giovedì 27 settembre 2012

Sallusti, Farina conferma :«Dreyfus sono io » Mentana su Twitter: «Oramai è tardi, infame»

Corriere della sera

Renato Farina, onorevole del Pdl, è l'autore del pezzo per cui è stato condannato Sallusti: «Obbligo di coscienza»

«Intervengo per un obbligo di coscienza. Se Sallusti conferma la sua intenzione di rendere esecutiva la sentenza accadrà un duplice abominio: sarebbe sancito con il carcere l'esercizio del diritto di opinione e Sallusti finirebbe in prigione per errore giudiziario conclamato. Quel testo a firma Dreyfus l'ho scritto io e me ne assumo la piena responsabilità morale e giuridica». A parlare è il deputato del Pdl Renato Farina, che alla Camera dei deputati conferma le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi sull'articolo che ha portato alla condanna del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. Ma Enrico Mentana non ci sta e su Twitter esprime tutta la sua rabbia: «Oramai è tardi, infame». Intanto Napolitano ha incontrato il ministro Severino per studiare una modifica «della norma sulla diffamazione».

Mentana su Twitter

FELTRI - «Chiedo umilmente scusa al magistrato Cocilovo - ha detto Farina alla Camera rivolgendosi al giudice che ha querelato Sallusti - le notizie su cui si basa quel mio commento sono sbagliate. Non aveva invitato nessuna ragazza ad abortire: l'ha autorizzata, ma non è la stessa cosa. Chiedo umilmente per Sallusti la grazia al Capo dello Stato o che si dia spazio alla revisione del processo. Se qualcuno deve pagare per quell'articolo, quel qualcuno sono io», ha concluso. La "confessione" arriva il giorno dopo l'ammissione di Vittorio Feltri a Porta a Porta. L'ex direttore di Libero, nelle ultimissime battute del programma tv, si era detto amareggiato e personalmente deluso da Farina. «L’ho difeso tutta la vita, speravo che avesse un minimo di coraggio, invece è un vigliacco» aveva detto. Poi l'intervento alla Camera dello stesso Farina, che per anni ha firmato i suoi articoli con pseudonimo, perchè radiato dall'Ordine dei giornalisti in seguito all'inchiesta Abu Omar in cui era emerso che veniva pagato dai servizi segreti.


LA MODIFICA- E intanto il governo, in intesa con il Colle, pensa a una modifica sulla legge. Tanto che Giorgio Napolitano ha ricevuto questa mattina al Quirinale il Ministro della Giustizia, Paola Severino. «Il capo dello Stato e il ministro hanno convenuto sulla esigenza di modifiche normative in materia di diffamazione a mezzo stampa, tenendo conto delle indicazioni della Corte europea di Strasburgo, non escludendo possibili ricadute concrete sul caso Sallusti», si legge nella nota diffusa dal Colle dopo l'incontro.


Redazione Online27 settembre 2012 | 16:58

Il giudice che ha querelato il giornalista: «Sallusti vuole montare un caso politico»

Corriere della sera

«Sallusti ha rifiutato l'accordo che prevedeva di dare 20mila euro in beneficenza»

Parla Giuseppe Cocilovo: «Tutto questo non ha nulla a che fare con la libertà di stampa e con il diritto d'informare»

«Questo tirare la corda... mettere le persone con le spalle al muro. Perché non hanno sollevato il caso un anno fa? Questa è la mia maliziosa interpretazione: è molto più semplice montare un casino 5 giorni prima della sentenza della Cassazione con frasi del tipo: "Sto andando in galera... a giorni mi arrestano..." e poi tirare in ballo il presidente della Repubblica..., il sindacato giornalisti... che accettare un accordo. È stomachevole. S'indignano per il bambino morto? E allora potevano dare 20mila euro a Save the Children. Bastava solo questo... ». Giuseppe Cocilovo, 59 anni, palermitano, ex giudice tutelare ora giudice di sorveglianza a Torino, si sfoga al telefono dopo la sentenza della Cassazione che conferma la condanna a Sallusti.

LA NOTIZIA - Con voce da doppiatore e con una leggera inflessione torinese spiega la vicenda della sua querela all'ex direttore di Libero. «Sono contento che finalmente è stato accertato che si trattava di una notizia deliberatamente diffamatoria. Tutto questo non ha nulla a che fare con la libertà di stampa e con il diritto d'informare. Anzi al contrario. In sei anni Libero o un suo direttore non ha mai pubblicato una smentita dicendo: "guardate che il giudice che ha «obbligato» una ragazzina ad abortire contro la sua volontà è una notizia falsa". Questo era doveroso deontologicamente, non chiedevo una lettera di scuse a me ma ai lettori di Libero. Questo avrebbe indirettamente tutelato anche la mia immagine».

Ma le conseguenze per Sallusti sono piuttosto pesanti. «Non sono io che ho fatto la sentenza. Sono valutazioni tecniche dei giudici. A me non interessano neanche. Io volevo solo che fosse ristabilita la verità dei fatti. Bastava un niente...».
 
Quindi si sarebbe accontentato di una lettera di scuse... «Io sono un illustre sconosciuto quindi bastava che fosse ristabilire la verità dei fatti per la mia dignità professionale. Di fronte ai miei figli, ai miei amici, ai miei colleghi Ora non confondiamo la libertà di stampa con la libertà di diffamare una persona. E per motivi di polemica politica, polemica contro i magistrati oppure contro la linea abortista, quella è un'altra questione».

Ma Sallusti non ha scritto quell'articolo. «E allora? Scusi, lei ha visto Libero di quel famoso giorno? Riportava la notizia in prima pagina, sull'intera seconda e sull'intera terza pagina. Lei pensa che il direttore responsabile non ne sapesse nulla? Di un trafiletto magari ma dell'intera seconda e terza pagina, loro che ne contano in totale dodici o tredici, no! Mi scusi, non poteva non sapere».



Si tratta di un omesso controllo...
«Non mi faccia ridere... È una scelta editoriale. Abbia pazienza. E in quel pezzo mi si augurava la pena di morte»
.
Ma in quell'articolo il suo nome non è mai apparso...
«Il mio nome era già stato pubblicato da altri ed era stato fatto in tv. Ero facilmente individuabile. Per questo ho ricevuto telefonate minatorie di gente convinta che io abbia obbligato qualcuno ad abortire».
 
Dal punto di vista umano, le spiace?
«Ma no guardi, a parte il fatto che Sallusti non finirà mai in prigione... su questo sono disposto a fare una scommessa, non è questo il punto. Per lui, come per qualsiasi altra persona che conosca il carcere, dal punto di vista umano mi dispiace. Ma cosa c'entra questo discorso? Ha voluto fare una battaglia per arrivare fino in fondo e non ho capito neanche perché, in nome di quale principio?»

