sabato 20 ottobre 2012

Se anche l’Unità frequenta i paradisi fiscali di Renzi

Nicola Porro - Sab, 20/10/2012 - 13:44

Il foglio Pd spara: Renzi appoggiato da banchieri che speculano con fondi alle Cayman. Peccato che Mian, azionista del giornale, abbia "scudato" 200 milioni in Liechtenstein

Questa è la storia di un ca­ne miliardario, Gunther, di editoria, l’Unità, di due politici, Bersani& Renzi, di paradisi fiscali e soprat­tutto di somma ipocrisia.


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Tutto na­sce dalla sventurata idea avuta dal sindaco di Firenze e candidato al­le primarie di farsi organizzare un pranzo elettorale dal giovane ge­store di hedge funds, Davide Ser­ra. In una chiesa sconsacrata nel centro di Milano, il fondatore di Al­gebris (il fondo speculativo, così si chiama) mette insieme duecento bei figli della finan­za milano-internazionale.

Serra, che gode di uno status fiscale su­perprivilegiato a Londra, fa da pre­sentatore e soprattutto da morali­sta. Ci spiega che razza di popolo siamo: una pattuglia di indomiti evasori. Ma ne riparleremo tra po­co, poiché la storia è complicata. Il giorno dopo l’Unità, il quoti­diano vicino al partito democrati­co (ben condotto, detto senza al­cuna ironia, dal nuovo direttore), prende la palla al balzo e titola: «Le primarie in paradiso (fisca­le) ».L’allusione è all’ospite di Ren­zi, quel Davide Serra che gestisce appunto una serie di fondi specu­lativi.

Una delle sue società è infat­ti basata alle isole Cayman: non esattamente uno dei luoghi più trasparenti della finanza interna­zionale e per questo motivo molto utilizzata da chiunque voglia fare molti quattrini senza dare molte spiegazioni. Anche il Corriere del­la Sera non si era fatto sfuggire il gustoso accostamento: il Kenne­dy dell’Arno con il Gordon Gekko de noantri. Se avrete pazienza, tra poco sco­prirete che la vicenda è ancora più ipocrita e non riguarda tanto i no­stri politici, ma gli uomini della fi­nanza, che fanno legittimamente un mucchio diquattrini all’estero e nel mezzo del cammin della loro vista vengono qua a farci la lezion­cina. Dicevamo che nella nostra sto­ria c’entra anche Gunther. Dove­te sapere c­he quattro anni fa fu sco­perta una lista di illustri sconosciu­ti italiani con un mucchio di soldo­ni depositati in Liechtenstein: non si tratta delle Cayman, giusto per il mare. Per il resto sempre di paradiso fiscale parliamo.

Tra co­storo c’è il pisano Maurizio Mian, figlio di una storica dinastia di im­prenditori del farmaceutico. Bec­cato con le mani nel sacco, Mian, con spirito toscanaccio, dice due cose. La prima è che quei soldi ap­partengono al suo cane: sì avete capito bene, al suo adorato Gun­ther. E soprattutto che non gli si de­vono più rompere le scatole, poi­ché il cane, o chi per lui, ha fatto lo scudo fiscale e dunque quella gran massa di euro è stata bonifi­cata. È oramai pulita. Il cane ritor­na un mito, perché già una volta era stato celebre: qualche tempo prima i suoi emissari, cioè Mauri­zio Mian, avevano gestito la squa­dra di calcio del Pisa. Vi chiedere­te cosa centri questa folle storia di cani scudati e miliardari con l’Uni­tà . C’entra: solo pochi mesi fa, il medesimo Mian con una parte dei suoi ingenti quattrini diventa il primo azionista della società edi­trice del quotidiano fondato da Gramsci ed editato dunque dal mi­gliore amico di un cane.

E c’è di più: la titolarità delle quote della società dovrebbe appartenere a una società delle Bahamas, la Gunther Reform Holding, di cui è sempre beneficiario Gunther. Per rimanere in campo animale­sco, in casa Pd, il bue dà del cornu­to all’asino. L’Unità , il cui azioni­sta principale aveva nascosto 200 milioni in Liechtenstein, poi scu­dati e infine attribuiti al suo cane Gunther, si lamenta che Renzi si faccia fare la raccolta di fondi da un hedge fund. Roba da pazzi. Sce­gliete voi, cari commensali, cosa vi stupisce di meno. Ma se la politica ha le sue colpe, la società civile non è che viaggi meglio. Davide Serra sostiene che il problema numero uno sia l'eva­sione fiscale. Benissimo. Poi dice che vive a Londra da vent’anni. Fortunato lui. E che in Italia torna per le vacanze. Come dargli torto, poverino. E qui incrocia professio­nisti, commercialisti e avvocati con la barca frutto spesso dell’eva­sione fiscale. Slides a corredo del­la tesi.

Allora ci viene voglia di chie­dere al nostro maître-à-penser che ci spiega quanto siamo stron­zi: scusi Serra mi fa vedere le di­chiarazioni dei suoi redditi negli ultimi dieci anni? E il suo tax rate (si dice così Serra?). E andiamo oltre. Gli italiani (co­me tutti gli stranieri) che vivono a Londra possono godere di un trat­tamento fiscale, che dire agevola­to è dire poco, dei «resident not do­miciliated ». Motivo per il quale quando andate in un club di Lon­dra sembra di stare nel bar di guer­re stellari, con gli alieni che hanno tutti un tratto in comune: sono mi­liardari. Grazie a questo regime un italiano con famiglia a Londra e che ci passi più di 186 giorni l’an­no (caso Serra) non paga le tasse in Italia. E se dovesse fare ad esem­pio utili in un società residente non in Inghilterra non li paghereb­be neanche a Londra. Ci sono cer­to altri motivi per i quali una delle società di Serra è domiciliata alle Cayman.

Sempre per pura ipote­si, se detta società delle Cayman dovesse bonificare i suoi dividen­di o parte di essi al socio Serra, per esempio su un suo conto in Svizze­ra o in Liechtenstein, non com­metterebbe alcun illecito, e Serra non pagherebbe, su quei dividen­di, neanche un euro di tasse. Non male. Tanto bene che perfino gli inglesi qualche anno fa hanno ca­pito di aver esagerato. I resident not domicilied sono ora costretti a pagare una tassa fissa di 50mila sterline l’anno (70mila euro)a for­fait di tutti i redditi prodotti al­l’estero. Peanuts , nevvero Serra? Gli uffici di Davide Serra dicono che: «riceve i proventi della sua at­tività di Algebris Investments in Inghilterra, in qualità di partner dell’entità UK e conseguentemen­te paga tutte le tasse dovute in In­ghilterra. L’essere resident not do­micilied non fa alcuna differenza proprio perché i proventi fanno capo alla partnership inglese e so­no quindi tassati in Inghilterra».

