domenica 14 ottobre 2012

Si lancia da 39 km d'altezza e supera il muro del suono

Quotidiano.net

Usa, impresa da record di un 43enne austriaco. Un salto nel vuoto e 8 minuti di caduta libera

Protagonista l'austriaco Felix Baumgartner, 43 anni. E' atterrato sano e salvo dopo 8 minuti di caduta libera, il paracadute si è aperto a 4 minuti e 15 secondi. Quando ha toccato terra si è inginocchiato e ha esultato



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Roswell (New Mexico), 14 ottobre 2012 - E’ ufficiale: l’austriaco Felix Baumgartner ha superato la velocità del suono lanciandosi in caduta libera da oltre 39 km di altezza nei cieli del New Mexico negli Usa. Baumgartner ha centrato il suo obiettivo ed è atterrato sano e salvo dopo 8 minuti di caduta libera. Il paracadute si è aperto dopo 4 minuti e 15 secondi per rallentare la sua corsa. Quando ha toccato terra si è inginocchiato e ha esultato.

Il paracadutista si è lanciato da una capsula appesa a un pallone a elio e ha infranto almeno tre record: ha superato la velocità del suono (che è di 1.193 km/h) durante la caduta, primo caso assoluto per un uomo senza l’ausilio di un aereo o di un razzo; si è lanciato dalla quota più alta mai tentata, qualche metro sopra quota 39.000 - il record precedente apparteneva all’americano Joe Kittinger, che nel 1960 fece la stessa cosa da 31.333 metri -; ha superato il primato di volo umano su pallone aerostatico - il precedente era dei Viktor Prather e Malcolm Ross, che nel 1961 raggiunsero "solo" 34.668 metri di altitudine.




Felix Baumgartner, i test e i preparativi

Bambino trascinato via da scuola Appello del padre alla ex moglie

Corriere della sera

L'uomo in tv: «Collabori per il bene di nostro figlio, deve poter avere due genitori. Ero stato eliminato dalla sua vita»

MILANO - Un appello all'ex moglie perché «collabori» per il bene del loro figlio. Lo ha fatto il padre del bambino di 10 anni prelevato a scuola a Cittadella (Padova) pochi giorni fa su provvedimento dei giudici dei minori. Un'immagine, quella del bambino portato via di peso, che resterà impressa a lungo negli occhi di tutto. «Faccio un ulteriore appello alla sua coscienza - ha detto il padre a Canale 5 - affinché comprenda qual è il bene del bambino e quindi collabori per il suo benessere a questo percorso in modo che, prima possibile, nostro figlio possa avere due genitori».

ELIMINATO DALLA SUA VITA - «E quindi - ha detto l'uomo nell'appello alla ex moglie - accetti anche il fatto che esiste il padre, che esiste una famiglia paterna e che i comportamenti e le modalità dei rapporti finora tenuti sono gravissimamente dannosi». Il genitore ha sottolineato che «la madre aveva interrotto il suo contatto con il figlio, non poteva ne vederlo né sentirlo ed ero stato eliminato dalla sua vita». «Il clamore mediatico - ha aggiunto - fa male al bambino e mette a rischio la sua serenità», osservando poi che suo figlio è stato «vittima di un condizionamento e di una manipolazione». Ha poi spiegato che è previsto fino a fine anno scolastico «un percorso per recuperare la serenità instabile» del bambino, ma «è chiaro che in caso di evoluzione rapida e positiva della cosa si può fare anche una richiesta per accorciare» i tempi. Il padre ha ribadito infine che il bambino ha diritto di vedere entrambi i genitori.

FIACCOLATA - Lunedì a Cittadella si terrà una fiaccolata in solidarietà della famiglia materna, organizzata dal comitato di mamme solidali alla madre e ai nonni materni del piccolo. Intanto gli ispettori inviati dal Ministero dell'Interno stanno vagliando tutti gli aspetti del caso, sentendo gli agenti e visionando il filmato fatto dalla polizia scientifica, prima di stilare una relazione. Il bambino rimane nella casa-famiglia dove è stato portato dai servizi sociali di Padova che lo hanno preso in carico. Il Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza Vincenzo Spadafora ha detto che «sta bene e ha finalmente ricominciato a vedere il padre, giocando con lui, cosa che prima gli era stata impedita. Sta trovando un suo equilibrio fuori dai conflitti del padre e della madre».

