venerdì 7 settembre 2012

Philip Roth contro Wikipedia : «Errori che non correggono»

Corriere della sera

L'enciclopedia non accetta la correzione dello scrittore. Ma dopo l'attacco si dà per vinta

Lo scrittore Philip RothLo scrittore Philip Roth

Philip Roth ha contestato la voce dedicata da Wikipedia al suo romanzo «La Macchia Umana» e soprattutto al fatto che quando lui ha cercato di correggerla si è sentito rispondere picche dagli amministratori del sito. Roth ha quindi scritto una lettera aperta al New Yorker trasformando l'attacco a Wikipedia in un lungo monologo sul processo attraverso cui si costruisce l'immaginazione degli scrittori.

«FONTE NON CREDIBILE» - «Cara Wikipedia, sono Philip Roth. Di recente ho letto la un grave errore che avrei voluto veder corretto: un errore entrato in Wikipedia non dal mondo della verità ma dal bla bla del pettegolezzo letterario. E che non ha alcun fondo di verità», ha scritto il romanziere sul New Yorker. L'autore ha poi raccontato di aver chiesto la correzione «attraverso un interlocutore ufficiale» all'enciclopedia fondata da Jimmy Wales, ma di essersi sentito rispondere che «io, Roth, non ero una fonte credibile».

FALSO - Nodo del contendere, l'illazione di Wikipedia che il personaggio centrale della «Macchia Umana», il professore accusato di razzismo Coleman Silk, sia stato ispirato dalla vita dello scrittore Anatole Broyard. «Nulla di più falso», secondo Roth che invece spiega come il romanzo tragga origine da un «evento infelice» nella vita del suo defunto amico Malvin Tumin, sociologo a Princeton per circa trent'anni. Tumin, come Silk, usò nei confronti di due studenti di colore che non si erano mai presentati a lezione una parola a doppio senso: "spooks" che significa "fantasma ma anche un peggiorativo per neri".

Ne era seguita un'inchiesta accademica durata anni da cui il professore di Princeton era uscito assolto ma psicologicamente con le ossa rotte. Ma - scrive Roth - la scrittura di un romanzo «è per il romanziere un gioco di immaginazione. Come quasi tutti gli scrittori che conosco io sapevo di avere quello che Henry James chiamò una volta «il germe», nel mio caso i guai di Tumin a Princeton. Dà lì sono andato avanti a inventare la sua amante Faunia Farley; Les Farley; Coleman Silk; le origini della famiglia di Silk; i suoi colleghi amici e ostili, la moglie, la sorella insegnante e così via, altri cinquemila frammenti biografici che messi assieme creano il personaggio immaginario al centro di un romanzo».

LA CORREZIONE DI WIKIPEDIA - Una lunga e puntigliosa lezione del pluripremiato, oltre che Premio Pulitzer, scrittore che non sarà una «fonte attendibile», secondo l'enciclopedia online. Ma che dopo la pubblicazione del suo cahier de doleance sul New Yorker, ha ottenuto il risultato desiderato. Su Wikipedia (inglese), secondo prassi, ora appare la versione considerata errata e quella di Roth: Alla voce «La macchina Umana», paragrafo Inspiration. Con la fonte (credibile): «Una lettera aperta a Wikipedia» e cioè la lettera scritta dallo scrittore al New Yorker in data 7 settembre 2012.

Redazione Online7 settembre 2012 | 22:37

Diaspora: il social network tutto open source

La Stampa
CLAUDIO LEONARDI

Il progetto software per un'alternativa e un'integrazione a Facebook più libera e con più privacy si appresta a diventare una comunità

Un'altra notizia noiosa per Mark Zuckerberg: nulla di paragonabile agli sberloni presi in borsa dai titoli azionari di Facebook, scesi a un valore di 18 dollari nell'ultima settimana, ma la crescita e l'organizzazione di un nuovo concorrente non fa mai piacere. E concorrente a tutti gli effetti è il progetto Diaspora, un'idea di social network decentralizzato e "autogestito" dagli utenti, nato nella testa di quattro ragazzi della New York University, con un budget di partenza di 10 mila dollari. Oggi, a due anni dal debutto, i fondi raccolti si sono più che decuplicati, i ragazzi sono cresciuti e la piattaforma Diaspora si prepara a diventare a tutti gli effetti open source: scaricabile, aperta, consegnata ai membri della comunità. Lo hanno annunciato con orgoglio, sul blog di riferimento, due dei fondatori.

Il servizio, in sostanza, consente a ogni utente iscritto di gestire un proprio server e di collegarsi agli utenti senza passare per un server centrale, un po' come avviene con le reti peer to peer con cui si condividono film, musica e ogni altro contenuto digitale. Il sistema, però, non esclude l'uso di Facebook e degli altri social network, a cui si potrà comunque accedere e su cui si potrà postare o cinguettare, col vantaggio di controllare ogni fase del processo. Tra i principali vantaggi promessi da Diaspora ci sono: la certezza che nessuno chiuderà arbitrariamente il vostro account, un dettagliato pannello di controllo sulla privacy che non sarà rimaneggiato o tagliato a vostra insaputa, la possibilità di escludere ogni annuncio pubblicitario, la comodità di arricchire l'account con nuovi strumenti e gadget software senza dover attendere che l'azienda proprietaria (Facebook, per esempio), si decida a includerli sulla piattaforma.

Ma nei prossimi giorni succederà qualcosa di più. Dopo che, spiegano i creatori del progetto, "la rete è cresciuta con migliaia di persone che utilizzano il nostro software in centinaia di installazioni in tutto il web" e il programma è stato "tradotto in quasi 50 lingue (tra cui italiano, ndr), con centinaia di sviluppatori in tutto il mondo" Diaspora, si legge ancora nel blog, "è diventato qualcosa di più di un progetto iniziato da quattro ragazzi nel loro ufficio a scuola. E' più grande di ognuno di noi, dei soldi che abbiamo raccolti, o del codice che abbiamo scritto". È tempo dunque di metterlo effettivamente in mano alla comunità che lo ha fortemente voluto e fatto crescere. Un destino naturale, ma non scontato, per un progetto di Free Open Social Software.
Non succederà di colpo, ma a passi graduali, per ovvie ragioni tecniche.

Per ora, si può dire, si tratta ancora di una operazione di élite, come ancora d'élite è l'adozione di sistemi operativi open source sui pc personali (diverso è il discorso per server e aziende). I numeri continentali di Facebook sono lontani e non sarà certo Diaspora, malgrado il suo sinistro nome biblico, a togliere il sonno a Zuckerberg. Ma, sul web, da piccoli si diventa grandi in breve tempo: Firefox, il software browser, è un esempio di successo della strategia open source, e anche il sistema per telefonia mobile e tablet voluto da Google, Android, deve qualcosa alla filosofia del software libero. Diaspora ha finora vinto le sue prime sfide, ed è certo che la richiesta di un social network che dia maggiori garanzie sul piano della privacy, in Rete, è molto forte. Il messaggio è: un altro social è possibile.

Bindi: "Matrimonio? I gay si inventino un altro istituto

Nico Di Giuseppe - Ven, 07/09/2012 - 10:36

La questione dei matrimoni gay continua a tenere banco nel centrosinistra.



Ieri sera, alla festa del pd a Genova, è andato in scena un botta e risposta tra il presidente del partito Rosy Bindi e un esponente gay di Sel.

All’esponente di Sel che davanti ai microfoni dei giornalisti le ha detto "mi può dire perché non vuole che io mi sposi?", Bindi ha risposto: "Io ti auguro di fare quello che vuoi nella vita, ma in questo Paese c’è la Costituzione. Il matrimonio è un istituto che è stato pensato storicamente per gli eterosessuali. Potreste avere più fantasia per inventarne uno vostro".

Secondo la Bindi, il Pd "ha preso un impegno preciso sul riconoscimento delle unioni omosessuali e credo che sia una cosa molto importante". Oltre al botta e risposta, c'è stato anche un altro siparietto. Il presidente dell'Arcigay di Torino, Marco Giusta, è salito sul palco per ribattere alla presa di posizione della presidente del Pd che aveva appena detto: "La mia posizione è quella del partito, si prevede quindi il riconoscimento delle unioni civili omosessuali, come indicato dalla sentenza della Corte costituzionale del 2010, con la nostra Carta non è applicabile l'istituto del matrimonio agli omosessuali".

Giusta ha contrattaccato: "Non è vero che il matrimonio è incostituzionale, la Costituzione non lo vieta, dà libertà al legislatore. Ma questo offende i cattolici di qualche partito, l'Udc. Noi chiediamo la piena parificazione. Non siamo vostri amici se non sostenete la piena parità. E ci chiediamo: se non la volete, allora qual è la differenza tra il Pd e la destra?".

Secca la risposta della Bindi: "Non mi sono definita amica dei gay, siete voi che dovete valutarlo ma io ho molti amici gay. La mia sensibilità su questo argomento è maturata anche per questo. Vi propongo un incontro in cui leggiamo la sentenza della Corte costituzionale, e ci facciamo accompagnare da due giuristi. C'è scritto che il Parlamento deve legiferare le unioni civili".

