domenica 23 settembre 2012

La gaffe sulle tessere sanitarie: la Regione scrive "Abbruzzo"

Libero

Clamoroso scivolone sulla carta regionale dei servizi: moderna, colorata, con tanto di chip elettronico. Peccato che poi ci mettano una "b" di troppo...


La caccia al colpevole è durata poco: i politici sono concordi nel dire che è tutta colpa della ditta che ha ricevuto l’appalto. Come recita un comunicato partito dall’Acuila
di Fabio Corti


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L’Abruzzo occupa una superficie di 10.763 chilometri quadrati ed  è diviso in quattro province: L’Aquila, Chieti, Pescara e Teramo. Confina a nord con le Marche, a est con il mare Adriatico, a ovest con il Lazio e a sud con il Molise.  Ha una popolazione di 1.345.037 abitanti e una «B» sola. L’ultima voce è decisamente atipica, ma il ministero dell’Istruzione ha adottato un provvedimento d’urgenza per inserirla in tutti i sussidiari dalle elementari in su.

È accaduto quando gli abitanti della regione appenninica si sono ritrovati nella cassetta della posta la nuova tessera sanitaria regionale: moderna, colorata e munita di chip elettronico. La Regione non ha badato a spese. Infatti sotto lo stemma hanno scritto «Regione Abbruzzo», buttando lì una «B» più del necessario. Giampiero Riccardo, consigliere regionale dell’Idv, è stato fra i primi a uscire allo scoperto: di tessere sgrammaticate «ce ne sono parecchie in circolazione». La caccia al colpevole è durata poco: i politici sono concordi nel dire che è tutta colpa della ditta che ha ricevuto l’appalto. Come recita un comunicato partito dall’Acuila.

Ha chiuso il Senato per andare a bere amarone e mangiarsi fette di formaggio

Libero

Dopo due giorni di reticenze, la verità sull’incredibile vicenda della sospensione dei lavori a Palazzo Madama per assenza di presidenti. Era a Verona a brindare col suo sindacato


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"Malgrado il fuoco di sbarramento di Rosi Mauro e del suo agguerrito entourage, alla fine abbiamo scoperto quale impegno «urgente e improrogabile» abbia indotto la vicepresidente del Senato ad abbandonare in tutta fretta l’Aula, giovedì scorso, determinando un fatto senza precedenti nella storia della Repubblica: l’interruzione dei lavori della Camera alta per mancanza di guida. A dire la verità «scoperto» è parola grossa.

Non è stato così difficile, e mette quasi tenerezza pensare all’impegno con il quale quella che dovrebbe essere una donna delle istituzioni ha cercato di celare ai giornalisti un’informazione che in qualsiasi altro Paese democratico sarebbe stata comunicata senza problemi, come doverosa routine", sottolinea il vicedirettore di Libero, Massimo De' Manzoni, su Libero in edicola oggi. La sintesi di quanto è successo: la Mauro ha piantato tutti in asso, ha preso un aereo per Verona, ha raggiunto la Valpolicella, ha bevuto bottiglie di Recioto e di Amarone, ha assaggiato formaggi, ha tenuto una riunione del Sinpa, il sindacato padano, e ha presentato la sua nuova formazione politica. Uno scandalo. Un comportamento assurdo, indecente.

Ho fame, voglio andare in carcere» Ladro disperato si autodenuncia

Il Mattino

Distrutti dalla vita di strada, si accusano di un reato per essere arrestati e riuscire a lavarsi e mangiare qualcosa


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PADOVA - Quando la vita di strada di distrugge è meglio finire dietro le sbarre. Come? È sufficiente accusarsi di un reato, magari che non si è commesso. Almeno in carcere puoi mangiare, lavarti e avere un letto per dormire. A usufruire del vitto e alloggio gratuito della casa circondariale, sono soprattutto clandestini tunisini appena arrivati in Italia. Il fenomeno è stato segnalato da alcuni commercianti marocchini, con attività all’Arcella e alla Stanga, che hanno subito furti ad opera di giovani tunisini. A raccontare è un negoziante marocchino con un bazar in zona Stanga, vittima di un colpo ai suoi danni all’inizio dell’estate. «Una notte intorno alle tre, erano i primi giorni di giugno, - ha ricordato - sono stato chiamato dalla polizia.

Gli agenti mi hanno detto di avere preso due ladri all’esterno del mio bazar. Lo volevano svuotare. Sono arrivato davanti al mio locale e i poliziotti mi hanno detto di seguirli in questura». Il padre di famiglia marocchino è arrivato in questura e qui gli agenti gli hanno mostrato i due presunti ladri. «Io non li ho riconosciuti - ha proseguito il commerciante marocchino -, non li avevo mai visti. Poi li ho sentiti parlare in arabo. Alla fine uno è stato rilasciato e l’altro arrestato». Cos’è accaduto? Perché solo uno è finito in carcere? «Sembra incredibile - ha affermato il negoziante - ma uno ha detto al compagno di essere disperato. Gli ha confidato che da giorni non mangiava e non dormiva.

E poi ha aggiunto che si sarebbe presa tutta la colpa del furto, così da andare in carcere e poter lavarsi e mangiare. L’altro tunisino ha ovviamente accettato». Ma la testimonianza del commerciante marocchino della Stanga non è la sola. Altri negozianti, soprattutto baristi, hanno raccontato del fenomeno in crescita. Come il titolare del bazar hanno sentito giovani tunisini, sfiancati dalla vita di strada, organizzarsi per commettere un reato e farsi arrestare o incolparsi di un crimine per andare in carcere a dormire, mangiare e lavarsi. Disperati, sbarcati sulle nostre coste con lo scopo di raggiungere il nord Italia. Arrivare in città come Padova ed essere ingaggiati dalla malavita per spacciare. Perchè è questo il secondo passaggio dopo un periodo sulla strada. Guadagnarsi da vivere come galoppini della droga.


Domenica 23 Settembre 2012 - 18:44

Sassoon, lascio la Casaleggio Associati Sui blog calunnie razziste

Corriere della sera

«Su decine di siti, da quelli nazifascisti a certi Meet Up di Grillo, torna "il complotto pluto-giudaico-massonico"»

Caro direttore,

le vicende riguardanti Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle e Gianroberto Casaleggio sono state ampiamente riportate dai media nei mesi passati, con una forte accelerazione nelle scorse settimane fino a oggi. Questa attenzione, di norma scarsamente informata, quasi sempre maliziosa e ostile, mi ha toccato marginalmente, ma non lievemente, in quanto socio della Casaleggio Associati. Poiché da oggi lascio la società, ritengo utile chiarirne i motivi, per evitare ulteriori distorsioni dei fatti.


Enrico Sassoon, 64 anniEnrico Sassoon, 64 anni

I motivi sono due. Il primo riguarda la mia presenza, come socio di minoranza, nella Casaleggio Associati. I media hanno speculato in merito interpretando il mio ruolo come rappresentante di più o meno precisati «poteri forti» intenzionati a infiltrare, tramite la Casaleggio Associati, il blog di Beppe Grillo e, tramite Gianroberto Casaleggio, il movimento politico. In breve, non rappresento alcun potere forte, né in generale né nello specifico, né ritengo che alcun potere forte si senta rappresentato da me. La prova del contrario la lascio ai maliziosi interpreti che si sono finora beati nel richiamare fantasiose teorie complottistiche degne di romanzi d'appendice più che di una stampa seria e informata.

Non conosco Beppe Grillo, non ci siamo mai incontrati né scambiati telefonate, mail o sms. Non ho partecipato alla gestione del suo blog in seno alla Casaleggio Associati, dove non ho mai ricoperto cariche operative; non ho mai avuto a che fare con il Movimento 5 Stelle, con il quale intrattiene relazioni il solo Casaleggio nelle forme e nei modi da lui stesso ripetutamente chiariti anche su questo giornale. Lascio la società perché i miei interessi personali e professionali sono altrove, ma anche per spezzare il filo delle speculazioni interessate. Mi auguro che serva.

Il secondo motivo è ben più grave e si sostanzia in una valanga apparentemente inarrestabile di diffamazioni e calunnie di violenta intensità, basate su ancor più farneticanti teorie del complotto, che sono apparse e continuano ad apparire in blog e siti di diversa connotazione: da quelli di ispirazione esplicitamente nazi-fascista a quelli di tendenza diametralmente opposta (come i Meet Up di supporto a Grillo) passando per una varietà di blog e siti di varia natura che vanno dai circoli vegetariani a club politici o territoriali delle più diverse tendenze. In questi luoghi la teoria assume i toni foschi del complotto pluto-giudaico-massonico di memoria zarista e hitleriana. L'attribuzione di rappresentante dei poteri forti origina da qui, per assumere contorni decisamente deliranti e razzisti.

Dal mio cognome ebraico si è risaliti a una famiglia con lo stesso nome che operava 250 anni fa nella Compagnia delle Indie che commerciava in droghe e spezie con Cina e India: tanto basta per vedermi associato, un quarto di millennio dopo, a una «potente dinastia di narcotrafficanti». E non si parla di un pazzo isolato: sono decine i siti che riportano queste piacevolezze, associandomi volta a volta a Bilderberg, Massoneria, Mossad, Illuminati, Lobby delle multinazionali, circoli esoterici e altre amenità di questo tipo da far impallidire Dan Brown o l'Umberto Eco del «Cimitero di Praga».

La cosa è seria e va avanti da anni senza che alcuno di questi luoghi di indecenza ne sia mai stato chiamato a rispondere, sotto il profilo della controinformazione e della legge. La questione che va qui sollevata, al di là di quella strettamente personale, è quella della Rete. Luogo democratico per eccellenza, al quale chiunque può accedere per dare voce alle proprie opinioni, può diventare arena di violenza incontenibile, diffamazione incontrastabile, vera e propria delinquenza mediatica.

Il primo punto è dunque come fare in modo che si salvaguardi la libertà di opinione ed espressione con la necessaria tutela di chi, per un motivo o per l'altro, venga preso di mira con intenti diffamatori e, nel caso in specie, anche razzisti. Ma i fatti non si fermano qui, perché la teoria del complotto dei poteri forti, che va avanti in Rete da almeno quattro anni, da un paio d'anni a questa parte è stata acriticamente assunta anche dai media «ufficiali», ossia radio, televisione e carta stampata. Avevo erroneamente giudicato tutto sommato sgradevoli ma innocui quei siti e blog, prevedendone un progressivo declino in funzione della palese idiozia dei riferimenti e argomentazioni.

Mi sono dovuto ricredere quando due anni fa, nel numero 5/2010 di «MicroMega» è stato pubblicato un articolo di una ventina di pagine che riprendeva le elucubrazioni reperibili in Rete, rielaborandole in modo apparentemente neutrale e dando loro un crisma di credibilità. Da lì a filtrare nella stampa «ufficiale» il passo è stato breve. Il teorema dei poteri forti è stato da allora ossessivamente riproposto, sempre in totale assenza di verifica alla fonte, spesso senza nemmeno modificare espressioni e terminologia di altri articoli e servizi, in un trionfo di «copia e incolla».

