sabato 15 settembre 2012

IPhone 5, Avvenire contro Apple «E' razzismo tecnologico» E intanto volano gli ordini

Il Messaggero


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ROMA - Il quotidiano dei Vescovi dedica un editoriale al nuovo iPhone 5 senza nascondere le preoccupazioni legate al fenomeno che si è scatenato attorno alla tecno-novità.Un «superprodotto su cui riflettere persino con urgenza», avverte "Avvenire" che, ricerche Usa alla mano, invita a riflettere sul fatto che «la corsa all'ultimo modello e la supremazia simbolica della mela morsicata stiano producendo nuove forme di disuguaglianza e una sorta di "razzismo tecnologico" che discrimina chi non possiede l'iPhone».

Il quotidiano della Cei fa una considerazione di tipo antropologico: «dispositivi come il nuovo iPhone sembrano realizzare il sogno prometeico di un controllo della realtà attraverso la tecnologia». Attenzione, però, avverte "Avvenire": «in un mondo in cui il pensiero dominante tende a rifiutare la religione in nome della ragione, paradossalmente» i nuovi dispositivi «riaccendono la fiducia nella magia: come la bacchetta magica (un tipico dispositivo touch, estensione del braccio umano) era in grado di produrre immediatemente apparizioni, trasformazioni, eliminazioni, così lo smartphone, protesi ubiqua e sempre attiva, sempre più leggera e maneggevole e quasi trasparente, ci consente di azzerare l'intervallo tra desiderio e realizzazione».

Per "Avvenire" urge una riflessione. Perché, per dirla con il quotidiano dei Vescovi, «le stesse tecnologie che hanno reso il mondo più orizzontale rischiano di produrre nuove tensioni, se il discorso dell'innovazione viene affrontato solo in termini di entusiasmo tecnologico».

Apple record. Intanto l'iPhone 5 fa il pieno di ordini e mette le ali ai titoli di Cupertino, che vola fino al nuovo massimo storico di 696,98 dollari, per poi chiudere in rialzo dell'1,22% a 691,28 dollari. A spingere anche la prima vittoria davanti all'International Trade Commission, l'agenzia americana della concorrenza, su Samsung: il giudice James Gildea dell'Itc ha stabilito che Cupertino non ha violato i brevetti Samsung nelle tecnologie usate per l'iPhone e l'Ipad.

Gli ordini. Nel prima giornata in cui ha accettato gli ordini, Apple è già stata costretta ad allungare i tempi di consegna: ci sono volute solo quattro ore. Chi è riuscito a prenotare fra la mezzanotte e le quattro del mattino (ora della California) l'iPhone 5 lo riceverà in una settimana, chi è arrivato pochi minuti dopo le quattro dovrà aspettare due settimane. Un'affermazione che lascia intravedere una domanda oltre le attese, nonostante l'accoglienza tiepida della stampa specializzata per il primo iPhone del dopo Jobs.


Sabato 15 Settembre 2012 - 16:17
Ultimo aggiornamento: 16:23

Ottomano, il presunto complotto anti-Grillo e quell'articolo mandato allo Staff

La Stampa
Jacopo Iacoboni

L'intervista del giornalista che sostiene la tesi del fuorionda organizzato; e qualche piccola nota a margine


Eccolo, Makkone62!

Alla fine Maurizio Ottomano - autore di un pezzo non riuscito nel quale, in mezzo a tante deviazioni dal tema, accusava Corrado Formigli e Giovanni Favia di aver combinato il fuorionda ai danni di Beppe Grillo - ha parlato a un giornale locale, La Nuova Vicenza. Linko l'intervista e vi farete voi un'idea. Ripete in sostanza congetture senza prove sui presunti elementi sospetti del fuorionda dal punto di vista tecnico. Afferma lui stesso di aver sottoposto il testo allo "staff di Grillo", considerandola cosa normalissima. Dice di non conoscere Casaleggio. Infine torna su una piccola polemica e mi chiama in causa, ma sbagliando.

L'intervistatore gli chiede: "Sempre a Piazza Pulita, giovedì 13 settembre, Jacopo Iacoboni ha riferito che sul tuo twitter, alla sua richiesta di intervistarti, hai replicato «non sono in grado di rispondere alle domande», e che hai scritto pure «gli era stato detto a Favia». Confermi?". E Ottomano spiega che "la prima se l’è inventata di sana pianta. Sulla seconda, ti spiego. Uno dei consigli che Grillo ha dato paternamente agli attivisti è di stare attenti ai giornalisti. Molti di noi sono inesperti. La frase che ho riportato l’ho sentita fra altri attivisti, tutto qui".

Sul secondo punto, Ottomano di fatto conferma che Grillo suggerisce cosa dire e non dire agli attivisti, a chi e dove ("gli era stato detto, a Favia"), e asserisce lui stesso che il suo testo è stato sottoposto allo staff.