Tv, sospesi gli spot sul "Superquiz" L'Antitrust: ingannano i consumatori

La Stampa

Cinque giorni per bloccare le pubblicità dell'azienda David2: si chiedeva di rispondere a facili domande, ma ci si ritrovava abbonati a loghi e suonerie al costo di 24,20 euro al mese


Gli spot pubblicitari erano stati lanciati su diverse emittenti tv

 

Si partecipa, rispondendo a domande semplici, per vincere premi ma, in realtà, si sottoscrive un abbonamento per scaricare a pagamento contenuti digitali come suonerie e loghi, al costo di 24,20 euro al mese. È lo spot pubblicitario dell’azienda David2, che l’Antitrust ha deciso di sospendere, dando cinque giorni di tempo per bloccare le campagne pubblicitarie lanciate su diverse emittenti televisive nazionali. Secondo l’Agcm l’azienda, già sanzionata anche di recente dall’Autorità per comportamenti analoghi, propone in modo poco chiaro un abbonamento, per ricevere loghi e suonerie per telefoni cellulari.  Parallelamente al provvedimento di sospensione l’Antitrust ha avviato un procedimento per verificare la possibile scorrettezza della pratica commerciale messa in atto dall’azienda.

Secondo l’Autorità, lo spot mandato in onda è in grado di indurre in errore il consumatore, convinto di partecipare al concorso a premi "Superquiz", inviando la risposta giusta ad una domanda semplice con un sms. Con il messaggino, in realtà, il consumatore aderisce al servizio in abbonamento denominato "allyoucan", per l’acquisto di prodotti digitali al costo di 24,20 euro mensili, da pagare con l’automatica decurtazione del credito telefonico del consumatore stesso. Lo spot «appare, inoltre, ambiguo e lacunoso circa i potenziali premi, la tempistica dell’estrazione (differita al 2013), il monte premi (estremamente limitato), le effettive modalità di partecipazione (anche in relazione al meccanismo di risposta ad una serie di continue domande di difficoltà crescente)».

Il nuovo intervento, sottolinea l’Authority, «è in linea con l’azione capillare svolta dall’Antitrust sulle scorrettezze commerciali legate alla vendita di prodotti multimediali»: dal 2006 ad oggi l’Autorità ha adottato 26 provvedimenti sanzionatori, con multe per circa 9,6 milioni di euro nei confronti dei principali content service providers (quali, oltre a David2, Zero9, Neomobile, Buongiorno, Zeng, Dada, Flycell, Netsize, Zed, One Italia) e degli operatori di telefonia mobile ritenuti spesso corresponsabili delle pratiche commerciali scorrette (ingannevoli ed aggressive) accertate.

Il fuorionda che inchioda Grillo, La replica di Casaleggio: "Non influenzo il Movimento 5 Stelle"

Francesco Maria Del Vigo - Ven, 07/09/2012 - 13:43

Il giorno dopo il fuorionda di Giovanni Favia trasmesso da Piazza Pulita infuria la polemica tra i militanti del Movimento 5 Stelle. La replica di Gianroberto Casaleggio sul blog di Grillo: "Né io, né Beppe Grillo abbiamo mai definito le liste per le elezioni comunali e regionali. Né io, né Beppe Grillo, abbiamo mai scritto un programma comunale o regionale. Né io, né Beppe Grillo abbiamo mai dato indicazioni per le votazioni consigliari, né infiltrato persone nel MoVimento Cinque Stelle"


Il giorno dopo il terremoto continua lo sciame sismico. Il fuorionda del consigliere regionale Giovanni Favia ha riaperto la ferita all'interno del Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo è un fantoccio manovrato da Casaleggio? Secondo l'esponente pentastellato non ci sono dubbi: "Casaleggio prende tutti per il culo" e ha in mano tutto il movimento.



Alla faccia della tanto sbandierata iperdemocrazia della partecipazione on line. Una valanga di commenti ha travolto la pagina facebook di Favia e il blog di Beppe Grillo, gazzetta ufficiale del Movimento 5 Stelle gestita proprio da Gianroberto Casaleggio e dal suo blindatissimo staff.

Oggi, sul blog di Grillo, arriva la replica ufficiale di Casaleggio: cinque righe in cui non giustifica nulla, ma nega tutto. "Né io, né Beppe Grillo abbiamo mai definito le liste per le elezioni comunali e regionali. Né io, né Beppe Grillo, abbiamo mai scritto un programma comunale o regionale. Né io, né Beppe Grillo abbiamo mai dato indicazioni per le votazioni consigliari, né infiltrato persone nel MoVimento Cinque Stelle". Fine del lapidario comunicato nel tipico stile Casaleggio.

Ma chi è veramente Gianroberto Casaleggio? E' un manager e un esperto di strategie di comunicazione digitale, uno dei più bravi. Tanto è maiuscola la fama di Beppe Grillo, quanto è minuscola quella di Casaleggio. Intendiamoci: per gli addetti ai lavori è un guru del settore, ma per il grande pubblico non è nessuno. Ad oggi, dopo sei anni di collaborazione col comico, dai più viene licenziato come il suo personale spin doctor. Che, per i profani, è quel personaggio che studia e pianifica la comunicazione di un politico. Casaleggio non è solo questo, sarebbe riduttivo catalogarlo come il ventriloquo di Beppe Grillo. Casaleggio è un’equazione che ha tutti gli elementi del genio enigmatico, anche fisiognomicamente, ha il physique du role del “santone” 2.0.

Capelli riccioli, occhialini tondi, pochissime foto in circolazione e un alone leggendario che lo segue. Concede pochissime interviste, ama Asimov e McLuhan, appassionato del mondo cavalleresco e della leggenda di Camelot, si narra che gli incontri della sua precedente società, la Webegg, si tenessero attorno a una tavola rotonda nel castello di Belgioioso, vicino a Pavia. Di lui si dice tutto e il contrario di tutto. Usa la rete e guadagna sulla rete ma senza lasciare traccia del suo passaggio, felpato come un gatto è internettianamente un ectoplasma. Non ha profili né su Facebook, né su Twitter e neppure uno spazio su Wikpedia. Parla solo attraverso il sito della sua società la Casaleggio Associati.

La storia professionale del guru del M5S inizia nella Olivetti di Roberto Colaninno e raggiunge l’acme con la creazione della Webegg, di cui Casaleggio era amministratore delegato. Una società che si occupava di reti, web marketing ed e-governance per la pubblica amministrazione, controllata al 69,8 per cento da I.T Telecom Spa che a sua volta era controllata al cento per cento proprio da Telecom Italia.

"La Casaleggio Associati nasce il 22 gennaio 2004 a Milano per volontà di cinque persone interessate alla Rete ed alla sua evoluzione. L’obiettivo della società è di sviluppare in Italia una cultura della Rete attraverso studi originali, consulenza strategica, articoli, libri, newsletter, seminari sulla Rete”. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 2005, apre i battenti il blog di Beppe Grillo. La cinque persone di cui si parla nel sito ufficiale della società sono Enrico Sassoon, Luca Eleuteri, Mario Bucchich, Davide Casaleggio e suo fratello Gianroberto. Un parterre de roi che stride col populismo da basso ventre del comico che urla contro tutto e tutti. Savonarola spara dal palco contro i poteri forti, mentre i suoi soci dietro le quinte ci fanno affari.

Non c’è nulla di male nelle prestigiose relazioni che intrattengono Casaleggio e i suoi associati, ma i tavoli che frequentano sono gli stessi contro cui Grillo sgancia le sue bombe a mano. E questo non piace molto ai duri e puri del movimento stellato. Poco dopo essere stata creata, la Casaleggio annuncia con un comunicato stampa di aver sottoscritto una partnership con la società statunitense Enamics, leader nel settore business technology management. Il board della Enamics rende l’idea della ragnatela di rapporti della società a stelle e strisce: Pepsico, Northrop Grumman, US Department of Treasury (Dipartimento del Tesoro Usa), Bnp Paribas, American Financial Group e JP Morgan, banca d’affari del gruppo Rockefeller. E poi ancora: Coca Cola, Bp, Barclaycard, Addax Petroleum, Shell, Tesco, Kpmg Llp, Carbon Trust, Unido (United Nations Industrial Development Organization), London Pension Fund Authority (Lfpa). Una rete di rapporti impressionante che si srotola anche Oltreoceano e che investe i nomi più importanti della finanza, dell’industria e del capitalismo mondiale.

La Casaleggio Associati non è un’accolita di nerd e Grillo non è un comico sprovveduto sbarcato per sbaglio in politica, alle spalle del suo blog e del Movimento 5 Stelle c’è una fitta trama di conoscenze: da una parte i militanti che montano banchetti e scrivono sui meet up, dall’altra i soci di Casaleggio che si muovono tra i tavoli dell’economia che conta. Due mondi diversi, due realtà in opposizione. Basta fare una piccola ricerca in rete per rendersi conto dell’insofferenza della base del movimento a questo tipo di logiche. Nei siti e nei forum dei militanti grillini Casaleggio viene tratteggiato come un’entità oscura, un Richelieu che manipola pro domo sua la figura di Beppe Grillo. Casaleggio è un imprenditore e vuole fare soldi. Punto. Grillo e il suo movimento sono un’ottima strada per raccogliere una fortuna e mettere in piedi un piccolo impero.

