mercoledì 17 ottobre 2012

Beffato dalla Contessa scomparsa: si è "ripresa" la casa di Montecarlo

Libero

Addio Tulliani: il nome del cognato di Gianfranco è scomparso dal citofono di Villa Milton



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Colpo di scena a Montecarlo. Dall'affaire-Tulliani - quando il cognato di Gianfranco Fini fu pizzicato mentre se la spassava nella casa monegasca che lo stesso Gianfry gli aveva venduto sottocosto (in "veste" di presidente di Alleanza Nazionale) dopo averla ricevuta in eredità da una contessa - sono passati due anni. Ed ecco che sul citofono di Villa Milton, come per magia, è scomparso il nome di Tulliani, mentre è riapparso quello "Colleoni", lo stesso della nobildonna Anna Maria che dispose il ricchissimo lascito.

Le intenzioni della contessa, una fan di Almirante, furono tradite: s'immagina che non volesse che la casa di Montecarlo venisse venduta tramite società estere per poi finire al signor Tulliani. La vicenda non è mai piaciuta nemmeno a quelli de "La Destra" di Storace, che hanno intentato una causa civile. E ora, almeno stando al citofono, la contessa (o qualche suo parente) si è ripresa la casa che Fini aveva lasciato al cognatino.

Lo dice anche la sinistra: la casa di An a Montecarlo fu svenduta a Tulliani

Libero

Il cognato coinvolto nella transazione dell'immobile: lo svelano i documenti de "l'Espresso". Fini scaricato anche dai "rossi"...

di Luciano Capone


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Ora che Gianfranco Fini non serve più alla sinistra nella sua battaglia di distruzione del centrodestra, l’Espresso riapre il “caso Montecarlo“. Secondo una serie di documenti inediti sequestrati al faccendiere delle slot machines Francesco Corallo, Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, sarebbe pienamente coinvolto nella transazione dell’immobile donato dalla contessa Colleoni ad Alleanza Nazionale per la “buona battaglia”.

La società sconosciuta - Dalle carte del settimanale emerge che “ nel gennaio 2008 Giancarlo Tulliani aprì nel paradiso fiscale di Saint Lucia una società rimasta finora sconosciuta, la Jayden Holding, che aveva come attività le compravendite immobiliari. E che, per farlo, si appoggiò a James Walfenzao, lo stesso fiduciario che figura come rappresentante legale della Printemps, la società di Saint Lucia che nel luglio 2008 acquistò da An l'appartamento di Montecarlo”.

I documenti sono stati ritrovati in Italia a seguito di una perquisizione nella casa di Corallo a Roma, all’interno di un’inchiesta sui finanziamenti della Banca Popolare di Milano alla sua società di giochi Betplus (ex Atlantis World). Francesco Corallo, figlio di Gaetano, uomo di Nitto Santapaola condannato negli anni Ottanta nel processo per l’assalto politico-mafioso al casino di Sanremo, ad oggi è latitante con un’accusa di corruzione sulle spalle.

I documenti sequestrati sarebbero “una serie di fax inviati durante i primi mesi del 2008 dagli uffici di Corallo allo studio di Montecarlo di Walfenzao”, rappresentante legale del trust che detiene le quote del suo gruppo. Tra il marzo e il giugno del 2008, Corallo manda a Walfenzao una copia del passaporto di Giancarlo Tulliani, una copia di quello della sorella (e consorte di Fini) Elisabetta e un modulo per l'apertura di un conto corrente a Saint Lucia intestato alla Jayden Holding, società il cui titolare effettivo è il cognato di Fini. Giancarlo Tulliani.

Sempre secondo l’Espresso la società immobiliare sarebbe stata chiusa nel maggio 2011, dopo l’esplosione del caso politico attorno all’appartamento di Montecarlo. Emergono tanti particolari su fatti già noti e ampiamente raccontati dall’inchiesta di Libero. Dopo la nostra campanga, Fini giurò pubblicamente: “Se Tulliani risulterà essere il proprietario della casa di Montecarlo, sono pronto a lasciare la mia carica". Ma poi non ha mai dato seguito alle sue parole. Allora era coccolato e difeso dalla sinistra, mentre Libero era additato come la “macchina del fango”, per aver detto con largo anticipo ciò che oggi conferma anche l’Espresso.

Adesso che Fini è diventato irrilevante politicamente la sinistra lo abbandona. E lui si dimetterà?

Gli ultimi marinai lasciano l’Aurora L’incrociatore diventa un souvenir

La Stampa

Nel 1917 segnò “l’inizio di una nuova era”, oggi rischia rovina e saccheggio
anna zafesova



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Non è più la nave da guerra numero uno della marina militare russa. Non è più un monumento alla rivoluzione. In questo momento è soltanto un ferro vecchio a galla nella Neva, in attesa di conoscere il suo destino. Ieri mattina gli ultimi marinai hanno lasciato il ponte dell’incrociatore Aurora, che per la prima nella sua storia lunga 112 anni non ha visto la cerimonia per alzare la bandiera di Sant’Andrea, il vessillo della marina russa dai tempi di Pietro il Grande. 

Il declino dell’Aurora era iniziato con la fine del comunismo: da meta di tutti i turisti e delle delegazioni ufficiali era diventato uno strano museo galleggiante, visitato da rari compagni occidentali e orientali nostalgici del comunismo, e da ragazzini incantati da questo incrociatore d’epoca. Nel 2010 la nave il cui sparo – a salve – il 7 novembre 1917 aveva segnato, secondo i libri di storia sovietici, “l’inizio di una nuova era nella storia dell’umanità”- divenne teatro di un party dell’oligarca Mikhail Prokhorov, che per tutta la notte assordò il centro di Pietroburgo con la musica da discoteca.

Un anno dopo un gruppo di anarchici, saliti a bordo come turisti, hanno occupato la nave issando la bandiera dei pirati. Scandalizzato, il comando della marina decise di disfarsi dell’incrociatore, rimasto fino all’agosto scorso iscritto regolarmente nei registri della flotta del Baltico, con il numero uno, e dotato di equipaggio. Da ieri, è solo la filiale del museo della marina militare, con in dotazione un direttore di 84 anni, tre bigliettaie, qualche guida e nessuna difesa contro vandali e oligarchi. Le luci sono spente, un “vascello fantasma senza equipaggio e bandiera”, si lamenta Igor Kurdin, presidente del club dei sommergibilisti di Pietroburgo che sta facendo battaglia per riportare l’Aurora nella marina, magari come nave ausiliaria o nave scuola. 

Le preoccupazioni per il futuro della nave sono abbastanza fondate: senza più lavori di restauro seri da 25 anni, comincia ad avere perdite di acqua nelle stive e una serie di altri acciacchi. Anche perché si tratta di un incrociatore funzionante, con tutti i sistemi operativi, anche se arrugginiti a causa della vecchiaia. Un pezzo di storia unico: varata nel 1900 ed entrata in servizio tre anni dopo, l’Aurora ha avuto il suo battesimo di guerra nella devastante per i russi battaglia di Tsushima con i giapponesi. Nel 1908 i marinai dell’Aurora sono stati i primi a soccorrere gli abitanti di Messina distrutta dal terremoto.

Poi, la prima guerra mondiale e lo storico sparo che ha dato il via all’assalto del Palazzo d’Inverno, la rivoluzione d’Ottobre del 1917. Il resto è storia: una comoda vita attraccata nel centro di Pietroburgo (o Leningrado, come si chiamava all’epoca), e un posto fisso nell’immaginario di un Paese intero, dai manuali di storia alle canzoni, dai cioccolatini agli orologi, questa sagoma grigia è nella memoria di tutti gli ex sovietici.

Adesso rischia anche di perdere colore: la vernice grigia di quella sfumatura è disponibile solo per le navi militari, e la marina non ha intenzione di cederla a un museo. Il direttore del museo della marina Andrey Lialin promette soldi, restauri e una nuova vita per l’Aurora. Ma intanto la passerella dell’incrociatore è guardata a vista da una pattuglia di vigili, per evitare che la nave rimasta senza marinai venga saccheggiata da curiosi e cacciatori di souvenir.

