sabato 8 settembre 2012

Casaleggio techno-guru tra esoterismo e fantasy

Francesco Maria Del Vigo - Sab, 08/09/2012 - 16:09

Per il sociologo l’esponente M5S è un santone con idee di 200 anni fa: "Il suo sogno? Sostituire i politici con una società che fa capo alla Rete"

Gianroberto Casaleggio è un mistero, un'equazione irrisolvibile. È lui l'uomo che ha convertito Grillo alla tecnologia, che gli ha tolto la mazza di mano (quella con cui spaccava i pc durante i suoi spettacoli) e gli ha messo un mouse sotto i polpastrelli.



Sul suo conto la base grillina dice tutto e il contrario di tutto: viene dipinto come il guru di una setta ispirata dalla fantascienza e dall'esoterismo di Gurdjieff. Ma anche come un massone che fa lobbying con le più grandi multinazionali. Lui fa tutto per intorpidire le acque e l'ultima volta che ha preso in mano carta e penna, per dire la sua sul Corriere, ha scritto una lettera complicatissima e piena di citazioni cavalleresche e medievali. Insomma, il profeta della modernità parla come un libro stampato due secoli fa. «È chiaro: il suo punto di vista è esoterico», ci spiega Massimo Introvigne, sociologo, filosofo ed esperto di religioni.

Professore, cosa c'è dietro Casaleggio?«A me pare che siamo di fronte a una mentalità gnostica».

Professore sia meno professore. Ci spieghi meglio...«L'idea di un mondo dove la conoscenza è patrimonio di pochi. Un'idea che si accompagna a un culto tecnocratico in cui la nuova conoscenza è la tecnologia. E qui mi sembra che ci sia un riferimento molto evidente a un autore di fantascienza come Philip Dick».

In che senso?«I video nei quali Casaleggio parla della sua visione del futuro del mondo (Gaia e Prometeus, filmati diffusi sul sito della Casaleggio Associati, ndr) sono la perfezione del mito tecnocratico, cioè l'idea che i politici debbano essere sostituiti dai tecnici».

Non mi dica che è montiano?«No, non vuole sostituire i politici con Monti, ma con persone che detengono una scienza. Un sapere superiore che oggi è incarnato nella tecnologia della rete. Ma queste idee non sono nate con internet e neppure da Casaleggio».

Praticamente un incubo: la dittatura delle macchine. E da chi avrebbe copiato?«Da Alexandre Saint-Yves d'Alveydre».

Che sarebbe?«Un esoterista, vissuto tra la fine dell'800 e i primi del '900, colui che ha pensato più lucidamente di tutti la tecnocrazia. Il suo pensiero si fondava su due filoni uno di tipo filosofico e uno di tipo esoterico e massonico. Nel mondo di Saint-Yves ci sono le macchine universali, i druidi e tutte cose che non sono lontane da Casaleggio».

Ma Grillo e Casaleggio parlano di politica non di filosofia...«In Saint-Yves c'è anche una grande critica nei confronti dei politici che sono considerati tutti dei ladri disonesti che fanno del male al popolo. E c'è la proposta di sostituirli con una forma politica molto semplificata e brutale: solo tre ministeri uno della politica, uno della democrazia e uno della religione che sulle rovine di tutte le vecchie religioni avrebbe dovuto edificare un nuovo culto della scienza».

Praticamente l'uomo nuovo della politica italiana ha idee vecchie di duecento anni. Ma questo Saint-Yves era un pazzo?«No, non era un matto di passaggio. Un libro pubblicato poco tempo fa ha dimostrato come i suoi discepoli si siano trovati, sia a destra che a sinistra, nelle sfere più alte della politica francese».

E la massoneria cosa c'entra con tutto questo?«Chi accusa Casaleggio di essere massone probabilmente intende dire più genericamente che si ispira all'esoterismo, di cui la massoneria è solo una parte».

In realtà è probabile che la massoneria non gli stia molto simpatica. «Perché fa parte del mondo vecchio, quello che lui vorrebbe sostituire con qualcosa di completamente nuovo: una nuova società basata su internet e la tecnocrazia. Casaleggio appartiene a uno stile di pensiero esoterico secondo cui un'élite di illuminati è più affidabile dei politici democraticamente eletti».

Qualcosa a che vedere con le società segrete?«Sì, ma le società segrete hanno un problema: vogliono andare al potere ma non ci vanno mai direttamente, perché prima o poi il popolo si accorge di chi manovra realmente i fili. Possono governare solo per interposta persona, ma spesso il burattino si stacca dal burattinaio. Certamente Casaleggio pensa che le sue idee esoteriche possano trionfare nella società tramite Grillo, però la gente conosce il comico e non lui. Quando tutti inizieranno a conoscere la sua figura è probabile che Grillo voglia liberarsene».

Mentana ammazza scoop e lo scoop su Berlusconi

Alessandro Sallusti - Sab, 08/09/2012 - 15:58

Facile, caro Mentana, prendersela con Formigli. Prova, se hai le palle, ad attaccare Trava­glio e Ingroia, a difendere Berlusconi quando è vitti­ma di ingiustizie

Enrico Mentana, direttore del TgLa7, smet­te i panni del fustigatore e veste quelli del moralista.



Non gli va che un suo collega di rete, Corrado Formigli, abbia fatto uno scoop, trasmettendo nel corso di «Piazza Pulita», il fuori onda nel quale Giovanni Favia, leader grillino, si lasciava andare a giudizi pesanti su Grillo e sul mo­vimento. Scorretto - ha detto il direttore nell’edizio­ne di ieri sera- carpire informazioni con l’inganno, e per di più mandarle in onda senza avvisare gli ospiti presenti in studio, tra i quali lui Mentana medesimo. Evidentemente il direttore pretende di comandare anche in casa d’altri, ma a parte questo non credia­mo che si tratti di sola invidia professionale.