I supporters grillanti si dividono. Per i fedelissimi il loro guru è un ingenuo soggiogato dalla volontà imprenditoriale e capitalista del suo manager. Per gli scettici Casaleggio è la Yoko Ono di Beppe Grillo: ha fatto perdere la testa al “fondatore” e ora si deve togliere dai piedi. Al netto della prosopopea e dei deliri complottisti, quella di Gianroberto Casaleggio è una figura misteriosa. Ci sono due video inquietanti che spiegano la filosofia della Casaleggio. Perché la società di comunicazione non è solo una fabbrica di soldi, ma è anche un pensatoio, un think tank che elabora teorie e studia strategie. Il primo filmato si chiama Prometeus (video), come il titano che rubò ad Atena lo scrigno con l’intelligenza e la memoria ed è stato caricato su Youtube il 21 giugno del 2007.

La voce dell’avatar di Philip Dick, l’autore di Blade Runner, racconta un improbabile futuro in cui l’uomo vive solo attraverso la tecnologia: la televisione e i media tradizionali sono scomparsi schiacciati dal web, Google domina il mondo dell’informazione e la nostra memoria e la nostra vita si possono ricaricare e comprare come dei normali hard disk. Se questo video vi è sembrato stupefacente aspettate di vedere Gaia. Nel primo filmato Casaleggio accarezzava la sfera di cristallo e si cimentava nella previsione dei media. In Gaia (video) pronostica l’avvenire del mondo della politica e qui la situazione si fa veramente preoccupante. “Gaia un nuovo ordine mondiale” recita massonicamente il testo sottotitolato.

L’ipotetica data da cui parte al riflessione è situata nel 2054, ma lo spettro dell’analisi parte dall’antica Roma e dal suo impero creato sull’impalcatura di un network di vie di comunicazione. Casaleggio zampetta qua e là nella storia dell’uomo per rendere evidente un fil rouge tra tutti i periodi storici e i principali uomini che, nel bene e nel male, hanno saputo interpretarli: da Savonarola a Gutenberg, da Barack Obama a Benito Mussolini, da Adolf Hitler a Beppe Grillo. Tutti i simboli dell’Occidente vengono distrutti: da San Pietro a Notre Dame, la guerra batteriologica si abbatterà sul pianeta e la popolazione mondiale si ritirerà a un miliardo di persone. Ma poi ci sarà l’apocatastasi, la rigenerazione dopo la catastrofe: a guerra finita vincerà la democrazia diretta della rete e l’ecologia che salverà il mondo dall’autodistruzione.

Fine dell’incubo? Nemmeno per sogno. Torna il solito ritornello: la coscienza diventa collettiva, le nostre vite si spostano su internet e Google diventa la divinità che presiede le nostre menti. Nel 2054 vince Gaia, il nuovo sistema di governo del mondo, gestito dai cittadini attraverso il web, che azzera partiti politici, religioni e ideologie. Il globo terracqueo è un grande condominio gestito da un cervellone che sarebbe la somma di tutti i nostri cervellini, almeno nella testa di chi ha scritto la fantascientifica sceneggiatura di questo video. “La conoscenza collettiva è la nuova politica” recita la voce atona, mentre sullo schermo nero ruota una massa cerebrale azzurrina. Stop. Con la fronte madida di sudore ci si può risvegliare dall’incubo. Se volete potete fare un gioco: sostituite a Gaia la galassia grillina e immaginatevi tutto il resto. Paura? È solo un gioco, il nostro. Quello di Grillo e Casaleggio, al momento, non possiamo saperlo.

Nell'ultimo capitolo della sua biografia pubblica Casaleggio deve fare i conti coi media. Quelli che lui cerca di indirizzare, ma anche quelli che su di lui vogliono indagare. Tanto che, subito dopo il travolgente successo del Movimento 5 Stelle, è costretto a spiegare la sua posizione e il suo ruolo con una lettera al Corriere della Sera. Un monologo intessuto di citazioni medievali ed esoteriche, tanto per colpicare ancora di più la questione. E poi scoppia il casino Favia. Perché quello di Casaleggio è un nome impronunciabile. E quell'ingenuo di consigliere regionale (ma sarà veramente così ingenuo?) ha sputato il rospo davanti a una telecamera che credeva spenta. "Sono finito", avrebbe detto al telefono con Enrico Mentana.

Il Casaleggio "spietato e vendicativo" commissonerà a Grillo un'altra epurazione? Non si sa, ma tutto questo patatrac è partito proprio da un gruppo di grillini che chiedeva lumi sul ruolo di Beppe Grillo. E in quella circostanza la testa a saltare fu quella di Valentino Tavolazzi, consigliere modenese colpevole di aver appoggiato i frondisti. Gli occhi sono tutti puntati sul blog di Grillo: la tribuna da cui il duo Grillo-Casaleggio fulmina le scomuniche ufficiali.

Sigarette, polvere e cartacce così cade a pezzi la tomba di Battisti

La Stampa
FRANCESCO GILIOLI


Nel cimitero di Molteno, in provincia di Lecco, i rifiuti ricoprono le lettere dei fan. Il sindaco nel mirino: «La vedova non si vede mai»


Cattura
Il 9 settembre di 14 anni fa moriva Lucio Battisti. Il corpo di uno dei più amati cantautori italiani è sepolto nel cimitero di Molteno, in provincia di Lecco. I fan che come ogni anno visiteranno l’anonima cappella in cui sono conservate le spoglie, troveranno una brutta sorpresa: la tomba sembra abbandonata, dominano la sporcizia e l’incuria. I molti messaggi e le lettere che i fan di Battisti continuano a portargli sono sommersi da mozziconi di sigaretta e polvere. “La vedova, Grazia Letizia Veronese – afferma il sindaco di Molteno, Mauro Proserpio – non si vede molto spesso da queste parti. Certo anche noi del comune siamo dispiaciuti per la situazione di degrado della tomba”. L’Amministrazione, che fino al 2009 ha organizzato una festa per celebrare il cantautore, ha deciso di lasciar perdere. “La vedova di Battisti – fa presente il sindaco – ci ha trascinato in tribunale per sfruttamento dell’immagine del marito e siamo stati costretti a versarle 80 mila euro di risarcimento. Da allora, basta feste”.

Video

La prima forchetta? È nata a Napoli»

Corriere del Mezzogiorno

La casa di Gaetano Bonelli trasformata in un museo sulla storia della città. Con tanti cimeli, alcuni sorprendenti


NAPOLI - La raccolta porta a porta? A Napoli si faceva già nel 1925. Il primo inceneritore? Un contratto della ditta "Forni Inceneritori rifiuti di Napoli" lo proponeva al comune nel 1837. A chi faceva la raccolta porta a porta venivano rilasciati dei ticket rossi e arancioni e premi per non imbrattare le strade. Ma non solo. «Nessuno lo sa ma a Napoli è nata anche la prima forchetta», ricorda Gaetano Bonelli, un collezionista che ha trasformato la sua casa alle porte di Napoli in un museo permanente. Così documenta la storia di una città che a tratti sembra più moderna e responsabile di quella di oggi.

Cattura
Su ogni muro, dentro ogni cassetto, su ogni scaffale c'è qualche reperto con secoli di vita. «La prima forchetta la volle Ferdinando di Borbone per rendere più facile la presa di pasta e pizza; fu un suo ciambellano ad avere questa idea e perciò la possiamo definire un'invenzione made in Naples». Nel suo appartamentino si fa fatica ad entrare. I reperti e i cimeli sono ovunque. Tutti preziosissimi. C'è l'intero archivio del teatro San Carlo di Napoli o la scultura di Gemito che ritrae un pescatore mantenutosi in perfette condizioni.

E poi le prime tecnologie introdotte in una casa: un citofono per segnalare alla servitù in che stanza fosse il nobile; la prima ciabatta multipresa in porcellana. Nell'archivio cartaceo spuntano i contratti di locazione del maestro Mercadante o le lettere di alcuni garibaldini che indicavano la strada all'eroe dei due mondi. Ci sono i manifesti elettorali della prima competizione post unitaria nonché gli ultimi messaggi con i quali i Borboni concedevano gli ordini costituzionali ai napoletani. Nel'immenso archivio scopriamo il menù più antico del mondo (1845) consumato dagli scienziati che si riunirono a Napoli durante il loro settimo congresso o la nascita della Tombola in seguito al divieto introdotto da Carlo III di giocare al Lotto, che temeva sperpero di patrimoni. Una Napoli armoniosa, seppure nelle sue carenze e vicissitudini ma più vicina alle cartoline che la ritraggono all'ombra del famoso pino che oramai nemmeno esiste più.


Antonio Crispino
07 settembre 2012

Pagheremo solo con il bancomat?

