domenica 21 ottobre 2012

Si rottamano i nonni e anch’io mi sento poco bene

La Stampa

Così la nuova parola d’ordine della politica si specchia nella società
Giacomo Poretti


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Non mi sento tanto bene in questo periodo, percepisco un vago malessere generalizzato. E non credo dipenda dai cambiamenti stagionali che inevitabilmente si portano appresso riniti, faringiti e reflussi esofagei, che, per inciso, sono la sindrome del decennio. Tutti in società ce l’hanno: se non hai un minimo di acidità di stomaco, non hai argomenti di conversazione, non puoi entrare nei consigli di amministrazione, e non potresti presentarti alle primarie.


I nemici giurati della medicina allopatica sostengono che, quando un medico è in difficoltà nel formulare una diagnosi, prescrive un antiacido o un inibitore della pompa protonica. Ogni epoca storica ha avuto la sua sindrome misteriosa: gli Anni 60 hanno conosciuto il linfatismo, gli Anni 80 la labirintite e nel 2000 la sindrome da reflusso esofageo. Forse avrò anche un pochino di reflusso, ma non è quella l’origine del male; più che un medico, forse avrei bisogno di uno psicologo, che mi spiegasse questa insinuante inquietudine che provo quando - lo confesso - sento la parola rottamazione.

Chissà perché, ma percepisco che tra un po’ mi riguarderà; eh sì, perchè, se sei nei dintorni dei 60 anni, sappi che sei lì lì per essere accantonato, defenestrato, sostituito, rottamato; puoi farti da parte da solo o, se preferisci, tu 60enne continua pure ad ostinarti e noi ti facciamo una legge apposita che dopo un tot (l’unità di misura del Tot è indefinita ma sostanzialmente è la brevità) devi rottamarti per legge. Oddio! Se mai passasse in Parlamento una legge che, dopo quattro film te ne devi andare in pensione, io con i miei soci avremmo smesso di lavorare 10 anni fa! Non oso pensare un’estensione della legge sul numero di spot pubblicitari realizzati: in questo caso rischieremmo la galera.

Hanno fatto tanto la scienza, la medicina, la biologia per prolungarci la vita e spingerla fino ad una media, 84 anni, che neanche Noè se la immaginava, ed ora, quando uno ha compiuto i 60, è da buttare nel camino.
Che farò tra quattro anni? Ecco il motivo della mia inquietudine, altro che reflusso! Se il buon Dio lo vorrà e mi farà arrivare sino alla media nazionale, a partire dall’aprile 2016, mi rimarranno 24 anni, in cui potrò sostare incuriosito tra scavi e cantieri in costruzione, vigilare gli incroci delle strade e fermare le auto per far passare scolaresche di bambini, o a vagare tra case di riposo, su carrozzine, trepiedi e bastoni: quasi immortali, ma totalmente insopportabili.

La dinamica tra le generazioni è sempre stata aspra e nessun anziano ha mai lasciato il proprio ruolo con assoluta felicità. Il nonno di un mio amico, quando è andato in pensione dalla fabbrica metalmeccanica dove ha lavorato per 50 anni, per due mesi ha parlato solo con una bottiglia di vino; poi si è fatto una ragione e, finché è stato in vita, ha continuato ad occuparsi di rubinetti che perdevano, lavatrici che non funzionavano, abat-jour che non funzionavano, sempre con la sua fida cassetta zeppa di chiavi a brugola e cacciaviti a stella: perché tutti nel cortile dove abitava, se non c’era il nonno Giulio, sai quante lavatrici avrebbero dovuto cambiare!

Sarà che prima non c’era Internet e. quando avevi un dubbio, o volevi sapere qualche cosa di importante. ti rivolgevi al nonno Giulio e a tutti gli altri nonni: se volevi sapere quando seminare la lattuga, chiedevi al nonno: adesso digiti «leverduredelmiorto.it»; se vuoi sapere come sarà il tempo atmosferico, «3Bmeteo» si sbilancia al massimo fino a cinque giorni. Il nonno, invece, era in grado di predirti, in base al comportamento dei moschini in estate, e con minor coefficiente di errore, come sarebbe stato tutto l’inverno; taluni si spingevano sino a consigliarti come vestirsi a Pasqua. I nonni sapevano che taglio di carne chiedere al macellaio, perché sapevano la differenza tra filetto e biancostato; i nonni non avrebbero mai comprato i mandarini in luglio; i nonni, anche quelli che non avevano studiato, non avrebbero mai investito in «Cds» («Credit default swap»), ti avrebbero consigliato di comprare una casa.

E, se per caso la banca ti offriva il 98% del mutuo, ti avrebbe suggerito di non fidarsi di chi si mostra esageratamente generoso e che i soldi te li avrebbe prestati lui. Una volta, se si litigava con un parente, chiedevi al nonno cosa fare per riappacificarti; se bucavi la ruota della bicicletta, il nonno aveva il mastice per ripararla; se ti innamoravi, mostravi al nonno la tua morosa e, se ti strizzava l’occhio, capivi che quella biondina andava bene per te. Senza il consenso e il parere del nonno era difficile fare qualche cosa di importante e, tranne qualche eccezione, il nonno trovava la sua ragione d’essere nell’accompagnare il figlio e soprattutto nel riversare sul nipote tutto lo scrigno del suo sapere, e i figli e i nipoti sapevano che ci sarebbe stato il loro spazio.

Il mondo è cambiato e ora i nonni li abbiamo messi davanti alla tv e, se per caso abbiamo bisogno di aiuto, chiediamo a Wikipedia: è una specie di nonno saccente, che sa fastidiosamente tutto di tutto, è veloce nelle risposte e soprattutto, quando gli hai chiesto «come agisce un inibitore della pompa protonica», non sei costretto a sorbirti l’ennesimo racconto di quando il nonno si lavava in un mastello; Wikipedia sa un sacco di cose: quando si semina la lattuga, cosa sono i «Cds», quando maturano i mandarini, ma Wikipedia non dà consigli.

Non deve essere facile per il vorace impeto giovanile che anela di prendersi il mondo, conquistarlo, e finalmente manovrarlo, non deve essere facile comprendere quanto sia difficile per un anziano lasciare il proprio lavoro a cui ci si è dedicati per tutta la vita, o sentir venir meno l’autorevolezza di un padre verso un figlio che si è fatto uomo, o rendersi conto che non puoi più sollevare la propria moglie in un abbraccio come a 20 anni, o insieme al caffè, fare colazione con un set di compresse colorate più numerose dei biscotti.
Forse non dovrei preoccuparmi tanto, perché, probabilmente, queste aspre contese di questi tempi riguardano solo la politica e, forse, sono soltanto clamori che hanno lo scopo di assicurarsi la stanza del potere.

E invece io mi preoccupo ancora di più, perché la politica è lo specchio fedele di quel che è il suo corpo elettorale: padri che si comportano come adolescenti, figli che non sanno che significa essere padre.
O forse è solo la brutale necessità che il cambiamento porta con sé. Forse è per questo che la sindrome della nostra epoca è il reflusso: un processo digestivo che fatica a compiersi, che ritorna continuamente indietro, che si oppone, che brucia. Così come negli Anni 80 si soffriva di labirintite: di vago sbandamento, di paura di svenire, di non riuscire a stare in piedi, di non riuscire più ad andare diritti verso dove si vorrebbe andare.

E per finire il linfatismo degli Anni 60: quell’incerta astenia che stava per sopraggiungere e sarebbe arrivata fin dentro alla nostra acidità di stomaco. Io le ho avute tutte e tre, quelle sindromi: come vorrei chiedere a mio nonno che pastiglia prendere!

Il burocrate superpagato torna "normale": appena 3.500 euro al mese

Mariateresa Conti - Dom, 21/10/2012 - 17:18

Felice Crosta, celebre per la pensione da 1.300 euro al giorno, trova l'accordo con la Regione Siciliana

La favola di Felice Crosta, pensionato più pagato d’Italia dopo essere stato il manager con lo stipendio più alto, è finita.


Felice Crosta, dirigente della Regione Siciliana


E non con il tradizionale happy end, almeno per lui. Al superburocrate della Regione siciliana, diventato celebre per i suoi emolumenti record, La Cassazione, nel luglio scorso, aveva «dimezzato» l’indennità, portandola a circa 620 euro al giorno dagli iniziali 1.300 euro, sempre al giorno. E adesso Crosta ha detto addio al maxi-assegno. Ha infatti raggiunto un accordo con l’amministrazione per restituire i soldi in più percepiti, circa un milione di euro: ha versato un anticipo di 200mila euro e restituirà, ogni mese, 17mila euro, che verranno trattenuti direttamente in busta paga. La sua pensione, quindi, si riduce a circa 3.500 euro al mese.

Si conclude dunque una vicenda che aveva destato a dir poco scandalo, a livello nazionale. Sin dal 2006, quando Crosta, dall’allora governatore di Sicilia Salvatore Cuffaro, era stato chiamato a guidare l’Agenzia per i rifiuti con un compenso record di 460mila euro l’anno. Il supermanager si era dimesso pochi mesi dopo la nomina. Ma anche grazie ad una leggina ad hoc la sua pensione era stata calcolata sul super-stipendio percepito negli ultimi mesi di attività. Nel 2008 lo stop all’assegno d’oro. E l’inizio di un’aspra battaglia legale che, a fasi alterne, si è conclusa l’estate scorsa, con la Cassazione che ha dimezzato gli emolumenti, portandoli a 227mila euro l’anno. Adesso l’accordo, raggiunto dal dirigente, per restituire il dovuto. Un accordo che dall’Olimpo dei pensionati d’oro lo riporta alla realtà, sia pur privilegiata, dei normali dirigenti.

Il gatto e la volpe di Campodolcino Una fiaba? No, una storia vera

Il Giorno

Il videoclip girato dal padrone di casa e montato dall’amico Sergio Buttironi dal titolo "Il gatto e la volpe in Valchiavenna" ha ricevuto la bellezza di 23mila visualizzazioni su You tube

di Francesca Nera



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Campodolcino, 21 ottobre 2012 - Non si tratta della fiaba dei fratelli Grimm e nemmeno del celebre brano musicale di Edoardo Bennato. Questa è la storia di Mario Nava, pensionato chiavennasco che, per ben cinque sere di fila ha avuto ospite in casa sua uno splendido esemplare maschio di volpe, immortalato in una serie di scatti in compagnia dei suoi gatti. Oggi il racconto del gatto e la volpe impazza sul web e il videoclip girato dal padrone di casa e montato dall’amico Sergio Buttironi dal titolo "Il gatto e la volpe in Valchiavenna" ha ricevuto la bellezza di 23mila visualizzazioni su You tube.

"Sono originario di Chiavenna - racconta Mario Nava, 75 anni, ex commerciante - ma vivo in una baita a Mottala di Fracisio, una frazione di Campodolcino, e proprio lì, qualche tempo fa, è venuta a farmi visita una bellissima volpe. Tutto è iniziato una sera mentre mi trovavo in giardino. All’improvviso ho intravisto due occhi penetranti fare capolino da sotto le fronde di un grande pino.

