sabato 13 ottobre 2012

Lazio, l'Idv rivendica online la propria diversità

Fabrizio De Feo - Sab, 13/10/2012 - 16:52

Il 20 settembre sul sito del partito compariva un'autocertificazione di sobrietà. Che oggi suona come una beffa

A posteriori ha il sapore tragicomico di una beffa, di un azzardo o di una presa per i fondelli per gli elettori dell’Italia dei Valori.



Il leader dell'Idv Antonio Di Pietro e l'amico Maruccio


Il copione è quello consumato del partito degli onesti, della diversità antropologica, del «noi non siamo come gli altri». Il documento - pubblicato in data 20 settembre, nel bel mezzo dello scoppio del caso Fiorito sul sito dell’Idv Lazio - è una sorta di dettagliata rivendicazione dell’operato contabile del gruppo Idv alla Pisana, accompagnato dalla pubblicazione online del bilancio.

Una sorta di manifesto dell’onestà conclamata del partito fondato da Antonio Di Pietro, accompagnato da una pirotecnica illustrazione: una galleria fotografica di 13 immagini in cui vengono alternate foto dell’attività politica del capogruppo in Regione Vincenzo Maruccio e di altri esponenti Idv con le istantanee della famigerata festa di Carlo De Romanis insieme ad altre immagini simboliche della corruzione pidiellina. Una sorta di impietoso e immediato confronto tra la purezza e il peccato, tra i buoni e i cattivi, tra i portatori sani di moralità e gli impuri, contaminati dal decadimento dei costumi.

Quel marchio di diversità evidentemente era stato apposto un po’ troppo frettolosamente. Ma la tentazione - o l’inconsapevolezza delle future rivelazioni - evidentemente era stata troppo forte. E così oggi, andando a riprendere quell’editoriale, è impossibile non sorridere di quelle sicurezze sposate senza se e senza ma. Il testo è tutto sul filo della rivendicazione della probità dei propri comportamenti. «Esiste un altro modo - dal nostro punto di vista, l’unico - per utilizzare i fondi pubblici assegnati ai gruppi consiliari per l'attività politica sul territorio» si legge.

«Gli eletti e i rappresentanti del gruppo politico si sono caratterizzati in questi anni per un costante lavoro di informazione sul territorio dell’intera regione, a partire dalla città di Roma fino al più piccolo e decentrato paese della Regione. Un radicamento sul territorio al quale il gruppo regionale ha dedicato molte sue risorse. Per questo, le spese per i compensi dei collaboratori rappresentano una voce importante, che equivale al pagamento di stipendi di poco più di mille euro per i dipendenti del gruppo che impegnano quotidianamente la loro professionalità a favore delle iniziative politico istituzionali».

«L’altra voce consistente del bilancio» continua il commento allegato al bilancio «riguarda l’organizzazione di convegni e conferenze, il vero motore della nostra attività. Basta scorrere lo storico di questo sito per contare le innumerevoli iniziative sui temi più vari che abbiamo organizzato nel 2011 a cadenza più che settimanale: incontri sul lavoro, la sanità, la casa, il sociale ed anche incontri di discussione puramente politica. Abbiamo affittato sale, teatri, impianti di amplificazione e di proiezione. Nel 2011, per la prima volta, il gruppo dell’Italia dei valori del Lazio ha organizzato una festa, durata una settimana, che ha avuto un eccezionale successo di pubblico e ha catalizzato l'attenzione dei media per il livello dei dibattiti politici. Pur decidendo sempre per allestimenti molto sobri, queste iniziative hanno un costo».

«Infine, la voce più consistente del bilancio riguarda la comunicazione dell’attività del gruppo regionale, ovvero le affissioni e i - rari - spazi pubblicitari su organi d'informazione locali. Siamo stati protagonisti, nel 2011, di numerose campagne di affissione che, a più riprese, hanno portato all'attenzione dei cittadini vicende che ritenevamo degne di comunicazione a proposito della vita regionale. Con queste campagne di affissione abbiamo sottolineato anche gli scandali che hanno caratterizzato l'amministrazione comunale di Roma nel 2011, come la parentopoli delle municipalizzate romane. Tutte campagne rendicontate. Le indennità percepite dai consiglieri per l'attività nel proprio collegio elettorale sono state impiegate esclusivamente per il loro fine, quello di rendere più capillare l'attività del gruppo regionale. I consiglieri regionali pagano di tasca propria l’affitto delle numerose sedi sparse sul territorio».

E ancora: «Abbiamo usato responsabilmente quello che la legge ci assegna, ma non solo: abbiamo presentato decine di interrogazioni per ridurre i costi della politica, per rendere trasparente l’uso delle risorse assegnate ai gruppi e ai consiglieri, per evitare gli abusi». Una autocertificazione di rettitudine accompagnata da una postilla che, se l’ accusa rivolta al capogruppo Idv di aver usato 780mila euro per finalità non politiche, sarà confermata, non potrà che trasformarsi in un boomerang. «Nessuno può dire oggi» - la «sentenza dell’Idv - «e in particolare la Polverini, che non sapeva nulla. E se lo dice, sta mentendo».

Accordo raggiunto tra Apple e Ferrovie svizzere per l'orologio di iOS 6, sconosciuta la cifra

Corriere della sera

Dopo l'uscita del nuovo sistema operativo la Sbb aveva contattato Apple per i diritti sul design dell'orologio

 L'orologio disegnato da Apple (a sinistra) e quello tradizionale delle Ferrovie Svizzere, disegnato nel 1944 dall'ing Hans Hilfiker L'orologio disegnato da Apple (a sinistra) e quello tradizionale delle Ferrovie Svizzere, disegnato nel 1944 dall'ing Hans Hilfiker

Apple ha stretto un accordo con le ferrovie svizzere per l'uso del design degli orologi delle stazioni nel sistema operativo iOS 6, usato su iPhone e iPad. L'annuncio è stato dato dalle ferrovie elvetiche (Sbb), spiegando che è stata messa fine alla disputa sull'uso degli orologi dal quadrante rotondo con due lancette nere, per ore e minuti, e una rossa per i secondi. Dopo l'uscita del sistema operativo, la Sbb aveva contattato Apple per informarla di essere proprietaria dei diritti sul design dell'orologio, ideato dall'ingegnere e designer Hans Hilfiker nel 1944. Nel comunicato viene precisato che i termini dell'accordo tra cui la rilevanza economica dell'affare resteranno confidenziali.

Redazione Online 13 ottobre 2012 | 16:29

IPhone 5, lo cerchi e non lo trovi: attenti alla strategia dell’illusione

Il Messaggero
di Paolo Graldi


Cattura
Chissà che ne direbbe Steve Jobs della tempesta che si abbatte in queste ore su iPhone5. L’introvabile oggetto del desiderio per milioni di «seguaci» della Mela morsicata sta oscurando con nubi nerissime la pretesa della infallibilità della casa di Cupertino. Abituati a camminare, perfino con un velo di aristocratica supponenza nelle praterie della perfezione (Jobs era malato di perfezionismo e dominava con i risultati planetari la sua visione rivoluzionaria) gli eredi del fondatore, Tim Cook in testa, rischiano oggi di pagare a caro prezzo una congiuntura commerciale. Una congiuntura commerciale che scuote la holding e che intacca profondamente il rapporto con la clientela. Insomma il gioiello di smartphone, ultimo lampo di genio del Genio scomparso giusto un anno fa non si trova.

Lo promettono con l’ammaliante grafica che illumina una magìa, si può perfino ordinarlo on line, consegna rapida, adesso confessano in tre-quattro settimane ma non sanno dove andarlo a prendere per consegnarvelo i guru degli Apple store, chiamati a recitare una litania imbonitoria che lascia aperta l’attesa a qualche speranza con l’avvertenza, detta a mezza bocca, che quei sogni, però, andranno delusi.

E proteggetevi dalla rabbia, dalla frustrazione, dagli incubi se l’iPhone 5 magari l’avevate promesso in regalo alla fidanzata, all’amante, alla moglie, al padre, al vostro miglior amico. Presentato in pompa magna mondiale un mese fa è incappato nella scabrosissima contestazione degli operai della Faxconn cinese, l’immensa fabbrica dai turni massacranti, assemblatrice della macchinetta: dapprima una catena di suicidi, poi una rissa con quaranta feriti, infine scioperi e interruzioni della lavorazione con le ricadute sugli ordinativi e quindi, effetto domino dirompente, sulle consegne.

Distribuiti pochi esemplari a quegli eroi dell’attesa notturna, a beneficio degli stucchevoli Tg, tanto che qualche malalingua insinua adesso il sospetto che i «primi», quei pochi, fossero organizzati dal marketing per far scena, magari premiati con il pacchetto regalo. Una catena di piccole e meno piccole balle consolatorie, coinvolgenti anche gli autotrasportatori inaffidabili, confusionari e lentissimi si è dispiegata per fronteggiare il montare delle proteste, anche parecchio aspre e talvolta perfino offensive.

La Mela rischia di essere strangolata da un eccesso di successo: pochi per pochi, i prodotti Apple sono esplosi letteralmente (e molto anche in Borsa) nelle mani dei loro artefici, distruggendo le previsioni e mandando in til la Supply chain, l’intera catena della distribuzione. Ma qui è il prodotto promesso che manca e forse non ha torto chi sostiene, al di là della spremitura cinese che pure ha aspetti imbarazzanti se non scandalosi, che Cupertino con tutti i suoi miliardi e le sue malìe si mostra oggi con un gigante dai piedi d’argilla, che orgogliosamente promette e non sa mantenere, sicuro di poter tenere acceso il braciere del desiderio inappagato.

