mercoledì 12 settembre 2012

Torazzi a Vendola: «Gli auguro di rimanere incinta»

Corriere della sera

Camera, l'esponente della Lega contro il governatore


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"Auguriamo a Vendola, o alla sua dolce metà, di rimanere incinta. Magari, poi, si interesserà dei problemi della Puglia e di questo paese." Così il deputato leghista Alberto Torazzi ha attaccato il presidente pugliese, durante la discussione in aula alla Camera martedì. "Il presidente Nichi Vendola ha detto che quelli della Lega sono miopi", ha sostenuto Torazzi. "Lui, invece, ci vede così bene che nel mezzo di una crisi tremenda, che colpisce anche la sua regione, la cosa più intelligente che ha pensato di dire è che ci vogliono più diritti perché è innamorato e si vuole sposare"

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Cuba e Corea del Nord senza Coca-Cola

Corriere della sera

La bibita riammessa in Birmania dopo sessant'anni


MILANO – Definirlo semplicemente un drink sarebbe pura ingenuità. La Coca-Cola è un simbolo, con cui presto i cittadini birmani potranno dissetarsi, dopo 60 anni di embargo della bevanda nel Paese. La Bbc segue le tracce della bibita più venduta del pianeta, per scoprire che oramai sono rimaste solo due le nazioni in cui non si può acquistare: Cuba e Corea del Nord. Almeno ufficialmente.

UNA SETE DURATA 60 ANNI - Lo ha annunciato a inizio settimana la multinazionale: il primo carico di Coca-Cola è partito verso la Birmania e presto la bevanda, anche in versione light e con la sorella Sprite, sarà a disposizione dei cittadini del Paese asiatico. Il presidente birmano Thein Sein ha annunciato che la Coca-Cola investirà 100 milioni di dollari nel Paese entro i prossimi tre anni (una proiezione non confermata dalla multinazionale, che ha parlato solo di «capitale significativo»). In collaborazione con un’azienda locale, sono stati avviati anche i piani per stabilire un impianto di imbottigliamento su suolo birmano. La decisione arriva dopo che il mese scorso gli Stati Uniti hanno sospeso le sanzioni nei confronti della Birmania, che ha avviato riforme democratiche.

DAI SOLDATI AI TRAVESTIMENTI - Dal giorno della sua nascita nel 1886 ad Atlanta, la bibita dalla ricetta top-secret ha fatto di tutto per arrivare fino negli angoli più sperduti del pianeta. Già all’inizio del secolo scorso veniva imbottigliata in diversi Paesi europei e asiatici. La Seconda Guerra Mondiale, oltre alle armi, alle tragedie e ai morti, portò anche la Coca-Cola: erano più di sessanta gli stabilimenti militari dove s’imbottigliavano le sue «fiaschette» per le truppe americane e da cui il gusto per le bollicine si diffondeva nel mondo. Adesso rimangono solo due le nazioni in cui la sua vendita è ancora bandita.

La prima è Cuba, che pur essendo stata una delle prime tre nazioni ad aver imbottigliato una Coca-Cola fuori dagli Stati Uniti (nel lontano 1906 insieme a Panama e al Canada), respinse la bevanda a stelle e strisce nel 1962. L'embargo nei confronti della Corea del Nord, invece, risale al 1950 ed è anch’esso tuttora vigente, anche se proprio a fine agosto alcuni turisti stranieri hanno filmato il drink mentre veniva servito in una pizzeria di Pyongyang. Il ristorante, frutto di una joint venture tra Corea del Nord e Italia, lo serviva come «Italian Coke», ma il suo look era inconfondibile: quello dell’americanissima Coca-Cola.

LIBERTA’ E SOTTOMISSIONE – Sono stati i francesi negli anni Cinquanta a inventare il termine «coca-colonizzazione». D’imperialismo culturale si parla quando una nazione cerca di dominare i valori culturali delle altre, e certo la Coca-Cola non si può sottrarre a essere protagonista della polarizzazione tra chi vede i prodotti di consumo, e consumismo, globale come sinonimo di libertà, e chi come agenti di sottomissione. Durante la Guerra Fredda è stata il simbolo per eccellenza del capitalismo americano, con gli abitanti di Berlino Est che sventolavano lattine rosse dopo il crollo del muro.

Adesso non è solo il presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad a minacciare la cacciata della bibita dal suo Paese. All’inizio di agosto le notizie annunciavano la morte della bevanda in Bolivia entro fine dell’anno, sostituita dal tradizionale «mocochinchi», a base di pesca. Sempre lo stesso mese, il presidente venezuelano Hugo Chávez invitava i concittadini ad abbandonare i consumi di Coca-Cola e Pepsi in favore di una bevanda locale, Uvita, drink di succo d’uva prodotto da una fabbrica statale, presentato come più salutare e soprattutto non importato dai colonizzatori americani.

ACCUSE E CRITICHE GLOBALI - Ideologie o no, la multinazionale è da decenni sotto osservazione per il suo comportamento su vari fronti, dal rispetto delle norme ambientali, a quello della libertà sindacale, a quello della salute. A quest’ultimo proposito, gigantesco e multiplo è il caso India. La Coca-Cola era uscita dal Paese nel 1977, per farvi ritorno 16 anni dopo in seguito alla sentenza della Corte Suprema della nazione che la obbligava a rivelare la formula segreta della bevanda. Le polemiche riavvamparono una decina d’anni fa, nel 2003: riguardavano in particolare i pesticidi nell’acqua usata nelle bevande prodotte in loco. L’accusa era un livello di tossicità che non sarebbe mai stato consentito nei Paesi del primo mondo, oltre all’ uso dell’acqua a scapito delle comunità locali.

Per questo alcuni stati, come il Kerala, avevano tentato di bandire la sua produzione e commercializzazione sul proprio territorio. Riguardo alla salute, e non solo, le critiche sono molte e sostanziose e, come tutti nel caso degli altri soft drink, il dito è puntato contro le calorie «cattive» che provocano un suo consumo eccessivo. Poi ci sono gli OGM, che sarebbero contenuti nel mais usato per produrre lo sciroppo dolce che fa parte della sua ricetta. E la lista delle accuse procede. In ogni caso, le vendite di Coca-Cola continuano a salire. Che piaccia o no, la campagna di marketing che va avanti da più di un secolo, rendendo la Coca-Cola sinonimo di cultura americana, continua ad avere un successo straordinario, se è vero che parola più conosciuta al mondo è «ok», seguita da «Coca-Cola».

Carola Traverso Saibante
12 settembre 2012 | 16:30

Grillo e il falso mito della politica online

Il Messaggero


ROMA - «Cinque anni di una vita annullata per costruire un sogno»: così Giovanni Favia, consigliere regionale di 5 Stelle, intervistato da Lilli Gruber due sere fa nel corso di Otto e mezzo su La7. La frase è estremamente significativa, e ancor più lo sono il tono e l’accento emotivo che rivelava. Di più: c’era in quelle parole un’enfasi solenne e un po’ eroicistica. E proprio quell’enfasi appariva come la prova provata di un gigantesco equivoco. È come se quel consigliere regionale di 5 Stelle, così simpatico e gradevole, pensasse molto seriamente di essere il primo, o uno dei pochissimi, ad aver conosciuti i sacrifici e le fatiche che la militanza politica comporta. Qui emerge un nodo cruciale: 5 Stelle e altri recenti movimenti si comportano come se la politica - quella autentica e «in carne e ossa» - iniziasse con loro. E che, in ogni caso, il fatto di dedicarvisi fosse già esso un evento enormemente innovativo, tanto più perché disinteressato e generoso.

20120912_grilloLe cose non stanno proprio così. Anche adesso, nel momento in cui la politica conosce il massimo discredito, i partiti patiscono la più cocente disaffezione e la partecipazione sembra ridursi al minimo, anche adesso la militanza politica sopravvive, conosce mille sconfitte ma anche qualche vittoria, arretra e tuttavia conserva una qualche vitalità. Tra i radicali, certamente, e con inalterata passione e lena, ma anche in alcune aree del Pd e di Sinistra ecologia e libertà, in segmenti della destra (persino in quelli confluiti nel Pdl) e qui e là, a macchia di leopardo. E mi riferisco alla politica intesa in senso classico: quella basata sulla relazione interpersonale e sulla prossimità.

