martedì 18 settembre 2012

Vietato dire: "Maometto pedofilo" Ma vogliono far sposare le bimbe

Libero

Una clip su Youtube scatena proteste in tutto il mondo. Ma proprio in Egitto vogliono riportare l'età legale per il matrimonio ad appena nove anni...

di G.L.


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Mentre un filmato di 13 minuti su YouTube in cui si dipinge Maometto come pedofilo scatena le manifestazioni violente in tutto l’islam, un deputato della Assemblea costituente egiziana va in tv e come se niente fosse butta là la proposta di consentire di nuovo i matrimoni alle bambine dai 9 anni di età.

Con una scelta di tempi discutibile (per tacere dei contenuti), Muhammad Saad Al Azhari, membro islamista dell’Assemblea Costituente egiziana, ha fatto sapere che il limite per l’età del matrimonio dovrebbe essere abbassato, consentendo agli uomini di sposare anche le bambine.

Il deputato dice di fare la proposta in questione pensando al bene delle bambine: «il matrimonio è un diritto delle ragazze», fin dal compimento del nono anno, ben inteso: se hanno già raggiunto la pubertà (le arabe sono precoci...). Al Azhari, intervenendo telefonicamente in un programma televisivo serale, ha sostenuto che la Costituzione egiziana dovrebbe prendere in considerazione le «specificità egiziane», per esempio il fatto che i beduini del Sinai sposano ragazze molto giovani. Ogni tentativo di cambiare abitudini radicate da migliaia di anni è, secondo il deputato, «un discorso illogico», votato al fallimento. Ogni civiltà insomma ha le sue proprie particolarità.

Al Azhari ha aggiunto che, in Occidente, le relazioni sessuali complete sono consentite fin dall’età di quattordici anni e sono anche studiate nelle scuole. Solo che, nella versione musulmana, il sesso sarebbe consentito anche (se non solo) con uomini maturi.

Una posizione aberrante che, per fortuna, ha suscitato qualche reazione indignata qua e là; come quella di Mustafa Al Najjar, attivista politico e parlamentare nella precedente legislatura, il quale ha replicato duramente, affermando che le proposte di «alcuni salafiti» è «un salto all’indietro, disumano, un insulto per le donne egiziane e una violazione di tutte le norme sui diritti umani».

In Arabia Saudita però la possibilità è già reale. Grazie a una fatwa del Mufti Supremo dell’Arabia Saudita, emessa a maggio, è diventato perfettamente legale che bambine di almeno 10 anni si sposino con uomini. Secondo le Nazioni Unite nel mondo musulmano ci sono 60 milioni di “spose bambine”, la cui età è inferiore ai 13 anni. Il marito è sempre un uomo molto più anziano, mai incontrato prima, spesso un parente

L’organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una “classifica” dei venti paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto, seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia.

Pisapia a Grillo: «Parla di onestà ma lui non è un incensurato»

IlMessaggero

Il sindaco di MIlano contro il leader del Movimento 5 stelle: «Ha una condanna passata in giudicato»


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MILANO - Si prevedono scintille. Il sindaco di Milano Giuliano Pisapia attacca Beppe Grillo alla presentazione del libro 'Onestà al potere', a Milano: l'ex comico fa dell'onestà fa la bandiera del suo movimento? «Grillo - dice Pisapia - invece di candidare persone incensurate dovrebbe pensare a sé visto che incensurato non è perché ha una condanna passata in giudicato». Pisapia non può che riferirsi alla condanna tre anni e tre mesi per omicidio colposo in cui è incorso Grillo dopo un incidente stradale avvenuto nel 1980 dove morirono tre persone. Un episodio raccontato tempo fa dallo stesso Grillo sul suo blog.


Lunedì 17 Settembre 2012 - 20:06
Ultimo aggiornamento: 22:50

Abu Omar, la Cia affossa il processo

Gian Marco Chiocci Massimo Malpica - Mar, 18/09/2012 - 09:15

Domani il verdetto della Cassazione sull'imam. Gli avvocati degli 007 denunciano gravi irregolarità

Abu Omar, atto finale. C'è grande, grandissima attesa oltreoceano per l'ultimo capitolo della saga processuale che ruota intorno al misterioso sequestro, il 17 febbraio 2003 a Milano, dell'ex imam Abu Omar.

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Vicenda che oltre ad aver azzerato (quanto a fiducia) i già complicati rapporti di intelligence fra la Cia e i nostri servizi segreti, ha prodotto ferite «politiche» fra le due amministrazioni a tutt'oggi non ancora rimarginate. E il nervosismo, inutile negarlo, in queste ore è altissimo negli States. Domani infatti la quinta sezione della corte di Cassazione, presieduta da Gaetanino Zecca, dopo un lungo rinvio finalizzato a riflettere meglio proprio sulle posizioni degli «americani», dovrà dire se gli agenti Cia (e del Sismi) devono pagare per il rapimento illegale di un cittadino straniero secondo la pratica delle extraordinary rendition. E soprattutto dovrà stabilire se il processo a loro carico si è svolto correttamente, con giustizia, con tutte le garanzie per imputati contumaci. In caso contrario, occorrerà rifare tutto daccapo col rischio della prescrizione in agguato a febbraio 2013.

Ipotesi, quest'ultima, nemmeno tanto peregrina stando alla clamorosa richiesta del luglio scorso del pg Oscar Cedrangolo, che evidenziando un «difetto di notifica» ai difensori degli 007 di Langley durante il processo di primo grado - che ha visto gli agenti condannati a sette anni di carcere, nove per il capo Robert Seldon Lady - ha chiesto l'annullamento con rinvio. Stessa richiesta avanzata per i proscioglimenti dell'ex direttore del Sismi, Nicolò Pollari, del suo vice operativo, Marco Mancini, e di tre capicentro, con conferma delle condanne dei funzionari Pio Pompa e Luciano Seno.Lo stesso presidente Zecca, per sua stessa ammissione, era rimasto molto colpito da quanto esposto dalle avvocatesse Alessia Sorgato e Matilde Sansone riguardo al fatto che in Cassazione si era fin lì parlato solo di segreto di stato e poco dei 23 agenti Cia (tre sono fuori perché coperti da immunità).

Tanto da decidere di non entrare subito in camera di consiglio ma di rimandare di mesi la sentenza su una materia così complessa, proprio per valutare le posizioni degli indagati statunitensi.I due difensori degli agenti Cia avevano sollevato il problema della «palese e grande ingiustizia» processuale per i loro assistiti, messi tutti in un unico frullatore, senza distinzione di ruoli e di condotte, in barba all'assioma della «personalità» della responsabilità penale, eppoi condannati indifferentemente, in gruppo, come se «non fosse importante stabilire ciò che per i giudici d'appello importante non è: “sapere chi ha fatto che cosa“...». Condannati peraltro, hanno insistito le due legali, sulla base di notifiche irregolari, perché inoltrate a «latitanti» che in realtà - secondo le difese e il pg - latitanti non erano, essendo invece semplicemente residenti all'estero, ovvero negli Usa, dove tutti vivono abitualmente.