Un brutto affare che ha bisogno di una rapida riparazione, anche in chiave di leale comunicazione, perché se si rompe il rapporto di fiducia con i propri fans il mondo Apple, che tanto costa in dollari e in euro, nato quasi come una setta di illuminati e divenuto in vent’anni fenomeno dal successo incontenibile, rischia (e non sarebbe la prima volta) d’essere ingurgitato dalla sua stessa ingordigia. Mentre la concorrenza, ampia e agguerrita, non sta certo a guardare.


Sabato 13 Ottobre 2012 - 09:39
Ultimo aggiornamento: 15:50

Tutti pronti al grande show del bimbo rapito

La Stampa

Inizia con un video fatto con il telefonino e messo in Rete, esplode nell' assalto della televisione a Cittadella di Padova, pronta a diventare una nuova Avetrana.
Gianluca Nicoletti


Cattura
Benvenuti al tempo della telenovela auto prodotta. Basta una zia con un video telefonino,  perchè il prelievo di un minore, ordinato da un tribunale, diventi uno psicodramma, a uso e consumo dell’ Italia piagnona. Sempre la stessa Italia, quella per cui i figli sono a vita sempre piezz’e core e di mamme ce ne è una sola. La zia 2.0 filma e mette in Internet la straziante resistenza del bambino che non vuole andare con il padre, ma solo perché tutti gli hanno insegnato che deve fare così.

La televisione di servizio pubblico fa da cassa di risonanza a quel video casalingo, e spezza ancor di più ogni cuore di mamma abbonata in prima fila. Inutile e nefasta esposizione pubblica  di un atto autorizzato da un magistrato per il benessere di un bambino, così la prassi di un provvedimento giudiziario diventa un dramma nazionale, ma solo perché tutta la complessità che l’ ha prodotta è stata riassunta in un video straziante, ancora una volta è l’ emozione collettiva che mette a tacere ogni ragionevolezza. Nessuna delle belle anime indignate per una sequenza di fotogrammi, non certo piacevole da vedere, ma che mai e poi mai sarebbe dovuta essere stata divulgata, riflette sul vero problema a monte di quel prelievo.

Quel ragazzino è l’ostaggio di due genitori in guerra tra loro, una tristissima consuetudine che sempre più spesso accompagna la fine di un matrimonio, materia che in Italia non è regolamentata come in un paese laico e civile. Sarebbe questa un’occasione per chiedersi perché quando l’amore finisce non è possibile chiudere un rapporto matrimoniale in fretta e senza trascinarsi per anni in psicodrammi e sceneggiate. Soprattutto senza che i genitori separati abbiano tempo e modo di usare i figli come campo di battaglia per le loro vendette post coniugali. Questa storia può solo confermare la nostra assuefazione a pensare che tutto nasca e muoia in tv, con tanta gloria e visibilità per tutti, ma senza che nulla mai cambi.

I genitori di quel bambino da oggi potranno continuare a tele-evocare la loro guerra, ospiti nei tanti accoglienti salottini per casi umani. Per sostenere le loro ragioni si formeranno comitati nelle piazze e gruppi in Internet, equamente divisi tra il partito del padre e quello della madre.   Il marketing delle emozioni cerca testimonal;  Tiberio Timperi e Alessandra Mussolini, in un format dell' assurdo, potrebbero forse fare i caposquadra, come in un programma di Bonolis.

La conseguenza più evidente è che alla psico-geografia delle dirette delittuose si sia già aggiunta Cittadella di Padova, da subito presa d’ assedio dalle telecamere e dai cronisti sul marciapiede. Il ridente comune lambito dal Brenta, fino a ora noto per i suoi bastioni e il mercatino del lunedì, si sta poderosamente avviando a diventare quasi una nuova Avetrana.  Aspettiamoci che Cittadella per un po’ ancora sarà il punto strategico della notizia del giorno, almeno fino a quando la televisione ci racconterà che da quelle parti ci sono gli uomini cattivi che rapiscono i bambini.


L'affidamento dei figli
La Stampa
Criteri e opzioni
germano palmieri


Nel disporre l’affidamento dei figli all’uno o all’altro genitore (ma l’affidamento dev’essere preferibilmente condiviso e può essere anche alternato, infra), il giudice deve privilegiare quello che appaia come il più idoneo a ridurre al massimo, nei limiti consentiti dalla situazione comunque traumatizzante, i danni derivanti dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo possibile della personalità del minore (Cassazione 4 gennaio 2005, n. 116).

Idoneità del genitore affidatario
Non va però trascurata l’idoneità dell’affidatario, dal punto di vista materiale e morale, a mantenere ed educare la prole, accertando anche l’ammontare dei redditi con i quali l’affidatario può far fronte a queste esigenze; pertanto, qualora risulti che la madre abbia tratto per il passato i mezzi di sostentamento dall’esercizio della prostituzione, occorre accertare che la stessa, sotto il profilo morale dell’affidamento, non si trovi costretta, per l’avvenire, a procurarsi allo stesso modo i redditi necessari a soddisfare i bisogni dei figli, mentre è irrilevante, ai predetti fini, la posizione economica del convivente con la madre, trattandosi di soggetto estraneo ai minori affidati o affidandi (Cass. 14 aprile 1981, n. 2229).

Tempi e modi di permanenza dei figli con i genitori
Il giudice, nel decidere in ordine all’affidamento dei figli, determina tempi e modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di questi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione degli stessi. In particolare, salvo diverso accordo, ciascun genitore provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico, il cui importo viene determinato in relazione alle attuali esigenze del figlio, al tenore di vita da questi goduto durante la convivenza con entrambi i genitori, ai tempi di permanenza presso ciascun genitore, alle risorse economiche di entrambi i genitori, alla valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Audizione del figlio minore
Il giudice, inoltre, dispone l’audizione del figlio minore che abbia compiuto 12 anni (anche di età inferiore se capace di discernimento). Se il minore (nella specie diciassettenne), ascoltato dal Presidente del Tribunale, dichiara di voler essere affidato esclusivamente ad uno dei genitori (nel caso di specie il padre), le sue dichiarazioni sono sufficienti per fondare il provvedimento presidenziale di affidamento esclusivo (Corte d’Appello di Bari 23/5/2007). Se poi il giudice ne ravvisa l’opportunità può, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, rinviare l’adozione dei provvedimenti per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riguardo alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli.

Figli maggiorenni

Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico, da versare direttamente all’avente diritto. Ai figli maggiorenni portatori di handicap grave ai sensi del terzo comma dell’art. 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori.

Limiti all'affidamento
Il fatto che un genitore sia residente all’estero non esclude che gli possano essere affidati i figli (Cass. 22 giugno 1999, n. 6312). Ininfluente anche la circostanza che il genitore affidatario professi una fede religiosa diversa dalla cattolica, l’importante essendo che non sia contraria all’ordine pubblico e alla comune morale (Trib. Velletri, 20 dicembre 1999), e non superi, per le forme di comportamento adottate, i limiti di compatibilità con i concorrenti doveri di coniuge o di genitore (Cass. 7 febbraio 1995, n. 1401). In linea di principio neppure le particolari tendenze sessuali di un genitore sono di ostacolo all’affidamento della prole (Trib. Napoli, 18  dicembre 1984).

Nuova relazione del genitore

Particolarmente delicato è il problema dell’affidamento dei figli nel caso in cui la madre abbia allacciato una relazione extraconiugale; a riguardo il Tribunale di Napoli (sentenza del 18 luglio 1986) ha escluso che la relazione con un cognato intrattenuta dalla moglie, poi sfociata in una convivenza more uxorio, fosse di ostacolo a che le venisse affidato il figlio durante le vacanze estive.

Accordo sull'affidamento

Può accadere che i coniugi, pur nell’ambito di una separazione giudiziale, si trovino d’accordo sull’affidamento dei figli; ciò non esclude che il Tribunale, qualora ritenga la situazione prospettata non conforme all’interesse dei minori, possa modificare gli accordi (Trib. La Spezia 10 gennaio 2000, con riferimento alla comune volontà dei genitori volta a limitare eccessivamente la frequentazione, da parte dei figli, del padre che aveva abbandonato il tetto coniugale).

Potestà genitoriale

La potestà genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute sono assunte di comune accordo, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente.

Diritto di visita
Il genitore non affidatario dei figli ha, oltre che il diritto, il dovere/obbligo, categorico e primario, di visitare i figli e di permanere con essi anche nei periodi di regola coincidenti con le vacanze e con le festività, per un periodo più o meno lungo e continuativo di tempo (Trib. Catania, 2 luglio 1991). A riguardo la Cassazione (sentenza n. 3013 del 3 maggio 1986) ha precisato che il Tribunale, al fine di assicurare, con i provvedimenti relativi ai figli minori, la possibilità del coniuge non affidatario di seguirli, controllarne l’educazione e l’istruzione, nonché di portarli eventualmente con sé in determinati periodi, non può adottare statuizioni di contenuto generico, insuscettibili di essere poste in esecuzione o comunque tali da far sorgere equivoci e contestazioni, come nel caso del mero riconoscimento della “facoltà di visitarli durante l’anno scolastico e di averli seco durante le vacanze”, ma ha il dovere di specificare tali periodi, nonché i tempi, i luoghi e le modalità della consegna e riconsegna dei minori medesimi.

Può accadere che, per varie ragioni, il genitore non affidatario non abbia la possibilità di visitare periodicamente i figli affidati all’altro coniuge; in tale ipotesi il diritto di visita può essere riconosciuto ai nonni, avuto riguardo all’interesse dei figli a mantenere rapporti con gli ascendenti nel rispetto della rilevanza parentale riconosciuta dagli artt. 74 e 148 c.c. (Trib. Messina 1 gennaio 2006); i nonni, però, non sono legittimati ad agire in giudizio per chiedere una revisione delle visite (Cass. 16 ottobre 2009, n. 22081).
Il genitore non affidatario che si sia trasferito in altra città può chiedere di visitare i figli mediante collegamento video via Internet, a condizione che si faccia carico delle apparecchiature (anche di quelle installate presso i figli) e dei costi di gestione del servizio (Trib. Nicosia decreto 15 aprile 2008).