L’India a capo della “sporca dozzina” dei paesi spammer

La Stampa

Con l’Italia è uno dei maggiori responsabili dello spam mondiale
Carlo Lavalle


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E’ l’India il paese leader dello spam mondiale in base al rapporto pubblicato da Sophos, società attiva nel settore della sicurezza informatica a livello internazionale. Secondo la nuova lista, che si riferisce al trimestre luglio-settembre 2012, tra i dodici paesi con il maggiore volume di email spazzatura al mondo, la cosiddetta “sporca dozzina”, l’Italia si classifica al secondo posto con il 9,4% dello spam globale mentre gli Stati Uniti sono terzi grazie ad una percentuale del 6,5%.

L’India conserva il primato, conquistato all’inizio dell’anno, dall’alto del suo 16,1%. In altri termini, un messaggio spam su sei, che ingolfa le caselle di posta elettronica e infastidisce gli utenti, proviene da questo paese. Un grande numero di pc, sottolinea il rapporto di Sophos, è trasformato in computer zombie infettati da codice maligno che consente ai cybercriminali di avere il controllo della macchina. A questo punto, il criminale informatico diventa padrone del mezzo che utilizza come punto di trasmissione per l’invio di messaggi spam dappertutto.

In base ai dati forniti dal sito “Internet World Stats” l’India è diventato il terzo paese più connesso dopo Cina e Stati Uniti con una percentuale di utenti Internet pari al 5,3% della popolazione globale della rete.
Tuttavia, solo una minoranza della nazione è in grado di collegarsi al web mentre si registra una grave carenza nell’applicazione di misure contro le minacce alla sicurezza informatica. I computer indiani, come quelli italiani, sono fortemente esposti al contagio di virus e attacchi di cybercrime che si diffondono con i tipici metodi comprendenti link o allegati all’interno dei messaggi spam.

Di solito, questo flusso di junk mail, che magari servono per pubblicizzare beni illegali o contraffatti, come prodotti farmaceutici illeciti o falsi diplomi, va a congestionare indirizzi privati e server aziendali comportando enormi sprechi di tempo e produttività. Per Graham Cluley, consulente di Sophos, quanto rilevato suggerisce che gli stessi proprietari dei pc - vittime inconsapevoli del crimine informatico - oltre a rischiare di divenire parte di reti di macchine infette (botnet), tenute sotto controllo dagli spammer, possono loro stessi trasformarsi in bersaglio di frodi online.

Le autorità indiane avrebbero bisogno di migliorare i livelli di protezione aumentando la formazione in questo campo e adottando soluzioni adeguate. Sul piano geografico l’Asia continua a dominare la classifica, essendo responsabile di quasi il 50% dello spam globale, seguita dall’Europa che raggiunge il 28,2%, dal Sud-America e dal Nord-America, rispettivamente con il 10,2% e 9,2%. Ultima l’Africa che sfiora la percentuale del 3%.

Sicilia indipendente, pro o contro: via dall'Italia sì o no?

Libero

Il Movimento 5 Stelle ha riacceso la miccia. Confronto su Libero: per Giacalone è "una grillata", per Mion "un diritto dei siciliani"

"I siciliani sanno che senza i soldi di Roma non si salveranno". "Imitiamo gli inglesi con la Scozia: l'isola voti la sua autonomia"


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La Sicilia indipendente? L'idea secessione è antica, ma sull'isola ha attecchito nuovamente sulla scia della campagna elettorale del Movimento 5 Stelle in vista delle imminenti elezioni regionali. Arrivato a nuoto attraverso lo stretto di Messina, Beppe Grillo ha aizzato i suoi possibili elettori, delusi dalla malagestione degli scorsi anni (un arcobaleno di colori visto che coinvolge a vari livelli un po' tutti i partiti e i gruppi consiliari dell'Ars).

E dunque, indipendenza sì o indipendenza no?. Ne discutono su Libero di oggi, mercoledì 17 ottobre, Davide Giacalone e Matteo Mion. Secondo il primo la secessione è "solo una grillata". Il comico fatto politico solletica l'orgoglio locale solo per fare il pieno in piazza e nell'urna, ma anche lui sa che senza l'Italia (e i soldi di Roma e del Nord) l'isola affonderebbe. Favorevole, invece, un veneto Doc come Mion. Come Londra ha da pochi giorni concesso agli scozzesi la libertà di votare sulla propria autonomia, anche in Italia dovremmo dare ai siciliani il diritto di decidere del loro futuro.

La Cia trova moglie al terrorista (per ucciderlo)

Corriere della sera

I servizi segreti Usa avrebbero pagato 250 mila dollari a una talpa danese per sposare ed eliminare esponente di Al Qaeda

WASHINGTON - Una «talpa» danese ha permesso alla Cia di eliminare l’imam Anwar al Awlaki, esponente di Al Qaeda nello Yemen? A sentire il racconto ai media del presunto infiltrato, Morten Storm, sembrerebbe di sì. L’uomo, 36 anni, un passato criminale nella gang dei Bandidos e poi convertito all’Islam, sostiene di aver contribuito all’operazione conclusasi con l’eliminazione del terrorista nel settembre 2011. Vita difficile, guai con la legge, Storm è entrato nell'islamismo radicale arrivando a conoscere - sostiene - al Awlaki. Ma anche quell’esperienza lo ha deluso e nel 2006 ha offerto la sua collaborazione al servizio segreto danese Pet.

LA MISSIONE - Quindi è entrata in scena la Cia che ha gestito l’infiltrato. Sempre secondo il suo racconto, Storm manteneva i contatti con l’imam attraverso delle chiavette Usb portate da corrieri. Un «traffico» che gli 007 avrebbero tenuto d’occhio. In un’occasione poi la Cia ha finanziato una strana missione. L’imam ha chiesto al danese di trovargli una terza moglie. Voleva un’europea, meglio se bionda. E la «talpa» l’avrebbe scovata, nel 2010, usando Facebook.

Una scelta caduta su una convertita croata, Aminah, 23 anni, che avrebbe poi scambiato un paio di video con il futuro sposo in modo che si potessero conoscere. Per questa operazione gli americani avrebbero dato 250 mila dollari a Storm. Denaro accompagnato da una valigia imbottita di «segnalatori elettronici» che il danese ha regalato alla futura sposa. Una mossa per poter seguire i movimenti della ragazza e arrivare al terrorista. Ma quando Aminah è giunta nello Yemen un complice dell’estremista si è disfatto della valigia e così la Cia non è stata più in grado di localizzarla con sicurezza.

DOPPIO GIOCO - La caccia degli 007 ha avuto però maggior fortuna quasi un anno dopo: nel settembre 2011 un drone americano ha ucciso l’imam. Quanto ad Aminah è rimasta nella fazione estremista. Si era offerta di fare l’attentatrice suicida per vendicare il marito - ha spiegato l’infiltrato - ma i qaedisti hanno deciso di usarla nell’attività di propaganda. Quanto è vera la vicenda di Storm? Le fonti ufficiali hanno smentito, ma era prevedibile.

Qualche esperto ha mostrato dubbi. Altri invece ritengono che l’uomo sia attendibile (magari parzialmente) e ricordano che Al Qaeda nello Yemen era già stata infiltrata da elementi reclutati in Europa. Uno di loro ha anche permesso di sventare un attentato contro un jet americano. La«talpa» potrebbe essere venuta allo scoperto - terza ipotesi - per proteggere la vera spia o soltanto per seminare sospetti nelle file degli estremisti. Alla base c’è però un dato sicuro: l’imam è stato ucciso.

Guido Olimpio
@guidoolimpio17 ottobre 2012 | 13:37

Yoani Sánchez: “Ho la valigia pronta!”