Sallusti nel suo editoriale prima della sentenza ha scritto che lei gli ha chiesto altri soldi dopo averne già pagati 30mila euro. «Non è vero. Anche questo è diffamatorio. I miei legali sono stati contattati il giorno prima che iniziasse la campagna di stampa su Il Giornale (editoriale di Feltri). A quel punto i miei legali hanno posto questa condizione: 20mila euro da devolvere all'associazione Save the Children».
 
E i 30mila euro che le hanno già dato? «Quello è il risarcimento stabilito dalla Corte per il mio danno morale e d'immagine. E questo mi hanno liquidato. Poi volevano la remissione della querela e io ho chiesto 20 mila euro. Non per me ma per beneficenza».
 
E non hanno accettato? «Per farne una questione politica. Nell'editoriale Sallusti dice "...il signore (che sarei io) voleva altri soldi oltre ai 30mila euro già ottenuti" e poi continua "...c'è un'aggravante: a essere disposto a trarne un beneficio personale è un magistrato". Allora le chiedo? Questo editoriale è diffamatorio o no?».
 
Ci dobbiamo aspettare un'altra querela anche su questo articolo?
«Ma no, risponda alla domanda! Ho chiesto altri soldi per beneficio personale? E allora lei perché nel suo giornale, per ristabilire un minimo di verità, non lo scrive comparando il mio comunicato e l'editoriale di Sallusti?».
 
E se l'articolo per il quale Sallusti è stato condannato fosse stato scritto da Renato Farina, la infastidirebbe ancora di più? (Non c'era ancora stata la confessione del deputato Pdl, ndr)
«Se l'avesse scritto Renato Farina sarebbe un'aggravante: che un direttore non controlli un articolo, in prima, tutta seconda e terza pagina, e soprattutto qualora l'autore fosse un giornalista che è radiato dall'ordine dei giornalisti..., veda lei».

Era già stato radiato? «Sì, sì, non solo e il dottor Sallusti era già stato sospeso per due mesi dall'Ordine dei giornalisti per averlo fatto scrivere anche in un'altra occasione... beh, allora Sallusti aveva ancor più il dovere di controllare. Ma vuole sapere cosa mi ha amareggiato in questa vicenda? L'atteggiamento della stampa: compatto e biecamente corporativo. Mi fa veramente tremare i polsi che non ci sia una cronaca che racconti i fatti ma una cronaca che monta un fatto inesistente, eppure già accertato. Il vostro Ordine non ha preso provvedimenti nei confronti di un giornalista che fa scrivere un pezzo firmato con uno pseudonimo. Insomma ce n'è prima di parlare di libertà di stampa...».
 
Andrebbe riformato anche l'istituto della rettifica... «Ma le sue opinioni personali valgono quanto le mie. Ho visto l'atteggiamento di Valentini (Repubblica, ndr), di Mentana... Non c'è un giornalista che abbia detto "ma qui cosa è successo?"».
 
Non è del tutto vero. Michele Serra e Massimo Fini l'hanno difesa...
«Andrò a vedere. Non capisco come nel mio caso si pretenda l'impunità: "Io non ho fatto niente, ...io non sono responsabile di niente". E si apre alla deriva populista e del "cappio al collo". Quando si pretende che non ci sia sanzione di quale libertà di stampa parliamo? È il rifiuto di ricostruire i fatti».
 
La presidenza della Repubblica segue la vicenda. «A me non importa nulla che gli si dia la Grazia a Sallusti. Ma stiamo scherzando? Che Sallusti vada in galera non-me-ne-fre-ga-nulla! Nel senso che non è che sono contento se ci va... Pensi che io adesso faccio il giudice di sorveglianza. Mi occupo solo di detenuti in estinzione di pena. Passo le mie giornate in carcere. Il carcere è il posto più brutto del mondo, nel quale io non auguro ad alcuno di finire».
 
Invece l'atteggiamento della giustizia non è corporativo? Però avete un altissimo tasso di vittoria nelle querele...
«Dunque, il mio risarcimento non è milionario. La vicenda è stata definita in ben sei anni: un tempo lungo pur senza bisogno di fare indagini. Che dire? I reati li accertano i magistrati. E come chiedersi "un medico da chi si fa guardare"? Da un altro medico, ovvio. Chi dovrebbe dunque decidere l'esistenza di un reato nei confronti di un magistrato, il salumiere? Ma il problema è di civiltà: io rispetto ai giornali sono una cacca di mosca. Chiaro? In questi giorni ho avuto la sensazione di essere don Chisciotte contro il potere della stampa. Di essere da solo... Ora chiamate tutti: è contento della sentenza? Ci manca solo che mi chiediate se perdono Sallusti».
 
Perdona Sallusti? (E finalmente ride...)
«
Guardi, mi rammarica solo aver speso 3 euro 60 per comprare per tre giorni Il Giornale in attesa che ristabilisse i fatti. A questo punto che mi rifondessero i 3 euro e 60!»

Nino Luca
@Nino_Luca27 settembre 2012 | 15:55

Il prossimo iPhone? Sarà prodotto dai robot

Corriere della sera

Alla Foxconn, la fabbrica cinese dove si assemblano iPhone e iPad pensano di sostituire gli operai con 1 milione di macchine

Non si suicidano. Non protestano. E lavorano sempre nello stesso modo. Alla Foxconn, la fabbrica cinese che produce gran parte dei prodotti Apple e di altri big del tech, stanno pensando di sostituire gli operai con i robot.

IL SOGNO DEL CAPITALE - L'anno scorso il Ceo dell'azienda Terry Gou ha presentato un piano secondo il quale il numero degli attuali robot - 300 mila - arriverà a un milione entro il 2014. Il sogno che si avvera degli industriali alla ricerca del profitto, o semplicemente un'idea troppo ambiziosa che non ha alcun contatto con la realtà. Secondo una recente analisi del 21st Century Businnes Herrald, nel 2014 il costo del lavoro artificiale (prodotto cioè da macchine) sarà più basso di quello umano. Ed è quindi presumibile pensare che le intelligenze artificiali sbatteranno fuori dalla porta quelle umane.

UN MILIONE DI DISOCCUPATI - Il prossimo iPhone sarà dunque assemblato da una macchina? Già ora i 300 robot della Foxconn vengono impiegati nella produzione dei prodotti di punta della Apple. Ma c'è da stare certi che con le ultime rivolte, in Cina stiano pensando di aumentare il numero delle macchine. E se il piano di Gou si dovesse avverare, il contraccolpo sull'economia cinese sarebbe davvero grave. Nei soli stabilimenti cinesi la Foxconn lavora un milione di dipendenti. Si tratta per lo più di persone che si sono trasferite dalle campagne alle città. Esseri umani, che se perdessero il loro impiego, andrebbero ad ingrossare le file dei senzatetto già numerossisimi in Cina. Ma non solo. Alla Foxconn non hanno fatto i conti con un altro problema. E se anche i robot si ribellassero?