Ovvero sulla possibilità di incontrarsi nello stesso luogo, per comunicare direttamente e faccia a faccia, per confrontare opinioni e battersi per il prevalere dell’una sull’altra, per mettere insieme le forze e perseguire un obiettivo. Insomma, per mobilitare, aggregare persone, incoraggiare gli incerti, persuadere i critici, galvanizzare i già convinti. Ciò si fa sempre meno, certamente, ma lo si continua a fare: in circoli e sezioni, in luoghi di lavoro, nel corso di comizi e di manifestazioni. E a produrre tutto ciò sono, appunto, i militanti politici. E molti tra coloro che rivestono ruoli pubblici. Lo stesso Favia ha rivendicato il fatto che - e anche in questo sembrava fosse l’unico al mondo – trattenga per sé solo 2700 euro dei 9000 dell’indennità percepita dai consiglieri regionali dell’Emilia Romagna.

Si tratta di una scelta meritoria ma va ricordato che non solo il Pci e il Psi ma anche la Dc e altri ancora, e alcune forze politiche della seconda repubblica prevedevano che una quota degli emolumenti di parlamentari e consiglieri fosse destinata al rispettivo partito. Non c’è dubbio, tuttavia, che quella forma tradizionale della politica e quella forma tradizionale del partito politico attraversino oggi, una crisi profonda, come mai nella storia dell’Italia repubblicana. Ed è proprio per questo che il «caso Favia» costituisce un segnale estremamente significativo, in quanto rappresenta un ulteriore fattore di collasso della rappresentanza politica, anche nelle sue più recenti espressioni: a) perché certifica l’omologarsi della sedicente «nuova politica» a quella tradizionale; b) perché, infine, offre la prova inconfutabile della inadeguatezza dei nuovi strumenti di partecipazione (quelli online).

Va da sé: la vicenda del consigliere regionale è, in primo luogo, l’effetto inevitabile, e fisiologico, di una crescita così rapida e, in qualche caso travolgente, del movimento ispirato da Beppe Grillo. Insomma, come quegli adolescenti che, da una stagione all’altra (o da un giorno all’altro), si sviluppano in maniera sorprendente: crescita abnorme degli arti e esplosione dell’acne. Ma le dinamiche e i linguaggi che questa crisi di 5 Stelle fa emergere sono davvero interessanti: come si diceva, riproducono mimeticamente tutto, ma proprio tutto, l’apparato culturale e politico dei conflitti interni ai partiti tradizionali. Ovvero la doppia verità (quella che si dice in pubblico e quella dei colloqui riservati); i riti della condanna e dell’isolamento e, specularmente, quelli dell’autocritica, della riparazione e dell’espiazione; le accuse di slealtà e di «intelligenza col nemico» (il Pd, in questo caso) e le ricostruzioni tanto minuziose quanto sgangherate di congiure e complotti e della rete di chi vi partecipa, dall’interno e dall’esterno del partito.

E, ancora, oscuri disegni, parentele imbarazzanti, interessi convergenti, propositi di infiltrazione, sabotaggio e tradimento. E così, all’istante, sulla discussione interna a 5 Stelle, sui messaggi e sui post, sui forum e sulle mailing list, si abbatte il clima tetro e sospettoso, che sempre domina la politica, quando il confronto si fa scontro senza quartiere. Tutto ciò che prima era arioso e fresco, come le «nuove forme di democrazia e partecipazione», diventa cupo quanto l’atmosfera dell’hotel Lux di via Gorki a Mosca, tra la prima e la seconda guerra mondiale. Certo che esagero, lo so bene. Ma è altrettanto certo che questo incidente di percorso nella trionfale crescita del movimento 5 Stelle ha funzionato da detonatore. Ha rivelato (anche qui!) una concezione proprietaria del partito, da parte di chi ne è stato indubbiamente il fondatore e ne è, altrettanto indubbiamente, il brand e l’icona, il leader e il vessillo.

E, poi, una gerarchia interna la cui rigidità dispotica si giova, per confermarsi e rafforzarsi, dell’assenza o del carattere informale di ogni altro organismo di dibattito e di direzione. La partecipazione, ma anche il controllo da parte dei cittadini, nei confronti del partito (5 Stelle, in questo caso) si affidano a meccanismi così generici da risultare decisamente indecifrabili: «una democrazia liquida dove i cittadini possano decidere continuamente» (ancora Favia). A completare ciò, quanto prima si richiamava: l’esaltazione della politica online. Alla crisi drammatica delle forme della rappresentanza e dei partiti, con tutto ciò che ha comportato (chiusura delle sedi locali, esaurirsi del rapporto con il territorio, mancato rinnovamento dei gruppi dirigenti…) si è pensato di rispondere con la politica digitale: e sono stati molti a leggere in essa connotati innovativi, capaci addirittura di rigenerare quella stessa politica.

Penso l’esatto contrario. Nel migliore dei casi, quella online è un gracile surrogato della politica classica. Ma la politica, oggi come ieri e come – credo - domani, si fonda sul legame sociale. E questo nasce dalla relazione diretta tra le persone, dagli scambi e dai rapporti, da sentimenti comuni e passioni condivise. Tutto ciò può, certo, circolare nella rete ma rischia costantemente la sterilità o la futilità se lì resta. È vero: oggi non c’è tempo per andare in sezione e la sezione può risultare ostile o perlomeno sgradevole, ma centomila click sul web, sotto una petizione o per un obiettivo comune, contro un bersaglio o per una buona causa, sono centomila click.

Esercizio gratificante finchè non diventa frustrazione, politica liofilizzata e immateriale che non contribuisce all’autodeterminazione; azione che si vorrebbe condivisa e pubblica e che si affida a tante solitudini e a tante postazioni, tutte collegate tra loro eppure lontanissime. In altre parole, manca totalmente, in questa che si definisce politica, il corpo degli individui e il corpo sociale dell’azione collettiva. E quando manca il corpo, è fatale che manchi il cuore.


Mercoledì 12 Settembre 2012 - 09:19
Ultimo aggiornamento: 09:20

Nell'Afghanistan dei taleban la radio clandestina annunciò: "Due aerei si sono schiantati...."

La Stampa


L’attentato alle Torri Gemelle portò all’intervento degli Stati Uniti in Afghanistan e alla cacciata dei taleban alleati di Al Qaeda

JAWAD JOYA
kabul

Jawad Joya ha 26 anni e vive a Kabul. Ha vissuto e studiato in Italia e negli Stati Uniti di America, da dove è tornato a Kabul tre anni fa per rendersi utile nella rinascita della città e del paese. Può essere contattato all’indirizzo email: postcard.paradiso@gmail.com .

La sera tardi di martedì 11 settembre 2011 tornavo a casa dopo una lunga giornata di studio e lavoro. Allora Kabul era sotto pieno embargo e sotto il governo talebano. Le radio a onde corte era come uno strumento magico che, nonostante tutti i suoi difetti, aiutava a restare connessi con il mondo esterno. Quando ho acceso la radio in quel martedì come tutti gli altri, ho sentito l’annunciatore dire, incredulo, che due grossi aerei di linea si erano schiantati contro le Torri Gemelle ore prima. I grattacieli erano in fiamme e la gente si stava buttando nel vuoto per sfuggire al fuoco, continuava l’annunciatore.

Poi la batteria della mia radio si scaricò. A parte un senso di grande tristezza, ero troppo giovane per capire che cosa significasse tutto ciò. Quando vivevo negli Stati Uniti, un giorno del 2008, ricevetti una telefonata da una mia amica che stava a New York. Non ci vedevamo da molto tempo. Mi disse che le mancavo, esortandomi a farle una visita nella sua nuova città. Che potevo replicare! Poche settimane dopo ero sul treno WashingtonNew York. Una volta in città scoprii di avere molti più amici di quanto pensassi. La seconda sera mi ritrovai in un ristorante giapponese con otto o nove altri amici, molti di un corso che avevo io stesso seguito all’Università di Stanford in California.

Dopo cena siamo usciti. Ci siamo divertiti un mondo camminando, parlando, bevendo e ridendo. Provai anche a visitare le rovine di Ground Zero, il posto di cui avevo sentito alla radio. L’area però era chiusa per la costruzione dei nuovi edifici. Anche se il monumento in memoria dell’11 settembre non era ancora pronto, la gente in città aveva una memoria vivida di quel giorno. Il ritmo della vita quotidiana suggeriva però che la metropoli era andata avanti e la vita era di nuovo normale. Come New York, Kabul fu investita duramente dagli eventi dell’11 settembre. Nel 2001 era sotto il dominio dei taleban, alleati inseparabili di Al Qaeda.