Dunque sembra di capire che Serra è un «resident not domici­lied » e che per quanto riguarda i di­videndi di una delle sue società è sottoposto alle aliquote ordinarie inglesi. Gode comunque di uno status di privilegio fiscale che noi ci sogniamo. Tanto che uno degli ospiti nella platea dell’altra sera ha chiesto a Renzi cosa ne pensas­se di questo trattamento agevola­to. Vi facciamo la sintesi. Un finanziere italiano residen­te da decenni a Londra convoca un gruppetto di uomini della fi­nanza milanese per presentare lo­ro un candidato alle primarie del Pd. Il medesimo finanziere ci dice che siamo una banda di evasori fi­scali e dal pubblico uno si alza e chiede a Renzi se gli happy few (si scrive così, Serra?) possono conti­nuare a godere dei privilegi fiscali vigenti a Londra. Noi siamo evaso­ri e loro resident not domicilied. Sembra un film di Risi; è invece una buona parte della borghesia il­luminata e cosmopolita di Mila­no.

Ps: Una tenace giornalista di Piazza Pulita chiede al finanziare di lungo corso Guido Roberto Vita­le quanto sarà il suo contributo al­la campagna di Renzi (ops scusa­te la cena di Serra era per raccoglie­re quattrini, tanto che chiede di non fare offerte inferiori ai mille euro). E il finanziere lo guarda co­me per mangiarselo: «Non fate do­mande indiscrete» e poi «Siate educati». Scusi Marchese. Del Grillo.

Dal Brasile parte la guerra totale a Google News

Corriere della sera

L'accusa a Mountain View di non pagare le notizie


RIO DE JANEIRO - È il Brasile il primo Paese a dichiarare guerra totale a Google News, il servizio di notizie del motore di ricerca californiano. Secondo quanto emerso da un congresso che si è svolto nei giorni scorsi a San Paolo, ben 154 quotidiani hanno già tolto i contenuti dal sito, seguendo le raccomandazioni della Anj, la federazione degli editori.

LA TIRATURA - Rappresentano il 90 per cento della tiratura complessiva in Brasile, e tra loro ci sono i maggiori quotidiani come la Folha e l'Estado di San Paolo e O Globo di Rio de Janeiro. In pratica, utilizzando il servizio brasiliano di Google News, i risultati delle ricerche escludono ora completamente i contenuti dei siti dei quotidiani, siano essi riproduzione di articoli usciti su carta sia contenuti originali del giornale digitale.

I PORTALI - Restano invece aperti ai «ragni» di Google i portali di notizie, che spesso fanno capo agli stessi editori dei quotidiani. La protesta dei giornali brasiliani è simile a quella portata avanti in altri Paesi del mondo. Si accusa Google di non pagare nulla per i contenuti e di guadagnare sul lavoro altrui. In Brasile, come ammette lo stesso presidente degli editori Carlos Fernando Lindenberg, l'accesso alle notizie via Google Newsè modesto e non sta aiutando a far crescere l'audience, «mentre per chi vuole una informazione veloce, il loro servizio riduce la possibilità che l'utente clicchi sulla notizia per entrare nei siti dei giornali».

LA DIFESA - In Brasile la difesa di Google non è diversa da quella nel resto del mondo: «Il nostro lavoro porta soltanto audience ai siti dei giornali. Nel mondo un miliardo di clic passano da Google News e vanno altrove. Chiederci di pagare per il link sarebbe come se un ristorante chiedesse soldi al tassista che ha accompagnato un cliente», ribatte Marcel Leonardi, di Google Brasil. In Europa, i legislatori di Germania e Francia stanno discutendo nuove regole per chiedere a Google di riconoscere i diritti di copyright e pagare per le notizie che ripubblicano. In Belgio i principali quotidiani hanno lasciato il servizio. Ma la società di Mountain View non ha mai ceduto: chi non vuole essere indicizzato faccia pure, peggio per lui, è la filosofia di Google. Fino a questo momento.

Rocco Cotroneo
19 ottobre 2012 (modifica il 20 ottobre 2012)

L'addio della portaerei di «Top Gun» e il saluto alla città di Napoli

Il Mattino

Va in "pensione" la prima nave Usa a propulsione nucleare. Resterà nel Golfo fino a domenica. Questo è l'ultimo viaggio

di Marco Piscitelli


NAPOLI - Dopo 51 anni di attività va in «pensione» un vero e proprio mito della Marina statunitense. E la storia finisce là dove era iniziata: nel Golfo di Napoli. Era il 1962, mezzo secolo fa, quando la portaerei «Uss Enterprise CVN-65» - prima nave da guerra a propulsione nucleare della storia con autonomia pressoché illimitata - solcava il mare della città nel corso della sua prima missione. Oggi, quando la portaerei più lunga al mondo (323 metri) è ormai prossima al totale smantellamento, è tornata ad «affacciarsi» all'ombra del Vesuvio per rendere omaggio alla città. «Napoli fu il primo porto dove arrivò la portaerei 50 anni fa - spiega il viceammiraglio Ted Carter, comandante del gruppo di battaglia della Enterprise - e il porto di Napoli è l'ultimo che visita la Enterprise prima del suo "pensionamento". Napoli, poi, è una città fantastica» continua Carter.






FOTOGALLERY 


Lo spettacolo. In rada ad oltre un chilomentro dalla costa e scortata da un cacciatorpediniere, la superportaerei è stata immortalata in queste ore da centiaia di napoletani con fotocamere e smartphone. La vista ottimale, ovviamente, la si ha da Posillipo. Il Vesuvio sullo sfondo, alla sinistra il Castel dell'Ovo e poco più in alto il Castel Sant'Elmo. Uno spettacolo nello spettacolo per ammirare «The Big E», questo uno dei soprannomi della «Enterprise».
 
I jet. Sul ponte di lancio, sotto gli occhi attenti degli addetti alla torre di Comando, si trovano decine e decine di jet militari ed elicotteri che possono armarsi, rifornirsi, partire atterrare e ripartire in tempi rapidissimi. Una macchina collaudata che richiede la partecipazione di centinaia di figure professionali altamente specializzate.
 
Le missioni. Il mondo intero ha conosciuto la «Enterprise». Cuba, Giappone, Vietnam, Uganda, Golfo Persico e Iraq sono i Paesi dove la portaerei ha operato. Ma il suo contributo più importante porta è dell'ottobre 1962 (cinquant'anni fa esatti) nel blocco navale di Cuba. Nello stesso anno - nel mese di febbraio - la portaerei era stata impegnata anche nelle operazioni di recupero degli astronauti del programma spaziale Mercury, primo lancio nello spazio degli Stati Uniti.
 