Marta Serafini
@martaserafini27 settembre 2012 | 18:00

Sicurezza, i pin più pericolosi: ecco quelli da non usare

Il Mattino


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ROMA - Ormai hacker e pirati informatici usano metodi così sofisticati da aggirare quasi ogni ostacolo, ma per dormire sogni un po' più tranquilli è bene fissare alcune regole base : le ha dettate l'esperto di privacy del web Nick Berry in una ricerca pubblicata sul sito Datagenetics. Secondo le statistiche, il pin più comune e quindi da evitare assolutamente è il classico “1234”, attivo addirittura nel 10% dei telefoni cellulari. Al secondo e al terzo posto combinazioni altrettanto scontate come “0000” e “1111”. Ma secondo Berry sono da sostituire anche altre sequenze numeriche “troppo banali”, come “5555”, “1212” e “6969”. Avanti con la fantasia, quindi, per evitare qualche spiacevole sorpresa.


Giovedì 27 Settembre 2012 - 18:06

La triste sorte dei «cani da borsetta» Viziati e poi abbandonati

Corriere della sera

Aumentano nei canili chihuahua e soci: una volta lasciati in strada, non sanno più camminare né stare con gli altri

Sfrattati dalle borse griffate delle loro famose proprietarie perché non più di moda come un tempo, oggi sempre più «handbag dogs» (o cani da borsetta) si ritrovano a convivere con la dura realtà del canile (quando va di lusso, in caso contrario finiscono abbandonati per strada) e sono talmente poco abituati a relazionarsi coi loro simili da sciorinare tutto un repertorio di pessimi comportamenti che neanche il cane peggio educato al mondo.

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NON SANNO (O NON VOGLIONO) PIU' CAMMINARE -Non solo. Avvezzi come sono stati per anni ad essere trasportati ovunque in borsette su misura e dotate di ogni comfort (dalla pelliccia scalda zampine al biberon con acqua rigorosamente filtrata), i micro-cagnolini (le razze più gettonate – e successivamente abbandonate - sono chihuahua e yorkshire terrier, ma abbondano anche bassotti, shih-tzu e volpini di Pomerania) non sanno più nemmeno camminare (o semplicemente non hanno voglia di farlo) e si aspettano perciò di essere portati in giro non già zampettando bensì in braccio a qualche paziente volontario.

«RESI IN MINIATURA» -A lanciare l’allarme sul fenomeno dei cosiddetti “handbag dogs senza più borsetta” sono i responsabili del Battersea Dogs and Cats Home , lo storico rifugio per animali abbandonati di Londra) che lamentano un incremento medio del 40% nel numero di micro-cagnolini entrati in canile dall’inizio dell’anno, mentre già nel giugno del 2011 la Dogs Trust aveva denunciato il problema del quotidiano arrivo in associazione di "resi in miniatura" non più graditi dai legittimi proprietari . Un fenomeno talmente preoccupante e in espansione da convincere l’associazione ad avviare un programma di educazione canina nelle scuole per scoraggiare le adolescenti a comprare i cani da borsetta solo perché lo facevano anche Paris Hilton, Britney Spears o Eva Longoria.

CANI DA BORSETTA, UNA MODA- «I cani da borsetta sono ormai diventati un fenomeno di costume – spiega un’arrabbiata Ali Taylor della Battersea Dogs and Cats Home al “Daily Express” - ma purtroppo sempre più spesso la gente li prende senza sapere bene come accudirli e poi siamo noi associazioni a doverne pagare le conseguenze. E’ vero, questi cani sono piccoli, ma sono pur sempre dei cani, con una loro personalità e un loro carattere, a volte ben spiccato. Invece le persone tendono a trattarli come degli accessori modaioli o, peggio ancora, dei bambini viziati, ai quali viene concesso tutto, ma questo atteggiamento permissivo contribuisce solo a causare a questi cagnolini dei problemi comportamentali anche gravi e a rovinare per sempre il rapporto cane-proprietario».

RIEDUCAZIONE CANINA- Due casi su tutti, raccontati nella puntata di “For The Love of Dogs” su ITV1: quello del chihuahua Bobby, talmente possessivo nei confronti del proprietario che mordeva chiunque gli si avvicinasse (è stato portato al centro di Battersea dove lo hanno rieducato e gli hanno trovato una nuova casa) e della yorkina Princess Tamara, a cui hanno dovuto reinsegnare a camminare visto che per quattro anni è andata in giro in borsetta e abitini canini, rigorosamente griffati. «Quello dei microcagnolini trattati come giocattoli fin da quando sono cuccioli è davvero un grosso problema – commenta il dottor Roger Mugford, psicologo specializzato in comportamenti animali – perché così facendo si impedisce loro di socializzare con gli altri cani, anche con quelli di taglia più grande, e questo si ripercuote poi sui loro comportamenti da adulti, rendendoli spesso impossibili da gestire».

Simona Marchetti
27 settembre 2012 | 13:24

Dimostrante ucciso dal rullo compressore?

Corriere della sera

L’uomo avrebbe protestato contro il cantiere che lo stava sfrattando dal suo villaggio

Le foto pubblicate su Internet Le foto pubblicate su Internet

Si sono diffuse a macchia d’olio le terrificanti fotografie scattate poco tempo fa nella città cinese di Changsha: mostrano un manifestante schiacciato e ucciso da un grosso rullo compressore. Pochi istanti prima, l’uomo avrebbe protestato contro quel cantiere che lo stava sfrattando dal suo villaggio. Sui media ufficiali non c'è traccia dell''incidente. Sul web, invece, la vittima viene già celebrata come un eroe. Non sfugge il paragone con la famosa foto del rivoltoso sconosciuto che, nella primavera del 1989 in Piazza Tienanmen, si parò davanti ai carri armati per fermarli.

LE FOTO CHOC - Sarebbe stato brutalmente schiacciato e ucciso mentre stava protestando. Un rullo compressore gli è passato sopra «per ordine del vicesindaco» di Changsha, nella Cina centro-meridionale. La vittima, infatti, avrebbe rifiutato una piccola somma di denaro offerta dal governo locale per convincerlo ad abbandonare il suo terreno e il villaggio. Le terribili foto sono subito rimbalzate su numerosi siti d’informazione occidentali. A pubblicarle per primo è stato il blog Infowars.com, che cita fonti anonime dalla Cina. Il sito ultraconservatore, spesso incline a dare spazio a teorie del complotto, viene gestito dal giornalista statunitense Alex Jones. Tuttavia, in questo caso specifico le immagini non sarebbero state alterate digitalmente.

