venerdì 19 ottobre 2012

Pomigliano, i giudici impongono l'assunzione di 145 operai Fiom

Chiara Sarra - Ven, 19/10/2012 - 12:33

Respinto il ricorso del Lingotto su Pomigliano d'Arco: per il sindacato, l'azienda aveva discriminato i propri iscritti

Niente da fare per la Fiat: a decidere chi deve essere assunto negli stabilimenti italiani della casa automobilistica non è il Lingotto, non è un direttore del personale, ma i magistrati che hanno respinto il ricorso dell'azienda e hanno imposto l'assunzione di 145 operai a Pomigliano D'Arco (Napoli).



Operai che sono iscritti alla Fiom: il sindacato dei metalmeccanici Cgil aveva già vinto in primo grado la sua battaglia contro i vertici Fiat e ora si vede dare ragione anche dalla Corte d'appello.

Il sindacato di Maurizio Landini ha infatti fatto causa all'azienda sulla base di una normativa specifica del 2003 che recepisce direttive europee sulle discriminazioni: su 2093 assunizoni nello stabilimento campano, nessuno risultava iscritto alla Fiom. "Una buona notizia", secondo la leader della Cgil, Susanna Camusso.

"Si tratta della terza condanna", afferma la Fiom, che considera anche l'altro ricorso presentato da Fiat, che aveva chiesto la sospensione della sentenza per evitare che l'obbligo di assumere 145 lavoratori Fiom fosse immediatamente esecutivo. Il rischio, vista la crisi del settore auto, è che l'azienda licenzi gli operai già assunti per integrare quelli tesserati.

Gianfranco scarica i Tulliani Ma due anni fa diceva: mio cognato esperto di case

Libero


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Gianfry non molla la poltrona. Neanche le nuove carte sulla transazione della casa di Montecarlo, pubblicate da L'Espresso, riescono a scollare Gianfranco Fini. "Vado avanti a testa alta", ha detto il presidente della Camera. E ancora: "Non ho mai mentito agli italiani". Ma se sul piano politico e giudiziario, lo scandalo della casa non sposta di un centimetro Gianfranco, la questione lo turba parecchio dal punto di vista dei suoi rapporti familiari. Nella giornata di ieri giovedì 18 ottobre, Fini ha detto di essere profondamente amareggiato per certi comportamenti e ha, di fatto, scaricato la sua compagna Elisabetta (da cui ha due figlie) e il cognato Giancarlo.

Abile retromarcia - Insomma, Gianfranco si è smarcato dai Tulliani. Eppure, due anni fa, nel luglio del 2010, quando scoppiò il caso della casa di Montecarlo, Fini affidò la sua difesa a una lunga nota di otto punt pubblicata sul Corriere della Sera. Nel quarto di questi punta dava credito al cognato Giancalo, infatti, scriveva: "Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l'appartamento, notoriamente abbandonato da anni". Insomma, all'epoca  Gianfranco si era fidato delle conoscenze e delle competenze del cognato attribuendogli, nessun dubbio lo aveva sfiorato. Epuure è  lo stesso Giancarlo Tulliani che adesso, con una retromarcia da politico navigato, scarica. E' su di lui che addossa tutte le responsabilità dello scandalo.

D'Alema non conta più niente Gli vietano di fare il vino

Libero

Baffino si lamenta con i colleghi del partito di non aver avuto l'autorizzazione di produrre lo spumante rosato nella sua tenuta di Otricoli

Non solo. D'Alema mostra sconsolato due multe per eccesso di velocità: andava a 55 chilometri all'ora, ma l'autovelox l'ha pizzicato


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D'Alema non conta più nulla. Almeno stando ai racconti dei suoi compagni di partito raccolti in Transatlantico da Fabrizio Roncone per il Corriere. "Appena mi ha vista stamani in Aula", rivela l'umbra Marina Sereni vicepresidente del Pd, "mettendo su quell'infonconfondibile aria ironica, si è lamentato perchè dice che in Umbria, nella sua tenuta di Otricoli, gli vietano di produrre lo spumante rosato. Io", continua la deputata democratica, "gli ho risposto che in Umbria, grazie al cielo, abbiamo leggi severe". Ma non è finita qui. D'Alema ha poi tirato fuori due multe. "Poverino", commenta la Sereni, "andava a 55 chilometri all'ora, ma l'autovelox all'imbocco del paese lo ha pizzicato lo stesso".

L'annuncio fatto in diretta su La7 durante la puntata di "Otto e mezzo" di non ricandidarsi in caso Bersani vinca le primarie del Pd ha comunque gettato nello sconforto i suoi sostenitori. Ieri a Montecitorio c'era la fila per stringergli la mano (Franceschini, Boccia, Bressa, Bindi, Castagnetti) e a tutti Baffino ripeteva: "Ora dobbiamo avere un solo obiettivo: far trionfare Pier Luigi". Ma Marianna Madia, compagno di banco di D'Alema, si sfoga alla bouvette con Roncone: "Non voglio nemmeno pensare all'ipotesi che lasci il Parlamento.

Ma se le serva una mia dichiarazione scriva così: scriva che siamo nell'epoca dei motorini, eppure qualche Ferrari in giro ancora si trova". Poi rivela un aneddoto per glorificare superMassimo: "Mentre commentavamo le feste di quelli del Pdl travestiti da Ulisse e con le teste di maiale, D'Alema ad un certo punto si è messo a recitare l'Iliade. Secondo lei, qui a Montecitorio quanti ce ne sono che sanno l'Iliade a memoria?".

Sottrae il figlio alla mamma italiana per dargli un'educazione islamica, arrestato

Corriere della sera

L'egiziano, 31 anni, ha aspettato l'ex compagna all'uscita dell'asilo e le ha strappato il bambino: bloccato dalla polizia


MILANO - Un egiziano di 31 anni è stato arrestato dai carabinieri per aver portato via all'ex convivente il figlio della coppia. Lo ha fatto, secondo quanto riferito, per sottoporlo a un'educazione islamica, che la madre, un'italiana di 34 anni, non condivideva. Dopo l'allarme della mamma, aggredita mentre rincasava col piccolo dall'asilo, l'uomo è stato arrestato. Il bambino di 4 anni, illeso, è stato subito riaffidato alla madre.

STALKING - Il tentativo di sottrazione, che ha fatto seguito a una serie di molestie e percosse già denunciate in precedenza dalla donna, ha configurato il reato di stalking, e l'uomo è stato arrestato perché il magistrato ha ritenuto possibile il pericolo di fuga. Recentemente, infatti, l'egiziano aveva anche portato via il passaporto dell'ex convivente e del figlio da casa della donna, dopo averla convinta a farlo entrare. Il rischio era quindi che scappasse in Egitto.

L'AGGUATO IN STRADA - Secondo quanto spiegato dai carabinieri, la madre, Guliana A., di 34 anni, è stata affrontata per strada mentre rincasava con il bimbo appena prelevato dall'asilo, intorno alle 18. In piazza Napoli il padre del bambino l'ha insultata e le ha sputato in faccia, strattonandola e allontanandosi con il figlio. Appena la signora ha dato l'allarme al 113, una pattuglia del Radiomobile che era nei paraggi ha individuato e bloccato l'uomo, ancora per strada con il figlio. Si tratta di un operaio, regolarmente in Italia, con alcune querele per minacce e percosse in ambito famigliare presentate sia dalla madre del bambino sia dalla moglie egiziana da cui è separato.

L'EDUCAZIONE - I litigi sarebbero cominciati nel 2008, un anno dopo la nascita del bambino, proprio per le divergenze sull'educazione del piccolo. Infatti, nella comunità egiziana, in molti casi i figli nati in Italia dopo lo svezzamento vengono portati in Egitto per essere allevati per qualche tempo dai nonni e assorbirne la lingua e la religione. Nel 2009 la madre se n'è andata di casa col figlio e la situazione si è trascinata tra i litigi, fino alla drammatica sottrazione del piccolo. Due giorni fa il padre era anche andato al nuovo asilo (la madre aveva cambiato una scuola materna dopo l'altra, per sfuggirgli) e aveva cercato di farsi consegnare il piccolo, ma la scuola non aveva accettato di affidarglielo. Da qui l'agguato in strada.

Redazione Milano online19 ottobre 2012 | 14:41

Ragazza pachistana rinchiusa in vista del matrimonio forzato

Corriere della sera

Il racconto a Telefono Azzurro: «Vogliono che sposi mio cugino in Pakistan, mio padre non mi lascia uscire»


GALLARATE (Varese) - E' stata rinchiusa in casa, a Gallarate, perché doveva preservarsi pura per il matrimonio. Niente scuola, niente shopping con le amiche; neanche il telefonino cellulare, che il padre le aveva sequestrato, per evitare che comunicasse con un mondo esterno che la famiglia giudica corrotto e pieno di tentazioni. La vita della diciassettenne Amina (il nome è di fantasia) era questa, nonostante sia ormai uguale a ogni adolescente italiana. Perché a Gallarate ha amiche con cui passava i pomeriggi nel quartiere, e le mattine in una scuola professionale. Per sua fortuna era rimasta in contatto con una insegnante della scuola che fino a un anno fa frequentava. Sarebbe stata proprio questa amicizia, a spingerla a ribellarsi.