No, ci de­ve essere altro, perché Mentana non si è mai fatto pro­blemi prima d’ora a sfruttare tutti i fuori onda audio e video (oltre che intercettazioni illegali) capitatigli tra le mani. Vuoi vedere che il cuore del direttore su­per partes per antonomasia in realtà batte forte per il vendicatore Grillo e non gli va che qualcuno ne met­ta in discussione la limpidezza? Lecito, ovviamente, ma farebbe bene, per coerenza, ad avvisare anche i suoi ascoltatori. Se così non fosse ci scusiamo e gli segnaliamo un caso simile che evidentemente, nella foga di difende­re i grillini, gli è sfuggito e che riguarda il suo ex edito­re, quello che lo ha reso ricco e potente. Si tratta di un fuori onda giudiziario pubblicato ieri da Il Fatto .

È il resoconto dell'interrogatorio che Silvio Berlusconi ha rilasciato pochi giorni fa a tre pm di Palermo sui soldi dati a Dell'Utri. Battute, giudizi e confidenze che Berlusconi ha fatto nel chiuso di una stanza alla presenza dei soli tre magistrati, uno dei quali è il fami­gerato Ingroia. Niente avvocati, niente cancellieri. Ora, escludendo che Berlusconi abbia spifferato il contenuto al giornale dei giustizialisti, è ovvio che a cantarsela è stata una delle tre toghe. La quale ha vio­lato così la legge e ha mancato di rispetto a un testimo­ne, per di più ex premier e attuale presidente del parti­to di maggioranza relativa. In breve ha commesso un reato.

Avremmo sperato che Mentana, giornalista li­bero e puro, si fosse indignato, avesse chiesto al Csm, dal suo pulpito serale, l'apertura di un'inchiesta per violazione del segreto istruttorio e turbativa della po­litica italiana. Facile, caro Mentana, prendersela con Formigli. Prova, se hai le palle, ad attaccare Trava­glio e Ingroia, a difendere Berlusconi quando è vitti­ma di ingiustizie. Ma forse chiediamo troppo anche a un maestro di giornalismo.

E i fuori onda del Cav in Procura finiscono sul «Fatto»

Stefano Zurlo - Sab, 08/09/2012 - 09:05

L'ex premier sentito a Roma senza legali. Segreto addio, il bollettino delle procure rivela le battute su calcio e politica

Il calcio, la mafia, il Guatemala. Manca solo la foto di gruppo col bravissimo cronista del Fatto quotidiano che, beato lui, ha offerto ieri ai suoi lettori una ricostruzione dettagliatissima del faccia a faccia avvenuto nella capitale fra Silvio Berlusconi e i pm di Palermo.



La storia è quella della presunta estorsione che Marcello Dell'Utri avrebbe realizzato ai danni dell'amico di una vita. Una valanga di soldi, la villa sul lago di Como e altro ancora per non tirarlo giù raccontando del gorgo dei rapporti limacciosi con i boss e i picciotti. Come si vede, siamo in uno dei tanti segmenti che compongono quell'unica inchiesta monstre che è iniziata una ventina d'anni fa e non è mai finita, perché i pm di Palermo continuano a scandagliare, prima con sistemi criminali, poi con l'indagine sulla trattativa Stato-mafia e con tutte le sue derivazioni, la biografia del Cavaliere. E quel suo presunto peccato capitale chiamato Marcello dell'Utri.

Dunque, com'è accaduto anche nel procedimento contro dell'Utri per concorso esterno, giunto a sua volta alla quarta puntata, si analizzano ossessivamente sempre gli stessi fotogrammi, partendo dalla lontana stagione degli anni '70, dello stalliere Vittorio Mangano e via elencando fatti e suggestioni ormai diventati una collezione di luoghi comuni. Ma il Fatto quotidiano non si limita a riproporre l'armamentario che tutti i giornali apparecchiano ad ogni occasione.. No, manco fosse presente, il quotidiano di Antonio Padellaro e Marco Travaglio ci consegna battute, sorsetti, notazioni della deposizione. Sbalorditivo. Panorama, che ha fatto il suo lavoro raccontando le famose telefonate fra il presidente della Repubblica e il senatore Nicola Mancino, intercettate per l'appunto dai pm di Palermo, è stato lapidato da un coro greco composto da giornalisti, pezzi delle istituzioni, magistrati.

Si è detto e scritto che Panorama ha ordito un complotto, addirittura, ai danni di Giorgio Napolitano; poi che le notizie pubblicate - quei giudizi taglienti sul Cavaliere, su Di Pietro e sui pm di Palermo - erano falsi, ma nello stesso tempo la procura di Palermo ha aperto un fascicolo per fuga di notizie, dando dunque implicito valore allo scoop della nave ammiraglia del gruppo Mondadori; infine i giornalisti del settimanale, cominciando dal direttore Giorgio Mulè, sono stati messi in croce per aver vergognosamente orecchiato i contenuti dei dialoghi Mancino-Napolitano.Passata l'indignazione, sulla ruota di Palermo è riapparso il Cavaliere, cliente fisso di quella procura. E siamo precipitai di nuovo nell'eterno colabrodo italiano.

E le parole di Berlusconi, che pure veniva sentito come teste, dunque senza i suoi avvocati, sono arrivate direttamente al giornalista e messe in pagina fra virgolette, come dopo la sbobinatura di un nastro. «Ma lo sa - ecco un brano in cui l'ex premier si rivolge al procuratore aggiunto Antonio Ingoia - che quel che dicono di lei le tv e i giornali non rende giustizia alla sua immagine? Lei oggi mi è apparso un magistrato affabile ed equilibrato. Peccato che lei abbia solo un difetto: lei tifa Inter e non Milan. Ma voi interisti vi pentirete di averci portato via Cassano. Quello ci mette poco a mettervi in subbuglio lo spogliatoio». E poi, ancora, ecco la barzelletta, naturalmente sul tema mafia, narrata dal Cavaliere e accolta dai tre pm Francesco Messineo, Antonio Ingroia e Lia Sava, con grande imbarazzo.

