lunedì 22 ottobre 2012

Così funziona Mega, la nuova creatura di Kim DotCom

La Stampa

Una piattaforma più veloce, sicura e cifrata che permette di scambiare file attraverso chiavi di sicurezza. L’esperto: non è tutto così semplice
antonino caffo


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Più che morto era solo andato in letargo. Kim DotCom, altisonante pseudonimo di Kim Schmitz, aveva cominciato a creare interesse attorno ai suoi nuovi progetti qualche mese fa, quando si parlava della piattaforma Megabox con la quale avrebbe rivoluzionato il mondo della musica digitale. Da quell’annuncio è stato il silenzio, rotto solo periodicamente da qualche post su Twitter, piattaforma social scelta per lasciare al mondo le proprie idee sul mondo del file sharing.

Sembra però, e il condizionale è d’obbligo, che il ritorno di Megaupload sia davvero questione di poco, grazie ad un nuovo nome e opzioni speciali per ricominciare la lunga strada del p2p. Il governo degli Stati Uniti avevo ottenuto il permesso di “togliere la spina” a Megaupload, in attesa di poter estradare Kim e collaboratori dalla Nuova Zelanda, per mettere in piedi un processo come si deve, il più importante nell’epoca del copyright digitale.

Ma nell’attesa il paffuto creatore di Megaupload non è stato con le mani in mano, non curandosi della taglia virtuale sulla sua testa. La decisione di realizzare un nuovo prodotto sta tutta nell’idea di reinventare uno dei punti fondamentali della stessa internet: “Lo chiamiamo Mega e si può descrivere come uno strumento unico che risolverà i problemi di responsabilità riguardo i servizi di cloud storage” – ha affermato. “I critici pensano di essere dinanzi ad una versione rinnovata di Megaupload, studiata per aggirare questioni legali senza affrontare i problemi della pirateria su internet.

Ma non è tutto così”. In realtà la questione è molto più complessa di quanto sembri: “Si tratta di una modalità molto intelligente per evitare di poter essere accusato di responsabilità per l’hosting dei contenuti – ci spiega Luca Bolognini, avvocato di ICT ed esperto di data protection - almeno in Europa, dove grazie alla Direttiva 2000/31/CE, recepita in Italia con il Decreto Legislativo 70 del 2003, si prevede una sorta di salvacondotto per i fornitori di servizi della società dell’informazione (ISSP) che memorizzano o trasmettono contenuti caricati dagli utenti”.

Proprio su quest’ultimo punto ruota il nuovo Mega. I file caricati dagli utenti vengono crittografati prima dell’upload, così la piattaforma stessa non potrà avere accesso e controllarli. In questo modo nessuno sarà a conoscenza del contenuto, se non l’utente proprietario e colui che lo avrà scaricato. Una strategia che mette al riparo la piattaforma da problemi legali. Se non sa quali contenuti (legali o meno) vengono scambiati, come può essere incriminata? “Questo esonero da responsabilità vale a patto che l’ISSP (Megaupload) non sia effettivamente a conoscenza del fatto che l’attività o l’informazione è illecita – prosegue Bolognini – e, per quanto attiene ad azioni risarcitorie, non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l’illiceità dell’attività o dell’informazione. Inoltre non appena verrebbe a conoscenza di tali fatti, su comunicazione delle autorità competenti, dovrebbe agire immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso”. 

Il sistema di crittografia utilizzato, conosciuto come Advanced Encryption Standard, mette al riparo i contenuti caricati non solo dagli organi di controllo, ma da tanti occhi indiscreti come quelli degli hacker. “Se qualcuno tenta di entrare – spiega Kim a Wired USA – oppure un altro utente o organizzazione rubano i file, se non hanno la chiave d’accesso non possono farci nulla. Qualsiasi cosa viene caricata sul sito rimane privata e totalmente inaccessibile se non si ha la chiave di sblocco”. Quello che è stato fatto è il tipico gioco degli specchi: si parte dal primo per riflettere l’immagine anche sul secondo e così via. Non c’è un sistema di controllo centrale o un server che conserva i dati “consapevolmente”. Si gioca tutto sullo scambio autonomo di informazioni e password; è come se Kim DotCom affittasse un pezzo di terreno ma senza sapere (e senza voler sapere) cosa si fa al suo interno. 

La logica sulla quale si base Mega è quella della ridondanza multipla, opzione che rende il sistema talmente robusto e strutturato da sembrare quasi inattaccabile. “Grazie a questa tecnica di cifratura, Mega potrebbe dimostrare di non trattare in alcun modo dati personali presenti nei contenuti veicolati dagli utenti (perché sarebbero incomprensibili allo stesso ISSP) e quindi non andrebbe incontro nemmeno a responsabilità per illecito trattamento dei dati. Una possibilità che verrà comunque esclusa quando sarà approvato, ed entrerà in vigore, il nuovo Regolamento della Privacy dell’Unione Europea in cui si chiarisce esplicitamente che il salvacondotto degli ISSP si applica anche nel caso del trattamento dei dati personali”.

Vicini alla soluzione della scrittura non decifrata più antica al mondo

Corriere della sera

Il proto-elamitico risale al 3200-2900 a. C. e veniva parlato in Persia sud-occidentale

Una tavoletta d'argilla in proto-elamiticoUna tavoletta d'argilla in proto-elamitico

Jacob Dahl, membro del Wolfson College e direttore dell’Ancient World Research Cluster, è raggiante: «Siamo finalmente sul punto di fare un passo avanti nella decifrazione della grafia proto-elamitica, tra tutte le scritture ancora da decifrare la più antica in assoluto». Ed effettivamente per un archeologo decodificare la scrittura proto-elamitica è una vera sfida.

SVILUPPO E DECLINO - Il proto-elamitico si sviluppò intorno al 3 mila a. C. e, assieme a quella sumerica, fu una scrittura effimera: durò appena 150 anni da quando comparve nella regione di Elam (antico nome biblico dato al territorio che oggi corrisponde alla parte sud-occidentale dell'Iran). Poi svanì nel nulla, lasciando ancora oggi tante domande senza risposta. Di questa grafia si sa infatti poco e niente: oscure sono le popolazioni che la utilizzarono, i caratteri e persino la lingua delle iscrizioni.

UN MIGLIAIO DI SEGNI - Oggi si conservano un migliaio di segni di questa antica grafia che si ipotizza fosse logografica. Ma il mistero che la avvolge sta per svanire, grazie a un sistema il cui acronimo Rti - che sta per Reflectance Transformation Imaging System - consentirebbe una rilettura dettagliatissima di quegli ambigui segni. Gli studiosi stanno esaminando le tavolette di argilla custodite all’Ashmolean Museum di Oxford e soprattutto quelle custodite al Louvre e sono riusciti a catturare le immagini a più alta definizione e più particolareggiate mai esistite del prezioso materiale. Milleduecento segni studiati e ristudiati per dieci lunghi anni, senza conoscere quasi nulla della civiltà proto-elamitica. E ora forse finalmente se ne potranno raccogliere i frutti. Nonostante l’ottimismo, gli stessi scienziati enfatizzano il mistero più assoluto che ancora oggi cela sia l’alfabeto che il linguaggio di questa antica civiltà.

IL METODO – La più importante collezione al mondo di tavolette risalenti al proto-elamitico è custodita a Parigi, al Louvre, e il metodo utilizzato dal team di Oxford consiste nell’inserimento delle tavolette di argilla in un sistema Rti capace di usare 76 luci fotografiche separate per catturare ogni solco e ogni angolo delle preziose tavole. La tecnica Rti applica metodi fotografici per caratterizzare la superficie e traduce queste informazioni in un’immagine composita digitale che descrive, per ogni pixel, la cromia e la morfologia superficiale del soggetto indagato. La tecnica ha la capacità di documentare in modo scientifico e inequivocabile il colore e la reale morfologia tridimensionale delle superfici in un unico documento di facile lettura. Successivamente le immagini saranno postate online, per sfruttare al massimo il potere del crowdsourcing nel difficile lavoro di decodificazione.

SCRITTI NON ANCORA LETTI - Tra le grafie ancora da decodificare, la proto-elamitica custodisce le testimonianze più antiche in assoluto. Oggi le scritture antiche ancora da decifrare si possono dividere in tre categorie: le scritture il cui alfabeto è stato decifrato ma non si conosce la lingua; le scritture il cui alfabeto è incomprensibile ma di cui si conosce la lingua; le scritture con alfabeto e linguaggio sconosciuti. La sfida della scrittura proto-elamitica è quella di rientrare in quest’ultima categoria e a rendere il lavoro ancor più difficile è il fatto che i testi originali sembrano contenere molti errori.

Ma non si tratta di sbagli commessi da uno scriba distratto, piuttosto della conseguenza della totale assenza di un alfabeto e di una grammatica condivisa da tutti. A rendere ancora più problematica la decifratura dell'antica lingua concorre anche il fatto che, pur essendo una lingua adottata da popolazioni vicine, gli Elamiti aggiunsero al vocabolario nuovi imperscrutabili simboli. Una delle particolarità della scrittura proto-elamitica è l’inesistenza di figure umane (o anche solo di particolari umani).

SGUARDO SUL PASSATO - Malgrado le difficoltà incontrate da Dahl nel comprendere il significato dei simboli incisi sull'argilla, nel corso del decennio di studi che lo hanno visto impegnato è riuscito a lanciare uno sguardo su quel mondo lontano. Sebbene infatti non sia ancora stato possibile arrivare a una traduzione integrale delle tavolette, è stato in qualche misura realizzabile interpretarne il senso. È bene precisare che gli studiosi britannici sono riusciti a comprendere interamente il sistema numerico adottato dagli Elamiti e possono pertanto affermare che non si tratta di scritti poetici, ma più umanamente di registrazioni di proprietà, quantità di raccolti e popolazione. L'antico popolo medio-orientale viveva in una società agricola nella quale a comandare era una famiglia.

Al di sotto di questa si trovava una sorta di middle class eterogenea e ancora più giù la numerosa classe dei lavoratori, trattati come «bestiame con un nome». Dalle tavolette si è compreso che i titoli o il nome delle persone più importanti riflettevano il loro status e indicavano il numero di persone che si trovavano socialmente al di sotto. Infine Dahl e il suo team hanno dedotto altre informazioni anche riguardo al regime alimentare dell'epoca. I potenti avevano a disposizione per la loro alimentazione yogurt, formaggio e miele, ma anche ovini, capre e bovini. Mentre ai lavoratori veniva concessa una dieta a base di orzo e di una specie di birra allungata con acqua. Il loro regime alimentare è stato giudicato dagli studiosi come appena sopra il livello di denutrizione.