Ma ha pagato un prezzo altissimo: ha dovuto denunciare il padre, un operaio, che l'avrebbe chiusa in casa e l'avrebbe anche picchiata. E' questa la storia di Amina, che la polizia del commissariato di Gallarate ha liberato, dopo una coraggiosa telefonata, fatta di nascosto, dalla giovane, al numero del «Telefono azzurro». La ragazza ha trovato in casa, incustodito, un telefono cellulare, e ha composto il numero, che le era stato suggerito da una delle sue amiche. La registrazioni della chiamata, con nome, indirizzo e dati, sono state consegnate dall'associazione al commissariato e ai servizi sociali del Comune.
 
La ragazza ha ripetuto tutte le accuse nella sua denuncia: «Volevano che sposassi un nostro cugino del Pakistan anche perché in questo modo lui sarebbe venuto in Italia e avrebbe acquistato il permesso di soggiorno». Un modo per aiutare la famiglia; ma così il sacrificio sarebbe ricaduto tutto sulle spalle della ragazzina. Una volta stipulato il preaccordo matrimoniale, la giovane avrebbe dovuto mantenersi illibata. Secondo quanto ha raccontato Amina, è per questo che i genitori, quasi un anno fa, l'avevano segregata in casa «perché doveva essere preservato l'onore prematrimoniale».
 
Sembra incredibile, ma la famiglia d'origine, a differenza di molti pachistani ormai perfettamente integrati, si era arroccata su un dato di arretratezza culturale che i poliziotti hanno colto subito. Il padre aveva consegnato alla moglie, e a un fratello, gli ordini di custodia: dovevano sorvegliare la 17enne. La ragazza non presenta segni di percosse, ma la denuncia ha fatto scattare l'indagine delle procura minorile per maltrattamenti in famiglia. Amina aveva confidato alle amiche la volontà del padre di fare il matrimonio combinato, e aveva anche spiegato che per i famigliari non era necessario che lei, donna, andasse ancora a scuola in quanto avrebbe avuto un futuro interamente dedicato alle mansioni domestiche. Ora la giovane vive in una struttura protetta.

Roberto Rotondo
19 ottobre 2012 | 13:21

Il prefetto bacchetta il prete anti-roghi «Inaudito, chiama la mia collega "signora"»

Corriere del Mezzogiorno

De Martino infuriato con don Maurizio Patriciello. La sua colpa? Avrebbe mancato di rispetto al prefetto di Caserta


NAPOLI - La scena si è svolta il 18 ottobre scorso. Ospite in prefettura a Napoli è il prete di Caivano don Maurizio Patriciello, noto come il sacerdote anti-roghi tossici. Il parroco esplicita la condizione di assoluto allarme delle terre dell'hinterland partenopeo e casertano infestate da roghi tossici. E lo fa rivolgendosi al prefetto di Napoli De Martino e all'omologo di Caserta, Carmela Pagano. Commette però un errore, giudicato gravissimo: chiama "signora" la dottoressa Pagano e non "prefetto" come vorrebbe il bon ton istituzionale. De Martino vede rosso e redarguisce, in modo palesemente alterato, il reverendo. «Lei chiamerebbe mai "signore" un sindaco? Dov'è il rispetto per le istituzioni?». Poi, nella foga, il prefetto scivola sull'italiano: «Se io la chiamarei 'signore' invece di reverendo, lei che direbbe?».


DON MAURIZIO SI SCUSA - Don Maurizio resta in silenzio, poi si scusa: «Non era mia intenzione mancare di rispetto» e prosegue il suo discorso sull'aumento di tumori e sulle esalazioni da diossina, roba da far accapponare la pelle. Nel corso del piccolo diverbio - ripreso con un cellulare - il commento più efficace si alza dal pubblico: "Signori si nasce" dice un esponente del comitato anti-roghi all'indirizzo del prefetto ferito nell'etichetta.

Redazione online19 ottobre 2012

Israele, Shalit racconta la sua prigionia

Rolla Scolari - Ven, 19/10/2012 - 15:20

In Israele, dove ogni ragazzo appena diplomato passa tre anni nell'esercito, le vicende di Shalit sollevano ancora forti emozioni a un anno esatto dalla sua liberazione

Tel Aviv - In Israele, dove ogni ragazzo appena diplomato passa tre anni nell'esercito, le vicende di Gilad Shalit, 26 anni, il soldato catturato da Hamas nel 2006, sollevano ancora forti emozioni a un anno esatto dalla sua liberazione.


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Nell'anniversario del suo ritorno a casa dopo cinque anni di prigionia, Channel 10, canale israeliano, ha mandato in onda estratti della prima intervista rilasciata dall'ex caporale, oggi sergente maggiore non in servizio. Shalit, che ha cercato finora di mantenersi il più lontano possibile dalla stampa nazionale e internazionale e che nelle poche comparse pubbliche è sembrato fragile e provato dalla lunga detenzione, nell'intervista appare più rilassato. Rivela dettagli della sua prigionia, in cui l'amore per gli scacchi e per il pallone ha reso le relazioni con i suoi sequestratori più facili.

Ricorda i tesi momenti della liberazione, il terrore che qualcosa andasse male all'ultimo momento, e poi il difficile ritorno a casa. Durante la prigionia, la maggiore paura del soldato rapito da miliziani di Hamas, il movimento islamista palestinese che controlla Gaza, è stata quella d'essere dimenticato, di finire, ha detto come Ron Arad. Del pilota israeliano catturato nel Sud del Libano nel 1986 non si conosce ancora oggi la sorte. Avevo «paura d'essere dimenticato, che non avrei avuto più nessuno con cui parlare. Che mi avrebbero fatto sparire», ha detto Shalit.

A Gaza, il soldato Shalit riusciva a tenere il conto dei giorni e delle ore grazie alla chiamata alla preghiera islamica. Per passare il tempo s'inventava giochi. Faceva liste per tenere allenata la memoria, disegnava mappe d'Israele o di Mitzpe Ramon, il villaggio all'estremo Nord, quasi in Libano, in cui vive la sua famiglia, in una bassa villetta immersa nel verde.

Nei cinque anni di detenzione non sono mancati momenti d'interazione con i carcerieri, costruiti attorno a «un minimo comune denominatore»: lo sport, ancora oggi una passione per Shalit, che negli ultimi mesi ha inziato a scrivere articoli sul tema per il maggior quotidiano israeliano, Yedioth Ahronoth. Spesso, Shalit usava calzini o magliette per creare palloni e trasformava il cestino della spazzatura in un cesto da pallacanestro. Altre volte, interagiva con i carcerieri: «Durante la giornata, giocavo con loro: scacchi, domino». «C'erano momenti in cui sorgeva una qualche emozione, una risata, mentre guardavamo una partita o un film».

Il ricordo va a una partita in particolare, quella tra Hapoel Tel Aviv e Lione, quando segnò il centravanti israeliano Eran Zehavi e i carcerieri di Hamas si sorpresero del buon calcio giocato da Israele.
Shalit è stato liberato l'anno scorso in uno scambio di prigionieri tra il governo israeliano e Hamas a Gaza. Ieri, nella Striscia, il movimento islamista ha indetto celebrazioni per la scarcerazione di quei 1.027 detenuti e le Brigate Ezzedine Al Kassam, il suo braccio armato, hanno annunciato l'uscita di un video sull'operazione che portò alla cattura di Shalit.

Dumbo salvato da una buca in Africa

Il Messaggero


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ROMA - La storia è di quelle da cartone animato Disney: un piccolo di elefante cade in una buca d'acqua in una riserva del Kenya e non riesce più a uscirne. Nel video, pubblicato dalla Bbc, i soccorritori dell'Ambroseli Trust devono prima allontanare la madre, spaventata al punto da ostacolare le operazioni. E al di là dell'happy ending, la scena del piccolo Dumbo che corre felice verso la mamma (di nome Zombe) è davvero da film.





Venerdì 19 Ottobre 2012 - 13:33
Ultimo aggiornamento: 13:36

Ciclismo, addio a Fiorenzo Magni

Corriere della sera

Il «terzo uomo» del ciclismo italiano degli anni d'oro vinse tre Giri d'Italia. Stava per compiere 92 anni

Ricordi in bianco e nero: Giro 1953, Magni in azione nella tappa Auronzo di Cadore-Bolzano (Rcs Quotidiani)Ricordi in bianco e nero: Giro 1953, Magni in azione nella tappa Auronzo di Cadore-Bolzano (Rcs Quotidiani)

Il «Leone delle Fiandre» Fiorenzo Magni è morto all'età di 91 anni. Il rivale di Fausto Coppi e Gino Bartali, il «terzo uomo» del grande ciclismo italiano, fu un passista, e discesista, professionista tra il 1940 e il 1956. Dell'epopea degli altri due azzurri vide quasi tutto, compreso il famoso episodio della borraccia, come testimoniò anche a Corriere.it.

LA CARRIERA - Toscano di Vaiano (Prato), si guadagnò il suo soprannome trionfando tre volte consecutive nel Giro delle Fiandre (1949-1951), ma vinse anche tre Giri d'Italia (1948, 1951 e 1955) e arrivò secondo nell'anno del ritiro. Magni tra le altre affermazioni contava anche tre Giri del Piemonte, tre Trofei Baracchi e tre Campionati assoluti, oltre a un secondo posto ai Campionati del mondo del 1951 (preceduto dallo svizzero Ferdi Kubler).