Al momento ho immaginato che si trattasse di un gatto, visto che da anni sono solito sfamare due gatti inselvatichiti che frequentano la zona, ma presto ho capito che davanti a me era apparsa una magnifica volpe". Una volpe in carne ed ossa, un esemplare di circa tre anni dal pelo rossiccio e dallo musino affusolato. "Spinta dalla fame si è subito avvicinata ai gatti che in quel momento stavano mangiando e io - prosegue Nava - sono entrato in casa con la massima cautela per prendere la macchina fotografica e scattare qualche foto. Una volta sazia, la volpe si è allontanata furtivamente".

Nella speranza di poter rivivere la magia di quel primo incontro, il padrone di casa ha deciso di non lasciarsi cogliere impreparato. "Il giorno seguente mi sono procurato una videocamera per non lasciarmi sfuggire nulla di quegli incantevoli attimi e la mia tenacia è stata presto premiata. La sera stessa, dopo aver cosparso il porticato e l’interno della casa di crocchette, la volpe è tornata a fare visita ai suoi amici felini. E così è accaduto per altre tre sere di fila".

Una fiaba che prende vita nel cuore della Valle Spluga, in un’oasi incontaminata dove camosci, cervi, caprioli ed ermellini si aggirano indisturbati come in un film della Disney. "Non solo gli avvistamenti si sono fatti più frequenti - racconta entusiasta il pensionato - ma la volpe si è persino spinta all’interno della mia mia cucina, per poi fermarsi sul divano di casa in compagnia di un gatto. Vederli giocare insieme è stata per me una grande emozione, un vero spettacolo della natura.

Sfortunatamente, dopo cinque giorni di gradite visite, la volpe è scomparsa nel nulla e per mio sommo dispiacere non è più riapparsa. Ho deciso di pubblicare su You tube un filmato di una decina di minuti - conclude - con lo scopo di condividere questa straordinaria vicenda in rete". Animali che si contendono il cibo ma che al tempo stesso giocherellano indisturbati all’interno di una baita di montagna: la dimostrazione che la convivenza fra animali è possibile, a volte più di quella fra gli uomini.

Così l'ex camerata Gianfry ha sputtanato anche la "sacra" El Alamein

Libero

Il presidente della Camera celebra l'anniversario della storica battaglia. Più che amor patrio, è il tentativo di dimenticare Montecarlo e i Tulliani...

di Renato Besana


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Ieri, nel folto gruppo parlamentare che si è recato a rendere omaggio ai caduti di El Alamein, nel settantesimo anniversario della battaglia, c’era qualcuno di troppo: Gianfranco Fini, che avrebbe fatto meglio, una volta atterrato sul suolo egiziano, a proseguire per Sharm el-Sheikh, dove si sarebbe potuto dedicare con profitto agli sport acquatici nei quali eccelle. D’accordo, è il presidente della Camera, ma il ruolo istituzionale non si può scindere dalla persona che lo ricopre. Che andasse altrove: al ballo della Croce Rossa a Montecarlo, o in una casa del popolo a moderare il dibattito tra Renzi e Bersani. Di lui si potrebbe ripetere, a rovescio, quel che si legge sulla lapide che, in pieno deserto, ricorda i nostri caduti: a lui mancò il valore, non la fortuna.

Il pascolo - L’Italia, nonostante tutto, è di cultura cattolica; di conseguenza non può censurare Gianfry, che dopo aver pascolato nei prati della sinistra ha intrapreso la via del pentimento. La sua storia ci induce tuttavia al dubbio: con una punta di malizia, si potrebbe arguire che il ritorno alle origini sia stato dettato da contingenze sfavorevoli. Il grande centro è ormai nell’archivio delle ambizioni sbagliate, Futuro e Libertà è in liquidazione, i Mille cui si era appellato sono un centinaio scarso, Casini l’ha abbandonato al suo destino. L’affossatore di An, rimasto senza una casa politica - quelle di vacanza sembra invece che in famiglia abbondino - cerca di tornare alle antiche frequentazioni, quasi a dire: eccomi qui, cari amici e camerati, sono ancora uno di voi. Il Fini di qualche tempo fa avrebbe tenuto un’orazione commemorativa vibrante di antifascismo; quello di oggi s’inchina deferente, come avrebbe fatto in anni lontani (con tutte le ambiguità del vecchio Msi, che in una tasca aveva la sabbia di El Alamein, nell’altra gli accordi sottobanco con la Dc).

Dare del "cafone" è lecito se il fatto si verifica nel traffico stradale

La Stampa


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"Sei un cafone" è un'offesa, anzi no. La Cassazione, intervenendo di volta in volta sulle liti che degenerano, spiega quando apostrofare qualcuno con il termine "cafone" non è `politically correct´. E così, mentre gli "ermellini" ammettono ampi margini di tolleranza quando il "cafonal" viene evocato in mezzo al traffico, sono inflessibili sul termine e lo bollano come offesa indifendibile se viene utilizzato come sinonimo di "maleducato". Dunque, se lo si usa in mezzo al traffico per mandare "a quel paese" un automobilista che blocca la strada, `cafone´ è legittimo e non va condannato. Ci sono, invece, casi in cui apostrofare qualcuno dandogli del "cafone" è offensivo al di là «delle intenzioni inespresse dell'offensore». In questo caso scatta anche la condanna per il danno morale patito.

A beneficiare del via libera al "cafone" un 30enne di Cagliari che era finito sotto processo per ingiuria per aver dato del "cafone" ad un automobilista che, parcheggiando male, aveva bloccato il passaggio. Per la Cassazione, «l'ingiuria, se provocata da fatto ingiusto» merita tutte le attenuanti senza escludere l'assoluzione. Tutt'altra sorte ha avuto una 38enne abruzzese che ha dato del `cafone´ ad un agente di polizia dopo che le aveva chiesto i documenti. La ragazza, ricostruisce la sentenza della Quinta sezione penale, era intervenuta in un giardino pubblico, chiamata dal padre cardiopatico che aveva avuto un malore mentre portava a passeggio il cane dopo avere assistito ad una caduta accidentale di una bambina. Sul posto era arrivato anche un agente di polizia che aveva chiesto alla ragazza di esibire i documenti.

Cosa che non era avvenuta perché, come ha spiegato la difesa di C. G., la ragazza aveva cercato di soccorrere il padre. Da qui le frasi al poliziotto "cafone", "maleducato". Seguito da un "ti faccio vedere io". Tre espressioni dette in un momento di concitazione che sono costate a C.G. una condanna per ingiuria e minaccia con tanto di risarcimento del danno morale all'agente, quantificato in mille euro. Vana la difesa in Cassazione volta a segnalare che il termine "cafone" non poteva essere considerato di portata offensiva dato anche il contesto. Piazza Cavour ha osservato che «in tema di ingiuria, il criterio a cui fare riferimento ai fini della ravvisabilita' del reato è il contenuto della frase pronunciata e il significato che le parole hanno nel linguaggio comune, prescindendo dalle intenzioni inespresse dell'offensore, come pure dalle sensazioni puramente soggettive che la frase può avere provocato nell'offeso».

Ladri di wifi, l’ultima guerra tra vicini Ecco come scegliere la password giusta

Il Mattino


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NAPOLI - Da «basta sesso»a «non scroccate», dietro il nome che si sceglie per la propria rete wi-fi spunta la guerra contro i vicini di casa e la minaccia agli intrusi. Ne è passato di tempo da quando gli hacker gironzolavano per le strade alla ricerca di una rete wi-fi libera da «craccare».
 
Oggi basta verificare quanti segnali wi-fi ci sono nel condominio e cercare di agganciarsi a quello che non è protetto da una password. Si può così navigare su internet ma anche sbirciare nel pc del vicino in cerca di qualcosa di interessante. A sua insaputa. Il segnale si percepisce nel giro di 30 metri dal reuter-modem e, per quelli più moderni, anche nell’arco di 50-60 metri. Tradotto: anche il vicino che abita 3-4 piani sopra di noi può agganciarsi.

Questa pratica, sempre più diffusa, è un furto in piena regola ma da pochi percepito come un reato (violazione di sistemi informatici) passibile di sanzioni penali. Il modo per difendersi? È banale: proteggere la rete con una password. Eppure la scarsa cultura digitale spesso impedisce una semplice operazione che «ruba» solo pochi minuti e mette al riparo il titolare della rete da molti guai, anche giudiziari. Ma lentamente si registra un cambio di passo e al momento di «battezzare» il proprio wi-fi con un nome che poi automaticamente sarà visibile a tutti i computer che si trovano nelle vicinanze, sempre più internauti usano nomi e frasi esilaranti per mettere in guardia possibili condomini malintenzionati.

Ci sono diversi siti web che raccolgono quelli più ironici e, secondo la Bbc, danno uno spaccato dei moderni rapporti di vicinato. «Uno dei più diffusi in Gran Bretagna e Irlanda - dice il sito OpenSignal.com - è: “Possiamo sentirvi fare sesso”, a cui a volte si aggiunge “Per favore smettetela” o “smettetedifarecositantosesso”, ironicamente usato con una rete non protetta, cioè accessibile a tutti». Poi ci sono le frasi esplicite usate per mettere in guardia i ladri di connessione libera come «Non rubate la mia banda» o «Questo Wifi non è per i miei vicini». È il web rileva anche «botta e risposta», con una rete chiamata «smettila di rubarmi il giornale» a cui segue «non lo rubo, mi limito a buttarlo via».

C’è poi chi ricorre all’ironia come «trovato virus» o «Posto di sorveglianza Cia», e chi cerca di ingraziarsi i vicini con messaggi tipo «All’appartamento 21b c’è una ragazza molto carina» o protesta «basta con i tacchi». In un caso, poi, il nome del wifi ha provocato persino un’indagine della polizia, nel New Jersey, per i suoi contenuti razzisti e violenti. In Italia, invece, sembrano prevalere frasi contro i «ladri» come «non scroccare». Secondo il sito telefonino.net ad esempio si va da «Non connetterti» a «Casa Nostra».

lu. ma.





Rapetto: «Password fantasiosa e raffinata contro gli attacchi»

Il Mattino



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NAPOLI - Ora insegna «Sicurezza nelle reti di telecomunicazioni» alla facoltà di Ingegneria dell'Università di Genova, ma il suo nome è legato al Gat (Gruppo Anticrimine Tecnologico) della Guardia di Finanza da lui fondato e guidato brillantemente fino alle dimissioni, con strascico di polemiche, dello scorso 30 giugno. L’ex colonnello Umberto Rapetto è senz’altro il massimo esperto di frodi informatiche, il numero 1 in Italia. Nel 2001 ha diretto le indagini che hanno portato alla condanna in via definitiva degli hacker protagonisti di attacchi sul web a danno del Pentagono e della Nasa, tanto per citare una delle sue migliori operazioni.