E poi, ancora, le movimentazioni bancarie, i prestiti, l'arrivo di Mangano ad Arcore, un cult d'archivio della dietrologia berlusconiana. Altro che privacy. Altro che rispetto delle prerogative parlamentari. Altro che. Siamo alle solite. I giornalisti fanno i giornalisti e quando c'è di mezzo lui, il Caimano come lo chiama affettuosamente il Fatto, tutto va a gonfie vele.Il complotto è svanito con tutti i suoi presunti veleni. È l'ora della demonologia, dei misteri italiani, dei cassetti chiusi che devono essere aperti e riaperti anche se è vent'anni che ci fanno la cronaca delle zone d'ombra e degli spazi grigi del Cavaliere e dintorni. La deontologia va bene per il Quirinale. Alla prossima puntata.

Compra un quadro per 50 dollari E scopre che è un famoso Renoir

Corriere della sera

Una donna in Virginia ha acquistato la tela al mercatino delle pulci. Ora sarà battuto all'asta per 100 mila dollari


L'ha acquistato perché le piaceva tanto la cornice che lo raccoglieva e ha pensato che avrebbe potuto riutilizzarla. Solo più tardi ha scoperto che il dipinto comprato per meno di 50 dollari a un mercato delle pulci nella Shenandoah Valley, in Virginia, era un vero tesoro: il quadro, opera del celebre artista francese Pierre-Auguste Renoir, s'intitolerebbe Paysage Bords De Seine e riprodurrebbe un sentiero che costeggia le rive della Senna: l'opera sarà battuta all'asta il prossimo 29 settembre a Alexandria dalla casa d'aste Potamack Company per circa 100 mila dollari

VALUTAZIONE - La proprietaria del dipinto, che intende rimanere anonima, inizialmente voleva buttare via il quadro. Ma grazie ai ripetuti rimproveri di sua madre ha cambiato idea e ha deciso di fare valutare il dipinto da Anne Norton Craner, esperta d'arte della casa d'aste americana. Immediatamente quest'ultima avrebbe riconosciuto il valore dell'opera: «Quando ha tolto il dipinto dalla busta di plastica in cui lo aveva rinchiuso, ho colto la radiosa qualità del quadro, le pennellate rapide, i colori vivaci viola e rosa e l'immagine della Senna - ha dichiarato l'esperta d'arte - Il quadro mi ha ricordato subito Landscape at Wargemont, opera di Renoir del 1879». Le successive analisi hanno dato ragione alle impressioni della Craner: il dipinto sarebbe stato acquistato nel 1926 dalla Gallerie Bernheim-Jeune di Parigi da parte dell'avvocato Herbert L. May, marito della ricca collezionista d'arte Saidie Adler May. La signora May, nel corso della sua vita, avrebbe donato più di 300 dipinti al Baltimore Museum of Art.

VIAGGIO A PARIGI - Il quadro che immortala la Senna mentre attraversa il comune di Bougival, alle porte di Parigi, per diversi mesi è stato rinchiuso nel bagagliaio dell'auto dell'attuale proprietaria. Adesso quest'ultima confessa all'Huffington Post di avere troppa paura di tenerlo con sé e dichiara di essere pronta a premiare sua madre regalandole un viaggio a Parigi: «Sono sicura che chi acquisterà il dipinto lo custodirà con grande cura - ha dichiarato la donna al blog americano. Sono davvero felice di non aver svenduto il dipinto».

Francesco Tortora
8 settembre 2012 | 13:16

Mentana bacchetta Formigli per l'intervista fuori onda

Libero

Il direttore del tg la7: trasmettere un fuori onda è legittimo ma è sgradevole


Cattura
A Enrico Mentana non è piaciuta l'intevista"rubata" a Giovanni Favia, il consigliere regionale dell'Emilia Romagna che spiega ha scatenato un terrmoto dicendo che all'interno del Movimento 5 stelle decide tutto l'eminenza grigia di Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio.  Mentana precisa, lo ha detto anche durante la trasmissione, che si tratta di un'operazione legittima tuttavia la definisce "spiacevole" per il politico coinvolto.

E in un tweet scrive: "Caso Favia: fuori onda è legittimo come è stato per tutti da Fini a Scilipoti, ma è sempre sgradevole. Però perché emerge solo quattro mesi dopo?". Formigli, dal canto suo spiega così il fatto che l'intervista sia stata trasmessa in ritardo rispetto a quando è stata realizzata: "L'intervista non è di quattro mesi fa, ma di inizio giugno, precisamente il 5 e, dunque, non potevo mandarla in onda, nell'ultima puntata del 7 perché l'inchiesta sui grillini non era pronta. Non ha senso dire che volessimo conservarla per chissà quale motivo. Tra l'altro Favia, nel suo blog, ha praticamente confermato quanto detto nel pezzo da noi mandato in onda, dunque mi pare che noi siamo a posto".

WhatsApp ancora nel mirino: privacy a rischio

Corriere della sera

Hacker in agguato: con il codice Imei del telefono possono rubare qualsiasi account e intercettare i messaggi degli utenti


MILANO - Oltre 10 miliardi di messaggi vengono spediti ogni giorno con «WhatsApp», la popolare applicazione di messaggistica istantanea, quella che - con grande disappunto delle compagnie telefoniche - ha pensionato gli sms, per come li conosciamo oggi. Tuttavia, l'applicazione è tutt'altro che sicura.

SUCCESSO - WhatsApp, la app per cellulari di ultima generazione (iPhone, Android) che permette di scambiarsi messaggi gratuitamente - e così facendo trovare un'alternativa al costoso sms - è da mesi in cima alle classifiche dei programmi più scaricati. In questi giorni - ha comunicato l'azienda - è stato abbattuto il muro dei 10 miliardi di messaggi scambiati quotidianamente. Ciononostante, il servizio - gestito dalla piccola startup WhatsApp Inc. di San Francisco - non è affatto così sicuro come ci si potrebbe aspettare da un leader di mercato. WhatsApp non sembra infatti in grado di uscire dall'occhio del ciclone per via dei problemi di sicurezza. Recentemente ha messo nei guai anche una consigliera comunale spagnola protagonista di un video porno finito inaspettatamente in Rete.