Di recente, ad esempio, ho avuto il dubbio privilegio di sentirmi associato su La7 dal direttore di Rai4 Carlo Freccero ai poteri forti e al Bilderberg, per la felicità degli ospiti presenti. Altri, come l'ex politico Gianni De Michelis, hanno dichiarato a Radio24 che certamente dietro al successo di Grillo si ritrova la «destra americana». Decine di articoli e servizi televisivi hanno sostenuto e sostengono ogni giorno il teorema dei poteri forti dediti a infiltrare il Movimento, non si sa bene se per legittimarlo o delegittimarlo. Un'informazione distorta e malata, che impone una seria riflessione.
 


Enrico Sassoon
23 settembre 2012 | 8:53

Ingroia attacca: "La classe dirigente è compromessa con la criminalità"

La Stampa

Il magistrato all'incontro dell'Idv "Impossibile accertare la verità"



Il pm Antonio Ingroia all'incontro Idv a Vasto

 vasto (chieti)


La magistratura vuole accertare la verità, ma «non può farcela da sola». Avrebbe bisogno dell'aiuto dei cittadini e della politica. Ma «l'anomalia» italiana è proprio questa, «avere da sempre una classe dirigente profondamente compromessa con i poteri criminali, le cricche, le caste e la corruzione». Dal palco di Vasto, che ospita la seconda giornata della festa dell'Idv, il Pm di Palermo Antonio Ingroia torna a puntare il dito con forza contro «un certo modo di fare politica che va cambiato». E contro una classe dirigente che non ha consentito che per 20 anni si facesse luce sulla trattativa “Stato-mafia”.
 
Il magistrato, che difende il suo operato («contro di me attacchi ingiusti e ingenerosi», io «non cerco consensi») e quello della Procura di Palermo, viene accolto con grande entusiasmo dal popolo dipietrese. Parla quasi da politico consumato, anche se lui alla domanda su una sua possibile candidatura taglia corto: «Non mi pare che al momento ci siano imminenti decisioni da assumere che riguardino il sottoscritto, pertanto non rispondo». Spiega che ci fu più di una trattativa: «Ce ne fu una macro tra Stato e mafia, all'interno della quale ce ne furono altre tre micro».

Ma non vuole mettersi in polemica con il Quirinale. Alla domanda se in Procura si fossero aspettati che il Colle sollevasse conflitto di attribuzione sulle intercettazioni sull'utenza di Nicola Mancino, il Pm risponde secco con un «assolutamente no», ma poi prende quasi `le difese´ di Napolitano puntualizzando i contenuti del ricorso alla Consulta. «Non tocca a me difendere il Capo dello Stato - è la sua premessa - visto che comunque è difeso da mezzo mondo. Ma quando si cominciò ad intercettare Mancino non era ancora noto che fosse indagato». E anche sulle intercettazioni è cauto. Non si può dire quando potranno essere distrutte, avverte, perché non esiste una norma che indichi tempi certi per la cancellazione di quelle irrilevanti.

A chiamare pesantemente in causa il Capo dello Stato, durante la tavola rotonda sulle stragi coordinata da Claudia Fusani de l'Unità, è però il dipietrista Luigi Li Gotti. E il suo intervento viene salutato da una sorta di standing ovation. Le centinaia di militanti che affollano il cortile di Palazzo D'Avalos si alzano in piedi e gridano all'unisono «Fuori la mafia dallo Stato!».

«Quando Napolitano chiese, in occasione del ventennale delle stragi, che si facesse di tutto per arrivare all'accertamento della verità - dice con voce rotta dall'emozione Li Gotti - noi ci credemmo». Ma quando «sapemmo invece che Mancino aveva chiesto aiuto al Colle per non fare il confronto con Martelli e per togliere l'inchiesta a Palermo, noi ci siamo sentiti offesi come cittadini». Perché è il non accertamento della verità, sottolinea, che «ci offende profondamente». Poi chiede un applauso per Napolitano, ma ormai l'affondo c'è stato.

Ingroia resta però il vero protagonista della giornata di Vasto. Soprattutto quando prende il microfono e si improvvisa giornalista per chiedere ai componenti dell'Antimafia Li Gotti e Fabio Granata (Fli) se per caso la commissione non sia arrivata dopo 20 anni ad occuparsi della trattativa per `l'imbarazzo´ di una «certa classe dirigente» che «ben sapeva» come lo Stato fosse sceso a patti con la mafia. I due sono consapevoli della «verità' e dichiarano che se non riusciranno a scriverla nella relazione dell'Antimafia, lo faranno in quella di minoranza. Ingroia sorride e ribadisce: senza l'aiuto della politica la magistratura da sola non potrà arrivare alla verità. E alla domanda che gli viene rivolta sul fatto che via tweet i cittadini gli chiedono di non andare all'estero, lui rassicura: «Continuerò a far sentire la mia voce anche dal Guatemala».

Chiara Colosimo e quella foto imbarazzante

Corriere della sera

La neocapogruppo del Pdl alla Regione Lazio: io ingenua, ma condanno nazismo e fascismo


Chiara Colosimo, due anni fa, in una sezione del Msi  con l'immagine di Corneliu Zelea Codreanu, fondatore del movimento nazista romeno della Guardia di ferro Chiara Colosimo, due anni fa, in una sezione del Msi con l'immagine di Corneliu Zelea Codreanu, fondatore del movimento nazista romeno della Guardia di ferro

ROMA - Chiara Colosimo, 26 anni, neocapogruppo Pdl nel Consiglio regionale del Lazio, è stata intervistata nel 2010 davanti a un murales con l'immagine di Corneliu Zelea Codreanu, fondatore della Guardia di ferro romena e noto sostenitore del nazifascismo. Il servizio, che ha scatenato le critiche della Comunità ebraica romana, è stato registrato con le telecamere di Mtv, durante la campagna elettorale per le amministrative, nella storica sezione dell'Msi alla Garbatella, in via Guendalina Borghese, uffici oggi targati Pdl.

«Non ho visto quelle immagini - precisa Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma -. La Colosimo non ha mai avuto atteggiamenti ostili verso di noi, ma su Codreanu non ci sono dubbi: i movimenti a lui ispirati, che stanno prendendo piede in Romania, Ungheria e Grecia rappresentano un serio pericolo per la libertà e l'Europa». E l'architetto Luca Zevi sottolinea: «Sono molto preoccupato perché la cultura che esprime Codreanu non deve essere sottovalutata».

Chiara Colosimo replica: «Mi state facendo le pulci, eh? Ma io non ho alcuna difficoltà a condannare, 'senza se e senza ma' il nazismo e il fascismo. E Codreanu so che in quel disegno veniva esaltato per un suo libro che parlava della sua visione del Cristianesimo». Replica Pacifici: «Codreanu era un fanatico cattolico che propagandava una visione del Cristianesimo preconciliare che prevedeva una sudditanza anacronistica verso la religione ebraica...».

Nel 2006, però, Chiara Colosimo, da studente del Convitto nazionale, è andata ad Auschwitz «perché il mio tema sulla Shoah è stato premiato tra i migliori di Roma: quel viaggio mi ha cambiato la vita. Lì ho capito fino a che punto può arrivare la follia umana - aggiunge la Colosimo -. Mi dicono che sono un po' ingenua: preferisco essere ingenua piuttosto che squalo».

Francesco Di Frischia
23 settembre 2012 | 11:15

Fiorito spudorato: lenzuola, biancheria e televisori con i soldi del Pdl

Libero

Spuntano altre spese incredibili dell'ex capogruppo laziale: ha staccato assegni per 800mila euro. Ha pagato anche architetti, antenne e gadget telefonici

di Franco Bechis


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Non bastavano i quasi 150 mila euro di stipendio che si era auto-erogato a maggio e giugno, fino a quando non l’hanno pizzicato. Franco Fiorito era una vera macchina da soldi. E da quando è diventato capogruppo del Pdl nella Regione Lazio probabilmente non ha più speso un euro di tasca sua. Per nulla. Ha acquistato il mattone personale e i terreni che via via nella sua famiglia si sono moltiplicati con gli stipendi che si era erogato da solo moltiplicandoli come i pani e i pesci erogandoseli su ognuno dei nove conti che aveva tre volte al mese. Ogni altra sua spesa l’ha messa in conto al gruppo del Pdl della Regione Lazio. Come? In parte attraverso fatture pagate, ma soprattutto grazie a tre formidabili strumenti che aveva in mano: la firma sul conto corrente, la carta bancomat relativa (che nell’ultimo anno è cambiata) e il libretto degli assegni che ogni mese si esauriva dopo pochi giorni.

Leggi gli "autobonfici" di Fiorito: clicca qui e scarica il Pdf

TETTO SFONDATO Una disposizione saggia aveva stabilito un tetto piuttosto basso al bancomat di sua dotazione, sia per il prelievo dei contanti che per il pagamento di piccole spese con il circuito Maestro. Nei due anni comunque ha speso 101.903 euro. Siccome non bastavano, ogni mese si presentava personalmente allo sportello per ritirare contanti o inviava uno dei suoi due fidi segretari (solo all’inizio però è andato a ritirare la somma Pierliuigi Boschi: mille euro il 239 luglio 2010). I contanti ritirati da allora all’inizio di luglio 2012 ammontano a 196 mila euro. Argent de poche, per integrare le piccole spese quotidiane in barba ai limiti sul contante nel frattempo introdotti. Fra bancomat e ritiro diretto di contanti dal conto Pdl quindi siamo a 300 mila euro.

ASSEGNI SCATENATI A questo punto è intervenuto il libretto di assegni. E qui Fiorito non si è proprio frenato: ne ha staccati in 23 mesi per 804.353,28 euro. È oggetto dell’indagine della magistratura sapere come li ha utilizzati, non essendo noto se queste spese siano state esclusivamente personali, per pagare spese istituzionali (che però venivano regolate con bonifici) o per allungare piccoli extra nelle tasche dei 16 colleghi in Regione. Per questi ultimi sono stati tracciati per altro bonifici diretti di rimborso spese, anche se non sono tantissimi. E poi il pagamento diretto di fatture quasi sempre alle stesse società fornitrici, come se ognuno di loro avesse diritto a quella quota di fornitura.

Anche Fiorito probabilmente aveva i suoi fornitori, che vanno conteggiati a parte. Tra i bonifici ce ne sono per circa 100 mila euro ad architetti, e di queste somme le due fatture più rilevanti appartengono a professionisti di Anagni, la città di Er Batman. Delle due l’una: o il gruppo consiliare del Pdl alla Regione Lazio aveva bisogno continuamente di ristrutturazione degli spazi, o il gruppo Pdl ha pagato anche la ristrutturazioni compiute nelle abitazioni di Fiorito ad Anagni. Anche questo è oggetto delle indagini della magistratura.