Professor Rapetto, come si fa ad evitare il furto della rete wi-fi? «Semplicissimo: basta inserire una propria password per proteggere la rete dagli intrusi. È un’operazione banale che richiede pochi minuti ma consente di evitare moltissimi problemi. Il segnale si percepisce nel raggio di trenta metri dal reuter-modem e, in alcuni casi, anche a cinquanta-sessanta metri».
 
Quali password consiglia?
«Ognuno può inserire quella che più preferisce, che ricorda meglio, eppure è un’operazione che solo in pochi fanno. La rete wi-fi è un bene immateriale e, forse, per questo il suo uso da parte di estranei non viene percepito come un vero e proprio furto, ma lo è a tutti gli effetti. Perciò via libera alla fantasia nella scelta delle password purché ce ne sia una personalizzata.. Io raccomando a tutti di modificare quelle preimpostate dalla casa produttrice, si possono violare facilmente. Prendiamo la serratura di una valigia nuova: si apre con la combinazione 000, eppure tutti modificano i numeri. Perché la stessa regola di buon senso non dovrebbe valere per la rete wi-fi? Io consiglio di inserire anche punti, virgole, asterischi e altri segni nella propria combinazione per renderla più sicura. Gli hacker, ad esempio, abbinavano un numero a una lettera e così “casa” diventava 31151, sostituendo c(3), a(1), s(15), a(1)».
 
Cosa rischia il ladro di wi-fi?
«La violazione dei sistemi informatici è punita dal codice penale, ma è difficile provarla. Ma c’è di più. Se il ladro compie reati con la nostra rete wi-fi (visita, ad esempio, un sito pedopornografico) siamo noi imputabili, salvo poi riuscire a dimostrare il contrario. L’intruso, inoltre, può leggere tutte le nostre cartelle e sottrarci anche dati personali riservatissimi».


Domenica 21 Ottobre 2012 - 14:21

Wanted a Scampia, appello ai cittadini: «Aiutateci ad arrestare questi boss»

Il Mattino
di Leandro Del Gaudio



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NAPOLI - C’è il designato - una sorta di predestinato al ruolo di comando -, poi c’è il parvenu, quello che si è fatto da solo e ha approfittato dei vuoti da riempire dopo arresti, condanne e omicidi. Poi: il genero, il rampollo e il sosia. Eccoli, sono i cinque imprendibili della nuova faida, l’ultima generazione di protagonisti di uno scenario criminale segnato da venti omicidi in dodici mesi. Nomi noti per gli addetti ai lavori, meno conosciuti per l’opinione pubblica, quanto basta comunque a spingere polizia e carabinieri a diffondere una nota ai media con nomi, volti e soprannomi. Un «wanted» in piena regola, mentre a Roma e a Napoli i vertici delle forze di polizia e carabinieri fanno quadrato per arginare la nuova faida.

Dopo l’omicidio di Pasquale Romano - colpito per errore e estraneo al crimine - lo Stato mostra i muscoli: da domani sera, arrivano altri cento uomini (tra polizia e carabinieri), rispetto agli innesti decisi lo scorso 30 agosto. E non è tutto. Martedì mattina i vertici di polizia e carabinieri si incontreranno in Procura, poi in Tribunale (contatti con la sezione misure di prevenzione, organo decisivo per l’aggressione ai capitali), infine in Prefettura. A Napoli al cospetto del procuratore Giovanni Colangelo, sono dunque attesi il vice capo della polizia Francesco Cirillo, il direttore della Direzione Centrale Anticrimine (Dac) Gaetano Chiusolo, i vertici dei carabinieri, a partire dal comandante provinciale Marco Minicucci.

Ha spiegato ieri il capo della Polizia Antonio Manganelli, al termine del vertice al Viminale: «Arrivano più risorse per accrescere il controllo del territorio». Un cambio di passo per bloccare quei cinque, dunque, quelli legati al clan Di Lauro, ai loro probabili alleati dei «girati» della Vannella Grassi, contro gli scissionisti dei Abete-Abbinante-Notturno Aprea e degli Amato-Pagano. Ma chi sono i «wanted» di ultima generazione? Andiamo per ordine, a partire dal più blasonato.


Marco Di Lauro. 32 anni, latitante dal 2005 (associazione camorristica e omicidio di Attilio Romanò, un cittadino ucciso per errore), ha lo scettro per discendenza diretta, in quanto primo figlio libero di Paolo Di Lauro, l’ormai famigerato Ciruzzo ’o milionario, governa il rione dei Fiori meglio noto come «terzo mondo». Da otto anni è un fantasma: ama le auto truccate, fissato per l’igiene, è un mediatore nato, preferisce la tregua anche se si sa muovere quando soffiano venti di guerra.
 
Mariano Abete. Ventuno anni, figlio del boss scissionista Arcangelo Abete, è ricercato per associazione camorristica. Aveva 13 anni quando venne dato in ostaggio durante l’agguato che aprì la faida degli scissionisti contro i Di Lauro. Qualche mese fa viene intercettato mentre parla con il padre in carcere: piange Mariano nel commentare l’omicidio dello «zio» a Barra, confederato alla camorra degli scissionisti, ma ottiene le rassicurazioni del caso. In una parola, ottiene vendetta. È uno dei punti cruciali di una faida culminata nell’omicidio di Marino a Terracina, ma anche nella spedizione punitiva di Marianella dove è stato ammazzato Pasquale Romano.
 
Mario Riccio. Ventuno anni, è il più giovane latitante in Italia tra quelli indicati nella lista del Viminale, nel cosiddetto «elenco cento» girato a questure e comandi provinciali. Chi è Mario Riccio? Ha sposato la figlia del boss scissionista Cesare Pagano, al momento splende di luce riflessa in una strategia di arretramento che lo ha portato fuori Napoli. Di recente si è fatto notare per alcune ronde notturne a Marano (sua nuova roccaforte), con colpi di pistola esplosi in aria, un modo pirotecnico tanto per mostrare i muscoli a chi, una decina di anni fa, «osò» offendere l’onore del padre in vicende di piccolo spaccio.
 
Antonio Mennetta. Ventisette anni, è uno dei boss di via Vannella Grassi, quelli della Secondigliano vecchia. È alleato di antica data a Marco Di Lauro, è uno dei capi dei cosiddetti «girati», che nel 2007 passarono con gli scissionisti (con gli omicidi di Pica e Cardillo), salvo tornare con gli amici di un tempo. Condannato a dieci anni in primo grado, viene scarcerato per decorrenza dei termini, poi si ritrova protagonista di un caso giudiziario ancora aperto: arrestato in estate con un fermo del pm, il gip non convalida, si va dinanzi al Riesame che deve pronunciarsi sulla richiesta di arresto. Intanto, è ricercato per una violazione di un divieto di dimora, se venisse preso finirebbe ai domiciliari.
 
Rosario Guarino. Detto Joe banana, 29 anni, è il numero due dei «girati», dopo aver militato nel clan Di Lauro. Latitante da febbraio, al termine del primo blitz contro quelli della Vannella grassi, è indicato come uno dei personaggi chiave della guerra che, da una strada dell’antica Secondigliano, ha trascinato con sé anche la vita di una persona perbene come Pasquale Romano.

Crozza, il comico delle meraviglie

Corriere della sera


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Anticipato da una serie di esilaranti promo che lo vedevano nei panni di un «agghiacciande» Antonio Conte o di un Flavio Briatore sempre più calato nel suo ruolo di «spietato» boss di «The Ficientis», su La7 è tornato Maurizio Crozza, con il suo show «Crozza nel paese delle Meraviglie» (venerdì, ore 21.20). Bisogna subito dire che rispetto alle precedenti edizioni il programma si è accorciato di quasi un'ora (è seguito da un remix del meglio di «Italialand»), trovando così la sua misura ideale: più disteso delle pillole di «Ballarò», ma allo stesso tempo più ritmato e conciso dell'ormai debordante varietà di prima serata all'italiana. Crozza è un grande entertainer ma il problema cruciale delle sue prove televisive era proprio quello di trovare un formato che potesse valorizzarne il talento comico, narrativo e performativo senza evidenziarne i limiti di «tenuta».

Nei panni del Cappellaio Matto di «Alice in Wonderland», il comico genovese ci ha introdotti nella sua galleria di personaggi, da Conte a Casaleggio, da Renzi a un Formigoni più vero del vero. Lo stile della comicità di Crozza è ormai consolidato: rovesciare il punto di vista, applicare un filtro surreale ai paradossi (tanti) e alle magagne (tantissime) che viziano il nostro Paese e i suoi sistemi culturali di riferimento. La politica, certo. Ma anche il calcio, la televisione, l'immaginario mediale. Come prevedibile alla politica è dedicata la gran parte della scaletta, e spunta anche un velato endorsement a Grillo (ma forse è solo solidarietà tra vecchi liguri). Alla fine resta il fatto che, al momento, in questo tipo di comicità Crozza è sicuramente il migliore e che noi ridiamo anche se ci sarebbe solo da piangere. Come canta il finto Gipsy King, «In Italia c'è un casino. E voi che cosa fate? Ve lo digo io: ve fate ipnotisàr dal pulcino Pio».



Aldo Grasso
21 ottobre 2012 | 8:53

La televisione dei vescovi vuol fare il diavolo a quattro

Paolo Rodari - Dom, 21/10/2012 - 09:04

Emile Rose morì nel 1976 dopo una serie di inutili esorcismi, la madre e i preti furono condannati per omicidio. Ma ora Tv2000 riapre il caso con nuovi filmati. Diabolici...

É il caso che negli anni Settanta ha sconvolto la Germania.


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L'esorcismo di Emile Rose, all'anagrafe Annalise Michael, morta nel 1976 dopo aver subìto innumerevoli esorcismi non andati a buon fine. I genitori della ragazza e i due esorcisti che l'ebbero in cura scontarono per la sua morte una condanna penale per concorso in omicidio. Perché per il tribunale, e per una parte dell'opinione pubblica tedesca, la Rose non era posseduta ma soltanto depressa. E non con le preghiere andava curata, semmai con la medicina. In effetti, la Psychiatric Clinic Würzburg di Würzburg le diagnosticò una feroce depressione seguita da attacchi di epilessia, una malattia da trattare a suo dire con dei farmaci.

Ma sia Emile che i suoi genitori erano convinti che altra cose vi fosse all'origine di questo continuo e violento stare male, appunto una possessione diabolica, la presenza di Satana a sconquassare (impressionanti le ultime foto di Emile scattate non molto tempo prima della morte) il suo corpo perpetuamente. Alla drammatica vicenda si sono ispirate opere letterarie e cinematografiche, tra cui «The Exorcism of Emily Rose» diretto da Scott Derrickson e «Requiem» di Hans-Christian Schmid. Ma il dubbio non è mai stato sciolto. Emile Rose era davvero posseduta? Oppure no?

