venerdì 14 settembre 2012

Temperatura record: cambia il primato, dalla Libia alla Valle della Morte

Corriere della sera

Non più i 58 gradi misurati nel 1922 alla base italiana di El Azizia: strumenti inadeguati

Cartello di avviso per il forte calore nella Valle della MorteCartello di avviso per il forte calore nella Valle della Morte

Dopo 90 anni cambia il primato della temperatura più alta mai registrata sulla Terra (da quando esistono le misurazioni). E, in parte ci riguarda. Sì perché finora la temperatura più bollente era stata registrata dal Regio Esercito Italiano nell'avamposto (vera Fortezza Bastiani da Deserto dei Tartari) di El Azizia, in Libia, nel 1922. Il 13 settembre 1922, infatti, esattamente 90 anni fa, nella base a una cinquantina di chilometri a sud-est di Tripoli, sulla terrazza del fortino a 163 metri di quota l'antiquato termometro Six-Bellini che sostituiva quello in dotazione (guasto) segnò 58 gradi. Lo stesso direttore della rete meteorologica libica, Amilcare Fantoli, giudicò che il valore reale doveva essere ridotto di 2 °C. Ma per lunghi 90 anni questa temperatura rimase negli annali come la più alta mai registrata. Fino a oggi.

NUOVO RECORD - Dopo un'attenta revisione dei dati a disposizione, l'Organizzazione meterorologica mondiale (Wmo) ha stabilito che la misurazione di El Azizia era effettivamente errata e andava cambiata. E quindi il record passa di mano. Ora la temperatura più alta mai registrata è di 134 gradi Fahrenheit, pari a 56,7 gradi Celsius, misurata il 10 luglio 1913 a Furnace Creek nel Greenland Ranch, nella Valle della Morte in California, un luogo che si trova a 54 metri sotto il livello del mare. Un comitato comitato di esperti di Libia, Italia, Spagna, Egitto, Francia, Marocco, Argentina, Usa e Gran Bretagna ha evidenziato cinque importanti errori commessi a suo tempo a El Azizia e assegnato il nuovo primato. La misurazione libica venne sovrastimata di ben 7 gradi e la temperature reale fu di 51 °C e non 58 °C. E quindi è stato aggiornato l'elenco dei record mondiali meteorologici.

Paolo Virtuan
i14 settembre 2012 | 15:29

Sotto Botteghe Oscure tesori di archeologia

La Stampa

La via di Roma famosa per la sede del Partito Comunista oggetto di una straordinaria campagna di scavi

FLAVIA AMABILE
roma


botteghe-oscure
Chi è rimasto a Roma ad agosto ha goduto di uno di quegli spettacoli che solo nella capitale possono capitare: centinaia di metri di scavo archeologico alla luce del sole, alla portata di tutti. Nemmeno mezzo centesimo da pagare e pezzi di storia antica da veder affiorare giorno per giorno. E di pezzi ne affioravano, eccome. Si vedevano scale a chiocciola, archi, resti di strutture di vario tipo. Questa settimana si è tenuto un incontro disciplinare fra studiosi per confrontare le informazioni raccolte. C’erano, fra gli altri, Fedora Filippi, archeologa e funzionaria della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Roma; Riccardo Santangeli Valenzani, docente all’Università di Roma Tre, e uno dei principali esperti di medioevo urbano in Italia; Alessandra D’Amico e Paola Romi, le archeologhe che hanno partecipato allo scavo.

È stata una passeggiata nella Roma dei secoli che vanno dal Medioevo fino all’Ottocento, fra chiese scomparse e ritrovate, muri costruiti a strati di epoche diverse, strade ignote alle mappe antiche ed altre restituite alla dimensione originaria. Un itinerario dal valore storico inestimabile per studiosi o anche semplici curiosi: nel giro di pochi giorni sarà di nuovo coperto dall’asfalto e tra alcuni mesi anche dai binari di un tram. Siamo nel cuore di Roma: l’area sacra di largo Argentina con un pezzo di città romana è a due passi. Il cantiere si sviluppa lungo tutta la via delle Botteghe Oscure (al n. 5 c’era uno dei templi della Prima Repubblica: la sede del Partito Comunista, per altro non distante da quella Piazza del Gesù che ospitava quella della Democrazia Cristiana), suddiviso in diversi blocchi separati.

Nel cantiere aperto davanti alla piazza dell’Enciclopedia Italiana, sono affiorati i resti più appariscenti: case con gradini, scale a chiocciola, archi. Appartengono ad edifici del Settecento, archeologi ed esperti sono molto più interessati ad una lapide funeraria del VI secolo messa a chiudere un maleodorante e antico canale di scolo con quella disinvoltura che soltanto i romani delle epoche passate riuscivano a mostrare nei confronti del patrimonio artistico della loro città. Pochi metri dopo appare un pezzo di strada, una via del Cinquecento finora non registrata su alcuna mappa dell’epoca e che ora si tenterà di ricostruire attraverso studi approfonditi. Ma le sorprese sono appena iniziate. Ancora qualche passo e le archeologhe mostrano una costruzione curva difficile da considerare come parte di un’abitazione civile, e un’urna funeraria. Riccardo Santangeli Valenzani ha studiato a fondo questa zona, sa che c’è una chiesa medievale che si sta cercando da tempo senza trovarla, san Salvatore in Calcarari dal nome dei forni di calce presenti nella zona per trasformare i resti romani in materiale per nuove costruzioni.

«Aveva un recinto tutt’intorno fatto in blocchi. Una serie di studi parlano dei muri di tufo di questa chiesa», racconta. L’ipotesi è che dagli scavi di queste settimane sia emerso il recinto e quindi che finalmente si sia capito in quale parte della zona di largo Argentina sia la chiesa di san Salvatore. «Ma è un’ipotesi che va verificata», avverte. Una seconda chiesa è riemersa una decina di metri oltre, davanti alla Crypta Balbi, santa Lucia in Calcarari. Non è una novità, la sua presenza nella zona è nota ma dallo scavo è affiorato un suo volto finora sconosciuto: due absidi di cui non si aveva conoscenza, lapidi antiche portate fin qui dalle catacombe cristiane, disegni di teschi sulle pareti di quella che probabilmente era una cappella, una parte del pavimento di marmo, e un ossario con frammenti di ossa di persone defunte e seppellite nella chiesa che spuntano fuori dal terreno. «Siamo soddisfatti di quello che abbiamo raccolto - spiega Fedora Filippi - ora possiamo ricoprire tutto e lasciare che gli esperti lavorino per dare il posto giusto nella storia a quello che è emerso».

VIDEO
Botteghe Oscure sottoterra i tesori di archeologia

La mappa dei predicatori d'odio che tornano a far paura all'Italia

Gian Marco Chiocci Simone Di Meo - Ven, 14/09/2012 - 08:47

L'analisi dell'Antiterrorismo: moschee clandestine dove si fa proselitismo, strani flussi di denaro, imam itineranti. Così si prepara la jihad nel nostro Paese

Lo Stivale dei predicatori d’odio travestiti, di volta in volta, da imam, guide spirituali, shaid (i martiri), «re­sponsabili », tabligh itineranti, mujaheddin e «lone wolf» (i più pericolosi, i lupi solitari).

Copre l’intera penisola la mappa aggior­nata dall’antiterrorismo (oltre 820 luoghi di culto, 184 moschee) sulle sponde «religiose», dirette o indirette, del terrore islamico in Italia dove risiederebbero alme­no tremila combattenti «in son­no » addestrati nei campi qaedisti in Afghanistan, Yemen e Paki­stan. Tre sono le città dove si è fat­ta più serrata la sorveglianza «di­screta » degli organismi investiga­tivi: Roma (con le moschee di via­le Marconi gestite da egiziani e al­tri centri di preghiera a sud della Capitale), Milano (quella nota di viale Jenner al centro di numero­se inchieste) e Napoli.

A preoccu­pa­re sono in special modo le strut­ture di culto «clandestine», non uf­ficiali, o quelle spacciate per asso­ciazioni para- culturali meta di nu­merosi cittadini arrivati in Italia coi barconi attraverso i confini meridionali: secondo gli ultimi ri­levamenti le stazioni «ombra» per il proselitismo sarebbero al­l’incirca duecento, disseminate dalla Val d’Aosta alla Sicilia. E in particolare 12 sono «monitorate» nel capoluogo campano. La «ba­se strategica» dell’apprendimen­to della cultura dell’odioresta co­munque il Nord con oltre 45 sog­getti e «ritrovi» sotto stretto con­trollo.