Per fortuna, non è più così. C’è un nuovo governo, inefficiente e corrotto, ma forse meglio dei taleban. Il livello di sicurezza non è male, se lo paragoniamo a quello di Baghdad. Dopotutto è una città di cinque milioni di abitanti, sovrappopolata. La corruzione è dappertutto, come nello scorso decennio. È la lingua della maggior parte dei burocrati e delle persone potenti, qui. Tuttavia puoi ancora trovare persone per bene. C’è una nuova giovane generazione, donne comprese, che ha studiato, è più connessa con il mondo, e ha voglia di riuscire nel mondo globalizzato. Spero che le prossime elezioni presidenziali, nel 2014, ci diano un governo meno corrotto e che lavori di più per il popolo e il suo futuro. Se ci riusciamo, il futuro di Kabul sarà migliore del suo passato.

Stragi di mafia, Martelli accusa: Scalfaro fu il regista della resa

Il Mattino

L’ex Guardasigilli: «Amato mente sul mio spostamento»

di Massimo Martinelli


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ROMA - Claudio Martelli ce l’ha ancora nella testa la frase di Giovanni Falcone all’indomani dell’omicidio di Salvo Lima, nel marzo del ’92: «Adesso può succedere di tutto». Due mesi dopo ci fu Capaci, poi Via D’Amelio. A settembre il delitto di Ignazio Salvo. E poi la primavera ’93 delle bombe di Milano, Roma e Firenze. Infine, la resa dello Stato alla mafia. Claudio Martelli, che ne fu testimone privilegiato perché all’epoca era ministro Guardasigilli, ieri non ha esitato a raccontarla dal suo punto di vista ai commissari dell’Antimafia che stanno cercando la verità sulla presunta trattativa tra le Istituzioni e le cosche in quel momento buio della storia repubblicana. Martelli ha puntato l’indice contro il presidente emerito Scalfaro, deceduto di recente, che venne nominato al Quirinale dopo Capaci in un clima di emergenza nazionale: «Non ho mai parlato di una trattativa con la mafia - ha detto Martelli - ma di sicuro ci fu un cedimento dello Stato; cioè di un compromesso nel tentativo di fermare le stragi».

Un cedimento che, secondo l’ex Guardasigilli, non costituirebbe un vero e proprio reato «ma un crimine politico sì». E in quel compromesso, ha detto Martelli, ebbe il ruolo di dominus Scalfaro «che regnava, non era isolato, aveva intorno a sè uomini a lui devoti, che a lui dovevano il loro ruolo: Mancino, Giuliano Amato, il capo della polizia Vincenzo Parisi, quello del Dap Adalberto Capriotti, da lui voluto al posto di ”quel dittatore di Nicolò Amato”, come scrissero i familiari dei mafiosi al 41 bis». Quel regime del carcere duro che spezzava i contatti tra i capimafia in cella e la manovalanza in libertà, era stato fortemente voluto da Martelli e da Vincenzo Scotti, all’epoca ministro dell’Interno.

E sostenuto da Nicolò Amato, già capo del Dap. Ma scomparve con il nuovo governo di Giuliano Amato, con Nicola Mancino al Viminale, Giovanni Conso in via Arenula e Adalberto Capriotti al Dap. Conso, con grande senso dello Stato aveva provato ad assumersi tutta intera la responsabilità della revoca del 41 bis per molti boss. Ma non era stato creduto. E ieri Martelli ha avuto parole dure anche per Giuliano Amato, suo ex collega di partito, che solo il giorno prima agli stessi commissari antimafia aveva detto di non ricordare i motivi dell’avvicendamento di Scotti con Mancino in un ministero chiave come il Viminale in un momento così delicato per la lotta alla mafia: «Amato mente: lo chiamai chiedendone ragione. Mi rispose ”me lo chiedono il presidente della Repubblica e il segretario della Dc”, all'epoca Arnaldo Forlani. Ribattei ”ma tu sei il presidente incaricato, sei tu a scegliere”.

Rispose ”non scherziamo, il governo non nascerebbe neanche”». E poi ha aggiunto: «Se si potesse, mi rivolgerei al giurì d'onore. Ma siccome è impossibile sarà meglio rivolgersi ad una procura».

Mercoledì 12 Settembre 2012 - 09:45

La sentenza della Boccassini: imprenditori vicini ai mafiosi

Luca Fazzo - Mer, 12/09/2012 - 07:06

Manager lombardi in affari con la 'ndrangheta nell'ultima inchiesta sulle estorsioni. E la pm condanna la categoria: "Si rivolgono alla criminalità anziché allo Stato"

MilanoOmertà versione Milano: l'omertà che nasce dai danè, dalla passione per i quattrini.



E che non scomparirà «fino a quando la classe imprenditoriale non capirà che stare con lo Stato è più conveniente che stare con l'Antistato». È una Ilda Boccassini ancora meno diplomatica del solito, quella che ieri mattina va all'attacco a testa bassa della cultura imprenditoriale lombarda: o almeno di una sua larga fetta, una non-cultura contro cui le sue indagini sono tornate a scontrarsi. Trentasette nuovi arresti eseguiti dai carabinieri del Ros, storie di usura e di estorsioni. E di imprenditori che scelgono di tacere invece che di collaborare. Sono questi, quanto e più dei malavitosi a tempo pieno, a suscitare l'indignazione del procuratore aggiunto Boccassini. «Io non sono pessimista però... C'è una convenzione delle entità imprenditoriali di rivolgersi alla criminalità invece che allo Stato».

Della facilità degli imprenditori a scendere a patti con il crimine organizzato la dottoressa dà spiegazioni tra il culturale e il sociologico: questo tipo di omertà «esiste a causa di una cultura cambiata; a giovani rampanti ed emergenti il capitalismo e la globalizzazione offrono la spinta al denaro facile, e più che l'omertà conta la convenienza». Fare affari con la 'ndrangheta, spiega, conviene a chi vuole assumere dipendenti in nero, o a chi vuole avere finanziamenti aggirando i controlli bancari. Anche se poi - come raccontano le storie contenute nell'ordinanza di custodia eseguita ieri - la china si fa rapidamente scivolosa, e ci si ritrova legati mani e piedi ai mafiosi. Con il risultato, come è successo a uno degli imprenditori, di ritrovarsi convocato in un ristorante dai boss locali della 'ndrangheta e preso a pugni e schiaffi a turno da tutti i presenti per spiegargli chiaramente le norme di comportamento.

Eppure, ricorda Ilda Boccassini, sono spesso gli imprenditori gli ultimi a rassegnarsi a dire la verità: anche dopo che i loro capannoni bruciano o saltano in aria, dopo che le forze dell'ordine decapitano le organizzazioni, dopo che si pentono capi e gregari, dopo che i processi iniziano, questo tipo particolare di vittime continua a presentarsi nelle aule di udienza negando di avere mai ricevuto richieste o minacce. Fino a quando? La dottoressa sembra pessimista. Soprattutto quando a scegliere di stare con i clan sono «imprenditori veri, gente che lavora e che dà lavoro». Come i fratelli De Masi, titolari di una serie di aziende edili e immobiliari, che dopo essere stati taglieggiati dalla 'ndrangheta scelgono di saltare il fosso: e Orlando De Masi si fa egli stesso affiliare, «e in sostanza De Masi coglie immediatamente i possibili vantaggi del suo essere “battezzato” volendo iniziare a “togliersi delle soddisfazioni” con gli imprenditori suoi concorrenti».

Per il resto, la retata di ieri - che è la nuova puntata di una serie di inchiesta a catena, che da oltre tre ani colpiscono a raffica le presenze in Lombardia dei “locali” della 'ndrangheta calabrese - non aggiunge molto di nuovo: c'è la passione quasi grottesca per rituali di affiliazione, gradi, promozioni a base di «vangelo», «sgarro», «camorra»; la brutalità negli omicidi, come quello di Antonio Tedesco «l'americano», convocato in un maneggio con la promessa di essere affiliato, e ivi soppresso; traffici di droga apparentemente inesauribili; complicità e «disattenzioni» che nell'apparato dello Stato agevolano il lavoro ai clan. Ci sono anche rapporti con la politica, chiedono ovviamente i cronisti? «Valuteremo», risponde secca Ilda Boccassini. Ma dalla lettura attenta dell'ordinanza di custodia salta fuori solo il nome di un semisconosciuto consigliere del Pdl al comune di Seregno, calabrese di Rosarno e, secondo le indagini, devoto al credo del «non so, non ho visto».


Non solo Ingroia: ecco i magistrati che fanno politica

Stefano Zurlo - Mer, 12/09/2012 - 07:06

Da Messineo alla Gandus, quelli che si schierano in barba all'imparzialità

Fanno i pm o i giudici ma hanno una consumata dimestichezza con le agenzie di stampa, con i talk show e con gli equilibri della politica.