La Stampa

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Primo commento (via sms) della blogger dissidente alla decisione del governo cubano che cambia dopo 50 anni le regole per lasciare l’isola caraibica



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«Il governo cubano annuncia la fine del cosiddetto permesso di uscita a partire del 13 gennaio del 2013. Ho già pronta la valigia per fare quel viaggio che mi è stato negato tante volte!!!».
Questo il primo commento della blogger dissidente Yoani Sanchez alla decisione del regime di cambiare dopo mezzo secolo le regole per lasciare l’isola caraibica: ha mandato un sms al suo traduttore per l’Italia, Gordiano Lupi.

«A prima vista - commenta a sua volta Lupi - sembra una grande novità, un passo avanti verso la libertà di spostamento, ma non è tutto oro quel che luccica. L’effetto mediatico è notevole, il mondo parla della riforma di Raul in senso liberale, ma a molti è sfuggito un passo importante della riforma: “L’attuazione delle nuove regole migratorie dovrà tenere conto del diritto dello Stato rivoluzionario di difendersi dai piani sovversivi del governo nordamericano e di limitare le le ingerenze degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Per tale motivo saranno mantenute misure volte a preservare il capitale umano creato dalla Rivoluzione, per scongiurare il furto di talenti messo in atto dalle potenti nazioni capitaliste”. Come dire che la libertà di uscire da Cuba sarà semrpe condizionata a un permesso discrezionale. Per Yoani Sanchez, tutti gli altri dissidenti e molti liberi pensatori sarà molto difficile che le cose cambino».

Strage di Borgo Ticino, ex militare nazista rischia l'ergastolo a 97 anni

La Stampa

E' l'unico superstite del commando responsabile dell'eccidio del 13 agosto 1944 costato la vita a 12 persone. Comune e Anpi parte civile con i parenti delle vittime

chiara fabrizi


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E' attesa per domani, alle 15, la lettura della sentenza del processo in corso al Tribunale Militare di Verona sull'eccidio di Borgo Ticino. Per l’imputato Ernst Wadenpfuhl, 97 anni, l’unico superstite dei militari tedeschi del reparto Marina d’assalto Mek 80 comandato da Waldemar Krumhaar, che ha perpetrato la strage del 13 agosto 1944, costato la vita a 12 giovani uomini, il pubblico ministero ha chiesto l'ergastolo. Il Comune di Borgo Ticino, l'Anpi nazionale e i parenti di quasi tutte le vittime, si sono costituiti parte civile nel processo cominciato il 15 maggio scorso.  "Si cerca giustizia, si vuole verità - precisa Andrea Speranzoni, l'avvocato che rappresenta le parti civili.

Nessuno è animato dal desiderio di mandare in carcere un uomo anziano o di ottenere un risarcimento. Ma è indubbio che è importante fare chiarezza". La sentenza arriva, 68 anni dopo, in un momento molto delicato sul fronte internazionale: la Corte internazionale dell'Aja ha riconosciuto l'immunità a Berlino per le stragi naziste commesse in Italia nel 1943-1945 e la Procura di Stoccarda ha archiviato il caso relativo alla strage di Sant'Anna di Stazzema ritenendo insufficienti le prove, quando, nel corso del processo celebrato in Italia, vi erano stati rei confessi. A Verona, domani, ci saranno il sindaco di Borgo Ticino Francesco Gallo e il suo vice Giovanni Orlando, Giovanna Gazzetta, parente di una delle vittime, che ha seguito tutte le udienze, insieme ad altre 19 persone.

Strage Sant'Anna, la Germania insiste: "I procuratori hanno agito bene"

Raffaello Binelli - Mar, 16/10/2012 - 15:39

"Non vedo motivo per ordinare un processo che rovesci la decisione dei procuratori di Stoccarda", ha detto il ministro della Giustizia del del Baden-Wuerttemberg


Dopo la notizia-beffa dell'archiviazione, da parte della procura di Stoccarda, dell’inchiesta sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, ora parla il ministro della Giustizia del Baden-Wuerttemberg: i procuratori hanno agito correttamente, dice Rainer Stickelberger.


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Il politico fa riferimento a passati pronunciamenti dell’Alta corte tedesca, che rendono impossibile condannare gli imputati per omicidio, unico capo di imputazione che non ricade tra quelli soggetti a prescrizione.

"Per quanto questa conclusione legale sia non soddisfacente a livello umano, non vedo alcuna giustificazione per ordinare un processo", ha aggiunto Stickelberger, che ha il potere di rovesciare la decisione dei procuratori di Stoccarda. "So che questo provoca grande dolore, soprattutto ai parenti delle vittime".

La cappella Sistina compie 500 anni, l'ultimo pericolo? I troppi visitatori

Il Messaggero
di Fabio Isman


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ROMA - LA sera del 31 ottobre 1512, ai Vespri della vigilia di Ognissanti, Giulio II della Rovere, ormai un vecchio «Papa guerriero» che il suo diarista quotidiano Paris De Grassis descrive «lassus»,spossato, con «17 cardinali in cappa festiva» svela la Volta della cappella Sistina; la mattina dopo, torna a cantarvi messa e a mostrarla (Vasari) «con satisfatione di tutta la città». Antonio Paolucci, già soprintendente e ministro, direttore dei Musei Vaticani, mezzo millennio dopo parla dell’anniversario.
 
Paolucci che cosa significano quei mille metri quadrati di pittura per uno studioso? «Potrei rispondere con le parole di tanti storici d’arte, a cominciare da Heinrich Wölfflin a fine Ottocento: sono come un torrente montano, che irrompe con forza rapinosa nella storia dell’arte europea. Nulla sarà più come prima. Cambia radicalmente la visione del mondo figurativo».
 
Un miracolo che si avverte subito, immediatamente? «Il primo a capirlo è Raffaello, il più grande pittore del precedente periodo. Aveva 26 anni; per tre lavora nelle Stanze, accanto a dove operava Michelangelo. A Ferragosto 1510, quando il Buonarroti era provvisoriamente tornato a Firenze e la Volta compiuta per metà, va a vedere. Lascia, di quella visita, grandi impronte: un paio di disegni; rifà l’affresco del Profeta Isaia, in Sant’Agostino a Roma; dai restauri di Dioclecio Redig De Campos si sa che ridipinge della Scuola d’Atene: nel cartone dell’Ambrosiana manca Eraclio o Michelangelo, il Pensatore solitario, che lui inserisce successivamente. Appunto dopo aver visto. Un palese omaggio ad un collega che, invece, lo odiava».
 
Quando lei passa lì sotto, che cosa pensa? «All’affascinante duello con la pittura di un uomo solo, un suo sonetto lo spiega, coricato in scomoda posizione, con i colori che gli colano sulla barba. Non c’è un altro sesto grado della pittura simile nella storia dell’arte. Un uomo collerico, che esibisce questo suo difetto; è moderno: già Caravaggio, Modigliani, Van Gogh, per parlare dei miti di oggi; geniale, immaginifico, che sa amministrarsi; peccato: gli mancava soltanto la televisione, che non c’era ancora. Al contrario di Raffaello, primo imprenditore, non ha una scuola. All’unico allievo, Daniele da Volterra che narrerà le sue ultime ore, spetterà la condanna a morte di dovergli mettere i famosi braghettoni, non appena se ne è andato».
 
La più grande curiosità in quegli affreschi? «Il sedere di Nostro Signore, dipinto nella Creazione del sole: quasi uno scherzaccio toscano, degno del film Amici miei, presente per l’unica volta in pittura».
 
E invece, per un direttore di museo, la Volta che cosa significa e che cosa comporta? «Cinque milioni di persone all’anno che le alitano sopra; in certi giorni, 20 mila visitatori che portano polveri, vi lasciano anidride carbonica, sudore e umidità, innalzano la temperatura».
 