La Stampa
A CURA DI RAFFAELLO MASCI
Roma


Cattura
D’ora in poi dovremo pagare con il bancomat ogni volta che spendiamo più di 50 euro?
Per ora non esiste nessuna norma né che solleciti né, tantomeno, che obblighi a utilizzare il bancomat oltre i 50 euro. Lo ha spiegato ieri alla Camera il ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera: «Spingeremo per una diffusione sempre più ampia della moneta elettronica, perché poche cose contrastano illegalità ed evasione, però naturalmente questa diffusione dev’essere tollerabile in termini di costi e gestita in maniera saggia in termini di tempistica».
 
Quindi non c’è ancora una legge?
No, non c’è. La proposta del bancomat oltre i 50 euro è contenuta nel documento del governo sull’agenda digitale, ma nulla è stato deciso né per modalità, né per tempi, né per il costo delle commissioni bancarie. Questo non significa che una norma del genere sia solo una chiacchiera: il governo intende effettivamente applicarla, ma non ha ancora deciso quando e come.
 
A che cosa servirebbe?
Il più grave problema del fisco italiano è l’evasione delle tasse: se i pagamenti possono essere tracciati e si sa - cioè - chi paga e chi viene pagato, evadere le tasse è molto più difficile se non impossibile.
 
Semmai la norma sul bancomat oltre i 50 euro dovesse passare, come è previsto che debba funzionare?
Il governo ha chiarito di non voler introdurre un «obbligo» a pagare con il bancomat (o altro strumento elettronico, come la carta di credito, per esempio), ma solo della possibilità di ricorrere a questo strumento da parte dell’acquirente. Questo significa che, se voglio pagare con il bancomat, qualunque esercizio, qualunque artigiano (idraulico, meccanico eccetera), qualunque professionista, ha l’obbligo - lui sì - di ricevere il pagamento con questo mezzo, e quindi deve munirsi degli strumenti del caso.
 
Ma non esistono già delle restrizioni all’uso del contante?
Esistono, certamente. Anzi, i governi hanno cercato negli ultimi anni di restringere sempre di più l’uso del contante, e sempre per quelle ragioni di contrasto dell’evasione fiscale, di cui dicevamo. Il 6 dicembre scorso, per esempio, l’attuale governo ha introdotto una norma per cui non si possono effettuare pagamenti in contanti dai mille euro in su. Ma un limite esisteva anche prima ed era di 2.500 euro. Un’altra norma in questo senso (che però non riuscì a passare) fu proposta nel 2006 dagli allora ministri Bersani e Visco e prevedeva il pagamento obbligatorio per vie elettroniche delle parcelle dei professionisti, oltre i 100 euro.
 
È evidente che se io voglio evadere lo faccio lo stesso: prelevo in banca i soldi in più tranches e poi pago in contanti come mi pare.
In effetti è così, e la misura di riduzione del contante oltre i mille euro non ha modificato i comportamenti consolidati all’evasione, specie da parte di artigiani e piccoli imprenditori. La misura giusta ed efficace, con ogni evidenza, sarebbe quella di eliminare il contante in assoluto: la puntata della trasmissione «Report» condotta da Milena Gabanelli il 16 aprile scorso, non solo proponeva all’attenzione delle forze politiche una ipotesi del genere, ma ne simulava anche gli effetti. I nostri pagamenti - dal caffè fino all’automobile nuova - sarebbero tutti monitorati, la nostra privacy ulteriormente limitata, ma le tasse le pagheremmo tutti e il debito pubblico potrebbe essere abbassato in tempi relativamente brevi.
 
Chi si oppone alla limitazione dell’uso del contante?
C’è una opposizione di merito da parte di commercianti e artigiani ,perché temono che questa misura si traduca in un aggravio di costi: munirsi della macchinetta per ricevere i pagamenti, aumento delle commissioni bancarie su queste movimentazioni di denaro, maggiore burocrazia, timore di riduzione del business in quanto molte persone, specie anziane, non hanno consuetudine con i pagamenti elettronici. Il governo è consapevole di questo, tant’è che non stabilisce alcun obbligo prima di esaminare con le parti i problemi del caso.
 
Quali altre opposizioni ci sono?
A parte le ragioni di tutela della privacy, che pure andrebbero affrontante, i pagamenti in contanti sono indispensabili solo ad alcune categorie di persone: a chi dà lavoro in nero, agli spacciatori, ai ricettatori, agli sfruttatori della prostituzione e agli evasori fiscali. Ma, poiché l’«economia non osservata» (si chiama così), oscilla tra il 25 e il 30% del Pil, è ovvio che ogni restrizione all’uso del denaro contante trovi molte opposizioni nella società. C’è però anche una opposizione di principio: una società liberale evita di guardare eccessivamente dentro la vita privata dei cittadini, così come dentro il portafoglio. La questione è molto rilevante. ma lo è anche quella dell’evasione fiscale.

Frode informatica con smartphone, 4 arresti

Corriere della sera

In manette due romeni, un egiziano e un'italiana. Quasi 500 vittime in Italia, sottratti almeno 200mila euro
I quattro arrestati
«Gentile cliente, la informiamo che allo scopo di migliorare la sicurezza è stato attivato il nuovo servizio...»; «La Sua banca ha il piacere di invitarLa...»; «Complimenti, hai vinto...». Comunicazioni così, spesso per toni e grafica assolutamente credibili. Si insinuano nelle caselle di posta elettronica. E da lì sferrano attacchi micidiali ai nostri patrimoni. A smascherare l'ultima, sofisticata truffa telematica, è stata la Polizia postale dell'Emilia Romagna, dopo mesi di indagini e una sessantina di perquisizioni tra Piemonte, Lombardia e Veneto, nell'ambito di un'operazione denominata «Golden Cards». Al termine delle indagini, sono finiti in manette due egiziani (Mohamed Attia e Scherif Zain), un romeno (Cirstoiu Raul) e un'italiana (Gisella Purpura): i componenti di un'associazione a delinquere finalizzata alla realizzazione di frodi informatiche e indebito utilizzo di carte di credito. Vittime dei raggiri, quasi 500 persone in tutta Italia.

LA DENUNCIA - Le indagini sono partite in seguito alla denuncia di un cittadino bolognese che si era visto trasferire 6.500 euro dal proprio conto BancoPosta a un altro conto corrente. «L'organizzazione, esperta in "phishing", ha utilizzato per la prima volta, connessioni con Internet key e smartphone associati a più sim card», spiegano dalla polizia postale di Bologna. «Attraverso mail di allerta che segnalavano vincite e premi i malviventi acquisivano fraudolentemente i codici e password dei conti correnti di ignari titolari per poi trasferire somme di denaro verso altri conti correnti o carte prepagate attivate ad hoc, incassando successivamente il maltolto e inviandolo all'estero».

I FLUSSI DI DENARO - I fatti, precisa la Polizia postale, sono aggravati dalla transnazionalità del reato; le sim card utilizzate erano anche di operatori internazionali. L'analisi dei flussi finanziari generati dall'attività illecita ha permesso agli investigatori di stabilire che, in un periodo di circa sei mesi, l'organizzazione ha raggirato 489 vittime su tutto il territorio nazionale, per un danno di oltre 200mila euro. Denaro in larga parte trasferito oltre confine, soprattutto in Romania. In un anno, sostengono gli inquirenti, i componenti dell'organizzazione potrebbero aver sottratto almeno due milioni di euro a migliaia di utenti.

Antonella De Gregorio
7 settembre 2012 | 11:37

Napoli, la pista ciclabile più pazza del mondo

Corriere del Mezzogiorno
Ecco la pista ciclabile più pazza del mondo
Ventuno interruzioni da via Agnano a viale Kennedy, poi quella più imponente di tutte in piazzale Tecchio, e altre dieci su viale Augusto, più almeno sei su strisce pedonali


Piazza Garibaldi dista 12 chilometri, ma sarà dura arrivarci Piazza Garibaldi dista 12 chilometri, ma sarà dura arrivarci

NAPOLI — Ventuno interruzioni da via Agnano a viale Kennedy, poi quella più imponente di tutte in piazzale Tecchio, e altre dieci su viale Augusto, più almeno sei su strisce pedonali. Se non c'è sfuggito qualche altro stop del serpente arancione, la nascente pista ciclabile napoletana è già a singhiozzo continuo, nel senso che pedalare per due-trecento metri di fila (in bicicletta sono tre-quattro minuti) si può solo un paio di volte nel tratto flegreo. E fino a via Caracciolo, di discese dal sellino ce ne saranno parecchie altre da piazza Lala alla Galleria Quattro Giornate, poi a piazza Sannazaro e viceversa.


Sul tratto già completato comunque un po' di divertimento c'è: decifrare le scritte, una scelta grafica originale, con quelle C rovesciate che significano zero, il 3 che vuol dire B, la A senza la stanghetta centrale… I cicloamatori napoletani devono aver sognato ad occhi aperti sentendo la notizia del giugno scorso: il sindaco di Parigi sul sagrato di Notre Dame inaugurava la pista di 408 chilometri fino a Londra, il sindaco della capitale inglese invitava a pedalare fino agli impianti sportivi in vista delle Olimpiadi.