I grandi vincitori del Giro d'Italia
I grandi vincitori del Giro d'Italia I grandi vincitori del Giro d'Italia I grandi vincitori del Giro d'Italia I grandi vincitori del Giro d'Italia I grandi vincitori del Giro d'Italia

DOPO LE CORSE - Fu Commissario tecnico della Nazionale (e nel 1954 creò il sistema di sponsorizzazioni della squadra azzurra), poi presidente dell'Associazione corridori ed infine presidente della Lega del Professionismo. Era presidente della Fondazione del Museo del ciclismo del Ghisallo. Nel 2004 è stato insignito del Collare d'Oro al Merito Sportivo. Personaggio anche fuori dal mondo del ciclismo, non nascose mai le sue simpatie fasciste (aderì alla repubblica di Salò). Fu anche processato, e assolto per amnistia, per una presunta partecipazione alla strage di Valibona nel '44 in cui vennero uccisi alcuni partigiani. Magni avrebbe compito 92 anni il prossimo 7 dicembre.

Video : «La famosa borraccia? Fu Bartali a passarla a Coppi»

Redazione Online19 ottobre 2012 | 10:10

L'America è in Brasile: viaggio a Betim la fabbrica Fiat che batte tutti i record

Il Messaggero

Ad agosto il Lingotto ha consegnato nel paese sudamericano oltre 100 mila veicoli. Lo stabilimento di Betim è operativo dal 1976, ha una capacità di 800 mila unità l'anno che presto sarà portata a 950 mila.

di Giorgio Ursicino


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ROMA - La Wolfsburg del Sudamerica. Betim, lo stabilimento Fiat in Brasile, è il vero rivale di quello Volkswagen in Germania nella corsa all’impianto automobilistico più grande del mondo. Per essere così imponenti le due fabbriche ricalcano lo stessoschema: non sono semplici siti di assemblaggio come le principali realtà del settore, ma autentici poli industriali. A Wolfsburg quasi la metà della popolazione lavora nell’impianto Volkswagen (oltre 50 mila dipendenti) che ospita anche il quartier generale del Gruppo più grande d’Europa e il centro di progettazione (più di 12 mila fra tecnici e ingegneri).

Un'intuizione di Gianni Agnelli.
Betim, nello stato di Minas Gerais, è stato inaugurato nel 1976 da Giovanni Agnelli, ma la presenza dell’azienda italiana nel paese ha radici ben più lontane. Solo 9 anni dopo la nascita della Società (11 luglio 1899), una Fiat guidata dal conte Silvio Alvares Penteado vinse la prima corsa di auto in Brasile. Nel 1930 c’era già un concessionario a San Paolo e nel 1950 fu aperta una sede per l’importazione e la distribuzione dei trattori Fiat. Il primo modello prodotto a Betim fu la 147 (derivava dalla 127 europea) e da allora l’impianto, che attualmente dà lavoro diretto a quasi ventimila dipendenti, ha sfornato oltre 12 milioni di veicoli. La produzione iniziale era tarata per 200 unità l’anno (52 vetture al giorno), lo scorso anno dalle linee sono usciti 754.276 veicoli (una media di 3.200 al giorno).
 
Ma l’espansione non rallenta. Dal 2008 al 2010 sono stati investiti sei miliardi di real per incrementare la capacità da 700 mila a 800 mila unità l’anno, volume che ora sarà alzato a 950 mila, «come aprire una nuova fabbrica» evidenziano con orgoglio gli uomini del Lingotto. Come a Wolfsburg, a Betim si produce tutto e di tutto. Ci sono chiaramente le presse, i robot, gli impianti di verniciatura, la linea finale di montaggio. Ma nell’area c’è anche il centro di sviluppo (oltre mille tecnici), le fonderie della Teksid, l’impianto che produce motori, oltre l’insediamento che ospita i fornitori, fra i quali ha una posizione di primissimo piano la Marelli che in Brasile fornisce impianti di alimentazione adatti a funzionare ad alcol a quasi tutti i costruttori (non mancano i robot della Comau).

Una leadership storica.
Attualmente la gamma Fiat in Brasile è composta da 19 modelli (due arrivano dal Messico, la Freemont e la 500), per un totale di oltre 270 versioni. L’anello di congiunzione fra la grande fabbrica e il mercato sono oltre 570 dealer che operano in tutte le aree del paese. Lo scorso mese di agosto Fiat ha battuto tutti i record: Betim ha prodotto 82 mila veicoli, oltre centomila sono stati venduti ai clienti (ci sono gli stock e l’impianto Iveco di Sete Lagoas), il marchio ha conquistato la notevole quota di mercato del 24,2%. Due modelli della casa italiana occupano il secondo e terzo posto della classifica delle vendite (nuova Uno e nuova Palio), ma è molto famoso anche il pick up Strada che è esportato pure in Europa. Marchionne ha puntato su un’ulteriore espansione: 2,3 milioni di euro sono stati stanziati per realizzare la fabbrica di Parnambuco che dal 2014 darà lavoro a 4.500 addetti e produrrà 250 mila veicoli l’anno.


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Fiat Brasile, nuovo pick up Strada


Fiat Brasile, nuovo pick up Strada


Fiat 500 Brasile


Fiat 500 First Edition

Amanda, l'errore di Anonymous «Lo stalker è un altro: ecco il nome»

Il Mattino

Ancora un colpo di scena nel caso della 15enne suicida. Gli hackers giustizieri accusano una seconda persona

di Francesco Piccinini


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Continuano i colpi di scena sul suicidio di Amanda T., la 15enne canadese che dopo aver subito ricatti e violenze da parte di un pedofilo ha deciso di togliersi la vita, non prima, però, di aver raccontato la propria storia in un commovente video. In un video pubblicato l'altro ieri da Anonymous un membro del gruppo, coperto dalla tipica maschera di Guy Fawkes, ha rivelato l'identità dello stalker che per tre anni avrebbe perseguitato la giovane canadese. Un trentaduenne di New Westminster, un paese a soli 15 km da casa di Amanda. Il gruppo di hacker avrebbe iniziato una vera e propria caccia all'uomo dopo aver visionato in rete le immagini dell'autopsia della ragazza.

Da allora hanno seguito le tracce lasciate sul web dal trentaduenne, i suoi nickname, i siti visitati e infine hanno deciso di rivelarne il nome. Al punto che la polizia canadese ha cominciato a nutrire timori per la sua sicurezza. Il presunto stalker era descritto nel video come "un abominio” e sull’onda dell’emotività erano apparse le prime immagini della sua casa prese da Google Street View e uno screenshot del suo profilo Facebook. Poche ore dopo questa notizia, però, è arrivata la prima smentita da parte della polizia. L’uomo, sebbene indagato in un altro caso di violenza sessuale, sarebbe la persona a cui Amanda si sarebbe rivolta per essere aiutata.

Secondo i poliziotti nordamericani il gruppo di hacker avrebbe puntato il dito contro la persona sbagliata senza un adeguato supporto di prove. Oggi un nuovo colpo di scena sulle colonne del Mirror. L’accusato non solo avrebbe respinto ogni coinvolgimento ma avrebbe incriminato un altro uomo responsabile dello stalking nei confronti della ragazza. Appena la notizia si è diffusa in rete la rete Anonymous ha iniziato la ricerca del secondo sospettato che sarebbe stato individuato in poche ore. Anche in questo caso il gruppo avrebbe pubblicato le informazioni personali con tanto di nome, cognome e indirizzo.

Il primo probabile errore non sembra aver fermato la strategia di Anonymous che, in una lettera inviata all'emittente canadese CTV, aveva voluto precisare: "Generalmente non amiamo avere a che fare con la polizia direttamente ma in questo caso ci siamo sentiti nell'obbligo di utilizzare le nostre capacità per proteggere i minori. Questa è una storia a cui non siamo indifferenti".

Giovedì 18 Ottobre 2012 - 16:18    Ultimo aggiornamento: 16:40

A Bani Walid dove Gheddafi è ancora vivo

La Stampa

La città libica nelle mani dei fedelissimi dell’ex regime
GIOVANNI CERRUTI
INVIATO A MISURATA



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Come un anno fa, proprio lo stesso giorno. Come se Bani Walid fosse ancora la penultima ridotta del Colonnello Gheddafi. «Abbiamo conquistato tutte le posizioni sulle colline, sono circondati, aspettiamo l’ordine da Tripoli», dice Mohammed Abdullah al Ganduz, 36 anni, la divisa mimetica addosso e le ciabatte ai piedi, l’ufficiale che a sera rientra dal fronte. È lontana 140 chilometri la Bani Walid dei «gheddafiani» che ancora esistono e resistono. «Abbiamo registrato le loro telefonate – racconta il militare con i capelli rasati e un filo di barba –. Quelli sono armati, organizzati, pronti a tutto.

Quelli vogliono approfittare della giornata di sabato...». È il 20 ottobre, sabato. Il primo anniversario della cattura e dell’uccisione di Muhammar Gheddafi: i «gheddafiani» cercano vendette, la Libia le teme. Non bastano due ore di macchina per avvicinarsi a Bani Walid, e dal check- point all’uscita di Misurata si passa solo con la scorta armata e il permesso ben in vista, appiccicato al parabrezza. È davvero come un anno fa, il 18 ottobre, quando Bani Walid è stata liberata dai «tuwar», i ribelli delle Brigate. Un via vai di urla, raffiche, pick up carichi di kalashnikov e casse di munizioni, mitragliatrici lucide di grasso, le ambulanze e i medici della Mezzaluna Rossa al seguito.