Con il Pagobancomat in ogni caso l’ex capogruppo del Pdl si è pagato davvero di tutto: ha speso migliaia di euro a Unieuro, in negozi di telefonia, ha pagato la fattura per l’installazione di una antenna satellitare ad Anagni, ha speso qualche centinaio di euro da Hermés, anche se non si conosce il dettaglio della fornitura, e ha pagato perfino una fattura di biancheria da camera. Probabilmente le lenzuola del letto di Fiorito sono a carico del gruppo. Per altro è stata a carico del gruppo anche chi con lui ha dormito sotto quelle lenzuola.

IL COVO DEI BRIGANTI
Fra le ricevute del bancomat ci sono quattro spese ad altrettanti supermercati, e perfino una fattura di rilevante importo alla società che gestisce la catena Sigma. Ogni pieno di benzina delle auto di Fiorito è stato pagato dal Pdl, ovunque lui si trovasse. E naturalmente sono decine e decine le ricevute di ristorante, in cui pranzava o cenava da solo o al massimo con due coperti. Poche le eccezioni: i coperti erano di più nel ristorante il cui nome sembra il titolo dell’intera triste vicenda laziale: «Il Covo dei Briganti» di Frosinone (spesa di poco superiore ai 500 euro). Acquistati con il bancomat anche lampade, arredi e un televisore Samsung, malfunzionante, perché poi con la stessa carta è stata pagata la fattura di un tecnico per la riparazione.

Regionopoli, viaggio negli sprechi Dall'Emilia alla Campania: così divorano i nostri soldi

Libero

Non solo Lazio. Nella regione rossa bonus a tutti, a Napoli bruciano miliardi per i rifiuti. Poi la Calabria, la Puglia e la Sicilia dei record (negativi)


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"Poi è ovvio, non è che si possono mettere tutte le Regioni sullo stesso piano. Prendiamo l’Emilia-Romagna:  in quanto a servizi resi ai cittadini i parametri restano alti, peraltro è l’unica assemblea regionale - insieme con la provincia autonoma di Bolzano - a pubblicare in rete i conti dei gruppi consiliari. Non che i gruppi stessi costino poco nemmeno in zona Bologna: nel 2011 sono stati stanziati 4.976.000 euro - 2.326.000 per il «funzionamento» e altri 2.640.000 per il «personale». Era proprio da questi fondi che gli esponenti dei partiti - Movimento 5 Stelle incluso - attingevano per pagarsi interviste o comparsate sulle tivù locali: la Procura indaga per  peculato.

D’altro canto, le maggiori critiche rivolte all’amministrazione di Vasco Errani riguardano un sistema di potere andato cristallizzandosi nei decenni intorno al partitone progressista e alle aziende “amiche”  - ogni riferimento alle cosiddette coop rosse non è casuale", spiega Andrea Scaglia su Libero in edicola oggi. Già, perché, ovvio, in questi giorni tutti gli occhi sono puntati sul Lazio dello scandalo. Ma non si possono dimenticare altri casi, come quello dell'Emilia dei bonus e dei rimborsi. Anche nel feudo rosso, infatti, tra "premi di risultato" e spese di viaggio i dirigenti e i consiglieri riescono ad arrotondare i lauti stipendi. I finanziamenti vengono concessi a pioggia, mentre gli ospedali vengono progettati sulle paludi. Il tutto mentre il governatore Vasco Errani attende di sapere se sarà processato.

Il caso Campania - Passiamo poi al capitolo Campania: "Inutile dire che non è stata la prima volta - racconta Peppe Rinaldi su Libero in edicola oggi -. Il blitz dei finanzieri in consiglio regionale a caccia di fondi nella disponibilità dei gruppi politici utilizzati per fini personali, è l’ultimo di una serie che parte da lontano. A raccontarli tutti servirebbe un giornale ad hoc. Si consideri che le magagne giudiziarie che corrodono il consiglio campano si sono spesso intrecciate con quelle del comune, oltre ad essersi diffuse in una marea di enti collegati, società municipalizzate e Asl.

La ragione è semplice: per circa 15 anni il potere si fermava dinanzi al moloch incarnato da Antonio Bassolino. Ed è proprio da qui che bisogna partire per sintetizzare le tempeste abbattutesi sulla Campania". Anche se la sintesi di tutti questi sprechi è un esercizio difficile. Si passa dai disastri del "Rinascimento" bassoliniano alla tragedia della munnezza: per i rifiuti è stato buttato via un miliardo di euro. Insomma, la recentissima inchiesta delle Fiamme Gialle sulla Regione è soltanto l'ultima di una serie infinta, che ovviamente non ha frenato gli sprechi.

Puglia e Calabria - Poi c'è il caso della Calabria, che spende, per esempio, la bellezza di 300mila euro per l'affitto di un ufficio che non usa più. E sempre in Calabria, le spese per il solo funzionamento dell'ente (stipendi locali e burocrazia) sono pari al 6,7% di quel che la Regione spende complessivamente in un anno. Vale a dire il triplo della Lombardia e più del doppio della Puglia. E parliamo proprio della Puglia, governata da quel Nichi Vendola che sogna di diventare leader della sinistra, magri premier: nella Regione si sprecano gli scandali legati alla sanità. Ma non è tutto. Una delle ultime determinazioni dirigenziali prevede, tra le altre, per i consiglieri l'utilizzo di Telepass e tessere Viacard, oltre ad altri benefit: iPad, computer portatile, telefoni, parcheggi gratis. La Puglia: terra di donne, tangenti e spese folli.

La Sicilia - Ultimo ma non ultimo il caso emblematico della Sicilia, dove la torta da spartirsi è enorme: ogni anno ammonta a 13 milioni di euro, una cifra mostruosa. Nella Regione - recentemente lasciata da Raffaele Lombardo che l'ha portata sull'orlo del default, della bancarotta - la vera casta siede sui banchi dell'assemblea regionale. Un esempio: il già citato Lombardo prendeva uno stipendio da 15.683 euro netti al mese. Era il presidente più ricco di tutti. Anche gli onorevoli non se la passavano male, con un doppio rimborso e trattamenti "super-lusso" per gli spostamenti e i trasporti (anch'essi rimborsati a cifre assurde). Per concludere, soltanto un'altra cifra (le altre le troverete sul quotidiano in edicola): in quattro anni i partiti rappresentati all'Ars (Assemblea regionale siciliana) ci sono costati 52,9 milioni di euro.

Matrimoni gay, Vendola a Benedetto XVI: "Non regredire al tempo del risorgimento"

Sergio Rame - Dom, 23/09/2012 - 13:10

Ieri l'appello del Santo Padre ai politici cattolici: "Il matrimonio tra uomo e donna va difeso". Replica di Vendola: "Una morale confessionale non può diventare morale di Stato"


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Lo scontro sale di livello. All'appello lanciato ieri da papa Benedetto XVI ai politici cattolici affinché non cedano nella difesa della vita in ogni sua fase e della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, ha duramente replicato il leader del Sel Nichi Vendola invitando il Santo Padre a non intervenire nel dibattito sulle unioni omosessuali: "In una società pluralista non si può immaginare che una morale confessionale diventi una morale di Stato". In piena campagna elettorale, la sinistra radicale sta infatti facendo leva sui diritti civili per inserire nel programma da sottoscrivere con il Partito democratico anche il matrimonio gay.
E c'è chi, come il sindaco Giuliano Pisapia, propone anche di legiferare affinché anche le coppie gay possano adottare dei figli.

Il dibattito rischia di spaccare la sinistra. Nel Pd il fronte cattolico e riformista non è vuole cedere alle pressioni di Vendola. Eppure il leader del Sel sta giocando la sua partita e, giorno dopo giorno, sta alzando la posta in gioco. Prima alcuni segnali, poi dichiarazioni nette che non ammettono diverse interpretazioni. A primi di settembre il governatore della Puglia ha detto chiaramente che, arrivato a 54 anni, vuole sposarsi con il suo partner: "Come cittadino, come persona e come cristiano voglio poter vivere una discussione vera e chiedere al mio Stato e alla mia Chiesa per quale motivo progetti d’amore non possono essere liberati da un tappo di Medioevo che tante volte ha ferito la nostra vita".

Vendola ha attacco duramente l'Italia accusandola di avere "uno standard di diritti civili da repubblica islamica" e ha attaccatto pure la politica rinfacciandole di aver rinunciato a "una battaglia di principio". E non si è fermato qui. Intervistato qualche giorno dopo da Pubblico, il leader del Sel ha rilanciato: "Se ora potessi fare quello che voglio, farei un figlio. Credo che dobbiamo batterci per riconoscere il diritto delle coppie gay sia ai matrimoni che alle adozioni. La società italiana è matura". Un passo avanti che ha scatenato un acceso dibattito nel piddì mandando su tutte le furie esponenti come Beppe Fioroni e Rosy Bindi.

Non appena il Papa ha invitato i politici cattolici a non cedere, Vendola è entrato subito a gamba tesa. "Libera Chiesa in libero Stato - ha sottolineato, ieri sera, il laeder del Sel - non bisogna regredire al tempo del risorgimento e affermare che i vertici della Chiesa devono avere la libertà di proclamare i loro convincimenti ma la società pluralista deve avere la libertà di garantire a tutti uguali diritti". Secondo il governatore della Puglia, "il mondo cattolico è difficilmente unificabile da un messaggio come quello lanciato" dal Santo Padre.

"Tanti cattolici sanno che il nemico della famiglia non è quel figlio che si bacia con un ragazzo ma la crisi, le politiche di austerità e le politiche della destra in tutta Europa", ha concluso Vendola chiedendo al Pontefice di evitare "parole così dure" perché producono "repliche intrise di anticlericalismo" e perché "quando i vertici della Chiesa si chiudono nel loro fortino non dobbiamo bestemmiare ma rilanciare il dialogo".

La battaglia sul matrimonio omosessuale non è più portata avanti soltanto da Vendola. A sostenere nella lotta il leader del Sel, ci sono infatti i sindaci "arancioni". Lunedì scorso, a Milano, sono partiti infatti i finti matrimoni gay. Finti perché non hanno alcun valore legale. Un'arma usata da Pisapia per dare un chiaro segnale ai palazzi romani. Tanto che le unioni civili sono solo il primo passo per il primo inquilino di Palazzo Marino. "Sono d’accordo con la possibilità di far adottare dei figli anche alle coppie omosessuali", ha spiegato Pisapia partecipando all’incontro dell’Italia dei Valori a Vasto.

"Meglio avere dei genitori, anche se omosessuali, piuttosto che non averne affatto". Sulla stessa linea anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris che, in un’intervista a Pubblico, si dice pronto a dare il suo contributo alla costruzione di un nuovo centrosinistra. "I matrimoni e le adozioni gay sono temi su cui è necessario quanto prima legiferare - ha spiegato De Magistris - si avverte un vuoto normativo che risulta, oltre che ingiusto di principio, anche anacronistico essendo il Paese maturo per una nuova stagione di diritti e piena democrazia".