ESPROPRI - Negli ultimi anni l’esproprio di terre e case è divenuto uno dei motivi più gravi di tensione sociale, soprattutto nella periferia rurale di Changsha, città da 7 milioni di abitanti nella provincia di Hunan. Costruttori e funzionari locali - spesso in combutta - strappano a contadini e agricoltori, letteralmente, la terra sotto i piedi per far posto a autostrade, ferrovie, palazzi. Mancati indennizzi e, nel migliore dei casi, appartamenti in cambio per nulla adeguati, portano all’esasperazione e a proteste. Anche He Zhi Hua ha rifiutato quell’indennizzo più che altro simbolico. L'uomo si è sdraiato a terra per ostacolare il passaggio dei mezzi del cantiere ed è stato schiacciato da un rullo compressore.

TANK MAN - Le autorità locali, riferisce Infowars.com, hanno immediatamente cercato di nascondere l'incidente e il corpo della vittima. Alla famiglia sarebbe stata offerta una somma di denaro in cambio del silenzio sull'accaduto, riporta anche l'inglese Daily Mail. Sui media ufficiali in Cina non c’è traccia del tragico episodio. Da giorni se ne parla invece sulla popolare piattaforma Weibo, il Twitter cinese. E qui la vittima di Changsha viene già paragonata a quella figura simbolica che fu il Tank Man di Piazza Tienanmen, il rivoltoso sconosciuto che, da solo e disarmato, si parò davanti ad una colonna di carri armati per fermarli.

TESTIMONI - Non si è trattato di un incidente, ma la chiara volontà del vicesindaco della città, ha dichiarato giovedì un residente della provincia di Hunan all'emittente austriaca Orf. Una conferma, seppur ufficiosa, è arrivata nel frattempo anche dalle autorità locali. L'episodio sarebbe accaduto una decina di giorni fa. «Perchè la strada possa essere completata, un paio di persone devono semplicemente morire», avrebbe detto il politico che ha poi dato l'ordine al guidatore del rullo compressore di investire il dimostrante.

Elmar Burchia
27 settembre 2012 | 17:15

Tatuaggi, rimozione più difficile nei fumatori

Corriere della sera

Quasi la metà delle persone che si fanno tatuare prima o poi si pentiranno: molti però sottovalutano disagi e costi


MILANO - Se mentre meditate di farvi un tatuaggio vi accendete l’ennesima sigaretta, forse vale la pena di riflettere ancora di più sulla scelta che state per fare. Uno studio italiano pubblicato sugli Archives of Dermatology, il primo ad aver analizzato i fattori che ostacolano un’efficace rimozione dei tatuaggi, ha infatti messo in luce che il fumo è uno di questi. «Anche con le tecniche più innovative e in un centro specializzato meno della metà dei tatuaggi si riescono a togliere del tutto con dieci sedute di trattamento» spiega Luigi Naldi, dermatologo degli Ospedali Riuniti di Bergamo che ha coordinato la ricerca. «E nemmeno dopo 15 si riesce a raggiungere la soglia del 75 per cento di successi». Dati che dovrebbero far pensare qual è il rischio che in futuro si possa cambiare idea.

LO STUDIO - Pare infatti che quasi la metà delle persone che si fanno tatuare prima o poi si pentiranno di aver voluto immortalare il ricordo del fidanzato o della squadra del cuore. Molti però sottovalutano disagi e costi che questo cambiamento di opinione necessariamente comporterà, e al contrario danno per scontato che le tecniche di oggi permettano di raggiungere sempre risultati soddisfacenti. «Non è così» dice Naldi, che con altri collaboratori ha esaminato le percentuali di successo su quasi 350 pazienti che si sono rivolti a uno dei più grandi centri specializzati di Milano, l’Istituto di chirurgia e laser-chirurgia in dermatologia (Iclid).

Tutti sono stati trattati con la stessa tecnica, il laser detto Q-switched, che ormai è diventato il metodo standard in questi casi, da un unico operatore, Pier Luca Bencini, direttore scientifico e responsabile della sezione di dermatologia medica chirurgica ed estetica dell’istituto. In tal modo si è evitato di dover inserire una variabile in più legata alla manualità e all’abilità di diversi operatori. «Dai dati raccolti nella nostra indagine possiamo confermare che il giallo, il verde e il blu sono più difficili da togliere del rosso e del nero, come già era stato osservato in passato - prosegue l’esperto, presidente del Centro studi Gised per la ricerca in dermatologia -. Inoltre, come si può immaginare, i risultati sono tanto meno soddisfacenti quanto più ampia è l’area da trattare e maggiore l’intensità del colore». Fin qui, niente di strano.

MACROFAGI - Ma l’ampia casistica raccolta ha permesso di osservare altre caratteristiche che compromettono l’esito finale del trattamento, e tra questi uno dei più importanti, e inattesi, è appunto il fumo. «Non sappiamo esattamente come agisca il fumo di sigaretta, che è una miscela contenente moltissime sostanze diverse - prosegue il dermatologo -, ma possiamo formulare delle ipotesi sulla base del meccanismo con cui avviene la rimozione del tatuaggio». Il laser infatti non ha un effetto immediato. L’azione del raggio luminoso sui pigmenti innesca una reazione che libera calore, il quale, a sua volta, li demolisce in piccoli frammenti che devono poi essere asportati dai macrofagi, le cellule che fanno da spazzini dell’organismo. «Nei fumatori questo fenomeno, detto di fagocitosi, è meno efficiente».

Il meccanismo potrebbe spiegare anche un’altra osservazione emersa dallo studio, che cioè scritte e disegni sulle gambe e sui piedi sono di solito più resistenti. «A questo livello è infatti più facile che ci siano difetti di circolazione che possono compromettere l’azione di macrofagi e altre cellule del sistema immunitario» prosegue Naldi. Un altro dato in contrasto con precedenti osservazioni è che i tatuaggi più difficili da togliere sono i più vecchi, che si riteneva invece fossero più facilmente eliminabili perché già un po’ sbiaditi. «Al contrario, sono quelli in cui si trovano maggiori difficoltà, probabilmente perché l’inchiostro è penetrato più profondamente dei tessuti, intorno ai pigmenti si possono essere formati processi fibrosi e il laser li raggiunge con maggiore difficoltà» conclude Naldi.

IL COMMENTO - Dai dati raccolti nel centro milanese emerge infine che i risultati sono migliori se si attende un paio di mesi tra una seduta e l’altra, in modo da dare tempo alle cellule di eliminare tutti i detriti tra un trattamento e l’altro. Ciò significa però che l’operazione è lunga e laboriosa, oltre che costosa. Se il costo di un tatuaggio di medie dimensione si aggira intorno ai 100 euro, questo è il costo medio di ognuna delle 10-15 sedute necessarie. E se per immortalare una scritta o un disegno ci si può mettere anche solo un’ora o due, per cancellarla potrebbe volerci un anno e mezzo, quando non di più.