Non c'è solo Antonio Ingroia a tenere alta la bandiera del partito delle toghe. Certo, il sovraesposto procuratore aggiunto di Palermo fa indigestione di convegni e congressi e non manca una festa o un festival che sia uno. Ma anche i suoi colleghi non stanno con le mani in mano, un metro indietro, riparati dalla prima linea della polemica di giornata. Ci mancherebbe. Tre anni fa, a ottobre 2009, Berlusconi telefona a Ballarò e attacca a testa bassa «i giudici comunisti di Milano».

Niente paura. A rispondergli per le rime non ci pensa solo l'Anm, che in fondo è il sindacato della categoria, e nemmeno il Csm. No, dall'altro capo della penisola, da Siracusa, il procuratore Ugo Rossi non perde l'occasione per inventarsi portavoce non richiesto del blasonato gruppo e definisce le dichiarazioni del Cavaliere «un fatto gravissimo». Non basta. Già che c'è, s'indigna ancora e replica, come se fosse un interlocutore diretto dell'ex premier: «Dire comunista è come dire delinquente». Per lui è inammissibile.

Questo botta e risposta in Italia è normale. O quasi. Non sconvolge nessuno. Nessuno, o quasi, si stupisce che un Gip di Napoli, Nicola Quatrano, sfili insieme ai no global contro il G8, accompagnato da tutta la famiglia. Lo stesso Quatrano in epoca più recente ha preso la parola in un'assemblea della Cgil per spiegare che l'unico modo per opporsi alla nuova legge sull'immigrazione era la disobbedienza civile. Pare incredibile, ma è così. I magistrati, che puniscono chi ha violato la norma, in qualche caso invitano a stracciare la legge.

Poi, una qualche spiegazione, una pezza per giustificarsi, salta sempre fuori. Quando gli hanno chiesto perché fosse andato in piazza contro il G8, il magistrato ha fatto capire che passava di lì per caso. Ingroia, almeno rivendica, e con articolati ragionamenti, le sue ragioni e poi, a breve, si smarcherà in Guatemala. Altri passano senza il minimo imbarazzo dalle aule ai cortei. E non importa se la loro immagine venga sporcata insieme al profilo di imparzialità, terzietà e tutta la solita cipria di buoni propositi.

Nicoletta Gandus, storica toga di rito ambrosiano, considera il Cavaliere, che contraccambia di cuore, la causa di molte se non di tutte le sventure italiane. Opinioni affidate ai siti web, riunioni di Magistratura democratica, la corrente di sinistra dei giudici italiani, documenti e assemblee affollatissime. Peccato che la Gandus sia stata anche il giudice che doveva decidere il destino del Cavaliere nel processo Mills. Non sarebbe stato bene cucirsi la bocca? No, perché la Gandus ha un passato glorioso nella sinistra più sinistra italiana e non ha mai rinunciato a far sentire la sua voce. E che voce.

Del resto, la Costituzione glielo garantisce. Così l'onnipresente signora ha firmato pure un pamphlet contro la legge sulla procreazione e ha aggiunto il suo nome ad un appello contro Israele e la sua politica. Per non farsi mancare niente, si è fatta vedere pure al forum antagonista di Porto Alegre, in Brasile. Nessuno mette in dubbio la sua buona fede, ma è difficile capire come si possa fare il magistrato quando ci si schiera in modo così clamoroso e partigiano su temi incandescenti, che tagliano trasversalmente la società.

Inutile stupirsi. In Italia funziona così. Tutto va bene e tutto s'aggiusta. Perfino la strabiliante affermazione del procuratore di Palermo Francesco Messineo (nel tondo), quando Panorama ha pubblicato i contenuti, presunti, delle intercettazioni di Napolitano. «Sicuramente - ha precisato lui - le notizie non sono uscite dalla procura che difficilmente avrebbe usato Panorama, pur legittimamente, ma mai molto tenero con la stessa». Chiaro? Anche gli scoop non sono tutti uguali.

Novantesimo Minuto » non trasmetterà più i gol per prima

Corriere della sera

Dopo 42 anni persa l'esclusiva delle immagini «in chiaro». Se l'è aggiudicata Cielo, il digitale terrestre di Sky

Paolo Valenti, primo storico conduttore di «Novantesimo Minuto» Paolo Valenti, primo storico conduttore di «Novantesimo Minuto»

Da più di quarant'anni era un indiscutibile punto fermo nel palinsesto Rai, anche di fronte al proliferare delle monocalcistiche tivù a pagamento. Per vedere le prime immagini dei gol, gratuitamente, bisognava passare per «90° Minuto», la mitica trasmissione, prima nel regno di Paolo Valenti e dei suoi folcloristici inviati e ultimamente nella più asettica versione di Franco Lauro. Ebbene anche il «muro» di 90° è caduto.

A CIELO FINO AL 2015 -Dalla prossima stagione infatti ( e fino al 2015) sarà Cielo, il canale in chiaro di Sky visibile sul digitale terrestre, a trasmettere per prima le immagini dei gol in chiaro, già 45 minuti dopo le partite. Novantesimo non morirà, ma potrà mandare i servizi in onda solo dopo la concorrente. Che avrà pure facoltà di mettere in piedi un suo "Quelli che" ovvero una trasmissione con esclusive immagini dagli stadi, striscioni e tifosi. Programma per cui sembra già profilarsi la candidatura di Simona Ventura, ancora in cerca di un'identità dopo la chiusura del suo rapporto con la tivù di Stato.

«NON SONO PREOCCUPATO»- Il direttore di Raisport, Eugenio De Paoli, non sembra troppo preoccupato : «Considerando i tempi di crisi che stiamo attraversando - commenta- sono comunque contento che la Rai si sia assicurata il pacchetto 6B, quello che ci consente di partire con Novantesimo minuto alle 18,15. La nostra programmazione, sostanzialmente, resta invariata. Abbiamo salvato le nostre trasmissioni storiche come Novantesimo, appunto, e la Domenica Sportiva». Sarà, ma così il servizio pubblico sembra perdere un altro (simbolico) pezzo.

Matteo Cruccu
ilcruccu11 settembre 2012 | 21:09

Monti: recessione colpa mia Ma la frase sparisce dai siti

Libero

Il premier ammette che l'operato del governo ha aggravato la situazione economica del Paese. Corriere e Repubblica occultano la "confessione"

E dopo l'incontro governo-sindacati, il segretario della Cgil Susanna Camusso minaccia un altro sciopero generale

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L'ammissione arriva quando ormai il primo anniversario dell'era Monti è vicino. Ci sono voluti quasi dieci mesi di borse affossate, spread alle stelle, Pil sottozero, insomma numeri che hanno fotografato una crisi senza se e senza (e soprattutto senza apparente via d'uscita) perchè il presidente del Cosnsiglio confessasse. Che la crisi è stato un atto premeditato. Di fronte alla stupita platea del Salone del tessile, il Prof ha pronunciato le seguenti parole: "L'Italia in recessione? Le nostre decisioni hanno contribuito". Non solo: ha aggiunto che il suo governo ha addirittura "aggravato" la recessione ma in vista di "un risanamento a lungo termine.

Quando a questo governo è stato chiesto di trattare un caso non semplice, ci siamo posti il tema se comportarci con una visione di lungo periodo o se cercare di fare un surfing sulle onde della tempesta finanziaria - ha proseguito il Presidente del Consiglio -. Penso che le nostre decisioni abbiano contribuito ad aggravare la situazione congiunturale, è ovvio. Ma è solo così che si può avere qualche speranza un pochino più in là di vedere risanata in maniera durevole la situazione". Una teoria economica interessante, che si potrebbe definire "del gambero". Perla serie che per andare in avanti bisogna prima andare indietro.

Certo che, se lo avesse detto dieci mesi, forsen qualcuno ci avrebbe pensato un attimo in più prima di tirare una pedata al cavaliere e insediare a Palazzo Chigi la banda Prof. Ma Monti non ha dubbi: "Solo uno stolto può pensare che sia possibile incidere in elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda". I casi sono due: o Monti ci prende in giro, cercando una via d'uscita (poco convincente ) per i suoi fallimenti in attesa che in Europa il vento giri.

