volte. Il fornello che le consegnarono durante i giorni della cosiddetta Rivoluzione Energetica e che pare divorare velocemente i kilowatt.  Il frigorifero cinese con cui sostituirono il suo vecchio Frigidaire… che passa più tempo scongelato che congelato. E in ogni caso la preoccupazione più grande proviene dalla costosa fattura in lettere azzurre che le mettono sotto la porta.
 
Se prima passava la giornata a caccia di combustibile, adesso spende l’intera pensione per far fronte agli alti costi dell’elettricità. Quando utilizza il fornello e lo scaldabagno almeno tre volte in una settimana, è consapevole che dovrà destinare l’80 % della pensione per pagare il consumo di energia. È passata da una difficoltà angosciosa a una situazione esasperante. Prima aveva il tetto pieno di fuliggine, adesso resta diversi giorni al mese senza servizio elettrico perché non può pagare. Non è un grande cambiamento. Prima poteva lamentarsi, bestemmiare, gridare verso la canna fumaria, urlare ai quattro venti che quel maledetto focolare la faceva stancare molto. Adesso non può più, perché tutto questo è stato “idea del Comandante”, un “programma del Comandante”.

Sesso&zucchero: «Quello slogan sulle bustine offende le donne». È bufera

Il Mattino
di Fulvio Scarlata


SALERNO - Un caffè al bar come momento di relax, magari una pausa durante il lavoro o la spinta iniziale proprio per iniziare a lavorare: la tazzina calda, il cucchiaino in mano, una punta di zucchero ormai nelle comunissime bustine. Si comincia a bere e l’occhio cade proprio sullo slogan impresso sulla bustina: «La differenza fra una toilette e una donna è che la toilette non ti insegue dopo nove mesi che l’hai usata». Roba da far andare di traverso il caffè, rovinarti la pausa, impedirti di ricominciare a lavorare, rimanere senza parole, imbestialirsi. E per le donne anche di peggio.
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«È un messaggio di una sconfortante misoginia - la denuncia dell’Arcigay - Il linguaggio veicola poi comportamenti conseguenti». «Macché - la replica della Techmania, la società di Battipaglia che ha prodotto l’originale messaggio - è solo una freddura. Ne facciamo anche sugli uomini». Ormai è diventato un caso. Salernitano perché il distributore delle famigerate bustine è di Eboli (e si è subito dissociato dalle scritte).

«La distribuzione di questi prodotti con messaggi sessisti e macisti - dice Ottavia Voza, presidente dell’Arcigay - corrisponde ad una realtà: l’Italia ha il primato europeo per donne aggredite, ferite o uccise dai propri partner. Ormai la violenza sulle donne sta diventando una emergenza sociale. Non si può dire: sono solo bustine di zucchero con battute che si sono sempre fatte. Noi chiediamo che siano ritirati questi prodotti dal commercio».

Anche perché è bastato proporre la questione su un blog ed ecco che da varie parti d’Italia, con altri produttori e distributori, le frasi sulle bustine di zucchero superano ogni confine tollerabile. «Ma che misoginia - la replica della TechMania - Il messaggio ha una evidente finalità ironica. Rientra in un vasto repertorio di freddure che prende di mira anche gli uomini. Per esempio c’è un messaggio: “Come si può definire un uomo con metà cervello? Fortunato”. È ingiusto e lesivo per la nostra società accusarci di misoginia e di utilizzare linguaggi violenti e maschilisti forieri di violenza. L’unica discriminazione in questo caso è quella ai danni dell’ironia».

Ironia o no, intanto dall’Arcigay è partita la denuncia all’Osservatorio nazionale antidiscriminazione, presso la Presidenza del Consiglio, dipartimento pari opportunità, per verificare se è possibile sanzionare la società o addirittura arrivare a denunce.

Martedì 04 Settembre 2012 - 11:37    Ultimo aggiornamento: 11:38

I dieci yacht più lunghi del mondo

Corriere della sera

Eclipse di Abramovic con i suoi 163 metri batte tutti: gli sceicchi arabi a rimorchio del petroliere


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Una moglie per Tom Cruise? La trova Scientology

Luisa De Montis - Lun, 03/09/2012 - 16:34

Un'inchiesta di Vanity Fair Usa rivela il processo di selezione a cui sono vengono costrette le potenziali Miss Cruise. Ma la setta smentisce punto per punto

La vita sentimentale di Tom Cruise è una faccenda di stato.



Perlomeno per Scientology. Un'inchiesta realizzata da Vanity Fair Usa rivela il curioso retroscena: per diventare la lei dell'attore non basta fare colpo sull'ex di Kidman e Katie Holmes. Il percorso è ben più lungo. Se avete mire sul bel Cruise toglietevele dalla testa. A meno che non siate pronte a "rigare dritto", secondo i canoni della setta. Le precedenti signore Cruise? Tutte membri di Scientology. A cui era stata proposta un'audizione per una parte in un film d'addestramento.

Peccato che domande tipo del colloquio fossero quesiti come: "Cosa ne pensi di Tom Cruise?". L'inchiesta racconta di una ex dell'attore, Nazanin Boniadi, collega di origini siriane col quale si è frequentato da novembre 2004 a gennaio 2005. La ragazza, selezionata "per un'importante missione", aveva dovuto seguire una preparazione di un mese, fatta di interviste quotidiane sui suoi segreti più intimi, vita sessuale compresa.
All'attrice era stato imposto di tagliare ogni relazione - fidanzamento compreso - e un accordo di riservatezza. Se avesse creato problemi sarebbe stata dichiarata nemico di Scientology. Un matrimonio combinato, insomma.

Alla base della rottura della storia tra i due attori il poco amore che dava a Tom Cruise e la sua mancanza di un "potere autonomo", che aveva invece Nicole Kidman. Tutte pecche gravi perché "Tom non deve essere disturbato", parola di un altro membro della setta. La Boniadi aveva provato a confidarsi con una compagna di setta e amica, ottenendo solo un rapporto e punzioni con compiti umilianti.
Inutile dire che Scientology ha negato ogni punto dell'inchiesta in tempo record.