Non ho altro da aggiungere. Sulla seconda, dimentica di aver risposto proprio con queste parole, su twitter, alla mia richiesta di un'intervista. In un tweet del 9 settembre, sia pure rispondendo ironico a una critica sulla sua prosa un po' a ottomani, mi ha scritto: "Ho una prosa troppo "patchwork" per rispondere a domande in privato. Non sono in grado". Ironia rivolta a me, certo; ma anche, nella sostanza, la conferma che "gli era stato detto" - per usare la lingua impersonale del Movimento - che non si risponde alle domande dei giornalisti. Che si sia o - come i suoi interventi lasciano sospettare - non si sia in grado di farlo.
 
twitter @jacopo_iacoboni

Capodanno ebraico in bilico sulla storia

Vittorio Dan Segre - Sab, 15/09/2012 - 13:04

Si tratta dell’apertura di una causa fra creato e Creatore davanti al tribunale celeste: ogni essere vivente sarà giudicato


Il capo d’anno ebraico che secondo il calendario lunare biblico é il 5773esimo anniversario della creazione del mondo, inizierà la sera di domenica. Durerà due giorni e il suo significato e il suo modo di celebrarlo è molto differente da quello cristiano o cinese. Infatti si tratta dell’apertura di una causa fra creato e Creatore davanti al tribunale celeste. Davanti ad esso passerà ogni essere vivente per essere giudicato. Verrà stabilita per ciascuno – nazioni incluse – pena o premio.

Chi vivrà e chi morirà. Chi si arricchirà e chi si impoverirà, chi soffrirà e chi gioirà” e così via recita il testo della preghiera. Giudizio non però definitivamente “registrato” il che avverrà solo 10 giorni dopo nel giorno di Kippur, giorno di totale digiuno e di continua preghiera. Per dieci giorni, dedicati all’esame di coscienza, alla richiesta di perdono alle persone offese, all’ammissione dei peccati, viene così offerta la possibilità di ricredersi e ottenere eventualmente, il rinvio o la cancellazione della pena. In altre parole il capo d’anno ebraico non é gioioso e materialistico anche se le tradizioni culinarie lo sono.

Diventa così naturale per i media focalizzarsi su quello che lo Stato degli ebrei, il primo dal tempo della distruzione del Tempio di Gerusalemme (simbolo dell’identità religiosa nazionale) per mano di Tito imperatore nel 70 d.C., ha realizzato o fallito nel suo 63esimo anno di esistenza, con le alte cariche civili, religiose, militari, culturali dello stato che pubblicano in messaggi e interviste il loro punto più o meno sincero sulla situazione e sul loro operato.

Alcuni fatti positivi sono evidenti: la popolazione dello stato ha raggiunto gli 8 milioni , simile a quella svizzera diventando la maggiore comunità ebraica del mondo; l’economia, in pieno sviluppo, é fra le poche non colpita dalla crisi; la moneta é solida, la disoccupazione (7%) in discesa; gli investimenti esteri in crescita, lo spread a 229, le istituzioni democratiche solide e funzionanti nel mezzo delle convulsioni del mondo arabo. Insomma dal tempo dell’esilio di Babilonia mai gli ebrei sono stato meglio nella terra di Israele.

Eppure questa società di immigranti che fanno del loro assorbimento la fonte della sua energia, affronta il nuovo anno turbata. Sul piano politico c’é la delusione per l’incapacità tanto della destra quanto della sinistra di promuovere soluzioni nei confronti del problema palestinese e di una occupazione che rappresenta per la società israeliana un peso morale più grave di quello della sicurezza, anch’esso mai risolto. La minaccia nucleare iraniana condivisa sottobanco con il resto dei paesi arabi della regione, pone il governo di fronte a scelte esistenziali che oltre tutto lo pongono in aperto contrasto con l’attuale amministrazione americana.

Ma il problema più grave che questo paese deve affrontare é quello della propria identità. Come scriveva recentemente l’autorevole demografo israeliano Sergio della Pergola, è difficile parlare di Israele in termini normali. “ Il sionismo storico come strumento della sovranità statale perseguiva due scopi: mantenere l'eccezionalità e conseguire la normalità per il popolo ebraico.E’ possibile conseguire questi due obiettivi antitetici?” si chiedeva della Pergola.

Probabilmente no. Il fatto che lo stato di Israele sia l’unico membro delle Nazioni Unite ad essere minacciato di distruzione, l’unico la cui legittimità é contestata, ne é la prova. L’esame di coscienza che il Capo d’Anno tradizionalmente impone, non é perciò soltanto rivolto alla ricerca di soluzioni di problemi esterni ma sopratutto a quelli interni: cioè chiarire il significato di uno stato ebraico moderno e democratico che non ha “parenti” nel presente come nel passato.

Se é stato difficile per l’Italia definire attraverso molteplici conflitti interni, crolli di regimi, guerre vittoriose e sconfitte cosa significa “fare gli Italiani”, ancora di più lo é per una società in guerra da quasi un secolo, in un paese dalle frontiere non ancora internazionalmente riconosciute. Sono dunque molti i motivi di orgoglio, di ripensamento e di umiltà in questa società traboccante di energia e allo stesso tempo così bisognosa di quiete; così legata alle tradizioni e così appassionatamente moderna e innovatrice.

Se i pronostici sono al tempo stesso realistici e messianici, l’unica cosa certa é che anche nel prossimo anno si continuerà ad odiare o amare Israele. Ma restarne indifferenti, impossibile.

Le frasi choc degli attentatori: "Pensa se trovano il pistolone"

Gian Marco Chiocci Diego Pistacchi - Sab, 15/09/2012 - 09:05

Arrestati due anarchici per l'agguato ad Adinolfi. I timori degli indagati: "Si, guarda ho sparato io". Contatti con la Grecia. E sul web nickname presi dai cartoni animati

Frasi mozzate dalla fobia delle intercettazioni del Ros. Tutti i telefonini spenti nel giorno dell'agguato.