Roberta Villa
27 settembre 2012 | 10:31

I cinque difetti dell’iPhone5

Corriere della sera


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Vendere 5 milioni di pezzi in un amen, è stata la sorte dell’iPhone5 nel tempo del weekend dal primo lancio (il secondo cade domani, con anche l’Italia nel mazzo), è una magia che riesce solo a Cupertino (anche se Apple è stata punita in Borsa perché l’attesa era di 6 milioni!). Ma ha anche la conseguenza di avere un numero enorme di utenti che fanno la “prova su strada” del gioiellino. E se sono molti i felici “punto e basta” dell’acquisto, in diversi hanno invece urlato alla Rete le proprie insoddisfazioni per il Melafonino di ultima generazione. Perché alcuni difetti sono veri, e aver speso tutti quei soldi (tanti, soprattutto da noi: vedi l’articolo) per avere un iPhone fornisce ampi diritti per criticarlo. E poi perché fare le pulci ad Apple è sempre un esercizio apprezzato dalla platea, va detto.

Cnn sul suo sito si è presa la briga di girare per blog e forum e ha fatto una sintesi di quanto trovato. Ecco quali sono i cinque difetti del nuovo iPhone5 (se fosse stato il 6, sarebbero stati uno in più?).

1 – Si graffia. Bello ed elegante, l’alluminio. Però si graffia, accidenti: non solo sembra, ma forse proprio è… delicato. Un po’ estremo l’esempio che vedete nel video sotto fatto da iFixit. Phil Schiller però ammette il problema, normalizzandolo: “Accade a tutti i prodotti in alluminio”. Gustosamente ironici alcuni fan su Twitter: “L’iPhone non perde pezzi di alluminio, si staccano alcune parti della sua pelle che poi si trasformano in meravigliose farfalle”
.
2Il nuovo connettore. Era tempo di cambiamento, dal 2003 il vecchio connettore ormai era, appunto, vecchio. Ma il nuovo Lightning non va giù a tutti. Non va giù il fatto di dover comprare un adattatore da 29 dollari per continuare a utilizzare tutti i gadget delle terze parti accumulati negli anni, dock di ogni foggia e funzione. E non va giù il fatto che l’adattatore non supporti alcune funzioni dell’iPod (ma qui parliamo, appunto, di iPod).


3E’ troppo leggero. Ebbene sì, uno dei punti di forza, essere più leggero, per molti utenti (raccolti per esempio da Gizmodo) si rivela un problema: in tanti si lamentano del fatto che è TROPPO leggero. Perché sembra un giocattolo, sembra un prodotto da pochi soldi, perché hai la sensazione che ti possa sfuggire di mano da un momento all’altro. Basta un refolo di vento…


4 Problemi con lo schermo. Torniamo alle cose serie, anche se non è possibile verificare (ancora) quanto lo siano davvero. Ci sono problemi documentati con lo schermo: strane “bolle”, “aloni”, al momento del tocco (le vedete nel video sotto), mentre sfarfallii sono segnalati su MacRumors. Ma che ci siano alcuni pezzi fallati, su 5 milioni che ne girano, è normale. Bisogna vedere quanti realmente sono.

5 Lampi di luce? Chiamiamoli, così, poeticamente: sintomi di alcuni pezzi assemblati male. Anche qui bisogna capire quanti ce ne sono effettivamente in giro. Come vedete dalla foto sotto (presa da Boy Genius), alcuni utenti lamentano, soprattutto in casi di luce bassa, fessure sul telefono nella zona dell’antenna o dove si trova il bottone “power”.

In Svizzera eletto il primo sindaco «pirata»

Corriere della sera

Alex Arnold, esponente del Partito pirata, ha conquistato la poltrona di primo cittadino di un piccolo comune

Alex ArnoldAlex Arnold


I Pirati all'assalto della Svizzera. È un successo inaspettato quello che ha portato l'informatico svizzero Alex Arnold, esponente del Partito Pirata elvetico, alla poltrona di primo cittadino del piccolo comune di Eicheberg (1500 abitanti), nella valle del Reno sangallese.

PARAFRASANDO ARMSTRONG - Arnold ha vinto con il 63 per cento dei voti. Trentunenne, è nato e cresciuto ad Eichberg ed è presidente della sezione del Partito pirata dei cantoni di San Gallo e Appenzello, fondata nel novembre 2011 . Il giovane Arnold è il primo esponente pirata a conquistare una poltrona ai vertici di un'amministrazione comunale. «Parafrasando Armstrong, questa è una piccola vittoria in un paesino svizzero - ha esultato Thomas Bruderer il fondatore del Partito Pirata svedese, il primo in europa - ma un passo enorme per la crescita del movimento politico».

A livello globale il programma è basato sul rafforzamento dei diritti civili, della democrazia liquida che funziona attraverso il consenso e le deleghe, la riforma del diritto d'autore e dei brevetti, la libertà di circolazione della conoscenza, la protezione dei dati personali, e una maggiore trasparenza e libertà d'espressione, nonché un' educazione gratuita. Il tutto a partire dal web, luogo ideale delle manifestazioni politiche del movimento.

Nello scrutinio di domenica, il neosindaco «pirata» ha ottenuto 349 voti, superando nettamente il candidato dell'Udc Walter Freund, che ha raccolto 145 schede. Alle elezioni cantonali dello scorso marzo, i pirati sangallesi avevano ottenuto l'1,3% dei suffragi. Alle elezioni comunali odierne, il Partito pirata ha presentato candidati anche per i consigli comunali di San Gallo e Gossau. Ma il successo del Partito Pirata, a livello, globale, risale nel 2009 quando vennero conquistati due seggi al parlamento europeo.

Marta Serafini
@martaserafini27 settembre 2012 | 16:13

Denuncia Ftc: pc a noleggio riprendevano coppie fare sesso

La Stampa

Un software che doveva pizzicare i clienti in ritardo rubava password, dati personali e altro...

claudio leonardi


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Se state usando un pc noleggiato o, comunque, non vostro, attenzione al software che potreste trovarvi installato: la Federal Trade Commission ha denunciato in questi giorni che sui computer in affitto provenienti da sette diverse aziende è stato trovato un programma in grado di carpire dati personali e, non contento, scattare, tramite webcam, fotografie degli utenti in atteggiamenti intimi. Nel caso potrebbero essere coinvolti 420 mila pc, in tutto il mondo.