E poi, se al posto di andare da due esorcisti si fosse sottoposta a cure mediche si sarebbe salvata?A sciogliere ogni dubbio ci pensa a sorpresa Tv2000, la televisione dei vescovi italiani. Con un inizio di anno sociale che si preannuncia col botto, Tv2000 riapre il caso e all'interno della trasmissione «Vade Retro» diretta da David Murgia (venerdì prossimo alle 22.20) porta documenti che dimostrano che era tutto vero: Emile Rose, al secolo Annalise Michale, era davvero posseduta.

Le notizia però è anche un'altra. Ed è che nonostante la presenza, anche in Italia, di diversi vescovi di linea molto prudente in merito agli esorcismi la Chiesa italiana per voce della sua emittente televisiva apre una breccia su una soffernza, quella della possessione diabolica, per troppo tempo ignorata e poco considerata. Eppure, loro, i posseduti, sono spesso delle vittime che, come accadeva ai tempi di Gesù, chiedono aiuto e guarigione.

Eppure il diavolo, per chi crede una presenza spirituale attiva in questo mondo, era il nemico numero uno di Gesù Cristo, colui che Cristo stesso aveva indicato essere il nemico contro il quale era stato mandato a combattere in questo mondo.Ma torniamo a Emile Rose. Secondo le trascrizioni degli audio originali che Tv2000 manderà in onda, era posseduta da Lucifero in persona, Giuda Iscariota, Nerone, il ladrone crocifisso alla sinistra di Gesù e Adolf Hitler. Arnold Renz e Ernst Alt, i due esorcisti che praticarono gli esorcisti, comandarono a chi lo possedeva di parlare. Il 29 settembre 1975 è Giuda a usare della voce della ragazza e a prendersela con l'ultima fatica di Paolo VI, l'enciclica contro l'aborto:

«Questa enciclica, l'Humanae Vitae, è anche per niente, è inutile». Poi, il 10 ottobre 1975, parla Lucifero: «Se non sarà tenuto nel giusto conto il messaggio della Madonna a Fatima e rispettata l'Humanae Vitae verrà un nuovo castigo».Il primo ottobre 1975 parla ancora Giuda: «Quello laggiù (il Papa), quello solo tiene ancora in piedi la Chiesa. Gli altri non lo seguono, non ubbidiscono. Tutti vogliono essere moderni». E poi il 15 ottobre 1975, ecco ancora Lucifero che parla soto comando di Cristo: «Il Volto Santo deve essere venerato. Questo lo dice il Nazareno, perché Esso è molto sfigurato da parte degli uomini. Per questo Esso deve essere venerato».

Regali, voli e soldi per il dentista: nei guai il ras "tedesco" di Bolzano

Cristiano Gatti - Dom, 21/10/2012 - 08:55

La Corte dei conti indaga sugli acquisti privati del presidente della Provincia autonoma, Durnwalder. Che si difende: "Ricevo anticipi, poi compensiamo"


Adesso l'Italia è davvero unita, dalla Sicilia all'estremo Nord alpino: la Corte dei conti ha appena annesso al nuovo Stato unitario, fondato sulle inchieste per spese allegre e sprechi personali, anche l'Alto Adige, che poi è la provincia di Bolzano, ultimo paradiso terrestre rimasto in questa valle di lacrime.

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Nel mirino dei controllori c'è sua maestà Luis Durnwalder, sovrano assoluto e indiscusso tra gli ameni villaggi del Sud Tirolo (vietato nel reame chiamarlo Alto Adige: sa troppo d'Italia, puah).Il procuratore contabile Robert Schuelmers, accompagnato dalla Guardia di finanza, si è presentato direttamente negli uffici del governatore filo-austriaco (per sua fiera e reiterata ammissione), chiedendo i faldoni di una specifica voce nel sontuoso bilancio altoatesino (entschuldigen, sud tirolese): il fondo personale del presidente.

Si tratta di 72mila euro all'anno che il capo del governo locale può gestire a proprio piacimento, «anche se è evidente - spiega il procuratore - come i soldi vadano comunque spesi nell'ambito dell'attività istituzionale». È proprio su questa sottile distinzione, tra dotazione personale e utilità pubblica, che si fonda l'accertamento.
Secondo alcuni esposti presentati alla Corte dei conti, Sua Maestà sarebbe caduto nel personalissimo. Lo zoom va a fissarsi in particolare sulla festa di compleanno organizzata per Durnwalder il 24 settembre dell'anno scorso, a Castel Tirolo, cinquecento invitati adoranti, spesa totale intorno ai 40mila euro: e va bene che i 70 anni arrivano una volta sola, ma dato l'impegno è anche il caso di dire per fortuna.Ad ogni modo, la posizione della Corte è molto chiara: se il presidente ha sempre messo di tasca sua, liberissimo. Se invece risultasse che ha pescato nel fondo personale - personale per la personalità politica, non per la persona - allora tutti i discorsi cambierebbero.

Diventerebbe molto semplicemente peculato, cioè distrazione di denaro pubblico, cioè reato penale da passare subito alla Procura della Repubblica per il relativo procedimento.Inutile specificare come Sua Maestà sia a dir poco imbufalito. Si imbufalisce per molto meno, anche per i semplici rilievi della polemica politica, figurarsi con la Finanza in casa. «È un attacco offensivo e ingiustificato», tuona mentre parte subito al contrattacco, dimostrando così che non sarà per niente italiano nel sentire e nel vivere la nostra bandiera, ma che lo è pienamente nei modi e nei toni del più classico politico.Replica la Corte dei conti bolzanina, sempre per bocca di Schuelmers: «Dai registri sembra trapelare uso di denaro per spese dentistiche, biglietti aerei di un viaggio a Vienna con la compagna (pellegrinaggio alla capitale, ndr), regali di Natale, canone tv, assicurazione auto, tasse sulla casa.

È ancora tutto da chiarire e da ricostruire. Si tratta di indagare su un'eventuale commistione tra privato e pubblico».È comunque una bruttissima botta per il mito dell'intramontabile patriarca, che dico patriarca, per il demiurgo di questa invidiatissima riserva ancora formalmente italiana, costata ai nostri bisnonni anche parecchio sangue, ma in epoche recenti sempre più impegnata in uno strisciante allontanamento, nell'indifferenza generale (le regole sono chiare: per chi sceglie d'essere di lingua tedesca ci sono case, lavoro e incentivi, per chi sceglie la lingua italiana si fatica persino a trovare una scuola, ormai).

Abituato da sempre a un trattamento in guanti bianchi da parte dello Stato centrale, amato nel suo feudo per gli anacronistici privilegi strappati all'Italia zerbina, improvvisamente Durnwalder si ritrova accomunato alla politica furbona dell'odiosa penisola. Non è facile incassare il colpo. Difatti non lo incassa. Minacciando a sua volta azioni legali, spiega così alle agenzie la linea di difesa: «Non ho usato un euro per spese private. Solitamente la segretaria anticipa i soldi, poi a fine mese si fanno i conti e le spese vengono registrate. Le mie personali a quel punto vengono detratte». Da come la racconta, eventualmente si può parlare soltanto di soldi a prestito. Va capito. In fondo guadagna solo 25.620 euro netti al mese. Obama ne guadagna 23.083, ma guidare l'America non è come governare il Sud Tirolo.

Distributori di benzina truccati, Finanza: «Così smascherate il truffatore»

Il Messaggero
di Laura Bogliolo

Il tenente colonello Cardia: «In aumento le denunce al 117 su diversi settori: il 60% delle segnalazioni si traduce in denunce»


Il contatore della benzina effettivamente erogata (foto Stanisci-Toiat













ROMA - E' una Roma sempre più indignata contro i parassiti del Fisco quella che emerge dall'ultimo rapporto della finanza. Aumento esponenziale di chiamate al 117per denunciare gli evasori, con dei picchi nel settore del carburante, degli studi dentistici, ma anche del lavoro in nero. Trovano coraggio di denunciare anche gli stranieri sfruttati, mentre tra i giovani cresce l'indignazione per i contratti d'affitto non registrati.


Tenente colonnello Davide Cardia, Capo ufficio operazioni del Comando Provinciale di Roma, sono aumentate in modo esponenziale soprattutto le segnalazioni al 117 sui distributori di carburante. Possiamo dire che a Roma cresce sempre di più l'esercito di cittadini indignati contro chi cerca di evadere il fisco? «Certamente, l'aumento delle denunce al numero 117 si è innalzato dal primo sciopero dei benzinai, c'è stata una sorta di rivolta che si è concretizzata in un tam tam tra consumatori che sempre di più si accorgevano che il carburante erogato non corrispondeva a quello pagato».
 
Prezzi esposti diversi da quelli erogati o sigilli manomessi, ma anche contatori manomessi? «Sì, in quest'ultimo caso il cittadino più attento controlla il contatore presente sul distributore».
 
Come si fa a verificare se il carburante pagato corrisponde a quello veramente erogato? «Sul pannello principale oltre ai tre numeri che appaiono sul display, c'è un piccolo spazio dove vengono segnali i dati, si tratta di un contatore con numeri bianchi che scorrono in progressione, certificato dall'Ufficio del Commercio».
 
E a Roma quale è il trend di denunce nel settore del carburante? «Negli ultimi cinque mesi le segnalazioni sono raddoppiate, c'è sempre di più una coscienza, voglia di denunciare chi evade il fisco. Tra gli autori delle denunce ci sono soprattutto adulti, i giovani, invece, devono ancora acquisire un po' più di consapevolezza sul tema».
 
Delle segnalazioni che ricevete al 117 quante sono corrispondenti al vero? «Un buon sessanta per cento, per il rimanente attiviamo ulteriori controlli».
 
Dopo aver telefonato al 117 e denunciato una violazione come proseguono i controlli?
«Molto spesso il cittadino attende addirittura sul posto la pattuglia e la sua dichiarazione viene raccolta in un verbale, in altri casi procediamo con controlli accurati. Quando non è possibile un riscontro immediato, lavoriamo la segnalazione con il supporto dell'intelligence: verifichiamo ad esempio se l'attività commerciale ha precedenti fiscali».
 
Le segnalazioni più numerose al 117 quale settore riguardano? «Sicuramente quello dei ristoratori, dei bar. Abbiamo registrato un'impennata di denunce dal maxi blitz effettuato a gennaio e il trend di segnalazioni non è più sceso. Ma ci sono anche altri settori sempre più oggetto di segnalazioni».
 
Ossia? «Oramai, fortunatamente, è passato il messaggio che l'evasore è un parassita, non è più un semplice furbetto. Dai cittadini arrivano segnalazioni al 117 su ogni attività: ultimamente sono sempre di più gli utenti che denunciano il pagamento a nero, senza ricevuta da parte di studi dentistici, anche se spesso la segnalazione arriva dopo che il cliente ha già pagato e quindi ha ricevuto lo sconto sulla prestazione».
 