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Documenti di proselitismo armato buttati nei cassonetti (e poi recuperati dalla Digos). Nickname presi dai cartoni animati per sfuggire ai controlli. Giornali clandestini, contatti con gli insurrezionalisti greci e napoletani. C'è di tutto nelle 63 pagine del decreto di fermo dei presunti attentatori del manager Ansaldo. Conversazioni shock, per cominciare.

«LO SAI CHE NON ERO A TORINO»Alfredo Cospito, il leader del gruppo, in un appartamento di Bordighera pieno di cimici parla con la sua compagna Anna Beniamino. Discute, secondo i carabinieri, di un probabile errore commesso a Genova: «Ma lo sai che (quel giorno, ndr) non stavo a Torino no!? È per quello che m'han messo sotto controllo Anna! Perché c'è il nostro comunicato. C'è il nostro video lì». Altra intercettazione. È il 13 giugno, il sospettato è intercettato con l'amico Nicola Gai: «Come vengono, il pomeriggio non ci sto! Pensa se trovano quel pistolone».«IL MESSAGGIO DA MILANO...»Cospito insiste: «Un giorno che tu sei a Genova».

Gai lo interrompe: «eh un giorno in ufficio...io te lo dico: sì, ho sparato ma non...». Cospito: «Quando sono andato a pisciare, ma scusate perché tu stavi la»? Gai: «no ma hanno qualcosa». Cospito: «Io voglio sapere che cazzo ci sparano». G: «Dovevamo mandare il messaggio (la rivendicazione, ndr) da Milano». Traduzione degli inquirenti: «Il contenuto della breve conversazione conferma il coinvolgimento di Gai nell'attentato e la riconducibilità agli indagati della rivendicazione. Durante la discussione gli indagati davano per scontato di essere a rischio e di subire perquisizioni ed arresti per Adinolfi; Gai diceva “come vengono il pomeriggio non ci sto”. Ma non solo: Gai forniva elementi quando parla del “pistolone” facendo evidentemente riferimento all'arma utilizzata per l'agguato. Fondamentale poi l'ammissione di Gai di essere stato colui che materialmente aveva sparato».

PAPERINA E ARCHIMEDE KILLERPer il salto di qualità attraverso l'uso delle armi, arrivando così «a far fuori un servo dello Stato», i rappresentanti della Fai ne discutono usando identificativi da cartoon. Nell'elaborato «Quattro anni... dicembre 2006», oltre a un bilancio dell'attività del Fai sotto le sue venti sigle, si stila il programma futuro. Ad «Archimede Pitagorico» e «Paperina», replica «Quo»: «È una questione di mezzi, bisogna usarne di più selettivi: pistole non esplosivo (...) Abbiamo deciso di procurarcele e iniziare ad usarle». Archimede: «So come farvele avere, da parte mia però mi sembra di essere l'unico qui ad agire anche individualmente». Paperina: «(...) Già una volta mi ero ripromessa di mollare con le bombe e usare le pistole, non per uccidere però!». Archimede: «Come cazzo le vuoi usare, come fionde?». Paperina: «Colpire senza uccidere è chiaro!

Non perché non mi farebbe piacere uccidere qualche porco, ma per il solito, vecchio discorso, la repressione sarebbe indiscriminata».COPIA E INCOLLA FATALEA incastrare i due anarchici, gli stessi «contenuti ideologici» e le «ripetizioni» in copia e incolla delle parole (realismo, ricerca del consenso, ad azione corrisponde reazione) e dei «proclami» nella rivendicazione dell'agguato ad Adinolfi, nel documento clandestino Kno3 (che Cospito buttava nell'immondizia o imbucava alla posta con la Digos alle calcagna) nelle relazioni del «cartello internazionale Fai/Fri». La zappa sui piedi Cospito se la dà con l'hardware del suo pc, dove si scopre che si anagrammava per fingersi «un compagno greco» di nome Pitokos.

IL FISCHIO: «CI ARRESTANO...»Cospito e signora leggono i giornali che parlano di arresti imminenti. Vanno nel panico. Chiedono all'avvocato di informarsi in procura «se ci siamo anche noi tre», perché «stanno indagando su di noi, tutti quei microfoni non si spiegano». Secondo gli investigatori Cospito poi utilizza un fischietto artificiale per sfuggire alle microspie e per far capire alla donna che, come un uccellino, è forse il caso di volare via. In latitanzaNAPOLI E LA TAVSpuntano infine registrazioni di anarchici napoletani destinatari della rivendicazione di Genova prima ancora dell'invio al Corsera, come peraltro già avvenuto per gli attentati alle ambasciate di Svizzera, Cile e Grecia.

Nel «Centro Studi Libertari Louise Michel» in piazza Matteotti, dove ci si confronta sulla necessità di esportare a livello nazionale il progetto, ci si complimenta a vicenda: «Rendetevi edotti, l'abbiamo ricevuta». «Cosa?», chiede una donna. «Il comunicato della Fai informale, leggi». Lo stesso indirizzato al periodico anarchico Invece viene trovato in una casella postale intestata a Michele Alessio Del Sordo «detenuto a Torino per i fatti Tav inerenti Val di Susa». L'esponente napoletano Mendicino e l'ellenico Tasioulas, che fanno avanti e indietro con la Grecia, sono a Torino un mese prima dell'agguato di Genova. Intercettati fanno riferimento al «fatto del Valentino» (il parco del Valentino è vicino a casa di Cospito) eppoi, dalla viva voce dello straniero, una frase da brivido: «Sette maggio, inizio lavori». È la data dell'agguato al manager Ansaldo, il work in progress anarchico a mano armata.