VULNERABILE - A mettere in guardia dalla vulnerabilità dell’app per Android è lo sviluppatore web Sam Granger. Nel suo blog il britannico spiega che un qualsiasi hacker è in grado di rubare, senza troppa difficoltà, uno o più account WhatsApp. «Per intercettare le conversazioni o inviare messaggi usando il profilo della vittima». Il problema: il sistema, difatto, non richiede una registrazione vera e propria. Il nuovo utente inserisce il suo numero di cellulare all’interno del programma e dà il consenso alla sua conservazione negli elenchi di WhatsApp. Come «nome utente» viene utilizzato - in maniera semplice e chiara - il numero di telefono, mentre per la «password» WhatsApp utilizza il numero di serie (Imei) del cellulare, perlomeno sui telefoni Android. Ebbene, la scoperta di Granger: per generare la password dal codice Imei, la app non fa altro che invertire la serie di numeri e fa criptare la stringa di cifre attraverso l'algoritmo MD5, da tempo noto per essere poco sicuro. In altre parole: chiunque conosce l’Imei di un telefono, può ricavarci la password. Negli ambienti hacker, il baco sembra conosciuto da tempo.

CONSIGLIO - WhatsApp non ha mai brillato per quanto riguarda la sicurezza e la privacy: fino a poco tempo fa una falla ha permesso a chiunque fosse collegato alla stessa rete wireless di intercettare i messaggi di altri utenti. Attraverso un software scaricabile dal web era possibile intercettare conversazioni, foto e video. Tanto basta insomma per mandare in paranoia milioni di utenti e fan in tutto il mondo. Il suggerimento degli esperti di sicurezza è semplice: non usatela se non avete assoluto bisogno.

Elmar Burchia
7 settembre 2012 (modifica il 8 settembre 2012)

La direttrice delle Poste deruba l’intero paese

La Stampa

Prelievo dopo prelievo ha intascato 700 mila euro

GAETANO MAZZUCCA
reggio calabria

Cattura
I risparmi di un intero paese passavano ogni giorno dalle sue mani. Direttrice e unica dipendente dell’ufficio postale di Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria, Rosa Pustorino era certa che nessuno l’avrebbe mai scoperta. Ha commesso un unico errore: andare in ferie. Quei pochi giorni di vacanza le sono costati il carcere. In sua assenza il sistema che aveva escogitato è andato in tilt svelando ai mille abitanti del piccolo centro in provincia di Reggio Calabria il raggiro di cui erano vittime da anni. Almeno 700mila euro sono stati sottratti dai conti correnti, ma gli accertamenti sono solo all’inizio e alla fine è probabile che si arriverà a superare il milione.

Due giorni dopo essere andata in ferie, al piccolo ufficio postale si è presentata una signora chiedendo di ritirare una somma di denaro. Quando l’impiegato le ha risposto che sul suo conto non c’era un euro, la donna è corsa dai carabinieri con in mano l’ultimo estratto conto in cui risultavano oltre 44mila euro. La disperazione della signora in poche ore ha fatto il giro del paese, così il giorno seguente all’ufficio postale si sono presentati decine di correntisti per controllare i loro risparmi. Per molti l’incubo di perdere tutto è diventato realtà. In quei giorni gli abitanti del paese calabrese sono arrivati a inscenare forme di protesta, in un caso addirittura arrivando a tenere un sit-in davanti all’ufficio postale. I carabinieri, però, erano già al lavoro.

Scattata la perquisizione all’interno dell’ufficio postale, l’attenzione degli investigatori si è concentrata su un armadio chiuso a chiave in cui la direttrice diceva di tenere caramelle e cioccolate. Al posto dei dolci, invece, è stata trovata un’agendina in cui erano riportati alcuni nominativi abbinati a cifre. Da Reggio Calabria, in quei giorni di inizio agosto, è giunto anche il responsabile provinciale delle Poste, è venuto fuori che alcune stranezze dell’ufficio di Melicuccà erano finite all’attenzione del servizio di gestione delle frodi, Fraud Management. A fine giugno alcuni funzionari della struttura avevano effettuato un’ispezione e il comportamento della direttrice era stato così sospetto da far decidere ai vertici delle Poste di inviare un dipendente, nel periodo di ferie della Pustorino, a controllare.

A quel punto è bastato poco per ricostruire il meccanismo utilizzato dalla ormai ex direttrice. In gergo viene chiamato il sistema della «forzatura». Secondo quanto accertato dagli inquirenti, la Pustorino sarebbe riuscita a fotocopiare i libretti entrando così in possesso dei dati necessari per entrare nel sistema ed effettuare i prelievi di denaro. Le potenziali vittime sarebbero state scelte tra gli utenti sui cui conti figuravano pochissime movimentazioni di denaro. Nel caso in cui qualche cliente avesse voluto ritirare da un conto che la direttrice aveva in precedenza «prosciugato», lei stessa interveniva utilizzando o denari personali o soldi sottratti da altri libretti. Un delitto perfetto, o quasi. Tra il 2010 e il 2012 la direttrice si sarebbe così impossessata di almeno 700mila euro «prelevando importi non superiori a 5mila euro, per non destare sospetti e non attirare l’attenzione degli organismi centrali di controllo, ed effettuando giroconti su rapporti postali ancora in corso di identificazione».