Un anno fa il Colonnello aveva appena lasciato Bani Walid. Era deserta, quella mattina: spariti i 70 mila abitanti della città dei «Warfalla», la tribù dei 52 clan, un milione di libici, tra i migliori alleati di Gheddafi. Solo «tuwar» arrivati da Misurata, da Bengasi, da Tripoli, i berberi di Jebel Nafusa. Ballavano davanti alla moschea, e di Bani Walid c’era appena Alì, 77 anni, il vecchietto sdentato, vestito solo con un cappottone di lana, che cantava canzoni napoletane imparate a scuola. Ora ne sono tornati 20 mila. Gheddafiani, nostalgici, disperati, mercenari neri rientrati in Libia con falsi permessi di lavoro.

Città simbolo, come un anno fa. Dicevano «Se cade Bani Walid al Colonnello non resta che Sirte ed è in trappola», e così è andata. «Siamo divisi in quattro zone, 6 mila “tuwar” ognuna – spiega Mohammed al Ganduz –. Dobbiamo intervenire al più presto, è stata un’altra giornata di morti, almeno venti, anche una bambina di 4 anni. Bisogna entrare, evitare che da qui o a Sirte passino all’ azione nella giornata di sabato». Sarà per questo, o anche per questo, ma alle sei del pomeriggio arriva l’ordine da Yusuf Magush, il capo di stato maggiore dell’esercito: «Il controllo dello Stato non permette eccezioni, da questo momento può cominciare l’avanzata». E da Tripoli stanno arrivando rinforzi.

Sono almeno 400 i «gheddafiani» di Bani Walid. E tra loro ci sarebbe chi a luglio ha sequestrato e torturato Omran Shaban, il ribelle della brigata «Al Riran» di Misurata, uno dei ragazzi che hanno catturato Gheddafi, nascosto nella periferia di Sirte in un tunnel di cemento. È morto il 25 settembre a Parigi, Omran Shaban. E da quel giorno è cominciato l’assedio a Bani Walid, con tanto di ordini di cattura per «i sospettati della sua morte e di altri crimini di guerra». Ma sono ben armati, i 400 di Bani Walid. Chi è tornato in città è diventato ostaggio. E chi riesce a fuggire si ritrova con la casa bruciata e i parenti arrestati.

Era caduta dopo tre mesi, Bani Walid un anno fa. Allora, che Gheddafi si nascondesse qui, sembrava una leggenda: era vero. E adesso un’altra leggenda vorrebbe qui, protetto dai mercenari e dalle colline, Khamis Gheddafi, uno dei figli, il più temuto, il più violento, il comandante della terribile 32ª Brigata. Sarebbe morto il 29 agosto 2011, sulla strada che scende da Tarhuna, centrato da un bombardamento Nato. «Non abbiamo la prova che sia lì – dice Mohammed al Ganduz –, ma sospetti ne abbiamo. Nelle intercettazioni si parla di un personaggio importante, lo chiamano “07”. E potrebbe, dico potrebbe, essere lui: Khamis».

Da Bani Walid trasmette la tv satellitare «Dardari», che vuol dire Dardanelli. E da Misurata non si perdono un’immagine, una voce: «Mandano messaggi ai “gheddafiani” che stanno fuori, usano un loro codice». Oppure sequenze di bambini uccisi dai tuwar delle Brigate. «Ma abbiamo scoperto che erano video siriani, ripresi da internet». Propaganda, insomma. O dirette dalla piazza della Moschea, dove vecchi, bimbi e mogli, reclamano la libertà dei parenti arrestati e portati in carcere qui a Misurata. «Non hanno fatto niente, restituiteli alla famiglia». Alle otto di sera ecco l’allarme: «Questa notte vogliono occupare le nostre case! Ecco cosa è diventata la nostra Libia!».

Forse è stata davvero l’ultima notte di Bani Walid occupata dai «gheddafiani». Una mediazione l’aveva meditata Mohammed Magarief, il presidente dell’Assemblea Nazionale, il parlamento della Nuova Libia. Era in partenza per Bani Walid, ieri pomeriggio, il convoglio già pronto, le tv allertate «per un importante discorso in serata». E invece niente. Contrordine. A Est della città scontri tra tuwar e «gheddafiani» che volevano entrare a Bani Walid, con venti pick-up carichi di armi e viveri. Un anno fa i vecchi capi della tribù Warfalla li avevano convinti a lasciare la città. Almeno fino a ieri sera no.

E allora: «Avanzate». L’ufficiale con la mimetica addosso e le ciabatte ai piedi ascolta la comunicazione dalla radiolina. È arrivato l’ordine, sta scendendo il buio, deve tornare al fronte, è tornato a Misurata «come portavoce». Prima di andarsene si fa ancora più serio: «Stiamo sventando un colpo di Stato. Quelli si sono infiltrati dappertutto, anche nel governo. Controllano ancora gli investimenti del vecchio regime, mandano armi e soldi dall’Algeria e dall’Egitto. Vogliono dimostrare che la Libia non è sicura, destabilizzare, provocare. E possono ancora contare sui soldati che hanno combattuto contro di noi...».

E domani è sabato, il 20 ottobre. Nessuna celebrazione è prevista. E nemmeno per il martedì 23, primo anniversario della nascita della Nuova Libia. I ribelli di Al Riran non torneranno al tunnel di Sirte, non festeggeranno la cattura, gli insulti, l’uccisione, gli oltraggi al raìs. «Sono tutti al fronte, a cercare gli assassini di Omran». Mohammed al Ganduz dice che è meglio star lontani da Sirte. «Non possiamo garantire nulla, e lo diremo anche in tv. Sappiamo che i “gheddafiani” vogliono mandare dei cecchini attorno a quel tunnel. Per dare la colpa a noi, alla Nuova Libia». Che un anno dopo non ha ancora un governo. E non riesce a liberarsi del fantasma di Gheddafi.

Usa il cellulare per molte ore al giorno e sviluppa tumore all'orecchio, la Cassazione dà ragione al manager malato

La Stampa


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L'uso massiccio del cellulare, per parecchie ore al giorno, e per un lungo periodo di anni, può avere «un ruolo almeno concausale» nella genesi di alcuni tumori dei nervi cranici. Lo sottolinea la Cassazione che ha dato torto all'Inail che non voleva riconoscere il rischio "lavorativo" - e il conseguente diritto alla pensione per malattia professionale - per l'uso del telefonino e del cordless. Inoltre la Suprema Corte ha riconosciuto la «maggiore attendibilità» degli studi epidemiologici indipendenti rispetto a quelli «cofinanziati dalle stesse ditte produttrici di cellulari».

Con questa decisione - sentenza 17438 della Sezione lavoro - la Suprema Corte ha respinto il ricorso con il quale l'Inail contestava il diritto alla rendita per malattia professionale, con invalidità dell'80%, riconosciuto dalla Corte di Appello di Brescia a favore di Innocente M., un manager che per dodici anni, per cinque-sei ore al giorno, aveva usato - per motivi di lavoro - il telefonino o il cordless sviluppando una grave patologia tumorale all'orecchio sinistro dove appoggiava il cellulare.

Nonostante le terapie, anche chirurgiche, il manager aveva riportato «esiti assolutamente severi». In primo grado, non era stata riconosciuta la `colpevolezza´ del telefonino, mentre in secondo grado il verdetto era stato ribaltato. Senza successo, l'Inail ha provato a contestare - sostenendo che non erano suffragati dal giudizio di affidabilità della «comunità scientifica» - gli studi sul rischio dell'uso intensivo dei cellulari sui quali si era basata la consulenza tecnica del manager. La Cassazione ha replicato che gli studi indipendenti condotti dal gruppo `Hardell´, tra il 2005 e il 2009, che hanno evidenziato un maggiore rischio di insorgenza di neoplasie negli utilizzatori `forti´ di telefonia mobile, sono, correttamente, stati considerati di «maggiore attendibilità» dai giudici dell'appello, «stante la loro posizione di indipendenza, ossia per non essere stati cofinanziati, a differenza di altri, anche dalle stesse ditte produttrici di cellulari».

L'Inail, invece, insisteva affinchè - prima di riconoscere la nocività del telefonino - si aspettasse l'esito dello studio epidemiologico internazionale `Interphone´ coordinato dall'Agenzia internazionale di ricerca sul cancro dell'Oms e finanziato dall'Unione Europea e dai produttori di telefonini. 

Per l'islam l'odio anti cristiano è legge

Gian Micalessin - Ven, 19/10/2012 - 08:38
La persecuzione dei cristiani può sembrare un concetto datato, memoria di secoli ed epoche andate.





O un concetto di parte. Soprattutto se a parlarne è un'organizzazione cattolica. Soprattutto se a venir messi sotto accusa sono i paesi islamici. Ma i numeri non sono opinioni. E neppure i fatti. Su numeri, dati e fatti, raccolti in 196 paesi, si basa il «Rapporto sulla Libertà religiosa nel mondo». Secondo il dossier, realizzato dall'«Aiuto alla Chiesa che soffre», un'organizzazione di Diritto pontificio, i cristiani restano la comunità più esposta a discriminazioni e persecuzioni.