 

Abbandoni i rifiuti? Il sindaco te li riporta a casa

Corriere della sera

I video smascherano i responsabili. E il primo cittadino Bugini riconsegna a domicilio sacchi e immondizia. Con multa


Il sindaco Dimitri BuginiIl sindaco Dimitri Bugini

Pensavano di farla franca abbandonando i sacchi di rifiuti fuori dalla piazzola ecologica di Lurano. Invece nemmeno 24 ore dopo se li sono visti riconsegnare a casa da un postino d'eccezione: il sindaco Dimitri Bugini che insieme ai loro rifiuti ha lasciato anche una multa da 60 euro.
 
«Quest'anno abbiamo superato il 65% di raccolta differenziata - spiega il primo cittadino -. Vogliamo migliorare ancora questo risultato e stiamo valutando l'abbandono delle campane per il vetro proprio perché alcuni incivili vi abbandonano rifiuti intorno». A maggiore ragione il sindaco ha dichiarato guerra a chi i rifiuti li abbandona fuori dalla piazzola ecologica di via per Castel Rozzone. «Ho chiesto al custode di informarmi ogni volta che accade un episodio del genere» precisa Bugini, che lunedì ha visto suonare il suo cellulare.

«Erano le 17 e l'operatore ha trovato fuori dal cancello tre sacchi trasparenti pieni di ogni immondizia immaginabile. Sono uscito dall'ufficio e sono andato subito a controllare di persona». Appena arrivato è bastata un'occhiata alla piccola piscina gonfiabile bucata, gettata in mezzo ai sacchi, per mettere il primo cittadino sulla pista giusta. Bugini ha subito visualizzato in che giardino era stata per tutta estate quella piscinetta. Per maggior sicurezza però ha chiamato la Polizia locale e insieme alla comandante Giovanna Farina ha visionato le riprese dell'impianto di videosorveglianza. La piazzola ecologica è dotata di occhi elettronici in grado di leggere anche le targhe. I filmati hanno tolto ogni dubbio dando un volto ai «furbetti».

«Si vedevano chiaramente due persone residenti in paese e non sono extracomunitari - racconta il primo cittadino che altro non vuole svelare della loro identità -. Si vedono scendere dall'auto alle 14.30 e scaricare in tutta tranquillità i rifiuti. Li ho mandati a chiamare dandogli appuntamento in Comune per il giorno dopo». L'indomani però in Municipio non si è presentato nessuno e il sindaco ha deciso di non lasciare impunita la vicenda. Si è recato alla piazzola ecologica, ha fatto caricare i tre sacchi di rifiuti e la piscina bucata su un motocarro di servizio. Quindi, insieme al custode e alla Polizia locale, è partito verso l'abitazione di chi aveva scaricato i rifiuti.

Qui ha piazzato i sacchi davanti alla porta d'ingresso e poi ha suonato il campanello. I proprietari di casa, quando hanno visto quella consegna così particolare, hanno sgranato gli occhi. Il sindaco ha spiegato che i rifiuti erano loro e se li dovevano riprendere. Non solo, c'era anche una contravvenzione da 60 euro. «Ho regalato loro anche il kit comunale per la raccolta differenziata: due contenitori, sacchi e un paio di guanti - precisa Bugini -. In più c'era l'opuscolo che chiarisce nel dettaglio come devono essere divisi i rifiuti». A questo punto il capofamiglia ha ammesso la propria responsabilità. Di tutt'altro tono è stata la reazione delle donne di casa. «Diciamo che è stata una conversazione colorita - spiega Bugini che però non ha arretrato di un millimetro -. Ho fatto solo il mio dovere e continuerò a farlo. Tutti devono rispettare le norme del vivere civile».

Pietro Tosca
15 settembre 2012 | 11:21

Un altro lutto per Bologna È morto Roberto Roversi

Corriere della sera

Il poeta si è spento ieri a Bologna. Aveva 89 anni.




BOLOGNA - Un altro lutto per Bologna. Ieri si è spento il poeta Roberto Roversi. Aveva 89 anni. Era nato il 28 gennaio 1923, e l'anno prossimo avrebbe compiuto 90 anni. I familiari hanno dato l'annuncio della sua scomparsa solo oggi. E sempre per suo desiderio non vi saranno cerimonie, né pubbliche né private, né commemorazione né camera ardente. Nel 1943 si era arruolato fra i partigiani, appena ventenne, e aveva combattuto nella Resistenza in Piemonte. Roversi è stato tra le altre cose scrittore di alcune tra le più note canzoni di Lucio Dalla nonché grande amico di Tonino Guerra. Nel 1955 ha fondato con Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini la rivista Officina. Negli anni settanta Roversi ha scritto numerosi testi di canzoni per Lucio Dalla (per gli album Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa e Automobili), e successivamente altri per gli Stadio. Ha diretto anche la rivista Lotta Continua.

Redazione online15 settembre 2012

Internet non funziona? Si diventa vittime di una disuguaglianza

Corriere della sera

Il giudice riconosce «l'ingiustizia digitale» La sentenza Violato il diritto della donna a garantire l'istruzione ai propri figli attraverso Internet. «Enorme disagio psicologico»
C'è il diritto al lavoro, il diritto allo studio e pure il diritto a essere connessi. In Rete, navigatori, informatizzati. Lo ha stabilito un giudice di pace di Trieste, Stefania Bernieri di Lucca, che si è trovata di fronte a un caso minimo per sancire un principio innovativo. Il caso è quello di una casalinga e dei suoi tre figli rimasti per oltre quattro mesi senza Internet e per oltre due mesi senza telefono per un disservizio del gestore. Il principio è nelle motivazioni della condanna della compagnia telefonica: un risarcimento del danno non solo patrimoniale (1.600 euro) ma anche esistenziale (800 euro), riconoscendo lo stress causato dall'impossibilità di connettersi. «La signora ha subito un'apprensione angosciosa prodotta dalla situazione, un turbamento che ha inciso direttamente sulla sua sfera emotiva e relazionale - scrive il giudice -. Danno considerato particolarmente grave in un'epoca in cui la comunicazione è fondamentale in ogni aspetto della vita».

