lunedì 17 settembre 2012

Cassazione: il saluto romano è reato

Luca Romano - Lun, 17/09/2012 - 18:45

Confermata la condanna a un 50enne che, in una manifestazione del 2005 a Firenze, fece il saluto romano insieme a slogan inneggianti al razzismo e al regime

Confermata, dalla Cassazione, la condanna nei confronti di un neofascista che in una riunione pubblica, insieme ad altri, faceva il saluto romano e scandiva slogan inneggianti al razzismo e al regime fascista.

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La Suprema corte, infatti - con la sentenza 35549 -, ha dichiarato "inammissibile" il ricorso con il quale Lorenzo F. (di 50 anni) cercava di scrollarsi di dosso la pena inflittagli dalla Corte d’appello di Firenze il 3 novembre del 2010. Proprio nel capoluogo toscano si era svolta la manifestazione del gruppo neofascista, il 23 aprile del 2005. L’imputato era noto dal 1990 alla Digos e alle questure della Toscana per cui, facilmente, erastato riconosciuto ed identificato anche se aveva il viso parzialmente coperto da una sciarpa.

L’uomo era pluripregiudicato e, dunque, secondo la Suprema corte in maniera corretta la Corte d’appello ha ritenuto legittimo il suo riconoscimento da parte di uno degli agenti di polizia chiamato a deporre in dibattimento. Nelle fotografie, infatti, era raffigurato un uomo con il "capo coperto da un cappello, una sciarpa sul volto e un giubbotto imbottito": il riconoscimento dell’imputato si era basato sulla testimonianza di un poliziotto, che aveva dichiarato di conoscerlo "dal 1990".

La Cassazione, confermando la condanna, ha rilevato che "il giudice d’appello ha fondato il proprio convincimento sulla circostanza che gli imputati erano soggetti già noti alle forze di Polizia (in particolare alla Digos e alle Questure della Toscana) per la loro partecipazione ad altremanifestazioni del genere" e che il ricorrente "era pluripregiudicato e, perciò, anche sotto questo profilo, era noto alle forze di Polizia".

I biocarburanti consumati dall'Ue stanno affamando il Terzo Mondo

La Stampa

Oxfam: la politica europea ha effetti tragici sull’agricoltura dei paesi in via di sviluppo


Oxfam pubblica il dossier "Bad bio" sui biocarburanti

 

ALESSIO SCHIESARI

I biocarburanti consumati dall’Europa stanno affamando il Terzo Mondo e la politica di incentivi portata avanti dall’Unione europea sta avendo conseguenze tragiche sull’agricoltura dei paesi in via di sviluppo. Il grido d’allarme viene da Oxfam, un’associazione di organizzazioni non governative che si occupa di sviluppo sostenibile e che ha di recente pubblicato un rapporto dal titolo inequivocabile: “Bad bio”. Il dossier verrà consegnato oggi ai ministri dell'energia dell'Unione, riuniti oggi a Cipro per chiedere una svolta radicale nelle politiche perseguite da Bruxelles per la produzione di eco diesel. I numeri del rapporto fanno impressione: se i terreni impiegati nella produzione di biocarburanti fossero coltivati a mais e grano, si potrebbero sfamare 127 milioni di persone all’anno.

Terreni che per il 60 per cento non si trovano in Europa, ma nei Paesi del terzo mondo e che vengono acquistati a prezzi stracciati dalle multinazionali del vecchio continente che vi producono gli oli vegetali che verranno poi utilizzati per produrre combustibili in Europa. I terreni utili per l’agricoltura tradizionale - insieme all’acqua disponibile - si stanno riducendo rapidamente, costringendo intere comunità ad emigrare dalle loro zone di origine per cercare nuovi terreni da coltivare. E questo significa disboscare nuove foreste, riducendo il potenziale di assorbimento di Co2 e provocando l’innalzamento della temperatura atmosferica. Un circolo vizioso che produce inquinamento, affama i poveri del mondo e – qui sta la beffa – viene finanziato con i soldi dei contribuenti europei.

Da quando infatti Bruxelles ha deciso che, entro il 2020, il 10 per cento dei combustibili utilizzati per i trasporti dovranno essere di origine vegetale, è iniziato la corsa alla coltivazione soia e olio di palma in Asia e Africa. Per rendere competitivo il prezzo dei biocombustibili, le multinazionali vengono sovvenzionate ogni anno con miliardi di euro dei contribuenti europei, tre nel solo 2008. Anche il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale stanno facendo pressioni sull’Unione europea perché interrompa la politica dei sussidi.

La crescente domanda di biodiesel e la conseguente riduzione di terreni agricoli, sta facendo impennare il prezzo dei cereali: mais e soia, ad esempio, non sono mai costate tanto come quest’estate. Un impennata dei prezzi favorita anche dalla speculazione finanziaria, che utilizza i cereali come commodity per la creazione di nuovi derivati finanziari, spingendo in alto il prezzo delle derrate alimentari. E se per una famiglia di Berlino o di Milano l’aumento del prezzo dei prodotti alimentari è un problema fastidioso ma affrontabile, nei paesi che dipendono per la maggior parte dalle importazioni per la propria sussistenza, lo stesso aumento può essere sinonimo di malnutrizione e carestia.

Il linfoma non è più un problema, la “giustizia” sì

Gioia Locati - Lun, 17/09/2012 - 12:10

Sette anni fa guarisce dal cancro, oggi i giudici decidono che deve restituire i soldi delle terapie: 41 mila 178 euro. Perchè la sua malattia ”non si poteva curare” come ha fatto lei e cioè con il metodo Di Bella


Sette anni fa guarisce dal cancro, oggi i giudici decidono che deve restituire i soldi delle terapie: 41 mila 178 euro. Perchè  la sua malattia  ”non si poteva curare” come ha fatto lei e cioè con il metodo Di Bella.

Barbara Bartorelli, quarantenne bolognese, scopre undici anni fa di avere un linfoma di Hodgkin. Si affida alle cure tradizionali, affronta quattro cicli di chemioterapia ma, dopo pochi mesi, la malattia ritorna più aggressiva. I medici le prospettano la soluzione del trapianto senza però garantirle la guarigione. La donna non vuole rischiare, non se la sente di “farsi ridurre a zero le difese immunitarie e di assumere grandi quantità di antibiotici”, decide di provare con il metodo Di Bella. Dopo pochi mesi migliora. E, piano piano, quei i benefici diventano stabili.

Per pagarsi la terapia, sui duemila euro al mese, chiede soldi ad amici e a parenti e c’è è anche chi, per racimolare la cifra, organizza per lei tornei di calcio.  Passano altri mesi e, d’accordo con gli avvocati, Lorenzo Tomassini e Luca Labanti,  Barbara fa causa alla Asl per ottenere il rimborso. Due le pronunce a lei favorevoli, un decreto d’urgenza nel 2004 e una sentenza di merito nel 2006. I giudici constatano – grazie anche alle perizie di oncologici incaricati dai magistrati – che Barbara è guarita e che non ha un reddito tale da permetterle di pagarsi le cure. La Asl però impugna la decisione.  E sei anni dopo, ossia a fine agosto di quest’anno, arriva il verdetto della corte d’appello.

Barbara non avrebbe potuto fare quella cura,  perché, recita la sentenza ” una sperimentazione ministeriale stabilì che era inefficace”. Non solo. Poche righe più sotto si legge che ” la malattia di Barbara non era fra quelle oggetto di sperimentazione nel 1998″  ( infatti, non venne testato il suo linfoma, ma un altro, il non Hodgkin). Non è finita. I tre magistrati, autori della sentenza d’appello, dichiarano che i loro colleghi non avrebbero dovuto affidarsi a esperti, a medici incaricati di esaminare le cartelle cliniche della paziente, visto che nel 1998 la sperimentazione ministeriale stabilì che la terapia Di Bella non era valida.

Testuale: ”All’autorità giudiziaria non compete di accertare, mediante l’ammissione di una consulenza tecnica di uffici, l’efficacia terapeutica del trattamento del prof Di Bella, in relazione alla patologia tumorale in coerenza con il principio dell’ordinamento secondo cui la legge ha attribuito ad appositi organi tecnici il potere di effettuare la sperimentazione…“.

L’avvocato Lorenzo Tomassini è stupefatto: “E’ assurdo, come si può stabilire per legge che è vietato indagare? Oserei dire: vietato guarire. Alla base del diritto civile c’è la possibilità di emettere provvedimenti d’urgenza per tutelare i casi limite. Lo stesso diritto civile prevede che si guardi all’obbiettività della situazione, la signora Bartorelli è guarita. Ha ottenuto un indubbio beneficio da quella terapia, invece non sappiamo quali risultati avrebbe avuto con un trapianto… com’è possibile che un giudice non si curi del fatto che un malato di tumore è guarito? Il diritto alla salute è sacro e inviolabile”.

E il diritto alla  libertà di cura? Barbara Bartorelli annuncia un prossimo ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo:  ”Perchè dobbiamo accettare che lo Stato sia tutore della nostra salute? Perchè la commissione del farmaco deve decidere come si deve curare un malato ? Se le terapie non funzionano, il nostro Stato  - lo stesso che si interroga sull’opportunità del testamento biologico – ci lascia morire. E che colpa avrei io? Di  non aver accettato di andare all’altro mondo a 32 anni? Chiedo la libertà di rivolgermi al medico che scelgo e che sia lui a decidere cosa è meglio per me, non un prontuario stabilito da una azienda farmaceutica!”

Le Province vanno abolite Ma le Regioni sono peggio

Vittorio Feltri - Lun, 17/09/2012 - 16:13

Troppe inchieste sulle ruberie, il centrodestra chiarisca o vincerà l’antipolitica. Ma le indagini su Penati?

Non si sa chi siano i ladri,ma i furti sono noti.L’ammini­strazione pubblica, a qualsiasi livello, è terra di con­quista per i grassatori.