E vociano, impediscono un po’ di raccoglimento: giorni fa, se ne sdegnava Piero Citati. «Da quando l’arte è diventata democratica, a questo non si può porre rimedio. La marmellata della gente comune non è più evitabile; l’epoca è quella dei consumi, anche quelli culturali. Ma invece, agli altri attentati si deve. In 20 anni, la popolazione della Sistina è raddoppiata. Dacché sono arrivato, è il mio problema più grande; occorre una manutenzione costante e programmata».
 
Sembra di ascoltare le vane richieste, decenni fa, di Giovanni Urbani. Non a caso, già il 26 ottobre 1543 Paolo III Farnese istituisce il «mundator», il primo è Francesco Amadori detto l’Urbino, che provveda alla loro salute. «Oggi, occorre disciplinare i flussi, e non è facile. Poi, da due anni la Carrier studia come aggiornare un impianto che, nel 1995, dopo i restauri diretti da Carlo Pietrangeli e Fabrizio Mancinelli e condotti da Gianluigi Colalucci, era assolutamente all’avanguardia. Va reso più efficiente il ricambio d’aria, abbattuta la temperatura e governata maggiormente la polvere; il tutto con il vincolo che i macchinari, necessariamente esterni, non deturpino.

Già, il Mundator: ho iniziato lo spolvero delle sculture nei Musei; in due anni, degli esperti completano i sette chilometri del circuito. E in Sistina, a novembre quando il flusso è minimo, per una settimana i restauratori con il loro Ragno, una gru snodata, con gli aspirapolvere e infinita cautela, provvederanno ai dipinti di Buonarroti, e non solo».
 
Quando sarà pronto il nuovo condizionamento e quanto costerà?
«Speravamo di finire entro quest’anno, ma non sarà così; ai finanziamenti provvede l’organizzazione americana dei Patrons della Sistina». Già, ci sono i finanziatori americani ma non quelli italiani: non è alquanto singolare? «Ora stanno pensando a una sottosezione nel nostro Paese, ma, storicamente, è così. Comunque, licenziato il progetto, realizzarlo sarà una faccenda abbastanza rapida».
 
I restauri, all’epoca scioccamente combattuti, reggono, vero?
«Assolutamente sì. Però, per rendere la cappella sempre ben visibile, stiamo provvedendo alla nuova illuminazione. La realizza Osram, che già ha compiuto miracoli alla mostra di Giovanni Bellini alle Scuderie del Quirinale; sarà pronta entro un anno. Ci sono ancora luci calde; talora si vede troppo poco, e talaltra l’illuminazione è eccessiva».
 
Il laboratorio di restauro vaticano è da sempre, e giustamente, famoso; quanti vi lavorano oggi? «Novanta, tra le varie specialità. Ma stiamo restaurando anche la Galleria delle Carte Geografiche, e presto gli affreschi cinquecenteschi della Scala Santa; occupando rispettivamente 16 e una dozzina di neodiplomati. In tempi in cui trovare lavoro nel settore è molto arduo, pochi i quattrini, diminuiti gli apporti di sponsor e banche, le soprintendenze a secco, il Vaticano è anche un committente di tutto rispetto. Può fare del bene a tanti giovani».


Martedì 16 Ottobre 2012 - 16:08
Ultimo aggiornamento: 16:10

Girard-Perregaux

Il Giorno

Storie di orologi


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La nascita di Girard-Perregaux è strettamente legata a due personaggi, due figure centrali nella storia della haute horlogerie svizzera.
Jean-François Bautte, il primo dei due, nasce a Ginevra nel 1772. Rimasto presto orfano, a soli 12 anni comincia ad apprendere diversi mestieri, da montatore di casse a incisore, da orologiaio a gioielliere e orefice.

Firma i suoi primi orologi a meno di vent’anni e riesce presto a dare vita a una propria manifattura. Considerato uno degli inventori dell’orologio extra piatto e citato da autori come Dumas, Balzac e Ruskin, alla sua morte, nel 1837, lascia in eredità ai suoi successori un patrimonio industriale e culturale di altissimo livello.
La seconda figura emblematica della storia di Girard-Perregaux, Constant Girard, nasce invece a La Chaux-de-Fonds nel 1825, dove nel 1852 fonda la maison Girard & Cie. Due anni più tardi sposa Marie Perregaux, proveniente da una famiglia di importanti commercianti di orologi di Le Locle, dando vita nel 1856 alla manifattura Girard-Perregaux.

Constant Girard-Perregaux si distingue per le sue ricerche nel campo dei sistemi di scappamento e, in particolare, quello a tourbillon che lo porteranno alla consacrazione nel 1889, quando il suo famoso Tourbillon con tre Ponti d’oro, diventato poi l’icona di Girard-Perregaux, vince una medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi.

Al volgere del secolo il marchio di orologi di lusso gode di un indiscusso rispetto. Alla morte di Constant, nel 1903, le redini passano in mano al figlio Constant Girard-Gallet, che tre anni più tardi acquisisce la famosa maison Bautte, unendo così  due nomi illustri dell’orologeria svizzera. Gli anni ’30 vedono le vendite degli orologi da polso superare per la prima volta quelle degli orologi da taschino, mentre il decennio successivo vede la nascita del fortunato

Sea Hawk, e di un modello rettangolare di ispirazione Art déco che verrà ripreso cinquant’anni più tardi e ribattezzato Vintage 1945. Negli anni ’60, grazie alla propria un’équipe di ricerca e sviluppo interna, Girard-Perregaux sviluppa movimenti rivoluzionari. Nel 1966, presenta il primo movimento ad alta frequenza, il Gyromatic HF, che rivoluziona il mondo della cronometria. Gli orologi dotati di questo movimento vantano eccellenti prestazioni di funzionamento.

Gli anni ’70 sono quelli degli orologi al quarzo, tra i quali l’Elcron, ma Girard-Perregaux continua a credere nei movimenti meccanici e nel 1981 viene presentata una magnifica riedizione del famoso Tourbillon a tre Ponti d’oro da taschino. Dieci anni più tardi, per celebrare il suo bicentenario, la maison realizza una vera impresa, con una versione dello stesso movimento miniaturizzata per raggiungere le dimensioni di un orologio da polso.

Dal 1992 sotto la guida dell’architetto ed ex pilota automobilistico italiano Luigi Macaluso, Girard-Perregaux dà vita ad una partnership con la Ferrari che fino al 2004 vede nascere diversi modelli sportivi e di grandi complicazioni contrassegnati dal mitico Cavallino Rampante. Nel XXI secolo la Manifattura arricchisce le sue collezioni, presentando il modello ww.tc, il nuovo design del Sea Hawk e lanciando una linea di orologi femminili denominata Cat’s Eye, dotati di movimento meccanico con complicazioni.

Più che mai rivolta all’innovazione, Girard-Perregaux nel 2008 presenta una novità rivoluzionaria, lo Scappamento Constant, che con il suo incredibile movimento dotato di scappamento a forza costante apre la strada alla realizzazione di meccanismi di alta orologeria di precisione ineguagliabile.


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Ecco la lista dei più ricchi della storia Il primo è un maliano, Gheddafi ottavo

La Stampa

Assomiglia alla più celebre classifica di Forbes, ma prende in considerazione gli ultimi mille. In prima posizione l’imperatore del Mali, Bill Gates solo dodicesimo



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Chi è l’uomo più ricco del millennio? Se l’è chiesto il sito statunitense Celebrity net worth, che ha analizzato le fortune degli uomini più ricchi del pianeta dall’anno mille in avanti, armonizzandole al tasso di inflazione attuale. Nella lista non mancano le sorprese, a partire dalla prima posizione, occupata da un re maliano del quattordicesimo secolo. Solo tre dei miliardari in questa classifica sono ancora vivi: Bill Gates (12imo), Carlos Slim (22imo) e Warren Buffett (25imo). Muammar Gheddafi, ucciso l’anno scorso, è invece ottavo.