E ha accolto così il principio di «disuguaglianza digitale» invocato dall'avvocato Giuseppe Turco, difensore della signora, il quale parla così: «È un diritto alla comunicazione, a non essere isolati dal mondo, a poter accedere a quella grande biblioteca informatica che è Internet». Il legale definisce la Rete uno strumento indispensabile del diritto allo studio e all'istruzione dei figli, entrambi tutelati dalla Costituzione. Diritti che sarebbero stati negati alla donna e ai suoi tre figli, due studenti universitari e una liceale: «Non hanno potuto fruire di un mezzo così importante per le loro ricerche in ambito scolastico. Volenti o nolenti, nel momento in cui questi strumenti entrano a far parte della vita la condizionano e il distacco è un danno». Nel caso specifico è stato anche considerato l'ulteriore disagio provocato dall'assenza della linea telefonica, i mancati contatti, la nonna malata che non poteva essere assistita.

Insomma, le mille quotidiane relazioni che passano per cavi e computer. «Necessità rispetto ai rapporti familiari e a ogni interlocutore esterno», conclude il giudice. Fin qui il caso triestino, rispetto al quale la compagnia telefonica ha prima opposto la mancanza di prove del danno esistenziale per poi chiudere tutto pagando il dovuto. Chiusa la vicenda, si è aperto il dibattito. Perché la dottoressa di Lucca non sarà la Cassazione ma il precedente l'ha creato e ora molti cittadini potrebbero rivendicare lo stesso diritto. Un cultore della materia come Carlo Rossello, docente di Nuove tecnologie e autore di saggi scientifici sulla regolamentazione di Internet, è combattuto fra due pensieri: «Da una parte trovo interessante l'affermazione del diritto a essere connessi, un principio che guarda al futuro e da prendere in seria considerazione.

Dall'altra invece sono perplesso quando sento parlare di danno esistenziale, che intasa di fascicoli i già congestionati tribunali italiani. Nel 2008 la Cassazione ha posto fine a questo "istituto" prevedendo solo tre eccezioni, fra cui quella della violazione del diritto costituzionale al quale si è abilmente agganciata la difesa della signora». Rossello tira in ballo il digital divide , il divario digitale esistente fra chi può navigare e chi no, fra chi può sfruttare la fibra ottica, il satellite e chi no. E allora i confini si allargano e la questione si complica perché le potenziali «vittime» crescono in misura esponenziale. Sulla stessa lunghezza d'onda Gianluigi Fioriglio, autore di «Temi di informatica giuridica» e di una ventina di pubblicazioni in materia: «È auspicabile il diritto a essere informati ma mi sembra poco solido il danno esistenziale derivante da una mancata connessione, a meno di casi di particolare isolamento».Nel frattempo alla porta dell'avvocato del caso Trieste hanno già bussato in due: «Un geometra e un formatore del personale. Hanno avuto problemi di connessione: vogliono i danni».

Andrea Pasqualetto

Andrea Pasqualetto
15 settembre 2012 | 9:00

Arriva la sentenza. Ma è morto da un anno

Enrico Lagattolla - Sab, 15/09/2012 - 07:54


Questo è un processo di principio, e sul nulla. Un processo in cui non sembra esistere l'oggetto della contesa, e il principale protagonista - pace all'anima sua - è passato da un anno a miglior vita. Un esempio di come possa apparire paradossale la giustizia. Con sentenza che arriva fuori tempo massimo, ma consapevolmente arriva.La storia è quella di Giuseppe Grossi, imprenditore delle bonifiche indagato e fatto arrestare dalla Procura, che l'ha messo al centro di una storia di frodi fiscali e reati ambientali. È l'inchiesta sul quartiere milanese di Santa Giulia, sugli appalti ambientali, i presunti fondi neri trasferiti all'estero, le amicizie con i politici, la passione per gli orologi preziosi e le auto di lusso. Grossi era considerato l'uomo chiave dell'indagine, ma a 64 anni se n'è andato portando con sè i suoi segreti.

L'11 ottobre del 2011, in seguito ad alcune complicazioni legate al trapianto di cuore a cui era stato sottoposto qualche mese prima, Grossi si era spento in una stanza del Policlicnioo di Pavia dov'era ricoverato. Quasi un anno fa. Ma giovedì - quasi un anno dopo - è arrivata la sentenza del tribunale amministrativo della Lombardia, a cui l'imprenditore aveva fatto ricorso contro il sequestro di quattro fucili. Fucili dei quali - a quanto sembra - l'autorità giudiziaria avrebbe disposto tempo fa la distruzione.Insomma, Grossi non c'è più e nemmeno ci sarebbero le armi che voleva indietro. E allora, che senso ha la sentenza del Tar arrivata dopo mesi e mesi dall'apertura del procedimento amministrativo?