La Cnn vìola il diario personale di Stevens

Corriere della sera

Dura presa di posizione del Dipartimento di Stato: «ripugnante» comportamento della tv all-news

WASHINGTON – Da una parte la Cnn. Dall’altra la famiglia di Chris Stevens e il Dipartimento di stato. In mezzo un documento importante: il diario dell’ambasciatore americano ucciso a Bengasi. Sette pagine scritte a mano su un quadernetto dalla copertina rigida. Una brutta storia con la grande rete satellitare accusata di aver violato informazioni personali tratte da quelle carte. Uno scontro accesosi nella serata di sabato con una dura presa di posizione da parte del Dipartimento di Stato che ha definito «ripugnante» il comportamento della tv.

Cattura
IL RITROVAMENTO – L’antefatto. Una troupe della Cnn inviata a Bengasi entra in possesso del diario di Chris Stevens. Lo recupera sul pavimento del consolato devastato da fuoco. I reporter leggono quelle pagine e vi trovano subito delle notizie delicate. Che usano immediatamente senza citare la fonte. Anderson Cooper, il famoso giornalista della Cnn, rivela che Stevens temeva la presenza di terroristi e riteneva di essere finito nella lista nera di Al Qaeda.

L’ACCORDO - Secondo una ricostruzione apparsa su Huffington Post e sul Wall Street Journal dopo il ritrovamento del diario, la Cnn contatta il Dipartimento di stato e la famiglia per informarli della scoperta. I parenti di Chris chiedono all’emittente di non divulgare alcun elemento contenuto negli scritti prima che la famiglia possa leggerli. E’ materiale privato, anche se legato al suo lavoro. Aggiungono: sapevamo che teneva un diario ma credevamo che fosse andato perduto nell’attacco.

Attraverso contatti telefonici è stabilito che il quadernetto sia consegnato ad un diplomatico italiano a Bengasi – l’unico presente visto che gli americani sono stati tutti evacuati – che dovrà poi portarlo a Tripoli. La Cnn, intanto, invia alla famiglia Stevens una trascrizione – non è chiaro quanto ampia – dei contenuti. Ma l’intesa salta quando, a sorpresa, Anderson Cooper svela in diretta i timori dell’ambasciatore attribuendoli ad una fonte vicina alla vittima. Non sono particolari da poco. Molti si chiedono perché se esistevano quelle minacce – «crescenti» – l’ambasciatore non abbia ricevuto una protezione supplementare.

LA PROTESTA - Sorpresa dalla violazione del patto, la famiglia Stevens protesta in modo vibrante, seguita dal Dipartimento di Stato che, oltre allo sdegno, afferma che si tratta di un episodio del quale la Cnn «non può certo essere fiera». «Hanno rimosso prove dalla scena di un delitto – spiega un portavoce – Un documento che è stato letto, trascritto e fatto girare in redazione. E sono venuti meno alla parola data». Qualche commentare fustiga i giornalisti che, per voglia di fare uno scoop, hanno violato la privacy della vittima. L’emittente risponde al fuoco delle accuse con due comunicati, un po' deboli.

In sostanza la tv afferma di aver avvertito i parenti dell’ambasciatore «nel giro di qualche ora» dalla scoperta e di aver poi incrociato le informazioni contenute nel diario con altre fonti. La Cnn respinge poi le accuse rilanciando dubbi sulla protezione assicurata all’ambasciatore in Libia. Quesiti ai quali dovrà rispondere l’indagine interna ordinata da Hillary Clinton. Questi i più importanti: 1) Quale era il livello delle minacce contro Stevens? 2) L’ambasciatore aveva informato i suoi superiori a Washington? 3) Le misure di tutela erano adeguate o, alla luce della tragica conclusione, erano insufficienti? Domande tecniche ma anche politiche che ora si intrecciano con quelle sul comportamento dei media. L’impressione è che l’onda lunga di quella tragica notte a Bengasi non si sia ancora fermata.


Guido Olimpio @guidoolimpio
23 settembre 2012 | 13:40

Da Chianciano a Cupertino, in e-book la storia di Landi, numero 2 di Apple

Maddalena Camera - Dom, 23/09/2012 - 09:04

Marco Landi è l’unico manager italiano che può vantare nel suo curriculum di essere stato ai vertici di Apple è nato a Chianciano. Ora vive in Francia e fa il consulente. Racconta la sua avventura in un e-book in uscita il 5 ottobre


E’ nato a Chianciano l’unico manager italiano che può vantare nel suo curriculum di essere stato ai vertici di Apple.



Si tratta di Marco Landi, 69 anni, che è stato Coo, ossia Chief operating Officer, in pratica direttore generale dell’azienda di Cupertino a metà degli anni ’90, il periodo più buio della storia della società con il titolo, ora a 700 dollari precipitato sotto i 10 dollari. La colpa non era ovviamente di Landi che ha anzi il merito di aver riportato Steve Jobs in azienda, scegliendo per i Mac il sistema operativo Next, una compagnia che faceva capo allo stesso Jobs. La storia di questo manager italiano che ora vive in Francia e ora fa il consulente, è raccolta nell’ebook "Da Chianciano a Cupertino: un manager ai vertici della Apple" che uscirà su Amazon.com il prossimo 5 ottobre, anniversario della morte di Steve Jobs.

Secondo Landi comunque «al momento Apple non ha ancora trovato un vero successore». Avendolo conosciuto bene Landi conosce la difficile storia del fondatore di quella che oggi può essere considerata l’azienda di maggior successo al mondo. «Era stato adottato e viveva la sindrome di abbandono dei genitori biologici sopratutto del padre che non ha mai voluto incontrare - ha detto Landi - Non si confidava con nessuno, non si riusciva a cooperare con lui, era sempre sotto pressione, andava sempre di fretta. Le riunioni le faceva per telefono, in videoconferenza. Era burrascoso fuori e dentro di sè. Oggi associo Steve Jobs al genio, penso sia stato un predestinato, ma allora pensavo che era stato sopratutto molto fortunato».

Landi, che da responsabile Texas Instruments Europa nel ’94 era passato a fare il manager Apple grazie ad un’offerta di un cacciatore di teste, spiega il perchè. «Steve non se la passava molto bene quando l’ho conosciuto Steve. Era andato via dalla Apple e aveva fondato Next che non era riuscita a sfondare. E allora aveva chiuso fabbrica e uffici e gli era rimasto solo il sistema operativo, Next OS. La fortuna vuole che proprio Apple che lo aveva messo alla porta e che a sua volta non navigava in buone acque aveva bisogno di un nuovo sistema operativo. Tra i vari contendenti la spunta Jobs, che si fa anche riassumere come consulente. Di lì a due anni si riprende la società, costringendo alle dimissioni il presidente Gil Amelio di cui non aveva stima». E lo stesso Landi. Ma la sua strada si incrocia ancora con quella di Jobs.

«Quando sono andato via, Apple non era ancora in buone acque e con Telecom facemmo due proposte a Jobs . La prima di acquistare la società, la seconda di fabbricare una linea di iMac connessi usando la rete di Stream di Telecom. Era il ’98 e volevamo digitalizzare l’Italia. Se penso che sono passati tanti anni e ancora se ne parla....». L’affare,come si sa non va in porto, in compenso Apple indovina una serie di prodotti, il primo è l’iPod per la musica seguito dall’iPhone e poi dal tablet iPad, e decolla.

«L’intuizione di Steve - continua Landi - è stata di dividere l’azienda in due parti, hardware e software e di dare spazio all’entertainment, di andare oltre il pc. Infatti ad un certo punto ha perso la dicitura «Computer» (nel 2007, ndr). Quanto al futuro per giudicare il nuovo ad Tim Cook, dovremo aspettare tre anni». Riguardo un possibile lancio del mini iPad, progetto non molto appoggiato da Jobs, Landi spiega: «Forse non lo amava perchè non aveva visto quello che i competitor come Samsung stanno facendo.

Oggi l’azienda coreana vende più di Apple e non ci dimentichiamo che il verdetto sui brevetti a favore di Cupertino è californiano, dove ha sede la società ». E poi, secondo Landi, anche Steve Jobs ha copiato. «Se si guarda la storia - conclude Landi - va detto che  Steve ha preso l’idea del pc dal Palo Alto Research Center, rubandolo praticamente alla Rank Xerox». Ma mettendolo in pratica egregiamente.

Quei reclusi di Guantanamo che possiamo trovarci in casa

Fausto Biloslavo - Dom, 23/09/2012 - 09:50

IN 55 saranno liberati o trasferiti in altri Paesi. Ma non c'è nazione che voglia accoglierli. Sei di loro hanno legami con l'Italia e ora rischiamo che ci tornino


Gli Stati Uniti hanno pubblicato la lista di 55 detenuti di Guantanamo che possono venir trasferiti in altri paesi e forse liberati, ma non hanno ancora trovato nessuno disposto ad accoglierli.



Fra questi ce ne sono 6 che avevano a che fare con l'Italia e potrebbero arrivare da noi. Di questi 55 elementi legati alla guerra santa internazionale almeno 24 sono yemeniti. Come Al Khadr Abdallah Muhammad Al-Yafi, il primo della lista, a Guantanamo da 10 anni e 8 mesi. Nel 1999 andò in Afghanistan e si ritrovò nell'ultima ridotta di Osama bin Laden a Tora Bora. Anche se l'intelligence Usa ha approvato il trasferimento dei jihadisti come al Yafi, la Casa Bianca non vuole rimandarlo nello Yemen dove potrebbe tornare a combattere. Fra i prigionieri che possono venir trasferiti ci sono 6 «italiani», ovvero personaggi che hanno avuto a che fare con il nostro paese. Se a casa loro non li vogliono, oppure rischiano la pena di morte o sono ricercati in Italia potrebbero tornare da noi.

Il tunisino Adel Bin Ahmed Bin Ibrahim Hkiml, meglio noto come Adel al Hakeemy, arrivò in Italia a 16 anni. Secondo le organizzazioni dei diritti umani che difendono i terroristi era solo un innocuo aiuto cuoco a Bologna. Poi ha trovato moglie in Pakistan e si è trasferito in Afghanistan. Per gli americani era ricercato dalla magistratura italiana perché faceva parte di «una cellula estremista specializzata nel reclutare terroristi e fornire appoggio logistico e documenti contraffatti» a gruppi legati ad Al Qaida.

Al Hakeemy ha ammesso «l'uso di denaro falso in Italia» e di «aver raggiunto un noto campo di addestramento di Al Qaida a Jalalabad, in Afghanistan».Ridah Bin Saleh al Yazidi è un altro tunisino della lista dei 55 pronti a venir trasferiti, che nel 1999 è partito dall'Italia per il campo di terroristi afghano di Khalden. Al Yazidi frequentava il Centro culturale islamico di Milano. Non solo: prima di unirsi a Bin Laden e ai talebani, al Yazidi era già stato arrestato nel nostro paese per sospetti legami con il terrorismo.