Diciotto le parti offese individuate al momento dai carabinieri e dalla Procura di Palmi, ma il numero sembra destinato a salire. Due anziani coniugi si sono visti sparire sotto gli occhi i risparmi di una vita: 76mila euro. Poste italiane ha comunque già annunciato che si impegnerà a restituire i denari ai cittadini di Melicuccà. Dopo la prima denuncia a suo carico, Rosa Pustorino era stata trasferita in un altro ufficio, dove, però, non ha mai preso servizio adducendo motivi di salute. Per il gip che ha disposto l’arresto c’è il rischio che possa reiterare il reato «in quanto dotata di buone conoscenze in ordine alla procedura contabile relativa alle operazioni finanziarie».

Il suo conto corrente è sotto sequestro e in queste ore gli inquirenti stanno ricostruendo i movimenti per capire che fine abbia fatto tutto quel denaro. «Va sottolineata - ha detto il procuratore della Repubblica aggiunto di Palmi, Emanuele Crescenti – l’importanza della collaborazione delle parti offese. La speranza è che questo contributo da parte della gente si riscontri anche per altri reati in cui non ci sia un coinvolgimento personale».

Occhio, ecco cosa rischiamo se il guru di Grillo porta le sue idee in Parlamento

Libero

Chi è Gianroberto Casaleggio, il "Richelieu di Beppe" ed eminenza grigia del Movimento 5 Stelle. Un'escalation inarrestabile da Di Pietro fino alle visioni apocalittiche sul web

di Marco Gorra

Cattura
C’è un tizio che sembra il fratello sovrappeso del Conte Uguccione di Mai dire gol e che è fermamente convinto che ora del 2054 - dopo la divisione della Terra in un blocco con Internet libero ed uno con Internet censurato e susseguente Terza guerra mondiale - ci sarà un mega-governo unico planetario (a nome Gaia) funzionante tramite la Rete. Fin qui poco male: di portatori di idee bislacche sono pieni i Bar Sport di tutto il mondo, e se c’è gente convinta che l’undici settembre l’hanno fatto i Rettiliani figurarsi se non possono esserci i profeti di Gaia. Il guaio è che il fratello grasso del Conte Uguccione, complice il premio di maggioranza che potrebbe finire in tasca ai grillini, rischia di vincere le elezioni in Italia.

Di buono c’è che, grazie al caso Favia, il tizio è assurto alla notorietà che gli compete: Gianroberto Casaleggio di anni 58, professione mente di Beppe Grillo. Fino a ieri illustre sconosciuto noto solo agli addetti ai lavori, dopo il fuori onda del consigliere grillino (succo: nel M5S non c’è democrazia, decide tutto Casaleggio che è spietato, vendicativo e vuole piazzare gli infiltrati nelle liste per le Politiche) Casaleggio è finito in prima pagina. Contribuendo suo malgrado a fare luce su svariati aspetti del grillismo finora rimasti sottotraccia.

Il personaggio, va detto, è intrigante. Perito informatico con qualche esame dato a Fisica, Casaleggio ha un curriculum di tutto rispetto: manager nei cda di undici aziende, dalla Olivetti (era Colaninno) alla Webegg, nel 2004 si mette in proprio con la Casaleggio e associati, società specializzata in comunicazione e marketing. L’incontro con Beppe Grillo risale agli albori del Ventunesimo secolo, quando Casaleggio va a vedere uno spettacolo di  Grillo periodo luddista (i computer presi a martellate sul palco e le intemerate contro «Infernet»). Intuito che il potenziale c’è ma l’uomo ha bisogno di una qualche sgrezzatura, Casaleggio va a trovare Grillo in camerino per spiegargli succintamente che di come andrà il mondo non ha capito una beneamata: Internet è il futuro, altro che martellate. Spiegazione convincente, tanto che Grillo si converte all’istante («Pensai che fosse un genio del male o una sorta di San Francesco che invece che ai lupi e agli uccellini parlasse a Internet») al verbo casaleggiano.

Da lì, la collaborazione decolla. In poco tempo l’ormai mitologico blog beppegrillo.it diventa realtà ed inizia a scalare posizioni nei ranking di contatti ed influenza. La dimensione pubblica di Beppe Grillo come leader politico anti-sistema si comincia a costruire mattone dopo mattone (la discesa in campo avverà col primo V-day del settembre 2007). Si iniziano a tirare in piedi sul territorio le strutture che costituiranno l’ossatura del Movimento 5 Stelle.

Per un bel pezzo Casaleggio riesce a rimanere nell’ombra. Tutto sembra farina del sacco di Grillo e il massimo che si sa è che esiste un fantomatico «staff del blog» che si occupa di contenitore e contenuto. Il problema è che le dimensioni del fenomeno crescono, e con esse fisiologicamente cresce il numero di scontenti, emarginati, dissidenti. I quali iniziano a mettere in giro la voce che in realtà chi decide tutto è Casaleggio (le ricostruzioni più hard descrivono Grillo come una marionetta nelle sue mani) e che basta un suo diktat per decretare la sorte di qualsiasi cosa o persona anche lontanamente legata al Movimento.

Nel frattempo lui inizia ad ottenere una propria riconoscibilità. Cura per qualche anno il sito di Antonio Di Pietro. Spuntano video in rete, come quello del 2008 con la profezia su Gaia (l’esatta cronologia casaleggiana è la seguente: 2018, il mondo viene diviso in due blocchi; 2020, scoppia la terza guerra mondiale che, tra armi batteriologiche e cambiamenti climatici contribuirà a ridurre la popolazione mondiale ad un miliardo di individui; 2046, un social network creato da Google soppianta l’anagrafe; 2051, abolizione della pena di morte nel mondo mediante referendum sul web; 2054, nasce Gaia e scompaiono partiti, ideologie e religioni).
Iniziano a girare maldicenze che, visti i trascorsi professionali, lo legano a massonerie e poteri forti assortiti (lui scriverà al Corriere per negare tutto). Trapelano notizie sulla vita privata, come quella del bosco privato che Casaleggio si è comprato dalle parti di Ivrea e  dove ama passare i weekend in solitudine.