Ogni volta che si posa lo sguar­do su un ente, si scorge una (dieci, mille) irregolarità. La Regio­ne Lombardia è da tempo sospettata di porcherie. Gli indagati sono una decina. Possibile che siano tutti innocenti? Il dato si­gnificativo è che nessuno di loro ha mollato la poltrona: la spe­ranza di farla franca è l’ultima a morire. Lo stesso governatore, in sella da decenni, è tormentato da in­chieste giornalistiche e non sol­tanto. La Repubblica gliene ha det­te di ogni colore. Gli pone doman­de imbarazzanti.
Roberto Formi­goni, che vanta di essere al vertice della miglior sanità d’Italia, anzi d’Europa, viene attaccato proprio per vicende sanitarie; avrebbe «spinto»strutture private e,in cam­bio, ricevuto regali turistici: viaggi e vacanze milionarie. Un ciellino, mezzo prete e teoricamente vergi­ne, che commette peccati gravi al­lo scopo di­farsi finanziare settima­ne ludiche in barca, in puro stile di nababbo, aspirando forse a vivere come Flavio Briatore? Difficile pensare che sia tutto ve­ro, ma altrettanto difficile scom­mettere che sia tutto falso. È un da­to che il Pirellone e nuove succur­sali pagate centinaia di milioni (i nostri) abbiano perso in rispetta­bilità. Il dubbio che gli inquilini, dal più in vista al più oscuro, siano leggermente o pesantemente compromessi col malaffare si con­solida ogni dì. L’onestà non fa notizia,ma la di­sonestà non passa inosservata. La sensazione è che le Regioni rette dal centrodestra siano assediate.
Lo meritano o no? È scontato che il centrosinistra sia pronto ad ap­propriarsene. Il problema è an­che politico, non solo di moralità. Fare chiarezza spetta alla magi­stratura: quando si pronuncerà sugli scandali? Che fine ha fatto l’indagine su Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Mila­no? Come mai non se ne parla più? Qual è la data dei processi? Da alcuni giorni, anche la Regio­ne Lazio è sotto tiro. Il presidente della commissione Bilancio, Fran­co Fiorito, ex camerata, avrebbe speso un monte di quattrini per al­li­etare le proprie giornate funesta­te dallo stress. Già, il lavoro del po­litico a tempo pieno è logorante. E chi desidera tirarsi su abbisogna di soldi. Pare che la norma sia la se­guente: ciascun consigliere prele­va dalla cassa le somme necessa­rie a soddisfare i propri piaceri, compensando così le frustrazioni derivanti dall’intensa attività isti­tuzionale.
A Roma si è scoperchiato un pentolone dentro il quale c’è ogni genere di schifezza. Denaro pub­blico usato per questioni private, favori resi e pretesi, un intreccio di interessi che definire legittimi comporta uno sforzo sovrauma­no. La presidente, Renata Polveri­ni, pur non avendo intascato un centesimo, è stata coinvolta nelle polemiche. Le rimproverano d’aver tollerato quel maneggio di fondi regionali, quantomeno di non aver controllato cosa avvenis­se di losco nel suo Palazzo. La gen­te non sa come funzionano le Re­gioni, pensa che i governatori sia­no responsabili di tutto; ignora che il Consiglio è autonomo e si au­togestisce, esattamente come il Parlamento; non è informata che la Giunta agisce separatamente e non ha giurisdizione sui consiglie­ri, come il governo nazionale non ne ha sui deputati e lavoratori.
La Polverini ha un solo potere: quello di dimettersi se i partiti non impongono alle mele marce di an­darsi a gettare nella spazzatura. Immagino che la presidente que­sto dirà: o se ne vanno i ladri (pre­sunti) o me ne vado io. Angelino Alfano è avvisato: se egli non si muove subito con la ramazza, la Regione Lazio salterà per aria nel giro di una settimana. Senza con­tare che prima o poi la Procura fa­rà tintinnare le manette, e allora sarà una tragedia. Perché gli elet­tori hanno la misura colma e si vendicheranno rifiutandosi di vo­tare alle prossime consultazioni politiche oppure, peggio ancora, attribuendo una valanga di suffra­gi ai campioni dell’antipolitica. Ultimo appunto. Con la nascita delle Regioni, le Province doveva­no contestualmente essere chiu­se. Questi erano i patti. Invece i due enti si sono sovrapposti, e i co­sti più che raddoppiati. Tra l’altro le Regioni si sono rivelate centri di sperpero, quindi non inutili ma dannose; mentre le Province, in procinto di essere eliminate, sa­ranno rimpiante. Non c’è speranza nel Paese dei paradossi: l’amministrazione pubblica non serve il pubblico, pe­rò lo sfrutta. E i politici non si ravve­dono: puntano sempre e soltanto a vivere da ricchi alle spalle di chi diventa povero ogni mese di più.

Il coro della magnetosfera: gli «uccellini dello spazio»

Corriere della sera

Suoni emessi nelle frequenze udibili dall'orecchio umano dalle particelle della magnetosfera che circonda la Terra
 I suoni


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Non sono uccellini che cantano al mattino sugli alberi. Non sono balene che emettono i loro richiamo nelle profondità oceaniche. Si tratta, invece, dei suoni emessi nelle frequenze udibili dall'orecchio umano dalle particelle della magnetosfera che circonda la Terra. Conosciuti da tempo con il nome di «coro», il 5 settembre 2012 la sonda Rbsp, dell'Electric and Magnetic Field Instrument Suite and Integrated Science (Emfisis) dell'Università dell'Iowa, è riuscita a effettuare una registrazione particolarmente nitida. La sonda Rbsp è stata lanciata lo scorso 30 agosto per studiare le fasce di radiazioni che circondano il nostro pianeta.

Redazione Online17 settembre 2012 | 16:22

Bankitalia spende e spande: 15 milioni per i videocitofoni

Libero

Ecco le voci degli sprechi di palazzo Koch: consulenze d'oro, giardinieri strapagati e corsi d'inglese milionari

Gli oltre 7mila dipendenti sono pagati mediamente 109mila euro l'anno. I dirigenti costano agli italiani  3,1 milioni di euro l’anno. Visco si mette in tasca 757mila euro

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Si continuano a chiedere sacrifici agli italiani, ma c'è chi spende e spande senza problemi. Un caso su tutti: la Banca d'Italia che disperde ogni anno cifre mostruose sotto gli occhi distratti del governo. Nonostante il suo ruolo sia sempre più ridotto in favore della Bce, il carrozzone di via Nazionale, mantiene un esercito di dipendenti, 7 mila, che costano 819 milioni, e spende per la sua amministrazione qualcosa come 420 milioni di euro.

Il Fatto quotidiano è andato a spulciare le voci del Bilancio di palazzo Koch e sul sito ha pubblicato le cifre degli sprechi, che gridanno davvero vendetta. Un plotone di giardinieri armati di semi, piante ornamentali e annaffiatoi pronti a sparare sul mercato una micidiale raffica di fiori. Fiori per sette milioni di euro. Tanto costa la manutenzione delle piante e dei giardini nelle sedi di rappresentanza e nel parco sportivo del Tuscolano a Frascati, quartier generale dell’istituto con campi da tennis, calcio e piscina. Non mancano progetti per l’orto didattico e la raccolta delle olive made in Bankitalia. Poi ci sono i videocitofoni e campanelli nuovi di zecca da 15 milioni di euro appena acquistati. 

Senza contare le poltrone d'oro. A cominciare da quella su cui è seduto il direttorio di nomina governativa che controlla l’autorità bancaria che costa in organi collegiali e periferici 3,1 milioni di euro l’anno in compensi. Ma non si tratta di centinaia di persone ma poche decine: i 13 consiglieri superiori prendono 371mila euro, i cinque componenti del collegio sindacale 137mila. Ed ecco la punta: al governatore Ignazio Visco vanno 757.714 euro, al direttore generale Fabrizio Saccomanni vanno 593mila euro, i quattro vice-direttori (oggi tre, perché il 12 luglio Anna Maria Tarantola ha lasciato l’incarico per assumere la presidenza della Rai) hanno emolumenti da 441mila euro.

Non stanno meno male i 7.315 dipendenti con 2mila tra funzionari e dirigenti che costa mediante agli italiani 109.300 euro ciascuno. Non solo. Prima che Draghi lasciasse via Nazionale per andare in Europa, racconta Thomas Mackinson sul sito del Fatto, ha preferito esser certo a Roma, capissero bene quando dall’Eurotower parla di spread e fiscal compact. Così la Banca d’Italia ha affidato a un’agenzia un programma di formazione di inglese da 620mila euro, che per dei corsi di lingua non sono noccioline, soprattutto perché i bandi di assunzione dell’ente richiedono espressamente una conoscenza avanzata dell’inglese. Prima dell’assunzione, non dopo. Senza contare che da anni sette consulenti-traduttori sono a libro paga dell’ente al costo di mezzo milione di euro. E qui si apre il capitolo consulenze, un dossier sempre corposo e soprattutto costoso visto che al 30 agosto i consulenti esterni a libro paga di Bankitalia sono già 112 e totalizzano incarichi per due milioni e mezzo di euro.

Ma a gravare sui conti dell’istituto, fa notare il Fatto, sono anche i costi legati alla manutenzione di un patrimonio immobiliare sterminato che la Banca d’Italia ha collezionato dai tempi della sua nascita a oggi: il patrimonio per fini istituzionali ha raggiunto una consistenza pari 4,2 miliardi. Poi ci sono 20 filiali regionali e provinciali, 25 sportelli e 18 centri per la vigilanza, trattamento del contante, tesoreria dello Stato. Più tre sedi distaccate a New York, Londra e Tokyo. Il budget per la manutenzione di questo patrimonio, stando agli affidamenti in corso, ha un budget 30 milioni di euro. Gli edifici del centro storico della Capitale ne impegneranno altri 14,6. Solo per mettere telecamere e citofoni al complesso di via Nazionale 91, Tuscolana e del Centro Donato Menichella a Frascati si stanno per spendere in progettazione, installazione e mantenimento 15 milioni (oltre Iva).

Poi c’è l’area di via Tuscolano 417, quartier generale dell’istituto, che ha in corso affidamenti per 21 milioni. Per gli edifici romani e per il “Centro Donato Menichella” di Frascati, che ospita buona parte delle strutture di elaborazione dati, è in arrivo una green revolution: è in corso di affidamento una gara per la manutenzione del verde e il noleggio di piante ornamentali, fioriere, composizioni di fiori recisi e aiuole per sette milioni di euro. Solo gli interventi di manutenzione dell’ex Cinema Quirinale, portone di rappresentanza della Banca, costano 3 milioni di euro.

La settimana scorsa al Senato è passato un emendamento per avviare una spendin review anche in Bankitalia: si taglieranno le auto blu, le ferie, i buoni pasto e le consulenze. Ma a guardere le cifre pubblicate dal Fatto sembra veramente una goccia nell'oceano.

Gaza, condannati all'ergastolo gli assassini di Vittorio Arrigoni

Corriere della sera

Sono sfuggiti alla pena capitale grazie all'opposizione della famiglia di militante italiano. Sul processo accuse di «poca trasparenza»

Fermo-immagine del video diffuso nell'aprile 2011 su youtube che mostrava Vittorio Arrigoni, rapito a Gaza da un gruppo islamico salafitaFermo-immagine del video diffuso nell'aprile 2011 su youtube che mostrava Vittorio Arrigoni, rapito a Gaza da un gruppo islamico salafita

I giudici hanno inflitto il carcere a vita - al termine di un processo segnato da scarsa trasparenza secondo gruppi di tutela dei diritti umani - a due dei presunti esecutori materiali (altri due erano stati uccisi all'epoca dei fatti, durante un tentativo di cattura): Mahmud al-Salfiti e Tamer al-Hassasna, poco più che ventenni. A 10 anni è stato Khader Jiram, vicino di casa di Arrigoni, accusato di aver fornito informazioni decisive ai killer, e un anno Amer Abu Hula, che aveva messo a disposizione casa sua al commando.