Cambio di residenza
Il cambio di residenza del genitore affidatario dei figli minori, senza il consenso dell’altro genitore o senza l’autorizzazione del giudice, pur in regime di affidamento condiviso, può comportare, qualora il giudice riscontri che ciò corrisponde all’interesse dei minori, il collocamento degli stessi presso l’altro genitore: nel caso di specie la Corte d’Appello di Napoli (sentenza del 12 dicembre 2008) ha revocato il collocamento del minore preadolescente presso la madre, che aveva cambiato Comune di residenza, trasferendolo presso il padre, sul rilievo che questi poteva accudirlo più compiutamente, con l’aiuto dei familiari, tenuto anche conto dei gravosi impegni lavorativi della madre.

Danno morale
Il genitore non affidatario che si veda impedire dal genitore affidatario ogni apprezzabile relazione con il figlio minore ha diritto al risarcimento del danno morale ai sensi dell’art. 2059 c.c., in quanto il comportamento lamentato integra la lesione di un diritto personale costituzionalmente garantito: ciò anche indipendentemente dall’accertamento di una responsabilità penale, e quindi del riconoscimento di una volontà dolosa del genitore affidatario di eludere i provvedimenti che regolano i rapporti tra il figlio e il genitore non affidatario (Trib. Monza 8 luglio 2004, n. 2994).

Andamento scolastico

E’ infine nel diritto del genitore non affidatario accedere alla documentazione scolastica riguardante i figli minori, giacente presso il competente ufficio scolastico provinciale (Consiglio di Stato 13 novembre 2007, n. 5825).

Altre forme di affidamento

L’affidamento dei figli, se l’interesse di questi lo richiede, può essere anche condiviso e alternato: soluzioni, queste, introdotte dal secondo comma dell’art. 6 della L. n. 898/1970 sul divorzio ma applicate estensivamente dai giudici alla separazione personale. Con l’affidamento condiviso, che può essere disposto anche se i genitori non sono d’accordo su questa soluzione, l’importante essendo che lo esiga l’interesse dei figli (Trib. Brindisi, 11 gennaio 2001), questi convivono stabilmente con uno dei genitori ma le decisioni più importanti vengono adottate da entrambi. L’affidamento condiviso non esclude l’obbligo patrimoniale dei genitori di contribuire al mantenimento dei figli, in relazione alle proprie esigenze di vita e alla propria capacità economica, secondo le regole generali in materia di separazione e divorzio (Cass. 18 agosto 2006, n. 18187).

Se però l’affidamento anche alla madre si rivela contrario all’interesse del minore, a causa di una condotta deliberatamente volta ad impedire i rapporti tra padre e figlio, il giudice può disporre, a modifica dell’ordinanza presidenziale, l’affidamento in via esclusiva al padre, con domiciliazione presso lo stesso e suo esercizio esclusivo della potestà sul figlio, senza, però, che ciò debba comportare una riduzione dei tempi di permanenza del figlio, se ancora piccolo, presso la madre (Trib. Firenze 11/2/2008). Affidamento condiviso escluso anche a fronte del totale disinteresse mostrato da uno dei genitori per i figli minori; nel caso di specie (Trib. Bologna 17/4/2008) è stato disposto l’affido esclusivo alla madre della figlia quindicenne, essendo emerso nel giudizio che il padre non la vedeva da oltre due anni, disinteressandosi completamente di lei, non versando il contributo per il mantenimento e tenendo condotte elusive e di ostacolo alle iniziative della madre
.

Con l’affidamento alternato, invece, i figli vivono, per periodi alterni, con l’uno o con l’altro genitore.
Quest’ultima soluzione è scarsamente praticata poiché se i genitori si alternano nella casa familiare ne risultano sconvolte sia le abitudini dei genitori che quelle dei figli, per i quali l’unico punto di riferimento costante resta l’abitazione (Trib. Napoli 22 dicembre 1995; di diverso avviso il Tribunale di Roma, sentenza del 12 maggio 1987), mentre se i genitori vivono in case, o, peggio, in città diverse, ne risente l’esigenza a che i figli vivano in un ambiente stabile (Trib. Mantova, 11 aprile 1989). Qualora uno dei genitori appartenga ad una minoranza etnica o linguistica, l’esigenza di conservarne i relativi valori non può di per sé giustificare l’affidamento alternato del figlio, occorrendo fare preminente riferimento alla necessità di assicurargli uno sviluppo equilibrato (Cass. 4 maggio 1991, n. 4936).

Assegni familiari al genitore affidatario
Il coniuge cui siano stati affidati i figli ha diritto a percepire i relativi assegni per il nucleo familiare (il linguaggio corrente continua ad adoperare la vecchia denominazione di assegni familiari), ancorché di questi sia titolare l’altro coniuge; ciò indipendentemente dall’importo dell’assegno di mantenimento che il coniuge non affidatario è tenuto a corrispondere all’altro, salvo diversa, espressa pattuizione fra i coniugi (Cass. 2 aprile 2003, n. 5060).

I possibili reati

Il coniuge affidatario dei figli minori, che non osservi i provvedimenti dati a riguardo dal giudice, si rende responsabile del reato di inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità, punito dall’art. 650 del codice penale con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 206 euro (Cass. 16 marzo 2000). Lo stesso dicasi se il genitore affidatario tiene una condotta volta a screditare l’altro genitore nei confronti dei figli, al punto tale che questi si rifiutino di vederlo (Cass. 8 settembre 2009, n. 34838). Contiguo a questo è il reato di sottrazione di persone incapaci, punito a querela del genitore dall’art. 574 c.p., con la reclusione da uno a tre anni. Lo realizza il genitore che sottragga all’altro esercente la potestà un figlio minore degli anni 14 (o infermo di mente se di età superiore), o lo trattenga contro la volontà dello stesso genitore.

La revisione delle disposizioni
I genitori possono chiedere in qualsiasi momento la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della potestà su di essi e la misura e la modalità del contributo. In particolare, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza n. 22238 del 21 ottobre 2009, hanno precisato che l’audizione dei figli minori in sede di modifica delle condizioni di separazione concernenti il loro affidamento è obbligatoria, a meno che non contrasti con l’interesse degli stessi figli. La competenza a decidere sulla domanda di modifica dei provvedimenti relativi all’affidamento dei figli minori, emessi dal Tribunale in sede di

separazione giudiziale o consensuale omologata spetta allo stesso Tribunale, mentre ai sensi dell’art. 38 disp. att. e trans. c.c. spetta al Tribunale per i minorenni decidere sulle domande volte ad ottenere, a norma degli art. 330 e 333 c.c., una compressione della potestà in capo all’altro coniuge, per esempio perché diretta conseguenza della sua condotta pregiudizievole per il figlio (Cass. 4 febbraio 2000, n. 1213). Segnaliamo infine una recente sentenza della Suprema Corte (n. 1243 del 22 gennaio 2010), per la quale il genitore straniero che sia stato raggiunto da un provvedimento di espulsione non può invocare la sua qualità di padre per giustificare la sua permanenza in Italia, se risulta di non aver mai avuto rapporti con i figli minori.


Su Marte Curiosity scopre una roccia simile a quelle dei vulcani terrestri

La Stampa

È stata chiamata Jake Matijevic, per ricordare uno scienziato della Casa scomparso quest’anno

La prima roccia analizzata su Marte dal rover della Nasa “Curiosity” ha una composizione “insolita” rispetto alle pietre fino ad ora conosciute del Pianeta Rosso. 


Cattura
L’identificazione della composizione delle rocce è un passaggio fondamentale della missione, che può fornire informazioni utili sulla storia di un ambiente mai visto e sui processi planetari. «Questa roccia ha una stretta corrispondenza nella composizione chimica con un tipo insolito, ma ben noto, di rocce ignee che si trovano in molte regioni vulcaniche della Terra», ha affermato Edward Stolper del California Institute of Technology di Pasadena, tra i ricercatori che lavorano alla missione. «Con una sola roccia marziana di questo tipo è difficile sapere se si è trattato di un processo di formazione simile, ma è un punto ragionevole per iniziare a pensare alla sua origine».

Rocce terrestri di questo genere provengono generalmente da processi che avvengono nel mantello del pianeta, sotto la crosta, dalla cristallizzazione del magma relativamente ricco d’acqua a pressione elevata.
La roccia, chiamata “Jake Matijevic”, in omaggio ad uno scienziato della Nasa morto nel mese di agosto di quest’anno, è stata esaminata dagli strumenti di bordo del rover. Jake è stata la prima pietra analizzata dallo spettrometro a particelle alfa e raggi X (APXS) montato sul braccio del rover, mentre per la fotocamera ChemCam si è trattato della trentesima roccia esaminata.

«È una specie di strana roccia marziana», ha commentato Ralf Gellert dell’Università canadese di Guelph e responsabile dello strumento APXS a bordo di Curiosity. «È ad alto contenuto di elementi coerenti con il feldspato minerale, povera di magnesio e di ferro». Mentre ChemCam ha rilevato composizioni uniche per ciascuno dei 14 punti di riferimento sulla roccia, colpendo differenti grani di minerali al suo interno. La missione principale di “Curiosity”, lanciata il 26 novembre scorso da Cape Canaveral, è quella di trovare tracce fossili di vita microscopica.