Lo status di latitanti ai 23 agenti Cia l'aveva dato il gip di Milano, basandosi su un verbale di vane ricerche della digos, che però aveva «cercato» gli americani soltanto in Italia, in particolare negli hotel in cui avevano soggiornato due anni prima. E a quel punto, si è proceduto con la notifica di ogni atto ai difensori d'ufficio. Il problema è che secondo Sansalone (che difende alcuni dei presunti «preparatori» del sequestro, condannati con appena due paginette in sentenza) non c'era alcuna intenzione volontaria di sottrarsi alla legge, tanto che 5 dei suoi assistiti avevano lasciato l'Italia prima ancora del sequestro di Abu Omar: per il legale non erano insomma fuggiti sapendo di aver commesso un reato, erano semplicemente tornati a casa propria, e nessuno li aveva mai cercati lì.

La Sorgato, poi, aggiunge un elemento che dimostrerebbe l'implausibilità dello status di latitante: «La prova che non li hanno mai cercati è che io, con una banale raccomandata, ho scovato uno dei miei clienti, Vincent Fardo, a casa sua». Anche per l'agente Sabrina De Sousa, che all'epoca lavorava al consolato di Milano e che è stata condannata per il sequestro pur non avendovi partecipato in prima persona, il pg ha chiesto l'annullamento ipotizzando una violazione dei diritti di difesa nella fase iniziale del processo.

E fra le varie «anomalie» investigative l'avvocato Dario Bolognesi rimarca come l'accusa abbia visto nella De Sousa una protagonista del rapimento pilotato tant'è che sarebbe stata inviata dall'ambasciata di Roma al consolato di Milano apposta per mettere a punto il sequestro: «Abbiamo dimostrato che la mia assistita è stata trasferita a Milano prima dell'11 settembre 2001, quindi ben prima dell'inizio della nuova legislazione antiterrorismo e delle cosiddette extraordinary rendition, di cui nel 2003 è rimasto vittima Abu Omar». In ballo, oltre all'onore, anche il portafogli: un milione e mezzo di euro di risarcimento all'imam e alla sua signora.

L'Arcigay accoglie Bindi con riso e paillettes

Corriere della sera

Da Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno e Agedo 2.000 volantini per dire che la Costituzione non vieta le nozze omo




BOLOGNA - Il titolo è abbastanza semplice da interpretare. «Le bugie di Rosy Bindi in tema di unioni omosessuali». Un messaggio che è stato stampato su duemila volantini distribuiti alla Festa dell'unità in occasione dell'intervento della presidente democratica alla Festa. Per Arcigay l'esponente democratica protagonista di un vivace dibattito con Nichi Vendola pochi giorni fa «mente» perché «dice che il matrimonio gay è vietato dalla nostra Carta costituzionale e che proprio la Corte costituzionale ha di recente ribadito questa lettura».

RISO E PAILLETTES - La presidente del Pd è stata accolta da alcuni attivisti con un lancio di riso e paillettes al grido di «viva gli sposi». Immediata la risposta ironica della Bindi, protetta dal servizio d'ordine: «Mi avete dato l'ebbrezza del matrimonio a me che non mi sono sposata...». La contestazione è proseguita, nella sala dibattiti, con l'esibizione di striscioni di associazioni per i diritti gay. «Invito tutti ad approfittarne - ha concluso la Bindi rivolgendosi ai fotografi subito dopo il lancio contro di lei di riso e paillettes - perchè così luccicante non mi vedrete più...».

Brillantini, riso e fischi contro Bindi

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I PUNTI - L'attacco firmato da Arcigay Il Cassero, Arcilesbica Bologna, Famiglie Arcobaleno, Agedo si articola in otto punti. Tutte argomentazioni che confermano, secondo l'Arcigay, che la Costituzione non impedisce la possibilità del matrimonio omosessuale. «Se l'onorevole Bindi - spiega l'associazione -(giunta alla sua sesta legislatura in Parlamento, per cui non più candidabile secondo lo statuto del Pd, che ferma il limite a tre) vuole tirare in ballo la Costituzione, parta leggendo bene l'art. 3: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge"». Per il matrimonio tra persone dello stesso sesso, conclude il volantino, «non è necessario cambiare la Costituzione, la verità è che basterebbe applicarla».

Redazione online17 settembre 2012 (modifica il 18 settembre 2012)

Da 'lo Squalo' a 'er Batman': Roma sbeffeggia i potenti

Quotidiano.net

L'antica tradizione popolare di battezzare con un soprannome gli uomini pubblici e politici

Er Batman, er Bucia, er Pecoro Dolly... I non romani si incuriosiscono di fronte ai pittoreschi soprannomi del pidiellino laziale Franco Fiorito e dei suoi amici...

di Andrea Cangini


ROMA, 18 settembre 2012

ER BATMAN, er Bucia, er Pecoro Dolly... I non romani si incuriosiscono di fronte ai pittoreschi soprannomi del pidiellino laziale Franco Fiorito e dei suoi amici. Li ricollegano al Libanese, al Dandi, al Freddo e gli altri protagonisti della banda della Magliana, resi celebri da cinema e tv. Ma non è corretto. Loro, i gangster ‘veri’, i soprannomi se li scelsero da soli e lo fecero nel rispetto della splendida idea che avevano di sè. Fiorito e gli altri se li sono invece ritrovati cuciti addosso secondo l’arciromana tradizione di fare del punto debole di un uomo la sua maschera pubblica e in fondo il suo elemento di forza.

L’imperatore Tiberius, noto amante del vino, era detto Biberius. E lo spirito irriverente di chi poco meno di duemila anni fa gli affibbiò il nomignolo rivelatore sopravvive tutt’oggi: dopo essere caduto da una moto ferma, Franco Fiorito fu ribattezzato Batman; Alessandro Cardinali, la sua ombra, quasi il suo clone, fu perciò detto Pecoro Dolly; il noto conflitto tra l’ex assessore Giuseppe Viti e qualsiasi tipo di verità portò i suoi amici a riferirsi a lui come al Bucia (in romanesco, la ‘g’ suona ‘c’)...


A ROMA, funziona così. Perché, come disse a brutto muso una dirigente Rai al neodirettore generale Flavio Cattaneo che s’illudeva di portare l’ordine milanese in un’Azienda che più romana non potrebbe, «allora nun hai capito: qui semo a Roma, e so’ duemila anni che conviviamo con la Chiesa...».

DISCENDE da questa forzosa convivenza col potere ecclesiastico (oltre che, dal 1870, col potere politico e burocratico tipico di ogni capitale) una certa scafatezza nei modi, un sottile ed inesorabile sarcasmo, un’arroganza bonaria, una naturale tendenza a dire una cosa intendendone un’altra e sempre giocando sul filo del paradosso. Ex fascisti ed ex andreottiani (molto spesso, la stessa cosa) ne sono stati e in parte ancora ne rappresentano l’epifenomeno. Su tutti svettava Vittorio Sbardella detto lo Squalo, amico e sodale politico di Nicola Signorello detto Pennacchione, di Raniero Benedetto detto er Serpente, di Mario Gionfrida detto er Gatto, di Antonio Gerace detto er Lupetta, di Pietro Giubilo detto er Monaco...

TUTTA GENTE che sul presupposto del peccato orginale ha costruito spavalde carriere, perché, come disse Sbardella a un cronista dell’Unità che lo incalzava, «ahò, io so’ cattolico, mica santo!». E santi non erano neanche gli sbardelliani. Da un’intercettazione dell’allora assessore Arnaldo ‘Gasparone’ Luciani, sbardelliano, al telefono con un imprenditore: «Fino ad ora con chi avete parlato di politica? A chi rispondete? Non avete mai risposto a nessuno? E come mai? Fino adesso non avete fatto un cazzo?».