Emanuela Di Pasqua
22 ottobre 2012 | 14:47

Il ministro indiano alle donne “Non sposatevi se in casa non c’è il WC”

La Stampa

Partita la campagna contro chi fa i bisogni all’aperto: “Mi vergogno, ci sono più templi che gabinetti”
francesca paci


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“La trascuratezza della toilette è un suicidio morale”, scriveva Honoré de Balzac nel Trattato della vita elegante. Correva l’anno 1830 e nonostante governanti e amministratori fossero ancora assai lontani da tematiche come il dibattito sui gabinetti pubblici, l’igiene privata iniziava a far capolino dalle pagine dei romanzi e dalle rime baciate delle poesie, estratto di vita quotidiana esplorato dalla letteratura (quella francese ma anche quella russa) assai prima che dalla politica e dalla scienza.

Oggi, costretta a fare i conti a livello globale con la rinascita del populismo e con il bisogno di rivincita sulla partitocrazia, la politica sceglie spesso la strada opposta e per prevenire le proteste della popolazione (su qualsiasi argomento) ne annuncia il peggio (ma non lo previene...) mettendosi al sicuro dietro al classico “ve l’avevo detto”. Così, a proposito di gabinetti, il governo indiano ha messo le mani prudentemente avanti sulla condizione a dir poco disastrata dei bagni pubblici nazionali consigliando alle aspiranti mogli di non sposarsi a meno d’aver accertato la presenza della toilette nell’abitazione del futuro consorte. 

Ufficialmente l’intento di Dehli è eliminare la pratica diffusa delle deiezioni per la strada. «Chi fa i bisogni all’aperto dovrebbe essere arrestato» ha recentemente tuonato il ministro dello sviluppo rurale Jairam Ramesh all’indirizzo di una platea prevalentemente femminile. Lo rivela il quotidiano Times of India raccontando la campagna del ministro per costruire gabinetti in ogni casa entro i prossimi 10 anni. La sua “missione” sarebbe iniziata un anno fa durante un comizio con l’attacco frontale alla «open defecation» (defecazione all’aperto), «la più grave vergogna nello sviluppo dell’India», dove vive il 58% della popolazione mondiale priva di gabinetto. I problemi dell’India contemporanea si risolvono sul WC? Certamente no.

Ma la questione non è di poco conto nella più grande democrazia del mondo che, secondo le stime del dottor Bindeswar Pathak presentate al simposio internazionale dei servizi igienici di Hong Kong nel 1995, “si trova ad affrontare escrezioni umane dell’ordine dei 900 milioni di litri di urina e 135 milioni di kg di materie fecali al giorno con un sistema di raccolta nonché di smaltimento totalmente inadeguato”. Sempre a detta del dottor Pathak, ben pochi dei suoi connazionali dispongono inoltre di una toilette privata: “Almeno 600 milioni di persone sul totale di 900 milioni defecano all’aperto, gli impianti fognari sono disponibile per un mero 30% della popolazione nelle zone urbane e appena il 3% della popolazione rurale ha accesso a latrine con lo scarico regolare”.

La soluzione? Il ministro Ramesh scommette sulla “prevenzione” e, citando sul caso della giovane Anita Narre fuggita dal marito la prima notte di nozze perché la casa in cui avrebbe dovuto abitare nello stato centrale del Maharashtra non aveva il bagno, si appella alle donne: «Non dovete soltanto consultare la posizione dei pianeti per decidere il vostro matrimonio, ma anche verificare la presenza di servizi igienici nella casa del vostro sposo». Insomma: «Non sposatevi se nella casa del vostro futuro marito non c’è un gabinetto».

Prima che qualche indiano di quelli frequentemente in viaggio all’estero accusi il proprio governo di un ritardo gravissimo per un paese all’avanguardia nel campo tecnologico o che qualche demagogo (magari religioso) punti l’indici contro i politici, Ramesh invita gli elettori (in realtà alle elettrici) a collaborare. «In India ci sono più templi che gabinetti» è un altro dei suoi provocatori slogan. Come dire, mezzo secolo dopo J. F. Kennedy, “Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa tu puoi fare per il tuo paese”.

L’urna, la barella

La Stampa

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yoani sanchez


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Mattonelle alle pareti, un paravento ricoperto di tela verde, un tavolo metallico sul quale di solito si dispongono siringhe e cotone. Era proprio così il luogo dove questa mattina ho votato per eleggere il delegato all’Assemblea Municipale del Potere Popolare. Questa domenica un ambulatorio medico ha fatto le veci di un collegio elettorale per i residenti del quartiere. “Premonizione”, ho pensato soltanto a restare sola con la mia scheda accanto al grande lavandino dove si lavano gli strumenti ospedalieri. “Premonizione”, perché il mio paese è in pieno “coma” di abulia e apatia, e serve una rianimazione profonda - quasi una defibrillazione - capace di dare ai cittadini un effettivo potere decisionale. In 36 anni, da quando è stato creato il sistema elettorale vigente, non ci ha mai fatto capire di rappresentare il popolo di fronte al potere, ma ci siamo abituati all’esatto contrario. 

Per questo, tra l’odore di formalina e una barella che spuntava in un angolo, ho annullato la mia scheda. Dopo anni di astensionismo, questa volta mi sono decisa a partecipare a dei comizi elettorali che non cambieranno proprio niente. Nessun delegato ratificato dal voto popolare potrà minimamente influire sui temi più scottanti della nostra realtà. Non conosciamo neppure il loro pensiero sulle grandi problematiche quotidiane, perché la legge elettorale ci permette soltanto di accedere a biografie munite di foto. E così oggi nel mio quartiere siamo stati convocati a scegliere tra due volti, tra due nomi, tra due curriculum… Proprio per questo motivo, diversi vicini e amici - consapevoli di quanto sia inutile riempire la scheda - hanno scelto di astenersi. Ma io volevo curiosare e tornare a esperimentare il nonsense di un pezzo di carta che non cambia niente, non decide, non smuove le acque. 

Per prima cosa ho scritto la lettera “D”. Enorme, come un grido senza voce, abbozzando l’iniziale di un’idea a lungo desiderata: “Democrazia”. E l’ho fatto nel bel mezzo di una scenografia clinica in piena sintonia metaforica con il mio gesto di annullamento, con l’urgente riforma di cui in questo paese necessita l’istituzione del Potere Popolare. Una chirurgia profonda, un’estirpazione totale della docilità dell’Assemblea Nazionale, un electroshock di libertà affinché i parlamentari cessino di approvare all’unanimità e di applaudire senza pensare. Abbiamo bisogno di resuscitare, di rinascere come società e dobbiamo cominciare a comportarci da cittadini. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Chi sono i santi più “strani”?

La Stampa
A cura di Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano


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Da ieri la Chiesa ha la prima santa pellerossa. Qual è il carisma dell’indiana d’America, Kateri Tekakwitha?
Nel rito di canonizzazione in piazza San Pietro, ieri Benedetto XVI ha auspicato che l’esempio di Kateri (1656-1680) aiuti ogni cristiano a vivere la fede a partire dalla propria «identità», e favorisca il rinnovamento della fede delle «prime nazioni» in tutta l’America del Nord. Di padre irochese e di madre cristiana algonchina, nacque nel 1656 nella località oggi statunitense chiamata Auriesville e morì in Canada a soli 24 anni. «Kateri - ha osservato Joseph Ratzinger - ci impressiona per l’azione della grazia nella sua vita in assenza di sostegni esterni, e per il coraggio nella vocazione tanto particolare nella sua cultura. In lei fede e cultura si arricchiscono a vicenda». Quindi «il suo esempio ci aiuti a vivere là dove siamo, senza rinnegare ciò che siamo, amando Gesù: santa Kateri, patrona del Canada e prima santa amerinda, ti affidiamo il rinnovamento della fede nelle prime nazioni e in tutta l’America del Nord. Dio benedica le prime nazioni».

Perché questo modello di santità è simbolo della nuova missione?
Nel pieno del Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, ieri il Pontefice ha proclamato sette nuovi santi. Padre Giacomo Berthieu era un gesuita missionario in Madagascar, ucciso per la sua fede nel 1896. Identica sorte, ma due secoli prima, nel 1672, per Pietro Calungsod, catechista laico, originario delle Filippine e morto martire a 18 anni nell’arcipelago delle Marianne per difendere il prete con cui lavorava. Ieri sono saliti agli altari anche il sacerdote bresciano Giovanni Piamarta, vissuto a cavallo tra ’800 e ’900 e fondatore dell’ordine della Sacra Famiglia di Nazareth, e la religiosa spagnola Maria Carmen Salles y

Barangueras: nata a Burgos nel 1892, morì nel 1911. Lavorò soprattutto accanto alle prostitute e alle detenute, dando vita alle suore concezioniste missionarie dell’insegnamento. Tra i nuovi santi proclamati ieri dal Pontefice ci sono anche Barbara Cope, suora del Terz’Ordine di San Francesco di Syracuse, meglio conosciuta come «Madre Marianna di Molokai», il nome del lebbrosario delle Hawaii dove lavorò e morì nel 1918, e Anna Schaffer, laica bavarese morta nel 1925.

A cosa servono i santi?
Senza i santi, spiega il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, «la Chiesa non vive, tantomeno diffonde efficacemente il Vangelo in mezzo a un mondo che ha difficoltà ad accettarlo, ma ne ha bisogno per ritrovare gratuità di amore che non sa dove attingere, dunque la nuova evangelizzazione ripartirà dai santi del nostro tempo». I nuovi santi rispecchiano la diversità della Chiesa: sono sacerdoti, religiosi, religiose, laici, laiche, vissuti in Europa, Asia, Africa, America, Oceania.

