domenica 30 settembre 2012

A Guareschi non piaceva Fernandel come don Camillo

La Stampa

Lo scrittore avrebbe preferito Gino Cervi nella parte del prete. Peppone lo avrebbe interpretato lui stesso.




GIANLUCA NICOLETTI


Per Giovannino Guareschi don Camillo non avrebbe mai dovuto avere la faccia di Fernandel. E’ un bel colpo per tutti quanti noi, abituati da sempre all’identificazione immediata tra l’attore francese dentone e il prete manesco della Bassa Padana. Da Guareschi era appena tollerato Gino Cervi, colui che dette il volto all’antagonista storico di don Camillo, il sindaco comunista Giuseppe Bottazzi detto Peppone. 

Per lo scrittore emiliano forse Cervi avrebbe potuto meglio fare la parte del prete, che tra l’ altro lui aveva creato come rappresentante ideale di quel clero combattivo su cui lo aveva ispirato, almeno per il nome, Don Camillo Valota, un prete cattolico partigiano della seconda guerra mondiale, imprigionato a Dachau.

Una prima conferma dell’abiura iconografica fu quando i figli dell’autore, Alberto e Carlotta, un anno fa, d’accordo con l’editore di un libro di Don Camillo a fumetti, preferirono rappresentare i due personaggi con il volto dello stesso Guareschi, che tra l’altro aveva sempre detto che per lui erano due parti di sé. In questo caso era dunque stato scelto per il prete un aspetto più giovanile e senza i classici baffoni staliniani di Peppone-Guareschi maturo. 

Anche il critico Tatti Sanguneti oggi rivela che nei film i volti dei due protagonisti sarebbero dovuti essere diversi. In origine, infatti, Peppone lo avrebbe dovuto interpretare proprio Giovannino Guareschi, mentre Gino Cervi doveva fare don Camillo. “Ma dopo aver fatto girare per una ventina di volte una scena a Guareschi, il regista francese Julien Duvivier e lo stesso scrittore si convinsero che non era possibile”.


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Sarà comunque difficile sradicare dalla memoria collettiva le facce che il cinema ha, con maggior successo, attribuito a Don Camillo e Peppone. Anche perchè sono figure simbolo, difficilmente rintracciabili in esempi contemporanei di convivenza tra prassi e politica, oltretutto quelle due facce sono state straviste nelle repliche tv (al momento su Rete4) e per tutti rappresentano la sintesi più ottimista dell’ epopea del dopoguerra.
L’ Italia pennellata da Guareschi era un paese giovane per democrazia, sicuramente diviso tra valori democristiani e ideali comunisti, ma visto forse come una troppo felice utopia .

Una popolazione di brave persone, separate in casa dall’ideologia, ma pronte a darsi una mano quando si trattava di salvaguardare il bene comune di corpi e anime, che prete e sindaco amministrano con profondo senso di missione.  Ora sappiamo che gli eroi del ben vivere strapaesano non dovevano avere quelle facce, che a noi erano care come un vecchio santino. Sarà d’ ora in poi ancora più difficile elaborare antidoti memorabili, da contrapporre alle facce da schiaffi degli amministratori di ogni parte, presi con le mani nel sacco, che oggi si contendono la ribalta delle cronache e dei salotti tv.

Montecarlo, altro che Lavitola. Gianfry ora spieghi

Gian Marco Chiocci - Dom, 30/09/2012 - 07:07

Le 20 domande sull'appartamento di rue Princesse Charlotte svenduto al cognato a cui l'ex segretario di An non vuole e non sa come rispondere


Venti domande in una, al signor presidente della Camera che attacca Lavitola per nascondere ancora una volta la verità sullo scandalo di Montecarlo ben sapendo che quanto, eventualmente, attribuibile all'ex editore de l'Avanti! riguarda solo l'epilogo di un'inchiesta giornalistica che lo aveva messo spalle al muro.


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Quando si è materializzato l'ex editore de l'Avanti!, Fini era a un passo dalle dimissioni. Oggi che lo vediamo finalmente sereno perché, a suo dire, gli italiani hanno capito che era tutto organizzato, gli chiediamo, pacatamente, di rispondere:

A C'entra Lavitola con la coincidenza che nell'appartamento della contessa Colleoni a Montecarlo donato ad An, di cui lei era presidente, tra milioni di potenziali inquilini ci sia andato ad abitare proprio suo cognato Giancarlo?
B C'entra Lavitola con la circostanza che quell'appartamento sia stato svenduto da Alleanza nazionale a una società off shore di Saint Lucia che poi l'ha rivenduta a un'altra off shore del medesimo Paese che ha certificato la riconducibilità delle stesse al «beneficiario» Tulliani, e che lei oggi addita a produttore di patacche senza usare la benché minima cautela della sua carica istituzionale?
C C'entra Lavitola col fatto che proprio Giancarlino era in contatto con gli acquirenti caraibici di un immobile del partito che per decenni era stato abbandonato a se stesso, e nel quale suo cognato casualmente andò poi ad abitare in affitto?
D C'entra Lavitola con le dichiarazioni dei testimoni del palazzo monegasco che dissero di aver visto lei e la sua compagna, sorella dell'inquilino, in quell'appartamento nei giorni dei lavori di ristrutturazione ancorché lei ha sempre detto di aver saputo solo successivamente, dalla sua compagna, che in quella casa c'era finito Giancarlo?
E C'entra Lavitola con la decisione di bloccare l'offerta da oltre un milione di euro del senatore ex An, Antonino Caruso, per l'appartamento quando poi venne svenduto a poco più di 300mila euro a una società anonima? (La Procura di Roma accerterà che vi furono anche altre offerte...).
F C'entra Lavitola con la dichiarazione dell'impiegato del mobilificio romano Castellucci che ha raccontato al Giornale di averla vista accompagnare Elisabetta per l'acquisto di una cucina Scavolini per «una casa all'estero»?
G C'entra Lavitola con le foto di quella stessa cucina (che lei o chi per lei smentì essere stata comprata per essere installata a Montecarlo) in bella mostra dentro casa di suo cognato nel Principato?
H C'entra Lavitola con quanto dichiarato da chi seguì i lavori nell'appartamento che parlò di Tulliani come di un personaggio che impartiva ordini dando l'impressione di essere il reale proprietario della casa di rue Princesse Charlotte?
I C'entra Lavitola con le mail scambiate dalla sua compagna e dall'architetto con l'imprenditore Garzelli per fare modifiche all'appartamento, posto ovviamente che la signora Elisabetta, nemmeno lei, le disse nulla dei lavori col fratello se non dopo che Giancarlo era andato ad abitarci?
J C'entra Lavitola con l'ambasciatore italiano a Montecarlo, Mistetta, costretto ad esaudire i desiderata edilizi dei fratelli Tulliani?
K C'entra Lavitola con l'inquietante scivolone sulla conoscenza, da parte sua presidente, della data esatta di un passaggio tra società off shore delle quali lei aveva detto di non sapere nulla?
L C'entra Lavitola con quel comico pasticcio del contratto di affitto depositato a Montecarlo da cui risulta che proprietario e affittuario hanno la stessa firma, dunque sono la stessa persona?
M C'entra Lavitola con la perizia su quelle firme fatta fare dal Giornale da cui si risale a suo cognato?
N C'entra Lavitola con la straordinaria coincidenza della domiciliazione delle bollette personali di suo cognato presso lo studio del dottor Walfenzao che sta dietro alle società off shore dell'immobile monegasco dove vive Giancarlo?
O C'entra Lavitola con le foto che la ritraggono in un ristorante ai Caraibi di proprietà dell'imprenditore Corallo alle cui dipendenze lavora proprio Walfenzao?
P C'entra Lavitola con i finanziamenti che Corallo ha fatto al suo ex braccio destro, deputato di Fli, Checchino Proietti (anche lui presente alla cena ai Caraibi) sui quali sta indagando la procura di Tivoli?
Q C'entra Lavitola con i tentativi di far diventare console onorario Corallo partiti dalla segreteria particolare di Massolo, già suo capo di gabinetto alla Farnesina, e ora capo dei servizi segreti?
R C'entra Lavitola con le stime (al ribasso) del valore dell'appartamento fatte dalla Chambre immobiliere monegasque che stabilì come il prezzo di vendita dell'appartamento fosse tre volte inferiore al prezzo di mercato? (Oggi sfiora i due milioni di euro...).
S C'entra Lavitola con il trattamento in guanti bianchi riservatole dalla Procura di Roma che aprì un'inchiesta per accertare se il valore dell'immobile fosse congruo e quando accertò che congruo non era, disse che non era suo compito indagare ma dei giudici civili? (Il procedimento è ancora pendente).
T C'entra Lavitola con il riguardo che le riservarono i magistrati romani iscrivendola nel registro degli indagati solo il giorno prima della sua archiviazione e preoccupandosi di non far mai trapelare la notizia dopo essersi adoperati a interrogare tutti i protagonisti dello scandalo, tutti tranne lei e suo cognato che eravate i principali attori dello scandalo? E dunque, presidente, che c'azzecca Lavitola?

L'Europa vigliacca non difese Rushdie e l'islam alzò il tiro

Alessandro Gnocchi - Dom, 30/09/2012 - 07:32

Di fronte alla fatwa contro l'autore de I versi satanici, politici e intellettuali si mostrarono troppo divisi. Ora paghiamo il conto


G li assalti alle ambasciate dopo il film satirico sul profeta e le vignette danesi. L'omicidio di Theo Van Gogh. Michel Houellebecq e Oriana Fallaci citati in tribunale per razzismo, xenofobia, vilipendio e istigazione all'odio verso l'islam.


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Cosa c'è all'origine degli atti di violenza del mondo musulmano in risposta alle manifestazioni del libero pensiero in Occidente? Quale fu l'evento che convinse gli imam di poter occupare le piazze d'Europa? Come capirono che la reazione sarebbe stata debole e che la protesta avrebbe trovato alleati anche tra le nostre «migliori» menti? Quando nacque l'accusa di «islamofobia», ottima per tappare la bocca a chiunque osi criticare l'aggressività dell'islam?

Il prologo fu la titubante reazione europea alla fatwa contro lo scrittore Salman Rushdie, condannato a morte dall'ayatollah Khomeini a causa del romanzo I versi satanici, a suo avviso blasfemo nei confronti del profeta Maometto. Almeno così mostra di pensarla Rushdie nel memoir in terza persona Joseph Anton (Mondadori, pagg. 652, euro 25). Un libro durissimo, che mette alla berlina la vigliaccheria del mondo intellettuale indotto, per paura o per stupidità, ad accettare penosi distinguo sulla libertà d'espressione. Gli stessi che abbiamo sentito riecheggiare in queste settimane.