SEGUE, per cambiare l’infruttuoso trend, richiesta del 10% d’un certo affare. Nessuna paura, molta arroganza. Perché se è vero che tra gli uomini i politici sono i soli a non aver coscienza della propria mortalità, i politici romani a ciò sommano la presunzione dell’immunità assoluta, tanto alte sono le loro sponde nel potere politico e vaticano. «Dio mi perdonerà, è il suo mestiere», disse con citazione colta lo Squalo poco prima di morire. A Batman la battuta piacque assai.

Anche la Sicilia avrà il suo «trota» Raffaele Lombardo candida il figlio Toti

Corriere della sera

Toti Lombardo, studente di 23 anni, candidato alla regionali dopo l'apparente uscita di scena del padre indagato per mafia

Il manifesto elettorale di Lombardo jrIl manifesto elettorale di Lombardo jr

MILANO – «Liberi di crederci» ma anche la Sicilia avrà il suo trota. L’apparente uscita di scena del governatore Raffaele Lombardo si accompagnerà all’entrata in scena del figlio. Toti, studente universitario di 23 anni, scende in campo alle prossime elezioni regionali con la lista dell'Mpa che sostiene il candidato presidente Gianfranco Micciche. Lo slogan che ha scelto il giovane Lombardo è appunto «liberi di crederci».

FAMIGLIA IN POLITICA - E così la saga della presenza in politica della famiglia Lombardo continua. Alla scorsa tornata elettorale il governatore siciliano fece candidare il fratello Angelo contemporaneamente alle elezioni per la Camera dei Deputati e a quelle per la Regione Siciliana. E manco a dirlo con quel cognome pesante Lombardo, Angelo, venne eletto a Roma e Palermo, optando poi per il parlamento nazionale che a differenza di quello regionale concede come benefit anche l’immuinità. Non si sa mai! E in effetti quando nella primavera del 2010 i due fratelli Lombardo rischiarono l’arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa Angelo era paradossalmente più al sicuro del fratello maggiore e dante causa Raffaele.

INDAGINI PER MAFIA - Il rischio manette sembra ormai definitivamente passato, ma non quello del processo per mafia che i due fratelli Lombardo dovranno affrontare dopo che il Gip di Catania ha respinto la richiesta di archiviazione presentata dalla procura imponendo l’imputazione coatta. Ma anche se azzoppato Raffaele Lombardo è ancora nel pieno delle forze (politiche) ed anzi molti lo considerano il vero burattinaio delle imminenti elezioni regionali del 28 ottobre prossimo giocando, come nel suo stile, su più tavoli. Anche se ufficialmente appoggia Miccichè i suoi baffetti fanno capolino anche dietro la candidatura di Rosario Crocetta, l'ex sindaco di Gela ed esponente del Pd, partito con il quale negli ultimi anni Lombardo ha governatore la Regione Siciliana dopo aver abbandonato la maggioranza di centro-destra che lo aveva eletto alla Regione. Pare che qualche suo uomo sia infiltrato anche nelle liste che sostengono il candidato del Pdl Nello Musumeci. E in ogni caso le truppe dell'ex governatore sono ancora in grado di determinare l'esito delle prossime elezioni.

MAI CANDIDATO - Ma Lombardo non si accontenta di manovrare dietro le quinte e dunque mette in pista il figlio, studente di giurisprudenza a Roma. Eppure appena qualche mese fa aveva negato categoricamente questa possibilità «È una sciocchezza» rispose a chi gli chiedeva esplicitamente dell'imminente candidatura del figlio. «Non è nei progetti miei, ma soprattutto - spiegò - non è nei progetti di mio figlio, lo dicono solo per fare spaventare i candidati delle nostre liste». Ma evidentemente ha cambiato idea mentre tra i candidati nelle liste dell'ex governatore serpeggia lo spauracchio di restare al palo dovendo contare su un seggio in meno per fare posto al «trota» siciliano.

FIGLIO-EREDE - Non potendo scendere in campo né lui né il fratello ecco dunque venir fuori il figlio Toti, che ha già maturato la sua esperienza elettorale in ambito universitario. Tra i colleghi e coetanei è molto apprezzato per intelligenza, capacità di fare squadra e sicuramente non ha una personalità paragonabile a quella del «trota» Renzo Bossi. Piuttosto sembra un degno erede del padre, capace di prenderne il testimone e gestire il vasto patrimonio di consensi elettorali: con l’occhio sveglio e persino una smaccata somiglianza. Insomma non si tratta di storie di «trota» quanto piuttosto di trame da Vicerè di Sicilia che non mollano mai il potere, anche quando dicono di farlo.

Alfio Sciacca
asciacca@corriere.it18 settembre 2012 | 10:29

Stipendi e privilegi, Regioni da un miliardo

Pierfrancesco De Robertis - Mar, 18/09/2012 - 08:53

I consiglieri italiani sono tra i più pagati al mondo. Un libro denuncia il costo annuo e i loro benefit, dai frigobar ai telepass

All'inizio fu il 65%. Il 65% di quanto guadagna un parlamentare. E quello doveva restare. Poi, aumenta oggi e aumenta domani, quel 65% è cresciuto. In certi casi raddoppiato. (...) Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i consiglieri regionali italiani (governatori, vice governatori, membri di giunta annessi) sono tra i politici più ricchi del mondo. Del mondo. (...)


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FATTA LA LEGGE... La regola base, dicevamo, è la parametrazione degli stipendi dei consiglieri regionali a quelli dei parlamentari.(...) Il fatto è che nel tempo ogni assemblea legislativa ha interpretato a proprio modo la disposizione e le differenze non sono da poco. I più generosi, manco a dirlo, sono stati i siciliani. (...) E così ecco che il 65% è diventato cento per cento, per cui in Sicilia l'indennità di consigliere è identica a quella di un onorevole. Dalla parte opposta si collocano gli abruzzesi, fermi addirittura al 55%. In mezzo c'è chi è rimasto fedele a quota 65 e chi si è spinto oltre: Calabria e Sardegna 80%; Basilicata e Liguria 75%; Valle d'Aosta e Friuli 70%. La beffa è che i più generosi con se stessi sono stati proprio siciliani e calabresi, responsabili di due dei più clamorosi dissesti a livello di bilanci. Una premio sul deficit! (...)

IL TRUCCO DEI RIMBORSI Ma agganciata o no all'Europa la paga-base descritta dall'indennità è solo un'apparenza. La sostanza è altrove. Si chiama diaria. Un tot di soldi (non pochi) esentasse che vengono corrisposti al consigliere (o assessore o presidente di giunta) sia che le spese vengano fatte sia che non siano mai state effettuate. (...) L'assegno/ diaria arriva comunque, salvo forme di penalizzazione che (bontà loro!) qualcuno ha di recente introdotto se non si partecipa alle riunioni del consiglio o delle commissioni. (...)

Perché un consigliere che abita a Milano o nella provincia di Milano deve usufruire di un qualche rimborso per «lavorare» a Milano? O un consigliere di Trento per lavorare a Trento, o di Firenze per andare a Firenze? (...). Alla diaria si aggiunge poi il rimborso chilometrico, che viene riconosciuto a seconda della distanza tra sede della regione e residenza del consigliere: qui le regole sono diverse da regione e regione, ma quasi nessuna ha adottato criteri stringenti come la richiesta di «pezze d'appoggio» per i viaggi in auto, con scontrini autostradali o del benzinaio. Ci si limita a registrare la distanza chilometrica, fare il calcolo e pagare.