CODICE MILITARE - I due imputati sono sfuggiti alla pena capitale anche per l'opposizione di principio manifestata dalla famiglia di Vittorio Arrigoni. Lo precisano fonti locali bene informate, secondo le quali, oltre al carcere, i condannati dovranno scontare un periodo di lavori forzati. Le fonti osservano che in effetti - codice di Hamas alla mano - la Corte militare di Gaza avrebbe potuto comminare la pena di morte ai due imputati principali, ma si sarebbe astenuta dal farlo tenendo conto dell'opposizione che la famiglia della vittima aveva espresso fin dall'inizio del processo in omaggio alle convinzioni dello stesso Vittorio (Vic per i compagni). Secondo la tradizione islamica, i congiunti possono avere voce in capitolo sulla sorte degli assassini d'un parente. Positivi - dopo le critiche rivolte alla procedura e all'iter delle indagini - appaiono intanto i primi commenti sulla sentenza delle organizzazioni locali per i diritti civili, che hanno seguito da vicino le varie udienze per mesi.

ULTIMATUM - Arrigoni era stato rapito la sera del 14 aprile 2001 e mostrato ferito in un filmato in cui lo si additava come nemico dei costumi islamici e si chiedeva a Hamas la liberazione di un capo salafita iper-integralista arrestato nella Striscia nei mesi precedenti. Prima della scadenza dell'ultimatum, l'attivista italiano - trasferitosi da tempo a Gaza dopo aver partecipato a numerose iniziative in favore della causa palestinese - era stato tuttavia assassinato e il giorno dopo la polizia di Hamas ne aveva trovato il corpo senza vita nell'appartamento in cui era stato portato. Secondo un perizia, sarebbe stato strangolato con filo di ferro.

Redazione Online17 settembre 2012 | 12:31

Esami falsi, la Procura annulla 72 lauree

Corriere della sera

Unical: c'è anche chi ha ricevuto sette 30 e lode in un giorno

Il preside Raffaele Perrelli, che ha denunciato la truffaIl preside Raffaele Perrelli, che ha denunciato la truffa

Sette esami superati in un giorno. E tutti con il massimo dei voti: 30 e lode. Risultati strabilianti, in grado di annichilire qualsiasi promessa pubblicitaria. Ma sono stati ottenuti con l'inganno e la complicità del personale amministrativo dell'università di Calabria. La truffa è stata scoperta dalla Procura della Repubblica di Cosenza, che ha chiuso le indagini nei confronti di 75 persone, tra laureati, laureandi, un tutor e due impiegati amministrativi della facoltà di Lettere dell'ateneo cosentino. Il sostituto procuratore della Repubblica, Antonio Tridico, contesta agli indagati, a vario titolo, i reati di falso e introduzione abusiva nel sistema informatico dell'Ateneo. Almeno 72 titoli di laurea vanno verso il macero, tutto da rifare per gli studenti che hanno fatto il gioco sporco.

L'AVVIO DELL'INCHIESTA - Il primo ad annusare puzza di truffa era stato il preside della facoltà di Lettere e Filosofia, Raffaele Perrelli. Nel corso di una seduta di laurea gli capitò sott'occhi lo statino di un laureando. E alla casella dell'esame di Filologia Latina, la sua cattedra, un 30 e lode e una firma che non riconosceva come sua. Scattò la denuncia. E da lì le indagini sugli ultimi 7 anni di corsi. Gli inquirenti hanno sequestrato oltre 20mila atti, hanno fatto comparazioni grafologiche su praticamente tutte le firme dei docenti di Lettere, e alla fine hanno scoperto il trucco.

IL SISTEMA - Gli studenti, «ansiosi di giungere al conseguimento della laurea, senza compiere alcuno sforzo», si rivolgevano a un gruppo di dipendenti amministrativi dell'ateneo ormai noti nel giro dei fuoricorso per i loro servizi particolari. Bastava uno statino usato, si sostituiva il nome dello studente che aveva realmente sostenuto l'esame, si apponeva la firma tarocca del docente, ovviamente ignaro di tutto, e si inseriva nel fascicolo del futuro laureando. Su alcuni documenti è stata trovata anche la firma di qualche docente che ormai non insegna più da anni nell'Università della Calabria.

Antonio Castaldo
gorazio17 settembre 2012 | 12:55

Meglio l'acqua in bottiglia o del rubinetto?

Corriere della sera

Rischi e benefici della scelta più economica, l'acquedotto comunale. Fondamentale leggere le etichette

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MILANO - Meglio bere l'acqua in bottiglia o quella del rubinetto? Quali i rischi e i benefici della scelta più economica, cioè di optare per l'acquedotto comunale? Quanto conta leggere le etichette di composizione delle acque? Ne parla in questa video intervista Andrea Ghiselli, ricercatore dell'ex Inran, ora Cra (Centro Ricerche Agricoltura) di Roma.

Video

Redazione Salute Online17 settembre 2012 | 10:16

Io sto con Nicoletti

Corriere della sera
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di Franco Bomprezzi

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“Melog” è uno dei programmi radiofonici di maggior suggestione. Condotto su Radio24 da un autentico prestigiatore del mezzo radiofonico, Gianluca Nicoletti. Una volta era Golem, su Radiorai. Là ci conoscemmo, virtualmente e non solo. Io sono stato, in quel periodo (attorno al 2003) il suo “golem a rotelle”, in un fortunato scambio di idee sulla disabilità e sulla sua rappresentazione virtuale. Ora succede che Nicoletti dedichi una puntata a “Disabitaly”, venerdì scorso, quarantadue minuti filati di parole, interviste, testimonianze, attorno a un concetto preciso:

“Oggi a Melog – scriveva Nicoletti sulla pagina facebook del programma – faremo un punto sulle ansie e le legittime angosce di quanti sono disabili o ne hanno uno in famiglia e di fronte ai provvedimenti di riduzione della spesa pubblica potrebbe vedersi limitare risorse indispensabili alla sopravvivenza. Quello che per la maggior parte degli italiani è stringere la cinghia per un disabile significa essere strangolato”. Bene, durante il programma il giornalista riceve, tra i tanti, due sms. Il primo: “Nicoletti, se avessi avuto una figlia velina, avresti parlato tutti i giorni di f…?”. Il secondo: “Non le sembra di fare un uso privato della radio?”.

Succede. Anche in questo blog, ve ne sarete accorti, ogni tanto qualche risposta alle nostre riflessioni sulla disabilità attira commenti pesanti, irritati, grevi. Anche Nicoletti è abituato al massacro degli anonimi, che si celano dietro la comodità di un cinismo multimediale travestito da social network o da interattività radiofonica. Ma questa volta ha voluto rendere nota la sua amarezza, il suo fastidio. Non per sé, ma perché ha immaginato, in un istante, quante volte situazioni analoghe vengano vissute quotidianamente da chi rimane davvero “invisibile” e non ha la forza, e neppure la corazza, che lui e io, e Simone, e Claudio, e Pino, abbiamo collaudato nel tempo. Ecco perché oggi io sto con Nicoletti.

Perché è bello è importante che un giornalista bravo e con un forte seguito di ascoltatori dica con trasparente onestà di essere anche il padre di un ragazzo con sindrome autistica. Lo fa sapere dopo dodici minuti dall’inizio della puntata, in modo semplice: “Conosco bene il problema, ho un figlio disabile”. E’ Tommy, che vediamo nella foto. La sua disabilità è nascosta nei misteri del cervello, non è sgradevole o esposta fisicamente, ma n0n per questo è meno impegnativa, anzi.

Ma il punto è questo: perché non dovrebbe parlarne? Perché suscita ironia, o peggio, provoca commenti pesanti il fatto che una puntata su cento di Melog affronti un tema di bruciante attualità, senza pietismo, senza retorica, dando voce a persone pacate e ragionevoli che raccontano le difficoltà spesso drammatiche che caratterizzano, nel pieno della crisi della spesa pubblica, la vita delle famiglie in cui vivono persone con disabilità? Ne abbiamo parlato insieme, chiacchierando virtualmente con skype, e proseguendo al telefono. Ecco che cosa Gianluca Nicoletti mi ha restituito, di questa conversazione:

“Caro Franco,
Ci siamo conosciuti a un premio giornalistico tanti anni fa a Milano. Eravamo entrambi premiati, ma mi ricordo che a festa finita ti avevano lasciato solo a combattere con degli scalini. Così siamo diventati amici.

Sai non è che abbia mai avuto particolari vocazioni a trattare temi sociali. Mi ha sempre affascinato l’ immateriale e l’ immaginario. Ci sono arrivato quando ho cominciato a riflettere su quelle che chiamo “protesi emozionali”. Ho capito che in realtà oggi senza protesi nessuno di noi potrebbe avere una vita emotiva e relazionale adeguata alla contemporaneità. Uso la mia protesi Skype per chiacchierare con te. Uso la mia estensione tastiera per scrivere. Uso il mio tablet per interagire con migliaia di persone all’ unisono e mi sta bene di appoggiarmi a protesi per sentirmi umano.

Ora penso che se l’ umanità interconnessa riflettesse sul fatto che tutti usiamo protesi potrebbe maturarsi una nuova sensibilità verso chi grazie a queste protesi di uso collettivo può anche sollevarsi da quelle che concretamente gli ricordano quello per cui è meno avvantaggiato rispetto ai suoi simili.
Invece mi rendo conto che quello spirito anticonformista e un po’ cattivello che era agli inizi della storia di Internet l’ allegra cifra distintiva di noi pionieri, ora è diventata la funerea nota comune dell’ abuso di massa degli strumenti di socializzazione in rete. Ogni venditore di aspirapolvere incattivito si sente in diritto di sparare contro tutto e tutti lui ritenga di aver usurpato spazi nei media. 

E’ il lato oscuro dell’ esplosione di una nuova forma di partecipazione politica, di cui oggi molto si discute. A me la politica non affascina, ma mi interessa osservare questa trolleria di massa da molti fraintesa come democratica maniera di esprimere liberamente il proprio pensiero. Di solito osservo e basta, ma quando questo cyber bullismo da dopolavoristi alla tastiera tocca le categorie dei disabili mi incazzo di brutto. Accadde quando il professore di musica scrisse su Facebook che si auspicava la rupe tarpea… Di nuovoquando lessi di una collega che temeva che il suo bimbo si spaventasse a vedere un disabile in classe… E ancora di più con i tipi di “Umore Maligno” che cercavano di far parlare di sé giocando sulla cattiveria di maniera verso i ragazzi con handicap.

Giorni fa ho ripreso l’argomento, secondo me di pubblico interesse, dei tagli indiscriminati nel campo del sociale. Chiunque dovrebbe prestarvi attenzione, non solo chi ha un disabile in famiglia, ma possibile che non venga in mente che la disabilità non sempre è un dono che si ha dalla nascita…In questa puntata di Melog naturalmente ho parlato del mio ragazzo autistico, aveva telefonato un’ ascoltatrice con un problema di sostegno in classe e le ho risposto sulla mia esperienza.