Ecco le prime dieci posizioni: 


1-Mansa Musa - 400 miliardi di dollari
Nato nel 1280, il nono imperatore del Mali accumulò una ricchezza che oggi equivarrebbe oggi a 400 miliardi di dollari. Il suo impero, che si estendeva sugli attuali Ghana e Mali, arrivò a produrre la metà del sale e dell’oro in uso nel mondo. Fece costruire a Timbuctù la moschea Djinguereber, ancora oggi una delle più grandi del globo. Durante il suo pellegrinaggio a La Mecca spese così tanto oro da causare un’inflazione che, in Egitto, sarebbe durata dodici anni.

2-Famiglia Rothschild - 350 miliardi di dollari
La dinastia fondata da Amschel Mayer Rothschilde è ancora oggi la famiglia più ricca del pianeta. Il banchiere di origine ebrea cresciuto a Francoforte è considerato il fondatore del moderno sistema finanziario. Mandò i suoi figli nelle più importanti capitali europee (Londra, Parigi, Vienna e Napoli) formando la prima vera rete di banche transnazionali al mondo.

3- John D. Rockfeller – 340 miliardi di dollari
Nato nel 1839 e vissuto fino a 98 anni, fu il più ricco petroliere della storia (e, anche secondo Forbes, l’uomo più ricco americano di sempre). Fondò la Standard Oil, la più grande compagnia petrolifera al mondo che arrivò ad avere il monopolio di tutto l’oro nero consumato negli Stati Uniti. Nelle sue miniere di carbone in Colorado la polizia soppresse la rivolta dei minatori in quella che viene ancora oggi ricordato il massacro di Ludlow, dove morirono 25 lavoratori.

4- Andrew Carnegie – 310 miliardi di dollari
Nato nel 1835 in Scozia, emigrò piccolissimo negli Stati Uniti. Dopo un’adolescenza passata a lavorare in una fabbrica di cotone, fondò la Carnegie Steel Company, la più grande corporation siderurgica della storia americana. Quando, nel 1910, cedette l’attività a JP Morgan, incassò la bellezza di 480 milioni di dollari dell’epoca, l’equivalente di 310 miliardi di biglietti verdi attuali.

5- Nicola II Romanov, Zar di Russia – 300 miliardi di dollari
Fu l’ultimo zar di Russia e decise di abdicare qualche mese prima della Rivoluzione d’Ottobre che avrebbe portato al potere i bolscevichi. Prima della sua morte – fu giustiziato dalla polizia politica di Juroivskij nel 1918 – accumulò una fortuna di 900 milioni di dollari dell’epoca, l’equivalente di 300 miliardi attuali.

6 Osman Ali Khan – 236 miliardi di dollari
Nato nel 1886, fu principe dell’attuale provincia indiana di Berar durante la colonizzazione inglese. Questo sovrano illuminato con la passione per la poesia, accumulò la più grande collezione privata di oro e gioielli della storia dell’umanità. Il pezzo più prezioso era il diamante Jacob, una pietra da oltre 184 carati che il principe utilizzava nel suo ufficio come fermacarte.

7- Guglielmo I d’Inghilterra (più conosciuto come Guglielmo il conquistatore) – 229.5 miliardi di dollari.
Duca di Normandia, ascese al trono inglese nel 1066 dopo aver sconfitto i sassoni ad Hastings. Il suo regno, che si estendeva su entrambe le sponde della Manica, era valutato l’equivalente attuale di 229,5 miliardi di dollari.

8 - Muammar Gaddafi – 200 miliardi di dollari
Il rais libico, ucciso nel 2011, alla sua morte aveva una fortuna stimata in 200 miliardi di dollari, 70 dei quali vennero congelati dalle banche occidentali durante la guerra civile. Molte delle sue fortune erano depositate in Italia, dove possedeva una quota rilevante di Unicredit, Eni e della Juventus.

9 Henry Ford – 199 miliardi di dollari
Henry Ford, fondatore dell’omonima casa automobilistica, rivoluzionò il concetto di catena di montaggio e di produzione di massa industriale. È il più grande esempio di “self-made man” americano: dapprima operaio nella ditta elettrica fondata da Edison, nel tempo libero si dilettava costruendo automobili, finché non fu assunto dalla Detroit Automobile Company. La sua famiglia, attraverso la Ford Foundation, continua a controllare la celebre casa automobilistica americana.

10 - Cornelius Vanderbilt – 185 miliardi di dollari
Imprenditore statunitense di origini olandesi, è considerato il più importante imprenditore nel campo dei trasporti della storia. Iniziò costruendo battelli a vapore e divenne celebre, con la sua Accessory transit company, come il re incontrastato delle ferrovie americane. Lasciò in eredità 95 milioni di dollari al figlio William e “appena” 500mila alla moglie e ciascuna delle figlie. 

Canada, Anonymous smaschera lo stalker che fece suicidare una 15enne

Corriere della sera

Due cyber-attivisti che si dicono affiliati al gruppo diffondono l'identità di un 32enne, ora minacciato in rete
Una teenager si suicida a causa del cyber-bullismo subito, e denunciato in un video. E Anonymous scopre e denuncia lo stalker che ha spinto la giovane al gesto.


IL SUICIDIO E LA DENUNCIA - Mercoledì scorso Amanda T., 15 anni, è stata trovata morta nella sua casa di Port Coquitlam, nella Columbia Britannica. Il mese scorso aveva diffuso un video-denuncia in bianco e nero, con dei messaggi scritti di denuncia, e anche di solitudine, intitolandolo «La mia storia: lotta, bullismo, suicidio, autolesionismo». Lunedì sera dei cyber attivisti di FawkesSecurity, che fa parte del gruppo di Anonymous, hanno scoperto e divulgato, l'identità del presunto persecutore della giovane: si tratterebbe di un uomo di 32 anni, assiduo frequentatore di siti pedopornografici. I denuncianti nel loro messaggio video in rete forniscono il nome e cognome e anche l'indirizzo esatto del presunto stalker, tanto che la polizia canadese nutre timori per la sua sicurezza.

«QUELL'UOMO È UN ABOMINIO» - «Al peggio questa è la persona che ha fatto del male ad Amanda T., e come minimo è un altro pedofilo che ama sfruttare i bambini», recita il comunicato-denuncia di Anonymous, come riporta il Toronto Sun. L'uomo è definito un «abominio» e una vergogna per la società. La ragazza aveva denunciato che uno stalker anonimo l'aveva convinta, quando aveva 12 anni, a mostrarsi a seno nudo a quello che credeva un coetaneo, via webcam.

Poi, però, il contatto aveva spedito quelle immagini a tutti quelli che conoscevano Amanda. Anonymous ha rintracciato un uomo di New Westminster, a 15 km da casa di Amanda, che avrebbe utilizzato diversi nickname, cioè soprannomi nel mondo di internet, su siti per ragazze, su un forum dedicato alla sessualità giovanile e che avrebbe creato una gallery con le immagini di diverse ragazze, alcune decisamente molto giovani, a seno nudo . Il presunto stalker, adesso, è stato minacciato su internet da diversi utenti, denuncia il suo difensore Eric Gottardi.

L'ALTRA PISTA - La famiglia, e la procura, però, ritengono che possa trattarsi della persona sbagliata, dato che gli investigatori avrebbero seguito tracce differenti che portano a un contatto negli Stati Uniti.

Maria Strada
16 ottobre 2012 | 21:23

Beatles: la disfida del "the"

Corriere della sera

L'articolo che precede il nome dei quattro si scrive in maiuscolo o minuscolo? Guerra senza frontiere su Wikipedia

La disfida del 'The' interessa ben poco a Paul e Ringo La disfida del 'The' interessa ben poco a Paul e Ringo

Sono giorni di pazza Beatlemania questi, col fresco cinquantenario dell'uscita di Love Me Do, il singolo che lanciò in orbita i quattro di Liverpool. Ovvero fioriscono ovunque iniziative celebrative, si rispolverano archivi fotografici o registrazioni inedite dei Fab Four. In tutto questo, c'è anche spazio per una gustosa e filologica polemica. Che sembrerebbe per pochi ed è invece ascesa alle auguste pagine del Wall Streetb Journal.