E in questo caso il paziente denuncia anche perché la sua posizione non può essere oggetto di sanzioni. «No, non è prevista una sanzione anche per il cliente».
 
A Roma ci sono segnalazioni in crescita su settori che prima venivano ignorati dai cittadini?
«Sì, ad esempio sono sempre di più gli stranieri che denunciano il lavoro in nero, mentre per quanto riguarda i giovani le segnalazioni riguardano affitti senza contratti, soprattutto nel quartiere universitario».
 
Insomma, i romani sono stanchi dei parassiti. «Sì, i cittadini oramai sono davvero indignati. Arrivano spesso addirittura segnalazioni su cittadini che hanno Suv e che apparentemente, in base al loro stipendio, non potrebbero proprio permetterselo»
 
La vicenda Fiorito fa un po' da scuola.
«Vista la crisi e quello che succede ogni giorno possiamo dire che i cittadini sono sempre più indignati e pronti a denunciare gli evasori fiscali».
 
Tra l'altro è possibile scaricare online dal vostro sito il modulo per fare le denunce. «Sì, ci sono moduli pre-impostati che possono essere scaricati, in tal modo aiutiamo il cittadino a segnalare violazioni con una procedura semplificata».


laura.bogliolo@ilmessaggero.it

Sabato 20 Ottobre 2012 - 12:36
Ultimo aggiornamento: Domenica 21 Ottobre - 09:11

La Bolivia rivive il mito di “Chocolatin”

La Stampa

La vittoria per 4-1 sull’Uruguay nelle qualificazioni ai Mondiali del 2014 ha riportato il Paese ai trionfi di Ramiro Castillo, uno dei più grandi campioni della storia del calcio sudamericano

lorenzo cairoli


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Calcisticamente la Bolivia è una superpotenza come Andorra lo è nel ping pong. Ha vinto una sola Coppa America, nel 1963, giusto perché la giocò in casa e perché l’altitudine di La Paz più che un dodicesimo giocatore in campo è un arma micidiale che fa impennare il pallone in modo eretico e che strema gli avversari, specie nell’ultimo quarto d’ora. A fine partita non si scambiano le magliette, ci si attacca alle bombole d’ossigeno. 

Ai mondiali la Bolivia si è qualificata tre volte giocando sei partite e rimediando un pareggio e cinque sconfitte. Però mercoledì nelle qualificazioni per Brasile 2014 ha rifilato quattro gol alla Celeste di Tabarez, che altitudine o non altitudine, è andata in bambola già dopo sei minuti. Una vittoria quasi storica, considerando che l’Uruguay è sempre stata la bestia nera dei boliviani - la umiliò ai Mondiali del ’50 con un 8-0 da incubo assiro e a Lima, in Coppa America, la sprimacciò con un 9-0 epocale.

A La Paz il pubblico è impazzito. Le bandiere garrivano dalle auto e la città sapeva di vino, chicha e cocoroco. Una vittoria storica, urlava un noto cronista sportivo, che faceva il paio con quella con il Brasile del 1993. Nel 1993 a La Paz la Bolivia più forte di sempre affrontò il Brasile di Taffarel, Bebeto, Cafù e Leonardo. Si giocava la qualificazione per USA ’94. Il Brasile non aveva mai perso una partita di qualificazione per un Mondiale. Eppure quella sera di luglio a La Paz, l’altitudine e la classe di Carlos Trucco, di el Diablo Marco Etcheverry, di Erwin Sanchez, di Julio César Baldivieso, e del tecnico basco Xabier Azkargorta fecero il miracolo. 

La Bolivia vinse e si qualificò per USA ’94. A fine partita, Ramiro “Chocolatin” Castillo si caricò sulle spalle suo figlio Juan Manuel, di tre anni e fece un commovente giro d’onore tra le ovazioni del pubblico. Quella scena nessuno l’ha mai dimenticata. E infatti, mercoledì, c’era chi brindava, con occhi lustri, a Chocolatin Castillo, uno dei più grandi campioni della storia del calcio boliviano. Lo chiamavano “Chocolatin” per il colore della sua pelle; una rarità visto che fino al 2009 la Bolivia ha sempre negato, almeno legalmente, l’esistenza di una comunità afroboliviana.

Era di Coripata, nella regione di Los Yungas, a nord-est della capitale La Paz, dove oggi vive l’ultimo re negro del continente, Julio Pinedo, nipote di Bonifacio Pinedo, quarto ed ultimo re di una dinastia legata ai monarchi del Congo. Fu un pilastro di quella nazionale fortissima, giocò nei più importanti club argentini- River Plate compreso - fu un calciatore esemplare per correttezza e professionalità. Non aveva l’estro di el Diablo Etcheverry, nè il fiuto per il gol di Sanchez, ma nella Nazionale del basco, nella Verde, era un’architrave. Nel mondiale americano, nell’ultima partita con la Spagna, quando Sanchez ridusse lo svantaggio, il basco ordinò a Chocolatin di sfilarsi la tuta e lo mandò in campo nella speranza di pareggiare. 

A Soldier Field la Bolivia perse ma Chocolatin uscì tra gli applausi e i complimenti del tecnico. Quel mondiale fu quasi una maledizione per alcuni suoi protagonisti. Il colombiano Escobar fu assassinato in una discoteca per colpa dell’autorete che segnò nella partita contro gli Stati Uniti. Un attacco cardiaco fu fatale al camerunese Foè in un incontro di Confederetions Cup. Il colombiano Gaviria fu colpito da un lampo mentre si allenava con il Deportivo Cali. Con Chocolatin il destino fu ancora più atroce. Il 29 giugno 1997 la Bolivia era ad un passo dal vincere la sua seconda Coppa America. In finale, il Brasile di Ronaldo, ma la Verde giocava a La Paz e tutti, ma proprio tutti, credevano ciecamente in un altro miracolo.

Chocolatin stava effettuando il riscaldamento pre-partita in una palestra dello stadio Hernando Siles quando un dirigente della federcalcio boliviana, cereo in volto, gli si avvicinò e gli sussurrò che suo figlio Juan Manuel, quello che aveva caricato sulle spalle quattro anni prima in quel memorabile giro d’onore, era stato ricoverato d’urgenza. Epatite fulminante. Chocolatin lasciò lo stadio e corse al suo capezzale. Due giorni dopo Juan Manuel morì.

Il dolore fu devastante. Chocolatin provò a reagire ma tre mesi dopo gettò la spugna e si impiccò. Per la Bolivia fu un lutto nazionale. A Coripata i negozi e le scuole rimasero chiuse per tre giorni. Il derby tra Bolivar e The Strongest non si giocò. Arrivarono messaggi di cordoglio da tutto il mondo, specialmente dall’Argentina dove Chocolatin era stato un idolo. Un sontuoso, meraviglioso, Facchetti nero. Per questo mercoledì, in mezzo a quell’euforia contagiosa, in quella La Paz che impazziva di gioia, tutti hanno voluto ricordarlo con un brindisi struggente. 

Ma Fenestrelle non fu come Auschwitz

La Stampa

Con un libro sui soldati borbonici prigionieri nel forte dei Savoia, Alessandro Barbero ha scatenato le proteste del Sud. Ora risponde a chi lo accusa

Alessandro Barbero


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Nell’estate 2011 mi è successa una cosa che non avrei mai creduto potesse capitarmi nel mio mestiere di storico. In una mostra documentaria dedicata ai 150 anni dell’Unità mi ero imbattuto in un documento che nella mia ignoranza mi era parso curiosissimo: un processo celebrato nel 1862 dal Tribunale militare di Torino contro alcuni soldati, di origine meridionale, che si trovavano in punizione al forte di Fenestrelle.

Lì avevano estorto il pizzo ai loro commilitoni che giocavano d’azzardo, esigendolo «per diritto di camorra». In una brevissima chiacchierata televisiva sulla storia della camorra, dopo aver accennato a Masaniello - descritto nei documenti dell’epoca in termini che fanno irresistibilmente pensare a un camorrista - avevo raccontato la vicenda dei soldati di Fenestrelle.

La trasmissione andò in onda l’11 agosto; nel giro di pochi giorni ricevetti una valanga di e-mail di protesta, o meglio di insulti: ero «l’ennesimo falso profeta della storia», un «giovane erede di Lombroso», un «professore improvvisato», «prezzolato» e al servizio dei potenti; esprimevo «volgari tesi» e «teorie razziste», avevo detto «inaccettabili bugie», facevo «propaganda» e «grossa disinformazione», non ero serio e non mi ero documentato, citavo semmai «documenti fittizi»; il mio intervento aveva provocato «disgusto» e «delusione»; probabilmente ero massone, e la trasmissione in cui avevo parlato non bisognava più guardarla, anzi bisognava restituire l’abbonamento Rai.

Qualcuno mi segnalò un sito Internet dove erano usciti attacchi analoghi; del resto, parecchie e-mail si limitavano a riciclare, tramite copia e incolla, dichiarazioni apparse in rete. Scoprii così che il forte di Fenestrelle - che la Provincia di Torino, con beata incoscienza, ha proclamato nel 1999 suo monumento-simbolo - è considerato da molti, nel Sud, un antesignano di Auschwitz, dove migliaia, o fors’anche decine di migliaia, di reduci meridionali dell’esercito borbonico sarebbero stati fatti morire di fame e freddo e gettati nella calce viva, all’indomani dell’Unità.

Questa storia è riportata, con particolari spaventosi, in innumerevoli siti; esistono comitati «Pro vittime di Fenestrelle» e celebrazioni annuali in loro memoria; e al forte è esposta una lapide incredibile, in cui si afferma testualmente: «Tra il 1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Fenestrelle migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilie che si erano rifiutati di rinnegare il re e l’antica patria. Pochi tornarono a casa, i più morirono di stenti. I pochi che sanno s’inchinano».

Superato lo shock pensai che l’unica cosa da fare era rispondere individualmente a tutti, ma proprio a tutti, e vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori. Molti, com’era da aspettarsi, non si sono più fatti vivi; ma qualcuno ha risposto, magari anche scusandosi per i toni iniziali, e tuttavia insistendo nella certezza che quello sterminio fosse davvero accaduto, e costituisse una macchia incancellabile sul Risorgimento e sull’Unità d’Italia. Del resto, i corrispondenti erano convinti, e me lo dicevano in tono sincero e accorato, che il Sud fino all’Unità d’Italia fosse stato un paese felice, molto più progredito del Nord, addirittura in pieno sviluppo industriale, e che l’unificazione - ma per loro la conquista piemontese - fosse stata una violenza senza nome, imposta dall’esterno a un paese ignaro e ostile.

È un fatto che mistificazioni di questo genere hanno presa su moltissime persone in buona fede, esasperate dalle denigrazioni sprezzanti di cui il Sud è stato oggetto; e che la leggenda di una Borbonia felix, ricca, prospera e industrializzata, messa a sacco dalla conquista piemontese, serve anche a ridare orgoglio e identità a tanta gente del Sud. Peccato che attraverso queste leggende consolatorie passi un messaggio di odio e di razzismo, come ho toccato con mano sulla mia pelle quando i messaggi che ricevevo mi davano del piemontese come se fosse un insulto.