Mille pezzi. La Enterprise - «The Legend» come la chiamano i marinai - nei prossimi mesi sarà smantellata completamente. I costruttori pensarono di «tenerla in vita» per 25 anni ma si sbagliavano: nel 1979, infatti, venne compiuto un grande restyling che allungò la carriera della «Enterprise» di altri 25 anni. Delle sue 93.500 tonnellate di stazza, tra le pochissime cose che si "salveranno" ci sono la campana e la parte della poppa con il nome della portaerei. Il resto sarà smontato completamente, mentre l'acciaio recuperato sarà rivenduto. Svanisce, dunque, il sogno di trasformare la nave in un enorme museo galleggiante.
 
Portaerei nucleare. Quanto alla rimozione del combustibile nucleare, questo richiederà un superlavoro che durerà almeno due anni per gli ovvi problemi legati alla sicurezza. «La Enterprise sarà sostituita dalla portaerei Gerald Ford, una nave più efficiente e tecnologicamente più evoluta - spiega il viceammiraglio Ted Carter - La portaerei nei suoi anni di attività non ha mai avuto alcun tipo di problema legato alla propulsione nucleare. È una nave pulita ma che richiede un altissimo livello di specializzazione di ingegneri e trecnici».
 
La vita a bordo. In 50 anni di vita oltre 100mila marinai hanno vissuto giorni, settimane, anni a bordo della Enterprise. E molti di questi (ne sono previsti 12mila) parteciperanno alla cerimonia di saluto che si svolgerà a Norfolk, in Virginia. A bordo, oggi, si trovano oltre 4500 membri di equipaggio (180 sono piloti e copiloti). Uomini e donne (sono 650) lavorano 24 ore su 24 a stretto contatto. Gli spazi sono angusti, in estate le temperature - specialmente sul ponte di lancio - sono incredibilmente alte.

Ma nel cuore d'acciaio della Enterprise - un labirinto costellato da centinaia di scalette e corridoi stretti - si trovano sale bingo, sale tv, palestre. A bordo c'è un coordinatrice della attività ricreative, un responsabile delle attività fisiche e c'è addirittura un ufficio postale. E non è difficile trovare marinai fare jogging sul ponte di lancio tra jet militari dal valore milionario. C'è chi, invece, trascorre il tempo libero suonando la chitarra o giocando ai videogame. Certo, la vita a bordo non è facile, e ciò che manca non è solo la famiglia, come spiega il luogotenente Sarah Self-Kyler, che si occupa di pubbliche relazioni: «Nel tempo libero scrivo lettere a mia figlia, ma i momenti per rilassarsi sono davvero pochi. Mi manca non solo la mia famiglia ma anche la possibilità di cucinare a bordo».
 
Star del cinema. Nel 1986, poi, la «Enterprise» diventò un simbolo della marina a stelle e strisce grazie alle riprese del film campione di incassi «Top Gun», diretto da Tony Scott (fratello del regista Ridley) e che lanciò sul grande schermo l'attore Tom Cruise, nei panni di un pilota di caccia, il tenente Pete "Maverick" Mitchell.
 
L'ultimo viaggio. «Sono onorato di far parte dei 100mila uomini che hanno lavorato sulla Enterprise - spiega il comandante Carter - sappiamo che il nostro contributo alla storia è stato gigantesto, dalla crisi di Cuba all'operazione Desert Storm. Oggi - racconta con un pizzico di tristezza - stiamo per chiudere un capitolo della nostra storia e sono orgoglioso di riportare la nave a casa con tuti gli onori che si merita». Per la «Enterprise» è iniziato il viaggio, l'ultimo, verso casa. Good luck!


marco.piscitelli@ilmattino.it
Venerdì 19 Ottobre 2012 - 22:32    Ultimo aggiornamento: 23:17

I giudici negano al superchirurgo di disconoscere la figlia (non sua)

Corriere della sera

Il ricorso ai magistrati dopo 40 anni: «Dissi il falso». La sentenza: «Il legame biologico ha sempre meno rilievo»


Il neurochirurgo Giulio Maira ha chiesto di non essere più il padre della figlia che quarant'anni prima aveva dichiarato sua. E lo ha fatto proprio autoaccusandosi di aver allora detto il falso. La prima sezione civile del Tribunale di Roma ha però stabilito che il genitore che riconosce, seppur mentendo un bambino, non è poi legittimato a fare marcia indietro facendo leva sul fatto di aver detto una menzogna. Il diritto del figlio a non veder stravolto il proprio status e la propria identità ha insomma il sopravvento sul principio della verità . La famiglia degli affetti in cui si forma la personalità diventa più importante di quella biologica.

In un'epoca in cui i figli sono sempre più acquisiti, adottati o frutto di fecondazioni eterologhe la sentenza è destinata a far discutere. E non solo per la notorietà dei protagonisti, o la promessa di colpi di scena fino all'ultimo livello di giudizio. La storia di Giulio Maira, direttore della Neurochirurgia del Policlinico Gemelli di Roma, e di sua figlia Francesca, ha inizio 45 anni fa. Quando lui si innamora della madre della piccola che all'epoca aveva sette mesi: prima riconosce la bambina come sua anche se non lo è, poi legittima quella dichiarazione con il matrimonio. È il febbraio 1969.

Il neurochirurgo del Vaticano, oggi professionista di fama internazionale, ha venticinque anni. Francesca diventa sua figlia in tutto: nei certificati anagrafici, nei documenti, nel cognome con cui si presenta al mondo, nell'affetto che li lega. Al trentottesimo compleanno di Francesca però Giulio Maira si separa dalla moglie: insieme a quella relazione decide di tagliare anche il legame con la figlia. «Perché lei non è mia figlia: ho dichiarato il falso», dice. Per provarlo chiede il test del Dna: lui, risultato alla mano, avvia il disconoscimento della paternità; lei, né figlia legittima né figlia adottiva, lo denuncia per falso in atto pubblico.

Sullo sfondo resta una questione di eredità, un contenzioso parrebbe legato a un patrimonio immobiliare da 10 milioni. Nella sentenza civile dello scorso 7 ottobre i giudici si sono pronunciati sull'impugnazione da parte di Giulio Maira del riconoscimento per mancanza di veridicità: «l'autore del riconoscimento effettuato in mala fede», scrivono, non è «legittimato a impugnarlo successivamente per difetto di veridicità». E arrivano a questa conclusione dichiarandosi consapevoli di andare oltre il privilegio della verità e di fare un passo più in linea con le nuove convenzioni internazionali. «Sempre meno rilievo - si legge nella sentenza - assume il dato formale del rapporto familiare legato sul legame meramente biologico».