In Lombardia, dove gli inve­stigatori riscontrano l’«agile for­marsi di mini- cellule», non neces­sariamente collegate a un’unica rete, i «religiosi» attenzionati sul­le orme degli ex imam di Gallara­te, Bergamo e Varese sono una de­cina, in parte già collegati al più fa­moso capo spirituale di viale Jen­ner, Abu Imad, condannato a tre anni e otto mesi (progettava atten­tati in Italia e in Europa) e al triste­mente noto Abu Omar della mo­schea di via Quaranta. A Brescia, dov’è attiva la cellula Adl Walò I­h­sane continuano le indagini dopo il ritrovamento di bloc notes indi­cato come «il decalogo della non integrazione», che si apriva con l’appello a punire il Papa per aver «battezzato Magdi Allam», il gior­nalista egiziano (preziosa firma di questo Giornale) convertitosi al cristianesimo.

Passati ai raggi x anche i documenti (tra cui il ma­nuale per la fabbricazione artigia­nale di una bomba e una mappa che sarebbe servita per un attenta­to alla Sinagoga di Milano) ritrova­ti in casa di un 20enne marocchi­no, esperto di informatica, finito in manette. Anche l’ex imam di Cremona, Mourad Trabelsi, è sta­to condannato con sentenza defi­nitiva. In Veneto, dove i predicato­ri sotto sorveglianza sono più di quindici, la tensione è salita nel giugno scorso con la chiusura del­la moschea di via Anelli, a Pado­va, dove lo scontro tra fedeli ma­rocchini ha portato alla destitu­zione dell’ex imam Abderrahim Malek. A Vicenza la Digos ha mo­nitorato ingenti somme di dena­ro inviate all’estero (l’ex imam di San Donà di Piave, Ahamad Chad­dad, è stato arrestato dalla Digos di Venezia nell’ambito di un’in­chiesta in cui compare anche l’ex imam di Como, allontanato dal­l’Italia con l’accusa di fiancheg­giamento terroristico) che potreb­bero essere state utilizzate per fi­nanziare campagne terroristiche in Medioriente.

E, sempre nella stessa città, è stato indagato un predicatore perché collegato a un imam casertano risultato in con­tatto con soggetti vicini al terrori­smo della moschea veneziana di via dei Mille; e un altro è stato inda­gato perché aveva picchiato la mo­glie che voleva vestirsi all’occi­dentale. L’antiterrorismo ha sot­toposto a una attenta sorveglian­za il centro culturale islamico di Treviso. Particolarmente incan­descente, stando ai carabinieri, il Piemonte (23 centri monitorati) dove sono stati espulsi già tre imam;qui il pericolo viene dai pre­dicatori d’odio «itineranti». Aller­ta in Emilia (18 centri), specie a Bologna, l’ex direttore della mo­schea Ann-nur ha elogiato i kamikaze palestinesi e invita­to a colpire Israele.

Tra Toscana (19), Campania (26) e La­zio ( 33) si concentra, invece, la più alta concentrazione di sospetti tunisini, al­gerini e egiziani. A Napoli si è arrivati a indagare sui contatti tra casalesi e pakista­ni trafficanti di dro­ga sospettati di conti­guità con formazio­ni salafite del norda­frica. In Umbria (7 centri attenzionati) si temono emulazio­ni rispetto alla scuo­la di terrorismo della moschea perugina guidata dall’ex imam marocchino Mostapha El Korchi (condannato a sei anni in Cassa­zione ed espulso dall’Italia con due connazionali). In Calabria (21 centri)l’ex imam Mhamed Ga­rouan che predicava tra Catanza­ro e Crotone arrestato col figlio con l’accusa di aver propaganda­to via internet la Jihad «virtuale», è libero in quanto i pm hanno chie­sto l’archiviazione.

A Cagliari, la situazione, è invece diversa: sono stati sì scoperti due manuali «esplosivi» ma nelle mani della Digos ci sono anche i documenti di soggetti vicini ad Al Qaeda e al­cune notizie riservate relative ai gestori di un portale d’ispirazio­ne jihadista. Soggetti e obiettivi sensibili anche in Sicilia (oltre 20 siti controllati), nella Marche (13), in Toscana (a Firenze è stato indagato per evasione fiscale da 2 milioni un ex imam di Castelfio­rentino). La Puglia, dopo la cac­cia ai segreti custoditi in sei pen drive sequestrate a un ex imam si­riano e a un informatico francese condannati a otto anni, preoccu­pa non poco gli addetti ai lavori. Perchè? La risposta è top secret, al momento.

Una telefonata riapre il giallo di Giaveno

La Stampa

La difesa: “La donna era ancora viva il 7 febbraio”


La casa di Daniele Ughetto, in frazione Piampaschetto di GIaveno, dove l’uomo ero solito appartarsi con Anthonia

ALBERTO GAINO

C’è una nuova telefonata che la difesa di Ughetto Piampaschet ha scovato nei tabulati del cellulare di Anthonia Egbuna, utile a seminare altri dubbi (dopo il primo sms del 2 gennaio) che la ventenne prostituta nigeriana sia stata uccisa a fine novembre, e più esattamente il giorno 28. L’avvocato Stefano Tizzani, legale del trentaquattrenne di Giaveno, sostiene: «Il 7 febbraio, il portatile o almeno un cellulare con la Sim in uso alla ragazza riceve una chiamata di 22 secondi. Vuol dire che è acceso e squilla, a differenza di tutte le altre volte che rimane muto in base ai tabulati. Il 2 gennaio, un messaggio era partito dal telefonino della ventenne per raggiungere un cliente italiano di Anthonia. Che cercherà di richiamarla in seguito senza riuscirvi, salvo il 7 febbraio ma con un’altra Sim intestata a lui».

Cliente affezionato

Questo signore, che risiede nella zona di Santa Rita, non ha nulla a che fare con il noir. Era un affezionato cliente della ragazza nigeriana e in questo ruolo le invia a sua volta un sms la sera del 31 dicembre. Per cui, due giorni dopo, Anthonia o l’assassino (che potrebbe averne conservato la Sim se non il portatile, mai ritrovato) avrebbe risposto. Poi il cliente cercherà ancora di contattare per telefono la ragazza, senza riuscirvi sino al 7 febbraio, quando le ricerche dell’avvocato Tizzani, indicano quei 22 secondi fatturati, cioè di traffico telefonico effettivo. Non si vuol sostenere che qualcuno abbia risposto alla chiamata, ma, salvo indicazioni errate dei tabulati, che il tasto di ricezione della telefonata sia stato pigiato. Tutto ciò rende più intrigante il caso. Il pm Vito Sandro Destito ha chiesto alla compagnia telefonica cui Anthonia era abbonata di chiarire se vi siano stati errori e un’anomalia già emerge: il messaggio del 31 dicembre al cellulare della ventenne parte alla medesima ora, minuto e secondo della risposta di due giorni dopo. È una coincidenza eccessiva.

Il braccialetto di corallo

Se la difesa è agguerrita, l’accusa non sta con le mani in mano. Lunedì 3 settembre, nel corso di un’ennesima perquisizione in casa di Ughetto, a Giaveno, i carabinieri della Compagnia di Chivasso hanno sequestrato un braccialetto di corallo che il pm ritiene possa essere appartenuto alla vittima. Tant’è che ha riformulato i quesiti affidati al genetista Carlo Robino e ai carabinieri del Sis sulla ricerca di tracce biologiche ed ematiche di Anthonia nelle due auto in uso all’indagato di omicidio volontario premeditato. Il pm vi ha aggiunto un identico compito rispetto al braccialetto di corallo. Che è pure il titolo dell’ennesimo racconto dell’aspirante scrittore di Giaveno. 

L’ultimo racconto

Gli investigatori lo ritengono interessante ai fini del movente. Ma per il momento non fanno filtrare alcun particolare. Che invece emerge dai primissimi riscontri sulla vecchia Punto del papà di Ughetto e che il giovane ha largamente utilizzato nei suoi 94 spostamenti per e da Carignano, dove Anthonia si prostituiva di pomeriggio. 

La macchia di sangue

Al Luminol ha reagito soprattutto la zona centrale del sedile posteriore della Punto. Potrebbe trattarsi di un «falso positivo» così come della traccia di una significativa pregressa presenza di sangue su quell’area della superficie del sedile. In ogni caso, dovrebbe essere compatibile con il Dna di Anthonia per costituire una prima vera prova contro l’indagato, in grado di inchiodarlo all’accusa che gli viene contestata indiziariamente.