Pista tutta su stradine campestri e sedi di linee ferroviarie dismesse fino alla Manica, poi su battello e su percorsi protetti in terra inglese. Avranno sognato che la pista ciclabile napoletana andasse per strade larghe e poco trafficate come via Coroglio, via Pasquale Leonardi Cattolica, via Diocleziano e via Nuova Bagnoli lungo il muro dell'Italsider. Ma qui erano da ristrutturare marciapiedi e carreggiate, lavori imponenti, su strade politicamente meno visibili… Presto svanita, a Napoli, la speranza che la data del 23 agosto data per certa dall'assessora Anna Donati potesse essere quella giusta; una conoscenza anche superficiale del tessuto viario della città, delle sue problematiche e delle presenze commerciali e abitative avrebbe suggerito maggiore prudenza.

L'architetto Vincenzo Fusco, progettista e direttore dei lavori, che abbiamo incontrato sul cantiere di via Caio Duilio, non si sbilancia: «Ci sono ancora parecchie difficoltà da superare, non è il caso di indicare scadenze, ce la stiamo mettendo tutta». Proprio all'uscita di Fuorigrotta della galleria Quattro Giornate c'è una sorpresa positiva: il titolare dell'impianto di carburante, unico esercizio commerciale su quel lato, ha accolto con piacere l'arrivo della pista ciclabile davanti alle pompe erogatrici, lui già da qualche tempo aveva messo un deposito di biciclette da affittare con officina riparazione. Nella Galleria la pista sarà seriamente protetta, con una ininterrotta fila di "New-jersey" di cemento alti un metro, a prova di impatto con camion ad alta velocità;

sul lato Mergellina, la pista partirà appena dietro il cantiere della Linea 6 (starà lì fino al 2014) e sarà raggiungibile nei due sensi solo a piedi, su una striscia pedonale che andrà severamente sorvegliata, vista l'abitudine degli automobilisti napoletani di considerare la Quattro Giornate una pista da Formula 1. E dovrà sistemarsi, con ostacoli fissi fortemente dissuasivi, l'abusivo attraversamento da via delle Legioni a via Cumana e l'altrettanto abusivo percorso verso via Consalvo contromano, che ad ogni ora intralcia pericolosamente l'uscita dal tunnel nell'indifferenza della Municipalità e del Comando Vigili. Forse l'arrivo della pista ciclabile farà il miracolo.

La pista finisce contro il ponte del metrò: a segnalarlo alcuni punti esclamativi La pista finisce contro il ponte del metrò: a segnalarlo alcuni punti esclamativi

Ma il miracolo appare impossibile al viale Kennedy, dove la pista è costretta a fermarsi a circa 400 metri dal piazzale Tecchio per la presenza di due grandi impianti di carburante, una rivendita di gomme per auto, l'ingresso al parcheggio sotterraneo che interrompe il marciapiedi, imponendo anche ai pedoni di andarsene sul lato opposto, dove sul maciapiedi vengono accolti da una selva di paletti, una diecina su viale Kennedy, solo nove su piazzale Tecchio, tutti alla fine delle strisce. «È un grosso problema, probabilmente da risolvere con l'attraversamento pedonale» sospira l'architetto Fusco, che a proposito di viale Augusto, assicura: «Il cordolo in cemento alto 20 centimetri è a norma, prescritto espressamente per la sicurezza delle piste ciclabili; per i residenti penalizzati dall'abolizione di posti auto, NapoliPark sta trovando soluzioni. Se si decide di far prevalere il mezzo ecologico su quello inquinante, non si può accontentare tutti».

Eleonora Puntillo
07 settembre 2012

Hrw contro la Cia: «Dissidenti libici torturati e consegnati a Gheddafi»

Corriere della sera

L'ong di New York:«Abusi commessi dal governo Bush»

Khaled al Sharif, oggi capo della Guardia Nazionale libica, è tra i dissidenti rapiti e torturati dalla Cia Khaled al Sharif, oggi capo della Guardia Nazionale libica, è tra i dissidenti rapiti e torturati dalla Cia

Sulla scia degli attacchi dell'11 settembre si era creata nell'era Bush una stretta collaborazione tra Washington e Tripoli. A rivelarlo è un rapporto dell'associazione newyorkese Human Right Watch (Hrw), basato sulle testimonianze di 14 dissidenti libici. Gli Usa, alla caccia di militanti islamici e membri di al Qaida in tutto il mondo - secondo quanto raccontato nelle 154 pagine dell'indagine - avrebbero consegnato i dissidenti libici all'ex rais Muammar Gheddafi, dopo averli prima sottoposti a torture sistematiche. Alcuni di loro oggi fanno addirittura parte del nuovo governo libico.

IL DOSSIER - Gli intervistati hanno spiegato di essere stati detenuti in carcere sotto il controllo della Cia in Afghanistan, Pakistan, Marocco, Sudan e Thailandia. Tra le torture comminate c'era anche la pratica del waterboarding, una forma di annegamento simulato che risale all'ultima amministrazione Bush, nel periodo successivo agli attacchi dell'11 settembre. Una tortura - si denuncia - che, insieme ad altri gravi abusi sui detenuti, è stata praticata molto più frequentemente di quanto è stato riconosciuto sinora dagli Usa. «Non solo gli Stati Uniti hanno consegnato a Gheddafi i suoi nemici su un piatto d'argento - ha spiegato l'autrice del rapporto Laura Pitter - ma sembra che prima la Cia abbia torturato molti di loro. E la portata degli abusi appare molto più ampia di quanto ammesso in precedenza».

I DISSIDENTI - I 14 detenuti erano per lo più membri del Gruppo Combattente Islamico anti-Gheddafi, che fuggirono negli anni Ottanta e Novanta in Pakistan, Afghanistan e in alcuni Paesi africani. Tra di loro ci sono Mohammed al Shoroeiya e Khaled al Sharif, sequestrati in Pakistan nel 2003 e trasferiti in Afghanistan, dove sono rimasti dietro le sbarre rispettivamente per 16 mesi e due anni, subendo torture di ogni tipo, prima di essere consegnati al Colonnello. Dopo che gli Usa hanno collaborato a porre fine al regime dell'ex rais, molti degli ex detenuti sono divenuti personalità di spicco del nuovo governo libico. Al Sharif, per esempio, è oggi a capo della Guardia Nazionale Libica. L'indagine di Hrw arriva a pochi giorni di distanza dalla Dichiarazione del Dipartimento di Giustizia americano, il quale ha annunciato che non avrebbe incriminato i membri della Cia per i metodi di interrogatorio utilizzati negli anni passati.

 (Ansa)
Redazione Online6 settembre 2012 (modifica il 7 settembre 2012)

Il progetto "Wiki Weapon": armi fatte in casa con la stampante 3D

La Stampa
FEDERICO GUERRINI


L'idea che ogni cittadino abbia diritto di possedere un'arma è radicata nella mentalità e nella legislazione americana. Nemmeno i periodici massacri di civili, gli ultimi dei quali avvenuti di recente all'Empire State Building e in un cinema di Aurora, in Colorado, sembrano riuscire a scuotere questa convizione. E c'è chi, come un gruppo di diplomati e studenti universitari americani, vorrebbe spingere il principio ancora più non là. Dando a chiunque la possibilità di farsi una pistola in casa, fabbricandola con una stampante 3D.
 
I promotori del “Wiki Weapon Project”, raccolti sotto il nome di battaglia di Defense Distributed stanno cercando di raccogliere 20.000 dollari per concretizzare la loro idea. Parte del denaro servirà per acquistare o noleggiare una stampante a tre dimensioni di alta qualità, con cui effettuare una serie di prove e trovare il metodo migliore per produrre una pistola in plastica usa-e-getta, in grado di sparare proiettili calibro 22. Il sistema, in una seconda fase, verrà poi semplificato e adattato in modo da poter ottenere lo stesso risultato anche con una stampante più economica, come l'open source RepRap, che costa meno di ottocento euro.
I file di stampa da dare in pasto alla macchina verrebbero poi distribuiti attraverso le reti Bit Torrent.

Per raccogliere fondi Cody Wilson, il giovane portavoce del gruppo, e i suoi amici, si erano affidati in un primo momento al sito di crowdfunding Indiegogo ma, dopo aver raccolto duemila dollari in questo modo, il sito ha deciso di rimuovere la pagina dedicata al progetto e rimborsare tutti i donatori. Non sono state fornite spiegazioni, anche se probabilmente il Wiki Weapon Project violava i termini di uso di Indiegogo, che impediscono l'utilizzo del servizio per attività relative a munizioni o armi da fuoco. I fondi hanno continuato in ogni caso tramite PayPal e Bitcoin, la valuta criptata adoperata per molte transazioni illegali.

Non che, in sé, il progetto di Defense Distributed sia illegale: “negli Usa – assicura Wilson, dopo aver consultato un prestigioso studio legale della Virginia – è legale produrre qualsiasi tipo di arma che potresti legalmente possedere, purché non sia destinata alla vendita”. La preoccupazione maggiore degli autori, per non incorrere in grane giudiziarie, è quella di rendere la armi così prodotte individuabili e rintracciabili, motivo per cui hanno deciso di includere nel prodotto stampato anche una sorta di firma, visibile ai raggi X. Data la natura capillare di Internet, è chiaro però che se il Wiki Weapon Project dovesse avere successo qualunque persona dotata di un collegamento a Internet e un minimo di attrezzatura, potrebbe farsi una rudimentale pistola nel garage di casa, in barba alle normative che nella maggior parte dei Paesi sono molto più severe che negli Usa, in materia.