LE INDAGINI - Sul fronte giudiziario prosegue il lavoro della procura euganea per stabilire le responsabilità penali del nonno e della zia materna, indiziati secondo gli agenti di polizia intervenuti alla scuola elementare, di aver ostacolato l'esecuzione dell'ordine di allontanamento dalla scuola firmato dal giudice della Corte d'Appello del tribunale dei minorenni di Venezia. Per nonno e zia materna del piccolo alunno potrebbe scattare l'accusa di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. A pesare potrebbero essere anche i possibili risvolti giudiziari relativi agli atteggiamenti tenuti, in particolare dalla madre, per opporsi all'operato dei carabinieri e poi della polizia in altri due casi, il 24 agosto e il 4 settembre. In queste due occasioni le forze dell'ordine non avevano dato seguito all'esecuzione del provvedimento dei giudici minorili ma avevano stilato dei verbali trasmessi alla procura. Il nome della madre risulta già iscritto nel registro delle persone sottoposte a indagine per mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice.

 
Redazione Online14 ottobre 2012 | 20:08

Carrozzine e protesi, solo modelli «vecchi»

Corriere della sera

L’elenco degli ausili forniti dalle Asl non viene aggiornato da 13 anni. Un nuovo rinvio solleva le proteste delle associazioni

MILANO - Respiratori, carrozzine, deambulatori, materassi anti-decubito e tanti altri ausili e protesi: sono essenziali per i pazienti e quindi garantiti dal Servizio sanitario nazionale. Il loro elenco è contenuto nel Nomenclatore tariffario, che però è fermo a 13 anni fa (Decreto n. 332/99 del Ministero della Salute). Da allora, infatti, non è stato più adeguato, sebbene quella stessa norma preveda un suo aggiornamento periodico "con cadenza massima triennale".

Ora è arrivato l'ennesimo rinvio da parte della Commissione Affari sociali della Camera, dove si sta discutendo il Decreto legge "Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute". «Dopo anni di attesa, l'aggiornamento del Nomenclatore tariffario è rimandato a maggio 2013, cioè alla prossima legislatura, nonostante le sollecitazioni dei pazienti» commenta Tonino Aceti, responsabile del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici di Cittadinanzattiva, che martedì presenterà a Roma il Rapporto sulle politiche della cronicità, con un capitolo dedicato all’assistenza protesica.

CARENZE - «Nel frattempo, i malati sono costretti a usare dispositivi spesso obsoleti e, per avere ausili innovativi e adeguati, devono pagare la differenza di costo rispetto alla tariffa prevista per quelli presenti nel Nomenclatore» sottolinea Aceti. Nell'attuale Nomenclatore, poi, non rientrano alcuni ausili. «Mancano, per esempio, i comunicatori a comando oculare per i malati di Sclerosi laterale amiotrofica, finora erogati solo grazie a fondi stanziati ad hoc — dice Pietro Barbieri, presidente della Federazione italiana superamento handicap — . Altro problema: mancano controlli sulla qualità dei prodotti da parte di un organismo preposto, come per esempio avviene sui medicinali da parte dell'Agenzia italiana per il farmaco».

Già, la qualità. Non si tratta di avere protesi agonistiche come quelle utilizzate dai campioni paralimpici, ma ausili che consentirebbero a chi ha una disabilità di condurre una vita il più possibile autonoma. Invece, riferisce Aceti: «Soprattutto nelle Regioni sottoposte a piani di rientro, le Asl non riescono a fornire nemmeno i dispositivi previsti dal vecchio Nomenclatore tariffario». «Si risparmia addirittura sulla qualità di pannoloni, cateteri e sacche per la stomia — fa notare Giuseppe Sciacca, presidente della Fais (Federazione che riunisce le Associazioni di incontinenti e stomizzati) —. E in questi casi non stiamo cerco parlando di "innovazione tecnologica", ma del diritto di questi pazienti a condurre una vita dignitosa».

LINEE GUIDA - «Le Asl fanno gare di appalto al massimo ribasso per risparmiare, ma a volte forniscono prodotti peggiori a costi più alti — aggiunge Alessandro Giustini, membro della Società italiana di medicina fisica e riabilitazione (Simfer) —. Un esempio: carrozzine che arrivano in container dall'Estremo Oriente sono vendute allo stesso prezzo di quelle prodotte nel nostro Paese, pur avendo metalli e tessuti scadenti».

In attesa dell'aggiornamento del Nomenclatore tariffario, gli esperti stanno mettendo a punto Linee guida su come condurre gare di appalto per offrire dispositivi di migliore qualità a costi contenuti. «Le presenteremo a fine ottobre al Congresso della Simfer — anticipa Giustini —. Alla loro stesura hanno partecipato, oltre a noi fisiatri, i rappresentanti del Ministero della Salute, delle Regioni, della Consip (l’Agenzia che controlla gli acquisti della Pubblica amministrazione, ndr) e del Centro studi e ricerche sugli ausili tecnici di Confindustria (costituito da medici, pazienti, produttori, tecnici, ortopedici)».