Il denaro e il «fidanzato»

Anthonia era puntuale nel mandare ogni settimana una parte dei suoi risparmi a casa, in Nigeria. Ma doveva fare i conti con le molte spese che aveva: per prostituirsi a Carignano pagava la «piazzola», versando il corrispettivo al titolare di un negozio etnico di Torino. Pagava il riscatto a chi le aveva finanziato il viaggio aereo da Lagos via Francoforte. E pagava a Doris 150 euro a settimana per subaffittare parte di una stanza.  Fra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno 2011, quando i suoi rapporti con Ughetto diventano più tesi, compare nella sua vita telefonica una Sim intestata ad un’identità di fantasia. Nasconderebbe un nigeriano. Che sembra le sia molto vicino in quell’ultimo periodo, non è chiaro se come fidanzato o con un altro ruolo, di protezione in senso lato. Quest’uomo è l’ultimo interrogativo del noir.

Aborto: decisione delicata, spetta solo alla responsabilità della donna

La Stampa

Nel procedimento dinnanzi il giudice tutelare, a questi è attribuito il compito di autorizzazione a decidere, con connotati non configurabili come potestà co-decisionale. La scelta inerente all’interruzione della gravidanza è quindi rimessa alla responsabilità e alla sensibilità della donna, come previsto dalla legge n. 194/1978. Così si espressa la Corte Costituzionale – in armonia a numerose pronunce precedenti – con l’ordinanza n. 196/12.

Il caso

Il giudice tutelare del Tribunale di Spoleto solleva la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 della l. n. 194/1978 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), nella parte in cui si prevedeva la facoltà della donna di procedere – nei primi novanta giorni della gravidanza – all’aborto. Il ricorrente richiama sia norme fondamentali della Carta (artt. 2, 32, primo comma, 11 e 117 Cost.), sia la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 2011 – resa nel procedimento C-34/10, Brüstle contro Greenpeace e V. – la quale avrebbe, a suo avviso, attribuito, in modo inequivoco, massimo rilievo giuridico all’embrione umano, non solo definendolo tale sin dalla fecondazione, ma considerandolo anche un «soggetto di primario valore assoluto». Il diritto alla vita, nell’ottica del giudice di Spoleto, non sarebbe adeguatamente tutelato nella legge del 1978, al pari del diritto alla salute, riconosciuto a chiunque possieda una individualità giuridicamente rilevante.

La Consulta connota l’«autorizzazione a decidere». In coerenza con numerose pronunce in tale direzione (da ultima, ordinanza n. 126/2012), la Corte Costituzionale riafferma come, nel procedimento dinnanzi il giudice tutelare, a questo sia attribuito il compito di “autorizzazione a decidere”, un compito che (alla stregua della stessa espressione usata per indicarlo dall’art. 12, secondo comma, l. n. 194/1978) non può configurarsi come potestà co-decisionale, essendo rimessa la decisione – alle condizioni ivi previste – soltanto alla responsabilità della donna. Il provvedimento del giudice tutelare, infatti, «risponde ad una funzione di verifica in ordine alla esistenza delle condizioni nelle quali la decisione della minore possa essere presa in piena libertà morale» (ordinanza n. 514/2002). Pertanto, non essendo il rimettente chiamato propriamente a decidere, o a co-decidere, sulla delicata scelta della interruzione della gravidanza, la denunciata norma non trova applicazione del giudizio a quo. Di conseguenza la correlativa questione di legittimità costituzionale risulta manifestamente inammissibile per irrilevanza.

File sharing e censura: Google oscura (in parte) The Pirate Bay

La Stampa

FEDERICO GUERRINI


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Google ha iniziato ad attuare una forma di censura parziale nei confronti nei confronti del noto sito di file sharing The Pirate Bay. Il nome della pagina non comparirà più nei suggerimenti di ricerca, man mano che si inizia a digitarlo e neppure nei risultati della ricerca instantanea, quella che appare quando si è loggati al proprio account della Grande G. Non è una censura vera e propria dunque ma sicuramente di un segnale forte, nell'ottica di una lotta alla pirateria online che il motore di Mountain View ha molto intensificato negli ultimi tempi. Già a gennaio era scattato un provvedimento simile nei confronti di alcuni celebri siti e programmi di condivisione di Torrent, come BitTorrent, uTorrent, Megaupload (poi chiuso dall'Fbi) e Megafire.

Ad agosto, Google aveva invece annunciato di voler penalizzare il ranking, ovvero la posizione nei risultati di una ricerca, dei siti che avevano ricevuto numerose segnalazioni per violazione del copyright. Il provvedimento nei confronti di The Pirate Bay, che è da tempo interdetto ai navigatori italiani (anche se esistono numerosi modi di aggirare il blocco), può sembrare di carattere minore, tuttavia la rimozione dall'elenco dei siti suggeriti ha portato, nel caso dei siti di Torrent, a un rapido calo degli accessi provenienti dal motore di ricerca, e lo stesso pare stia avvenendo con la Baia dei Pirati. Un portavoce del sito, intervistato dalla webzine Torrent Freak, ha detto comunque di non essere preoccupato del fenomeno. “Non abbiamo notato alcun calo nel numero di accessi provenienti da Google – ha affermato – e anche se si verificasse non sarebbe un problema, perché soltanto una piccola percentuale dei nostri visitatori arrivano dal motore di ricerca”.

Non è comunque un gran bel momento per il sito di sharing, il cui co-fondatore è stato arrestato pochi giorni fa mentre si nascondeva in Cambogia (nella foto Fredrik Neij, a destra, e Gottfrid Svartholm-Warg).
Google continua a invece a camminare sul sottile crinale che gli consente di soddisfare le esigenze dei detentori del copyright, senza inimicarsi troppo quella grossa fetta di utenza propensa a scaricare contenuti protetti senza farsi troppi problemi. Con qualche inevitabile ambiguità: YouTube – di proprietà di Google – è frai i siti che ricevono più segnalazioni per violazione del diritto di autore; a rigore, dovrebbe essere quindi penalizzato nei risultati di ricerca. Sarà così? Improbabile, a dir poco.

Vogliamo entrare al Gp di Monza". E la scorta del ministro Fornero mostra la pistola

Luca Romano - Ven, 14/09/2012 - 13:07

Le guardie del corpo volevano entrare abusivamente alla griglia di partenza. Dopo le resistenze della sicurezza, hanno mostrato le pistole. E sono entrati insieme a una decina di persone




Il potere logora chi non ce l'ha, diceva Charles Maurice de Talleyrand-Périgord. E la scorta del ministro Elsa Fornero ce l'ha e lo ha usato tutto. Dove? Al Gran Premio di Monza. Voleva assistere alla gara dalla griglia di partenza, un'area privilegiate, blindatissima e riservata agli ospiti della Fia (Federazione internazionale dell'automobilismo).

E così, due bodyguards del ministro, domenica scorsa, avrebbero prima tentato di forzare il blocco di sicurezza, poi avrebbero mostrato le pistole. Alla fine, non solo sono riusciti a entrare, ma hanno fatto entrare pure il resto dello staff del ministro e del sottosegretario Staffan De Mistura.

"Quando ieri (giovedì ndr) dall'Inghilterra mi hanno chiamato gli uomini di Bernie Ecclestone per lamentarsi dell'accaduto, ho provato un senso profondo di umiliazione. Non possiamo andare avanti così, ogni anno è sempre peggio. Ma la pistola è troppo. Per il futuro saremo costretti ad adottare il numero chiuso per i politici in griglia", ha detto a Repubblica il direttore del circuito, Enrico Ferrari.

Una delle guardie del corpo del ministro Elsa Fornero ha tirato fuori la pistola. E non perché la maestrina fosse in pericolo, ma per entrare con prepotenza alla griglia di partenza dell’autodromo di Monza. Il fatto che è avvenuto domenica 9 settembre a Monza, è stato riportato da Repubblica.