Non ci trovo nulla di vergognoso a parlare del mio Tommy autistico, non ho mai avuto pudore nel farlo, anzi son tanto contento di mio figlio, anche se mi mangia la vita! Anche questa volta i soliti cretini hanno mandato sms per dire che si erano stufati a sentirmi parlare di handicap, addirittura uno ha scritto: “Nicoletti se avevi la figlia Velina parlavi sempre di figa?”. Che devo dirti ho postato i messaggi sul mio profilo Facebook. Non per fare la vittima, chi se ne frega. Solo che ho pensato che io ho la fortuna di avere spazi di risposta all’ idiozia, ma la maggior parte di quelli nella mia situazione familiare ogni giorno devono mandare giù il boccone amaro e stare zitti. Per questo ho pure fondato con amici generosi un’ associazione…www.sguardilaterali.org. Con me non la passeranno mai liscia”.

Neanche con noi, a dire il vero. Grazie, Gianluca. Alla prossima.

Roma, Ospedale San Camillo: l'elisoccorso lo paghiamo, ma non vola

Corriere della sera

Chiusa da 9 mesi la piazzola per l'eliambulanza. Nessuno sa perché

Giovanna Corsetti


ROMA - «Come medico esperto di emergenza, posso affermare, senza timore di smentita, che un servizio di elisoccorso porta benefici solo quando assicura l’accesso rapido e diretto all’ospedale di alta specialità. Se invece l’elicottero atterra lontano e i pazienti gravi devono essere spostati di barella in barella e attraversare mezza città, ogni vantaggio è vanificato e un servizio che il cittadino paga a carissimo prezzo diventa non solo inutile, ma potenzialmente dannoso». È parte di una lettera inviata alla stampa dal Direttore dell’unità operativa shock e trauma del San Camillo-Forlanini di Roma che, secondo il piano sanitario della Regione Lazio, dal 2008 è l’ospedale di riferimento per i traumi gravi su un’area, con oltre 2,5 milioni di abitanti, che va da Ostia alla Campania.

L'ELISOCCORSO - Il San Camillo è attrezzato con una piazzola per l’atterraggio dell’elisoccorso, ma da gennaio 2012, ossia da quasi 9 mesi, la piazzola è chiusa. L’impossibilità di accesso diretto all’ospedale per i feriti gravi, secondo i medici, comporterebbe un peggioramento significativo del livello di assistenza, con maggiori sofferenze per i malati e le loro famiglie, cittadini che pagano il servizio sanitario per essere curati e protetti.

Video

L'ELITALIANA - L’Elitaliana, l’operatore che dal 2009 svolge il servizio di eliambulanza nel Lazio, con un compenso di otre 10 milioni di euro l’anno, dichiara di aver sospeso gli atterraggi al San Camillo per ragioni di sicurezza, non avendo potuto fare i dovuti sopralluoghi.
Tuttavia il Direttore Generale del San Camillo, il professore Aldo Morrone, non solo smentisce e precisa che l’Elitaliana ha effettuato vari sopralluoghi, in presenza sua, di rappresentanti della Regione Lazio e del 118 , ma sottolinea anche di aver inviato tutta la documentazione alla Procura della Repubblica di Roma.

LA NOTA DELLA REGIONE LAZIO - La stessa Regione Lazio ci ha inviato una nota nella quale ci informa che «l’elisuperficie del San Camillo-Forlanini è sicura, come ribadito dall’autorità aeronautica, l'Enac. La società che opera l’elitrasporto, l’Elitaliana, ha improvvisamente e unilateralmente deciso di non atterrare, diversamente da quanto fanno i Vigili del Fuoco e altri titolari del servizio di elisoccorso. L’assessorato alla salute della Regione Lazio» continua la nota «sta lavorando per ripristinare l’operatività dell’elisuperficie sulle 24 ore. Mentre si cerca di risolvere questo corto circuito però, la piazzola del San Camillo non è utilizzabile e l’elicottero che serve tutta l’area di emergenza collegata a questo ospedale è inutilizzato. E pagare un elicottero e un équipe di medici e infermieri, per un servizio che non possono svolgere, è un vero spreco del poco denaro pubblico a disposizione.
Non ce lo possiamo permettere.

Giovanna Corsetti
info@reportime.it
17 settembre 2012 | 12:38

Gran raduno in Senato per difendere gli «scatti»

Corriere della sera

I dipendenti di Palazzo Madama temono vengano tolti loro gli scatti in busta paga aboliti per gli impiegati pubblici 20 anni fa

Non soffrono solo i minatori del Sulcis. Anche i dipendenti del Senato sono sul piede di guerra: temono vengano tolti loro gli scatti automatici in busta paga aboliti per tutti gli altri impiegati pubblici 20 anni fa. Automatismi che ancora oggi consentono a Palazzo Madama, nell'arco della carriera, perfino di quintuplicare lo stipendio al di là del merito. E di guadagnare mediamente 149.300 euro: oltre il quadruplo di uno «statale» medio italiano.

Breve promemoria: la scala mobile che adeguava in automatico le buste paga di tutti i lavoratori fu minata da Craxi nel 1984 e soppressa definitivamente da Amato, dopo il fallimento del referendum voluto dal Pci, nel 1992. Gli scatti automatici che fissavano gli aumenti furono tolti a tutti i dipendenti pubblici col Decreto legislativo n. 29 del 3 febbraio '93, quasi vent'anni fa. Per capirci: lo scudetto andava al Milan di Capello che aveva come bomber Jean Pierre Papin, la serata degli Oscar era dominata da Gli spietati e Casa Howard , Silvio Berlusconi non era ancora sceso in campo, alla guida del Pds c'era Achille Occhetto e agli esteri Emilio Colombo. Un'altra era geologica.

Da allora, gli unici scatti automatici buoni per gli aumenti in busta paga, nel settore pubblico, sono rimasti quelli della scuola. Ovvio: chi entra come maestra alla scuola materna o professore di matematica alle medie, a fine carriera farà ancora, a meno che non cambi lavoro, la maestra alla scuola materna o il professore di matematica senza alcuna possibilità (una vergogna, ma questo è un altro discorso) di aumenti dovuti alla bravura professionale.
 
Fino a qualche tempo fa nella scuola c'era un primo scatto dopo due anni seguito da uno ogni sei col risultato che un insegnante poteva aumentare lo stipendio, in 25 anni, del 47%. Contro un parallelo aumento per i colleghi dei Paesi Ocse del 69% e addirittura del 98% dei francesi. Adesso anche il primo scatto dopo due anni è stato abolito.

Di conseguenza un insegnante può avere in tutta la carriera un massimo di 6 scatti con un incremento della busta paga che in tutta la carriera può arrivare al 50%. Anche nel settore privato, sia chiaro, è rimasto qualche residuo. Gli stessi giornalisti, pur avendo cambiato le regole in questi anni di magra, hanno conservato degli scatti automatici. Che tuttavia possono portare in totale, nell'arco di una vita professionale, a un aumento massimo dichiarato del 72%. Nel caso dei dipendenti degli organi istituzionali, dal Senato alla Camera, dal Cnel alla Corte costituzionale, la faccenda è diversa. Prendiamo Palazzo Madama: nel 2010 spendeva per stipendi ed emolumenti vari del personale dipendente, escluso quello a tempo determinato, 137.085.372 euro. Il che significa che, risultando 938 dipendenti, la retribuzione media lorda era di 146.146 euro. Più i contributi.

Tanto per offrire dei confronti: nettamente più di quanto guadagnavano mediamente allora i magistrati (132.642 euro) e gli addetti alla carriera diplomatica (93.755). Ma soprattutto il triplo degli universitari, quasi il quadruplo dei medici e degli infermieri del Servizio sanitario nazionale, quasi il quintuplo degli insegnanti e del personale della scuola, fermi a una media di 30.201 euro. Bene: il bilancio 2011 dice che il risparmio rispetto al 2010 è stato dell'1,87%, corrispondente a circa 2,6 milioni considerando anche il personale a tempo determinato. Ma la spiegazione del calo è illuminante. Testuale: «Tale dato assume particolare significato se confrontato col successivo capitolo del trattamento del personale in quiescenza che, al contrario, presenta un aumento di 6.753.861,31 euro, pari al 7,33%, a causa, sostanzialmente, dei 37 collocamenti a riposo avvenuti nel 2011».

Traduzione: la sforbiciata è stata ottenuta solo perché in 37 sono andati in pensione. Ma questo, per contraccolpo, ha fatto esplodere la spesa previdenziale, che è sempre a carico di Palazzo Madama: un'impennata del 7% in un solo anno. Prova provata che, con i meccanismi attuali, ridurre il personale non porta affatto automaticamente a una riduzione della spesa generale. È vero che finalmente, dal 1° gennaio, anche nella cittadella della Camera alta è stato introdotto il sistema contributivo «pro rata» anche per quelli assunti prima del 2007, ma per vedere i primi risultati veri ci sarà da attendere degli anni.

Fatto sta che dal 2008 al 2011, vale a dire dopo («dopo») lo scoppio della indignazione dei cittadini per gli eccessi dei costi della politica, la spesa per le pensioni del personale del Senato è salita da 82.584.082 a 98.842.943 euro: un'accelerazione mostruosa, del 19,7%. E nei prossimi anni l'andazzo è previsto sugli stessi ritmi. Lo dice il bilancio preventivo del 2012 approvato all'inizio di agosto. Mentre la spesa per il personale dipendente (tolto quello a tempo determinato) dovrebbe diminuire di circa 2 milioni 560 mila euro, fermandosi a 131 milioni 970 mila euro, la spesa per le pensioni salirebbe invece a 106 milioni 850 mila euro. Il che significa che negli anni in cui il Pil pro capite degli italiani calava (dati Istat) del 6,5% e la vendita delle auto crollava ai livelli del 1983, la bolla previdenziale di Palazzo Madama si gonfiava del 29%. E continuerà a gonfiarsi fino a 109 milioni nel 2013 e quasi 112 nel 2014.

Colpa dei dipendenti del Senato brutti, cattivi e viziati? Ma per carità! Non ci permetteremmo mai di dirlo. Si tratta in larga misura di persone di prim'ordine, di professionisti bravissimi, di esperti che riescono spesso a supplire con la loro preparazione ai limiti di una classe politica che, dati alla mano, è drammaticamente inferiore perfino sotto il profilo scolastico a quella degli altri Paesi avanzati. Ma i meccanismi che hanno portato alla situazione attuale sono diventati palesemente insostenibili. Basti ricordare che l'automatico rinnovo dei contratti interni, disdettato dalla maggioranza di centrosinistra nell'infuriare delle polemiche sui costi del «Palazzo» e subito ripristinato per quieto vivere dalla destra dopo le elezioni vinte nel 2008, ha fatto lievitare il peso del personale (stipendi e pensioni) fino al 43,31% dei costi del Senato. Assurdo.