Ma quella corrispondenza prolungata mi ha anche fatto venire dei dubbi. Che il governo e l’esercito italiano, fra 1860 e 1861, avessero deliberatamente sterminato migliaia di italiani in Lager allestiti in Piemonte, nel totale silenzio dell’opinione pubblica, della stampa di opposizione e della Chiesa, mi pareva inconcepibile. Ma come facevo a esserne sicuro fino in fondo? Avevo davvero la certezza che Fenestrelle non fosse stato un campo di sterminio, e Cavour un precursore di Himmler e Pol Pot? Ero in grado di dimostrarlo, quando mi fossi trovato a discutere con quegli interlocutori in buona fede? Perché proprio con loro è indispensabile confrontarsi: con chi crede ai Lager dei Savoia e allo sterminio dei soldati borbonici perché è giustamente orgoglioso d’essere del Sud, e non si è reso conto che chi gli racconta queste favole sinistre lo sta prendendo in giro. 

L’unica cosa era andare a vedere i documenti, vagliare le pezze d’appoggio citate nei libri e nei siti che parlano dei morti di Fenestrelle, e una volta constatato che di pezze d’appoggio non ce n’è nemmeno una, cercare di capire cosa fosse davvero accaduto ai soldati delle Due Sicilie fatti prigionieri fra la battaglia del Volturno e la resa di Messina. È nato così, grazie alla ricchissima documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Torino e in quello dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, il libro uscito in questi giorni col titolo

I prigionieri dei Savoia : che contiene più nomi e racconta più storie individuali e collettive di soldati napoletani, di quante siano mai state portate alla luce fino ad ora. Come previsto, si è subito scatenata sul sito dell’editore Laterza una valanga di violentissime proteste, per lo più postate da persone che non hanno letto il libro e invitano a non comprarlo; proteste in cui, in aggiunta ai soliti insulti razzisti contro i piemontesi, vengo graziosamente paragonato al dottor Goebbels.

Però stavolta c’è anche qualcos’altro: sul sito compaiono, e sono sempre di più, interventi di persone che esprimono sgomento davanti all’intolleranza di certe reazioni, che sollecitano un confronto sui fatti, che vogliono capire. Col mestiere che faccio, dovrei aver imparato a non farmi illusioni; e invece finisco sempre per farmene. Forse, dopo tutto, sta tramontando la stagione in cui in Italia si poteva impunemente stravolgere il passato, reinventarlo a proprio piacimento per seminare odio e sfasciare il Paese, senza che questo provocasse reazioni pubbliche e senza doverne pagare le conseguenze in termini di credibilità e di onore.

Sette nuovi santi proclamati dal Papa: c'è anche un italiano

Il Messaggero


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CITTÀ DEL VATICANO - Processione, litania dei santi, e poi suono delle trombe, venerazione e incensazione dell'altare, formula della canonizzazione recitata in latino, invocando la Trinità «per l'esaltazione della fede cattolica e l'incremento della vita cristiana», Te Deum: così la Chiesa cattolica ha sette nuovi santi, appena proclamati dal Papa con un rito solenne, a cui seguirà la messa, davanti a circa quarantamila persone in piazza San Pietro.

La prima pellerossa.
La canonizzazione è avvenuta all'inizio dell'Anno della fede voluto da Benedetto XVI per rilanciare l'annuncio del cristianesimo al mondo intero, a 50 anni dalla apertura del Concilio Vaticano II. I sette, uomini e donne dai cinque continenti, sono indicati come modello di vita cristiana. Tra loro c'è anche la prima santa pellerossa Kateri Tekakwitha, di padre irochese e di madre cristiana algonchina, che nacque nel 1656 nella località oggi statunitense chiamata Auriesville, e morì in Canada a soli 24 anni. Per la canonizzazione sono, come è tradizione, presenti al rito e lo saranno alla messa, delegazioni istituzionali e politiche dai paesi di origine dei nuovi santi.

La canonizzazione.
Dopo che il Papa ha letto la formula di canonizzazione in latino, la piazza ha salutato i sette nuovi santi con un forte applauso, ed è cominciata la processione delle reliquie dei santi, che vengono collocate all'altare insieme ai ceri.

I sette Santi: c'è anche un italiano.
Con la pellerossa Kateri, il Papa ha appena canonizzato l'italiano Giovanni Battista Piamarta, sacerdote bresciano e fondatore della Congregazione della Sacra Famiglia di Nazareth e della Congregazione delle Suore Umili Serve del Signore, vissuto tra il 1841 e il 1913; il francese Jacques Barthieu, professo della Compagnia di Gesù, missionario in Madagascar dove lavorò per la promozione umana della popolazione, e dove fu ucciso nel 1896; il filippino Pedro Calugsod, un catechista ucciso a 17 anni, nel 1672, in un villaggio delle isole Marianne; la tedesca Madre Marianne, al secolo

Barbara Cope, suora professa della Congregazione delle Suore del Terz'Ordine di San Francesco di Syracuse, meglio conosciuta come «Madre Marianna di Molokai», dal nome del lebbrosario dove si dedicò coraggiosamente ai malati e perì nel 1918; la tedesca Anna Schaffer, laica, vissuta tra la fine dell'Ottocento e i primi tre decenni del XX secolo, rimasta invalida per un incidente domestico che trasformò la sua immobilità in accoglienza e annuncio del Vangelo; la religiosa spagnola Maria del Carmen, fondatrice delle Suore dell'Immacolata Concezione Missionarie dell'Insegnamento, scomparsa nel 1911, dopo una vita dedicata alla educazione delle ragazze.


Domenica 21 Ottobre 2012 - 10:47

Cina, gli asili più cari del mondo I “genitori tigri” vogliono il meglio

La Stampa

La sfida per la competizione inizia già da piccolissimi: le rette annuali superano spesso i 10.000 euro


ilaria maria sala
hong kong


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Dove si trovano gli asili più cari del mondo? A quanto pare, in Cina. Il Paese, infatti, affamato di educazione ad alto livello, ospita un numero sempre più importante di istituti, nazionali e internazionali, pronti a rispondere alla domanda: così, già da alcuni anni, scuole private britanniche e americane hanno aperto campus esclusivi (con rette salatissime) per scolari e studenti cinesi. Li si possono vedere uscire da scuola con le divise da public school inglese nelle lussuose aree periferiche della capitale e delle altre principali città cinesi.  Si tratta di pensare sul lungo termine: la competizione sul lavoro aumenta sempre più, e per avere buone possibilità di impiego bisogna essere laureati di una buona università. A cui si accede solo provenendo da un buon liceo. Precluso a chi non proviene da una buona scuola media, alla quale si può andare solo se si è frequentata una buona elementare… per la quale dunque ci si prepara fin dall’asilo. Il tutto, a suon d’esami d’ammissione, anche per alcune scuole private.

Alcuni asili privati, invece, si accontentano di richiedere rette salatissime: si va così dagli 11,000 euro annuali per entrare nell’Eton International Bilingual Academy di Pechino (il prezzo scontato per chi paga in una sola rata), che possono salire a 13,000 scegliendo il programma “internazionale” (sempre di asilo si tratta), per quanto i costi aumentano per quei genitori che richiedono che i figli rimangano all’asilo come “interni”, ovvero, da lunedì a sabato, notte e pasti inclusi. Altre scuole, nella capitale e non, offrono rette di simile entità, offrendo campus attrezzati con le migliori palestre e piscine, sale computer e insegnanti internazionali formati alle più moderne teorie di apprendimento. Per i “genitori tigre” che non badano a spese pur di dare ai figli l’educazione più desiderabile che ci sia, la scelta s’impone, e nella Cina competitiva del nuovo millennio la corsa comincia sempre più in tenera età. 

La grande truffa degli Stradivari, indagato liutaio di Campo de' Fiori

Il Messaggero
di Cristiana Mangani e Adelaide Pierucci


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ROMA - TRA le sue abili mani sono passati gli strumenti più rari e preziosi del mondo. Ha accordato anche un violino con il quale Paganini si esercitava da bambino. Ma ora Claude Lebet, liutaio italo svizzero con studio a Campo de’ Fiori, ritenuto tra i piùesperti nel settore, rischia grossi guai con la giustizia. Perché è vero che restaura, vende, scambia gli strumenti antichi più desiderati dai musicisti e dai collezionisti, ma non sempre li restituisce. Questo almeno gli contesta il pm romano Maria Bice Barborini che, per il liutaio ha firmato l’avviso di chiusura indagini, contestandogli il reato di truffa, appropriazione indebita ed esportazione clandestina. Sarebbero almeno quindici i violini passati per il suo studio negli ultimi tre anni, e poi scomparsi. Strumenti dati per lo più in conto vendita.

L’inchiesta che ora lo vede coinvolto, però, non è la prima: Lebet è già stato rinviato a giudizio per essersi intascato tutti i soldi di un Pietro Guarneri, datato Venezia 1734, del valore di circa 800.000 euro, consegnatogli da un musicista spagnolo che, ricostruita la vicenda, l’ha denunciato. I carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale sono riusciti a recuperare lo strumento, indagando tra quelli finiti sul mercato nero. Era finito in casa di un violinista di un quartetto romano che lo aveva comprato da Lebet a buon prezzo e che non avendo sospetti sulla provenienza lo pubblicizzava per i concerti. Un musicista che rimasto senza violino ne ha preteso un altro dal liutaio.

E non è tutto, nel lungo elenco di violini «scomparsi» c’è anche un Guadagnini da oltre un milione di euro, lasciato in conto vendita da un noto violinista svizzero, poi recuperato dai carabinieri in una cassetta di sicurezza di una banca a Roma e restituito al legittimo proprietario. Lebet, però, ha sempre cercato di tranquillizzare i suoi clienti, musicisti e collezionisti italiani e stranieri: tamponava le loro richieste, giustamente pressanti, con scuse, rassicurazioni e rinvii. Del tipo: «Il violino sta per essere venduto. L’ho spedito a un esperto che farà da tramite». E loro, visto il calibro del mediatore, per un po’ si fidavano.

L’inchiesta ora rischia di allargarsi. Le indagini sono concentrate su eventuali intermediari che potrebbero aver fatto da spalla al liutaio romano. Intanto a Claude Lebet, nell’indagine appena chiusa, viene anche contestata la mancata restituzione allo Stato italiano del violino di Paganini-bambino, da lui restaurato anni fa ed esposto in una mostra a Castel Sant’Angelo: glielo aveva affidato un collezionista svizzero per farlo riaccordare. Secondo la procura, l’artigiano essendo consapevole che quell’opera d’arte era sottoposta a vincolo di interesse storico e artistico e in quanto tale inalienabile, avrebbe dovuto segnalarla alle autorità per farla rientrare tra i beni del patrimonio culturale italiano e non rispedirla oltralpe. Così, per questo caso, rischia di dover rispondere di esportazione illecita all’estero.