Yunis Abdurrahman Shokuri, pronto ad andarsene da Guantanamo dopo 10 anni e 4 mesi, era secondo gli americani «un sospetto membro di Al Jama al Islamya in Italia», una vecchia organizzazione jihadista egiziana. Nel nostro paese il fratello maggiore Yassine, soprannominato il «monaco» è stato condannato a Milano per appoggio al terrorismo. Un altro della lista dei 55, Abdul Bin Mohammed Bin Abess Ourgy faceva lo spacciatore di droga in Italia fra il 1991 ed il 1995. «Non ero un fanatico islamico - spiega negli interrogatori - Abdullah, un amico, mi ha insegnato a pregare e poi mi ha dato soldi e biglietto per andare in Afghanistan nel campo di addestramento di Derunta».

Anche Hisham Sliti avrebbe trovato la redenzione nella guerra santa. Il tunisino, che teoricamente potrebbe venir trasferito in Italia, era rincorso, secondo i documenti Usa, «da un mandato d'arresto per i suoi legami con gli estremisti islamici di Bologna». Sliti arrivò nel nostro paese nel 1995 diventando un eroinomane. In Afghanistan voleva cambiare vita, ma si era trovato di fronte alle rigide regole dei talebani che adesso dice di «aver odiato. Non si poteva andare con le donne o fumare».Tipo più tosto e difficile da incastrare, l'algerino Bensayah Belkacem, da 10 anni e 8 mesi a Guantanamo. Lui stesso ha ammesso di aver vissuto in Italia, ma è stato preso quando si è spostato in Bosnia dove gli americani sono convinti che fosse uno dei colonnelli di Osama Bin Laden. In tasca aveva il numero di cellulare di Abu Zubaydah, reclutatore di Al Qaida coinvolto nell'11 settembre.

Nelle carceri italiane, abbiamo già ospitato, dal 2009, tre ex detenuti di Guantanamo: Adel Ben Mabrouk, Nasri Riadh e Moez Abdel Qader Fezzani.Dei 55 in attesa di trasferimento sui 169 «combattenti nemici» della prigione a stelle e strisce a Cuba, ci sono gli ultimi 3 uiguri catturati in Afghanistan. Si tratta di musulmani della minoranza islamica cinese che se tornassero in patria verrebbero messi a morte. Un altro della lista è Shaker Aamer, l'ultimo detenuto con passaporto britannico di Guantanamo. Londra aveva già chiesto la sua liberazione.

www.faustobiloslavo.eu

Scuola, più posti al Sud (dove non ce n'è bisogno)

Serena Coppetti - Dom, 23/09/2012 - 10:55

Al Nord ci sono molte più cattedre scoperte, ma il bando del ministero per 12mila nuovi insegnanti non ne tiene conto. Alla Campania assegnati 540 maestri, alla Lombardia 390


«È sbalorditivo». Rimane qua­si senza parol­e il direttore dell’uffi­cio scolastico regionale della Lom­bardia.



Martedì uscirà il bando di concorso che ga­rantirà un’assun­zione­a circa 12mi­la insegnanti dalla scuola dell’infan­zia ai licei di tutta Italia.

È il primo da 13 an­ni a questa parte. Peccato che la ri­partizione dei po­sti­tra le regioni an­cora una volta non vada a premiare la Lombardia. Anzi. Vada proprio a pe­nalizzarla, non dandole i posti di cui avrebbe biso­gno. Il sud ottiene sulla carta più po­sti quando invece di posti veri poi in realtà non ce ne so­no. E questa non è una novità. Qualche esem­pio? Assegnati alla Campania 540 po­sti di maestri ele­mentari contro i 390 della Lombar­dia, quasi quanto la Sicilia (362).

È riuscito ad aggiudicarsene di più il Lazio, ben 411. «Mi lascia allibi­to- ripete Giuseppe Colosio-Con­tinu­ano a creare posti al sud quan­do non c’è assolutamente propor­zione tra i posti scoperti al nord e al sud».Per capire cosa significa bi­sogna pensare che in Lombardia, ad esempio, una stima a spanne dimostra che il prossimo anno scolastico sarebbero necessari cir­ca 550 maestri elementari. Il con­corso ne offre 390.

Le cattedre lom­barde restano così scoperte. Non si arriva neanche a coprire il fabbi­sogno minimo perché poi sareb­be invece necessario addirittura incrementare il numero. Si va ad aggiungere posti laddove invece posti reali non ce ne sono. Alle ele­mentari come alle superiori. Un al­tro esempio. Il bando assegna 184 posti di insegnante di italiano, sto­ria e geografia agli istituti di istru­zione secondaria di secondo gra­do in Lombardia.

E allo stesso tem­po ne assegna più del doppio alla Campania e alla Sicilia, rispettiva­mente 401 e 406 posti. Sorprende ancor di più se si pensa (come poi spiega il direttore dell’Ufficio sco­lastico lombardo) che quei posti si riferiscono soprattutto agli isti­tuti professionali che sono con­centrati tutti al nord. Ma a scorre­re i numeri­quello che balza all’oc­chio è che il numero dei posti è pra­ticamente sempre maggiore nelle solite regioni: Campania, Lazio e Sicilia. Sia che si tratti di prof di ita­liano che di insegnanti di latino.

Sia che si tratti di materna, che di prof di inglese o francese. Prendia­mo quest’ultimo caso: 43 i posti della Campania contro i 12 della Lombardia. Zero invece i posti di italiano, latino e greco per i licei classici della Lombardia contro i 22 della Campania e i 20 del Lazio. Secondo il bando degli 81 posti as­segnati in totale alla Lombardia non c’era bisogno di darne nean­che uno. Stessa cosa anche per i posti di sostegno: tra elementari e medie alla Campania ne toccano 105 alla Lombardia 58, la metà uno più uno meno.

Vien da chiedersi ovviamente quale sia stato il criterio di asse­gnazione. E qui purtroppo biso­gna incassare un’altra sorpresa. «Il criterio il ministero ce l’ha - ci consola il direttore Colosio - però non lo spiega mai.È l’amministra­zione tutta c­entrata nelle sue stan­ze che non dialoga con le realtà re­gionali ». Come dire fa i coperchi senza sapere quante pentole dav­vero ci sono. I criteri saranno forse chiariti con la pubblicazione del bando, martedì. Anzi, dovranno essere chiariti dal bando però vie­ne da chiedersi se realmente an­dranno a finire tutte le maestre che supereranno il concorso sen­za avere poi un posto.

Il concorso dovrebbe essere im­perniato proprio sulla professio­nalità. Gli oltre 11 mila vincitori in­fatti dovranno superare una pri­ma prova di pre selezione con 50 domande in 50 minuti. Sette di in­formatica, 7 per la parte linguisti­ca e 36 che sonderà gli aspetti logi­co- deduttivi. Un minuto per ri­spondere e passare alla prova che valuterà la competenza della ma­teria. Per poi finire con un’ultimo ma altrettanto importante test che misurerà l’attitudine all’inse­gnamento. Il candidato dovrà in­somma mostrare come imposte­rebbe una lezione davanti agli stu­denti su un argomento da sorteg­giare. Un concorso contro il quale tra l’altro ieri sono già scesi in piaz­za i precari.

Salerno, tentano di vendere una fontana come Totò

Luisa De Montis - Dom, 23/09/2012 - 11:30

Qualche buontempone ha annunciato su un noto sito internet la vendita della storica fontana posta all’interno dell’antico Seggio di Teggiano (Salerno). C'era anche la garanzia "soddisfatti o rimborsati"


C'è stato chi ha messo in vendita persino la Fontana di Trevi (nel film Totò truffa).




Ma era solo una finzione cinematografica (guarda la scena del film). Qualcuno, invece, ha pensato di farlo davvero. E' successo in provincia di Salerno. Qualcuno ha pubblicato su internet l'annuncio della vendita della storica fontana posta all’interno dell’antico Seggio di Teggiano (Salerno). L'antica fontana, di pregevole valore artistico, è stata messa in vendita all’asta con un prezzo base di soli tre euro e quaranta centesimi.

Nell'annuncio si specificava che, una volta acquistata, se la fontana non risultasse di gradimento poteva essere restituita con conseguente rimborso di quanto versato. Insomma, c'era anche la garanzia "soddisfatti o rimborsati".  A Teggiano non hanno preso bene lo scherzo: appena la notizia si è diffusa in molti si sono risentiti commentando la pubblicazione come uno scherzo decisamente di cattivo gusto. Ed è partita anche una segnalazione ai carabinieri.

L'ecoterrorismo cominciò col Ddt

Riccardo Cascioli - Sab, 22/09/2012 - 09:14

Nel settembre '62 uscì il libro choc sul pesticida: fece vincere la malaria. Da allora gli annunci (a vanvera) della fine del mondo sono la regola


Nel corso della storia tante volte è stata annunciata la fine del mondo, ma mai si è trattato di fenomeni collettivi: piccole sette, profeti improvvisati, indovini sibillini hanno sempre destato curiosità e attenzione ma la loro convinzione nello stabilire date precise per l'ultimo giorno è sempre stata considerata una bizzarria dalla stragrande maggioranza della gente.Negli ultimi decenni invece tutto sembra cambiato: allarmi e annunci di catastrofi globali e irreversibili si susseguono senza sosta e fanno presa sull'opinione pubblica al punto di generare quella che lo scrittore Gary Alexander definisce una vera patologia: l'apocaolismo, la dipendenza da apocalisse.


Un membro dell'Unicef in India spruzza del pesticida

E ha anche ironicamente promosso l'iniziativa degli «apocaolisti anonimi», per aiutare a liberarsi dal panico collettivo che in questi anni ha toccato ogni aspetto della nostra vita: esplosione della popolazione, riscaldamento globale, piogge acide, guerre per l'acqua, esaurimento delle risorse, buco dell'ozono, epidemie di ogni genere, scomparsa delle api, telefonini che provocano il tumore al cervello. Tutti allarmi rivelatisi falsi o abbondantemente sovrastimati ma ormai profondamente inseriti nell'immaginario collettivo.

Ma come ogni cosa anche per l'apocaolismo si può individuare una data d'inizio, che risale esattamente a cinquanta anni fa: il 27 settembre 1962 usciva infatti un libro che avrebbe cambiato il corso della storia, Silent Spring (la primavera silenziosa), una raccolta di articoli pubblicati sul New Yorker dalla scrittrice Rachel Carson. Venduto in milioni di copie in tutto il mondo, questo libro ha reso popolare la preoccupazione per i pesticidi e l'inquinamento dell'ambiente, ma soprattutto va ricordato perché è stata la principale causa della messa al bando del DDT, il pesticida che ha permesso ai nostri paesi sviluppati di sconfiggere la malaria con l'eliminazione della zanzara responsabile dell'infezione.