Non c'è scampo. I giudici di via Corridoni hanno dovuto decidere sul divieto per Grossi - disposto dal prefetto di Sondrio il 18 novembre del 2009, e ribadito dal Viminale il 5 ottobre 2010 - di tenere con sè i fucili, e sono andati avanti nel giudizio anche dopo la morte dell'imprenditore. Sono stati i figli - assistiti dagli avvocati Salvatore Pino e Giovanni Mangialardi - a subentrare al padre nella battaglia legale. Il Tar, dunque, si è dovuto pronunciare sulla legittimità dell'atto impugnato (il divieto di porto d'armi) al momento in cui è stato pronunciato dall'autorità di polizia. Ma così la sentenza diventa uno stonato giudizio post mortem su Grossi, di cui il tribunale ricorda la «pluralità di reati commessi attraverso una consolidata organizzazione operante a livello internazionale», mentre «la conservazione dei titoli di polizia (ovvero il porto d'armi, ndr) avrebbe esposto a pericolo i primari interessi dell'ordine e della sicurezza pubblici».

Anche se Grossi non era indagato per fatti di sangue, ma reati finanziari. Nulla di irregolare, perché ai giudici veniva chiesto di esprimersi sulla legittimità del provvedimento del Prefetto all'epoca in cui era stato pronunciato. Però qualcosa sembra arrivare fuori tempo massimo.Perché è chiaro che i figli dell'imprenditore hanno proseguito nella battaglia legale del padre per riabilitarne la memoria, e non tanto per vedere riconosciuto un diritto postumo al porto d'armi o avere indietro quattro fucili. Anche perché i fucili, come detto, sarebbero già stati distrutti. Così, per assurdo, se il Tar avesse dato ragione al defunto Grossi - sostenendo che aveva il diritto di possedere le sue armi - oltre a un ricordo più limpido del padre, cosa avrebbe reso la giustizia ai suoi eredi?

Da Canè a Jair: quando la A si diede un tocco di colore

Tony Damascelli - Sab, 15/09/2012 - 07:40

Tra i primi ad arrivare ci fu Germano, cacciato dal Milan per uno scandalo rosa

Se per ipotesi scrivessi di Ogbonna o Balotelli, il "negretto che gioca in nazionale", che caos scatenerebbe? Prevedo anche la censura dell'Ordine dei giornalisti.

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Ma cinquant'anni fa, quando arrivarono nel nostro campionato, dopo il caso isolato e folkloristico (sbarcato dal piroscafo e tesserato) di Roberto Luiz La Paz, l'uruguagio del Napoli nel '46, i primi tre calciatori di colore, Canè, Germano e Jair, i giornali non trovarono altro modo di presentarli, "negretti" e contorno di facezie non proprio cortesi, Germano, ad esempio, veniva chiamato nel clan milanista "Bongo Bongo" o "Biancaneve" (lo stesso accadde a Bologna negli anni più recenti con Eneas). Ma il popolo degli stadi non “uheggiava”, non sventolava banane di plastica gonfiabile, non lanciava noccioline, si giocava a pallone e il fenomeno dei tre calciatori brasiliani, nell'epoca d'oro di Pelè e della Seleçao, bastava e avanzava. Indovina chi viene a giocare, in attesa del film di Stanley Kramer da 2 Oscar e 8 nomination del 1967.

Dei tre, sicuramente Germano, al secolo Josè Germano de Sales (nato nel 1942 e morto nel 1997) rappresentò un caso a parte. A Nereo Rocco lo aveva segnalato Dino Sani, il Paron si fidò, Germano si presentò con un giro vita poco rassicurante, segnò un paio di gol, pronti via all'esordio in campionato contro il Venezia, dopo la rete realizzata in coppa dei Campioni all'Union Luxembourg. Fine delle trasmissioni. Un infortunio? Niente affatto. Germano aveva conosciuto una ragazza bella e ricca, di nome Giovanna e di cognome Agusta, contessa, figlia di Domenico, padrone della fabbrica di motori, elicotteri e motociclette. La ragazza perse la testa per Germano vestito di rossonero, il ragazzo per lei idem come sopra, il padre della contessina reagì come Spencer Tracy, non se ne parla, anzi meglio farlo traslocare da Milano e dal Milan, dunque al Genoa. Dove Germano non molla la presa e con lui la Giovanna nobile.

I due si ritrovano a Milano, la vita è tormentata ma bella, fin troppo. Germano la sera del quattordici di settembre del Sessantaquattro, erano le dieci e mezzo, con la sua 1500 in viale Certosa angolo via Aniene, si vede tagliare improvvisamente la strada da un motociclista passato con il rosso. Il milanista, che era in auto con il compagno di squadra Mantovani, sterza e va a sbattere contro una Giulietta targata Bergamo. Germano resta ferito gravemente, frattura della mandibola e ricovero all'ospedale di Niguarda, insieme con Mantovani e tre passeggeri della Giulietta. Ormai il Milan gli versa lo stipendio ma non gli concede la maglia se non per qualche amichevole. E' ora di scappare, per amore. A Liegi, con lo Standard Germano trova un ingaggio, la contessina lo segue, Domenico Agusta acconsente all'unione civile ma con separazione dei beni, anche perché Giovanna è incinta, nascerà Lulù. Segue viaggio in Brasile per conoscere i parenti numerosissimi, quindi separazione e divorzio, Germano resta a casa, risposandosi, lo stesso fa la contessina, due volte e sempre con uomini di colore, non più negretti.