La lista dei violini che avrebbe avuto in conto vendita nel suo negozio di Campo de’ Fiori è lunga e di pregio: i militari esperti d’arte stanno dando la caccia ad altri esemplari di Guadagnini, Amati, Guarneri e Stradivari, dal valore di oltre un milione e mezzo di euro. Eppure Lebet, nel 2009, era stato nominato aiutante di polizia giudiziaria proprio dai carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale per la valutazione di duecento violini trovati in casa di un violinista russo che ne aveva venduti diversi ai suoi allievi al prezzo di mezzo milione l’uno. «Altro che Stradivari sono pezzi di legno», disse l’esperto. Ed era vero.


Domenica 21 Ottobre 2012 - 09:15
Ultimo aggiornamento: 09:28

Da Girolimoni alle Ardeatine, in mostra le carte che Kappler non bruciò

Il Messaggero
di Mario Avagliano


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ROMA - Le ultime ore dell’occupazione tedesca di Roma sono concitate. Il 3 giugno 1944 le SS sgombrano in fretta e furia dal carcere di via Tasso. Il tenente colonnello Herbert Kappler ordina di bruciare gran parte dei documenti e di caricare alcuni autocarri di armi e casse di materiali, destinandone quattro ai prigionieri che li dovranno seguire. All’ultimo momento, a causa di un guasto ad uno dei camion, alcuni prigionieri vengono lasciati in cella. Sarà la loro salvezza. Poco dopo la partenza dei tedeschi, lo stabile è preso d’assalto dalla folla, che libera i reclusi e saccheggia gli uffici. L’indomani Roma è la prima capitale europea a essere liberata, dopo 271 giorni di occupazione. La notizia fa il giro del mondo. Mussolini, amareggiato, ordina tre giorni di lutto nel territorio della Repubblica Sociale.

Una eccezionale fotografia di quei momenti, che ritrae i roghi appiccati dai tedeschi alle carte di via Tasso, è stata ritrovata nell’archivio del questore di polizia Giuseppe Dosi, di recente acquisito dal Museo della Liberazione di Roma. Dosi, che nel dopoguerra sarebbe diventato direttore dell’ufficio italiano Interpol, proprio la mattina del 4 giugno recuperò nel carcere delle SS e nel reparto tedesco di Regina Coeli (il tristemente famoso terzo braccio) la documentazione scampata alla distruzione perpetrata dai nazisti e ai saccheggi della popolazione. L’archivio di Dosi è stato presentato ieri, insieme ad altri documenti inediti, dal presidente del Museo, Antonio Parisella, e da Alessia Glielmi, responsabile degli archivi.

Una vera e propria miniera, contenente dossier tutti da studiare sul caso di Gino Girolimoni, accusato ingiustamente nel 1927 di essere il mostro di Roma, e su «il Volo dell’Arcangelo», la misteriosa caduta da una finestra del Vittoriale di Gabriele d’Annunzio nel 1922, alla vigilia della marcia su Roma, ma anche sui collaborazionisti dei nazisti e sugli inizi dell’Interpol italiana. Negli ultimi anni, nonostante le ristrettezze finanziarie e la pesante sforbiciata ai fondi, il Museo ha svolto un’intensa attività di ricerca che ha portato all’acquisizione di un cospicuo patrimonio documentario.  Una delle scoperte più importanti, compiuta da Glielmi, è stata l’individuazione delle carte che componevano in origine gli elenchi di nominativi utilizzati dagli agenti tedeschi incaricati di prelevare a Regina Coeli i detenuti e di predisporre il trasporto verso la via Ardeatina il 24 marzo 1944. Gli elenchi ricomposti sono tre, due relativi agli ebrei (Judenliste) e uno agli altri detenuti.

Di notevole interesse sono anche le toccanti lettere da via Tasso del generale dell’Aeronautica Sabato Martelli Castaldi, originario di Cava de’ Tirreni, membro del Fronte militare clandestino dell’eroico Giuseppe Montezemolo, che entrò nella Resistenza col nome di battaglia di Tevere, l’8 settembre 1943 combatté a Porta San Paolo e, fra le altre cose, fornì l’esplosivo per l’azione del dicembre 1943 di distruzione dei convogli ferroviari tedeschi sulle linee Roma-Cassino e Roma-Formia, che poi fu celebrata da Nanni Loy nel film Un giorno da leoni. Il 4 marzo 1944 Martelli Castaldi scrisse alla moglie delle torture subite dalle SS, precisando: «Io non gli ho mai data la soddisfazione di un lamento, solo alla 24ª nerbata risposi con un pernacchione che fece restare i tre manigoldi come tre autentici fessi».

Tra le sue carte anche un biglietto autografo con la piantina del carcere, che doveva servire ad organizzare la fuga sua, di Montezemolo e di altri membri del Fronte lì rinchiusi. Purtroppo morirono tutti alle Fosse Ardeatine. Un altro fondo rilevante è quello dell’avvocato Giannetto Barrera, anche lui collaboratore del Fronte militare clandestino di Montezemolo, che dopo il 4 giugno 1944 fu al servizio della polizia alleata. Barrera fu uno dei pochi ad avere il permesso di entrare nel palazzo di via Tasso, che dopo la fuga dei tedeschi fu sequestrato dalle autorità alleate. Le carte donate al Museo restituiscono informazioni sugli aspetti amministrativi-gestionali e sulle attività informative dell’Organizzazione Commissariati del Fronte militare clandestino e dell’Ufficio militare presso la Questura di Roma.

Vanno poi segnalati l’archivio dell’ingegner Amedeo Coccia, esponente del Movimento dei cattolici-comunisti, i messaggi in punta di morte del pittore-partigiano Giordano Bruno Ferrari, prima della fucilazione a Forte Bravetta, e il prezioso quadro Il Tevere a Saxa Rubra, che stava dipingendo al momento dell’arresto da parte delle SS, e i documenti e le lettere di Dino Terracina, ebreo romano scampato miracolosamente alla deportazione del 16 ottobre e alla strage delle Fosse Ardeatine, come narrò egli stesso nel 1944 in una straordinaria lettera allo zio emigrato negli Usa. Parisella ha anche presentato il lavoro sviluppato per la digitalizzazione dei documenti esposti nelle bacheche del Museo, realizzato con il supporto tecnico del Consiglio Nazionale delle Ricerca.

È stata creata fra l’altro una banca dati delle 1.132 biografie di coloro che transitarono in quel periodo nel carcere nazista di via Tasso. Il frutto di questa ricerca, condotta da Glielmi e Giovanna Montani, sotto la direzione scientifica dello stesso Parisella, è disponibile presso la sezione multimediale del Museo.
Il presidente ha infine rivolto un appello alle famiglie degli ex partigiani e a chiunque possegga documentazione o oggetti relativi al periodo e ai romani e alle istituzioni per il sostegno alla struttura, che ha un bisogno disperato di fondi per le proprie attività. Il conto corrente è il n. 51520005, intestato a Museo storico della Liberazione, via Tasso 145, 00185 Roma. «Anche un piccolo versamento – ha spiegato Parisella – può aiutare a far sopravvivere la Memoria della Resistenza di Roma in questa triste epoca di tagli».


Sabato 20 Ottobre 2012 - 10:24

L’uomo che guardava cadere le bombe Salvò centinaia di vite

La Stampa

Indirizzava i soccorsi dalla torre degli Asinelli. Oggi il comune di Bologna gli dedica una via

pierangelo sapegno
bologna


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L’uomo che guardava le bombe cadere era partito per il fronte con i capelli neri e due anni dopo era tornato a casa a Bologna che li aveva bianchi, con tutto quello che aveva visto. Però, non smise mai di guardare, e diventò la sentinella della città, l’uomo che saliva verso il cielo mentre gli altri correvano sotto terra, in cima alla Torre degli Asinelli, su per i gradini nella tromba infinita delle scale, fra il gemito straziato delle sirene e il rombare cupo degli aerei, solo con un canocchiale in mano e un telemetro d’artiglieria, per vedere bene dove gli aerei buttavano la morte e far arrivare più veloci i soccorsi.

Salvò migliaia di vite. Era un uomo normale. Così normale che quando finì la Guerra e il Comune volle premiarlo con un’indennità, lui la rifiutò. Perché in fondo aveva fatto il suo dovere, anche se se l’era inventato. Scrisse un giornalista, Giancarlo Rivelli, che l’ingegner Marmocchi chiese soltanto che gli fosse offerto un pranzo al ristorante Cesarina, in Piazza Santo Stefano, dove andavano i signori. Ma adesso gli dedicheranno una strada a Bologna. Hanno fatto una petizione, hanno raccolto le firme, e ora la pratica è già partita ed è bell’e pronta. Via Luigi Marmocchi, l’uomo che guardava cadere le bombe.

Era un ingegnere diventato maggiore nell’esercito e la Grande Guerra l’aveva lasciato sordo a un orecchio. Fa un po’ effetto di questi tempi cercare nella memoria persone così lontane dalle miserie dei giorni nostri, come se avessimo bisogno del dolore per ritrovare la nostra dignità. L’ingegner Luigi veniva dall’altro secolo, c1asse 1896, da San Marino di Bentivoglio, quattro case alle porte delle due torri. Suo papà era un maestro elementare, Pio Marmocchi, e sua madre una donna di casa, Fulvia Pisi.

Suo figlio, Carlo, oggi è un medico molto stimato, e quando lo ricorda dice che lui «era molto coraggioso, nemico di ogni ingiustizia. La targa d’angolo servirà a conservare per sempre l’iniziativa di una persona proba che basò la propria esistenza sui principi, sulla correttezza e sulla lealtà». Era partito volontario nel 1915, a 19 anni. L’avevano messo in fureria, e lui si era ribellato fino a farsi mandare sul fronte, vicino a Gorizia. Le bombe e i clangori delle battaglie lo resero sordo a un orecchio. Era una specie di cavaliere dall’animo puro.

Quando l’Esercito premiò per atti di coraggio un ufficiale che stava nelle retrovie, lui urlò a tutti la sua protesta e anche al diretto interessato, che lo sfidò a duello. Ci andò di nascosto, con l’abito nero del matrimonio, e rimase ferito a un braccio, sotto un grande albero, sconfitto. Allo scoppio della seconda guerra, tornò a combattere. Prima in Jugoslavia e poi in Albania, fra i disastri e i dolori di quelle battaglie. Aveva un destino strano che lo aiutava sempre, perchè capita che le storie sembrino scritte dall’inizio prima ancora di capitare: una volta scese da cavallo e appena un attimo dopo l’animale stramazzò a terra colpito a morte da un proiettile. Ritornò a Bologna col grado di maggiore. E cominciò a lavorare con il Genio Civile e a collaborare alla costruzione dei rifugi antiaerei.