I test scientifici svolti in questi anni hanno sempre smentito i presunti effetti velenosi sull'agricoltura e sulla salute degli esseri umani del DDT, ma non c'è più stato niente da fare e nella lotta alla malaria - soprattutto in Africa - si è persa l'unica arma efficace.Ma questo è solo l'inizio: gli anni '60 sono stati quelli della «Bomba demografica», come recita il titolo del libro del biologo Paul Ehrlich uscito nel 1968 e anche questo tradotto in decine di lingue e venduto in milioni di copie. Già nell'introduzione, il libro non lasciava scampo: «La battaglia per nutrire l'umanità è persa.

Negli anni '70 centinaia di milioni di persone moriranno di fame malgrado qualsiasi programma d'urto si adotterà». Nulla di tutto questo è accaduto ma ancora nel 2009 lo stesso Ehrlich anziché scusarsi rincarava la dose sostenendo che ne «La bomba demografica» era stato troppo ottimista sul futuro. Punto di vista condiviso anche dal Club di Roma che nel 1972 pubblicò un altro successo mondiale, «I limiti dello sviluppo», in cui si annunciò la fine delle riserve di molti metalli entro il 1992, con conseguente collasso della civiltà industriale.

La fine delle risorse è quindi diventato un allarme ricorrente fino ai giorni nostri, ma già nel 1977 ricordiamo il presidente americano Jimmy Carter andare in tv a dire che la produzione mondiale di petrolio sarebbe finita nel giro di massimo otto anni. In realtà la produzione di petrolio ha continuato ad aumentare negli ultimi 45 anni, ma non per questo i profeti di sventura si scoraggiano. E si passa all'allarme successivo: anni '80, comincia il balletto sull'estinzione delle specie. «Si perdono 40mila specie all'anno», tuonava il conservazionista Norman Myers, ma lo Smithsonian Institute si spinse fino al 75-80% di tutte le specie entro il 1995.

Il Museo americano di Storia naturale ci dice invece che l'estinzione riguarda soltanto lo 0,2% di tutte le specie, e solo in minima parte ciò è dovuto all'uomo.Ma in questo periodo abbiamo convissuto anche con la continua paura delle malattie epidemiche, dalla Sars all'aviaria, dalla mucca pazza all'ultima influenza suina, che ha generato soltanto guadagni milionari per le industrie farmaceutiche che hanno venduto vaccini poi inutilizzati. Per non parlare degli allarmi sul clima che, ormai da anni, si susseguono ogni giorno.

Puntualmente la realtà si preoccupa di smentire ogni catastrofismo, ma evidentemente gli interessi economici e politici nel generare allarmi fanno sì che la «fabbrica della paura» aumenti la sua produzione e così per il futuro le cose potranno anche andare peggio. Sentite cosa scriveva nel 2002 il WWF, nel suo annuale rapporto The Living Planet: «Entro il 2050 scompariranno le foreste, le specie si estingueranno, non ci saranno più pesci nel mare, né animali sulla terra.

 I consumi sono troppi, non ci saranno più risorse naturali, la terra morirà e l'uomo dovrà cercarsi un altro pianeta dove vivere».Di fronte all'arrivo di cotante sciagure, ci si può veramente stupire se qualcuno si augura oggi l'avverarsi della (falsa) profezia dei Maya che prevede la fine del mondo per il prossimo 21 dicembre?

Cucchi, svolta nell'inchiesta Ecco le nuove prove: sono due le fratture alla schiena

Il Messaggero

Il geometra romano detenuto per droga e morto in carcere tre anni fa. Esaminata dai periti la frattura del 2003. Ignorata quella più recente

di Luigi Manconi


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ROMA - Si annuncia una novità davvero importante nella vicenda relativa alla morte di Stefano Cucchi. Una novità tale da poter imprimere una svolta decisiva al processo sulla tragica fine del trentunenne geometra romano deceduto mentre si trovava nel reparto detentivo dell'ospedale Sandro Pertini, il 22 ottobre del 2009. Forse è accaduto che due fratture presenti sul corpo di Cucchi, una risalente al 2003 e una appena precedente la morte, siano state considerate e analizzate quasi fossero una sola. In estrema sintesi, questi i fatti: trovato in possesso di alcuni grammi di hashish, cocaina e antiepilettici, alle 23.30 del 15 ottobre, Cucchi viene fermato.

Inizia così una drammatica Via Crucis, scandita dal passaggio attraverso una sequenza di luoghi e apparati e istituti, tra decine di uomini dello Stato e delle strutture pubbliche, nessuno dei quali offrirà soccorso. Cucchi trascorre la prima notte in due diverse caserme dei Carabinieri e, la mattina dopo, viene portato in tribunale per la convalida dell'arresto; qui, nelle celle di sicurezza del palazzo di giustizia, subisce le violenze di alcuni agenti di polizia penitenziaria.


Poi, infermeria e pronto soccorso e carcere, fino a un vero e proprio abbandono terapeutico, il volto coperto dal lenzuolo, il corpo accartocciato, nel letto dell'ospedale Pertini. Qui trova la morte all'alba del 22 ottobre: come occultato e sottratto allo sguardo e alle cure dei familiari che, per sei lunghissimi giorni, non hanno avuto la possibilità di incontrarlo né di accoglierne l'ultimo respiro. Per questa vicenda, la procura di Roma ha rinviato a giudizio tre agenti di polizia penitenziaria e nove tra medici e infermieri, e il processo è attualmente in corso.
 
E tuttavia, già subito dopo l’esame autoptico, è emersa una valutazione profondamente diversa tra i consulenti di parte civile e quelli del pubblico ministero a proposito della datazione della frattura vertebrale L3 riscontrata sul corpo di Cucchi. Ora, le ultime verifiche effettuate dalla Procura di Roma permettono di dimostrare, senza ombra di dubbio, ciò che i consulenti della famiglia Cucchi hanno sempre sostenuto. Ovvero che la frattura sull’emisoma postero superiore - cioè sulla parte più alta della vertebra L3, sul lato esterno e più esposto della stessa - è recentissima.
 
In altre parole, che quella frattura riscontrata proprio sulla schiena, non è pregressa, né tanto meno di antica data, bensì appena precedente la morte. Ed è possibile ipotizzare che questa frattura, non sia l'esito di una caduta, come è stato sostenuto, bensì il risultato di un trauma diretto che ha riguardato la parte più esposta della vertebra. Ed è questa, appunto, la novità. Attraverso l’esame della documentazione medica da poco depositata, e dei radiogrammi reperiti dalla famiglia, è possibile notare inequivocabilmente l'esistenza di due fratture: oltre a quella di cui si è appena detto, un’altra, distinta e autonoma, risalente appunto al 2003.
 
In termini inevitabilmente tecnici, si tratta di una frattura sul «versante antero superiore di L3»: sul lato opposto, cioè, rispetto alla frattura ultima (2009), e situata internamente rispetto alla colonna vertebrale. Quella prima frattura mostra segni di guarigione già dall’aprile del 2004; e si trova in tutt’altro distretto della vertebra rispetto alla frattura riportata da Cucchi presumibilmente il 16 ottobre 2009.
 
Al di là del linguaggio medico, emerge un quadro decisamente nitido. Sul corpo di Cucchi, all'atto della morte, erano rilevabili due fratture, una risalente al 2003, non compatibile con l'ipotesi di un trauma prodotto da un colpo inferto da terzi, e un'altra, recente, compatibile con un'azione violenta subìta. Ora, c'è da chiedersi: quando i consulenti della procura parlavano dell’esistenza di una sola frattura pregressa «da caduta» e di un esame istologico che ne confermava la datazione non recente, si riferivano alla prima (quella del 2003)? C'è da crederlo, in quanto la collocazione della lesione, all’interno della colonna, è tipica della caduta e non di un possibile trauma diretto, causato da colpo inferto sulla schiena.
 
Se così fosse, l’equivoco, si fa per dire, sarebbe clamoroso. Ma è possibile che si sia verificato un simile travisamento e che due fratture, indubbiamente esistenti, siano state considerate come una sola? E analizzate come una sola? E che, di una sola, sia stata accertata datazione ed esatta collocazione e che, solo su questa, sia stato effettuato l'esame istologico? È urgente avere risposte precise, perché la posta in gioco non è solo - ed è comunque già enorme - la possibilità di raggiungere la verità su una vicenda sommamente iniqua come la morte di Stefano Cucchi. La posta in gioco è, anche in questo caso, il buon funzionamento di una giustizia giusta.


Domenica 23 Settembre 2012 - 10:02
Ultimo aggiornamento: 10:04

Tra decanter e portauova l’invasione delle cose inutili

La Stampa

Perché le case sono sempre più grandi? Per ospitare gli oggetti


Chi è ancora capace di farsi un uovo alla cocque?

 

GIACOMO PORETTI

Ma le cose, gli oggetti, le calze, hanno un’anima? I sassi, le caffettiere, i giocattoli, provano sentimenti? E gli animali parlano, ragionano? A giudicare dai cosiddetti film per bambini, «i cartoni animati», dovremmo rispondere di sì: caffettiere che parlano e cantano, auto da corsa che si commuovono, giocattoli che soffrono per l’abbandono, robottini che si premurano di pulire il nostro pianeta e che si innamorano di altre macchine, orsi che ballano il tip tap, soldati di latta che combattono contro il cattivo pinguino di lamiera. Ma, una volta spento il dvd player e messo a dormire nostro figlio, ritorniamo alla nostra consueta realtà.

Le caffettiere scheggiate si buttano via, le calze e la maglia della salute se hanno un buco si gettano, l’auto dopo due anni è insopportabilmente vecchia, anche se aveva l’Abs, la telecamera per parcheggiare, il dvd incorporato nel poggiatesta; il computer ogni sei mesi lo sostituiamo, perché c’è la versione nuova con 16 giga di Ram! E non sappiamo nemmeno che cosa sia la Ram! Ma soprattutto che te ne frega di tutta ’sta Ram? I giocattoli si buttano via, anche perché le nonne riempiono i nostri appartamenti di giocattoli, e gli amici, se li inviti a cena, non si presentano più come una volta con un mazzo di fiori e/o una bottiglia di vino.

Ora si presentano con un giocattolo per il figlio piccolo; almeno una volta si chiedeva «porto il dolce o il gelato?», ora ti telefonano e ti dicono «ma ce l’ha Scrat dell’era glaciale o preferisce la canna da pesca di Nemo?». Fate attenzione sul numero degli amici da invitare: più inviti, meno spazio agibile per la casa. Se qualcuno si azzardasse ad organizzare il cenone di Natale con gli amici, sappia che il giorno dopo dovrà affittare un capannone di quelli che si vedono sull’autostrada.