Erano i giorni in cui le Torri gemelle sembravano eterne. Era il giorno di San Valentino del 1989. Salman Rushdie fu raggiunto dalla notizia: l'Iran aveva messo una taglia sulla sua testa. Lo scalpore suscitato dal romanzo «satanico» però era iniziato dal giorno della pubblicazione (26 settembre 1988) e c'erano già stati segnali preoccupanti. Ora però cambiava tutto. Uno Stato offriva soldi per uccidere un autore «reo» di aver scritto ciò che pensava.

L'India mise al bando il libro nell'ottobre 1988. Il parlamentare promotore dell'iniziativa ammise di non aver letto il romanzo: «Non c'è bisogno di infilarsi in uno scarico per sapere cos'è la fogna». Anche il Sudafrica prese quasi subito lo stesso provvedimento. Secondo le motivazioni ufficiali, quelle pagine erano «disgustose non soltanto per i musulmani ma per ogni lettore con valori di decenza e cultura». I versi satanici furono vietati anche in Siria, Libano, Kenya, Brunei, Tanzania, Indonesia e in tutti i Paesi arabi.

In Inghilterra furono organizzati roghi pubblici a Bradford; in altre località furono attaccate (e talvolta bruciate) le librerie che esponevano il volume. Vi furono manifestazioni simili a Parigi, New York, Oslo, in Germania, nei Paesi Bassi, in Svezia, in Australia. I politici non rimasero a guardare. Purtroppo. Jack Straw, personalità di spicco del Partito laburista, propose di estendere la legge sulla blasfemia a tutte le religioni, dichiarando illegale ogni contenuto che «offendesse il sentimento religioso».

Incredibile l'idea del collega di partito Max Madden: «Rushdie non ha fatto che accrescere le proteste contro I versi satanici rifiutando di concedere ai musulmani ogni diritto di replica». Lo scrittore doveva quindi aggiungere un capitolo finale per «permettere ai fedeli di spiegare perché l'hanno trovato offensivo». L'arcivescovo di Canterbury, Robert Runcie, disse invece di «capire i sentimenti dei musulmani».

Nel febbraio 1989, il PEN American Center guidato da Susan Sontag organizzò un convegno in supporto di Rushdie. Parteciparono, tra gli altri, Norman Mailer, Don DeLillo, Larry McMurtry. Come si venne a sapere, all'inizio alcuni cercarono scuse per «bucare» l'appuntamento. Arthur Miller spiegò che il suo ebraismo avrebbe potuto giocare un ruolo controproducente. In Africa, il Nobel per la letteratura egiziano Nagib Mahfuz si schierò in favore de I versi satanici prima di scivolare nel campo avverso:

«Rushdie non ha il diritto di insultare nessuno, in particolar modo il profeta o qualsiasi cosa venga considerata sacra». Nel 1994 fu comunque pugnalato da un fondamentalista a causa del suo romanzo Il rione dei ragazzi, anteriore a I versi satanici e ora considerato anch'esso blasfemo. Road Dahl, famosissimo autore di racconti per ragazzi, dichiarò ai giornali: «Rushdie è un pericoloso opportunista».

George Steiner, uno dei più rispettati intellettuali europei, si espose: «Rushdie ha fatto in modo di creare un sacco di problemi». Kingsley Amis commentò: «Se vai in cerca di guai, non puoi lamentarti quando li trovi». John Le Carré definì Rushdie un «cretino» prima di lanciarsi in un'aperta polemica contro lo scrittore rivale. Pontificò: «Non esiste una legge di natura o dello Stato secondo la quale le grandi religioni possono essere insultate impunemente». E aggiunse che la maggior preoccupazione di Rushdie erano i «diritti d'autore».

Yusuf Islam, prima della conversione conosciuto come il melenso cantante Cat Stevens, si offrì di organizzare gli squadroni della morte per eseguire la condanna. Jacques Derrida, rispondendo in pubblico a Rushdie, sostenne che la rabbia dell'islam scaturiva dai mali dell'Occidente. L'Indipendent commemorò uno degli anniversari della fatwa con un editoriale in cui Yasmin Alibhai-Brown scriveva: «Se non fosse stato per quel fatidico 14 febbraio 1989, il mondo si sarebbe precipitato, senza alcun ostacolo, alla conquista dell'inalienabile diritto a indossare i jeans e a mangiare gli hamburger di McDonalds».

Poiché la fatwa condannava anche editori e traduttori, i tedeschi Kiepenheuer & Witsch cancellarono il contratto e tentarono di addebitare a Rushdie le spese per la sicurezza. Alla fine in Germania, Spagna e altri Paesi, il romanzo fu pubblicato da un consorzio di editori e privati. In Francia Christian Bourgois continuò a posticipare l'uscita finché le critiche dei giornali non lo convinsero a rompere gli indugi. «In Italia si comportarono da eroi» scrive Rushdie. La proprietà (Fininvest, Cir ed eredi Mondadori) era molto indecisa ma alla fine si affidò completamente alla direzione editoriale di Segrate, a Giancarlo Bonacina in particolare, che non ebbe dubbi. Anche la pubblicazione del tascabile fu travagliata. L'editore Viking non ne volle sapere e rinunciò ai diritti.

 Inizialmente fu stampato negli Usa a spese di Rushdie, supportato in via informale da alcuni editori, e quindi esportato nel Regno Unito. L'editore Rupert Murdoch disse al New Yorker: «Penso che non si debba mancare di rispetto al credo religioso di nessuno. Per esempio, spero bene che a nessuno dei nostri sia mai venuto in mente di pubblicare il libro di Salman Rushdie» (ironicamente Murdoch non sapeva che proprio una casa editrice del suo gruppo aveva offerto l'anticipo più alto, rifiutato dall'agente letterario Andrew Wylie, convinto che Rushdie non avrebbe trovato il giusto supporto). L'editore norvegese William Nygaard fu ferito da tre proiettili. Il traduttore italiano Ettore Capriolo fu accoltellato. Quello giapponese, Hitoshi Igarashi, fu ucciso.

Naturalmente, la maggioranza delle voci occidentali si schierò in favore di Rushdie. E così fecero quasi tutti i politici, senza ottenere risultati concreti perché l'Iran non ha ritirato la fatwa. Nonostante i numerosi uomini di buona volontà, all'epoca si videro le prime incrinature della fiducia nel nostro sistema di vita libero, moderno, capitalistico: oggi sono crepe molto evidenti. I fondamentalisti, sempre più intolleranti, se ne sono accorti, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi. Resta un'ultima domanda, la più importante, alla quale Rushdie dà risposta negativa: oggi sarebbe possibile pubblicare un romanzo come I versi satanici?

Presidente della Camera e 007 Scatta l'indagine del Copasir

Gian Marco Chiocci Simone Di Meo - Dom, 30/09/2012 - 07:07

I rapporti non autorizzati di Fini con gli agenti segreti. Bocchino allora parlava di "servizi deviati" ma ora si scopre che le informazioni arrivarono solo ai futuristi


Per Gianfranco Fini, la casa di Montecarlo è come il drappo rosso mosso davanti al muso del toro.


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Quando ne parla, perde il controllo e va a ruota libera. Scalcia. Carica a testa bassa. Spesso però finisce per pronunciare una parola in più del necessario, com'è accaduto venerdì sera a Otto e mezzo, quando ha rivelato che una barbafinta gli avrebbe soffiato all'orecchio che il documento del governo di Saint Lucia sulla casa di Montecarlo era un falso. Del pericoloso scivolone, Gianfranco dev'essersene accorto subito, tant'è che ha poi cercato di ridimensionare la «bomba», ma inutilmente.

Il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti ha deciso di indagare sulle sue dichiarazioni. Perché si muova il Copasir è facile intuirlo: i rapporti con le agenzie di intelligence e sicurezza sono di esclusiva competenza della presidenza del Consiglio, che li cura direttamente o attraverso l'autorità delegata (solitamente un sottosegretario o un viceministro). La legge che ha ridisegnato i rapporti tra Servizi segreti e politica (la 124/2007) sul punto è assai chiara: la norma non prevede in alcun modo che, a livello operativo, altre cariche istituzionali – né la presidenza della Camera, né quella del Senato, né singoli ministeri – possano mantenere canali aperti con gli 007.

Dunque, Fini da chi ha ricevuto la «soffiata»? A quale titolo poi Italo Bocchino ne ha fatto menzione in tv? Perché, per sapere dove andasse a parare una inchiesta giornalistica sulla sua famiglia e sul patrimonio immobiliare del suo ex partito, Fini ha interessato addirittura «qualche amico» dell'intelligence o, comunque, non ha impedito che se ne occupasse? Domande che il Copasir, nei prossimi giorni, rivolgerà al presidente della Camera con una lettera ufficiale, in vista di una eventuale convocazione. Probabilmente, nella foga di manganellare Berlusconi con la sgrammaticata e delirante lettera di Lavitola, per liberarsi del fantasma della contessa Colleoni che da due anni lo perseguita,

Fini deve aver dimenticato quel minimo di precauzione che il ruolo e l'esperienza gli imporrebbero. E non solo perché, con quanto detto in tv, Fini ammette di essere a conoscenza che, durante l'estate di Montecarlo, c'è stato un singolo o un gruppo di soggetti, appartenenti ai servizi segreti, che hanno violato la legge, scavalcando il premier, per riferire a lui fatti e indiscrezioni relativi a uno scandalo che non aveva nulla a che vedere con i compiti d'istituto delle agenzie di intelligence; ma anche e soprattutto perché demolisce, con una sola carica di tritolo, le acrobazie fatte dai colonnelli di Fli per convincere, con risultati assai scarsi, a dire il vero – l'opinione pubblica che l'inchiesta sulla casa di Montecarlo fosse manovrata dai servizi segreti, controllati – guarda caso – da Berlusconi.

Ora che gli 007 li tira in ballo lui come suoi «alleati» (signor presidente, ma li possiamo chiamare «deviati» o no questi suoi amici dell'intelligence?) che cosa diranno i vari Briguglio e Bocchino che hanno denunciato in Parlamento di essere stati pedinati e spiati dalle barbefinte sguinzagliate dal Cav (quando, in realtà, proprio Bocchino è stato fotografato in amichevole compagnia di un alto funzionario del Sismi sotto processo per il rapimento di Abu Omar)? Che cosa s'inventeranno ora?

D'altronde, l'inventiva non manca: per instillare il dubbio che dietro l'inchiesta sulla casa di Montecarlo ci fosse la mano di James Bond, Briguglio arrivò addirittura a consultare l'albero genealogico di un giornalista di questo quotidiano, autore di alcuni articoli su Fini e l'appartamento di Giancarlino, per chiedere conferma se fosse parente di un ex direttore del Sisde. Tutta fatica sprecata. Per sapere con chi parlassero i servizi – che, in questa storia, ci entrano la prima volta con un lancio d'agenzia del Velino, seccamente smentito dal Dipartimento per l'informazione – bastava chiamare il Capo.

Fiorito? Non è una novità: con Marrazzo governatore 200mila euro a consigliere

Paolo Bracalini - Dom, 30/09/2012 - 07:03

Nel Lazio in mano al centrosinistra 14 milioni a disposizione dell'aula. L'ex assessore Michelangeli: "Sistema accettato, hanno mangiato tutti"


Roma«Allora il presidente Marrazzo mi chiamò nel suo ufficio e mi disse: se non ritiri quella interrogazione sei fuori.