Il software in questione si chiama PC Rental Agent , della DesignWare, e in teoria doveva entrare in funzione quando i clienti erano in ritardo nella riconsegna della macchina o nel pagamento del noleggio, per individuare l’apparecchio e recuperarlo. In questo caso, nel pc si attivava una Modalità Detective, che permetteva all’applicazione di aprire una finestra del tutto simile a una pagina per la registrazione del software, attraverso cui era possibile ottenere informazioni quali indirizzo e-mail, numero di telefono e altri dati presumibilmente necessari per contattare il cliente inadempiente.

Le funzioni del programma, però, sembrano essersi spinte ben oltre. Secondo la denuncia dell’Ftc , sono state raccolte anche password per accedere a posta elettronica, social network, banche e altri istituti finanziari, nonché numeri di carte di credito e previdenza sociale. Non c’è che dire: un metodo di risarcimento piuttosto diretto. Ma c’è di più: nei database sarebbero finite anche cartelle cliniche, fotografie di bambini e uomini e donne svestiti e, stando alla espressione usata dall’autorità per il commercio statunitense, “coppie impegnate in attività sessuali”.

Una bizzarra estensione del concetto di recupero credito. Interpellato dalla Bbc , l’esperto in sicurezza informatica Graham Cluley, della società Sophos, ha invitato a fare molta attenzione quando si usa un pc in affitto o prestito che non si sa cosa contenga, e a controllare le clausole di contratto scritte in caratteri minuscoli. Semplice buon senso, che tuttavia può non bastare di fronte alle astuzie rese possibili dalla tecnologia.

Pochi giorni fa abbiamo denunciato la presenza , su computer provenienti da fabbriche cinesi, di software in grado di rubare dati, leggere la digitazione dei tasti e attivare webcam. Era il risultato di attività di hacking in Rete. La prudenza potrebbe anche non bastare, ma la vigilanza a l’uso di software di protezione della sicurezza restano d’obbligo, su ogni piattaforma e sistema.

Sallusti ancora a giudizio per omesso controllo: diffamazione magistrato

Luca Fazzo - Gio, 27/09/2012 - 13:06

Sallusti rinviato a giudizio per omesso controllo in un procedimento per diffamazione ai danni di un procuratore militare


Un altro rinvio a giudizio per Alessandro Sallusti, e anche questa volta c'è di mezzo, come presunta vittima, un magistrato: un procuratore militare della Repubblica che si sentì diffamato da una intervista pubblicata su "Libero", allora diretto da Sallusti, al generale dei carabinieri Antonio Pappalardo.
Aula di tribunale

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Nonostante la rilevanza del tema trattato, e nonostante che in udienza gli avvocati del querelante abbiano comunicato di non volersi costituire in giudizio contro Sallusti, il giudice Maria Grazia Domanico ha disposto il rinvio a giudizio del direttore del "Giornale" per omesso controllo.

Il processo si terrà il prossimo 5 dicembre. Invano i legali di Sallusti hanno prodotto sentenze della Cassazione secondo cui non costituisce reato la pubblicazione di una intervista, se l'intervistato ha un ruolo sociale rilevante e la notizia è di pubblico interesse. Difficile negare che, nel caso specifico, ricorressero entrambe le circostanze. Pappalardo, che all'epoca dei fatti era presidente dell'organismo sindacale dell'Arma, aveva accusato pubblicamente Massimo D'Alema per la legge di riforma dei carabinieri.

E si era ritrovato sotto inchiesta. Nel fascicolo, aveva però trovato un post it da cui sembrava che a sollecitare l'indagine fosse stato il presidente della Camera, Luciano Violante, dello stesso partito di D'Alema. Questo aveva raccontato Pappalardo nell'intervista a Libero. Che oggi il giudice preliminare ha ritenuto diffamatoria, con tanti saluti (per l'ennesima volta) alla libertà di stampa.

Il capo della polizia si dimette In città resta solo il cane poliziotto

Corriere della sera

A Vaughn, 450 abitanti, adesso c’è un unico agente delle forze dell’ordine: il segugio Nikka

Il cane antidroga NikkaIl cane antidroga Nikka

A mantenere l’ordine a Vaughn, cittadina del New Mexico vicino al confine meridionale degli Stati Uniti, è rimasta solo lei, Nikka. È un poliziotto esperto, ma è solo un cane antidroga. Gli abitanti del posto non sembrano preoccupati: «Non succede granché, qui - ha detto all’Ap Joyce Tabor, professione cuoca - Non credo che farà una grossa differenza». Eppure secondo la U.S. Homeland Security, la sicurezza interna degli Stati Uniti, la zona in cui si trova Vaughn, 450 abitanti, 167 km a est di Albuquerque, è una di quelle a più alto rischio per il traffico di droga: le strade isolate della contea di Guadalupe sono l’ideale per i gruppi criminali che fanno entrare cocaina e altri stupefacenti dal Messico.

LE DIMISSIONI DEL CAPO - Nikka è rimasta l’unica agente della città dalla settimana scorsa, quando il capo della polizia Ernest «Chris» Armijo si è dimesso per uno scandalo: sulla stampa locale era emerso che non poteva girare armato a causa dei suoi precedenti penali. Armijo è finito nei guai con la giustizia perché non ha pagato decine di migliaia di dollari di alimenti per suo figlio. Ed è sotto inchiesta perché ha venduto un fucile che apparteneva al suo municipio, intascando i soldi. In città c’era un altro agente, ma non ha la licenza obbligatoria per gli ufficiali di polizia (necessaria per effettuare arresti e portare un’arma) e l’anno scorso ha patteggiato una condanna per aggressione e lesioni. Al momento così a Vaughn l’unico poliziotto con la licenza è il cane Nikka.

«LE PISTOLE NON SERVONO» - Il procuratore cittadino Dave Romero ha annunciato che l’amministrazione sta valutando se assumere un altro poliziotto. Armijo, ha spiegato, sta chiarendo la sua posizione sulla vendita del fucile e quindi potrebbe candidarsi di nuovo per la carica. «La polizia inglese non può portare pistole - lo ha giustificato il procuratore - A volte la comunicazione è l’arma migliore».

LA CUCCIA DI NIKKA - Intanto della sicurezza di Vaughn si sta occupando lo sceriffo Michael Lucero di Guadalupe, una cittadina a circa 40 chilometri di distanza: «Vengo almeno una volta al mese». La poliziotta Nikka, tutto questo, non lo sa: la sua cuccia è ancora nel giardino della casa di Armijo. E lei è pronta a fare il suo dovere.


Elena Tebano
@elenatebano27 settembre 2012 | 3:50

Donna Assunta: Polverini che delusione non ha avuto le palle

Libero

La vedova di Giorgio Almirante: mi pento di averla fatto votare. Un candidato del centrodestra? Serve Chi l'ha visto?