O è seriamente e onestamente convinto di quel che dice. E non si sa quale ipotesi debba essere considerata peggiore, almeno finchè uno straccetto di crecità si paleserà. nel dubbio, i due maggiori siti di informazioni del paese, quello del Corriere e quello di Repubblica, hanno pensato di occultare la "confessione" del Prof, seppellendola rapidamente con le (non) notizie relative all'incontro tra governo e sindacati a Palazzo Chigi. Nel quale ha avuto l'ardire di chiedere alle parti sociali (e quindi ai lavoratori) di aumentare la produttività, come unica strada per uscire dalla crisi. Ma come, lui ci affossa e poi tocca ai lavoratori (vada a dirlo a quelli dell'alcoa) tocca toglirergli le castagne dal fuoco? La Camusso (Cgil) gli ha respinto sui denti lo scarica-barile, minacciando un nuovo sciopero generale. non l'ha presa bene


Così espiantai un cuore senza anestesia

Corriere della sera

Kosovo, testimonianza choc sul traffico illegale di organi umani durante il conflitto negli anni Novanta
L'espianto di un cuore dal petto di un prigioniero eseguito senza anestesia. Lo ha raccontato alla tv pubblica di Belgrado un testimone di cui dispone la giustizia serba per dimostrare il traffico illegale di organi umani avvenuto in Kosovo durante il conflitto armato negli anni Novanta.

LA TESTIMONIANZA - «Mi hanno dato uno scalpello, dicendomi di cominciare subito l'espianto poiché non c'era tanto tempo. Io ho posato la mia mano sinistra sul suo petto, ho cominciato a tagliare e il sangue è subito schizzato», ha detto l'uomo aggiungendo che la vittima tra urla disumane ha ben presto perso conoscenza. «Non so dire se fosse svenuto o se fosse morto, io ero come fuori di me», ha aggiunto l'uomo, secondo il quale tale «intervento» è stato fatto nella classe di una scuola, con la vittima stesa su alcuni banchi.

LE INDAGINI - Lunedì il procuratore serbo per i crimini di guerra Vladimir Vukcevic aveva rivelato ai media l'esistenza di un testimone, un guerrigliero indipendentista albanese dell'Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), che ha partecipato durante il conflitto armato contro i serbi (1998-1999) al traffico illegale di organi ai danni di prigionieri serbi, venduti poi sul mercato nero. Nell'intervista alla tv il testimone non precisa la nazionalità della vittima sottoposta al terribile espianto di cuore, ma Vukcevic ha detto di ritenere che fosse un serbo. Non viene neanche detto in quale località sia avvenuto l'intervento, ma sempre secondo Vukcevic si sarebbe trattato di un posto nel nord dell'Albania, al confine con il Kosovo, «alla fine degli anni Novanta».


Kosovo: testimonianza choc, espiantavamo organi senza anestesia (11/09/2012)

IL TRAFFICO DI ORGANI - All'intervento, sempre secondo l'uomo intervistato, avrebbero partecipato anche due medici. A un certo punto, ha raccontato, uno dei due medici è intervenuto a incidere sul petto «poiché si era accorto che la mia mano tremava». E mancando forbici adatte a incidere e tagliare le costole, è stato lui, il testimone, a proporre di usare il suo pugnale. Tagliate le costole, uno dei medici ha messo le sue mani nel petto, «aprendo la cassa toracica». Così, dopo aver sezionato le arterie, «io ho preso il cuore, che batteva ancora». Il testimone ha poi raccontato che il cuore appena espiantato è stato sistemato in una cassetta per il trasporto di organi e condotto all'aeroporto di Tirana, dove i guerriglieri Uck sono stati accolti da militari albanesi. La cassetta è stata quindi consegnata a uno straniero, che è salito su un piccolo aereo privato apparentemente turco.

LE INDAGINI - Da tempo Belgrado insiste nelle accuse di traffico di organi avvenuto in Kosovo negli anni Novanta ai danni di prigionieri serbi. Accuse che hanno trovato conferma in un rapporto del parlamentare svizzero Dick Marty, approvato nel gennaio 2011 dall'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. La Ue ha nominato il procuratore Usa John Williamson alla testa di una commissione d'inchiesta. Pristina, a cominciare dal premier Hashim Thaci, ex leader Uck, nega con forza tali accuse.

Redazione Online11 settembre 2012 | 22:46

Un piccolo Mowgli tenuto in vita dai gatti

La Stampa

zampa
Il bimbo ritrovato dalla polizia, veniva accudito da otto felini, che gli procuravano cibo, lo lavavano e lo tenevano al caldo di notte.

Cattura
Un bimbo di un anno, allevato da una famiglia di gatti, è stato trovato dalla polizia argentina per le strade di Misiones. La storia del piccolo "cucciolo di uomo" rispecchia quella del famoso personaggio del Libro della giungla di Kipling, Mowgli. Il bimbo era tenuto in vita dagli avanzi che otto gatti raccoglievano in giro per lui, e come spiega il medico che lo ha visitato dopo il ritrovamento, i gatti tenevano probabilmente il piccolo al caldo di notte, rannicchiandosi su di lui. La poliziotta Alicia Lorena Lindgvist ha trovato il bambino in un canale del quartiere Cristo Re della città argentina.

Come riportato dal quotidiano inglese Telegraph, la donna ha raccontato: «Stavo camminando e ho notato un gruppo di gatti seduti molto vicini tra loro, vedendo l'immagine insolita mi sono avvicinata per dare uno sguardo più attento, e sul fondo di una grondaia ho visto un bambino. Uno dei gatti lo leccata, per lavarlo dallo sporco in cui era». - La Lindgvist continua - «Quando mi sono avvicinata i gatti hanno protetto il bambino soffiando su di me, tenevano il bambino al caldo mentre dormiva». Accanto al bambino vi erano anche avanzi di cibo. La polizia si è poi messa alla ricerca dei veri genitori del bambino, rintracciando il padre, un senzatetto che ha dichiarato di averlo perso da diversi giorni. Thames Valley, portavoce del Benessere degli animali in Berkshire ha detto: «Nella nostra esperienza, le colonie di gatto tendono a prendersi cura dei cuccioli di ogni gatta, rintracciando e portando loro cibo».

Prof precario per una vita Prima cattedra a 64 anni

Corriere della sera

La carriera di Paolo Buzzelli, docente di Diritto: viaggio infinito di cattedre tra sette provveditorati e 35 istituti


Paolo BuzzelliPaolo Buzzelli


MILANO - C'è sempre una prima volta nella vita. Per Paolo Buzzelli, docente di Economia e Diritto della scuola superiore italiana, il fatidico momento è arrivato a 64 anni. Ormai a un passo dalla pensione il professor Buzzelli domani mattina prenderà servizio per la prima volta come docente di ruolo all'istituto tecnico «Ponti» di Gallarate, in provincia di Varese. Alle spalle ha ben 22 anni di precariato che lo hanno portato in giro per le scuole di mezza Italia, sempre con il patema d'animo della chiamata da parte di questo o quel preside.
 
La storia del debuttante con i capelli bianchi riassume da sola il dilemma di fronte al quale si trova l'intero mondo della scuola italiana: davanti alla possibilità di assegnare nuove cattedre a tempo indeterminato, la precedenza spetta a chi è in lista d'attesa da anni (pardon, da decenni) o a chi è in possesso di idee innovative, più vicino alle nuove generazioni di studenti e dunque di età un po' più verde?
 
Troppo crudele pretendere una risposta al quesito da parte del protagonista di questa storia al limite. «Io penso solo ai tanti colleghi che si trovano nelle mie stesse condizioni e che per anni sono stati dimenticati; anche il sindacato negli anni scorsi combatteva battaglie per loro, poi li ha dimenticati. Ci sono persone anche più anziane di me che forse non entreranno mai in ruolo» ha detto nei giorni scorsi il professor Buzzelli, poco dopo aver appreso di aver finalmente tagliato il traguardo del «posto fisso». In altre circostanze, ironizzando sul suo singolare caso, il professore si era definito «il dinosauro dei precari».
 
La nomina da parte dell'ufficio scolastico di Varese, benché nell'aria da un po' di tempo, è stata comunicata al professore solo il 5 settembre scorso. Abruzzese di Avezzano, Paolo Buzzelli è entrato relativamente tardi nel mondo della scuola dopo aver a lungo inseguito il sogno giovanile di fare teatro. Nel '90 l'attore mancato ripiega sull'insegnamento e pur di raggranellare punti in graduatoria (e uno stipendio) si sobbarca ogni genere di disagio.
 
Roma, Venezia, Sondrio, Treviso, Perugia sono solo alcune tappe dell'odissea scolastica di Paolo che lo vedrà presentarsi a sette provveditorati diversi e 35 scuole, perché spesso la stessa cattedra è divisa tra più istituti. Talvolta la nomina è di appena qualche mese, oppure riguarda sedi vacanti perché ritenute disagiate a dunque rifiutate da tutti gli altri insegnanti (ad esempio Bormio o altri paesi d'alta montagna). «La mia esistenza è stata un po' difficile, costretto com'ero a cambiare continuamente amici e colleghi».
 