Il salto di qualità vero, però, arriva negli ultimi mesi quando,  di pari passo coi botti elettorali, nel M5S spuntano le baruffe domestiche. Baruffe che vengono risolte immancabilmente con le cattive: espulsioni, scomuniche, divieti. Il pionere ferrarese del grillismo Valentino Tavolazzi messo alla porta dall’oggi al domani, gli autoconvocati di Rimini trattati come pericolosi deviazionisti, eletti diffidati dall’andare in tv, Bologna dilaniata dalle lotte tra casaleggiani e indipendenti come nemmeno Sarajevo. Una linea draconiana, ad ispirare la quale in molti vedono proprio Casaleggio che fa e disfa dietro le quinte, tenendo in mano l’intero Movimento a partire da Grillo. Il quale, spiega Tavolazzi, «subisce un’influenza nefasta. Casaleggio, del resto, lo vede e lo consiglia ogni giorno». Conclusione: «La verità è che Casaleggio abilmente utilizza le spaccature nel movimento e non vuole rendere conto a nessuno». Un Richelieu a cinque stelle.

Il programma del Movimento 5 stelle punto per punto

Domenico Ferrara - Sab, 08/09/2012 - 09:04

Grillo ha più volte invitato i giornalisti a leggere il programma, invece di criticarlo. Lo abbiamo fatto e abbiamo trovato un mix di slogan populistici, di nobili propositi, di proposte inapplicabili, se non pericolose per i conti dello Stato, altre incomprensibili o buttate lì senza una corrispondenza pratica.

Schizzi di comunismo, pennellate di dirigismo, qualche sfumatura di statalismo alternata a sprazzi di ultraliberismo. E poi un’accozzaglia di slogan e di lodevoli intenzioni prive però di credibili spiegazioni applicative. Il tutto incorniciato in appena 15 pagine, suddivise in sette capitoletti – ché il dono della sintesi in politica è un’arte in via di estinzione.



A fare da sfondo al quadro programmatico del MoVimento 5 Stelle non poteva mancare il mix di slogan populisiti e anti-casta che ha sancito la transumanza di Beppe Grillo da comico a politico. 
Il guru genovese, quando non si è proclamato vittima dei media o quando non li ha attaccati perché osavano criticarlo, ha più volte ribattuto invitando i giornalisti a leggere il suo programma (definito, a seconda della circostanza, anche “non programma”). Lo ha ribadito persino al presidente del Parlamento europeo Martin  Schulz, reo di aver puntato il dito contro la presunta mancanza di democrazia e di trasparenza del Movimento 5 stelle: “Noi abbiamo uno statuto, abbiamo un programma”, ha risposto Grillo.
Ecco, noi siamo andati a leggerlo questo programma. E abbiamo scorto una miscela di nobili propositi, interessanti idee, proposte inapplicabili, se non pericolose per i conti dello Stato, altre incomprensibili o buttate lì senza una corrispondenza pratica.

Stato e cittadini

Nel primo capitolo “Stato e cittadini”, si parte da piani condivisibili ma non rivoluzionari – come l’abolizione delle Province, l’accorpamento dei Comuni sotto i 5mila abitanti o i referendum senza quorum -, si passa per tutti i propositi anti casta volti a eliminare i privilegi dei parlamentari (come il diritto alla pensione dopo due anni e mezzo o l’allineamento degli stipendi alla media nazionale) e si arriva infine a una serie di idee ambigue, perniciose o di improbabile attuazione.

Esempi? “Approvazione di ogni legge subordinata alla copertura finanziaria” che, in un contesto di crisi economica come questo significherebbe nessuna nuova legge. “Leggi rese pubbliche on line almeno tre mesi prima della loro approvazione per ricevere i commenti dei cittadini”: immaginate che una manovra finanziaria o l’introduzione di una patrimoniale o qualsiasi altra legge vengano tenute in stagnazione (oltre che commentate dai cittadini, ma in base a quali competenze e conoscenze poi?) per 90 giorni. L’effetto sarebbe dirompente: comprendere una manovra così delicata e importante per le sorti del bilancio statale sarebbe un’impresa e i grandi patrimoni emigrerebbero all’estero.

“Obbligatorietà della discussione parlamentare  e del voto nominale per le leggi di iniziativa popolare”: qui non si capisce dove vada a finire la tutela della segretezza del voto e in quali casi possa essere disattesa. “Partecipazione diretta a ogni incontro pubblico a ogni incontro pubblico da parte dei cittadini via web”: che vuol dire diretta? I cittadini potranno interagire, fare domande, o ci si limiterà ad osservare passivamente come si fa per le sedute della Camera e del Senato? Mistero.

“Riduzione a due mandati per i parlamentari e per qualunque altra carica pubblica”: ma vietare a un esponente politico, che magari si è contraddistinto per talento e competenza, di essere rieletto non è una limitazione della sua libertà e di quella dei cittadini? “Non eleggibilità a cariche pubbliche per i cittadini condannati”: ma condannati in via definitiva oppure basta la condanna in primo grado? Perché è bene rammentare che in questo paese, nonostante il ricordo sia sbiadito, vige ancora la presunzione di innocenza.

Energia

Il secondo capitolo, quello dedicato all’energia, è roba per addetti ai lavori. Spicca la parola incentivazione, latita la concorrenza. Paradossalmente è il capitolo più complicato e più studiato. Si propongono sistemi alternativi e bio-compatibili, si punta alla riduzione dell’impatto ambientale delle centrali termo-elettriche, si promuove l’uso di energie e di fonti alternative, si vuole eliminare gli inceneritori (per ovviare con cosa?). Bisognerà capire poi, all’atto pratico, come queste idee si tradurranno in realtà.

Informazione

Il capitolo sull’informazione è invece denso di proposte problematiche. Perché, se da un lato il Movimento 5 stelle punta ad abolire l’Ordine dei giornalisti, ad assegnare le frequenze tv in una asta pubblica ogni 5 anni e a contrastare gli oligopoli e le concentrazioni, dall’altro si prefissa scopi quantomeno improbabili da realizzare.
Prendiamo per esempio “l’accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano”.