Di Jair si ricorano scudetti, coppe dei Campioni, gol, dribbling e fascia bianca del sospensorio in evidenza su pantaloncino nero dell'Inter. Di Canè, che vive a Napoli e fa vita politica, avendo provato anche con il partito repubblicano, si deve annotare la cifra di trentamila dollari spesi da Achille Lauro per averlo a Napoli e il record di gol in Europa (8) battuto, cinquant'anni dopo da Cavani, cosa che non era riuscita nemmeno a Maradona. Secondo radio Forcella 'O comandante lo aveva scelto perché era brutto e così facesse paura agli avversari. Il giorno del provino, ad Agerola, dovette intervenire la polizia per frenare l'euforia dei tifosi del ciuccio che lo chiamavno “bomber di cioccolato“.

Cinquant'anni fa lo Sport Illustrato presentava così la nuova stagione: “1962-63, il negro è di moda“. E Giuseppe Barletti, su La Stampa, così scriveva, descrivendo l'aria cupa di Germano, dopo una sconfitta: «Non è facile capire quando un nero è nero. Ma il negretto del Milan…». Il razzismo e l'ignoranza volgare hanno preso il posto della curiosità. Banane, buuu e noccioline, è il calcio moderno che avanza.

La crisi arriva sulle strade: dal 2005 raddoppiate le "carrette"

Libero

Vendite del nuovo a picco, si punta sull'usato. E le vetture che hanno più di vent'anni pagano una Rc auto irrisoria


La crisi arriva sulle strade:
dal 2005 raddoppiate le "carrette"


Fiat 500, Renault 4, A112 e Due Cavalli: sono meno sicure dei modelli più recenti, ma per la guida nei centri urbani vanno benissimo. Cara, vecchia Fiat 500. E anche   Renault 4, Citroen Diane o 2cv, la Mini Minor, l’Autobianchi A112: anzi, meno care di quelle nuove, visto che pagano una Rc auto irrisoria, tra i 100 e i 170 euro l’anno. Per le strade italiane, complice la crisi economica, cresce la quota di automobili  ultraventennali, ma il dato è registrato -con qualche preoccupazione per la sicurezza- anche dall’Aci: secondo i numeri dell’Automobile club le autovetture con oltre 20 anni di età oggi circolanti in Italia sono quasi raddoppiate in pochi anni: oggi sono 4.155.257, mentre nel 2005 erano 2.496.064 e nel 2000 erano 2.707.081.

Incremento rilevato anche dall’Asi, che gestisce il registro   delle auto storiche: se nel 2001 i mezzi iscritti erano 55.000, oggi   sono quasi 200.000. Inoltre -sono i dati Aci- sono in diminuzione del   5% le rottamazioni, e "ogni 100 autovetture nuove ne sono state   vendute 228 usate a agosto e 169 nei primi otto mesi dell’anno. Questi  valori risultano particolarmente elevati perchè il numero delle prime  iscrizioni ha raggiunto questo mese il minimo storico di agosto 1964".  Le auto registrabili come storiche, secondo le   regole italiane, sono quelle con oltre 20 anni d’età.

Oltre i 30 sono  "anziane" e godono di diritto dei benefici. Non tutte le assicurazioni  offrono polizze per le auto storiche, ma l’Asi, ormai da anni, ha una   convenzione con una nota compagnia assicurativa. L’Automotoclub   storico italiano, Asi, offre tre tipi di certificazione: l’attestato   di storicità, non sempre accettato dalle assicurazioni, il   certificato di rilevanza storica, valido a fini fiscali ma a volte   anche questo non accolto dalle assicurazioni, e la carta di identità   della vettura, il "pezzo di carta" più forte per ottenere l’agognata   polizza al 70-80% in meno dei prezzi correnti per le auto nuove.

A New York stop alle bibite maxi, a Napoli ultimo spot Coca Cola !

Corriere del Mezzogiorno
Scritto da: Andrea Tondini alle 11:42 del 14/09/2012


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Il Sindaco di New York, Michael Bloomberg, ha aggiunto oggi un altro importante tassello alla campagna intrapresa da tempo contro le pessime abitudini alimentari dei suoi concittadini e il dilagante fenomeno dell’obesità: giovedi scorso il New York City Board of Health, con 8 voti a favore ed 1 astenuto su 11 membri(due assenti) ha approvato una legge che vieta la vendita in città di bibite gassate e succhi zuccherati, alla spina o in bottiglia, al di sopra dei 500 ml. “Questo è il più grande provvedimento che mai una città abbia preso per contrastare il fenomeno dell’obesità” – ha dichiarato entusiasta il Sindaco Bloomberg, aggiungendo con convinzione - “Salveremo molte vite umane!”. La legge, che entrerà in vigore nella Grande Mela il prossimo 12 marzo ha destato, ovviamente, le proteste degli industriali americani, che minacciano azioni legali contro un divieto che rischia di compromettere in maniera significativa il giro di affari milionario che gravita attorno  alle “soft drinks”.


Cattura
Intanto in Italia la legge per ridimensionare il consumo di zucchero nelle bibite gassate è saltata,non ostante le ultime indagini epidemiologiche (Okkio alla Salute, 2010) abbiano evidenziato che il 48% dei bambini italiani assume bevande zuccherate e/o gassate almeno una volta al giorno. Nel frattempo, infine, la Coca Cola ambienta il suo ultimo spot a Napoli: con lo slogan “Ceniamo insieme” ed un testimonial d’eccezione, lo chef Simone Rugiati, viene proposta una tavola imbandita in Largo Banchi Nuovi, attorno alla quale la gente canta e balla accompagnando la cena con litri di bevanda zuccherata. E il messaggio trasmesso, come decine di spot che i nostri adolescenti sono costretti a subire giornalmente, alla fine è sempre lo stesso: per soddisfare la felicità è necessario consumare “cibi spazzatura” !