CONSIGLIERI DA FRIGOBAR Mentre i parlamentari percepiscono circa 3.500 euro al mese di diaria (e niente rimborsi benzina, a parte treno e aereo gratis per raggiungere Roma), molte assemblee sono di manica più larga. La Basilicata (...) compensa i propri 40 consiglieri con un rimborso minimo (a cui si aggiunge il carburante per il tragitto casa/consiglio) di 3.240 euro mensili netti, il doppio di quanto prende un professore di scuola media: tremila euro di rimborsi (cui si sommano ovviamente lo stipendio di 3mila euro e il carburante) per partire dalla propria abitazione e per soggiornare nella remota Potenza due o tre volte alla settimana (e molti di loro abitano a Potenza). (...)

Salvo poi dare un'occhiata ai benefit. Prendiamo le Marche, che riconoscono ai consiglieri un forfait di spese non alto ma poi aggiungono altre piccole regalie. Come il telepass gratuito, il permesso per parcheggiare gratis nel centro di Ancona (gli assessori invece hanno un garage ad hoc), telefonini gratis per alcuni e con tariffe di favore per altri, assicurazione contro gli infortuni. Benefit addirittura più generosi per la Campania, che per certe cose non si fa mai lasciare indietro: nel novembre 2010 una delibera del consiglio ha autorizzato l'ente a garantire ai componenti dell'assemblea (già al top per i guadagni) telepass, computer, iPad e in certi casi addirittura il frigobar. (...)

TELEFONINI E COMPUTER Generosi come al solito i siciliani. Oltre alla diaria di 3.500 euro mensili, ai deputatini viene elargito un forfait spese telefoniche (ce l'hanno anche i parlamentari nazionali) di 345,43 euro al mese minimo e 562 massimo, un'indennità di trasporto su gomma (276,95 euro minimo – quindi se uno abita a Palermo – e 1.331 massimo) e un ulteriore rimborso forfettario delle spese di viaggio (841,32 euro). In totale 4.962 euro netti calcolando i minimi e 6.234 calcolando i massimi. Netti, che si aggiungono ovviamente all'indennità. Non è finita. I consiglieri «dietro presentazione di dettagliata documentazione» hanno diritto a rimborsi per l'acquisto di «beni e servizi informatici e di telecomunicazione» per un importo massimo

per legislatura di 4mila euro; a un rimborso spese di rappresentanza (per i vicepresidenti, i questori, i segretari e i presidenti di commissione) da sette a 15mila euro all'anno; a un rimborso spese per l'acquisto di quotidiani e riviste (presidente, componenti del consiglio di presidenza, presidenti di commissione) per un minimo di 675 euro e un massimo di 900 euro a trimestre (da notare che l'Ars spende già 120mila euro all'anno per l'acquisto di giornali e riviste); rimborso integrale per le spese postali e telegrafiche per i presidenti di commissione e il consiglio di presidenza presso gli uffici postali dell'Ars per ragioni inerenti alla loro carica (ma chi va a controllare dove spedisce un pacco, e perché, un presidente di commissione?).

I PORTABORSE Senza contare il rimborso per eccellenza, ossia quello per il portaborse: 4.178 euro; che poi il deputato assuma o non assuma il collaboratore è affar suo, i soldi arrivano a lui lo stesso (in questo buona scuola hanno fatto i parlamentari romani). Proprio l'assemblea siciliana ha bocciato (dicembre 2011) due proposte anticasta: la prima prevedeva lo stop per parenti entro il secondo grado di far parte della stessa amministrazione, la seconda (pur presentata da uno schieramento bipartisan) voleva diminuire l'indennità degli assessori non eletti, riducendola al solo compenso di assessore ed eliminando la parte che li equiparava ai consiglieri. In pratica sarebbero passati dagli attuali 14-15mila euro a circa 4mila. Emendamento cassato.

GRADUATI E POLTRONE La Calabria prevede 5.085 euro di diaria minima forfettaria per il consigliere «semplice», che vanno crescendo con l'aumento delle «responsabilità» nell'assemblea (come il film di Fantozzi) fino alla poltrona in pelle umana del presidente del consiglio fatta di 5.788 euro di rimborso (703 euro in più del consigliere senza incarichi), cui si aggiunge un'indennità (anche questa aumentata rispetto alla paga-base) di 5.321 euro. Per un totale di 11.109 euro mensili cui ovviamente si sommano gli eventuali rimborsi benzina (duemila euro circa in più del soldatino senza medaglie). Tra il rimborso spese massimo (diaria più carburante) riconosciuta al soldatino semplice e quella invece del governatore o del presidente del

consiglio (in Puglia e ovunque sono economicamente equiparati) ci corrono ben 4.163 euro al mese (9.624 ne prendono Vendola e Onofrio Introna, 5.461 ne percepisce il consigliere semplice) e anche in questo caso i gradini della salita nell'Olimpo della casta è ben scandito (i quadri e il ficus di Fantozzi) a forza di super-rimborsi: 805 euro in più per i capigruppo consiliari, 1.029 per i questori e i segretari, 1.432 per il vice presidente del consiglio, il vice presidente della giunta e gli assessori. (...) Il Celeste Formigoni è in cima alla lista insieme al difensore degli emarginati e degli operai Nichi Vendola e al governatore di una delle regioni più dissestate e in bolletta d'Europa, la Sicilia. Raffaele Lombardo ha l'indennità (cioè lo stipendio, senza rimborsi/ diarie) più alto di tutti: 10.293 euro netti.

Rushdie: la mia vita in fuga dall'Islam

La Stampa

Esce oggi in tutto il mondo "Joseph Anton": racconta la storia dell'autore e il dramma della sua condanna a morte decretata nell'89 da Khomeini

ANDREA MALAGUTI
corrispondente da londra

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Bloomsbury, quartiere centrale di Londra. E' lì che il 12 settembre, a poche ore dall'assalto all'ambasciata Usa a Bengasi, Salman Rusdhie dà appuntamento a La Stampa per raccontare il suo nuovo libro, "Joseph Anton", che esce oggi in tutto il mondo (in Italia è pubblicato da Mondadori). E' un'autobiografia. Parla della sua famiglia, di suo padre, degli studi, del rapporto con l'Islam, ma sopratutto di come, il 14 febbraio del 1989, una fatwa dell'Ayatollah Khomeini, leader spirituale dell'Iran, cambiò radicalmente la sua vita. Condannato a morte. E' una giornalista della BBC che glielo comunica. "Signor Rushdie, come commenta la fatwa?".

Lui, indiano naturalizzato britannico, cade dalle nuvole. Impallidisce. Balbetta una risposta confusa. "Pensai immediatamente: sono un cadavere che cammina". La sua colpa? Avere scritto un romanzo - I Versi Satanici - considerato blasfemo. Empio. Sacrilego. Da quel momento in avanti "ogni buon musulmano è autorizzato a prendersi la sua vita". Una storia di ventitré anni fa che continua oggi e che - come dimostrano le violenze in Libia o in Tunisia - non è più solo una questione personale, ma è diventata un'onda globale fuori controllo. "La mia storia non innescò questo scontro gigantesco, ne fu solo il prologo.
 