Il guaio è, come dicevamo, che sono ancora in vigore, oltre al meccanismo del recupero triennale dell'inflazione, anche gli scatti di progressione automatici biennali. Per avere un'idea dei loro effetti, in quarant'anni lo stipendio annuo lordo di un «assistente parlamentare», il livello più basso, quello dei commessi, può crescere da 38.059 a 159.729 euro moltiplicandosi per 4,2 volte. Quello dei coadiutori da 46.678 a 192.446. Quello dei segretari da 56.766 a 255.549. Quello degli stenografi da 67.390 a 287.422. Ma il top della progressione spetta ai consiglieri parlamentari, la cui retribuzione può passare da 85.415 a 417.037 euro, lievitando di quasi cinque volte. E ci riferiamo alle buste paga del 2008. Che da allora, al netto dei tagli provvisori di Tremonti, sono lievitate ancora.

Sinceramente: è difendibile un meccanismo come questo? Questo pomeriggio, quando si ritroveranno all'assemblea convocata dalla Cgil per denunciare la minaccia che siano toccati quei meccanismi automatici di progressione degli stipendi, sarebbe un peccato se i dipendenti del Senato alzassero le barricate. E guai se lo facesse, per rastrellare consensi, qualcuno dei 14 (quattordici!) sindacati autonomi interni. Credono davvero che se si asserragliassero in cima a una gru o nel pozzo di una miniera per difendere i loro «diritti acquisiti» così gli italiani capirebbero?

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
17 settembre 2012 | 7:52

Eccovi i sindacati italiani tolgono soldi ai lavoratori

Libero

Le rappresentanze locali dei sincati di Camusso e Bonanni si oppongono: ma non dovrebbero tutelare i lavoratori?
di Gilberto Bazoli


Cattura
Rifiutare un bonus solo perché è un regalo dei dirigenti del Comune. Ora però i sindacati, travolti dalle critiche, il perché del no dovranno spiegarlo, più che a chi ha fatto l’offerta, ai beneficiari: i loro iscritti.

Nel pieno delle polemiche estive sui compensi dei 14 manager comunali, la giunta di Cremona aveva chiesto loro di fare un bel gesto rinunciando a una parte dell’indennità di risultato, una delle voci che compongono lo stipendio. Proposta accettata: i dirigenti hanno deciso di fare a meno di una somma complessiva di 50mila euro (in media 4-5mila euro a testa all’anno). Con l’auspicio che quei soldi, «limitatamente e in via straordinaria per il 2012», vadano a irrobustire il fondo per i premi dei 600 dipendenti comunali. Il ‘tesoretto’, nel 2011, ammontava a 211.000 euro e, grazie all’insperata aggiunta, sarebbe lievitato di un quarto. Con quella donazione, ogni lavoratore avrebbe avuto in busta paga 83 euro in più all’anno.

Ma, come si dice, il condizionale è d’obbligo perché i sindacati si oppongono. A partire dalla Cgil. «Se la gratificazione è con la g maiuscola, va bene; se invece è un’elemosina, se la possono tenere», Giorgio Salami, che è anche coordinatore della Rsu del Comune, spiega così il gran rifiuto. Sulle barricate anche la Cisl e Vincenzo Tarallo. «La proposta dei dirigenti non è fattibile. C’è incompatibilità nel passaggio di risorse dal loro fondo a quello del personale. Tutta questa pubblicità è solo uno specchietto per le allodole». L’unica voce fuori dal coro è quella della Uil e di Mario Penci. «I soldi, in generale, sono pochissimi» e quelli per i premi dei lavoratori «fanno piangere, diminuiscono sempre di più. In questo momento fa comodo tutto, pure quella piccola somma. Anche se i dirigenti avrebbero potuto rinunciare a molto, molto di più più».

La levata di scudi dei confederali ha colto di sorpresa Mario Vescovi, presidente della Dircom (il sindacato dei dirigenti) e dirigente pure lui, il firmatario della lettera in cui si annunciava l’offerta. «Reazioni incomprensibili, puerili, dure, cattive. In un momento di crisi ognuno deve fare la sua parte e noi ci siamo detti: facciamola anche noi riducendoci lo stipendio. Dopo di che abbiamo proposto di devolvere quella somma per il fondo dei dipendenti». Da parte di Vescovi e degli altri «nessuna intenzione di fare l’elemosina. Era solo un piccolo sforzo a beneficio dei nostri collaboratori».

Se al vertice della piramide comunale ci si stupisce per lo sdegnoso diniego sindacale, alla base se ne capisce ancor meno il perché. È un coro. Giuseppe, addetto al verde: «Quei soldi bisogna beccarli, punto e basta». Adolfo, impiegato: «Con i tempi che corrono, tutto fa comodo». Colomba, inserviente: «In momenti come questi si accetta anche l’elemosina». Un loro collega, messo in Provincia e consigliere comunale, Roberto Gandolfi, è invidioso: «Magari i nostri dirigenti avessero fatto altrettanto». Con il problema, però, che i sindacati sono gli stessi anche lì.

Perché i radicali sono liberi di non autenticare le firme?

Libero

Due differenti filmati inguaiano i militanti di Marco Pannella: a Milano raccolgono sottoscrizioni senza alcun autenticatore. Ma non si può fare

Proprio loro che attaccano Formigoni per irregolarità nella presentazione delle liste. E proprio nella stessa città...
di Lorenzo Mottola


Cattura
Il mistero si infittisce: i radicali ora hanno due video da spiegare. Due filmati inediti risalenti a maggio, dove si possono vedere dei banchetti  (il primo in Statale, il secondo a pochi passi dal Duomo) allestiti per raccogliere firme a supporto delle “delibere laiche” del partito di Marco Pannella, dalla stanza del buco al testamento biologico. In entrambi i casi, però, non si vede traccia di autenticatori, solo di militanti radicali e di signore che firmano a testa bassa per la laicizzazione dello Stato. E senza un pubblico ufficiale - per esempio di un consigliere comunale - le sottoscrizioni non sarebbero valide. Un problema molto comune per questo tipo di cose, ma che visti i protagonisti del caso diventa decisamente più interessante.

I radicali, come noto, da due anni combattono perché le regionali lombarde 2010 vengano invalidate. Il loro leader milanese, Marco Cappato, ha lavorato a lungo per provare che le firme a supporto della candidatura di Roberto Formigoni sono state raccolte con palesi irregolarità. L’attuale governatore vinse quelle elezioni con 23 punti di distacco dall’avversario, Filippo Penati. Cappato ha sempre ritenuto la cosa scarsamente importante: quel che conta è il rispetto delle regole. Possibile che proprio lui sia caduto nello stesso errore nella sua campagna?

Come detto, il primo video è stato girato di fronte Statale. Nel filmato, girato dall’alto, si riconoscono solo due militanti e due cittadini intenti a firmare. Tra i primi, si nota Lorenzo Lipparini, autore di una feroce biografia di  Formigoni, e un’altra militante. Nessun pubblico ufficiale, parrebbe. Anche se Cappato ha spiegato che si potrebbe trattare di un errore o di un falso: magari il consigliere si era allontanato di pochi passi, era nascosto dietro l’angolo per qualche ragione.

La scena, però, si ripete in un altro filmato. Questa volta siamo all’angolo tra corso Vittorio Emanuele e piazza Liberty. E anche qui si vedono due militanti, tra cui il solito Lipparini, e una signora che firma. Di Cappato, unico consigliere comunale radicale e di conseguenza l’unica persona in grado di autenticare, non c’è traccia. Forse tra i due c’era un notaio? Sembrerebbe di no, nella registrazione si sente chiaramente l’autore del filmato chiedere perché non ci fosse nessuno ad autenticare. La risposta: «Cappato è andato un attimo in bagno». Un attimo che si allunga per diversi minuti. Nel frattempo, la scena diventa affollata, arrivano due poliziotti e perfino la Digos. Il radicale si presenta per ultimo, come si vede nell’ultimo fotogramma pubblicato. Dall’inizio delle riprese è passato quasi un quarto d’ora.

In Usa: sei avvertimenti ai "pirati" poi blocco del web

La Stampa

Al via un programma per scoraggiare la violazione del copyright. Stop di Internet per i trasgressori. Ma anche no...

CLAUDIO LEONARDI


La lotta alla pirateria online resta una priorità per Hollywood e l'industria dell'intrattenimento. L'annunciato programma per contrastare il traffico di materiale tutelato da diritto d'autore, noto anche con il nome di "six strikes" (sei colpi), dopo un paio di false partenze sembra infine prossimo al debutto. Il Copyright alert system, questo il nome ufficiale del programma, era stato annunciato nel luglio 2011 e atteso per il mese di dicembre dello stesso anno. Il lancio era stato poi rinviato al luglio 2012 e ora, Jill Lesser, a capo del Centro per l'Informazione sul Copyright, avrebbe garantito al sito Ars Technica che entro il 2012, finalmente, vedrà la luce. Legittimo lo scetticismo sul suo effettivo debutto.

Il sistema, in ogni caso, è il frutto di uno sforzo congiunto degli studios di Hollywood, delle etichette discografiche e di importanti Internet provider degli Stati Uniti, per una volta apparentemente uniti per scoraggiare la pirateria. Finora, infatti, industria dell'intrattenimento e fornitori di connessione al web si erano trovati, di fatto, su fronti opposti, anche legali. L'accoro tra i due ex nemici prevede che i provider avviseranno gli utenti sorpresi a condividere file in violazione delle norme sul copyright con sei messaggi sempre più "invadenti". La terza e la quarta e-mail, per esempio, dovrebbero chiedere una conferma di lettura, per assicurarsi che siano state viste dal trasgressore. L'utente potrebbe poi essere indirizzato su una speciale pagina web nel momento in cui apre il proprio browser, per accedere a informazioni legali sul diritto d'autore e sulle conseguenze della sua violazione.

Nella lotta alla pirateria, il più celebre precedente è quello della legge francese, accomunata al programma americano anche dal nome, informalmente attribuitogli, di "three strikes", da noi italianizzato in "legge dei tre schiaffi". La legge d'Oltralpe, voluta dall'ex presidente Nicholas Sarkozy e oggi messa in discussione dal successore Francois Hollande, appare in realtà più strutturata: è stata istituita una vera e propria autorità, l'Hadopi, con il potere, per altro esercitato, di revocare l'accesso a Internet ai trasgressori che ignorassero i tre avvertimenti. Non è invece del tutto chiaro come procederanno i provider allo scoccare del sesto messaggio di allarme. Sembra infatti che gli operatori statunitensi avranno la facoltà di bloccare il collegamento, ma non l'obbligo.

E se non c'è obbligo, c'è da chiedersi quale sarebbe il destino di chi continuasse a condividere file illegalmente, ma anche quali possibili conseguenze ci siano per i provider, che non potrebbero più chiamarsi fuori per "ignoranza dei fatti". L'accordo originario parla, a quel punto, di possibilità per le major di intentare causa nei confronti del trasgressore, ma l'acquisizione dei suoi dati sarebbe ancora vincolata a un ordine del tribunale. E si sarebbe punto e a capo.