Edward Luttwak: "Inutile dialogare con l'islam"

Andrea Cuomo - Ven, 14/09/2012 - 10:02

Per Edward Luttwak l’ideologia musulmana è incompatibile con la democrazia: "Il conflitto non è tra il mondo islamico e gli Usa, ma tra il mondo islamico e l’intero mondo non islamico"

Professor Edward Luttwak, l'attentato di Bengasi riapre il conflitto tra l'islam e gli Stati Uniti?«Il conflitto non è tra il mondo islamico e gli Stati Uniti, ma tra il mondo islamico e l'intero mondo non islamico.



A Mindanao attaccano i filippini cristiani, il Pakistan è in conflitto con l'India, ovunque c'è l'islam in contatto con il non-islam, l'incitamento alla violenza da parte dei predicatori ha il suo effetto. Per fortuna in pochi ricorrono alla violenza, ma tutti gli altri stanno a guardare, compresi eserciti e forze dell'ordine».
È molto carico l'economista statunitense di origine romena, 69 anni, conosciuto per le sue pubblicazioni sulla strategia militare e la geopolitica, che segue con grande attenzione le vicende italiane e parla benissimo la nostra lingua. Pessimista e provocatorio lo è sempre stato; che sia contrario al buonismo del dialogo con i sordi e alle missioni di pace in genere non è certo una novità.

Christopher Stevens, esperto del mondo arabo
Maometto donnaiolo nel film che ha scatenato l'odio
Il vero rebus di Obama è il doppio gioco del Cairo

Eppure stavolta c'è qualcosa di più: a migliaia di chilometri di distanza da noi, la sua rabbia serena, se si può dire così, stavolta si percepisce anche attraverso il filo del telefono. Forte e chiara. Per lui ogni sforzo di venire a patti con l'islamismo è sciocco e vano. E inutilmente cercheremo raggi di luce nel corso dell'intervista.

Un quadro cupo, il suo...«Ma non è mica un quadro cupo, è la realtà».

Dove potrà arrivare la reazione degli Stati Uniti?«Guardi, c'è un macrotrend evidente, che è quello di lasciare gli islamici cuocere nel loro brodo. Gli Stati Uniti sono riluttanti a intervenire in Libia, in Siria, perché è chiara ormai l'inutilità di certe azioni. Basti pensare all'Irak, all'Afghanistan. Grandi spese, nessun risultato. Una perdita di soldi e di tempo. Me lo lasci dire, in alcuni casi si tratta di barbari che governano selvaggi. È tutto inutile. L'ambasciatore Chris Stevens rappresentava quell'entusiasmo per la questione mediorientale che ora, con la sua uccisione, sarà sempre meno convincente e avrà sempre meno riscontro nella realtà».

VIDEO Assalto all'ambasciata Usa nello Yemen
VIDEO L'assalto al consolato Usa di Bengasi
VIDEO Il trailer di Innocence of Muslims, il "film blasfemo"


Questo è il macrotrend, come lo chiama lei. Ma nell'immediato qualcosa l'Occidente può fare?«Certo: possiamo liberarci del linguaggio falsificante. Ad esempio non c'è una nuova democrazia in Libia, perché se non c'è rispetto della persona non può esserci democrazia. E non credo che le cose potranno cambiare per un secolo o due. Per ora islam e democrazia sono due parole incompatibili».

Ma ci sono esempi di islam democratico, pensi alla Turchia...«Certo, ma lì c'è democrazia nella misura in cui ci sono regimi anti-islamici. Ma appena sale al potere un partito islamico, e con Erdogan ci siamo quasi, bye-bye alla democrazia turca».

L'attentato all'ambasciata Usa a Bengasi ha colpito l'Occidente senza varcare i confini libici. Possiamo attenderci di essere colpiti prossimamente anche all'interno dei nostri confini? Ci potrebbe essere un altro 11 settembre?«Solo nei limiti delle possibilità degli islamisti, che per fortuna solo limitate. Del resto l'11 settembre è stato “fabbricato” in Occidente, basti pensare a Mohammed 'Atta, uno degli attentatori, un ingegnere egiziano che lavorava in Germania. Quando invece gli attentati sono progettati in questi Paesi non arrivano a questo livello di organizzazione.

LE FOTO DELL'ATTACCO AL CONSOLATO USA DI BENGASI
LE FOTO DELL'AMBASCIATORE STEVENS

Gli islamici sono incapaci anche nella violenza».

Neanche l'Italia corre rischi a suo giudizio?«L'Italia e tutta l'Europa non hanno nulla da temere, soprattutto se agiranno con moderazione».

Ecco, qual è il ruolo in tutto questo dei Paesi che affacciano sul Mediterraneo e in particolare dell'Italia?«Nessun ruolo. I Paesi del Mediterraneo hanno solo la sfortuna di essere più vicini geograficamente all'islam, dovranno turarsi il naso per non sentire la puzza di integralismo, di ideologia, di selvaggeria. Mentre noi negli Stati Uniti abbiamo il lusso di essere lontani da tutto ciò».

Beh, c'è sempre la diplomazia. Possibile non possa fare nulla?«Certo, bisogna essere diplomatici, ma non cretini. Quando trattiamo con i Paesi islamici è giusto essere cauti e moderati. Ma quando parliamo tra di noi occidentali è meglio non prenderci in giro, almeno nell'uso delle parole».