E ancora: «La famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità». Il che «impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella piena consapevolezza della sua falsità». «Perché questo - afferma Giorgio Robiony, avvocato di Francesca Maira - ha la stessa valenza di una revoca, vietata dalla legge. Il nostro ordinamento è stato per anni centrato sul privilegio della verità, questa sentenza dice che c'è altro: l'identità, la famiglia. Tutte le famiglie visto che oggi ce ne sono tante legalmente riconosciute che non hanno nulla di naturale».

Di sentenza che segna «un nuovo indirizzo ma forse un ritorno all'antico» parla Ettore Boschi, «padre» del favor veritatis grazie a un verdetto del 1980 che l'ha introdotto insieme alle prove scientifiche. «Da allora - dice l'avvocato di Giulio Maira - abbiamo combattuto per la verità, per favorire i riconoscimenti veri e osteggiare quelli falsi». Da qui nasce la sua «rispettosa perplessità»: «Nella sentenza non c'è traccia di quello che è avvenuto né delle prove del Dna, ma quando la verità emerge non la si può insabbiare. Il contrasto tra favor veritatis e il favor legimitatis si trascina da diversi anni. Ecco... stiamo già preparando il ricorso in appello».

Alessandra Mangiarotti
20 ottobre 2012 | 7:50

I segreti di Elisabetta Tulliani: dai lavori nella casa al caso del passaporto

Gian Marco Chiocci Massimo Malpica - Sab, 20/10/2012 - 08:00

Dopo essersela presa con il cognato ora Fini scarica anche Elisabetta Tulliani, che si è occupata in prima persona della casa di Montecarlo dal 2008, come provato da testimoni ed e-mail. Intanto Fini vacilla sempre più: ora anche l'amico Casini prende le distanze

Anziché prendersi le sue responsabilità e dimettersi per la figuraccia fatta, Gianfranco Fini dapprima se l'era presa col cognato e ora ha scaricato la madre delle sue figlie.



Sulla casa di Montecarlo, dice ogni volta, è stato messo in mezzo a sua insaputa.
Il leader Fli già in occasione delle sue prime esternazioni sull'affaire immobiliare nel Principato, due anni e due mesi fa, confessò di essere caduto dal pero, e che a spingerlo giù era stata proprio la compagna: «Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento: la mia sorpresa e il mio disappunto sono facilmente intuibili». All'epoca il reprobo sacrificabile era Giancarlo e non Eli, destinataria invece di un appello alle donne del Pdl della deputata finiana Flavia Perina per schierarsi contro quella che considerava «una lapidazione della donna del nemico». Ma ora che dalle carte sequestrate dalla Gdf al latitante Corallo è saltata fuori anche la copia del passaporto di Eli, spedita via fax proprio a quel James Walfenzao che ha gestito le operazioni di compravendita «coperta» della magione monegasca, il leader di Fli sembra aver deciso di scagliare lui la prima pietra.

SILENZI, OMISSIONI E MISTERI

Certo è che Elisabetta, sulla vicenda, non la racconta giusta. Non solo perché - come il fratello - non ha mai voluto chiarire dubbi e sospetti. Ma anche perché lei nella storia della casa emerge fin dall'alba del business, ben prima della presunta spifferata a Fini, che deve avvenire dopo l'ingresso di Giancarlo Tulliani nell'appartamento, a gennaio del 2009. Torniamo a quei tempi. Tra il 2008 e il 2009 Elisabetta, secondo alcuni testimoni oculari, è parte attivissima nel processo di ristrutturazione dell'appartamento. C'è chi giura di averla addirittura vista «sul cantiere», come il vicino di casa Fabrizio Torta, che dichiarò in tv di aver incontrato «una signora bionda estremamente appariscente» che si «occupava della ristrutturazione», e che in seguito avrebbe riconosciuto sui giornali in Elisabetta Tulliani.

Qualcuno arrivò a ricordare di aver incrociato nell'androne del palazzo la giovane donna insieme al compagno Fini, anche se la coppia ha sempre negato. Purtroppo per lei, esistono tracce di questa attività. Per esempio le numerose e-mail che lady Fini e il suo architetto inviavano a Luciano Garzelli, costruttore monegasco a cui, per primo, furono affidati i lavori su segnalazione dei «clienti eccellenti» da parte dell'ambasciatore nel Principato, Carlo Mistretta, che al Giornale disse di ricordare che, durante una visita di Giancarlo in ambasciata, il cognato di Fini chiamò la sorella in sua presenza. Garzelli, dicevamo, ha confermato di aver ricevuto chiamate e mail con le indicazioni della donna e dell'architetto romano che si occupava del progetto.

ATTENZIONE, LAVORI IN CORSO

«Ho ricevuto telefonate da Elisabetta Tulliani – ha detto Garzelli – oltre che dal fratello. Mi sono inizialmente occupato della ristrutturazione, poi ho passato i lavori alla Tecab, azienda per cui lavorava mio figlio, perché mi ero stufato delle richieste dei Tulliani, che volevano portare mobili, cucina, materiali dall'Italia. Una di queste mail porta la data del 25 giugno 2009, e l'architetto romano fa presente che Elisabetta Tulliani è d'accordo sull'orientamento da dare ai lavori. A metà settembre 2009 altra mail, a ottobre un'altra ancora dove Eli - sempre a detta dell'architetto - faceva presente di aver avuto un «ripensamento» sull'ubicazione dello spogliatoio-armadio. Contattato l'altro ieri dal Giornale, Garzelli si è tirato fuori: «Le e-mail le conservo, ma non ve le posso dare perché i legali della signora Tulliani mi hanno diffidato per motivi di privacy».

E ancora. La «cucina dall'Italia» a cui accenna Garzelli è la stessa Scavolini modello «Scenery» (indicata in progetto col nome «Tulliani04») di cui aveva parlato al Giornale un dipendente del negozio romano di mobili Castellucci, Davide Russo, che affermò d'aver visto più volte Elisabetta, e una volta anche Fini, al lavoro con gli arredatori del negozio al progetto di una cucina destinata a una casa all'estero. I finiani, con la solita comica imprudenza, negarono l'evidenza della planimetria della casa monegasca pubblicata dal Giornale con sovraimpresse le misure della cucina Scavolini, sostenendo che si trovava «a centinaia di chilometri» da Boulevard Princesse Charlotte. Poi ebbero il buongusto di arrossire in silenzio allorché, tempo dopo, pubblicammo le foto scattate all'interno di quella stessa casa con quella cucina identica nelle misure, nel modello, nel colore.