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E me lo ribadì in pieno consiglio quando la mia capogruppo prese la parola». Fuori, cioè, dalla giunta Marrazzo, dove Mario Michelangeli faceva l'assessore in quota Comunisti italiani. L'interrogazione, che poi sarebbe costata il posto a Michelangeli, denunciava un «sistema Fiorito» ante Fiorito.

Nel Lazio governato dal centrosinistra, dal 2005 al 2010, non c'era il sistema dei fondi senza controllo ai gruppi introdotto poi sotto la presidenza Polverini, ma la cosiddetta «manovra d'aula», cioè più di 14 milioni di euro (nel 2006) presi dal bilancio regionale, da distribuire ai consiglieri, che a loro volta li usavano per finanziare associazioni sul territorio (elettorale, ovviamente). Un meccanismo molto simile nella sostanza a quello dei Fiorito's, e incredibilmente anche nelle cifre: 200mila euro a consigliere. «Adesso è esploso il marcio, ma il sistema era stato accettato anche dal centrosinistra, che ha partecipato al banchetto.

Un sistema clientelare in piena regola, con l'attribuzione di milioni di euro ad associazioni amiche, senza un bando, senza alcun controllo» racconta Michelangeli. Non stupisce che dietro molti dei soggetti beneficiari dei soldi, ci fossero spesso gli stessi consiglieri che li assegnavano. «Noi denunciammo il milione di euro dato ad una associazione Italia Amazzonia, dietro cui si sapeva che c'erano un consigliere del Pd e uno dei Verdi».

Poi un'altra associazione culturale, guidata da un consigliere del Lazio, destinataria di fondi grazie alla manovra d'aula. «Nelle tabelle e nelle pieghe di bilancio abbiamo trovato che ogni consigliere aveva la sua associazione a cui dava dei soldi». Nella tabella con le mance elettorali allegata alla finanziaria laziale del 2007, si contano la bellezza di 679 finanziamenti, piccoli (5.000 euro) al grandi (130mila euro), tutti ad associazioni culturali locali, spesso con giustificativi molto vaghi («iniziative culturali», «finalità sportive») o di puro e semplice «sostegno all'attività dell'associazione».

Dentro c'è veramente di tutto: dai 40mila euro per la manifestazione «Cicoria bella e buona», ai 150mila euro all'associazione romana «Arte in soffitta» per un «villaggio artistico itinerante», dai 15mila per «i pongisti del tennistavolo Arpino» ai 10mila per il progetto «Benefici e potenzialità del Tae kwon do», o 10mila per le partite di «Lazio scacchi». Ci sono 65mila euro in favore di un cooperativa romana per la promozione del giardinaggio, 5mila euro per studiare «l'araldica nell'Agropontino», decine e decine di fondi per sagre varie, estati musicali di paesi, associazioni sportive, soldi al Football Club Borgo Carso o allo spettacolo di danza «Mai e poi mai», 8mila euro ad una associazione di Palestrina per «Iniziative di conoscenza e solidarietà con l'Africa». Un bancomat coi soldi regionali, costato alla fine di quell'anno 14.200.000 euro.

«A seguito di quella battaglia e dell'intervento dei magistrati, l'anno dopo si fecero dei bandi per l'assegnazione dei fondi. Ma il meccanismo clientelare è subito tornato con i soldi ai gruppi consiliari». Nel frattempo, a Michelangeli quella mossa era costata il posto. Non nel 2007, perché il governo Prodi aveva numeri traballanti in Senato e uno scontro, in Regione Lazio, con il Pdci (alleato di governo) avrebbe creato problemi. Ma Marrazzo se l'era probabilmente legata al dito. Bastò aspettare il 2008, con la vittoria del centrodestra, per far fuori Michelangeli. «Mi venne proposto di diventare presidente di una società partecipata dalla Regione, per far spazio ad un altro del Pdci. Non accettati, uscimmo dalla giunta». Subito rimpiazzati dall'Idv.

Rimborsi chilometrici, un salasso da 1,3 milioni l'anno

Gabriele Villa - Dom, 30/09/2012 - 08:42

Come fare 7 km per andare a lavorare e ricevere un rimborso chilometrico forfetta­rio semestrale di 17.453,33 euro. Miracoli del­la politica "pulita", quella della Regione Emi­lia- Romagna, notoriamente immune dalle tentazioni delle ruberie e delle malversazio­ni


Come fare 7 km per andare a «lavorare» e ricevere un rimborso chilometrico forfetta­rio semestrale di 17.453,33 euro.


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Miracoli del­la politica «pulita», quella della Regione Emi­lia- Romagna, notoriamente immune dalle tentazioni delle ruberie e delle malversazio­ni. E quello,meglio ancora,dell’antipolitica, la stessa di cui sono fatti vessilliferi i grillini, duri e puri della pulizia e dell’onestà al pote­re, come ancora un po’ ingenuamente sogna­no molti italiani.
L’esempio che prendiamo in prestito (quindi niente di personale) perché illumi­nante è quello di Giovanni Favia consigliere regionale che, per partecipare ai lavori del­l’assemblea regionale ha regolarmente per­corso i sette chilometri che separano la casa dove abita dalla sede lavorativa.

Ha segnato quindi sulla sua nota spese altrettanto rego­larmente sette chilometri, li ha altrettanto re­golarmente moltiplicati per il rimborso chi­lometrico, stabilito dalla Regione Emilia in base all’articolo 6 della Legge regionale del 10 maggio 2010, per un totale quindi di 4 euro e 27 centesimi. Per il perverso meccanismo che anche l’integerrima Emilia-Romagna ha adottato e adottava senza troppi scrupoli, quella modestissima, insignificante cifra si è trasformata nella stessa percepita, per intan­gibile diritto di casta, da tutti, quale che fosse il chilometraggio. Risultato? Un esborso tota­le «forfettario» da parte della Regione di 1.343.913,27 euro (di cui 854.242,97 euro moltiplicando il rimborso di 17.433,53 per ognuno dei 49 consiglie­ri) per una vera e pro­pria stortura del siste­ma.

Una deviazione del­la logica che dato che «accudiva» e foraggiava in parti uguali tutti i con­siglieri regionali e che, come tale, non poteva non essere conosciuta non solo dai grillini ma anche da Bersani e dai suoi fedelissimi, sem­pre i­n prima fila a riven­dicare la correttezza e la trasparenza di una re­gione, che a volte, ma solo a volte per carità, diventa ancora più rossa per la vergogna. Non solo, ma anche per questo motivo ver­rà affidata la prossima settimana la delega della Procura di Bologna al pool di investiga­tori della Guardia di Finanza che si occupe­ranno, insieme con i pm Morena Plazzi e An­tonella Scandellari, dell’inchiesta conosciti­va sull’uso dei fondi pubblici in dotazione ai gruppi in Regione Emilia-Romagna.

Al mo­mento l’accertamento è senza titolo di reato ma è certo che l’inchiesta si occuperà anche dei rimborsi chilometrici, considerato che c’è già un consigliere regionale imputato:Al­berto Vecchi (Pdl), accusato di truffa aggra­vata ai danni della Regione per 85mila euro di rimborsi ottenuti, stando all’accusa, di­chiarando una falsa residenza. Il processo è già arrivato davanti al gup Bruno Perla per l’udienza preliminare,ma c’è stato un primo rinvio e a ottobre dovrebbe proseguire. L’anomalia nell’anomalia sta nel fatto che proprio i due consiglieri regionali del Movi­mento 5 stelle Giovanni Favia e Andrea De Franceschi, in una loro «risoluzione» del 23 marzo 2011 avevano de­nunciato che «il nuovo sistema dei rimborsi chilometrici non ci fa ri­sparmiare praticamen­te nulla, è un vero e pro­prio trucco da bisca di cui a farne le spese sono i cittadini.

Con una deli­bera del 1­marzo ci han­no aumentato il rimbor­so al chilometro da 0,61 euro fino a 0,81: cioè, per le tabelle Aci, abbia­mo tutti una fuoriserie. Certo, abbiamo ridotto il massimo delle pre­senze: sono scese da 16 a 12, ma almeno sono certificate con timbratura. Quindi stiamo premiando i consiglieri che vengono meno: con 12 presenze incamerano lo stesso che prima prendevano venendo 16 volte. Inoltre il sistema contempla solo i viaggi in auto.

Quindi chi viene in treno riceve parecchi eu­ro in più ad ogni viaggio: un consigliere di Pia­cenza, ad esempio. La nostra proposta è quel­la di vincolare il rimborso all’automobile re­almente posseduta ed eliminare i rimborsi forfettari, che chiunque di noi riceve a pre­scindere dall’attività politica svolta. Noi chie­diamo che siano rimborsate solo le spese re­almente sostenute e documentate per l’atti­vità consiliare. È un principio di giustizia ba­silare ». Insomma, tutti - compreso il Pd- sa­pevano che l’Emilia spendeva troppi soldi per i rimborsi. Se ne fossero accorti prima...

Regione Lazio, quei 220 vitalizi che costano 16 milioni l’anno

Il Messaggero
di Mauro Evangelisti


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ROMA - LA REGIONE Lazio spende ogni anno oltre 16 milioni di euro per pagare i vitalizi ai 220 ex presidenti, assessori e consiglieri che ne hanno diritto e che hanno cominciato a beneficiarne appena hanno compiuto i 50 anni (55 se si vuole evitare una piccola decurtazione). Pensare che anche Franco Fiorito and company possano godere dello stesso privilegio sta scatenando non poche perplessità e sono in molti a chiedere che s’intervenga per evitare quest’ultima perla. Ieri la Fds (il segretario nazionale di Rifondazione Paolo Ferrero, i membri della Pisana Ivano Peduzzi e Fabio Nobile e il segretario regionale Loredana Fraleone), hanno presentato alla Corte d’Appello oltre 50 mila firme per indire due referendum popolari per abrogare i vitalizi e risparmiare così almeno 4,5 milioni di euro l’anno.

Sempre ieri il professor Valerio Onida, già presidente della Corte costituzionale, ha spiegato sul Messaggero che è possibile abolire i vitalizi anche per il consiglio regionale del Lazio in carica: «Il consiglio uscente dovrebbe ritenere necessario e urgente correggere con una nuova legge l’errore politico che ha compiuto prevedendo il vitalizio a quelle condizioni».

In sintesi: tutti i consiglieri dovrebbero avere un sussulto di dignità, alla luce della fine ingloriosa della legislatura e degli sprechi (oltre a ruberie vere e proprie) emersi, riunirsi e votare la legge. C’è solo un piccolo problema: il federale di Anagni, Franco Fiorito, l’ex capogruppo del Pdl che scorazzava su un Suv da 88 mila euro pagato con i soldi nostri, non perderebbe il diritto al vitalizio, in quanto ha già fatto il consigliere regionale dal 2005 al 2010. Però si potrebbe intervenire sull’età, perché pensare che a 50 anni scatti il privilegio è a dir poco irritante.