Beppe Grillo e lo show separatista «La Sicilia non ha bisogno dell'Italia»

Corriere della sera

Il leader del M5S impaza in Sicilia. Per lo storico Lupo: «è un populista». La difesa: «Falso, tocca solo i temi veri dell'Isola»

Come Garibaldi in Sicilia è arrivato dal mare, nel suo tour toccherà anche Marsala ma la sua sembra una missione tutt'altro che garibaldina. Beppe Grillo non pare interessato a riunire l'Italia quanto piuttosto a dividerla. Almeno stando a quel che va dicendo nelle piazze del suo intenso tour elettorale. «Diciamocelo chiaramente - ha gridato venerdì scorso a Misterbianco dove è arrivato come Forrest Gump- l'Italia ha bisogno della Sicilia ma la Sicilia non ha bisogno dell'Italia». Quindi ha ricordato che nel suo rapporto con Roma l'Isola non è «a debito ma a credito» ricordando «i miliardi che lo Stato deve al popolo siciliano».

 Beppe Grillo in Sicilia Beppe Grillo in Sicilia Beppe Grillo in Sicilia Beppe Grillo in Sicilia Beppe Grillo in Sicilia

GRILLO SEPARATISTA - In una Sicilia travolta dalle inchieste per mafia a carico prima di Cuffaro e poi di Lombardo, martoriata dalla disoccupazione (più di un giovane su tre è senza lavoro), le parole di Grillo suscitano entusiasmo ma anche molte perplessità. Sembra infatti di risentire il grido di battaglia di Finocchiaro Aprile e del movimento separatista: «la Sicilia ai siciliani». Ma il Mis (il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia) nell'Isola fu anche tanto altro ancora, comprese le connivenze con la mafia. Altro argomento sul quale Grillo ha già preso una prima scivolata quando disse che lo Stato fa peggio del racket delle estorsioni perché «La mafia non ha mai strangolato i suoi clienti».

PERCHE' PROPRIO IN SICILIA -Dopo lo sbarco a nuoto, tante le piazze toccate e da toccare muovendosi di corsa o in camper. Al seguito tutta la sua squadra al gran completo: Gianroberto Casaleggio, il figlio di Casaleggio, il braccio destro Filippo Pittarello, Nichi il Nero, lo storico videomaker emiliano che lo segue da tempo. Tutti con lui, per oltre quaranta tappe che precedono il voto del 28 ottobre alle elezioni regionali, a sostegno del candidato del M5s Giancarlo Cancelleri. Ma perché questo impegno imponente in Sicilia? Perchè parlare alla pancia dei siciliani con degli slogan molto a rischio?

POPULISTA O RIVOLUZIONARIO? - Per lo storico Salvatore Lupo, uno dei maggiori studiosi della mafia in Italia, quella di Beppe Grillo è solo una «campagna populistica che fa leva sulla disperazione della gente, ma rischia di non produrre nulla come non produsse nulla il movimento separatista». In difesa di Grillo si schiera invece il candidato governatore Giancarlo Cancelleri. «Anche questa volta -attacca- si tenta di strumentalizzare le sue parole. Non vogliamo staccare la Sicilia dall'Italia, è scritto chiaro e tondo nel nostro programma. Con quelle parole Grillo voleva sottolineare come i conti della Regione Sicilia non siano in rosso. Ma piuttosto è Roma che ci affama». Poi il candidato, classe '75, aggiunge: «Grillo riesce a conquistare le piazze perché tocca temi che i siciliani sentono molto: dallo smaltimento di rifiuti, alla mafia, passando per la disoccupazione».

PROBLEMI IN EMILIA? - Ma probabilmente nel grande dispendio di energie, anche fisiche, in Sicilia c'è qualche motivazione che risiede lontano dalla stessa Sicilia. «Se si riesce a cambiare qui, si cambia l'Italia», spiega ancora Cancelleri. Non solo. In Emilia Romagna, il M5s sta affrontando i primi screzi interni, con i consiglieri regionali Giovanni Favia e Valentino Tavolazzi che stanno dando problemi accusando Grillo di una gestione poco democratica e trasparente. Voglia dunque di mettere a tacere i dissidenti interni con il bagno di folla siciliano? Per Massimo Bugani, consigliere comunale di Bologna, si tratta piuttosto di mandare un messaggio forte e chiaro: «Vogliamo cambiare il modo di fare politica in Italia. Ecco perché Grillo si sta spendendo così tanto: inoltre da Bologna in giù abbiamo gruppi molto validi che hanno bisogno di supporto e di sostegno».

PIATTAFORMA PER IL PROGRAMMA - In Sicilia gli attivisti, oltre ai forum e ai meetup Cinque Stelle, da tempo usano Liquid Feedback la tanto discussa piattaforma web per prendere decisioni interne e votare il programma in modo trasparente. Primi su tutti tra i grillini che tanto sono attivi in rete: «Per la Sicilia è particolarmente importante questo mezzo - spiega ancora Cancelleri. Il motivo? «Primo perché cerchiamo di superare il digital divide dell'Isola. E poi perché questo sistema permette di superare il voto clientelare che tanto affligge il nostro sistema politico». Per la campagna elettorale del M5s il budget è di 30 mila euro: «Fino ad oggi abbiamo raccolto 21 mila euro con le donazioni. E il nostro staff lavora quasi tutto a titolo gratuito». Tutti con lo stesso obiettivo: «Prendere Roma da sopra e da sotto».


Alfio Sciacca e Marta Serafini
13 ottobre 2012 | 16:57

Figli legittimi e naturali equiparati: svolta vicina per il diritto di famiglia

Il Messaggero

La nuova norma dovrebbe essere approvata entro fine ottobre. Novità su vincolo di parentela e diritto di successione


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ROMA - Entro la fine del mese la commissione Giustizia della Camera dovrebbe dare il via libera per l'Aula alla proposta di legge che equipara in tutto i figli naturali a quelli legittimi (cioè nati all'interno del matrimonio). La proposta è nel calendario dell'Aula di novembre. Se venisse approvata senza modifiche sarebbe legge.

Vincolo di parentela. Il provvedimento è diretto a modificare l'attuale normativa civile della filiazione naturale, con l'obiettivo di eliminare dall'ordinamento le residue distinzioni tra status di figlio legittimo e status di figlio naturale. La norma riconosce, tra l'altro, ai figli naturali un vincolo di parentela con tutti i parenti e non solo con i genitori. Il che significa che in caso di morte dei genitori il figlio può essere affidato ai nonni e non dato in adozione come accade oggi.

Diritto di successione. Inoltre questa parificazione ha conseguenze anche ai fini ereditari. L'esame del provvedimento è stato completato nei giorni scorsi dalla commissione Giustizia della Camera. Ora è alle altre commissioni competenti per i pareri e già la prossima settimana potrebbe avere il via libera definitivo per l'Aula.

Il caso Padova. «Sono felice che si possa andare in porto con questa legge», commenta da Padova Alessandra Mussolini. La parlamentare non nasconde però l'amarezza, citando il caso del bimbo prelevato da scuola a Cittadella per essere allontanato dalla madre. «Noi possiamo fare tante leggi - spiega - ma se poi non lo ascoltiamo nei fatti non serve a nulla. Questo bambino non è stato ascoltato da nessuno. Qui c'è un cortocircuito della magistratura, dei servizi sociali e di chi deve poi arrivare a rendere esecutive queste sentenze. Qui non ci sono né vinti né vincitori».


Venerdì 12 Ottobre 2012 - 17:35
Ultimo aggiornamento: 18:41

Dove vanno a finire i soldi versati alle Poste sui libretti e sui buoni fruttiferi?

Corriere della sera

Dove vanno a finire i soldi versati alle Poste sui libretti e sui buoni fruttiferi da 24 milioni di pensionati, giovani e famiglie?


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Al comando della Cassa Depositi e Prestiti siedono un ex ministro, Franco Bassanini, e un banchiere, Giovanni Gorno Tempini; tra i consiglieri Ettore Gotti Tedeschi, l'ex presidente dello Ior, e Romano Colozzi, assessore al bilancio della Regione Lombardia. Ma chi sono questi uomini che gestiscono i 223 miliardi del risparmio degli Italiani? Chi li ha messi al comando, a quali logiche rispondono e con quali risultati?

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Stefania Rimini
stefania.rimini@reportime.it

Il no del lavoratore al cambio di orario non giustifica il licenziamento

La Stampa

Il licenziamento del dipendente part-time non sorretto da giustificato motivo oggettivo ma adottato solo in ragione del rifiuto del lavoratore di modificare l’orario di lavoro è illegittimo. Lo ha stabilito la Cassazione, con la sentenza 14833/12.


Il caso

Un lavoratore part-time alle dipendenze di una società veniva licenziato e impugnava il licenziamento. Il Tribunale di Verbania, prima, e la Corte d’appello di Torino, poi, accoglievano la domanda, annullando il licenziamento per mancanza di giusta causa o di giustificato motivo oggettivo e ordinando la reintegrazione del lavoratore nel proprio posto oltre al pagamento da parte della società delle retribuzioni non corrisposte dal giorno del licenziamento. La Corte territoriale rilevava, poi, che il licenziamento era stato adottato perché il lavoratore, assunto part-time, si era rifiutato di modificare l’orario di lavoro. La società, respinto l’appello proposto, ricorreva per cassazione.

Secondo la società ricorrente l’atto introduttivo del giudizio non le sarebbe stato correttamente notificato, dato che gli ufficiali giudiziari lo avrebbero recapitato ad un indirizzo errato e nelle mani di una persona estranea alla società, impedendo così la tempestiva costituzione in giudizio. La Cassazione, disattendendo l’argomentazione della ricorrente, conferma la correttezza della decisione di secondo grado sul punto. Infatti, la ricorrette avrebbe dovuto – ma non la ha fatto – proporre querela di falso posto che gli atti compiuti dagli ufficiali giudiziari sono riconducibili alla disciplina dell’art. 2700 c.c.. La ricorrente sostiene, inoltre, la legittimità del licenziamento, adottato per giustificato motivo oggettivo costituito da ragioni inerenti l’attività produttiva.