PASSAPORTI, BROKER E LATITANTI

Infine, è storia di questi giorni, l'ultimo colpo di scena: il passaporto di Eli finito nel fax di Corallo, ora ricercato dall'Interpol, e spedito chissà perché al broker Walfenzao. Il «fiduciario» di base a Montecarlo e a Saint Lucia che ha firmato l'atto d'acquisto della casa monegasca per conto della off-shore Printemps Ltd, che a sua volta vendette tre mesi dopo alla gemella Timara, alla quale la Tecab di Rino Terrana fatturò i lavori di ristrutturazione da 100mila euro. Walfenzao, stando proprio ai fax sequestrati a casa Corallo, avrebbe inoltre aperto un conto in una banca dell'isola caraibica su richiesta del re delle slot e nell'interesse di Giancarlo Tulliani, titolare di un'altra shelf company di Saint Lucia varata per scopi immobiliari, la Jayden Holding Ltd.

Alla luce di quei contatti, è curioso anche rileggere l'unico «precedente» che lega Walfenzao alla bionda Elisabetta. Ossia la famosa e-mail trovata da Lavitola, quella in cui Walfenzao mette in guardia i suoi colleghi dell'ufficio di Saint Lucia dallo scandalo che stava scuotendo l'Italia, segnalando che «la sorella del cliente sembra avere un forte legame con uno dei politici coinvolti». Se «la sorella» era Elisabetta, James l'aveva già conosciuta. Almeno in foto: quella del passaporto che Corallo gli aveva spedito a giugno del 2008, un mese prima della scandalosa svendita dell'immobile di Montecarlo donato ad An dalla contessa Colleoni: «per la buona battaglia», non per la guerra dei Roses.


gianmarco.chiocci@ilgiornale.itmassimo.malpica@ilgiornale.it

L'ultimo spreco di Gianfranco Fini: 230mila euro in biglietti d'auguri

Libero

L'aula di Montecitorio ha approvato la spesa per cartoncini e buste extralusso per i prossimi due anni. Ma la legislatura non finisce tra sei mesi?


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Ora se i deputati siano degli inguaribili grafomani o degli incalliti  smanettoni (propendiamo per la seconda che abbiamo scritto vista la mole di tablet e smartphone che girano in Transatlantico) è difficile dirlo con esattezza. Certo è che nell’era in cui la rete ha preso il sopravvento sulla penna, fa un certo effetto vedere come la Camera dei deputati getti i  soldi dalla  finestra.

Con un bando di gara lungo una quaresima l’aula di Montecitorio, sì  proprio quella  presieduta da Gianfranco Fini, ha deciso di spendere 230 mila euro per realizzare dei cartoncini del tipo “Medioevalis”, con corredo di buste,  per un periodo di due anni. Per chi, come noi, non mastica abitualmente di tipografia e stampe, scoprire che si tratta di cartoncini «a macchina in tondo», «realizzati con materie prime di alto livello qualitativo» da usare per «partecipazioni, inviti, auguri», fa un certo effetto. Per non dire ira. Ma con tutti mezzi che ci sono quei soldi non potevano essere risparmiati? E poi che senso ha indire un bando per due anni se la legislatura finisce ad aprile?

Chi trova un assegno non trova una cosa smarrita

La Stampa

Integra il reato di furto aggravato dall’esposizione della cosa alla pubblica fede – e non quello di appropriazione di cosa smarrita – l’impossessarsi di un assegno rinvenuto nei pressi della casella postale condominiale (Cassazione, sentenza 24138/12).


Il caso


CatturaIl Tribunale di Bassano del Grappa condannava per il reato di furto aggravato, ai sensi dell’art. 625, n. 7, c.p., un uomo che si era impossessato di un assegno, trovato all’interno di una busta nell’androne di un condominio. La condanna veniva confermata anche in sede di appello, ferma restando la qualificazione del fatto come furto anziché come ricettazione come risultava in origine.

Il condannato ricorre quindi per cassazione. La S.C., che dichiara il ricorso inammissibile, affronta comunque brevemente le questioni di diritto che sorreggono i motivi di impugnazione. L’assegno non può essere cosa smarrita… Il ricorrente chiede di riqualificare il fatto come appropriazione di cose smarrite (art. 674 c.p.), dato che l’assegno si trovava per terra nell’androne del palazzo ed era stato spedito ad una persona deceduta e senza eredi. Sul punto la Cassazione sgombra il campo da ogni dubbio: l’assegno così rinvenuto non può essere considerato cosa smarrita perché, oltre a trovarsi in un luogo afferente la sfera di dominio del legittimo possessore, «si tratta di una cosa che conserva chiari ed intatti segni esteriori di un legittimo possesso altrui».

Inoltre, il fatto che l’assegno sia stato regolarmente consegnato dal servizio postale in busta chiusa fa sì che la cosa, con il recapito al domicilio del destinatario, sia entrata nella sfera di possesso del destinatario, a nulla rilevando il venir meno della relazione materiale tra titolare e oggetto. Luogo privato, pubblica fede. Il ricorrente sostiene anche che non possa essere riconosciuta l’aggravante dell’esposizione alla pubblica fede ex art. 625, n. 7, c.p., dato che l’androne del condominio dove l’assegno è stato trovato è un luogo privato.

Il Giudice di legittimità considera, innanzi tutto, che la natura privata o pubblica del luogo in cui la cosa sottratta è rimasta esposta alla pubblica fede non rileva ai fini dell’esclusione dell’aggravante in parola. Ciò che conta, invece, è la fisiologica consuetudine di depositare la corrispondenza negli spazi a ciò adibiti (in concreto, le caselle postali site nell’androne), esponendola inevitabilmente alla pubblica fede (in concreto, quando tale spazio sia accessibile a persone estranee); in tale contesto, il rinvenimento della busta nei pressi delle caselle postali non può certo far dubitare l’agente circa la destinazione dell’assegno ad uno dei condomini.

Scandalo in Parlamento, caccia al ladro di ombrelli Confessa l'onorevole svizzero:«Sono stato io»

Il Mattino


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BELLINZONA - «Lunedì 15 ottobre è misteriosamente scomparso nel corridoio del Gran Consiglio il mio ombrello giallo leopardato. Avvisatemi se vedete in giro un/a collega coll'ombrello del Festival di Locarno: potrebbe essere il mio» Questo - riporta il Corriere del Ticino online - è quanto ha postato su Facebook l'ecologista Greta Gysin, ma il suo caso non è che l'ultimo in ordine cronologico avvenuto nel corridoio che porta all'aula del Gran Consiglio (il parlamento cantonale ticinese), dove i parlamentari lasciano giacca, cappello e, appunto, ombrello nelle giornate uggiose. La scomparsa più singolare è quella dell'ombrello del popolare democratico Carlo Luigi Caimi. Al termine della seduta Caimi ha avuto la brutta sorpresa: il suo ombrello non c'era più.