Anche sulla possibilità di appellarsi da parte dei presunti colpevoli resta qualche punto oscuro. Gli utenti che si considerassero ingiustamente accusati dovrebbero pagare una tassa di deposito di 35 dollari per una revisione indipendente da parte della American Arbitration Association, ma il Centro per l'Informazione Copyright non ha fornito dettagli sul funzionamento della procedura. Insomma, si comprende perché, annunciato più volte, il nuovo programma anti-pirateria non sia stato ancora partorito, e anche questa volta si annunciano complicazioni. D'altra parte, il progetto di mettere sullo stesso fronte provider e industria dell'intrattenimento non manca di ambizione e costituirebbe una significativa novità dopo anni di risse.

Aumenta la taglia per Rushdie: “Così fermeremo la satira anti-islam”

Corriere della sera
di Monica Ricci Sargentin


"Midnight's Children" Premiere - Arrivals - 2012 Toronto International Film Festival

Il nesso non è lampante ma una fondazione iraniana è convinta che per fermare le offese alla religione islamica, come quella del film blasfemo su Maometto, sia necessario uccidere Salman Rushdie. Per questo ha aumentato di 500mila dollari la taglia sull’autore dei Versetti satanici, portandola a 3.3 milioni di dollari. Lo scrittore britannico, che è sotto scorta dal 1989, dovrà guardarsi ancora più le spalle quando ormai pensava forse di poter tirare un respiro di sollievo (nella foto Rushdie a Toronto con la regista Deepa Mehta alla prima del film Midnight’s children tratto da un suo famoso libro).

«Finché la storica fatwa decretata nel 1988 dal grande ayatollah Khomeini non sarà eseguita — ha detto il capo della Fondazione 15 Khordad, l’ayatollah Hassan Saneii – non arriveremo mai all’ultimo insulto. Se la condanna a morte fosse già stata compiuta non avremmo assistito alla pubblicazione di caricature, articoli e film».
E poco importa che Rushdie non abbia nulla a che spartire con Nakoula Besseley Nakoula, l’egiziano copto sospettato di essere il produttore del film su Maometto che ha fatto infuriare migliaia e migliaia di musulmani di mezzo mondo. L’equazione per la fondazione religiosa 15 Khordad funziona e c’è da aspettarsi che sarà presa per oro colato, purtroppo, dai gruppi più fondamentalisti che oggi  assediano le ambasciate Usa in diverse parti del mondo.

La fatwa, dicono in Iran, è irrevocabile. Ma dopo 23 anni, forse, ci si potrebbe non pensare più. Nel 1998 il governo iraniano dichiarò di non appoggiare la condanna a morte ma allo stesso tempo spiegò che non poteva annullare l’editto perché per la legge islamica questo poteva essere fatto soltanto dalla persona che l’aveva emesso nel 1989 cioè la Guida della rivoluzione islamica iraniana, il defunto ayatollah Ruhollah Khomeini.

Nato a Bombay ma naturalizzato britannico, Rushdie ha scritto i versi satanici nel 1988, una storia fantastica ritenuta blasfema per alcune descrizioni irriverenti di Maometto. Da allora vive sotto protezione, sempre sul chi va là. Lo scorso gennaio, per esempio, lo scrittore ha dovuto annullare la sua presenza al festival letterario più importante dell’India, quello di Jaipur, pensando di esser in pericolo di vita. In verità le minacce erano state inventate ad arte dalla polizia che non avere una presenza scomoda nel paese. Dal 2000 Rushdie vive a New York. Proprio in questi giorni è uscito il suo ultimo libro Joseph Anton, a memoir in cui racconta la sua vita dalla Fatwa in poi.

L’idea della Fondazione 15 Khordad è che punendo l’apostata per eccellenza si educherebbero tutti gli altri “infedeli”. Come  a dire: chi tocca l’Islam muore ed è meglio che lo sappiate. Ieri sul Corriere della Sera lo storico inglese Eugen Rogan, studioso di Storia moderna del Medio Oriente, e Jeffrey T. Schnapp, codirettore del Berkman Center for Internet and Society di Harvard, hanno entrambi sostenuto che l’Occidente dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di rimuovere i contenuti che offendono razza o fede, come ha fatto per esempio Google che ha bloccato il video incendiario in alcuni paesi. “Siamo insensibili a ciò che i musulmani sentono come un’offesa” ha detto Rogan.
Personalmente io credo che la libertà di espressione sia intoccabile e che quando si comincia a parlare di censurare questo tema o quell’altro si lede un diritto umano fondamentale. E voi lettori cosa ne pensate?

La tragedia dei numeri primi: rischiano i nostri bancomat

Libero

Lo studio di un giapponese scopre una relazione tra le cifre "solitarie": e nel mirino ci finiscono le nostre carte e i conti cifrati

L'angoscia viene dal Sol Levante: i numeri primi sono meno di quanto si possa pensare, e rischiamo i nostri soldi
di Marco Gorra


Cattura
I numeri primi sono meno soli di quanto si pensasse. E la cosa rischia di rivoluzionare un bel po’ il mondo. Il merito è di tale Shinichi Mochizuki, padreterno giapponese della teoria dei numeri il quale sostiene di avere dimostrato la cosiddetta congettura ABC.
Sorta di pietra filosofale della matematica (esiste e, in assenza di una parola definitiva, è presa per buona sulla fiducia da quasi trent’anni), la congettura ABC stabilisce una profonda e riconoscibile correlazione tra i numeri primi. Numeri che fino ad oggi si pensavano impossibili da mettere in corrispondenza tra loro e dei quali c’è adesso l’opportunità di conoscere relazioni ed ordine, insomma. Il lavoro di Mochizuki - un agile volumetto di cinquecento pagine - è già al vaglio di esperti e studiosi di tutto il mondo, che ne dovranno sancire la veridicità.

L’entusiasmo, nel pure solitamente compassato ambiente dei matematici, è tuttavia già sensibile: c’è il caso di essere di fronte alla più importante scoperta matematica del ventunesimo secolo. La dimostrazione della congettura ABC, infatti, aprirebbe le porte alla dimostrazione di un impressionante numero di chimere (tra le quali il celebre ultimo teorema di Fermet, in attesa di conferma dalla bellezza di trecentosettantacinque anni) e dare lavoro a dozzine di generazioni di matematici a venire. Fin qui l’accademia. Resta da capire se la cosa sia destinata ad avere impatto fuori dalle aule universitarie. E la possibilità, a quanto pare, c’è. La dimostrazione della congettura ABC rischia di andare infatti ad impattare nientemeno che sul settore della sicurezza delle comunicazioni globali.

Qui entra in gioco un’altra sigla: RSA. Trattasi dell’algoritmo che, da quattro decenni a questa parte, viene sistematicamente impiegato nel processo di criptaggio di ogni informazione cifrata che viaggi sulle reti di tutto il mondo. La grande diffusione del metodo RSA è dovuta alla sua virtuale impenetrabilità, ad assicurare la quale provvedono i numeri primi. In estrema sostanza, il sistema è basato su una chiave derivata dal prodotto di due numeri primi immensamente grandi. Risalire a questa chiave senza conoscere i fattori che la determinano e pressoché impossibile (per craccare un codice RSA utilizzando il calcolo, allo stato attuale delle cose occorre un lasso di tempo compreso tra i venti ed i mille anni).

Il punto è che le possibilità aperte dalla dimostrazione della congettura ABC potrebbero seriamente ridimensionare l’impenetrabilità dell’algoritmo (sapere come funziona la correlazione tra i numeri primi renderebbe parecchio più agevole districarsi anche negli ordini di grandezza monstre del metodo RSA) e renderlo assai più permeabile. In questo caso, le quantità di tempo e sforzo necessarie per decodificare la chiave potrebbero comprimersi drasticamente. I dati criptati che viaggiano sulle reti di tutto il mondo (fondamentalmente soldi ed informazioni) rischiano pertanto di diventare più facili da decodificare: dai miliardari movimenti bancari delle Isole Cayman ai biglietti del cinema comprati on line, dalle email alla fidanzata ai cablogrammi militari, tonnellate di dati sensibili potrebbero trovarsi con le difese abbassate.

Nessun allarmismo, sia chiaro: per l’immediato, le carte di credito e la connessione internet di noi tutti non risultano sottoposte a pericolo alcuno. Solo, qualora quanto fin qui esposto dovesse rivelarsi vero, si renderebbe necessario fare un clamoroso tagliando alle basi stesse del sistema di protezione dati più diffuso al mondo. Si tratterebbe dei più imponenti lavori di ristrutturazione da che l’interconnesione globale è realtà, e le conseguenze di un ridisegno così profondo dell’architettura medesima del sistema sono al momento non ponderabili. Già erano abbastanza rognosi quando se ne stavano sulle loro, i numeri primi, ma adesso che sono pure diventati socievoli  dove si andrà a finire nessuno lo sa.

Vette altissime di maleducazione

La Stampa

Lo cercano gli elicotteri, ma è tornato in salvo a casa senza avvertire. E accade sempre più spesso



Ogni anno si registrano casi di persone che non lasciano detto dove sono dirette o che si salvano e non avvertono che sono rientrate. Le richerche continuano e impegnano elicotteri, piloti e guide

enrico martinet
courmayeur (aosta)

Quelli che cercano invano» si potrebbero definire gli uomini del soccorso alpino parafrasando la celebre ballata di Enzo Jannacci. Elicotteri, piloti, tecnici di volo e guide alpine a volte sfidano montagne imbronciate e pericolose per nulla, alla ricerca di un disperso che è già a casa, magari davanti alla tv.
 
Così l’ironia si trasforma in rabbia e conti salati da pagare, minimo duemila euro se il volo è breve. «Fa parte delle incognite del nostro lavoro. Ne faremmo volentieri a meno, ma così è. Non sono purtroppo casi isolati, ogni anno ne registriamo alcuni. C’è chi non lascia detto dove è diretto e chi chiama, si salva e non ci avverte che è rientrato. Non c’è legge né sanzione contro chi non usa il buon senso o l’educazione. E noi continuiamo a cercare, a volte esponendoci a gravi pericoli», dice il capo del soccorso alpino valdostano Alessandro Cortinovis.

Nella scorsa settimana due soccorsi sul Monte Bianco per tre alpinisti finiti nella nube d’una improvvisa bufera di neve con il termometro a meno 15. Accade mercoledì sulle Grandes Jorasses e nel cuore del Bianco, alla base del Pilone Centrale del Freney, reso celebre da una delle sciagure alpine più ricordate, quella del 1961: quattro morti fra le due cordate che per prime tentavano la salita, una italiana guidata da Walter Bonatti, l’altra francese con Pierre Mazeaud. A chiedere aiuto è Jan Sopranko, slovacco di 30 anni. È mercoledì sera, Jan è in difficoltà per neve e gelo. Poi il suo telefono cellulare ammutolisce. Sabato le guide hanno trovato una corda e un telo termico alla base del Pilone, null’altro.