Gli anni passano, la sospirata cattedra non si vede mai anche perché Paolo attraversa il periodo di massima «stagnazione» dell'ambiente scolastico italiano: concorsi con il contagocce, precariato dilagante, caos delle norme che cambiano di continuo. Si può solo sperare sui posti lasciati liberi da chi se ne va in pensione; l'occasione buona sembra presentarsi a Varese, dove non ci sono pretendenti per quattro posti come docente di Diritto, occupazione snobbata dai laureati in Giurisprudenza. Ma arriva l'ennesima delusione: quelle cattedre vengono tagliate e occorre rimettersi in fondo alla fila. Fino alla chiamata ormai insperata di quest'anno a Gallarate. Quanto potrà durare ancora la carriera professionale del docente di diritto? Tutto dipende dai calcoli scaturiti dall'ultima riforma pensionistica, ma non dovrebbe trattarsi di un periodo superiore al massimo ai tre o quattro anni.
 
Situazione paradossale, dicevamo, perché premia l'anzianità ma toglie spazio all'innovazione. Speculare alla vicenda di Paolo Buzzelli è quella di un altro protagonista sui generis della scuola italiana: Luca Piergiovanni, 37 anni, globe trotter della scuola lombarda, nel 2009 riceve l'ambito riconoscimento di miglior docente italiano per la sua capacità di far entrare le nuove tecnologie in classe. L'allora ministro Mariastella Gelmini lo premia, di lui si interessano anche ambienti universitari americani che gli offrono collaborazioni Oltreoceano. Luca vorrebbe dedicarsi all'insegnamento in Italia ma purtroppo per lui è un precario e quello stesso anno il ministero, obbedendo alla tagliola dei regolamenti, gli riduce le ore di insegnamento, portandole a 9 appena alla settimana. Un po' di giustizia adesso è arrivata anche per il professor Piergiovanni: pochi giorni fa ha ricevuto la nomina come insegnante di ruolo di Lettere alla scuola media di Lomazzo, nel Comasco.

Claudio Del Frate
11 settembre 2012 | 19:59

Egitto, assaltata l'ambasciata Usa per cancellare il film che non esiste

Corriere della sera

Manifestazione contro una pellicola anti-Islam (che non è in preparazione). E il reverendo Jones fa il processo a Maometto

Un presunto film - al momento non ancora realizzato - a soggetto religioso ha scatenato le proteste di centinaia di musulmani al Cairo, in Egitto. I manifestanti hanno raggiunto l'ambasciata degli Stati Uniti nella capitale, scalandone i muri e ammainando la bandiera a stelle e strisce. Secondo l'agenzia Reuters la folla voleva anche sostituirla con un'altra bandiera, nera, con la scritta «Non c'è altro Dio all'infuori di Allah e Maometto è il suo profeta».

GLI ULTRÀ CON LA FOLLA - Il vessillo americano è stato strappato e dato alle fiamme, mentre un giovane manifestante spiegava: «Questo film deve essere immediatamente messo al bando e devono esserci fatte delle scuse», ha dichiarato Ismail Mahmoud, che si è definito un ultrà della squadra dell'al-Ahly, un gruppo molto violento che ha avuto un ruolo decisivo nella deposizione del presidente Hosni Mubarak lo scorso anno, ma che ha anche spesso causato incidenti nel paese (l'ultimo ha provocato 73 morti in febbraio). Accanto agli ultras erano presenti diversi sostenitori dei movimenti islamisti. Tutti inneggiavano ad Allah e Maometto, dichiarandosi pronti al sacrificio, se necessario. sul muro dell'ambasciata compaiono alcune scritte, una delle quali ammonisce gli americani: «Se la vostra libertà di parola non ha limite, dovrete accettare la nostra libertà di azione».


COPTI E AMBASCIATA CONTRO GLI ESTREMISMI - Persino la Chiesa copta-ortodossa d'Egitto - il 10% della popolazione è di religione cristiana - si è schierata con i manifestanti: un comunicato condanna quelle che ritiene manovre di copti residenti all'estero per «finanziare la produzione di un film che insulta il Profeta Maometto». Si tratterebbe quindi di una pellicola autofinanziata da espatriati, anche se non è chiaro quale e non ne esistono ancora tracce ufficiali. E la stessa ambasciata Usa ha diffuso una nota: «Respingiamo fermamente le azioni di coloro che abusano del diritto universale d'espressione per insultare le credenze religiose degli altri. Il rispetto dei vari Credo è la pietra angolare della democrazia americana».

IL FILM CHE NON C'È E IL CORANO BRUCIATO - Se i testimoni sul posto non hanno potuto capire quale film o quale progetto abbia scatenato la rivolta, non sfugge la coincidenza con l'11 settembre. Una data in cui il pastore cristiano Terry Jones, l'uomo che due anni fa indisse il Koran Burning Day (giorno del falò del Corano), ha organizzato un «Giorno del Giudizio internazionale su Maometto», da diffondersi via internet, con le seguenti accuse: «Maometto è accusato di essere un falso Profeta, facendo così smarrire 1.6 miliardi di persone»; «Maometto è accusato di favorire l'assassinio, lo stupro e la distruzione di uomini e proprietà attraverso i suoi scritti chiamati Corano»; «Maometto è accusato di aver violato donne, minoranze, cristiani e chiunque non sia musulmano, portando così alla morte di 370 milioni di persone nei 1.400 anni di storia dell'Islam».

Maria Strada
11 settembre 2012 | 20:13

Andate via!». E toglie le rete dal canestro La domenica amara dei bimbi di Foggia

Corriere del Mezzogiorno

Il filmato girato nel centro sportivo di Pantanella. Forse un dipendente, il Comune indaga sul caso


Cattura
FOGGIA - Voleva chiudere il campo da pallacanestro e poiché i ragazzini non andavano via è salito sul tabellone, togliendo la rete dal canestro. È accaduto al centro sportivo di Pantanella, alla periferia di Foggia: un atto registrato con un telefonino – da chi in quel momento era nel campo da basket – e poi caricato su you tube.

LA DENUNCIA - Secondo quanto si ascolta nel filmato e anche secondo alcune associazioni ad arrampicarsi sul tabellone e a togliere la rete dal canestro è proprio il custode del centro sportivo. Un atto sul quale il Gadd, il Gruppo Amici della Domenica, chiede di fare chiarezza. «Se un dipendente pubblico - dice l’associazione - non fa il suo dovere deve essere rimosso dal suo incarico. Questo è il minimo che una comunità che vuole crescere e migliorare chiede ai suoi amministratori».



Luca Pernice
11 settembre 2012

Pene più severe e multe elettroniche in arrivo modifiche al Codice della strada

Corriere della sera

Via libera dalla Commissione Trasporti della Camera si attende l'esame in aula a fine settembre


MILANO- Procedono spedite le modifiche al Codice della Strada. La commissione Trasporti della Camera ha approvato a larga maggioranza una proposta di legge che attende l'esame dell'aula a fine settembre.

MULTE RIDOTTE PER CHI PAGA PRIMA- Fra le tante novità quelle relative alle multe: riduzione del 20% sull'importo se il pagamento avviene entro 5 giorni dalla contestazione o dalla notifica. Se, invece, avviene dopo 60 giorni la cifra raddoppia. Saranno poi introdotti meccanismi per poter saldare la sanzione con bancomat e carta di credito, e notifiche via posta elettronica certificata.

SANZIONI PIU' SEVERE PER UBRIACHI E PIRATI- In caso di omicidio colposo le sanzioni amministrative collegate vengono inasprite: annullamento permanente del valore della patente, che potrà essere riacquisita solo a seguito di un nuovo esame decorsi 5 anni dalla data di accertamento del reato con sentenza passata in giudicato. Se poi il reato viene commesso con un tasso alcolemico superiore agli 1,5 g/l o sotto effetto di stupefacenti o sostanze psicotrope la sanzione è innalzata a 15 anni. Stesso trattamento riservato ai casi di pirateria stradale, cioè agli automobilisti che fuggono non prestando soccorso.

MEZZI ELETTRICI- Infine una norma che riguarda veicoli ad d alta tecnologia. Avete presente i Segway, quei mezzi a due ruote con un manubrio che si guidano in piedi? Ebbene ora vengono assimilati alle bici elettriche e non più ai pedoni, non potranno superare i 20 km/h e non potranno essere condotti da minori di 16 anni.

CAMPER- Per gli autocaravan guidabili con la patente B, un nuovo calcolo della massa impone nuovi limiti: la massa complessiva non deve superare il 15% di quella indicata dalla carta di circolazione.