«Per quanto non siamo l'unico gruppo religioso a dover pagare il prezzo della propria fede - spiega il documento - le diverse denominazioni cristiane sono quelle che oggi soffrono maggiormente a causa di limitazioni alla libertà religiosa». Molte nazioni islamiche confermano la sinistra fama di angoli bui della libertà religiosa. Arabia Saudita e Pakistan, per citare due paesi relegati agli ultimi posti della classifica, emergono come luoghi di sopraffazione e discriminazione. Luoghi dove il credo dominante minaccia i diritti dei cristiani e quelli di tutte le altre minoranze confessionali.

«I cristiani restano il gruppo religioso più discriminato nel mondo visto che il 75% dei casi concernenti la libertà religiosa finisce con il riguardarli - sottolinea Marc Fromage, direttore della sezione francese della “Chiesa che Soffre”». «Su 131 paesi di cultura cristiana - ribadisce Fromage - non ne esiste uno solo in cui la legislazione sulla libertà religiosa lasci a desiderare. In cambio su 49 paesi di cultura musulmana almeno 17 non tollerano altre religioni e impongono un controllo forzato a cristiani e non musulmani, 19 riconoscono teoricamente la libertà religiosa, ma non l'applicano in pratica». Per capire il senso di queste affermazioni basta leggersi le schede dedicate a questi due angoli bui. «Gli arresti e le irruzioni della polizia nelle case cristiane durante gli incontri di preghiera - riferisce la sezione sull'Arabia Saudita - sono all'ordine del giorno. Nel marzo 2012 una fatwa del Gran Muftì dell'Arabia Saudita, indicava come necessaria la distruzione di tutte le chiese nella Penisola arabica».

La fotografia offerta dalla “Chiesa che Soffre” diventa ancora più preoccupante se si leggono le traduzioni di alcuni passi tratti dai libri di testo delle scuole pubbliche saudite. «Ebrei e cristiani sono nemici dei credenti e non possono avere l'approvazione dei musulmani» - raccomanda un libro per gli studenti delle superiori pubblicato dal Ministero dell'Istruzione di Riad. «Le scimmie sono gli ebrei, il popolo del Sabbah, i suini sono i cristiani, gli infedeli della comunione di Gesù» - insegna un altro libro di terza media saudita. L'istigazione all'odio contro gli esponenti delle altre comunità religiose trova piena realizzazione in Pakistan. Lì a gennaio viene assassinato il governatore del Punjab, Salman Taseer. La sua unica colpa è aver fatto visita in carcere ad Asia Bibi, una cristiana accusata di aver offeso Maometto e condannata a morte in base alla legge sulla blasfemia. La legge «nera» sulla blasfemia solo nel 2011 porta 161 persone davanti al giudice.

Ma quella legge non limita i suoi effetti all'aula dei tribunali. Almeno nove esecuzioni sommarie ed extra giudiziali vengono portate a compimento ispirandosi e traendo giustificazione da quella legge. In quella stessa cornice di violenza e fanatismo s'inserisce l'uccisione di Shahbaz Bhatti, il ministro per le Minoranze, di fede cattolica ucciso il due marzo scorso. A tutto ciò s'aggiungono gli attacchi indiscriminati contro i non cristiani. «Ogni anno scrive il rapporto - circa 700 ragazze cristiane e almeno 250 indù vengono rapite, stuprate e costrette a convertirsi». La propagazione e la radicalizzazione dell'islam nei Balcani inizia a creare situazioni preoccupanti anche in Europa. In alcune aree della Bosnia-Erzegovina «gli ingenti investimenti compiuti da Stati come l'Iran e l'Arabia Saudita» stanno dando vita a comunità islamiche sempre più fanatiche. «In Albania - stando al rapporto - intimorisce la diffusione di un Islam più intollerante, rappresentato da giovani imam formati in Turchia e in Arabia Saudita».

Niente link se Parigi ci tassa». Google contro i gironali online

Corriere della sera

I motori di ricerca potrebbero presto pagare una tassa sui contenuti che indicizzano nelle loro sezioni di news

La Francia vuole tassare i motori di ricerca. Ogni volta che gli utenti cliccano un link a un sito di notizie, partendo da un motore di ricerca, scatta l’imposta. Google non ci sta e ora minaccia: se la legge passa, i media francesi non saranno più presenti nei risultati di ricerca.

BATTAGLIA APERTA - E’ una questione annosa e delicata: da una parte gli editori, dall’altra i colosso Google. Il progetto di legge del governo di Parigi prevede che i motori di ricerca paghino il diritto d'autore agli organi d'informazione francesi in caso di visualizzazione dei loro titoli sui siti web. Ora Mountain View passa al contrattacco: Google è pronta a bloccare tutti i link ai siti delle testate d'oltralpe se il governo dovesse implementare la proposta di legge, voluta a settembre dagli editori nazionali e sostenuta dal ministro della Cultura, Aurélie Filippetti. E' quanto si apprende da una lettera inviata dalla società californiana a diversi uffici del governo transalpino e ottenuta dall'agenzia Afp. Nella lettera Google afferma di «non poter accettare» una misura del genere e che, «come conseguenza costringerà a non dare più riferimenti verso i siti francesi».


«ESISTENZA» - C’è di più: la compagnia creata 15 anni fa da Larry Page e Sergey Brin ha affermato che una simile normativa «metterebbe a repentaglio la stessa esistenza di Google», il quale «ridirige quattro miliardi di click sulle pagine internet dei media francesi». La vicenda è solo un capitolo della lunga disputa legale tra le testate online e Google, che trae ingenti introiti pubblicitari dalla ricerca di notizie su internet. Ed è proprio su questo punto che si gioca la battaglia, in quanto i ricavi che le testate online traggono dalla pubblicità sono calati in modo inversamente proporzionale alla crescita di quelli di Google, mentre i lettori dei quotidiani telematici continuano, salvo in rari casi, a disdegnare la sottoscrizione di un abbonamento data la grande disponibilità di informazioni gratis in rete.

«PROVVEDIMENTO IMPORTANTE» - I principali quotidiani transalpini hanno quindi chiesto al governo di intervenire. A loro favore si è subito schierato il ministro della Cultura, Filippetti, che questa settimana, nel corso di un'audizione parlamentare, si è detta favorevole a un provvedimento che «sarebbe importante portare avanti». La divisione francese di Google aveva replicato che una simile legge «danneggerebbe internet, i navigatori e i siti di notizie che beneficiano di un traffico sostanzioso» proprio grazie a Google.

IL CASO IN GERMANIA - La disputa interessa e viene discussa anche in altri Paesi europei, tra cui in Italia. In Germania, il governo aveva approvato a fine agosto un controverso progetto di legge che prevede, appunto, che i motori di ricerca paghino nel caso di indicizzazione dei contenuti altrui. Anche in questo caso Mountain View ha protestato duramente. Per gli editori tedeschi sarebbe «una misura giusta ed equilibrata». Deciderà il Bundestag.


Redazione Online18 ottobre 2012 | 20:04

Il gioco d'azzardo di Fini: lo strano legame col latitante

Libero

Le nuove carte sulla casa di Montecarlo svelano legami oscuri tra Elisabetta e Giancarlo Tulliani con un ricercato con società di slot machine nei paradisi fiscali


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"L’imprenditore che aveva nel suo studio copia dei passaporti di Elisabetta e Giancarlo Tulliani e tutta la documentazione utile per aprire nel 2008 la loro società immobiliare nell’isola di St. Lucia è oggi un ricercato dell’Interpol grazie a un mandato di cattura internazionale emesso dalla procura di Milano. Francesco Corallo, proprietario del gruppo Bplus Giocolegale ltd (un tempo Atlantis World), dovrebbe essere arrestato secondo il gip milanese Cristina di Censo per il reato di associazione a delinquere e corruzione che sarebbe emerso nell’indagine sulla Banca popolare di Milano per un prestito da 148 milioni ottenuto in modo anomalo e senza le dovute garanzie.

I magistrati ipotizzano anche un’operazione di riciclaggio legata alle subconcessioni che il gruppo di Corallo avrebbe dato ad aziende della ‘ndrangheta appartenenti a Giulio Giuseppe Lampada, proprio il capo della cosca che sta travolgendo la classe politica in Lombardia", spiega il vicedirettore di Libero, Franco Bechis, su Libero in edicola oggi. Gianfranco Fini, uno scandalo vivente: Corallo, l'uomo a cui si appoggiarono la convivente e il cognato di Gianfranco è in questo momento irreperibile per la giustizia italiana.

Tra le magagne di Gianfranco - che nemmeno dopo le nuove prove della svendita della casa di Montecarlo a Tulliani vuole lasciare la presidenza di Gianfranco - ora si deve annoverare anche questa relazione pericolosa, pericolosissima. Le nuove carte sulla casa mongeasca svelano infatti legami oscuri tra la compagna e il "cognato" di Fini e un latitante con società di slot machine nei paradisi fiscali.