IL FEROCE DILEMMA- Il feroce dilemma è dunque questo: il «the», l'articolo che precede la parola Beatles, si scrive con la t maiuscola o minuscola? Nei dischi e nelle pubblicazioni ufficiali si è sempre optato per la T grande, mentre negli articoli e nelle recensioni per quella piccola. Una questione di lana caprina? No, almeno per gli estensori di Wikipedia che si sono divisi in due partiti, i sostenitori del minuscolo e quelli del maiuscolo : non sono quisquilie, visto che oramai l'enciclopedia in rete per molti detta legge. I «minuscoli» sostengono che le linee guide di Wikipedia imporrebbero l'uso da loro sostenuto; i «maiuscoli» che dovrebbe invece dettar legge il marchio ufficiale della band, graficamente scritto come dicono loro.

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I BEATLES VIVENTI? NO COMMENT- Wikipedia ha vietato ai propri collaboratori di partecipare alle polemiche nei forum, perché stavano assumendo contorni troppo accesi e ha deciso di sciogliere il nodo affidando ai lettori la scelta con un sondaggio online. I Beatles ancora viventi? Non ne vogliono sapere: al giornalista del Wall Street Journal, l'agente di Paul McCartney ha detto che al suo assistito della vicenda importava un fico secco, quello di Ringo che il suo era al momento ( e forse per sempre) irrintracciabile. E pure a noi italiani alla fine il dilemma interessa poco. Il the l'abbiamo eliminato, per noi sono "i" Beatles, punto e basta. Con buona pace dei focosi wikipediani.


Matteo Cruccu
ilcruccu16 ottobre 2012 | 20:51

Pericolo estinzione per i lemuri “Ne sono rimasti soltanto 19”

La Stampa

L’allarme lanciato al meeting Onu sulla diversità biologica in India
Hyerabad (india)


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I lemuri sono i primati più a rischio nel mondo, specialmente quelli che vivono in Madagascar. Lo afferma un rapporto presentato al meeting della Convenzione Onu sulla Diversità Biologica in corso nella città indiana di Hyerabad, secondo cui diverse specie sono molto vicine all’estinzione. 

Secondo il rapporto a minacciare la specie è la distruzione dell’habitat, oltre al bracconaggio e al commercio illegale. Il lemure più raro del Madagascar, il Lepilemur Septentrionalis, ormai ha solo 19 esemplari rimasti allo stato brado, mentre 90 delle 103 specie e sottospecie di questo primate reso famoso dal film Madagascar sono a rischio estinzione. Dei 25 primati più minacciati, sottolineano gli esperti, sei vivono in Madgascar, cinque in Vietnam, tre in Indonesia e due in Brasile: «I primati sono i nostri `parenti più stretti´ nel mondo animale - afferma Russell Mittermeier, chairman dello IUCN - e continuiamo a scoprire nuove specie ogni anno dal 2000». 

Libertà religiosa, sono i cristiani i più discriminati

Il Messaggero
di Franca Giansoldati


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CITTA’ DEL VATICANO - Mentre al Sinodo in corso in Vaticano affiorano ciclicamente le preoccupazioni dei vescovi sullo stato diinsicurezza delle comunità cattoliche nei Paesi arabi e africani, l’Aiuto alla Chiesa che Soffre ha diffuso l’undicesima edizione del Rapporto sulla Libertà Religiosa nel Mondo che mette nero su bianco un quadro complessivo decisamente peggiorato rispetto agli anni passati. Destano soprattutto timore quei Paesi che godevano fino a poco tempo fa di una relativa calma, come Tunisia, Libia, Egitto e Siria. Viene registrata, inoltre, la pressione crescente dell’estremismo islamico in alcune nazioni africane: Kenya, Mali, Nigeria, Chad.

Un’area vastissima che rischia di destabilizzare gravemente altre regioni del continente. In India, invece, le cosiddette «leggi anti-conversione», spesso alibi per abusi di potere, in particolare in alcuni Stati indiani, nonostante la Costituzione nazionale riconosca il diritto alla libertà religiosa. Dei 196 Paesi analizzati, 131 sono a maggioranza cristiana. I cristiani sono i più esposti alle discriminazioni e alla persecuzione. E per quanto non siano l'unico gruppo religioso a dover pagare il prezzo della propria fede, a soffrire la mancanza di libertà religiosa sono proprio le diverse denominazioni cristiane. Minacce, pressioni, esclusioni,
discriminazioni fino alle violenze vere e proprie come, per esempio, accade in Nigeria quasi ogni settimana.

Il rapporto nato nel 1998 e considerato uno dei rapporti più obiettivi e completi sull’argomento a livello europeo, non si limita a denunciare solo le limitazioni alla libertà religiosa subite dalle comunità cristiane, ma analizza la situazione esistente in 196 Paesi, con riferimento alla condizione dei fedeli di ogni credo.
Nelle schede di ciascuna nazione vengono riportati i principali avvenimenti del 2011 e quelli della prima metà del 2012. L’Aiuto alla Chiesa che Soffre ha evidenziato che durante il periodo in esame non vi sono stati miglioramenti nella maggior parte dei Paesi in cui già si erano verificate violenze anti-religiose.
Si è ulteriormente abbassato il livello di tutela della libertà religiosa in Cina - specie per quanto riguarda i cattolici - con l'intensificazione dei tentativi governativi di assoggettare le diverse comunità religiose al controllo dello Stato.

«Si riscontra però una tendenza positiva in termini di consapevolezza relativa al tema della libertà religiosa nell'opinione pubblica, dovuta in gran parte all'aumento della copertura mediatica e ad una maggiore disponibilità d'informazioni» spiegano gli organizzatori. Ne sono prova gli interventi legislativi di vari stati Europei e l'impegno mostrato dagli organi legislativi e dai governi nazionali - come i parlamenti italiano, belga e tedesco - le numerose dichiarazioni del Parlamento Europeo. Se sul piano legislativo si riscontrano passi in avanti lo stesso non si può dire riguardo alle violenze e alla persecuzione. Perché le minacce alla libertà religiosa non accennano a diminuire.


Martedì 16 Ottobre 2012 - 17:38
Ultimo aggiornamento: 19:47

Su Italo anche i quattro zampe viaggiano a 300 chilometri

La Stampa

zampa

Seguendo alcune regole e ad un prezzo ridotto i proprietari di cani potranno portarli sui treni ad alta velocità



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Con il patrocinio del Ministero della Salute e grazie a una soluzione moderna e innovativa, Ntv cambia il modo di viaggiare degli animali a bordo del propri treni. Italo, treno ad Alta Velocità, offre dal 2 novembre la possibilità di viaggiare anche ai cani XXL e quelli di taglia superiore a dieci chilogrammi.

Il nuovo servizio - informa la società - è stato studiato e condiviso con le principali realtà associative animaliste, la Enpa e la Lav, con l’Associazione nazionale dei medici veterinari italiani (ANMVI) e con la Federazione nazionale Ordini veterinari italiani (FNOVI). Il servizio sarà in realtà in fase sperimentale fino al 31 gennaio e questo lasso di tempo permetterà di studiare i modi più confortevoli di viaggiare e valutare il gradimento dell’iniziativa.

La fase sperimentale prevede l’ammissione di cani a bordo su tutti i treni dalle 10 alle 16, per evitare gli orari di affollamento mattutini o serali. La massima attenzione verrà prestata sia al viaggiatore che al suo animale, evitandogli situazioni di stress. I viaggiatori che non amano la convivenza con i quattro zampe potranno visualizzare la mappa del treno su internet e conoscere in quali carrozze e posti sono ammessi gli animali di taglia extralarge. 