Fini, Casini e Pisanu: ecco i più ricchi della Casta

Libero

L'Idv Pedica pubblica la lista dei politici più longevi e pagati della Casta. Guida Pisanu, a cento parlamentari oltre 290 milioni


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Hanno guadagnato bene con la Prima repubblica, sono diventati definitivamente ricchi con la Seconda e ora ci riprovano con la terza, perché la pensione si avvicina ma, si sa, in Italia la politica può regalare sempre nuove emozioni. Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini sono tra i primatisti della speciale classifica degli onorevoli paperoni non per patrimonio personale ma per guadagni "istituzionali". Nella lista che verrà presentata dal senatore dell'Idv Stefano Pedica, il leader Udc è in Parlamento da 29 anni e 32 giorni mettendo da parte qualcosa come 4,18 milioni. Alla stessa quota l'amico e (ex?) alleato Fini, oggi presidente della Camera, in Parlamento dal 1983. Possono nascondersi dietro Cose Bianche, Passera, Montezemolo, ma il marchio della Casta ce l'hanno ben impresso sul portafoglio.

Il più ricco è Pisanu - In tutto quelli che Pedica chiama i "centosauri" del Parlamento secondo le stime del Sole 24 Ore si sono portati a casa 291,35 milioni. Tra i cento onorevoli stakanovisti spicca un altro protagonista degli ultimi mesi, Beppe Pisanu: l'ex Dc, oggi al Pdl e grande manovratore nei giorni della caduta di Berlusconi, è il più longevo del gruppo con 38 anni e 88 giorni nei Palazzi di Roma. L'attuale presidente della Commissione parlamentare antimafia avrebbe intascato 5,5 milioni. Massimo D'Alema, già premier, conta 23 anni e 125 giorni di anzianità e un guadagno di 3,36 milioni. E la Lega? E' un partito relativamente giovane, ma il suo ex segretario Umberto Bossi è 21° con 21 anni e 124 giorni di presenza e 3,07 milioni. C'è anche Silvio Berlusconi, premier per tre legislature e presente in Parlamento da 18 anni e 120 giorni con 2,64 milioni. Meno dell'ex ministro del centrosinistra Tiziano Treu (16 anni e 96 giorni) e il presidente del Senato Renato Schifani, con 2,34 milioni.

Bobbio: da pm volevo arrestare Maradona, mi dissero di no per evitare sommosse

Corriere del Mezzogiorno

L'attuale sindaco di Castellammare: «Acquistava dosi enormi di cocaina. Diego andava messo sotto inchiesta»


MaradonaMaradona

NAPOLI — Nell'almanacco del calcio, all'annata 1991, Diego Armando Maradona ha rischiato di far registrare il trasferimento del secolo: dal Napoli al Poggioreale. Nella squadra carceraria. «Perché proprio in quell’anno volevo arrestarlo» ammette Luigi Bobbio, oggi sindaco di Castellammare di Stabia, ieri magistrato della Procura partenopea. Il racconto è finito in un capitolo del libro «Pallone criminale», scritto da Simone di Meo e Gianluca Ferraris. Arrestare Maradona? Scusi Bobbio, ma meanche Palazzi l’avrebbe mai pensato. Che successe all’epoca?
 
«Ero un giovane pm, in servizio da sei anni, e gestivo insieme ad altri due colleghi tutte le indagini che riguardavano il traffico di droga a Napoli. Era il 1991, durante alcune intercettazioni che riguardavano Iovine (boss della camorra; ndr) ci imbattemmo in Maradona. Lui acquistava consistenti quantità di droga che consumava o cedeva ad alcune prostitute che incontrava all'hotel Paradiso. Siccome l'approvvigionamento di sostanze stupefacenti si rivelò una prassi consolidata, chiesi al procuratore capo di Napoli di autorizzare l'arresto del calciatore».

E Vittorio Sbordone, che ricopriva quel ruolo, le disse di no. Lui temeva una sollevazione popolare a Napoli?
«Il diniego di Sbordone fu legittimo perché era nelle sue facoltà dire di no. La sua valutazione era sicuramente legata a ragioni di opportunità ambientale, ma anche all'idea che si potesse procedere nell'inchiesta con Maradona a piede libero. Secondo me, invece, avremmo cavato di più da quell’indagine se avessimo arrestato Maradona».
Luigi BobbioLuigi Bobbio

Rischiando, però, di scatenare una rivoluzione tra i tifosi. «Ero pronto a subirne le conseguenze. Sono ancora convinto oggi che in una inchiesta giudiziaria i motivi di opportunità esterna debbano restare fuori». L’inchiesta dimostrò che il calciatore faceva uso costante di droga, ma cambiò anche il suo rapporto con il calcio.  «Da quelle indagini emerse un Maradona diverso, dedito in maniera assidua alla droga. Ma non fu solo quello che mi sorprese. C'era dell'altro. Un elemento che ha contribuito ad allontanarmi dal calcio. Perché fino a quel momento ero un tifoso acceso del Napoli e un innamorato del pallone. Poi mi sono completamente disinteressato a questo sport».

Cosa accadde?
 
«Quasi negli stessi giorni Maradona venne sottoposto a test antidroga da parte nostra e da organismi calcistici. Noi lo abbiamo sempre trovato positivo alla cocaina, la commissione antidoping no».

Quindi?
 
«Forse c’è stata copertura da parte del mondo del calcio».

Felice Naddeo
14 settembre 2012

IPhone 5 più leggero e sottile, lo schermo si allarga: tutto qui? In Italia dal 28 settembre

Il Messaggero
di Flavio Pompetti


Le specifiche tecniche dell'iPhone 5
NEW YORK - È più leggero e più sottile, ma allo stesso tempo più largo e più potente. Ha un processore A6 con velocità doppia rispetto al passato, che gli permette di volare con un tocco di dito su un paesaggio, o ospitare giochi complessi come Real Racing 3. Ha un caricabatterie a soli 8 spinotti (erano 30) e una lente fotografica da 720p HD di classe televisiva, ed è capace di alimentare un'intera giornata lavorativa di conversazioni ininterrotte (8 ore), o 225 ore di standby. Gli ospiti che sono accorso ieri alla conferenza californiana della Apple sono stati accolti da una bordata di dati e di numeri che definiscono il nuovo telefono mobile iPhone 5. Il portatile ha uno schermo maggiorato di 1,25 cm, quanto basta per ospitare una colonna in più di icone, o di nuove applicazioni. A parte questo, null'altro è cambiato nell'estetica generale (guarda le immagini in anteprima): stessa superficie nera incorniciata in bianco, stesso vetro e alluminio nei materiali, prezzi più o meno stabili.





Tutto qui? Continuavano a chiedersi i tanti esperti che da giorni, da settimane cercavano di anticipare il contenuto della conferenza del nuovo ad dell'azienda Tim Cook. Tutto qui? Si è chiesta la borsa di Wall Street, che per tutta la mattinata aveva danzato intorno al titolo in eccitata attesa, e che ha atteso per due ore la fine della cerimonia prima di pronunciare il proprio disappunto con una leggera flessione. L'attesa per un nuovo prodotto si è prolungata fino alla calata del sipario, quando era ormai chiaro che non c'erano altre sorprese nel sacco. Nel frattempo però chi seguiva il resto dei listini di Wall Street e del Nasdaq si è reso conto che ogni volta che un nuovo elemento tecnologico veniva annunciato a bordo del contenitore iPhone, il titolo schizzava in alto, a confermare il vero giudizio conclusivo sulla conferenza: il cellulare della Apple è una tale presenza iconica nel mercato, che anche le più piccole variazioni hanno ripercussioni esponenziali sull'economia globale.

TUTTE LE NOVITA' RIASSUNTE IN UN ARTICOLO

A partire dal prossimo venerdì, data di primo accoglimento degli ordini, lo tsunami dell'iPhone5 investirà gli Usa, il Canada, il Regno Unito, la Francia, la Germania, l'Australia, Hong Kong e Singapore; il 28 settembre arriverà in Italia; entro la fine dell'anno sarà disponibile in 100 paesi. La casa di Cupertino realizza al momento il 70% del suo intero fatturato con questa singola linea di prodotto, e il successo del lancio è cruciale: l'obiettivo sono 10 milioni di ordini nei prossimi dieci giorni. Nel tentativo di garantirli la Apple offre con il nuovo portatile un contenitore di software più evoluto e sofisticato del suo predecessore, ma che per la prima volta non introduce tecnologia inedita, se si eccettua il nuovo disegno arrotondato degli auricolari "earpod". Si ha piuttosto l'impressione che la Apple per la prima volta si trovi a rincorrere la concorrenza, ad esempio con l'adozione dello standard di comunicazione 4G LTE che Android ha già reso popolare presso milioni di consumatori.