Il primo passo che portò poi al disastro dell'11 settembre". Per oltre dieci anni è costretto a nascondersi. A fuggire. Cambia casa continuamente, vede raramente i suoi figli, la sua esistenza va in frantumi. E' scortato giorno e notte da quattro poliziotti. Poi un intervento di Bill Clinton porta a un accordo tra Londra e Teheran. La fatwa non viene ritirata, ma il governo iraniano dice che lo scrittore non è più un obiettivo priortiario. Si è mai pentito di avere scritto I Versi Satanici?: "Sono 23 anni che rispondo allo stesso modo. No. Credo anzi che sia uno dei miei libri migliori". Oggi Salman Rushdie spiega di essere un uomo sereno. E persino di sentirsi libero. Eppure meno di 72 ore fa una fondazione iraniana ha aumentato di altri 500 mila dollari la taglia sulla sua testa. Tre milioni e trecentomila dollari per chi gli farà la pelle.
 

Sopravvivere

La Stampa

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YOANI SANCHEZ


La luce è soffusa, la camera stretta e il brusio di Santo Suárez si ode appena filtrare dalle pareti. Sul letto c’è una donna magra al punto che le si vedono le ossa, con le mani tremendamente fredde e la voce che si ode appena. Martha Beatriz Roque si è dichiarata in sciopero della fame da una settimana. Io sono arrivata al suo capezzale avvolta nella premura del quotidiano e nella fretta dell’informazione; ma il suo volto possiede la calma che dona il tempo, l’esperienza.

Se ne sta lì, fragile come una bambina piccola, così leggera che potrei sollevarla e cullarla sulle mie gambe. Mi sorprende la sua esposizione chiara, il modo deciso con cui mi spiega perché non vuole toccare cibo. Ogni parola che riesce a pronunciare è così intensa che non sembra uscire da quel corpo duramente provato dal digiuno. Non avrei mai pensato di dovermi trovare ancora una volta davanti al letto di una persona in sciopero della fame. Un falso ottimismo mi portava a pensare che il futuro sarebbe stato migliore, per questo motivo avevo creduto che Guillermo Fariñas con le costole sporgenti e la bocca secca

(http://www.desdecuba.com/generaciony/?p=3664) sarebbe stato l’ultimo dissidente a scegliere il digiuno per fare richieste civiche. Ma due anni dopo quei 134 giorni senza ingerire cibo, torno a vedere gli occhi infossati e il colorito pallido tipico di chi rifiuta il cibo. Questa volta si contano già 28 persone in sciopero della fame in tutto il paese e il motivo è ancora la mancanza di difesa individuale di fronte a una legalità eccessivamente caratterizzata dall’ideologia. Non esistendo altre strade per fare richieste al governo, gli intestini vuoti diventano un modo per esigere attenzione e per ribellarsi. È triste che ci abbiano lasciato solo la pelle, le ossa e le pareti dello stomaco come strumenti per farci ascoltare.

Prima di uscire dalla casa di Martha Beatriz gli ho consigliato: “Devi sopravvivere, a questo tipo di regime devi sopravvivere”. E me ne sono andata in strada, avvolta in quel senso di colpa e in quella responsabilità che dovrebbe provare ogni cubano di fronte a un fatto così triste. “Sopravvivere, sopravvivere”, ho continuato a pensare, quando ho parlato con la famiglia di Jorge Vázquez Chaviano, che avrebbe dovuto essere liberato il 9 settembre (http://www.desdecuba.com/generaciony/wp-content/uploads/2012/09/martha-beatriz.jpeg) e la cui immediata scarcerazione viene chiesta dagli attivisti in sciopero della fame.

“Sopravvivere, sopravvivere”, continuavo a ripetermi mentre ricevevo notizie sul deterioramento fisico degli altri dissidenti in sciopero. “Sopravvivere, sopravvivere”, mi sono detta mentre vedevo in televisione i volti di coloro che in questo paese hanno trasformato la divergenza di opinioni in un delitto e la protesta civica in un tradimento. “Sopravvivere, sopravvivere, sopravvivere a loro”, mi sono promessa. Speriamo soltanto che non sia troppo tardi per raggiungere il nostro scopo.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi


Sergio Bonelli, la fanciullezza e la curiosità

Corriere della sera

«Come Tex nessuno mai», un documentario celebra l'editore milanese scomparso quasi un anno fa

Sergio Bonelli nel film Sergio Bonelli

Una bella storia italiana, molto milanese: la passione per il lavoro che collima con la passione per la vita (e per l'avventura); un lavoro che si tramanda di padre in figlio, non senza certe sfumature freudiane; e il padre e il figlio capaci ancora di emozionarsi, più che ottuagenari, di fronte a un anello o a una vecchia striscia di fumetti. Sì, forse è proprio l'eterna fanciullezza la caratteristica primaria dei Bonelli, Gian Luigi e Sergio. E, insieme all'inesauribile curiosità, ha molto contribuito ad eleggere il loro cognome a sinonimo di nuvole e inchiostro, nel nostro Paese e non soltanto.

L'estratto di «Come Tex nessuno mai» in esclusiva anteprima per Corriere.it
PRESENTAZIONE AL MILANO FILM FESTIVAL 

Ebbene, a quasi un anno dalla scomparsa di Sergio, sono caratteristiche che si vedono bene nel bel documentario di Giancarlo Soldi, «Come Tex nessuno mai», presentazione al Milano Film Festival giovedì 20 settembre, alle 21, al Parco Sempione. Noi ve ne regaliamo un estratto, in esclusiva anteprima in cui si lo stesso Sergio racconta gli esordi pionieristici e artigianali della casa editrice: nel film vi sono poi tutti coloro che hanno contributo a rendere grande la Bonelli, dagli inventori di Dylan Dog e Martin Mystere, rispettivamente Tiziano Sclavi e Alfredo Castelli ai disegnatori Corrado Roi e Claudio Villa, oltre a Bernardo Bertolucci e Ricky Tognazzi e tanti altri, tutti ad omaggiare l'amico più che il datore di lavoro.

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«SOGNAVA DI ENTRARE NEI LIBRI»- Certo Tex Willer, quello delle granitiche verità di Gian Luigi e quello più umano e dubbioso di Sergio, sembra l'indiscusso protagonista del film, capace di durare per sessant'anni e e per tre generazioni, «più della stessa epopea che racconta, quella del West». Ma Tex ( di cui si raccontano le prime affermazioni, quando ancora il fumetto veniva visto come il diavolo, nella società moraleggiante dell'Italia anni'50) in realtà non è altri che l'alter ego dei suoi papà, Gian Luigi prima e Sergio poi. Che da bambino sognava di «entrare nei libri», come aveva visto in una vecchia storia di Topolino. C'è riuscito e, grazie ai suoi eroi di carta, ci siamo riusciti un po' anche noi.
Matteo Cruccu
 
ilcruccu17 settembre 2012 (modifica il 18 settembre 2012)

Sedicenne frustata in Afghanistan, aveva un fidanzatino

Corriere della sera

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di Monica Ricci Sargentin

heratrsz-500x333Nel mondo islamico le donne continuano a subire vessazioni e torture (nella foto alcune ragazze in una casa rifugio).  Il sette settembre scorso vi avevamo raccontato la storia di una sedicenne maldiviana condannata a 100 frustate per aver fatto l’amore. La stessa sorte è toccata qualche giorno dopo a una sua coetanea Sabera, una  ragazzina afghana. Questa volta però la punizione corporale è stata subito eseguita. Gli anziani del villaggio, nella provincia di Ghazni, nel sud del Paese, hanno ricoperto Sabera con un lenzuolo bianco e poi l’hanno  frustata  a sangue davanti alla sua famiglia. La sua colpa? Aver stabilito un “legame” con un ragazzo giovane come lei.