Cosa indossava ieri di «strano» il Papa?
Nella messa presieduta per la canonizzazione, Benedetto XVI ha indossato per la prima volta dalla sua elevazione alla Cattedra di Pietro il prestigioso «fanone papale», paramento liturgico in disuso dopo la riforma liturgica e che da allora fu impiegato soltanto in un’occasione da Giovanni Paolo II nel 1984. Riportato alla luce dal maestro delle cerimonie liturgiche, Guido Marini, è un ornamento omerale: si tratta di una doppia mozzetta circolare di sottilissima seta tessuta a strisce parallele di colore rosso, bianco, giallo-oro ed amaranto.

Viene indossato in modo che la parte inferiore sia sotto la stola e la superiore sopra la pianeta o la casula. Per praticità, le due mozzette, una volta unite nel girocollo, vennero staccate e indossate separatamente ed unite tramite un’abbottonatura. Il simbolismo del fanone rappresenta lo scudo della fede che protegge la Chiesa cattolica, rappresentata dal Papa. Le fasce verticali di colore oro e argento rappresentano invece, l’unità e l’indissolubilità della Chiesa latina e orientale. Una scelta che, secondo l’Associazione «Tu es Petrus», testimonia «attaccamento e fedeltà alla gloriosa tradizione liturgica della Chiesa».

Chi ha elevato il primo zingaro agli altari?
Quindici anni fa fu Karol Wojtyla a beatificare il martire Ceferino Giménez Malla detto «El Pelé», nato a Benavent de Lérida nel 1861 e fucilato nel cimitero di Barbastro nell’estate del 1936. Nei primi mesi della guerra civile che insanguinò la Spagna fu arrestato per aver difeso un sacerdote; al momento dell’esecuzione stringeva tra le mani la corona del rosario. Si tratta del primo zingaro beato nella storia della Chiesa, proclamato il 4 maggio 1997 da Giovanni Paolo II a Roma. Attraverso esempi come questo, la santità diventa antidoto alla «cristianofobia».

Oggi, secondo i dati Acs, la religione cristiana è la più perseguitata nel mondo: il 75% delle persecuzioni sono infatti rivolte ai fedeli cristiani. La situazione più preoccupante si registra in Nigeria, dove sono proliferati i gruppi islamici. Tanto che dal 1999 alla fine del 2011 sono stati ben 14 mila i nigeriani uccisi a causa di violenze a sfondo religioso. I nuovi santi sono anche protettori anti-persecuzioni e modelli per la nuova evangelizzazione rilanciata mezzo secolo dopo il Concilio. Il mondo intero è terra di missione e la «fabbrica dei santi» globalizza la fede.

Il padre disoccupato deve mantenere comunque i figli

La Stampa

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Essere disoccupato non autorizza il padre separato a essere insolvente con i figli. Secondo la Cassazione «l'allegazione della sopravvenuta condizione di disoccupazione non esime da responsabilità» in base all'art. 570 c.p. «in quanto lo stato di disoccupazione non coincide necessariamente con l'incapacità economica e incombe pur sempre sull'imputato l'onere di allegazione di idonei e convincenti elementi sintomatici della concreta impossibilità di adempiere». 

Perciò, la Suprema Corte ha convalidato la condanna per violazione degli obblighi di assistenza familiare nei confronti di un padre separato marchigiano denunciato dalla ex moglie per avere fatto mancare per circa cinque anni gli alimenti al figlio minorenne. La Corte d'appello di Ancona aveva constatato che l'uomo «lavorava e percepiva un regolare stipendio fino a quando ha convissuto con la moglie». Da qui l'inammisibilità del ricorso.

Milano: nel 1880 le stesse nascite di oggi, ma allora la città aveva 350mila abitanti

Corriere della sera

Nel 1973 i residenti superarono un milione e 700 mila unità, da allora un costante declino





MILANO - Era il 1964 quando Milano registrò un record di nuovi nati, 27 mila. Quel fenomeno, subito tradotto in baby boom , riletto alla luce dei dati statistici della popolazione diffusi dal Comune in occasione della Giornata Nazionale della Statistica del 23 ottobre, a quasi mezzo secolo di distanza, ha il sapore del miracolo che non si ripeterà. Si scopre, infatti, che nel ventennio successivo le nascite subirono un tracollo fino ad assestarsi intorno alle 10-12 mila e da lì non si sono più scostate.

LA STORIA - I freddi numeri ci riportano, così, alla Milano di fine '800, quando in Galleria si accendevano le prime luci elettriche, le vecchie linee degli omnibus venivano sostituite da linee di tram a cavalli, si varava il progetto per la copertura del Naviglio dal Castello a Corso Genova, si costituivano i primi sindacati operai. Anche allora, infatti, nascevano diecimila nuovi milanesi all'anno. A fare la differenza è, però, la popolazione complessiva della città: 300 mila abitanti nel 1880, un milione e 342 mila nel 2012. Quei diecimila nuovi nati (i nostri trisavoli), rapportati alle dimensioni della città, erano quasi il quadruplo dei piccolini di oggi.

I NUMERI - Sono sempre i numeri a fotografare una Milano che s'espande fino agli anni 70 del secolo scorso, fino al milione e 743 mila abitanti del 1973. Per poi ridimensionarsi, iniziare la discesa e stabilizzarsi sui numeri attuali. «È una città che ha smesso di crescere e non produce nuove generazioni che compensino le vecchie», commenta Gian Carlo Blangiardo, professore di Demografia all'Università Milano Bicocca. Il dato del saldo naturale nati/morti, sempre negativo dalla metà degli anni Settanta (più morti che nati) e bilanciato solo dall'arrivo di nuovi immigrati, appare addirittura drammatico se analizzato secondo il principio di «Pil demografico» da cui parte la sua analisi: «La capacità di una popolazione non è solo produrre ricchezza, ma anche produrre gli anni di futuro della città - spiega il professore -.

DEMOGRAFIA - Quando nasce, un bambino porta alla sua popolazione almeno 80 anni di futuro. Milano, per esempio nel 2010, attraverso le sue nascite ha acquisito 981 mila anni di futuro. Ne ha, però, consumati un milione e 241 mila, se sommiamo gli anni residui di vita di chi è morto e di chi in vita li ha consumati». Sotto questa luce va riletto dunque l'apporto della popolazione immigrata, che Milano ha sempre attratto con continuità (in media 50 mila unità all'anno dagli anni Trenta).

«Quando arriva un immigrato di vent'anni, dobbiamo sempre pensare che porta con sé il suo futuro. E, allora, se teniamo conto delle migrazioni del 2010, scopriamo che hanno fatto confluire un altro milione di anni di futuro al bilancio complessivo della città. E il saldo torna in attivo: abbiamo guadagnato 700 mila anni di vita». Ecco l'importanza di processi d'integrazione che valorizzino questi anni che l'immigrato porta nello zainetto, perché non siano peso ma una ricchezza.

LE STATISTICHE - L'assessore alle Politiche per il lavoro con delega alla Statistica, Cristina Tajani, spiega: «La statistica ci permette di mettere in relazione fenomeni sociali ed economici con le scelte intraprese dai decisori pubblici ed, eventualmente, di migliorare l'azione di governo». I dati sulla popolazione, per esempio, «possono far emergere in maniera molto visibile gli effetti sull'entrata in vigore di alcune leggi, come per esempio la sanatoria della Bossi-Fini, per la regolarizzazione degli immigrati che dal 2003 al 2005 ha fatto "emergere" tramite la regolarizzazione circa 55 mila persone».


Paola D'Amico
22 ottobre 2012 | 12:22

Giovanni Rana: “I tortellini? Li faccio a Chicago”

La Stampa

Uno stabilimento in Illinois per conquistare l’America, già nel 2013 puntiamo a 100 milioni
Eleonora Vallin


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Una volta non c’erano orari». Adesso, però, la sua giornata «dev’essere un divertimento». Entra in azienda alle 8 del mattino, ma si concede almeno mezz’ora di nuoto al giorno. Giovanni Rana, presidente dell’omonima azienda, oggi nelle mani del figlio e ceo Gian Luca, narra la sua storia iniziata in un piccolo laboratorio nel 1962 come una favola alla portata di tutti. Forse perché condivisa da anni con i consumatori in televisione. «Sono genuino come i miei tortellini» spiega. 

Come le è venuta l’idea di diventare il protagonista degli spot aziendali?
«Negli anni Novanta un’indagine Nielsen, stimò un 20-30% di nuovi consumatori pronti a comprare pasta fresca e ripiena. Barilla, Kraft e molti altri pensarono di entrare nel business. Pietro Barilla venne a conoscermi perché voleva acquistare il 30% di Rana. Ma io risposi: perché lei non vende a Nestlè? Lui mi disse: «La mia azienda è un bel cavallo che non venderò mai». E io: «Dottor Pietro, il mio è un asinello, ma io e mio figlio vogliamo tenerlo perché ci divertiamo tanto». Non me lo chiese più e rimanemmo buoni amici. Però anche lui iniziò a fare tortellini. La Star investì in nuovi impianti, Kraft acquistò Fini. Io facevo una ventina di miliardi di fatturato ma tutti al tempo mi dettero per spacciato. Anche Star venne a bussare alla porta. Mi offrirono il doppio dei miei ricavi. Ma tenni duro».

E rilanciò.
Andai da una piccola società veronese di comunicazione dicendogli: io voglio andare in tv per sbaragliare la concorrenza. Voglio dire: «Salve, sono Giovanni Rana e sono quello che fa tortellini». Fui definito pazzo, ma sono ancora qui.

Si è anche divertito tanto.
«Fino al ’97 mi limitavo alle scenette. Facevo il ‘garante’ e i volumi salivano a due cifre. Poi feci un’indagine: tutti pensavano fossi un attore che interpretava Giovanni Rana. Così cambiai linea. Gavino Sanna mi disse: “Per non essere creduto un attore, devi fare l’attore”. E quindi recitai con Marilyn, Stalin, Bogart. Sono arrivato al 96% di popolarità e firmo ancora autografi. A novembre, per il 50esimo usciamo con lo spot in tv della storia d’azienda narrata assieme a Marilyn, Bogart e la Hayworth». 