La questione è arrivata al presidente del Gran Consiglio, Michele Foletti, che ha chiesto una informativa scritta al deputato su modello e colore dell'oggetto, nonchè sull'orario della scomparsa. Poi ha annunciato all'assemblea che il colpevole sarebbe comunque stato scoperto grazie alle registrazioni delle telecamere di sicurezza. A quel punto il ladro di ombrello si è autodenunciato. Il socialista Gianrico Corti ha confessato di essere l'autore del furto: il suo ombrello, ha detto, era a sua volta scomparso e, quindi, aveva preso quello del collega. Che, peraltro, ha giurato, era «uguale».


Venerdì 19 Ottobre 2012 - 21:25    Ultimo aggiornamento: 21:34

Ordine d'arresto consegnato, Sallusti in carcere entro trenta giorni

Luca Fazzo - Sab, 20/10/2012 - 08:32

Consegnato il documento. Lunedì i legali, per conto del direttore, formalizzeranno il rifiuto di pene alternative

Milano - Un po’ lenta ma inesorabile, la macchina carceraria della giustizia si prepa­ra a stringersi ai polsi del direttore del Giornale Alessandro Sallusti.Ie­ri­mattina si compie l’ul­timo atto prima dell’arre­sto di Sallusti, condanna­to­a quattordici mesi di car­cere senza condizionale per la diffamazione del giu­dice Giuseppe Cocilovo.



Alla porta dei difensori del giornali­stabussanogli­ufficialigiudizia­ri inviati dalla Procura di Milano che consegnano l’avviso firmato dal pubblico ministero Chiara De Iorio. A Sallusti viene comunicato che la pena è sospesa per un mese. Da ieri, secondo la Procura mila­nese, tornano a decorrere i trenta giorni in cui il condannato potrà chiedere l’ammissione a pene al­ternative. Se questo non accadrà ­e Sallusti ha già escluso di avanza­re qualunque richiesta di questo genere - tra il 18 e il 19 novembre il direttore del Giornale verrà tradot­to in carcere.

Le ultime incertezze sul destino di Sallusti svaniscono ieri, quan­do lo stesso giornalista annun­ci­a asciutto sul suo profilo Twit­ter: «Ricevuto notifica senten­za di arresto ». La notizia trova poco dopo conferma negli ambienti giudiziari. E con­sente di ricostruire con qualche dettaglio in più la sequenza degli eventi di quest’ultimo mese.È una sequenza in cui era sembrato di co­gliere i segnali di qualche rallenta­mento della prati­ca, come se la ma­gistratura voles­se dare­il tempo alla politi­ca di trovare una soluzione alterna­tiva.
Invece ora si capisce che sono stati solo i consueti tempi tecnici della burocrazia a ritardare l’iter.

Per la Procura milanese il condan­nato Sallusti è un condannato co­me tutti gli altri, e come tale verrà trattato. La sentenza definitiva di con­danna è stata emessa dalla Cassa­zione il 26 settembre. Trattandosi di una pena inferiore ai cinque an­ni, da Roma è stata inviata a Mila­no non per fax ma per posta ordina­ria. Il plico parte dalla Cassazione l’1 ottobre. Non si sa esattamente quando arrivi a Milano, ma è certo che impiega un po’ di tempo. Alla fine della settimana scorsa la «pra­tica Sallusti » è sul tavolo del procu­ratore aggiunto Nunzia Gatto, ca­po del pool che si occupa di dare corso alle sentenze: ha il nome va­gamente macabro di «Ufficio

Ese­cuzione », sono i pubblici ministeri che si occupano di tradurre in prati­ca - manette, celle, ore d’aria - le condanne emesse dai loro colle­ghi. Mercoledì mattina, poche ore dopo che il disegno di legge che proibirebbe il carcere per i giornali­sti si è arenato al Senato, il decreto viene inviato per posta dalla Procu­ra di Milano agli ufficiali giudiziari di Como. Nel frattempo altri uffi­ciali giudiziari si presentano in Tor­re Velasca, a Milano, nell’ufficio dei difensori. Stamattina il decreto verrà notificato anche a Sallusti in persona.
E adesso?

«Non ho bisogno di es­sere rieducato perché mi hanno già educato i miei genitori»,ha det­to Sallusti fin dall’inizio di questa vicenda, e non ha cambiato idea. Nessuna richiesta di affidamento a nessun servizio sociale, dunque. Anzi, lunedì i legali del direttore de­positeranno in Procura una rinun­cia formale a forme di detenzione alternative. A quel punto la Procu­ra si troverà davanti al caso senza precedenti di un condannato che rifiuta scorciatoie e si dichiara pronto ad essere arrestato. «Valu­teremo il da farsi », dicono in Procu­ra. Ma è verosimile che comunque si scelga di non forzare i tempi, e di attendere comunque che trascor­rano tutti i trenta giorni fissati dal codice di procedura penale. Poi, se la politica continuerà a infischiar­sene, scatteranno le manette.

Tanto semplice che non si farà

Corriere della sera


La vicenda dei nostri sistemi elettorali spiega, o comunque concorre a spiegare, il fallimentare andazzo della politica italiana. Nel mio ultimo pezzo ( Il Porcellum e i Porcellini di domenica scorsa) concludevo dicendo che un modo non corruttibile di consentire all'elettore di esprimere le sue preferenze sui candidati esiste. Ma non lo indicavo. È che il mio spazio era finito, e anche che volevo mettere assieme e ricordare quante leggi elettorali sbagliate, e quindi dannose, abbiamo accumulato negli ultimi decenni. Ricordare gli sbagli serve ad evitarli? In Italia no. Non mi illudo, ma provo lo stesso.

Nel dopoguerra, e dopo l'esperienza del fascismo, era normale adottare un normale sistema proporzionale. Che funzionò senza proliferare partitini perché la paura del Pci portava a concentrare il grosso dei voti sulla Dc. Così fu il Partito comunista che, senza volere, fece funzionare un «bipartitismo imperfetto» che, per quanto imperfetto, ricostruì il Paese e produsse il miracolo economico del nostro dopoguerra. La Francia, con un Pcf molto meno forte, restò invece impantanata in una «repubblica dei deputati» che era poi un parlamentarismo anarchico.