Vi sarete domandati come mai l’uomo moderno ha la necessità di vivere in appartamenti sempre più grandi? Se dipendesse dal maschio, la necessità sarebbe circoscritta a sei metri quadrati, lo spazio necessario per contenere un divano ed un televisore, e, volendo esagerare, altri tre metri quadri per il bagno per un totale di nove. Invece una famiglia ha bisogno di vivere in 160, 180, 200 metri quadrati. Perché c’è la cabina armadio, che è grande 90, e la scarpiera che ne occupa 25.

I restanti metri sono sommersi dai giocattoli. Non che il capofamiglia in casa non contribuisca a saturare gli spazi: tra maglioni in cachemire, camicie a botton down e soprattutto con la deprecabile moda di impomatarsi, depilarsi e profumarsi, anche il maschio ha dato inizio all’annessione del territorio domestico. E’ difficile affezionarsi a tutti gli oggetti che si hanno per casa, sono troppi, e di alcuni non sappiamo nemmeno il nome e nemmeno a cosa servano.

L’altro giorno stavo nel mio salotto e improvvisamente è comparsa nel mio campo visivo una scatola di legno di mogano, con sul coperchio un termometro e un vetro, ai lati una chiavetta. L’ho studiata per circa un’ora senza capirci nulla, poi alzando uno scomparto ho trovato le istruzioni. Ho scoperto di possedere una scatola climatizzata per sigari e il termometro serve per segnalare la temperatura nella quale vengono conservati, perché anche i sigari non amano stare troppo al caldo o al freddo, anche loro vivrebbero sempre a 22-24 gradi proprio come noi umani. Poi mi sono ricordato che questo Natale sotto l’albero c’era un pacco senza bigliettino: probabilmente uno degli amici «bastardi» che doveva riciclare un regalo inutile. Solo che ora mi ritrovo con un climatizzatore per sigari, io che non fumo.

La tentazione sarebbe di buttarlo, o di riciclarlo a mia volta a Natale, ma ho paura di ingenerare questa guerra del riciclo delle schifezze, perché potrebbe arrivarmi il set per la bagna caöda, che per la cronaca è il riciclo più temuto in tutto il Triveneto. Forse si potrebbe tentare di riciclare ad un amico del Sud che non sa cos’è la bagna caöda, ma poi, se per vendetta, dovessimo ricevere un vaso di frutta finta di finto Capodimonte sarebbe un bello smacco. Avendo già abbandonato i proponimenti settembrini, voglio provare a darmene degli altri: da questo autunno vorrei affezionarmi agli oggetti.

Per esempio questa scatola climatizzata di mogano, siccome in casa mia non potrà mai contenere un sigaro, ho deciso di usarla per le medicine: «Conservare in luogo fresco e asciutto» sta scritto in grassetto sulla confezione del mio antipiretico. Da quest’anno la tachipirina dormirà là dove normalmente vivono gli Avana, il collirio si rilasserà nell’alloggiamento dei Toscani. La casa è piena di oggetti assurdi che ci hanno regalato o che abbiamo acquistato in un momento di compulsione patologica. Parliamo del decanter.

Nasce per mescere il vino di valore, solitamente rosso, che va aperto qualche ora prima di essere bevuto per metterlo a contatto con l’aria e per fargli sprigionare le sue essenze, i profumi e le «nouances» di vaniglia, di tabacco, di sella, di cuoio, di liquirizia, di cioccolato fondente, di gasolio, di carta da parati ecc. ecc. Tutti hanno avuto l’esperienza di versare il vino nei bicchieri con un decanter: l’unica cosa più scomoda è fare entrare la suocera dentro l’abitacolo di una macchina da Formula Uno. Poi, se servi il vino nel decanter, sei costretto a dire agli amici cosa stai servendo, perché sono sospettosi, non vedendo l’etichetta; ed allora ci si avventura in improbabili vitigni e luoghi di produzione: molto meglio lasciare il Morellino di Scansano comprato in 3x2 al supermercato in mezzo al tavolo.

Ricordatevi il cerchio salva-goccia, altrimenti la moglie, oltre a farvi una scenata, sarà costretta a gettare la tovaglia di lino misto seta per comprarne un’altra. Perché, sia detto con assoluto rispetto per le donne moderne, ma non ci sono più le massaie che erano in grado di far sparire ogni macchia dalle camicie, maglioni, giacche e tovaglie. Una semplice macchia di pinot nero e si è costretti a comprare una tovaglia nuova di Fiandra. Per tutti questi motivi ho deciso che il decanter lo userò come vaso di fiori: tre rose faranno felice vostra moglie e il decanter si sentirà finalmente realizzato. Il vero dramma, ve lo confesso, è quello di non riuscire riconvertire il porta uovo alla cocque.

Ogni casa lo possiede, ma nessuna famiglia ha mai mangiato un uovo alla cocque. Solo nei film, nei romanzi o nei libri di ricette. Per altro nessuno sa come cucinare un uovo alla cocque. Però il portauovo alla cocque non viene mai buttato via, forse perché qualcuno ancora si illude che prima o poi possa accadere di cucinarlo. Esistono al mondo delle aziende che fanno il loro fatturato grazie al porta sale e pepe e al portauovo alla coque; l’unico motivo plausibile per spiegare l’esistenza di questo manufatto inutile è la lista di nozze: senza la lista di nozze non circolerebbe il portauovo alla cocque e nemmeno il guanto lungo tutto l’avambraccio e imbottito di pelo per togliere la teglia dal forno.

L’unico modo per dare un senso a quest’ultimo oggetto è quello di essere stato sposato due volte, così almeno avrà una coppia di guanti che, se non utilizzerà in cucina, verranno utili d’inverno per andare a sciare. Ma il portauovo mi fa tenerezza; è come se di Messi, che è nato per giocare a calcio, non sapessimo cosa farne e lo lasciassimo lì negli spogliatoi, inutilizzato. Fino ad ora l’ho usato per metterci la moneta, le viti a stella, e un vecchio francobollo di quando ancora si spedivano le cartoline.

Prima o poi mi verrà in mente qualcosa di utile per lui. L’ultima cosa di cui vorrei prendermi cura, è una calza a gambaletto blu in filo di scozia. Si è fatto un buchino proprio lì dove stà solitamente l’alluce. A portare una calza rammendata si rischia di essere estromessi da ogni società civile, addirittura ho sentito parlare di un possibile inasprimento delle pene per le persone che non rottamano dopo 10 utilizzi la propria biancheria intima. La userò per la notte dell’Epifania, la riempirò di dolciumi e dirò a mio figlio che l’ha portata la Befana. Spero soltanto che non scopra il trucco ed urli «ma quella è la calza di papà!!!».

C'era una volta lo Stato sociale

Corriere della sera


In quarant'anni, dall'inizio degli anni Settanta ad oggi, l'aspettativa di vita alla nascita si è fortunatamente allungata, in Italia, di dieci anni: da 69 a 79 per gli uomini, da 75 a 85 per le donne. L'allungamento della vita si è anche riflesso in un aumento dell'aspettativa di vita a 65-67 anni, cioè al limite dell'età pensionabile: nel 1970 un sessantacinquenne maschio viveva in media altri 13 anni, oggi la media è diciotto; per le donne è salita da 16 a 22 anni. Ci sono voluti decenni prima che ci accorgessimo che occorreva adeguare l'età di pensionamento all'allungarsi della vita media: nel frattempo la spesa per pensioni è cresciuta dall'8 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) nel 1970 a quasi il 17 per cento oggi.

L'allungamento della vita ha anche prodotto un aumento delle spese per la salute. Un anziano oltre i 75 anni costa al sistema sanitario ordini di grandezza superiori rispetto a persone di mezza età. Risultato, la nostra spesa sanitaria oggi sfiora il 10 per cento del Pil. Insieme, sanità e pensioni costano il 27 per cento, 10 punti più di quanto costavano quando il nostro Stato sociale italiano fu concepito. A questo aumento straordinario non abbiamo fatto fronte riducendo altre spese (ad esempio quella per dipendenti pubblici, che era il 10 per cento del Pil 30 anni fa ed è rimasta il 10 oggi), bensì solo con un aumento della pressione fiscale: dal 33 per cento quarant'anni fa al 48 oggi.

È questo uno dei motivi per cui abbiamo smesso di crescere. Avevamo uno Stato calibrato per una popolazione relativamente giovane; poi la vita si è allungata, le spese sono salite, ma lo Stato è rimasto sostanzialmente lo stesso, richiedendo una pressione fiscale di 15 punti più elevata.

Il problema dell'invecchiamento della popolazione non è solo italiano. Anche negli Stati Uniti, ad esempio, il Medicare (l'assistenza sanitaria gratuita per tutti gli anziani, che sta facendo esplodere il deficit americano) è uno dei temi al centro della campagna elettorale.

Ma in Italia, con una popolazione che invecchia a tassi più elevati rispetto ad ogni altro Paese occidentale (il tasso di fertilità è inferiore al nostro solo in alcuni Stati del Centro-Est Europa) il tema è di particolare attualità. In più la partecipazione alla forza lavoro in Italia è relativamente bassa in tutte le categorie tranne gli uomini adulti. Donne, giovani e anziani lavorano meno in Italia che in altri Paesi occidentali, quindi relativamente pochi «lavoratori» devono farsi carico di tutti quelli che non lavorano.

Le riforme delle pensioni, ultima quella Fornero (in particolare l'indicizzazione dell'età pensionistica alla vita media), hanno fermato la crescita della spesa. In questi mesi la spending review del governo Monti si è occupata di come risparmiare qualche miliardo di euro, ma purtroppo tutto ciò non basta. Dobbiamo ripensare più profondamente alla struttura del nostro Stato sociale.

Per esempio, non è possibile fornire servizi sanitari gratuiti a tutti senza distinzione di reddito. Che senso ha tassare metà del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Meglio che li paghino e contemporaneamente che le loro aliquote vengano ridotte. Aliquote alte scoraggiano il lavoro e l'investimento. Invece, se anziché essere tassato con un'aliquota del 50% dovessi pagare un premio assicurativo a una compagnia privata, lavorerei di più per non rischiare di mancare le rate.

Lo stesso vale per altri servizi offerti dallo Stato. Uno studente universitario costa circa 4.500 euro l'anno. Le famiglie ne pagano solo una parte; il resto lo paga il contribuente. Perché non dare borse di studio ai meritevoli meno abbienti e far pagare chi se lo può permettere il vero costo degli studi? Così facendo si aumenterebbe anche la domanda di qualità da parte degli studenti e delle loro famiglie. E si sarebbe meno disposti ad accettare professori che non fanno il loro dovere.

Un passo nella direzione giusta è stato fatto alzando le tasse universitarie dei fuori corso, ma anche qui non basta. Insomma, il nostro Stato sociale si è trasformato in una macchina che tassa le classi medio-alte e fornisce servizi non solo ai meno abbienti (com'è giusto che sia) ma anche alle stesse classi a reddito medio-alto. Questo giro di conto, con aliquote alte, scoraggia il lavoro e la produzione. Non solo, ma gli evasori ne traggono vantaggio; infatti beneficiano dei servizi pubblici gratuiti o quasi senza pagare le imposte.