Come va l’azienda in questi tempi di crisi?
«Rana ha fatturato 374 milioni nel 2011. E’ presto per fare previsioni ma ci auguriamo di chiudere l’anno a 400. Abbiamo 7 stabilimenti di cui uno in Belgio e un secondo, appena inaugurato, in Illinois; il Gruppo tra il 2005 e il 2012 ha raddoppiato il numero degli addetti (oggi 1.200, ndr) assumendo personale con un ritmo del 12% annuo. In Italia copriamo il 41% del mercato della pasta fresca, oltre il 50% di quella ripiena. Siamo anche nella ristorazione con 28 presidi in Italia, 5 in Svizzera, uno a Londra, uno a Madrid e uno in Lussemburgo. Produciamo 940 diversi tipi di tortellini per tutti i palati, differenziandoci per Paesi. In Russia facciamo ad esempio i «pelmeni» che sono dei ravioli agliati con 60% di carne cruda. Qui in Italia non si venderebbero».

Avete internazionalizzato in America: 80 milioni di dollari di investimento – autofinanziato per un terzo – per presidiare un mercato che vale due miliardi di dollari. Quali le previsioni?
«Al termine del prossimo triennio prevediamo 150-200 milioni di dollari annui. Già nel 2013 stimiamo ricavi per circa cento milioni».

Perché l’America?
«Era un sogno e lo coltivavo fin da ragazzino. Esportavamo lì già da cinque anni ma è difficile gestire il cibo fresco con i tempi dei trasporti. Era diventato un calvario. Così abbiamo scelto Chicago, nel cuore dell’agroalimentare Usa. Là hanno ottime carni e formaggi freschi. Noi mettiamo il nostro parmigiano reggiano, l’olio d’oliva… Abbiamo stipulato già contratti con grandi catene».

E’ possibile produrre oltreconfine il made in Italy?
«Sì. Anche comunicarlo. A novembre lanceremo la campagna e nelle grandi catene daremo la concessione dell’immagine per dire: «Giovanni Rana lavora per voi». Poi abbiamo studiato i loro sapori. Gli americani, ad esempio, adorano il pesto. Abbiamo dovuto fare vasetti da 4 etti e mezzo. Lo mettono dappertutto». 

Ci sono in progetto altri stabilimenti?
«Siamo impegnati in Usa a 360 gradi. Per ora solo America». 

Quanto all’export invece?
«Abbiamo superato il 50% e per fortuna perché ci aiuta molto. Stiamo curando la Russia e i mercati dell’Est come Ungheria e Polonia che stanno crescendo. Sul mercato italiano non soffriamo ma se andiamo avanti così toccherà anche a noi». 

Siete entrati anche nel mercato dei single.
«Sì, con le confezioni da un etto e 20. Vanno molto anche all’estero. E’ una porzione giusta. Dico sempre a tutti: «Fatevi un etto di tortellini con una mela e starete bene». 

Il prodotto-esperimento che meno ha venduto?
«Il raviolo al cioccolato. Fu un fenomeno pubblicitario ma non è stato capito. Molti mi chiedono però se lo faremo ancora. Forse l’anno prossimo, verso Natale». 

Armstrong perde tutti i titoli vinti in carriera

Corriere della sera

Il ciclista privato delle sette maglie del Tour de France. L'Usada: «Non c'è più posto per lui nel ciclismo»

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Dopo gli sponsor, al ciclista Lance Armstrong vengono tolti i sette titoli del Tour de France. Già, perché se lo scandalo di doping che ha travolto l'atleta texano ha portato i grandi marchi a rescindere i contratti con Armstrong testimonial, la Uci ha fatto sapere che « non farà ricorso contro la Usada. Lance Armstrong verrà privato di tutti i titoli vinti in carriera». Lo ha detto Pat McQuaid presidente dell'Uci a Ginevra. Poi la conferma della sentenza Usada: «per Lance Armstrong non c'è più posto nel ciclismo, una cosa del genere non accadrà mai più».

IL NUMERO UNO DEL CICLISMO - L'ex ciclista statunitense è stato radiato dall'agenzia antidoping statunitense (Usada) per il ricorso sistematico a sostanze illecite. Il provvedimento comporta, in particolare, la revoca dei 7 titoli conquistati dall'americano al Tour de France tra il 1999 e il 2005. «È un giorno decisivo per il ciclismo in un momento molto difficile. Il mio messaggio allo sport, agli atleti, agli sponsor e agli appassionati è che il ciclismo ha un futuro. Non ci troviamo per la prima volta ad un crocevia importante, abbiamo già affrontato momenti complicati», dice McQuaid nella conferenza stampa a Ginevra. «Ringraziamo tutti i testimoni che hanno portato la loro testimonianza e con questa conferenza stampa vogliamo chiarire alcuni punti», ha proseguito McQuaid.

Affrontando la vicenda Armstrong, vincitore del Tour de France dal '99 al 2005, il numero 1 del ciclismo mondiale ha spiegato: «Da quegli anni le cose sono cambiate. Ora l'Uci può fare molto di più. In quel momento non avevamo possibilità di effettuare controlli adeguati. Per quanto mi riguarda devo ammettere che nel ciclismo esiste una cultura del doping e questo deve cambiare. La Uci è sempre stata in primo piano nella lotta al doping, ma la federazione non ha poteri di polizia e controllo». Per McQuaid, «le parole di tanti ciclisti che hanno dato la loro opinione come Wiggins o Gilbert sul caso Armstrong, dimostra che le cose possono cambiare».

Redazione Online 22 ottobre 2012 | 13:31

Assunta Almirante: "Vorrei non aver mai conosciuto Fini"

Gian Marco Chiocci Massimo Malpica - Lun, 22/10/2012 - 08:28

La lady della destra rinnega l’ex delfino del marito: "Mi ha deluso. La casa di Montecarlo? Certe cose non si fanno"

Roma «Fini? Montecarlo? Tullia­ni? Corallo, Walfenzao, le offsho­re, i fax? Leggo tutti i giornali, so tutto.


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Mi intervistate su altre cose, però?».L’esordio di Donna Assun­ta alla richiesta di un commento sull’ultimo capitolo della«Monte­carlo story » è spiazzante. La vedo­va Almirante sembra inflessibile: «Sentite, della questione di Fini non voglio parlare».

Perché? È diventato un tabù?
«Macché. Diciamo che preferi­sco non parlare proprio di lui, ri­cordando com’era il giovane Gianfranco, quello che ho pratica­mente imposto a mio marito per la successione. Mi sono impegna­ta, molto, perché lo credevo tut­t’altro da quello che adesso dico­no di lui».

Capiamo il rammarico, ma...
«Rammarico? Vorrei non aver­lo mai conosciuto. Ma l’ho conosciuto. Così, vorrei parlare d’altro. Per esempio di Nello Musumeci, un giovane che è un signore di altri tempi, uno che somi­glia ai politici che cono­scevo io, di destra, sini­stra e centro, e che ora non esistono pratica­mente più. O di Storace: io sto accanto a lui, spe­ran­do che il popolo si ac­corga che c’è una destra vera, ecco. O parliamo di legge elettorale. Ce ne vuole una nuova, che ci consenta di vota­re per candidati che co­nosciamo. Se poi ci dan­no fregature, pazienza, abbiamo tentato. Le delusioni le mettiamo in conto»
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A proposito di delusioni, dopo le rivelazioni dell’ Espresso ,an­che lui è sembrato allontanar­si da compagna e cognato...
«Auguro a lui tutto quello che noi sognavamo, che io sognavo. Ma non credo più a nulla, quando una persona dice certe cose e poi si comporta in maniera diversa... E non credo che lui possa avere da­to quella casa perché è stata la compagna a suggerirglielo. Quan­do uno ha capacità e una certa educazione morale, certe cose non le fa».

Lei in questa vicenda ha un con­tatto privilegiato: il costrutto­re monegasco che per primo i Tulliani contattarono per i la­vori, Luciano Garzelli.
«Non è un semplice contatto, siamo fratello e sorella, io e Lucia­no, sono vent’anni almeno che ci conosciamo, mica un giorno. Ho spesso avuto lui e la moglie miei ospiti a Sanremo, e ho ricambiato la visita da loro, a Montecarlo. Di­ciamo che io sapevo già tutto di questa storia quando voi non sa­pevate nulla...».

L’ha mica presentato lei Gar­zelli a Fini e parenti?
«No, no, no. Fini non ha mai co­nosciuto nessuno di Montecarlo, io a Montecarlo invece conosco tutti. Ho avuto anche un buchetto lì, mio figlio aveva difeso un teno­re e aveva ricevuto come paga­mento questa casetta a Montecar­lo vecchia. Troppi gradini, co­munque, l’ho subito lasciata».

E la Colleoni l’ha conosciuta?
«Certamente sì, prima di lui, prima di Gianfranco, sono stata anche ospite sua».

Non ci dica che è stata nella ca­sa di Boulevard Princesse Charlotte...
«Eh no, era a Roma, non a Mon­tecarlo. Aveva un affetto straordi­nario per mio marito: la casa la­sciata al partito, per merito della figura di Giorgio,non è l’unica co­sa che ha donato. Regalò anche appartamenti a Verona, e mio marito però ha trasmesso subito al partito la proprietà di quei be­ni ».

Come la casa in questione, do­ni per la «buona battaglia».
«Io come la Colleoni sono rima­sta al Msi. Ero contraria alla svol­ta di Fiuggi, già sapevo quale sa­rebbe stato l’esito. So che cosa in­tendeva Annamaria con “buona battaglia”, la conoscevo benissi­mo ».

Non intendeva «casa a Tullia­ni? ».
«Ma Tulliani che c’entra? Arri­va tramite la sorella... comunque non ho piacere a parlare di que­sta storia, è inutile, poi finisce tut­to a tarallucci e vino».

Fini, però, è «amareggiato» da comportamenti che «non con­divide ». Forse si sente abbindo­lato anche lui.
«Staremo a vedere. La verità la sanno solo loro due: la realtà è questa, punto e basta»

Insulti razzisti in un servizio della Rai «I napoletani li riconosci dalla puzza»

Corriere della sera

La battuta di un giornalista fa infuriare i tifosi Interviene l'Ordine, il Cdr della Rai chiede scusa

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L'indignazione dei tifosi del Napoli è un onda che monta ogni minuto di più. In un servizio del Tgr Piemonte, un giornalista della Rai chiede ad alcuni tifosi juventini poche ore prima della partita tra bianconeri e azzurri dello scorso sabato: «E i napoletani li riconoscete dalla puzza?». Una battuta che ha fatto infuriare i tifosi partenopei di ogni latitudine, che si sono sfogati sul web, condividendo all'impazzata il video del servizio postato su YouTube.