Però anche noi, tra gli anni 50 e 60, abbiamo avuto un Gianburrasca, per l'esattezza Marco Giacinto Pannella, che si impadronì dal 1967 in poi, e oramai si direbbe a vita, del Partito radicale e che affascinò, tra i tanti, anche Mariotto Segni. Pannella riuscì a persuadere Segni (e molti altri, si intende) che l'Italia doveva adottare un sistema maggioritario secco (puro e semplice) che avrebbe immancabilmente prodotto un sistema bipartitico all'inglese. Mai tesi fu più campata in aria. Ho scritto e riscritto senza sosta, nei decenni, che Pannella e i suoi si sbagliavano di grosso. E per decenni ho sostenuto che mentre il maggioritario a un turno avrebbe frantumato il nostro sistema partitico, era invece il maggioritario a due turni che ci avrebbe avvicinati al bipartitismo.

Ma come resistere alla prepotenza e ai digiuni di Pannella? Vinse anche la viltà della Dc che, sfaldandosi, preferì il meno pericoloso (ritenne) Mattarellum , un sistema misto, maggioritario secco per tre quarti e proporzionale per un quarto. Con il Mattarellum cominciò così la nostra scivolata elettorale verso il peggio e la ingovernabilità. L'alibi invocato dai difensori del Mattarellum è di addebitare la moltiplicazione dei partiti al quarto proporzionale di quella legge. Ridicolo. Quella moltiplicazione fu dovuta alle «desistenze»: i partitini che non potevano vincere nella contesa uninominale ricattavano i partiti maggiori chiedendo in cambio dei loro voti una serie di collegi sicuri per sé.

Grazie al Mattarellum siamo così arrivati alla frantumazione partitica che si è conclusa nella grande ammucchiata del secondo governo Prodi. E il rimedio fu ancora peggiore del male che si doveva curare, fu l'ancor vigente legge Calderoli, il Porcellum .

Nel frattempo erano tornate alla ribalta le preferenze che poco più di 20 anni prima avevamo ripudiato a furor di popolo. Fortuna vuole che ora si scopra che i voti di preferenza si comprano anche a Milano. Aggiungi che le preferenze ricreano i partiti di corrente, o di fazioni, addetti appunto a catturare le preferenze che poi, in realtà, il popolo non sa dare o a chi dare.

Eppure un sistema che consente e anzi produce una genuina espressione delle preferenze degli elettori esiste: è il maggioritario a doppio turno. L'ho proposto più volte. Ma no; i nostri legislatori non lo vogliono. Né vogliono capire che il doppio turno è anche un indicatore di preferenze. Lo debbo rispiegare? Per amor di patria (si dice ancora?) forse sì.

Comincio dal ricordare che il sistema maggioritario a doppio turno (che funziona bene da sempre nella V Repubblica francese) è, al primo turno, come un sistema proporzionale: ogni elettore esprime liberamente la sua prima preferenza e, così facendo, immette la sua scelta nel meccanismo elettorale. Meccanismo che conta i voti, che scarta le preferenze dei meno, e che ovviamente non è comprabile.

Supponiamo, per esempio, che la mia prima preferenza sia Marco Giacinto Pannella. So benissimo che il mio sarà un voto perduto. Ma lo voto lo stesso e nessuno potrà dire che non mi è stata data la libertà di preferire e di scegliere. Al secondo turno, la seconda volta, mi toccherà invece scegliere un candidato di mia seconda preferenza, o anche il meno sgradito. Ma anche questa è una scelta mia, non del partito o della mafia. In nessun caso sono mai un sovrano spodestato. Dunque, se le preferenze si vogliono le possiamo avere così. Ma il maggioritario a doppio turno (proposto, ma a sprazzi e senza troppa convinzione, soltanto dal Pd) non piace a nessun altro. Forse per ignoranza, non infrequente nei nostri legislatori; ma soprattutto, sospetto, perché manderebbe troppa gente a casa.

Siccome non sono cattivo come ho la fama di essere, anni fa proposi un addolcimento. In primo luogo il passaggio al secondo turno sarebbe consentito ai primi quattro. Dopodiché, al secondo turno i due partiti minori (dei quattro) hanno la scelta di ritirarsi e così di fruire di un «premio di tribuna», mettiamo, del 20 per cento dei seggi; oppure di combattere le elezioni, perderle, ma così facendo perdendo anche il proprio premio di tribuna.

Questa, oso dire, è una proposta «pulita», tanto più che oggi come oggi è difficile prevedere chi se ne avvantaggerebbe; siamo troppo nel caos (con Grillo, Renzi, i non votanti e una valanga di incerti) per indovinare. Per una volta sarebbe facile fare il bene del Paese. Invece appena presentata in Aula la proposta della commissione Affari Costituzionali del Senato, viene ricevuta da 222 emendamenti. Troppa grazia Sant'Antonio.


Giovanni Sartori
20 ottobre 2012 | 8:38

Come è difficile vivere, dopo morti

Luigi Mascheroni - Ven, 19/10/2012 - 17:54

Non sempre la morte è la fine del viaggio terreno. Anzi, può essere l’inizio di una nuova storia, a volte epica, altre tragica, o grottesca.  Come dimostrano le peripezie dei cadaveri di tanti uomini illustri raccontate dallo storico Omar Lopez Mato in “Viaggi postumi” (Odoya).


ATTENZIONE: QUESTO VIDEO CONTIENE IMMAGINI CHE POTREBBERO URTARE LA SENSIBILITA’ DI ALCUNI SPETTATORI. SE NE SCONSIGLIA LA VISIONE ALLE PERSONE FACILMENTE IMPRESSIONABILI


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Non sempre la morte è la fine del viaggio terreno. Anzi, può essere l’inizio di una nuova storia, a volte epica, altre tragica, o grottesca.  Come dimostrano le peripezie dei cadaveri di tanti uomini illustri: Papi, condottieri, poeti, santi, tiranni o divi di Hollywood. O come provano le mummie egizie, i corpi ibernati dei multimilionari o l’arte della plastinazione di Gunther Von Hagens. Sono le avventure post-mortem raccolte dallo storico Omar Lopez Mato in “Viaggi postumi” (Odoya).




La bici rubata davanti a Palazzo Marino ritrovata grazie ai lettori di Corriere.it

Corriere della sera

Terza puntata e lieto fine per Giuseppe Mazzoni: «Grazie a tutti voi, e a uno in particolare, e ai vigili di Milano»

di GIUSEPPE MAZZONI

MILANO - Vorrei fare una premessa: in tutta questa storia in certi momenti ho ricevuto delle telefonate che sembravano degli scherzi o degli agguati (ad esempio di potenziali ladri fotografati inferociti) e non sapevo bene se credere o no a quello che mi veniva detto al telefono, eppure, confermando la tesi secondo cui la realtà supera la fantasia, vi assicuro che è tutto vero!