Diventò l’uomo che saliva a guardare le bombe dopo il 25 settembre del 1943. Quel giorno gli aerei lanciarono sulla città centinaia di ordigni che seminarono morte e distruzione. I soccorsi arrivarono in ritardo imbottigliati dal caos e dalla disorganizzazione, senza sapere bene dove andare e quali chiamate ascoltare. Allora lui chiese un colloquio al podestà, Mario Agnoli, e gli fece la sua proposta: «Senta, io vorrei andare sulla torre più alta, in modo da poter segnalare con un apparecchio speciale e l’aiuto di un telefonista dove cadono le bombe». Mentre il gemito straziato delle sirene chiamava a raccolta i cittadini, lui scalava in fretta i gradini per andare sotto al cielo a guardare le bombe cadere. Dalla sua postazione scrutava lentamente tutt’intorno e con il telemetro d’artiglieria risaliva alle zone centrate dagli ordigni.

Con l’aiuto di un telefonista trasmetteva i dati all’Ufficio della Provincia, che dirigeva i soccorsi. Non volle neanche una lira. Diventò la sentinella di Bologna, fino all’autunno del ‘44 quando la «città libera» pose fine ai bombardamenti. Dopo la guerra, un foglio locale gli rese onore perché «contribuì a salvare la vita di numerosi concittadini estratti dalle macerie con solerzia». Quelli che collaborarono con lui ebbero un’indennità. Lui non la volle. Lo portarono a mangiare dalla Cesarina. Gli chiesero se non aveva avuto paura. Lui ci pensò su e disse che aveva fatto i suoi calcoli da ingegnere: «La torre degli Asinelli è troppo stretta. Secondo me, le probabilità che la colpissero erano molto basse». Disse così: «A calcoli fatti, ne valeva la pena».

I politici e un'ombra antica: il Cognato che non t'aspetti

Corriere della sera

Tulliani: il fantasma che la notte turba i sogni di Fini
La verità, vi prego, sul Cognato. Si può perdere un regno per un cognato? Pare proprio di sì. I fantasmi che la notte turbano i sogni di Gianfranco Fini hanno un solo volto, quello del cognato Giancarlo Tulliani, fratello della sua compagna Elisabetta.


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La storia della famosa casa di Montecarlo, donata dalla contessa Anna Maria Colleoni ad An e poi finita in affitto a Giancarlo, è tornata alla ribalta in seguito alla pubblicazione di nuove, imbarazzanti carte che disegnano un intreccio di società offshore che porta dritto dritto dal re delle slot machine Francesco Corallo (attualmente latitante) ai fratelli Tulliani. Il presidente Fini ha respinto con decisione ogni accusa: «Non intendo farmi condizionare dalla ciclica comparsa di documenti, più o meno autentici, sulla casa di Montecarlo».

Ma amaramente ha aggiunto: «Nell'ambito della mia vita privata quanto scritto dall'Espresso suscita in me profonda amarezza per comportamenti che non condivido. Ma questo è un aspetto tutto e solo personale». Si sa, è solo l'uomo beato che parla bene di suo cognato. Ma nella vita di un uomo politico c'è sempre un Cognato a rompere le scatole, cinesi o offshore non importa. Nelle più o meno nobili imprese di un Mussolini, di un Craxi, di un Ferruzzi, di un Di Pietro, di un Bertolaso a un certo punto si materializza la figura del Cognato. Prima di finire in prigione, l'imprenditore romano Diego Anemone, intercettato dai carabinieri del Ros, chiede ad Angelo Balducci: «Oddio, quanti ce ne sono di cognati?». Già, quanti ce ne sono? Tutti gli uomini sono fratelli ma, grazie a Dio, non tutti sono cognati.

La verità, vi prego, sul Cognato. Guido Paglia, l'ex direttore delle Relazioni esterne della Rai (entrato a Viale Mazzini nella quota riservata agli ex An), racconta ora le malefatte di Tulliani e svela tutte le pressioni che avrebbe ricevuto dal presidente della Camera per piazzare in Rai il cognato: «Un ragazzotto arrogante e presuntuoso, per favorire il quale l'ex leader della destra ha cinicamente lesionato l'immagine e la credibilità di un'intera comunità». Ormai siamo alla vendetta. Occhio per occhio, parente per parente.

Aldo Grasso
21 ottobre 2012 | 9:08

Ora Gianfranco rischia di risarcire i danni: conto da mezzo milione

Gian Marco Chiocci Patricia Tagliaferri - Dom, 21/10/2012 - 08:34

La differenza tra valore della casa di Montecarlo e prezzo di vendita è  519mila euro. E i giudici civili possono imporre al leader del Fli di pagarla

Gianfranco Fini non si dimette (mai), ma rischia di dover staccare un assegno piuttosto consistente per l'affaire Montercarlo: mezzo milione di euro.


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Perché se è vero che i pm capitolini hanno spazzato via a tempo di record i dubbi sulla congruità del prezzo dell'appartamento monegasco (che congruo non era), è vero anche che il processo civile rischia di riaprire la partita che il presidente della Camera non riesce a chiudere anche per le carte sequestrate nella casa dell'imprenditore latitante Francesco Corallo, che dimostrano il collegamento dei fratelli Tulliani con il broker caraibico James Walfenzao che trattò l'acquisto dell'immobile nel Principato. La storia è questa.

L'avvocato Marco Di Andrea e il consigliere regionale Roberto Buonasorte della Destra hanno citato in giudizio il presidente della Camera e l'onorevole Donato Lamorte per vederli condannare all'adempimento dell'onere testamentario della «buona battaglia» apposto dalla contessa Colleoni nelle sue ultime volontà. Se dovessero avere la meglio, Fini potrebbe essere costretto a pagare la differenza tra il valore della casa di Boulevard Princesse Charlotte, stimato dalla Chambre Immobilière Monegasque (819mila euro) e il prezzo dell'alienazione dell'appartamento (300mila euro) in cui è finito a vivere Giancarlo Tulliani. Una scarto risarcitorio da ben 519mila euro.

Che non è poco per uno dei protagonisti dell'affaire che ha sempre giurato di essere estraneo a qualsiasi interesse nella vendita a società anonime di un bene ereditato dal partito. Erano stati i magistrati romani, nell'archiviare un'inchiesta penale a dir poco criticata, a indicare la via del giudizio civile evidenziando che i denuncianti (sempre Di Andrea e Buonasorte) non potevano essere considerati «persone offese dal reato ma eventualmente danneggiate dal comportamento degli indagati, in conseguenza del valore incongruo attribuito all'immobile alienato, così da determinare loro un danno patrimoniale, da rivendicarsi nella competente sede civile».

L'ARCHIVIAZIONE RECORD

Per i pm, che pure nel decreto di archiviazione avevano riconosciuto l'esistenza di un reato, al dunque non era ravvisabile niente di più di una responsabilità di tipo civilistico. Nessuna truffa, dunque, anche se l'ipotesi all'inizio aveva affascinato gli inquirenti, partiti in quarta anche con rogatorie nel Principato e accertamenti della Guardia di finanza, per verificare se il valore stimato dell'immobile fosse più o meno congruo. Una volta ricevuta la conferma dalla Chambre Immobilière Monegasque che la casa era stata venduta a un terzo del valore dell'epoca (anche se in realtà le stime di mercato erano molto più alte) i pm hanno però preferito togliersi d'impaccio archiviando l'indagine e suggerendo ai ricorrenti di rivolgersi ai colleghi del civile. Si è scoperto così che Fini e Francesco Pontone, segretario amministrativo di An, erano finiti sotto inchiesta giusto il tempo necessario ai pm di inoltrare al gip una richiesta di archiviazione: i due provvedimenti - l'iscrizione nel registro degli indagati e la richiesta di archiviazione - portano infatti la stessa data. Un record pazzesco.

INDAGATO E MEZZO SALVATO

E per raggiungere questo risultato la Procura non ha avuto neppure bisogno di interrogare Fini come persona informata sui fatti o convocare Tulliani, che certo di cose da raccontare ne avrebbe avute. A testimoniare è stato chiamato Pontone, che aveva firmato l'atto di vendita dell'appartamento ad una società off-shore. Quanto ha detto è bastato a farlo uscire di scena. Fini (e il cognato) con lui. Un bel regalo da parte della magistratura che, prima di decidere di non procedere, il presidente della Camera aveva provveduto a ingraziarsi in ogni modo, con una cinquantina di dichiarazioni in cinque mesi (dieci al mese di media), in cui non risparmiava elogi per chi con una pronuncia piuttosto che un'altra avrebbe potuto cancellare la sua carriera politica.

Pochi giorni fa, ancora una volta, la Procura ha sentito il bisogno di intervenire al fianco di Fini affrettandosi a dire che i documenti di Corallo non introducevano alcun nuovo elemento (quand'invece le novità c'erano eccome: la nuova off-shore di Giancarlo, il passaporto di Elisabetta, i rapporti di entrambi col dominus caraibico della vendita di Montecarlo). Quelle carte, però, rischiano di essere di grande aiuto ai ricorrenti della Destra, per l'accoglimento delle domande del ricorso civile. Quali? Devolvere tutto o in parte il cospicuo patrimonio della contessa, stimato in decine di milioni di euro, «alla fondazione di un partito che possa continuare a perseguire gli obiettivi politici del disciolto partito Alleanza Nazionale o nell'impossibilità devolverlo alla Destra di Francesco Storace».

LA NOBILDONNA TRADITA

Ove ciò non fosse possibile ecco la richiesta di riserva, quella che potrebbe mettere ancora più in difficoltà Fini: condannarlo, insieme a Lamorte, al «risarcimento dei danni tutti, materiali e morali, arrecati agli odierni attori che si quantificano sin da ora nella misura di euro 519mila». Nelle carte del processo si elencano i motivi per cui Fini avrebbe violato i desiderata della contessa Colleoni «adottando un comportamento politico contraddittorio, incoerente e antitetico» con gli ideali e l'identità dell'Msi prima e di An poi. Una dopo l'altra vengono citate le infinite giravolte politiche e le abiure dell'ex delfino di Almirante che sicuramente non rientrano nelle «condizioni» poste dalla contessa per portare avanti «la buona battaglia».

Tradimenti culminati con la svendita dell'immobile a una società di Saint Lucia promossa proprio da Giancarlo Tulliani, che in quell'appartamento ci andrà poi ad abitare. Ad aprile, nelle more del procedimento civile la Destra chiedeva da un lato la risoluzione della disposizione testamentaria a causa del grave inadempimento all'onere testamentario a favore dei nipoti della nobildonna, Paolo e Aurora Fabri, e dall'altro la richiesta di sequestro conservativo di tutto il patrimonio della Colleoni. Nel frattempo si è aperto un nuovo fronte sulla gestione del patrimonio con i «cugini» del Pdl. Ma questa è un'altra storia. L'appuntamento con Fini in tribunale è per il 19 dicembre, chissà che Giancarlo e Elisabetta non ci regalino sorprese prima.