Maria Giovanna Faiella
14 ottobre 2012

Il robot viticoltore non affascina i vendemmiatori francesi

Corriere della sera

Presentato come un vero gioiello tecnologico non ha soddisfatto l'esigente mondo dei viticoltori francesi

Gli inventori del robot vendemmiatore assieme alla loro creaturaGli inventori del robot vendemmiatore assieme alla loro creatura

MILANO - Il robot viticoltore delude le attese dei vignaioli francesi. Era stato presentato come un vero gioiello tecnologico, capace di rendere meno faticoso il lavoro umano nelle estese vigne transalpine e in grado di risolvere il problema della cronica mancanza di manodopera nell'industria vitivinicola. Ma a quanto pare le capacità di Vin (acronimo che sta per «viticoltura naturale intelligente»), robot ideato dallo scienziato d'Oltralpe Christophe Millot e prodotto dall'azienda Wall-Ye che ha il suo quartier generale a Mâcon, nel dipartimento della Saona e Loira, non hanno soddisfatto l'esigente mondo dei viticoltori francesi. Come racconta un reportage pubblicato su Le Figaro, venerdì scorso è stata organizzata in Borgogna una dimostrazione pubblica per testare l'abilità della "macchina", ma la delusione degli esperti è stata notevole.

LE CAPACITA' SULLA CARTA - Il robot che è alto 50 cm, ha due braccia e quattro ruote, è dotato di Gps e di sei telecamere. Grazie a queste dovrebbe esaminare lo stato di salute dei vigneti e memorizzare nei dettagli ogni vite. Inoltre ogni giorno - afferma Millot - è in grado di potare 600 piedi di vite. Il prezzo di ogni macchina è di 25.000, ma sulla carta i vantaggi sono enormi: I viticoltori potrebbero disporre di mano d'opera che costa meno e che lavora dal lunedì alla domenica: «E' attivo giorno e notte, non prende vacanza e non fa neppure uno spuntino» ha dichiarato qualche settimana fa l'ingegnere Guy Julien, che ha sviluppato Vin assieme a Christophe Millot.

Un'altra importante qualità del robot sarebbe la capacità di registrare le caratteristiche di ciascun ceppo di vigna e di memorizzare le cure di cui necessita. Le eventuali malattie del suolo e lo stato di maturazione dell'uva sarebbero immediatamente monitorate dal robot viticoltore. «Abbiamo creato Vin non per sopprimere posti di lavoro, ma per aiutare i piccoli viticoltori che non hanno i mezzi per assumere nuovo personale» ha più volte dichiarato lo scienziato Millot

DELUSIONE - Peccato che le promesse di Vin siano state disattese nella pratica. Il robot - scrive Le Figaro - presenta gravi problemi di batteria e si muove troppo lentamente nel campo. Inoltre anche le sue capacità di esaminare lo stato di salute dei vigneti e di memorizzare nei dettagli ogni vite sono ancora superficiali. Se vogliono convincere davvero i vignaioli francesi a investire nella loro invenzione – dichiara il quotidiano francese - bisogna che i suoi ideatori sviluppino meglio le potenzialità di questa macchina.

«Conoscendo la diffidenza verso le nuove tecnologie dei viticoltori transalpini, è necessario che Millot renda impeccabile la sua creatura artificiale» si legge su Le Figaro- In caso contrario è certo che la commercializzazione di questo piccolo gioiello high-tech è rinviata sine die». Ma c'è anche chi la pensa diversamente. Dieci viticoltori avrebbero ordinato il dispositivo e già tre robot sono stati consegnati dall'azienda di Mâcon

Francesco Tortora
14 ottobre 2012 | 14:54

I cattolici perduti di Bosnia «L'Europa ci ha dimenticati, aspettano che moriamo tutti»

Corriere della sera

Prima della guerra erano 152 mila i fedeli, ora sono 11.900

BANJA LUKA - «Non chiedo molto. Padre, lo dica lei: è vero che non vi ho chiesto molto?». Elemosinare no. Tutto si sopporta, un'unica stanza per vivere, senza acqua e senza bagno («quando piove, vado fuori con l'ombrello»), stufetta elettrica perché non c'è il camino. Ma non di essere scambiati per mendicanti. Vent'anni fa, prima di questo misero rifugio con pizzi di nylon alla finestra Marija Abdulic, 70 anni, la casa con i documenti in regola ce l'aveva. «Entrarono in sei - dice rivolta a padre Davor - in cinque minuti me ne andai». Soldati, civili? «Non voglio ricordare». Serbi. Cacciarono migliaia di croati dalle case di Banja Luka tra il '92 e il '93. «Se ho provato a riaverla, la casa? Ho speso tutti i soldi per gli avvocati. Ho avuto solo bugie». Ora, dice, a casa sua vive il figlio d'un amico del presidente Dodik. «Aspettano che moriamo tutti, noi vecchi. Poi nessuno più reclamerà indietro la nostra roba». E quel che non ha fatto la pulizia etnica, lo completerà il tempo.