Oggi Fiorito è un allegro quarantenne (per la precisione ha 41 anni), tra meno di un decennio potrà incassare, per tutta la vita, un assegno fra i 3 e i 4 mila euro netti mensili. Ieri gli avvocati del gruppo del Pdl hanno chiesto a Fiorito la restituzione delle due auto acquistate.
 
Ma davvero è possibile che in un consiglio regionale dove il partito più grande, il Pdl, è impegnato in una faida senza fine, ci sia l’intenzione di intervenire? Spiega Rocco Berardo, dei Radicali, che insieme a Giuseppe Rossodivita si era battuto contro vitalizi e fondi ai gruppi consiliari: «Bisogna intervenire ed è possibile farlo. Lo abbiamo ribadito anche in una conferenza stampa con Emma Bonino. Dopo lo scandalo, il consiglio regionale del Lazio, in questo ultimo tassello di legislatura, dovrebbe riunirsi per approvare tre misure: anagrafe pubblica degli eletti, l'abrogazione della legge sui contributi economici ai gruppi. E, appunto, l'abolizione dei vitalizi con la riforma del sistema previdenziale.
 
Anche perché il voto del dicembre del 2011 in cui il consiglio regionale abolì i vitalizi per la prossima legislatura rischia di essere un buco nell’acqua». Ciò che avvenne pochi giorni prima di Natale dell’anno scorso ben faceva presagire la fine ingloriosa del Lazio: con la scusa di abolire i vitalizi per la legislatura successiva (tenendosi ben stretti, dunque, i privilegi per quella in corso), l’assegno da incassare a 50 anni fu esteso anche ai 14 assessori esterni.

In pratica, fu aumentata del 20 per cento, tutta in una volta, la platea di coloro che avrebbero potuto usufruire del bonus del vitalizio (secondo un calcolo dei Radicali questa decisione costerà un milione di euro in più all’anno al Lazio). Un bel regalo di Natale. «Ma c’è di più - ricorda Berardo - anche l’abolizione dei vitalizi per il futuro è tutta da dimostrare. Il provvedimento prevede che comunque sia poi varata una legge di riforma del sistema previdenziale per i consiglieri regionali. Quella legge, però, non è mai stata approvata. Dunque, ad oggi è in vigore il vecchio sistema anche per chi sarà eletto nella prossima legislatura. Bel risultato».
 
Va ricordato che mentre si salvavano i vitalizi per i consiglieri in carica e li si estendevano anche agli assessori esterni, veniva aumentato il bollo dell’auto, l’aliquota Irpef (conseguenza delle misure del governo ma anche del debito sanitario) è tra le più alte, si tagliavano 2.800 posti letto negli ospedali. Allora Franco Fiorito - a cui con lungimiranza fu data la presidenza della commissione bilancio che vale un piccolo jolly da 1.500 euro mensili - spiegò a chi gli rimproverava che i consiglieri regionali non facevano alcun sacrificio: «Non è vero, ci hanno ridotto i soldi per comprare i giornali». E forse dopo avere rilasciato questa dichiarazione se ne andò a bordo del Suv da 88 mila euro comprato con i soldi del gruppo (vale a dire con i soldi di tutti i cittadini del Lazio).


Domenica 30 Settembre 2012 - 09:08

Primo in rimborsi (e assenze) «Vado a tre sagre al giorno»

Corriere della sera

Il piemontese Boniperti: non sono Fiorito, regalo soldi

Il consigliere regionale del Piemonte Roberto BonipertiIl consigliere regionale del Piemonte Roberto Boniperti

NOVARA - Il tapinaccio è sempre in agguato. Egli cerca lavoro, chiede soldi, assilla con i suoi problemi. «Crede che io sia una agenzia di collocamento, pensi un po' che gente». È per questo che Roberto Boniperti non risponde mai al telefonino quando vede apparire numeri sconosciuti, per sventare la costante minaccia del «tapinaccio», come lo chiama lui. Dopo innumerevoli tentativi a vuoto, il sofisticato sistema di sbarramento anti-tapini viene aggirato con un sms di presentazione, e il consigliere piemontese in moto perpetuo fissa l'appuntamento per parlare dei suoi rimborsi agostani, 22 nel mese in cui la Regione è chiusa per ferie. Uno per ogni giorno non coperto dall'indennità fissa, che prevede una settimana garantita a 122 euro netti, anche se si resta a casa.

Nel 2009 arrivò 63° su sessantacinque consiglieri nella classifica delle presenze. «Anno sfortunato: mi hanno fatto passare per assenteista ma sono stato a casa solo un mese per assistere il papà. Non mi sembrava serio farmi vedere solo per firmare il foglio presenze. Guardi che io non sono il Fiorito del Nord. Vuole le prove? Così, a memoria: san Rocco è il patrono di Vicolungo, san Sereno è quello di Biandrate, quest'anno lo abbiamo festeggiato vicino al nuovo centro dell'Esselunga». Segue lungo elenco di santi e sagre paesane. «Caro mio, bisogna saperle le cose. Guardi nel bagagliaio della mia Audi, cosa vede?». Due paia di scarpe, due completi giacca pantalone di diverso colore, due maglioni. «Appunto.

Non è mica facile fare la mia vita. Io mi muovo, in estate anche tre eventi al giorno. Magari da una parte del lago d'Orta c'è il sole, dall'altra piove. Bisogna essere preparati. E io, modestamente, lo sono». Roberto Boniperti, classe 1962, parla, si muove e si veste come Ezio Greggio negli anni Ottanta. Sembra un reperto storico della Milano da bere, ma nasce assicuratore in un paese a pochi chilometri da Novara. «Tutta la vita a combattere il razzismo dei torinesi che ci considerano dei lombardi. I miei problemi nascono da questa discriminazione». Il destino da commesso viaggiatore della politica non è stato una scelta consapevole, ma un esilio. «Mi dipingete come un mostro per la faccenda dei rimborsi, dei 40.000 dichiarati in un anno. Si metta nei miei panni: una volta arrivati a Torino tutti i miei colleghi hanno avuto un posticino, la vicepresidenza di una commissione, un assessorato. Io nulla, nisba, due di picche. Sono un peperino, dico sempre le cose come stanno. E quindi il Pdl mi ha tagliato fuori».

A quel punto c'è solo la strada su cui può contare, la strada è l'unica salvezza, come cantava Giorgio Gaber. «Non lo conosco, ma sembra l'abbia scritta per me. Sono stato obbligato a mettermi in mezzo alla gente. A partire e correre, correre, per crearmi una rete di persone mie. Agosto è il mese delle feste patronali: piatto ricco mi ci ficco». Le polizze sono ormai un ricordo da evocare con nostalgia. «Passo nella mia bella agenzia una volta al massimo alla settimana, ma sono sempre connesso, si capisce».
Boniperti entra in politica nel 1995, candidato alle provinciali di Novara con Alleanza nazionale.

Da allora non ne esce più. «Io sono un tipo very professional, mi applico a palla, anche se nessuno ha mai creduto in me, per ragioni che mi sfuggono» Il paragone con il celeberrimo Fiorito non sta in piedi. Se il prototipo originale è grosso, lento, lui risulta sottile e veloce. Qualche affinità persiste invece a livello ideologico. Il Batman di Anagni sogna di essere il federale del suo borgo, Boniperti annovera un nonno che lo fu per davvero. Si illumina quando parla di Giorgio Almirante: «Il più grande politico della storia italiana, dubbi zero».

È stata dura, ci è voluto del tempo, ma anche Boniperti ha trovato qualcuno disposto a credere in lui. Da qualche mese è vicepresidente del Consiglio regionale. I rimborsi del 2012, garantisce, saranno per forza di cose meno elevati dei 37.000 euro percepiti lo scorso anno. La mistica della strada riemerge solo nei festivi, come oggi, inaugurazione della biblioteca di Ponio, seguirà premiazione al concorso di poesia a Pella, sempre dalle parti del lago d'Orta. Dice che a differenza di Fiorito, lui vive del suo. I 164 mila euro all'anno dello stipendio da consigliere regionale se ne vanno tutti in politica.

Alla levata d'orgoglio si aggiunge però un problema di contabilità.  «Purtroppo la mia attività è fatta di spese non dimostrabili. Stare in mezzo alla gente ha i suoi costi». Il suo papà gli mostrava spesso le foto dei bambini «neri», nel senso della pelle. «A te ti abbiamo trovato nero, mi diceva, poi ti abbiamo dato una bella lucidata. Capito il senso?». Urge spiegazione della parabola familiare. «Sono sempre a tirare fuori soldi per dare qualcosa al tapinaccio di turno. Mi creda, è un assedio. Quello si avvicina, la mena che non ha più il lavoro. Io mi faccio prendere la mano, e sgancio. Mica posso fargli lo scontrino». I magistrati cattivi sono avvisati: colpa del tapinaccio.

Marco Imarisio
30 settembre 2012 | 9:11

Se i ragazzi in fila per l'iPhone sono i nuovi nemici del popolo

Giuseppe Marino - Dom, 30/09/2012 - 07:21

Sul web coperti di insulti: "Rovina dell'Italia". E la Rai li paragona ai coetanei spagnoli che "invece lottano in piazza". Ma ignora le code alla Apple di Madrid


Migliaia di persone sono rimaste in coda tutta la notte davanti alle Feltrinelli per accaparrarsi una copia calda di stampa dell'ultimo agile tomo di semiotica di Umberto Eco.


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Non è vero, ma c'è una fetta d'Italia che sogna di svegliarsi la mattina e leggere una notizia di questo tenore sui giornali. Solo a questa condizione sarebbero finalmente fieri di essere italiani.
Appartengono a quel popolo di sociologi tutto-a-un-euro (perché tanto valgono le loro riflessioni) che hanno trovato nella Rete e nei social network una nuova patria. Una volta pontificavano sull'autobus e il rumore del motore copriva la loro voce quel tanto che bastava. E al limite si poteva sempre cambiar posto.

Con Facebook e Twitter finalmente possono sfogarsi senza essere interrotti dagli sbadigli. Ieri il vivace acume di questi instancabili osservatori si è appuntato sulle consuete code davanti ai negozi Apple per mettere le mani sui primi iPhone5 messi in vendita. Contro questo fenomeno, peraltro già visto almeno 5 volte (visto che si è ripetuto per l'iPhone 4,3,2, ecc....) si è scagliata la condanna senza appello dall'insulso tribunale di internet. «Sono sconvolta, spendono quanto lo stipendio di un operaio medio con figli», sbotta una su Facebook, e giù gli altri compagni di sconvolgimento facile, ciascuno con il suo carattere.