La Suprema Corte respinge il ricorso anche sotto tale profilo, confermando che, in base alle risultanza documentali prodotte nel giudizio di merito, il licenziamento risulta in effetti adottato perché il lavoratore si era rifiutato di modificare l’orario di lavoro. Ancora, il giudice di legittimità rigetta il motivo di ricorso riguardante la falsa applicazione dell’art. 18, l. n. 300/70, essendo inoltre stata applicata la tutela reale in luogo di quella obbligatoria. La sentenza in commento ricorda chiaramente che l’onere di provare l’esistenza del requisito occupazionale, circostanza che impedirebbe l’applicazione dell’art. 18 dello Statuto del lavoratori, grava sul datore di lavoro. Nel caso concreto, alla società ricorrente - contumace in primo grado – è stato correttamente precluso in sede d’appello fornire la prova della sussistenza del requisito dimensionale. Per questi motivi la Cassazione, con una decisione del tutto in linea con quanto stabilito nel giudizio di merito, respinge il ricorso addebitando le spese alla società soccombente.

Il camper di Grillo in Sicilia parcheggia nel posto disabili

Libero

La foto rimbalza sul web: a Milazzo (Messina) il M5S sosta dove non può

Dalla rete anche la giustificazione: ad autorizzare il parcheggio sarebbe stato l'hotel dove alloggia l'organizzazione



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Ahi ahi ahi. Questa volta hanno colto anche Beppe Grillo, il castigatore della classe politica italiana, con il piede in fallo. Circola in rete la foto del camper del Movimento 5 Stelle parcheggiato in un posto riservato ai disabili. Dove? A Milazzo, provincia di Messina, dove il M5S è in tour elettorale, dopo la traversata dello Stretto di Beppone, in vista delle prossime regionali. Sempre in rete circola la spiegazione dell'incidente: il posto sarebbe nella disponibilità dei gestori dell'hotel dove alloggiano quelli del movimento, e sarebbe stata la direzione della struttura ad autorizzare la sosta del camper. In attesa di sviluppi, ci poniamo una domanda: per il codice etico del M5S, condannati e indagati non si possono occupare della Cosa Pubblica; e chi prende una contravvenzione?

Non basta: doveva denunciare i consiglieri che rubavano

Vittorio Feltri - Sab, 13/10/2012 - 07:00

Se la presidente avesse anticipato la Procura sarebbe ancora in sella e ritenuta un’eroina 

Illustre Presidente,anzitutto, grazie per non aver lasciato inevasa la pratica avviatasi col mio articolo di carattere generale e non mirato soltanto su di lei, ma anche su di lei.


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Nulla di personale, però. Il problema riguardante l'inutilità o, meglio, la dannosità delle Regioni prescinde da chi le amministra. Le ricordo che esse, in ottemperanza a una norma costituzionale, furono istituite all'inizio degli anni Settanta. Non portarono alcun beneficio alla collettività. Non servirono e non servono che ad appesantire ulteriormente la gigantesca burocrazia italiana e a fornire posti a politici di primo, secondo e terzo piano. Ciò implica costi mostruosi, da dieci anni in qua aggravati dall'assurda modifica del Titolo V che ha trasferito molti poteri dello Stato alla periferia, con un aumento della spesa pari a 90 miliardi l'anno. Le pare poco? Se fa il conto del decennio, è quasi la metà del debito pubblico sul nostro groppone, causa di ogni guaio. Segnalo che le Regioni sono espressioni geografiche (tranne l'Alto Adige) e nulla più. Non corrispondono neppure alla situazione preunitaria, e mi riferisco ai vari staterelli poi inglobati in un unico Stato.

Quanto alle attribuzioni di questi enti idrovore, c'è poca roba, se si esclude la Sanità, i cui servizi venivano erogati anche prima dell'infausto decentramento. Non erano migliori né peggiori di ora, fatte salve le scoperte scientifiche in campo medico. L'evoluzione del ramo non è dipesa e non dipende dagli assessori di nomina politica. I bilanci regionali sono assorbiti per oltre il 70 per cento dalla spesa sanitaria. Che senso ha? Il governo in carica fa benone a riportare il Titolo V allo statu quo ante. Era ora. Il federalismo all'italiana è una iattura, e non per colpa della Lega, che si è soltanto nutrita di illusioni e si è mossa in modo velleitario. Da noi la devolution è stata interpretata come un'opportunità per aggiungere mangiatoie a mangiatoie. Prive di autonomia fiscale, le Regioni sono appendici parassitarie del sistema politico-burocratico che complica la vita dei cittadini e li impoverisce.

Presidente, asserisce che il deficit ereditato da lei nel Lazio ammontava a 1,5 miliardi. È vero, significa che ogni anno la Sanità laziale aveva un disavanzo di quella cifra. Ogni anno, sottolineo. Ma allora a quanto ammonta complessivamente l'indebitamento? Fuori i numeri, per favore. E fuori i nomi di coloro i quali hanno osato indebitarsi a simile livello di incoscienza. Denunci i responsabili del fallimento, se vuole essere credibile. È inammissibile che una Regione, inutile di per sé, spenda più soldi di quanti ne ha in cassa, confidando che qualche santo romano ripiani gli ammanchi con i soldi dei contribuenti. Non ho inteso accusarla di niente. Al contrario, ho scritto e ribadisco che lei non è indagata e non ha fatto nulla. Ma non basta non fare nulla. Bisognava fare qualcosa allo scopo di informare i cittadini che l'ente da lei «ereditato» era ed è in condizioni pietose.

Non solo. Se lei avesse preceduto la magistratura nel denunciare le porcherie dei partiti (il noto scandalo), oggi la signora Polverini sarebbe in sella e considerata un'eroina, fautrice di un grande e meritorio repulisti. Invece, è passato il concetto che lei avesse le fette di salame sugli occhi. E si adattasse - gratis - alle pessime abitudini di certi figuri. Non è così. Ma così appare. E questo fa male a lei, non a me. Presidente, quando si cammina nel fango, qualche schizzo finisce inevitabilmente sulle gonne anche delle donne perbene. Le dimissioni hanno il sapore della rassegnazione. Se non appena accortasi che vari consiglieri grattavano, lei li avesse messi alla berlina, adesso saremmo qui a parlare di Polverini come persona forte e coraggiosa al punto d'aver smascherato i ladroni. Chi sbaglia non deve prendersela con chi segnala l'errore, ma con se stesso. Glielo dico con affetto e stima. Un'ultima annotazione uguale alla prima: le Regioni sono una iattura. Se ne convinca.

Ecco il Tonino tradito: da "Mani pulite" a mani nella marmellata

Paolo Guzzanti - Sab, 13/10/2012 - 15:42

Le indagini dell’ex procuratore finsero di restaurare la pubblica moralità ma non risolsero niente. E oggi Tonino raccoglie i frutti di quel fallimento 

Ha fatto piangere ed ora ha pianto lui. Pifferi di montagna? Nemesi storica? Chi la fa l’aspetti? Non so dire.


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Ho sem­pre guardato e ascoltato Antonio Di Pie­tro con sentimenti contrastanti: ecco il procuratore castigamatti, ecco il capo­popolo retorico e roboante, ecco i suoi attacchi di afasia, quando alza di sei ot­tave il tono della voce e cerca di gridare come un soprano che non è in un catacli­sma di consonanti che richiederebbe l’intervento della protezione civile. Ma il punto è che il suo partito, impru­dentemente chiamato Italia dei Valori, si è ancora una volta im­pantanato in una storiaccia di sol­di, o forse valori, prelevati da un suo capogruppo laziale (che se ne andava in giro dando del mascal­zone a Fiorito) disseminati in un groviglio di conti correnti, bonifi­ci­senza causale se non quella fur­besca e sospetta di «rimborso spe­se ».

Si dice, anzi lo dice lui stesso, che abbia pianto. E io gli credo, posso benissimo capire che perso­nalmente non abbia nulla a che fa­re con questi traffici, così come Rutelli dice di non aver mai avuto a che fare con i traffici di Lusi. Non siamo qui per accusare, non sia­mo qui per mandare alla gogna la gente e farla morire di crepacuore o ficcandosi un sacchetto di plasti­ca­sul volto come fece il povero Ca­gliari.Non è l’ora della retorica, ma semmai dell’antiretorica. Oggi in tanti dicono e scrivono che siamo tornati di nuovo al 1992, quando il signor Fiorito, ventenne e ram­pante, lanciava le monetine a Cra­xi davanti all’hotel Raphael a Ro­ma.
Ma il fatto è che non siamo tor­nati a nulla. Siamo, sono, sempre stati. Il luridume che oggi spurga è un

luridume storico, è tutto un «A Fra’ che te serve?», moltiplica­to per l’infinito perché l’occasio­ne fa l’uomo ladro, le leggi farloc­che sono aggirabili, i tesori e i teso­retti sono a portata di mano dei le­stofanti e manca in Italia il nerbo morale che si formò secoli orsono nell’Europa del Nord e in Ameri­ca grazie al terrorismo e la frusta delle riforme protestanti.Questo non vuol dire che non si debba colpire, arrestare, proces­sare, condannare, che non ci si debba indignare e additare. Però, adelante Pedro y con juicio . Seun politico, un commentatore, un giornalista, un cardinale, un filo­sofo della domenica volesse spe­cul­are su questa brodaglia di mar­ciume e ruberie per sostenere che esiste una razza superiore e inden­ne dalla tentazione e dall’intasca­mento del denaro pubblico o co­munque munto dalle tasse paga­te da chi non può evitare di pagar­le, compirebbe una operazione ingenua e anche in malafede.

E Tonino Di Pietro ne è l’esempio lampante. Anche la Lega dei teso­ri in Tanzania ne è un esempio lampante. Tutti i Torquemada con la fiaccola in mano per accen­dere il rogo, sono un esempio lam­pante di una falsa retorica perché i fatti mostrano e forse dimostra­no che è il sistema Italia con le sue furberie congenite e legislative, a causare lo scoppio dei bubboni e la diffusione della peste.Da vecchio e testardo antico­munista quale sono voglio ricor­dare il peccato originale ed origi­nario del malcostume che stava nell’ondata di miliardi che il vec­chio Pci, finché fu in vita e malgra­do­i modesti strappetti berlingue­riani sempre incompiuti, riceve­va illegalmente da Mosca, come Valerio Riva dimostrò conti alla mano.