Non si sa nemmeno se fosse una relazione vera e propria. In Afghanistan è considerato un atto da punire il solo e semplice fatto di porsi al di fuori del controllo della famiglia, anche se non si hanno contatti fisici. Insomma magari i due avevano solo parlato e stretto un’amicizia. Fatto sta che la ragazza ora sta male.  ”Mi hanno riferito – ha detto la responsabile provinciale del dipartimento delle Donne Shukuria Wali – che adesso Sabera è in cattive condizioni di salute”. Il fidanzatino, invece, è stato condannato a pare una multa pari a 1.600 dollari.

L’episodio risale al 9 settembre e non è avvenuto in un’area dominata dai talebani, bensì in  una zona sotto il controllo del governo dove vivono gli hazara, un’etnia che solitamente ha un atteggiamento un po’ più liberale sui diritti delle donne. Per questo il governatore del distretto, Zafar Sharif, ha deciso di aprire un’inchiesta sull’accaduto e di inviare una delegazione sul posto. 

  Ogni mese vengono registrati in Afghanistan crimini odiosi contro le donne, soprattutto nelle zone rurali rette dalla tradizione, malgrado una presenza decennale da parte delle potenze straniere. Secondo un sondaggio condotto dall’Ong Oxfam l’87% delle afghane afferma di avere subito violenze fisiche, sessuali o psicologiche, oppure di essere state obbligate a sposarsi. Il governo è accusato di duplicità cioè di sposare la causa delle donne a parole per avere gli aiuti internazionali ma di tollerare nei fatti le richieste delle frange più estremiste della popolazione. Lo scorso marzo Karzai ha appoggiato un pronunciamento del Consiglio degli Ulema, la più alta autorità religiosa che definiva “l’uomo fondamentale e la donna secondaria”.

Chi si batte per i diritti delle donne in Aghanistan rischia la vita. Come è successo lo scorso luglio ad Hanifa Safi, direttrice del ministero per gli Affari femminili della provincia orientale di Laghman, saltata su una bomba a Mehtarlam. L’ultima vittima di una lunga serie come abbiamo raccontato in questo post. Sempre a luglio il mondo è rimasto scioccato a guardare il video dell’esecuzione di una ragazza di 22 anni, abbattuta a colpi di fucile davanti alla folla in un piccolo villaggio nella provincia di Parwan, cento chilometri a nord di Kabul. Dall’Afghanistan per le donne non arrivano buone notizie. Purtroppo.

Oregon, il murales che fa infuriare la Cina

Corriere della sera

L'opera dell'artista di Taiwan Chao chiede l'indipendenza per il suo paese e per il Tibet

Un particolare del muralesUn particolare del murales

NEW YORK - Un murales nel centro di Corvallis, in Oregon, sta facendo infuriare la Cina. Piccola cittadina della remota provincia americana, Corvallis si è ritrovata in mezzo a una disputa internazionale a causa di un coloratissimo dipinto, lungo trenta metri e alto tre, apparso a inizio agosto su una facciata della Tibet House, un edificio appena restaurato del centro. Il murales, in cui sono raffigurati un monaco tibetano che si dà fuoco in segno di protesta e uno che viene picchiato dalla polizia, chiede infatti a gran voce l’indipendenza di Taiwan e del Tibet da Pechino.

SCONTRO DIPLOMATICO - L’opera ha immediatamente scatenato uno scontro diplomatico, con il Consolato cinese di San Francisco, distante circa 900 chilometri da Corvallis, che ha inviato una lettera alle autorità cittadine rivendicando la sovranità sulle due regioni e chiedendo la rimozione del murales. I diplomatici cinesi hanno invitato la città «ad adottare misure in grado di fermare le attività che sostengono l’indipendenza del Tibet e di Taiwan, per evitare che una preziosa amicizia si possa rovinare». La lettera sosteneva inoltre che la rimozione del murales avrebbe potuto portare benefici economici alla città di Corvallis, che ha poco più di 54.000 abitanti ed è la sede della Oregon State University.

IL SINDACO : «IL MURALES NON SI TOCCA»- La risposta del sindaco Julie Manning non si è fatta attendere. In una lettera indirizzata al Consolato cinese, il primo cittadino ha specificato di non avere nessuna autorità sul murales. «Come saprete», ha scritto Manning, «il Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti garantisce la libertà di espressione in questo paese, compresa quella artistica». Nonostante «l’arte potrebbe non soddisfare i gusti di tutti”, ha notato il sindaco con ironia, “non spetta a noi, in qualità di governo locale, decidere cosa possa essere esposto». Il netto rifiuto del sindaco di Corvallis non ha fermato il Consolato cinese, che ha inviato il viceconsole Zhang Hao e un alto funzionario della sede diplomatica, Song Ru’an, nella cittadina del nordovest dell’Oregon. I due diplomatici cinesi sono stati ricevuti dal sindaco Manning il 4 settembre, sentendosi però ribadire i principi del Primo emendamento. 

«LE RICHIESTE DELLA CINA? UN AFFRONTO» - I due inviati del Consolato non hanno tuttavia cercato di persuadere l’uomo che ha commissionato il murales, David Lin, un uomo d’affari nato a Taiwan e residente a Corvallis dal 1980. Lin, che è il proprietario del palazzo, è a conoscenza della richiesta del Consolato, ma ha confermato che il murales, dipinto dall’artista taiwanese Chao Tsung-song sulla facciata meridionale dell’edificio, non verrà rimosso. «Non sono affatto sorpreso», ha specificato Lin al Corvallis Gazette Times, «le questioni taiwanese e tibetana sono estremamente serie». La disputa non si è conclusa con la visita dei due diplomatici a Corvallis. Giovedì scorso il senatore dell’Oregon Ron Wyden ha inviato infatti una dura lettera all’ambasciatore cinese negli Stati Uniti Zhang Yesui, protestando per il comportamento dei due diplomatici e definendo le richieste un grave affronto. «Nonostante questi diritti potrebbero non essere rispettati in Cina», ha scritto Wyden riferendosi alla libertà d’espressione, «sono valori in cui tutti gli americani credono fermamente. Ogni tentativo del vostro governo di soffocarli è inaccettabile e non dovrà ripetersi mai più».

Andrea Marinelli
17 settembre 2012 (modifica il 18 settembre 2012)

Non mi curo l'epatite C: gli effetti dei farmaci mi fanno paura

Corriere della sera

Procrastinando il trattamento le probabilità di risposta calano per l'aumento dell'età e della durata della malattia


Ho 47 anni e dal 1998 sono affetto da epatite C (genotipo 2). In questi anni transaminasi e gamma Gt sono risultate nella norma. Fino ad ora, per il timore di effetti collaterali, non ho mai fatto alcuna terapia, anche se il medico mi suggerisce di farla, viste anche le buone possibilità di riuscita per via del mio genotipo favorevole. Ora il medico mi sprona ulteriormente perché sono diventato padre. Ma io non trovo la motivazione per iniziare e la bimba è un ulteriore motivo di dubbi: se dovessi avere pesanti effetti collaterali non potrei stare con lei e godere della sua compagnia. Attendere mi causerà problemi?