Cosa di cui peraltro, Wilson e colleghi sono ben consapevoli: “Ogni dollari di contributo a questo progetto – scrivono – è anche un voto per esportare le garanzie del Secondo Emendamento al mondo intero. Come si comporteranno i governi se dovranno un giorno operare sulla base dell'assunto che qualsiasi cittadino può avere accesso quasi instantaneo a un'arma attraverso Internet?”. Sul sito di Defense Distributed è presente perfino un Manifesto in cui gli autori si richiamano alle idee di padri nobili della storia americana, come Thomas Jefferson e Thomas Paine. A oggi sono stati raccolti più di 12.000 dei 20.000 dollari necessari per iniziare a sperimentare la produzione di armi stampate in 3D. E, al di là delle belle parole, la pericolosità del progetto sta proprio nel suo candido utopismo. Il parto di giovani e probabilmente anche a loro modo brillanti menti, che in altri tempi avrebbero potuto realizzare le loro bizzarrie solo su scala locale ma che, sfruttando gli stessi meccanismi che rendono la Rete tanto spesso una forza positiva, hanno trovato un palcoscenico globale per le loro farneticazioni.

Caffè, l’antidolorifico da ufficio

La Stampa

Bere un caffè prima di recarsi in ufficio o mettersi al lavoro davanti al computer riduce i dolori conseguenti a collo, spalle, braccia e polsi


café - espresso
Il caffè, da piacere ad antidolorifico? Si direbbe di sì, visti i risultati di uno studio norvegese dell’Università di Oslo. I ricercatori svedesi Vegard Strøm, Cecilie Røe e Stein Knardahl hanno potuto infatti constatare che chi beveva un caffè prima di recarsi al lavoro subiva meno i danni derivanti dallo stare parecchio tempo davanti al computer. In particolare, se si digitava sulla tastiera per almeno 90 minuti consecutivi, senza soste, chi aveva assunto il caffè vedeva ridursi il rischio di essere vittima di dolori vari: per esempio, dolore al collo, alle spalle, a braccia e polsi. Il merito sarebbe da attribuire alla caffeina, già oggetto di altri studi che ne hanno accreditato proprietà antidolorifiche. Non a caso, sono diversi i farmaci analgesici come l’aspirina o il paracetamolo che sono stati addizionati di caffeina perché ritenuti in questo modo più efficaci.
 
Per ottenere questo effetto antidolorifico, poi, non c’è bisogno di assumere grandi quantità di caffeina ma, secondo lo studio pubblicato su BMC Research Notes, ne basterebbe anche poca. Per questo studio sono stati reclutati 22 soggetti afflitti da dolore cronico a spalle e collo, e 26 soggetti sani senza dolori. Tutti i partecipanti sono stati invitati a eseguire un lavoro a computer che richiedeva di stare davanti allo schermo per un’ora e mezza, senza soste, a correggere nel modo più veloce e preciso possibile un documento di testo, utilizzando il mouse. Allo stesso modo, tutti i partecipanti potevano bere una tazza di caffè prima di iniziare il lavoro. Di questi, soltanto 19 dei soggetti (ossia il 40%) ha bevuto il caffè.

Al termine del test, il team di ricerca ha potuto constatare che chi aveva bevuto il caffè – che fossero quelli con il dolore cronico che quelli sani – era oggetto di meno dolore rispetto a coloro che non avevano bevuto il caffè. I livelli di dolore sono stati misurati per mezzo di una scala analogica e visiva, ogni 15 minuti, durante l’attività a computer. «I risultati – scrivono gli autori – hanno rivelato un aumento significativamente più basso in fase di sviluppo del dolore per i soggetti che avevano consumato un caffè circa un’ora e mezza prima del compito, rispetto a quelli che si sono astenuti».
 
Nonostante anche i bevitori di caffè abbiano sperimentato una qualche forma di dolore, tuttavia questa era in misura significativamente minore rispetto ai non-bevitori. Il caffè dunque, se assunto in dosi corrette può essere d’aiuto non solo per rendere più performanti ma anche per ridurre i possibili dolori conseguenti a un’attività che mette a dura prova muscoli e tendini delle articolazioni superiori.

[lm&sdp]
Foto: ©photoxpress.com/iMAGINE

Scuola, foto di gite e recite online (ma solo con il consenso)

Corriere della sera

I voti sono pubblici, sui cellulari decidono gli istituti. I tablet consentiti purché siano utilizzati per fini didattici

ROMA - Attenzione a pubblicare su Facebook o Twitter foto e filmini di recite, saggi scolastici o gite: per farlo «è necessario ottenere il consenso delle persone presenti», avverte il Garante per la privacy, che ha pubblicato un vero e proprio decalogo per la protezione dei dati personali a scuola. Le immagini di bambini e ragazzi possono essere raccolte quindi a fini personali e distribuite in famiglia o tra amici. Ma se le si vuole mettere in rete, si rischia di violare la privacy delle persone riprese.
 
Dura la vita tra i banchi ai tempi delle nuove tecnologie, che registrano ogni mossa di studenti e professori.
Il presidente dell'Authority, Antonello Soro, assicura che «l'obiettivo non è di sanzionare o dare prescrizioni», ma di fatto le regole sono piuttosto delimitate. A partire dagli smartphone o i cellulari: spetta alle autorità scolastiche stabilire se proibirli o limitarli, ma nel caso in cui siano consentiti possono essere usati, sottolinea Antonello Soro, solo «per scopi strettamente personali», non per diffondere immagini, video o foto sul web «senza il consenso delle persone riprese». Non c'è solo il rischio di ledere la riservatezza e la dignità delle persone: lo studente può anche incappare in sanzioni disciplinari, multe, o addirittura imputazioni. I tablet? Vanno bene, purché utilizzati «per fini didattici» o per «consultare in classe libri elettronici e testi online», mentre se vengono usati ai fini di registrazione bisogna adottare le «stesse cautele». E complicate diventano anche le possibili conseguenze di registri e pagelle elettronici: il Garante, «in attesa di poter esprimere il previsto parere», «auspica l'adozione di adeguate misure di sicurezza».

E non è solo la «digitalizzazione» a paventare problemi di riservatezza, come ricorda il Garante. Allora è bene ricordare che non possono essere pubblicati sui siti scolastici i nomi degli studenti che sono in ritardo con le rette per la mensa o che invece usufruiscono delle agevolazioni economiche. Che le telecamere nelle scuole sono ammesse ma possono funzionare solo negli orari di chiusura dell'istituto. Che alle aziende si possono comunicare i nomi dei ragazzi per eventuali tirocini professionali, ma solo se gli studenti lo autorizzano. Persino i temi di italiano devono essere protetti per la privacy: i professori possono chiedere racconti di vita personale, ma poi devono stare attenti se decidono di leggerne dei brani in classe.

I voti dei compiti in classe e delle interrogazioni, gli esiti degli scrutini o degli esami di Stato invece sono pubblici: ma l'istituto deve essere sempre accorto nel non riferire anche indirettamente dati sensibili degli studenti, come le «prove differenziate» sostenute dai portatori di handicap. E, a proposito di dati sensibili, è fondamentale, sottolinea il Garante per la privacy, che gli uffici scolastici trattino tutte le informazioni riguardanti le origine etniche, le convinzioni religiose, lo stato di salute degli studenti con «estrema cautela». Anche quando vengono redatti questionari di ricerca all'interno delle scuole: i ragazzi devono essere sempre informati. «Senza liberatorie e informative non potremmo andare avanti - conferma Salvatore Giuliano, preside dell'istituto Majorana di Brindisi, famoso per essere il più digitalizzato d'Italia -. Informiamo gli studenti di qualsiasi operazione che possa comportare l'utilizzo di dati, foto, video. E siamo attentissimi a tutelare i loro dati personali, a cui possono accedere solo loro o le famiglie attraverso login e password. La privacy per noi è pane quotidiano».

Valentina Santarpia
7 settembre 2012 | 8:04

Bambini maltrattati in aula? Legittimo il ricorso alle video-riprese

La Stampa

E' stato ritenuto sufficiente il semplice decreto del Pubblico Ministero, senza ricorrere a un provvedimento ad hoc del Gip. La classe, difatti, può essere considerata come luogo aperto al pubblico, e quindi non sono applicabili i vincoli procedurali previsti per attività di monitoraggio video compiuti all’interno di un domicilio. Lo afferma la Cassazione con la sentenza n. 33593/12.