Dov’era l’inghippo? Me lo confessò Cossiga. Quando l’uo­mo che andava a Mosca a prende­re la valigetta piena di dollari dal­le mani di Ponomariov, lo sapeva­no tutti e tutti l'aspettavano a ca­sa: il ministero degli Interni,l’am­basciata americana, i servizi se­greti, la Democrazia Cristiana. Tutti volevano solo essere sicuri che i dollari non fossero falsi e poi provvedeva lo Ior di Marcinkus a cambiarli in Vaticano.Qual era la conseguenza? Che tutti i partiti della prima Repubbli­ca si sentivano autorizzati a ruba­re, taglieggiare, raccogliere fondi illegali-appunto«A Fra’ che te ser­ve? » - perché tanto dovevano bi­lanciare il vantaggio del Pci quan­to a disponibilità economica. Il Pci era sempre in mezzo al guado, come scriveva Scalfari e non riu­sciva mai a scegliere l’Occidente una volta e per sempre. E ora sono tutti in mezzo al guano, maleodo­rante come tutti i paté di escre­menti.

Nacque l’etica dell’«Ho ru­bato per il partito » (lodevole) con­tro l’«Ho rubato per le mie tasche e il mio benessere» (biasimo, indi­gnazione). In realtà chi corrompe­va la democrazia con fondi illega­li era e resta molto più colpevole di chi si riempie le tasche di dia­manti e mazzette. Ma tant’è. L’operazione «Mani Pulite» finse di restaurare la pubblica moralità a suon di gogna, suicidi e arresti preventivi a scopo terroristico, ma non restaurò un bel niente.E Antonio Di Pietro, che di quel­la operazione fu il samurai e il Sa­int- Just, raccoglie oggi i frutti pu­teolenti di quella storiaccia che non restaurò affatto il bene mora­le, ma fu soltanto fumo negli oc­chi e chiacchiere da bar. Di Pietro oggi dice di aver pianto per la rab­bia e lo sconcerto di quel che è ac­ca­duto e che vede coinvolte perso­ne a lui vicinissime e di cui si fida­va.Io gli credo. Le sue lacrime sa­ranno state certamente irate e ge­nuine.

Condoglianze. Ma ciò det­to proviamo anche la blasfema pulsione di ridere o almeno sorri­dere. Davvero vogliamo ridurre ognuno dei mille, diecimila, cen­tomila episodi di malversazione e furto di denaro, al benigno ruolo di «caso sporadico»? La solita me­la marcia nel paniere di mele im­macolate?Suvvia, non raccontia­moci balle. Di Pietro ha avuto, e non solo oggi e da oggi, molti esempi e avvertimenti che le cose non stanno così e che chiamare Italia dei valori un partito, avreb­be portato prima o poi al ludibrio.E allora sarebbe bene che Di Pietro e tutti i dipietrini e grillini e torquemadini la piantassero di far finta di credere, come faceva anche il povero Berlinguer, nella razza ariana della morale, la diffe­renza genetica che separa i profili lombrosiani.La morale pubblica si tutela con leggi adeguate, con una magi­stratura indipendente e attiva in­cidendo profondamente nelle abitudini e nelle tentazioni, in mo­do pratico, costante, severo e rivo­luzionario. Per ora abbiamo sol­tanto lacrime teatrali e impruden­ti, sbalordimenti che non servo­no a voltare pagina, perpetuando il girone infernale.

L'indagine segreta sulla finanza rossa

Gian Marco Chiocci - Sab, 13/10/2012 - 15:32

Acquisizione di Antonveneta: caccia ad (almeno) un miliardo sparito. Nell'inchiesta indagato il presidente Abi Mussari

Qui ballano miliardi di euro, altro che Fiorito o Finmeccanica. A Siena procede in gran silenzio un'inchiesta delicatissima sul Monte dei Paschi a cui, stranamente, nessuno mostra interesse.


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Eppure il filone portato avanti da tre pubblici ministeri e dal nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza sull'acquisizione di Antonveneta nel 2007, a un prezzo assolutamente folle, rischia di stravolgere il sistema bancario e politico nazionale. Per cinque ordini di ragioni. Per l'iscrizione sul registro degli indagati del numero uno dei banchieri italiani, Giuseppe Mussari (che da presidente di Banca Mps curò l'operazione). Per la drammatica situazione in cui versa quella che fino a pochi anni fa era considerata la terza potentissima banca italiana. Per l'indiretto coinvolgimento di più esponenti di primo piano del giro del governo Monti - ascoltati in qualità di persone informate sui fatti - come il ministro dell'Economia Vittorio Grilli (ex direttore generale del Tesoro all'epoca) e la presidente Rai Anna Maria Tarantola (a quei tempi funzionario generale di Bankitalia). Per le ripercussioni inevitabili sul Pd nazionale, nato in contemporanea a quell'operazione, che da sempre, attraverso proconsoli toscani del Pci prima, Pds e Ds poi, «controlla» il Monte anche attraverso la sua Fondazione.

LA «CRESTA»


E infine per quel miliardo e passa di euro (forse più, forse due) che a detta degli inquirenti mancherebbe all'appello e a cui si starebbe dando la caccia dentro e fuori i confini tricolore, ipotizzando operazioni estero su estero con giganteschi ritorni illeciti. Ma di tutto questo nessuno parla. Con preoccupazione se ne discute invece nei Palazzi del potere da quando, a maggio, l'inchiesta per aggiotaggio, manipolazione del mercato sul titolo azionario di Banca Mps e ostacolo alle attività di vigilanza, è deflagrata con le perquisizioni a Mussari (nel frattempo diventato presidente dell'Abi) di alti vertici presenti e passati di Mps indagati, di istituti di credito nazionali e soprattutto delle sacre, e fin lì inviolate mura, della storica sede di Rocca Salimbeni. A quel punto la banca più antica del mondo, nata vent'anni prima l'approdo di Colombo nelle Americhe, nota

per la sua storica solidità (e liquidità) e per quella «senesità» che un tempo univa dipendenti, funzionari e dirigenti, ha traballato più della certificazione di bilancio del 2011 con quel passivo impensabile solo pochi anni fa: quasi 5 miliardi di euro. Con l'esplosione del bubbone giudiziario la città di Siena, la «banca rossa» e i referenti romani hanno preso atto che qualcosa era cambiato per sempre. E si sono resi conto che adesso, oltre a scandagliare nei segreti di Antonveneta, rischia di venire a galla anche la politica panem et circenses di distribuzione a pioggia del denaro secondo un diktat politico&bancario che non ha eguali al mondo: la generosa Fondazione Mps che controlla la Banca Mps essendone l'azionista di maggioranza, è infatti formata da più «deputati» espressi in numero di otto dal Comune, cinque dalla Provincia, uno dalla Regione. Tutti a guida Pd.

L'ENTUSIASMO DEMOCRATICO


Ma entriamo nell'inchiesta. Figlia della defunta Abn Amro, di proprietà della Santander di Emilio Botin, la banca del Nord Est viene acquistata nel novembre 2007 dal Monte dei Paschi spendendo 9 miliardi e rotti di euro che poi diventano 10,3 miliardi (a fronte di un aumento di capitale di cinque) quando appena due mesi prima gli spagnoli l'avevano comprata per 6,6 miliardi di euro. Una plusvalenza di quasi quattro miliardi, che potrebbe ulteriormente salire se si trovassero riscontri alle indiscrezioni, tutte da dimostrare, di un altro bonifico partito lo stesso giorno per la Spagna. L'operazione valse al Santander il plauso dei mercati finanziari, soprattutto perché tenne per sé la partecipazione «Interbanca», il corporate di Antonveneta che valeva un 1,6 miliardi.

A Mps restò solo l'entusiasmo della stampa locale e tricolore, della triplice sindacale e dei maggiorenti Pd. A nulla servirono le proteste di impiegati e piccoli azionisti increduli su un'operazione che aveva dilapidato la Banca e la sua Fondazione, fatta in assenza di un'approfondita due diligence, con l'apertura ad hoc di un fresh da un miliardo di euro, sottoscrivendo un contratto a oggi mai reso pubblico. In un'assemblea del 2008 questa operazione venne presa di petto da poche persone: «Si è comprata una banca – attaccò l'ex dipendente Romolo Semplici - pagandola molto più del suo reale valore, costringendo il Mps a svendere pezzi storici del proprio patrimonio e aziende con buona redditività e obbligando anche la controllante Fondazione a dissanguarsi con un esorbitante e imprevisto impegno finanziario».

VALEVA 2, PRESA A 9


A complicare le cose, tre anni dopo, arriverà la conferma del presidente uscente del collegio sindacale, Tommaso Di Tanno. Che ai soci rivelerà: «Il valore patrimoniale della banca era di 2,3 miliardi e fu acquistata per 9 miliardi. Non entro nel merito se il prezzo di 9 fosse appropriato...». Nel merito, oltre a Semplici (vicino al centrodestra) hanno provato a entrarci pochissimi altri. Uno è Pierluigi Piccini, storica espressione del vecchio Pci, già sindaco di Siena, dirigente di Mps France prossimo alla messa a riposo («La nostra lista civica – sbotta - più volte ha sollevato in consiglio comunale la questione Antonveneta, ma nessuno della maggioranza ci ha voluto ascoltare. Ecco il risultato»). Un altro è Nicola Scoca, direttore finanziario della Fondazione Mps, che a Report (la trasmissione della Gabanelli su Rai3) ha raccontato di esser stato licenziato dopo aver presentato uno studio che sollevava perplessità sulle copiose, insensate, uscite di denaro.