Banja Luka, Republika Srpska. Qui, basta vedere i viali di vecchi platani, non è caduta una granata. I serbi erano maggioranza, ora questo è il capoluogo della loro entità «semiautonoma». Dei 40 mila croati ne sono rimasti tremila. E croato vuol dire cattolico. «Stiamo scomparendo, vogliono farci estinguere», dice il vescovo Franjo Komarica. Perché in un Paese che si divide non su linee religiose (nessuno mette in discussione la convivenza religiosa) ma etniche, i gruppi nazionali hanno un'origine religiosa. Komarica l'ha detto dieci giorni fa a San Gallo, in Svizzera, alla conferenza dei vescovi europei, prima ancora all'Europarlamento, lo ripete da anni. «A noi non hanno dato una chance di sopravvivere - spiega nell'episcopato -. In questi saloni ho ricevuto delegazioni di europei, americani, la Nato.

E uno, un grande nome, è sbottato: "Per noi, voi valete al massimo quanto i cavalli nelle stalle". L'ho ringraziato: "Eccellenza, lei almeno ha detto la verità. Io non tradirò il suo nome, ma può star certo che ripeterò questa sua frase a tutti"». È questa la grande accusa dei cattolici all'Europa del Nobel per la pace: d'aver sì imposto la fine della guerra con gli accordi di Dayton, ma fallito la pacificazione. «Dayton ha legalizzato i crimini», dice Komarica. Per Ivo Tomasevic, portavoce della Conferenza episcopale, «non c'è peggior ingiustizia di quella imposta per legge». Quegli accordi andrebbero riscritti, ma l'Ue non ci sente.

La mappa etnica della Repubblica Srpska è impietosa: 152 mila cattolici prima della guerra, 11.900 adesso. Una comunità di vecchi. Per i giovani, niente lavoro né case. A Zlatan Psudka l'hanno occupata nel '95 i profughi serbi in fuga dalla Croazia della reconquista di Tudjman. La sua famiglia ha accettato uno dei famigerati «scambi», il baratto immobiliare tra profughi, spostati nella regione come patate. Ma era una truffa: arrivati a Navir, in Croazia, hanno trovato una casetta per il weekend senza finestre, mai registrata al catasto. Da allora, 17 anni e 10 mila euro dopo, ha vinto due processi: entrambi annullati.

Casi simili ce ne sono a centinaia. Darja Rakic, unico magistrato croato a Banja Luka, licenziata per far posto a una serba, lotta da 10 anni nei tribunali e giura che per riavere il posto andrà fino a Strasburgo. È in questo lento ostruzionismo dei tribunali, una «farsa istituzionalizzata», dice, che i serbi spengono i tentativi di ricostruire una comunità. «Qui combatte solo la Chiesa». Non si capiscono i croati bosniaci senza la Chiesa. Una comunità di 440 mila persone, 358 sacerdoti e 475 francescani, 158 seminaristi, chiese piene ogni domenica. Neppure la cattolica Polonia, in percentuale, può tanto.

A Banja Luka la Caritas ha restaurato tremila case, costruito una casa di riposo, creato cooperative contadine («grazie anche ad aiuti italiani, da Mantova al Trentino»). «Per i serbi - dice Komarica - siamo un osso nella gola: non possono inghiottirci, non possono sputarci». Duecento chilometri a Sud, a Sarajevo, i cattolici sono di nuovo minoranza. Stavolta tra musulmani. Trentamila durante la guerra, 10 mila adesso. (Solo in Erzegovina, al Sud, comandano loro). Ma come si fa a restare, con la disoccupazione al 44%, se per 100 euro hai il passaporto di Zagabria in tasca e l'Europa oltre il confine?

Certo, non tutti sono pessimisti. Non monsignor Franjo Tomic: «Uno vede ciò che vuol vedere». Questo prete-intellettuale, che pare uscito da Todo Modo di Sciascia, dirige Napredak, durante la guerra sfamava la gente e ospitava Christian Amanpour della Cnn . Oggi guida la più potente associazione culturale bosniaca: concerti, mostre, una squadra in serie B, dove quasi tutti sono musulmani. «Dio ci ha creati diversi», dice, e lui tra i musulmani è popolarissimo. «Qui purtroppo anche la gente religiosa guarda con occhi nazionali».

Nella Sarajevo invasa dai capitali del Golfo, si aspetta sette anni il permesso per costruire un centro cattolico giovanile. Renata lavora lì. «La convivenza con i musulmani? I 18enni vi diranno: ci amiamo». Ma a 35 anni, dice, si nota che i musulmani tra loro si salutano «salam aleikum» e a te dicono «dober dan», che il supermercato BBI non vende carne di porco, che a Ramadan nei bar sparisce la birra. «Prima della guerra era tutto... normale!». Non ha paura per sé. «Ma ho una figlia di nove anni. Che destino avrà?».