Il caso

Clima di paura in classe? Alunni vessati e maltrattati dalla maestra? Per verificare le accuse è legittimo ricorrere all’effettuazione di video-riprese ‘occulte’, semplicemente su decreto del Pubblico Ministero, senza dover ricorrere all’autorizzazione prevista per le cosiddette intercettazioni ambientali. Perché l’aula scolastica – chiarisce la Cassazione – non è qualificabile come domicilio rispetto alla figura dell’insegnante. La posizione della maestra, finita sotto accusa per presunti maltrattamenti ad alcuni alunni, è pesante: prima gli arresti domiciliari, poi l’obbligo di dimora. A dare fondamento alle decisioni del Tribunale del Riesame le video-riprese effettuate in classe, e utilizzate come strumento per verificare l’attendibilità della denuncia presentata dai genitori di tre componenti di una classe di una scuola elementare. Difatti, le immagini hanno permesso di «assistere in diretta a numerosi atti di violenza posto in essere ai danni dei bambini» come «schiaffi al volto e alla nuca, strattoni, poderose tirate d’orecchi e di capelli». Ma, secondo la maestra, quelle immagini non sono legittime. Elemento centrale del ricorso in Cassazione, proposto dalla donna, è proprio la contestazione dell’utilizzo delle video-riprese.

Secondo il legale della donna, in sostanza, le immagini ‘rubate’ dovevano essere considerate inutilizzabili perché «effettuate nell’aula della scuola elementare», ove la donna «svolgeva la propria attività lavorativa», senza «idoneo provvedimento autorizzativo di natura giurisdizionale», non essendo l’aula un «luogo aperto al pubblico». Quindi, per il legale, non poteva essere ritenuto sufficiente il decreto del Pubblico Ministero. Portando alle estreme conseguenze la tesi difensiva, l’aula scolastica andrebbe valutata come domicilio. Ma su questo punto i giudici della Cassazione sgomberano il campo dai dubbi, escludendo che «un’aula scolastica possa essere considerata un domicilio», eppure riconoscendo uno ius excludendi «in capo all’insegnante» che, però, è finalizzato solo «all’ordinato svolgimento dell’attività didattica». Di conseguenza, il provvedimento del Pubblico Ministero è da ritenere pienamente legittimo – e difatti il ricorso della maestra viene respinto –, anche alla luce degli elementi emersi, all’epoca, dalle indagini, non evidenziandosi la necessità di ricorrere all’autorizzazione del Giudice delle indagini preliminari.

Fastweb, addio alla tv con i canali Sky

Corriere della sera

La società controllata da Swisscom chiude la sua Iptv il 5 novembre. Finisce l'accordo per l'offerta Homepack con Sky

Una delle lettere inviate ai clienti Fastweb

Cattura«Gentile Cliente dal 5 novembre il servizio Iptv (Internet Protocol Television) di Fastweb cessa di esistere». Che tradotto significa: chi si è abbonato alla tv via fibra (e vede Sky con questo sistema) rimarrà a piedi. Ma cosa più importante per gli utenti è che Sky sospenderà il servizio dal 4 ottobre, in anticipo sulla data di chiusura della Iptv. La notizia era già stata data questa primavera, ma ora in tanti hanno già ricevuto la lettera di avviso dalla compagnia fondata da Silvio Scaglia, in alcuni casi preceduta da una proposta del servizio clienti di Sky per un nuovo abbonamento con la parabola.

UN MERCATO DIFFICILE - Fastweb aveva lanciato l'Iptv nel 2001. La speranza era di rivoluzionare il mercato permettendo di ricevere con un solo decoder sia tutti i canali gratuiti disponibili sulle reti digitali terrestri, sia le offerte di pay -TV. Un'idea che sembrava buona, seguita dal tentativo di creare un proprio palinsesto. Poi, dato lo scarso successo, era strato stretto un accordo con Sky all'inizio del 2011 per offrire un Home Pack che comprendesse i canali satellitari della pay tv e i servizi internet e di telefonia della compagnia controllata dalla Swisscom. Nel 2010 Fastweb raggiunge quota 200mila abbonamenti. Troppo pochi. E i numeri non crescono. Cambia il mercato, non vengono messe in atto politiche di agevolazioni fiscali come invece è stato fatto in altri paesi. Risultato, in totale gli operatori del settore - non solo Fastweb - non riescono a superare il tetto dei 600 mila abbonamenti. Ma non solo. A fare concorrenza ci sono anche le tv on demand via internet, come Netflix, Hulu, con Google e Amazon che incombono all'orizzonte. Un disastro, insomma.

LA CONTROFFERTA - Da Fastweb fanno sapere che stanno informando gli utenti con una lettera, poi saranno inviate mail, e sullo schermo della televisione compariranno avvisi. I clienti inoltre non dovranno restituire il decoder e non dovranno pagare alcun costo di disattivazione dal servizio. Tutto tranquillo? C'è chi si lamenta sui forum: «Considerando che da novembre Fastweb non fornirà più il servizio di Iptv che cosa me ne faccio io della Videostation pagata 29 euro? Sarei tentato di farmela rimborsare, ancora una volta hanno cambiato le carte in tavola». Sky dal canto suo non ha perso tempo. Ai clienti Iptv viene proposto il passaggio alla tecnologia satellitare con My Sky Hd (il decoder con hard disk che permette di registrare, vedere un programma mentre se ne sta guardando un altro e consente di accedere al servizio Sky on Demand) e a quello di Sky Digital Key. Come dire che morto un decoder, se ne fa subito un altro.

Marta Serafini
@martaserafini6 settembre 2012 (modifica il 7 settembre 2012)

Attacco a Grillo, Favia si sfoga: «Casaleggio è il padre padrone del movimento 5 stelle»

Corriere della sera

L'accusa del consigliere emiliano: «La democrazia non c'è»

Cattura
«Casaleggio prende per il culo tutti perché da noi la democrazia non esiste». Parola di Giovanni Favia, consigliere regionale eletto in Emilia con ben 161mila preferenze. Intervistato da un giornalista di PiazzaPulita, e forse ignorando di essere registrato, si lascia andare. E a ruota libera esprime tutti i suoi dubbi sui vertici del movimento Cinque Stelle: «Grillo è un istintivo, lo conosco bene, non sarebbe mai stato in grado di pianificare una cosa del genere. I politici, Bersani, non lo capiscono. Non hanno capito che c’è una mente freddissima molto acculturata molto intelligente dietro, che di organizzazione, di dinamiche umane, di politica se ne intende». Questa persona sarebbe sarebbe Casaleggio, fondatore dell'agenzia di marketing web che assiste Grillo e che è l'anima del suo seguitissimo blog: «Il problema è su – spiega Giovanni Favia -. Quindi o si levano dai coglioni oppure il movimento gli esploderà in mano. Ma loro stavano già andando in crisi con questo aumento di voti. Come si sono salvati? Con il divieto di andare in tv».

 Video

LE INTERVISTE - Lo stesso Favia è stato ripreso per alcune apparizioni televisive. E di recente è stato coinvolto nella polemica sulle interviste a pagamento rilasciate da alcuni consiglieri emiliani: «Io con Santoro me la sono cavata, ma applicando un veto. Ho preso anche l’applauso ma mi è nche costato dire quello che non pensavo. Lui (Beppe Grillo, ndr) espellendo Tavolazzi ha soffocato nella culla un dibattito che stava nascendo in rete in contrapposizione alla gestione Casaleggio». Giovanni Favia spiega come sulle linee guida e anche sulle iniziative pubbliche che prende il movimento per fare un referendum o non farlo «ha sempre deciso Casaleggio da solo, ha sempre fatto così. Casaleggio controlla dall’alto tutta questa roba? Tutta. Lui quando qualcosa non va telefona o fa telefonare Grillo. È spietato, è vendicativo. Adesso vediamo chi manda in Parlamento, perché io non ci credo alle votazioni on line, lui manda chi vuole. (...) Il problema è che loro hanno messo in moto una macchina che sarebbe davvero un faro, potrebbe esserlo anche al livello mondiale se loro superassero quella complicità di sistema padronale che hanno. Sarebbe una bomba incredibile».

Redazione Online6 settembre 2012 | 23:40

Equitalia condannata per 1.600 euro a Sulmona, bloccato l'ufficiale giudiziario

Il Mattino


SULMONA - Ufficiali giudiziari anche per Equitalia per 1.600 euro. Condannata dal Giudice di Pace di Sulmona a pagare le spese legali, dopo il ricorso vinto da un imprenditore abruzzese per una cartella esattoriale relativa a infrazioni stradali, Equitalia ha ignorato la disposizione e ha evitato l'ufficiale giudiziario sostenendo, secondo il legale dell'imprenditore, di essere un ente pubblico, quindi con beni non pignorabili. Ora, la pratica è sul tavolo del giudice dell'esecuzione del Tribunale dell'Aquila. «In un momento così delicato in cui si tartassano i contribuenti con richieste di pagamento eccessive e spesso ingiustificate per le quali non dà tregua nè sconti - afferma il legale napoletano dell'imprenditore, Carlo Ponticiello - Equitalia si arroga il diritto non solo di non fare opposizione al precetto, che potrebbe e dovrebbe essere legalmente proposta in caso di contestazioni, ma anche di limitarsi a non pagare attendendo che il sottoscritto faccia ogni volta 600 chilometri per il recupero di quanto dovuto».