Inoltre le coincidenze che legano il presidente della Camera e il ricercato (che aveva la copia dei documenti di Elisabetta) sono inccredibili: per esempio, quando Fini chiese e ottenne la testa di Tremonti (all'epoca della prima parentesi di Giulio al governo con Berlusconi), lo stesso Corallo ottenne la concessione che lo fece diventare il re dei videopoler in Italia. Ma Gianfranco rifiuta di dare spiegazioni e fa il pesce in barile: "Non c'è nessuna novità, non lascio la poltrona".

Ma per i segugi di «Repubblica» Montecarlo non vale una notizia

Andrea Cuomo - Ven, 19/10/2012 - 08:23

Lo strano silenzio del quotidiano di Ezio Mauro: è l'unico a ignorare lo scoop dell'Espresso. Eppure anche il settimanale appartiene al gruppo De Benedetti

La notizia è che per Repubblica le novità sul caso della casa a Montecarlo non sono una notizia.


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Ieri il quotidiano di largo Fochetti è stato l'unico a non dedicare nemmeno una riga alla vicenda che rende le dimissioni da presidente della Camera di Gianfranco Fini un atto necessario di coerenza. Oltre ai cattivoni del giornale che state sfogliando, che l'affaire come è ben noto l'hanno scoperto e reso noto e che per questo da oltre due anni sopportano le accuse di dossieraggio, killeraggio mediatico, utilizzo di metodi variamente battezzati (qualcuno li definì addirittura «goebbelsiani» dando mostra se non altro di un certo talento per l'aggettivazione a effetto), tutti hanno dato più o meno spazio a quella che era indubbiamente una notizia di rilievo.

E se Libero, che come il Giornale ha aperto sulla questione del quartierino di boulevard Princesse Charlotte, è comunque liquidato come quotidiano di area berlusconiana, e quindi «nemico» giurato di Fini, gli altri si sono limitati a fare il loro lavoro applicando la regola: è una notizia, la pubblico. Il Corriere della Sera e la Stampa gli hanno dedicato l'apertura di pagina 15, il Fatto Quotidiano il titolo di apertura («Casa di Montecarlo, ora Fini è nei guai»), il Tempo pagina 9, mentre al Messaggero è bastato un riquadro a pagina 9 per evitare quello che in gergo giornalistico si chiama «buco». Rimasto esclusiva di Repubblica.

Eppure la notizia stavolta non esce dal bagagliaio della «macchina del fango», ma da un settimanale che di Repubblica è cugino, l'Espresso. I due giornali appartengono allo stesso gruppo, ma evidentemente più delle sinergie possono le convenienze politiche. O forse, sforzandoci di essere buoni, possiamo ipotizzare un soprassalto di orgoglio: ammettere di avere sbagliato in largo Fochetti (ma siamo onesti: in nessuna redazione) è cosa che non si fa volentieri. Poi, siccome il bavaglio alle notizie dura poco, ieri su repubblica.it la notizia magicamente riappare, anche se non nella parte alta del sito, sotto il titolo «Fini, nuove carte sulla casa di Montecarlo. L'acquirente era un fiduciario di Tulliani». Cliccando si finisce sulle pagine web dell'Espresso. C'è pure la possibilità di gustarsi di nuovo il videomessaggio che Fini diffuse il 25 settembre 2010, quello dell'ipse dixit: «Se la casa di Montecarlo è davvero di Tulliani mi dimetto».

Una tardiva resipiscenza che non cancella un silenzio che colpisce ma non sorprende. Nei giorni caldi dell'agosto 2010, quando lo scandalo monegasco montava e dal nostro giornale tracimava su tutti gli altri, Repubblica era l'unica testata a trattare distrattamente la faccenda, in modo certo assai diverso dalla fame con cui appena pochi mesi prima aveva spolpato un'altra faccenduola immobiliare, quella della casa di Claudio Scajola al Colosseo. Allora ogni giorno erano ettari di articoli, fotografie, visure, piantine, perizie, citofonate, testimonianze. Ma in quel caso trattavasi di un ministro Pdl, in questo di un oppositore interno a Berlusconi. Due case, due misure.

Il fatto è che in quei mesi stava maturando un'importante svolta politica e quindi giornalistica. Gianfranco Fini da post fascista stava diventando l'eroe di una sinistra a corto di eroismo home made. Così Repubblica si offrì come megafono di comodo al presidente della Camera. Dal gennaio 2011 a oggi non si contano le interviste-lenzuolo al presidente di Montecitorio: la prima il 12 gennaio 2011, poi il 24 luglio 2011, il 27 gennaio 2012 (videointervista su repubblica.it), il 17 aprile 2012, il 27 agosto 2012 e, da ultimo, il videoforum con i lettori di repubblica.it del 4 ottobre 2012. È proprio vero: non c'è amico più caro del nemico del tuo nemico.

Ipnosi, perché alcuni non vanno in trance

Corriere della sera

La capacità di essere ipnotizzati non dipende da tratti caratteriali ma da specificità cerebrali


Ad alcuni bastano pochi minuti per cadere in trance, certe persone invece paiono del tutto refrattarie all'ipnosi. Perché? La risposta sembra da cercare non nei tratti del carattere, come alcuni sostengono, ma nelle caratteristiche del cervello: stando a un gruppo di ricercatori dell'università californiana di Stanford alcuni network neuronali sono più interconnessi del solito in chi viene ipnotizzato facilmente.

NETWORK – I medici per il loro esperimento hanno coinvolto 12 adulti ipnotizzabili e 12 «refrattari», sottoponendoli a risonanze magnetiche funzionali e strutturali per valutare l'attività di tre reti cerebrali: il network «di default», che il cervello usa quando è a riposo; il network del controllo esecutivo, che ci aiuta a prendere le decisioni; il network «della salienza» che serve per decidere che cosa è più importante per noi di volta in volta. I risultati, pubblicati sugli Archives of General Psychiatry sono stati così chiari da sorprendere perfino David Spiegel, lo psichiatra che ha condotto la ricerca:

«Il cervello è complesso, le persone lo sono: è stupefacente aver trovato una "firma" tanto chiara della capacità di essere ipnotizzati – dice Spiegel –. Infatti, mentre fra i due gruppi non ci sono differenze nell'attivazione del network "di base", i soggetti ben ipnotizzabili manifestano una maggiore attivazione di entrambe le altre reti neurali. Nello specifico la corteccia prefrontale dorsolaterale, una regione deputata al controllo esecutivo, si "accende" insieme alla corteccia cingolata anteriore che fa parte del circuito della "salienza"; in chi non è ipnotizzabile queste aree sono invece poco connesse»
.
TRANCE – Morale, l'ipnotizzabilità ha poco a che fare con il carattere e molto, invece, con la cognitività e con specifici tratti neurali: un'alterazione delle connessioni fra i circuiti del controllo esecutivo e della salienza può portare a una maggiore suscettibilità all'ipnosi, che evidentemente lavora modulando l'attività di regioni correlate all'attenzione. Dati che confermano ricerche precedenti, secondo cui l'ipnosi agisce proprio «accendendo» o »spegnendo» specifiche aree de cervello.

«Nella mia esperienza circa un quarto delle persone non è sensibile all'ipnosi – osserva Spiegel –. La trance è una condizione in cui la persona sperimenta uno stato di intensa focalizzazione e concentrazione e viene utilizzata in clinica perché può aiutare ad avere maggiore controllo sulle emozioni e i comportamenti: per questo viene usata per la gestione del dolore, dello stress, dell'ansia e per combattere le fobie. Iniziare a capire come funziona un cervello ipnotizzabile può aiutarci a sfruttare meglio e più a fondo le possibilità terapeutiche offerte dall'ipnosi; adesso vogliamo esaminare con la risonanza magnetica funzionale i soggetti mentre sono in trance, per capire ancora meglio come e se le relazioni fra network neurali si modifichino durante lo stato ipnotico», conclude lo psichiatra.


Elena Meli
19 ottobre 2012 | 10:36

La guerra dei Neoborbonici su Fenestrelle: fu massacro o invenzione

Corriere del Mezzogiorno

Sulla strage dell’800 nella fortezza piemontese il movimento sfida «a duello» Laterza e lo storico Barbero


La fortezza di Fenestrelle La fortezza di Fenestrelle

C'è da restar basiti! Mentre si susseguono i bollettini «della guerra» economica in corso e mentre il Mezzogiorno più di altre aree soffre e stringe la cinghia, c'è chi propone di incrociare i «ferri», ideologici o storici, sostenendo le ragioni del Sud borbonico negletto e «criminalizzato» dalla saggistica odierna. E sì, il libro di Alessandro Barbero edito da Laterza, I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle, non è passato inosservato. Dopo gli attacchi violenti e anche volgari arrivati via web ad un'ora dalla comparsa del tomo sugli scaffali delle librerie («un cumulo di menzogne», «una mistificazione! E' come far scrivere la storia di Auschwitz a Goebbels») e dopo il rinfocolarsi delle polemiche in seguito alla recensione di Corrado Stajano per il Corriere della Sera, il colpo di scena: sfidiamoci, dicono i neoborbonici a Barbero.
 
SI TORNA ALL’ATTACCO - E' questa anche una replica all'editore Giuseppe Laterza, il quale - attraverso il nostro giornale - non solo ha raccontato la genesi del libro (ai margini delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia), ma ha anche chiosato gli attacchi allo storico piemontese definito un razzista, derubricandoli a forme di leghismo rovesciato. Non l'avesse mai fatto! Prese carta e penna (si fa per dire), i neoborbonici sono tornati all'attacco per sfidare a duello - verbale - Barbero e Laterza.