Guarda il video della prestazione ufficiale



Giovedì 13 Settembre 2012 - 10:55
Ultimo aggiornamento: 15:30

Il cane più fedele del mondo: per 6 anni sulla tomba del padrone

Il Messaggero


La pagina del Daily Mail con la storia del cane
ROMA - Una storia davvero da film: un cane così fedele che da sei anni si rifiuta di lasciare la tomba del padrone, morto nel 2006.La vicenda di Capitan - raccontata dal Daily Mail - sta commuovendo tutto il web: un giovane pastore tedesco, Capitan, era improvvisamente scomparso da casa, una settimana dopo il funerale del suo padrone. Tornata poi al cimitero, nella cittadina di Villa Carlos Paz, in Argentina, la famiglia ha trovato una sorpresa: il cane era proprio lì, a vegliare su quell'“umano” che non voleva proprio abbandonare.
 
Ora di Capitan si occupano gli addetti alla manutenzione: durante il giorno il cane si aggira nei paraggi, ma a sera torna immancabilmente a vegliare sul suo padrone. «Ho cercato di portare a casa Capitan diverse volte», ha dichiarato il figlio del defunto, «ma riesce sempre a tornare al cimitero, credo voglia rimanere lì fino alla morte».


Giovedì 13 Settembre 2012 - 17:47
Ultimo aggiornamento: 17:53

In rosso la Casaleggio e Associati, I conti (che non tornano) del guru del web

Corriere della sera

La società realizza e vende software, prodotti editoriali e multimediali, come i dvd di Grillo e Marco Travaglio

Una foto di archivio di Gianroberto Casaleggio Una foto di archivio di Gianroberto Casaleggio

Mentre volano in alto i consensi, almeno secondo i sondaggisti, per Beppe Grillo e il suo MoVimento 5 Stelle, crollano i conti di Gianroberto Casaleggio, lo spin doctor del comico genovese finito di recente nella bufera per le dichiarazioni (il famoso e discusso fuorionda) di Giovanni Favia, consigliere regionale grillino in Emilia Romagna.

I CONTI - Il guru milanese è anche presidente (e titolare con il 28,5%) della Casaleggio Associati, andata in rosso nel 2011 per la prima volta dalla fondazione nel 2004. Infatti, l’ultima riga del conto economico, come ha rivelato il sito del settimanale Il Mondo, espone una perdita di 57.800 euro. Un bel balzo indietro rispetto all’utile da 87 mila euro di un anno prima. Per non parlare di quando (era il 2007) i profitti superavano i 660 mila euro. E il fatturato viaggiava attorno ai 2,5 milioni. Adesso, invece, il giro d’affari è calato: i ricavi si sono fermati a quota 1,4 milioni. La società realizza e vende software, hardware, prodotti editoriali e multimediali come i dvd, per esempio quelli di Grillo o Marco Travaglio. Inoltre, fa consulenza per il marketing politico abbinato al web. Però, dal bilancio non è possibile sapere quanta parte del fatturato derivi dalla vendita (anche al dettaglio) e quanta dal consulting. In ogni caso, per coprire le perdite Casaleggio e soci (tra i quali il figlio Davide) hanno deciso di usare parzialmente il credito che vantavano nei confronti della società per utili del passato, ancora da distribuire.

Fabio Sottocornola
13 settembre 2012 | 21:27

Il maritozzo che si può mangiare

La Stampa
ROCCO MOLITERNI



Se in Piemonte non c’è colazione senza croissant, in Sicilia senza brioche con il gelato, nel Lazio e a Roma è il maritozzo con o senza panna a farla da padrone. In quella che era la Caput Mundi anche il maritozzo ha nobili origini nel senso che fin dai tempi dell’Impero romano esisteva una sorta di pagnottella lievitata (in genere allora si accompagnava con il miele) che può essere considerata la madre di tutti i maritozzi.

Nel medioevo pare che la ricetta sia stata variata per accogliere all’interno anche frutta candita, uvetta o pinoli. Come spesso accade in gastronomia, sull’origine del nome esistono versioni discordanti. Secondo alcuni era un dolce che gli uomini donavano alle donne nel periodo del fidanzamento, ossia di quello che a Roma si chiamava maritaggio e le donne in onore del futuro marito presero a chiamarlo maritozzo.

Secondo altri erano sì gli uomini a donarli, ma solo il primo venerdì di marzo di qui anche il nome di quaresimale con cui vengono da qualche parte chiamati (oggi però si consumano tutto l’anno). Secondo un’altra tradizione erano invece le ragazze a prepararli e a portarli in piazza e ovviamente chi faceva i migliori panini aveva più possibilità di attirare l’attenzione di qualche futuro marito. Ossia aveva più chance di trovare un «tozzo» di marito.

Il Sole senza colpe», il modello che scagiona la stella come causa del cambiamento climatico

Corriere della sera

Nell’aumento della temperatura prevale l’azione umana con i gas che immette nell’atmosfera


Tra il Sole e la Terra c’è un rapporto strettissimo dall’inizio della storia del sistema solare e non soltanto quando ci sono delle eruzioni sull’astro che scatenano tempeste geo-magnetiche sul nostro pianeta. I ritmi della Terra sono condizionati e influenzati storicamente dal flusso della radiazione solare, nel bene e nel male. Lo documentano senza ombra di dubbio le tracce che i geologi scoprono da decenni.

IL DIBATTITO - Ma il dibattito negli ultimi anni si era spostato soprattutto sul fronte del Sole come causa del cambiamento climatico secondo alcuni, in contrapposizione a coloro che vedevano invece una preponderanza dell’azione umana. Numerose ricerche hanno approfondito la questione e anche di recente studi pubblicati dalla Royal Society londinese hanno sostenuto come la responsabilità dell’astro non esista o sia molto limitata rispetto al consistente e notevolmente accelerato fenomeno del riscaldamento ambientale. Ora un’ulteriore indagine italiana condotta con un metodo diverso all’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr porta nuove prove in favore dell’astro chiarendo l’evoluzione del rapporto Sole-Terra.

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IL MODELLO - Partendo da un modello teorico sviluppato dal Premio Nobel Clive Granger è stato possibile valutare gli effetti nel tempo della radiazione solare comparandoli con quelli dell’immissione dell’anidride carbonica. Il risultato pubblicato su “Environmental Research Letters” fotografa in modo chiaro quanto sta accadendo. “Siamo partiti da un modello concepito da Granger per l’economia ma applicabile ad altre situazioni perché nella complicata questione ambientale è bene cercare risposte per vie diverse – spiega Antonello Pasini che con Umberto Triacca e Alessandro Attanasio, ha condotto l’indagine -. E in effetti i dati emersi sono eloquenti e garantiscono sostanza alle valutazioni solo descrittive compiute negli ultimi anni”.

LE ELABORAZIONI - In pratica, le nuove elaborazioni mostrano come fino agli anni Cinquanta dello scorso secolo il peso del Sole fosse rilevante nelle modificazioni climatiche. Invece a partire dagli anni Sessanta l’influenza progressivamente decadeva fino quasi a scomparire nel decennio successivo. Naturalmente continua ad esserci, ma prevale nell’aumento della temperatura l’azione umana con i gas che immette nell’atmosfera come testimonia in modo inequivocabile la linea blù del grafico che sintetizza il risultato. “Negli ultimi decenni – sottolinea Pasini –la causa solare si è attenuta mentre quella antropica è diventata determinante. Quindi i gas serra e le altre influenze generate dalla popolazione mondiale sarebbero oggi tanto forti da oscurare la causa solare”.

Giovanni Caprara
13 settembre 2012 | 18:26

Pagamenti, slitta l'obbligo di bancomat Rc auto, stop al rinnovo tacito

Il Messaggero
di Michele Di Branco

Detrazioni fiscali per chi investe nelle società innovative


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ROMA - In un solo decreto legge, che dovrebbe essere esaminato dal Consiglio dei ministri già domani, il governo ha messo insieme le misure relative all’Agenda digitale(dal documento elettronico unificato al fascicolo sanitario con la storia clinica di ciascun cittadino) con quelle destinate a favorire lo sviluppo. E ci saranno importanti novità anche in materia di assicurazioni, con la cancellazione del rinnovo tacito per le polizze Rc auto. L’ultima bozza, che dovrebbe essere quasi definitiva, è composta di 86 articoli. Bancomat obbligatorio. Il governo conferma il progetto di rendere obbligatorio l’uso del bancomat da parte dei commercianti. Ma la novità scatterà dal 2014 e non dall’anno prossimo come era invece filtrato qualche giorno fa.