La seconda telefonata di aiuto è dalle Jorasses, un francese bloccato sulla via normale, sfinito, impaurito. L’alpinista parla con la centrale del soccorso poi passa il telefono a chi è bloccato con lui, il bellunese Paolo Ganz, 58 anni: «Sto bene ma la situazione è critica, proverò a scendere». Alla prima schiarita le guide recuperano il francese, ma di Paolo nessuna traccia. Il compagno dice: «L’ho visto andare giù». Il soccorso continua. Di lui la Guardia di Finanza di Entrèves (Courmayeur) sa soltanto che ha una Panda bianca. Risale al nome con il numero di targa, ma niente telefono, né cellulare né di casa. E quell’auto è sempre là, nel piazzale della Val Ferret.

Il soccorso continua. L’auto sparisce, il bellunese di Falcada è sceso da solo, è riuscito a evitare le insidie di nebbia e neve fresca, ha superato ghiacciaio e morene ed è a casa. «Una telefonata sarebbe stata gradita - ironizza Cortinovis -. Per fortuna è in salvo. A volte basta un ritardo nel rientro a casa e scattano, come è giusto che sia, i soccorsi. Nella maggioranza dei casi ci avvertono, ma alcuni diciamo che se ne dimenticano, eppure sanno di essersela cavata e che altri per cercarli potrebbero correre i loro stessi rischi». Un tempo gli alpinisti scrivevano sui diari dei rifugi la loro meta. Ce n’è una letteratura. In questi «quaderni di bordo» sono conservati nomi come Giusto Gervasutti e Walter Bonatti, tanto per ricordare due celebrità alpinistiche che sul Bianco hanno scritto pagine storiche.

Oggi i gestori dei rifugi nel compilare la schede dei loro ospiti chiedono anche la meta di arrampicata, proprio per non essere costretti in caso di necessità a una ricerca cieca. Molti però fanno spallucce, rispondono «non sappiamo ancora». Tendenza pericolosa per sé e gli altri, dovuta anche alla sicurezza tecnologica di avere con sé il cellulare. Costoro, disarmati di buon senso, pensano che il cellulare basti: «Se ho bisogno chiamo aiuto e dico dove sono». Cortinovis spiega: «Forse non pensano che nel caso di un allarme disperso, oltre all’apprensione, si mette in moto una procedura complessa che impegna sia noi sia le forze dell’ordine.

In mancanza di notizie certe sulle mete degli alpinisti si prova con le celle telefoniche per individuare il luogo, poi si parte, sovente alla cieca. E su di un massiccio come il Bianco è un po’ come trovare un ago in un pagliaio». L’ultimo episodio del genere è di quest’estate, come ricorda il maresciallo Delfino Viglione, capo del soccorso alpino della Guardia di Finanza di Entrèves. Un poliziotto di Madrid, alpinista solitario, disperso tra il Maudit e la vetta del Bianco, enorme cresta glaciale. Mai ritrovato.

Come farsi rimborsare dalle compagnie telefoniche

La Stampa
Stefano Santini


Esigenze personali ed economiche ci indirizzano nella scelta dell’operatore con cui stipulare un contratto per l’utilizzo dei servizi di comunicazione elettronica (telefonia, internet). Capita spesso però  che gli accordi presi in sede di stipula del contratto non vengano praticamente rispettati, e l’utente si ritrova con un servizio diverso da quello preventivato. Per risolvere le controversie che possono nascere tra utenti ed operatori di comunicazioni elettroniche, l’Agcom (Autorità garante per le Comunicazioni) ha approvato , con delibera n. 173/2007/CONS, un regolamento apposito che stabilisce in 23 articoli quali siano tutte le procedure da seguire.

Secondo l’articolo 2 tale normativa si applica alle “controversie in materia di comunicazioni elettroniche tra utenti finali ed operatori, inerenti al mancato rispetto delle disposizioni relative al servizio universale ed ai diritti degli utenti finali stabilite dalle norme legislative, dalle delibere dell’Autorità, dalle condizioni contrattuali e dalle carte dei servizi” (art. 2, comma 1); sono invece escluse “le controversie attinenti esclusivamente al recupero di crediti relativi alle prestazioni effettuate, qualora l’inadempimento non sia dipeso da contestazioni relative alle prestazioni medesime” (art. 2, comma 2).

Di fondamentale importanza è quanto stabilito dall’articolo 3 del Regolamento, per cui un utente che vuole ricorrere in sede giurisdizionale per la violazione di un proprio diritto, può farlo solo dopo aver effettuato un tentativo di conciliazione (che diviene pertanto obbligatorio) di fronte a un organo terzo competente per territorio, munito di delega a svolgere funzione conciliativa (art. 3, comma 1).

La procedura di conciliazione


L’organo a cui va proposto il tentativo di conciliazione è il Co.re.com. (Comitato regionale per le comunicazioni), che agisce su base regionale.  Secondo l’articolo 4 del Regolamento il Co.Re.Com territorialmente competente è quello del “luogo in cui è ubicata la postazione fissa ad uso dell’utente finale ovvero, negli altri casi, il domicilio indicato al momento della conclusione dl contratto o, in mancanza, la residenza o la sede legale dell’utenza” (art. 4, comma 1). I Co.Re.Com che hanno firmato la convenzione bilaterale con l'Agcom, e che sono quindi abilitati all'esercizio delle funzioni delegate, sono quelli di: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Val d'Aosta, Veneto, Provincia autonoma di Trento e di Bolzano.

Se il Co.re.com. territorialmente competente non è titolare di delega (art. 3, comma 2), lo stesso tentativo di conciliazione dovrà essere effettuato (anche in via telematica) davanti ad organi alternativi, previsti dall’articolo 13 del Regolamento e in particolare: “le camere di conciliazione istituite presso le Camere di commercio, industria, artigianato ed agricoltura, previa stipula di apposito protocollo di intesa tra Unioncamere e l’Autorità” (art. 13, comma 1) o “gli organismi istituiti con accordi tra gli operatori ed associazioni di consumatori rappresentative a livello nazionale, purché detti organismi operino nel rispetto dei principi di trasparenza, equità ed efficacia di cui alla Raccomandazione n. 2001/310/CE” (art. 13, comma 2). Tali organismi ad oggi sono: Fastweb S.p.A., PosteMobile S.p.A., TeleTu S.p.A./OpiTel, TIM S.p.A., Vodafone Omnitel NV, Wind S.p.A. Il termine per concludere l’eventuale conciliazione è di 30 giorni a decorrere dalla data in cui è stata proposta l’istanza, dopodiché le parti posso andare in giudizio; se per la stessa controversia è già stato concluso un tentativo di conciliazione davanti al medesimo Co.re.com., non si può proporlo nuovamente (artt. 3 e 3bis).

Ci sono alcuni requisiti da rispettare nella compilazione della domanda di conciliazione. In base a quanto riporta l’articolo 7 del Regolamento dell’Agcom l’istanza, pena l’inammissibilità, deve indicare il nome, il cognome e la residenza o il domicilio dell’utente, il numero dell’utenza in caso di servizi telefonici, la denominazione e la sede dell’operatore e deve essere accompagnata dalla fotocopia di un documento di identità dell’utente interessato (comma 1). Deve inoltre indicare i fatti che sono all’origine della controversia e gli eventuali tentativi già avvenuti per dirimerla, oltre alle richieste di colui che presenta la richiesta (comma 2). Il comma 3 dell’articolo 7 prevede inoltre che “l’istanza, a pena di inammissibilità, è sottoscritta dall’utente o, per le persone giuridiche, dal rappresentante legale, ovvero da un rappresentante munito di procura speciale, conferita con atto pubblico o con scrittura privata autenticata, ed è consegnata a mano contro rilascio di ricevuta ovvero inviata a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento, a mezzo fax o tramite posta elettronica certificata”.

La domanda può anche essere inviata compilando il formulario UG, disponibile sul sito ufficiale dell’Autorità  garante per le Comunicazioni (www.agcom.it) e presso gli uffici dei Co.re.com. Quest’ultimo, entro 10 giorni dalla presentazione dell’istanza, può dichiarare l’improcedibilità del tentativo di conciliazione, nel caso rilevi una causa di inammissibilità della richiesta stessa. Se la domanda risulta invece ammissibile il Co.re.com., entro 7 giorni lavorativi dal ricevimento della domanda, convoca entrambe le parti per l’udienza. Nell’avviso di convocazione dovranno essere indicati tutti i dettagli del procedimento (art. 8, commi 1 e 2).
 
Il comma 3 specifica che:




“3. La parte che non ha proposto l’istanza, entro dieci giorni dal ricevimento dell’avviso di convocazione ha l’onere di comunicare al Co.re.com, con le modalità indicate nell’avviso medesimo, la propria volontà di partecipare alla procedura conciliativa”. Trascorsi i dieci giorni, in assenza di tale comunicazione o in caso di dichiarazione esplicita di non voler partecipare all’udienza di conciliazione (comunicazione che va inviata con almeno cinque giorni di anticipo rispetto alla data fissata per l’udienza) il tentativo di conciliazione si ritiene concluso. Qualora invece ci sia accordo per partecipare all’udienza, secondo quanto prevede l’articolo 9 del Regolamento, le parti potranno intervenire personalmente (facendosi assistere da rappresentanti delle associazioni dei consumatori), ovvero, in caso di persone giuridiche, in persona del loro legale rappresentante (si può essere rappresentati anche da soggetti muniti di procura conferita con atto pubblico o con scrittura privata autenticata ovvero con scrittura privata corredata della fotocopia di un documento di identità del delegante).

Il comma 2 dell’articolo 9 sancisce inoltre che le parti possono partecipare all’udienza in videoconferenza o tramite strumenti telematici, facendone previa richiesta al responsabile del procedimento con almeno cinque giorni di anticipo rispetto alla data stabilita per l’incontro e secondo modalità prestabilite. Nell’udienza le parti espongono le rispettive ragioni e in qualunque fase il responsabile del procedimento può suggerire soluzioni alla controversia, come anche concludere l’udienza stessa in caso di condotte che mettano a rischio il corretto svolgimento del dibattimento. Anche una delle stesse parti può decidere di abbandonare la conciliazione e chiederne l’esito finale. Tre sono i possibili esiti finali del tentativo di conciliazione, secondo quanto previsto dall’articolo 12 del Regolamento. Abbiamo già analizzato il caso in cui, per assenza di una o di entrambe le parti all’udienza,  il tentativo si ritiene concluso.

Se invece la conciliazione ha esito positivo è redatto un verbale che costituisce titolo esecutivo, in cui si indicano i punti controversi e si dà atto dell’accordo e la controversia si risolve. Nel caso in cui invece “in udienza non si raggiunga l’accordo, su tutti o alcuni dei punti controversi, il responsabile del procedimento redige un sintetico verbale in cui si annota esclusivamente l’oggetto della controversia e che la stessa è stata sottoposta a tentativo di conciliazione con esito negativo” (art. 12, comma 3). In caso di esito negativo, totale o parziale, le parti congiuntamente, o anche il solo utente, possono - entro 3 mesi - chiedere al Co.re.com. o all’Agcom di definire la controversia ai sensi dell' art. 84 del Codice delle comunicazioni elettroniche (D. lgs. 1° agosto 2003, n. 259). L’intervento dell’Autorità garante per le comunicazioni non può essere richiesto in caso di decorrenza di più di tre mesi dalla data di conclusione della procedura di conciliazione, e/o se per il medesimo oggetto e tra le stesse parti sia stata già adita l'Autorità Giudiziaria (art. 14).