Le regole da rispettare per i proprietari di animali saranno semplici: il cane, oltre a possedere il certificato d’iscrizione all’anagrafe canina, dovrà essere tenuto sempre al guinzaglio, dovrà indossare la museruola rigida o morbida in fase di salita e discesa dal treno o su richiesta del personale. Il nuovo servizio potrà essere prenotato a partire dal 1° novembre, con 24 ore di anticipo sulla data del viaggio, il prezzo per il trasporto del cane sarà pari al 30% del Biglietto Base o Economy di Smart e Prima (a seconda della disponibilità), e pari a 20 euro, prezzo fisso, qualora il proprietario scelga di viaggiare nel Salotto di Club.

Inglesi e francesi secondo i sondaggi “Mani sporche e poche docce”

La Stampa

Nella Giornata Mondiale dell’Igiene impietosa fotografia dei big europei


ALBERTO MATTIOLI, ANDREA MALAGUTI
PARIGI-LONDRA


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Qui Parigi. Confessiamolo: il sospetto ci era venuto, e non solo per ancestrali pregiudizi verso i cugini al di là delle Alpi, ma anche per certi odorosissimi viaggi nella metropolitana di Parigi, meglio (si fa per dire) se d’estate e soprattutto se affollata. Sta di fatto che adesso un sondaggio conferma queste empiriche constatazioni olfattive: non tutta la popolazione francese ha un rapporto di fiducia, diciamo così, con acqua e sapone. E del resto «passer un savon», letteralmente «passare un sapone», è l’espressione che significa «dare una bella lezione», benché solo verbale (se si trascende sul piano fisico, dal sapone si passa al tabacco, «passer à tabac», chissà perché).

Tant’è: un sondaggio su mille francesi pubblicato ieri, in occasione della Giornata mondiale del lavaggio delle mani (ebbene sì, esiste, ed è colpa vostra se ve ne siete sempre lavati le mani), indica che il 12,5% degli interrogati non si sciacqua sistematicamente le mani uscendo dalle toilette e il 55% non lo fa dopo aver preso i mezzi pubblici, benché il 54% pensi che la metro sia «l’oggetto più sporco della vita quotidiana». Per fortuna, il 21,4% dei francesi si lava le mani almeno dieci volte al giorno (e noi che credevamo che lady Macbeth fosse scozzese) e l’86,6% prima di mettersi a cucinare, l’ultimo vero rito sacro esistente in questo Paese.

Sul capitolo doccia, i dati sono contrastanti. L’11,5% dei francesi ne prende più di una al giorno, benissimo, il 67,7% una al giorno, bene, il 20% una ogni due giorni o meno, male, e il 3,5% una volta alla settimana. Ed evidentemente questo tre e mezzo per cento è sempre quello che avete accanto il 15 agosto sul metro all’ora di punta. Anche se, a ben pensarci, forse i francesi non sono i soldi a paventare il contatto con l’acqua. L’equivalente di «passer un savon», in italiano, in effetti c’è ed è molto simile: «una lavata di capo». Cugini anche in questo? 

Qui Londra. «Le persone possono anche dire che si lavano regolarmente le mani, ma la scienza dice il contrario». Scandalo, vergogna. E, sopratutto, imbarazzo. Emozione che gli inglesi gestiscono con fatica. Ma, secondo una meticolosa ricerca condotta dalla Queen Mary University e dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine, non quanta ne fanno per restare puliti. Una cacca di piccione, e non solo, piovuta dallo sconveniente cielo delle generalmente invidiate abitudine dei cittadini britannici, supposti aristocratici che forse conviene salutare tenendo un minimo di distanza. 

I dati sono piuttosto fastidiosi. Batteri fecali, tracce di escrementi cioé, si trovano nel 14% delle banconote, nel 10% delle carte di credito, e soprattutto tra il 26% delle dita isolane. Un suddito su quattro ha - tecnicamente - le mani sporche. «Inutile nasconderlo, è così», dice sconsolato il dottor Ron Cutler della Queen Mary University. Interrogati all’uscita dei bagni degli autogrill il 99% degli inglesi dichiarano di avere usato acqua e sapone, ma le tracce trovate sui rilevatori elettronici che regolano gli accessi testimoniano che solo il 32% degli uomini e il 63% delle donne lo fanno.

«Molti nostri concittadini sono convinti che vivendo in un Paese pulito e con un sacco di servizi sono puliti anche loro. E sono certi di non essere portatori di malattie. Beh, non è così», spiega la professoressa Lisa Ackerley. Un quadro talmente desolante da spingere la BBC a pubblicare sul proprio sito una guida su come lavarsi a fondo. Regola numero uno: «bagnate le mani, applicate il sapone e sfregate i palmi finché il sapone non fa le bolle». Già. 

Il pene più corto vince un iPhone 5: ecco il concorso di SingleSex per sfatare i tabù maschili

Il Mattino

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COPENAGHEN - Tra i tanti modi di sfruttare pubblicità di rimbalzo dal nuovo iPhone, questo è sicuramente uno dei più originali : il sito danese SingleSex.dk ha lanciato un concorso dedicato agli uomini “poco dotati” nelle parti intime.
 
Il regolamento è molto semplice: inviare le foto del proprio pene con a fianco un righello per accertare le dimensioni esatte. Al più corto va l'ultimissimo smartphone Apple. «Vogliamo prendere un po' in giro la virilità maschile - ha spiegato il responsabile del sito Morten Fabricus - e sfatare qualche tabù. Ci sono molti uomini infelici là fuori...»

Lunedì 15 Ottobre 2012 - 19:10    Ultimo aggiornamento: 19:30

Fece entrare la sua ragazza nella base di Grazzanise per fare colpo: top gun prima condannato poi assolto

Il Mattino


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ROMA - 'Ufficiale e gentiluomo', un binomio a volte difficile da tenere insieme, ma la Cassazione ci ha provato annullando la condanna - per rivelazione di attività coperte dal segreto militare nell'interesse del Paese - a un tenente colonnello dell'Aeronautica che, una sera di agosto del 2009, aveva fatto entrare nella base di Grazzanise una ragazza con la quale era «impegnato in approcci sentimentali» per darle il 'brivido' di assistere a un volo tattico di addestramento notturno. L'ufficiale, Dario A., comandante del 409 gruppo, era stato condannato in maniera pesante a un anno e dieci mesi di reclusione dal gup del Tribunale militare di Napoli, il primo febbraio 2011, con verdetto confermato dalla Corte militare di appello di Roma, il 27 febbraio 2011.

Far assistere la sua bella, Stefania C., a quell'esercitazione in piena notte alla sola luce delle stelle, gli aveva addossato la colpa per rivelazione aggravata di notizie riservate, forzata consegna per aver imposto al piantone di far entrare la ragazza priva del 'pass' e truffa aggravata per averla «intrattenuta a lungo», sempre durante quel caldo agosto, in contatti telematici durante l'orario di servizio. Con successo, l'ufficiale ha fatto ricorso alla Suprema Corte sostenendo che una semplice attività di addestramento non può essere equiparata ad una esercitazione militare top-secret, in grado di far capire al 'nemico' il livello di preparazione delle nostre forze armate.

E la Cassazione ha condiviso la sua tesi difensiva affermando che: «l'attività addestrativa data dal volo tattico di aereo militare in ora notturna con atterraggio in condizioni di bassa luminosità, pur considerando le caratteristiche delle operazioni svolte, di particolare difficoltà e finalizzate a fronteggiare specifiche condizioni ambientali da superare in contesti di pericolo, non può considerarsi di per sè espressiva del grado di addestramento raggiunto dalle forze aeree, grado di addestramento che la norma considera meritevole di riservatezza nell'interesse della sicurezza dello Stato». Così la condanna per l'ufficiale di Grazzanise è stata annullata «perchè il fatto non sussiste» in riferimento al reato più grave. Per le contestazioni minori ci sarà un processo bis e più clemenza: forse il comandante innamorato riuscirà a non perdere il comando del suo stormo.