INTERVIENE L'ORDINE - Il presidente dell'Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino, ha subito inviato una segnalazione all'ordine di Torino. E mentre si dissocia anche il sito di supporters bianconeri, Canale Juve, il Cdr della Rai torinese ha subito cercato di smorzare le polemiche: «È stato un incidente, chiediamo scusa».



Antonio Castaldo
@gorazio21 ottobre 2012 | 23:36

Alcamo, accusato di strage assolto dopo 21 anni in cella

Andrea Acquarone - Mar, 14/02/2012 - 09:23

A scagionare Giuseppe Gullotta è stato un brigadiere. Che ha ammesso: "Confessioni sotto tortura"

Ventun’anni per dirgli che è innocente.


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Ventun’anni trascorsi in prigione con una condanna all’ergastolo. La vita finita. «Fine pena mai». Lo accusavano di aver ucciso due carabinieri il 26 gennaio del 1976 ad Alcamo Marina, in Sicilia. Singolare. A scagionarlo, alla fine, è stato proprio un carabiniere, brigadiere in servizio al reparto antiterrroristico di Napoli. Avrebbe ammesso che i sospettati furono costretti a confessare sotto tortura.È scoppiato a piangere Giuseppe Gulotta quando il giudice ha letto la sentenza. «L’incubo è finito», balbetta con voce rotta. Era un ragazzo quando decisero, in nome del popolo italiano, che era colpevole. «La prima cosa che ho fatto è stata quella di sedermi, non mi reggevo in piedi. Ci siamo abbracciati con mio figlio William, che ha 24 anni, e con mia moglie Michela, senza parlare». Lui ne ha 55.

Nove processi, rinvii procedurali, le sbarre a scandire giorni, ore, minuti e secondi. Fino a all’ultimo barlume di speranza. Due anni fa la corte di Cassazione aveva detto sì alla revisione del processo. Da quattro lui beneficiava del regime di semilibertà. E lo stesso procuratore generale aveva chiesto la sua assoluzione. Altri due condannati, Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli, latitanti in qualche paese sudamericano sarebbero a loro volta sarebbero pronti a chiedere un nuovo processo. Un altro non potrà più farlo: si è ucciso in cella.

La «strage di Alcamo», la battezzarono i giornali. Forse la ricordano solo i protagonisti: parenti delle vittime, imputati, amici, colleghi. Le vittime si chiamavano Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta: quella sera gli assassini entraronoi in caserma fondendo la serratura con una fiamma ossidrica. I carabinieri, appuntati di 19 e 35 anni, furono trovati morti, massacrati a colpi di pistola. E giustizia, si scopre oggi, non è stata fatta.

Pronto il decreto sulle nuove Province: 36 soppresse, dal 2013 tutte commissariate

Corriere della sera

Il ministro Patroni Griffi: «Una riforma importante non può venir meno solo per resistenze localistiche»

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ROMA - Niente da fare per Benevento, che invocava la «storia del territorio sannita», e nemmeno per Rovigo, che sul piatto metteva la «peculiarità del Polesine». Giorni contati per Treviso, troppo piccola di appena 23 chilometri quadrati, e per Terni, che pur di sopravvivere aveva suggerito il trasloco a qualche Comune dalla vicina Perugia. La nuova cartina delle Province italiane è agli ultimi ritocchi: arriverà con un decreto legge all'esame del primo Consiglio dei ministri di novembre. Una mappa che mette insieme le proposte che stanno arrivando in queste ore dalle Regioni. E che respinge le tante richieste di deroga, applicando senza sconti le regole fissate con la legge sulla spending review : le Province che hanno meno di 350 mila abitanti o un'estensione inferiore ai 2.500 chilometri quadrati dovranno essere accorpate con quelle vicine. Considerando solo le Regioni a Statuto ordinario, le Province scenderanno da 86 a 50, comprese le dieci Città metropolitane. Quelle tagliate saranno trentasei, alle quali bisogna aggiungere un'altra decina di cancellazioni nelle Regioni a statuto speciale, che però hanno sei mesi di tempo per adeguarsi e decideranno loro come farlo. Le uniche che potrebbero essere recuperate sono Sondrio e Belluno. Per il resto palla avanti e pedalare.

I COMMISSARI - «Non possiamo pensare che una riforma importante come questa - dice il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi - possa venir meno solo per delle resistenza localistiche». Anzi. Per mettere al sicuro il risultato ed evitare la tentazione del dietrofront, vedi campagna elettorale e nuovo governo, il decreto prevede un processo a tappe forzate. Dalla fine di giugno del 2013 tutte le Province, anche quelle che non si vedranno toccare i confini, saranno guidate da un commissario. Toccherà a lui curare la transizione verso il nuovo regime. Un'accelerazione non da poco perché la legge sulla spending review lasciava intendere che sarebbero andate a scadenza naturale, mentre nelle Città metropolitane il processo sarebbe dovuto partire all'inizio del 2014. Resta da decidere solo se il commissario sarà esterno, nominato dal prefetto, o se il ruolo verrà affidato al presidente uscente della Provincia.

NUOVE SEDI - Più probabile la seconda ipotesi perché, nei limiti del possibile, si andrà incontro alle richieste del territorio. È il caso della Basilicata. La Regione avrà una sola Provincia ma vorrebbe spostarne la sede a Matera, lasciando invece a Potenza gli uffici regionali. Si può fare. Pronti al confronto anche sugli uffici periferici dello Stato, come le questure o le prefetture. Il decreto dice che ci sarà una «consultazione del governo con il territorio» in modo da spalmare la presenza dello Stato. Per capire: se la nuova Provincia di Modena e Reggio Emilia avrà la sede politica a Modena, la questura o la motorizzazione potrebbero andare invece a Reggio. Cosa succederà ai dipendenti? «Nell'immediato - dice il ministro - non ci sarà una contrazione del personale ma ci potrebbe essere uno spostamento fisico. Naturalmente i criteri di quest'operazione andranno studiati con un esame congiunto insieme ai sindacati».

SISTEMA ELETTORALE - Una modifica riguarderà anche il nuovo sistema elettorale, quel meccanismo di secondo livello con i consiglieri eletti non più dai cittadini ma dai consiglieri comunali sul quale a giorni si pronuncerà la Corte costituzionale. La sostanza non cambierà ma i voti saranno ponderati per evitare che, all'interno dei nuovi consigli provinciali, i Comuni piccoli pesino come quelli grandi. Ci siamo, insomma. «Qualche intoppo può sempre arrivare - dice Patroni Griffi - ma faremo di tutto per superarlo». E non finisce qui. «Bisognerà andare avanti riflettendo sia sulle dimensioni delle Regioni sia sul numero dei Comuni: sono 8 mila, troppi, e la metà ha meno di 5 mila abitanti». Un altro decreto, sulle macro Regioni e le fusioni dei Comuni? «Per carità, tocca a chi ci sarà nella prossima legislatura».


lsalvia@corriere.it
Lorenzo Salvia
22 ottobre 2012 | 7:48

Vedeva" grazie al suo cane: uccisi insieme da auto pirata

Oscar Grazioli - Lun, 22/10/2012 - 08:49

Il pastore tedesco si è frapposto fra la macchina e il suo padrone cieco ma non è riuscito a evitare l'impatto. L'estremo sacrificio di un "amico"

Potrebbe essere una delle tante notizie di cronaca nera.


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Un uomo, falciato da un'auto, mentre attraversa la strada. Con lui muore anche il cane, che lo accompagnava nella passeggiata serale. Si legge, un velo di tristezza passa fulmineo tra l'anima e il cuore e poi si adocchia il titolo successivo.«Dà alla luce un bambino nel vagone di un treno: un agente della Polfer le fa da ostetrica». Un sorriso di compiacimento e l'uomo con il cane, morti in un paese di cui non ci si ricorda il nome, cade in quell'enorme dimenticatoio dove le notizie si sublimano quasi sempre, rese innocue dal tempo che dovrebbe medicare ogni piaga.

Eppure quell'uomo, Sergio Polin, originario di Torino, 43 anni, aveva una particolarità e il suo cane anche. Lui era cieco e il cane era il vero «bastone della sua vita», un pastore tedesco che rendeva sopportabile la sua grave menomazione come solo sanno fare queste creature delicate e premurose con chi gli è stato affidato, con chi sanno che devono difendere, a costo della vita, in ogni momento e in ogni condizione.

Se la notizia suscita solo un attimo di attenzione in chi la legge non è così per me. Io, con i ciechi ho vissuto tanti anni, gli ho insegnato a suonare la chitarra, li ho aiutati a fare i compiti, ho condiviso con loro il sorriso dei momenti felici e le lacrime della disperazione quando cadeva l'autunno nelle loro giovani menti che non riuscivano a liberarsi dall'idea fissa di un lunghissimo inverno gelido, magari nella solitudine di un istituto (seppure di rango) in cui i genitori li avevano lasciati volentieri, oppure li avevano dovuti collocare perché potessero imparare a vivere una vita il più normale possibile. Non scandalizzatevi se li chiamo ciechi invece del più raffinato (e un po' ipocrita) «non vedenti». A loro non gli frega niente se li chiamate «ciechi» e se commettete la gaffe di dire «ci vediamo domani» state tranquilli che ci fanno una ristata sopra, se hanno voglia di ridere.

A loro interessa di non trovare macchine e moto parcheggiate sul marciapiede, a loro interessa trovare in biblioteca libri in braille (oggi audiolibri), a loro interessa che lo stato gli riconosca i mezzi necessari per sopravvivere, in una società che, quando vede passare il cieco per strada con il suo bastone bianco, non sa altro che pensare «poverino!». A loro interessa raggiungere il massimo dei regali che gli possiamo offrire: un cane che li guidi tra i mille pericoli quotidiani della strada o che gli renda più agevole la vita usuale, magari svegliandoli da un sonno profondo quando è ora di prepararsi per un appuntamento importante o che semplicemente gli metta una zampa in grembo, rassicurandoli che la solitudine è rimasta fuori dalla finestra, quando il gelo sembra un chiodo nel cuore. Loro sanno che qualcuno veglia su di loro e non solo con gli occhi, le orecchie e il naso, ma con l'anima.