Mara Gergolet
14 ottobre 2012 | 11:45

Va a processo e sfotte i parenti dei morti: "Sono un esperto, aiuto i periti"

Libero

Lunedì in aula per il naufragio della Costa Concordia. Il comandante: "Ci metto la faccia e se serve metto a disposizione la mia professionalità per le ricostruzioni"

di Cristiana Lodi


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Dice di voler mettere a disposizione dei periti la sua indiscussa competenza. Perché senza quella: ossia privando i tecnici della collaudata esperienza di capitano da lui maturata, non sarebbe possibile leggere i dati della scatola nera. E allora addio verità sullo schianto della nave Concordia contro la scogliera del Giglio. Lo Schettino-pensiero va perfino oltre: «La mia capacità di interpretare precisamente il contenuto della scatola», aggiunge il marinaio di Meta di Sorrento, «è un modo per omaggiare le vittime».  Se non fosse che davvero ci sono stati i morti (32) e i feriti, l’annuncio della sua presenza al maxi-processo che si apre domani a Grosseto, sembrerebbe il promo di uno spettacolo.

Sarà che sono stati piazzati tre enormi schermi sopra il palco del Teatro Moderno trasformato in aula di giustizia, sarà che i posti a sedere sono mille più tre estendibili a milletrecento, sarà che all’ingresso sventolano i cartelli con le istruzioni per l’uso tradotte in cinque lingue: sta di fatto che Francesco  Schettino non mancherà all’appuntamento giudiziario e per i giorni d’udienza si vedrà sospeso l’obbligo di dimora: «Ci metto la faccia», sottolinea con orgoglio l’uomo che il 13 gennaio ha portato la Concordia al naufragio. La stessa faccia, ci ricordiamo, che il mondo ha visto ripreso da una telecamera  l’indomani dell’impatto contro Le Scole: quando il capitano giurava che quegli scogli non erano «affatto» segnati sulle carte nautiche. E chissà se il comandante  parlò nella consapevolezza di essere clamorosamente smentito, in meno di un giro di boa. 

Vittima del cyber bullo si suicida: l’ultimo video

La Stampa

L’addio postato su YouTube



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Amanda Todd, una ragazzina di 15 anni della città canadese di Vancouver ha deciso di porre fine alla propria vita per colpa di un «cyber-bullo».
Secondo quanto riporta il “Vancouver Sun”, la teenager aveva conosciuto l’uomo su Facebook. Dopo poco lui ha iniziato a minacciarla di diffondere sul web le immagini di lei a seno nudo, scattate durante un momento intimo tra i due, se Amanda non avesse accettato di esibirsi in uno spettacolino hard per lui. Dalle minacce è passato ai fatti, e le foto sono finite sul social network, visibili da chiunque. Da lì per la teenager è iniziata una lunga spirale verso l’abisso: ansia, depressione, droghe e alcool. All’inizio di settembre ha raccontato la sua storia in un video, ma non è bastato per riacquistare la fiducia in sé stessa.

La Francia elimina mamma e papà: sui documenti genitore1 e genitore2

Luca Romano - Dom, 14/10/2012 - 10:48

Sui documenti con valore legale francesi saranno sostituiti da Genitore1 e Genitore2. Una misura identica adottata anche negli Stati Uniti

Mamma e papà? Definizioni da archiviare.


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Ruoli distinti, divisi da un confine preciso, che coincide con quello del genere sessuale e che poco va a genio a chi pensa alla famiglia cosiddetta moderna, quella dove i ruoli genitoriali possono essere assunti indistintamente da due uomini, due donne, un uomo e una donna, in barba ai diritti dei bambini.

Per non fare torto a nessuno, prima gli Stati Uniti, ora la Francia, hanno deciso di cancellare mamma e papà. Bando alle due parole, racchiuse da un alone di affetto e calore famigliare. Su tutti i documenti ufficiali meglio apporre due definizioni neutre, che sanno lontano un miglio di apertura alla famiglia omosessuale. Meglio dunque parlare di Genitore 1 e Genitore 2, robotiche versioni di una famiglia in salsa tradizionale.

Negli Stati Uniti si fa da febbraio 2011. I termini madre e padre non figurano più sui passaporti targati Washington da più di un anno, per adattarsi allo scenario offerto dalle "nuove tecnologie riproduttive", come dichiarava al momento dell'adozione del sistema Brenda Sprague, vicedirettrice dell'Ufficio passaporti del Dipartimento di Stato.

E la Francia socialista di François Hollande non sarà da meno. Genitore1 e Genitore2, i nuovi mamma e papà, faranno bella mostra di sè su tutti i documenti con valore legale, dai certificati di nascita in su.