Lunedì 15 Ottobre 2012 - 19:54    Ultimo aggiornamento: 19:55

La Cassazione: cacciare la moglie di casa è reato

Quotidiano.net

I giudici della Suprema Corte hanno confermato la condanna di un uomo di 51 anni

La Cassazione: il coniuge non può essere escluso dalla casa coniugale

Roma, 15 ottobre 2012 - E' reato cacciare il coniuge dalla casa familiare. La quinta sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna inflitta dalla Corte d'appello di Palermo a un 51enne ritenuto responsabile di violenza privata, lesioni personali, danneggiamento e ingiuria ai danni della moglie.

In particolare, il reato di violenza privata era stato contestato all'uomo per aver mandato via da casa la moglie: l'imputato si era difeso dicendo che, al momento del fatto, la consorte era tornata a vivere dai suoi genitori, per cui la casa familiare era "in uso" soltanto a lui, pur non essendovi "provvedimenti di assegnazione" dell'abitazione stabiliti dal giudice.

La Suprema Corte, con la sentenza n.40383 depositata oggi, ha rigettato il ricorso dell'imputato sottolineando che "la donna, anche se temporaneamente trasferitasi presso i genitori, aveva il diritto di tornare, ne' il marito poteva escluderla dalla casa coniugale".

Napoli, suore incatenate davanti al Comune con i bimbi con la pistola

Corriere del Mezzogiorno

Protestano insieme agli operatori sociali contro la chiusura di 40 istituti di assistenza per ragazzi disagiati


NAPOLI - Incatenate per protesta. Sono le suore che insieme agli operatori sociali assistono più di duemila persone, tra bambini e anziani in oltre 40 istituti di assistenza e beneficenza di Napoli - sia cattolici che laici. Tali istituti e case famiglia rischiano la chiusura perchè il Comune non passa più i soldi necessari per pagare i dipendenti e provvedere alle primarie necessità. Da qui l'estrema protesta delle suore, che si sono presentate in catene dinanzi al portone di Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli. Alcune hanno anche deciso di incatenarsi ad un palo della pubblica illuminazione.


La protesta dei bambini, ma c'è anche quello con la pistola





SPETTANZE ARRETRATE - «Siamo allo stremo - dice Lucio Pirillo, presidente dell'Uneba, l'associazione degli istituti di beneficenza ed assistenza - si va verso la chiusura. Gli istituti non hanno più un soldo in cassa ma vantano un credito di circa 40 milioni di euro. Occorre una risposta urgente, con un piano definito di rientro da attuare senza alcun rinvio», aggiunge Pirillo. L'obiettivo è scongiurare la chiusura, c'è il rischio concreto che migliaia di ragazzi finiscano per strada e con loro anche che centinaia di addetti che rischiano il posto di lavoro.

Redazione online15 ottobre 2012

Perché crediamo (fermamente) anche alle peggiori «bufale»

Corriere della sera

Le informazioni sbagliate continuano a influenzarci, spesso a dispetto di ogni smentita. Il dubbio si insinua a fatica


MILANO - Vere o no che siano, le informazioni che ci raggiungono restano attaccate alle nostre menti, influenzando comportamenti e scelte. E anche quando ci rendiamo conto che il loro contenuto è falso, può risultare molto difficile riuscire a modificarle. A questo strano fenomeno - cioè le informazioni sbagliate che continuano a influenzarci anche quando razionalmente sappiamo che dovremmo dimenticarle - è dedicato un articolo di revisione scritto da un gruppo di ricercatori di università americane e australiane, guidato da Stephan Lewandowsky dell'University of West Australia, e pubblicato da poco sulla rivista Psychological Science in the Public Interest. Per poter riuscire a comprendere un'informazione, sia che la leggiamo sia che la ascoltiamo, in prima battuta dobbiamo considerarla vera, quindi, in qualche modo l'accettazione della veridicità è un prerequisito della comprensione.

COERENZA - «Andare oltre questa accettazione automatica richiede una motivazione addizionale e risorse cognitive» spiegano gli autori dell'articolo. Perciò, normalmente il meccanismo del dubbio non si attiva. Quando, invece, la nostra mente rileva la presenza di alcune caratteristiche sospette nell'informazione ricevuta, l'attivazione cognitiva avviene. Accade, ad esempio, quando quella specifica informazione manca di coerenza interna. Molte informazioni, ad esempio, si presentano più o meno esplicitamente sotto forma di storia, e le buone storie vengono ricordate molto facilmente.

«Una volta che una storia coerente si è formata nella mente — dicono ancora i ricercatori — diventa fortemente resistente al cambiamento». E questo, a prescindere del suo grado di veridicità. Se, però, la storia è zoppicante o ha evidenti incoerenze interne, allora la mente di chi la riceve diventa critica e pronta a rigettarla. Lo stesso capita quando l'informazione che arriva non è coerente con altre informazioni che una persona ha già: siccome diventa difficile mettere insieme i pezzi, la mente si trova a dover lavorare per capire se si possa conservare una congruenza, o se non sia il caso di rigettare la nuova informazione.

FONTE CREDIBILE? - Questo sistema sembrerebbe funzionare, però fa sì che informazioni sbagliate, ma coerenti con ciò di cui si è già convinti, passino tranquillamente e vadano a rafforzare le preesistenti convinzioni erronee. Poi c'è la questione della credibilità della fonte da cui l'informazione proviene: è chiaro che più la fonte è ritenuta affidabile, meno si attivano i meccanismi di valutazione e di critica. Tuttavia, anche fonti inaffidabili possono influenzare le persone, soprattutto perché nel tempo può affermarsi il cosiddetto sleeper effect.

Ovvero: si ricorda l'informazione, ma si dimentica la fonte dalla quale proveniva. Infine, sebbene possa non piacere, conta anche il consenso sociale che si crea attorno a una notizia. Così, se la maggioranza dubita, allora i meccanismi cognitivi di critica e valutazione scattano. Questo fenomeno però è particolarmente complesso, perché in alcuni casi può diventare difficile capire quale sia realmente la maggioranza. Gli autori dell’articolo parlano di ignoranza pluralistica, cioè una divergenza tra la prevalenza reale di una certa credenza all'interno di una società e quello che le persone di quella stessa società pensano che gli altri credano in maggioranza.

GUERRA IN IRAQ - E per spiegarsi meglio ricorrono ad un caso emblematico. «Per esempio — precisano, infatti, i ricercatori — prima dell’invasione dell'Iraq del 2003, alle voci che invocavano l'azione militare unilaterale veniva dato risalto nei media americani, Cosicché la maggioranza dei cittadini che, al contrario, voleva il coinvolgimento realizzato assieme ad altre nazioni, sentiva di essere in minoranza». A questo punto, si comprende come correggere una informazione sbagliata che abbia già raggiunto il suo obiettivo risulti difficilissimo.

La ritrattazione il più delle volte non solo non annulla quanto si è già diffuso, ma può addirittura rinforzarlo, perché comunque deve richiamare la prima informazione data, che così viene riportata a galla e rievocata nella mente. «Le persone, in genere, non amano che qualcuno dica loro che cosa pensare e come comportarsi, quindi sono portate a rigettare ritrattazioni particolarmente autoritarie» aggiungono Lewandowsky e i suoi collaboratori.

RITRATTAZIONE - La situazione è ben conosciuta nelle aule di tribunale: quando una prova già presentata viene indicata dal giudice come inammissibile, spesso il giudice si spende in spiegazioni legali dettagliate sul perché l’abbia respinta, ma tutto questo, paradossalmente, non fa che indurre la giuria a darle maggiore importanza. «Finora sono stati identificati solo tre fattori in grado di aumentare l'efficacia di una ritrattazione — dicono, infine, Lewandowsky e i suoi collaboratori —: un avvertimento al momento della prima esposizione all'informazione sbagliata; la ripetizione della ritrattazione; correzioni che raccontano una storia alternativa che riempia il vuoto di coerenza altrimenti lasciato dalla ritrattazione».

Danilo Di Diodoro
16 ottobre 2012 | 10:17