Lo slittamento serve a guadagnare tempo utile per consentire agli esercenti di dotarsi del Pos (mancano all’appello 2 milioni) e per far scendere le commissioni bancarie che gli istituti incassano per le transazioni mediante moneta elettronica. Nella bozza del decreto sviluppo è scomparso anche il limite di 50 euro all'utilizzo di contante. «Con uno o più decreti del Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, sentita la Banca d'Italia – si legge nella norma – vengono disciplinati gli eventuali importi minimi, le modalità e i termini, anche in relazione ai soggetti interessati, di attuazione della disposizione».

Rinnovo annuale polizze. Nel settore Rc auto, le clausole di tacito rinnovo dei contratti stipulati prima del decreto non valgono e, in questo caso, le imprese dovranno comunicare per iscritto ai clienti «la perdita di efficacia delle clausole di tacito rinnovo con congruo anticipo rispetto alla scadenza del termine». Detrazioni fiscali start up. Arrivano incentivi all'investimento per le aziende innovative.

Per gli anni 2013, 2014 e 2015, all'imposta lorda sul reddito delle persone fisiche «si detrae un importo del 19% della somma investita dal contribuente nel capitale sociale di una o più start-up innovative direttamente o attraverso organismi di investimento collettivo del risparmio». Inoltre, nell'ambito del fondo di garanzia per le pmi «viene istituita una sezione speciale, con una dotazione di 50 milioni di euro, riservata alla concessione, a titolo gratuito, di garanzie su operazioni di debito e di partecipazione nel capitale di rischio a favore della nascita e del consolidamento di start-up innovative».

Incentivi a e-commerce. Tra le novità c’è anche uno sconto fiscale per favorire lo sbarco delle medie imprese nel settore. La bozza del decreto non specifica l'entità dello sconto ma impone, come condizione per ottenere gli sgravi, che le operazioni di cessione sui mercati internazionali vengano effettuate attraverso transazioni elettroniche.



Giovedì 13 Settembre 2012 - 14:34

Timidi o temerari, dipende dalla grandezza del cervelletto

La Stampa

La secondacategoria ce l'ha particolarmente sviluppato

roma

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Avidi di novità e pronti ad esplorarle, temerariamente proiettati verso l’esterno, o timorosi, prudenti e timidi? Due tipologie di temperamento opposte, che oggi sappiamo essere collegate alla grandezza del cervelletto. La prima categoria di persone infatti ha questa parte del cervello particolarmente sviluppata, la seconda di dimensioni sensibilmente minori. È il risultato di uno studio realizzato da ricercatori dell’Irccs Fondazione S.Lucia e dell’Università Sapienza di Roma, che “certificà” come il cervelletto giochi un ruolo chiave nella determinazione delle differenze individuali di personalità. Fino ad ora si era ritenuto che l’organo in questione fosse implicato sostanzialmente nelle funzioni motorie e cognitive, e più recentemente in quelle affettive, ma non era mai stato associato alla personalità.
Lo studio, appena pubblicato sulla rivista Human Brain Mapping, è il primo che affronta questa relazione. I ricercatori hanno raccolto dati da un campione molto ampio di soggetti sani, combinando tecniche di neuro-immagine strutturale e misure di personalità legate ai tratti temperamentali, descritti nella “Scala di Temperamento e Carattere” di Cloninger, padre del modello bio-psico-sociale della personalità. Secondo questo modello mentre il carattere è influenzato dal contesto ambientale ed educativo, il temperamento è geneticamente determinato. Tra le dimensioni di temperamento, quelle di ’Novelty Seeking’, ovvero la predisposizione a ricercare/esplorare la novità, e ’Harm Avoidancè, ovvero la predisposizione ad essere cauti ed inibiti, sono le dimensioni fondamentali che guidano le nostre risposte agli stimoli ambientali, spiegano i ricercatori. La ricerca ha dimostrato che coloro che avevano una maggiore tendenza all’esplorazione ed erano maggiormente incuriositi dalle novità avevano volumi del cervelletto più grandi.
Al contrario, i più propensi a essere preoccupati, timidi, riservati e timorosi di tutto ciò che è inusuale avevano volumi del cervelletto più piccoli. «Nell’investigare da un punto di vista strutturale le regioni cerebrali più probabilmente associate con gli stili di personalità - dicono i ricercatori - una questione preliminare risulta quella di determinare come le strutture, specificatamente in termini di volume, possano essere collegate alle funzioni. La domanda è: un volume più grande della media per una determinata area può significare maggior potenza per svolgere specifiche funzioni?». Ebbene, in questo caso la risposta è si. Infatti, il cervelletto che guida l’esplorazione in ambienti nuovi, permettere un rapido passaggio da un compito ad un altro, supporta un veloce adattamento alle situazioni che cambiano, e appare correlato - per quello che riguarda il suo volume - con un tratto di personalità caratterizzato proprio da una maggiore enfasi su questi aspetti.
Insomma, un soggetto caratterizzato da uno spiccato comportamento di ricerca del nuovo in tutte le sue forme, che di continuo cerca situazioni non familiari e volentieri esplora ambienti mai visti, richiede al suo cervelletto un grande impegno, cosa che potrebbe portare ad allargarne il volume. Al contrario, un soggetto caratterizzato da un comportamento preoccupato e ansioso nei riguardi di tutto ciò che non conosce, inibito e riservato, richiede al suo cervelletto poco impegno, cosa che - concludono gli autori - potrebbe portare a ridurne il volume.

L’ispettorato denuncia “Un lavoratore su dieci è in nero”

La Stampa

Controllate oltre cinquemila aziende
marina cassi
torino

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Il numero è drammatico: in Piemonte un lavoratore su dieci è in nero. Lo rivela l’Ispettorato del Lavoro dopo decine di visite in fabbriche, cantieri, negozi, aziende agricole dove ha trovato 1272 fantasmi,. E non basta: due su tre non sono del tutto regolari: lo hanno rilevato gli ispettori del Lavoro piemontesi che tra gennaio e giugno hanno effettuato controlli in 5.283 aziende con un totale di i 13.478 lavoratori. I numeri sono impressionanti e testimoniano di un fenomeno drammatico che continua anche negli anni della crisi. In 2061 aziende - pari al 39% del totale di quelle ispezionate - sono state accertate situazioni irregolari relative a 4873 lavoratori.

Gli irregolari
Il tasso di irregolarità è del 36%, mentre 1272 lavoratori sono risultati totalmente in nero e quindi del tutto privi di copertura assicurativa e previdenziale. Le principali violazioni riguardano l’orario di lavoro (1493), la sicurezza (824) e illecita intermediazione di manodopera (590). Secondo il direttore dell’Ispettorato, Luigi Corrente, «i controlli effettuati hanno consentito di accertare il mancato pagamento di contributi previdenziali e premi Inail, non versati, per un importo pari a quasi 8,5 milioni di euro». E le sanzioni comminate ammontano a circa 4 milioni e 800 mila. 

Falsi contratti
Sono stati, inoltre, scoperti 327 rapporti di lavoro autonomo fittizi; quei lavoratori erano di fatto subordinati anche se figuravano come autonomi. Tutti i settori sono interessati dal fenomeno della irregolarità. Ma il peggiore sembra essere il terziario dove su 2923 ispezioni sono venuti fuori 906 lavoratori del tutto in nero. Un numero elevato come alto è anche quello dell’industria con 142 fantasmi in 749 ditte. E naturalmente molto nero si annida nell’edilizia: 196 lavoratori in 1524 aziende. Persino l’agricoltura ha i suoi problemi: 28 irregolari in 87 aziende. 

La sicurezza
Parallelamente all’ordinaria attività di vigilanza l’Ispettorato ha realizzato alcuni programmi particolari. Sono state ispezionate fiere, eventi culturali, mostre. Tutto questo per verificare «le condizioni di sicurezza e di regolarità delle imprese impegnate nell’allestimento delle strutture necessarie come palchi per i concerti musicali, stand». E controlli sono stati fatti anche nelle zone destinate alla ristorazione spesso annesse alle mostre e alle fiere. Per l’edilizia è in corso l’operazione «mattone sicuro» che ha coinvolto nelle ispezioni anche i cantieri delle grandi opere.