Redazione Motori
corriere_motori11 settembre 2012 | 19:51

Figlia 13enne convive con un uomo, carcere ai genitori

La Stampa

Commettono concorso nel reato di violenza sessuale i genitori che tollerano che la loro figlia minore di 14 anni conviva stabilmente con un maggiorenne. Lo ha stabilito la Cassazione confermando la condanna, inflitta in primo e secondo grado dalla Corte di Roma, a tre anni e quattro mesi di reclusione, nei confronti di due coniugi romani che avevano permesso la convivenza della figlia 13enne con un uomo, considerandola una buona «sistemazione» per la ragazza.

E' stato condannato anche l’amante maggiorenne, «per aver favorito e agevolato i rapporti sessuali tra l’uomo e la figlia minore di anni quattordici». In Cassazione i genitori avevano ribadito di non sapere della relazione della figlia con un maggiorenne; la difesa aveva sostenuto che le prove sulle quali si erano basati i giudici erano fondate su pettegolezzi degli abitanti del quartiere. Una testimone aveva addirittura detto che la madre della giovane le aveva confidato di incoraggiare la relazione che le era parsa «una sorta di sistemazione» per la ragazza. Testimonianze non corrette, secondo la difesa, per la quale non era stato considerato che il fratello della minorenne e la ragazzina avevano affermato che la relazione era segreta.

La Cassazione (sentenza 33562/12), ha respinto il ricorso contro la condanna, dichiarando improponibili le scuse dei genitori perchèquanto dalle indagini risultava chiaro che i due amanti abitavano da tempo nel palazzo di fronte a quello dei genitori. Impossibile che non se ne accorgessero. I fatti erano noti «a tutti gli abitanti del palazzo». I genitori, dunque, non rispondono del reato «per non aver impedito l’evento», come richiesto dalla difesa, ma del «concorso» nel reato per aver «favorito e agevolato i rapporti sessuali» della figlia con l’uomo.

YouTube "sfrattato" torna sull'iPhone con una sua app

La Stampa

Google lancia un nuovo software più ricco, ma con la pubblicità
TORINO


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Sull'iPhone che sta per arrivare l'assenza si noterà, ma i fan di YouTube possono stare tranquilli, perchè una nuova applicazione per guardare i video del popolare sito è già presente sull'App Store. Pur avendo perso il suo posto di primo piano nella schermata principale del dispositivo, YouTube ha forse guadagnato qualcosa di più redditizio: la possibilità di inserire annunci pubblicitari sul software, cosa impossibile sotto il controllo di Apple. Certo, c'è anche il rovescio della medaglia: bisognerà convincere gli utenti a fare un passo in più e scaricare l'applicazione, visto che non sarà più visualizzata automaticamente sull'iPhone.

L'affare è ghiotto: i video di YouTube vengono visti da cellulare un miliardo di volte al giorno e la fruizione sui dispositivi mobili costituisce un quarto del totale delle visualizzazioni del sito. Mantenere questi numeri senza un'applicazione nativa per iPhone è una grossa sfida, ma YouTube ha già in cantiere una campagna di mobile e online marketing per cercare di non perderla. La nuova applicazione offrirà più video e funzioni rispetto alla versione di Apple, che dalla sua prima pubblicazione, nel 2007, è stata raramente aggiornata. YouTube ha portato avanti lo sviluppo per Android e migliorato il sito web mobile, con l'aggiunta dei canali e della possibilità di sfogliare altri video mentre uno è in riproduzione e ora queste proprietà saranno disponibili anche per iPhone.


(Agb)

Wi-Fi non protetto: non è reato raccogliere dati altrui

La Stampa

Per un giudice federale Usa non c'è intercettazione se la rete è pubblica e accessibile
CLAUDIO LEONARDI

Intercettare comunicazioni che viaggiano su una rete Wi-Fi in chiaro non è illegale. Così recita una sentenza della Corte federale dell'Illinois, negli Stati Uniti, che ribalta alcuni illustri precedenti. Tra questi, la condanna nei confronti di Google nel 2011, sanzionata per aver raccolto "a strascico" pacchetti di informazioni sulle reti non criptate, nel corso dello scandaglio fotografico di Street View nelle città di tutto il mondo.

La decisione del giudice James Holderman promette dunque di fare rumore, soprattutto perché fa parte di in un più ampio e complesso processo su furto di brevetto e "pesca" in Rete alla ricerca di prove. Il caso è stato sollevato da una società, la IP Ventures innovatio, che ha accusato alcuni esercizi pubblici, tra cui alberghi, bar, ristoranti, supermercati e altre aziende che offrono il servizio Wi-Fi al pubblico, di violare 17 dei suoi brevetti. Fin qui poco o nulla di nuovo, ma l'azienda ha deciso di dotarsi di strumenti di "packet sniffing", in grado cioè di intercettare e recuperare dati nel traffico Wi-Fi, per documentare le accuse. L'operazione, per restare nei limiti della legalità, prevedeva l'eliminazione immediata del contenuto dei pacchetti pescati, conservandone esclusivamente le intestazioni. La stessa Innovatio, in ogni caso, continuava ad avere dubbi sulla liceità di questo comportamento rispetto alle norme sulla privacy, e ha sottoposto la questione alla corte federale.

Da qui la sentenza di cui sopra. Secondo il giudice dell'Illinois, anche se la legge federale considera illegale intercettare le comunicazioni elettroniche, sarebbe prevista una sostanziale eccezione. Non sarebbe illegale "intercettare comunicazioni effettuate tramite un sistema di comunicazione elettronica che è configurato in modo che tale comunicazione sia facilmente accessibile al pubblico." Una eccezione che si applicherebbe perfettamente al caso sottoposto dalla Innovatio, ma che evidentemente apre anche una serie di problemi su altri fronti. L'azienda, si legge nella sentenza, usava un sistema di cattura dei dati noto come Riverbed AirPcap Nx, acquistabile dal pubblico per 698 dollari, e disponibile anche in una versione più leggera al prezzo ancor più popolare di 198 dollari. Il software necessario per analizzare i dati raccolti, invece, è scaricabile gratuitamente.

Tutto molto semplice, dunque, se si aggiunge che "molte reti WiFi fornite da esercizi commerciali (ad esempio negozi, caffè e ristoranti) sono in chiaro, e aperte alle interferenze di chiunque con la giusta attrezzatura". Di fronte a tanta disarmante facilità di accesso, la Corte ha concluso che "le comunicazioni inviate su una rete Wi-Fi in chiaro sono prontamente disponibili al pubblico". Ci si troverebbe, in pratica, nella stessa situazione di una persona che con la propria radio ascolta comunicazioni radio altrui, captabili con una tecnologia comune e senza dovere operare forzature particolari. Una interpretazione che fa già discutere i legali, alcuni dei quali ritengono che la mancanza di cifratura sul segnale delle reti pubbliche non autorizzi a pensare che si possano leggere conversazioni private che transitano su quella rete.


In Europa, in generale, le norme sulla privacy sono più severe. Pur aggirando il problema intercettazione sì o intercettazione no (tema caldo in Italia), resterebbe il trattamento dei dati raccolti, possibile solamente se si avverte in anticipo il proprietario di suddetti dati. Proprio su questo punto si erano mossi i Garanti privacy del vecchio continente, nel caso che coinvolse Google e Street View. Non tanto e non solo l'intercettazione dei dati, che Google sosteneva casuale, era sotto accusa, quanto il loro trattamento all'insaputa degli utenti. Vedremo se, almeno negli Stati Uniti, questa sentenza provocherà scossoni nel campo delle reti Wi-Fi pubbliche, che qui in Italia hanno da poco iniziato a sbocciare in quantità.

Vendola: voglio sposarmi in Puglia, sogno i confetti e fiori d'arancio

La Stampa

Il governatore e i diritti gay «In Italia situazione vergognosa non c'è la legge anti-omofobia»


Nichi Vendola, leader di Sel, è il governatore della Puglia

 

roma

Il settimanale Vanity Fair pubblica una intervista al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, leader di Sel, sulle sue dichiarazioni alla Festa Democratica di Reggio Emilia con le quali ha reso pubblico il suo desiderio di sposare il compagno canadese col quale vive da otto anni, Ed Testa. «C'è una data di nozze fissata? Magari in Canada, Paese di origine del suo compagno, dove le nozze gay sono legali dal 2005?». «Nessuna data, ma mi piacerebbe - risponde Vendola - farlo nella mia terra».
 