Ho chiesto un giorno a Tiziano, uno di quei ciechi chiusi come scrigni preziosi che solo, dopo mesi o anni, escono dalle righe del brano da tradurre, per offrirti la chiave che apre la porta alle tue curiosità. «Cosa ti piacerebbe vedere per primo, se qualcuno fosse in grado di ridarti la vista? Il sole, i colori, gli alberi, il mare,…». «No, lei». Risposta secca e incontrovertibile, mentre accarezzava le orecchie pelose di Sister, la sua ombra amica, il suo fantasma buono, imperdibile.

Eppure anche loro un giorno sono obbligati a lasciarsi, perché l'ombra fraterna se ne deve andare, prima di lui. E questo è uno dei momenti più terribili, più lancinanti per loro, pari forse al momento in cui hanno perso la luce, se mai l'hanno vista.L'auto è arrivata all'improvviso (la donna alla guida è indagata per omicidio colposo), il cane ha tentato di frapporsi e Sergio si è appoggiato alla sua ombra amica. Sono morti entrambi tra i rumori ovattati di una sera d'autunno.Spero che qualcuno gli permetta di dormire accanto, per sempre.

Quel “bravo ragazzo”… Lettera ai miei ex suoceri

Corriere della sera
di La Redazione


Giovanna ha 37 anni e la sua storia con Carlo è finita. Quando lei ha deciso di lasciarlo, dopo aver scoperto anni di menzogne e relazioni violente parallele, lui l’ha minacciata di morte, l’ha perseguitata a tutte le ore del giorno e della notte. I genitori lo hanno sempre coperto e difeso. “è un bravo ragazzo” si è giustificata la mamma di Samuele Caruso, il 23enne che ha ucciso a Palermo Carmela. Stesse giustificazioni date a Giovanna quando i genitori del fidanzato le mostravano il foglietto lindo del casellario giudiziario. Alla fine lei lo ha denunciato per stalking e lui è stato condannato. Un mese fa lei ha scritto una lettera ai suoi ex suoceri. Ecco alcuni stralci del testo

Gentili Signori,



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l’onorevole titolo di “figlia acquisita” di cui mi avete insignita, mi autorizza ad esprimere il mio parere in assoluta libertà senza chiedere autorizzazioni o porgere scuse (…). Un antico ma particolarmente calzante detto recita “La verità è figlia del tempo” e proprio nel tempo è venuto a galla quanto per anni avete cercato di insabbiare.

La mia più grande soddisfazione ad oggi non è tanto la carcerazione di Carlo quanto l’avervi messo davanti ad uno specchio. Nessuno ha brindato o gioito il giorno della sentenza, si è provata solo un’immensa tristezza confortata dalla consapevolezza del trionfo della Giustizia. L’unica soddisfazione che mi sto togliendo è scrivere queste righe che non sono dettate da astio o risentimento ma da semplice buon senso.

Sono state commesse troppe leggerezze nell’educazione di Carlo (…) Si è preferito soprassedere sulle anomalie del suo comportamento sia per non alimentare pettegolezzi tra vicini e parenti sia per l’altissima considerazione in cui viene tenuto il figlio maschio, magari provando una punta di orgoglio nel vedere che sa come farsi “rispettare” dalle donne.
Ma a chi è giovato? E’ valsa la pena rovinarlo per non aver voluto imporsi e per non aver avuto l’umiltà di ammettere di non possedere gli strumenti per ricondurlo sulla retta via, cedendo il posto a specialisti quali psicologi o assistenti sociali che potessero farne un individuo autonomo, onesto, dignitoso, capace di badare a se stesso? (…) La polvere va rimossa, non nascosta sotto al tappeto.
Avreste potuto anche denunciarlo compiendo così il più grande atto d’amore nei suoi confronti tendendogli una mano per salvarsi da se stesso. Ma avete preferito limitarvi a sgridarlo ogni tanto come si fa coi bambini quando lasciano i giocattoli in disordine e il fatto che il nostro sistema giudiziario non vi reputi perseguibili, vi esonera sì da responsabilità legali e formali, ma non morali.
Generando un figlio avete sottoscritto una sorta di “contratto” con la società, contratto che vede i genitori garanti della consegna ad essa di una persona degna di farne parte: cosa vi ha autorizzato ad infrangere questo patto? Chi vi ha autorizzato a consegnare al mondo una persona con così tanti squilibri, che gioca a rovinare la vita degli altri? Cosa è stato per voi più importante del benessere di vostro figlio? (…)
Non sono madre, ma sono figlia e se sono cresciuta sana, con una formazione adeguata ai tempi e capace di badare a me stessa, è stato soprattutto grazie ai divieti opposti dai miei genitori che si sono tradotti in dolorosi ma formativi NO.

Se io sbaglio nessuno mi compra un’auto più potente della precedente o mi permette di togliermi il capriccio del cane o mi copre inventandosi le scuse puerili che sentivo a casa vostra, una per tutte quella dell’invidia dei parenti…Invidiarvi per cosa? per i pavimenti brillanti forse, ma a che serve una casa tanto pulita se sono sporche le intenzioni e la coscienza?
Il messaggio che avete trasmesso a Carlo è che chi sbaglia non solo non paga ma viene perfino premiato.
(…) Se vi foste comportati come dei genitori e non come degli albergatori, a quest’ora la situazione sarebbe molto diversa: a Carlo non servono lenzuola pulite o gustosi manicaretti o camicie perfettamente stirate che lo rendano credibile, ma persone che siano per lui di esempio. E comportarvi civilmente con le sue vittime, dopo tutto quello che ci avete costretto a sopportare, avrebbe potuto rappresentare un momento significativo per lui, mentre avete assunto l’atteggiamento di chi il torto lo ha subito.

A che è servito coprirlo, difenderlo, appellarsi quando è indifendibile anche agli occhi del suo stesso avvocato? Cosa potete ancora opporre agli atti dei Tribunali, tutti assolutamente concordi sull’attitudine delinquenziale? Se non avete voluto aiutarlo a crescere, accettate che ora siano le istituzioni a farsi carico di 38 anni di omissioni.

(…) Non si è voluto prevenire, nonostante le numerose avvisaglie che il ragazzo vi ha mandato negli anni, a danni fatti  ma nemmeno correre ai ripari con il risultato che le istituzioni ora semmai lo puniranno e non lo rieducheranno, peggiorando così una situazione già molto critica. E purtroppo siamo state noi vittime a chiederne l’intervento esponendo noi stesse e le persone a noi vicine al rischio di ritorsioni e vendette future.
(…) Dove eravate mentre con me si comportava in modo tale da farsi condannare a due anni di carcere o mentre tormentava le altre vittime? Ha sempre vissuto con voi se ben ricordo.
So bene che chiedergli chiarimenti comporta minacce se non aggressioni, ma voi siete la sua famiglia ed è vostro preciso dovere prendere provvedimenti preventivi o riparatori: abbiate il coraggio di affrontarlo, è il vostro sangue, non potete ne’ temerlo ne’ ignorarlo, sarebbe come dire che temete la vostra testa o il vostro cuore. E se doveste avere la peggio, a parer mio è più giusto e coerente che al pronto soccorso ci finiate voi piuttosto che la sottoscritta.
(…) Mia madre, anche se sono alla soglia dei 40 anni, fruga ancora nelle mie tasche e nel mio cestino se fiuta qualcosa di poco convincente che mi riguarda. Non vi mancano la luce e l’aria nel tenere continuamente la testa sotto la sabbia?
(…) Siete stati talmente “distratti” da non riuscire a controllarlo nemmeno nel periodo dei domiciliari: rendendo inaccessibili telefoni e computer forse si sarebbe risparmiato una condanna. E dopo aver perso anche in appello, un giorno l’ho trovato a 200 metri da casa mentre andavo in ufficio alle 9.15 del mattino intento a simulare un incontro casuale per avvicinarmi e provocarmi. Episodio che mi ha costretta a deviare verso il Commissariato……ma chi è Carlo per voi? Possibile non riusciate a tenerlo a bada nemmeno in un momento così delicato? Cosa aspettate per intervenire, un omicidio? Sforzatevi di vedere il positivo di questa vicenda: non dovrete più fingere normalità e spensieratezza.

La messa in scena è terminata, non dovete nemmeno più simulare quell’ipocrita aria trionfante che avevate nel mostrarmi il casellario nel 2006 quando ancora godeva del beneficio della non menzione. Umanamente è comprensibile l’amarezza che provate, ma è l’atteggiamento di sufficienza che avete assunto ad essere quasi diabolico. Fate che Carlo sia e resti un problema vostro e non mandatelo in giro a turbare la serenità di famiglie oneste (…)

Se poi siete talmente avvezzi a trattare con poliziotti e avvocati da pensare che facciano parte del quotidiano di chiunque, vi informo che personalmente ho varcato la porta di studi legali, commissariati, di un pronto soccorso e di un carcere solo dopo aver incontrato voi e da quando siete usciti dalla mia vita non a caso non ne ho più avuto la necessità.
(…) Grazie a Voi ho conosciuto tutto ciò da cui la mia famiglia ha sempre cercato di proteggermi proprio come farebbe qualunque famiglia coscienziosa.
A me rimane solo la consolazione di sapere che non può capitarmi nulla di peggio di quanto ho vissuto grazie a voi.
Vostra “figlia”

Fidel Castro è riapparso in pubblico»

Corriere della sera

L'ex vicepresidente del Venezuela Elias Jaua:  «L'ho incontrato a L'Avana, ecco la foto»

L'immagine fornita dall'ex presidente venezuelano Elias Jaua. Fidel Castro (terzo da sinistra) è insieme allo stesso Jaua (a destra), al direttore del Cuban National Hotel, Antonio Martinez (al centro), alla moglie dello stesso Líder máximo, Dalia Soto del Valle (seconda da destra), e a una donna e a una bambina non identificate (Afp/Adalberto Roque)


Fidel Castro sarebbe apparso in pubblico per la prima volta dopo mesi. E dopo voci che fosse gravemente malato e addirittura morto. Il Líder máximo si sarebbe trovato sabato pomeriggio all'Hotel Nacional dell'Avana, rivela l'Associated Press. Vi si sarebbe recato per accompagnarvi l'ex vice presidente venezuelano Elias Jaua e, una volta nell'albergo, si sarebbe intrattenuto per mezz'ora a chiacchierare con il personale.