La procedura di definizione


L’istanza per deferire al Co.re.com. competente o all’Agcom la risoluzione della controversia può essere presentata utilizzando il Formulario GU14 disponibile sul sito dell’Autorità garante. Tale modulo, dal 1 gennaio 2010, deve essere consegnato direttamente ai rispettivi Co.re.com. per gli utenti delle Regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Molise, Puglia, Toscana, Umbria e delle province di Bolzano e Trento. Gli altri, invece, dovranno presentare l’istanza direttamente all'Agcom, via fax, posta elettronica o ordinaria. Nella domanda non devono mancare i dati anagrafici, il domicilio, il numero dell’utenza, la denominazione e la sede dell'operatore; oltre ai fatti che sono all’origine della controversia, le richieste e gli estremi del verbale di mancata conciliazione o di soluzione parziale della controversia.

Verificata l'ammissibilità dell'istanza il procedimento viene avviato con una comunicazione alle parti nella quale sono contenuti i termini entro cui produrre memorie e documentazione, integrare e replicare alle produzioni avversarie, nonché il termine di conclusione del procedimento, pari a 180 giorni (art. 15, commi 2 e 3, art. 16 commi 1 e 2). In alcuni casi le parti possono essere convocate per un’udienza di discussione della controversia. All’udienza di discussione, le parti compaiono personalmente ovvero, in caso di persone giuridiche, in persona del legale rappresentante, e possono farsi assistere da consulenti. Sia in caso di accordo conciliativo che di mancato accordo al termine dell’udienza il responsabile del procedimento redige sintetico processo verbale. (art. 16 commi 4, 5 e 6).

Nel corso del procedimento (art. 18, comma 1) è possibile si renda necessaria la convocazione in udienza di altri soggetti interessati, come anche l’acquisizione di documenti o perizie conoscitive (art. 18, comma 2). Terminata questa fase istruttoria la documentazione viene trasmessa all’Organo collegiale che definisce la controversia tramite un atto vincolante notificato alle parti e pubblicato nel Bollettino ufficiale dell’Autorità (art. 19 commi 1 e 3). Secondo quanto prevede l’articolo 17 del regolamento “il fatto che una delle parti non si presenti o si astenga dal far valere in udienza le proprie ragioni non può essere interpretato come accettazione delle ragioni della controparte, né come rinuncia all’istanza.

In tal caso la controversia è comunque definita alla luce di quanto risulta dalla documentazione acquisita agli atti e tenuto conto delle difese scritte svolte dalle parti”. Il provvedimento finale dell’Autorità garante, se l’istanza risulta fondata, “può condannare l’operatore ad effettuare rimborsi di somme risultate non dovute o al pagamento di indennizzi nei casi previsti dal contratto, dalle carte dei servizi, nonché nei casi individuati dalle disposizioni normative o da delibere dell’Autorità” (art. 19, comma 4), facendo salva la possibilità per le parti di far valere in sede giurisdizionale il maggior danno.

I provvedimenti temporanei


Contestualmente alla domanda per conciliare o definire la controversia, l’utente può chiedere all’Agcom o ai Co.re.com. l'adozione di provvedimenti temporanei per garantire la prosecuzione del servizio o per fermare eventuali abusi o malfunzionamenti da parte dell'operatore sino alla definizione della controversia (art. 21 comma 1). Per tale richiesta può essere utilizzato il formulario GU5 predisposto dall’Agcom corredato, ove non presentata contestualmente ad essa, da una copia dell’istanza di conciliazione con la prova dell’avvenuto deposito presso l’organismo competente. Entro dieci giorni dal ricevimento della richiesta viene adottato un provvedimento temporaneo (art. 5 comma 7); diversamente la richiesta viene rigettata.

Secondo quanto prevede l’articolo 5 “fermo restando l’obbligo di informare l’utente con congruo preavviso, l’operatore, salvi i casi di frode, di ripetuti ritardi di pagamento o di ripetuti mancati pagamenti e per quanto tecnicamente fattibile, può disporre la sospensione del servizio solo con riferimento al servizio interessato dal mancato pagamento” (comma 1). Non può intendersi come mancato pagamento il pagamento parziale di una o più fatture da parte dell’utente se lo stesso riguardi addebiti oggetto di contestazione. Infine il Regolamento dell’Agcom in materia di indennizzi, approvato con delibera n. 73/11/CONS del 16 febbraio 2011, individua i criteri per il calcolo degli indennizzi applicabili nella definizione delle controversie tra operatori e utenti, che sono in misura identica per le stesse tipologie di disservizio.

Dietro le sbarre da innocente: Aldo, ucciso dalla giustizia

Giovanni Terzi - Lun, 17/09/2012 - 09:15

Nell'86 lo studente cagliaritano fu "incastrato" da un passamontagna lasciato dai killer nel suo giardino. Si impiccò in cella dopo sei mesi di isolamento

È il 2 luglio 1986 e siamo nel car­cere Buoncammino di Cagliari quando il ventiquattrenne Aldo Scardella si toglie la vita impiccan­dosi all’interno della propria cella dove, dal 29 dicembre del 1985, era detenuto in isolamento giudi­ziario per u­n omicidio ed una rapi­na che non aveva mai commesso.

Cattura
Aldo si è suicidato per la dispera­zione, esausto di gridare la pro­pria­innocenza da centottantacin­que giorni senza essere mai ascol­tato, senza essere mai creduto. Tutto ebbe inizio il 23 dicembre del 1985 intorno alle dieci di sera. Siamo all’antivigilia di Natale, quando due uomini armati entra­no in via dei Donoratico a Cagliari nel negozio Bevimarket di Giovan­ni Battista Pinna. Giovanni Batti­sta Pinn­a cinquantenne commer­ciante cagliaritano stava chiuden­do il proprio negozio di liquori e vi­ni, quando improvvisamente ven­ne aggredito dai malviventi che cercando l’incasso pre-natalizio, aprirono il fuoco su di lui, ucciden­dolo. Poco distante dal luogo del­l’omicidio e della rapina abitava Aldo Scardella un giovane e bril­lante studente universitario che si prefigurava un futuro fatto di lavo­ro ed ideali.

A collegare il supermercato,tea­tro dell’omicidio, e la casa del gio­vane Scardella c’era un mandorle­to dove gli assassini, scappando, inavvertitamente persero un pas­samontagna. Passarono tre giorni da quell’efferato delitto quando, alle sei di mattina del 26 dicem­bre, alcuni uomini della Squadra Mobile di Cagliari entrarono nel­la casa di Scardella per una perqui­sizione. Aldo Scardella venne in­terrogato. Venne anche fatta una perizia sul passamontagna che diede riscontri negativi circa la possibile appartenenza al giova­ne studente sardo. Nonostante la perizia e l’alibi fornito, Scardella venne arrestato il 29 dicembre e tradotto in prima battuta nel carcere di Oristano, in isolamento giudiziario. Per ben dieci giorni la famiglia non seppe in quale penitenziario fosse stato trasferito il proprio figlio; sempre per 10 giorni non diedero ad Aldo la possibilità di accettare il pro­prio avvocato difensore non per­mettendogli di firmare la delega necessaria.

La formula per cui venne arre­stato Aldo Scardella citava «esisto­no sufficienti indizi di colpevolez­za a carico dell’imputato per po­ter affermare che Aldo Scardella sia colpevole». Questi «sufficienti indizi di colpevolezza» misero Scardella in una condizione di iso­lamento con una pressione fisica e psicologica probabilmente utile a dichiarare la propria colpevolez­za. Una colpevolezza che non esi­steva. Il difensore di Aldo Scardel­la per ben due volte tentò l’istanza di scarcerazione ma senza succes­so. Aldo Scardella venne arrestato per presunzione di colpevolezza anche se il passamontagna ritro­vato non apparteneva a lui ed il guanto di paraffina dimostrava che non aveva esploso alcun col­po di pistola. Ma lo Scardella abita­va a poche decine di metri dal luo­go del delitto e i rapinatori erano scappati a piedi il che dimostrava, secondo la Procura, che le indagi­ni dovevano fermarsi a chi abita­va necessariamente nella zona.

Ad Aldo Scardella venne negata anche la possibilità di assistere con gli altri detenuti alla Messa di Pasqua così come di appendere nella sua cella dei disegni e dei po­ster per renderla più umana. Per centottantacinque giorni al giova­ne studente universitario venne negata ogni cosa al solo fine di far­lo crollare, al solo fine di trovare non «il» colpevole ma «un» colpe­vole. Fu per questo che Aldo Scardel­la si tolse la vita; torturato moral­mente da troppo tempo e mai ascoltato in nessuna istanza che gli permettesse di reggere, a venti­quattro anni, il disonore per un omicidio mai commesso.

Ma la vi­ta, o meglio il destino, è beffardo e crudele e così solo la morte suici­da del giovane fece porre l’atten­zione dell’opinione pubblica na­zionale sul trattamento utilizzato dalla Procura di Cagliari attraver­so interrogazioni parlamentari in cui si chiese se rispondeva a verità che «i familiari non vennero infor­mati, nonostante le ripetute richie­ste, del carcere ove era recluso fi­no all’ 8  gennaio 1986 e soltanto in tale giorno poterono consegnar­gli il cambio della biancheria; per tutta la durata dell’istruttoria som­maria l’imputato venne tenuto in isolamento e non ottenne il per­messo di avere colloqui coi fami­liari e col difensore; il giudice istruttore non interrogò mai l’im­putato; il giudice istruttore man­tenne l’imputato in stato di isola­mento continuo, concedendo so­lo tre colloqui ai familiari (...) e non concesse mai alcun colloquio al difensore».

Ma la storia dell’omi­cidio del Bevimarket di Cagliari si riaprì con un processo a cari­co di Adriano Peddio e Wal­ter Camba ac­cusati nel ’96, dieci anni do­po il suicidio di Scardella, da Antonio Fanni, uncollaborato­re di giustizia. Fanni dichiarò di avere fornito l’arma, una ca­libro 38, ai due malviventi ca­gliaritani facen­ti parte della banda di «Is Mirrionis», che il 20 settembre 2002 vennero condannati in via definitiva per essere stati i colpevoli ma­teriali dell’omicidio di Pinna. Troppo spesso la ricerca spa­smodica di un colpevole porta la Giustizia a costruire e non a istrui­re processi; di questa vicenda ri­mane anche impressa nella me­moria l’immagine di Enzo Torto­ra che il 23 settembre del 1986 de­pose i fiori sulla tomba di Aldo Scardella, un’immagine paradig­ma di una giustizia capace di ucci­dere.