Nell'intervista si chiede a Vendola, tra l'altro, se «non può bastare una legge dello Stato che tuteli i diritti delle coppie di fatto». «È anche bello - risponde - costruire un momento solenne di festa, di assunzione di responsabilità di fronte alla propria comunità. La ritualizzazione dei progetti d'amore appartiene alla storia della civiltà. I sogni d'amore si coronano con i fiori d'arancio, il lancio dei confetti e anche dentro un rito fatto di parole impegnative. Quelle dette sull'altare dal prete: "Nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non vi separi"».
 
Alla considerazione che questa sua battaglia «rischia di spaccare di nuovo la coalizione di sinistra alle prossime elezioni», Vendola risponde tra l'altro: «Con il cattivo realismo, quello che si ispira a piattaforme minimaliste, non abbiamo mai ottenuto nulla. L'Italia è in una situazione di assoluta vergogna, non abbiamo neanche una legge contro l'omofobia».

Fedele al pub, ogni giorno una pinta da 72 anni

Corriere della sera

Ad Arthur, 90 anni, una sedia con l'etichetta in bronzo

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Dov’è Arthur? Quando i clienti entrano al Griffin, un pub di Warmley, nel Gloucestershire, questa è la prima cosa che chiedono se vedono che la sedia di Arthur Reid è vuota, perché da 72 anni a questa parte, alle 3 spaccate del pomeriggio, l’ex operaio in pensione arriva nel locale per la sua pinta quotidiana di Courage (birra scura amara).

E visto che questo arzillo vecchietto, che ha compiuto 90 anni lo scorso 10 settembre, beve da quando ne ha 18, calcolatrice alla mano parliamo di almeno 30mila bicchieri che si è scolato dal 1940 e che, moltiplicati per le 2,75 sterline del costo unitario, al cambio attuale fanno un conto di ben 82.500 sterline (pari a quasi 104mila euro). Non c’è dunque da stupirsi che Arthur abbia ormai il suo bicchiere personale dietro al bancone e che sul retro della sua sedia preferita sia stata piazzata una targa ricordo in oro per celebrare il suo recente compleanno. «Ho sempre lavorato sodo, facendo anche 80-100 ore a settimana – ha raccontato Reid al Daily Mail – e il pub era il mio solo divertimento e non ho mai voluto andare da un’altra parte.

Del resto, vengo qui da tanti anni e spero di farlo ancora per un po’». Per la verità, l’inverno scorso Arthur (che non si è mai sposato e non ha figli) ha saltato un paio di appuntamenti con la sua pinta giornaliera per colpa del tempaccio e gli avventori hanno subito chiesto sue notizie alla proprietaria del Griffin. «Arthur è davvero un brav’uomo – ha spiegato la signora Matczak, che gestisce il locale da due anni e mezzo – è amico di tutti ed è una delle persone più gradevoli che abbia mai conosciuto. E poi mi aiuta anche al pub, perché è lui che “testa” le birre che vorrei acquistare: se non gli piacciono, me lo dice subito, così io non le prendo».

Simona Marchetti
11 settembre 2012 | 15:15

Titanic, la ditta degli effetti speciali chiede l'amministrazione controllata

Corriere della sera

Fondato dal regista Cameron, e premiato con l'Oscar, il Digital Domain Media Group rischia la bancarotta

Leonardo DiCaprio e Kate Winslet. in TitanicLeonardo DiCaprio e Kate Winslet. in Titanic

L'azienda che ha creato gli effetti speciali di «Titanic», di «Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo» e di numerosi altri blockbuster ha chiesto di entrare in amministrazione controllata. Il Digital Domain Media Group, premiato con l'Oscar proprio per «Titanic», nelle scorse settimane aveva annunciato forti problemi di liquidità e ora si è rivolto al tribunale per chiedere protezione dalle azioni dei creditori (Chapter 11 della legge fallimentare federale americana).

FONDATA DA CAMERON - Tra i fondatori del Digital Domain Media Group c'è anche James Cameron, il regista del film con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet. L'azienda ha depositato in tribunale un conteggio dei debiti pari a 214,9 milioni di dollari, e cespiti per 205 milioni (di questi, 42 erano stati raccolti a novembre con un'offerta pubblica di azioni). Il gruppo si è rivolto alla banca Wells Fargo come consulente finanziario e ha chiuso i suoi uffici a Port Saint Lucie, in Florida, licenziando molti degli impiegati. La scorsa settimana il presidente e direttore esecutivo John Textor - nonché maggiore azionista - si è dimesso proprio per protesta contro questi tagli.

«A CORTO DI LIQUIDITÀ» - Un responsabile del settore finanziario di Ddmg, Michael Katzenstein, ha spiegato: «Come risultato di un flusso di cassa negativo la società non è riuscita a tener fede ai propri impegni finanziari e si è trovata a corto di liquidità». Tra i creditori principali del Ddmg, come segnalato dal gruppo stesso, ci sono aziende come Legendary Pictures («Batman Begins», «Superman Returns», «300», «Una notte da leoni», eccetera).

Redazione Online11 settembre 2012 | 14:55

Dodicenne entra nella facoltà di Matematica in Inghilterra

Corriere della sera

Xavier Gordon-Brown è iscritto alla facoltà di Matematica ed è diventato lo studente universitario più giovane

MILANO – Ha 12 anni, non si rade ancora, ha la voce di un bimbo e non ha neppure – di questi tempi fa notizia – un suo profilo Facebook, né un cellulare con cui parlare agli amici. Eppure Xavier, piccolo prodigio britannico, va già all’università: per la precisione è appena diventato una matricola della facoltà di Matematica della Open University, ateneo per lo studio a distanza, il più grande del Regno Unito. Battendo ogni record in qualità di più giovane studente universitario della storia britannica, menzione che gli è valso l’inserimento nella lista dei piccoli prodigi del mondo, riconosciuti per le loro menti geniali già in tenera età.

LA SUA STORIA – Il legame tra Xavier Gordon-Brown, 12 anni compiuti lo scorso mese di agosto, e la matematica, si è rafforzato molto presto, prima ancora di iniziare a scrivere o di frequentare la scuola materna. Come racconta il Daily Mail, prima di compiere 4 anni il piccolo del Sussex sapeva già a memoria le tabelline ed era in grado di compiere operazioni mentali semplici. Prima di iniziare la scuola dell’obbligo sapeva fare calcoli aritmetici anche a doppia cifra mentalmente, e a otto anni ha superato con il massimo dei voti in matematica il GCSE, uno scoglio formativo riservato ai ragazzi di 14-16 anni. A nemmeno dieci anni poi, sapeva già a memoria ed era in grado di recitarle, oltre duemila cifre del Pi greco (il record italiano, per esempio, è di un ingegnere friulano che è stato in grado di recitarne quasi 7mila). Oggi, ogni giorno è sui libri a studiare la matematica universitaria, e al lunedì sera, accompagnato dalla mamma, si reca alle lezioni che il suo ateneo specializzato in studi a distanza offre ai suoi iscritti, confrontandosi con studenti che hanno il doppio della sua età.

LE ALTRE PASSIONI – Xavier non è solo un genio in matematica: oltre ai calcoli complessi, si dedica ad altre passioni, come la musica e lo sport, portando a casa risultati importanti in tutti i campi. Per esempio è un ottimo musicista e suona il clarinetto, il pianoforte e il violino. Quando ha tempo libero si diletta anche con le lingue straniere (incluso il latino) e gli sport (calcio, taekwondo, trampolino elastico), e la domenica è sacra per la partita di pallone con gli amici. Tutti i giorni, comunque, va a scuola con i suoi coetanei, per scelta dei genitori, che vogliono continui a seguire le abitudini e le passioni dei ragazzini della sua età. Ma davanti a un testo di matematica Xavier si trasforma e anche la madre, che lo accompagna ovunque, ammette di non capire una parola alle lezioni universitarie serali cui è iscritto.

PICCOLI PRODIGI – Molti altri piccoli prodigi in giro per il mondo studiano oggi all’università e raggiungono i massimi risultati ancor prima di diventare adolescenti: Wikipedia ne raccoglie a centinaia tra quelli del presente e quelli del passato, suddivisi per tipologia di competenze, dalla chimica ai giochi (si pensi a Kasparov e agli scacchi), passando per lo sport e le lingue straniere. Come la ragazzina nigeriana Saheela Ibraheem che lo scorso anno, all’età di 15 anni, ha ottenuto l’accesso all’ateneo di Harvard per studiarvi neuroscienze. A dire il vero, su 14 atenei cui ha fatto richiesta di iscrizione, ha ricevuto il sì di ben 13, inclusi Princeton, Stanford, il Mit, la Columbia. E come molti altri giovani geni, anche Saheela eccelle negli sport (calcio, softball e nuoto) e musica (trombone e canto).

Eva Perasso
11 settembre 2012 | 14:53