E il guanto è stato raccolto: «Il professore è a Parigi per presentare il suo libro Lepanto. La battaglia dei tre imperi ma è pronto al confronto - afferma l'editore - e lo siamo anche noi. Potevamo lasciar perdere tutto e invece non vogliamo affatto sottovalutare chi è portatore di pregiudizi rovesciati, chi è alfiere di quella che può essere definita subcultura: preferiamo discutere apertamente e pubblicamente, coinvolgendo anche storici importanti, perché ci sembra utile. E un po' anche divertente».
 
NEOBORBONICI E LEGHISTI - La sfida è stata lanciata con questo messaggio: «Il professor Barbero ha affermato di avere finalmente riportato la verità sui fatti di Fenestrelle e, nello stesso tempo, ha utilizzato una terminologia offensiva e del tutto inappropriata in un contesto da dibattito storiografico definendo i "neoborbonici" artefici di "strumentalizzazioni non si sa quanto in buona fede", con "invenzioni a uso e consumo delle passioni e degli interessi del presente" mescolando citazioni dal "mare magnum" di internet, fonti archivistiche, passi della Civiltà Cattolica (la rivista dei Gesuiti prima artefice delle "menzogne") e brani dei (documentati) testi di Del Boca, Izzo,

Di Fiore o Aprile ("spudorate reinvenzioni", "furibonde mistificazioni" con libri "incredibilmente pubblicati da case editrici nazionali" fino addirittura all'affermazione che chiude lo stesso libro con l'invito a non "stravolgere il proprio passato per fini immondi" a p. 316). E se per l'editore Laterza i commenti qui pubblicati rappresentano "la deriva neoborbonica, altra faccia della medaglia leghista" (ma nessuno ha mai visto un "neoborbonico" candidato da circa… 150 anni), questo "stile" di Barbero, a quale deriva si potrebbe collegare e quali reazioni poteva suscitare?».
 
DIBATTITO DECENNALE - Già, quali? Eccole: «Il Movimento neoborbonico ha inviato al professor Barbero una richiesta di sfida/dibattito (interventi alterni di 3 minuti con clessidra, possibilità di utilizzare "testimoni" e documentazione, luogo e ora da definire) dopo quanto sostenuto nel testo e nei suoi recenti interventi». Tutto questo perché la questione di Fenestrelle - per chi non lo conoscesse: è un piccolo Comune incassato tra i verdissimi monti piemontesi, lungo il fiume Chisone - e dei soldati borbonici che, sconfitti a Capua, furono portati nel forte dopo aver rifiutato l'arruolamento nelle vittoriose truppe savoiarde, è ancora «al centro delle decennali ricerche» dei neoborbonici, i quali custodiscono anche «documenti inediti e ignorati da Barbero».
 
VINCITORI E VINTI - Sarà, ma basta scorrere le due pagine dedicate alla bibliografia, dove vengono citati 27 testi, per capire che la tesi dello storico ha comunque solide basi, rafforzate anche dallo studio di documenti conservati a Fenestrelle, dove non morirono 8000 giovani, dove non furono sterminati 40mila ragazzi - come sostenuto durante una cerimonia ai piedi del forte - ma certamente si manifestò anche drammaticamente «l'alterigia dei vincitori… espressione spesso di culture allora assai lontane tra loro, aggravata anche dai giornali clericali che soffiavano sul fuoco», scrive Stajano. Insomma, sarà tenzone storica, mentre Beppe Grillo, in un certo senso nel solco dei neoborbonici, suggerisce alla Sicilia di staccarsi dalla Penisola, cioè dal resto dell'Italia.

Rosanna Lampugnani
18 ottobre 2012





Il mito del «lager dei Savoia»

Lo sterminio dei militari napoletani è un'invenzione dei neoborbonici

Pochi o forse nessuno, in occasione delle celebrazioni per i centocinquant'anni dell'Unità d'Italia, ha scritto o parlato di quel che fu l'esercito borbonico: centomila uomini bene organizzati, con corpi famosi, la guardia reale, i dragoni, i lancieri, le batterie a cavallo, i reggimenti di granatieri, quelli degli ussari.

Si ironizzò molto, dopo l'Unità, sull'«esercito di Franceschiello», dileggiato, oggetto di sarcasmi, ma la verità è differente, l'esercito borbonico disponeva di un'ottima organizzazione logistica, possedeva tra l'altro un'artiglieria e un'arma del genio di buon livello. Si battè con coraggio sui campi di battaglia d'Europa, con le armate napoleoniche, a Curtatone e Montanara nel 1848, nell'assedio di Venezia l'anno dopo.

Scrisse cavallerescamente dei soldati borbonici un ufficiale di Stato maggiore dell'esercito italiano, di famiglia sardo-piemontese, Tommaso Argiolas, in un vecchio libro (1970) assai documentato, Storia dell'esercito borbonico (Edizioni Scientifiche italiane): «Era nei disegni del destino, nel processo ineluttabile della unificazione nazionale, che esso scomparisse. La sua agonia fu breve ma convulsa. (...) La ragione di ogni successo o di ogni sua disfatta è da ricercarsi unicamente nei capi che lo guidavano». Generali inetti. Un re, Francesco II, inadeguato e senza carattere.

Alessandro Barbero «I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle» (Laterza, pp.369 € 18)Alessandro Barbero «I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle» (Laterza, pp.369 € 18)

Questo nuovo libro che esce da Laterza, I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle di Alessandro Barbero, professore di Storia medievale all'Università del Piemonte Orientale, romanziere (ha vinto nel 1996 il premio Strega con Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, Mondadori) non si propone di analizzare la struttura dell'esercito borbonico e i suoi caratteri ma di raccontarne la disfatta dopo il 1860. Lo sfacelo dell'esercito borbonico fu un 8 settembre 1943 ante litteram. Il libro non offre un'analisi storica complessiva, indulge soprattutto alla statistica e all'archivistica. Ricco di notizie, è spesso interessante, più che per le vicende personali dei soldati borbonici, seguite con una minuzia eccessiva, perché riesce a far capire come furono gravi i problemi che si presentarono al governo di Cavour.

La confusione fu grande. I soldati e gli ufficiali borbonici avevano diritto alle garanzie dovute ai prigionieri di guerra. Ma la decisione del governo di Torino era di arruolarli subito nell'esercito italiano. Non tutti furono d'accordo e si appellarono al giuramento prestato al loro re. I conflitti furono aspri, indicatori dell'alterigia dei vincitori, espressione spesso di culture allora assai lontane tra loro e di un'idea soltanto formale dell'unità tra italiani del Nord e del Sud.

La lettera del generale Alfonso La Marmora a Cavour, il 18 novembre 1860, può fare da cruda testimonianza: «Non ti devo lasciare ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1.600 che si trovano a Milano, non arriveranno a 100 quelli che acconsentiranno a prender servizio. Sono tutti coperti di rogne e di vermina, moltissimi affetti da mal d'occhi o da mal venereo, e quel che è più, dimostrano avversione a prendere da noi servizio. (...) Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia».

I reazionari di ogni specie, in particolare gli ambienti clericali, fomentavano lo scontro contro il Regno d'Italia. «La Civiltà Cattolica», la rivista dei gesuiti, come sottolinea l'autore, era in prima fila nello scrivere menzogne: «Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e in Lombardia, si ebbe ricorso a uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli appena coperti da cenci di tela e rifiniti di fame furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d'altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima caldo e dolce come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo Re».

Un'immagine del fornte di Finestrelle, in Val Chisone (provincia di Torino), dove furono rinchiusi per poco tempo 1.200 prigionieri di guerra e in seguito centinaia di disertori e insubordinati (www.fortedifinestrelle.com)Un'immagine del fornte di Finestrelle, in Val Chisone (provincia di Torino), dove furono rinchiusi per poco tempo 1.200 prigionieri di guerra e in seguito centinaia di disertori e insubordinati (www.fortedifinestrelle.com)

Di continuo, poi, affioravano problemi umani e politici. I siciliani detestavano i soldati borbonici per l'attività repressiva usata in passato; i siciliani e i calabresi erano caratterialmente come i cani e i gatti; i siciliani non avevano mai perdonato ai napoletani la loro caduta di prestigio quando il re si trasferì con la corte a Napoli. E non erano per nulla graditi gli ufficiali garibaldini, dal generale Bixio in giù, entrati nel regio esercito.

Quasi sessantamila soldati furono in ogni modo arruolati; non pochi finirono nelle 400 bande del brigantaggio; gli sbandati a San Maurizio Canavese; i ribelli - 260 - nella fortezza di Fenestrelle, in val Chisone, nel corpo dei Cacciatori Franchi, quelli che probabilmente diventeranno i battaglioni di disciplina. Qui scoppiò un caso di cui ancora oggi si parla: la fortezza qualche anno fa è stata paragonata dai dissennati nostalgici neoborbonici persino al lager di Auschwitz.

Il famoso complotto di Fenestrelle: si disse di dieci soldati di origine meridionale che si erano ammutinati, decisi a impadronirsi della fortezza, con il proposito di occupare, chissà come, il Piemonte e di marciare poi sulla capitale. I giornali clericali soffiarono sul fuoco, «La civiltà Cattolica» scrisse del pericolo «di vedere la bandiera di Francesco II sventolare sulla torre del Palazzo Madama».