CONFERME - Le fonti sono il direttore commerciale dell'hotel Yamila Fuster e lo stesso ex vice presidente venezuelano Jaua. Quest'ultimo, dice l'Associated Press, ha raccontato di essere stato per cinque ore in compagnia di Fidel e ha mostrato alla stessa agenzia le foto dell'incontro. Sempre secondo il venezuelano, il Líder máximo sta bene ed è lucido.
Un giornalista dell'Associated Press ha chiesto al governo cubano di confermare la notizia della visita di Fidel nell'albergo, ma il portavoce ha detto di rivolgersi alla direzione dello stesso Nacional.

CON IL PAPA - Una lettera firmata da Fidel era stata pubblicata dalla stampa cubana, controllata dal regime, giovedì scorso, in occasione dei 50 anni della crisi dei missili a Cuba. Sia la sorella Juanita che il figlio Alex, inoltre, avevano smentito ripetutamente le voci dell'aggravamento dello stato di salute di Fidel. Juanita Castro, che vive a Miami, le aveva definite «pure speculazioni, assurde».
L'ultima apparizione documentata di Fidel risaliva allo scorso marzo, quando accolse papa Benedetto XVI in visita pastorale.

  «Fidel riappare in pubblico» «Fidel riappare in pubblico» «Fidel riappare in pubblico» «Fidel riappare in pubblico»«Fidel riappare in pubblico»


Redazione Online21 ottobre 2012 | 22:30

L'ingegnere assunto negli Anni di piombo dall'azienda più odiata dai killer con la P38

Andrea Acquarone - Mar, 08/05/2012 - 09:29

Laureatosi nel 1976, Roberto Adinolfi ha subito cominciato a lavorare per Ansaldo nella costruzione di centrali. La violenza si ripete: negli anni Settanta quattro dirigenti del gruppo furono vittime di agguati

Una carriera spesa nell’Ansaldo, cominciata quando in Italia si mette­vano le bombe.


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Roberto Adinolfi, 59 anni sposato, padre di tre figli, in quei giorni era un giovane neolaureato. In università si faceva a botte, la droite e la gauche , volavano spranghe, molo­tov e coltelli. Si moriva anche. In no­me della lotta allo Stato i terroristi spa­ravano a politici, magistrati, giornali­sti, manager e sindacalisti. Senza troppe distinzioni. Gambizzavano In­dro Montanelli mentre camminava di buon’ora verso il Giornale in piaz­za Cavour a Milano; ammazzavano Vittorio Bachelet giuslavorista e pro­fessore universitario, davanti all’allo­ra sua assistente Rosy Bindi, nel­l’atrio della facoltà di Scienze politi­che de La Sapienza. Erano gli Anni di piombo, quelli delle Br affiancate da una galassia di rivoluzionari armati e gruppi anarcoi­di da una parte; quelli dell’eversione di destra, i Nar, Terza posizione, Ordi­ne nero, delle stragi rimaste nel buio, dall’altra.

Adinolfi ottenne il «tocco» in Inge­gneria nucleare al Politecnico di Mila­no quando aveva 24 anni. Correva l’anno ’76 del secolo scorso. A quel­l’epoca era meno impossibile trovare lavoro. Lui iniziò praticamente subi­to, rapido e preciso come i suoi studi, entrando nell’Ansaldo (punta di dia­mante nella storia nostrana dell’indu­stria bellica) confluita nel 1950 nel gruppo Finmeccanica. Oggi Ansaldo è una «corporate» con circa 20mila addetti, dei quali 5mila all’estero. Non si producono più cannoni, navi e aerei da guerra ma energia, veicoli, sistemi di trasporto, segnalazione, automazione su drive. In altre paro­le, Ansaldo, attualmente, è il più po­tente gruppo italiano ad alta tecnolo­gia in ambito Finmeccanica.

Negli anni del brigatismo, il ramo genovese del colosso industriale fu l’obbiettivo preferito delle «cellule» locali. O meglio, lo furono i suoi uomi­ni. Era l’ottobre 1975 quando Vincen­zo Casabona - capo del personale di Ansaldo meccanica - venne seque­strato davanti al figlio per essere rila­sciato incolume poche ore dopo. Un avvertimento firmato con la «stella a cinque punte». Sergio Prandi, viceca­poreparto del Nucleare, il 10 luglio 1977, invece, venne gambizzato sot­to casa.

Primo sangue e altra azione ri­vendicata da quelli delle P38. Otto col­pi ridussero in gravi condizioni Carlo Castellano, direttore pianificazione dell’Ansaldo. Era il 17 novembre 1977. Due anni più tardi sarà la volta dell’ingegner Giuseppe Bonzani, di­rettore di stabilimento. Lui, ridotto in fin di vita «nell’ambito - scriveranno gli ideologi rossi - della campagna contro il mondo industriale». Trenta­cinque anni dopo la storia si ripete. E la scelta di colpire Adi­nolfi, certo casuale non pare. Come se l’eversione del Terzo millennio avesse in­tenzione di riannoda­re un filo spezzato da fallimenti ideologici e programmatici.

Qual «migliore» ri­partenza? Adinolfi si è sempre occupato di energia nucleare, la­vorando alla progetta­zione di impianti ita­liani ( Montalto, Trino Vercellese per esempio) e stranieri come Superphenix Romania realizza­to da Ansaldo. E da Bucarest ha rice­vuto anche una laurea honoris causa. Ha guidato da direttore tecnico, il consorzio Ansaldo-Fiat creato per la progettazione di nuovi reattori.

Nel 2000, dopo una parentesi di 4 anni co­me responsabile delle attività sul­l’energia convenzionale per l'Italia, è tornato agli«atomi»in qualità di diret­tore responsabile della divisione nu­cleare di Ansaldo Energia, per passa­re nel novembre 2005 ai vertice della neonata Ansaldo Nucleare. Dal apri­le 2007 è amministratore delegato della società e membro della Com­missione Unicen per la normativa nu­cleare oltreché presidente della So­cietà nucleare Italiana. Insomma, un’icona perfetta da sfregiare.

A Cameri la fabbrica del jet dove decollano solo i costi

La Stampa

L’F35 sale da 80 a 127 milioni di dollari. La Fiom:  “Le assunzioni? Poche decine”

teodoro chiarelli
inviato a cameri


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I capannoni costruiti dalla Maltauro di Vicenza e ancora freschi di intonaco si intravvedono appena oltre le recinzioni off limits. Sì perché l’ultimo stabilimento dell’Alenia, realizzato per assemblare il cacciabombardiere F-35, detto anche Jsf (Joint Strike Fighter), progettato dall’americana Lockheed Martin, si trova all’interno di un aeroporto militare. Siamo a Cameri, provincia di Novara, sito storico (fondato nel 1909) dell’aviazione tricolore.

Oggi ospita il Reparto Manutenzione Velivoli che fa assistenza ai Panavia Tornado e agli Eurofighter Typhoon. L’eco delle polemiche sollevate sul costo dei 90 aerei che l’Italia si è impegnata ad acquistare, qui arriva attutito. Le rare persone che entrano o escono veloci in auto non si fermano neppure per dire “buongiorno”. Off limits, zona militare, appunto.

Già, le polemiche. In una intervista al portale specializzato “analisidifesa.it”, il generale Claudio Debertolis, segretario generale della Difesa, ha ammesso candidamente che il costo dei cacciabombardieri F-35 per Aeronautica e Marina italiane sarà ben più alto dei circa 80 milioni di dollari per ciascun esemplare dei primi tre apparecchi, comunicati a suo tempo al Parlamento. «Il dato si è rivelato irrealistico - ha spiegato il generale - poiché si riferiva a una pianificazione ormai superata dalle vicende del programma e verteva sul solo aereo nudo».

I primi F-35 avranno un costo previsto attualmente in 127,3 milioni di dollari (99 milioni di euro) a esemplare per la versione A e di 137,1 milioni di dollari (106,7 milioni di euro) per la versione B a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl) che verranno acquisiti dal 2015. 

Una volta usciti dalle catene di montaggio di Cameri, all’inizio del 2015, i primi 3 caccia “stealth” Lockheed Martin F-35A Ctol a decollo convenzionale per l’Italia (60 quelli previsti), saranno inviati presso il centro di addestramento negli Stati Uniti per iniziare la formazione dei piloti e degli specialisti. Nel 2016 saranno seguiti dai primi 2 di un successivo gruppo di 3 esemplari. Il primo F-35A si schiererà sulla base di Amendola dell’Aeronautica militare nel marzo 2016, mentre il primo F-35B Stovl a decollo corto e atterraggio verticale (30 fra Marina e Aeronautica), il cui contratto d’acquisto è previsto nel 2015, comincerà a operare dalla base di Grottaglie a partire dalla seconda metà del 2018.

Questo, dopo il taglio di 41 esemplari deciso a febbraio dal governo, è il nuovo programma di acquisto degli Jsf, secondo quanto illustrato dal generale Debertolis. Il quale non ha negato le criticità emerse in America sul fronte industriale del programma Jsf: il costo è aumentato a una media di ben 40 milioni di dollari al giorno in 11 anni, preoccupando non poco il Pentagono. Anche perché, vista la crisi economica mondiale, già alcuni Paesi hanno deciso di tirarsi indietro.

In Italia, invece, pur con un programma ridotto rispetto all’originale (approvato via via dai governi Prodi, Berlusconi, D’Alema, Prodi e di nuovo Berlusconi), l’esecutivo Monti, che vede alla Difesa l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, uno dei principali sostenitori del progetto, ha deciso di proseguire. L’Italia dovrebbe alla fine spendere qualcosa come 16,9 miliardi di dollari e, secondo, Debertolis, ne avrebbe un ritorno industriale del 77%, pari a circa 13 miliardi. Oltre all’assemblaggio dei propri aerei e di quelli di qualche altro Paese europeo, l’Italia avrebbe assegnata la costruzione di un migliaio di ali. Sinora il nostro Paese ha speso per il programma fra i 2 e i 2,5 miliardi di euro e ha avuto ritorni industriali per 631 milioni di dollari. 