Il politico: «Sono sconvolta anch'io, pensavo che il vento fosse cambiato, ma questo mi ha fatto capire che il berlusconismo è nel Dna degli italiani». L'esistenziale: «Io mi impegno ogni giorno per restare umano, questi non lo farebbero mai». Il nazionalista: «Non sono italiani come me, io me ne sbatto della tecnologia» (avrà spedito il suo messaggio su Facebook con un piccione viaggiatore). E infine il serial killer: «Questa gentaglia andrebbe eliminata». Dunque chi vuole un telefonino Apple per costoro è: 1) Nemico del popolo e degli operai; 2) Berlusconiano (ditelo a Vendola che ha diffuso con una app per iPhone il suo libro L'Italia migliore); 3) Anti italiano; 4) Meritevole di genocidio.

Del resto a suggerire l'assist a questi sagaci commentatori ci aveva pensato la trasmissione di Raidue Ultima parola, che ha additato al pubblico livore gli appassionati di iPhone paragonandoli agli indignados. Il messaggio della trasmissione condotta da Gianluigi Paragone: i giovani italiani fanno la fila per l'iPhone, quelli spagnoli lottano in piazza per il proprio futuro. Un concetto che ieri per tutto il giorno è rimbalzato su Twitter provocando la definitiva condanna a morte degli Apple-maniaci. Un vecchio spot recitava «chi Vespa mangia la mela». Oggi va rivisto: «Chi Mela (morsicata) è la rovina d'Italia».Inutile segnalare ai fan di Ultima Parola le foto degli spagnoli in coda per l'iPhone a Madrid (oltretutto sotto la pioggia e ben più colpiti di noi

da crisi e disoccupazione) e l'articolo di El Pais dal titolo inequivocabile: «Colas para comprar iPhone Apple». Inutile, perché tanto sono gli stessi che prima scorgevano il male d'Italia nelle aspiranti veline, poi nei partecipanti al Grande fratello. E prima era tutta colpa dei fan dei Backstreet Boys o dei Duran Duran. Ma davvero sono diversi e peggiori da chi fa la coda per un autografo di Nanni Moretti? In fondo, entrambi partecipano a un rito collettivo, di certo consumista e difficile da condividere, il cui vero senso però è incontrare chi condivide la stessa passione, colta o meno, poter dire «io c'ero».
Gente che non merita un premio, forse. Ma nemmeno il plotone d'esecuzione.

Spunta una seconda Gioconda: a Ginevra una versione giovanile della Monna Lisa

Il Messaggero
di Tullio Pollini


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GINEVRA - Una Gioconda più giovane e sorridente della celebre versione del Louvre, antecedente di circa dieci anni l’enigmatico capolavoro di Leonardo da Vinci, è stata presentata a Ginevra dalla Mona Lisa Foundation, la fondazione alla quale i proprietari (un consorzio internazionale che vuole restare anonimo) hanno affidato il quadro perchè venisse studiato. Si tratta dell’opera incompiuta nota come Isleworth Monna Lisa, che dopo 35 anni di ricerche e una complessa serie di test scientifici è stata attribuita all’artista-scienziato per antonomasia del Rinascimento e datata tra il 1503 e il 1505.
 
La Fondazione, che ha sede a Zurigo, è arrivata all’attribuzione sulla base di prove storiche, comparative e scientifiche. La postura, la posizione delle mani giunte, il volto e l’abbigliamento delle due Gioconde sono simili, mentre il paesaggio sullo sfondo è diverso: vi compaiono infatti delle colonne.

Gli esperti della Fondazione, tra cui il socio fondatore e storico dell’arte Stanley Feldman, sostengono che la gentildonna raffigurata sarebbe collocata esattamente nella stessa posizione della «sorella maggiore» del Louvre. La Fondazione fa riferimento a diverse fonti, fra cui una citazione del Vasari, per affermare che Leonardo avrebbe dipinto due versioni della Monna Lisa: quella del 1503, commissionata da Francesco del Giocondo e forse incompleta; e quella del 1517 realizzata per Giuliano de Medici, che ritrae la stessa persona a distanza di anni.

Il gruppo di specialisti della Mona Lisa Foundation cita anche le ricerche del professor Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale Leonardo di Vinci (Firenze), che a Ginevra ha parlato dei risultati dei suoi studi insieme a Carlo Pedretti, direttore dell’Armand Hammer Center for Leonardo Studies presso l’Università della California.

La Isleworth Monna Lisa fu scoperta nel 1914 dal collezionista britannico Hugh Blaker che l’aveva acquistata da un aristocratico. Custodito per decenni nella sua casa di Isleworth, un sobborgo di Londra, il controverso dipinto fu venduto nel 1962 al collezionista americano Henry F. Pulitzer. Il quadro, conservato da 40 anni nel caveau di una banca a Zurigo, è più grande dell’originale. La Isleworth Mona Lisa, ha detto Vezzosi, è «un’opera importante che merita rispetto e considerazione; come merita rispetto la convinzione che la Gioconda del Louvre e questa Mona Lisa Isleworth ritraggano la stessa persona a distanza di anni: è una possibilità avvincente, un’ipotesi di lavoro da discutere nel confronto tra studiosi che la stessa Fondazione sta promuovendo».

Scettico sull’attribuzione si è detto invece Martin Kemp, professore dell’Università di Oxford, tra i maggiori studiosi di Leonardo: «Non c’è alcun fondamento alla base di questa attribuzione, a partire dal fatto che questa presunta Monna Lisa è dipinta su tela e non su tavola», ricordando poi che esistono differenze evidenti fra le due opere, a partire dal modo in cui sono dipinti i capelli, le mani, il vestito e lo sfondo.

Ginevra, scoperta una seconda Monna Lisa



Sabato 29 Settembre 2012 - 12:24

Legato per 82 ore muore, un video riapre il caso

Corriere della sera

La vicenda di Franco Mastrogiovanni, maestro sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio nel 2009 nel salernitano

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Il 4 agosto 2009, il maestro elementare Franco Mastrogiovanni muore in circostanze poco chiare nel reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania (Salerno) dove era stato ricoverato quattro giorni prima per un trattamento sanitario obbligatorio (Tso). Dalla vicenda scaturì un'inchiesta: i magistrati sospettano che l'insegnante sia morto in seguito a contenzione farmacologica e fisica durata oltre ottanta ore.

LA VICENDA - Ora si torna a parlare del caso grazie a un video che il settimanale «l'Espresso», in collaborazione con l'associazione «A buon diritto» di Luigi Manconi e con l'accordo dei familiari di Mastrogiovanni, mostra sul proprio sito: si tratta del filmato integrale registrato dalle telecamere di sorveglianza all'ospedale San Luca. «Dopo tre anni - afferma Manconi - la famiglia di Mastrogiovanni ha deciso, con grandezza civile, che il suo dolore intimo diventi pubblico affinché‚ la crocifissione del loro congiunto non si ripeta».

«Il video, terribile documento di un delitto - spiega una nota dell'Espresso - è partito venerdì 28 settembre alle 12.32, lo stesso orario in cui, nel luglio di tre anni fa, Mastrogiovanni è entrato nel reparto psichiatria del San Luca. La trasmissione si concluderà la mattina di martedì 2 ottobre, quando il pubblico ministero del tribunale di Vallo della Lucania, Renato Martuscelli, incomincerà la requisitoria del processo contro sei medici e dodici infermieri del San Luca accusati di sequestro di persona, falso in atto pubblico e morte come conseguenza di altro reato».

Redazione Online29 settembre 2012 | 15:16

Facebook in ufficio: licenziata

Corriere della sera

Padova, chattava oltre l’orario di lavoro e anche di sabato. Decisivo il calo di rendimento. Il legale: è la frontiera delle dispute tra dipendenti e imprese


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VENEZIA — Per un po’ era sembrata a tutti la dipendente ideale. Inchiodata al pc anche di sera ben oltre l’orario di lavoro, la si vedeva spesso in ufficio anche al sabato mattina, a ditta chiusa. Con l’andare dei mesi si è scoperto invece che, più che ideale, la ragazza era sì dipendete ma da social network. «Facebook su tutti ma non solo», spiega Patrizio Bernardo, legale di diritto del lavoro, doppio studio a Padova e Milano, che ha seguito il caso per conto dell’impresa. Com’è finita? Che la ragazza, trentenne, funzioni e responsabilità di livello medio-alto all’interno di un’azienda commerciale del Padovano piuttosto importante, è stata licenziata. «Il problema con la dipendente - spiega l’avvocato Bernardo - è emerso nel 2011. Abbiamo transato quest’anno, pochi mesi fa». Azienda e impiegata, in pratica, si sono accordate e alla donna è stata riconosciuta una sorta di buona uscita, pari a un tot di mensilità.

«Questo tipo di cause - ancora il legale - sono piuttosto complicate. Succede molto spesso che si chiudano con un accordo, che è anche il motivo per cui ricevono poca "pubblicità"». Le «complicazioni», se così vogliamo chiamarle, sono intanto il segreto epistolare, diritto tutelato dall’articolo 616 del codice penale. Poi c’è lo scudo dello Statuto dei lavoratori, che, all’articolo quattro, vieta il controllo a distanza sull’attività dei dipendenti «con impianti audiovisivi e altre apparecchiature».

Se questo tipo di sistemi si rendono necessari per «esigenze produttive o per la sicurezza del lavoro», l’azienda li può installare solo ottenendo il placet della rappresentanza sindacale interna. In ogni caso il controllo a distanza è limitato tanto nella dimensione dello spazio, leggi perimetro del lavoro, la sede aziendale o l’ufficio, quanto nel tempo: verifiche completate prima o dopo l’orario di lavoro, comunque «lontane» dalla prestazione per cui uno è stipendiato, non sono consentite. Nel caso padovano, in più occasioni colleghi e superiori della ragazza licenziata avevano notato in lei espressioni divertite alla tastiera. Risate improvvise e sorrisino perenne non sono proprio quel che ci si aspetta da chi sbriga pratiche d’ufficio.

«Contemporaneamente - aggiunge Bernardo per spiegare la situazione - si era registrato un evidente calo della produttività della dipendente». Non è venuto a galla, comunque non era essenziale per la causa, il motivo per cui la giovane donna avesse scelto di chattare sempre o quasi con il computer aziendale, tanto da rientrare in ufficio al sabato (senza contare le ore serali passate al desk di lavoro in compagnia di Facebook e «amici» vari). Difficile pensare non avesse un pc a casa, ma così è andata. In ogni caso, la somma tra calo di rendimento e accessi in rete a pioggia ha portato alla fine del rapporto di lavoro. Quasi certo che la verifica del tempo di servizio speso a «socializzare» in rete si sia scontrata, in sede legale, con il già citato articolo quattro dello Statuto dei lavoratori. Da qui la transazione che ha messo la parola fine in calce alla pratica. C’è dell’altro, però. Un aspetto che trasforma la vicenda di cui sopra in una sorta di paradigma legale.