Finì tutto in una bolla di sapone. Barbero documenta le diverse fasi dell'inchiesta della magistratura militare e civile. Non ci furono morti e feriti e neppure saccheggi. Il 7 gennaio 1862 il Tribunale di Pinerolo assolse tutti gli imputati e li rinviò ai loro corpi militari.

Una congiura inesistente, forse appena pensata. E questo rende ancora più gravi le strumentalizzazioni e le falsificazioni degli assatanati neoborbonici di oggi. E non soltanto le loro.


Corrado Stajano
11 ottobre 2012 | 16:08

Minori al lavoro nella fabbrica della Wii

Corriere della sera

Bambini usati per produrre giochi. La Nintendo: «Stiamo investigando», la Foxconn: «Solo stagisti»

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Quando dei minorenni vengono usati per testare e produrre giochi per altri bambini. È successo nel 1996, quando la foto di un bambino pakistano che cuciva un pallone della Nike fece il giro del mondo diventando il simbolo del movimento no global. E succede ancora alla Foxconn, nella fabbrica di Yantai, dove - è notizia di mercoledì - hanno lavorato per più di tre settimane 56 minori di 16 anni, assunti come stagisti. E ciò che rende ancora più inquietante la scoperta della ong China Labor Watch è che proprio in quella fabbrica venga testata e assemblata la Nintendo Wii U, piattaforma di videogame destinata proprio ai teenager.

TUTTI SENZA MACCHIA - La Nintendo in comunicato ha fatto sapere di star investigando sull'accaduto e ha fatto sapere che «la policy aziendale è rispettare le leggi che vietano lo sfruttamento del lavoro minorile in tutte le fabbriche dove vengono assemblati prodotti con il marchio Nintendo. Foxconn inclusa». Ma secondo il sito americano Techcrunch, non ci sono dubbi: in quello stabilimento la Wii è in fase di test. D'altro canto la Foxconn già nei giorni scorsi aveva chiesto scusa per aver violato la legge cinese che vieta il lavoro minorile sotto i 16 anni. Cupertino nel frattempo si è affrettata a far sapere che nella fabbrica «incriminata», quella di Yantai, non vengono assemblati prodotti Apple.

Insomma, come sempre, tutti cercano di uscirne senza macchie. Peccato che la denuncia di “stage illegali” (gli studenti sono costretti ad abbandonare gli studi per andare in fabbrica pena la bocciatura) era già avvenuta a maggio di quest’anno, quando un report della Students and Scholars Against Corporate Misbehaviour aveva messo in luce il regime militaristico delle fabbriche e l’utilizzo degli studenti in formazione come operai nelle fabbriche Foxconn sparse sul territorio cinese.

IL DIBATTITO PRESIDENZIALE - Insomma dal 2005 ad oggi dello sfruttamento degli operai nelle fabbriche dove si producono cellulari, pc, smartphone, tablet e piattaforme di ogni tipo, si parla ormai sempre di più. Tanto che l'argomento è stato affrontato anche da Obama e Romney durante l'ultimo dibattito elettorale. La domanda rivolta ai candidati è stata semplice: se sappiamo che le aziende cinesi usate da quelle americane per la produzione di alcuni ritrovati tecnologici, violano i diritti umani, possiamo convincere le aziende americane a tornare in patria?

Romney ha provato a farne una questione di relazioni commerciali con la Cina e ribadendo che l’America può competere anche con la Cina per la produzione di ritrovati tecnologici a patto che la competizione sia basata su regole condivise. Obama, invece ha detto che le attività manifatturiere di basso costo possono anche essere delocalizzate dalle aziende americane, ma è importante invece concentrarsi su innovazione e ricerca negli States. Ma nessuno dei due ha voluto spingersi oltre. E nessuno dei due ha denunciato la costante violazione dei diritti dei lavoratori, minorenni e non. Il tutto mentre Pechino fa della repressione dei diritti dei lavoratori una parte sistematica della politica dello stato.

Marta Serafini
@martaserafini18 ottobre 2012 | 16:57

Vicenza, ganasce al pulmino per disabili Un imprenditore accusa Equitalia

La Stampa

Ha vinto un appalto con l’Asl per portare i ragazzi in carrozzina fino all’ospedale, ma il mezzo è stato bloccato dall’agenzia di riscossione



alessio schiesari


C’era una volta il ricco nord est. Un ricordo sfocato perché, dall’inizio della crisi, il numero di piccole aziende in crisi è aumentato esponenzialmente anche in Veneto. E, quando i conti vanno in rosso, puntualmente cominciano le pendenze con Equitalia. Cartelle esattoriali, pignoramenti e fermi amministrativi. Il fatto però che le ganasce siano applicate a un pulmino per il trasporto dei disabili fa un certo effetto, soprattutto se il mezzo serve a trasportare dei ragazzi in carrozzina per conto dell’Usl 5 di Valdagno. La denuncia arriva da Moreno Dal Pian, un imprenditore di autotrasporti di trasporti a Sovizzo, nel vicentino, che da qualche mese ha vinto una gara d’appalto con l’azienda sanitaria ma non può effettuare il trasporto perché l’unico mezzo attrezzato per la mobilità dei disabili è stato bloccato con un fermo amministrativo. E i ragazzi con difficoltà motorie rischiano di restare a piedi. 

Dal Pian ha con Equitalia un debito importante, tra tasse non pagate e interessi circa 200mila euro. Non è però un evasore: «Io lavoro con gli enti locali e ho sempre dichiarato tutto, fino all’ultimo centesimo. Il problema è che due anni fa la mia azienda è entrata in crisi e non ho i soldi per pagare le tasse arretrate. Ma a me sono arrivate le cartelle perché al fisco non ho mai nascosto nulla», spiega l’imprenditore. Due anni fa, su richiesta di una Cassa rurale e di Equitalia, gli viene anche pignorata la casa. La sua storia rischia di finire come quella di tanti altri piccoli imprenditori strozzati dai debiti che decidono di farla finita, «ho anche provato a… No, non voglio nemmeno dirla quella parola lì», racconta. La Federcontribuenti di Padova però gli viene in soccorso, e manda una lettera alla banca sostenendo che «il debito è stato gonfiato di 70mila euro, perché sono stati applicati tassi da usura».

Dal Pian riprende la sua attività e vince una gara d’appalto con l’Asl 5 di Valdagno: 70mila euro per trasportare alcuni ragazzi disabili tutte le mattine fino all’ospedale. «Purtroppo però ho un solo mezzo che soddisfa tutti i requisiti tecnici per questo tipo di trasporto, ed è posto sotto sequestro». Stando alle carte dell’agenzia di riscossione il mezzo vale 4mila euro ed è stato bloccato per una cartella che ne vale 30mila. «Ho provato a chiedere la rateizzazione di questa cartella, perché con i soldi dell’appalto potrei rateizzare almeno questa cartella. Per un mezzo del valore di 4mila euro rischio di perderne 70mila che mi servirebbero per ripagare una parte del debito e a dare lavoro a quattro autisti».

La risposta di Equitalia però è negativa, e l’azienda sanitaria è costretta a concedere una proroga a Dal Pian, che scadrà il primo novembre. E si ripresenta lo stesso paradosso di tanti altri piccoli imprenditori: hanno un debito che va saldato, ma non possono riprendere l’attività perché i pignoramenti bloccano gli impianti necessari per riprendere a fatturare. E, intanto, il debito aumenta. A fianco di Del Pian si è schierato il deputato regionale dell’Udc Antonio De Poli, che accusa Equitalia di «essere un Caterpillar» e di non «usare il buon senso».

«A subire questa decisione non sarebbe soltanto l’azienda indebitata, ma anche i disabili che beneficiano del servizio», prosegue De Poli. Anche Marco Paccagnella, presidente di Federcontribuenti, si schiera con l’imprenditore: «La vicenda è al limite dell’assurdo, stanno cercando in tutti i modi di non far lavorare un nostro associato». Equitalia nord però rimanda le accuse al mittente: «Il veicolo fermato è intestato a Del Pian, non alla srl che lavora con l’Asl. Non ci risulta – continua la nota dell’agenzia di riscossione – che sia stata fatta richiesta di rateizzare il debito». Dall’Asl 5 la direttrice dei servizi sociali, Antonella Pinzauti, fa sapere che «l’azienda sanitaria ha già pronto un piano di emergenza per non arrecare disagi alle famiglie».

L'insetto-taxi di 16 milioni di anni fa

Corriere della sera

Conservato nell'ambra un collembolo che si fa trasportare sul dorso di un'effimera



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Conservato in una goccia di ambra risalente a 16 milioni di anni fa, il primo «passaggio» (foresi in termini tecnici) di un essere vivente sul corpo di un insetto adulto. La scoperta è dei ricercatori dell'Università di Manchester grazie alla tomografia computerizzata che ha eseguito oltre 3 mila scansioni ai raggi X in diverse angolature. Si nota un piccolo collembolo (un animale simile a un insetto di 1-2 mm, che salta come una pulce) che si fa trasportare sul dorso di un'effimera, un insetto che assomiglia a una libellula.


Video : L'insetto-taxi di 16 mln di anni fa