GIOVEDI 18 OTTOBRE - Sono allo SMAU, dove vado in visita ogni anno per interesse personale e professionale. Nel primo pomeriggio ricevo una telefonata dalla RAI di Roma, perché alcuni giornalisti, impressionati dall’interesse che le mie avventure alla ricerca della bici hanno suscitato tra i lettori del Corriere.it, hanno deciso di invitarmi alla trasmissione UNO Mattina, nell’ambito di un breve dibattito dedicato alla mobilità sostenibile ed alle biciclette elettriche. Decido che può essere una buona occasione per dare ancora più risalto al problema dei furti di biciclette affinchè poi si crei una pressione mediatica che spinga tutte le parti coinvolte ad affrontare a fondo il problema e a cercare di risolverlo. Prendo quindi il Frecciarossa delle 19, arrivo a Roma e dormo nell’Hotel prenotato dalla RAI.

 In cerca della bici rubata In cerca della bici rubata In cerca della bici rubata In cerca della bici rubata In cerca della bici rubata

VENERDI 19 OTTOBRE - Vengo intervistato sull’argomento, durante la trasmissione di Uno Mattina nella quale interviene anche l’assessore Pierfrancesco Maran, che spero vivamente seguirà i miei suggerimenti di convocare le varie parti coinvolte al fine di affrontare radicalmente il problema dei furti di biciclette.

Una volta tornato a Milano, appena entrato nella stazione del metrò a Centrale, ricevo una telefonata di un lettore del Corriere.it, che sospetta di aver riconosciuto la mia bicicletta rubata in un garage privato, ma visibile passando dal marciapiede, vicino al Parco Ravizza, in zona Bocconi. Decidiamo quindi di incontrarci vicino al garage per dare un’occhiata. Subito dopo mi ricontatta il commissario Brianzoli, dell’Unità Antiabusivismo della Polizia Locale di Milano, che si è preso a cuore la questione. Mi aveva già contattato in mattinata mentre stavo entrando negli studi RAI a Roma e con cui non avevo potuto parlare. Gli racconto del possibile ritrovamento delle bici e mette in allerta due agenti in zona Bocconi.

 In cerca della bici rubata/2 In cerca della bici rubata/2 In cerca della bici rubata/2 In cerca della bici rubata/2 In cerca della bici rubata/2

Incontro il lettore del Corriere.it, molto gentile, che mi accompagna vicino al garage dove ha individuato la bici. Il palazzo è signorile, e non avrei mai immaginato di trovare lì una bici rubata, ma sembra effettivamente la mia, anche perché il colore arancione è inconfondibile! Chiamo quindi il commissario Brianzoli, che mi conferma l’invio sul posto di due agenti. Arrivano dopo pochi minuti. Mentre ci avviciniamo al garage, esce un’auto sulla strada. Decidiamo di approffitarne, acceleriamo il passo e riusciamo ad entrare nella rampa prima che il cancello automatico si richiuda. Scendiamo, ci avviciniamo alla bici, e non c’è dubbio che sia la mia: gli stessi pneumatici da strada che avevo fatto mettere per il viaggio lungo il Danubio, il numero sul manubrio (che non è quello del telaio, come diversi lettori del Corriere mi hanno spiegato, ma si riferisce alla lega di alluminio), lo stesso adesivo «Blom» del rivenditore dal quale l’amico che me l’aveva venduta, l’aveva precedentemente acquistata. Gli agenti chiamano la Centrale per riportare il ritrovamento.

Confermando quanto ho detto nella premessa, cioè che a volte la realtà supera la fantasia, mentre gli agenti erano al telefono e ci eravamo allontanati di qualche metro dalla bici, arriva tutto tranquillo un uomo sui 30-40 anni, con una chiave in mano. Ci guarda distrattamente, si avvicina alla mia bici e apre il lucchetto di un cavetto che la fissava alla ringhiera. E’ una scena quasi comica, stento a credere ai miei occhi! Gli agenti gli chiedono dove e quando ha comprato la bici. Risponde un po’ imbarazzato che l’ha comprata un paio di settimane fa in Viale Papiniano. Gli agenti chiedono di precisare e lui risponde: «Ai giardinetti di Piazzale Cantore». Che giorno preciso? Ci pensa un po’ e poi risponde che è stato giovedi 4 ottobre, verso le 17. Era il momento esatto in cui io sporgevo denuncia al Commissariato di Piazza San Sepolcro e l’agente di Bello mi diceva: «Forse è un po’ tardi ora, ma dovrebbe andare al più presto in Piazzale Cantore, dove ci sono spesso ricettatori, per vedere se la trova».
Tiro fuori la documentazione che porto sempre con me dal momento del furto:  la denuncia e una foto della bici che avevo stampato con la mia stampante. Mostro anche tutte le foto che preso col cellulare. Gli agenti chiedono all’uomo quanto l’aveva pagata. Risponde 80 euro. E gli dicono: «Questa bici ha evidentemente un valore molto superiore, quindi lei verrà denunciato per incauto acquisto». Lui risponde che effettivamente dei sospetti li aveva, e che già nei giorni scorsi qualcuno per strada aveva fatto commenti sulla bici e lui si era imbarazzato. Dopo aver interrogato l’uomo sulle caratteristiche fisiche del venditore della bici e dopo aver compilato tutta la modulistica necessaria, vengo accompagnato nella sede dei vigili in Piazza Beccaria, dove viene redatto il verbale di ritrovamento delle bici.

Parlo poi con alcuni agenti che confermano la mia supposizione di scarsa meritocrazia all’interno della Polizia Municipale, della frustrazione di aver a che fare con leggi che nei fatti risultano essere troppo garantiste per chi commette reati e impedisce a loro di essere efficaci nel loro lavoro. Inoltre mi raccontano del caso del venditore ambulante abusivo che tre settimane fa aveva spaccato il naso con un pugno ad un agente della polizia locale e la mattina successiva era stato liberato. Un settimana dopo era arrestato di nuovo per vendita di merce contraffatta ed era stato nuovamente scarcerato, per poi picchiare alcuni giorni dopo due vigili che l’avevano bloccato. Faccio poi alcune foto – ricordo della mia bici di fianco alle bici dei vigili e a una loro auto (nota della redazione: per un problema tecnico Giuseppe, che si trova in viaggio, non ha potuto inviare le foto: le inseriremo a breve).

Rimango convinto che risolvere il problema dei ladri di biciclette non sarà certo facile, ma ci sono tanti tasselli di un grande puzzle che devono essere messi insieme, e chi ha cuore questo problema a livello cittadino dovrebbe inchiodare ciascuna parte alle proprie responsabilità, inclusi i ciclisti che dovrebbero sempre fare denuncia in caso di furto e acquistare bici usate solo se il venditore accetta di firmare il documento di cessione tra privati predisposto da rubbici.it, che peraltro li tutela dalla denuncia di ricettazione o incauto acquisto!

20 ottobre 2012 | 10:21