La residenza? Ora la cambiano in 2 giorni

La Stampa


Le variazioni anagrafiche, grazie al d.p.r. n. 154/2012 pubblicato in G.U. il 10 settembre, saranno più snelle e veloci. Ci vorranno solo 2 giorni per ottenere una nuova residenza, anche se il comune ne ha altri 45 per fare tutte le verifiche del caso. L’entrata in vigore del d.p.r. n. 154/2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 10 settembre, n. 211 è prevista per il 25 settembre 2012.

2 giorni per cambiare residenza. «2 giorni lavorativi dalla data di ricezione delle comunicazioni dello stato civile o dalle dichiarazioni rese», queste sono le testuali parole inserite nel d.p.r. n. 154/2012. In pratica, gli ufficiali di anagrafe dovranno procedere alla registrazione delle dichiarazioni effettuate dai cittadini entro 2 giorni lavorativi. Fanno eccezione, chiaramente, eventuali casi di nullità come il vizio della firma.
45 giorni per effettuare le verifiche. Dalla presentazione della domanda l’ufficio anagrafe ha 45 giorni per poter fare tutti gli accertamenti e le verifiche necessarie. Oltre questo termine, la dichiarazione di residenza si deve ritenere accolta secondo il principio del silenzio-assenso.

Il cambio rispetto alla precedente normativa è netto. Infatti, prima della riforma indotta dal decreto semplificazioni, i Comuni procedevano con degli accertamenti preventivi e, in caso di esito positivo, concedevano (retrodatandola al momento della domanda) la residenza. Ora è l’opposto: prima si concede la residenza entro 2 giorni dalla domanda e, poi, entro 45 giorni, si fanno gli accertamenti. E se l’esito delle verifiche è negativo? A quel punto «l'ufficiale d'anagrafe provvede al ripristino della posizione anagrafica precedente».

Entro 5 giorni lavorativi il vecchio comune deve inviare eventuali rettifiche. Il d.p.r. stabilisce che il comune di provenienza degli interessati, sulla base dei dati anagrafici in suo possesso, deve inoltrare telematicamente al comune di nuova iscrizione - entro 5 giorni lavorativi - le eventuali rettifiche ed integrazioni dei dati ricevuti, unitamente alla notizia di avvenuta cancellazione.

Arriva anche la scheda individuale. A ciascuna persona residente nel comune – si legge ancora nel d.p.r. - deve essere intestata una scheda individuale, conforme all'apposito esemplare predisposto dall'ISTAT, sulla quale «devono essere obbligatoriamente indicati il cognome, il nome, il sesso, la data e il luogo di nascita, il codice fiscale, la cittadinanza, l'indirizzo dell'abitazione». Nella scheda è altresì indicata la paternità e la maternità, gli estremi dell'atto di nascita, lo stato civile, ed eventi modificativi, «nonché estremi dei relativi atti, il cognome e il nome del coniuge, la professione o la condizione non professionale, il titolo di studio, gli estremi della carta d'identità».

È bene precisare, comunque, che le nuove regole avranno effetto a partire dal prossimo 25 settembre.

Da mendicante a miliardario Lo zampognaro della Ciociaria che ha conquistato Stoccolma

La Stampa

La storia di Giuseppe Cocozza: "Una vita di tristezza e sacrifici, ma anche tante gioie e successi. Così sono diventato «Paperone»"

FRANCESCO SAVERIO ALONZO
stoccolma

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Potrebbe essere il tessuto di un romanzo di Charles Dickens o di Victor Hugo la vita di Giuseppe Cocozza, ciociaro del paese di San Biagio Saracinisco, arrampicato su uno sperone di roccia, ma è una storia vera. All’età di dieci anni, il piccolo “Peppenucce” girava per l’Italia del dopoguerra suonando la fisarmonica a fianco della madre che reggeva la gabbia in cui il pappagallino estraeva i “biglietti della fortuna”. Era una vita grama, da mendicante sempre affamato, ridotto a dormire dove capitava. In Sardegna sotto le stelle, dentro i nuraghe, altrove in qualche portone o sotto un ponte. E il piccolo fisarmonicista ne aveva viste di peggio: paesani falciati con i mitra dai tedeschi, la distruzione dell’abbazia di Montecassino, la deportazione in Germania con la famiglia dove aveva sofferto la fame  e i maltrattamenti.

Eppure quel ragazzino non si era dato per vinto e, nonostante le difficoltà in un paesino i cui abitanti erano costretti a girare per il mondo da “zampognari” per racimolare qualche soldo oltre ai magri proventi di una terra avara e di un’esigua pastorizia, aveva continuato a studiare quando e come poteva e a perfezionarsi nella musica.Un giorno decise di raggiungere in Svezia certi parenti che vivevano discretamente fabbricando figurine di gesso che poi vendevano nelle fiere e nei mercati. Era un artigianato umile e logorante, ma Giuseppe vide, nel mondo del commercio la possibilità di sviluppare il proprio spirito di iniziativa e si dette subito da fare per organizzarsi come venditore di orsacchiotti e palle di segatura che faceva venire dall’Italia.  S’innamorò di una sua compaesana, Anna, e i due si sposarono appena diciottenni. “Follia!” esclamò qualcuno.

Ma non aveva fatto i conti con la forza di volontà, l’intelligenza e l’energia dei due giovani. In breve, Giuseppe ed Anna misero in piedi una ditta fiorente che acqustava merce in ogni parte del mondo, rivendendola con otimi guadagni.  Ma Giuseppe Cocozza non si accontentava piú di ciò che riusciva a raccogliere restandosene in Svezia e si mise a girare il mondo intero alla ricerca di quegli articoli che sapeva di poter vendere. I suoi viaggi lo portarono - e lo portano ancora – nei paesi piú lontani. Fu uno dei primi commercianti occidentali ad avventurarsi nella Cina in piena “rivoluzione culturale” ( conserva ancora il libretto di Mao che gli regalò una giovane guardia rossa) e nella Corea del Nord, a quei tempi ancor piú sigillata di adesso. La sua sfera di affari si allargò a macchia d’olio e la sua attività estese con l’apertura di diversi saloni di esposizione.

Ormai lo conoscevano tutti e sapevano che potevano fidarsi di quell’italiano energico ed onesto. Cocozza era diventato ricchissimo, un vero “Paperone”, ma non si dava delle arie e non dimenticava il tempo in cui aveva fatto la fame. Investiva il denaro nel mattone e continuava a lavorare dalla mattina alla sera come un qualsiasi suo dipendente. Ma non si deve credere che i suoi interessi si arrestassero al puro commercio. Ovunque andasse, egli studiava storia, usi e costumi dei paesi in cui si trovava, andava a visitarne i monumenti,  i musei, le gallerie d’arte, le antiche rovine e stringeva amicizie con rappresentanti della politica e della cultura. E non tralasciava di coltivare la sua grande passione che è la musica ed ogni occasione era buona per assistere a rappresentazioni operistiche.

Poteva essere La Scala a Milano, l’Arena a Verona, il “San Carlo” a Napoli, il Metropolitan a New York o il Covent Garden a Londra. Si commuove al ritmo nostalgico del “fado” in Portogallo ed inneggia alla sua regina, Amalia Rodrigues. Incontra personaggi famosi come Luciano Pavarotti, Placido Domingo, Frank Sinatra e molti altri, ma si lascia incantare anche dai “grandi” scomparsi. Desinando sulle rive del Mincio, il suo pensiero ricorre a Virgilio e, in visita a Capri, non può fare a meno di ricordare l’opera umanitaria e letteraria di Axel Munthe. Percorre la Cina in lungo e in largo, dalla famosa muraglia al monastero di Potala nel Tibet, dalla città proibita alle tombe dei guerrieri di terracotta. E lo troviamo in Vietnam, in Mongolia, e ovunque sempre ansioso di apprendere, di conoscere.

Tutte queste sue esperienze sono state ampiamente descritte, con un ricchissimo corredo di fotografie e di cartine geografiche, in un poderoso volume di oltre 800 pagine, una specie di “Il milione” dell’età nostra che questo novello Marco Polo ha scritto in prima persona, rendendolo accessibile sia in svedese sia in italiano. Il suo patrimonio milairdario si è ampliato sempre piú grazie ad un fiuto sensibilissimo e una vitalità incredibile in un uomo ultrasettantenne. Dicono che ormai sia padrone di mezza Linköping, la città dove abita. E i figli avuti dalla lunga unione con l’amatissima Anna, ancora al suo fianco, non gli sono da meno. Michael ha costruito tutta la nuova zona modernissima, quasi futuristica di Stoccolma “Hammarby Sjöstad”  e anch’egli naviga nell’oro.