«Quella della perdita di tempo in orario di lavoro causa social network - ricorda Patrizio Bernardo - è davvero la frontiera più attuale nelle controversie tra aziende e dipendenti per ragioni telematiche. All’imprenditore, che si perdano cinque minuti chiacchierando su Skipe o Facebook, può anche interessare poco. Se però la cosa assume una dimensione differente, è chiaro, il peso è diverso». Anche per la complessità della procedura che si attiva, insomma, di fronte a una dose «minima» di lavoro consumata il socializzazioni virtuali, il datore preferisce chiudere un occhio.

È un po’ come la pausa-sigaretta. Si sa che c’è e la si tollera, sul presupposto della fiducia tra dipendente e azienda. Venti «bionde» da tabaccare al giorno, però, diventerebbero per forza un problema. Il punto, però, è un alto. Il nostro legale conferma come negli Stati Uniti, culla di internet e dei social network che hanno «invaso» le vite di tutti, cambiando non poco le abitudini, cause come quella padovana siano davvero all’ordine del giorno. L’Italia e il Veneto, paragonate a Silicon Valley, sono fanciulli digitali. Ma anche qui, evidentemente, la tendenza sta prendendo forma.

Renato Piva
28 settembre 2012 (modifica il 29 settembre 2012)

Una nuova vita per trentasei levrieri: l'abbraccio delle famiglie adottive

Il Giorno

La cerimonia di adozione si è svolta a Macherio, in provincia di Monza Brianza. L'onorevole Brambilla: "Greyhound e galgos devono potere godere dell'affetto di una famiglia e delle tutele giuridiche riservate a tutti gli animali da compagnia. Sono cani nati per correre certo, ma in libertà"

Monza, 29 settembre 2012


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Una nuova vita per dodici greyhound, levrieri a pelo raso, provenienti dall’Animal Welfare Sanctuary di Limerick e dal rifugio “Paws” (Irlanda), e per 24 galgos in arrivo dal rifugio “Scooby Medina” (Spagna). L'associazione Sos levrieri, aderente alla Federazione italiana Associazioni Diritti animali e Ambiente, con il suo presidente Alessandra Roma, li ha consegnati a famiglie italiane che faranno loro dimenticare l’esistenza di stenti e di sofferenze condotta nei Paesi d’origine.

La cerimonia di adozione si è svolta questa mattina a Macherio, in provincia di Monza Brianza. Con l’occasione, lo staff i nuovi arrivati sono stati sottoposti a una prima “visita di controllo”, dopo il lungo viaggio. Presente, in qualità di “madrina” l’ex ministro del Turismo, onorevole Michela Vittoria Brambilla, in rappresentanza della Federazione, che ha preso a cuore la sorte di questi animali “discriminati” per la loro razza.

“La Federazione – assicura l’on. Brambilla – garantisce il massimo sostegno all’Associazione SOS Levrieri, impegnata in prima linea per aiutare questi splendidi e sfortunati animali, vittime dell’avidità e della crudeltà umane. Non possiamo restare indifferenti davanti a quello che succede in paesi così vicini al nostro ma denunciare con forza questa vergogna. Greyhound e galgos devono potere godere dell'affetto di una famiglia e delle tutele giuridiche riservate a tutti gli animali da compagnia. Sono cani nati per correre certo, ma in libertà"

Nei paesi anglosassoni, infatti, i greyhound, animali velocissimi, sono utilizzati per le corse nei cinodromi. Nella sola Irlanda questo business genera un giro d’affari di circa 500 milioni di euro. Ma quella dei levrieri non è una bella vita: tra il 14 e il 17 per cento dei cuccioli viene soppresso in giovane età perché inadatto alle corse, altri spariscono perché si mostrano lenti, si fanno male o semplicemente chiudono la loro breve carriera di corridori (a 4 anni circa) Secondo un’inchiesta della BBC, in media, ogni anno vengono ritirati circa 25.000 greyhound.

Di questi solo alcune centinaia sono dati in adozione. In Inghilterra e in Irlanda, infatti, la legge considera i greyhound animali da reddito, per eludere le norme più severe dettate sugli animali d’affezione. I cani “inutili” sono soppressi. Se va bene, con una puntura. Altrimenti con metodi violenti ed illegali. I galgos invece sono normalmente utilizzati per la caccia alla lepre ed eliminati alla fine della stagione: gettati vivi nei pozzi, impiccati agli alberi, trascinati dalle auto, abbandonati nelle campagne con le zampe rotte.

IN CERCA DI CASA - La campagna di SOS Levrieri per l’adozione continua. Tra i cani che ancora cercano casa ci sono Parker, Marty e Bella. Il primo è uno splendido greyhound, con la stoffa del campione, velocissimo, discendente da campioni, ma "buttato via" perché la competizione e la pressione delle gare non gli piacciono. Sensibile e molto dolce, ricerca disperatamente la compagnia della persone. Il secondo è un incrocio di greyhound e galgo. E’ stato ritrovato in un capannone, abbandonato in mezzo all’immondizia e alle feci, denutrito e debilitato.

Era abbarbicato su una poltrona sudicia, cui si teneva strenuamente aggrappato, come se fosse l’ultima e disperata protezione rispetto agli assalti crudeli della vita. Ora ha fatto grandissimi progressi. Con le persone è all’inizio timoroso e circospetto. Ha bisogno di essere rassicurato e di un approccio delicato. Non appena si sente a proprio agio, si apre, si mostra affettuoso e cerca le coccole. Bella è una greyhound con grandi potenzialità per la corsa ma per carattere inadatta alle competizioni. E’ stata utilizzata come fattrice ed ha passato la vita in gabbia. Dolce e sensibile, come primo approccio è diffidente, ha bisogno di essere accompagnata a conoscere il mondo. Avrebbe dovuto essere adottata oggi, ma la famiglia ha rinunciato. Tutti e tre provengono dall’Irlanda.

Ecco tutte le frasi per cui Fini ci ha querelato: leggete e divertitevi

Libero

Pubblichiamo gli atti con cui gli avvocati del presidente della Camera ci hanno comunicato l'iniziativa legale. Gianfranco ci chiede 500mila euro


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Una "campagna di stampa diffamatoria/persecutoria", con "notizie false, tendenziose e denigratorie". E' il motivo per cui Gianfranco Fini ha deciso di querelare Libero chiedendo 500mila euro di risarcimento. Sotto accusa c'è la serie di "66 pubblicazioni in 14 giorni" di questa estate, con l'inchiesta sulla scorta del presidente della Camera ospitata in un hotel a Orbetello e pezzi firmati di volta in volta da Maurizio Belpietro, Barbara Romano, Tommaso Montesano, Enrico Paoli, Chiara Giannini. Inchiesta dalla "portata oltraggiosa", si legge negli atti ufficiali con cui Fini ci ha comunicato la querela. Che noi pubblichiamo integralmente, non senza sottolineare che alcuni passaggi risultano involontariamente comici.




"Provocazioni" - Si parte l'11 agosto, con l'articolo "Nove stanze per due mesi. L'estate di Gianfry costa 80mila euro. Chi paga?". Quel "Chi paga?" viene definita "domanda provocatoria". E pensare che ci sembrava un interrogativo legittimo. Nel mirino di Gianfranco ci finisce anche la vignetta di Benny del 14 agosto, una - si legge nell'atto - "ridicola fotografia che raffigura la caricatura dell'onorevole Fini accanto alla propria scorta e ad un castello. Essa contribuisce ad esaltare il carattere diffamatorio ed oltraggioso del brano esponendo l'odierno attore a derisione e scherno".

Satira e non - Sempre il 14 agosto, esce l'articolo di Selvaggia Lucarelli "Un altro cinepanettone per Mr. Tulliani". Il tenore è chiaramente sarcastico e caricaturale, ma Fini lo prende decisamente sul serio. E s'arrabbia: "La descrizione lo vede identificato con personaggi ridicoli quali l'Homo Barzottus, il Gremlin, o, addirittura, il Top GUn de Orbetello, ovvero associato a tormentoni estivi quali la macarena, barbie girl o Hello Kitty". Ma a non andare giù al presidente della Camera è il passaggio in cui la Lucarelli lo definisce un "fenomeno tipicamente estivo, quali il pinocchietto, il pareo retato di Valeria Marini, i Polaretti, le prime serate tv condotte da Daniele Piombi. Gianfranco Fini è sostanzialmente come il topless di Rosy Dilettuoso".


Ecco la rettifica: Gianfri non è un pinocchietto

Libero

Il presidente della Camera ci accusa di aver violato la privacy. La prossima volta solo articoli seri e ponderosi saggi di politica
di Mattias Mainiero



Si pregano i gentili lettori e tutti gli interessati, addetti e non addetti ai lavori, di prendere nota di quanto segue: il presidente della Camera dei deputati, on. Gianfranco Fini, nato a Bologna il 3 gennaio del 1952 (complimenti, tutto sommato porta gli anni abbastanza bene), non è un pinocchietto. Non è come il pareo retato  di Valeria Marini, che compare solo d’estate. Non assomiglia neppure minimamente, nonostante le frequenti apparizioni estive (sub, Argentario, scorta in vacanza eccetera),  come una prima serata tv condotta da  Daniele Piombi. E nemmeno al topless di Rosy Dilettuoso.

Noi, per la verità, viste le ultime e non ultime giravolte politiche, non sappiamo più bene cosa sia: un po’ destra, un po’ centro, un po’ sinistra e un po’ nulla. Un ibrido, un cocktail, temiamo per lui con prevalenza del nulla politico sugli altri ingredienti. Ma un pinocchietto no, neppure una serata televisiva. Stia sereno, presidente, non si faccia aggredire da crisi esistenziali, lei non è il pareo della Marini. E noi le dobbiamo questa smentita. Visto che siamo ligi al nostro dovere e vorremmo essere eticamente corretti, aggiungiamo:  non è neanche una «barbie girl».

Spiegazione del pinocchietto non pinocchietto non pareo e neanche serata tv: Gianfranco Fini, tramite legale, ci chiede di smentire, immediatamente, un articolo a firma di Selvaggia Lucarelli. Scrive il legale, on. prof. avv. Giuseppe Consolo, pag. 9 dell’atto di citazione: «L’articolo si sostanzia in una descrizione grottesca del Presidente Fini, dei suoi stili e delle sue abitudini». Grottesco, dal vocabolario della lingua italiana: «Bizzarro, paradossale, strano». Soprattutto: «Aspetto del comico che deriva da uno squilibrio voluto fra gli elementi di una rappresentazione». Insomma, l’articolo era ironico. Satira. Lo ammette anche il legale dell’on. presidente Gianfranco Fini, che chiede però l’immediata smentita della satira.

Domanda: è lecito che un presidente della Camera arrivi a questo, a chiedere smentite di articoli satirici che, per loro stessa natura, utilizzano come base il grottesco? È corretto che lo stesso presidente della Camera, sempre tramite il proprio legale, chieda ad un quotidiano di non essere più satirico? È normale che il suddetto presidente, attraverso il suddetto legale, si dimostri sommamente offeso, perché un articolo satirico lo prende in giro? Evidentemente, se lo ha fatto, sarà lecito, corretto e normale. Un presidente della Camera, prima di fare certe cose, si chiede sempre (almeno immaginiamo così) se i propri atti, sia pure tramite legale, siano leciti, corretti e normali.