Sullo stabilimento di Cameri, che si trova nel collegio elettorale del presidente della Regione Piemonte Roberto Cota, ha messo grande enfasi la Lega, tanto da farne oggetto di visite entusiastiche dell’allora ministro Umberto Bossi. La fabbrica, denominata “Faco” (Final assembly and check out) è costata allo Stato 800 milioni di euro. Qualche anno fa fu messa in giro la voce che il programma F-35 avrebbe portato alla creazione in Italia di 10 mila posti di lavoro. In realtà si è rivelata una bufala.

Oggi a Cameri, come confermano fonti sindacali e aziendali, lavora solo un centinaio di persone, per lo più “in missione” dall’Alenia di Caselle: solo alcune decine sono nuovi assunti. «In pratica il personale occupato sulle linee di Cameri non sarà a “somma”, ma a “sottrazione” di quello di Caselle - spiega Gianni Alioti, responsabile esteri della Fim Cisl nazionale - Alla fine il numero di persone impiegate nella “Faco”, fossero anche i 1.816 su tre turni di cui ha parlato il ministero della Difesa nel 2010, o i più realistici 600 lavoratori che risultano a noi sindacati, saranno solo in parte nuovi posti di lavoro».

Ma non è solo una questione di costi fuori controllo e di occupazione fantasma. «Il programma dei cacciabombardieri F-35 è industrialmente un errore - sostiene Lino Lamendola che segue il settore per la Fiom piemontese -. Come Paese siamo passati dal partecipare a programmi proprietari in consorzio con altri partner europei al ruolo di fornitori di aziende Usa. Non abbiamo nessun ruolo nello sviluppo della tecnologia, siamo fuori dall’ingegneria e dalla progettazione. Una condizione di subalternità letale per l’industria nazionale. Una scelta di politica suicida».

Il paradosso è che non ci sono certezze neppure di rientrare dagli 800 milioni investiti dal governo per la “Faco”. «Non c’è nulla di garantito - ha rivelato il segretario generale della Difesa -. Dagli Americani abbiamo un contratto effettivo per 100 ali e una dichiarazione di intenti per 800». Come cantava Giorgio Gaber, «anche per oggi non si vola».

Tutti i trucchi anti autovelox dei furbetti

Andrea Acquarone - Lun, 22/10/2012 - 08:44

Vernici, fango, cifre e lettere "taroccati": così i truffatori rendono invisibili o irriconoscibili le targhe

La striscia d'asfalto potrebbe scorrere veloce.


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Ma non si può premere sull'acceleratore. La via che si deve raggiungere magari è dietro l'angolo, ma per arrivarci bisogna fare il giro dell'oca; il centro è chiuso al traffico o per entrarci bisogna pagare.  Per non parlare di limiti di velocità spesso tanto anacronistici da sembrare piazzati proprio per incastrare gli sventurati che si trovano a passare da quelle parti. Telecamere, autovelox più o meno fissi, tutor lungo le autostrade, intanto, bastonano senza pietà. Per molti automobilisti una prigionia su quattroruote.

La frustrazione dell'impotenza. Così ecco spuntare l'italica furbizia. Come «fregare» lo Stato vessatore? Come farla franca aggirando limiti e divieti? Giacomo Casanova, non fosse andato in gondola, sarebbe corso in soccorso dei furbetti della strada ripetendo davanti a un prefetto o a un giudice che «l'astuzia è un vizio, ma quando è onesta non è altro se non saggezza, cioè virtù». Dunque ecco «rivalutata» l'arte dell'inganno. La fantasia che ci rende famosi nel mondo applicata al raggiro. Basta osservare alcune foto scattate dalla Polstrada genovese (e che pubblichiamo qua.....), per rendersene conto.

TARGHE TAROCCATE

Non sono pochi i corridori da autostrada beccati con targhe inesistenti ma falsificate alla perfezione. Identiche nel supporto, nei caratteri e colori a quelle «originali». L'occhio elettronico filma tutto ma poi come rintracciare il proprietario della macchina? Ci sono poi sistemi più semplici, un po' più artigianali, senz'altro meno costosi. Le targhe vengono alterate modificando la composizione alfanumerica. Può bastare un pennarello indelebile per trasformare una «R» in «P» o una «F» in «E». Viceversa una sostanza scolorante. Mentre un pezzetto di nastro adesivo, appiccicato a dovere fa diventare «8» uno zero. E qua c'è il rischio che un incolpevole si veda recapitare un verbale per un'infrazione da lui mai commessa.

REFRATTARIE AI FLASH

Le chiamano targhe catarifrangenti: non appena vengono illuminate dalla luce la riflettono creando un effetto-abbaglio che rende illeggibile le generalità del mezzo. Ci sono appositi prodotti che permettono di «verniciarle» per creare l'effetto.

IL GIOCHINO DEL FANGO

Per la verità, un po' desueto ma comunque efficace. Basta sporcare un po di targa con la mota per rendere di fatto illeggibile, almeno in parte, numeri e lettere. C'è poi, qualche spericolato che avendo la targa attaccata sul portellone lo apre per eludere le telecamere. Trucchetto cittadino per fregare gli occhi magici nelle entrate Ztl.

CAMIONISTI STAKANOVISTI

Le astuzie utilizzate dagli autotrasportatori per guidare più di quanto previsto dal Codice della Strada sono in continua evoluzione. La Polstrada di Sampierdarena, di recente ne ha beccato uno partito da Napoli e diretto in Francia che aveva alterato il cronotachigrafo- l'apparecchiatura che registra le ore di guida di mezzi pesanti e autobus per controllare che gli autisti non guidino per più di otto ore giornaliere- piazzando nel cruscotto un potente calamita. Risultato, come fosse un telecomando, bloccava la «macchinetta». Gli agenti si sono insospettiti quando, analizzando le stampe del cronotachigrafo, si sono accorti che i chilometri percorsi dal veicolo non corrispondevano con quanto registrato.

FALSE PATENTI

C'è anche chi pur avendo quella vera, si procura una falsa patente. In caso di fermo potrà sempre provare a raccontare che «no, non era lui quello fermato dal vigile... era un amico cui aveva prestato l'auto». Naturalmente senza ricordare chi fosse.

TARGHE STRANIERE

Ultimi ma non ultimi quelli che immatricolano l'auto con targa straniera pur vivendo in italia (ci sono agenzie specializzate all'uopo). La vettura risulta poi spesso presa a noleggio. Uno stratagemma che, sfruttando una lacuna della normativa europea in materia di codice stradale, permette di scorrazzare impunemente. Infischiandosene, quindi, di Ztl, corsie riservate, divieti di sosta, telecamere. Per incrociare la targa straniera con l'intestatario, le nostre autorità devono infatti richiedere le informazioni necessarie al Paese di immatricolazione della vettura in questione. Ma le banche dati estere, spesso, non sono accessibili. O quando forniscono i nominativi oramai il tempo è scaduto.

Lo scandalo dei nonni vigili, costretti a lavorare gratis

Il Messaggero

Da febbraio non hanno più ricevuto il mini rimborso di 4 euro

di Laura Bogliolo


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ROMA - Ogni mattina di ogni giorno, puntuali, aiutano i bimbi ad attraversare la strada per raggiungere la scuola. Gli fanno una carezza quando sono in ansia per l’interrogazione e, all’uscita, aspettano pazientemente le mamme se sono in ritardo. I nonni vigili continuano ogni mattina a scendere in strada anche se da febbraio non ricevono il rimborso previsto che dovrebbe essere stanziato dal Campidoglio: 4,65 euro al giorno in buoni pasto, per un massimo di 20 ticket al mese, una piccola grande somma usata per fare la spesa e arrotondare la pensione. Molti di loro hanno rinunciato, non tanto per i soldi non corrisposti, «ma perché – dicono - non ci sentiamo rispettati». Altri hanno deciso che faranno un blitz venerdì prossimo per incontrare il vicesindaco Sveva Belviso quando inaugurerà un centro anziani a Centocelle.

Al progetto Un amico per la città-Nonni vigili partecipano 1.800 pensionati volontari over 55 che ogni giorno presidiano l’entrata e l’uscita delle classi di 350 scuole della Capitale. Giorni fa è stata firmata la convenzione che rinnova il servizio: «L’amministrazione capitolina - si legge - erogherà mensilmente a ogni volontario buoni pasto a titolo di rimborso spese». «Ma è da febbraio che non riceviamo i soldi», dice Sergio Pirozzi, presidente dell’associazione Auser, di cui fanno parte 400 nonni vigili. «Non è una somma irrisoria per chi ha una pensione di 400 euro e poi c’è l’aspetto sociale: per molti volontari indossare la pettorina dei nonni vigili è diventata una ragione di vita, si sentono utili aiutando i bimbi». Giuseppe Carfì dell’associazione Fidam solleva un altro problema per i suoi 100 volontari:

«Per raggiungere le scuole prendono i mezzi pubblici, una spesa maggiore rispetto allo scorso anno visto che il biglietto è aumentato a 1,50 euro, tra l’altro non esiste più la tessera mensile di 18 euro per gli anziani». Oggi infatti le agevolazioni valgono solo se si acquista una tessera annuale da 150 euro. Carfì propone: «Il Campidoglio potrebbe almeno fare un accordo con l’Atac assicurandoci degli sconti». Vilma Chiara, 70 anni, volontaria, ogni mattina dalla Garbatella raggiunge la scuola elementare Carducci di via La Spezia, zona San Giovanni: «Devo prendere due bus per arrivare davanti all’istituto, il rimborso di 4,65 è importante.

I bimbi si affezionano a noi e abbiamo un ottimo rapporto con i genitori, si fidano». Anche Luigi Masci, 72 anni, fa il volontario alla scuola Carducci e ogni mattina arriva dal quartiere Tuscolano. Luciano Piperno, presidente dell’associazione Età libera, ha deciso: «Venerdì andremo a parlare con il vicesindaco che inaugurerà un centro anziani a Centocelle, saremo presenti per ricordare gli impegni presi dal Comune nei nostri confronti». I nonni vigili intanto non si arrendono e raccontano le mattine davanti alle scuole. «Con il freddo o la pioggia sono sempre presenti – dice Piperno - come Franco 82 anni: solo da qualche giorno lo abbiamo convinto a svolgere lavoro d’ufficio nell’associazione per motivi di salute, ma lui
vorrebbe tanto tornare in strada».


Lunedì 22 Ottobre 2012 - 09:28
Ultimo aggiornamento: 09:29