Così come la campagna elettorale americana si sta focalizzando proprio sul ruolo dello Stato, così anche i nostri politici dovrebbero spiegarci che cosa pensano del futuro del nostro welfare . Per esempio se ritengono che quello che ci ritroviamo sia compatibile con la crescita.


Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
23 settembre 2012 | 8:56

Riscaldamento autonomo o centralizzato? Il cambio deve essere deciso all’unanimità

La Stampa


Un condomino vuole effettuare il distacco dell’impianto di riscaldamento centralizzato del suo appartamento, ma la decisione deve essere presa all’unanimità. Salvo che dal distacco non derivino né uno squilibrio termico pregiudizievole all’impianto né un aggravio di spese per coloro che continuino ad usufruire dell’impianto.


Il caso

Due condomini dissenzienti impugnano la delibera assembleare di un condominio milanese, con la quale è stato autorizzato a maggioranza il distacco dell’impianto di riscaldamento centralizzato dell’appartamento di proprietà di un altro condomino. A parere degli attori, il distacco doveva essere deciso all’unanimità, visto che comportava pregiudizio per la cosa comune.

Gli stessi attori impugnano anche la delibera successiva, con la quale era stato deciso - ancora a maggioranza – la trasformazione della stessa unità immobiliare in singoli impianti autonomi. Il Tribunale di Milano riuniva le cause e, annullando la seconda delibera, ritiene che l’autorizzazione del condominio a distaccarsi dall’impianto centralizzato avrebbe dovuto essere approvata all’unanimità e non a maggioranza, visto che tale distacco avrebbe comportato un incremento del costo di conduzione per millesimo.

La situazione non cambia nemmeno dopo il giudizio di appello. Pertanto, tocca alla Corte di Cassazione cercare di raffreddare gli animi. Il distacco ha comportato un incremento di spesa per gli altri condomini. La Suprema Corte (sentenza 13718/12) dal canto suo, non si discosta da quella che è la decisione dei giudici territoriali, ritenendo corretto il principio di diritto enunciato, secondo il quale perché il condomino possa staccarsi dall’impianto centralizzato senza l’unanimità di consenso degli altri condomini, è necessario «che dal distacco non derivino né uno squilibrio termico pregiudizievole all’impianto né un aggravio di spese per coloro che continuino ad usufruire dell’impianto» (Cass., n. 15079/2006, n. 5974/2004). Nel caso di specie, infatti, il distacco dell’unità immobiliare comportava un notevole incremento di spese per i restanti condomini. Ecco perché, anche secondo gli Ermellini, era (ed è) necessario il consenso all’unanimità degli altri condomini.

Harley-Davidson dal crac al miracolo

La Stampa
Maurizio Molinari

Fabbriche robotizzate, drastici tagli di dipendenti e benefit. Una scommessa contro la crisi fatta insieme al sindacato.


Cattura
Manodopera ridotta, qualifiche professionali rivoluzionate e massiccio impiego di robot: tutto con il consenso dei sindacati. È questa la ricetta-shock con cui Harley-Davidson si è messa alle spalle la crisi del 2007, diventando un modello di rilancio nelle manifatture nel Midwest.
 
Per il blasonato costruttore di motociclette pesanti di Milwaukee si tratta della terza rinascita in poco più di un secolo. Da quando, infatti, nel 1903 William Harley e Arthur Davidson scommisero su design e potenza per produrre le moto capaci di attraversare l’America viaggiando in autostrada, le «Harleys» sono sopravvissute alla Grande Depressione del 1929 e alla competizione sulla qualità con i giapponesi a fine Novecento, prima di subire a partire dal 2007 l’impatto della crisi che si è abbattuta sulle manifatture.

Nel febbraio del 2007 i 3200 operai della fabbrica di York, in Pennsylvania, incrociarono le braccia per due settimane a causa di uno scontro con la proprietà su salari e benefici sanitari che paralizzò la produzione e – trattandosi del maggiore dei tre impianti nazionali – fece rischiare il crac aziendale. I seguenti due anni negativi, con vendite in costante calo e azioni indebolite, portarono ad un rimpasto ai vertici, con la nomina a ceo nel 2009 di Keith Wandell che, per prima cosa, andò proprio a visitare York arrivando alla conclusione che si trattava di «una fabbrica antiquata con metodi di lavoro insostenibili».

Da qui la decisione di notificare ai sindacati che York sarebbe stata chiusa e spostata a Shelbville, in Kentucky, per consentire «maggior controllo sui costi». Fu l’inizio del negoziato che ha portato Wandell e sindacati a concordare una ristrutturazione dell’impianto di York indicata dal «Wall Street Journal» come «modello» di una «produzione flessibile», capace di «rispondere alla sfida del mercato globale».

Ecco di cosa si tratta: i 41edifici della fabbrica sono stati accorpati in un’unica struttura nuova, dove le operazioni di «sollevamento pesi» vengono svolte da robot, con la conseguente riduzione del numero dei dipendenti a circa mille, a cui se ne possono aggiungere un altro centinaio se le commesse lo richiedono. Inoltre le qualifiche professionali sono state ridotte da 62 a 5, prevedendo l’impiego dei dipendenti in mansioni differenti, con la conseguente riduzione del contratto aziendale da 136 a 58 pagine. «La trasformazione assomiglia al Big Bang», riassume Ed Magee, l’ex ufficiale dei Marines nominato alla guida dell’impianto di York, adoperando un’espressione che evoca la creazione dell’Universo.

Ma i risultati sui bilanci sono innegabili, perché i margini di profitto – escludendo le operazioni finanziarie – sono balzati dal 12,5 per cento del 2009 al 16 di quest’anno. Il successo della trasformazione di York ha portato ad applicare ricette simili negli impianti di Kansas City e Milwaukee, con l’effetto di ottenere quella che James Hardiman, analista del Longbow Research di Cleveland in Ohio, definisce una «fenomenale riduzione di costi», paragonabile ad «un’operazione a cuore aperto durante la maratona», perché l’impianto non è mai stato chiuso. Grazie alla collaborazione dei sindacati «Iam» (International Association of Machinists and Aerospace Workers), che vantano con gli iscritti d’essere riusciti a sventare il trasferimento dell’impianto in Kentucky.

Al lavoro nei circhi più di 2000 animali

La Stampa

zampa


Dopo la morte della giraffa a Imola, la denuncia della Lav: schiavizzati per il nostro divertimento



La giraffa scappata dal Circo Orfei

carlo grande
torino


È proprio vero: le giraffe, di solito, non vivono a Imola. Né gli elefanti a Parma o i coccodrilli a Venezia. Eppure sono centinaia gli animali costretti in circhi, giardini zoologici e «zoo-safari» italiani. Le bestie prigioniere sono migliaia al mondo: in genere dentro strutture-business, nate per attirare bambini e famiglie, per strappare sorrisi e qualche euro. Secondo un dossier della Lav (Lega Anti Vivisezione) del 2010 il numero dei circhi con animali, comprese mostre faunistiche itineranti e i circhi acquatici, sarebbe di circa 100 unità. Gli animali sarebbero più di 2.000, tra cui più di 400 equidi (per la maggioranza cavalli, ma anche pony e asini) e circa 50 zebre.

Risultano anche un’ottantina di bovidi vari tra cui una decina di bisonti. E poi circa 140 tra cammelli e dromedari, 9 giraffe, una sessantina di lama, 6 rinoceronti, più di 20 ippopotami, più di 50 elefanti, una decina di orsi, 8 scimmie, circa 160 tigri, circa 60 tra leoni ed altri felini, 40 tra struzzi, emù, etc., circa 350 volatili (la maggioranza pappagalli, ma anche rapaci notturni e avvoltoi), più di 100 cani, una ventina di mammiferi marini (otarie, etc.), circa 60 pinguini, circa 400 rettili, tra cui 250 serpenti (prevalentemente pitoni, boa e anaconde) e 50 tra coccodrilli e alligatori, più di 200 i pesci stimati, in gran numero piranha.

Il «divertimento» che offrono può essere un’emozione da poco, in certi casi se ne esce – e questo capita anche a molti bambini - con fitte di tristezza, con l’amaro in bocca. Vedere specie selvatiche in cattività non è naturale; per quanto possano godere di spazi e cure consistenti non è quello il loro habitat, il luogo nel quale possono vivere felicemente.

Si vedono cammelli che bevono la Coca-cola, elefanti seduti su minuscoli sgabelli, scimmie vestite come bambini, tigri che vanno compulsivamente avanti e indietro, stordite dal dolore. Per non parlare, negli acquapark, dei delfini a volte usati come clown. Quanti sono i circhi in Italia e i loro animali? Difficile quantificarlo, al di là di pochi e famosi complessi c’è un sottobosco di strutture che varia nel corso degli anni. È ben vero, comunque, che alcune specie in Africa o Asia sono vittime del bracconaggio (è il caso di elefanti e rinoceronti) e che alcune strutture servono per la conservazione della biodiversità. Ma è altrettanto vero che i bracconieri alimentano un fiorente traffico internazionale delle specie protette.

Possiamo biasimare le amiche bestie, se tentano la fuga? Le giraffe paiono ossimori zoologici, con il loro collo lungo cinque metri, la lingua blu e gli zoccoli da mucca. Ma sono animali sensibilissimi, come dimostra la povera fuggitiva di Imola, stroncata da un infarto e dallo stress causato dagli umani. Il Bioparco di Roma ne ha 4-5, le tiene nella «Casa delle Giraffe» e leggiamo di nascite felici come quella di Gina, per la cui nascita è stato predisposto un letto di paglia, per attutire la caduta del neonato da due metri di altezza. In qualche parco-divertimento i visitatori hanno detto di aver visto ippopotami giacere in vasche ridicolmente piccole. Il Bioparco di Roma, sia chiaro, è tenuto bene, spesso accoglie animali con tristi storie di maltrattamenti, costretti per anni a lavorare nei circhi e poi ceduti a zoo-safari.

Il primo esemplare di giraffa giunse in epoca moderna in Europa oltre due secoli fa, si chiamava Zarafa, attraversò la Francia a piedi tra folle entusiaste, arrivò a Parigi al Jardin des Plantes, visse 18 anni sola, lontana dalle rive del tiepido lago africano in cui era nata. Zarafa soffrì molto, docile, timida e silenziosa. Aveva un cuore grosso così (come avrebbe fatto, altrimenti, ad attraversare la Francia?), come la giraffa di Imola, che si è spezzato. Forse a ricordarci che zoosafari e circhi saranno belli, ma struzzi, tigri, foche scimmie e cammelli in gabbia o in un recinto danno tristezza. Salviamone gli habitat, andiamo a vederli là dove nascono oppure accontentiamoci dei documentari: la Bbc ne produce di meravigliosi