E questo, sempre se il presidente della Camera ce lo consente, a noi non sembra molto normale. Comunque sia, facciamo ammenda: la prossima volta su Fini solo articoli seri e ponderosi saggi di politica. E mi raccomando, presidente, lei non ci quereli perché siamo stati troppo seri. Perché se lo facesse noi non sapremmo più come e cosa scrivere di lei, cioè della terza carica dello Stato. E questa è un’altra cosa poco normale, alla quale, se vuole, può dare lei il nome che ritiene più corretto. Noi ce ne asteniamo. Non si sa mai, la parola censura potrebbe essere oggetto di nuovi atti di citazione, e noi non vorremmo aggiungere un altro pezzo pregiato alla collezione di querele-smentite-rettifiche finiane.

P.S. Stanotte si dorme col batticuore. Credo di essere stato un po’ ironico nella stesura dell’articolo. Che faccio, mi taglio le mani o mi tappo per sempre la bocca? Oppure, preventivamente, chiamo il mio legale. Indeciso sul da farsi, me ne vado a casa: suvvia, dicono che siamo in un Paese moderno e normale. Almeno la metropolitana si potrà prendere.

Cassazione: se la moglie non vuole figli, nessun addebito in separazione per il marito infedele

Quotidiano.net

L'amante non è motivo di colpa se uno dei coniugi non vuole figli dall'altro


La Prima sezione civile ha respinto il ricorso di una signora di Bolzano contro la decisione della Corte d’appello di cancellare l’addebito al marito che aveva iniziato una relazione extraconiugale con la segretaria dopo che la moglie aveva manifestato di non volere figli da lui
Roma, 29 settembre 2012

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Nel rapporto di coppia ci sono situazioni nelle quali le ‘corna’ sono tollerate al punto da non costituire motivo di addebito in caso di separazione. L’amante, dice la Cassazione, non è motivo di colpa se uno dei coniugi dice chiaramente di non volere figli dall’altro. Ecco perché la Prima sezione civile - sentenza 16089 - ha respinto il ricorso di una signora di Bolzano, S.S., contro la decisione della Corte d’appello di Bolzano di cancellare l’addebito al marito S.S. che aveva iniziato una relazione extraconiugale con la segretaria dopo che la moglie aveva manifestato di non volere figli da lui.

L’amante del marito non doveva avere giustificazioni per il Tribunale di Bolzano che, nel 2007, aveva dichiarato la separazione della coppia con addebito al marito. Decisione ribaltata dalla Corte d’appello di Trento, il 27 agosto 2008, sulla base del fatto che l’uomo aveva imbastito una relazione adulterina soltanto nel 2003, e cioè dopo che la moglie in una telefonata alla sorella aveva confidato di non volere figli dal marito. In pratica, è stato il ragionamento dei giudici, due comportamenti “contrari ai doveri matrimoniali” che non ammettevano addebiti.

La moglie tradita ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo, tra l’altro, che la relazione adulterina del marito sarebbe iniziata un anno prima, nell’autunno 2002, della telefonata nella quale lei, “in un momento d’ira”, aveva manifestato la sua volontà di non avere figli dal marito. Piazza Cavour ha respinto il ricorso della donna e ha osservato che “l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, da solo, non può giustificare addebito qualora una tale condotta sia successiva al verificarsi di una accertata situazione di intollerabilità della convivenza, sì da costituire non la causa di detta intolleranza ma una sua conseguenza”.

Del resto, fanno notare ancora i supremi giudici, la dichiarazione della moglie al telefononon dimostra tanto una chiara e consolidata volontà di non avere figli” ma è la spia di “una situazione di crisi” e fa emergere “la preoccupazione di lei per la fine del rapporto”.

La statua con la svastica comprata nel 1938 dai nazisti: un meteorite di 15 mila anni fa

Corriere della sera

Rappresenta Vaisravana, il più importante dei Quattro Re Celesti del buddhismo

L'Iron man (Afp/ Università di Stoccarda/Elmar Buchner)L'Iron man (Afp/ Università di Stoccarda/Elmar Buchner)

Pare un episodio di Indiana Jones, e invece è tutto vero. Nel 1938 una spedizione di scienziati tedeschi, guidata dallo zoologo Ernst Schäfer, riportò in patria da un viaggio in oriente di cui oggi si ricorda poco, una statua che rappresentava un uomo sul cui vestito campeggiava una grande svastica – simbolo che, con ogni probabilità, ne causò l’acquisizione. Giunta a Monaco di Baviera, la statua entrò a far parte di una collezione privata.

Se ne persero le tracce fino al 2009 quando, in seguito alla sua messa all’asta, divenne possibile analizzarla. Con una serie di analisi geochimiche, il gruppo di ricerca guidato da Elmar Buchner, docente dell’Istituto di planetologia dell’Università di Stoccarda, ha scoperto che il cosiddetto “Iron man” (ossia “l’uomo di ferro”) venne scolpito in un grande pezzo di atassite, un tipo di meteorite ferrosa molto rara caratterizzata dall’alto contenuto di nichel. I risultati delle ricerche sono stati pubblicati sulla rivista Meteoritics and Planetary Science.

IL RE - La statua, del peso di 10.6 kg, rappresenta probabilmente Vaisravana, il più importante dei Quattro Re Celesti del buddhismo, e potrebbe essere stata realizzata nell’XI secolo dalla cultura prebuddhista Bon. «L’uomo di ferro è stato ricavato da un frammento del meteorite Chinga - spiega Buchner - che cadde sulla Terra, nell’area compresa tra Mongolia e Siberia, all’incirca 15mila anni or sono. I suoi primi frammenti vennero scoperti ufficialmente nel 1913 dai cercatori d’oro; noi crediamo che questo singolo pezzo sia stato raccolto molti secoli prima».

IL CULTO - Sin dalla preistoria, la caduta di meteoriti è stata interpretata come messaggio divino da molte culture. I loro frammenti sono stati utilizzati per ricavare oggetti preziosi; la cultura Inuit, per esempio, ha ricavato da meteoriti ferrose gioielli e lame. Ancora oggi uno dei luoghi più venerati del mondo, la Mecca, vede al centro la Pietra Nera, che molti ritengono essere una meteorite. «Non si conoscono sinora altri esempi di figure umane ricavate da una meteorite - ha dichiarato Buchner - per cui è difficile, senza termini di paragone, calcolare il valore di questa statua. Ma se si considera la sua origine, e se la datazione che ne abbiamo fatto è corretta, si tratta di un oggetto inestimabile».


Elisabetta Curzel
29 settembre 2012 | 16:36

Sul pianeta Urania c'è ancora vita

Gianfranco de Turris - Sab, 29/09/2012 - 09:00

A ottobre la celebre collana di fantascienza compie 60 anni. E continua a inventare il nostro futuro

Nel 2012 cadono i 60 anni dell'apparizione ufficiale della fantascienza in Italia.





Quasi una vita, per un genere letterario che ha caratterizzato il '900 e che in Italia ha preso strade tutte sue.
E così, nel 1952, l'anno che vide l'esplosione della bomba H, Eisenhower eletto presidente, il primo robot teleguidato, l'uscita di La valle dell'Eden di Steinbeck e de Il visconte dimezzato di Calvino, la vittoria di Coppi al Giro e al Tour, nelle nostre edicole appare, a ottobre, la collana di piccolo formato «I romanzi di Urania». Iniziava una nuova epoca.Il mercato italiano di letteratura popolare apriva le porte a un genere nuovo, non classificato, e sin dalla fine dell'800 definito come romanzi «straordinari» (a partire da Verne),

«meravigliosi», «del futuro» e così via. Adesso aveva un nome preciso: la «fanta-scienza» (col trattino). Era il modo con cui Giorgio Monicelli aveva pensato di tradurre il termine inglese science-fiction, cioè narrativa a sfondo scientifico. Accanto alle storie poliziesche (i gialli, dal colore della copertina della collana degli anni Trenta), avventurose, d'amore, di cappa e spada, adesso la Mondadori allineava anche questa narrativa che apriva l'immaginazione sul meraviglioso scientifico e tecnologico: «avventure nel tempo e nello spazio» specificava il curatore in copertina.

Ma chi era Giorgio Monicelli (1910-68)? Figlio del giornalista e scrittore Tomaso, era anche nipote di Arnaldo Mondadori al quale, già nel 1950, come ricorda un ex redattore della collana, Marzio Tosello nel suo intervento in Cartografia dell'Inferno. Cinquanta anni di fantascienza in Italia (Elara, 2012), propose di importare dagli Usa la science-fiction e di creare una rivista che pubblicasse racconti e articoli di divulgazione.

Mondadori puntò invece sui romanzi così come già faceva per la collana dei «Gialli» ma anche per altre come «I romanzi della palma» o in precedenza «I romanzi di cappa e spada». All'inizio però si decise un compromesso: il 10 e il 20 del mese sarebbero usciti «I romanzi di Urania», mentre all'inizio del mese «Urania», che era poi la veste cui aveva pensato Monicelli: racconti, articoli, posta dei lettori, curiosità, ispirandosi alle americane Galaxy, Amazing, Astounding.

Questa seconda formula non incontrò il favore del pubblico e chiuse dopo 14 fascicoli. «I romanzi di Urania» (poi solo «Urania» a partire dal 1957), attraverso varie trasformazioni di formato, copertina e periodicità, sono giunti sino a oggi con il numero 1586 con cui si festeggia l'anniversario e si muta veste esteriore.Per la verità, qualche mese prima, aprile '52, era apparsa la prima vera testata del genere, Scienza Fantastica, anch'essa sotto forma di rivista. Ma anch'essa durò poco: sette fascicoli sino a gennaio '53. I lettori italiani preferirono da subito la narrativa lunga.

L'idea di Monicelli giungeva nel nostro Paese quando la science-fiction negli Usa veniva pubblicata dal 1926. La collana italiana poteva quindi attingere a un quarto di secolo di pubblicazioni, romanzi e storie brevi delle riviste, cioè quanto di meglio vi poteva essere, tanto è vero che quel periodo fra gli anni Trenta e i Cinquanta è noto come la Golden Age della fantascienza. Sul primo numero de «I romanzi di Urania» campeggiava un'astronave fusiforme e una città chiusa in una cupola trasparente. Era la prima copertina di Kurt Caesar. Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke fu il primo romanzo di «fantascienza» che gli italiani lessero. Era in realtà un'opera scritta per i ragazzi, appassionante e scientificamente divulgativa, come altre che la seguiranno, il che potrebbe far pensare che quello fosse il pubblico esclusivo cui il nuovo genere si rivolgeva.