Los Angeles, lo Space Shuttle Endeavour va in pensione

Andrea Cortellari - Dom, 14/10/2012 - 09:07

L'ultimo shuttle atraversa Los Angeles tra due ali di folla, diretto al suo "pensionato", il California Space Center. Se ne va un po' del brivido della frontiera spaziale

È apparso così: un po' acciaccato e con i segni dell'età.


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L'area mite di un gigante buono che ne ha viste troppe per stupirsi ancora. Sorretto da un'imponente struttura, in grado di sopportarne il peso, lo Space Shuttle Endeavour si è rimesso in moto, per l'ultima volta. Il suo ultimo viaggio lo ha fatto in orizzontale, cosa per lui inusuale. Per le vie di una Los Angeles con gli occhi ben aperti, stipata di bambini e curiosi, per un attimo l'America ha rivissuto la frenetica curiosità per la conquista dello spazio, immortalando l'atto di pensionamento di un ultimo gigante della sua razza.

Il California Space Center ha spalancato le porte al suo nuovo ospite, ormai pensionato, ridotto al ruolo di testimone. Dal 30 ottobre tutti potranno fare visita allo Shuttle, per "apprendimento". Perché il bestione bianco di cose da raccontare ne ha parecchie. Dal suo assemblaggio, iniziato a fine anni ottanta, fino alle missioni: su fino alla Stazione Spaziale e ritorno. Troppo costoso, difficile da sostenere, il programma Shuttle, nato quando la conquista dello spazio era un'esibizione muscolare tra i colossi mondiali, è stato abbandonato nel 2011. Con il pensionamento di Endeavour, portato fino a Los Angeles sulle spalle di un Boeing, se ne va anche un po' del romanticismo da conquista della frontiera.

Penati non molla ancora: "Per ora niente dimissioni"

Lucio Di Marzo - Dom, 14/10/2012 - 09:22

L'ex presidente della Provincia di Milano replica a Pisapia dalle pagine di Repubblica: "Se dovessi essere mandato a processo, mi dimitterò"

"Io non sono stato rinviato a giudizio, nei miei confronti al momento c'è una richiesta della procura che dovrà essere valutata da un giudice".



Così Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano, giustifica la sua convinzione di non dover delle dimissioni a nessuno.

Implicato in un'inchiesta su un presunto giro di tangenti nelle aree ex Falck e Marelli, l'ex braccio destro di Bersani a Milano risponde così a Giuliano Pisapia, sindaco della città, che, in un'intervista concessa alla Repubblica, parlava di un caso che "imbarazza tutto il centrosinistra".

Sono le pagine dello stesso quotidiano ad ospitare la risposta di Filippo Penati che sottolinea come soltanto "se dovessi essere mandato a processo, mi dimitterò, e mi difenderò da privato cittadino, rinunciando alla prescrizione".

Per Penati l'imbarazzo di cui parla Pisapia non esiste. Anche perché, ci tiene a ricordarlo, "ho lasciato tutti gli incarichi nel partito, sono stato cancellato dall'anagrafe del Pd". E se non bastasse questo, ricorda che "in 28 mesi di indagini non è saltato fuori un solo conto corrente estero intestato a me o ai miei familiari, non ho usato soldi pubblici nè per comprare Suv nè per pagare vacanze nei resort".

Condannato per corruzione il giudice resta al suo posto

La Stampa

“Sentenza venduta”, nei guai il presidente del Tar Marche
GIUSEPPE SALVAGGIULO
torino


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Può continuare a pronunciare sentenze un magistrato condannato in primo grado per corruzione in atti giudiziari? Per la legge sì, poiché non è prevista una sospensione automatica. Per il Pd no, tanto da invocare in Parlamento un intervento del presidente del Consiglio Monti.

Il protagonista è Luigi Passanisi, presidente del Tar Marche. Una settimana fa è stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi di reclusione (il pm ne aveva chiesti sei). Il reato è il più infamante per un giudice: corruzione in atti giudiziari per aver «venduto» una sentenza del Tar di Reggio Calabria nel 2005, quando ne era presidente.

Il presunto corruttore, condannato a quattro anni, è Amedeo Matacena, imprenditore e deputato di Forza Italia dal 1994 al 2001, già coinvolto in un’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa, nella quale dopo un’assoluzione annullata dalla Cassazione è stato condannato in secondo grado a cinque anni. Secondo la Procura e il tribunale, Passanisi aveva accettato la promessa di ricevere 200 mila euro dal deputato per favorire le sue società di navigazione in alcuni ricorsi contro l’Ufficio marittimo.