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Donna Assunta, vedova di Giorgio Almirante commenta lo scandalo del Lazio, sostiene che Polverini doveva dimettersi prima. "Sono pentita di aver girato tanto per le i e averla fatta votare, se sapevo che non aveva il temperamento  per gestire una   situazione così non avrei fatto tutti quei chilometri. E non mi  ha neanche detto grazie, nemmeno una volta". Lo dice a La Zanzara su Radio 24. "Certamente non ha avuto le palle per controllare questi ladri, questi rubagalline - dice ancora donna Assunta - e io non ci credo che non sapeva. Faceva finta di non sapere.

Lasciava godere, per quieto vivere e avere tutti in armonia, per non avere rotture di scatole". "Se i miei nipotini prendono venti centesimi dal portafoglio io me ne accorgo subito e chiedo: chi ha toccato quei soldi? E loro rispondono: nonna sono stata io. Dunque come fa la Polverini a dire che non sapeva? Non ci credo", prosegue la vedova dello storico leader missino.   "Pensavo che una donna potesse dare una mano a questa Regione, invece mi ha mortificato. Adesso leggo che vuole continuare a fare politica. Ma torni nel sindacato, che è meglio.

Cura dimagrante A Fiorito invece - dice ancora - lo manderei in esilio, anche per farlo dimagrire. Mangia tanto, i suoi soldi non gli bastavano e mangiava con quelli della Regione. Una vergogna, viene anche dal Msi e mio marito diceva ai consiglieri regionali: voi dovete essere dei carabinieri. Guardate dove siamo arrivati".   Chi le piacerebbe come candidato del centrodestra, chiedono i conduttori, Giuseppe Cruciani e David Parenzo? "Nessuno, nessuno, non c'è nessuno, nemmeno la Meloni - risponde - adesso non ci resta che mettere un annuncio su "Chi l’ha visto?". Qui non c'è più nessuno...

Afghanistan, gli italiani inventano il “rullo anti-mina”

La Stampa

Si tratta di un braccio estensibile munito di pesanti  rulli che si pone davanti al blindato: se sotto il terreno c’è un ordigno lo fa esplodere

FRANCESCO GRIGNETTI


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Se da qualche mese l’Italia non è turbata dalle continue notizie tragiche dell’Afghanistan, e se per fortuna gli ordigni improvvisati nelle strade non seminano più morti e feriti tra i nostri soldati come accadeva fino a qualche tempo fa, è merito di uno straordinario lavoro degli artificieri dell’esercito ma soprattutto da una nuova tecnologia che è stata applicata ai convogli: il “mine roller”. 

Il “mine roller”, che si può tradurre in “rullo anti-mina”, è un braccio estensibile munito di pesanti rulli che si pone davanti al primo dei blindati che aprono un convoglio militare. Se sotto la superficie del terreno c’è una mina, o anche un ordigno artigianale destinato ad esplodere al passaggio della prima macchina, il “mine roller” molto banalmente lo fa esplodere al suo passaggio. In questi casi salta in aria il braccio telescopico che precede, non l’automezzo. E così si risparmiano vite. 

È la solita gara tra chi attacca e chi si difende. Tra la spada e lo scudo. Dapprima gli “insurgents” dell’Afghanistan hanno disseminato le strade di piccoli ma micidiali ordigni e la risposta sono state le blindature a 360° dei “Lince”, ottimi blindati di fabbricazione italiana, leggeri ma in grado di reggere l’urto. Poi però le cariche esplosive sono diventate radiocomandate. Modificando i cellulari, gli attentatori si mettevano dietro una roccia e facevano esplodere la bomba al passaggio dei convogli dei soldati.

La risposta tecnologica s’è chiamata “jummer”, che in pratica è un disturbatore di frequenze, montato sul tetto degli automezzi per inibire il segnale dei cellulari al passaggio, e così anche questa minaccia è stata sventata. All’ultimo gli ordigni sono diventati molto più deflagranti di prima. Anche i “Lince” non potevano più reggere il confronto. E così, anche a scapito della agilità, i convogli mettono in testa un mastodontico mezzo di produzione americana che si chiama “Buffalo” e che è in grado di incassare quel tipo di esplosioni.

Ma è evidente che è molto meglio far saltare in aria un “mine roller” dal costo di poche migliaia di euro piuttosto che un pesante blindato con le persone a bordo. Oltretutto la tecnologia è vecchia di cinquant’anni. Un tempo il nostro esercito aveva sperimentato questi “mine roller” agganciandoli ai carri armati Ariete per contrastare la minaccia dei campi minati del nemico comunista. Quella minaccia per fortuna è rimasta virtuale. Quello che accade in Afghanistan, invece, è terribilmente reale. E qualcuno si è ricordato dei rulli salva-vita.

L'editoriale sul Giornale: In Italia più che gli euro mancano le palle

Libero

di Alessandro Sallusti


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Fa un certo effetto sapere di dover andare in carcere. Ma non è questo il problema, non il mio. In un Paese dove più che gli euro mancano le palle, non voglio concedere nessuna via d'uscita a chi ha partecipato a questa porcata. Non ho accettato trattative private con un magistrato (il querelante) che era disponibile a lasciarmi libero in cambio di un pugno di euro, prassi squallida e umiliante più per lui, custode di giustizia, che per me. Non accetto ora di evitare la cella chiedendo la pena alternativa dell'affidamento ai servizi sociali per sottopormi a un piano di rieducazione. Perché sono certo che mio padre e mia madre, gli unici titolati a educarmi, abbiano fatto un lavoro più che discreto e oggi, che purtroppo non ci sono più, sarebbero orgogliosi di me e di loro.E ancora.

Non chiederò la grazia a Napolitano perché, detto con rispetto, nel suo settennato nulla ha fatto di serio e concreto per arginare quella magistratura politicizzata che con odio e bava alla bocca si è scagliata contro chiunque passasse dalle parti del centrodestra e che ora, dopo avere ripassato i politici, vuole fare pulizia anche nei giornali non allineati alle loro tesi.

Non voglio poi risolvere io il problema di Mario Monti, accademico di quella Bocconi che dovrebbe essere tempio e fucina delle libertà, che si trova al collo, complice il suo sostanziale silenzio e il suo immobilismo sul caso, la medaglia della sentenza più illiberale dell'Occidente. Così come il ministro della giustizia Paola Severino, definita da tutti come la più illuminata tra gli avvocati illuminati, dovrà ora chiedersi se per caso non è colma la misura della giustizia spettacolo degli Ingroia e dei suoi piccoli imitatori in cerca di fama.