Ma non era così, perché la fantascienza non appassionò soltanto i giovani degli anni '50 e fu utilissima a preparare il terreno psicologico per quel che avvenne di lì a poco.Infatti, appena cinque anni dopo, quando già erano apparse altre effimere collane sulla scia di quella mondadoriana («Galassia», «Fantascienza» e altre), nell'ottobre 1957 alcuni dei sogni fantascientifici presero corpo: venne lanciato il primo satellite artificiale della Terra, lo Sputnik sovietico, seguito, all'inizio del 1958, dall'Explorer americano. I ragazzi e gli adulti di allora se ne entusiasmarono, soprattutto quelli che avevano già viaggiato con le ali della fantasia grazie ai «Romanzi di Urania». Inoltre, dal settembre '58, un mese prima del lancio del satellite russo, trovarono in edicola un'altra singolare rivista, Oltre il Celo, dedicata sia all'astronautica che alla fantascienza, che li avrebbe accompagnati in questa avventura per oltre un decennio.

Abusivi, raddoppiate le denunce Parcheggiatori controllano 100 strade

Il Messaggero

Assediati gli ospedali. A Tor Vergata prezzo fisso di 5 euro e a chi non paga auto danneggiate

di Elena Panarella


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ROMA - Lo scenario è sempre quello. Per mettersi in tasca soldi facili e rapidi non guardano in faccia a nessuno. Chiedono monete persino davanti alla camera mortuaria, approfittando del dolore delle persone.Non demordono i parcheggiatori abusivi, che ogni giorno tengono sotto scacco chi cerca disperatamente un posteggio davanti agli ospedali.

Un vero e proprio racket suddiviso per zone, nazionalità, orari e fasce di prezzo. Sono dati riportati anche sul dossier «il racket dei posteggiatori abusivi», aggiornato ogni sei mesi dalla commissione sicurezza del Comune, guidata da Fabrizio Santori. Una quindicina le nazionalità che si dividono il mercato della Capitale che frutta diverse centinaia di euro al giorno, con tariffe che vanno dai 50 centesimi ai cinque euro. I più numerosi restano gli italiani ma cospicua è la rappresentanza di romeni, egiziani, tunisini, iracheni, afgani e bengalesi.

«Sono 956 le sanzioni elevate ai posteggiatori nel 2011 dalla polizia municipale - spiega Santori - e almeno quattrocento in più nel 2012. I controlli si fanno eccome, ma queste estorsioni si combattono solo a suon di denunce. Negli ultimi mesi gli episodi segnalati alla nostra commissione sono raddoppiati».
 
Più di cento sono le strade o le piazze coinvolte dal fenomeno. La situazione più critica resta quella del centro storico, da Testaccio a Trastevere, da Campo dei Fiori a Piazza Augusto Imperatore soprattutto nelle ore serali. Senza dimenticare però zone come Ponte Milvio, l’area davanti allo Stadio Olimpico oppure quella attorno al laghetto dell’Eur. In estate si aggiunge il litorale (da Ostia a Capocotta).

Per affrontare in modo drastico la questione abusivi, il delegato del sindaco alla Sicurezza, Giorgio Ciardi, nei prossimi giorni incontrerà il vicecomandante della polizia municipale, Antonio Di Maggio e il comandante del Gssu, Maurizio Maggi per fare il punto della situazione. «I controlli si fanno ma non si può mettere una pattuglia fissa in ogni piazza - dice Ciardi.

Sono dell’idea però che il fenomeno si può combattere solo denunciando le estorsioni». Quello che manca però in una città come Roma, sono i parcheggi, ripete Santori: «Bisogna costruirne di nuovi oppure riqualificare delle aree. Servono parcheggi a rotazione per il giorno, ma anche per la notte. Così come quello di Villa Borghese utilizzato da uffici durante la giornata e la sera per eventi notturni da molti giovani».

Intanto attorno agli ospedali i posteggiatori si ingegnano per chiedere il pizzo con finti tesserini, finte autorizzazioni, blocchetti con numeri progressivi fasulli. Lo sdegno poi arriva dai parenti dei degenti, che oltre alla sofferenza di andare a trovare un malato devono subire anche questa violenza: «Sono sciacalli, arrivano a chiedere soldi persino davanti alla camera mortuaria. In questi luoghi si viene per necessità e non per divertimento», si sfoga Clemente Riccio. Ci sono casi, come a Tor Vergata, dove il prezzo invece è fisso: «Cinque euro, non trattabili», raccontano due fratelli romani. «Sabato scorso siamo andati a trovare, ognuno con la propria auto, un amico ricoverato all’ospedale - racconta Giancarlo Ciopparella.

Arrivati sul posto e parcheggiate le auto siamo stati avvicinati da un posteggiatore abusivo (ce n’erano almeno una decina) il quale pretendeva 5 euro per auto. Al nostro rifiuto in maniera arrogante e minacciosa, ci ha chiesto di andare via, ripetendo sempre la stessa frase: «qui comando io e se non mi pagate dovete spostare le macchine e basta!». D’accordo con mio fratello, per non andare incontro a spiacevoli episodi, abbiamo concordato la somma di 5 euro per entrambe le auto e ci siamo avviati verso l’ingresso dell’ospedale». «Dopo un paio d’ore siamo tornati e abbiamo trovato l’amara sorpresa della rigatura delle fiancate - continua Giancarlo - rispettivamente di destra e di sinistra. E ovviamente lui era scomparso. È una vergogna, non hanno paura di nulla».

Eppure secondo le norme vigenti, i posteggiatori rischiano multe che vanno da 662 a 2620 euro e in alcuni casi reati al codice penale: estorsione, danneggiamento, associazione per delinquere, esercizio abusivo di attività, truffa e se utilizzati dei minori i reati diventano più gravi. Ma questo non sembra spaventarli.
Le soluzioni. «Potenziamento della polizia municipale e vigile di prossimità, incremento dei blitz a sorpresa e in borghese - dice Santori - L’istituzione di un numero verde e degli sportelli sicurezza in ogni Municipio dove possano indirizzarsi le segnalazioni dei cittadini e un maggior intervento politico volto a dotare le forze dell’ordine di uno specifico strumento in grado di stroncare questo vero e proprio racket».


Venerdì 28 Settembre 2012 - 10:40
Ultimo aggiornamento: Sabato 29 Settembre - 10:01

Sono tornati i forcaioli, la solidarietà è già finita

Fabrizio Rondolino - Sab, 29/09/2012 - 07:01

Il sostegno unanime verso il direttore condannato a 14 mesi di carcere ormai si è sciolto in mille rivoli. Via ai distinguo tra ironie e invettive

Dopo un attimo di smarrimento - 14 mesi di galera per un articolo sembrerebbero troppi persino in Corea del Nord - i corvi hanno ricominciato a volare fingendosi, come sempre fanno, colombe candidamente impegnate nella difesa della giustizia, della sua imparzialità e della sua virtuosa necessità.



Il giornalista Marco Travaglio


Così, la solidarietà ad Alessandro Sallusti, dapprima unanime, si è rapidamente sciolta in mille rivoli, imboccando di volta in volta la strada dell'ironia, della requisitoria, della polemica politica, dell'invettiva ad personam. Come se difendere Sallusti fosse di per sé imbarazzante, sconveniente, politicamente scorretto e in definitiva disdicevole.

Marco Travaglio, che esce sempre vittorioso dalle cause che lo riguardano, dedica l'editoriale del Fatto Quotidiano di ieri a confutare l'editoriale dell'altroieri, solidale almeno in parte con Sallusti. Al direttore del Giornale, scrive Travaglio, sarebbe bastato chiedere scusa al giudice diffamato e pagare una multa, che peraltro il suddetto giudice, essendo un grand'uomo, «avrebbe destinato a una onlus». Rifiutandosi di chiedere scusa, prosegue l'inflessibile imam, «è stato Sallusti a condannare a 14 mesi di carcere Sallusti». Che sarebbe come dire che tutti gli imputati che non si dichiarano colpevoli meritano di essere condannati al massimo della pena. Nell'universo carcerario di Travaglio gli innocenti non esistono.

Ammettiamo però che Sallusti sia colpevole, che cioè abbia colpevolmente omesso di controllare un articolo non suo palesemente diffamatorio. Se è colpevole, va condannato: non c'è dibattito. E infatti il dibattito - o, per meglio dire, lo scandalo - non sta nel giudizio di colpevolezza, ma nella pena inflitta: che non ha precedenti nella storia recente né paragoni nel mondo occidentale. Di questo Travaglio non si preoccupa, e anzi contesta al Quirinale il diritto di «acquisire tutti gli elementi di valutazione» sul caso e irride «i Sallusti e i Farina che augurano la pena di morte agli altri e poi piagnucolano per qualche mese di carcere».Non so se il nostro direttore abbia pianto (non credo), ma avrebbe avuto tutto il diritto di farlo, e ironizzare sulla galera degli altri dimostra la sensibilità di un carciofo. Pazienza.

Il fatto è che Sallusti è stato condannato a quattordici mesi di carcere non perché l'ormai famoso articolo di Dreyfus-Farina apparso su Libero fosse diffamatorio, ma proprio perché è Sallusti, cioè il direttore del Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi, il giornalista militante che non nasconde mai le proprie opinioni (anzi), che in televisione disturba i salotti politicamente corretti (con qualche successo, visto che è spesso invitato), che in prima pagina scrive con nome e cognome, e qualche volta con linguaggio colorito, le cose che pensa, per esempio, sulla giustizia italiana.

E qui veniamo al punto: Travaglio non perdona a Sallusti di aver «colto l'ennesima occasione per sparare sui “giudici politicizzati” e sulla “sentenza politica”». La sua colpa, insomma, è quella di aver sostenuto una tesi sgradita, oltreché al condirettore del Fatto, anche ad un certo numero di politici e, naturalmente, di giudici. Qui il reato per cui il direttore del Giornale è stato condannato non c'entra più nulla. È sparito, si è dissolto. Il reato è diventato il reo: la colpa di Sallusti è essere Sallusti.

Anche Massimo Gramellini, sulla prima pagina della Stampa, nel prendersela con Dreyfus-Farina non perde l'occasione di prendere in giro il condannato: «Non avevamo ancora finito di ripiegare i fazzoletti per la condanna ingiusta di Sallusti...». E sui social network la campagna di solidarietà, che pure è stata ed è massiccia, si è subito scontrata con una contro-campagna il cui succo si può riassumere così: i princìpi sono una cosa, il direttore del Giornale un'altra.

Abbiamo tutti perso un'occasione. Si può essere militanti duri e puri e ciò nondimeno, come insegnava Voltaire, battersi spassionatamente perché all'avversario sia concessa la nostra stessa libertà di espressione, perché una legge ingiusta sia abrogata, perché una sentenza arbitraria sia cancellata. Oppure si può dividere il mondo in due metà, quella dei buoni e quella dei cattivi, e applicare di conseguenza due pesi e due misure. Ma il mondo gira in fretta, e c'è il rischio di ritrovarsi, senza neanche accorgersene, nella metà sbagliata.