Oltre al fatto che non si capisce se pure i turisti stranieri beneficeranno di ciò, non è dato sapere da dove si reperiranno i fondi per realizzare tal proposito. E lo stesso problema vale per la “copertura completa dell’Adsl a livello di territorio nazionale” (senza considerare l’elettrosmog di cui non si fa cenno nel programma).
E che dire della “statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia”? Un ritorno allo statalismo del passato. E poi c’è il tema dell’”abolizione della legge Urbani sul copyright” e della “riduzione del tempo di decorrenza della proprietà intellettuale a 20 anni”. Varrà anche per Grillo?

Infine c’è la “depenalizzazione della querela per diffamazione e riconoscimento al querelato dello stesso importo richiesto in caso di non luogo a procedere (importo depositato presso il tribunale in anticipo in via cautelare all’atto della querela)”. A parte che depenalizzare un atto penale qual è la querela è impossibile, semmai si può depenalizzare il reato di diffamazione. Comunque sia, all’indomani dell’approvazione di un provvedimento del genere, chiunque si potrà svegliare una mattina e dare ingiustamente del cornuto a un politico senza pagare dazio e senza che vi sia tutela dell’onorabilità della persona offesa. Che libertà!

Economia

Il capitolo sull’economia, che dovrebbe essere la colonna portante di una piattaforma programmatica, si riduce invece a pochi punti, alternando buoni propositi e idee strampalate. Vada per l’abolizione delle cariche multiple da parte di consiglieri di amministrazione nei consigli di società quotate, vada per l’introduzione di strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle stesse e per il divieto di incroci tra sistema bancario e industriale, ma il resto è un mix di vaneggiamenti. Si parla di “abolizione della Legge Biagi” ma non si specifica che tipo di riforma del mercato del lavoro si vuole introdurre; si parla di introduzione di un tetto per gli stipendi del management delle aziende quotate in borsa e delle aziende con partecipazione rilevante o maggioritaria dello Stato e non si capisce perché, nel primo caso, si debba obbligare un privato a elargire un determinato compenso ai suoi manager, e, nel secondo caso, come faccia lo Stato a stabilire le tariffe pubbliche. Si parla di “disincentivi alle aziende che generano un danno sociale (es. distributori di acqua in bottiglia) ma non è chiaro che voglia dire.

Si accenna poi all’”abolizione dei monopoli di fatto, in particolare Telecom Italia, Autostrade, Eni, Enel, Mediaset (che non si capisce cosa c’entri,ndr)”, ma non si specifica se si vogliono smantellare, privatizzare o quant’altro. E poi ancora, si punta alla “riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi…”, come se già la linea del rigore e della sobrietà non avesse fatto intendere che non basta se non è accompagnata da misure per la crescita. Infine, si parla di “favorire le produzioni locali”, di “sostenere le società no profit” (forse si intendeva dire organizzazioni no profit, ndr) e di “sussidio di disoccupazione garantito”, ma senza spiegare come fare e, soprattutto con quali fondi.
Insomma, il programma a Cinque stelle propone di spendere valanghe di denaro pubblico senza alcuna commisurazione di costi e benefici e col rischio di sconquassare i conti pubblici.

Trasporti

Anche nel capitolo sui trasporti non c’è traccia di una considerazione delle spese per gli obiettivi prefissi. Tipo quello dello “sviluppo delle reti di piste ciclabili protette estese a tutta l’area urbana ed extra urbana”, come se le città italiane non avessero dislivelli e fossero pianeggianti come Bologna.  Naturalmente c’è il “blocco immediato della Tav”, nonostante Monti e la politica in modo quasi unanime l’abbiano definita un’opera fondamentale. C’è “la copertura dell’intero Paese con la banda larga” e “lo sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo”, ma non ci sono spiegazioni sul come reperire i fondi necessari. A meno che, con “l’introduzione di una forte tassazione per l’ingresso nei centri storici di automobili private con un solo occupante a bordo” (dall’Area C di Pisapia all’Area G di Grillo?) non si pensi di racimolare chissà quanto denaro. Infine, sempre per rimarcare come internet sia la chiave di tutto, c’è la “incentivazione per le imprese che utilizzano il telelavoro”, col rischio che i lavoratori, da essere umani, diventino dei veri e propri automi.

Salute

Poco da rilevare nel capitolo della Salute. Se non che “garantire l’accesso alle prestazioni essenziali del SSN universale e gratuito” e “investire sulla ricerca” richiedono ancora una volta risorse economiche.

Istruzione

Risorse che servirebbero anche per “l’insegnamento gratuito della lingua italiana per gli stranieri” (siamo all’ultimo capitolo dedicato all’Istruzione) e per “gli investimenti nella ricerca universitaria”. Non poteva mancare infine “l’insegnamento a distanza via internet” e “l’accesso pubblico via internet alle lezioni universitarie” col rischio che il professore si trovi a fare lezione davanti una classe di sedie vuote. E per completare il quadro, ecco la versione grillina di Fahrenheit 451: “Graduale abolizione dei libri di scuola stampati, e quindi loro gratuità, con l’accessibilità via internet in formato digitale”.

Quello che manca

Per  completezza di informazione, va evidenziata l’incompletezza programmatica della piattaforma del Movimento 5 stelle. Non si parla di lavoro, di rapporto con l’Europa, di politica estera, di giustizia, di immigrazione, di temi laici, di diritti civili, di relazioni col Vaticano, di capitalismo finanziario e signoraggio bancario, di imprese. Forse perché sono i temi reali e più sentiti dalla popolazione italiana e che meno si prestano a slogan demagogici?