Poi, in questa città ovattata nel silenzio, ci hanno provato alcuni blogger locali (L'eretico, il Cittadinonline, Fratello illuminato, il Gavinone), Raffaele Ascheri autore di un volume su Mussari, il battagliero leghista Maurizio Montigiani, un ex comunista verace come Mauro Aurigi, ora del Movimento Cinque Stelle, l'avvocato Luciano Peccianti passato nel'Idv di quell'Elio Lannutti firmatario di numerose interrogazioni. E infine Gabriele Corradi, papà del calciatore Bernardo, candidato di una lista civica sconfitto nella corsa a sindaco dall'ex parlamentare Pd Franco Ceccuzzi che definì l'operazione Antonveneta «un capolavoro di Mps». Rivela Corradi: «In una riunione dei capigruppo in consiglio comunale il presidente della Fondazione Mancini confessò che lui di Antonveneta era venuto a conoscenza solo dopo la sua acquisizione. Era gravissimo. Significava che la Fondazione era stata letteralmente bypassata dal presidente della Banca».

PROFUMO DI GUAI


Che in quel momento era giust'appunto Giuseppe Mussari, ex comunista dichiaratamente Pd, ex presidente della stessa Fondazione, diventato poi nel luglio del 2010 presidente dell'Abi grazie alle sue innegabili doti e a capacità relazionali assolutamente trasversali. Mussari, su cui pende la spada di Damocle del rinvio a giudizio per concorso morale in turbativa d'asta e falso in una vicenda collaterale legata all'ampliamento dell'aeroporto di Ampugnano (l'udienza davanti al gup è fissata per il 19 ottobre) ha sempre respinto ogni accusa e qualsivoglia insinuazione. E con lui il Monte, che non ha risparmiato querele e azioni civili.

Il successore di Mussari, Alessandro Profumo, dopo aver ricordato che quand'era ad di Unicredit gli venne «offerto di acquistare Antonveneta a un prezzo più basso» e che rifiutò «perché il costo mi sembrava alto», pochi giorni fa è tornato su Antonveneta dopo l'assemblea straordinaria che ha visto protestare i dipendenti-soci: «Ad oggi non abbiamo elementi per avviare azioni di responsabilità sulle passate gestioni di Banca Mps. Se li avessimo – ha detto Profumo - faremmo ogni azione necessaria per tutelare gli interessi della Banca. Quando il quadro sarà chiaro decideremo cosa fare». Più chiaro di così si muore, anche se si è in vita da prima di Colombo.

A 85 anni torno sul palco per poter pagare l'affitto»

Mimmo Di Marzio - Sab, 13/10/2012 - 07:52



A 85 anni suonati Piero Mazzarella, il «Chaplin dei navigli», è ancora lì sul palcoscenico per interpretare uno dei personaggi simbolo di una milanesità antica, il Tecoppa. È ancora lì per due buone ragioni: la prima è che il teatro è la sua vita («fuori sono uno stupido qualsiasi» si schermisce), la seconda è che la risicata pensione non basta a mantenere la casa in affitto, la moglie e due figli ancora a carico. «Sono nove mesi che non lavoro e tutti sanno che vivo sulla soglia di povertà e malatissimo di diabete. Ma chi mi vuole bene qualche volta si ricorda di me». Tra questi c'è Andrée Ruth Shammah del teatro Franco Parenti che alla domenica gli ha dedicato lo spettacolo della pomeridiana. Fino a quando? «Fino a che riempio la sala, spero a sufficienza per riuscire a pagare i debiti».

Una storia amara per un grande artista che nella sua lunga carriera ha lavorato con i più grandi registi, da Strehler a Dino Risi e che ha all'attivo anche 14 film, come Il maestro di Vigevano di Elio Petri e Un povero ricco di Pasquale Festa Campanile. Ma nella sua vita c'è soprattutto tanto teatro, da quello comico di El nost Milàn a quello drammtico del Santo bevitore in cui incarnava il clochard etilista narrato da Joseph Roth. Negli ultimi anni, però, per sopravvivere è stato costretto a vendere gli oggetti più cari. «Ho dato via di tutto, libri, onorificenze e rare fotografie. Come questa di Edoardo Ferravilla, il grande commediografo milanese scomparso nel 1911. È un pezzo da museo, ma spero di tenermela». Chi ha assistito al suo monologo di Tecoppa, giura che raramente una maschera vernacolare straripante di tragica umanità è stata meglio incarnata dal suo attore recitante.

«Io sul palco non leggo mai, spesso improvviso, ma sono sempre autentico e questo il pubblico lo sente», dice Mazzarella che rivendica al suo attivo oltre 200 testi a memoria. «Tecoppa è un personaggio del popolo ed è universale, diciamo pure autobiografico, perchè dentro c'è un pezzo della mia storia». Una storia nata in una casa di ringhiera e già a sei anni sul palcoscenico dietro ai genitori che erano attori di giro. Oggi la sua camera è una specie di sacrario affollato di ricordi. «Mi han voluto tutti bene e sono stato amico dei più grandi, da Pasolini a Totò, da Nino Taranto ad Alberto Sordi che sul set mi disse di essere onorato a lavorare con me. Perchè sono ridotto così? Forse perchè ho detto sempre quello che pensavo, non ho mai chiesto favori e non ho mai leccato il c... a nessuno». Per colpa della generosità e delle diarie teatrali non è riuscito neppure a comprarsi casa.

Oggi vive in un modesto appartamento in via Olgettina, a due passi dagli studi Mediaset, con due figli precari e la moglie («è un'ex ballerina della Scala che prende 400 euro di pensione»). A proposito, nella sua storia c'è pure tanta televisione. «Sono stato uno dei primi, negli studi di Telemilano, a lavorare con le tv di Berlusconi. Sua mamma Rosa mi adorava e anche lui mi ha sempre apprezzato, ma io non chiedo elemosine a nessuno». E la sua Milano, di cui resta l'ultimo ambasciatore artistico, l'ha abbandonata? «Cosa vuole che le dica, da quando non lavoro non esco mai e non vedo mai nessuno, ma tutti dicono di volermi bene.

Anche i politici, a parole, mi hanno sempre tenuto in palmo di mano. Salvo poi tentare di usarmi come bandiera chiedendomi di andare al loro servizio, e non faccio nomi». E lei che cosa ha risposto? «Che preferisco vivere male ma morire pulito, da persona perbene che non ha mai ceduto alle lusinghe del potere; anche se la serietà conta poco e il mondo è in mano a chi vuole arricchirsi sulle spalle degli altri, infischiandosene dei giovani dei bambini e degli anziani. Ma lo sa come lo chiamavamo a Milano il denaro?». No, me lo dica lei. «La merda del diavul».

Volete dei piccoli milionari? Spiegate il denaro ai vostri figli

Corriere della sera
di Angela Frenda


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Finora non ci avevo pensato. O meglio, ritenevo che quel giornalino comprato la la domenica come premio o la monetina data di tanto in tanto da inserire nel salvadanaio a forma di papero giallo fossero più che sufficienti a crescere un bambino consapevole del senso del denaro. E tutelarmi dall’avere, in futuro, un frequentatore di sale di scommesse. Però secondo Il denaro spiegato ai miei figli, nuovo manuale scritto da due coach finanziari Alfio Bardolla e Sara Robbiati, starei sbagliando tutto. Perché non sto investendo “sul potenziale imprenditoriale” di mio figlio Giovanni. Che, per inciso, di anni ne ha 4 e mezzo. I due autori sostengono che per crescere dei futuri milionari dobbiamo allenarli da piccoli. Non solo al risparmio, ma anche alla capacità di investimento, di mettersi in gioco, di sfida…

Ecco, più che un manuale educativo, mi è sembrato uno di quegli istant book del tipo: ti spiego in dieci mosse come avere successo. Sapete quelli che, almeno una volta nella vita, tutti abbiamo comprato, non fosse altro per curiosità? Solo che in questo i due autori parlano di bambini, e si rivolgono ai genitori. Anzi, si rifanno alla loro stessa esperienza (hanno due figli, Arianna e Silvio), e da questa partono per sviluppare un metodo educativo volto ad allenare i piccoli a sviluppare idee vincenti, e quindi a fare soldi da grandi.
Non mi soffermo sulle strategie suggerite (da quella dei barattoli con finalità precise nei quali suddividere la paghetta settimanale a quella dei baby progetti imprenditoriali), ma piuttosto sul fatto che per la prima volta qualcuno abbia osato accostare la parola «bambino» alla parola «ricco» o anche «soldi». Un’eresia, per molti genitori. Non per i due coach, che anzi sostengono la tesi che proprio da questa refrattarietà a dialogare con loro di soldi nasce poi l’incapacità diffusa di saperli gestire (o farli fruttare) da grandi. Cresci un bambino consapevole del denaro oggi e avrai un milionario domani.
Oddio, non che mi appaia una missione impossibile mettermi a fare una start up con Giovanni su come vendere merendine al parco, ma mi chiedo: ce n’è proprio così bisogno? Cosa significa crescere un individuo vincente? Rispetto a chi? E a che cosa? Semmai la questione, secondo me, è insegnare loro che i soldi vanno rispettati, in tutti i sensi. E spendere qualche parola in più per liberarli dalla dipendenza dalle marche… Certo, magari da grande non farà tanti soldi. Ma è davvero un problema?