Risponde Gaetano Ideo, epatologo clinico
Direttore scientifico del Fade
 


Innanzitutto, congratulazioni per la sua bambina. Riguardo alla sua domanda, la risposta è davvero molto semplice. Qualunque specialista le suggerirebbe l'opportunità del trattamento, in particolare per l'età relativamente giovane, quindi con molti decenni di vita davanti, e per la presenza di un genotipo (il genotipo 2, come lei ci precisa nella sua lettera) che viene eliminato definitivamente in circa l'80% dei casi con solo 24 settimane di terapia (e non le abituali 48 settimane).

Vorrei inoltre aggiungere che l'epatite causata da questo genotipo tende, con gli anni, a riattivarsi con probabilità maggiori rispetto all'epatite causata da altri genotipi; inoltre i suoi timori sono giusti: procrastinando il trattamento le probabilità di risposta tendono a ridursi per l'aumento dell'età e della durata complessiva della malattia. Si senta, poi, incoraggiato a intraprendere la terapia, anche dal fatto che i nuovi farmaci che stanno per essere commercializzati, e quelli in sperimentazione, sono quasi tutti indirizzati contro i genotipi 1 e 4, proprio perché essendo già così alte le possibilità di guarire del genotipo 2 con le cure disponibili non si va alla ricerca di altro, almeno per ora.

Non dimentichiamo anche i costi dei nuovi prodotti e gli effetti collaterali, che certamente sono spesso non trascurabili, e di cui si ha ovviamente poca esperienza, rispetto a quelli dell'interferone (prodotto naturale!), che è indicato nel suo caso e che conosciamo da oltre 30 anni. Non capisco poi quando accenna ad effetti collaterali che potrebbero non permettere di godere della compagnia della sua bimba. Nessun effetto si protrae nel tempo, e nella maggior parte dei casi consiste in una sindrome simil-influenzale, che si attenua o scompare con una semplice pastiglia di paracetamolo.

La situazione sarebbe certo diversa per una persona affetta da una severa depressione, magari in cura da uno psichiatra; in questi casi la terapia potrebbe infatti anche avere delle serie conseguenze e i rischi-benefici andrebbero valutati con lo specialista neurologo e l'epatologo. Ma questo non è assolutamente il suo caso. Vorrei concludere dicendo anche che la motivazione è davvero importante per la buona riuscita della terapia. Ma forse, sgombrato il campo da inutili e eccessivi timori, e proprio per amore di sua figlia, lei ora questa motivazione riuscirà a trovarla. Comunque, si affidi allo specialista che mi sembra stia seguendola con molta correttezza ed equilibrio.

18 settembre 2012 | 9:16

Giallo sulle dimissioni del signor Ikea

Nino Materi - Mar, 18/09/2012 - 09:29

La stampa svedese: "Lascia l'azienda". Ingvar Kamprad, 86enne fondatore dell'impero del mobile fa-da-te, smentisce: "Resto al mio posto"

Passi per il montaggio di comodini, armadi, mensole e via ikeando.

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Ma «montare» un caso anche sulle annunciate - e poi smentite - dimissioni dell'ottantaseienne Ingvar Kamprad, è decisamente troppo. Senza contare che lo stesso Kamprad - storico fondatore dell'Ikea - già in passato aveva fatto circolare un altro «pacco» (senza nemmeno allegare il foglietto delle istruzione) riguardante la sua presunta intenzione di non lasciare in eredità ai figli l'impero di famiglia. Cuore di pietra per un'azienda di legno? Mah, dopo poco anche quella notizia si rivelò una bufala. Ieri il refrain si è ripetuto: «Il fondatore di Ikea, Ingvar Kamprad, passa il testimone - sentenziavano le maggiori agenzie di stampa -. Secondo il quotidiano svedeseExpressen il multimiliardario e creatore del gigante del mobile ha lasciato definitivamente le redini ai suoi tre figli». «Ottantasei anni, il fondatore del marchio diffuso in tutto il mondo, risiede ormai dal 1976 a Epalinges, nel canton Vaud - aggiungeva il quotidiano elvetico

Le Matin -. Nel giugno scorso la rivista Bilan stimava la fortuna dell'uomo più ricco d'Europa, 69 anni dopo l'inizio dell'avventura di Ikea nella piccola città svedese di Almhult, in 37,5 miliardi di dollari».«Ingvar non sarà più là per dare il suo punto di vista, i suoi consigli, il suo sostegno», aveva detto all'Expressen, Goran Grosskopf, presidente dell'Ingka Holding, la società olandese cui fa capo l'intero gruppo; e l'annuncio sarebbe già stato dato nel magazine interno del gruppo con un'intervista ai tre figli, Peter, Jonas e Mathias Kamprad. Peter, 48 anni, «sarebbe» dovuto essere alla testa di Ikano, la società lussemburghese che gestisce gli attivi della famiglia; Jonas, 46 anni, «sarebbe» dovuto diventare l'amministratore di Ingka Holding, considerato il responsabile del design e dello sviluppo dei prodotti; Mathias, 43 anni, si «sarebbe» dovuto occupare della Ikea Holding.Ma tre «sarebbe» non fanno una certezza.

E infatti, a stretto giro di posta, ecco la raccomandata gela-entusiasmi (almeno quelli dei suddetti Peter, Jonas e Mathias): «Ikea smentisce la notizia diffusa dal quotidiano svedese Expressen del ritiro dall'attività professionale del fondatore del colosso mondiale del mobile fai-da-te, Ingvar Kamprad», ha affermato l'azienda in un comunicato. Per «l'angolo dell'amarcord» ricordiamo che Kamprad cominciò a costruire il suo business fin da ragazzo, vendendo fiammiferi ai vicini con la sua bicicletta.

Successivamente scoprì che poteva acquistare i fiammiferi ad un prezzo molto basso presso un fornitore di Stoccolma, in modo da poter trarre maggior profitto nella vendita abbassando leggermente i prezzi. Dai fiammiferi, si espanse vendendo pesce, decorazioni per alberi di Natale, semenze da giardino e successivamente penne a sfera, matite.Quando compì 17 anni suo padre gli diede dei soldi come regalo per i buoni risultati che ottenne con gli studi. Kamprad usò questi soldi per costruire e fare crescere uno stabilimento, che chiamò Ikea. Fu l'inizio di un'avventura grandiosa. A cui Ingvar non si sogna minimamente di mettere la parola fine.

Emicrania: ecco perché la testa duole

Corriere della sera

I segni caratteristici degli attacchi sono dolore pulsante, spesso a una sola metà del capo, e ipersensibilità


MILANO - Sono 6 milioni gli italiani che soffrono con regolarità di emicrania. Ma fermare il dolore è possibile. «Le cause dell'emicrania non sono ancora ben chiare - spiega Fabio Frediani, direttore dell'Unità operativa di Neurologia all'Ospedale San Carlo Borromeo si Milano -. È però ormai evidente che c'è una certa familiarità. Chi soffre di emicrania sembrerebbe avere un sistema nervoso più vulnerabile nei confronti di cambiamenti improvvisi capaci di indurre modificazioni nell'attività del cervello. Modificazioni responsabili, a loro volta, di un processo infiammatorio intorno ai vasi sanguigni con irritazione di alcune terminazioni nervose».