Il processo si è concluso con altre sei condanne, tra cui quella della moglie dell’alto magistrato, Graziella Barbagallo, a un anno e otto mesi, per accesso abusivo ai sistemi informatici in concorso con Agatino Sarrafiore, ex comandante provinciale della Finanza, a sua volta condannato a otto mesi in appello per rivelazione di segreto d’ufficio. Secondo il pm, la moglie di Passanisi aveva chiesto aiuto al finanziere, insospettita da quanto capitato al figlio. Il ragazzo si era imbattuto in una pattuglia di carabinieri che cercavano di piazzare una microspia nell’auto del padre. 

Di fronte all’imprevisto incontro, i militari avevano simulato un controllo anti rapina, ma il ragazzo non l’aveva bevuta. Preso il numero di targa dell’auto dei carabinieri, lo aveva passato alla madre, che si era rivolta al finanziere per un controllo nelle banche dati delle forze dell’ordine, rivelatore dell’indagine sul marito.
Per Passanisi si tratta del secondo infortunio giudiziario. Nel 2009 il sindaco di Catania Umberto Scapagnini, medico di Berlusconi, lo aveva nominato assessore al contenzioso e all’urbanistica, ma il Consiglio di presidenza (corrispondente del Csm) dei giudici amministrativi aveva negato l’autorizzazione perché voleva svolgere il doppio ruolo di presidente del Tar a Reggio e assessore a Catania.

Passanisi non si era dato per vinto, invocando «le libertà e i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione» e facendo ricorso allo stesso Tar Calabria, che gli aveva dato ragione insediandolo in Comune. Ma la carriera politica era stata troncata dal trasferimento del fascicolo per competenza al Tar Lazio, dalla prima sentenza negativa e dall’infruttuoso appello al Consiglio di Stato. Di quella esperienza gli resta un processo davanti alla Corte dei conti per illegittimi incarichi nell’ufficio stampa del Comune, per i quali è stato condannato in primo grado a un lieve risarcimento con Scapagnini e altri assessori.

Dal 2009 Passanisi è presidente del Tar Marche. Ora, dopo la sentenza penale, il Pd reclama «le dimissioni o per lo meno la sospensione» dall’incarico e con un’interrogazione parlamentare chiede al premier un’azione disciplinare «per grave lesione del prestigio e della credibilità della magistratura». Passanisi ha sostenuto di non aver mai avuto rapporti con Matacena, ha annunciato appello e rifiuta l’ipotesi di autosospendersi. Nelle prossime settimane continuerà a presiedere udienze e a firmare sentenze.

Torna a scuola il ritratto di Mussolini a cavallo e con la chioma: protesta l'Anpi

Il Messaggero


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ASCOLI PICENO - Un ritratto di Mussolini vestito da antico romano, a cavallo di un destriero bianco, e con la spada in mano, è stato restaurato e ricollocato oggi, con tanto di cerimonia, nell'Aula magna della scuola per il quale era stato realizzato nel 1937,l'Istituto tecnico Umberto primo di Ascoli Piceno. Una scelta che ha suscitato polemiche e proteste in città, con l'Anpi che esprime «profonda preoccupazione» perchè il dipinto del pittore Aldo Castelli (1900-1965) torna in un istituto scolastico. «Al di là del giudizio sul valore artistico - afferma l'Associazione dei partigiani - ci si chiede se sia opportuna la sua collocazione in una scuola, luogo deputato alla formazione dell'uomo e del cittadino, così come sancito dalla Carta Costituzionale, nata dalla Resistenza e dalla Lotta di Liberazione dal nazifascismo».
 
L'Anpi chiede alle istituzioni cittadine di spostare altrove il ritratto, evitando che «con il suo carico simbolico crei conflitti, esacerbando gli animi dei giovani in merito ad un periodo storico con il quale ancora molti conti sono in sospeso». Di parere opposto il preside dell'Itc, il prof. Arturo Verna. «Si tratta di un fatto artistico e culturale - così ha detto oggi - e un'opera è tornata nel luogo per il quale era stata realizzata». La tavola, divisa in due parti, misura 2,20 metri per 1,50.

Rappresenta un vecchio e un giovane, mentre in alto si vede un condottiero a cavallo con una folta capigliatura la spada in mano, ritratto idealizzato di Benito Mussolini. «Non siamo in presenza di un ritratto di Mussolini ma di una allegoria del Duce o meglio ancora di un'allegoria della riforma della scuola che il Fascismo voleva, manifestando la capacità e il potere di livellare gli istituti, portando una scuola tecnica a livello dei licei» sostiene Verna.
 
Mussolini con la chioma. Il preside insiste: «il fatto stesso che il Duce sia stato rappresentato con una chioma fa capire che si tratta di un Mussolini idealizzato. Il ritratto non è specificatamente suo, ma del Fascismo». Come se la cosa potesse tranquillizzare qualcuno. Rimosse dall'aula magna dopo la caduta del regime, per anni le due tavole sono state conservate negli scantinati di Palazzo Sanità, da dove poi però erano scomparse. Recentemente sono state rintracciate una in un ufficio della Provincia ad Ascoli Piceno e l'altra presso un privato.