Insegnava all'Università ma non aveva mai preso la laurea

Corriere della sera

«Ho preso 110 e lode», non è vero: indagato per truffa ex docente dell'ateneo di Bergamo, ora in servizio al ministero


Corrado FalettiCorrado Faletti

Il suo curriculum è di quelli che riempiono 4-5 pagine. Una carriera iniziata negli anni Novanta nel settore delle banche, proseguita poi tra progetti innovativi, premi, invenzione di software, consulenze, ricerche nel settore turistico e in quello delle imprese, libri sulla finanza, sulla comunicazione e pure di poesie. Poi il posto da professore a contratto in calcolo elettronico all'Università di Bergamo, dal 2001 al 2005, e da dirigente al ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, dal 2009 a oggi (si è dimesso a far data dal 31 ottobre). Manca però un dettaglio: la laurea. Poco male. È la dimostrazione che Corrado Faletti, 47 anni, di Bergamo, diploma al Liceo scientifico Lussana con 60/60, si è dato un gran da fare nella vita per farsi strada fino a raggiungere lo stesso livello di colleghi laureati.

Un ragionamento, questo, che però non vale per la Procura di Bergamo. Il pubblico ministero Giancarlo Mancusi ha indagato Faletti per falso e truffa ai danni dell'Università di Bergamo. Perché? Nel curriculum allegato alla sua candidatura per il posto da professore alla facoltà di Economia di Bergamo sono indicate due lauree. Una in Scienze biologiche conseguita nel 1991 con 110/110, l'altra in Fisica dei calcolatori ottenuta nel 1993 con 110/110 e lode. È agli atti del pm.

Ma non corrisponde a verità. Lo ammette lo stesso Faletti, che nei giorni scorsi ha ricevuto la notifica della chiusura delle indagini: «No, quelle lauree non ci sono, ma di solito nel curriculum indico "corso di laurea in Scienze biologiche e corso di laurea in Fisica"». Come dire che li ha frequentati — e corrisponde a verità — e non anche che li ha portati a termine. «Comunque è una vicenda che risale a molto tempo fa. Sono sincero, non ricordo quello che avevo dichiarato, vedrò gli atti e spiegherò tutto alla Procura», aggiunge. Che ci sia stato un errore di interpretazione?

No, a giudicare dalle carte in mano al magistrato. Il curriculum con indicate le due lauree è allegato alla domanda di partecipazione al bando dell'università. Entrambi i documenti riportano la stessa data — 15 agosto 2001 — e lo stesso numero di protocollo. Non solo. Nel corposo fascicolo del pm c'è anche un altro curriculum, in formato europeo, con tanto di firma «Corrado Faletti»: anche in quello vengono indicati i due titoli, stavolta senza voti. E se non bastasse, quando nel novembre del 2004 il professore ha sottoscritto una dichiarazione sostitutiva di certificazione, alla voce «titolo di studio» è stato indicato «laurea».

Così facendo — è l'accusa — ha gonfiato le sue credenziali — per altro già numerose —, raggirando l'università e incassando così 27 mila euro lordi di retribuzione in quattro anni. Ma ne sono passati più di 10 da allora. Tempi da prescrizione. Perché tutto emerge solo ora? Sulla base di una sentenza della Corte dei conti secondo la quale i dirigenti devono avere la laurea, è partita un'indagine interna al ministero. I carabinieri del Nucleo investigativo hanno scoperto il vecchio incarico di Faletti e lo scorso aprile hanno spedito la notizia di reato al magistrato di piazza Dante. Che ha disposto le verifiche. Ha chiesto all'università di Bergamo di fornire candidatura, contratti e ricevute della retribuzione.

E alla Statale di Milano data e dettagli dei diplomi di laurea. Risposta: mai e nulla, tranne undici esami, per altro con buoni voti. C'è un altro quesito che il magistrato si è posto: per ottenere quel posto serviva la laurea? «Per un ruolo da professore a contratto no», dice l'indagato. Il pm ha chiesto lumi all'Università di Bergamo. Il direttore amministrativo ha risposto: «Il possesso della laurea era requisito per partecipare. Risulta agli atti una scheda anagrafica - fiscale in cui (Faletti ndr.) dichiara di essere in possesso di diploma di laurea». E il bando, alla terza pagina, indicava: «Nella documentazione dovrà essere dichiarato espressamente il conseguimento del diploma di laurea». Quindi le contestazioni.

Ora Faletti potrà presentare le memorie difensive, se vuole, tenendo conto che i reati sono comunque prescritti. Anche sul sito del ministero, ci sono il suo stipendio (109.808 euro lordi l'anno) e il suo curriculum. Alla voce titolo di studio è indicato «Premio d'Ateneo»: un riconoscimento del 2007 dell'Università di Macerata per ricerca, innovazione e sviluppo. «Ma non è titolo accademico per fregiarsi del titolo di dottore», ha precisato il rettore al pm. Faletti è anche professore all'Università di Camerino. Tra i numerosi incarichi che ha svolto, è stato anche capo degli ispettori sui fondi europei. In Sicilia ha segnalato alcuni problemi. Da allora ne ha avuti lui, di problemi, tanto da aver presentato denunce alla procura di Palermo per minacce di morte.


Giuliana Ubbiali
13 ottobre 2012 | 14:54

Telepass, passare in velocità senza pagare «non è reato»

Il Mattino


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MESSINA - Transitare in velocità al casello Telepass per non pagare non è reato. Lo ha sancito la Corte d'appello di Messina che ha assolto un commerciante di Barcellona Pozzo di Gotto accusato di truffa per aver effettuato ben 24 transiti veloci , approfittando della sbarra alzata per una vettura regolarmente pagante, al casello Telepass dell'autostrada Palermo-Messina. L'uomo era stato condannato in primo grado a 8 mesi per truffa, racconta oggi la Gazzetta del Sud, ma aveva fatto ricorso affermando che lui agiva alla luce del sole. Era veloce ad accodarsi a un'auto pagante e sfruttare la sbarra ancora alzata per passare. E lo vedevano tutti, tant'è che le telecamere registravano la sua targa regolarmente permettendo al gestore del casello di denunciarlo. I giudici gli hanno dato ragione.

«Transitare da casello Telepass senza pagare il pedaggio è un reato». Così l'Ad di Telepass, Ugo de Carolis, commenta con l'Ansa la sentenza della corte d'Appello di Messina che ha assolto un uomo dall'accusa di truffa per aver effettuato transiti veloci, approfittando della sbarra alzata per una vettura regolarmente pagante, al casello Telepass dell'autostrada Palermo-Messina. «Il consolidato orientamento giurisprudenziale - riferisce de Carolis - condanna il comportamento del conducente di un autoveicolo che transita in autostrada utilizzando piste riservate al pagamento automatizzato Telepass/Viacard senza essere fornito dei relativi mezzi di pagamento elettronici ed omettendo successivamente di corrispondere il pedaggio dovuto».

«In particolare, la Suprema Corte di Cassazione - aggiunge - ha ritenuto che risponde del reato di truffa continuata il conducente di un veicolo che, in più occasioni, in pista Telepass si accoda ad altro veicolo munito di idonea apparecchiatura Telepass e riesce a transitare prima che la sbarra chiudi pista si abbassi». «Tale condotta viene configurata dalla giurisprudenza come un artificio, con conseguente profitto costituito dal mancato versamento dell'importo del pedaggio autostradale». Telepass inoltre sottolinea che «tale prassi oltre alle possibili conseguenze legali mette a serio rischio la sicurezza degli automobilisti ed è sanzionata dal Codice della Strada».

Ecco la portaerei francese «De Gaulle» città galleggiante nel Golfo

Il Mattino
di Davide Cerbone



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NAPOLI - Bastano 10 minuti di traversata per mettere piede su questo isolotto d’acciaio che spunta nel bel mezzo delle acque napoletane, tra il Vesuvio e il Maschio Angioino. La portaerei Charles De Gaulle, fiore all’occhiello della Marine Nationale , è arrivata qui giovedì mattina e salperà martedì, dandosi il cambio con la statunitense Enterprise.

«Dal primo al 10 ottobre siamo stati impegnati ad est della Sardegna nell’esercitazione aeronavale Levante con la portaerei Cavour della vostra Marina», spiega il comandante Lebas alla presenza dell’ambasciatore francese in Italia Alain Le Roy e del nuovo console francese a Napoli Christian Timonier. La De Gaulle, varata nel ’94, è un’autentica città galleggiante: spinta da reattori nucleari (l’unica in Europa occidentale), ospita un equipaggio di 1.900 persone (il 10-12% donne), è lunga 261 metri, alta 75, larga 64, ha un ponte di 12mila metri quadri, raggiunge una velocità di 27 nodi e al momento ospita 22 aerei, tutti rigorosamente made in France: 10 Rafale, 10 Super Étendard Modernisé, due Hawkeye e 4 elicotteri.

Una limpida testimonianza della grandeur d’Oltralpe: basti pensare che i 5 milioni di franchi spesi anni fa per un allungamento di 4,6 metri sono soltanto lo 0,025% del bilancio totale del progetto. Per motivi di sicurezza si potrà ammirare solo dalla banchina. «Abbiamo svolto simulazioni di combattimento con aerei, navi e sommergibili, mischiando equipaggi italiani e francesi per migliorare il coordinamento tra le forze. Inoltre, una fregata francese ha scortato la Cavour e una italiana (la Andrea Doria, ndr) ha accompagnato la De Gaulle», spiega Hortense Melinier, communication officer, descrivendo il riuscito gemellaggio militare e guidando la stampa alla scoperta di un mondo a parte che affiora a poche miglia dalla terraferma.

Dentro la pancia di metallo, dove scale ripidissime collegano i vari ponti, si apre un immenso hangar con aerei, elicotteri e missili. E sul tetto, dove i musi aguzzi dei caccia stanno uno di fronte all’altro quasi a volersi sfidare, l’asprezza bellica è mitigata dalla dolcezza dello sfondo. Dietro il metallico incombere del radar, il sole tramonta languido sul Golfo. E Hortense sospira: «Oggi, domani e dopodomani potremo finalmente scendere per visitare Napoli e le isole: non vediamo l’ora».


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(NewFotoSud-Emanuela Esposito)


Sabato 13 Ottobre 2012 - 10:22