Come si riconosce l'emicrania?
 
«Dolore pulsante, spesso solo a un lato della testa, accompagnato da nausea e vomito, ipersensibilità a luce, rumori, odori e movimento sono gli aspetti più caratteristici. Talvolta questi disturbi possono essere preceduti da sintomi premonitori, come cambiamenti dell'umore o aumento dell'appetito. Circa il 15% degli emicranici presenta inoltre le cosiddette aure, tipici disturbi visivi, della sensibilità (addormentamento o formicolio di un braccio e/o di metà del viso) e talora della parola (incapacità a trovare i vocaboli per esprimersi) che durano in media 20-30 minuti e precedono il mal di testa (che in rari casi può anche non comparire). Da qui la distinzione in emicrania con aura e senz'aura. Entrambe le forme sono favorite da fattori scatenanti di diversa natura e variabili da persona a persona. Tra i più tipici ci sono stress, alcuni cibi, variazioni ormonali, fattori ambientali (cambi climatici, eccessiva esposizione solare, ecc.), rumori e odori».

Che cosa si può fare contro l'emicrania? 

«Innanzitutto bisogna capire se si tratta di emicrania o di altre forme di cefalea. E questo può essere fatto con l'aiuto dello specialista che, eventualmente, consiglierà anche di tenere un "diario del mal di testa" per capire sintomi e fattori scatenanti. La terapia dell'attacco di emicrania si basa su farmaci di vario tipo (analgesici, antinfiammatori, ergotaminici e triptani). Non c'è un farmaco che vada bene per tutti, bisogna individuare quello adatto caso per caso. Grande uso viene fatto dei comuni analgesici associati ad antiemetici (anti vomito), ma ormai va diffondendosi anche in Italia l'uso dei triptani che sono farmaci specifici contro l'attacco di emicrania. A prescindere dal tipo di medicinale, è comunque buona regola evitarne un uso troppo frequente per non incorrere nel rischio che l'emicrania venga complicata da altri episodi di cefalea conseguenza dell'abuso di farmaci. Nei casi in cui l'emicrania è tale da compromettere in modo rilevante la qualità di vita si può considerare il ricorso alla terapia preventiva. Ci sono vari farmaci a questo scopo e bisogna individuare il più adatto nel singolo caso».

Antonella Sparvoli
18 settembre 2012 | 9:08

Spagna, il «toro de la Vega» ucciso per niente

Corriere della sera

Volante è morto tra atroci sofferenze e polemiche. Ma il torneo è stato annullato per un vizio di forma

Il toro Afligdo morto l'anno scorso durante la corridaIl toro Afligdo morto l'anno scorso durante la corrida

Si chiamava Volante, aveva circa cinque anni ed era un mansueto bovino di 622 chili. Chiunque abbia visto i tori da vicino si è potuto accorgere della loro vera natura. Sono animali pesanti, statici, che amano ruminare, un processo lento che richiede tempo. Sono ovviamente anche molto forti e possono diventare aggressivi, come qualsiasi essere umano o animale, quando vengono minacciati e feriti. È su questo che si basa la tauromachia più celebre al mondo: la corrida. Ma Volante non è stato scelto per entrare in un’arena decorata a festa bensì per un torneo di origini medievali forse ancora più barbaro e crudele, dove l’essere umano può sfogare su un essere innocente la sua violenza più repressa. E lo fa non da solo, come il torero nella corrida, ma insieme a una massa di centinaia di altre persone, un “branco” dove le remore individuali vengono dimenticate.

BIMBI SPETTATORI - Stiamo parlando del Torneo del Toro della Vega che si tiene ogni anno il secondo martedì del primo mese d’autunno (che quest’anno ha coinciso con l’11 settembre) in occasione dei festeggiamenti della cittadina di Toresillas per la Virgen de la Pena, nella regione della Castiglia e Leon. Non hanno sortito alcun effetto le proteste dei mesi scorsi della statunitense Human Society International che, assieme ad animalisti spagnoli privati o riuniti in associazioni quali Igualidad Animal, aveva lanciato la campagna e la raccolta firme “Spezza una lancia” per evitare che il torneo si celebrasse. La municipalità di Tordesillas ha dato il nulla osta, giudicando la manifestazione parte del patrimonio culturale e folkloristico della città, capace anche di attirare il turismo. E, su questo proprio non gli si può dare torto: ogni anno, infatti, partono dalle maggiori città iberiche pullman di spettatori in vena di divertimento sadico. Famiglie con bambini comprese.

LA MATTANZA - Insomma, per Volante non c’è stato niente da fare anche se gruppi di animalisti hanno passato la notte tra il 10 e l’11 settembre davanti alla sua stalla per proteggerlo e impedirgli di andare incontro a una morte barbara. Inutile il loro sit-in: gli “amici di Volante” sono stati dispersi dalla polizia la mattina dell’11 settembre. E così l’animale è uscito dalla sua stalla ignaro di cosa stava per accadergli, esattamente come il suo predecessore Afligdo un anno prima. Appena fuori ha trovato centinaia di uomini esagitati a cavallo o a piedi (tra questi c’era anche una donna) che lo seguivano terrorizzandolo e pungolandolo con lance acuminate lunghe anche tre metri, cercando di ferirlo nel modo più brutale e accidentale possibile. I partecipanti del torneo hanno spinto Volante lungo il percorso cittadino predefinito fino a che non l’hanno accerchiato, debole e dissanguato, e si sono accaniti dandogli il colpo di grazia, non prima di un’agonia durata venti interminabili minuti, per fortuna, la metà del tempo che l’anno scorso dovette sopportare Afglido prima di morire.

UN BUON AUSPICIO? - Eppure quest’anno qualcosa è venuto a turbare la “festa”. Il Comitato organizzativo ha rilevato delle scorrettezze nel comportamento dei lancieri e ha affermato che il toro è stato ucciso fuori dall’area predestinata. Il torneo insomma è stato annullato e non c’è stato alcun vincitore. Anche se Volante è morto lo stesso. I partecipanti hanno subito chiesto di organizzare un’altra manifestazione con un altro toro ma l’autorizzazione non è ancora arrivata. Che sia un segno del destino? Che sia di buon auspicio per i tori spagnoli? Per ora si sa solo che il Partito animalista spagnolo Pacma ha asserito che farà tutto quanto in suo potere per far sì che Volante sia l’ultimo toro ucciso e che il Torneo della Vega sia accantonato tra i barbari ricordi delle torture medievali.

Giorgia Rozza
17 settembre 2012 (modifica il 18 settembre 2012)

Photoshop abbandona Windows Xp

La Stampa

La nuova versione del programma non supporterà più il sistema operativo
TORINO


adobe_cs6
Dopo undici anni Adobe abbandona Windows Xp. Il sistema, rilasciato da Microsoft nel 2001, è ancora supportato dall'attuale Photoshop CS6, ma sarà l'ultima versione a essere compatibile con il software, considerato obsoleto.
In un post sul blog dell'azienda, Tom Hogarty precisa che la ragione dipende dalle prestazioni del nuovo programma, che richiederà interfacce più aggiornate per sfruttare la potenza delle unità di elaborazione grafica.
Sebbene siano ancora milioni gli utenti di Windows XP in tutto il mondo, la tendenza inizia a cambiare.

(Agb)