La figlia Madeleine è laureata in psicologia ed è rettore agli studi dell’Università di Linköping, mentre l’altra figlia, Helene, è prete e maestra cantora nonchè organista. Riassumendo la sua vita, “Peppenucce” Cocozza dice, con la sua consueta modestia: “Mi felicito nel riandare col pensiero alla mia vita trascorsa, ricca di tristezza, di sacrifici, di gioie e di successi. Per essere nato nel paesetto montano di San Biagio, penso di essere riuscito abbastanza bene nella vita. Ero destinato a diventare pastore, contadino, suonatore ambulante, oppure, il che è più credibile, un tuttofare come mio padre. Però, come disse Wellington: nascere in una stalla non significa essere un cavallo.”

Boom del digitale e prezzi alti" Fujifilm dice addio alla pellicola

La Stampa

Rivoluzione nel cinema

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Fujifilm dice addio alla pellicola cinematografica dopo quasi 80 anni a causa del crollo della domanda e dei margini, dell'impennata dei costi delle materie prime e, soprattutto, della concorrenza del digitale. Dalla primavera 2013, il colosso nipponico, le cui attività spaziano ora dalle fotocamere alle stampanti per foto e per il medicale, manderà in pensione le attività gestite in via continuativa dal 1934, anno della sua fondazione, fermando la produzione dell'impianto di Ashigara, prefettura di Kanagawa. Fujifilm, che sta accettando gli ultimi ordini da aziende e laboratori, continuerà a sviluppare le pellicole speciali di conservazione archivistica, almeno per l'immediato futuro.

Nel cinema le macchine digitali per filmare hanno preso il sopravvento, sia per le enormi possibilità di modifiche durante l'editing sia per la distribuzione molto più semplice. La compagnia non ha fornito l'entità del fatturato generato dalle pellicole ma, pur avendo attualmente di fatto il monopolio in Giappone, ha spiegato che è difficile centrare una domanda sufficiente da mantenere la redditività, soprattutto dopo l' annuncio dei rialzo dei prezzi di luglio. Eastman Kodak vanta a livello mondiale la quota di mercato maggiore, pari a circa il 55%, mentre Fujifilm e Agfa-Gevaert, detengono, rispettivamente, circa il 35% e il 10%, collocandosi così al secondo e terzo posto. Il mercato della pellicola cinematografica ha registrato lo scorso anno una contrazione del 70% rispetto al picco del 2007.

Ecco il lesula, la scimmia dal volto umano

Corriere della sera

Scoperta in Congo da due ricercatori americani una specie fin qui ignota: non accadeva da 28 anni

II Cercopithecus lomamiensis, altrimenti noto come il lesula II Cercopithecus lomamiensis, altrimenti noto come il lesula


Cinquanta centimetri circa, una corporatura smilza e allungata, un volto assai singolare e un carattere tranquillo e socievole. È la carta d'identità del lesula, altrimenti noto con il nome scientifico Cercopithecus lomamiensis, nuova specie di scimmia rinvenuta nella cuore della foresta africana, nella Repubblica del Congo.

NE HANNO INDIVIDUATI 48 - L'hanno trovata una coppia di ricercatori americani, John e Terese Hart, che videro per la prima volta un lesula in cattività nel 2007, nella casa di un insegnante: di lì, decisero di individuare altri esemplari, ma in libertà. Gli Hart hanno fin qui contato 48 lesula, in una zona di circa 17.ooo chilometri quadrati nella foresta nel medio corso del fiume Lomami, una regione con una grande varietà di primati: in 28 anni, è la seconda volta che in Africa viene scoperta una nuova specie di scimmia.

Redazione Online13 settembre 2012 | 13:57

Bimbo muto riprende a parlare per raccontare le favole al gatto

La Stampa

zampa
Grazie a Jessi, felina di due anni, un bimbo affetto da mutismo selettivo ha ripreso a parlare


Lorcan tiene tra le sue braccia Jessi

 

inghilterra

Dalla bocca la sua voce è sfuggita esclamando "Ti amo".

Lorcan Dillon è un bambino di sette anni affetto da una malattia denominata "mutismo selettivo", patologia che gli impedisce di parlare ed esprimere le emozioni. Un giorno come tanti, però, il ragazzo ha esclamato la frase d'affetto guardando la sua inseparabile gatta Jessi.  La madre Jayne, euforica nell'udire per la prima volta la voce di suo figlio dopo tanti anni, non poteva crederci. Il bambino viveva da tempo in uno stato di mutismo, chiuso in un mondo silenzioso in cui c'era posto solo per lui. Jessi, entrata in famiglia da due anni, però, è riuscita a ricavarsi un piccolo posto in quel mondo, e così il bambino gli ha parlato per la prima volta.

Jessi è diventata famosa, molte tv si sono interessate al caso e riflettori si sono accesi su di lei, ma mentre molti gatti sarebbero scappati di fronte agli estranei, lei non si è mai mossa dal fianco di Lorcan. La madre del bimbo ha affermato, come riportato dal quotidiano inglese Daily Mail, che il gatto «sembrava capire che il suo ruolo è quello di rimanere accanto a Lorcan, è un gatto con uno straordinario senso del dovere» -la donna continua- «l'altro giorno ho trovato Lorcan che leggeva una favola a Jessi, e lei è lì che lo guarda stando ad ascoltare». Lorcan era un bambino sano, caduto in questa forma di mutismo a circa tre anni, i genitori sperano ora che il bambino superi la malattia e torni a parlare, non solo con il gatto.

I superbi

La Stampa

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YOANI SANCHEZ


Corridoi affollati, persiane che lasciano passare il caldo e dalle imposte fanno circolare appena la brezza. Sono le dieci del mattino in ogni ufficio, in tutti i luoghi dedicati al pubblico di questa Isola lunga e stretta che ha la forma di una lista d’attesa. Un funzionario chiama per nome e cognome chi attende, controlla i documenti, fa passare da un piccolo cubicolo composto da pareti di carton gesso. Verso mezzogiorno, una signora che indossa abiti e scarpe impeccabili attraversa il salone, il direttore in persona la riceve subito, facendola accomodare nel suo ufficio. Quando esce, qualcuno mormora: “È la figlia del generale Tal de Tali… per questo non deve attendere”.

Nuevo Vedado, vecchi edifici di cemento si alternano a condomini dai giardini spaziosi e alte cancellate. “Di chi è quella?”, chiede il bambino curioso che percorre per la prima volta quella strada. I genitori sorridono, aggrottano le sopracciglia e finalmente rispondono: “Quella la dettero alla madre di un comandante sceso dalla Sierra, ma adesso ci abitano i suoi nipoti”. All’incrocio successivo, un anziano conversa sul marciapiede con un vicino di casa. Il piccolo curioso si avvicina e riesce a sentire una parte del dialogo: “Vado da mio cugino che è capitano di polizia perché gli faccia un po’ di paura, per vedere se smette di mettere la musica così alta”. Quando la curiosa famiglia svolta verso calle Tulipán, un auto non concede la precedenza. Al volante c’è un altro superbo di “sangue blu”, consapevole che non prenderà mai una multa per non aver osservato un segnale di “stop”.

La stirpe, l’albero genealogico, il compartire geni con altre persone, nella Cuba di oggi è un importante salvacondotto che apre tutte le porte. Il nepotismo non si manifesta solo nell’ambiente lavorativo o nella distribuzione di certi incarichi politici. Essere “parente di…” velocizza le pratiche, rende limpide le fedine penali, posiziona nei posti più alti delle graduatorie per ottenere appartamenti o auto, rende possibili le degenze nei migliori ospedali, fa entrare nelle scuole più gradite e agevola persino la rapida cremazione di un parente defunto. La parentela può essere la carta del trionfo o del fallimento, l’elemento per cui in molti collegi tollerano le pretese di uno studente mentre non sopportano le richieste di un altro allievo. Chi vorrebbe mai infastidire il potente papà? Perché complicarsi la vita dicendo “no” alla capricciosa sorella del generale? Chi oserà far attendere un servizio al nipote di un alto dirigente? Tutti sanno che la collera quando proviene dall’Olimpo, prende forma di raggio, di tuono che può togliere impieghi, creare problemi e rovinare promettenti carriere.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi