lunedì 8 ottobre 2012

Lo show ipocrita di Celentano: pontifica contro la povertà da un palco costato milioni

Libero

Nell'apertura della serata a Verona uno spottone contro la globalizzazione che ci affama: ma quanto ha speso per elicotteri, giochi di luce e tutto quel ben di Dio?

Il moralismo a due facce dell'Adriano nazionale che per lo show ha usato 18 km di cavi, un impianto da 100mila watt e tirato in ballo elicotteri, finti spari ed esplosioni



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Folla in adoriazione messianica per Adriano Celentano a Verona, per lo show, il primo dei due concerti-evento Rock Economy. C'era anche lo striscione "Adriano premier" (Dio ce ne scampi...) mentre la richiesta di biglietti ha superato il mezzo milione (ma l'evento, alla faccia della censura berlusconiana, è visibile su Canale 5). Il numero di richieste degli adepti del Molleggiato, per inciso, avrebbe potuto riempire l'anfiteatro per 50 serate di fila.

I numeri - E all'anfiteatro di Verona la scenografia era imponente: un porticato a sovrastare il palco, elicotteri, maxischermi,  finti spari ed esplosioni, coreografie e balletti, giochi di luce, 18 chilometri di cavi all'interno dell'anfiteatro, un impianto audio da 100mila watt. E questi sono soltanto alcuni dei "numeri" di Rock Economy, uno show che ha richiesto cinque mesi di preparazione e nove settimane di prove tra Asiago e Verona, nonchè mille ore di produzione di contenuti video e grafici. 

Le due facce del moralismo - Lo show di Celentano ha finalmente avuto inizio. Quale il primo messaggio? Uno spotttone contro la globalizzazione, un'accusa a un mondo brutto e cattivo che ci rende poveri, un prologo economico a tinte forti che si scaglia contro le "insopportabili" disuguaglianze sociali. Due attori leggevano "pro e contro dell'economia globale". Pontificavano sugli ideali sociali e sui valori economici portanti di "una società che deve mettere al centro la vita umana, una società che rinuncia alla folle corsa al consumo". Un assoluto paradosso, che sconfinava quasi nel ridicolo. Celentano chiede di rinunciare alle follie del consumismo da uno dei palchi più clamorosamente "ornati", pomposi e presumibilmente costosi nella storia della televisione italiana. Non trova un po' ridicolo tutto ciò, caro signor Celentano? La domanda resta in sospeso. Il Molleggiato parte a cantare. Che cosa? Svalutescion, of course...

La canzone "anti-tasse" - Lo show poi è proseguito con l'interpretazione di L'emozione non ha voce, dedicata dal Molleggiato "al mio amico Gianni Bella che con un altro amico, Mogol, hanno scritto questa canzone". Quindi Celentano prosegue con "Io sono un uomo libero", spiegando che "è un pezzo più difficile degli altri, infatti mi siedo qui a farlo". Dopo chiama in causa un membro della folta platea vip, il conduttore Paolo Bonolis, che "mi ha detto che se non canto questa mi avrebbe tirato dietro qualcosa". E "questa" era Pregherò, una delle canzoni più celebri di Adriano. Il Molleggiato poi ha improvvisato: cavalcando un sentimento trasversale, che va da destra fino alla sinistra più ortodossa passando per Grillo e la Lega Nord, si è cimentato nella canzoncina "anti-tasse". Anche il Molleggiato, insomma, se la prende con Monti e i suoi balzelli.

Elettricità e gas, un decalogo su come avere bollette più leggere

La Stampa

I consigli dell’Aduc alla vigilia dei mesi freddi e dei rincari




Andiamo verso la stagione con le bollette più pesanti

Sta per arrivare il freddo e con esso maggiori spese per il riscaldamento e l’acqua calda. Una doccia tiepida d’estate può far piacere ma è improponibile durante l’inverno e questo comporta l’accensione del boiler o della caldaia. Diminuiscono le ore di luce e aumenta la bolletta elettrica per l’illuminazione. Come fare per ridurre al minimo gli sprechi e risparmiare? L’Aduc, Associazione per i diritti degli utenti e consumatori, ha diffuso un piccolo decalogo di consigli utili alla vigilia dei mesi freddi e dei rincari. Eccoli.

Gas per riscaldamento e cucina
* Manutenzione annuale dell’impianto di riscaldamento.
* Il termostato deve essere fissato su 20 gradi.
* Abbassare le tapparelle quando fa buio e verificare la tenuta delle finestre.
* I termosifoni non devono essere coperti o nascosti dietro tende o mobili
* Sfiatare l’impianto di riscaldamento.
* Spegnere il riscaldamento un’ora prima di andare a letto.
* Chiudere i termosifoni dove non serve (es. cucina) e/o dotarli di valvole termostatiche.
* Regolare il forno di cucina su 180 gradi.
* Non far debordare la fiamma oltre la base delle pentole.
* Fare la doccia piuttosto che il bagno, chiudere l’acqua quando ci si insapona.
Elettricità per illuminazione e riscaldamento dell’acqua
* Fare i lavaggi con lavatrici e lavastoviglie a pieno carico e regolare il termostato a 40 gradi, pulire filtro e vaschette.
* Installare lo scaldabagno vicino al luogo di utilizzazione dell’acqua e regolare il termostato a 60 gradi d’inverno e 45 gradi d’estate, fare la doccia piuttosto che il bagno.
* Limitare l’uso dei lampadari (6 lampadine da 25 watt, totale 125 watt, consumano il 50% in più di una singola lampadina da 100 watt) e dei faretti.
* Pulire le lampadine.
* Nei pianerottoli, scale, negli androni e nelle cucine utilizzare lampade fluorescenti compatte.
* Disporre i frigoriferi lontani dalle fonti di calore (cucina e termosifoni), regolare il termostato sulla posizione intermedia, riporre cibi gia’ freddi, lasciare uno spazio di 10 cm tra frigo e parete, pulire, annualmente la serpentina e controllare lo stato delle guarnizioni.
* Spegnere completamente tv, hi-fi e registratore (risparmio di 46 milioni di euro/anno).
* La luce indiretta rende meno e costa di più.
* Guardare la televisione con una luce bassa e diffusa.
* Spegnere la luce quando non serve (altre stanze, corridoio, ecc.)

Stampelle, calci e abuso di potere. Se questo è un Paese civile

Corriere della sera
di Matteo Speroni


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Milano centro. Sabato 6 ottobre ore 13.40. In via Moscova, a pochi passi dall’uscita della metropolitana, dopo l’angolo con via Statuto, sono seduti per terra due senzatetto, o vagabondi, o come ognuno decide chiamare chi vive in strada. Vengono dall’Europa dell’est, forse sono rumeni. Chiedono l’elemosina. Uno di loro è senza una gamba, mozzata all’altezza della coscia, appena sotto il bacino. Anche l’altro deve avere problemi alle gambe, perché tiene accanto a sé un paio di stampelle. E’ probabile che abbiano bevuto vino, sono agitati. Di fronte a loro si erge un agente in borghese, gilet blu con le tasche, stazza imponente. E’ sceso da un furgone della polizia locale, che ora è fermo lì davanti. Da lontano mi accorgo che è in atto una conversazione piuttosto concitata tra il “vigile” (ma si chiamano ancora così?) e i due uomini a terra. Quando sono vicino ai tre, vedo l’agente afferrare le stampelle dell’uomo senza gamba e scagliarle con forza a una decina di metri di distanza.

 

“Ma che cosa fa? Getta via le stampelle a un uomo senza una gamba? Così lo immobilizza”, mi esce spontaneo.
Al posto di una risposta ricevo un perentorio:
“E lei chi è?”.
“Sono uno che passa di qui”.
E subito dopo, visto il piglio aggressivo dell’agente, aggiungo:
“Sono un giornalista del Corriere della Sera. Mi vuole dire perché ha gettato via le stampelle di un uomo senza una gamba?”.
Replica:
“Lei si è rivolto a me senza neanche dire buongiorno”.
“Le stampelle?”, insisto.
“Le ho buttate via perché i due si stavano picchiando tra loro. Le basta?”.
“No – dico io – vorrei per favore sapere anche il suo numero di matricola”.
In cambio di questa informazione, mi viene imposto di mostrare i documenti. Insomma, vengo identificato. Da qui, alcune riflessioni. I due senzatetto si trovavano in una condizione triplice di inferiorità, in quanto “barboni”, in quanto “immigrati” (in un Paese straniero, dove si parla un’altra lingua e dove, purtroppo, accadono anche episodi di razzismo) e in quanto “handicappati”. L’agente della polizia locale vantava invece almeno una duplice posizione di superiorità, in quanto “pubblico ufficiale” (italiano) e in quanto “uomo sano” (e massiccio, che incute timore).

Un quadro del genere serve a tentare di dare una spiegazione logica alla sensazione indotta da quella situazione, ma non ne esaurisce la portata emotiva e la gravità. L’estetica del gesto è importantissima, fondamentale: da questa, in alcuni casi, dipende anche l’etica o, almeno, dell’etica è uno specchio. Scagliare le stampelle di un uomo senza una gamba lontano da lui, per qualunque motivo, usando il proprio potere e la propria forza fisica, è un atto che trasuda violenza e sopraffazione. Un comportamento che si addice a uno stato autoritario e arrogante, non a un paese democratico e a una comunità civile.

Si fa prestare un burqa ed evade dal carcere

Corriere della sera

Una visitatrice gli cede un velo islamico, lui esce indisturbato dalla prigione

Scavare un tunnel nella cella? Lungo e faticoso. Calarsi con un lenzuolo dal muro? Imprudente. Scavalcare la recinzione? Azzardato. Sembra la sceneggiatura di un serial hollywoodiano l’evasione messa a punto da un detenuto in Danimarca: l’uomo è uscito dal portone della struttura carceraria coprendosi con un burqa. In pieno giorno e sotto gli occhi delle guardie.

Il burqa copre sia la testa sia il corpoIl burqa copre sia la testa sia il corpo


FUGA IN BURQA - La scoperta dell’evasione è avvenuta solo dopo qualche ora quando gli agenti della polizia penitenziaria avevano effettuato il controllo all’interno delle celle. È accaduto sabato pomeriggio a Nyborg, cittadina danese a 130 km da Copenaghen. Secondo una prima ricostruzione degli inquirenti, il detenuto aveva appena sostenuto un colloquio con un uomo e una donna andati a fargli visita. Ed è stata proprio in quest’occasione che il prigioniero, un ragazzo sulla trentina, si è fatto prestare il velo integrale dalla donna, il burqa di colore nero che le copriva infatti sia la testa sia il corpo. Immediatamente sono state avviate le ricerche da parte della polizia penitenziaria e di quella danese, ricerche estese nel frattempo anche ai paesi dell’area Schengen. Dell’evaso, però, non c’è traccia.

RICERCHE - «Questo episodio deve fare riflettere, qualcuno ha commesso dei gravi errori», ha detto un rappresentante del sindacato della polizia penitenziaria all'agenzia Ritzau. Che aggiunge: devono essere riviste le normative sulle visite ai prigionieri. Il detenuto avrebbe lasciato il carcere assieme al visitatore maschio, la donna avrebbe seguito i due più tardi. Il fuggitivo, rassicura la polizia danese, non sarebbe pericoloso. In alcuni paesi europei (tra i quali Francia, Belgio e Svizzera) è in vigore il divieto di indossare in luoghi pubblici burqa, niqab o altri copricapi e indumenti etnici che rendano non identificabile il volto della persona.

Elmar Burchia
8 ottobre 2012 | 19:49

I pedofili contagiano Twitter: ma gli utenti si ribellano e li cacciano a colpi di cinguettii

Corriere della sera

Dopo la Gran Bretagna, l'allarme arriva anche in Italia. E gli iscritti si mettono a segnalare i profili incriminati

I messaggi anti pedofili sui profili italiani


«Attenzione: i profili di pedofili vanno segnalati immediatamente alla Polizia, inutile far girare il profilo "regalandogli" visibilità». Questo è solo uno dei messaggi che stanno girando in queste ore su Twitter. Di recente infatti sul sito di microblogging sono comparsi numerosi profili i cui utenti postavano link di foto con minori o spammavano messaggi chiedendo agli altri iscritti di pubblicare le foto dei propri figli previo compenso. Risultato, negli ultimi due giorni gli utenti italiani si sono ribellati e stanno chiedendo a gran voce che la società intervenga per far fuori questi pervertiti. Ma non solo, in tanti stanno anche invitando i propri contatti a segnalare i profili sospetti alla polizia criminale. «I #Pedofili non sono malati e non vanno aiutati. Sono esseri che vanno annientati senza la galera. E basta fare i buonisti della domenica!!», scrive qualcuno. «A quanto ho letto, pare esistano account di pedofili in Twitter. Mi chiedo: ti sospendono se dici "parolacce" e non perchè sei un pedofilo?», si chiede un altro utente.

VENTI PERVERTIRTI IN VENTI MINUTI - L'allarme era già arrivato dalla Gran Bretagna. Secondo un'inchiesta del Sunday Mirror, i pedofili cercano vittime o scambiano materiale con altri depravati sul social network cinguettante. In soli venti minuti i giornalisti inglesi ne hanno trovati 20 e in due ore 200. Di questi, però, solo 36 sono stati chiusi da Twitter. Il criminologo William-Thomas, che aiutato il Mirror nella ricerca, non ha dubbi. «Twitter deve prendere contromisure per evitare che il fenomeno abbia possibilità di proliferare e ha aggiunto che è cinque anni indietro rispetto a Facebook sotto il punto di vista del monitoraggio dei post». Se infatti è vero che i messaggi di Twitter sono pubblici e quindi più facilmente individuabili, è anche vero che il sito di microblogging permette di inoltrare messaggi in privato.

Ma non solo, di recente è aumentato il numero di minori che cinguettano in rete. Inoltre, chiudere un profilo non è sufficiente per impedire l'apertura di uno nuovo. Per svolgere l'indagine, William-Thomas ha creato un account su Twitter inserendo alcune parole che richiamassero l'argomento peodiflia: in poco tempo questo fake è entrato in contatto con diversi altri utenti che hanno raccontato le loro perversioni o richieste, che vi risparmio. Del Harvey, direttore della sicurezza di Twitter, ha dichiarato che il problema della pedofilia è un argomento molto importante e che sta molto a cuore dell'azienda: vedremo in futuro se e come il servizio di microblogging agirà per fermare questi personaggi.


Marta Serafini
@martaserafini8 ottobre 2012 | 17:38

Morto Corigliano. Con un'inserzione aveva promesso 50 nuove assunzioni

Corriere della sera

Formigoni su twitter:«Non dimenticheremo il suo coraggio»

Il twitter di Formigoni che annuncia la scomparsa di CoriglianoIl twitter di Formigoni che annuncia la scomparsa di Corigliano

Non ha fatto in tempo a mantenere la sua promessa, Angelo Corigliano. Il 4 ottobre scorso aveva acquistato una pagina sul Corriere della Sera per annunciare l'assunzione di 50 giovani nella sua Itex Srl. I colloqui erano già partiti, venerdì le prime dieci assunzioni. Ma lunedì il male da cui si pensava guarito è riapparso per portarselo via. A darne notizia è stato il presidente della Regione, Roberto Formigoni, che su twitter ha scritto: «Non dimenticheremo il suo coraggio».

LA STORIA - Corigliano, due figli ancora giovani, aveva cominciato con un piccolo ufficio di consulenza a San Donato, la città dove era nato 61 anni fa. Oggi lascia un'azienda di consulenza e servizi con 500 collaboratori in tutto il mondo e un fatturato di oltre 10 milioni di euro. «Più di cinquanta posti di lavoro, in meno di un anno, uguale infinita soddisfazione», aveva scritto sul Corriere. «La crisi morde feroce - spiegava - per me per me ora tutto è cambiato». Era stata la malattia, un tumore al cervello, ad aprirgli lo sguardo sul mondo. Ma era stato operato e sembrava perfettamente guarito. Poi il precipitoso ricovero e la morte, inaspettata.

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IL CENTRALINO DELL'ITEX - Al centralino dell'azienda risponde una voce affranta, eppure rigorosa nel rispetto del mandato ricevuto: nessun commento, neppure la conferma del decesso. A fornire qualche indicazione sul futuro della società pensa lo staff dell'imprenditore: «I piani del dottor Corigliano restano i piani dell'azienda - spiegano -. I suoi collaboratori porteranno avanti i progetti avviati, proprio come avrebbe fatto lui». A cominciare da quei 50 nuovi posti di lavoro annunciati con una pagina di giornale che oggi vale come un testamento affidato ai posteri.



Antonio Castaldo
acastaldo@corriere.it
(ha collaborato Barbara Sanaldi)8 ottobre 2012 | 18:25

I calciatori musulmani pregano dopo il gol Gaffe del commentatore: «Mangiano erba»

Corriere della sera

Lineker pensa che si tratti di una forma di festeggiamento. Proteste sui blog e i social network. E lui si scusa: «Non sapevo»



È stato uno degli attaccanti britannici più prolifici di sempre e da quando ha appeso le scarpe al chiodo è diventato anche uno dei più apprezzati commentatori sportivi d'Oltremanica. Peccato che mercoledì scorso Gary Lineker, ex centravanti di Barcellona e Tottenham, sia incappato in una sonora gaffe che gli ha procurato grandi critiche da parte degli appassionati di calcio musulmani.

Video : La gaffe: «Mangia erba»

MATCH DI CHAMPIONS - Il cinquantaduenne britannico era stato chiamato dall'emittente Al Jazeera per commentare il match di Champions League tra Schalke 04 e Montpellier, finito 2-2. Al tredicesimo minuto del primo tempo la squadra transalpina è passata in vantaggio con un goal di Karim Ait-Fane. Il ventitreenne francese, dopo aver messo la palla in rete si è inginocchiato e con la testa a terra ha iniziato, assieme al suo compagno di squadra marocchino Younes Belhanda, a pregare secondo la posizione tradizionale musulmana. Lineker ha equivocato il comportamento dei giocatori del Montpellier e ha commentato ironicamente: «Uno sforzo incredibile di Karim Ait-Fane che ha segnato da fuori area e poi ha cominciato a mangiare erba».

Il commentatore  Gary LinkenerIl commentatore Gary Linkener

CRITICHE - La gaffe dell'ex attaccante britannico è stata criticata da migliaia di appassionati di calcio: «Questo commento è stupido ed è pieno d'ignoranza» ha scritto un utente su Twitter. Un altro ha rilevato, sempre sul sito di microblogging, che la frase di Lineker era veramente idiota: «Il fatto che questo commento sia stato fatto su una rete musulmana è ancora più inaccettabile - ha spiegato al sito web Goal.com l'imam di stanza a Londra Ajmal Masroor -. I giocatori volevano solo ringraziare Dio per il goal appena segnato.

Dire che stavano mangiando erba è davvero scandaloso. Dovrebbe chiedere scusa o essere licenziato da Al Jazeera. Se i giocatori avessero fatto il gesto della croce e il commentatore televisivo li avesse derisi, mi sarei ugualmente offeso». Poche ore dopo sono arrivate le scuse di Lineker che dal suo account di Twitter ha spiegato di non aver capito realmente cosa i due calciatori stessero facendo. In un primo tweet ha dichiarato: «Chiedo scusa, ma non sono a conoscenza della religione di ogni calciatore». Più tardi è tornato sull'argomento e sempre dal sito di microblogging ha spiegato: «Ho pensato che fosse un modo bizzarro di celebrare il goal. Non avevo la minima idea che il gesto avesse connotazioni religiose. Chiedo di nuovo scusa».

Francesco Tortora
8 ottobre 2012 | 15:22

Il prezzo dell’handicap

Corriere della sera

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di Franco Bomprezzi


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Ammetto di essere molto turbato dalle conseguenze logiche e morali di una sentenza clamorosa, ma che, stranamente, per ora ha avuto scarsa eco, forse per l’imbarazzo che suscita e per il rispetto doveroso nei riguardi della famiglia al centro della vicenda. Una bambina che nasce con la sindrome di Down, in poche parole, ha un danno per la propria vita che oggi si può quantificare: un milione di euro. Una somma da destinare non ai genitori, ma proprio a lei, alla bimba, ora ragazza. Lo ha deciso in via definitiva la Cassazione.

La storia nasce a Castelfranco, in provincia di Treviso, ma ciò che a me colpisce non è il merito della sentenza, ma la cultura che l’ha prodotta, e che la sostiene. In estrema sintesi, una donna, incinta, chiede al medico di effettuare esami tali da tranquillizzarla sulla salute del nascituro. Il medico non le ordina, fra i vari esami di routine, anche quelli che consentono la diagnosi precoce di una serie di possibili malformazioni genetiche, fra cui la sindrome di Down. La bambina nasce proprio con tale sindrome. I genitori denunciano il medico e l’ospedale.

Ritengono di non essere stati messi in condizione di decidere se portare avanti o meno la gravidanza. Il tribunale dà loro torto per due volte, fino al verdetto ribaltato in Cassazione. Ma la vera novità, che l’avvocato della famiglia giudica infatti una “rivoluzione copernicana”, è che per la prima volta si stabilisce che nascere con un handicap è un danno gravissimo per la persona che nasce, non per i genitori. E quindi il bambino con disabilità ha diritto a un indennizzo, per i danni che la sua vita comporterà in modo permanente.

Sono certo che moltissime persone riterranno questo ragionamento del tutto corretto, anzi ineccepibile, giusto. Diranno: “Finalmente!”. Io sinceramente sono invece terrorizzato dall’idea che passa attraverso questa sentenza. In Italia, da oggi in poi, è sancito che nascere con una disabilità è un disastro. E’ una vita persa in partenza. Non è un ragionamento legato all’eterna e mai risolta diatriba attorno all’aborto, si badi bene.

E’ qualcosa di più sottile e di più inquietante. Si stabilisce che un bimbo con sindrome di Down vale un milione di euro (di danni). Se c’è un modo per quantificare lo stigma attorno alla disabilità, questo è uno dei più sottili e convincenti, proprio perché si traduce in denaro, ossia in risorse fornite alla ragazza con sindrome di Down, per “rifarsi una vita”, visto che la sua – poveretta – è di seconda scelta, di scarsa qualità, definitivamente compromessa.

Non voglio certo negare le difficoltà che tuttora esistono nell’educazione e nella crescita di un bambino con una disabilità congenita, anche se negli ultimi anni abbiamo esempi eccellenti di vita piena e dignitosa di tante persone con sindrome di Down. Ma questo retrogusto di carattere eugenetico mi preoccupa. Ci vedo l’eco di teorie utilitaristiche del primo Novecento, le stesse che, importate dagli Stati Uniti in Nord Europa e in Germania, hanno condotto fino alle teorie eugenetiche condotte all’estremo esito dello sterminio nazista, raccontato stupendamente da Marco Paolini in “Ausmerzen”, vite indegne di essere vissute.

Meglio non nascere, dice in sostanza la Cassazione. E se si nasce con un handicap, è colpevole chi non ha fatto la propria parte per evitarlo. E deve pagare. Tanto. Mi guardo allo specchio: ho sessant’anni. Sono nato con venti fratture per gli esiti dell’osteogenesi imperfetta. Una vita segnata, certo. Ma che vita. Anche mia madre non sapeva, allora, che le cose sarebbero andate così. Non so, sospendo il giudizio. Il mio personale giudizio.

Il Campanile di val Montanaia vibra: è in pericolo?

Corriere della sera

La celebre montagna delle Dolomiti friulane, palestra di generazioni di rocciatori

Il Campanile di val MontanaiaIl Campanile di val Montanaia

Dopo i recenti crolli di pareti nelle Dolomiti, se crollasse anche il Campanile di val Montanaia gli alpinisti entrerebbero in lutto. Per fortuna al momento la celebre cima delle Dolomiti friulane - inserita nel patrimonio mondiale dell'Unesco dal 2009 - vera palestra per generazioni di rocciatori, non corre alcun rischio. Però vibra e, data la sua conformazione - sembra un dito rivolto al cielo - non potrebbe non vibrare. Ma quanto vibra, e in quale modo? E nel caso di terremoti, cosa potrebbe accadere?

TERREMOTO - Il 9 giugno scorso, una scossa di 4,3 gradi Richter con epicentro vicino a Barcis (in provincia di Pordenone), ha allarmato la popolazione locale, facendo temere una possibile riattivazione di una frana incombente sul vicino paese di Cimolais e possibili lesioni al Campanile. Il Campanile di val Montanaia, infatti, è un monolito asimmetrico di dolomia: misura 120 metri di altezza sul lato Nord-Est e 240 metri su quello Sud, posti su una base larga 60 metri, creato dall’erosione dei ghiacciai che ricoprivano l’alta val Cimoliana fino a 10 mila anni fa. I geologi e i sismologi dell'Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale (Ogs) di Trieste hanno perciò avviato una serie di indagini per verificare come vibra.

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MISURAZIONI - «Ci siamo chiesti come oscilli questa guglia rocciosa», spiega Massimo Giorgi, «e quale sia il suo stato di salute rispetto alle zone sismiche più vicine». Insieme a Livio Sirovich, Franco Pettenati e Stefano Picotti, Giorgi ha effettuato misurazioni con due tomografi digitali direttamente in parete e in cima alla guglia, al termine di un’arrampicata di IV grado, con un passaggio di V. «Siamo riusciti a definire le diverse modalità di oscillazione del Campanile», hanno raccontato i ricercatori.

OSCILLAZIONI - Accanto a oscillazioni principali che interessano la base, quantificabili in 2,7-1,5 oscillazioni al secondo, sono presenti anche oscillazioni di natura torsionale. «Servono ulteriori analisi per capire se la cuspide oscilli in modo più o meno solidale con la parte inferiore del Campanile», ha detto Sirovich.


Redazione Online8 ottobre 2012 | 18:20

Il Congresso contro le aziende cinesi: “Fuori dagli Usa, siete spie di Pechino”

La Stampa

Nell’occhio del ciclone Huawei e Zte, che vendono telefonini anche in Italia. Userebbero le proprie tecnologie per spiare gli americani per conto del governo di Pechino
alessio schiesari


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Il segnale che qualcosa sta cambiando è arrivato qualche settimana fa, quando il presidente Barack Obama ha negato alla Ralls corporation – un’azienda di proprietà cinese – il permesso di costruire quattro parchi eolici in Oregon. La ragione? Sicurezza nazionale: i terreni si trovano vicini a una base aeronautica e i cinesi potrebbero usare le pale eoliche per spiare la pista di decollo dei Droni. Il caso Oregon è stato il primo, in 22 anni, in cui gli Usa hanno rifiutato un investimento estero. Ma è solo l’antipasto di una più ampia guerra commerciale, in cui ragioni economiche e di intelligence militare si sovrappongono, per andare a formare un quadro di frizione permanente.

Il piatto forte è però atteso per oggi pomeriggio, quando verrà presentata una relazione del Congresso statunitense dalle conclusioni esplosive. Huawei e Zte, i due giganti delle telecomunicazioni cinesi, «rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale degli Usa e devono essere tenute lontane da qualsiasi operazione di fusione o acquisizione di aziende americane, perché hanno legami pericolosi con le forze armate e il governo di Pechino».

Le due aziende, che commercializzano i propri telefonini anche in Italia, sarebbero le teste di ponte dell’intelligence comunista, e userebbero il proprio hardware per spiare i cittadini statunitensi. «La Cina ha i mezzi, le motivazioni e l’opportunità per usare le sue compagnie di telecomunicazioni minacciosamente nei nostri confronti». Le accuse, già di per sé gravissime, assumono un carattere ancor più preoccupante se si considera che la commissione Cfius – comitato sugli investimenti esteri negli States - è presieduto dal Timothy Geithner, il segretario del tesoro Usa e il membro più influente dell’esecutivo del presidente Obama. 

In realtà, non è la prima volta che gli occhi dei regolatori Usa guardano a Zte e, soprattutto, Huawei, con sospetto. Già l’anno scorso il Congresso Usa aveva preferito lasciare fallire l’azienda produttrice di server 3leaf piuttosto che lasciare che a salvarla fosse Huawei. La primavera scorsa un altolà alla multinazionale cinese era arrivato dall’Australia, alleato chiave di Washington nel Pacifico, dove il primo ministro Julia Gillard ha impedito all’azienda di partecipare alla gara di appalto per costruire la rete di banda larga in tutto il Paese.

Effettivamente, guardando alla storia di Huawei, non è difficile trovare degli strani incroci con le forze armate della Repubblica popolare. Ren Zhengfei, il fondatore di Huawei, è un ingegnere che ha trascorso la prima metà della propria carriera lavorando per l’esercito cinese. La sua start-up, nata con un budget iniziale di soli 5mila dollari per importare prodotti di telefonia da Honk Kong, è diventata nel giro di pochi anni un gigante, anche grazie all’«estrema discrezione» con cui è stata gestita dall’ex ingegnere militare.

Oggi Huawei è secondo sola ad Ericsson nella fornitura di strumentazioni per le telecomunicazioni a livello globale e, con 50mila chilometri di banda larga, possiede la rete più estesa al mondo. In Inghilterra, tutta la banda larga di British Telecom è costruita con materiali di Huawei e anche il “Centro di sicurezza cibernetica”, una struttura che lavora a stretto contatto con i servizi segreti britannici, è gestito direttamente da Huawei. Zte è invece accusata dall’Fbi di cooperare con il governo iraniano, cui avrebbe venduto il proprio hardware assicurando che «è facilmente controllabile dall’intelligence».

Ed è proprio questa l’accusa di Washington alle due aziende. I sistemi che vendono in tutti il mondo a prezzi stracciati conterrebbero dei “Cavalli di troia”, software capaci di captare le informazioni sensibili e di inviarli ai server dell’intelligence cinese. Non solo. I microprocessori cinesi potrebbero contenere “kill switch”, interruttori d’emergenza attivabili in remoto capaci di causare un black-out nelle reti di comunicazioni costruite con componenti “Made in China”. Uno scenario da guerra cibernetica che, per quanto possa apparire il copione di un film di fantascienza, Cia e Pentagono stanno cercando di prevenire in ogni modo.

Huawei ha ripetutamente negato ogni tipo di coinvolgimento con l’esercito di Pechino e, per aumentare la propria credibilità presso gli Usa, ha avviato le procedure per farsi quotare alla borsa di New York. La relazione del Congresso ha irritato il governo cinese che, attraverso il portavoce del ministero degli esteri, ha dichiarato: «Ci auguriamo che il Congresso Usa metta da parte i pregiudizi, nel rispetto dei fatti, e agisca in modo da portare benefici alla cooperazione tra Cina e Usa, invece di fare il contrario». Poche righe, ma che lasciano trasparire l’irritazione del Partito comunista per l’ostruzionismo del governo Usa nei confronti delle aziende cinesi. La sfida per la supremazia globale si combatte anche così. 

Cassazione: no alla giustizia fai da te dei genitori

Raffaello Binelli - Lun, 08/10/2012 - 18:04

Stanco delle prepotenze che il figlio undicenne subiva da un ragazzino di due anni più grande, un padre si era fatto giustizia da solo portando il bullo a chiedere scusa in ginocchio alla vittima

D'ora in avanti chi si imbatterà in un bullo che importuna il proprio figlio dovrà studiarsi bene l'ultima sentenza della Cassazione per evitare di finire nei guai.


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Chiedere, anzi esigere le scuse potrebbe costarvi caro, molto caro. Ma vediamo prima cosa è accaduto.

Stanco delle continue prepotenze che il figlio undicenne subiva in palestra da un altro ragazzino, più grande di due anni, un padre si è presentato dal bulletto e, alzando la voce e con qualche minaccia, lo ha costretto a chiedere scusa in ginocchio alla sua vittima. Non contento gli ha rifilato pure due schiaffi. La storia è finita in tribunale. Il Tribunale di Forlì ha riconosciuto colpevole l'uomo e gli ha inflitto tre mesi di carcere, convertiti in 3.420 euro di multa. La Corte di appello di Bologna il 26 ottobre 2010 lo ha condannato per violenza privata e percosse. Ora la Cassazione ha confermato la multa di 3.420 euro con condanna a risarcire il "trauma psichico" patito dal bullo. Poi ha ribadito che "punizione e rieducazione" non spettano ai genitori delle vittime e che i modi bruschi usati dal padre esasperato sono fuori dalle "regole della civiltà".

Paolo D.I. (52 anni) non ne poteva più sentire le lamentele del figlio, vessato e importunato dal mini stalker. Dopo l’ennesima angheria è andato a prendere il bullo ed ha imposto le scuse a suo figlio. Poi gli ha rifilato due schiaffi intimandogli che una cosa del genere non si doveva più ripetere. La Cassazione ritiene la pena "calibrata e commisurata alla gravità del danno cagionato al minorenne". Secondo i supremi giudici - sentenza 39499

 la sua "persona è stata sicuramente sconvolta e alterata, sul piano psichico, dalla condotta reiteratamente violenta, sotto tutti i profili, dell’imputato, proiettata verso un obiettivo di punizione e rieducazione, assolutamente al di fuori della sua competenza ed estranea alle regole di civiltà che sempre e comunque devono vincolare le azioni e le reazioni dei cittadini".

Secondo i magistrati con l’ermellino "per rimediare alla incresciosa situazione" il padre aveva una sola strada - "una singola e civile prospettiva decisionale e operativa" - quella di "rivolgersi, in maniera tempestiva ed efficace, ai gestori del centro sportivo per l’adozione delle necessarie misure preventive e punitive". Per la Cassazione, la scelta di "agire con molteplice violenza sul giovane e immaturo tredicenne non è stata assolutamente necessitata". Ineccepibile, in punta di diritto. Di certo il genitore ha esagerato. Resta il fatto che il bulletto-persecutore, che ha ottenuto il risarcimento e pure l'etichetta di vittima, alla fine l'ha fatta franca.

Google e l'aiutino irlandese: 9 miliardi di profitti e 8 milioni di euro di tasse

Corriere della sera

Il meccanismo, perfettamente legale, che consente ad alcune grandi società di ridurre gli oneri fiscali

Il sistema è noto ed è lo stesso usato da moltissime multinazionali high-tech. Ma conoscere le cifre reali del fenomeno fa un certo effetto: Google, che ha la sua sede europea a Dublino, nel 2011 ha generato operazioni dalla sede irlandese per 9 miliardi di profitti, pagando appena otto milioni di euro di tasse. La notizia, pubblicata in questi giorni da diversi giornali irlandesi, torna a far discutere delle astuzie fiscali dei colossi del web.

IL MECCANISMO - Astuzie che hanno portato una vera e propria migrazione di molte aziende a Dublino (la piazza più economica d'Europa dal punto di vista fiscale): gli accordi previsti dai trattati internazionali dell'Irlanda consentono infatti di ridurre in maniera significativa l'aliquota fiscale fino ai valori minimi. I profitti poi in alcuni casi, vengono trasferiti verso società con sede in paradisi fiscali come le isole Cayman o le Bermuda, mentre i costi vengono attribuiti alle aziende nei Paesi con imposte più alte.

Un sistema di ingegneria finanziaria perfettamente legale, ma che da tempo sta facendo storcere il naso a molti politici fuori dai confini irlandesi. Succede infatti la stessa cosa per molte società americane come la Apple: la sua sede è a Cupertino, in California, ma quando si tratta di pagare le tasse, come ha ricordato in un lungo articolo il New York Times, diventa più conveniente il Nevada. L’imposta sul reddito delle società in California è infatti dell’8,84%, mentre dalle parti di Reno è zero. Si stima che grazie a questo sistema lo scorso anno Apple abbia risparmiato circa 2,4 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Niente male.

LE TASSE - In un volume pubblicato quest'anno dal titolo «Are you smart enough to work at Google», l'autore William Poundstone, oltre a raccontare le interviste diaboliche dei responsabili della selezione di Mountain View, descrive quanto siano accurate le selezioni dei dirigenti "fiscali" della grande G: bravi, pare, quanto gli ingegneri Google.

Corinna De Cesare
corinnadecesare8 ottobre 2012 | 13:03

Storia del Comandante Diavolo 47 anni da innocente all’inferno

Stefano Lorenzetto - Lun, 08/10/2012 - 09:04

Germano Nicolini nel 1947 finì in galera, accusato di aver ucciso don Umberto Pessina. In cella per 10 anni, solo nel ’94 fu scagionato

Oggi Germano Nicolini ha 93 anni e da ex partigiano, medaglia d’argento al valor militare, continua a prestare la sua testimonianza sugli orrori della guerra e sulla sua drammatica vi­cenda personale quella che il 13 maggio del 1947 lo vide finire in prigione con l’accusa di omicidio.


Cattura
Era il 18 giugno del 1946 quando nella parrocchia a San Martino Piccolo, frazione di Correggio, venne trovato ucciso con due colpi d’arma da fuoco Don Umberto Pessina. Sindaco di Correggio, la cittadina del Reggiano che diede i natali al pittore AntonioAllegri(dettoilCorreggio), era Germano Nicolini un giovane ventottenne iscritto al partito comunista che fu eletto anche grazie ai voti di alcuni consiglieri comunali della Democrazia Cristiana.

L’omicidio di Don Pessina destò molto scalpore e fu imputato immediatamente a tre uomini: Germano Nicolini, Antonio Prodi ed Elio Ferretti che furono arrestati il 13 maggio del 1947. Durante la seconda guerra mondiale Nicolini fu fatto prigioniero a Tivoli dai tedeschi ma riuscì in maniera rocambolesca a darsi alla fuga e a partecipare alla guerra di Liberazione. Fu il modo rocambolesco con cui fuggì dalla prigionia tedesca il motivo per cui gli fu dato il soprannome di comandante «Diavolo».

Terminata la guerra, il governatore americano Adam Jannete, nominò il Nicolini Comandante della Piazza di Correggio. Ma per Germano Nicolini quel 13 maggio inizia una nuova e dura battaglia; quella tesa a dimostrare la propria innocenza. Ci fu grande attenzione sul processo per l’omicidio di Don Pessina­da parte di tutta la curia e in particolar modo dal vescovo di allora di Reggio Emilia Monsignor Socche. Il processo si svolse a Perugia e nel 1950 Nicolini fu condannato a ventidue anni di reclusione. A nulla valsero le testimonianze che affermavano che nel momento dell’omicidio di Don Pessina il Nicolini stava giocando a bocce con amici in un paese nelle vicinanze. Non solo un alibi circostanziato e confermato da più persone ma anche la testimonianza di due reo confessi, Cesarino Catellani ed Ero Righi, che spontaneamente si consegnarono alla giustizia autoaccusandosi.

Sia il Catellani che Righi non furono creduti e furono condannati per autocalunnia. Il grande accusatore, Antenore Valla, durante il processo confessò più volte di essere stato torturato dal Capitano dei Ca­rabinieri Pasquale Vesce, per estorcere le accuse contro il Nicolini. Naturalmente la solerzia nel risolvere il caso dell’omicidio di Don Pessina valse al Comandante Vesce la promozione a Generale. Ma per Nicolini le porte del carcere si chiusero definitivamente e rimase per 10 anni in carcere.

Passa­rono quaranta anni quando, finalmente, nel 1990 l’onorevole Montanari riuscì a fare riaprire il processo. Infatti le testimonianze dell’epoca individuavano in tre persone gli assassini di Don Pessina mentre i reo confessi, Catellani e Righi, erano soltanto in due.Così a rendere possibile la riapertura del processo ci fu l’autoaccusa di William Gaiti, il cosiddetto terzo uomo, come facente parte assieme agli altri due del commando che fece irruzione nella Canonica di Correggio trucidando Don Pessina.

Si aprì il processo a carico di Gaiti, Righi e Catellani che furono nel ’93 condannati per l’omicidio del parroco; mentre per Nicolini, Prodi e Ferretti si dovette attendere l’8 giugno ’94 perché fossero assolti «per non aver commesso il fatto». Si concluse che la sentenza contro Nicolini, Prodi e Ferretti era già scritta prima che iniziasse il processo nel ’45. Il principale accusatore, il Valla, era il giorno del delitto in Francia, incarcerato a Grenoble, per espatrio clandestino sotto falso nome (tale Sandro Tontolini) e i ri­scontri quindi di inattendibilità del teste prodotti dalla difesa nel ’47 non furono ammessi come prova.

La corte di appello di Perugia il 3 giugno ’ 94 sentenziò «… una pressante quanto legittima domanda di giu­stizia da parte del clero locale, estrinsecatasi però in iniziative al limite dell’interferenza; interventi di attività non istituzionali e comunque processualmente non competenti- abbia fatto si che la legittima esigenza di individuare e punire del grave e gratuito fatto di sanguesirisolvesse, oggettivamente, in una sorta di ricerca del colpevole a tutti i costi dando luogo ad un grave errore giudiziario al quale la Corte ha ritenuto ora di dover porre rimedio assolvendo gli imputati e restituendoli alla loro dignità di innocenti ».

@terzigio

Quei dieci giorni spariti dalla storia

Enrico Silvestri - Dom, 07/10/2012 - 20:02

Nel 1582 papa Gregorio XIII riformò il calendario giuliano per allinearlo con quello solare, cancellando oltre una settimana. I suoi sudditi andarono così a letto il 4 ottobre e si svegliarono il 15

Cosa successe il 5 ottobre del 1582? Incredibilmente nulla.


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E i 6, il 7 e tutta la settimana dall’8 al 14 ottobre? Nulla, desolatamente nulla. Per il semplice fatto che nell’ottobre del 1582 la gente andò a letto giovedì 4 per svegliarsi il giorno sempre venerdì, ma già il 15. Non dormirono ovviamente 10 notti di fila, ma semplicemente l’introduzione del calendario Gregoriano aveva dovuto cancellare dieci giorni per allineare le date con il movimento degli astri.Misurare il tempo è stato uno dei primi pensieri di qualsiasi civiltà che abbia avuto «contezza di se», anche se le conoscenza astronomiche non erano precisissime. E questo portò a clamorosi errori nei calcoli. I Maya, Aztechi e Toltechi avevano elaborato un sistema molto complesso basato su più cicli di durata diversa: il ciclo Tzolkin, 260 giorni, il ciclo Haab, 360 più i «cinque giorni fuori dal tempo» mentre il «Lungo computo» indicava il numero di giorni dall’inizio dell’era maya.

Il calendario egizio era invece composto da tre stagioni di quattro mesi di 30 giorni ciascuno, per un totale, quindi, di 360 giorni, a cui venivano aggiunti a fine anno 5 o 6 giorni, detti «epagomeni» per far tornare i conti. Il calendario cinese era per molti aspetti simile a quello lunisolare ebraico, prevedendo anni comuni, composti da 12 mesi e lunghi 353, 354 o 355 giorni, e anni «embolismici», composti da 13 mesi e lunghi 383, 384 o 385 giorni.Massima confusione dunque. Anche in Italia dove inizialmente vigeva il calendario attribuito a Romolo, che secondo al leggenda avrebbe fondato la Città Eterna nel 753 avanti Cristo. Calendario composto da dieci mesi: Martius (31 giorni), Aprilis (30), Maius (31), Iunius (30), Quintilis (31), Sextilis (30), September (30), October (31), November (30) e December, 30 giorni. In totale dunque 304 giorni, ne mancavano 61 che di fatto non erano assegnati a nessun mese, non esistendo gennaio e febbraio.

Quindi una volta trascorsi si passava direttamente alle «calende» di Martius. Non poteva reggere così nel 713 intervenne Numa Pompilio, secondo re di Roma, che aggiustò parecchio le cose. Vennero aggiunti due mesi, Ianuarius (29 giorni) e Februarius (28), rivista la durata degli altri dieci, portando la durata complessiva a 355 giorni. Ne mancavano sempre una decina a cui si decise di provvedere aggiungendo periodicamente, su iniziativa del Pontefice Massimo, il mese di «Mercedonio» composto da 27 giorni.Per circa sette secoli si andò avanti così fino a quando nel 46 a.C. non intervenne nientemeno che Giulio Cesare. Non contento di aver conquistato la Gallia, invaso Britannia e Germania, combattuto in Spagna, Grecia, Egitto, Ponto e Africa, nel 46 avanti Cristo decise di mettere mano ai calendari eliminando il «Mercedonio», portando la durata dell’anno a 365 giorni e introducendo l’anno bisestile. In suo onore due ani dopo «Quintilis» fu ribattezzato «Iulius» mentre più tardi il suo sucessore Augusto trasformò «Sextilis» in «Augustus».

Quasi ci siamo, il sistema giuliano resistette per ben 15 secoli fino a quando qualcuno non si accorse che non bastava introdurre un giorno ogni quattro anni per allineare il calendario ufficiale a quello solare. La differenza ogni anno non era di infatti di 6 ore esatte. In tal modo ogni 128 anni circa si rimaneva indietro di 24 ore. Se cominciò a sospettare qualcosa già nel IV secolo ma solo nel Cinquecento papa Gregorio XIII decise di aggiustare le cose e nominò una commissione di esperti, presieduta dal matematico bavarese Cristoforo Clavio, gesuita, e composta dal medico calabrese Luigi Lilio, dal matematico ed astronomo siciliano Giuseppe Scala e dal matematico perugino Ignazio Danti. Per sistemare il calendario giuliano furono usate le misurazioni di Niccolò Copernico, il quale era riuscito a calcolare, con notevole accuratezza, sia l’anno solare che l’anno siderale.

Fatti bene conti, al pontefice fu spiegato che per evitare errori futuri ogni 4 secoli bisognava saltare tre anni bisestili e per allinearsi all’anno solare bisognava portare l’«orologio» della storia avanti di 10 giorni. Così con l’apposita bolla papale «Inter gravissimas» impose che tutti si sarebbero coricati il 4 ottobre ma si sarebbero svegliati il 15.La modifica entrò in vigore immediatamente in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania, Belgio, Olanda e Lussemburgo e in tutti i paesi cattolici nell’arco di cinque anni. I protestanti tennero duro sino al Settecento prima di capitolare, mentre la Russia si decise solo nel 1918 per cui la famosa «Rivoluzione di Ottobre» (il 24 per la precisione) in realtà era avvenuta il 6 novembre, perché dal 1582 il «giuliano» si era mangiato altri tre giorni. Una decisione «civile» ma non religiosa e per questo ancora adesso i Greco Ordossi festeggiano il Natale il 7 gennaio. Anzi, fra poco, essendo quasi passati i 128 anni, lo celebreranno 14 giorni dopo di noi.

Le orfanelle eredi milionarie perdono tutto per un raggiro

La Stampa

Ravenna, per il giudice violato il testamento, ma è scaduto il termine per rivendicare i beni




Le orfanelle dovranno pagare 60 mila euro di spese legali

raphael zanotti
ravenna


Orfane, cresciute in condizioni indecorose, tradite da chi le doveva accudire, depredate e ora beffate dalla Legge cui si erano rivolte per far valere i loro diritti. La storia delle orfanelle del Galletti Abbiosi, orfanotrofio di Ravenna chiuso nel 1974, è di quelle che farebbero indignare chiunque. Solo di recente, da anziane e con la vita ormai alle spalle, hanno scoperto di essere le eredi dello sconfinato patrimonio del conte Carlo Galletti Abbiosi, fondatore del loro istituto.  Una notizia che era stata loro opportunamente taciuta. Ma il giudice cui si sono rivolte per ottenere quanto spettava loro ha stabilito che sono arrivate troppo tardi a pretendere la loro eredità. E ora, le orfanelle, dovranno anche pagare all’ente religioso che si è appropriato di quei beni, la bellezza di 60.000 euro di spese legali.

Per capire i passaggi di questa tortuosa vicenda bisogna risalire a oltre un secolo e mezzo fa, 1867, anno della morte del conte Galletti Abbiosi. Il nobile ravennate, proprietario di terre e possedimenti in tutta la provincia, non avendo figli decide di destinare il suo ingente patrimonio all’erezione di un orfanotrofio per bambine tra i 7 e i 12 anni. A gestirlo, un comitato formato dall’arcivescovo di Ravenna, dal canonico più anziano della diocesi metropolitana, dal parroco di San Pietro Maggiore, dal sindaco, dal presidente della Cassa di Risparmio di Ravenna e dal primo massaro della Casa Matha.  Il testamento è chiaro: il complesso dei beni dovrà servire a garantire l’esistenza dell’orfanotrofio e non potrà essere ceduto. L’istituto non potrà essere fuso con altri enti e, nel caso dovesse chiudere o i termini del testamento dovessero essere violati, l’intero patrimonio andrà alle ultime orfanelle ospitate. 

Così, purtroppo, non sarà.

Già nel 1947, infatti, i beni del conte vengono venduti a un privato, Angelo Tassinari. È una vendita per interposta persona perché nel 1953 Tassinari rivende i beni alla Cassa di Risparmio di Ravenna (il cui presidente, come membro del comitato di gestione dell’ente, sei anni prima ha autorizzato la vendita). Succede dell’altro. Nel 1974 le orfanelle vengono messe alla porta e la struttura chiusa. Lo è solo operativamente perché nel 1982 viene cambiato lo statuto e nel 1994 la Regione autorizza la fusione dell’Orfanotrofio femminile Galletti Abbiosi con l’Ospizio per l’infanzia Mons. Giulio Morelli. Tre anni dopo confluisce anche la Fondazione Pallavicini Baronio e nasce così la fondazione «Istituzioni di Assistenza Riunite Galletti Abbiosi-Monsignor Morelli Pallavicini Baronio». 

Le orfanelle, diventate grandi, continuano la loro difficile vita ignare della loro eredità. Intanto la fondazione cede l’ex orfanotrofio all’Arcidiocesi di Ravenna che, nel 2000, affida la struttura a un privato. Grazie a 5 miliardi di lire di fondi per il Giubileo, il privato ci costruisce un ostello per pellegrini che, come molte strutture simili, nel giro di poco diventa un albergo di lusso con tanto di autorizzazione del Comune di Ravenna. Il titolare, giusto per la cronaca, è un parente di un consigliere comunale.

E il testamento del conte Galletti Abbiosi? Violato, ripetutamente. Lo scoprono due ex ospiti dell’orfanotrofio che, chiamate a raccolta le «colleghe», le convincono a citare in giudizio l’ente religioso. Il tribunale di Ravenna conferma le ripetute violazioni del testamento mentre l’arcivescovo, sulla questione, mantiene un imbarazzato silenzio. A questo punto - si dirà - le orfanelle dovrebbero ottenere quanto loro negato per quasi 40 anni. 

Ancora una volta, così non sarà. 

Il giudice di Ravenna ha sentenziato che un erede deve accettare la sua eredità entro dieci anni. Stabilito che le ospiti più piccole dell’orfanotrofio nel 1974 avevano 7 anni e dunque avrebbero raggiunto la maggiore età nel 1991 (all’epoca si diventava adulti a 21 anni), le orfanelle avrebbero dovuto rivendicare quanto spettava loro entro il 2001. Le orfanelle hanno perso la causa e ora dovranno pagare le spese legali dell’ente religioso: 60.000 euro. Cosa che non intendono fare. «Proporremo appello - dichiara Chiara Boschetti, avvocato che segue una cinquantina di loro - Sono deluse e indignate, e le comprendo». Chissà cosa penserebbe il conte Galletti Abbiosi se vedesse il suo orfanotrofio trasformato in un albergo per ricchi e le sue predilette indigenti costrette a pagare. 

Dramma di un senzatetto: "Ho dormito anche in un loculo al cimitero"

La Stampa

Testimonianza choc a Galliate: "Il lavoro è calato e non sono più riuscito a pagare l'affitto"

simona marchetti



Cattura
«Non sapevo più dove andare a dormire e ad un certo punto mi sono “loculizzato”». Ci scherza su con una certa dose di amara ironia, e per farlo conia anche un neologismo: Claudio Grassi, una cinquantina d’anni, residente a Galliate, il 25 luglio scorso ha dovuto lasciare il suo appartamento e laboratorio di ebanista. Per qualche giorno ha riposato sulle panchine davanti al cimitero, poi sotto la tettoia delle bici, infine ha preferito infilarsi nei prefabbricati destinati ad ospitare i nuovi loculi, sul retro del cimitero. E ha trascorso qualche notte lì, fino a quando un amico gli ha consentito di trovare una soluzione migliore.
 
«Adesso dormo in un posto  dove non c’è l’energia elettrica, ma almeno ho un tetto sulla testa: non potendo lavorare non ho reddito, e fino a che la stagione è abbastanza tiepida tiro avanti, poi non so cosa accadrà».
La sua storia è il frutto della crisi: sposato con una cittadina russa, «era davvero un ex agente del Kgb», ricorda, si è poi separato. Da Vercelli, dove viveva, si è trasferito a Galliate.

Quando i suoi guadagni non sono più stati sufficienti a pagare l’affitto, ha preferito lasciare spontaneamente il suo alloggio. «Non ho voluto arrivare fino allo sfratto, che mi avrebbe creato poi altre difficoltà. Allora mi sono rivolto al Comune, ma mi hanno detto che non avevano abitazioni disponibili e che non potevano fare nulla per me». Grassi sottolinea: «Mi hanno detto di parlare con la Caritas, ma questa non può essere la risposta di uno Stato civile di fronte ai bisogni reali dei suoi cittadini».

Adesso ha una occupazione saltuaria che gli frutta qualche euro al mese, un altro amico che gli offre il pranzo, ma vorrebbe ripartire, ricominciare con il suo mestiere, per poi trovarsi una sistemazione dignitosa: «Avrei bisogno di uno spazio che disponga almeno dell’acqua, dove posso sistemare me e le mie attrezzature: faccio appello a chi può mettermelo a disposizione, per me sarebbe vitale». Questo per lui rappresenta davvero una speranza: «Alla mia età è difficile cambiare, e non ci sono molte opportunità neanche per trovare un impiego, ad esempio, come lavapiatti. Mi adatto, ma non c’è davvero nulla». Vuole tornare a fabbricare mobili, il suo lavoro che racconta con passione e competenza.

Stop alle catene di Sant'Antonio per raccolta nomi su internet

La Stampa

È reato reclutare tramite internet persone che si iscrivono per trovare altre adesioni e guadagnare senza vendere beni o servizi. Lo stabilisce la Cassazione con la sentenza 37049/12.


Il caso

La Suprema Corte conferma che il cosiddetto "marketing multilivello" è lecito, ma che non lo è la pratica web secondo la quale gli utenti si iscrivono a pagamento con l'intento di percepire una percentuale sulle iscrizioni successive. In tal caso l'imputato aveva creato una struttura nella quale i partecipanti non vendevano e neppure promuovevano la vendita di beni o servizi, ma guadagnavano reclutando altri "naviganti" in Internet. Più persone reclutavano, più aumentava la loro probabilità di conseguire un premio. Insomma, pur pagando per iscriversi non c'era nessuna reale controprestazione, se non effettuando il reclutamento. Questo comportamento è stato censurato dalla Cassazione.

Un poema inedito di Tolkien scoperto negli archivi di Oxford

La Stampa

Ritrovato 40 anni dopo la morte, la “Caduta di Artù” uscirà nel 2013


John Ronald Reuel Tolkien è nato nel 1892. Scrittore, poeta, professore di filologia a Oxford, è morto nel 1973

andrea Malaguti
corrispondente da londra

Ci ha pensato a lungo, poi, nonostante lo scempio che a suo parere il cinema ha fatto dell’opera di suo padre, Christopher Tolkien, figlio di John Ronald Reuel (250 milioni di libri venduti nel pianeta tra «Il Signore degli Anelli» e «Lo Hobbit»), ha deciso di presentarsi alla HarperCollins.  «Credo che vi potrebbe interessare pubblicare questo». Quindi ha lasciato scivolare un manoscritto nelle mani di Chris Smith, il responsabile della casa editrice. «Si intitola: La caduta di Artù». Un poema inedito, non concluso, di circa mille versi, ispirato da un quadro del pittore inglese John Mulcaster Carrick, in cui si vede il mitologico sovrano a terra, sollevato per un braccio da un cavaliere. Entrambi sono rivolti verso il mare dove una nave si allontana confusa nelle nebbie del tramonto. Ma non è chiaro se Artù sia ancora vivo. 

Smith non ha avuto la forza di abbracciarlo perché Christopher, che ormai si è trasferito in Francia con la moglie, è un uomo severo di 87 anni, con l’accento piuttosto intimidente della vera aristocrazia, ma lo ha guardato con evidente gratitudine. E ha programmato l’uscita del libro per il maggio del 2013. JRR Tolkien, scrittore, filologo, glottoteta, linguista e genio, professore all’Università di Oxford, scrisse «The Fall of Arthur» in versi allitterativi - ma non in rima - usando un inglese moderno eppure ispirato alla lingua dell’undicesimo secolo. Il Dux Bellorum (il Signore delle Guerre, così era chiamato Artù) e Galvano, il più

valoroso dei cavalieri della Tavola Rotonda - imbattibile alla luce del giorno, più vulnerabile al calar della sera -, vanno in guerra verso la terra dei Sassoni ma vengono richiamati a casa dalla notizia del tradimento di Mordred. La trama, che cresce attorno a questo episodio, era parzialmente conosciuta, perché lo stesso Tolkien ne aveva parlato in una lettera inviata al suo editore americano nel 1955, ma fino al 1973 nessuno aveva mai avuto accesso al manoscritto che era custodito gelosamente nella biblioteca Bodleian di Oxford, in una sala in cui neppure gli studenti potevano entrare.

Christopher Tolkien, che per tutta la vita si è dedicato al recupero degli scritti inediti del padre (di cui è esecutore letterario), ha chiarito che i diritti cinematografici non saranno disponibili. Mentre suo padre creava le storie di Bilbo Baggins lui partecipava in prima persona, dava idee, studiava sviluppi possibili, e ha sempre detestato la trasformazione di un lavoro così sofisticato nel fumettone pluripremiato diretto da Peter Jackson (pronto a lanciare al cinema anche la trilogia di The Hobbit).

«Hanno sbudellato i libri fino a farne un action movie per ragazzi tra i 15 e i 25 anni. La distanza che si è creata tra la bellezza e la serietà del lavoro di mio padre e quello che lo hanno fatto diventare, va oltre la mia capacità di sopportazione». Perché l’esistenza degli eroi è semplice e va dritta allo scopo come un colpo di spada. Ma quella degli uomini, fatta soprattutto di ostentazioni, lamentele e recriminazioni, non ha mai una traiettoria precisa. A meno che a indicargliela non sia il denaro.

Quel saccheggio continuo del predatore di libri

Corriere della sera

I 4.000 volumi trafugati dal delegato del ministero

«Mi sono ricordato un altro furto». Ogni volta che torna dai giudici per un nuovo interrogatorio il dottor (falso) professor (falso) principe (falso) Marino Massimo De Caro messo dal ministero a dirigere la biblioteca dei Girolamini, racconta di altri libri saccheggiati in giro per l'Italia. Siamo a quattromila, finora. Tra cui le uniche copie di un testo rarissimo di Galilei sostituite con dei falsi. Il più grande sacco planetario degli ultimi decenni. Che la dice lunga su come «conserviamo» il nostro patrimonio.

Ricordate? Tutto iniziò quando lo storico dell'arte Tomaso Montanari raccontò su il Fatto di avere trovato la ricca biblioteca napoletana della chiesa dei Girolamini, quella di Giambattista Vico, in un caos indescrivibile e di aver sentito voci di «auto che escono cariche, nottetempo, dai cortili». Seguivano i dubbi sul direttore nominato dal ministero dei Beni culturali, del quale Ferruccio Sansa e Claudio Gatti raccontavano ne Il sottobosco alcune storie stupefacenti. Dai rapporti con oscuri oligarchi russi ai precedenti specifici nel settore del libro antico come la relazione con la libreria antiquaria di Buenos Aires «Imago Mundi» di Daniel Guido Pastore, coinvolto in una inchiesta su una serie di furti alla Biblioteca Nazionale di Madrid e a quella di Saragozza.

Via via, su Marino Massimo De Caro, venne fuori di tutto. Che non era affatto laureato a Siena, che non era affatto principe di Lampedusa, che non aveva affatto insegnato all'Università di Verona... Tutto falso. E spacciato per vero grazie allo spazio che si era ricavato nel retrobottega della politica, come l'Associazione nazionale «Il Buongoverno» che aveva come presidente nazionale onorario Marcello Dell'Utri, segretario il senatore Salvatore Piscitelli e «segretario organizzativo nazionale il professor Marino Massimo De Caro».

Sulle prime, lui cominciò a bombardare di telefonate un po' tutti, a partire dal Corriere che aveva smascherato le bugie della laurea e della docenza: «Ma no, c'è un equivoco, quando mai...». Poi saltarono fuori i primi libri rubati e ammucchiati in giro per vari depositi. Finché il procuratore aggiunto napoletano Giovanni Melillo non gli fece mettere finalmente le manette. Dando il via a una catena di arresti saliti negli ultimi giorni a una dozzina.

Giancarlo Galan, che come sarebbe emerso aveva ricevuto lui pure in regalo un libro antico, sulla caccia, rubato ai Girolamini (a sua insaputa, ovvio...), si precipitò a spiegare al Corriere del Veneto che sì, era vero che quel predone l'aveva introdotto lui come consulente ministeriale prima all'Agricoltura e poi ai Beni culturali ma perché non poteva dire di no: «Me lo aveva presentato un uomo al quale devo tutto: Marcello Dell'Utri». Confidò: «Ammetto le mie colpe. Al suo curriculum non ho dato grande peso». Cioè? «Non ho verificato quanto c'era scritto. Non so se avesse i titoli per quell'incarico». E aggiunse: «Di libri sinceramente non ne capisco niente. E poi lui nel suo curriculum aveva scritto che insegnava a dei master a Buenos Aires e a Verona...»

Che Marcello Dell'Utri ami i libri antichi è noto. Un giorno spiegò a Lo Specchio perché avesse messo insieme una biblioteca eccezionale: «Il rapporto con libri comprende tutti i sensi. Dall'odore si può riconoscere pure il secolo di un libro, basta pensare alla spugna, alla cera che si passa, all'odore della polvere che si crea. E poi la vista: i dorsi con le incisioni in oro, i fregi particolari, la vista d'una biblioteca antica: come trovarsi di fronte a un monumento. Il tatto: la pergamena, il marocchino, il vitellino inglese, la carta vellutata, filigranata, giapponese...».

Fatto sta che, secondo la magistratura che lo ha invitato a comparire, non riconobbe l'odore di tre pezzi rubati dal suo raccomandato ai Girolamini. Per l'esattezza una edizione preziosissima del Momo, o del principe di Leon Battista Alberti, un'altra del De rebus gestis del Vico e infine una rarissima «legatura» di Demetrio Canevari. Un capolavoro che non dice molto a chi non ci capisce ma sul mercato mondiale vale una fortuna.

Eppure non sono quelli finiti nelle mani del senatore berlusconiano, che avrebbe manifestato l'intenzione di restituirli, i pezzi più pregiati. Su tutti i libri razziati dalla volpe messa a guardia del pollaio spiccano per il valore storico e commerciale, due edizioni originali di un libro di Galileo Galilei, Le operazioni del compasso geometrico e militare edito a Padova nel 1606 e dedicato a Cosimo II. Ce n'erano due sole copie, in Italia. Una nella biblioteca dell'Università di Padova, l'altra in quella dell'Abbazia di Monte Cassino. Le ha rubate tutte e due. Sostituendole, dice, con due copie costruite da un abilissimo falsario.

Il rettore padovano Giuseppe Zaccaria, saputa la notizia, è rimasto di sasso. Possibile? Il fatto è che, se non lo avesse raccontato lo stesso Marino Massimo De Caro nel disperato tentativo di collaborare con Melillo e con i sostituti Michele Fini, Antonella Serio e Ilaria Sasso del Verme, non se ne sarebbe mai saputo nulla. Su un terzo libro di Galilei fatto sparire la magistratura ha già comunque controllato. Dice una relazione alla Procura di Maria Rosaria Grizzuti: «L'esemplare del Sidereus Nuncius di Galilei presente presso la Biblioteca nazionale di Napoli altro non è effettivamente che un fac-simile sostituito all'originale».

Come diavolo faceva, quel ladrone paragonabile solo a Guglielmo Bruto Icilio Timoleone conte Libri-Carucci della Sommaia, forse il più grande saccheggiatore di libri della storia, a rubare pezzi di quel livello? Stando ai giudici, che si chiedono perché l'ispezione ai Girolamini disposta già a febbraio fosse stata insabbiata, De Caro arrivava qua e là preceduto spesso dalla telefonata di raccomandazione di Maurizio Fallace, che al ministero guidava la Direzione generale per le biblioteche. I responsabili di queste biblioteche, tutti con l'acqua alla gola per i tagli radicali alla cultura e desiderosi di parlare finalmente con un inviato del ministro, gli spalancavano le porte. Lui scendeva dall'auto blu e si faceva mostrare i pezzi migliori. Poi, in un momento di distrazione...
I libri fatti sparire, per quanto se ne sa oggi, sarebbero almeno quattromila. Le biblioteche «visitate» moltissime. I soldi incassati dal ladro con tesserino ministeriale una enormità: per il solo anticipo sulla vendita di 450 volumi («c'erano degli erbari, c'erano libri di zoologia, c'erano libri di fisica, c'era il primo libro sull'agopuntura cinese, il primo libro sulla pazzia scritto nel Settecento...») De Caro incassò un milione. Se una parte di quei libri possono essere recuperati, però, appare sempre più sconvolgente il danno fatto, con la complicità di padre Sandro Marsano, l'ex conservatore, alla biblioteca dei Girolamini. Per fare sparire i pezzi più pregiati, circa centomila volumi sono stati spostati e gli antichi cataloghi manomessi, tagliati e raschiati per cancellar le tracce. Una devastazione forse irrimediabile. Il tutto grazie all'«errore» di qualche politico che pensa di poter scegliere gli «esperti» così... Ditecelo: quanti altri Marino Massimo De Caro ci sono in giro?


Gian Antonio Stella
8 ottobre 2012 | 8:42

Ai terremotati neanche un centesimo degli sms

Corriere della sera

Raccolti 15 milioni, ma la Protezione civile spiega che i tempi tecnici per farli arrivare a chi ne ha bisogno sono lunghi

Gli sms «solidali» erano stati inviati prontamente ma, in Emilia, il denaro non è ancora arrivato. Si tratta di oltre quindici milioni di euro donati da migliaia di italiani a favore delle popolazioni terremotate attraverso i telefoni cellulari e la rete fissa: due euro per ciascun messaggino al numero 45500, dal 29 maggio al 10 luglio scorsi. Com'è possibile che a oltre tre mesi dalla seconda violenta scossa non si sia ancora visto un euro, considerata l'urgenza della ricostruzione? Cioè, perché questa grande distanza fra lo slancio e la tempestività di chi versa pensando ai bisogni di una terra in ginocchio e la lentezza di chi quell'aiuto deve trasformarlo in moneta disponibile?

La risposta è una sola: burocrazia. «Purtroppo l'iter non si può comprimere più di tanto, se si vuole assicurare trasparenza», allarga le braccia Franco Gabrielli, capo della Protezione civile e, soprattutto, diretto interessato a una rapida soluzione della strana vicenda. Gabrielli ci ha infatti messo la faccia sulla campagna di raccolta fondi straordinaria, essendo la stessa il frutto di un accordo fra l'Emilia Romagna e la Protezione civile nazionale e avendola lanciata in termini chiari: «Il ricavato verrà versato sul nostro fondo», garantiva.

Dove sono finiti, dunque, quei quindici milioni? «Innanzitutto una precisazione sulla cifra - spiega un suoi tecnico - I 15 milioni non sono versamenti ma promesse di versamento. La differenza è sottile ma decisiva. Nel senso che i vari gestori (Tim, Vodafone, Wind eccetera) prima di versare alla Tesoreria dello Stato l'importo corrispondente agli sms, devono effettivamente incassare la cifra. Io posso anche inviare un messaggio ma se poi per qualche ragione non lo pago, il gestore non versa». I tempi si allungano, quindi, perché la riscossione è lenta. Al di là delle schede prepagate ci sono infatti contratti e bollette legati al buon fine dell'operazione.

Cosicché al momento nelle casse di Bankitalia risultano depositati per l'Emilia poco più di 7 milioni di euro, nemmeno la metà di quelli ipotizzati. Che poi è il risultato della piccola odissea di quel semplice sms: gestore, centro fatturazione, smistamento, Banca d'Italia, dipartimento della Protezione civile e contabilità speciale del Commissario straordinario che nel caso dell'ultimo sisma sono i tre governatori interessati: Vasco Errani per l'Emilia, Roberto Formigoni per la Lombardia e Luca Zaia per il Veneto. Da qui verrà versato ai Comuni che hanno presentato i progetti prescelti. Insomma, un lungo cammino. «Ritengo però che questa procedura - cerca di rassicurare Gabrielli - anche temporalmente differita, garantisca scelte ponderate e ragionate sulle reali esigenze del territorio».

Ma cosa ne pensano i Commissari delegati che operano fra le macerie e non vedono i denari promessi, dopo aver deciso il piano di riparto (Emilia 95%, Lombardia 4,5% e Veneto 0,5%)? In Emilia Errani ha «delegato» la spiegazione ad Angelo Rughetti, direttore nazionale dell'Anci e responsabile dell'Ufficio di coordinamento istituzionale nell'ambito della struttura del Commissario: «A dire il vero Gabrielli è sempre stato molto esplicito: i tempi saranno medio lunghi perché c'è una cornice di buona riuscita che va garantita. Certo, si potrebbe studiare per il futuro una semplificazione in modo che i versamenti finiscano in un canale parallelo e diretto ma credo che si stiano facendo le cose per bene.

Noi abbiamo già mandato alla Protezione civile un elenco di comuni con le varie esigenze. Tutti gli interventi finiranno in una database che si chiama Trasparenza donazioni, in modo che ci sia una tracciabilità totale dei versamenti e il Comune si impegna a seguire gli appalti rendicontando la spesa». Dal Veneto Zaia con il suo 0,5% è quasi disinteressato: «Per noi sono 75 mila euro, se permette sto pensando alla partita da 6 miliardi che ho in ballo col governo. In ogni caso, è scandaloso che ci sia burocrazia sulla solidarietà». Gabrielli non ci sta: «Si vuole evitare, come accaduto nel recente passato, che in alcuni comuni a natalità zero si realizzino degli asili».

Andrea Pasqualetto
8 ottobre 2012 | 8:37

Da blasfemi a evangelizzatori, i Beatles cinquant’anni dopo

La Stampa

vatican

L'elogio dell'"Osservatore Romano" per la storica band inglese che non fu molta apprezzata dagli ambienti vaticani negli anni del massimo splendore

Gi. Gal.
Città del Vaticano


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A cinquant’anni di distanza, i Beatles restano il simbolo di un periodo di grandi cambiamenti e di ribellione verso tutto ciò che era potere costituito, chiese comprese. Nel libro "Il Vangelo secondo i Beatles" (Claudiana) appena pubblicato dal pastore metodista Peter Ciaccio si cerca di ricostruire il dialogo interrotto mezzo secolo fa tra fede cristiana e cultura pop. Un viaggio in 112 pagine da Mosè ai giorni nostri passando per Liverpool. A mezzo secolo dall’uscita di "Love me do", primo 45 giri dello storico quartetto di Liverpool, i Beatles continuano a essere il simbolo di quel periodo di ribellione verso tutto ciò che era potere costituito, chiese incluse, che furono, e restano, gli anni Sessanta.; A partire dalla trasformazione, tramite veri e propri riti collettivi, di quattro ragazzi qualsiasi in idoli, Peter Ciaccio, autore del Vangelo secondo Harry Potter, propone una rilettura degli aspetti "religiosi" del fenomeno Beatles.

Con la lente dei dieci comandamenti, il pastore Ciaccio va in cerca dei punti di consonanza e dissonanza tra la vita e le opere dei Beatles e il nucleo fondante del messaggio cristiano, trovandoli in primis in quell’ideale di nuova umanità fondata sull'amore e in quel "vangelo" laico, illuminista e umanista che volevano migliorare almeno un po' la "sad song" di un mondo ingiusto e violento. Dunque i Beatles, spartiacque tra un mondo che non c’è più e il mondo di oggi. Nel libro viene approfondita la ribellione di un’intera generazione di giovani contro società e chiesa attraverso un’analisi dell’impatto dei Beatles sulla società da un punto di vista cristiano.

Peter Ciaccio, pastore metodista, si è laureato alla Facoltà valdese di Teologia di Roma con una tesi sui modelli pastorali nel cinema di Ingmar Bergman. Si occupa del rapporto tra fede cristiana e cinema, con incursioni nella letteratura. Il 4 marzo 1966 i Beatles dichiarano di essere più famosi di Gesù Cristo. Una delle più famose e scandalose frasi che la storia musicale ricordi. Durante un’intervista John Lennon pronuncia un’infelice clamorosa: "Non so cosa scomparirà prima, se il rock ‘n’ roll o il Cristianesimo…ma ora siamo più famosi di Gesù". Immediatamente si scatenò l’inferno. Frase che probabilmente era stata mal costruita e, dunque, mal interpretata. Dopo poco, Lennon ritirò tutto e si scusò.

Le reazioni dei fans furo ugualmente furibonde, in milioni distrussero i dischi dei loro beniamini diventati blasfemi soprattutto in un’America allora molto più puritana di oggi che reagì molto male a quella bravata degli "scarafaggi". E il Vaticano solo a distanza di parecchi anni ha perdonato i ragazzi di Liverpool per quella spavalderia con articoli di elogio sull'Osservatore Romano A quarant'anni dallo scioglimento dei quattro di Liverpool è ancora beatlemania, anche perché scarseggia la musica di qualità, l'Osservatore romano in due servizi dedicati lo scorso novembre allo storico quartetto pop inglese.

Quello dei Beatles, raccontato da due nuovi dvd celebrativi pubblicati dalla Universal, afferma l'Osservatore romano, è ''un mondo distante, un mondo in bianco e nero, fatto di gonne lunghe, di improbabili acconciature semipiramidali e di occhiali con montature troppo invadenti. Fatto di denti non perfettamente allineati e di mamme che guardano con viva preoccupazione le loro figliole vittime della prima isteria di massa della cultura pop, mentre oggi le parti sarebbero probabilmente rovesciate''. ''Di questo panorama - rileva ancora l'Osservatore romano - i quattro Beatles sono parte integrante, con l'eleganza minimalista dei vestiti di scena e con quella compostezza rock divenuta un po' il marchio di fabbrica del loro primo periodo, quando ancora si esibivano in pubblico''.

Si tratta di ''una compostezza distante anni luce dai contorcimenti di certe presunte star. Anche perché i Beatles erano davvero bravi e non avevano bisogno di dimenarsi molto''. Il giornale della Santa Sede sottolinea come i Beatles fossero ''virtuosi con gli strumenti, il giovanissimo George Harrison in particolare, ma soprattutto con le voci: mai una stecca, una nota fuori posto negli impasti canori. Proprio la loro bravura e la loro eleganza motivano la pubblicazione dei due dvd in un momento in cui le qualità sopra elencate sono davvero merce rara''.E' dunque ''la fame del pubblico, quanto mai desideroso di ascoltare gente che sappia suonare e cantare conservando un'apparenza normale, a spiegare perché escono ancora dischi e video dei Beatles e perché l'industria discografica continua a scommettere sulle vecchie glorie''.

''Su artisti - prosegue l'Osservatore romano - che se avessero intrapreso un'altra carriera starebbero tranquillamente godendosi i frutti della meritata pensione. Invece, visto il vuoto che si creerebbe se smettessero, sono costretti a continuare a suonare: uno dei dischi più acclamati degli ultimi tempi è di Carlos Santana che con la sua chitarra ricicla alcuni classici rock, in prevalenza degli anni Sessanta e Settanta. Santana è nato nella prima metà del secolo scorso, per la precisione nel 1947. Anche lui, come i Beatles, viene da un mondo lontano. Da un mondo in bianco e nero''.