Venerdì 12 Ottobre 2012 - 18:54
Ultimo aggiornamento: 19:59

I cento Comuni a “rifiuti zero”

La Stampa

L’associazione è nata a Capannori dove si differenzia l’82 per cento

maria vittoria giannotti
firenze


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Più di cento comuni (107), e un unico obiettivo: liberarsi dei rifiuti entro il 2020. Per cercare insieme una strategia per gestire le tonnellate di cose che, ogni giorno, vengono buttate perché non servono più. Ieri mattina, nell’auditorium di Capannori è nata l’associazione nazionale delle comunità verso Rifiuti Zero.

Capannori, 46mila abitanti nel Lucchese, è stato il primo comune che, nel 2007, ha aderito alla strategia internazionale Rifiuti Zero. Oggi a Capannori la media della raccolta differenziata è all’82%, con punte di 90% nelle zone dove si applica la Tia puntuale: ogni famiglia paga per quanta indifferenziata produce.

Ora in molti credono che occorra ridurre la produzione di rifiuti all’origine. Le parole chiave, per i rappresentanti dei comuni che ieri si sono dati appuntamento e che rappresentano 3 milioni di italiani, sono differenziazione, riuso e riciclo. Le prime esperienze hanno dato buoni risultati. Per questo la Rete Italiana Rifiuti Zero, coordinata da Rossano Ercolini, e gli enti locali hanno creato un’associazione. I comuni hanno già un decalogo a cui attenersi.

Il primo passo è scommettere sulla differenziata, coinvolgendo e responsabilizzando i cittadini. In ambito casalingo, i comportamenti virtuosi sono noti: usare pannolini lavabili, dire addio alle buste di plastica, preferire l’acqua del rubinetto (che oltretutto è più sana), acquistare latte, bevande e detergenti «alla spina».
Ovviamente, i virtuosi vanno poi premiati, con un sistema di tariffazione ad hoc.

Altro trucco per raggiungere in poco tempo e su larga scala quote superiori al 70% è quello della raccolta porta a porta, con quattro contenitori diversi da ritirare seguendo un calendario settimanale prestabilito. Tutto questo sforzo sarebbe però inutile senza la realizzazione di un impianto di compostaggio - da collocare in aree rurali e quindi vicine ai luoghi di utilizzo da parte degli agricoltori – e di piattaforme impiantistiche per il riciclaggio e il recupero dei materiali. 

Nell’ottica che niente vada sprecato, sono indispensabili anche centri per la riparazione di beni durevoli, come mobili, infissi ed elettrodomestici, da rimettere a nuovo e rivendere sul mercato: un sistema che garantisce anche ricadute positive sull’occupazione, come è già avvenuto in Australia e in Nord America. A valle della filiera, infine, servono un impianto di recupero e selezione di quei rifiuti sfuggiti alla differenziata e un centro di ricerca e riprogettazione per ripensare, su scala industriale, una nuova vita per gli oggetti non riciclabili.

I genitori sanno che la figlia minorenne convive con un adulto: scatta il concorso

La Stampa

Consentire la convivenza della propria figlia non è certo reato, anzi. Ma se si tratta di una ragazzina di 13 anni che viene “incoraggiata” a convivere con un adulto, in tal modo permettendo ed agevolando i costanti rapporti sessuali tra la minore e l’uomo, allora i due genitori sono punibili per il reato di violenza sessuale (artt. 110 e 609 quater c.p.). Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 33562/12.


Il caso

La Corte di appello di Roma confermava parzialmente la sentenza emessa nei confronti dei genitori della tredicenne e dell’uomo convivente, rideterminando la pena in 3 anni, 4 mesi e 15 giorni di reclusione ciascuno.Il ricorso per cassazione viene presentato dai difensori dei tre imputati.

La convivenza tra i due era di dominio pubblico nel quartiere. A tal proposito, la Suprema Corte ribadisce che il divieto di testimonianza sulle voci correnti nel pubblico (art. 194, comma 3, c.p.p.), non è applicabile nell’ipotesi di «notizie circoscritte ad una cerchia ben determinata ed individuabile di persone». In particolare, nel caso di specie, si trattava di persone dello stesso condominio.

Corretta la decisione dei giudici di primo grado: i genitori rispondono del reato a titolo di concorso. In conclusione, gli Ermellini precisano che i due genitori non rispondono del reato di violenza sessuale configuratosi per la condotta omissiva dei due (art. 40, comma 2, c.p.), «per non avere impedito l’evento che avevano l’obbligo giuridico di impedire nella loro qualità di genitori della persona offesa», ma, in realtà, ne rispondono a titolo di concorso (art. 110 c.p.).