«Mi meraviglia poi - prosegue il legale - l'affermazione di Equitalia quando sostiene di essere un ente pubblico e, quindi, non soggetto a pignoramento: Equitalia è una società per azioni a partecipazione pubblica, il che è cosa ben diversa dall'ente pubblico, come sono per esempio il Comune dell'Aquila o la Prefettura. Ma la cosa più grave è costituita dal fatto che la pretestuosa affermazione di essere ente pubblico è stata utilizzata per bloccare un pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni, al posto, come per noi comuni mortali, dell'opposizione all'esecuzione davanti a un giudice dello Stato». Nei giorni scorsi il funzionario del Tribunale dell'Aquila si era presentato nella sede del capoluogo regionale della società di riscossione per pignorare i beni, dopo un atto di precetto per il pagamento di 1.600 euro notificato a giugno a Equitalia e da quest'ultima ignorato.

Giovedì 06 Settembre 2012 - 18:13    Ultimo aggiornamento: 18:14

Caso Orlandi, trovata tracce di terra nella cripta

Luisa De Montis - Gio, 06/09/2012 - 17:09

Tracce di terra all’interno della cripta di Sant’Apollinare che ospitava la tomba di de Pedis

Adesso spuntano tracce di terra all’interno della cripta di Sant’Apollinare a Roma, che ospitava fino a qualche settimana fa la tomba di Enrico de Pedis, boss della banda della Magliana.


L'entrata laterale della chiesa di Sant'Apollinare a Roma

Il ritrovamento farà slittare la conclusione dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi per la necesità di disporre nuove analisi. A quanto apprende l'Ansa, gli accertamenti in corso, che prevedono anche nuovi scavi nella sottocripta, dovrebbero proseguire almeno fino a mercoled 12 settembre. Le analisi sono iniziate due giorni fa, marted 3 settembre.

La procura di Roma ha deciso di approfondire alcune ricerche nella cripta della basilica, dove sono stati individuati residui di terra. Per gli inquirenti, la conclusione delle indagini potrebbe slittare di qualche mese. Nel frattempo si attendono gli esiti delle analisi sulle ossa trovate nella cripta. Il lavoro è stato affidato agli specialisti del Labanof, il laboratorio milanese di antropologia e odontologia forense fondato dalla professoressa Cristina Cattaneo. Ad oggi, secondo quanto si apprende a piazzale Clodio, sarebbero state analizzate circa la metà delle ossa trovate e alcune sarebbero state inviate negli Stati Uniti per ulteriori approfondimenti. Emanuela Orlandi, figlia di un dipendente Vaticano, sparì in circostanze misteriose il 23 giugno del 1983.

La gaffe di Cathy:«Avrei capito tanto stupore solo se la Bindi si volesse sposare»

Corriere della sera

La capogruppo di Sel in consiglio comunale interviene su Facebook a proposito delle polemiche tra Vendola e Bindi sui matrimoni gay


BOLOGNA - Una gaffe quella firmata dalla capogruppo in consiglio comunale di Sel, Cathy La Torre. Un'affermazione messa nera su bianco su Facebook. «Ma perchè l'affermazione di Nichi Vendola che chiede il diritto di sposare chi ama desta tanto scalpore?! - ha scritto - Fosse stata Rosi Bindi a dire mi voglio sposare avrei capito tanto stupore!!!», ha detto la consigliera vendoliana a Palazzo d'Accursio con una battuta non esattamente felicissima ai danni dell'esponente democratica. Tra l'altro la La Torre è da sempre attivista per i diritti delle persone omosessuali e anche vicepresidente del Movimento Identità Transessuale. Il messaggio vergato questa mattina è arrivato dopo le polemiche di questi giorni tra il leader del suo partito, Nichi Vendola, e Rosy Bindi, che del tema hanno discusso con posizioni assai distanti alla Festa dell'unità di Reggio Emilia. «Non è pensabile l'istituto del matrimonio», aveva detto la Bindy. E La Torre le ha risposto a distanza dal suo profilo sul social network. «Fosse stata Rosi Bindi a dire mi voglio sposare avrei capito tanto stupore!!!», ha scritto. A seguire una serie di commenti e di mi piace. L'unica voce fuori dal coro quella di un'amica che scrive: «Spero di aver capito male la battuta sulla Bindi».

Redazione online06 settembre 2012

Boom dei "family locator" entro il 2016

La Stampa

CARLO LAVALLE



Nei prossimi anni assisteremo in Europa e negli Stati Uniti ad un boom dei family locator services che consentono ad un genitore di localizzare visualizzando su una mappa posizione geografica e spostamenti di figli e familiari più cari su computer o cellulare grazie alla tecnologia GPS integrata in dispositivi mobili come smartphone e tablet. Entro il 2016 gli utenti di questi servizi passeranno da 16 milioni del 2011 a 70 milioni con un tasso di crescita annuale del 34% secondo uno studio pubblicato dalla società di ricerca Berg Insight.

Molti adulti stanno scoprendo e scaricando applicazioni gratuite o a basso costo capaci di trasformare uno smartphone in un dispositivo di localizzazione permettendo il controllo a distanza dei membri della famiglia più esposti a rischi come bambini e anziani. Life360 (nell'immagine), FamilyLocator+, Family Tracker sono solo alcune delle app presenti sui più conosciuti negozi online. D'altra parte, i principali operatori di telefonia mobile mettono a disposizione dei loro clienti servizi che offrono la possibilità di rintracciare cellulari, spesso inclusi in speciali piani familiari, come nel caso di AT&T in grado di realizzare il monitoraggio sia di apparecchi dotati di moduli GPS sia di telefonini che ne sono privi sfruttando tecniche di triangolazione.

La tendenza al rilevamento delle persone non è però unicamente confinata nell'ambito ristretto della famiglia ma riguarda anche ad altri campi orientati all'utenza business grazie soprattutto alla crescente adozione di device mobili più avanzati tecnologicamente. Diverse aziende propongono programmi di localizzazione per tenere sotto controllo la forza lavoro mobile. In molti settori, dalle costruzioni alla distribuzione, si utilizzano sistemi per la rilevazione della presenza dei dipendenti sui cantieri o sul luogo in cui si è inviati in trasferta allo scopo di migliorare l'efficienza operativa e verificare la sicurezza di impiegati e collaboratori abilitati ad inviare in caso di emergenza segnali di allarme identificabili da supervisori e centrali.

Altra area di sviluppo è quella sanitaria dove si cerca di rispondere alla domanda di medici e ospedali fornendo speciali dispositivi di controllo per pazienti affetti da patologie come autismo, epilessia o da problemi cardiaci e diabete. La sorveglianza da remoto comprende anche anziani costretti in casa o ricoverati in strutture residenziali con garanzia di assistenza e interventi tempestivi al presentarsi di pericoli. Secondo Berg Insight sono 5 milioni gli utenti che fanno ricorso a teleassistenza e telesoccorso negli Stati Uniti e in Europa ma il mercato basato su tecnologia mobile di nuova generazione ha un'ampia possibilità di crescita per via dell'invecchiamento della popolazione e del maggiore attivismo delle persone di una certa età.

Web - index, la Svezia è al primo posto L'Italia al 23esimo tra Messico e Brasile

Corriere della sera

Secondo Tim Berners-Lee, fondatore ella Rete, «gli italiani non puntano automaticamente sul web»


Il virtuale può migliorare il reale? Secondo la Word Wide Web Foundation non solo è possibile, ma anche misurabile: la fondazione (diretta dal creatore del web Tim Berners-Lee) ha stilato la prima classifica basata sul web-index. Indice calcolato, appunto, misurando come cresce e si evolve l’utilità (e l’impatto) di internet su 61 Paesi in tutto il mondo. E quindi come, grazie al web, si possa migliorare la qualità della vita, ridurre i conflitti, perfezionare la governance nei singoli paesi.

LA CLASSIFICA - Al primo posto, a sorpresa, si piazza la Svezia. Seguono Usa e Gran Bretagna, poi Canada e Finlandia. I paesi occidentali dominano la top 20 con una sola eccezione: l’Italia, che scivola al 23esimo posto, tra Messico e Brasile. A spiegare il brutto score ci pensa Tim Berners-Lee, che presentando la classifica spiega che «gli italiani non puntano automaticamente sul web». La Cina, ben nota per la restrizioni operate sul web, finisce 29esima, a sei gradini di distanza dall’Italia. Una sorpresa anche questa ma, censure a parte, per il Paese è stata determinante l’apertura della rete: «Per noi è importante il fatto che il web sia facilmente accessibile per le persone», spiega Berners-Lee. Due posti sotto la Cina compare la Russia – che arriva solo 31esima, mentre il Kazakistan, inaspettatamente, si piazza 28esimo grazie ai miglioramenti significativi messi in atto negli ultimi cinque anni.

I «PEGGIORI» -Se i paesi dell’Occidente si aggiudicano i primi posti della classifica, la maglia nera spetta a quelli africani. Nella top ten dei peggiori troviamo infatti Zimbabwe, Burkina Faso, Benin, Etiopia, Namibia, Mali e Camerun. Mentre i Paesi della Primavera Araba ottengono migliori risultati: la Tunisia è 30esima, l’Egitto 39esimo. Il Medio Oriente, invece, si conferma zona di contraddizioni anche osservato attraverso il web: se Israele si aggiudica il 15esimo posto, il 61esimo e ultimo posto spetta allo Yemen.

Greta Sclaunich
6 settembre 2012 | 11:58