Stamane scriverò al Prefetto di Milano, per annunciargli che rinuncio alla scorta (ragazzi meravigliosi e sottopagati che non finirò mai di ammirare) che da due anni mi protegge notte e giorno da concrete e reiterate minacce. Non posso accettare che una parte dello Stato, il ministero degli Interni, spenda soldi pubblici per tutelare una persona che un'altra parte dello Stato, la magistratura, considera in sentenza definitiva soggetto socialmente pericoloso.E ultimo, ma primo in ordine di importanza, oggi mi dimetto, questo sì con enorme sofferenza, da direttore responsabile del Giornale, per rispetto ai lettori e ai colleghi.

Il foglio delle libertà non può essere guidato da una persona non più libera di esprimere ogni giorno e fino in fondo il proprio pensiero perché fisicamente in carcere o sotto schiaffo da parte di persone intellettualmente disoneste che possono in ogni momento fare scattare le manette a loro piacimento.Ringrazio tutti voi per la pazienza e l'affetto che mi avete dimostrato e vi chiedo scusa per i non pochi errori commessi. Ma non mi arrendo, questo mai. La battaglia per cambiare in meglio il Paese continua, e questo sopruso, sono convinto, può essere trasformato in una opportunità in più per tutti noi.

In prima linea su Feltrinelli e Diaz: le toghe del verdetto scandalo

Gian Marco Chiocci Patricia Tagliaferri - Gio, 27/09/2012 - 08:13

A presiedere la Corte Aldo Grassi: disertò il processo di Genova prima della sentenza. E Bevere fu estromesso dall’inchiesta sulla morte dell’editore perché "magistrato rosso"


Ma chi sono questi benedetti giudici della «sentenza Sallusti» in Cassazione? Il quintetto con l'ermellino radicato nella Quinta sezione penale della Suprema Corte è presieduto da un noto magistrato, Aldo Grassi, che ha visto la sua vita e la sua carriera improvvisamente stravolta da un vibrante linciaggio mediatico, prima e dopo la decisione del 9 marzo scorso sulla condanna annullata al senatore Marcello Dell'Utri, per via di una sua asserita, antica, colleganza (rimarcata in alcune vecchissime intercettazioni) con il collega «ammazza-sentenze» Corrado Carnevale.

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Un'onta, a detta dei suoi detrattori antimafia, evidenziata in vecchie conversazioni captate sull'utenza di Carnevale, ininfluenti sul piano penale, allegate comunque al processo dove sempre Carnevale venne assolto. Intercettazioni riesumate e ri-pubblicate per l'occorrenza. Così, per ricordare a tutti chi era quel signore lì. Il giudice Grassi non la prese bene.

Forse accusò il colpo. Fatto sta che di lì a poco, ai primi di luglio, avrebbe dovuto dire la sua su un'altra vicenda di assoluto rilievo politico-mediatico, dove le pressioni e le attese si facevano ogni giorno più pesanti: i pestaggi alla scuola Diaz di Genova. Contestualmente ripartì la solita grancassa di veleni e maldicenze. «È il giudice di Dell'Utri». «È l'amico di Carnevale». «È quello che non interruppe al telefono il giudice ammazzasentenze mentre attaccava Falcone...». Improvvisamente Aldo Grassi, per asseriti motivi di salute, abdicò poco prima dell'inizio dell'ultimo grado di giudizio ai primi di luglio.

Un cambio a dir poco «curioso», commentarono imputati e legali. Venne sostituito in corsa dalla collega Giuliana Ferrua. Giusto il tempo di assistere alla disarticolazione per via giudiziaria dei vertici della polizia di Stato da parte della «sua» Quinta sezione, e Grassi tempo qualche settimana si riprese fisicamente e tornò al suo posto. Dov'era invece rimasto un altro degli «ermellini» del caso Sallusti, presente anche lui alla condanna dell'élite degli investigatori nazionali per i fatti del G8 del 2001: Gerardo Sabeone, altra toga celebre nei corridoi del Palazzaccio.

Già nel collegio che si occupò di Callisto Tanzi per il crac Parmalat, idolo degli animalisti per aver definito in sentenza il maltrattamento delle bestie come reato perseguibile d'ufficio, è collega di Carlo Zaza, autore del libro «il ragionevole dubbio nella logica della prova penale», il quale prima di «condannare» Sallusti, era nella stessa sezione che annullò il concorso esterno per Dell'Utri. Nel 2006, fa parte del collegio giudicante di Brescia che solleva la questione di costituzionalità della legge Pecorella.

E veniamo al relatore. Antonio Bevere, anima storica di Magistratura democratica, direttore della rivista Critica del diritto. Negli anni in cui prestava servizio a Milano come sostituto finì in una rocambolesca vicenda che gli procurò qualche fastidio. Nel libro Il Pistarolo di Marco Nozza, così come si legge nelle cronache di oltre trent'anni fa, viene ricostruita una cena a casa del giudice nel 1978 a cui partecipano il magistrato Emilio Alessandrini, poi ammazzato nel 1979 dai terroristi Prima Linea, e Toni Negri. Bevere viene interrogato per sei ore sui motivi di quella cena, così come Negri che rispose ai pm: «

Fu il dottor Bevere a dirmi che il dottor Alessandrini aveva espresso il desiderio di conoscermi e io aderii all'invito perché a mia volta ero curioso di conoscere il magistrato Alessandrini che stimavo, conoscendo certe sue prese di posizione e alcuni suoi scritti». A questa cena a casa di Bevere, durante il sequestro Moro, era presente anche Tiziana Maiolo, in quegli anni cronista del Manifesto, che lo racconterà poi in un dettagliato articolo.

Sempre secondo le ricostruzioni dell'epoca, il giudice Alessandrini riferì all'allora sostituto procuratore di Padova, Pietro Calogero, titolare del fascicolo 7 aprile sull'Autonomia operaia, che una delle voci dei telefonisti del sequestro Moro era proprio quella di Toni Negri. Bevere si occupa anche dell'attentato all'editore rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli, ma viene estromesso dalle indagini dall'allora procuratore capo perché considerato una «toga rossa».

Una di quelle toghe che una vecchia interpellanza parlamentare del socialdemocratico Costantino Belluscio, datata aprile 1983, riteneva essere troppo facilmente etichettabile. Tanto che, si legge nell'atto parlamentare, «Bevere al congresso di Rimini del 1977 di Md chiese l'abrograzione e la non utilizzazione della cosiddetta legge Reale, e affermò che “l'ordine democratico è turbato dalle ordinanze illegittime del ministero dell'Interno”». Per la cronaca il relatore è sempre uscito indenne da accuse e sospetti. Poi ci sarebbe l'ultimo giudice, Paolo Giovanni Demarchi, ma su di lui c'è poco da dire. Per tutti parla la sentenza Sallusti. Saranno ricordati per questa.