Città «privatizzate» in Honduras in appalto alle multinazionali Usa

Corriere della sera

Avranno legislazione, sistema fiscale e polizia autonome

Cattura
RIO DE JANEIRO — Una città senza Stato, senza politici, con poche tasse e tutte locali. Con la proprie leggi, giustizia, polizia, economia e rapporti con l’estero. Non autonoma o indipendente, ma di più: una città privata. Che ricominci da zero, non importa quanto sottosviluppato, corrotto o violento sia il territorio dove sorgerà. Come per esempio, l’Honduras, il Paese che ha deciso di inventarla. La prima metropoli «modello » — questo l’eufemismo — pare proprio che sorgerà sulla costa pacifica di questo piccola nazione centroamericana, che prima si è dotata di una legge quadro costituzionale e ora ha trovato anche chi metterà i soldi. La firma tra il governo e la Mkg, una società immobiliare americana, è di questa settimana. Ha suscitato curiosità e polemiche: in Honduras un gruppo di giuristi ha chiesto che la Corte suprema bocci il progetto. Perché la privatizzazione di una parte del territorio non è accettabile, così come l’extraterritorialità su materie di competenze dello Stato. Sul piatto, ovviamente, ci sono molti soldi e promesse di lavoro per tutti. Michael Strong, della Mkg, parla di 5.000 posti diretti e 15.000 indiretti per la costruzione.

La Corea del Sud è pronta a investire 8 miliardi di dollari. E con enfasi Strong parla di «una delle più audaci trasformazioni al mondo, grazie alla quale l’Honduras metterà fine alla povertà » perché alla prima città privata ne seguiranno almeno altre due, e poi altri Paesi del mondo vorranno replicare l’esperienza. Gli abitanti, dice, arriveranno insieme all’industria e ai servizi. Pian piano sarà una città come tutte le altre, con ristoranti, alberghi, chiese, scuole e ospedali. Ma con una differenza, rispetto alle new town tradizionali. La città sarà sin dall’inizio gestita da una specie di consiglio di amministrazione di nove membri, composto di «rispettabili figure internazionali senza interessi finanziari» e da un governatore da loro nominato. In seguito la parola verrà data agli abitanti, con il voto. La legge honduregna continuerà a valere, ma relativamente. Il codice penale, per esempio. L’emissione di passaporti e le regolemigratorie. Gli abitanti continueranno ad avere diritti elettorali nel Paese. Ordine pubblico, regole fiscali ed economiche saranno invece completamente gestiti in proprio, senza interferenze.

Il Parlamento dovrà solo approvarle al momento della promulgazione. Chiunque potrà andare a vivere nelle città private, assicurano, non saranno enclave per ricchi circondate da favelas —di queste l’America Latina è ricca— e tutti potranno entrare e uscire senza limitazioni. È importante, dicono i teorici del progetto, che le città sorgano vicino al mare, perché la prossimità dei porti permette di avere un interscambio autonomo con l’estero. Quando l’Honduras, lo scorso anno, si diede una legge quadro per creare le «regioni speciali di sviluppo » sul proprio territorio si pensò a qualcosa di meno fantasioso: aree a regime fiscale speciale, zone franche, come ce ne sono tante nel mondo. Il governo di Porfirio Lobo, il presidente, sembra invece essersi innamorato delle audaci idee di un economista americano, Paul Romer, il teorico delle charter cities. Romer sostiene che partire da zero è meglio che cercare di adattare il nuovo all’esistente e alle sue resistenze. E indica il cammino soprattutto per i Paesi poveri, per attrarre una popolazione motivata al nuovo e impedire che fugga verso l’estero. Mentre l’impresa americana assicura che i lavori inizieranno nel giro di pochi mesi, e la prima città modello vedrà la luce a breve vicino a Puerto Castilla, sulla costa caraibica, gli ostacoli non sono pochi.

Il Congresso deve approvare l’accordo, e poi toccherà alla Corte suprema esaminare i ricorsi. Poi c’è la delicata questione degli indios Garifuna, che vivono in quella regione e sostengono che la città verrà costruita nel loro territorio. Le organizzazioni di diritti umani parlano di un ritorno al passato, quando l’Honduras era considerato una repubblica delle banane, privatizzato dalle multinazionali del settore.

Rocco Cotroneo
8 settembre 2012 | 8:53

Aborto, a Jesi i medici sono tutti obiettori E all'ospedale arriva un «dottore a prestito»

Corriere della sera

Dieci ginecologi su dieci non praticano l'interrizione volontaria di gravidanza. La farà il medico del paese a 40 chilometri

All'ospedale di Jesi, in provincia di Ancona, su dieci ginecologi che vi lavorano, dieci si sono dichiarati obiettori di coscienza. Lo segnala la Cgil che parla di «diritti negati alle donne» e di mancata attuazione della legge 194/78. Secondo il sindacato l'obiezione di coscienza dell'intero staff avrebbe causato la sospensione del servizio di interruzione volontaria di gravidanza. Sulla vicenda è intervenuto l'assessore regionale alla Sanità Almerino Mezzolani per «garantire che nei prossimi giorni possa operare un medico non obiettore proveniente dall'ospedale di Fabriano».

Come ha confermato il responsabile dell'ospedale, il dottor Claudio Martini, che ha grantito il normale funzionamento nella fase degli incontri nei consultori dove il diritto di accedere all'Ivg (interruzione volontaria di gravidanza) è garantito dal personale «che opera presso gli specifici servizi distrettuali» di Jesi. Il medico di Fabriano con cui è stata fatta una convenzione, dovrebbe, secondo quanto dice il responsabile dell'ospedale, effettuare «gli interventi chirurgici di Ivg, anche nell'ospedale di Jesi, in base alle necessità». La Cgil ricorda però che , secondo i dati dell'ultima relazione annuale del Ministero della Salute, già nel 2009, a fronte di 2.458 interruzioni volontarie di gravidanza effettuate da donne residenti nelle Marche, il 24,7% degli interventi sono stati fatti fuori provincia e il 9,9% fuori regione: percentuali pari quasi al doppio rispetto alla media nazionale.

Redazione Online7 settembre 2012 | 22:55